Aracnea by Jean Kaczmarek - Read Online
Aracnea
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Summary

Quando viene rubata la Gemma di Fuoco di Adrion, non c'è nessun dubbio per i signori Skorpios, che Friss, la Fortezza Sentinella del Nord, sia all'origine di questo sacrificio.

Isis e Mentore, viaggiatori e mercenari, si trovano allora immersi nel cuore di una questua che li trascina verso l'indicibile. 

Isis avrà abbastanza volontà e coraggio per salvare la sua vita, quella delle persone a lei vicine e, forse, per preservare l'umanità da questi fagi che divorano il suo mondo?

Published: Jean Kaczmarek on
ISBN: 9781633398733
List price: $3.99
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Aracnea - Jean Kaczmarek

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RINGRAZIAMENTI

CAPITOLO I: LA TERRA SI APRE

1

La mano col guanto di ferro sorvolava con rispetto il lungo affresco. Sfiorava delle foreste di lance puntate contro mostruosi animali ingualdrappati, ondulava sotto dei signori di guerra bardati di armature arroventate. Nella penombra turbata dai chiarori dei ceri al cinabro, lo Skorpios si fermò davanti all'incisione di un grande duomo, sorvolato da un rapace con gli artigli spalancati. Fece un discreto segno di devozione per ringraziare i vincitori della Guerra Scarlatta e si allontanò dal bassorilievo.

Dietro di lui, impercettibilmente, in modo sornione, la pietra incisa s'illuminò. Di un bel chiarore verde come quelli che fanno danzare le lucciole durante le notti d'estate. Le ali degli uccelli di pietra si agitarono come un fremito e crebbe rapidamente una forma umanoide. Estirpava del minerale fuso. Adesso, addobbata nelle sue elitre, aguzza come una lama, si ergeva in piedi sul muro. Lentamente, ella alzò una testa senza volto verso le lance aguzze di un enorme morgenstern che voleva fracassarla. Lo schivò quasi con lentezza, ma in un lampo, l'attacco delle sue ali tranciò le lame articolate della faretra e schiaffeggiò il cavaliere. Volò violentemente contro un pilastro, le sue budella si sparsero. I due ultimi custodi erano già là. Si spiegarono le membrane alari. Come una tenaglia per afferrare le due braccia del primo. Come una falce ad aprire la gola del secondo fino alle cervicali. La creatura pose i suoi artigli sul suolo di un naos inondato di sangue e sibilò di piacere avvicinandosi all'altare.

Restò un'istante a contemplare il suo bottino. Ipnotizzata. Le penne sacrileghe lacerarono le pesanti pareti in piombo del tabernacolo e la bestia assaporò l'onda delle radiazioni che la bruciavano. Ubriaca di questo fuoco invisibile le cui vibrazioni si estendevano fin dentro le sue cellule, avvolse lentamente, con tutto il rispetto che gli doveva, il fuoco di Adrion. L'Aracnide girò d'improvviso la sua testa ed emise un grido stridente. Una mano nelle sue viscere, l'altra sul manico del suo scorpione, il signore, con un urlo di rabbia, era su di lei pronto a colpirla. Con tutta la sua forza e con tutta la sua tecnica, risultati di una decina di anni di esperienza. Le punte del suo mucchio di armi esitarono, frenate da una barriera invisibile. Il signore Skorpios lasciò le sue viscere per stringere l'asta con tutte e due le mani appiccicose e con tutta la sua volontà. Il campo di forza cedette e la schiena fosforescente esplose in una luce accecante.

2

Con un grido, Adronor si risvegliò, con il palmo della sua mano sull'occhio. Gli si era strappata la cornea. Il suo cuore batteva all'impazzata e sentiva le pulsazioni fino all'orbita dell'occhio. Ritirò dolcemente la sua mano temendo che fosse piena di cristallini e umore acqueo.

Per tutte le Vedove, ancora un incubo!

Con una mano avvizzita dalla magia spostò le lenzuola di seta porporina e con l'altra lisciò i suoi lunghi capelli bianchi in modo da pettinare le ciocche incollate dal sudore. Un po' stravolto, si alzò con difficoltà e uscì sul grande terrazzo di marmo. I suoi piedi nudi sulla pietra liscia, appoggiato ad una cariatide, respirò gli inebrianti mazzi di fiori che, più in basso, inondavano i suoi vasti giardini sospesi. Contemplò il grande disco lunare appeso nel bel mezzo di un cielo costellato di stelle ed i riflessi argentati dei fiotti neri della baia. Gli echi delle melopee vocative che portavano la brezza dell'oceano salivano verso la sua cittadella e gli facevano dimenticare a poco a poco il suo brutto sogno. Si avvicinò lentamente alla balaustra lavorata e le sue mani strinsero il diaspro. Le luci degli innumerevoli fuochi accesi dai suoi fedeli vacillavano ancora a quest'ora della notte. Al riparo dietro le sue alte muraglie merlate, il re di Adrion assaporava l'ardente fede di tutti i suoi sudditi. Ne attinse come ad una sorgente d'acqua in pieno deserto.

Una volta ancora, le Grandi Feste del Solstizio si concludono.

Un caprimulgo passò come una freccia per ghermire una grossa farfalla notturna. Il monarca si girò verso la sua camera e la grande porta chiodata dai piccoli ragni dorati si aprì bruscamente.

Deve essere importante.

Un cavaliere, con gli occhi cielo durante un temporale, un viso mangiato da una barba brizzolata, l'armatura scura scossa da uno scorpione rosso sul torso, si avvicinò e mise un ginocchio a terra. Le lunghe spalline di metallo, appese a queste spalle che coprivano male una cappa di broccato, scricchiolavano sul suolo ed ararono profondi solchi nella lastricatura in maiolica. Il saluto del suo pugno colpì il lastricato di alabastro che si spaccò in mille pezzi.

— Archéon!

Deve essere molto grave!

Dietro di lui, un abitante di Adria molto atletico, con il viso coperto da un elmo rosso ed un'armatura completa, era rimasto ritirato, sulla soglia, senza osare entrare.

— Che vuol dire Ardran? Chiese sua altezza afferrando i suoi guanti in seta amaranto posti su un tavolo intarsiato.

— Il santuario!  I miei scorpioni abbandonano il combattimento.

I tanfi putridi del suo incubo emersero improvvisi. Le loro sporche unghie scorticate si piantarono nel suo cervello stanco e schiacciarono la sua materia grigia come un limone spremuto.

— Per Aracnea! Sbuffò il re gettando velocemente sulle spalle una lunga cappa cardinale.

Si precipitò senza uno sguardo ad attraversare la grande Sala del Consiglio dai muri tesi di stoffe preziose ed i tre uomini presero una scala stretta che affondava nella più profonda delle catacombe segrete del Palazzo-cittadella. Il suono dei tacchi, sul marciapiede consumato, fu presto coperto da un rumore sordo e ripetuto, potente come i battiti del cuore di un gigante. Ancora un largo e lungo corridoio scavato per le nicchie mortuarie. Ovunque, nella penombra delle torce, le mummie disseccate dei principi della città riposavano nelle grandi urne cinerarie. Sbucarono infine in una grande sala dai muri incrostati di miche e decorate da segni cabalistici rossastri. Li, sotto lo sguardo nero e vuoto delle grandi statue filiformi, dei suoi pugni di metallo, un'enorme meccanoide medievale tarchiata fungeva da ariete per sfondare le immense ante di un portale. All'arrivo dei suoi signori, il capitano fece arretrare il pesante scheletro tarchiato blindato di metallo rosso. Le sue braccia e le sue gambe si disposero agli ordini per inginocchiarsi. Intorno a lei, parecchi soldati si affaccendarono per verificarne gli ingranaggi, raffreddare le lunghe fibre muscolari. In fretta, il pilota scese e si avvicinò senza osare sollevare gli occhi verso il monarca.

— Altezza, i battenti sono sigillati e i Signori delle Armi non rispondono. La Cattedrale non si apre.

— Questa reliquia di un'altra era non potrà aprire una porta che ho sigillato. Nessuno può entrare...senza farsi riconoscere! Interruppe Adronor.

Avvicinava già il suo palmo col suo guanto di velluto e mormorò la preghiera degli iniziati. Queste parole, le stesse da mille anni, illuminarono le nervature incrostate. Iniziò a scorrere sangue di fuoco nelle arterie di bronzo e nelle venature ed un labirinto rosseggiante cominciò a brillare. I cardini scricchiolarono e due enormi battenti gemettero per aprirsi lentamente. Adronor si precipitò senza esitare nell'atrio oscuro che emise una ventata di caldo mista a un odore atroce di carne bruciata. Delle vene di fuoco lo precedevano, correndo sul suolo e salendo lungo le colonne. I muri, le statue si coprirono di arabesche di magma. L'ipogeo s'illuminò per accogliere il suo re.

— Tu, Alkyor, resta qui! E nessuno deve lasciare questi luoghi! Ordinò Ardran ed immerse quindi Sua Altezza nella fornace spalancata.

3

La cripta sacra, così alta che sembrava essere stata costruita con l'aiuto dei titani, aveva subito la violenza di un fuoco inaudito. Avanzando per raggiungere Adronor, Ardran vide una targhetta da pugno storta ed una forma accartocciata. Di ciò che era stato un uomo rivestito da un'armatura potente e da scudi sontuosi non rimaneva che fuliggine da cui dardeggiavano le ossa imbiancate di membri atrofizzati. Là un altro custode, coperto dai resti fumanti di una cappa granata, la faccia allungata contro il suolo, e il suo flagello di armi nella mano destra. Ma questo corpo vigoroso era solamente una faccia informe di muscoli intorno ad uno scheletro frantumato. Un gemito risuonò nella penombra e Ardran trovò l'ultimo dei custodi, che giaceva contro una colonna del peristilio con la pelle spaventosamente bruciata, fino agli intestini fiammeggianti.

Vivo?

Armato dello scudo ornato da bocche di leopardo d'oro, straziato per i segni degli artigli, Ardran riconobbe il barone Adrilan, non lo toccò per paura che una costola spezzata lacerasse un polmone o perforasse il cuore.

— Chi è il responsabile di questo massacro?

Il ligio signore non rispose.

Andran si chinò per mormorargli alcune parole di conforto e si avvicinò al naos per raggiungere il suo re che, malgrado le lastre scivolose, si era precipitato verso l'altare. In mezzo alle tappezzerie pesanti che finivano di consumarsi, dei bracieri a incenso rovesciati, Adronor si reggeva, pietrificato, a piedi nudi nel mezzo di un largo cerchio di lava rosseggiante e tiepida.

— Il Fuoco! Il Fuoco sacro è scomparso! Sbuffò.

Il re di Adrion comprendeva quanto fosse fragile il suo regno e vacillò ponendo una mano su una colonna ancora calda.

— La potenza di mille soli. La sorgente di energia di Adrion, volatilizzata. Capisci Ardran?

Il suo viso livido, incorniciato nella sua lunga capigliatura gessosa, lo rendeva simile ad uno spettro. La luce nella cattedrale improvvisamente diminuì d'intensità, come se il magma si fosse di colpo raffreddato.

— Per Aracnea! È già cominciato! Senza di lui non siamo niente! Adrion non può restare senza il suo cuore. Per tutte le vedove, per quanto tempo riusciremmo a viverci, a sopravviverci, senza il potere del suo fuoco? Bisogna ritrovare la gemma, Ardran!

Il primo degli Scorpios si avvicinò ai riflessi di pietra fusa che rivelavano ancora la presenza di un pentacolo con un potere magico al di là di quello che si poteva concepire. Si abbassò per mettere le dita nei profondi solchi tracciati nel granito policromo come per trovare una spiegazione. Invano. Non trovava traccia degli aggressori da nessuna parte.

— Una ragnatela tessuta qui? Nel seno stesso del nostro santuario? Quale magio ha potuto aprire la nostra terra? Massacrare i migliori tra i miei cavalieri e ripartire senza lasciare la minima traccia? Si chiese Ardran pensando ad alta voce.

Alle domande dell'Archèon rispondevano solamente le orbite annerite di uno dei due signori Skorpios..

— Ma qui? Chi è abbastanza pazzo per attaccare ad Adrion? Urlò il monarca. Chi ha rubato il mio fuoco? E perché?

Il corpo di Adronor si tese d'improvviso, estatico. Piantato ai piedi di una grande muraglia di ghiaccio dirupato, il monarca alzò i suoi occhi fuori dalle orbite verso questa montagna azzurrognola dalla superficie liscia come uno specchio. In silenzio, una palla incandescente si gonfiò nel cielo nero per esplodere, spiegando le nuvole in volute di un enorme fungo di apocalisse. L'immenso ghiaccio si sventrò e proiettò verso di lui un'onda d'urto dal soffio cocente carica di una miriade di scoppi rosseggianti. I cristalli di fuoco, come rubini affilati si smembrarono, lapidarono i suoi muscoli fino a piantarglisi nelle ossa.

— Mio re. Cosa succede lì?

Ardran non riconobbe il suo monarca. Livido, la pelle pergamenata avvizzita come una vecchia spugna secca.

— Il fuoco! L'ho visto..

Adronor girò un viso di cadavere verso il suo cavaliere e lo fisso con occhi vuoti, pronti a fulminarlo. Lo Skorpios percepì istintivamente la minaccia e le sue dita scivolarono lentamente sul pomello della sua spada.

— I territori del Nord! Il fuoco si trova nel regno di Friss! Mormorò Adronor, come di fronte ad un'evidenza. Ho visto le loro foreste soffiate via, la frontiera ai confini del mondo crollare.

Adrion e Friss, è il fuoco contro il ghiaccio!

— Mi serviranno parecchi mesi per arrivare a Friss.

Le pupille del re bruciavano di odio. Letteralmente. Rosse e vive come un bruscolo di cannone, sprofondate nelle orbite, pronte a scatenare i poteri del Regno di Adrion.

— Le Feste di Solstizio sono finite, ma giuro di sollevare l'esercito. Scatenerò l'Armageddon! Non risparmierò nessuno, Ardrann! Ridurrò tutto in cenere se ce ne sarà bisogno. Ma bisogna ritrovare la Gemma di fuoco. Prima che finisca il mondo. Ed egli aggiunse con la crudeltà negli occhi!

Ed egli aggiunse con la crudeltà negli occhi.

— non tornare senza di lei. Né senza la testa di quel maledetto che ha profanato il nostro santuario!

CAPITOLO DUE- IL QUARZO NERO

1

La giovane donna corse più rapidamente che poteva la penombra e la rapida discesa piena di licheni. Inciampò, acchiappò il ramo sottile di un virgulto, lo tirò con questo braccio scarnificato e finì sulle ginocchia. Si raddrizzò sulla cresta della collina strapazzata dalle burrasche di una forte tramontana che fece schioccare il suo mantello. Abbassò il suo cappuccio, spostò una ciocca bionda e gettò un'occhiata intorno inquieta di non vedere lo spettacolo che si aspettava. I primi raggi di una timida aurora illuminarono il profilo dalla mascella affilata di una montagna e accesero d'improvviso una moltitudine di riflessi scintillanti. Un sorriso illuminò il suo viso.

— Mentore! Ci siamo! Finalmente! Vedo Friss! Si fece avanti lei puntando col dito la zanna di pietra.

— Sei sicura di non esserti fatta fregare da una fata morgana?

— No Mentore! Ci siamo, ve lo assicuro.

— Hum....si fa presto a dire ci siamo! Bene! Adesso scendo!

Più in basso, seduto sulla sedia consumata di un meccanoide, con le gambe sulle cosce della macchina, il suo compagno cominciava a spazientirsi.

— Ma venite a vedere, è bello come casa mia! Cioè, quasi.

— Non ho voglia di scendere da questo mucchio di ossa e ferraglie! Capisci Isis?

— Difficile fare altrimenti!

Il suo precettore fece un gesto nervoso che agitò le maniche della sua palandrana di volpe argentata.

— Allora ascoltami e vieni.

Ma Isis voleva godersi questo momento tanto atteso. La città che le faceva sopportare la stanchezza di questo paesaggio austero di tundra desolata era finalmente a portata di mano. In queste lande piantate con una taiga oscura, dove gli animali selvaggi abbondavano, sapeva che questi scoppi lontani erano come un faro, simbolo di un arrivo a buon fine per tutti i viaggiatori imprudenti o per gli avventurieri smarriti. Forse lei e Mentore erano un po' tutti e due. Tutto a nord, rannicchiati come una tarantola nella sua tana, dei lampi rigarono un angolo di cielo oscuro. Incendiarono con strani riflessi color carminio delle pesanti nuvole temporalesche ammassate dietro le cime vertiginose di una lunga cresta di montagna.

— La Frontiera, disse lei a bassa voce come per persuadersi. Mentore! urlò lei vedo fino ai confini del mondo.

— Isis, testa di mulo! Ubbidisci si o no?

Mentore emise un colpo di tosse grassa e voltò il capo per sputare.

Il maestro si spazientisce!

La giovane donna si precipitò ad affrontare la discesa, a grandi passi. Mise il piede su una radice e cominciò un volo planato che la fece precipitare ai piedi della collina. Si rialzò, fece per spolverare le sue braccia e liberò le sue lunghe gambe dalla terra che le aveva ricoperte. Verificò lo stato del corsetto della sua leggera armatura, triste, ma valorizzata dalle discrete incisioni realizzate all'acquaforte. Il suo collarino era stato cesellato con le ali di un grosso rapace le cui ultime penne formavano una collana. Rimise in ordine i suoi capelli lunghi con fare falso da civettuola.

— Ecco!

Il cavaliere la guardava con tenerezza.

— Su! Sistemati..!

Le tirò l'imbracatura di una spada a sezione di diamante di una finezza estrema. Isis l'afferrò al volo per il fodero, strinse la fibbia della cintura di cuoio intorno alle gambe e mise la sua mano col guanto sul pomello. Le dita giocarono con la spoletta rivestita in giaguaro.

— Mentore, È magnifico! Friss! Friss la Sentinella brilla di mille scoppi, riprese la giovane donna.

— Si. Finalmente abbiamo un po' di fortuna. La fortezza è così visibile soltanto all'inizio dell'inverno. Friss invita ciascuno a partecipare alle cerimonie della prima neve....e asciugati un po' il visetto.

— on sono contro a fare un po' di festa. Sono settimane che avanziamo nel grigio e nell'umido, sotto queste nuvole come in un rivestimento di piombo.

Isis passò un rovescio di guanto su quelle guance pallide e alzò gli occhi verdi chiari.

— E allora?

— na vera donna di mondo si burlò gentilmente di Mentore. Andiamo! In marcia!

Con la facilità di una che ha ripetuto mille volte questi gesti afferrò la rotula, mise il piede sopra la rotula ed aspettò un istante in equilibrio sul femore dello scheletro meccanico.

— E sia disse a proposito. Orus non è un vecchio ammasso di ossa e di ferraglie! Senza di lui sareste ancora a consumare i vostri piedi fino alle ginocchia su tutti i sassolini che ci sono lungo il vostro cammino.

— Si è così! Le sue articolazioni sono come le mie. Stanche e pronte a rompersi. E sarebbe bene trovare con cosa pagare!

— Sicuro! Questo viaggio mi è già costato le gemme di smeraldo del mio giaguaro. Disse lei disegnando gli occhi rotti del felino della sua spada.

— Ehi Isis non l'hai ancora dimenticato. I dadi di quel ladro erano truccati. Avrei dovuto farglieli mangiare.

— Regoleremo i nostri conti più tardi. Da qui continuiamo...a piedi! Disse lei.

— Cosa?

Isis cercò intorno a lei.

— Si può ibernare Orus in questo buco, laggiù, a fianco a questa piccola collinetta.

— Isis, spari cavolate?

Si voltò verso Mentore con il volto diafano.

— Ho l'aria di una che spara cavolate?

— P...piccola peste, mormorò.

— Scusa?

— Niente, brontolò lui.

Mentore ubbidì, si avvicinò con alcune falcate e fece per accovacciare le grandi gambe biomeccaniche.

— Andiamo a raccogliere questi rami!

Isis si avvicinò al margine dei boschi e della loro umida oscurità. I suoi passi entrarono nell'ombra e fecero staccare gli aghi dai pini. Tutto il