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Le Opere di Luciano, volgarizzate da Guglielmo Manzi...

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Lucien de Samosate (0125?-0192?). Le Opere di Luciano, volgarizzate da Guglielmo Manzi.... 1819.

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LE

OPERE DI

LUCIANO

VOLGARIZZATE DA GUGLIELMO MANZI

VOL.

II.

V L O S A Jj/tf ~< T~x 4% t 1819

AL P. G JET J NO

SIGNORE DE CONTI MELZI

MILANESE

G. M.

K, tiando

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mesi in

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mi sofferniava in vostra

lJl Llano,

e venu/o verenza, reco

ensn per favori risoglio trovai quando appunlo mi in cite e

CUJIICsempre sar citta, vi

in codesta

quell' ora per

imlln preziosa e rarita

vostra delle

Biblioleca,

fa brllezza

opere antiche

moderne cue riccamente huon diritto ana delle

V adornano piii cospicue Ed

si e a non dir avendomi si volquale ?"uper

di Milnno,

ma di lutta Italia. accolto

cooi cortesemenle se il discorso

ed accarezznto, lUia opera, della le niani

a questa tra

voi a\'e\>a/c tuttorn lume, che volesie

il primo aicendomi

lodnrmi,

v os Ira bonta, die vale assai carissima, sona tura sodisfatto

del/a lettura Cotal

di esso vi eralode io I chin da peralia let-

inquantoch gusto,

mi si tribuiva ed accostiunata

di fino di quanta

vi ha di piii bello Perche

nelle letposmodi

tere e nelle arti. siate che sono e delta persona

adunqne veder de vostri

io ricordevole vostra, vostro

lio voluto lV ome questo

intitolare seconda "Z voi.

al diiarissimo volume, mondo State

il quale sar lungo della osseivanza mia

testimonio verso di

sano.

COME

DEE

ESSERE

SCRITTA

L'ISTORIA

ARGOMENTO Sotto llio Vero i Romani fatti V Imperio nata ed i Parti, di Marco Aurelio e di Lu-

essendo

cagione di guerra tra avvennero tra di essi molti dall' una e V altra varie citt , parte ma non fu-

d' armi, e furono e prese saccheggiate rono tali

come imprese di gran conseguenza, che ne ha fatto da Capitolino, pu rilevarsi ristrettamente ricordo. Togliendo molti Retori greci danti della Provincia delVAsia posersi con impegno a scriverne la Istoria, facendolo chi rozzamente e senza alcuno studio, e chi da e guavolenscrisse questa romani occasione di adulare i Coman-

pedante servilmente copiando gli antichi standone le bellezze. Luciano dimostrar do al mondo la goffaggine di costoro, questo piacevolissimo componimento, le dopo essersi amaramente beffato

nel quadi tutti 10-

ro, e dati molti savj ammaestramenti, conchiude che gli Scrittori, non nel tempo nel quale vivono, ma nell' avvenire ripor deono la speranza della lor gloria. o gentil Filone, che Dicono, regnando Lisimaco sopravvenisse agli Abderitani talmorbo ,

4 che tutto il popolo ebbe in prima la febbre, e questa forte nel primo giorno e continua, nel settimo dipoi ad alcuni usci molto sangue dal naso, e sopraggiunse ad altri un copioso sudore, che sciolse loro la febbre. Ma quella infermita loro assai piacevolmente, perocch6 eran tutti trasportati per la Tragedia, e non parlavan che in iambi, gridando ad alta voce, e cantavano spezialmente tra se F Andromee pronunziavano da di Euripide, in ritmo il discorso di Perseo, ed era la citt piena di quei travolse la mente pallidi e smunti Tragici, che a larsettimanarj, ghe canne gridavano: Degli Iddii Amore e tiranno degli uomini , ed altri versi si fatti, ~efciti dur per buona pezza, fintantoche il freddo divenuto potente gli li Credo che la cagione di bero da quel delirio. cio si fosse Archelao il Tragico celebrato allora ed in voga, il quale nel cuor della state recifutan do ad essi con molto calore 1'Andromeda, ronO molti presi dalla febbre nello stesso tratto, e dipoi uscendo eran commossi dalla Tragedia, fisa avendo nel cuore la piacevol memoria di Ane volando intorno ai loro sensi Perseo dromeda, colla sua Medusa. Se adunque e lecito paragocodesto morbo. abnare l'una cosa coll'altra, a molti dotti, non che deritano soprawenuto se che ci saria nulla, facciano essi Tragedie, non cattivi di impazzissero occupandosi di iambi

5 alrtri, che si mosso questo romore e e la disfatta questa guerra contro dei Barbari, in Armenia e le continue vittorie, non vi niuno che non iscriva Istoria, o divenuti piuttosto ma da

Erodoti e Senofonti. E semson tutti Tucididi, bra fosse vero quel detto, che la guerra madre di ogni cosa, se appresso un sol vestigio ha Vedendo perci, o agenerato cotanti Storici. mico, ed ascoltando io tali cose mi risovvenne il fatto del Sinopese annunziandosi Imperocch che Filippo avanzavasi, tutti i Corintj si mossee ro tumultuando, ed era ognuno in faccende, chi apparecchiava armi, chi portava pietre, chi rifabbricava le mura e rinforzavane i merli, facendo altre cose necessarie ed all' uopo. Laonde Diogene vedendo cio, e non avendo che fare, ne servendosi alcuno di lui in niuna cosa, discioltosi il suo mantelluccio , incomincio ancor esso a voltolare cor, gran calore su e giu pel Cranione ]a botte ove avea la sua casa. E dicendogli uno dei suoi conoscenti: perch fai questo, o Diomuovo ancor io la botte per gene? rispose: non restarrni ozioso tra tanti affaccendati. Cosi ancor io, o Filone, per non rimanermi muto in un tempo tanto verboso, ne per essere traspor- tato qua e l in silenzio, come un figurante di COIRmedia, ho creduto esser bene per quanto io posso di muovere la botte, non per iscriver la Storia, ne per raceontare quei stessi fatti, - non -

6 essendo io cotanto audace, ne hai a temer questo di me; e so bene io quanto pericoloso il voltolarsi pe' sassi, e spezialmente un botticello come il mio, non anche bastanternente ridotto dal e mi converria all'urto di ogni piccolo vasaio, sassolino raccogliere i coccj. Cio che abbia io pensato, e come al sicuro vo5 essere a parte della guerra, or ti dir. Coll'astenermi saviamente dal fumo delle son congiunti que agli Scrittori certa breve ammonizione in pochi ammaestramenti per essere con essi a partenon della iscrizione, ma della fabbrica, toccato avenBench do la creta appena colla punta del dito. io mi sappia che la maggior parte tanto crede di abbisognare per tal faccenda di ammonizione, quanto vi voglia arte per passeggiare, guardare, anzi piu'facile ed alla mano giudie mangiare: cano lo scrivere l' lstoria, purch possa l5 uomo fare intendere i suoi concetti. Per avventura tu stesso, o sozio , hai conosciuto che non delle cose pi facili, ne che disavvedutamente possan e non vi negli studj delle Lettere compora, cosa, che abbisogni di maggior cura, se voglia che il suo argocome dice Tucidide, alcuno, mento sia per sempre ordinato , Io mi so bene che questo avviso non sar per molti, ed in ispezie per coloro che han gi finito, e la Istoria dei ed lodata dagli quali mostrasi in pubblico, tempeste e dai pensieri che alio scrivere sottometter io adun-

7 che voglian e saria pazza lo sperare, ascoltanti, questi ritrattarsi e scriver diverso, una volta ch e sono stati approvati gli scritti loro, e riposti quasi nelle sale dei Re Non sar~ nondimeno male di avvertir loro, che se per caso si suscita un' alo detra guerra, o dei Celti contro gl'Indiani, contro i-Battriani (non osandola niugl'Indiani no contro di noi per esser gi tutti domati ), possin meglio comporre, attenendosi a questa regoSe dipoi no, esla, se sembrera loro giusta. si allora colla misura istessa misurin la cosa, ed non si dar gran pena, se gli Abdetutti la Tragedia ritani recitino spontaneamente di Andromeda. Essendo necessario doppio consiglio per iscegliere alcune cose, ed altre sfuggiril medico ne, noi parleremo - da prima di cio che dee sfuge di che sopratgirsi dallo Scrittore d' Istorie, tutto gli conviene esser netto. Quindi di quali cose usando, buon viaggio non isbagli la retta via, e che a conduce, e come debbasi incomincon quale ordine debbano acconciarsi i fat-

ciare, ti, ed il torno che gli si ha a dare, e che debha. tacersi, ed in che trattenersi, e quali cose scorrere leggiermente, quali spiegare con pi pa-

insieme. Ma di querole, e farle corrispondere lle ed altre simili in appressa. Ora parleremo E primamente sa,ei yizj dei cattivi Scrittori, ra ben lungo l'annoverare i difetti comuni ad ogniui di cpstoro nella lingua, nell' armona, nel

8 ed altre rozzezze, n cio proprio di questo argomentQ, comuni essendo, come ho gi detto, ad ogni scritto' gli errori di composizione e di lingua Se vuoi dipoi osservare i difetti della Istoria, tu gli ritroverai tali, quali a me assai volte ascoltandogli sono paruti, e spezialmente pensiero se tenderai a tutti 1' orecchia. Ne sar fuor di luogo di ricordare intanto alcuno di quegli gi -seritto. Ed in primo luogo osserviamo in quanto grande errore sieno essi, che tralasciando i s' intrattenpiu di loro di raccontar 1' avvenuto, legono nelle lodi dei principi e dei comandanti, vando in alto li proprj, ed i nimici abbassando fuor di misura, ignorando che non da piccolo muro, o spazio separata l'Istoria dall'Encomio, ma che tra di loro evvi un gran muro, dei musici, vi tra loro un e, per dirlo all'uso intervallo di una doppia ottava. Imperocch allo di elogj non importa che una sola cosa, cioe di lodare e rallegrare il lodato; e se per ottenere il suo fine gli convenga mentire, poco ne Laddove alio Istorico non si perdona la cura pi lieve menzogna negli avvenimenti, non men di cio che rlaccontasi dai servi dei medici dell' arScrittore teria aspra, che non pu assorbire in se nulla. E sembra che costoro non conoscano, che altri sono i precetti della poesia e dei poemi , ed altri della Istoria. z limiti, E che in quelli v' e libert sene non vi che una Iegge, cio ci che

'9 e compiace al poeta, il quale pien dell'Iddio, mosso dalle Muse, e pu anche volendo attaccare ad un carro alati cavalli , e farli correr sut-, o sulla cima delle spighe, e non se ne. l'acqua, ha loro invidia, come ancora quando il lor Giove cingendogli con una sola catena si trae seco il; mare e la terra, non temendo che quella rofnpendosi, si rovesci e perda ogni cosa. E quando non impedipur vogliono lodare Agamennone, scegli niuno, che abbia esso gli occhi ed il capo simile a Giove, il petto al suo fratello Nettuno, cingasi come Marte, ed in fine il figliuolo di Erope e Atreo sia un composto di tutti gl'Iddii, non hastando a compiere le sue bellezze GioL'Istoria dipoi se cade in ve, Marte, e Nettuno. simili adulazioni, cosa si altro se non una pedestre poesia, priva della magnificenza di quella, ed un accozzamento miracoloso senza metro, e per cio pi chiaro apparente? Si adunque un. anzi pi che gran vizio, il non sapere grande, separare-1' Istoria dalla poesia, e il misch iare neJ., ristoria gli ornamenti dell' altra, intendo la favola e l' encomio, e gli abusi tutti di quella. Come se ad un atleta robusto e duro. quanto un elce, si ponesse indosso la porpora ed altri puttaneschi ornamenti e col rosso s'imbellettasse la Quanto per Ercole sara questi ridicolo svergognato da tale ornamento! Ne dico oio perche nell'lstoria non debbasi mai lodare, ma la faccia

10 lode va posta suo tempo e luogo, e si ha a misurare secondo la cosa, accio non divenea O noiosa ai lettori avvenire, ed il tutto dee regolarsi sul tempo futuro, come mostreremo tra poco. Coloro dipoi che credono ottimo che la Storia sia divisa in due parti, di piacere cio e di ufilit, e che v' inchiudon per ci anche la lode, come cosa piacevole e rallegrante i lettori, osserva quanto si allontanin dal vero, primamente perche fanno uso di una divisione fallace, essendo uno 1' opera ed il fine dell' Istoria, 1' utilit cio che si racoglie dal vero. II piacere dipoi, se pu ottenersi, un pregio di pi, come si h la bellezza ad un atleta, nulla impedendo che Nicostrato d' Isidoto della stirpe di Ercole fosse e pi forte degli altri compeuomo di cuore, egli di aspettd e comhattesse con esso il bello Albrilttissimo , co milesio, amato da lui, secondo si dice. Cosl la Istoria, se come di giunta adoperera il piacetitori suoi, comeche re, si conciliera molti amatori, ed avendo la sola e particolare sua perfezione, intendo Ja dimostrazione del vero, poco curerassi della bellezza. E che nella far al nostro proposito il ricordare , ed it Istoria il favoloso non e punto piacevole , lodare soprattutto si e cosa agli ascoltanti increscevole per ogni verso, quando non sien questi feccia o plebe di cittadini, ma tali, che voglian per Dio! a modo di Giudici udire ancor le calunme 5 si fosse

11 ed a' quali non isfugga nulla, e che vedano pi e fino di Argo, ed in ogni parte del corpo, che facciano il conto di ciascuna parola, cotalch rigettino alme delle monete i bambini, le inutili, ed accettino le giuste, legitA questi tali conviene time, e di buon conio riguardare mentre si scrive, e poco curarsi del'istante non cuSe in lodare. se altri, crepino pur gli rati poi questi, acconcerai 1' lstoria fuor d' ogni facilmodo con favole, lodi, ed altre smorfie, mente la renderai simile ad Ercole in Lidia. Imperocch non e difficile cbe lo abbi tu veduto dipinto, che serve ad Onfale, adorno di un abito menlre colei si sta coperta colla afEatto strano, pelle del leone, e tiene in mano la clava com' essa fosse Ercole, ed egli si sta in un ammanto lucido di porpora, filando la lana, e percuotendolo Onfale colla ciabatta Ed vergognosissimo il vedere, che la veste si scosta dal corpo, ne vi si appoggia, e cosi tutto il forte del Dio E forse loder il scorgesi effeminato. vol go queste tue cose, ma quei pochi che tu discon molto gusto si sazieranno di risa, pregi, vedendone l' assurdit, il disordine, e la sconvenevolezza. Ad ogni cosa va congiunta una certa bellezza; se la poni fuor del suo luogo, diverr questa deforme. Tralascio di dire, che non sono le lodi accette che al solo lodato, ed odiose ai e spezialmente se danno in eccessi, rimanenti, vilmente

Ia come suol farsi dal volgo degli scrittori, che an-t. dando in caccia della benevolenza dei lodati, tanto vi s' intrattengono , che a tutti si manifesta chiara 1' adulazione di loro, perocch non sanno ci fare con arte, ne adombrano il lecco, ma forsennati sieguono idee povere, raccozzate, ed incredibili, di modo che neppure ottengono cio che ardentemente desiderano. E quelli che son e come , da essi lodati, gli hanno pi in dio piaggiatori gli fuggono, facendo a meraviglia , Cospezialmente se han sentimenti magnanimi. me di Aristobulo , che scrisse il duello di Alessandro con Pom; il quale leggendo a preferenza quella parte del suo scritto ad Alessandro ( credendo di accattarsi gran benevoglienza dal re .col mentire alcune sue valente e fingere fatti maggiori del vero), prendendo il libro Alessanritrovavansi navigando nel fiume dro, perocch Idaspe, lo gitto gi nell'acqua dicendo: converche hai per ria fare a te lo stesso, Aristobulo, e con una frecme intrapreso questa battaglia, E dovea di ragione cia ammazzato elefanti. cosi.sdegnarsi Alessandro, il quale non soffri nepche prometteya pure 1' audacia dell' architetto, fare del monte Athos una statua di lui, e trasformare cosi quel monte nella sua effigie. Ma conoscendo egli all'istante quell'uomo per piagserne altre cose n per pill per quella, giatore, vissi di lui. E come puo dipoi l'uomo compiacersi

i5 di tai cose, a meno che non sia stupido , e che goda di sentirsi lodar con tai modi, de' quali cocome gli uomini noscesi la verit nell' istante, che indeformi e le donnicciuole principalmente , ai dipintori di dipingerle pi belle che se e credono di essere pi avvenenti, possono, un rosso pi florido, mescolato quello v'impiega giungono Tale si il volbianco assai ed orpimento? le cirgo degli Storici che sieguono il tempo, dalle e 1' utilita che si ripromettono costanze, i quali bene di avere in odio, essenIstorie, con e senz' arte , che in avvenire colle loro caricature renderanno ogni fatto sospetto. E se crede alcuno, che del tutto debba l'Istoria di piacevole, essere mescolata do ora adulatori manifesti vel ponga ornamenti ove pu starsi colla verit negli altri del discorso, i quali trascurando quei stanno su cio che nulla importa alla co-

voIgari, sa. Ma vo' io raccontare quanto poco fa ricordomi avere udito di certi Storici nella Jonia, ed "in Acaia, ove pure per Dio! han.descritto la guerra presente. E per le Grazie! non vi sia niuno che non creda cio che io diro , perocch potrei esser vero , se istesse bene il porre negli giurare scritti un giuramento civile. Uno adunque di essi 'di subito incomincio dalle Muse, chiamando le Iddie a porre con lui mano alla Istoria Vedi che bel principio convenevole ad Istoria, ed acconcio a tai genere di scritlura ! E cosi andato

>4 alquantO innanzi, paragono il capitano nostro ad non acAchille, ed il re dei Persiani aTersite, che saria il suo Achille pi eccellencorgendosi, te riuscito, se in luogo di Tersite ucciso avesse Ettore: e se Pria giaunforte da un pi forte fuggendo, Stato fosse inseguito di poi un encomio degno di se stesV'aggiunse so, e quale si convena ad uno scri ttore d'imprese si illustri. E continuando lodava Mileto sua patria, soggiugnendo, che operava in cio meglio di che non ricordo mai la sua patria. E, Omero , nella fine del proemio promettea a chiare note, che innalzato avrebbe le nostre imprese, e che, per quanto potea, avra pur esso fatto guerra alIi E cominciava 1' Istoria in tal modo, Barbari narrando insieme la cagione del piincipio della di Voquel malvagissimo Imperocch a logesot che possa mal capitare, incominci per si fatta cagione. Ma basti orguerreggiare mai di costui. Un altro acerrimo imitator di Tucidide, per rassomigliare fedelmente l' originale, incomincio col suo nome, come quegli, con un prologo di ogni altro dolcissimo, e spirante un soave odore di attico timo. Sentilo: Creperejo guerra. scrisse la guerra Calpurniano Pompejopolitano che si fecero i Romani ed i Parti combattendo tra loro, incominciando dal tempo che si eceitd ec. Talch dopo si fatto cominciamento , che

i5 ti diro io delle altre cose7 di quanti discorsi tenne in Armenia, ponendo in iscena I' Oratore dei Corciresi, o qual peste mando ai Nisibini, che non avean seguito la parte dei Romani , toglieneccetto ll solo dola tutta di peso da Tucidide, abinella la e quale longa muraglia, Pelasgico, tavano gli appestati ? Del discesa era in Etiopia, molte delle terre del re, Ed intanto si rimanesse rimanente incominciata in Egitto, e quindi in e buon per noi che ivi seppellendo esso in Niio mi partii minutamen-

sibe gl'infelici Ateniesi, te sapendo cio che avrebbe esso detto dopo la mia in oggi si molto comune partenza. Imperoccb il credere tando di essere pocbe cose, ed anche le minime simili a Tucidide, se mudicansi le parole sue istesse ,

e tali come, tu stesso diresti, non per questo, per Dio! e mancava poco che quelle cose non tralasciassi. Questo nostro Storico dipoi molte spezie di armi le scrisse, come Ie appellano i Romani, come ponte, fossa ed altre cose simili. Or pensa tu un poco al decoro della Istoria, e quanto si stea bene a Tucidide questa mescolanza di nomi ateniesi e italiani, che vi aggiungono come un ornamento di Un' alporpora decente ed in accordo col tutto tro di essi raccozzando in iscritto un nudo comentario dell' avvenuto, Io compose in istile basso e plebeo, e come lo avra pur fatto descrivendo i fatti del giorno qualunque soldatello, o

16 vivandiere, o saccomano che seguisse l' esercito. Tuttava erasi pi soffiibile codesto idiota, manifestandosi da prima quale si era, e presentando il lavoro suo ad altro piu forbito, e capace di trattare la Istoria E soltanto v' e da riprenderlo, che avea intitolato i libri suoi in istile assai tragico per la lor condizione: Le Istorie Partiche di Callimorfo medico della Sesta degli Astati: e ad ogni libro v' era soprapposto il suo numero, e fece per Dio! il prologo -pi che fredessere proprio dei medici 10 do, conchiudendo: scrivere Istorie, perch Esculapio e figliuolo di Apolline, ed Apolline conduttore delle Muse e principe di ogni dottrina , ed incominciato avendo a scrivere in dialetto jonico, non so con qual consiglio, in un momento pass al plebeo , ed dicendo: Cirusico, tasto, tamanto e frebe , altre cose comuni alla plebe, e le pi da mercato Convienmi dipoi fare or menzione di un iiom sapiente, e rimanendosi egli innominato ed essenoscuro , non diro che il suo pensamento, do i iiLiri suoi poco fa pubblicati a Corinto superiori ad ogni speranza. Imperocch nel primo periodo del suo proemio interroga i suoi lettori, studiandosi di dimostrare un' alta dottrina, cio che al solo sapiente si sta bene lo scrivere Istorie, e poche righe appresso evvi un altro sillogismo, e quindi un altro. E tutto il suo prologo cosi composto. d' interrogazioni, argomenti e

17 sazievoli lodi L' adulazione v'abbonda, I quistioni. ed importun, goffe e da buffone, n6 queste senza sillogismo, ma interrogate insieme e raccol te e non deUna cosa pero sembravami soperchia, gna di un uomo filosofo e di un barbone Jungo e cahuto, cbe dicea nel prologo che il capitano che non isdegnavano nostro era tanto eccellente, i filosofi di scrivere le sue imprese , dovendo egli a parer mio piuttosto far rifletter tal cosa , che N ci e permesso di non ricordare colui, che incomincio con tal pro logo : Vendei Romahi e dei Persiani Ego a ragionare doveano mal capipoco appresso: imperocch E di nuovo tare i Persiani : Era Osroe, che i Greci chiamano e molte altre cose Oxiroe, dirla esso stess. si fatte, talche vedi esser questo simile all' altro, in quanto quello a Tucidide e questo assai bene Certo altro pur v' ebbe assoinigliava ad Erodoto nobile per eloquenza, e simile esso ancora a Tucidide, o un poco meglio di lui, il quale con verit e diligenza grandissima traducendo a suo senno tutt'i nomi dei monti, dei campi e dei fiumi, ed augurando il malanno suI capo degl' inimici, e descrivendo il freddo sopravvenuto sopra le nevi caspie ed il ghiaccio delle GaUie, impiega quindi quasi tutto il libro-nella descrizione dello scudo dell' imperadore, e della Gorgona nell'ombilico cogli occhi tra nero, bianco e turchino , e della cinta color dell' iride, e de' draconi ristretti 2 Yol, II.

18 ed avviticchiati di Vologeso, ed il freno del suo cavallo, corpo di Ercole!, quante altre linee pur non ingombrano? e come era acconciata la chioma di Osroe, quango pass il Tigri a nuoto, ed in qual grotta si a boccoli. E le brache

ripar, accerchiata tutta di lauri , edere e mirti, che la rendeano assai ombrosa. Osserva quanto sieno cotali cose necessarie alla Istoria , e come non potremmo senza queste conoscere 1' avvenuto. Ma per mancamento di buon giudizio, e per ignoranza di discorso rifuggono a queste regioni ed a queste grotte. E quando si avvengono , molte e grandi imprese, sonosimiglianti alio schiadel padrone, vo arricchito di fresco daireredit che non sa come acconciarsi la veste, ne il modo di pranzare, ed essendogli poste innanzi delle carni di porco e di capro e degli uccelli, avirivolgesi a qualche piatto di Legumi e Cosi colui di saIse, e se ne satolla a cr.epare. di cui parlava poco anzi, descrisse delle ferite coe delle morti stranissime, affatto incredibili, me di uno che ferito nel dito grosso del piede morissi all' istante, e come al solo gridare del caDimorti ventisette pemici. Prisco c^ddero pitan ppi nel numero dei morti ha pure mentito, facendolo maggiore di quello .spritlDj?eJIe lettere dei morirono dei Generali, dicendp che all'Europo nimici trecento settaptamila dugento sei, e dei Romani due soli, e feriti pe furon nove. Ma damente

19 tonviene aggiugnere pur questo, non essendo picatecola cosa, che per compaiire strettamente nella purit della lingua, niese, e diligentissimo trascredette bene di far greci i nomi romani, Croportandogli in greco, chiamando Saturnino, nino, Frontone, Frontino e Tiziano, Titanio, ed altri ancor piu ridicoli. E parlando pur costui della morte di Severiano, disse che tutti gli altri ch' e' morisse di spasono ingannati in credere, da, quando si mor d' inedia , essendogli tal gesembrato

dolcissimo; ignorando ch'ei morissi tra tre giorni, secondo io credo, e che senza cibarsi molti son vivuti anche per sette giorni, se pure alcuno non s'immaginasse che si stesse Osroe aspettando il tempo che Severiano morisse di fame, e non fosse percio sopravvivuto i sette giorni. Dove dipoi ponerem noi, o mio bel Filone, le parole poeticbe , delle quali si servono nella Istoria, dicendo: la macchina il muro cadnndo forte tuon, e quinstridea, di in un altro libro della bella Istoria : Ed essa risuona dal fragore delle ripercosse adunque armi, era fracasso ogni cosa e suono pien di e il capitan tra se si volgea nelV aspavento, nimo in qual miglior modo avvicinar si possa alle mura. Intanto tra queste sono incastrati molti vocaboli ineschini e plebei : II generale dire, i soldati compravano il bisogno, spaccid al e lavati da quelli , e molti altri andavano

nere di morte

20 simili, per imitar fedelmente il tragico attore, che tiene l'uno dei piedi innalzato col coturno, e porta l'altro ricoperto dal sandalo. E pure altri ne co' prologhi splendidi e tragici e lunghi oltre ogni termine, talche essendo tali ti stai in isperanza di udire in appiesso cose maravigliose, ma il corpo dipoi della Istoria e cosa piccolissima e bassa, di modo che smbra, se mai tu il vedesti, ad un fanciullo di quelli che rapche scherza con una faccia presentano Amore, E gli ascoltanti gran de da Ercole, o da Titano. di subito esclamano: partori il monte. Ma non conviene sien tali, ma che ogni cosa si rassomigli, e sia di un solo colore, e che corrisponda e che essendo al capo il rimanenle del corpo, il morione d'oro, non sia la corazza ridicolosae mente formata di stracci e di pelli logorate, 10 scudo di vinchi, ed i gambali di pelle di porco Tu vedrai in abbondanza di questi scrittori, che hanno sopra un corpo di nano il capo del colosso di Rodi, ed altri all' incontro, che banno il corpo senza capo, e chi senza prologhi ne vengano subito ai fatti, facendosi scudo dell' esemche cosi incomincio: Di Dapio di Senofonle, due figliuol, e rio e di Parisatide nacquero che i prologhi bandi altri antichi, ignorando no certa forza che sfugge alio intelletto del volNon pertanto go, come altrove dimostreremo di tutto cio che si e mancarnento sopportabile vedrai

31 elocuzione e di ordine; ma le menzogne sopra dei ma di stadmi luoghi, e non solo di parasanghe , E tra intieri, a qual bellezza rassomiglieremo ? ordino i fatche si ebbe v' uno, goffamente questi ti, il quale non avendo parlato mai con niun Siro , ne, secondo si dice, udito avendo favolegdi discorrendo nelle cio harbiere, Europo giar dice cosi: Europo t: situato nella Mesopotamia lontano dall' Eufrate due stadmi , e fu fabbriNe gli basto tutto questo , cato dagli Edesseni. ma toltasi il valentuomo in ispalla Samosata mia patria, 1' ha nello stesso libro con tutte le mura tale la rocca trasportata nella Mesopotamia, che circondata da due fiumi, che dall' una e e poco meno cbe l'altra parte quasi la toccano, E saria ridicolo, o mio non ne bagnan le mura Filone, che dovessi io qui ora farti l' apologa, che ionon son parto, ne mesopotamio, come trasportandomi mi situ l' ammirabil scrittore. E sar cosi per DioJ anche pur da credersi cio ; che istesso afferm con giuramento di Sevequesto riano, dicendo di averlo udito da uno di coloro Perocche che fuggiti si eran da quella azione non aveva voluto morir di spada, ne bere il'veleno, ne ravvolgersi un laccio, ma pensato ayea ad una morte tragica e strana per audacia; e trovandosi avere delle grandi tazze di bellissimo morire, vetro, ruppe dappoich del tutto la pi grande stabili di deUe tazze e si

22 servi dei pezzi per arnmazzarsi, segandosi col vetro la gola, non avendo potuto ritrovare un pugnale o una lancia da incontrare una morte da valoroso e da eroe. Quindi siccome Tucidide l'cit 1' orazione funebre a quei morti in credette cosi egli guerra, pure convenirsegli dir qualcbe cosa di Severiano tutti costoro gareggiano con Imperocch il quale non ha nulla cbe fare co' diTucidide, saslri di Armenia. Seppellendosi percio Severiano con grande apparato, si fa innanzi alla sepoltura un Afranio Silone centurione, emulo di Pericle, il quale tante e si grandi cose va declamando di lui, che, per le Grazie, vi bene per Ie risa da sparger lagrime. E spezialmente quando r oratore Afranio nel fine del discorso piangendo con rammarichio pietsissimo, va rammehtando te lussuriose sue cene ed i preziosi Suoi vini, e v' impone poi una cornice degna di Imperocch impugnata valorosamente la come ad Afranio si convenia, alia vista di ognuno si decise innanzi al sepolcro, meritando per Marte! di esser morto molto tempo innanE disse che udenzi per aver cosi declamato, do cio tutti i circostanti si maravigliaropo e riclmarono Afranio di lodi. Quanto a me non Ajace. spada , fotea perdonargli che solo non avea ricordata e lagrimato alIa ricor' arrost e gl'intingoli, danza della torta, E di ci soprattutto io 1Q sul cominciar della

u3 ch'era morto vsenza aver prima scanincolpava, nato lo scrittore ed il maestro del dramma. Avrei di poi , o sozio, a contarti di molti altri simili a questi , ma voglio mi basti aver fatto memoria di questi pochi, e passero omai all' altra promessa mia, sul consiglio cm da adoperarsi havvi da chi ami di scriver bene. Imperocch alcuni CDe non curano e tralasciano di e degne di memoria ed imperizia del bello, e raccontan che si ha a tacere e discorrere, con abbondanza di le inezie, irrtrattenendevisi Come se uno parole e con caldissimo impegno. raccontando ye olimpice, a chi non la vide la bellezza di Gioche tale non la e si grande, lodasse insieme tutta, ma amriguardassen6 mirandone solo il lavoro e la polizia della base e dello scabello, gli andasse tai cose dimostrando con grandissima accuratezza Io bo sentito BcHi so chi che si disbrigato appena con sette parole del combattimento di Earopo, ed ha di poi impiegato pi di venti misure di acqua XieUa fredda ed in nulla a noi appartenente narrativa di certo cavaliere Mauro, di nome cbe vagando assetato in sulle monMausacca, si - abbatte in certi Villani siri, che glr tagne, un appareecbiarono colero il temevano, "hero per amieo, pranzo, quando il ficevettero e come da prima poscia il riconobe --g]i dierono imprese granper bassezza d'ingegno di cio e per ignoranza

24 a mangiare; ed avvenne che. uno di loro viaggiato avea nella Mauritania per avere in quel E su di i lunghe paese un fratello soldato. favole, del modo con che avea egli cacciato nella Mauritania, e veduto pascere molti elefan* ti, e come manco poco cbe non fosse divorato da un li.one, e quanti pesci comprato avea in E cosi questo illustre Storico, dimenCesarea. ticatosi le tante stragi seguite in Europo, i sacle scolte annate* cheggi, le tregue necessarie, e le contro scolte, fino a sera avanzata, siegue Malchione il siro, che compra in Cesarea grossi squagli a vil prezzo. E se non lo avesse sorla notte, per avventura cenato avrebbe essendo gli pure con quello, gi apparecchiati non fosLo che se stato diligentemente squagli se riportalo nella stovia , saremmo noi all'oscupreso ro di grandi cose, e sara stata insopportabile perdita pei Romani, se il Mauro Mausacca non avendo sete, trovato da bere, e riloravesse, Ma nato fosse senza pranzo all' alloggiamento io tralascio qui volentieri molte altre ridicolezze, cioe come dal vicino castello venne a loro una di flauto , ed i doni si fecero scambiedando il Mauro a Malchione la lanvolmente, cia, e questi a lui un suo fermaglio ed altre si fatie cose, che sono i capitoli della battaglia di suonatrice Talch potr dir taluno con tutta veriRuropo. ta y che senza riguardar punto la rosa, va costui

2.5 considerando le spine, che stannosi attentamente L' altro, o Filone, sommavicino alia radice mente ridicolo , cbe non ha mai posto piede fuori di Corinto, ne e giammai andatoal di l di Cencra , ne ha vedulo la Siria e 1' Armenia, ricordomi che comincio in cotal guisa: Le orecchia sono men fedeli degli occhi, io pertanto scrivo ma ci che ho venon ci che ho ascoltato, duto. Ed avea di fatto costui si scrupolosameate veduto ogni cosa, che disse che i dragoni dei Parti ( sono questi una insegna delle loro schiere, e credo che mille soldati si riuniscano sotto un dragone), eranvivi serpenti e grossissimi , che nascono nella Fersia poco al di sopra dell' Iberia E che questi in principio gli portano legati in cima di grandi e lunghe aste , e marciando di lontano fanno paura, e quando di poi ne vengono alle mani, gli sciolgono e gli gittano sopra i nimici, e cosi molti dei nostri ne rimangono di vorati, e ad altri avviticchiandosi gli soffocano e fanno a brani E cio vide egli assai da vicino in luogo sicuro, servendogli di specola un altissimo albero E fece bene di non avvicinarsi tanto alle bestie, altrimenti non avremmo noi ora pi un si maraviglioso scrittore, che opero ancora in questa guerra grandi ed illustri imprese pur colla mano, pericolato avendo pi volte intorno a Sura, passeggiando, come da credere, dal Cranio alia Lerna. E lesse tai cose, ascoltandolo i Corintii,

26 che sapean benissifno che non avea veduta la guerra neppur dipinta sul muro Ne conosce egli cosa sien maccbine, ir6i nomi delle schiere e del1' ordmanza E cosi poco sr e desso curato di nominare 1' ordinanza del centro e quelle dei lati, che dice l' avanzare il corno, avanzare la battaglia. Un altro di costoro eccellentissimo, tutto cio cbe dal principio Hno al fine si fatto in in Siria, nella Mesopotamia, in sut Armenia, Tigri e nella Medra, lo ha descritto nel giro di cinquecento parole, e facendo cio dice aver scrftto la Istoria. E poco manca che non sia ii trtolo piu lungo del libro, scritto avendo Rac: conto di quanto ora si pratieato dai Romani e nella Mesopotanella Media, nell'Armenia mia di Antiochiano vincitore nel Sacro Arringo. Ctedo the essendo fanciullo si rimanesse vincitore alla corsa del Dolico (1). Ho anche mteso dire di un altro, dhe avea scritto le cose avverrire, e la prigiona di Vologeso, e la disfatta di Osroe, cbe dee essere espostoal lione, tutto il tritfnfb da ndi desideratissimo, dola cosi da profeta, con poche parole Fond non perlanto una dell'Istoria. Mesopotamia di grandezza e soprate facensi sbriga

citta nella e di grandissima ,

(I) Era una corsa, che usavano i fancinlli greci, cho , in uno spazio di dodici, e SO si faceva, secondoalcuni sladii. CondoaUtriydi VCllll/ullllro

27 ma stassi tuttora eonsiglianbellissima, se dalla vittoria abbia a chiado e ruminando, o concorde, o pacifica. E di marla vittoriosa, ci ne pende ancora il giUdizio, ed e per noi bellezza , ripiena di assai questa bella citt senza nome ridicolo, e di pituita istorica. Le cose di poi che ha pur promesaccaderanno presso gl' Indiani, so di scriverle colla navigazione intorno al mare Ne si questa una somplice promessa, perocch gi composto il prologo dell'Indica, e fa terza legione co' Galli, ed un picciol drappello di Mauri solto la condotta di Cassio hanno di gi varcato il fiume Indo Cosa poi sien e corne resisteranno all' impeto degli per fare, eel sapr dire fra non mol to 1' ammielefanti, rando scrittore da Musuride e dagli Oxidraci In queste ed in altre simili cose impazziscon per ignoranza costoro, non vedendo cio che e degno esser veduto, e nol sapendo spiegare decorosamente vedendolo, e pensando e fingendo, dieoho inutilmente cio che gli viene in bocca, e mostransi venerandi pel numero dei libri, e spezialmente rji titoli. Siccorne di uno Vittorie Parti. che, e qui tanti libri , e di nuovo Partico PriPartico Secondo, Un altro si ,gli Auidi. gendosi: I Partonicici N racconto io ci per mo, forse per rassomigliare a assai pill gentile, legdi Demetrio Sagalaso. porre in burla e farmi ma per ragioni esterno

besse di queste istorie si belle,

28 dj bene, perocch quei che fuggiranno tali o sisi saran di gi migliorati di molto mili cose , nello scrivere con giudizio, e bisogneranno di poche cose , se giusto, quell' ammaestramento della Dialettica, che nelle cose che non vi via di mezzo bisogna abbassar l'una ed iunalzar l'altra. E ti dira forse alcuno: eccoti ben purgalo lo spazio e Ie spine ed i roghi che v'eiano troncati, e trasportate altrove se v' eran macerie, talche se v' era nulla di aspro, or si e tulto piano; che laonde ti bisogna fabbricare, per dimostrare, non se' tu solo, valente a distruggere, ma che sai e che niuno, ne pur pensar cosa a proposito, Dico adunque Momo istesso, possa riprendare. che colui che ha da scriver F istoria, dee princi paJissimamente possedere in sua casa queste due co. L' una non S, la prudenza civile, e l'eloquenza. puo insegnar la natura, 1' altra con molto esercizio e continuata fatica ed imitazion degli antichi si pu acquistare. Nella prima percio non vi bisogno di arte, ne di mio consiglio, perocch non si dice a questo libretto di far divenire prudenti ed accorti coloro, che non lo hanno sortine avrebbe egli prezzo se cio to dalla natura, potesse esser racconcio, e varra tanto, come di e cambiar piombo far oro, e rame di argento, Titormo in Conone, o Leotrofida in Milone. Ma non djove vi abbisogna ed arte ed intendimento, cio che si appresenta, ma per usarne per creare ,

29 ne Erodico, Icco, o Teone, convenevolmente , o chiunque altro atleta, prendendosi questo Perdi renderlo vincidicca (1), potran ripromettersi tore in Olimpia, non essendo esso da eguagliarsi e a Polidamante a Teagene tasio, scotusso, ma prometteranno solo, che dandosi loro matemolto mirenderannola ria atta a quell'esercizio, deIFarte. Per la qual cosa sa. gliore coll'aiuto di aver lungi da noi questa invidiosa promessa ritrovata rocch l' arte di cosa si grande non diciam noi di fare e difficile. istorico Pechiun-

que ci viene innanzi, ma a chi si di natura prudente, ed ottimamente esercitato nell' eloquenza dimostreremo certe vie rette , se tali comparir possono quelle, nelle quali altri entrati, con facilit e con prontezza pervenuti'sono allo scopo. N mi dfre che chi dotato di prudenza e d'ingegno, non abbisogni dell' arte per quelle discipline i. (1) Nel Testo qui vi sono queste parole: el rN oVTo^ FT/y J Tz1 ~S'ld Tauret xa*rs<T5tX>?x/fc'j> fjunqutoiq ifac&et's , jfe/Hj -dd 0' TO cio: T/LXIVYT-OU [lit 'Avti'o%oi; X>RQAROV <xC SX-S/KHJ. se questi <?guegli, che innamorato della matrigna ed ivtisichitone, e non Antioco di Seleuco per quella Stratonica. rs Vede ognuno che non hanno queste parole a far nulla col Testo, e vi sono state mescolate dai copiatoris i quali banno confuso colle parole dell*autore queste altre , cbe devono essere uuo scolio falto da alcuno nel marglne. Questa Storia di Stratonica ed Antioco pur ricordata da Lnciaho nella Descrizione della Dea Siria., ma qui non vi ha affclto luogo , o convien dire, che il Testo guasto: e non se ne ritrova senso ,

p GO non sapendo , conosce, imperocch, suonera pur la chitarra ed il flauto, e saprebOra senza la scienza non fara be ogni cosa altniupa di queste cose, ma dimostrandogliele cuno , facilmente le imparer, e se ne disimpegner poi da se stessp. Cosi egualmente a noi si dee ora affidare un discepolo tale, che non sia affatto rozzo a parlare ed intendere, e che senta je finezze, e che sia pur capace dj trattare i negozii, offrendosene l'occasione, e che accoppii alia scienza politica anche un cuor militare, e che praticato abbia alcuna volta nel campo, e che veduto abbia i soldati in battaglia ed ip esercizio, la qualita dlelle armi e delle macchine , sappia che cosa si fronte e cbe corni, che coe che cQsa sia sa ordinanza e che cavallena, 1' avanzare ed il ritirarsi, ed in fine che non sia uno, che sedendosi in casa, creda soltanto ai racconti. Massimamente poi e soprattutto sia d' animo libero, e non tema di niuno, ne speri da niuno, altrimenti sar simile ai cattivi giudici , conosca che per danaro rendon giustizia al favore ed al1' odio. Ne punto esso si brighi, che Filippo sia stato privo in Olinto dell'occhio da Astere di Amma si dimostri quale si efipoli archeggiatore, gli. E volendo scrivere saviamente non dee turbarsi con Alessandro dell' uccisione di Clito n'el convito, e comeche potente, paili pur di Cleone, come d*uomo furioso e cattivo, non temendQ cbe non

01 ne il suo dominio nelle aduj discorsi suoi , nanze , ne 1' intiera citt di Atene, se abbia a far l'istoria della calamit di Sicilia, della prigionia di Demostene e della morte di Nicia, della sebevvero , e dell' acqua che te che soffrirono, e come beendo eran la maggior parte ammazzati. uoniuno e come estimera, giusto, che Imperocch mo di giudiziolo incolpi, che racconti come avvennero quelle imprese, che maneggiate furono con o con poca fortuna, non avenpoca prudenza, dole esso operate, e non essendone che narratore. Talch se la flotta vinta. non desso che e se si fugge la sommerge non e desso che in; , seppure abbisognando dei voti, gli abbia segue , ei tralasciati. Che se tacendo, o dicendo in conera facil cosa a trario, potuto avesse rimediare, Tucidide con un leggier tratto di penna gittare a terra le fortificazioni di Epipoli, affondare la trireme di Ermocrate, e schiacciare quel maladetto Gilippo, mentre murava o rompea le strade, ed in somma cacciare i Siracusani nelle Latomie, e far navigare gli Ateniesi intorno alia Sicilia e alsecondo le prime speranze di Alcibiade. l'Italia, Ma io credo che cio che e avvenuto n~n pu agnomerarsi indietro da Cloto, ne rinnasparsi da di raccontare Atropo. L'officio dell'Istorico ogni cosa come avvenne. E cio non pu farsi, quando si teme Artaserse, per esser suo medico, e se ne aspetta una veste di porpora, una collana

52 d' oro, ed un cavallo Niso per prezzo dellff lodi dell' istoria Ma non avra cio fatto Senone Tucidide; e quanfonte, giusto scrittore, tunque privatamente abbiagli tutti in odio, stimera pi neccessario non tradire il comune, e far pi conto della verit che delle inimicizie, e se pure ami alcuno, peccando, non dee perdonargli. Imperocch, siccome ho gi detto, - solo e dee solo cercarsi dagli proprio della Istoria, scrittori la verit, e dimenticar deono ogni altra cosa, e finalmente questa la esatta regola e misura, di non riguardare a quelli che ora ci ascoltano, ma a quelli che avranno in avvenire in mano gli scritti nostri. Se di poi alcuno fa corte al presente, meritamente sar posto dal canto degli adulatori, i quali fuggia un tempo l'IstoRiria, non meno che la lotta 1' acconciatura portano percio quella memoranda risposta di Alessandro, il quale disse: Quanto volentieri vorrei io, o Onesicrito, dopo morte tornare in vita per poco, per sapere come gli uomini leggeranno in avve-llire tai cose! Se eglino ora le vanno appresso e le lodano, non maravigliartedi pescare con. ne, peroccht credesi ciascuno Chs questa piccola esca la mia benevolenza. se Omero ha scritte molte favole su d'Achille, vi s' inducono molti a crederle, perchk per dib per essi un gran temostrazione della verit stimonio, che non iscrisse quando era fifo,

35 donde aper lo che non sanno ritrovar cagione Colale sia adunque U mio stovesse a mentire. amante di lirico, impavido, incorrotio, libero, bert e di verit, e che secondo il detto del Comico: fico nomina il fico, e marrone il marror.eNon concedendo nulla all'odio ed all'amicizia, o vergogna, non avendo compassione, riguardo, sia egual giudice, benevolo a tutti, senza attribuire nulla pi del giusto ad alcuno. Sia ospite dei suoi libri, non abbia patria, non principe, si governi da se, e non ragioni cio che pi ace a questo e quell' altro, ma racconti i fatti come sono avNon senza ragione fe' questa legge Tucivenuti dide, e giudic la bont ed i1 vizio dell'Istoria, vedendo Erodoto assai celebrato Muse i suoi libri. Perocch glio scrivere fino a chiamarsi dice egli di voler me-

per tutti i tempi; che correr l'arrinne andare appresso go'di piacer solo ai presenti, alle favole, ma lasciare agli avvenire la verit pura dei fatti. E pone innanzi l'ulilit ed iI fine,

che dee ogni uomo assennato stabilir nella Istoria, cioe dice egli, che se per caso accadano in appresso cose simili, riguardando a c che si scritto , farne buon uso alla circostanza. E tal sentenza dee pure avere il mio storico dee Quanto poi alla lingua ed alia eloquenza, essere quella aspra e vigorosa, stretta di periodi, e contorta di argomenti; e quanto alia forza retsi provi di scri vere non tioppo acuto e lorica, Vol. II. 3

34 ma placido e riposato. Le sentenze violento, sian spesse e frequenti, la dizione lucida e civile, e che dimostri 1' argomento pi che si pu chiaramente. E siccome ponemmo per iscopo dello scrivere la libert e la verit, cosi nella sua dee essere il principal scopo il raccontar chiaramente, e far che la materia si renda nota a chiunque, senza usar nomi oscuri e fuor d'uso, ne altri accattati nelle taverne e nel mere gli lodicato, ma tali che il volgo gl'intenda, no i dotti. Che i modi di poi non sien gonfj , e che risentano di esser stati cercati; altrimenti renderanno il discorso simile ad un brodo condito. E puossi anche far uso delPArte poetica, ove pu essa dovizia di modi e paentrarvi, avendo pur role grandiose, spezialmente quando 1a narrativa raggirasi sullo schierar degli eserciti, e nelle battaglie di mare o di terra. Imperocch pur alloranecessario un qualche vento poetico, che gonfi le vele, e che tenga innalzata la nave sulle cime dei flutti. La dizione di poi si stea bassa ed a terra, ed innalzisi solo colla bellezza o la grandiosit dei racconti, e quanto si e in suo potere conservisi eguale, non vada vagando, ne fuor di luogo s' innalzi, essendovi pericolo grandissimo di uscir di tuono, e cadere in furor poetico. Per la qual cosa si dee fidare nel freno, e starsi in senno, considerando che la troppa ferocia, siccome nei cavalli, cosi pur nel discorso non picciolo dizione

03 vizio. E sar allora ottima cosa, che alla mente a pieun da come cavallo, appresso venga portata di Y Elocuzione, e prese le redini, vada regolandall'imdoil cavallo, che non si lasci trasportare peto. Dee poscia anche usarsi di una giusta e di parole, ne dei queste temperata cornposizion allontanarle troppo o distrarle, che sarebbe aspra cosa, ne fa che rendino suono, came fanno i pi , la perocch la prima di queste cose e viziosa,'e agli ascoltanti non grata. I fatti di poi non eonviene tesserli a caso, ma con diligenza e travaglio, e farne replicate volte il saggio, spezialmente se son cose presenti o veduseconda riesce Se poi no, tenga dietro a coloro, che son pi e che non puo conghietturarsi che per di fede, odio o favore occultare o aggiugner possano alE qui necessario di cuna cosa dell' avvenuto. te esser cap ace a distinguere cio che piu probabile il tutto od ed accordare insieme E dopo aver raccolto di tutto si faccia

il piu, primamente

un compendio, un corpo deforme componendosi e indistinto, e quindi dandogli ordine, gli si dia bellezza, e coloriscasi colla dizione, coll'ordine , e coll' eloquenza, e sia in tutto simile a quel Giove di Omero, riguardante ora la terra dei cavalieri tracii, ed or quella dei misii. Cost pur egli ora riguardi le cose particolari dei Roed ispieghi a noi quali gli sembrino vemani, dute da alto; ed ora quelle dei Persiani, e

56 se combattono, e nella pugna non riguardi ad una parte sola, ne ad un sol cavaliere o fante, se per caso non assaltasse un qualo impedisse la discesa un Democbe Brasida, osservi i capitani, ed ascolii stene. Primamente cio che banno essi comandato, e come, e cort e con qual consiglio si sieno ordiqual mente, nati. Quando poi son venuti alle mani, lo spettacolo divien comune, e pesar dee come in bilancia tutto cio che si fa, e fugga anche esso ed Ed osservisi in tutto cio una misura, ne insegua. sia in raccontare sazievole, rozzo, e puerile, ma si disimpegni con facilita, e bene istabilite codeste cose a suo luogo, passi ad altri racconti se fa il bisogno, e vi ritorni dr poi sbrigato, quanE procuri per quanto pu di do v' richiamato e distribuisca la materia secondo i affrettarsi , tempi, e voli dall' Armenianella Media, e quindi scuotendo di nuovo le penne nell' Iberia, e poi senza mai perder tempo. Del tutto nell'Italia, dimostri il suo animo simile ad uno specchio, chiaro, e corrispondente al suo censplendido, tro, e quali riceve le immagini delle cose, tali e nulla di strano, o di diversa lile dimostri, Imperocch non deono scrivere gura o colore dirma cio che dee come storici oratori, gli gli si, come di gi avvenne tale ha da dirsi, non Laon, essendovi altro bisogno che diordinarlo. de non conviene cercare cosa si ha a riferire. cosi amendue

5, dee estimarsi d'Istoria In somma uno scrittore ad che debba esser simile a Fidia, a Prassitele, Alcmnene, o ad alcun altro di questi Non faceano essi ne l'oro, ne l5 argento, ne l'avorio, n altra materia, ma queste cose si ponevano loro innanzi-, somministrandole gli Eliesi, gli Ateniesi, o gli Argivi. Eglino modellavan soltanto, e segavan e lo ace il pulfano, e lo incollavno, l'avorio, e vi davan sopra un fior d' oro, conciavano, e quest' era loro arte, di disporre la materia al Tale si pure l'offizio dell' istorico , bisogno di disporre cio pur le imprese in bell' ordine , e dimostrarle con quanta si pu pi chiarezza. Intantoch se chi le ascolta si crede di aver veduto cio che si dice, e poscia ne fa lode, allora veramente ha conseguito Fidia alla sua storia il nome di diligente -ect accurata, ed a se un giusto encomio. Apparecchiata ogni cosa, non incominci senza prologo, se pur la cosa non istrettamente richiedesse , che si premettesse alcuna cosa nel prologo , dicbiarando cio che si ha da dire. Quando si fa prologo s'incomincia con due sule cose, e non con tre come gli oratori, e tralasciato cio che riguarda la benevolenza, dee procacciarsi F attenzione e la pazienza dei suoi ascoltatori E gli presteranno attenzione se parlera di cose grandi, necessarie, domestiche ed utili; e pazienza, se rendera chiaro cio di che dee parlal'e, riponendone innanzi le cause, e dichiarando

58 i capi degli avvenimenti Di tali prologhi han fatto uso i migliori istorici, siccome Erodoto, acciocch non isvanissero col tempo le imprese , essendo grandi e ammirande, dimostrando le vittorie dei Greci e le rotte dei Barbari; e Tucidide, istimando esso pure quella guerra esser grane pili delle passate rilevanle e degna dissima, di memoria, avvenute essendone fortissime disAd un grandioso prologo deono esavventure sere conseguenti i fatti, secondo i quali pu accrescersi ed isminuirsi. II passaggio alla narratinon essendo il corpo va sia facile e naturale, timanente della Istoria che un racconto seguito. Si adorni pertanto questo racconto con qualche pregio, e proceda sempliceed eguale, e sempre a senza innalzarsi o abbassarsi. Si scorga quindi fiorire nella dizione la chiarezza, la quale dee, come ho detto, comporsi coll'ordinata unione dei fatti. Ne trarr a perfezione e compimento le se simile, cose, se compiuto cio che va prima, non induce e lo raffermi bene subito cio che dee seguire, come con una catena, acciocche non si disciolga; n sembrino essere molti racconti posti gli uni appresso gli altri, ma sempre il primo partecipi del secoado, e non solo gli sia vicino, ma si mescoli pure cogli ultimi. La prestezza utile e massimamente se vi e abin ogni faccenda, boqdanza di cose da riportare, e questa convien procacciarsi non tanto dainomi e dai verbi, quanta

59 che scorrendo dagli stessi fatti. Questo intendo, Ie piccole cose e meno necessarie, parli con abbondanza delle grandi. Di pill deono pur tralasciarsi molte cose , imperocch convitando gli- amici, apparecchiate che bai le vivande, in mezzo alle paste, ai cinghiali ed ai leagli uccelli, pri, ponendo pure le trippe, le rape, e lefave, non curi nulladimeno codesti cibi pi vili. Spezialmente fa bisogno essere accorti nella descrizione dei monti. dei mari, e dei fiumi, per non parere di mostrare goffamente eloquenza ed, abbandonata la Istoria, farti bello, ma leggiermente toccandolo, quanto puo richiedere la chiarezza e 1' utilit, passa innanzi , e fuggi come il vischio delizie cotali. Come vedi operare al magnanimo, Om,ero, il quale, bench6 poeta, tralascia Tantalo, Issione, Tizio, e i restanti. Cbese avesse avuto a parlare Partenio, Euforione, o non credi tu che co' versi si sarian CaUimaco , portati l'acqua di Tantalo lino alle labbra, e con quanti altri non avrebbero rivoltato Issione? Osserva di poi quanto meglio usando Tucidide di tal breve forma di discorso, si disimpegoi quando descrive una maccbina, o dimostra l'ordine di un assedio, utile in se, e necessario, o la forma di Epipoli , o il porto dei Siracusani ; e quando poi descrive la peste, sembra esser Iunconoscerai cogo. Tu considera Ie cose, che si la prpstezza, e fuggendo pure ti riterranno ,

4o essendo molti gli avvenimnti. Allorch poi converr porre innanzi alcuno a parlare, dicansi cose convenevoli alle persone, e proprie dei negozio, di che. si tratta, e queste colla maggior cbiarezza. Ed in tal mostrare caso potrai usare della rettorica , e la forza della eloquenza. Lelodi ed i bia-

simi sieno modesti,

e non calunniocircospetti, si, brevi, dimostrati, ed a suo luogo. Altrimenti e sarai tacciato come saran fuori di tribunale , che per inimicizia accusa molti, e Teopompo, lungamente piuttosto in acconcio si ferma in cotal bisogna, che sembra accusatore che istorico. E se vi accade

alcuna favola, raccontisi pure, senza punto affermarla, ma si lasci neI mezzo, perche ne pensi ognuno come meglio gli pare e tu non da nessuna parte sii sicuro dal biasipendendo mo. Finalmente ricordati di cio che io ripeter di scrivere non riguardando spesse volte, cioe solo al presente, perche si lodino ed onorino gli uomini di oggidi, ma rivolgi nella tua mente tutte Fta, o piuttosto scrivi per gli avvenire, ed aspettati da quelli la mercede degli scritti tuoi, e fa che dican di te: costui pure era uom libera, ed in esso non vi nb e pien di franchezza, ma verita in ogni nt schiaveria, adulazione , Chi ha senno porr ci al di sopra di tutcosa te le corte speranze di questa vita. Osserva cosa mai fece quell5 architettore di Cnido, il quale edificato avendo la torre nel Faro, opera di

41 dar lume ai bellissima e altra per grande ogni naviganti in alto mare, perch non fossero trased ineviluogo scabroso, portati in Parelonia, tabile per chi cade in quegl- scogli. Edificando egli tal' opera, suo nome, e coprendolo colla calce, poi il nome del re, che allora regnava, scrisse di dentro in su i sassi il vi scrisse

prevedendo cio che avvenne, perocch in poco tempo cadendo colla arricciatura del muro le lettere, si Cnidio agl'Iddii Sostrato di Dexifane scuopri: salvatori Cosi adunque egli non pei naviganti ebbe punto riguardo al suo tempo, conoscendo breve la vita, ma ora, e sempre finch si star in piedi la torre, rimarra la lode dell' arte sua Cosi pertanto convien pur scriver l'Istoria con e non con verit, speranza avendo nell'avvenire, adulazione pel piacere della lode dei presenti. La verita i1 canone e la misura di giusta Istoria ; che se alcuni lascerannosi cosi regolare, la faccenda andr bene, sito; caso diverso, botte nel Cranio. ed avrem avrem nQi scritto a propoper lo meno mossa la

42 DELLA VERA ISTORIA

LIBRI

DUE

ARGOMENTO nel Dialogo precedente Beffatosi Luciano della canit di coloro , che senza averne le coa scrivere Istognizioni poneansi scioccamente rie, pare abbia valuta con questo Componimento pur ridersi di altri racconti di storici c ciagche spacciavano ne libri c discorsi giatori, loro maraviglic e prodigj Trociamo tai jawle e ne abbiamo in Epi riputati, negli autori e Ctesia, die rodoto, in Diodoro, in Arriano; non a noi pervenuto, n'era ripicno, comec he tali narrazioni aversi noti del tutto debbano essendovi alla menzogna lIlCSCUper favolose , la verit, come gli studj di alcuni dotii moderni hanno verificati non falsi viaggiatori non pochi pacsi e regioni, ricordate ne l'lO,:';di Nearco cap/Lagi di Annone cartasincse, ree nelle due geosrafiche no di Alessandro , mar Rosso, lazioni del Panto Eusino, e del /che sono a stampa cal nome di Arriano tre di poi quelle che floi conosciamo, giova. credere, che tai relazioni a' tempi del nostro Autore fossero assai d' uso, ed il commercio, lata

45 sotto V imperio degli che i Romani faceuano e nel golfo persinel mar rosso, Antonini co avr -dato pi sovente occasione a s fatti in Alessandiscorsi e novelle, e spezialmente dimord lungo tempo), ct( ove Luciano t, come sappiamo per testimonio di molti scritdel suo popolo di tori, amante per la natura e di novit. frivolezze dria LIBRO I.

i combattenti dei giuochi, che Ciostumano con somma diligenza si esercitano, non solo aver cura della salate loro in non esercilarsi di soverchio , ma eziandio stimano valere assai a riParparare le forze il riposarsi a suo tempo mi percio che debbano il medesimo praticare i letterati dopo una lunga lezione di cose serie, e ricreando pi robusti rendersi cosi alquanto Jo spirito, alle seguenti fatiche Convenevole al certo ed utile si sara un tal riposo , se alia lezione attendessero di quelle cose , che dimostrano non solo un tenue diletto piacevoie e non inelegante , ma si bene una specolazione non affalto di dottrina digiuna ,' siccome m' av-

viso che giudicheranno di questi miei scritti. Im-perocch non solo la novit e la piacevolezza della materia, nella quale molte e varie menzogne intorniate sono con verisimile verit e probabile

44 ma si ragione indurranno gli uomini aleggerli, ancora perch non senza un certo comico frizzo l'iferisconsi ad alcuni poeti antichi ed istorici, che scrissero molte storielle e prodigj, de'quali ti scri verei ora qui i nomi, se non conoscessi che debbano comparirti in leggendo. Ctesia di Ctesioco cnidio scrisse della regione dell'India e sulle cose di l cio, che ne esso avea veduto, ne sentito moite dire da altri An cor Jambolo scrisse cose sopra il gran mare , fingendo una bugia ad ognuno manifesta con arMolti altri, gomento non dispiacevole e ingrato imitando costoro, varj viaggi han descritto e peregrinazioni , raccontand o la grandezza degli animali, la feiocia degli uomini, e la novit dei loro costurni. Inventore e maestro di tali buffonere si queli'omerico Ulisse, raccontando ad prigionia dei venti, gli uomini di un jsol occhio, divoralori di carne umana e-selvaggi, le bestie con molte teste, le trasformazioni dei con altre fole si fat, compagni per iucantarnento, Este, che ei pure smiracolava ai goffi Feaci sendomi io imbattuto in codesti scritti, non me Alcinoo-la ne parvero di molto riprovabiligli autori, veden. do ch' eran comuni a quelli di coloro, che si spaccian filosofi. Di cio aveva non pertanto maraviglia, che non iscrivendo essi la verit, si avvisavano poter cio rimanersi nascosu Talche punto ancor io da vanagloria di lasciare agli avvenire -: incredibili

45 alcun ricordo di me, per non essere solo privo della libert di favoleggiare, non avendo cosa vera da fame istoria per non ritrovarmi nulla di altri con assai degli pi ragionevolezza nobile, E parlo in tal mi sono rivolto alla menzogna. io confesso di modo, percbe con iscbisttezza mentire, e parmi di non potere cosi essere accusato da niuno, confessando io stesso di non Scrivo adunque di cose, cbe io dire la verit. ne bo vedute, ne bo incontrate , ne intese da altri , e che del tutto non sono , e che non mai potranno essere chiunque s'imbatte a leggerle non vi presli punto di fede Oltrepassate avendo una volta Ie colonne di ed entrato nell' Oceano occidentale navigava con prospero vento. La cagione ed il proponimento del mio viaggio si era un pensier vago , ed il desiderio di cose nuove, e volont di conoscere i termini dell' Oceano, ed i costumi Con questo degli uomini cbe oltre esso abitavano divisamento Len fornita la nave di vettovaglie , e Ercole, caricata acqua a sufticienza, mi v' imbarcai con cinquanta compagni deila mia et, e cb'erano del mio stesso pensiero. Procacciajmi ancora gran copia d'armi , e condussi colla persuasiva di grosso soldo un valente piloto, raffermata hene a? vendo la nave ch' eca un' Acazio, acciocch , potesse resistere alla violenta scossa dell' onde Navigato adunque un giorno ed una notle cop. Laonde

46 prospero vento, ed apparendo ancora la terra, non facevamo gran viaggio. II giorno appresso sul nascer del sole crebbe il vento, e gonfiaronsi le ondee sopravvenne cotal caligine, che non potevamo neppur calare la vela. Voltata perci Ja nave a seconda del vento, dandoci in - hafia della fortuna, settantanove giorni travagliati fummo dalla tempesta. Nell' oltantesimo al levare del sole, vedemmo non lungi un' isola, alta , boscosa, e ripercossa con placidezza dall'onda, essendosi allora la lempesta racchetata in gran parte ; approdativi dismontammo, ed abbattuti dal lungo travaglio per lungo tempo giacemmoci in terra Finalmente levatici deliberammo, che trenta di noi -si rimanessero alla custodia della nave, che e venti ne venissero meco ad esplorare ci v' era nell' isola Avanzalici percio da tre stadj lungi dal mare per una selva, vedemmo certa colonna di metallo con lettere greche scolpitevi , ma logore e consumate dal tempo, le quale diFino qui giunsero Ercole e Bacco. Vicino alia pietra v' eran due orine, l'una della grandezza di una biolca di terra, e F altra alquanto minore Secondo a me parea, la piccola era di Facendole riveBacco, e la grande di Ercole ceano: renza passammo innanzi, ed allontanalici alquanto giugnemmo ad un fiume, che scorrea vino similissimo a quello di Scio, ed era il letto suo si profondo e spazioso, che in alcuni luoghi potea

47 AlIa iscrizione della cotrapassarsi con nave lonna prestammo molto pi fede, vedendo i sedi Bacco Piacendomi gni della peregrinazione ascendemdi conoscere il principio del fiume, mo contro la corrente, ma non ritrovammo di fonte, ma solo molte viti cariche di uve, dalla radice di ciascuna delle quali scatudel quale forriva e scorrea vino chiarissimo , mavasi il fiume. Vi si vedeano in esso assai pelui alcuna sci, i quali nel colore nel gusto rassomigliavano al vino E noi pescatine e mangiatine ale sventrandogli cuni, ne fummo ubbriacati, gli ritrovammo pieni di feccia; poscia mescolandola fugli con altri .pesci di acqua tempt'ammo gagliarda del vino Quindi varcato il fiuritrovammo una speme, dove potea guadarsi, il tronco zie di vite maravigliosa Imperocch inferiore che surgea da terra era grasso e feramosita ce , ed al di sopra eranvi donne perfette del tutto dalle anche in su , e tali quale tra noi suol pinin arbore nel momento gersi Dafne trasformata che sta Apolline per afferrarla Dalle punte delle dita naseevano ad esse dei pampini, ch' eran d'uve ripieni, ed in luogo di capelli aveano uve, grappoli e foglie. Appressandoci ad esse ci stendeano le mani, ed abbracciavanci , quali parlando Lidio , quali Indiano, e molte Greco, e ci baciavano ubbriaco in bocca ; vacillava. ed il baciato Non permetteano incontanente pero clje

48 ma doleansi e gridavano , cogliessimo i frutti, mentre si distaccavano. Gran voglia mostravano dL congiugnersi con noi, ed essendosi accostati due de' compagni, non poteronsi pi distaccare, e rimasero attaccati pei genitali , e ritratta avendo la medesima natura vi rimasero radicati Ed - ancor ad essi divenner pampini i diti, tra i viluppi de' quali gi appariano i grappoli delle uve. colorq ce ne fuggimmo alla nave , e gionti raccontammo a quei ch' eran rimasi l'abbracciamento ed il mescolamento dei compagni in viti colle altre. cose. E prendendo alcune botti, e riempiutene alcune di acqua ed altre di vino del fiume, avendovi pernottato vinon cino, la mattina ci dipartimmo con vento Verso il mezzodi gi non appatroppo forte pi 1' isola, si lev d' improvviso un turla nave, ed innalzanbine, che ciraonvolgendo doja per lo spazio di tremila stadj , non lasciolla pi riternare nel mare, ma gonfiando il vento di sopra la vela3 la menava in aria sospesa. Per sette giorni ed altrettante notti andamrendo pex F aere, nell'ottavo vedemmo cbe sembrava un' isola cbjauna gran terra , illuminala in mezzo dell' aria, ra e ritonda Avvicinandoci ad essa, ormegda gran chiarore. il paegiata la nave, discend emmo, e ricercando se , lo ritrovammo abitato e coltivato. Di giorma sopravvenendo la no non vi vedevamonulla, mo correndo Abbandonando

49 notte, comparivanmi vicine molte isole, alcune pi, altre meno grandi, e nel colore simili al fuoco, che avea in ed eravi un' altra terra inferiore, e se cittadi, fiumi, mari, seive, e montagne, noi essere il mondo questa conghietturammo fummo presi dai CaVolendo noi pi inoltrarci, valgrifoni, cosi da essi chiamati, ne' quali eravamci imbattuti. Questi Cavalgrifoni sono uomini, che cavalcano grandi grifoni, e per lo pi hanno tre teste, e pu ognuno comprendere la grandezza loro, che ogni lor penna pi lunga e piii grossa dell' alhero di una gran na\:e A questi Cavalgrifoni e commesso di volare intorno alia terra, e menare al re i foCosi presi pur noi, ci conrestieri che trovano da carico e conghiettuEgli osservatici, rando dalla nostra veste, disse: O stranieri vol siete greci P Noi rispondendo che si. Come adunque , ripet, siete venuti qui trapassando aere si vasto? Noi allora gli narrammo per ordussero dine ogni cosa, ed egli c'incomincio pure a narrar le sue cose: cio6 com' ancor egli era uomo , e di nome Endimione, de' paesi nostri, e che dormendo stato era rapito , e quivi arrivato, signoreggiava il paese Dicevasi esser questa quella terra, che a noi di sotto apparisce come Luna, e ci confort ad istar di buon animo, e a non temere di nulla, che non ci sarebbe mancata cosa alcuna necessaria. Se poi, replico sar Vol. II. 4 a lui

50 guerra che fo ora agli abitanti del Sole, vivrete meco una felicissima vita. noi chi fossero i nimici, e la caInterrogandolo della contesa, Fetonte, e' cisposeci, re di gione coloro che abitano nel Sole (pertcc hb pur come la Luna ) y ha molto temcontro di noi, ed incominci la Avendo io ragunati i guerra per tal cagione pi poveri del mio regno, volea spedire una colonia in Lucifero, deserto e non abitato da invidiandomi s' oppose alia colonia, facendo testa in mezzo al cammino coi Essendo allora stati vinti (peCavalformiche. rocche non eravamo si bene ordinati com' essi), ce ne tornammo. Ora vo muovergli guerra , e Se volete adunque pur voi far parte della mia gente, dar a ciascuno di voi un grifone dei regii colla corrispondente Poich cosi e domani ci partiremo. armatura, e cosi ci ti piace, rispos5 io, cosi facciasi : ricondur la colonia. La rimanemmo seco , dandoci esso a mangiare mattina levatici ponemmoci in ordinanza , impeperocch le scolte annunziavano esser vicino il nimico. II numero dell' esercito era di centomila senza contarvi i saccomani, gl' ingegneri, i fanti e gli alleati. E di questi ottantamila eran Casi ventimila e Questo Pennacipolle valgrifoni, grande uccello, ed in luogo di penne tutto folto di cipolle, ed ha velocissime ali, similissime niuno Fetonte quello abitato po combattuto vincitore della

51 alle foglie di lattuca. Presso di questi erano schierati i frombolieri di miglio , ed i combattenri di dal settentrione erano alleati Venuti pure aglio. e cinquantamila Ventrentamila Pulcisaettatori, Di questi i Pulcisaettatori cavalcavan tocursori. sono cosi nomile quati per pulei grandissime , nati, essendo grande ognuna di quelle pulci, quanto dodici elefanti. I Ventocursori sono fanti, ma volano senz' ali per 1' aria, ed il modo del loro e volare si tale. Cingonsi vesti longhissime, spiegandole al vento come le vele, sono portati come le navi La pm parte di loro va alla battaglia armata di scudi Dicevasi ancora che sarien venuti dalle Stelle che sono sopra la Capcon cinquepadocia settemila Passerighiande, mila Cavalligrue. Questi io non vidi, perch non per anco eran giunti, talch non ardisco di descriverne qui la natura, ma diceasi di loro maraviglie e miracoli. Quest' era lo esercito di Endimione L' armatura di tutti era la stessa, la celata era di scorze di fava, nascendo tra loro fave grandr e durissime; le corazze erano tutte scaglie di lupini, fatte da loro colle scorze cucite insieme e strettamente congiunte, perocch ivi la scorza del lupino ba la durezza del corno; gli scudi e le spade eran come quelle dei Greci. Ed essendo tempo di ordinarsi , ordinaronsi in tal Schieraronsi nel destro corno i Cavalmodo grifoni collo stesso re, cbe avea intorno a se i

52 Nel sipi valorosi, e noi eravamo tra questi nistro erano i Pennacipolle, nel mezzo gli alleati, ciascuno nella sua scbiera, ed i fanti eran circa seimila migliaja, e cosi steansi ordinati. Nascono tra loro molti e grandi ragni, ciascbeduno de' quali e maggiore delle Isole Cicladi A questi fu comandato di tessere una tela, che occupasse lo spazio dell' aria interposta tra la Luna Lo che fecero con prestezza, ed ape Lucifero parecchiata cosi la via, per quella avviaronsi i fanti sotto la condotta di Nicterione figliuolo del con due altri colleghi. Dei nimici re Sereno, schieraronsi nel destro corno i Cavalformiche, e tra loro Fetonte Sono queste bestie grandissime e alate, dalla grandezza in fuori, simili alle nostre formiche. Sono grandi due biolche di terra, e combatteano non solo i cavalieri, ma le bestie soprattutto co' corni. E diceasi che fossero questi circa a cinque migliaja. Alla destra di essi ordinaronsi gli Aeroconopi, in numero pur essi di cinque migliaja, tutti saettatori, i quali cavalcavano sopra grandi zanzare Dopo questi venivano gli Aerocorvi nudi ed a piedi, ma bellicosi ancor essi, e che da lontano tiravano colle frombole grossissime rape, e chin'era percosso punto piu non resisteva, ma all' istante morivasi, sopravvenendo alla ferita certo fetore, e dicevasi che ugnevano le rape col veleno di malva Appresso di questi ordinaronsi i Cavolifunghi armalL-

55 in numecombattitori ed esperti gravemente, Chiamavansi Cavolifunghi, ro di diecimila. perch usavano targhe di funghi, ed aste di canVicino ad essi si steano i Cane di asparagi. aveano del abitanti che spediti gli nighiandai, uomini col muso di Sirjo. Erano cinquantamila cane, e combatteano sopra pallotte alate. E di pi diceasi che mancava loro assai gente degli che venir alleati, tra' quali alcuni frombolieri, doveano dalla via Lattea, e i Nubicentauri. Quee sti pero giunsero rnentre ancor combatteasi , I fpombolieri non cosi non fosser mai gionti! vennero punto, per lo che dicorto che in appresso Fetonte sdegnato mandasse a fiamme il loro paese Con tale apparato ne venia Fetonte a combattere. Dopoche innalzaronsi gli stendardi, e che gli asini dall' una e 1' altra parte ragliarono ( che servonsi di essi in hiogo di trombettieri) insieme mescolandosi si venne alle mani , ed il sinistro corno di quei del Sole si pose subito in fuga, non sostenendo di venire alle uce noi gl'inseguimmo prese co* Cavalgrifoni, cidendo. di loro supero il nostro sinistro , e gli Aeroconopi inseguendo lo incalzarono fino alle fanterie, le quali prontamente ac11 destro correndo al soccorso, rotta essi l'ordinanza, si diedero - a fuggire, spezialmente quando intesero rotto il lor corno sinistro. Fuggendo tutti alia disperata, molti ne furono morti, ed assai presi

54 vivi, ed il sangue discorrea in copia si grande infra le nubi , che quelle se ne tinsero, ed ape tali quali noi le vediaparvero rosseggianti, mo al tramontare del Sole , e molto ne dovette cadere anco in terra; intantoche io mi pensava che fosse un consimile avvenuto anticamente nel cielo, per cui Omero si persuase, che avesse Giove piovuto sangue per la morte di Sarpedone Ristatici d' inseguire , innalzammo due trofei, 1' uno per la vittoria dei fanti nelle tele dei ragni, e 1' altro in sulle nuvole per la pugna neir aria Appena cio fatto, ci fu annunziato dalle scolte, che avanzavansi i Nubicentauri, che aspettava Fetonte innanzi il fatto d'ar" me. Ed avvicinandosi furono a noi uno spettaessendo uomini congiunti in colo inaspettato, cavalli alati. La grandezza di essi nella parte di sopra quanto il Colosso di Rodi, e quella di cavallo come una gran nave da carico II Ioro numero non Io scrivo , perche era si granErano condotti dal de che niuno mi crederia. e poiche intesero esser Sagittario del Zodiaco, vinti gli amici, mandarono ambasciadori a Fetonte, perche ritornasse di nuovo a combattere, ed ordinatisi, fecero empito contro dei Lunatipi confusi e disordinati nello inseguire, ed intenti alIa division del bottino, e tutti cosi pongopgli in fuga, ed inseguono lo stesso re fino alla ejtt, uccidendo moltissimi dei suoi uccelli. E gittarono

55 a basso i trofei, e scorsero tutto il campo ine fecero prigione me tessuto di tele di ragno, con due compagni, ed arrivato di gia Fetonte, innalzarono in luogo dei tolti altri trofei. Nui pertanto fummo quel giorno istesso portati al Sole, legate avendoci le mani dietro le spalle con una fune di tela di ragno. Non sapendo costoro assediar la citt, tornandosi indietro fecero in mezzo all' aria un gran muro, di modo che i raggi del Sole non potessino pi penetrar nella Luna , talche la Luna oscurossi, e fu licoperta tutta di una continua mali, a Fetonte, mand ambasciadori perche si distruggesse quel muro, e che non vulesse che si vivessero essi intra quelle tenebre. Promise ancora di pagar tributo, di essere suo alleato, e di non mai far pi guerra, ed offri per sicurt molti ostaggi. Fetonte ed i suoi, tenuto due volte consiglio, in principio adirati non si voller piegare, ma poco appresso cambiaron sentenza, e si fece accordo a tai patti: I Solei ed i luro confederati e fanno pace co' Lunatici loro a tal condizione, che si diconfederati strugga il muro dai Solei, e rendendo i prigioni ad un prezzo stabilito per ciascheduSi no, non facciano pi correrie nella Luna lascino dai Lunatici governar libere; e colle e prendaStelle, proprie leggi le rimanenti no le armi in difesa dei Solei, in caso che notte. Tocco Endimione da questi

- 56 fossero da altri. Che il re dei Lu-natici paghi ogni anno a titolo di tributo al re dei Solei diecimila brocche di rugiada, e dia dei suoi diecimila per sicurt ostaggi. Che si mandi in Lucijero una colonia in comune, e possane anche altri se vuole esserne a parte. Scolpiscansi questi patti in una colonna di elettro, che si ponga nelVaria in dei Solei, Focomezzo a'confini. Giurarono e Fiammeggiante ; dei Lunalici, so , Estivo, e Moltosplendido. Cosi Mensuale, Notturno, fu fatta la pace, e tosto il muro dislrutto , e noi Quando ritornammo prigioni fummo renduti nella Luna ci vennero inconlro i compagni ed Ed e ci abbracciarono con lagrime Endimione, Endimione ci persuadea a rimanere con lui, ed essi assaliti

a far parte della colonia, promettendomi per , poich tra loro non vi moglie il figliuolo suo Io pero non mi lasciai persuadeson donne re, e lo richiesi che mi facesse ritornare nel s'avvide ch' era impossibile di mare. Poiche ci lasci partire, banchettandoci persuadermi, per sette giorni. Vo'di poi raccontarvi le marache io notai nel tempo , vigliose e nuove cose ch'io dimorai nella Luna. Primamente quella gente non nasce da femmine, ma da maschi, e non conoscono delle femmine neppure il nome S1 fanno adunque i matrimonj tra mascbi, e fa ciascuno da moglie fino ai venticinque anni,

51 nel NnP concepiscon 4opo i quali marito. E poiche ventre, ma nelle polpe delle gambe. e concepito il feto, 1a gamba si gonfia e si taglia a suo tempo, e se ne trae il parto morto, il quale pongono at vento a bocca aperta, e cosi dannogli vita. E sembrami cbe da cio ne sia passato a' Greci il nome di ventre di gamba, peroccb col la gamba ingravida in luogo del ventre Raccontero ancora cose maggiori di queste. Havvi tra loro una razza d' uomini, che si chiamano Arborei. E' sono ingenerati in tal modo. Traggono all' uomo il testicoJo destro, e lo piantano in terra, e nasoe da quello un grande arbore di carne a modo di un membro. Ha pero rami e foglie, ed i frutti sono ghiande della son queste cubito. Tostoch grandezza di un mature, le colgono, ed acconcianle collo scarI genitali pero portanpello in forma d'uomo. gli a vite, i ricchi d' avorio, ed i poveri di legno, e con questi congiungonsi alle lor mogli ma risolQuando s' invecchiano non muojono, vonsi in aria come fumo. Non usano cbe un sol cibo, ed accendendo il fuoco arrostiscono sulla brage i ranocchi, de' quali presso di essi gran copia volante per Is aria. Mentre vanno cuocendosi, sedendo come a mensa all' intorno, si van pascendo dell' odor di quel fumo, e di tal cibo nutrisconsi La lor bevanda aria rappresa in un vaso, cbe div iene un liquido come la rugiada.

58 ne orinano, ne van del corpo, perchS non hanno come noi buchi in codesti luoghi, non si congiungono co' fanciulli al nostro modo, ma nelle giunture sopra la polpa della gamba, ove sono bucati. Reputasi tra loro bellezza Is essere calvo e senza capelli, e quelli che ne hanno abborriscono, l contrario di quelli che abitano le Comete, che hanno per bellezza i capelli, lo che risapemmo da alcuni viaggiatori venuti di e portano pur le barbe alquanto sotto il ginocchio; non hanno unghie ne' piedi, ed hanno tutti un sol dito Sopra il preterito di ciaSCUDO nasce un lungo ramo come una coda, froncola, che non si spezza, se pur cadeggiante sempre, don supini, e ne distilla grassissimo mele E o giuocano , sudano latte quando si affaticano, per tutto il corpo, che spruzzatovi un po' di meCavano olio le, in poco tempo se ne fa cacio dalle cipoJle grassissimo, ed odorato come un unguento. Hanno assai viti che fanno acqua, e soE no gli acini delle uve simili alla grandine. che quando quelle viti sono mosse dal di vento, cada su di noi dallo sgranellamento quelle uve la grandine. Servonsi del ventre per saccoccia, portando in quello il bisogno loro , essendo fatto che puo chiudersi ed aprirsi, non apparendo in esso intestini, ed e soltanto di dentro peloso e denso, talcbe avendo freddo , vi ripongono pure i bambini. Le vesti dei ricchi sono sembrami Costoro

r* 59 che adi vetro molle, e dei poveri di bronzo, lana la come lavorano dell' acqua, spergendovi De' loro occhi mi vergogno parlare, non vol endo che credasi alcuno che io mentisca per la stranezza Gli nondimeno 11 diro hanno adunque posticci, e gli custodiscono presso di se, e se gli pongono al bisogno, e vi veE molti avendogli perduti , dono cbiaramente servonsi di altri che prendono in prestito, e vi Le son dei ricchi che ne hanno molti riposti della cosa; orecchie loro sono di foglie di platano, eccettuati quelli che nascono dalle gbiande, i quali soli le Vidi di poi altra mirabil cosa hanno di legno. nella Regia, nella quale v' un grande speochio e, posto sopra un pozzo non molto profondo, dentro sente le cose che nel cbi vi discende nello nostro mondo si dicono, e riguardando citt e tutt'i popoli, non speccbio vedetutte le altrimenti che se gli avesse tutti dinanzi. Ed io vi vidi tutti quei di casa mia, e tutta la mia patria Se poi essi mi viddero, nol saprei assicurare, e se mai alcuno non mi credesse, quando sar ancor egli andato colass, comprender che io dico il vero Infrattanto salutato il re, e quei chs eran con lui, montati in nave ci dipartimmo Ed Endimione mi don due vesti di vetro , cinque di bronzo, ed un5 armatura intiera di lupini, che io lasciai tutte nella Balena. Mando pure con noi mille Cavalgrifoni, che ci accompagnasseroi

60 per cinquecento stadj Navigando lasciammo molte e diverse provincie , ed approdammo ancora a Lucifero , allora incominciato ad abitare dalla nuova colonia f e discendendovi vi facemmo acci lasciammo il tlua. Entrati di poi nelZodiaco, Sole a sinistra navigando pelle pelle alla terra, n6 vi discendemmo, quantunque i compagni molto il desiderassino , perche il vento nol permettea. Vedemmo per essere il paese verdeggiante, abbondevole, irrigato da molte acque , e pieno di molti beni. Eid i Nubicentauri , i quali sono al soldo di Fetonte, vedendoci da lungi, volarono verso la nave, vam compresi ne'patti, si partirono ancora i CavaJgrifoni. ma conoscendo ch' eraEd allora si ritirarono

Navigando la notte ed il seguente giorno, verso sera giugnemmo alia citt, detta delle Lucerne, tenendo il viaggio gi al basso. La citt situata nell' aria tra le Pleiadi e le ladi pi bassa del Zodiaco. Smontando non ritrovammo alcun uomo, ma correan qua e la molte Lucerne, passeggiando per la noslro piazza e pel porto, alcune piccole, come e a dire povere, e poche altre delle nobili e grandi, splene Avevano abitazioni separate, dide e chiare. e si chiaciascuna possedea il suo lucernario, per nome come gli uomini, e le udimmo proferir parole, ne. ci facevano ingiuria, ma c'inMa noi temevamo, vitavano al loro albergo e niuno de' nostri ebbe ardire di cibarsi , o di mavan

61 addormentarsi presso di loro. La regia e posta nel mezzo della citta, ed ivi il lor principe siede 1' intiera notte, chiamando a nome ciascuna; si presenta dannata a morte e chiunque non t ed e la morte essere spenta come fuggitiva, Standosi noi cola vedemmo cio, ed ascoltammo e le cagio1' apologia di alcune delle Lucerne, Intantocb vi ni apportavano del ritardo loro e parlandole fui. nostra, ragguagliato delle cose di casa, avendomi essa raccontato ogni cosa. Rimanenjdiligentemente ma al giorno ci parmo ivi per quella notte, timmo navigando presso alle nuvole. Ed ivi vedendo la citt dei Nubicuculi, ci riempiemmo riconobbi la Lucerna di meraviglia, ma non vi dismontammo , non il vento permettendolo Regnavavi allora Gornaccbione di Gottifione, e mi risovvenne di Aristofane uomo sapiente e veridico, creduto avendo fino a quel momento sciocchezze cio ch'esso su cio. 11 terzo giorno dappoi vedemmo chiaro F Oceano, ma terra niuna, eccetto quelle aeree, che a me sembravano infuocate e splendenti. II quarto giorno verso il mezzogiorno , spirando il vento assai dolce con bonaccia ci dePoich giugnemmo a toccare pose nel mare 1' acqua , ne risentimmo maraviglioso contento , e davamci buon tempo, e pranzammo di cio che allora avevamo, ed essendo il mare calma e tranquillo, gittandoci in acqua prendevam piacere di scrisse

fj2 nuotare Ma sovente , che una miglior suole essere principio di maggiori maawiene

avendo noi navigato per due soli il terzo, al legiorni nel mare, sopravvenendo vure del Sole vedemmo molti mostri e balene, e tra queste una di ogni altra luuga per ben cinquecentomila piu e grande, stadj, la quale

condizione li Imperocche

veniva verso di noi a bocca aperta, e turbava il mare per gran tratto , cingendosi tutta di spuma , e mostrava i denti pili alti di quello non sono i nostri Falli (1)3 ed aguzzi tutti come paAllora noi disperali, e bianchi come avorio tici della vita, ci abbracciammo insieme per I' uled assortima volta, e quella sopraggiugnendo c' inghiotti colla nave. Ne ci offese coi denti, perche la nave si spinse dentro tra i fori. Tostoche fummo dentro , in prima era tenebre, e non vedeyamo nulla, di poi aprendo il mostro la bocea, c' accorgemmo essere nel corpo d'una per ogni dove ampio ed alto , grande balena, e capace di contenere una citt di diecimila abibendoci, tanti. pesci, V' eran come gittati nel mezzo de' piccoli e vele ed e molte altre bestie minuzzate,

(1) Questi Falli erano in forma di membro umano, e qui Luciano intende di quelli ch' erano innanziad un tempio, del quale parla nella Dea Siria. Consecrati erano in onore di Bacco, e pu vedersi un lungoScolio al luogopreallegato, nel quale si arrecano le ragioni di tal culto, e che per esser troppo laidu non amo io di qui riportare.

65 ancore di navigli, ed ossa d' uomini e mercatanzie V' eran pure in mezzo al corpo terra e monticelli, che a me sembravan forrnati dal fango E v' erano in essi de' boschi con avea divorato ed alberi d'ogni sorta, e v' eran nate cipolle, II eran simili in tutto ad un terreno coltivato circuito di quella terra eran dugento cinquanta e vi si vedeano degli alcioni, dei lari, stadj, ed altri uccelli di mare, che facean nidi in quegli arbori. Allora adunque piangemmo assai, ma di poi io fatto cuore a' compagni, drizzammo la nave, e fatto fuoco colle pietre, cenammo di quello avevamo, abbondando d' ogni sorta di carne, di pesce e di acqua, che portaavendo II giorno appresso essendoci levati, ogni volta che il mostro apriva la bocca, vedevamo ora monti, ed ora il cielo solo, molte volte delle isole, e ci accorgevamo che rapidamente scorrea in ogni parte del mare Ed essendosi quindi accostumati a cotal dimora, prendendo meco sette compagni, me ne entrai nel bosco, volendo esplorare ogni cosa E camminato avendo per cinque stadj, ritrovammo un tempio di Nettuno , secondo appara dalla iscrizione , e non molto di lungi da questo molti sepolcri con delle colonette vicino ad una fonte di limpidissima acqua E quivi udimmo un cane abbajare , e vedevasi da lungi del fumo , e conghietturammo che ne venisse da qualch# to avevamo da Lucifero.

64 Per la qual cosa affrettandoci ci abcapanna battemmo in un vecchio ed un giovane, che con gran cura lavoravano un orto, e facean solchi, perch vi giugnesse I' acqua della fonte Marae sovigliati insieme ed atterriti ci ristammo, pravvenendo a coloro di ragione lo stesso male che a noi, si steano mutoli Finalmente dopo disseci il vecchio: Chi siete qualche tempo , mai voi, o stranieri ? Siete voi forse dei Genj o uomini infelici simili a noi; impemarini, rocchk ancor noi essendo uomini ed in terra ora siam divenuti marini , ed andiaallevati, mo nuotando con questa bestia, che ci ha inghiottiti , ignorando il destino nostro avvenire , e mentre ci pare esser morti, ci crediamo nondimeno di vivre. A queste parole io replicai: E noi ancora, o padre, siam uomini di fresco arrivati, e ingojati poco fa colla nave, siamo ora qui venuti desiderosi di sap ere ci che v' e in questo bosco, che folto sembraci e grande Senza dubbio ci ha a voi condotti alcun Genio , facendoci conoscere che non siamo noi soli rinchiusi entro cotesta bestia. Ma raccontaci la tua fortuna, e chi sei, e come entrato qua dentro. Egli disse che non avrebbe parlato ne interrogato noi, se prima non ci facea parte del suo albergo E prendendoci ci condusse in casa, la quale pe' suoi bisogni fabbricata s' era assai comoda, ed aveavi acconciato

6 dei letti , ed apparecchiare altre cose necessaiie. dell' erbe e E ponendoci innanzi delle cipolle, dei pesci, ci mescea del vino. Quando fummo domandocci il vecchio i discvetamente satolli, ed io gli raccontai ogni cosa accidenti: I'isola , la navigazione per ordine, la tempesta ed altre cose fino alla dinell' aria, la guerra, scesa nel mostro assai, ci Egli maravigliatone narro vicendevolmente i suoi casi , dicendoci : Jo, nostri o ospiti, sono di Cipri, e partitomi dalla patria per commerciare con questo figliuolo che qui vedete, e con molti altri familiari, navigava verso V Italia con un gran naviglio carico di diverse il quale fors avete voi veduto inmercanzie, franto in sulla bocca del mostro Navigammo ma ivi adunque sino in Sicilia felicemente, tratti ila un forte vento, nel terzo giorno trasportati fummo nell' Oceano, dove incontrandoci in questa bestia, divorata fu la nave con tutti noi due soli rimanoi, e, morendo gli altri, nemmo in vita, e seppeUito avendo i compagni ed edificato un tempio a Nettuno ,facciam la vita che voi vedete, coltivando le cipolle, e cidi erbe e di pesci. La selva, come voi ed ha molte viti, che fanvedete, grande , no soavissimo vino, e per avventura veduta an* che avete lafonte di fresckissima e bellissima Ci siam fatti letti di foglie , ed ac acqua cendiamo fuoco in abbondanza , e cacciando Vola 6 bandoci

66 prendiamo gli uccelli che van volando qua a dei pescivivi, l, e peschiamo ascendendo nel* le branchie della bestia, ove ancora avendone desiderio ci laviamo, imperocch non molto lungi vi ti un lago di acqua salsa , che gira da venti stadj , ove son pesci di ogni spezie, ed in questo vi notiamo, e vi navighiamo pure che ho io fabbricata piccola barca, di mia mano, ed e' sono omai ventisette anni che siamo noi stati inghiottiti. passati, Ed di buona voglia, se ogni cosa sopporteremmo non avessimo dei vicini cattivi e difficili, che sono aspri altra gente spose, rocch e selvaggi. E che, ripres' io, pure si sta nella bestia P Molte, e' ried inospitali e di laide forme : Impela parte occidentale verso la fine della con una

dai Salumai, gente che ha gli e La faecia di gambero, occhi di anguilla, e divoratrice di cose crubellicosa ed audace, selva ti abitata parte dal canto destro vi sono che nel di sopra somigliano ali Tritocaproni, alle mustele, e sono V uomo, ed inferiormente questi meno iniqui degli altri. Nel sinistro vi de Nell' altra che han ed i Capitonni, sono i Manogranci, Nel mezed amicizia tra lor fatto alleanza zo abitano i Paguradi (1) ed i Piepappagalli (1) E' una sorte di piccologambero,che si nasconde nelle rive de' fiumij edil nome del quale non si pu rendere in italicLTio.

6; All'Orienpopoli bellicosi, ed assai corridori. te vicino' alia bocca le terre per lo piii sono del mare. Ed io ho incolte per le inondazioni ciascun anno a' Piequesto luogo, pagando Tapappagalli cinquecento osiriche di tributo. le si questa regione, e dobbiamo noi consicon. derare in qual modo possiam combattere diss' io, tante genti, e come vivere Quanti , Piii di mille, e' rispose sono tutti costoro P E quali armi ci hanno essi ? Niuna, rispose, fuori che ossa di pesci. Sara adunque , ripresi io j ottima cosa il combattergli , essendo essi senz' armi, e noi armati , perocchb vincendogli ci vivremo in avvenire senza timore. E cosi in sulla nave ci apparecchiammo, pr~ndendo per prertesto di guerra di non voler Venuto percio il tempo del pagare il tributo e mandato coloro avendo a domanpagamento, dare il tribulo, cacci via esso i.messaggi con superba risposta, e primi i Paguradi ed i Piediliberato, pappagalli, adirati contro di Schintaro si appellava quell' uomo ), ne vennero romore Ma prevedendo noi il loro stemmo in sulle armi, collocando in ( che cosi con gran

venticinque uomini, a' quali era uscire dall'aguato , tostoche veduto avessero passar gl' inimici. E cos fecero: assaltati avendogli alle spalle , gli tagliarono a pezzi E noi ancora in numero di venlicinque, militando con nqi

assalto, ci imboscata comandato di ,

68 Schintaro ed il figliuolo, ci gli opponemmo, e combattendo coraggiosamente e da forti, fummo in pericolo Ma alIa fine rivoltigli in fuga, gl'inseguimmo fino alle loro tane; e morirono dei nimici cento e settanta, e dei nostri il solo piloto , il quale fu trapassato da una banda all'altra da una spina di triglia. Quel giorno e la notte appresso tenemmo gli alloggiamenti nel luogo della battaglia, ed innalzammo un trofeo, drizzato avendolo sopra una spina secca di dorso di delfino. II giorno seguente vennero altre genti, ehe saputo aveano il fatto d' arme. E nel destro corno v' erano i Salumai condotti da Pelamo , nel sinistro i Capitonni, e nella battaglia i MaI Tritocaproni si stettero in quiete , nogranchj. non facendo alleanza con niuno. Noi fatticigli incontro vicino al tempio di Nttuno, venimmo alle mani altamente gridando, talch risuonava E ributtati ancor la Balena come una spelonca questi che erano nudi, ed inseguitigli nella selva, c' impadronimmo di tutto il rimanente del paese. E poco appresso mandando messaggi per ricevere i loro morti, ci fecer parole di amicizia Ma non parve a noi di far patto, ed il giorno vegnente andandogli a ritrovare, tutti gli ei quali eccetto i Tritocaproni, sterminammo, vedendo quello era accaduto, correndo alle branNoi girato chie della Balena gittaronsi in mare intorno ogni luogo, libero omai dai nimici, lo

69 esercitandosi alla ginabitammo senza timore, e colti vando le viti, e nastica ed alla caccia, ed eravamo raccogliendo i frutti degli alberi, in tutto simili a coloro, i quali ristretti in carcere vasto ed inevitabile, allegri si godono, e si Ed in questa vita passamdanno buon tempo mo un anno ed otto mesi. Ma nel giorno quintodecimo del nono mese alla seconda apertura di bocca de1 mostro ( che facea cio ciascun' ora una fiata, talche noi dalle aperture contar potecome ho vamo le ore) , alla seconda pertanto , detto, udimmo improvvisamente una voce ed un tumulto come di noccbieri, che comandassino a* remiganti Per la qual cosa turbatici, ascendemmo denti, aHa bocca del mostro, e stan do tra i vedemmo uno spettacolo piii d'assai maraviglioso dr quanti veduti n' aveamo, cioe uomini grandi di statura per mezzo stadio , e che Io navigavano in grandi isole, come in triremi. so bene che diro cosa incredibile, ma la diro pure. Quelle isole eran lunghe, ma non molto alte, e ciascuna avea circa cento stadj di circonferenza. E navigavano in ognuna ventotto uomini, e sedendosi dai lati delle isole ordinatamente vogavano con grandi cipressi colle foglie e co' rami, i quali usavan per remi. Di dietro come a poppa stavasi sopra un alto colle il piloto, sostenendo un timone di bronzo lungo uno stadio In sulla prora combattevano circa quaranta

70 di loro armati , in tutto simili agli uomini fuorcb nella chioma , la quale era di fuoco ed ardea, talcb non abbisognavano di celate. In luogo di vele il vento soffiando nella selva, che molta e densa era in ciascuna, piegandosi conduceva 1' isola ove il pilolo volea Ed eravi un capo dei remiganti , e le isole eran mosse velocemerte dai remi, come le lungbe navi In principio non ne vedemmo che due o tre, ma di poi ne comparvero da seicento, le quali partitamente combatteansi in sul mare, e molte spezzavansi e molte urtandosi si sominsieme colle prore, Ed alcune arembatesi, si gagliardamergeano mente battevansi, scioglieano. alia prora mostravano che non si di leggieri si dtImperocch coloro che combatteano

saltando gran prodezza, ne faceano alcun prisulle navi ed uccidendo, gione, ed in luogo di mani di ferro avevano grossissimi polpi, che legati insieme si gittavano, ed abbrancando la selva ritenevano 1' isola Ferivansi che ciascuna ancora con lanciarsi dell'ostriche , riempiuto avrebbe un carro, e con isponghe larDell' una flotta era ammiraglio ghe un plettro e come e dell'altra Bevimare, Eolocentauro, era nata tra loro guerra per la preda. sembrava, Imperocch dicevasi che Bevimare avea tratti via molti branchi di delJini, per quanto poteasi sentire da quello tra loro si proverbiavano , do i nami dei re, Finalmente vinsero gridanquei di

71 da cento e cine sommersero Eolocentauro, quanta navi degl' inimici, e trecento altre ne preLe altre volgendo te sero con essi gli uomini prore fuggirono, le quali poi, sopravvenendo la noti vincitori, non solo ricupete , perseguitandole rarono molte delle isole loro, ma ne presero ande' quali state erano pur somcora degl'inimici, merse non meno di ottanta isole. Drizzarono di sospendendo poi il trofeo della pugna isolare, in sul capo della Balena un' isola 4tegl' inimici. E quella notte si stettero intorno alla bestia, legando le funi intorno ad essa, ed ormeggiandosi ivi appresso in sulle ancore, perocch usavano ancbe grandi e forti ancore di vetro II giorno seguente avendo sacrificato sulla Balena, e seppelliti i compagni, allegri navigarono cantando come inni di guerra. Queste cose avvennero nel. la pugna isolare.

72 LIBRO II.

questo mentre non potendo io pi comportare di starmi in questa Balena, e infastidito di tanta dimora, ricercai un qualche ingegno, onde ci venisse fatto di uscirne. E primamente pensai di sforacchiare dal destro lato efuggirci, ed a rompere incominciammo Ma essendo andati innanzi per ben cinque stadj, non ci migliorammo di nulla, talch ristandoci di cavare, pensammo di dar fuoco allaselva, per dar cosi morte alia bestia. Ed avvenendoci ci, credevamo di potere uscire liberamente. Incominciammo adunque a brugiar dalla coda, e per sette giorni ed altrettante sibile. notti si stetle la bestia impasNell' ottavo e nel nono , ci accorgemmo e ch' era malata, perocche respirava lentamente, se apriva bocca, immantinente la ricbiudeva. Nel decimo ed undecimo gi si avvicinava al suo fine ed era puzzolente. Nel duodecimo ci accorgemmo appena, che se quando apriva la bocca non che non Ia potesse le fermavamo le mascelle, pi chiudere, correvamo rischio di perir rinchiula si entro i) cadavere Pertanto appuntellatale la nave, bocca con grandi travi, apparecchiammo e postavi sopra acqua in abbondanza ed altre cose necessarie, Schintaro voile far da piloto.

In

73 E noi la Balena era gi morta Venutoil giorno, tirando la nave, e facendola passare tra i fori dei denti, a poco a poco la rimettemmo in mare E saliti sopra la schiena della bestia sacrifidimorati ed essendo calma cammo a Nettuno, , quivi da -tre giorni vicino al trofeo, il quarto facemmo vela, e navigando ci abbattemmo in mole misurati corpi morti nella battaglia navale, tine alcuni, ne fummo sorpresi. Navigammo cosi per tre giorni con giusto vento; alia fine soffiando forte la tramontana, venne un gran freddo, pel quale tutto il mare si congel non solo nella superficie , ma per ben trecento braccia in profondo , talche dismontando passeggiavamo in sul ghiaccio. In frattanto crescendo ognora pi il vento , ne potendolo noi patire, seguendo V avviso di Schintaro, ci cavammo nel mare una grande ed ivi dimorammo per trenta giorspelonca, ni, accendendovi fuoco, e cibandoci di pesci, che rit rovammo cavando Quando poi ci manCeT il necessario, fattici alla nave, la traemmo dalla ghiaccia, e sciogliendo la vela, discorrevamo con moto dolce e leggiero strisciando soIl quinto giorno facendo caldo, pra il gelato il ghiaccio si sciolse, ed ogni cosa ritorno acqua Laonde navigando per trecento stadj, arrivammo ad un' isola piccola e deserta. E quivi fatta acqua, che di gi cominciava a mancarci, ed ammazzati colle frecce due tori salvatichi ,

74 ritornammo a navigare Questi tori non avean le corna nel. capo, ma sotto gli occhi, come avvisava gi Momo. Poco appresso entrammo in un mare non di acqua, ma di latte. E vi si vedea un' isola bianca piena di viti. Ed era quest' isola un gran cacio ben compresso, ( come poscia comprendemmo mangiandone ), di grandezza di venticinque stadj. Le viti eran ripiene di uve, ma non isprememmo da quelle viV' era nell' isola fabbcicato un no, ma latte. tempio della Nereide Galatea, come dimostrava la iscrizione Per tutto il tempo cbe ivi rila vivanda per cibarci ci somminimanemmo, strava la terra, e la bevanda il latte delle uve. Dicevasi cbe regnasse in questa regione Tirona di Salmoneo, ricevuto avendo cotale onore da Nettuno. Dimorati essendo cinque giomi nel, l5 isola, nel sesto levammo le ancore, accompasoave, che leggierissima muognati da un'aura veva i flutti del mare Nell* ottavo giorno lasciando il mar latteo, entrammo nel salso e ceche correano e vedemmo molti uomini, sopra le acque, in tutto simili a noi nel corpo, e nella grandezza, eccetto ne' soli piedi, che avean di sughero, per lo che credo appellati sieruleo, no Piesugberi Maravigliammoci adunque vedened innalzarsi sapra delle doli andare a galla, Avvicinandoonde, camminando senza timore. e ci dissero cisi ci salutayaoo in lingua greca,

* 7' cbe andavano in Sughero patda loro, e per alcun tratto di tempo vennero viaggiando con noi , correndoci appresso ; di poi prendendo altro cammino ci augurarono una navigazione felice, e tra ed a sinistra pi poco apparvero molte isole, presso a noi era Sughero, alla quale quelli uoed quelfa citt fabbricata in mini andavano, Piu lontano di poi a un grande sughero rotondo. destra v' erano cinque isole vaste ed altissime con grandi fuochi che ardevano e da prova ne una larga e bassa, lontana non mem> di cinquanta stadj Quando le fummo presso, mirabile e dolce aura sentimmo ed odorifera, e quale racconta lo istorico Erodoto spirare dall' Aavevamo E cosi a noi ne giugnea soave , quale daUe rose, dal narciso, dai giacinti , dal giglio, dalle viole, e dal mirto insieme e dat Dilettati da questo odolauro ne snol venire re, ed isperando bene dopo si lunghi travagli, in all' isola, e vi ossere grandi e tranquilli, molti fiumi che placidamente lucidissimi discorreano nel mare , Vi vedemmo pur prati, boschi, ed uccelli cantarini , de' quali alcuni cantavano poco tempo accostammoci vammo moltissimi porti in sul lido, ed altri in su gli arbori Un' aura molle e leggiera sparsa era soprala terra, e dolcemente spirando muovea pienamente la, selva, di modo che dai rami smossi formavasi una dolsimile al suono deile cf e continua meloda, -, rabia Felice.

7g torte zampogne E mescolate pure vi si ascoltavano delle voci non tumultuose, ma come s' usano nei conviti, di canti, di acclamazioni e di applausi al suono del flauto e della chitarra. eravam rapiti da tutte queste ose, aped, ormeggiata in porto la nave, diprodammo, scendemmo, lasciati in essa Scbintaro e due cornpagni. Avanzatici per un pratello maiavigliosamente fiorito, ci abbattemmo nelle guardie e nei ministri, i quali legatis avendoci' con corone di rose ( che si la piu forte catena che si conosca intra loro ), ci condussero al principe E per via intendemino da essi, che era questa l'isola dei Beati, e che vi era principe Radamanto di Greta, e gionti ad esso , fummo posti nel quar11 primo giudizio to luogo ad essere giudicati era su d' Ajace Telamonio, nel quale si disputava , se dovea o no esso Ajace aggirarsi infra Era accusato di essersi ucciso per pazgli Eroi All' ultimo dopo molte parole Rada20 furore che fosse dato ad Ippocrate manto sentenzio, medico di Coo, il quale il purgasse con una bevanda di elleboro , e quindi sanato si ammet11 secondo era un piato tesse pure al convito amatorio, cio di Teseo e di Menelao, che comcon qual di loro batteano insieme per Elena, dovesse ella abitare. Radamanto giudic che si stesse con Menelao, il quale in grazia delle sue nozze a tante s' era esposto pene e pericoli, Mentre

77 PAdonne, tanto meglio che avea Teseo altre mazone, e le figliuole di Minos. Il terzo fu un giudizio di precedenza tra Alessandro di Filippo E' parve che dov.esse ed Annibale cartaginese sedia fu una e Alessandro, posta gli preferirsi Quarti ne veapprqsso il primo Ciro persiano nimmo noi, ed egli c' interrogo in qual modo viventi fossimo noi pervenuti in quel sacro tutto per ordine Noi gli raccontammo luogo Allora fattici ritirare per lungo tempo, si stette in consultazone, e comunico il fatto nostro ai V' eran seduti molti a consiglio suoi assessori con lui, e tra gli altri Aristide il Giusto atenieche dopo se; e quando gli piacque pronunzi: morte pagato avressimo il fio della nostra curiosit e peregrinazione ; che per ora rimanendoci per certo istabilho tempo nell' isola partecipi del vivere degli Eroi , di poi ci partissimo Allora cadendo da per se stesse le corone rimanemmo sciolti, ed entrammo nella citt, e uel convito dei Beati. Questa citt tutta d' oro , le mura son fabbricate di smeral di, ed ha sette porte, fatte ciascuna di un sol tronco di can-nella. 11 pavimento della citt, e tutto cio che circondato di mura, tutto d' avorio. I templi di tutti gl' Iddii, edificati sono di berilli , e vi sono dei grandi altari formati di una sola aIntorno metista, ove si sacrificano cento buoi alla citt discorre un fiume di ottimo unguento,

78 che e largo ben cento aubiti , ed e si profondo Vi sono pe' bagni quanto vi si possa nuotare. grandi edificj di vetro , che si riscaldano colla cannella, ed in luogo dell' acqua nelle bagnaUsano vesti di porrugiada. Non hanno pora piii sottili della tela di ragno corpo, e sono impalpabili e senza carne , ed hanno la forma ed effigie che mostrano, ed essendo incorporei stanno , si muovono , intendono , e sembra che la loro anima raggirisi parlano, E nuda, rivestita, di una simiglianza del corpo se alcuno non gli palpa, non si convince nori esser corpo cio ch' esso vede, imperocch sono come ombre diritle non nere. Niuno invecchia, nell' et che v' entrarono rimangonsi ne v' un giorNon si fa tra loro mai notte, no chiarissimo , ma vi si vede una luce, quale si dopo 1' aurora innanzi il nascer del sole e Non conoscono che una stagione dell' anno , ne vi spira sempre presso loro si primavera, altro vento che Zeffiro. II paese tutto coperto di liori, e verdeggiante di piante ombrose e gradevoli. Le vili vi buttano dodici volte nell' anno, ed in ogni mese hanno il frutto; i peri, i meli, e gli altri alberi di autunno davano il frutto tredici volte dell'anno, germogliando due volte in un mese, cbe presso di essi ha due lune. In luogo di frumento le spighe nella sommit producono dei pani gi appavecchiati, simili a' funghi. e tutti ruole evvi calda

79 citt trecento e sessantacinque Vi sono nella di mele, e cinfontane di acqua, altrettante vero che queste sono quecento di unguento: minori, e vi sono in oltre sette fiumi di latte, ed. olto di vi no. Il convito si fa fuori della citt, nel Campo, chiamato Elisio, dov' un bellissimo prato, e dintorno a quello un bosco di varj arbori assai denso, che fanno a cbi vi si asside grata ombra, e vi si giace in su letti di fiori. Li venti servono e portano ogni cosa, eccetto che non mescono il vino, perocch non hanno di cio bisogno, essendovi. grandissimi intorno alle mense di lucidissimo vetro, il frutto de' quali sono tazze di varia grandezza e lavoro. E quando alcuno ne viene al convito, ponesi innanzi una o due di quelle tazze, che all'isfante si riernpion di vino, e cosi beono In luogo di corone gli usignuoli ed altri uccelli cantarini, cogliendo col becco fiori ne' prati vicini, mentre qua e l cantando svolazzano, gli versan su d' essi a guisa di neve, e spargon soavissimo odore. E de'nuvoli addi unguento hanno tratto dalle fonti, spirando placidissimo il venlo, quello come una legNel giera rugiada distillano sopra la mensa. convito si canta e si suona, ed a preferenza cantansi i versi di Omero ed e desso tra i con, vitati, e giacesi al di sopra di Ulisse. Havvi anche dei cori di fanciulli e di vergini Menano il coro e catanno insieme Eunomo di Locri , densati alberi

80 Arione lesbio, Anacreonte e Stesicoro, 11 quale vidi che di gi s'avea riconciliata Elena. Tostoch lasciarono di cantar questi, venne innanzi un secondo coro di cigni, di usignuoli, e di ronridini, e quando ancor questi ebber cantato, suonava tutta. la selva per lo spirare de' venti. 1 Molto conferiscono at lora viver lieto due fonti, che sono presso le mense , 1' una del riso, e l'altra della volutt. Di amendue ne bee ciascuno in 1Ju1 caminciar del convito e cosi rallegratisi , la passaM) in gioja ed in riso. Vo' contarvi di alcuni nobili uomini che vidi presso di loro. , Eranvi tutti i mezz' Iddii, e quei che gyerreggiarono a Troia, eccetto Ajace di Locri, il quale solo diceano esser punito nel luogo degli empj. De* barbari v5 erano i due Ciri, e lo scita Anacarsi , il trace Zamolxi, l'italiano Numa, Lieurgo spared i Sapienti tano, Focione e Tello ateniesi, tutti da Periandro in fuori Vidi Socrate di Sofronisco , che chiacchierava con Nestore e Palaed intorno a lui stavasi Giacinto lacemede , demonio, e Narciso di Tespi, Illo, ed altri belli , ed a me parve che pi inclinasse a Giacinto Avea egli cola molte taccherelle, e dicevasi , che Radarnanto minacciato pi volte avealo di eacciarlo dall' Isola, se non si ristava dalle bagattelle, e non si stava a mensa senza doppiezza. e diceasi che aII solo Platone non compara, bitasse una citta, cbe s' era esso ideato, e cbe

8i v' usava della poliiica e delle leggi ch' esso avea Vm d' essi v' eran notevoli Epicuro ed Ascritto buoni e uomini beffardi, sollazzevoli, ristippo, V' era pure Esopo frigio, compagni di tavola E Diogene sidel quale si servono di huffone

Dopese per moJo ba mutato costume, che si era sposato a Laida la cortigiana, e sovente si leva-e commettea altre ind ecenze. va briaco a saltare, Degli Stoici non compariavi niuno, e diceasi che tuttora si travagliavano ad ascendere 1' arduo colle delia virt. Ed udimmo di Crisippo, che non di era permesso di smontare nell'Isola, se prima non s' era purgato con quattro bevande di elleboro. Diceano che gli Accademici volean venirvi, ma cbe per ancora si rimaneano, e consideravano se quell' Isola si ritrovasse, e credo che temessero ancbe il giudizio, di Radamanto, corne coloro che isforzati si sono di distruggere ogni giudizio. E narravano che molti di loro levatisi, seguivan coloro che venivan nell' Isola, ma prima ed a di aggiugnergli si rimftneano per pigrizia, mezzo cammino si tornavano indietro. Questi erano i pi degni tra coloro ch2eran presenti. Onorano sopra ogni altro Achille , e Teseo dopo esso. Quanto al coito ed agli amori, la pensan cosi: si congiungono in pubblico alia vista di ognuno. II sojo Socrate spergiurava, dicendo che castamente accostavasi a' giovanetti; e molte volte confessavano il vero Giacinto e Narciso, ma esso negava. Vol. II. 6

v ,

8a Le femmine sono a tutti comuni, vidia dell' altro, e spezialmente n aleuno ha rin cio sono pla-

ed i fanciulli senza punto di ritrotonicissimi; sa si prestano a chi vuole Non erano appena passati due o tre giorni, che io andandomene dal poeta Omero, ed avendo ozio amendue, tra molte cose lo interrogai di donde fosse, dicendogli che di cio assai si quistionava tra noi; ed egli mi rispose, che eravamo noi errati, credendolo molti di Colofone, ed altri di Scio, ed altri di Smirne. E dicea ch' egli era di Babiloe che da' cittadini suoi chiamato era Tich2 essendo grane e non Omero, e finalmente, ostaggio presso dei Greci avea preso tal soprannome E medesimamente Io interrogai se verania, da esso scritti que' versi rifiutati, ed egli gli afferm tutti per suoi, e mi vena cosi compassione della frivolezza dei discorsi di quei grammatici di Zenodoto ed Aristarco Avendomi in tal guisa convenevolmente risposto, di nuovo lo interrogai perch incominciato avea ed e'mi rispose: perch il suo poemadall'ira, cosi mi venne in mente, e pi oltre non vi pensai. E bramava pure di sap ere, se prima deIFIiliade scritta avea r Odissea, come dicono molti; ei lo negava, come ancora d'essere stato cieco, lo cbe pur si narra di lui, ed io me ne accertai , perch* e' vedea ne v' era bisogno interro*chiaramente, garnelo. Sovente eziando altre volte, quando-it mente stati erano

83 vedea ozioso , , ed avvicinandomepraticai seco ed ei prontamente rispondea gli )o interrogava, e speciahnente ad ogni cosa , dopo ebbe vinto un piato d'una accusa d'ingiurie, che affibbiata aveagli Tersite , perche beffato s' era di lui nel ma Omero la vinse, perorando Ulisse poema; In questi tempi sopravvenne Pitagora per esso vivuto essendi Samo sette volte trasforrnato, , do in altrettanti aniinali e compiuto avendo tutEd era dal dete le peregrinazioni dell' anima stro lato tutto di oro, e fu giudicato che fosse cittadino di cola, comech si dubitasse, se dovesse chiamarsi Euforbo o Pitagora. Venne anche Empedocle mezzo brugiato e tutto cotto nel e quantunque il domandasse con molte corpo, non fu ricevuto. In progresso di tempreghiere, po s' ebbero a celebrare i giuochi, Mortuarii Presiedevano Acbille che cbiamano per la quarta

volta e Teseo per la settima. Sada lungo a contarsi ogni cosa ; racconter le cose principali che vi si fecero. Caro discendente di Ercole vinse Ulisse alia lotta, che combattea con lui per la Alle pugna furono eguali tra lor comcorona battendo Ario di Egitto, ( quello sepolto in Corinto), ed Epo. A1 cesto non tra loro posto alcun premio; nella corsa non mi ricordo chi vinse. Dei poeti, per verit di molto superava 11 premio eran per Omero, tuttavia Esiodo vincea. tutti corone fatte di penne di pavoni. Ed essendo

84 di gi i giuochi finiti, fu annunziato, che coloro che puniti erano nel luogo degli empj, rotte le catene e sopercbiati i guardiani, discorsi eran per l'lsola ; ed eran condotti Busiride da agrigentino, da Diomede di Tracia, da egiziano e da Piziocampte. Lo che inteso che da Falaride

Scbirone, ebbe Radamanto, ordino gli eroi sopra il lido sotto la condotta di Achille, di Teseo, e di Aiachsera in se ritornato, ed azce telamonio, zuffandosi fagli Eroi, cendo spezialmente Achille gran pruove. E Socrate posto nel destro corno combatte con piu prodezza di quello non fece Ciro presso di Delio, imperoccb volto le spalle, appressandosi ma fermossi gl' inimici non colla faccia incombatterono e vinsero

Di che di poi n" ebbe premio , trepidamente stato essendogli dato un orto ne' dintorni della citt, ove , adunando i compagni, vi dispuRatava, chiamando il luogo Mortaccademia. dunando poscia i vinti, e postigli in catene, furono riportati alla lor dimora, per sostenervi Omero scrisse quemaggiori pene che prima e partendomi mi die' questo suo sta battaglia, perche lo portassi a quei di nostra naMa ed ogni altra mia cosa poquesto II cominciamento del Poema era scia perdetti. tale : - 5? Musa mi d dei morti Eroi la pugna. lihro, zione. Quindi, secondo loro costume dopo terminata

85 la guerra, cossero fave, e per la vittoria si banchettarono , e fecer gran festa; e solo Pitagdra non ebbe parte in cotal convito, ma si sedette da lungi a digiuno, abborrendo quella mangiata di fave Eran di gi passati sei mesi , e versola met del settimo nacque una novit. Ciniro, figliuolo di essendo grande e bello della persoSchintaro, na, da molto tempo innamorato si era di Elena, ed essa punto non si guardava di mostrarsi fiee molte volte ramente accesa del giovanetto, nel convito si facean cenni, e si porgean da here, e levandosi soli si smarrivano nella selva Ciniro adunque cosi imbardato diliberossi sconsigliatamente di rapire Elena, e, contentandosene ella, andarne ad abitare in alcuna delle vi cine Isole, corne in Sugbero, o in Cacio. E trassero nella lor sentenza tre compagni i pi audaci to, perche sapeasi bene, che glielo avrebbe impedito. Quando lor parve tempo condussero a fine il consiglio loro, e di notte, non essendovi io nel convito, per essermi per caso addormentato prendendosi coloro Elena di nascoso degli altri, frettolosamente Circa la mezza notte partironsi. Menelao risvegliandosi, da che si avvide che il letto era voto levossi a gridare, e tolto seco , il fratello, ne and alla regia di Radamanto. Fattosi giorno, dissero Ie spie," che vedean molto da lungi una nave, laonde Radamanto avenda che si eran tra i nostri A1 padre non ne fe' mo-

86 messo in mare cinq uanta Eroi in una nave di un solo tronco di asfodelo, comando loro che inseguissero i fuggitivi. Questi navigando con molto impegno, gli raggiunsero verso il mezzogiorno nel punto che stavano per entrare nell' Oceano latteo vicino a Gacio : tanto poco manc che non e legata ]a nave con una catena di isfuggissero; rose la ricondussero piangea, e per vergogna si copria la faccia. Ed avendo Radamanto primamente esaminato Ciniro ed i comindietro. Elena

pagni, se v' erano altri consapevoli, non avendo niuno nominato, legati pe' genitali, gli fe' condurre alla dimora degli empj, avendoli prima fatti batter con malva. E sentenziarono medesiche pur noi a certo determinato temmamente, po lasciar dovessimo 1' Isola; e che non dovessimo rimanerv, che per tutto il giorno seguente. Di che io era di malavog]ia, e piangea, adi e peregrinare vendo a lasciare cotali beni, Essi pero mi consolavano, dicendomi che tra non molti anni ritornato sarei presso di loro, e mi mostrarono la sedia ed it letto che apparecchiato m' era vicino ai prod' uomini. Ed annuovo datomene da Radamanto mi dicesse l'avvenire, zione Egli mi rispose molto lo supplicai, che e mi mostrasse la naviga-

patria dopo avere molti pericoli; n6 mi volle indicare il tempo del ritorno, ma accennate avendomi le le vicine,

che sarei ritornato nella prima assai errato e corso

87 ( che ne appariano cinque ed una sesta in lonove tu vedi de' tano ), dissemi: Le pi vicine, La abitate sono dagli empj grandi fuochi , sesta k la citt dei Sogni, dopo la quale Pie che tu non puoi vedere, sola di Calipso, quando avrai tu navigato al di la di queste , ad un paese opposto a quello giugnerai tato da voi. Ivi dopo aver sostenuto molti vagli, e passato varie regioni, tra uomini salvatichi, finalmente tra terra. Queste cose mi disse, abitra-

e peregrinato toccherai l'a1 e carpita di ter-

ra una radica di mal va , me la poise, comandandomi che ne' grandi pericoli io dovessi invocarla. Esortommi egualmente, che gi ugnendo in questa terra non dovessi cavar mai fuoco colla spada, ne mangiassi lupini, ne usassi con garzoni maggiori di dieciotto anni; perocch ricordandomi di queste cose , v' era speranza del mio ritorno nell'Isola. Appareccbiate adunque allora le cose necessarie alia navigazione, ed essen1' ora mangiai con loro, ed il giorno vegnente me ne andai al poeta Omero, e lo pregai che mi facesse una iscrizione in due versi ; e poich me la ebbe fatta, innalzata una colonna di berillo in vicinanza del porto, vi scrissi questi versi: Luciano accetto agli beati Idd, Vista ogni cosa, ritornd alla patria. Trattenutomi tutto quel giorno, nel seguente do venuta

88 facemmo vela, guidandoci gli Eroi Ed aJlora accostandomisi Ulisse di nascosto di Penelope mi die' una lettera da portare a Calipso nell' isola Ogigia. Radamanto mando con noi il piloto Nauplio, acciocche approdando alle isole non fossimo ritenuti da niuno , come persone che navigavano Poich facendo cammino -per altra mercatanzia. ebbimo passato quell'aere odoroso, si sparse incontanente intorno a noi un puzzo assai grave di bitume, di zolfo e di pece insieme brugiati, ed un iumo pessimo ed insopportabile come di carne d'uomo arrostita, ed un' aria oscura e caliginosa, dalla quale grondava come una rugiada impes' udia romor di flagelli e ciata, ed infrattanto pianti di molli uomini. In quelle altre isole non ma quella in cui discendemmo approdammo, era tale Era all' intorno squallida ed alpestre , e piena di pietre molto aspre, ne v'era acqua, ne alberi Nulladimeno aggrappatici per quei precipizj c' inoltrammo per un sentiero pieno di spini e di legni pungenti, e passati que' brulti luoghi, gionti al carcere ed al martorio, pridella natura del ci maravigliammo mieramente tutera seminato il terreno Imperocche paese. to di pugnali e - di pali aguzzati, e circondato era da due fiumi, uno pieno di fango e 1' altro di sangue, ed un altro di dentro di fuoe co , e questo assai grande ed interminabile, e facea onde, ed eranvi discocrea come, acqua ,

8g ed i pcmolti pesci sifnili alcuni a facelle, e chiamavansi lucercoli a carboni ardenti, nette. Non eravi ingresso che per una parte e v'era portinajo Timone sola e strettissimo, Fattici innanzi sotto la scorta di Nauateniese. plio, vedemmo multi che eran puniti cosi re, coe vi me privati, de'quali alcuni riconoscemmo, vedernrno Ciniro appiccato pe' genitali tutto gonLe nostre guide ci mostravan la fio di fumo e la cagione perch eran vita di ciascheduno, puniti , e le maggiori pene si avean coloro, che vivendo stati eran bugiardi, e non aveano scritGtesia di Cnido, to. la veuit. Tra' quali v'era e molti altri Talche vedendo io coErodolo, storo , cominciai ad avere buona speranza delcoli che non ho mai detl'avvenire siccome to menzogna ritornati quindi Frettolosamente1 alia nave, non potendo sostenere quella vista j abbracciato Nauplio, lo rimaridai indietro, e poco appresso scuoprimmo 1' isola dei dappresso e sembrar Sogni, oscura, difficile. -a discernersi, va che fQsse veramepte simile ai sogni; perocch procedendo noi - innanzi, tornavasi indietro, e vedeasi emergere piu oltre Pur una volta avendola aggiunta, ed entrati essendo nel porto, chiamato Sonno, presso alle. porte di avorio, dove il ternpip del Gallo, vi discendemmo sul1' imbrunir della sera ;..ed entrati entro le porte, vedemmo moltie diversi Sogni. E pcimamente

9 vi vo' dire della citt, dappoich niuno altro ha scritto di lei, eccettoch Omero, che 1' ha ricordata non con gran diligenza. La citt adunque circondata tutta da un bosco, gli arbori del quale sono alti papaveri e mandragore T e su quelli vi sta una folia di vipistrelli, i quali sono i soli uccelli che nascpn nell' isola. Da canto discorrevi un fiume, chiamato Nottivago, e due fonti presso le porte, i nomi delle quali sono IniII muro della citt e alto svegliabile e Tuttonotte. e variato, e nel colore similissimo all'iride. Le porte di poi non sono due, come afferm Omema quattro, cioe due che guardano verso il campo dell' Accidia, delle quali 1' una e fatta di ferro, e 1' altra di terra cotta, e per queste diceasi che usciano Sogni tremendi, sanguinosi e ro, e due verso il porto ed il mare, l'una , e 1' altra, dove noi passammo, di avocji corno rio Entrando nella citt a destra vi t: il teme questa Iddia ed il Gallo vi pio deila Notte, crudeli, sono' pi ch' ogni altro onorati. febbricato un tempio vicino al della regia del Sonno, iI quale pe, e tiene appresso di se per A1 Gallo pure porio a sinistra si e loro princisuoi vicarj due

satrapi, Spauracchio di Pazzarazza, e Vanoricco Nel mezzo della piazza vi ha d' Immaginario. ed apuna fontana, che chiamano Gravesonno, presso vi son due tempj della Veria e dello Inganno. Ed ivi ancora evvi per essi un luogo

9l appartato ed un oracolo, al quale preposta per i che rappresenta profetarvi la Contraddizione , Sogni, softito avendo cotale onore dal Sonno

I Sogni di poi non banno ne la forma stessa., bel* ue la stessa natura, ma alcuni eran grandi, li e graziosi, ed altri piccoli e deformi, ed alcuni sembravan e tapini. ed altri erano adornati co.. ed erano mostruosi, chi in Re, chi in Idme per qualche pompa, dio , e chi in altre maniere, e molti ne ricono-scevamo gi veduti un tempo da noi, e quesli ci venivano domestici; sua, e mettendoei incontro , e ci abbracciavano e prendendoci ne condussero come a casa d' oro in apparenza, ed altri vili E ve n' erano alcuni che aveano ale,

a riposare ci albergarono splene comodamente, ed oltre altre madidamente, gniticenze che ci usarono , ci prometteano di farci in pasatrapi e re Ed alcuni ci riconducevano tria, e ci mostravano le famiglie nostre, e nel Dimorammo pergiorno istesso ci riconducevano. nio presso di loro per trenta giorni ed altrettane mangiando Di poi riscossi da un grandissimo tuono iscopimprovvisamente saltando in piedi, toJta la vettovaglia piante, ci levammo di l , ed il terzo giorno necessaria, approdati in prima all' isola Ogigia, vi discendemmo. E volli aprir io la letiera di Ulisse , e ne lessi lo scritto cb' era tale: ULISSE A CALIPSOSALUTE Saprai di gi che la prima volta che io te notti dormendo

92 da te mi partii, dopo fabbricatomi il legnet, e fui a stento to, ebbi fortuna grandissima salvato da Leucotea nell isola dei Feaci, dai a casa, ritrovai molti amaquali rimandato tori della mia donna, che si davano buon temtutti , fui poscia po col mio. Ed ammazzatigli i nor to pur io da Telegono, che nato m' era di dei Beati , e fieraCirce, ed ora abito l'isola mente mi pento di aver la-sciato di viver teco, e la da te promessami e se ne immortalita, ti verr a ritrovare aCJr il destro , fuggendo Questa era la sostanza della lettera, di PO) raccomandava noi, perche ci accogliesse con cortepoi essendomi inoltrato alquanto lungi ritrovai la spelonca tal qual descriyeed essa che tesseva Poich tolta ebla lettera, sparse da prima assai lac' invlt quindi al suo albergo, e ci e c'interrog di Ubanchett splendidamenle , lisse e di Penelope, qual fosse l'aspetto di lei, e s' era si saggia, come aveala di gi un tempo Noi le rispondemmo su ad essa Ulisse vantata cio quello c' imrnaginammo potesse piacerle, ed essendo quindi ritornati alla nave, dormimmo presso del lido All' aurora soffiando il vento gagliardamente, levammo le ancore, e stati essendo per due giorni sbattuti dalla tempesta, nel terzo c'imbattemmo ne' Zuccacorsari Questi sono feroci uomini, che dalle isole vicine l'uano quei che sia. Io di dal mare, la Omero , be e letta e grime,

IP navigano in queste parti. Hanno per navi grandi zucche di sessanta cubiti di lunghezza, le quali votano quando son secche, e. lirandone fuori 1a polpa vi navigano , ed usano canne per albe-' Assalitici adunri, e per vele foglie di zucca contro di noi que con due navi, combattevano e molti ferivano, lanciando in luogo di sassi semi di zucca. E pugnato avendo con pari fortuve-' circ il mezzogiorno na per lungo tempo , i Nocidemmo navigare dietro i Zuccacorsari erano loro noccbieri, i quali, come dimostrarono, nimici, perocch6 appena costoro gli ebber veduti venir contro loro, fatto poca conto di noi, si volsero a combattergli. Noi allora, spiegate le vele, ci fuggimmo, lasciandogli alle prese, e paj rea cbe i Nocinocchieri come fossero vincitori, e in pi lRlmerO, avendo essi molta ciurma, combjattendo con navi pili forti. E sono questedi scorze di noci tagliate per la lunghezza di ciascuna mezza dici cubiti Poiche isfuggimmo medicammo i feriti, ^e d'allora mezzo e votate ; noce di quinil loro incontro ', in poi ci stemrno

quasi sempre in sulle armi , sospettando ognora di qualche aguato, ne c' ingannammo, Imperoccb non essendo ancora tramontato il sole, da certa isola a deslra sopravvennero da venti uomini portati da grandi delfini, ed anche questi. eran corsari , ed i delfini sicuramente gli portava no, e guizzando nitrivano come i cavalli. Quando

94 ci furon vicini si divisero in due parti, e chi da un lato, e chi dali' altro ci percuotevano con e con occhi di grancio Saettanseppie secche, doli pero noi con dardi e lanciotti , non istettero saldi, ma feritine molti, si fuggirono all' isola Circa la mezzanotte essendo il mare in boarrivammo sopra il naccia, senza avvedercene, nido del grande Alcione, il quale avea di circuito da sessanta di grandezza del stadj , e l'uccello poco minore nido si stea allora covando

le uova, ed essendo volato, poco marico che col vento delle ali non sommergesse la nave. Ne ando via adunque fuggendo, e mandando fuori un lamentevole Essendo omai giorno, noi grido il quale discendemmo ed osservammo il nido, tutto era simile ad una gran nave, intrecciato con arbori ed eranvi cinquecento ovi, cadauno de' quali era maggiore di una botte di Scio, e di gi vi si vedean dentro i pulcini che piolavano, e rotto avendone uno colla scure , ne cavaramo fuori il pulcino , che impiumato appena E poich ebera pill grande di venti avoltoi bimo navigato da dugento stadj in di stanza del nido, ci avvennero grandi e maravigliosi prodigj. Imperocch sutla prora, che posta era per insegna in improvvisamente incomincio a battere 1' oca

ed al piloto Schintaro , Ie ali, ed a gracidare, essendo calvo, ritornarono i capelli, e ci che 1' albero della fu sopra ogni altro ammirabile,

9* nave incomincid a germogliare, e caccio rami, nelch' eran ficbi le cime de' quali producea fiutti, Vedendo e grosse uve non ben mature cio , e facemcom'era di ragione, ce ne turbarnmo, se mamo voti agl'Iddii , perche ci liberassero, E non le ne minacciava quello strano prodigio avendo ancora fatti cinquecento stadj, vedemmo una grande e vasta selva di cipressi e di pini, e ma egli che fosse quella terraferma, era un mare profondo piantato di alberi senza radica , i quali stavan dritti ed immobili, come credevamo Avvicinatisi e consideratigli, molse navigassino to eravamo dubbiosi su quello dovessimo fare, non essendo possibile il navigare infra gli arbori , che erano in oltre spessi ed addensati , ne il ritornarci sembravaci facile. Ed io montato essendo sopra un altissimo arbore, riguardai da lungi cosa si fosse, e vidi che la selvasi estendea da cinquecento stadj, o poco pi, e che al di l eravi un altro oceano. Laonde diliberammo di tirar su la nave, e farla passare sulle cime degli arbori , che erano molto dense, e per quella via andarcene in alto mare. E cosi fecimo, perocch Iesaliti sugata avendola con un grosso canape, 1' alzammo con gran fatica, ed aven, gli arbori dola acconciata Ie, navigammo sospinti innanzi dal vento E qui mi sovvenne il verso del poeto Antimaco : sopra dei rami, come nel mare spiegate Ie ve-

96 Venendot in nave sul boscoso mare. Trapassata in tine la selva, giugnemmo all'acqua , e di nuovo calata la nave, navigammo in un mare lucido e puro, fincEe giugnemmo ad una grande voragine, formata daU' acqua , come molte volte incontransi in terra delle grandi fosse fatte dai tremuoti Avendo noi abbassate le vele, la nave facilmente arrestossi , poco essendo mancato che non vi traboccasse E pignendo noi il capo in fuori, e riguardando alio in giu, vedemmo una profondita quasi di mille stadj molto maravigliosa ed orrenda, peroccb 1' acqua stava separata come da due lati. E volgendo l'occhio alia destra, vedemmo da lungi un ponte, il quale arrivava da un mare all' altro , ri. sulla superficie 1' acqua di amencongiugnendo A forza pertanto di remi corremmo a quele con grande travaglio fuori di ogni la volta, Allora entramnostra speranza lo travQrsammo mo in un mare assai placido, dove era un'isola non molto gran de, ma di facile. accesso ed due eran uomini salvaticbi coled in somla testa di .bue , ed aveano corna, tra noi fingesi il Minoma di tal forma, quale ci avanzammo per far acqua , tauro. Dismontati, e per torre, se potevamo, delle vettovaglie, delle Ed in vicinanza ritrovammo quali. maneavamo. dell' acqua , ma altro non compara, ed udiansi Per il che solo da lungi dei grandi muggiti abitata Gli abitanti

97 pensandoci che fosse una mandra di buoi, giti essendo alquanto innanzi, c' incontrammo in quee c' vedendoci i uomini, inseguironb, quali gli i rimasi ed dei tre compagni, fuggirono presero al mare , e quindi armatici di tutto punto ( non + lasciare invendicati i compagni noparendoci assalimmo i Capibue , cjne partivansi le stri ) carni degli uccisi, ed avendoli interroriti tutti, gli perseguitammo , e ne uccidemmo da cinquanta, e due ne prendemmo vivi , e ci ritornammo conducendo i prigioni, non avendo FIindietro, Intantoch alcuni ne trorato - nulla da mangiare consigliavano ad ammazzare quegli avevamo presi , ^na io nol soffersi , e postigli in catena gli finch gionsero i messaggi 1000, che guardai, domandarono rscaetargli, secondo comprendevamo dai cenni, e da certo lagrimevole muggimen11 prezzo del riscatto to ome di supplicanti. erano mold formaggi, e pesci seccbi, ecipolle, e quattro cervi, ciascun de' quali avea tre piedi, cio due di dietro , ed i due dinanzi terminavano in uno. Avendo loro per queste cose renduti i prigioni e dimorativi un giorno, facemmo vela. E di gi l'apparire dei pesci, ed il volare. ed altri molti segni ci annunziadegli uccelli, van vicina la terra, e poco appresso vedemmo uomini, i quali usavano un modo nuovo di navigare , mperoccbctMmeghno e nocchieri, Dp(\.i.lJ'.m.oa,)ij Vol II. insteme tal navigazi one navi

9 in sull' acqua, e tenendo il membro drizzato, che hanno grandissimo, su queHo spiegando la vela, e tenendo in mano le funi inferiori , per forza di vento cosi navigavano. Ed altri appresso a questi ne apparvero, sedendo sopra de' sugheri con due delfini aggioaati, i quali guidavano e muovevano, ed andando innanzi si i sugheri. Costoro non ci fecero alcuna ingiuria, ne si fuggiano , ma discorreano pacificamente e senza timore, maravigliandosi della forma della nostra nave, e mirandola tutta d' intorno. gi nolle approdammo ad un' .isola non molto grande, ahitata, secondo poscia intendem, che parlavano la lingua greca mo , da donne Imperocche ci vennero incontro, e ci preser per mano , ed abbracciarono, ed eran tutte giovani e con e belle, ed adoinate assai puttanescamente, vesti longbissime, che trascinavansi dietro L'isola Le ehiamavasi Cscasi, e la citt Acquerella Essendo cadauna condusse il suo sedonne prendendoci, Io pero stato alquanto pensando co ad albergo tra me , non presagendo nulla di buono, piu atvidi in terra molte ossa tentamente guardando. Non pertanto non parvemi e cranj di uomini bene di gridare, e chiamare i compagni, e correre. alle armi, ma tolta in mano la malva, c&minciai a farle di molte pregbiere, perche mi liberasse da quel sovrastante infortunio. Poco di poi -essendo la mia albergatrice in faccende, m'accorsi tiravano G iacendo supini

93 fhe aveva le gambe non di donna, ma con unla spada, l bie e asinine AlLora io, impugnata e legatala la interrogai su d' oIe 'corsi addosso, mi contes" gnj cosa. Ella bench malvolentieri s, che erano esse donne marine, chiamate Gambasini, e che viveano della carne dei forestieri dicea essa : quando che viaggiavano, perocche ne andul10 seco loro gli avemo imbriacati , a letto, e gli assaliamo nel sonno Udendo cio, lasciai legata colei, e montalo sopra il tetto, cbiaR poich furono mai ad alta voce i compagni. insieme raccolti, raccontai loro ogni cosa, e mostrandogli le ossa, gli condussi dentro dalla legaMa quella incontanente si disciolse in acqua e disparve. Nientedimeno per provare, percossi colla spada in quell' acqua , e tosto divenne sanalla nave, fague. Ritornati quindi prestamente cemmo vela, e quando si fece giorno vedemmo terra, e conghiettyrammo che fosse questa la parte opposla del mondo da noi abitato Adorati ci consigliammo su ci percio e pregati gl'Iddii, che aveamo a fare, e sembrava ad alcuni, si dovesse solo discendere, e poi ritornarsi che inta

dietro, e ad altri3 abbandonata la nave, avanzarsi nello interne delle terre, ed investigare chi ne fossero gli abitanti Mentre eravamo in su tai sodiscorsi, sopravvenendo una forte tempesta, spinse la nave al lido ove si ruppe. Ed ebbimo appena tempo di prendere le armi, e cio che

IOO e salvarci a nuoto Queste furono le potevamo, cose che mi avvennero fino a che giugnemmo a nelle isole, quell' altra terra nella navigazione, e quindi nella Balena , e per aria e per mare, tra i Sogni poich ne uscimmo, intra gliEroi, ed ultimamente tra i Capibue e le Gambasini. lo racconteremo nei Quello avvenneci in terra, Libri seguenti.

191 L' UGCISOR DEL TIRANNO

ARGOMENTO L' mrgomento di questa Declamazione h

si posto in principio da Luciano. L'orazione se debe la quistione raggirasi, giudiziale, Is*. riputarsi degno di premio chi uccise il fiDi questa spezie di comgliuolo. del Tiranno. in ne abbiamo mold in Lihanio, ponimenti, in quei Sofisti, essendo secoli , che piii non conosceasi la vera elqquenza stata spenta dalla tirannide, tai componimcnti di moda ; ma laddove in questi auto* ri ne sembra lo stile ancor piii sofistico ed inSeneca., in Luciano si k chiatrignto dei lor pensierii - .n, e corrente, come in ogni altro semplice, .silo componimento. Sail un tals nella rocca per ammazzare il Tiranno, n ritrovandolo , ammazzb il Jie gli il Stpravvenendo gliuolo morto, colla Clui che era salito gliutlo di lui, la spada nel core vedendo il fiTiranno, stessa spada si uccise. ed ucciso avea il figliuolasci guiderdoed in altri

l* del Tiranno, domanda di essere - nut* ceme uccisor del Tiranno. avendo, o Giudici, n; , avanzato l'uno, e fiorente l'ltro Ammazzato

due tirandi et/e

102 meglio apparecchiato a succedere nelle ingiurie , io mi vi presento, di amendue non chiedendo che un sol guiderdone Solo io di quanti mai v' ebbe uccisori di tiranni, con un sol colpo spacciato mi sono di due, uccidendo colla spada il figliuolo, ed il padre coll' affetto paterno per quello II Tiranno pag degnamente il fio di ci cbe innanzi fatto ci avea veduto avendo il li, gliuolo perire, vivendo ancor egli, di morte ime ci che si e finalmenie pi strano, si matura, stato egli costretto ad essere di se tiranno uccisore, II figliuolo di lui mori per mia mano, e morto mi fu ministro ad altra uccisione, e stato essendo, vivendo, compagno alle ingiustizie del fu per quanto pote dopo morte pur suo padre, Sono io adunque cbe ho posto fine aluccisore Ia tirannia, e tutto la mia spada ha compiuto Ho per mutato 1' ordine nell~ uccidere, ed ho inventato un nuovo modo per- finire i malvagi, ammazzando il pi robusto , che potea resistere, colle mie mani, ed apprestando al vecchio la spada. Per cotali fatti credevami io, che mi guiderdonaste voi oltre le mie speranze, e che ricevuto avrei premj di egual numaro agli uccisi da me, siccome colui che vi ho liberato non solo dai mali presenti, ma dal timore ancora deIi.. la ferma vi ho renduta e avvenire, pi gli bert, non lasciando niuno erede delle ingiustiJole. Infrattanto io corro rischio di partirmene da

io3 voi senza premio dopo si magnanima aZlone, ed esser solo privato di quella retribuzione che mi E sembradanno le leggi che io ho conservate. mi che costui che ha preso contro di me a ragionare, no\ faccia, come e' dice, per bene del ma per compassiooe dei morti, e ptr comune , vendicarsi di me s che fu.i della lor morte cagione.. Siatemi, o Giudici, per poco di tempo cortesi, quanto con diligenza vi racconto cio cbe si che comech voi il vi sappiate , la firannide , conoscere la grandezza del polrele nondimeno mio benefizio, e ne sarete vie maggiormente lieti, pensando d' esserne liberati. Imperocch non cosostenuto me ad altri IDQlte I volte avvenuto, ed un solo abbiam noi una tirannide semplice, servaggio, ne sofferto la cupidigia di un solo padrone, ma soli di quanti mai cotal calamit sop" due tiranni avuti abbiamo in luogo portarono , di uno, ed in doppia ingiustizia siam noi miseri stati divisi, D'assai era il vecchio pili moderato e ..elIo sdegno pi juite, ne' supplizj pili incerto, e ne' desiderj pi tarde, costrignendo 1' et Is ardore delle sue pass\oni, e frenandone l'apE dicevasi che ad incominciapetito ai piaceri ye Ie ingiustizie contro sua volont sospinto era dal figlio, non essendo egli di natura tiranno, ma a quegli cedendo, perch, come il dimostro , era oltrempdo amante della sua prole, e potea in lui ii figlio ogni cosa. e persuader lasciavasi

104 da esso, ed operava ingiustamente in cio che colui gli comandava, puniva secondo le voglie sue, lo serva in tutto, e regnava finalmente sotto di lui , non essendo che uno sgherro dei desiderj del figlio. II giovane per rispetto dell' et ceduto avea a lui le onoranze, ed astenuto erasi dal solo nome del regno , ma in fatto si era desso il capo della tirannide, ed in lui fido e sicuro si riposava il potere, e godea egli solo il frutto delle ingiUstizie. Si era desso che regolava gli sgherri, che rafforzava le guardie, che spegnea i tiranneggiati , che interroriva gl' insidiatori, che mutilava i giovanetti, che ihsolentiva contro i matrimonj. A lui si conduceano le donzelle , e se v' erano uccisioni, esilii, confiscazioni, tormenti , violenze, tutte queste scelleratezze dovute erano al giovane. II vecchio lo secondava , era ingiusto insieme con lui , ne lodava la malvagit, e renduta erasi la cosa non sopportabile Imperocch qando le cupidigie dell' animo acquistano il potere regio , niun termine pongono alla malvagit, Quello di poi soprattutto ci di vedere che la servit lunga sara addolorava, o piuttosto eterna, e che la citt si lastata e che il popolo caduto sciava per successione, sarebbe in eredita da uno ad un altro malvagio, non essendo agli altri leggiera quella speranza di or' ora 1a fi: fare il conto, e dir fra se stesso nir } o sar morto, e tra poco saremo noi liberi.

io5 Nulla per costoro v' era a sperare di tale, e un successore devamo di gi apparecchiato adunque niuno di tanti prod' regno. Perche mini, che la pensavano come me, ha osato , ma dovendosi fare l'esperimento porvi manu vedel uodi so-

disperata da ognuno la libert, pra di molti, Cio per non sembrava invincibile la tirannide? le difficolispavent punto me , ne considerando t della c.osami ricusai, ne m'invilii all' aspetto del pericolo, ed unico e solo mi volsi contro queMache dico solo? comsta duplicata tirannide. pagna m'ebbi nel salire la spada, che meco pued gn ad uccidere una parte della tirannide; avendo innanzi gli occhi la morte , tuttavia col mio sangue ricomprar volli la comun liberta. nella prima guardia, e volti in fuammazga non senza diftcolt quei masnadieri , zando chi mi si parava dinanzi, e facendo a pezzi chiunque mi si opponea, ne andai acomcontro l'unica forpiere la somma dell'impresa za della tirannide, contro l'argomento delle nostre calamit , e gittandomi sopra la guardia della rocca, vedendo che combattea e resistea valorosarnente , nulladimeno con molte ferite 1' uccisi. Distrutta omai erasi la tirannide , e la mia impresa avea avuto fine, e tutti da quell'ora divenimmo liberi. Non rimanea che il solo vecchio, senza guardie, disarmato, perduto avendo la pi parte de' suoi masnadieri, abbandonato, nt; capace Abbattendomi

106 colle sue mani di fare niuna valentia. Intanto io, a Giudici, la discorreva meco cos : Ogni casa per me e andata bene, tutto si passato , tutto si avventurosamente come pu. compiuto; nir si dee colui che n' rimaso? Di me e della mia destra si indegno , e spezialmente avendosi a uccidere dopo azione si chiara, s maschia, e si nobile; cotale uccisione sariasi un'onta. Convie-n ritrovare un manigoldo che degno sia di esso, Ma nella disgrazia sua s' abbia ei pur questa vicina s' abbia la vegga , tormentisi; guadagno, a questa raccomando io il rimanente spada, Quella, come avea io di gi indovinato, opero ; uccise il Tiranno, ed alla impresa mia pose fine. Eccomi adunque a recarvi il governo popolare, ingiungendovi di star di buon animo, ^d annnnGodetevi omai U ziando ad ognuno la libert. frutto delle mie operazioni, vuota, come vedete , di scellerati e la rocca, non comanda pit niuno, ed permesso copcorrere agli onori, e contraddire secondo le leggi; e tutte queste cose te do-. vete a me, alla mia audacia, ed a quella sola uccisione, dopo la quale non pote il padre piu. vivere. Richieggovi pertanto, che mi diate per tutto cio un premio condegno, non che come avido o sordido mi sia io mosso a fare bene alia ma. perch raffermar patria mia per guadagno, voglio col premio la mia beqe operata impresa. ne che nulla si tolga a' conati miei, pep cui

107 giudicati possano essere di relribuzione indegni come imperfetti e non nobili. Ma costui opponesi e dice, che non opero io sanamente , volendo essere onorato e ricevere il premio, perch non sono io uccisor del Tiranno, ne comportato mi sono secondo te leggi, e che vi manca alcuna cosa alia mia azione, perch richieder possane un premio. Domandero adunque a lui: co? Non volli? non sa tu di pi richiedi da me andai? non uccisi? non liberai? Comanda forse anche alcuno? Forse alcun signor ci minaccia? Forse mi fuggi alcun dei ribaldi? Per certo dirai che no. Ma ogni cosa si 6 piena di pace , ban vigore Ie leggi, la libert si manifesta, ferma si la signora del popolo, non insolenliti i matrimonj , sicuri i fanciulli, salve te donzelIe, e la citta festeggia la comune felicit, Chi vi ha adunque cio procacciato, ponendo fine ad ogni cosa? Se vi tale, che sia a me degno di essere posto innanzi, gli cedo io ogni onoranza e rinunzio ad ogni guiderdone Se di poi ho io solo recato a fine ogni cosa, osando, pericolanvendido, salendo, ammazzando, castigando, candomi dell' uno coll' opera dell' altro, perche calunnii tu un' impresa si illustre ? a che stimoll il popolo ad essermi ingrato? Ma dirai: tu non uccidesti il Tiranno, e la legge concede il guiderdone all'uccisor del Tiranno. Mi di: vi ha egli forse differenza tra 1' ammazzarlo ed il dargli

i c3 cagione di morte? Quanto a me non ve ne veggo atcllna, perocche 1' ordinatore di nostre leggi non ebbe riguardo che a questo solo, alia libert cioe, al reggimento popolare, ed alla liberazione dei mali. Cio volle fosse onorato, cio ne negherai tu, giudico degno di retribuzione; che io questo abbia operato. Imperocch io ammazzai colui, dopo la morte del quale non potea 1' altro pi vivere, io gli detti morte, e quella nccisione dovuta a me ; it colpo alla propria tua mano Non volere percio troppo minuziosane rimente disputare sulla spezie di morte, ma solamente se non cercare come sia morto , che e' pi non vi e pi, e che sia mia opera, esista Sembrami di poi che andrai pur quistionando, e calunnierai se ha ben meritato delJa o colla patria, se alcuno ammazzato lo abbia, o col bastone , o co' sassi, o in qualunspada, E che ? Se avessi io colla faque altro modo me espugnato il Tiranno, dandogli occasion di che ucciso morire, richiederesti anche allora, io 1' avessi colle mie mani , o diresti che alcuna cosa mi rimanesse per la esecuzion della legge, e ci stato essendo morto il ribaldo con maggiori difficolla? Ma di grazia ricerca sol questo, questo richiedi, sii di questo zelante, se rimane cioe alcun dei mal vagi, se vi e sospetto di tiChe se more, o alcuna memoria di calamita. tutto si purificato ed in pace, proprio si di

log calunniatore lo indurre il prete.;to del modo come si passata la cosa, per vo!ere cosi togliere il premio a chi coile fatiche sue ne ba coche tanto ben meritato. Che anzi mi rammento , dicesi nelle leggi ( se dimenticato non mi sono di ci che in esse contiensi per la lunga servit ) 1 che le cagioni di morte son doppie, e se alcuno ammazzo egli stesso, e se non ammazzando, ne dando tine alla faccenda colla sua mae porse occasione di morte, vuole la no, ordi, legge che sia nell' uno e nell' altro caso egualmente punito imperocch , ed assai giustamente; non volle, che il conato reputar si dovesse minore del fatto Del rimanente si e omai sazievole il ricercare i modi della uccisione; mentre credendo tu giusto , che punito sia come omicida colui che uccise in tal mudo , ne permettendo che per niun conto ne vada libero, quegli che di poi ha nello stesso modo beneficato la citt, non vuoi estimarlo degno di premio com' alNe potri, che meritaron bene della lor patria trai tu dire, che abbia io cio fatto a caso , e ne abbia d' altronde conseguito buon fine senza mia volont, Impetocch cosa avea io a temere, ucciso avendo il pili forte? e perche gli lasciai nella gola la spada, se del tutto indovinato non avessi cio che ne dovea avvenire? Se per avventura non dicessi tu, che colui che peri non era tiranno, perche non avea cotal norne, ne voi per

1to la uccisione sua dato avreste volentieri assai do ni. Ma cio non potrai tu dire. Perch dunque, morto il Tirarmo, negar vuoi tu il premio a chi savisgli fu cagione di morte? O avvedimento simo ! Importa a te come ei sia morto , quando godi la liberta? e che richiedi di pi da .chi real papolo la signora ? Bencb la legge ricerca, come dici, il prixicipio delle- azioni, Ie cose di mezzo punto non cura, ne fino a E che? Chi caccio il questo punto minuta Tiranno, non si ebbe egli gli onori di uccisor di ed assai giustamenle, Tiranno, procacciando la libert in luogo della servitu? La impresa mia non lo ha cacciato in esilio, ne v' e timore-che di nuovo e' ci torni, ma lo ha interamente distrutto, e fino alie radici e stata spenta la razza sua, esi ogni male estirpato. E, per gl'Iddii, esaminate ogni eosa dal principio alla fine, se vi pare che nulla vi manchi alia esecuzion della legge, e se altro vi rimane a desiderare di cio che si ricerca in uccisor di Tiranno. Concuviene primamente esser d' animo valoroso, e di ricomperare , pido di pericolare pel comune colla propria morte la salvezza del popolo. Parvi adunque che abbia io in questo mancato, che mi sia invilito, o che prevedendo alcuna cosa di cio che accader potea intra il fatto, mi sia tratto indietro? Dirai per certo che no. Fermati in questo solo pensiero, che comech niun bene stitui

111 mi creda io come benemese n'abbia sortito, volont, pel rito ricevere il premio solo per la E che? fermezza dell'animo. la e per consiglio, se avesse altri , non potendolo io recare a fine; ucciso il tiranno appresso di me, mi di , strana cosa stata sara ed irragionevole guiderdonarmi ? E spezialmente se io dicessi: Cittadini, pensai, solo volli , tentai , diedi prova del mio animo, che mi rispondedegno sono di essere onorato, resti allor tu? Ora non dico io questo, ma io salii, peiicolai, e feci mille cose innanzi la morN v' immaginate che stata sia te del giovane la faccenda si leggiera e si facile, superare la e solo porre in guardia, vincere i masnadieri, , lo che si la massima e la fuga tanti uomini somma delle opere nella uccision dei tiranni Imperocche non e da per se il Tiranno cosa si che non possa prendersi e ferirsi, ma grande, cio che guarda ed accompagna la tirannide si spaventoso , e chi sa questo vincere, tutto ha eg!i recato a fine, lieve cosa essendosi il rimanente. Non fu a me permesso di avvicinarmi a' tiranni , se non superate e vinte le guardie tutte ed i masnadieri , che loro stavano intorno. Non aggiungo nulla di pi, e di nuovo in questo mi rimanvinsi i masnadieri , go Superai la guardia, nudo , disarmato, senza guardie ridussi il Tiranno Ti sembro dunque per tutto cio indegno di onore, e vuoi che io dia ancor ragione della

I 14 uccisione? Ma se questa tu cerchi, essa non mane con valenta e ca, ne sono io senza sangue , fortezza ho dato morte ad un giovane vigoroso, a tutti tremendo , per cui il Tiranno superiore era alle insidie, nel quale posto avea la sua fiducia, e che valea solo per mille sgherri Non sar adunque dopo fatti si grandi degno io di guiderdone, e mi rimarro inonorato? Cbe avvenuto ne saria se ucciso avessi un sol masnadiere, od un sol ministro del Tiranno, o quel suo servo onorato? Non vi sarebbe pur questa grande cosa sembrata, salire in mezzo alia rocca tra l'armi , Ora ed ivi dar morte agli amici del Tiranno? vedi tu morto esso stesso. Figliuolo era del Tima assai pi di lui aspro ed implacabil signore, piu ne' supplizj crudele, pi insolente, pi ingiusto, e cio che pi monta, erede e successor di ogni cosa, e yalente a prolungare ancora per gran tratto di tempo te nostre calamit. Pretendi tu, che non abbia io finito che , e che siasi fuggito, e viva it Tiranquesto solo ranno, no? per questo adunque io domandovi il premio Non avevate Cosa mi rispondete ? nol darete? voi forse 1' occbio pure in su quello? non era padrone? non duro? non intollerabile? Considerate adesso la somma della cosa, imperocche cio che costui ricerca da me, questo per quanto ho io potuto, compiuto, ed uccidendo altri, ucciso ho il Tiranno, ne semplicemente e con l' ho ottimamente

115 Un solo colpo, ci che sara" per; esso stato desidsrabile, siccome colpevole di tante ribaldee mocon molti dolori, lie, ma tormentatolo sott' occbio cio che avea di pi castrandogli rx> miseramente giacente, un figljuolo gi adulsimile al pato e malvagio, pieno di rigore, dre, e saziato di stragi e di sangue. Queste sono le ferite dei padri , queste Je spade dei giusti uccisQri dei tiranni, questa si morte degn di tiranni crudelisshni, questo si e convenevole Morirsi in sull'isupplizio a cotante ingiustizie. i sentimenti, nulla stante, perdere incontanente vedere di tale spettacolo, non sono codesti modi vendetta tiranno N il mio un io, per degna come cotalej ignorava, non ignorava io, ripeto, cbiunque altro quanta ibenevolenza aveasi egli pel figliuol suo, e che non credea egli poter sopravvivere ad esso anche per brevissimo tempo. Che se tutt' i padri tale affetto conservano p figliuoli loro., questi ogni altro superava, e non senza ragione, vedendo quegli solo amante e custode della tirannide, e che solo incontrava perigli pel padre, e che procacciava sicurt al regno suo Talch sapeami io bene, che se non per amore, sarebbesi di disperazione ei di subito morto, contando la vita per nulla privato di quella sicurt, che il figliuol suo gli porgea, A lui adunque opposi insieme ristretti la natura, il dolore, la disperae la incertezza dell' avvenire, zione, il timore, Yolo II, 8

n4 ed usando di questi ajuti contro .i lui, lo irldussi a quella estrema deliberazione. Morto si a voi senza prole, si egli ucciso da per e se stesso, lo che si morte lagrimevolissima, di molto assai piu cruda di quella da altri apDove si sta la mia spada? Evvi per prestata. avventura alcuno che Ia riconosca? Per avventura cotal' arme ad altri appartenne? Chi la porto entro la rocca? Chi la us innanzi il Tiranno? Chi la spinse contro i 1ui? O spada, partecipe ed esecutrice della illustre mia azione, dopo si grandi pericoJi, dopo stragi si grandi, die reputati indegni di pre, sprezzati noi siamo mio! Se io vi chiedessi essere onorato per questo solo, se io dicessi: cittadini, il Tiranno TOlea morire, trovandosi disarmato in quel teme fu questa il po, adopero quesfa mia spada, mezzo per cui racquistammo tutti la libert; giudicate voi questa degna di onore e di premio. Non guiderdonereste voi il possessore di una suppellettile si popolare? non lo registrereste tra gli non consecrereste la stessa uomini benemeriti ? spada infra Ie offerte dei templi ? non la adoreOra rivolgete voi l'areste insiem cogl' Iddii? che fatto e detnimo a cio che puo credersi, to abbia il Tiranno innanzi la morte. Imperocch trucidato essendo da me, e con molte ferite percosso, nelle parti pi manifeste del corpo, e il volea vie addolorarne padre, piu perche

115 colui miseramente alla vista, prima petiurbarlo non per ajuto, che il e chiamava padre, gridava, il conoscea debole e vecchio, ma per ispettatore dei suoi domestici mali. Me ne era io di gi andato, composto avendo tutta quella tragedia, e lasciato avendo all'attore il morto, la scena, Cola spada , e le rimanenti cose del dramma. lui sopravvenendo, e vedendo l'unico suo figliuolo di sane lordo tutto livido appena, respirante gue e coperto di ferite grandi e mortali, grido : truMorti siamo, o figliuolo, siamo scannati, Qve si egli I uccidati siam per tiranni, a che mi guarda P cisore ? a che mi riserva? O ha ePer te forse, o figliuolo, gi spento? o vuole ingli forse un vecchio in dispregio, la mia morte, e far dugiare per prolungar di me strazio pi lungo ? E dicendo tai parole cercava la spada, perocch stavasi ei disarmato per confidare del tutto nel figlio, N questa gli inanco, stata essendogli gi a tale effetto da me e lasciata per quella impresa che apparecchiata, dovea seguire. Impugnata perlanto la spada cosi lorda di sangue, e traendola dalla ferita, esclaIVLhai mormo : Poco innanzi tu, o spada, ed ajuta queto; or mi conforta ed alleggia, sta mia vecchia mano infelice, ucscannami, il cielo che mi fossi in te prima abbattuto, e che prcvenuto avessi l'ordine di questa strage! Morto, vero, sarei, cidi un tiranno. Volesse

n6 ma come tiranno creduto avrei lasciare un uenilicatore. e non Muojomi ora senza figliuolo, ho perfin chi m' uccida, E cosi dicendo s' af, frett di scannarsi, tretnolante , mancando le forze al compimento derio. Quanti supplizj son questi! e impotente, del suo desiquante ferite ! quante morti! quante uccisioni di tiranni! Finalmente tutti veduto avete il giovane disteso in lo che si un fatto n6 leggiero ne picterra, colo, ed il vecchio pur li presso gli era disteso, ed il sangue di amendue insieme mescolato dimostrava quel sacro patto della vittoria mia e della comun libert, e la illustre impresa della mia spada ; la quale pur vedeasi tra loro, e non indegna del suo padrone testimoniava averlo fedelmente servito. Tutto cio che io ho operato, si sara di poco momento, se pi chiaro non risplendesse per la novit della cosa. Imperocch6 io sono, che distrutta ho la tirannide , ma l'azione, come in un dramma, si divide tra mold. La prima parte V ho rappresentata io, la seconda il figliuolo, la terza il tiranno, e la spada ha servito ad ognuno.

U7 ", IL RIFIUTATO

ARGOMENTO in Greco da intitoiata AToiitipyfTTOfitvoi il qual la presente Declamazione" Luciano al Latino vocabolo perfettamente. corrisponde nostro Toscano Rifiuche vale nel Abdicatus, usavasi dagli antichi tato. Questa rifiutazione e si verso i figliuoli cattivi ed inobbedienti, innanzi dei Giudici, chiafacea. soleni\emen\$ ed ivi provata la mandovi il padre il figliuolo, non era pi U padre tenuto di mantenerlo, e nudo e spogliato aacciayalo di casa, n alla morte. sua gli succefuori U argomento che siegue b dea nella eredit, sua cattiva vita, nel dal padre impar 10. Medicina. II padre furroso, e disperato dagli 0.1tri medici, fu per forza di certo medicamento da lui, e fu perci esso nuovamente% risanato accolto nella famiglia, ma comandato di PQi di risanar ricusandosi, Non la matrigna 6 rijiutato della stessa infermit, di nuovo. Testo Un tale rifiutatp -

, e Giudici, punto nuovo ne strano, cio che fa ora mio padre, n si h la prima volta che in cotal modo si sdegna, e si ha egli

n8 e ne viene al vostro tripresta codesta legge, Nuova per si ora bunale, siccome e usato la mia disgrazia, che non avendo io colpa parcorro rischio di portar pena, perche ticolare , non pu essere 1' arte a' suoi comandamenti obDella qual cosa non pu esservi nulla di pi strano, che abbiasi a curare per comannon in quanto sia 1' arte valevole, ma damento, perche il vuole il padre. Vorrei pertanto che tal rimedio si avesse la Medicina, che valente non solo fosse a calmare i furiosi, ma bene ancora coloro che si sdegnano a torto; perche sanerei pur cosi questa infermit di mio padre. Ora cessatagli affatto la furia, pi gli si 6 accesa la collera, e cio che e gravissima cosa, si desso con tutti gli altri savissimo, ed infuria contro me soVedete adunque qual guilo, che F ho medicato derdone io m'abbia dell'averlo curato, di nuovo essendo da lui rifiutato, e per la seconda volta cacciato dalla famiglia; sembrando che stato solo per poco, per essere con pi onta posto fuori di casa pi volte. In quelle cose che io posso, non aspetto io d' essere comandato, per lo che poco fa non chiamato ne venni in ajuto, ma conoscendo ora il caso affatto di" sperato, non vi voglio por mano; e sono nella scoinfermit di questa donna ragionevolmente raggiato, perocch fo il conto di cio che dovr vi sia ricevuto to soffrire dal padre se non riesco, essendo ora bediente

119 8a lui rifiutato. non incominciata neppure la cura. Duolmi, o Giudici, della malattia della matrigna, percb- era buona, e della tristezza del padre per tale accidente, e soprattutto mi duole, che sembra che io mi ricusi, non potendo praticare cio che mi vien comandato per lo eccesso della infermita, Laonde io m'avviso e per 1a debolezza dell'arte. non essere punto giusto che si rifiuti colui, che non aa promettere quelle cose, chOjei non pu fare, Le ragioni per le quali ei di gi da prima mi rifiut, sono facili a conoscersi dalle presenti , P apoloed ho io fatto di quelle bastantemente gia coUa vita che bo poscia menato, lo, di che ora m' incolpa, mi difendero di me pophe to posso raqcontandovi essendo e di quelper quancose. Ed

io quello scapestrato ed incorriggibile, e vergogna della famiglia 9 rossore del padre, breve credetti allora dover rispondere a lui, che

forte gridava opponendomi molte cose; ma uscito di casa, avvisai, che stato sara per me un gran ed un vero decreto a mio favore, tribunale, se foss' io veduto esser molto lontano dalle accusazioni del padre, travagliandomi r^lle ottime e coversando colle persone piti dabdiscipline, bene. Prevedea ancora e di gi sospettava, che segno fOBBedi non ben composta mente nel padre 1' adirarsi ingiustamente, e raccozzare si false accuse contro del figlio. E v' erano alcuni ahe riputavano essere cio un prinoipio di mania.

120 ed una minaccia, sopraggiunsegli manifestandolo ed un indizio del male ehe troppo in esso

la legge durissima, le ingiurie pronte, il tristo giudizio, il lo sdegnarsi, e la eccessiva collera in gridare, ogni cosa. Per la qual cosa io m' immaginava, che non mi sada stata forse inutile Faite medica. Avendo adunque viaggiato e praticato presso gli stranieri co' medici pi riputati, ed usatovi molto travaglio ed uno studio costante, l'arte ritrovo il padre imparai. Ritornandone, apertamente furioso, e disperato dai medici della citt, che non vedeano bene entro, ne con molgiudicavan del male. Per fare ci che si convena ad un buon figliuolo, non mi tornai in ment il rifiuto, ne aspeltai di esser N avea io cosa, che potessi partichiamato ma tutti i cii lui colarmente in esso accusare, e come io dicea, castranieri, Presentandomi adunque gionati dalla infermit, non di subito lo curai, perchfe non chiamato, n cio si costuma di fere, n 1' arte lo ingiugne, ma prima d' ogni altra cosa c' informiamo, per vedere se il morbo sanabile od incurabile, e errori m' erano manegcon ogni diligenza procugevole, ci proviamo e riamo di salvare lo infermo, Se di poi ci accore superiore, non vincitrice e che la malattia giamo TI poniarno affatto mano, servando certa antica fuori dei termini dell'arte. Ed essendo

non molto dopo, 1' odio irragionevole,

ta accuratezza

<131 iessetuei progenitori dell' arte medica, che dice, che nwi dee mettersi le mani su quei cbe di ^ia sono spacciati. Vedendo esservi ancora speranza pel padre, e che il male non avea del tutto oltrepassato i confini dell' arte, esaminata scrupotentai lo esperimenlosamente ogni circostanza, to, e con fiducia mescea la medicina, sospetto a molti di quelli che essendo. quell'apparecchio eran presenti, i .quflh calunniavano intenti mostravansi ad accusarmi. la cura, ed V' era pur non perch

la matrigna timorosa e diffidente, m'avesse in odio, ma per paura, e perche ben si trovava assai. male, siccome sapea, jch'.egli

e comcolei, che sola era ad ogni cosa presente, mensale del morbo Io pero di nulla sconfortandomi, sapendo che i segni non m' ingannavano, ne 1' arte tradivami, d^ehe aveala. impresa, affrettai la cura, comech alcuni amici mi consinon riuscendo-gliassero di non-osarla, perche come se vendicato ani, ne sarei pm caJunniato, mi fossi del padre colla medicina per la rieordanza de' mali, che avea da esso sofferti, In somma in poco tempo esso fu salvo, torn ad esser savio, ed a conoscere ogni cosa. Quei che eran presenti ne faceano le meraviglie, la maed a tutti mostravasi lieta, trigna mi lodava, che avess'io ben capita la infermit, e che si fosse quegli riavuto. talch E tutto egli non cio posso io teindugiando, n stimoniargli ;

122 consigliandosi con persona, dappoichintese ogni cosa da quei che di tutto stati erano spettatori , rivoc il rifiuto, mi riconobbe nuovamente per fgliuolo, chiamandomi benefattor suo e salvatore, ed escusandosi delle cose passate confessava di aver di me una indubitatissima prova Questa sua azione piacque a molti buoni uomini, cb' eran presenti, e rattristo coJoro, a' quali il rifiuto del figliuolo procacciato avea un accoglimentutti egualpertanto no lieti di cotal cosa , ma in alcuni un improvviso cambiar di colore ed uno sguardo turbato ed un volto sdegnoso, quale suol farsi per la invidia e per 1' odio. Noi di poi, come puo credersi, essendoci insieme rappattulieti ci stavamo di animo e contenti e mati, La matrigna poco tempo appresso ingiocondi ad infermare, e di un morbo, o Giue ne osservai io dici, difficile ed irragionevole; la cattivit fin da principio. Perocch non era una spezie di furore semplice e leggiero, ma il male avendo da antico la sede nell' animo, avea allocomincio ra fatto impeto e n'era fuori venuto; e comeche abbiam noi molti segni di furiosi senza speranza di guarigione, questo ho io osservato afche verso tutti gli fatto nuovo in codesta donna , altri si docile e mansueta, ed in presenza loro il morbo fa pace; ma se vede alcun medico, o golo lp ascolta, s' inasprisce all' eccesso, il che to pi grato mente esser Vedea

125 si testimonio Vedendo della insanabilita del suo male.

io queste cose, me ne sono assai addolorato, e ne ho compassionato la donna, che infelin' degna per essere immeritevolmente ce II padre per ignoranza ( non conoscendo ne te cagioni , ne it modo egli ne il principio, della sua infermit ), mi comando di curarla, e di mescerle lo stesso medicamento, perocche che non vi fosse che una egli si dava a credere, ed una infer, spezie di furore, un solo morbo mita stessa, e che non vi abbisognasse che la cura medesima Quando di poi, siccome e verissimo , gli dissi citera impossibil cosa di sale che mi trovava io superato dal vare la donna , e disse morbo, si adiro, ne and in eoHera, che io mi ricusava a bella posta. e che tradiva la donna, e mi accusa cosi per la irnpotenza delE gli avviene to stesso che avvenir suol'arte. i quali sempre si le agli uomini malcontenti , sdegnano contro quelli, che lor dicono il vero con libert. Non pertanto, per quanto in mio potere, faro io la mia apologia e quella dell' arte E primamente per incoininciar dalla legge , colla quale costui vuol rifiutarmi , sappiasi egli, che non ha egli il potere che avea per lo innano padre, colui che ha ordinate Imperocch, le nostre leggi, non permise, che si rifiutino tutt' i tigliuoli a capriccio, ne per ogni cagione , JP3 siccome concedette ai padri di sdegnarsi in

124 tal modo , provvide cosi pure che non si soffrissero i figliuoli cio a torto. E percip non voile, che la pena fosse libera e senza giudizio, ma e vi fe' sedere dei retti gli chiamo al tribunale, che giudicassero il giusto senz' ira, e estimatori, Conosceva bene egli, che v*esenza calunnia, rano molte irragionevoli cagioni di sdegno, e che persuadeasi falsamente il vero colla calunnia, prestandosi fede ad un servo o ad una femminetta nimica. Non permise pertanto che si passasse questa faccenda senza giudizio, ne che condannati fossero i figliuoli senza essere intesi , ma per essi ancora versasi Is acqua, si rende ragione, ne nulla lasciasi senza esamina Esadunque tale 1' autorit del padre, ne essendo egli padrone che di accusare, spetta a voi, o giudici, dj giudicare se la sua accusa si e ragionevole, Ne considerate voi cio che ora ma da prima mi oppone, e per cui si sdegna, quello ricercate, fiuti nuovamente se dee permettersi, ch' ei cicolui, che desso ha gi rifiutae contro il quale usando del posendo

to altra volta, ter della legge, ha egli consumato tutta la pae sul quale ha annullato potria sua poqest, Cio io affermo scia il rifiuto avendol riaccolto. essere ingiustissima cosa, rendendosi cosi infiniti i castigamenti dei figliuoli, le condanne duplicate, il timore eteino, e facendosi servire le lege poco gi agli sdegni, quindi rendendole nulle,

11$ appresso ritornandole in vigore , e volgendosi la secondo le circostanze ed il

ginstizia sossopra Ed in prima si diritta cosa volere dei padri di dare ai padri alcuna autorit, e sdegnarsi quando essi si sdegnano, e farli arbitri della pena Ma avendo essi una volta consumato il poter loro, saziato il loro sdegno, ed abusato della legge, e dopo ci riaccolto il figliuolo, pere necessario suasisi che esso non sia malvagio, rimanersi fermo , ne rivolgersi indietro, ne mune ritrattare iI giudizio. tar sentenza, A niun segnale potea conoscersi , se cattivo o buono si ed percio conceduto saria stato il figliuolo, di cacciare dalla famiglia i figliuoli indegni a co-

loro , che senza conoscergli tali gli alimentarono Ma allorch non per necessit, ma di libera sua volont accoglie alcuno una persona da esso approvata, come pu mutarsi parere, o qual uso puo esso far della legge? Imperocch a te direbbe il nostro ordinatore di leggi : Se costui era malvagio, e degno d' essere rifiuta? Perchd to, perch cosa V hai tu richiamato di nuovo tel sei ricondotto in casa ? Perchd hai tu annullata la legge ? Tu eri libero e padrone mettere di non far ci, Nfi si pu a te perdi usar delle leggi a capriccio tuo, e i giudizj secondo La tua incostanza

volgere Tib deonsi le leggi ora annullare, ed ora tornare in vigore, n sedersi debbono i giudici

1*6 ministri dei tuoi volerl f testimonj , o piuttostd or castigando, ed ora assolvendo secondo a te Una volta hai tu genemto, una volta pare, alimentato, ci quando ed una sembri volta puoi tu rifiutare, di farlo con giustizia e II

e contirtuo, e farlo di poi indeterminatamente, ci veramente si ben soyente, ed a capriccio, della podesta tua paterna maggiore Dappoirichiach mi ha egli adunque volontariamente ed ha annuliato r antico giudizio del trinon bunale, e si ricreduto del suo sdegno, che ei vogliate, o giudici, per Dio concedergli, si ricorra contro di me alla pena stessa, e facmato, cia di QUOVO uso della sua paterna podest, della quale trascorso omai il tempo, 116 pit n'e ed ha ogni sua forza convalido il privilegio, sunta e perduta. Vedete che anche negli altri se alcuno crede che jl giudizio dei tribunali, la permette giudici eletti a sorte sia ingiusto, ma se ad altri giudici; legge di richiamarsene di lor volont convenute sono le parti nella scelta dei giudici, non si permette richiamarsi dal loro arbitrio Imperocch si potea non rimanersi al giudizio di quei primi, ma si giustissirna cosa, che tu ti contenti del giudizio di questi, che tu stesso t' hai scelti. Egualmente a te, se permesso t* era non ricever colui, che della tua e quindi essere avevi creduto , indegno famiglia lo hai accolto, nuovamente buono , giudicalolo

luj non t' e pi concesso di rifiutarlo Imperocch cbe col confessare tu stesso hai testimoniato, egli si uom dabbene , cbe si egli immeritevole di soffrire cosa il nuovo ci di bel nuovo. mio accoglimento tarsi, essendo di necessita una stabile riconcida confermata liazione, dopo matura esamina due tribunali; nel primo, allorch mi cacciasti , e nell'altro di te stesso, quando mutato parere , rendesti nullo il fatto da prima; ed annullando quei primi decreti, hai raffermato cio che poscia e rimanti in questi ultimi, deliberasti. Percio Ti conviene esser serba il giudizio tuo stesso. padre, ed perche cosi volesti ed il confermasti Ed io avviserei, che se ancora non approvasti. ti fossi figliuolo di natura, ma di semplice adozione, non potresti tu neppur rifiutarmi, imperocche ci che da principio fare non si potea , una volta fattosi, cosa ingiusta annullarlo Que.gli di poi che per natura, e poscia per tua sentenza e volont da te e stato accolto, come sana ragionevole, che e' si cacciasse di nuovo, e molle volte si privasse del diritto della famiglia? Se io stato mi fossi servo, e credendomi tu malvagio, m'avessi posto in ceppi, e quindi conosciuto, che non avea io in nulla peccato, m'avessi lasciato andar libero, ti sarebbe egli per avventura permesso sdegnandoti meco di pormi altra volta nel servaggio primiero? Per certo che la qual non dee ritratPer

128 no, perocch Ie leggi comandano che cio si riChe non sia manga valido e fermo in perpetuo. adunque permesso ad esso di rifiutare colui , che di gi rifiutato una volta, Volontariamente poscia raccolse, molte aitre cose potendo pur dirne, me ne riman go E considerate voi ora quale uomo ei vuol rifiutare. Ne vi star io a dire, che allora era io indotto, ed ora son medico, perche nulla in cio potrebbe 1' arte giovarmi; ne che allora era giovane ed ora provetto, e cio che e pi certo, che prova la stessa mia el, che non possa io in nulla essere sconsigliatamente insolente Veramente ci poco monta, ma a quel tempo non offeso in nulla che io possa di, cacciornneppure beneficalo da me Ora divenuto io suo salvatore e benefattore , cosa mai dar si puo di pi ingrato, e scampata ch' egli, per mia opera conservato, da si grave pericolo, rendami in sull' istante cotal guiderdone , ne niuna ragione avendo di quele voglia dila cura, si tosto se ne dimentichi, re, tuttavia mi di casa ricordare con quanta ingiustizia cacciato aveami di casa; del* la quale irigiuria non solo non ne tenni io mcmoria, ma lo salvai , e lo ritornai savio. 11 benefizio che gli ho fatto, non si , o giudici, picora m' io abbia di ne momento, ch' .poco colo a creder degno di esser cosi trattato da lui E se per avventura ignora egli il passato, voi tutti sertarmi ? dirittamente dovendosi

129 vi sapete , do che faceva esso e soffriva, ed in da tutti qual condizione io lo presi, disperato da tutti i familiaabbandonato gli altri medici, ri, non essendovi alcuno che osasse di avvici:d i 1' ho renduto tale, che pu esso narsegli, accusarmi e disputare in sulle leggi. Che anzi, un esempio della tua cono padre, per &ii'ti considera che tu eri presso a dizione d'allora, e tale essendo , poco quale si ora la donna, t'ho io restituito il senno di prima. Non e adune que giusto, che tu mi paghr di tal mercede, che ti mostri savio solo contro di me , apparendo dalla accusa tua istessa , che non t' abbia io renduto lieve benefizio, Che se tu m' hai in odio, perch non risano la donna posta agli estremi e dal morbo travagliatissima, perch piuttosto non m' ami, ne mi ti conancora maggiormente fessi obbligato per averti liberato da simigliante male si grave? Ma tu, cio che si ingratissima cosa , appena ritornato savio, mi trascini all' ie vuoi punirmi per averti sal" stante al tribunale, vato e corri a quell' odio tuo antico, e leggi la stessa legge, e con tal bella mercede mi paghi e rendi un premio degno alla della mia arte, mostrando sanit solo contro del memedicina, di pu.dieD. E voi, o giudici, gli permetterete nire il suo bsnefattore, di cacciare il suo saldi odiare colui che gli ha renduto il vatore, eenno, di castigare chi lo ha sollevato ? Per certo Vol il, 9

130 non ne andr cosi la bisogna, se voi siete giusti. Che se pure io ora commesso avessi errori avendormi egli obbligazione non liegravissimi, e risovvenendosene , ve, ad essa ragguardando , sara ottima cosa, cbe non curando il presente , in grazia del passato, senza indugio mi perdoe specialmente se il benefizio si e stanasse; to tale e si grande 9 che di lunga superi le coLo che io credo dose, che si sono poi fatte versi a me convenire, avendolo salvato, e mi egli debitore della stessa sua vita, e che esie che intende a me tutste, e che ha senno , to lo dee, e soprattutto in un tempo che Qgri altro avealo disperato, e che si confessavan tutti E credo io che ne dia quel male inferiori, che in il mio benefizio maggiore, quanto venga non gli era io in quel tempo pju figlio, n avea necessaria cagione di prendere quella cura, ma essendomi libero, straniero e disciolto da ogni nulladirneno non lo abbanimpegno di natura, donai, e volontario , non chiamato , non avverlo sa' tito ne venni, lo aiutai, Io riconfortait, feci conservai il padre mio lo sollevai, , nai, lo sdegno colla l'apologia del rifiuto, racchetai benevolenza , ed annullai la legge colla pieta, e con un grande benefizio mi ricorriperaj il ritorno nella famigjia, avendo in si difficile tempo dimostrato al padre mio la miSt fede , ed adotfar conoscer facendomi mi feci quasi coll' arte,

101 Ne vi date a R^liucJf) .legittimo nelle disgrazie credere cbe poco abbia io sofferto , assai essendnmi tcavagliato per esser ognor presente a seror concedendo virlo , e ad osservare il tempo, al morbo ogni sforzo, ed ora, cessato il male per poco , prestandogli i soccorsi dell' arte. Nella medicina non bavvi maggior pericolo, che curare codesti infermi, ed avvicinarsi loro , imperocch molte volte assaliti dal morbo sfogano la Non loro rabhia contro chi ad essi s' appressa pertanto non mi perdetti io di pazienza, ne m' invilii, ma combattendo il morbo con ogni modo, alla fine colla medicina lo vinsi N udendo cio,, pu di subito ciascun figurarsi quale e quanto. la medicina, gran de fatica si e lo apprestare Imperocch molte cosesi convengono innanzi di irla^ per preparar la via alla bevanda , provve-. der dovendosi che ne sia di riceverla il corpo tenendo ragione della condizione sua capace, ed aliuniversale, vuotandolo, debilitandolo, mentandolo di cibi convenevoli, e muovendolo quando d' uopo, preparandogli il sonno, e procacciandogli con arte la quiete. Alle quali cose di leggieri si prestano gli alfri infermi , ma i furiosi per la libert della mente sono a reggersi e condursi difficilissimi , pericolosi al medico e , cen istento cedono alla cura. E ne avviene molte volte, che sperapdo essere al fine, colo errore accaduto, riaggravandosi per picil morbo

10S di leggieri riconfonde ogni cosa, fa dare indietro alla cura, ed inganna 1' arte Colui adunque , che tutte queste difficolta ha superato, che ha combattuto con una infermit tanto grave, che ba vinto un morbo di ogni altro morbo pi fiero, permetterete voi che ora sia rifiutato, e sosterrete, che costui interpreti a suo capriccio le leggi contro il suo benefattore , lasciandolo cosi combattere contro la stessa natura? Io ad essa affidatomi, o giudici, salvo e custodisco mio padre, benche ei facciami ingiuria, Egli di poi, se, come vanta, per obbedire alle leggi vuol pere vuol cacciarlo dere un figliuolo benefattore, dalla famiglia, si desso odiatore del figlio, e del padre Io abbraccio la , e ne deprime natura, egli ne dispregia la forza Eccovi adunque un ingiustamente ogni dritto ed unfigliuolo che ama padre, che odia a torto, it imperocch costrignendomi pi tortamente, conamo che odiato accuso me stesso io , padre, tro il dovere, ed anco pi di quello mi si conviene , comandando la natura ai padri di amare maggiormente i figliuoli, di quello i padri ai fiin diha Costui volontariamente pero gliuoli, sprezzo le leggi, che conservano alla famiglia i figliuoli , che in nulla hanno peccato; e la nache sospigne i genitori ad ardentemente tura, desiderare i figliuoli nati da essi Ed avendo egli di e si bCi1 d' amarmi, lungi cagioni maggiora mi sono io amante

155 atmi contrassegno alcuno notabile di benevolenza e di affetto, o di dimostrarsi per lo meno Ma obim, irnitatore ed emulo del mio amore che ell' pur grave la mia sciagura! Egli ha in odio il mio amore, ingiuria il suo benefattore , ed accoltolo il rifiuta, e pretendendole punitriche faci , contro di me rivolge quelle leggi, voriscono anzi i figliuoli. Ecco; che fai tu, o padre, combattere insieme la natura e le leggi. Non sono pero queste cose , non sono, come tu le pretendi. Male, o padre, tu interpreti queNon combattono la natura ste Savissime leggi e le leggi sulla benevolenza, ma in questo caso le une sieguono 1' altre, e si aiutano ad annullar le ingiustizie Tu fai ingiuria al tuo benefattore, fai torto alla natura, e colla natura fai onta alle leggi , le quali essere volendo buone , tu non concedi giuste e favorevoli ai figliuoli, loro esser tali, muovendoti contro il figliuol tuo molte volte, come fatto avresti con molti, ne permettendo che ei sia libero dalle pene, le quali bramano riposarsi nella benevolenza dei figliuoli verso dei padri, ne sono dettate contro di quelli , che in nulla hanno commesso errore E le leggi concedono , che giudicati sieno come ingrati coloro; che non renderono dei benefizj giusta retribuzione .- Quegli di poi che in luogo di corrispondere, pretende di sopra pi punire coche loro, che lo hamtt) beneficato, considerate,

154 ha consumato egli ogni estremo d'ingiuria. Lo 'Che standosi in questi termini, che ne ad esso permesso di rifiutare, avendo una volta usato della legge e consuinato la paterna sua autorit, ne d' altronde sia giusto, che rigetti e cacci di casa sua tanto suo benefattore-, credo io , che sia dimostrato. Per la qual cosa bastantemente omai alia cagione del rifiuto, ed trapassiamone esaminiamo l'accusa in se stessa, e per cio fare necessario che torniamo di nuovo alia senteuza del Legista. Imperocch pognamo per poco tempo, che sia a te permesso di rifiutare quante volte ne abbi talento , e concediamoti questo potu nulladimeno tere anche sopra il benefattore, a caso, ne per ogni cagione II Legista non dice: chiunque sar accusato dal padre, sia rifiutato, e basti solo che egli il vonon dei rifiutare Che bisogno vi sara allora glia e gli dia colpa se cosi fosse la cosa, e non avesse di tribunale , al contrario ei commesso a voi , o giudici, J'esaminare se lo sdegno del padre efondato su ginste e gravi cagioni? Questo dovete adunque or voi considerare, ed io daro cominciamento dalle cose, La priche seguirono subito appresso il furore l.a ma cosa che fece il padre dopo riacquistata del rifiuto, ed io era sanit, fu l'annullamento il salvator suo, ed il suo tutil suo benefattore, che in questo si possa trovar ni uto Ne credo na colpa. Ma di cio cbe segui dappoi, di che egli

i35 in tutto m'accusa? Quale ossequio, qual rispetto di figliuolo ho io trascurato, quando ho io dormito fuori di casa ? Di quai gozzovigLie, di quai beveraggi, di quai libidini puoi tu accusarchi si e a mi ? 4,)ual ruffiano ti ha insolentito, ? te doluto di me Niuno per certo; essendo queste spezialmente le cagioni , per le quali la !egge permette il rifiuto Ma la matrigna comincio ad infermare ; e che? di questo ne incolpi No. me, e richiedi a me ragione deL morbo? Cosa dun que ? Perch comandandoti risponde e perci degno non hai voluto, di curarla, ricusando obbedire a sei d' essere rifiutato , io per poco di raNon tralaser tuo padre. it padie , gionare su quali cose, eomandandole ne potendo obbedirgli , sembri io inobbedienfe Ed in prima questo semplicemente diro, che la legge non gli permette di comandare ogni cosa, n in tutto sono io costretLo ad obbedirgli. Dei havvene alcuni, comandamenti de' quali non si ha a render ed altri degni di pena ragione, e di sdegno quando sien disprezzati. Come se , ti trascurassi , essendo tu infermo; se mi comandi aver cura delle cose di casa, ed io non le curassi; se m' ingiugnessi di vedere le faccende del campo , ed io me ne stessi nell' ozio Tutte queste ed altre simiglianti cose porgaoo ragionevoli cause alle riprensioni paterne, ma tutte le altre sono in potere di noi figliuoli, siccome

156 di esse appur quelle che alle arti ed all'uso e soprattutto se per quelle non partengonsi , fatta al padre la minima ingiuria Se il padre comandasse ad un dipintore: queste cose hai a dipingere , o figliuolo , e quelle no; e ad un musico: tocca questa nota e quest' altra not e ad un fahbro: travagliati a quella e non a cbi sosterrebbe che costui rifiutasse il questa, figliuolo, perche come ad esso pare non ha voluto usare dell'arte? A mio avviso niuno si riLa medicina di poi quanto si k piiI troverebbe. venerevole ed utile alla vita, altrettanto dee esser pi libera. a chi la professa, ed giusto che codesta arte abbiasi il privilegio di esser esercitata cop libert, ne essere costretta in niuna parcome sacra faccenda, discite, ne comandata, plina degl' Iddii , e studio di sapientissimi uomini, n sia soggetta alla servitu delle leggi, ne al timore ed alle pene dei tribunali, ne a' voti f ne alle minacce del padre, ne agli sdegni del volgo Pertanto se chiaro ed aperto io detne curerei ancbe poto t* avessi : non voglio , tendo, e non ho io imparato l'arte che per me solo e pel. padre, per tutti gli altri sdio ignorante, qual si violento tiranno mi costrignera mio mal grado a usare deirarfe ? perciocch io pregbiere e giudico, che possa cio vincersi'con con sommissioni , ma non mai colle leggi, cogli il Conviene tribunali. e co' persuadere sdegni

151 non comandarlo; attrarselo, e non ispaventarlo, ne sospignerlo alla cura, ma riceverL'arlo lieto quando spontaneamente ne venga te libera, e non soggetta ai costrighimenti del medico, ai medici padre, ed ancor le citt tribuiscono onori, presidenze, prerogative, privilegj ed immunit., Queste cose potre' io con semplicit dire in sull' arte, ed ancorch tu molto procurato e provveduto e speso per avessi d' insegnarmi, tuttava in questa cura pur iarmi imprendere, Ora queio fare, mi v' opporrei potendola che operi tu contro ogni legeto considera , che mi serva io con liber* ge, non permettendo Io ho apparato quest' art di ci che si mio. te, quando non era pi tuo figliuolo, ne alla tua legge soggetto , e nulladimeno per te quella ho apparato, e ne hai tu primo esperimentato l'utilit Non m' ho avuto io per impararla da te niun soccorso; imperocche qual maestro hai tu salariato, quale apparecchio di medicine m' hai tu fornito? Niuno certamente. Maio povero, e mi sono ammaestrato bisognoso del necessario, E per imprendere per compassione dei maestri quest' arte aveami io dal padre in assegno la trila povert, stezza, Is abbandono, miliari, e 1' avversion dei parenti. adunque pretendi tu d* usare dell' vuoi esser padrone di quelle cose, no io procacciate, quando tu non 1' odio de' faPer tutto cio arte mia, e che mi soeri padrone?

158 se per lo innanzi spontaneamenSia abbastanza, te t ho beneficato, nulla dovendoti, ne potendo di si gran benefizio aspettarmi retribuzione, NOil si conviene si divenga obbligo per 1' avvenire, ne per avere fatto un bene volontario ho porto io occasione di essere comandato anche contro mia voglia, ne puo voltarsi in consuetudine , che avendo una volta sanato alcuno, abbiansi a curare in perpetuo tutti quelli, cbe verranno in capo a colu ch'e stato curato. Perocch in questo modo in coloro cbe ci saremmo che il mio benefizio

scelti dei padroni, a' servendogli in quali pagberessimo la mercede, E tutte quelle cose che essi ci comandassero. che per che avvenire potra di pi ingiusLo , averti io sollevato da una gravissima infermit, dovessi tu percio credere esserti lecito d' abusare dell' arte mia? Queste cose potre' io dire, comandandomi egli cose , che potessi anche io opeio non mi presterei in tutto per ognuno , ne coslretlovi pure dalla necessit, O-ra suoi considerate quali sieno i comandamenti tu m' hai sanato dalla Egli dice: Dappoich e ed la donna esualmente furiosa, furia, rare. Veramente soffre to stesso male ( perocche cosi esso si dugli pensa ), ed b come- me stata disperata altri, puoi tu far tutto ci, che hai dimoslradal morto, e sanar pur questa, e liberarla sembra bo Ascoltan dos i cio semplicemente ,

noi curiamo,

ID) assai ragionevole , e spezialmente a persone idiote, e della medicina non pratiche. Nulladimesull' arte, comno se m' ascolterete ragionare prenderete che non tutte le cose sono possibili, ne Jane le nature delle infermit sono simili, cura la stessa, ne sempre valgono le medesime e sar allor manifesto, medicine; quanto mai diverso sia il non volere niuna cosa , o non poterla fare Ma di grazia non v1 incresca, che io filosofi alquanto su queste cose, ne credete che sia aU' argomento questo mio discorso ihetto, o o di luogo Pristrano, o fuor di questione, mieramente le nature ed i temperamenti dei cored chiaro che composli pi non sono simili, sono degli stessi elementi, ma di quelli cbi ne ha pi e minor parte E parlo dei corpi degli uomini , non essendo eguali a tutti codeste cose ne per temperamento, ne per consistenza; per lo che di necessita deono in essi formarsi morbi diversi e di gravezza e di spezie, ed alcuni ne saranno di facile guarigione, ed opportuni alla cura, ed altri ne saranno disperati affatto e non superabili per la violenza del morbo. II riputare adunque ogni febbre, ogni tisia, o polmonea, o fnria che sia unica e d' una sola spezie in ogni corpo ne sa, non da uomo prudente, vio , ne addottrinato in queste materie Ma 10 stesso morbo in uno facile a guarirsi, ed in altro no Lo stesso avviso io che avvenga del grano:

Ill-a se tu lo semini in terre diverse, diverso nascer in luogo piano, profondo, ed irriga.to, bene esposto al sole ed ai venti, e ben lavorato, dando il frutto abbondante, vigoroso e bellissimo ; e diverso nel monte ed in suolo pietroso; di, verso in luogo non riscaldato dal sole; diverso alle falde dei monti , e cosi universalmente Sara diverso secondo le diversit delle terre. Cosi pure le infermit, secondo i luoghi che le ricev ono, si accrescono, Dutrisconoe diminuiscono A queste cose il padre non ragguardando, e lasciando di bene informarsi sopra ogni particolarit, pretende cbe ogni furia in ogni corpo sia Oltre poi quesimile, e ricbiede la cura istessa ste cose che tante sopo e si gravi, e facile ancbe i corpi donneschi diche a comprendersi , yersi sono d' assai da quelli degli uomini, si pete si per la speranza la variet della infermit, o disperanza della cura. Imperocch i corpi degli uomini sono ben complessi e vigorosi, ed eserdai travagli e dal vitto lor giorcitati dal moto , naliero; quei delle femmine son dilicati, molli, nutriti all' ombra, bianchi per bisogno di sangue, e per mancamento di calore, e pieni di umore, umidi pi del dovere , ed assai son facili a cadere in furore, avendo esse molta bile, leggierezza, ed irritabilit, per cui i loro corpi poco robusti con facilita cadono in questo male. Non si adunque stessa medici una dai cosa il pretendere giusta

1-4 L cura per ambedue, sapendosi noi, che fino dal primo lor nascere di grande spazio separate sono le femmine dagli uomini per il genere della lor vita, per le faccende loro, e gli studj. Quando adunque tu dici, ella infuria, aggiiigni che si una donna che infuria, n confondi tutte que'ste cose , tutte ponendole sotto il nome di furia, che sembra una ed istessa cosa, ma le separa, sice va considecome avviene ancora in natura, rando cio che in ciascuna Imperocpu farsi che noi , siccome mi ricorda aver detto in principio'di questa dicera, in prima ragguardiamo al tempealla natura del corpo dello infermo, suo, ed in cosa e pi inchinato, se pi o pi frigido , se d' et vigoroso o cacaloroso, o se se pingue, dente, se grande, se piccolo, ramento ed altre cose di tal fatta Ed esamiscarno, nato tutto cio diligentemente , sar del tutto degno di fede chi allora sperera o disperera della guarigione Di furore di poi ve ne ba mille n6 spezie, le quali nascon per mille cagioni, hanno simili appellazioni, non essendo il medesimo la mentecattaggine , n" delirio la rabbia , ed il furore, ma tutti nomi di maggiore o minor morbo Le cagioni negli uomini sono 'tali, tali altre nelle femmine , e negli uomini stessi altre nei giovani, e diverse nei vecchi, cio nei giovani ripienezza di umori, ne' vecchi una calunnia non aspettata, uno sdegno irragionevole

142 il quale da sopra dei familiari, prima gli turba., e poscia gli sospigne ad infuriare Alle donne molte cose sono contrarie, e facilmente le trascinano alla infermita , e specaduto z.iaLmente 1' odio concepito contro d' alcuno , 1' invidia della felicita di un nimico, o alcuno o dolore. Queste cose in esse riconsdegno, centrate ed alimentate terminano in furore Cio o padre, avvenuto, alia donna tua, e si e ella rattristata per qualche cagioper awentura Ella yeramente a niuno portava odio, ma ne ne di presente pu cututtava lia infermato, rarsi prometter e sapr liberarla, allora tu odiami , e chiamami in colpa N m' incresce, o padre t di dirti, che se ancbe dei tutto non- fosse la cosa disperata, e che v' apparisse alcuna speranza di saldal morbo.; e se alcuno altro sovente

vezza , non vi caccerei io si di leggieri le maa quest' ora la ni, ne oserei di apparecchiarle temendo la fortuna e la maldicenza medicina, Tu vedi come ognun credesi , cbe Ie di molti matrigne odino i figliastri, ancorch sieno buoinfurino di questo donnesco fuFacilmente adunque accrescendosi il male, ne valendo le medicine, potr alcun sospicare, che sia stata la cura ingannatrice e malne, rore e che tutte o padre, Cosi, per la donna ne va la vagia. bisogna, ..cd io ti affermo con ogni sicurezza , se le che non si rallenter punto il suo male,

143 farai bere anche diecimila medicine Laonde pena il tentarlo, se pure tu non mi non riuscendo nel mio vi ci sdspigni, perche tentativo , mi partorisca cattiva fama. Lascia che non val la soli m' invidino quelli della stessa mia professione, e se tu di nuovo mirifiuterai non ti preancQrche sia d' Oni gher io alcuna disgrazia, Ghe se, il che non ;.vvenga cosa diserto , sairrai un' altra volta preso dal morbo, perche ritandosi questi mali sogliqn tornare , che dovr io allora farmi? egual modo ti curero, sanamente che in ne giammai lascero quelr ordine, nel quale mi colloc la natura, ne mi Quindi, dimentichero giammai della mia stirpe mi conviene, ricuperata la sanit, come sperar mi accoglierai nuovamente Tu vedi omai, che e ti toroperando in codesto moa-o, tu richiami, ni in mente Ja infermit. Quasi ieri e poco fa alleggerito da mali si gravi ontendi e gridi, e cio che e pi, ne vai in collera, e ti lasci trased invochi le leggi Ahim portare dall'odio , o padre, tali si eran pure i cominciamenti del tuo primo furorp. Intendi

144 FALARIDE I. -

ARGOMENTO A Falaridc tiranno di Agrigento da un o Perillo, ateniese secondo alcuni Perilao , ed agrigentino secondo il nostro, fit aton, recato un toro di bronzo di maravigliosa belCflfale, aprendosi da un lato del dorera di ricevere un uomo entro il Si, -c."a suo corpo II consiglio dell' aHeJlce in fame dono al tiranno si fu, che potesse egli di tale istromento usare per tormentarvi gli uomini da lui condannati, cuocer facendoveli e godersi la musica che prodotto adentro, vrebbono le disperate grida - di quegl2 infelici portate fuori da due flauti posti etlle narici del Falaride di una crudelt si tore sdegnatosi studiata e feroce, che it primo T arcomand, tefice cacciato fosse dentro del toro, ove eblezza, i1 be misera fine. Finge adunque Luciano, che ei in Deldopo la morte di colui mandasse a recarvi in dono questo tofo un ambasceria e siccome sparsa era per la ro ad Apolline; temendo Grecia la fama della sua crudelta, non ricevessero i Delfii V offerta , fa con questo discorso la sua apologia. Lo stile di que-' ma i sta Declamazione is semplice e hello,

14:" e falsi, sforzandosi pensieri ne son sofistici di provare esser la tirannide giusta o Delfii , Falaride nostro prinal Dio questo toro, ed a ragionare con voi il convenevole sopra di esso, e La cagione adunque sopra V offerta. perchd venuti siamo si questa. Le cose poi che ci di dirvi, son le seguemi. ha incombenzato Mandaci, cipe a recare lo , dice egli, o Delfii, sopra ogni altra eosa avendo a cuore di essere presso tutt' i Greci tenuto per tale, quale veramente mi sono , e non -come per gli odiatori ed invidiosi miei alle orecchia di chi nol sa m' ba buccinato la fama, se appo voi che sacri siete e concittadini di ApolIo, e poco meno che familiari e coabitanti dello Idio fare la mia apolopotro specialmente ga, e persuadervi , che sono io stoltamente reputato crudele, avviso che coll' ajuto vostro rimarrommi purgato ancora appo gli altri. Di cid dio, che sono io ora per dire, cbiamo in testimonio lo stesso Iddio, il quale non puo sorprendersi con aggiramenti di parole, ne con menzogne Gli uomini sono facili ad essere ingiuntarsi gannati , ma alio Iddio, ed a questo in ispezie , nulla pu essere occulto Ia mi sono in Agrigento dei non voIgari, convenientemente nato, educato liberalmente come chiunque altro, ed mchinato alla dottrina. Vol. II. NellacittmidimQStfai ,<1

I/j.6 moderato e giusto a' concittaognor popolare, dini miei in amministrar la repubbJica. Ne vi ha persona che accusarmi possa, che sia io stato in quella prima mia vita violento, sinistro, millantatore o insolente Vedendo di poi chje quei della parte contraria mi tendevano insidie, e cercavan per ogni modo di spegnermi ( perocche divisa era allora la nostra repubblica ), non ritrovai per me altra sicurta ed altro sostegno, ne altro scampo per la citt, cbe il farmi prinonde potere racchetare e reprimer coloro cipe , che m' insidiavano, e costrignere la citt ad esser savia Molti uomini giusti ed amatori della repubblica , i quali conosceano i sentimenti mie. e la necessita di cotale impresa, faceano plauDi essi servendomi per so al mio pensamento. D' allora in -compagni , recai a fine la impresa poi pi non tumultuaron coloro ed obbedironmi , e governando io la citta r riposato erasi il vivere dei cittadini. Le uccisioni, gli esilj, Ie confiscazioni dei beni, non le adoperai neppure contro comech l'osacoloro , che insidiato m'aveano, re tai cose necessario si fosse nel cominciamento del principato. Ma sperava io di attrarmi coIusando la 1' ammirazione coloro ad obbedirmi, E veramente ne e la dolcezza. mansuetudine e fecer pace, e mi furono persuasi gl'inimici, Vedenmolti di essi consiglieri e commensali. do la citt stesea corrotta per la negligenza dei

41 niagistrati, e che molti derubavano, o piuttostd saccheggiavano il comune , la rislorai con aeque-

dotti, 1*adornai con edificj magnifici, e fa rafforzai di mura all' intorno , e con facilita accrebbi la vigilanza di coloro, a' quali eommesso era Mi presi cu1' officio delle rendite del comune ra della giovent, ebbi occbio ai vecchi, ed intertenni i1 popolo con ispettacoli , donalivi , feste e conriti Violenze di donzelle, sforzamenti di fanciulli, spedizioni di rapimenti di donne, satelliti, e minacce di signore erano per me cose odiose pure ad udirsi. Andava omai pensane deporre il do di rinunziare al reggimento, solo come farlo con e considerava principato, sicurt, imperocch il regnare e governare ogni cosa m' era di noja, e pi per la invidia sembravami penoso. Ricercava pero solo, come potea la citt rimanersi senza del mio governo , ma troppo all' antica io comportavami in cio, perocch coloro di gi muoveansi contro di me , e specolando andavano i modi d' insidiarmi , e di far rivolta. Si procacciavano com pagni , am-

massavano armi, accumulavan danaro , chiamavano in loro ajuto i vicini, e spedivano ambascere in Grecia agli Spartani ed agli Atewiesi Ci che, prendend-omi, aveano essi fermato sul conto mio, e come minacciavan di farmi a brani colle lor mani , ed i supplizj che si erano iflVo maginati , il confessarono posti pubblicamente al

1^8 Che di poi niuna di tai cose io m' abtormento bia sofferto , ne furon cagione gl' Iddii, che quelle insidie scuopriiono , ed Apolline sopra ogni altro, che mostrommele in sogno , e mi fe' giuE qui io priegovi , gnere di ciascuna gl' indizj o DelHi, che ponendovi voi nella condizione mia, ed in que' pensieri e timori, mi consigliate voi cio che io dovea mai fare per provvedere in cotal circostan~a alia mia salvezza , stato quasi esmentre non mi guarsendo colto all' impensata, dava Viaggiate di grazia co' pensier vostri in e vedendo gli appavolta mia , Agrigento alia mi rati di coloro, ed ascoltandone le minacce , Usar forse umanit verso dite cosa dee farsi? coloro, perdonargli e sopportargli , perch tra pochi istanti mi debba io esser finito da loro ? O piuttosto presentar nuda la gola, e vedere intanto perire sotto i miei occhi ci che bo io di E non giudicherete voi queste cose pi caro? degne affatto d' uomo insensato e di valoroso , e nello sdegno prudente, venforte pensante, dicare in coloro quelle ingiurie e quei torti, e da simigliante occasione procacciarsi sicurt per lo avvenire? Gonosco io bene , che cosi voi mi Cosa feci io adunque in tal caso ? consigliereste. Fatti chiamare i colpevoli, e conceduta loro facolt di parlare, comunicate le accuse, ed evidentemente poich non convintigli su ciascun punto, dapne me vendicai, essi negare, poterono

149 non perche stato era indi molto adirandomi, sidiato, ma perche pi permesso non erami di che fermo avea mantenere quel proponimento , E da quell' ora in poi io mi vivo da principio frenando pgnor colle pene sempre in guardia, Per la qual cosa mi quella rzza d'.insidiatori taccian gli uomini di crudelt, non considerane do ci cbe mi vi abbia in prima sospinto, discorrendola del presente, tacciano i modi delle pene colle quali vengon puniti , e cio che in esse apparisce di crudelt, come se vedendo alcuno presso di voi gittar dalle rupi un sacrileche ne entr di nolle nel go , non considerando, tempio, e ne strappo via le offerte, e che pose le mani fin sulla immagine , condannasse la eccessiva vostra ferocia , che vantandovi Greci e che un Greco dannato sia a jSacri , sostenete, tal supplizio in vicinanza del tempio, perocch mi si dice che non la rupe molto lungi dalla citt. Ma io giudico, che ne ridereste voi stessi, se dicesse alcuno contro di voi tali cose, e loder ogni uomo la crudelt vostra contra degli empj. In somma i popoli, non esaminato quale dee essere il reggitore, se giusto od ingiusto , semplicemente hanno ip odio il nome istesso di tiranno , e si affretta ognuno togliere di mezfossesi ei pure Eaco, Minos, o Radamanto, perch fisi avendo innanzi degli occhi i cattivij per la comunanza dei zo similmente il tiranno,

150 Home presi sono dallo stesso odio verso dei buoni. Sento ancora che presso dei Greei vi sieno stati molti tiranni sapienti, i quali sotto un nome cbe sembra malvagio , dimostrato banno ottimo e docile ingegno , e di alcuni di essi conservansi nel vostro tempio dei brevi detti, quasi come immagini ed offerte ad Apollo Osservate, che gli ordinatori di leggi mol to deferiscono alle forme dei supplizj, non essendo il rimanente utile a nulla se accompagnato non dal tie dalla espettazion della pena A noi tir more ranni di poi cio assai pi necessario, in quanto che regniamo per forza, e ci raggiriamo con uomini, cbe ci odiano insieme ed insidiano, na si fa nulla con finti spaqracchi, andandone la che tante bisogna come la favola dell' Idra, pi ne tagliamo, e tante pi ci rinascono le occasioni di punire, e siamo costretti, se voglianz vincerla , a tor via cio cbe sempre vien rinascendo , e brugiarlo , per Dio, come Iolao. IrIlP perocch celui che n' e una volta venuto a tali o gli conviene starsi fermo nel suo estremit, proposito , o perdonando agli altri, esso perire. E finalmente chi crederete voi feroce cotanto e crudele, che si compiaccia di udire i pianti dei e di vedere scannare gli uomini, se flagellati, non ha alcuna, gran ragion di punire? Quante volte ho io sparso lagrime , mentre frustavansi aN cuni, e quante volte costretto sono a lamentarmi

1.5* sostenendo io pee compiangere la mia sorte na maggiore e pitl lunga, perocch ad un uomo buono di cuore , e severo per necessit, pi e rincrescevole il punire, che l'esser punito? Se si ha di poi a parlare con libert , se data a me fosse la scelta o di far punire alcuni ingiustamente a mia voglia, o di morire io stesso, intendete che senza punto cistarrni, sceglierei io piuttosto la morte , che far perire cbi non ha colpa Ma se taluno dicesse : Vuoi tu, o ovvero punir giustaFalaride , morire a torto, bene, mente Imperocch di nuovo chiamo in testimonio voi, o Delfii, se sia miglior cosa o il perire a torto, o ingiustamente sal vare gl' insidiatori ? Credo cbe non v' abbia niuno si mentecatto , che piuttosto non ponga innanzi di di quello che salvando gl5 inimici perivivere, re Comech io non pochi serbati n' abbia di cojoro, che manifestamente. eran convinti d; avermi insidiato, come questo Acanto , Tirnocrate e Leagora suo fratello, ricordandomi 1' antica pra.tica che avea con esso loro Se volete conoscere la vita mia, interrogate i forestieri, cbe vengorto in Agrigento, in qual modo io mi comporto seco loro , e con quanta umanit sono presto ad ogni loro richresta, e tengo nei porti perfin delle spie per iscuoprire chi ne arriva per maris, chi sia e donde ne venga, accio accogliendo gl'insidiatori, storo fosser puniti vorrei per certo che co-

1J2 ognuno secondo il suo merito, possa orrorevolmente di poi accomiatarlo. Anche alcuni Greci e dei sapientissimi , a bella posta si son portati presso di me, ne han ricusato di essermi farniliari. Ne e molto tempo, che a me ne venne il sapiente Pitagora, il quale sentito avendo parlar diverso di me, dopo fatta n'ebbe la prova, si parti lodando la mia giustizia , e compassioE come di poi credereste voi , cbe un uomo si umano verso gli stranieri , dovesse verso i suoi cotanto essere inse oltre ogni modo stato non fosse ingiusto, giuriato ? Queste cose ho io a voi dette in difesa mia, vere , giuste e degne , come io persuadomi , piuttosto di lode, che di odio. Oramai si e di poi tempo che m' ascoltate sopra 1' offerta, ed il modo come io acquistato mi sono codesto toro , Ia quale opera non e stata da me allogata a niuno scultore , non essendo stato si pazzo da desideNe fu autore un Perilao rare cotal suppellettile. ma artelice egregio. dei nostri, malvagio uomo , Costui di molto lontano da cio che io pensava, come se ogni desiderio mio posto fosse in puniun nuovo re , s' avviso piacermi coll' inventare bue venne a sen codesto e lavorato spplizio; recarmelo , bellissimo a vedersi e di una somiviglianza perfetta, ne gli mancava per sembrar vo , che il muggito solo ed il moto. Vedendolo, io subitamente esclamai: questa si k un opera nandone la crudelta necessaria

153 alio toro questo degna ConIddio pero Perilao, disse: Soprastando che la sapienza, vien prima che tu conosci in esso, e V uso che ojfre di s. rinchiudesi Ed aprendo i1 toro vicino al dorso , soggmnse : di Apollo; si mandi in tu punire alcuno , fallo cacciare e rinchiuso quivi entro, coquesta macchina. alle narici del manda di applicar questi flauti Colui tormenbue, e farvi fuoco al di sotto Volendo e grider, piangera render una meloe la voce per via di flauti come un canto lugubre midia assai sonora, ed in tal modo sasto ad un tristo muggito, tu dal suono r quegli punito , e rallegrato dei flauti Quando io intesi cio, ebbi in orrore il malvagio ingegno di colui , ed odiai la inventato da eccessivo dolore zione di quello artificio. e gl' impos1 una pena se cocondegna. Ed ors, gli dissi, o Peri/ao, deste promesse tue non son vane, dimostra, entrandovi ed imita tu stesso, la verit dell' arte i muggiti, acciocch vediamo dono i flauti la melodia che tu dici Perilao si lascio persuadere a queste parole; e tostoch fu entrato, io rinchiudendovelo, comandai che vi si accendesse il fuoco al di sotto, dicendo : Abbiti degna mercede di questa maravigliosa tua arte, e come maestro di questa musica, cantala il primo. In tal modo giustamente gli avvenne di godersi il frutto del suu bell' artifizio tua , se ren-

114 Quindi comandato avendo di trarlo fuori ancora spirante , perch morendovi non contaminasse quell' opra, comandai che privo di sepoltura gittato fosse da un precipizio Purificato poscia il bue, a yoi lo mando, dedieato allo Iddio, ed ho comandato che scritta sia sopra di esso tutta la storia, il nome di me offerente, Perilao 1' artefice, il suo consiglio, la mia giula pena convenevole, i canti del dotto fabbro, ed il primo esperimento della musica Voi pertanto , o Delfii , farete cosa giusta, sacrificando per me cogli ambasciadori , e dedistizia, cando il toro nel bello del tempio, accioccbe tutti e conoscano, quale io mi sia cohtro i cattivi, come punisea gli eccessi di una inclinazione malvagia, bastante essendo a dimostrare la mia nane ed il toro dedieato, tura, Perilao punito, i1 quale non serbato ai canti di altri colpevoli, ha di se dato altra melodia, che i muggiti del solo artefice; fatto io avendo in lui solo lo esperimento dell' arte , ed imposto fine a quel canto dispiacevole e disumano. E questa si e 1' offerta che fo io per ora alio Iddio; offriro di poi sovente anche altre cose, se concederammisi di non aver pi bisogno di pene. Queste cose, o Delfii, che vi dice Falae tali quali sono aweride vere son tutte, nute, e siam noi degni di esser creduti da voi, nI: ci che abbiamo veduto, testimoniando

tO.f Se conviene ragione di mentire. a tortu di poi pregare per un uomo riputato che siamo greci malvagio , noi Agrigentini, e di origine dorica, vi supplichiamo , che acavendo niuna che desidera esservi a, cogliate questo uomo e che I! apparecchiato e in comune e mico, in privato di fare a ciascun di voi mille beni. e Ricevete adunque il toro, dedicatelo , e di Agrigento , fate voti a pro di Falaride n ci accomiatate, comsenzache abbiamo nostra, n piuto la commissione fate a bti questo turto, n private lo Iddio di una bdllissima ed insiem giustissima offerta.

156

FALARIDE

II.

ARGOMENTO La ppesente Declatnazione siegue la mmteria della precedente, ed introducesi un sacerdote di Delfo, il quale si sforza con molte ragioni di provare, che debba V offerta esser ricevuta nel tempio. Lo stile di questa seconda Orazione piii bello dell' altre, e ne sone pensieri chiari e meno sofistici. Non difende il sacerdote la crudelta di Falaride, ma tenta persuadere ai Delfii, che non ricevendosi il toro, n\ avranno il danno essi*soli, e potranno chiudere il tempio, percht non vorr niuno dei divoti correre il rischio di essere o non essere giudicato degno di offrire. Lo scopo di Luciano sembra sia di beffarsi dello Iddio, dell' oe dei sacerdoti, che riceveano indiracolo, i doni dei buoni e degli empj. stintamente mai dedicaQuanto al toro di Falaride, non fu to in Delfo, ma fu gettato in mare dagli Agrilo Scoliaste di secondo ne racconta gentini, alia Pindaro di Timo. Non prima Ode Pizia sul testimonio

80 io, o Cittadini

di ospizio cogli Agrigentini

comunita in pubblico, ne con di Delfo,

l57 n mi ho con esso niuna in privato, glande iltra cagione di benevolenza, ne niuna speranza utura di amicizia; ma ascoltato avendo gli amtasciadori mandati da lui, che ragionato hanno io in:on giustezza e modestia; e riguardando ieme alia religione edall' utile comune, e mi son utto alia convenienza di Delfb, er esortarvi a non far torto ad un uomo te e rebgioso , ne a privare 10, Iddio di sopratlevato

ferta gi riconosciuta per sua, e che moria per ogni et di tre grandi cose, della beldella malvagita del pensit:lezza cio dparte, II dubitare ro, e della giustizia del supplizio.

potenun' ofsara me-

pertanto voi su di lai cosa, secondo Ia quistione propostavi dal magistrato, se conviene ricevere codesta offerta, o mandaria di nuovo ill-. stimo io essere irreligioso , o piuttoslo dietro, trascendente ogni grado di empiet. N pu ci e cotanto di ogni altro maggiare, quantoche si maggiore empieta 1' opporsi alla volont di chi vuole offrire; che derubare le cose gi offerte, Priegovi adunque, essendo delfio ancor io, e partecipando della buona fama del Comune, se questa sar ricevuta, e cosi della contraria opinione, che possa venircene da dirsi, .tal faccenda, priegovi dico, di non chiudere il tempio agli uomini religiosi, ne infamare la ciu di cio che presse il mondo, come calunniatrice co' voti e coi mandasi allo Iddio, giudicando che sacrilegio;

i.")8 coloro cbe vengono ad offerire. Ne in appresso si osera alcuno di offrire piu nulla, sadallo Iddio, se pendo che non sar ricevuto cosi a' Delfii non pare Ha di poi Apolline di gia dato per questa offert giusto il suo voto; imed abborperocch se odiato avesse Falaride, rito il suo dono, facile cosa gli era il sommergerlo in mezzo al mare di Jonia colla nave che lo recava Ma n' avvenuto tutto il contrario , loro una ti ane salvi sono in Cirra apquillissima navigazione, prodati. Per la qual cosa si e manifesto, che egli approva la piet del monarca, e conviene a voi di dar sentenza non diversa da lui, ed aggiugnere questo tore alle altre bellezze del tempio: e saria stranissima cosa3 che deste il voto di dal tempio un uomo, che manda alio Iddio un si magnifico dono, e gli deste per mercede della sua piet di esser neppure giudicato degno di offrire. Quegli che si stato a me eonirario di avviso, come di fresco gionto ne fosse da caccire pose col suo ragionamento in tragedia Agrigento, alcune uccisioni, violenze, rapine, ed anghere del tiranno, poco meno che le avesse vedute, quando noi sappiam bene, che non ha esso viaggiato fino alla nave; e se pur tali cose avvenute sono in Sicilia, non e necessario di andarle scruse pure di sacerdoti polosamente ad esaminare, non ci vogliamo far giudici, e dovendo sacrificare e com' essi dicono, ha conceduto tribunals

lSg e far gli altri servigi dello Iddio, e collocate le ci sediamo quistioofferte che ci si mandano, nando, ce alcuni al di l dell' Jonio regnano a du'itto, od a torto. Vadano le cose altrui come ~i vogliano, credo cbe a noi sia necessario il conoscere le cose nostre, come da antico sono state ordinate, e Gome adesso si stanno, ed in che meglio possiamo operare. Noi abitiama in su i precipizj, ariamo su i sassi, ne aspettare dobbiamo Omero, cheei ammaestri , ma conoscere cio che ci accade; perocch quanto alla terra, ci staremmo noi ognora in fame continua. 11 temi sacrificanti, i divoti, pio, Apolline, l'oracolo, questi sono i campi di Delfo, queste ne sono le rendite ; da loro ne viene 1' abbondanza e 1' alimente E eonviene tra noi confessare la verit, come dicesi da' poeti, cbe senza semenza e senz' aratFO a noi nasce ogni cosa dallo Iddio agrtcoltore, il quale non solo ci compartisce quei beni, cbe nascono presso degli altri Greci ; ma fa pervenire anche in Delfo tutti quelli dei Frigj, dei Lidj , dei Persiani, degli Assiri, dei Fenicj, dee degl' istessi Iperborei; e dopo lo gl' Italiani, Iddio siamo noi onorati da tutti, e siamo riccbi e felici. Queste cose da antico, e fino a noi eguali son pervenute, n possa giammai mancarcj questo modo di vita! Niuno rammentasi, cbe presso di noi si sia dato il voto sopra l'offerte, e che difeso siasi ad aleuno disacfificare ed offtire.

160 E per cio mi credo io, che in cotanto splendore cresciuto sia il tempio, e straricco sia per le .ofirte Won conviene adunque innovar nulla al presente ne ordinar Iegge contro gli ordini patrj, ballottare le offerte, scrutinare le origini di donde, quali, e da ehi; ma dedicarle senza quistioni, servendo alIo Iddio insieme e ai divoti. Sembrami, o cittadini di Delfo, che ottimadi questa cosa voi ora detibererete, considerando in prima quale e quanto grande si la quistione. Primamente sullo Iddio, sul tempio, su i sacrifizj, le offerte, le costumanze antiche, le veccbie leggi, e la gloria dell' oracoe su ci che si e lo; quindi su tutta la ciu, utile al Comun nostro, ed a chascuno di noi Delfii in particolare, e spezialmente sulla buona o cattiva che ne avremo presso del mondo Imperocch non mi so io cosa, che estimare voi possiate maggiore e piu necessaria, se avete mente. Queste sono ad unque le cose, sulle quali che ne su Falaride, dobbiamo noi deliberare, fama , mente

si un sol tiranno, ne su questo toro, ne su questo bronzo, ma su tutt i re, tutt'i principi, oro su 1' e si dell' ora servono oracolo, , quanti 1' argento, e quanto havvi di preziose suppellettili, che molte e molte volte offerte saranno alio Iddio, convenevole essendo che si riguardi in prima cio che appartiensi ad esso. Imperocch in noi in sulle ci di che non comporterem grazia

161 e sempre abbiam fatofferte come anticamente to, e cosa abbiamo noi mai, perch6 innovar dobordini antichi? Farem noi ora cio, che biamogli non abbiam fatto giammai, da che abitiamo questa citt, da che rende oracoli Apolline, da che il tripode parla, e da che la Sacerdotessa inspirata? Ed ora stabilfremo e si giudichino gli offerenti? Pure da quell'antico costume, con ehe ad ognun si permette di offrire, vedete di quanti beni riempiuto n' il tempio, ogni uomo offeche si esamiHino

e donando ciascuno al di sopra ancora rendo, delle sue forze Se di poi voi stabilirete degli e dei censori delle offerte, temo io esaminatori non ci manchino le cose da esaminare, non sostenendo niuno di costituirsi proprio per essere giudicato tutto. Imperocch6 giudicato chi si credera degno di vivere? reo e spender del e correr rischio. del indegno di offrire

Vol II.

Ii

# 16:1

ALESSANDRO 0 IL FALSO PROFETA w ARGOMENTO Molti impostori sotto il regno degli Antonini sparsi si eran nelV Asia minore ed in traendo profitto dalla sciocchezza del Grecia, colgo , per farsi creder profeti., e venerare quasi Famosi si furon tra que. poco meno che Iddii sti Peregrino , Apollonio Tianeo ed Alessandro di Abono, del quale Luciano qui desert" Vantavasi costui if esser figliuole di Podalirio di Esculapio , e co' suoi artijizj innalzdre un tempio nel castello di A. Jattosi , giunto era quasi m bono, rendendovi oracoli dominare la Paftagonia , la Bitinia, ed il Ponromani punire to, non osando i magistrati che commettea ogni dl , per ribalderie , timore del senatore Rutiliano, potente alla corte, il quale sorpreso dai prodigj dello imla figliuola ne avea perfino sposala postore come Piacevole ed a leggersi dilettevolissimo, ogni altro del nostra autore, si b questo componimento , che egli scrisse gi vecchio e sotmorto vedendos to 10 imperio di Commodo, gi Marco, al quale d il nome di Divo, nome mille ve la vita.

i 3 zhe non si costumava dare agt imperadori Molte notizie di e narra a lungo ed il

loro morte se non dopo la sua vita, oi ci porge deila ad Alessandro la visita da lui fatta

in mare per di perire pericolo c he incontr essersi incautamente fidato alle furbesche prodi quel e di riconciliazione teste di amicizia Celso , a' cui egli indirizza ibaldo Il questa che si a~ si quel filosofo epicureo, istoria, e con. wiaramente scrisse del Cristianesimo, iro il quale otto Ubri o discorsi si leggono neU le opere di Origene Estimi o carissimo CeLtu per avventura, e leggiera faccenda il comandarmi

so , picciola di scrivere in un libro la vita dello impostore Alessandro di Abono, - co' suoi prestigj, consigli ed imprese. Sappi che chi accuratamente voglia d costui scrivere ogni cosa, non si minor carico, che di descrivere le azioni di Alessandro di Filippo, essendo cotanto- costui iachinato al quanto quello erasi alla virt. Nulladise tu vorrai in leggere perdonarmi, ed aggiugnere cio che potr mancare alla narrativa , vizio, meno sostecro io questa fatica, e se non in tutto, tent^ro, per quanto in me di forza, di ripurgare e portandooe fuori al* questa stalla di Augia , quanti , tu potrai giudicare da quelli ; si e qy.dlQ quanto numeroso ed immisurabile canestri

i6 stereo, che in molti anni poteron farvi tremila buo Arrossisco per per amendue, vo' intendere di te e di me : di te che prqtendi, che tramandato sia alla memoria ed aglf scritti uno scelleratissimo di me uomo ; , che prenda 1' impegno di si fatta istoria9 e delle azioni di un uomo indegno di esser letto da uomini dotti, e degno piuttosto d'esser veduto nel teatro alia presenza di numeroso popolo sbranato dalle volMa se vorr alcuno chiapi e dalle scimmie. avrem 1' esempio dove man.. Arriano, discepolo di Epitteto, uomo principale tra i Romani, e che ha passato tutta la vita sua negli studj delle lettere , avuto avendo la stessa passione, far la nostra apologa. Siccome adunque egli non isdegn di scrivere la vita di Tilliboro ladrone , farem cosi noi pure memoria di un pi crudele ladrone , quanto che questi non nelle montagne e c ne' boschi, ma nelle citt ha assassinato, ne che non ba solo corso 1' Ida e Ja Misia, ma saccbeggiato poche parti deserte dell'Asia, suoi riempiuto ha, per cosi degli assassinamenti dire, l'intiero Imperio romano. Primamente io te lo descrivero a parole, e comeche non molto di pingere, con pill somiglianio valga nell'arte Grande za che potrp te ne mostrer la figura ei adunque erasi e bello della persona. e veramente avea in se non sq che di divino, bianco marcene in colpa, darlo Imperoccb

165 di carnagione, con non gran barba nel mento , e con capelli proprj e posticci, che acconciavasi cosi bene, che fugga agli occhi altrui quella fine lampeggiavano aione Vivaci avea gli occhi, la voce avea con una maest severa e divina; dolce insieme e chiarissima, ne finaltnente eravi in esso parte alcuna che biasimar si potesse. Tamente ed alle era il suo aspetto Quanto alla e Giove delle l' animo; o Ercole discacciatore, insciagure distruggitore s e salvtori Dioscuri, nanzi di conversare con uomo tale, ci avvenga meglio d' imbatlere nelle mani de' pi crudi noSuperava egli di gran lunga ogni ed altro per accortezza, intelletto e prudenza, di gran memoria ed era avido della dottrina, e sembrava nato per imparare; e posingegno , sedendo ognuno di questi pregi in sommo graed essendo in lui do, pessimarnente ne usava, di dimostrarsi uomo valoroso e dabbene, tantosta divenne una cima di brigante, e fu superio-. re per famaai Cercopi, ad Euribate, Frinonda, stri nemici! Sortrato e Aristodemo. Scrivendo egli talvolta al suo genero Rutiiiano, vantavasi di assomigliare a Pitagora Ma mi sia pur propizio esso Pise natagora, uomo sapiente e di divina mente, Lo ei si fosse a' tempi di cosLui , mi so ben io, che a petto suo sarfa e' sembrato un fanciullo , E non credere per le Grazie, che insolentemente dica io cio di Pitagora, o che ardisca paragonarlo *

166 con costui nella simiglianza delle azioni , perocch se taluno raccozzasse insieme tutto ci che di turpe e d' indegno si dice di Pitagora per calunnia ( al che non prestero io giammai fede di verit ), non sarebbe ci pur la minima parte della malizia di Alessandro. Tudei pensarti, e figurarti nella tua mente una temperature di animo conaposta del tutto di menzogne, d' inganni , di spergiuri e di malvagi artiHzj , facile, audaamante di fatica nell' eseguire ce, imperterrita, i pensamenti suoi persuasiva e simulatrice, falsa rappresentatrice di bont , e in vista contrariante a pi ferventi. suoi desiderj Per la qual cosa non v' ebbe lLuDO, che al primo incootro non si dipartis.se da lui coll' opinione, che si fasse egli il piu. giusto, il piu buono, ed il pi semplice insieme ed il pi disinvolto degli uomini. Oltre tutto cio si era esso magnilico, ne pensava giammai a niuna bassezza, innalzando sempre la sua mente a gran. cose. Essendo ancor come potea riconogiovanetto ed assai bello, scersi dalle sue grinae , ed udirsi da cbi il race per danari contava, sfacciatamente prostituissi, Tra gli facea di se copia a chi nel richiedea. altri amatori il men certo impostore, un di coloro che promettono stregherie ed incanti, e faescavacioni vori di amanti e danni agl' inimici, di tesori ed eredit. Vedendo costui iLfanciullo alle pratiche dell' arte ed acconciasimo ingegnosQ

107 di quelsua, non menn amando la sua cattivit, e si lo amato aveane la bellezza, lo ammaestro, servi di esso per ministro, consigliere ed aj ula Esercitava anche costui pubblicamente tante medicina , ed imparato avea dalla moglie del1' egizio Tone : e molti mali; Molti rimedj buoni dei quali tutti colui fu successore ed erede. Erasi quel maestro ed amatore di razza tiano, degl' intimi di quell' Apollonio tiano, e che tutta veduta aveva la sua tragedia Vedi adunque da ci di quale scuola si era 1' uomo di cui io ti parlo. Impelacchiatosi intanto il mento ad Alessandro, e mortosi quel Tiano, caduto in miseria, e sfiorita quella bellezza con che solea alied mentarsi, punto non invili i suoi concetti, associandosi a certo bizantino scrittore di magiche risposte, uomo per natura ancor pi scellerato di quei che combattono in sull' arena, e che credo si appellasse Coccona, ne andarono intorno colle lor gherminelle a tosare gli uomini grassi, che con tal patrio magico vocabolo essi chiamano il popolo E tra questi Macheta, donna di appassita bellezza, ma ricca ed inghiribizzita di comparire vezzosa dalla quale stati ; essendo provveduti del bisognevole per la loro Era essa di spesa, la seguirono in Macedonia. Pella, luogo un tempo felice sotto i re di Macedoni a, ed ora abitato da poveri e pochi abitanti.

i68 Quivi veduto avendo grandissimi serpenti del tutto domestici e mansueti, che gli nutricavan le donne, e si dormiano co' fanciulli, che soffrivan perfino di esser calcati , ne istuzzicati s' istizzivano e succhiavano il latte dalla poppa come i bambini, ch molti havven.e in quei paesi ( da' quali credo io originata sia quell' antica fache si giacesse con un seryola di Olimpiade, pente , quando ingravido di Alessandro) , comperarono per pochi oboli uno di questi serpenti. E per dirla al modo di Tucidide, di. qui incomincia la guerra Questi due tristi, audaci e4 ad ogni malvagit, ristrettisi insieapparecchiati me di leggieri rntendendo, che la vita degli uomini tiranneggiata e dalle due grandi passioni del e della speranza, e che chi pu usare a tempo di amendue divien tosto ricco, videro che per isperanzare ed intimorire necessaria ed timore ed in opportuna era la scienza dell' indovino; tal modo anticamente essere Delfo divenulo ricco e famoso, ed in tal modo visitando sempre gli uomini i templi di Delo, Claro e Branchida, pregando per quei da me allegati tiranni del tidi sapere l'avvenire , e more e della speranza, e dei maltoni sacrificando per cio cento buoi, tra d' oro offerendo. Ragionando e specolando loio, diliberarono di stabilire un oracolo, imperocch se ci fosse ad essi riuscito, si speravano in breve di essere riochi e felici. Lo cbe

169 avvenne loro assai meglio di cio ch si eran pensati, e supero le loro stesse speranze. In questo ragionarono da prima sal luogo, quindi sul cominciamento , e sul modo di far riuscire il loro tentati vo Coccona pertanto credea Calcedonia essere al caso loro, commerciante citt, conne lontana dalfinante colla BiLinia e la Tracia, la Galazia e dall' Asia , e phe avea molti popoli circostanti Alessandro preferiva la sua patria , dicendo, come era il vero, che nel cominciamen* to del lor tentativo v' abbisognava uomini stupidi e grossolani perche sel credessero , e tali affermava egli essere i Paflagonj, che abitano il castello di Abono , volgo pazzo e superstizioso , di un che al comparire solo di un trombetta, o di un che muove i sonagli di un tamburino, secondo il profetizzante nel crivello, proverbio, di subito si stanno essi tutti a bocca e lo riguardano come aperta verso di quello , cembalo, uno degli abitatori del cielo Tensonato alquanto su cio tra di loro, la vinse al fine Alessandro , e venutine in Calcedonia, sembrando loro che anche questa citt dovesse porlare ad essi alcun utile, nel tempio di Apolline, che si e ivi antichissimo , nascosero alcune tavole di bronz, che diceano , che ben tosto Esculapio con ed Apollo suo padfe venuti sarebbono nel Pon, abitato avrebbono nel eastello di Abono Queste tavole ritrovate per sua opera, eparsesi di leggieu

170 questa novella per la Bitinia tutta ed il Pohto, e pi di ogni altro nel castello di Abono E che decretarono, quegli abitanti immantinente s' innalzasse un tempio, e di gi ne piantavano i fondamenti, quando Gocoona, lasciato da Alessandro in Calcedonia a scrivere certi oracoli doppj ed intricati tra non molto si ambigui, mori morsicato, come io credo, da una vipera Egli di poi se ne venne in Abono colla chiotna pettinata a ricci, rivestito di una tonaca di porpora listata di bianco, e con un mantello can. dido in sulle spalle , e come Perso, portava nelte mani una falce, pretendendo di discendere da questo eroe per parte di madre, e quei maladetti Paflagonj, che conosciuti aveano amen due i suoi genitori oscuri e tapini , prestaron fede all' oracolo, che dicea ; e di Perseo Questo a Febo diletto, Puro sangue, e figliuolo a Podalirio Alessandro divin voi riverite. Cotanto adunque erasi questo Podalirio di natura libidinoso e donnajuolo, che si mosse da Tricca Fu fino in Paftagonia alla madre di Alessandro di poi ritrovato anche un ojacolo della Sibilla che predicea : di Sinope ai. lidi Del Ponto Eusino il Regno ausonio Verr un Profeta sotto con tre decine, Dalla prima unit Da cinque. altre unita con sei decine

171 d nome nerchio, Ripetute in quaterno Tutte insieme si fa del santo uomo, Che a' mali umani porger soccorso (i). Venutone pertanto Alessandro nella sua patria con questa tragedia, per molto tempo vi fu ammirato e famoso, fingendo alcune volte di cadere in furore, col riempiersi la bocca di spuma, lo che di leggieri gli vena fatto col masticare la rad ica di struzio, erba di che si servono i tintori di lane. e sembrava a coloro cotesta spuma cosa divina e terribile. Avean costoro gia da un tempo preparato ed acconciato un capo di serpente di tela, che mostrava dei lineamenti quasi umani e dipinto assai al vero, il quale apriva e chiudeva la bocca col mezzo di alcuni crini di cavallo, e cacciava fuori una lingua biforcata e negra, che muoveasi pure con questi crini. Aveansi pure quel serpente ed il nutrivano in casa per farlo comPelleo, o parire a suo tempo in ajuto della tragedia, Ed essendo per farvi piuttosto le prime parti omai ora da incominciare, tenne questo modo. Andatone di notte ai fondamenti del tempio, cbe scavati eran di fresco, in una buca, nella (1) Non t) possibilefedelmente trarre in lingua toscana versi goffissimi L' indovinellosi forma da' numeri reci, che furmano il nome di Alessandro; come sicgue: l. 3o. 5. 60. a. X. i.

1'2 eravi certa acqua o portatavi da alcun luogo o caduta dal cielo > depose un uovo di oca votato, in cui rinchiuso avea un serpentello hato da poco, e profondatolo in certi rialzamenti del fango , se ne ritorno su i suoi passi La mattina correndone in piazza con una fascia d' oro intorno alle vergogne, e con in mano quelquale la falce, scuotendo insieme Ia chioma disciolta, come quegli spiritati, che conducono la proces sione di Cibele, salito su certo altare elevato , ragiono al popolo sulla felicita della citta, che avrebbe in breve racculto lo Iddto , ch' era tra loro Quei ch' eran presenti, accorso essendovi quasi tutto il popolo, colle donne, i vecchi , ed i fanciulli, divenuri attoniti pregavano ed adoravano Ed esso pronunziale alcune oscure parole, che forse erano fenicie od ebraicbe, confuse quegli uomini che non sapeano cosa dirsi , ei volesse, eccetto cbe vi mescolava in tutte Esculapio ed Apollo Quindi si volse a correre e venutone alia fossa, verso il tempio futuro, ed alla preparata fonte dell' oracolo, entt'ando nell' acqua cantava inni di Esculapio e di Apolline, e chiamava lo Iddio a venirne con buona una tazza, for tuna nella citt. E domandando avutala da non so chi, leggiermente infondendola ne trasse coir acqua e col fango quell' uovo, riconnel quale rinchiuso avea esso lo Iddio, giunte avendo Ie commessufe con cera bianca e

l7S colla mano, disse allora di QneUi si stavan guardanpossedere Esculapio. fatti di do a bocca aperta che ne avverrebbe, gi essendosi gran maraviglie deU' uovo trovato cerusa. Sollevandola Quando di poi rottolo, nel cavQ delnell'acqua ed i cirla mano raccolse quel parto serpentino, costanti videro muoverlo e rivoltarsegK per le e salutarono lo Iddita, di subito gridarono, dio, predicando la citt avventurata 2 e ciascuno a largbe canne pregava domandando tesori, ed altri beni. Egli di nuovo ricchezze, sanit, se n' and a casa, correndo, portando seco il bambino Eeculapio due volte nato, al contrario cbe ci nascono una sola voldegli altri uomini, ta e non per Dio! nato di una cornacchia (1), ma di un5 oca Tutto il popolo lo segui, essendo ognuno fuori di se ed impazzito dalla spe" ranza Quel giorno si stette in casa:, sperando, come dovea accadere , che ben tosto accorsi sarebbero i Paftagonj in gran numero. la Quando citta. fu ripiena di persone, cbe non avean ne cervello , ne cuore , ed in nulla simili ad uomini e solo differenti dalle pe" mangiatori di pane, core nell' aspetto, sedendosi egli sur un letto in certa casetta, acconcio in modo convenevole allo Iddio, s; pose in grembo quell' Esculapio tone a/ nome greco di Coronide, ma (1) Piacevole alius dro di -Eseulapift,

174 cbe come ho detto gran de erasi e belEd attorcighandoselo al collo, lasciata fuori la coda, ch'era si lungo, eke parte giaceasi nel seno di lui, e parte strisciava in sulla t-ena, tenendogli la testa nascosa sotto le ditella, destramente giuocar facendo cio che dovea, tra le pieghe della tonaca mostrava quell' altro capo di tela, come veramente si fosse di quel PeHo, lissimo serpente cbe davasi in ispettacolo Figurarti dei una casetta punto non Iieta, ove non penetrava abbastanza di luce, ripiena di una folia di uomini stupefatti, turbati e fuori di si stessi per la speranza, ed a' quali entrando sembrava ragionevolmente quell' avvenimento un prodigio , cbe di tanto picciolo serpentello fosse in pochi e cio che giorni cresciuto in si gran dragone, testa di uomo Erano era pi, mansueto e con di poi costretti ad uscirsene subitb , cacciati priosservato dalla ma di avere pi diligentemente Stata era aperfolia che sempre sopraggiugnea ta dinanzi alia porta un'allra uscita, o come di cesi che gi praticassero i Macedoni in Babiloe trovandosi nia, quando Alessandro inferm, egli assai male, eglino stando intorno alia regia desideravano di vederlo , e parlargli per 1' ultima volta. Lo sfacciato non fece di poi tal mostra una sola volta, ma dicesi cbe la faiesse soarrivava di nuovo vente, quando spezialmente alcun ric'co E qui, o amico Celso, se dee dirsi

176 a. quel Pontici e 4a verit , conviene perdonare se tocPaflagonj, uomini grossolani ed ignoranti, il Alessandro eato pure il serpente ( perocch concedea a cbi volea ), rimaneansi ingannati, vedendo in un barlume di luce quel czfcpo che apriva e richiudeva la bocca, intantoch quell'ar* tificio abbisognava di un Democrito o dello stesso Epicuro, o Metrodoro ,0 alcun altro di fei*non credervi e conghiettureo sentimento per rare cio che si era, e se trovalo non ne avesse ancbe il filo, si fosse per innanzi gi fiso in men* te, che fuggendogli pure il modo di tai prestig], si fosseio nondimeno menzogne, siccome cose impossibili ad accadere In poco tempo adunque vi concorse la Bitinia, la Galazia e la Tea* come avviene, cia, novellando, ognuno e di* avea nascere lo Iddio , e dopo poco tempo toccato avealo con mani marae col capo simigliante vigliosamente ingrandito, ad un uomo Oltre cio si facean pitture , imcendo, magini e statue, quali in bronzo e quali in arlo Iddio col suo nome che , gento rappresentanti da certo verso per divino, comandamento si apavendo Alessandro: pellava Glicone, esdamato Sono io Glicon, di Giove terzo figlio, Jjiice ai mortali. Essendo di poi il tempo a proposito di far ci, di che tanto si erano travagliati, d- indovinare cioe e rispondere all domande, prese il tuono da che veduto

176 Amfiloco: il quale pure dopo la morte di suo padre Amfiarao, e la sparizione in Tebe di lui cacciato di casa, venuto era in Cilicia, ne 1' avea passata male indovinando l'avvenire ai Cilici, o ricevendo due oboli per ciascuno oracolo Da esso pertanto prendendo il tuono Alessandro, annunzio a chi arrivava, che avrebbe il Dio profetato, ed afferm che sarebbe in un giorno deComando quindi che scrivesse ciascuterminato no in un libriccino cio che ahbisognava, e soe inprattutto ci che desiderava d' intendere, voltolo, sigillasse la legatura con cera, creta, o altra cosa. Esso poscia prendendo i cartelli, e discendendo nel sacrario ( che di gi il tempio era fabbricato ed appareccbiata la scena) chiamato avrehbe per ordine cbi gliene avea data o del sacro handitore, per mezzo dell'aralda , e come asc.oltato avesse ogni cosa dallo Iddio, renduto avrebbe a ciascuno il libriccino sigillato come avealo ricevuto, scrittovi sopra la risposta acconcia alia domanda, rispondendo il Dio su tutlo cio di che era interrogato. Era codesto artificio per un uamo quale tu sei, e se non e vanit il dirlo pur quale sono io, facile a conoscersi e manifesto, ma ad uomini idioti, e cbe avevano il naso pieno di mucco, sembrava uu proImperocdigio del tulto simile all' incredibile. che ritroTato egli avendo varj argomenti per ar prire i sigilli, leggeva ciascuna delle domande:,

177 e sigillatele di e vi rispondea ci che pareagli, le restituiva a coloro, che nuovo , ed involtele, ed andavan tra lor ricevevanle con maravigIia, Come si saprcbbe egli codeste cose, ripetendo: che io le ho date scrupolosamente eOlltrassegna" se non si fosse te, e con sigillo non irnitahile, veramente che tutto conosce ? Mi domanderai per avventura che si son quei comenti? Ascoltami adunque, acciocch abbi con che smao Celso scherare questa impostura. Primamente, lo Iddio

carissimo, infuocando egli un ago, squagliava la cera intorno al sigillo,e cosi aperto e letto il libriccino, tornava di nuovo coll' ajuto dell' ago a squagliare la cera, e facilmente riappiccava la parte che 5i sta sotto il filo con quella, che contiene il sibillo. V' ha pure un altro segreto che si dice collirio. Si questo un composto di pece Bruzia, bitumastice e cera Con tutte me, alluine tritato, queste cose mescolate insieme si fa il coJlirio, e riscaldandolo al fuoco si pone sopra il sigillo, che restavi impresso, e si secca all'istante; ed allora egli sicuramente apriva e leggeva, e messavi nuova cera, con tutta facilita v'imprimea un sigillo simile all' originale, che parea fatto con una pietra. Ne ho inteso anche un terzo : gittando della calcina nella colla, colla quale incollansi i libri, e fattone di questa una pasta, cosi ancor umida la applicava sopra il sigillo, e prestamente seccandovisi e divenendo piu dura Vol. II. 13

178 del corno e del ferro, se ne serviva per istampa. Havvi eziandio molti altri segreti su cio, li quali non qui necessario d' arrecar tutti, per non sembrare che ci perdiamo in codeste inezie , avendone tu ispezialmenie in quei tuoi in- sieme belli ed utilissimi libri, cbe scritto hai contro i maghi e che ben valgono a rendere i letassai abbondevolmente tori prudenti, discorso, Rendeva pertanto e con migliore intendimento. oracoli ed indovinava, operando pero con molta prudenza, ed aggiungendo la probabilit ai suoi comenti; ed alle interrogazioni di alcuni risponed a quelle di altri afdea torto ed ambiguo , fatto oscuro, perocch sembravagli cio convenirsi e secondo meglio conghietturava, all'oracolo; alcuni sconsigliava, ed altri esortava. A certuni contNimdo, , prescrisse cure e modi di vivere come ho di sopra gia detto, molte Illili medicinome ne Raccomandava egli assai i citmidi, finto da esso di un unguento calmante i dolori, Le speranze di composto di grasso di capra successioni le dei accrescimenti beni, gli poi, alle eredit, le rimandava sempre airavvemre. Si trompierd. tutto quando io vorrd, e per voi preghera e farh voti il mio profcta Alessandro. A ciacuuno oracolo stabilito era il prezzo Ai uia dramma e due oboli. N ti credere, o amico, che -questa -rendita si fosse piccola o poca, che in -ogni anno ne raccoglieva settanta ad ottantamila.

179 per cupidigia insaziabile e diedomandandosegli Ricevenci e quindici oracoli da ciascheduno. non ne usava egli solo, n tedo il danaro, ma il dividea con molti ministri, operai, esploratori, scrittori e conservatori di oracoli, soscrittori e sigillatori, che ritenea presso di s6, a' quali assegnato avea la parte secondo le loro incumbenze. Avea medesimamenter spedito alcuni in piu lontane regioni a sparger saurizzava colla ricchezza, ed a racnome e fama tra i popoli dell'Oracolo, contre le sue profezie, che ritrovar sapea i fuggitivi ed i ladri, convinceregli assassini , mostrare tesori da scavarsi, sanare gl' infermi e che perfino risuscitato avea alcuni morti. Ognuno a* dunque si muovea ed accorrea, e da ogni luogo ne veriivano sacrifizj ed offerte, e doppia mercede al profeta e discepolo dello Iddio; imperocch su di ci pure uscito era 1' oracolo: II mio servo profeta che si onori, Io comando, nk a me di ben dovizia Punto mi cal, ma ho a cuore il mio profeta. Essendosi di poi molti prodi uomini riavuti da quella cupa ubbriachezza, si. mossero contro di lui, e spezialmente quanti v' eran seguaci di Epicuro, e discuoprendo nelle citt tutti gli artificj e gli apparecchi di quel dramma, cerco esso dicendo che il Ponto ripieno era d'interrorirgli, di atei e di cristiani, che ardivano malvagiamente di bestemmiarlo, e comando che gli cacciasser

i80 se propizio aver volcano lo Iddio. da certuno cosa si facesse Epicure Interrogate NeirinferDO, pronunzio su di lui questo oracolo: E' giacesi nelfango avvinto con catene di piombO. Laonde non maravigliarti se 1' oracolo ne sali tanto alto, vedendo si savie ed erudite le domande dei concorrenti. La guerra contro di Epicuro faceasi da esso senza araldo e senza tregua: e con molta ragione ; imperoccb contro di chi pi giustamente combattuto avra un uomo impostore, amator di prodigj , inimicisaimo della sassi, uomo che speverit, se non contro Epicuco, colato avea la natura delle cose, e solo conoe sciuta in esse la veriti ? Platone, Crisippo, Pitagora, gli amava, e profonda pace aveva con essi. Ma Epicuro immaneggevole (ch cosi ei 10 chiamava) eragli odiatissimo, ragionevolmente facendosi esso beflfe e ridendosi di queste cose Odiava per tal ragione pure egli Amastri phi che ogn' altra citt del Ponto, perche sapea cbe vi abitavane i seguaci di Lepido, ed altri simiIi a ioro, ne rendette mai oracolo ad alcun cittadioo i Amastri. Avendo di poi osato di profetizzare ad un fratello di un senatore, se ne parti quegli beffato, non avendo neppure egli saputo -the convenevole fingere una risposta accorta, fossB alla ciomands W alia circostanaa. Imperocche dolendesi quegli dei dolori di stomaco, volendo ingiungergli di mangiare un piede di eo'

181 porco apparecchiato Cavoli e porco con della malva, gli disse: versa in sacro vaso.

Spesse volte, come ho di gi detto, mostr il sernon interamente , ma pente a chi nel pregava, distendere gli facea la coda ed il rimanente del e si tenea il capo nascoso nel grembo, corpo, che non fosse veduto lordire la moltitudine, Volendo promise strato lo Iddio parlante da per se, zante senza il suo ajuto. E raccolte delle arterie poscia piu sbache avrebbe moe profetizcon facilita

di gr, e congegnatele intorno a dando , quel capo fatto a simiglianza dell' umano la voce certuno di fuori, rispondea alle domande, passar facendo la voce per quell' Esculapio di tela. Questi oracoli si chiamavan vocali, ne si rendeano ad ognuno, ed a capriccio , ma a personaggi ricchi, splendidi, grandiosi, e magnifici. E quello dato a Severiano sopra la sua spedizione di Armenia si fu dei vocali. Incitandolo ad assalire il primo, gli disse: Con veloce asta domerai gli Armeni

e tornerai E quindi i Parti, del Tebro Alla fluida cinte onda, riportando E di alloro e di raggi insiem le tempia. Quindi, posciach quello stolto Gallo, cosi pered in mal' ora suaso, corse nel paese nimico, per lui fu coll' esercito tagliato a pezzi da Otriade, e la sua impresa and a vuoto, rase quell'oracolo dai suoi registri, e vi pose il seguente:

182 Non condurre V esercito in Armenia. Nol concedon gl' Iddii, che vita e luce Tolta ti Jia con miseranda fine DaW arco d' uom cinto d' imbelle veste. si ebbe egli pure il savio accorgiImperocch mento di fare il comento agli oracoli dopo il fatto per emendare cio, cbe avea male indovinato Sovente agl' infermi promesso avea la salute in vece delle morte, e morendosi, pronto avea un altro oracolo in emenda del primo: Non. ricercar sollievo al crudo morbo: Chiaro e il destina tuo, n puoi cansarlo ed i Sapendo ancora che i Clari, i Didimei, Mallensi celebrati erano per simile arte d' indomandando loro mohi se gli fe' amici , vinare, che a lui venivano, dicendo ad alcuni: Vanne ora in Claro ad ascoltar mio padre* E ad altri; allo speco il Dio consulta. Di Branchida E ad altri : AlV oracol di Amfiloco va in Mallo. Queste cose si passarono infra i confini della Jonia, della Cilicia, della Paflagonia, e della Galazia. Ma discorsa essendo la fama delle sue profezfe anche in Italia, pervenne nella citia di Roma, talch niuno si ristette, e portavasi l'uno appresso dell'altro, e chi ne venia di persona, e chi vi mandava, e spezialmente i piu potenti, e che aveano i e tra' citta: della primo incaricbi quali primi

i83 capo di ogni altro si fu RuliJiano, uomo per altro dabbene ed onesto, e che esercitate avea molte mama affatto di mente debole gistrature romane, in sulconto e ripieno di strana credudegl'Iddii, lit, talch se vedea un sasso unto, o covonaio, gittavasi subito in terra e adoravalo, e standosi

ivi per molto tempo facea voti, e richiedeagli la Felicita. Avendo egli inteso dell' Oracolo, vi manc6 poco che, abbandonato ogni incarice cbe avea nori ne volasse alle mura di Abono, nella citta, e spedi gente sopra genie. Essendo questi mandati alcuni servi ignoranti, rimasero ^3i leggieri ingannati, ed al ritorno lodaroao cio che aveano udito e veduto, ed anche cio che sembrato .era loro di vedere, e molto anche piu vi aggiunsero del proprio, per procacciarsi pi favore piesso il padrone Accesero dunque l'infelice veccbio, e forse il sospinsero ad impazzire. Ed essendo egli amico dei pi faeoltosi e potenti, ne andava intorno narrando cio che ascoltato avea da coloro che ava mandato, e vi facea per qualche giunta di talehe ne riempi la citta, e suo, mosse co' suoi impulsi molti della corte, i quali si affretiarono a sapere dei fatti loro. Alessaadro cortesemente accogliendo coloro, che ad esso ne andavano, da prima accattivatisegli coiraLbergarcon magninci doni poscia gli gli presso di s, di modo che non solo spargevauo accomiatava,

184 le sue rispostes ma lo celebravano per Iddro 4 narrando di lui e dell' oracolo prodigiose menzogne. II ribaldone affinato nelle capestrerle ordi po* scia una trama veramente da nobile assassino; im* perocch aprendo i libriccini che gli mandavano, e leggendoli, se vi ritrovava delle interrogazioni audaci e pericolose, esso gli riteneva, li rimandava per aversi cosi sott' unghia e quasi schiavi coloro, cbe glieli avean mandati, ricordevoli e spaventati di cid che aveano scritto. Tu di leggieri t' immnaginerai quali esser potessero le domande dei grandi e dei ricchi. Ricevea percio molti dohi dft costoro, cbe accorgeansi essere incappati tie3 suoi lacciuoli. Ti vo' narrare afcuni oracoli dati a Rutiliano. Richiedendo qual maestro di lettere e di filosofia ei dar dovesse ad un figliuolo riatogli dalla prima sua moglie, risposegli: e delle afmii il Cantore sovrano. Pitagora, Quindi dopo pochi di, essendosi motto il fanciullo, ei era confuse, n sapea che rispondersi a cbi to accusava, che lo avvenimento svergoMa il buon Rutiliano fagnato avea l'oracolo ce spontaneamente l'apologia delP oracolo , dcehdo essere la mente dello Iddio manifesta, che niun mdestro comandato aveagli di scegliere tra i viventi , ma Pifagora ed Omero, co' quali probabile er che conversasse allora it fanciullo nell' altro mondo. Di cbe dunque riprender deesi

i85 Alessandro, se vuole prendersi giuoco di tai altra volta di chi Interrogandolo

pinchelloni ? disse: s'avesse egli l'anima, Fosti Achille da pria , poscia Menandro, Quindi quello che or sei; di sole raggio Sarai in appresso, dopo in lieta vita Sopra cento

ottant1 anni avrai vivuto Egli pero morissi di settanta anni di un' atra biE le , non aspettando la promessa dello Iddio. questo si era eziando uno degli oracoli vocali ancora sopra le nozze , dottamenInterrogandolo te risposegli : e Diana, Sposa la figlia d'Alessandro sparsa di gi egli avendo da qualche tempo la voce, che la figliuola che avea, nata eragli dalsi era di lui in la luna, la quale innamorata vederlo dormire, amando essa per suo costume i belli dormienti Ed il prudentissirno Rutiliano non frapponendo indugio , immantinente mand per la fanciulla, ed in et di settanta anni celebr le nozze , e novello sposo con essa si giacque, rendendosi innanzi propizia la suocera luna con molti sacrifizj di cento buoi , avvisando di essere divenuto anche esso uno degli abitanessendosi cosi una volta ei cacciato nelle cose d' Italia, ando sempre la sua fama crescendo, e spedi portatori d' oracoli in tutto lo Imperio romano , predicendo alle citt. che si guardassero dalle pestilenze, dagl'incendi ti del cielo Ed

i86 e dai tremuoti, ad esse, che le promettendo avrebbe egli gagliardamente ajutate, perch ci non avvenisse Mand pure a tutti i popoli un oracolo vacale sulla pestilenza, e contenuto era in questo sol verso: Di peste il nembo fuga il Hondo Apollo. E poteasi veder jquesto verso scritto per ogni dove sopra le porte, come rimedio atto a cacciare la pestilenza. Lo che a molti prov Favvenimento il contrario, rimase essendo per non so qual destino quelle case maggiormente vuote di abitateri , sulle quali scritto era il versetto. Neti credere che io creda che perissero per quella baja, ma o si avvenne cio per effetto del caso , o per avventura che confidando il volgo in quelle parole, se la passarono con negligenza , e trascurarono di medicarsi , non ajutandosi oon buoni rimedj contro la forza del morbo per aversi quelle sillabe che. combatteano per essi , ed il biondo Apolline che saettava la pestilenza. Avea ordinate in Roma molte spie dei suoiconfidenti , i quali gli riferivano i sentimenti di ciascheduno per innanzi le domande, e spezialmente i desiderj diversi, per ritrovarsi cosi apparecchiato a rispondere prima che le giugnessero Queste. ed altre simili tiame avea egli ordite sulle cose d' Italia. Istitui ancora certi misteri, con processioni di faci e sacre cerimonie, con feste istabilite di tre giorni. E nel primo giorno uscfa

187 : Se t'ln ban do, come in Atene , in questo modo ne viene alcun Ateo, Cristiano od Epicureo Coloro se ne allontani. alia festa, spettatore che credono nello Iddio accolti sieno in huona fortuna. Quindi incontanente incominciavasi a cacciar via, e dava esso il segno dicendo : fuori i Cristianii: e tutta la moltitudine Allora fuori gli Epicurei. nascita di Apollo, ed il puerperio di Latona, le ed il parto di Esculapio nozze di Coronide, Nel giorno seguente 1' apparizione di Glicone e la nativita dello Iddio. Nel terzo eran rappresentate le nozze di Esculapio colla madre di Ae chiamavasi Luce, e si accendevan lessandro. le faci, ed in ultimo si poneano in iscena gli a* ed il nascimenmori di Alessandro colla Luna, to della sposa di Rutiliano. JPpttava la. face e presiedeva alla cerimonia e dormendo Endimione, dal tetto ne discendea a tiiia , bellissima donna, tore di Cesare, amante il nuovo Alefsandro, giacevasi nel mezzo, e lui dal cielo certa Rumoglie di un procuravera rispondea : la rappresentavasi

di Alessandro, e e sotto gli occhi del suo catda esso riamata, tivo marito si accarezzavano e baciavano alla presenza. di tutti, e se state non vi fossero molte faci, si sarebbon forse imparentali pi strettamente. E dopo alquanto di pausa rientrava egli {Ii puovo adornato come presidente della festa , e facendosi gran silenzio all' intorno ad aTta

i88 voce gridava: viva Glicone, e facendogli eco alcuni Eumolpidi (1) e banditori di Paflagonia , con zoccoli di cuojo crudo di Caria, tra sonori rutti di aglio rispondeano: viva Alessandro. Sovente in quella processione di faci, ed in quelle danze misteriose, nudandosi a bella posta la com' facoscia, mostravala di oro, cintavi, cile, una qualcbe pelle indorata, che risplendea al riflesso dei lumi Talch nata essendo una volta disputa su di lui tra due dotti pazzi, se per quella coscia di oro si avesse egli 1' anima di Pitagora, o altra simile ad essa, e rapporla quistione ad Alessandro stesso, disciolse tal dubbio col suo oracolo il re Glicone, dicendo : or ritorna l'almo spirto Or perisce, l' alma del profeta Di Pitagora, Dal padre mossa a sollevare i giusti , S' semenza di Giove, e al padre torna Dal divino suo fulmine percossa Predicando ad ognuno che si astenesse dall' amore dei fanciulli, come empia cosa , il valoroso uomo alz questa trappola Ingiunse alle citche gli mant della Paflagonia e del Ponto, dassero per sei anni de' ministri degni dello Idche si dio per cantarne le lodi, avvertendole, (1) Vale egregio Cantore, e cosi si chiamavano in Atene i ministri de' sacrimisteri, a' quali qui scherzevolmenh allude Luciano. tandone

189 e fossero questi di famiglie nobili, giovanetti, di bellezze maravigliose. Questi di poi esso rinchiusigli, ne usava come di scbiavi comprati, dormendo seco loro , e commettendo su di essi Fatta avea ancora una egni sorta di ribalderie. legge, che niuno - maggiore di et di anni diciotto gli accostasge salutandolo la bocca alla face porgendo eia, n6 il baciasse abbracciandolo; agli altri la mano a baciare, baciava esso i soli giovanetti, e dicevasi questi essere quei del bacio In tal modo beffavasi degli stolti uomini a suo talento Ie fino nelle delizie, stuprando donne e giacendosi 00s fanciulli. Ed era per ognuno graride e desiderato favore, se gli guardava la moglie ; se di poi la degnava di un bacio , credeasi allora che la felicit piovuto avrebbe nella sua casa; e molte femmine si vantavano di aver partorito di lui , ed i mariti testimoniarano esser cio vero. Ti vo' contare un dialogo di Glicone, e di certo per nome Sacerdodel quale puoi tu dalle le, cittadino di Tiana, domande giudicar 1a saviezza. lo l'bo letto scritto in lettere d' oro 1ft Tiana nella casa ietessa di Sacerdote. Dimmi, gli iisse, o mio signere Glicone , chi se' lu ? Rispondea egli : la SOHO il JWOVOliscul&pio Diverse dunqus dall' tico Che cosa ti di ? nQTl a te cio permesso di udire. con noi Quanti anni dimorerai e pi. E quindi dove profetando P Tremila

190 ne andrai ? In Battra gioni, convenevole hari sien partecipi rimanendovi gli altri ed in quelle vicine reche anche i baressendo, della ntia peregrlnazione , oracoli

in Didimo, in Claro ed iri Delfo , ove parla Apollo mio nonno. Sono ora per avventura quegli oracoli che escon di la menzogneri ? NOll curarti di saper ci , che non k concesso Che sarommi io dopo questa vita ? Cammello, quindi cavallo, e profeta non minor di poscia uomo sapiente Alessandro. Queste cose disse Glicone a SaPronunzio in fine anche un oracolo in cerdote verso sapendo ch' egli era amico di Lepido : ria sorte lo aspetta (J). Lepido lascia: Eglj, secondo ho detto, forte temeva Epicuro, siccome quegli che colla sua dottrina e savieaza combattea le sue arti e le sue imposture. Avendo pertanto osato certo Epicureo di confutarlo gli fe' correre un granImperocche essendosegli avvicinato, dissegli ad alta voce: Tu, o Alessandro, al tal Paflagone , che fieramente persuadesti che mo* il Prefetto della Galazia, richiedesse creduti rei di avere i suoi servi, rir facesse ucciso il figliuol suo, che dimorava in Alesalia presenza de periglio sandria alle scuole. Pive il giovanetto e salvo (1) Questo Lepido o s' era qualche Grecocon nome romano, o qualche magistrate romano, che beffavasi di Alexaandro di mohi,

291 ritornato dopo la morte dei servi da te fatera tale : La'faccenda ti esporre aZle fiere. Questo giovanetto navigo nell'alto Egitto fina a ed essendovi cola una nave pronta a Clisma, far vela per 1' India, s' avviso di partire su quelquei suoi servi inegli a toraare, felici, credendo che fosse egli perito navigando pel Nilo, o ammazzato lo avessero i ladroni , che se ne ritornarono anmolti allora ve n'erano, nunziando ch' esso era disparso : ed in consee la condanna. Tornato guenza di cio l'oracola la. Tardando il giovane, e raccontato il sue Alessandro colui quelle parole. viaggio, disse pero mal sopportando la verita del rimproccio p infuriando di rabbia di vedersi ingiuriato , codi poi essendo mando a quei ch' eran presenti , che lo accoppassero di sassate, altrimenti creduti sarebbero essi pure colpevoli e chiamati Epicurei Incominciando quelli a tirare , certo Demostrato che viaggiava nel Ponto, facendogli subito scudo di se, salv dalla morte quell' uomo , poco essendo mancato che stato non fosse lapidato ed assai ingiustamente. Imperocche cosa valeagli e esser savio tra tanti pazzi , e per guarire dalla pazzia i Paflagonj rimetter la vita sua? Ma bastiho su di lui queste parole. Se ad alcuno di co*loro chiamato secondo Is ordine degli oracoli ( facevasi ci il giorno innanzi della risposta ) indal banditore, se rendeagli oracolo-, terrogate

iga rispondea esso di dentro: ai corvi: costui non pili era ricevuto in casa da niuno, ne pi era, come ogni altro, a parte della terra e del fuoco, ma costretto era a vagare di regione in regione come Ateo ed Epicureo, che era la maggiore inFece di poi Alessangjuria che dir si potesse dro una cosa molto ridicola Ritrovate avendo le principali sentenze di Epicuro, quel bellissimo libro che tu conosci, e che racchiude la somma degli ammaestramenti della sapienza di quell' uomo, portandolo in mezzo alia piazza, 10 brugio con legna di fico, come brugiato avrebbe Epicuro istesso, e ne gitto nel mare la cenere, pronunziando 1' oracolo : Del cieco vecchio la dottrina s'arda ; non conoscendo lo scellerato di quanti beni e e quanta pacagione quel libro a' suoi lettori, quiete e libert ad essi comparta, dalle visioni liberandogli non meno dai timori, e dai prodigj , che dalle vane speranze e dai desiderj non necessarj , riempiendo loro la mence, quanta te di verit, e veracemente purificando gli animi loro, non colla face e l'erba scilla ed altre sicolla ma co' giusti ragionamenti, mili inezie, verit , e colla libert. Ascolta tra gli altri uno Adegli attentati pili audaci di questo ribaldo. vendo esso facile accesso alla regia ed alia corte, facendogli coro Rutiliano potente ed in favore, mando ad esso un oracolo, mentre pi"

195 ed il Divo Marfervea la guerra in Germania, co attorniato era dai Marcomanni e dai Quadi. due che si oracolo, gittassero quell' Ingiugnea e con lioni vivi nell' Tstro con molti aromati, 1o stesil fia Ma porre sacrHzj. meglio magnifici so oracolo: Del fiume d' Istro nella onde divine Ti comando gittar due di Cibele Servi nutriti nel monte, con quanti clima e flori ed erbe Nutre l'Indico che n avrai alV istante Odorifere, gran gloria, e dolce pace. Fatte queste cose, come avea comandato (1), i lioni notato avendo nel paese nimico, i barbari gli finirono co' bastoni, come cani e Jupi stranieri, ed all' istante ebbero i nostri una gran percossa, perduti insieme essendosi in un solo iuogo ventimila uomini. Di poi ne seguirono gli avvenimenti di Aquileja, mancando poco cbe Ed egli dopo il fatquella citt non fosse presa to freddamente si difendea con quella delfica Gran vittoria, cioe che lo apologia, e coll' oracolo di Creso, avea la vittoria, senza dichiaraIddio predetto re se avesse ad essere dei Romani o dei Barbarj. Correndo gente da ogni parte, ed essen3o la citta calcata dalla folia di coloro che ne ^(1) Nella ColonnaAntonina in Roma veggonsi tuttorn rapprresentati questi ligni nel momenta, che varcano il flume. Vo/, II, 13

'94 ne abbondandovi le cose invento gli oracoli notturni; e pren* necessarie , dendo i libriccini , si ponea, come dicea, a giacere, e dava le risposte come udite le avesse dall' Iddio nel suo sonno , ne le pi. erano chiare, ma dubbie ed intricate , e spezialmente vedendo il libro sigillato con qualebe diligenza , non volendo rischiarsi in aprirJo, vi scrivea so, credendo cbe cio pra cio che veniagli in capo all' oracolo Ed eranvi per i quali ricevevano dai rido stabiliti interpreti, correnii mercede non piccola a litolo d'interpretazione e discioglimento di questi oracoli. E renduto avevasi Alessandro pur tribuiario cotale incarico, pagandogli ciascuno interprete un talento auico, Alcune volte senza essere interro, e non essendovi a gate, ne pregalo da alcuno dava fuori oracoli per sorchi he importasse, prendere gli sciocchi, siccome questo: lotta di nascoso VltO' tu saper chi In sul letto in tua casa con tua moglie Calligeriia, Protogene il tuo servQ, Cib che dato Cft tu affidi ogni cosa Ei pria t' avea, or a lui dt tua moglie. Merlo di sua insolenza ei da lei aspetta E tosco amaro gill t' hanno pprestato 11 Perch ci ch' essi fan punto non soppi, Ii troverqi di sotto Ne veder pussi Ai letto tuo da capo accosto al muro non si disconvenisse veniano 811' Oracolo,

lg5 si sa la tua fante Calipso non si rimE chi mari, si fosse ei pur Democrito, i luomarrebbe confuso, udendo accur-atamente Tutto l'intenche se non nomi! ed i ghi compresane Molte volte zione, ne avrebbe poscia dispregio. se alcuno ne lo interrogava, rispose ai barbari, nella patria sua lingua celtica o siriaca, quannella citt altro viaggiatore do non ritrovavasi Di poi tra la consegna dei libriccini e le risposte vi passava si aprivatalche in quell' intervallo assai tempo, e si ritrovava chi no te domande con sicurt, come fu quell' oracolo dapotesse interpretarle, della nazione istessa dei ricorrenti to ad uno Scita : chnenchicranc ebargulis fra V ombre la luce (l). Mancheragli Altra v.olta, non essendovi persona presente, disse senza metro: Piitornati che indietro ;. colui ti TTiandb b stato quest' oggi morto dal suo viMorfi cino Diocle de' ladroni Mango, CecolV ajuto i quali sono di gia stati presi lere e Buhalo, Ascolta ancora alcune poche cos$, che furono a me risposte io: se Alessandro Interrogandolo era calvo, e veduto il libro sigillato con troppo vi soscrisse un oracolo notturno:

6crupolo,

(x) Qucsta interpretazione io la traggo dalle parole greche, che vi son mescolate, senza pretendere in tanta oscurit di darne spiegazione. Questeparolesono: 1t1' t1'xm'v Xt~~~a'oc

196 Sarbadalacche (1) molle era un altro Ati." Ed avendolo di nuovo interrogato in due diversi colla domanda libriccini, e sotto nomi diversi, medesima: di donde si fosse il poeta Omero, all'uno, ingannato dal mio fanciullo, a cui rceccato avea, perche cagione egli era venuto, e da quello rispostogli per curarsi il dolpre dei ifanchi, rispose: Di rugiada di luna e citmi t' ungi. avendo pure inteso domandar All' altro, colui ch'era mandato, se era meglio per me navigao fare il viaggio a piedi, non rire in Italia, dicendo : , spose pur nulla su di Omero Fa il viaggio a piedi, non andare in nave Molte altre insidie simili gli tramai, siccome pur sopra una sola domanquesta Interrogandolo e da , la scrissi nel libro, come si costumava, di fuori vi. scrissi per otto oracoli mentito il noed ogni alme ; mandandogli le otto dramme, tra cosa necessaria Egli credendo alia mercede del libro, il quale non eoned alla soprascritta tenea , cbe questa sola domanda: Quando sar mi mando otto impostore , preso Alessandro risposte, che non toccavano, come si dice, ne ed insensate. terra, ne cielo, tutte mettissime ed ancoII cbe avendo egli poscia saputo, ra, cbe distolto io avea Rutiliano dalle nozze e ) (1) Cunghietturosia nome proprio di qualche antico,

J97 dall'eccessivo abbandonarsi alle speranze deU'orae m' avea colo, m' odiava r come poi credere, ed avendolo Rutiliano inper suo nimicissimo; : volta sul conto una mio , rispose terrogato Si ravvolge tra tenebre, e le sozze Voglie egli pasce in lelto incestuoso. In somma non a torto ei m' era tanto inimico Avendo di poi saputo che io era entrato nella citt, e compreso che io era quel Luciano (avea per meco condotto due soldati, uno armato di asta e Is altro di lancia, che dati aveami il presidente di Cappadocia, allora mio amico, perche mi accompagnassero fino al mare) incontanente mi mando amichevolmente ad invitare con parole piene di cortesa. Andandovi, ritrovai molte persone intorno ad esso, ma avea per mia buona fortuna menato meco i due soldati Egli allora mi distese la mano a baciare, siccome usava colla plebe, ed io accostatomi come per baciarla, con un buon morso vi manco poco che non gl' istroppiassi ta mano Quei che eran presenti, tentarono, come sacrilego, di venirmi addosso e di battermi, di gi adirati, ch non avea da prima salutato Alessandro come profeta Egli nondimeno isforzandosi di mostrare una generosa pazienza, gli rattenne e promise loro , che m' avrebbe mansuefatto del tutto , ed che sapea avrebbe mostrato la virtu di Glicone, rendersi benevoli i pi ritrosi, ed allontanata. ogni

ig8 altra persona, placidamente parlommi dicendo, ch' ei conosceva apri200 i consigli, che dati avea a Rutiliano ; e per qual cagione, riprese, mi lza tu trattato in tal modo, potendo per mio mezzo essere innalzato da lui ? Allora io con Jieto volto ricevei quella sua cortesia, vedendo in qua:) pericolo m' era posto , e poco appresso

me ne uscii divenutogli amico , e questo mio si facile cambiamento fu a chi lo vide di non piccrola maraviglia Poscia, stando in sul navigare, mi mando molti doni ospitali (mi ritrovava io solo viaggiando con Senofonte, mandato avendo innanzi in Amastri mio padre cogli altri miei ), e mi promise ancora di darmi un naviglio con Lo che credei remiganti, che mi portassero ed amideva io cbe ei facesse con iscbiettezza cizia, ma quando fummo a mezzo il viaggio, vee contrastare non so dende piangere it piloto, che Co' marinai , non ebbi buona speranza della Aveva ad essi comandato Alessandio, che presicf ci gittassero in mare ; il che venendogli fatto, avrebbe di me facilmente avuto vittoria. Ma colui col suo pianto persuase i marinai suoi compagni, che non ci facessero male mia sorte. alcuno, e ri volgendomisi, mi disse: Comevedi ko io vivyto per sessanta anni una vita mnesta nb voglio in codesta eta, aed irreprensibile, vendo moglie e Jtgliuoli, macchiar le mic niani di un omicidio. E qui ci mostro, perch aveaci

*99* di Alessandro esso portati ed i comandamenti Avendoci di poi posti in su i lidi, i quali i1 bel1' Omero ricorda , tornossene indietro; ed ivi ritrovato avendo alcuni ambasciadori bosporani , che navigavano in Bitinia mandati dal re Euparaccontato ad tDre a pagare il tributo annuo, in persone -essi il pericolo corso, incontrandomi assai cortesi, fui ricevuto nella nave, e mi salvai in Amastri, toccato quasi avendo la morte. Da quel momento sollevato essendomi contro di lui, muovea ogni filo , odiancupido di vendicarmi, dolo di gi pure innanzi che m' avesse insidiato, ed inimicissimo riputandolo per la malvagita dei un' accusa, acostumi suoi; e di gia meditava e spezialmente i filosofi compagni, -della scuola di Timocrate di Eraclea. Ma il Prefetto d' allora della Bitinia e. del Ponto me lo impedi con solamente pregarmi e scongiurarmi, che sn' acchetassi, non potendo esso condannarlo vendo mot al supplizio per l' amicizia di Rutiliano, ancbe se manifestamenJe il. ritrovasse colpevole. Arnmorzato essendosi il mio ardore , mi stetti in sjlenzio, conoscendo ch' avrei osato un' impresa fhor di sotto un Ne giudice .co.s disposto uogo "tra le altre si fu pur picciola audacia quella di Alessandro di domandare allo imperadore, che si mutasse il nome. al astello di Abono ,: e si chiamasse Gionopoli , e che si coniasse una nuo'Vamoaeta con Glicone da una parte., e dalT alt)a J

200 Alessandro colla corona di Esculapio suo ndnno, e colla falce di Perseo suo progenitore materno. Predetto avendo col mezzo dell' oracolo, che dovea egli vivere anni cento cinquanta, e poi morirsi percosso dal fulmine, con lagrimevolissima fine, non compiuti anni settanta, morissi inconvenevolmente per un figliuolo di Podalirio, pulrefatlo dagl' inguini fino a' piedi e ricoperto di vermi. Nel qual tempo fu veduto ancora esser calvo, perche dovendo pel dolore farglisi dei bagni in sul capo dai medici, non potea ci farsi se non si toglieano quel finti capelli. Questo fu il fine della tragedia di Alessandro, e questo onde po, sciogfimento ebbesi l'intero dramma tra conghietturarsi, che avvenuto fosse per una certa provvidenza, comeche avvenuto sia a caso Convenia ancora, che fattogli fosse un'epitaffio degno della sua vita, e s' istabilisse una concorrenza tra i suoi compagni impostori per aversi essendosi i principali di essi portati l'oracolo, da Rutiliano , che dovea essere 1' arbitro di chi di loro si dovesse sciegliere a quell' incarico, ed incoronarsi di quella profetica e sacerdotale corona. Vera tra questi ancor Peto medico di il quale facea cosa ne , professione gi vecchio ad uomo canuto , ne a medico convenevole Ma Rutiliano giudice del concorso gli rimando senza corona, conservando tuttora a colui, bencbfe dipartitosi, 1' incarico di profeta. Queste poche

201 cote, amico, ho io creduto di scrivere tra molte come per saggio non tanto per compiacere , a te, che sozio e compagno mi sei, e che io grandemente ammiro per la dottrina, 1*amore della verita , 1' affabilit, la giustizia, la simplicity de' costumi, e la cortesia. verso i tuoi familiari , quanto ( lo che a te pur esser dee grato ) per vendicare Epicuro, uomo veramente santo e di divina natura, e il solo, che con verita conosciuto abbia le cose belle, e col farne parte, direnuto sia il liberatore dei suoi discepoli. Avviso di poi, che questo scritto sar pure di qualcbe utilit ad altri, che potran leggerlo, siccome quelle che alcune cose rifiuta, ed al^ cune altre ne rafferma nella mente di chi sa ben pensare. L -

202

DEL

BALLO ARGOMEXTO

Roma divenuta era sotto /0 imperio dei Cesari vilissima ed effeminata citta Ie delizie tutte delCAsia, il lusso, V intemprranza dei conviti, V amore per gli spettacoli signoreggiavano il popolo schiavo ed i suoi or^oi quali posto aveansi gliosi e pazzi tiranni, in cuore di spegnere ogni sentimento di liberta e di virt, Sotto Augusto, come osserva Luciano in questo componimento, ebbe [ arte del Ballo la sua peisezione, e leggersi possono in Tacito ed in Svetonio i nomi dei pi celebrati hallerilli, detti dai liomani Pantomimi , i quali per la iniquitd dei tempi e per la protezione della corte giunsero a tanta audacia, che osarono eccitare in Roma fazioni e che Nerone istese narra Svetonio, tumulti, so fu costretto bandirli dalla citt, Ai tempi e vi ritornarono, nondimeno di Vespasiano richiamati cacciati di nuovo da Dorniziano, furono da Nerva, del quale nell' elogio di Trajano, che tomato era a bandirli, assai Plinio si duole, dicendo. che coloro che cacciati avea un principe malvagio, stati eran richiamati da un buono. Sotto il regno degli Antonini pare

205 vi ritornassero, lustro maggiore, e si sparse quasi tutti ed allora ebbe V arte il suo

protetta dalle due Faustine , ancora nelle provincie, essendd Greci coloro, ch' esercitavan que-

togliendo argomento dal biae dai rimprocci a lui- fatti in principio tla un tal Cratone, che introduce tesse qui l' encomio di codesta.., del Dialvgo, arte , facendolo colla solita piacevolezza e dot st' arte. Luciano simo dei filosofi, trina. Durissima inpresa si per me stata il volgarizzare questo vocaboli dell" arte, componimento che incontrano per molti in italiano ad essere spiegati. Ao assai migliorato non ispie-

difficolt grandissima visa nondimeno di essermi sulle

traduzioni la tine, eke affatto e s' io ne sia uscigano la mente del!' autore , i lettori to con pi onore, ne giudicheranno miei , mal convenendosi mia lode LICINO

che io or qui parli in

E CRATONE

o Cratone, Lic, Dappoich, da molto tempo, secoirdo io credo, essendoti apparecchia10, con questa grave accusa accusato hai il ballo , e 1' arte di esso , e nei pure che ci allegria1110di tale spettacolo, siccome quelli che troppo caso facciamo di cosa femminile e cattiva, ascolla quarrto tu ne vada errato .dal sentier retto,

204 e quanto a torto tu biasimi uno dei maggiori beni dejla vita E vonei pur perdonarti se accostumato da principio ad un vivere aspro, riputando solo bene l'austerit , avessi per ignoranza avvisato essere queste cose degne di acE, tu, o mio buon Licino, essendo tal uomo nutrito nella doltrina e nella filosofia, abbandonato d'affaticarti nell'ottimo, e nella concusa s.uetudine degli antichi, ti siedi sorpreso alia meloda dei flauti, risguardando un uomo effemicon molli vesti, e nato, il quale imputtanitosi , con canzoneite lascive, va imitando antiche feme le lussuriosissime Fedre, innamorate, e Rodopi e tutte queste cose va faPartenopi, ; cendo a second a dei tuoni e delle cadenze, e con isbattimenti di piedi, lo che si e ben veraminette mente ridicolo ed inconvenevole ad uomo libeTalche senro e della condizione che tu sei tendo io, che t' intertenevi in questo spettacolo, non solo ne arrossiva per cagion tua, ma forte m' increbbe che, dimenticatoti Platone, Crisippo ed Aristotile, ti sedessi simile a coloro , che s' iTanto stuzzicano colla penna le orecchie. pi .che vi sono mille altre vie serie ed oneste da siccome i suonatori di appagare tal desiderio, flaute che ne vanno nei circoli, e quelli che ordinatarnente cantano accompagnandosi colla chitarra, e soprattutto la veneranda tragedia e la lieta commedia, le quali hanno meritato di essere Crat.

20& spettacoli di pubblicbe gare. Ti bisogner dundei molto difenderti o presso prod' uomo, que, dotti, se del tutto essere non vuoi bandito ed Ed io allontanato dal gregge dei valentuomini. che per te fia miglior cosa il medicar giudico, eio col negarlo , ne confessare per nulla di aver commesso errori di questa sorte. Guardati pero di uomo che in avvenire , non sapendolo noi, che di gi eri, non divenghi una baccante o una Lida, il che si sarebbe non solo tuo biasimo, ma si ben nostro, se non distaccandoti quale altro Ulisse dal loto, non ti riconducessimo innanzi ti dimertchi affat$gli studj consueti, to,. standoti nel teatru intento al canto delle Sirene Comech queste insidiavan solo le oreccbie , e percio non vi bisognava della cera, e tu sembri essere mente schiavo degli occhi Lie. tone, ti sei tu scagliato contro ai naviganti che divenuto interaAl corpo, o Cra-

di noi con dente veramenle aspro e canino ! se non cbe quell' ee quella immasempio dei mangiatori di loto, gine delle Siiene sembrami che 1' abbi tu arrecata del tutto contro il caso mio, imperocche a quei che gustavano il loto, ed a quei che ascoltavano le Sirene, del mangiare e dell' ascoltare premio era la morte, ed a me, oltre iI, ne bo pur piacere che dolcissimo n' sembrato, conseguito un buon fine. Ne mi sono io dimenticato delle mie faccende domestiche; ne di me-

ao6 e se si ha a pailare sinceramente , ne vengo io a te dal teatro assai pi deslro ed accorto alle bisogne della vita E puo molto a stesso; proposito per cbi vide quello spettacolo, quel verso di Omero: Lieto Crat. si torna recitarsi

Per Ereole, mo , che non solo Don bai vergogna di queste cose, ma sembri anzi volerne esser lodato! Cio si e veramente gravissimo, e tale, che non ci dimostri niuna speranza di guarigione, osando di lodare cose biasimevoli e turpi. Lic. Mi di, o Cratone: riprendi tu queste cose in sul ballo ed altre che praticangi ne' teatri per averle tu molte volte vedute, o ignorante affatta di tale spettacolo, lo credi, come affermi, biasimevole e turpe? Imperocche avendolo veduto, ti stai alia pari con noi; se pof no, guardati che questa riprensione pon sia ardita, ed irragionevole, accusando cio che tu non conosci. Crat. Non vi mancheria altro per me, che sedermi e con questi biancbi con questa lunga barba, capelli tra femminette, e spettatori simili ad insensati, a batfere pure io Ie mani, e coji indecorose grida a far plauso ad alcun cattivo omicLie. ! ciattolo cbe si divincola contro il decoro o CraConviene menarti buone queste parole, tone: ma se tu mi credessi e con un volar di pcchi una sola volta ne facessi lo esperimento

e di piii cose dotto o Licino, se' tu bene infer-

20f io mi so bene, cbe precederesti ogni altro per prenderti nello spettacolo il luogo pi acconcio e per vedere ed ascoltar diligentemente ogni cosa Crat. Possa io morire di mala morte , se sosterro giammai cotal cosa, fintantoch m'avro io le E mi viene gambe pelose ed intatta la barba! che ti veggo affatto uscito di te compassione, Lie. Vuo' tu, o sozio, lasciate dal sentimento codeste ingiurie, ascoltarmi alquanto in sul bal10 , e sulla bellezza di quest'arte, e come non solo e dilettevole, ma anche utile agli spettatori; ed in quante cose gli renda dotti, ed in quante gli ammaestri , e come accordi gli animi ed spettacoli intertenendoli con otrimi precetti ad udirsi , dimostrando una comune bellezza del corpo e delI' animo? Che se fa poi queste cose col ritmo e la musica, non sar cio un biasimo, ma una lode. Crat. Veramente non ho io tempo di udire un uomo insensato , che fa 1' encomio della sua pazzia ; nulladimeno se vuoi tu regalarmi alcana bagattella, sono io apparecchiato a sopportare questo tuo amichevole uflicio , ed a prestarti orecchio, potendo senza cera trasentire le cose cattive , Talche io omai mi sto chelo, e di pur cio che tu vuoi, come niuno ti ascoltasse Lie. A meraviglia, o Cratone; ci si era quello che io sommamente desiderava, e ti saprai tu tra poco, se li sembreran bagattelle le cose che io loro esercitandoli con bellissimi

208 E primamente mi sembri tu del tutto ignorare, che codesta arte del ballo non si e nuova, ne incominciata jeri , o poco fa, o al tempo degli avi nostri , o dei loro maggiori ; ma coloro che ne raccontano la verissima origine, ti diranno che il ballo si e nato in sul primo nascere dell' universo, apparso essendo in compagnia di quell' anticbissimo Amore. E quella danza di stelle, quella congiunzione di erranti e non erranti pianeti, e la loro bene ordinata armonia , tutti esempj si sono di quel primogenito ballo, Crescendo di poi a poco a poco, ed in crescere ognor migliorandosi, sembra ora esser esso arrivato al sommo, ed essere divenuto una buona arte , varia, interamente concorde, e piena di dilettanza, Dicesi, che prima Rea si dilettasse di codest' arte, comandando di ballare in Ne Frigia ai Coribanti , ed in Creta ai Cureti picciol frutto ella ritrasse dall' arte loro, imperocch saltando intorno salvarono Giove, talche sembra giusto, che Giove si confes&i debitore ad essi della sua salvezza , sfuggito avenda pe' loro balli i denti del padre La lcyo danza e colle spade battendosi sopra facevasi armata, di non so che danzando mostravan scudi, gli I pin forti dei Cretesi, podivino e guerriero nendovi un sommo studio, riuscirono ottimi ballerini, ne solo le persone private, ma i reali. e quelli che credeansi primeggiare. Percio Omero, diro

29 non vojendo fare onta a Meriane, ma adornarlo, lo chiam ballerino , ed era pel ballo si coche nol conoscevanosciuto e noto ad ognuno , no solamente i Greci, ma anche i Trojani bencb nimici; ed io avviso, che il si sapessero dale dalla comla leggerezza sua nelle battaglie , postezza che procacciata s' era col ballo, dicendoci questi versi ad un di presso le stesse cose; saltator benefit tu sei , Merione, mia finiratti. Tuttava nol fini, perocch esercitato nel ballo, di leggierj io credo sfuggi Potendo parlare che gli erano tratti. L' asta com'era i dardi, di molri

e di questo fealtri eroi che vi si esercitarono, cero professione voglio mi basti Neottolemo figliuolo di Achille, che vi aggiunse un altra bellissima danza, chiamata Pirrica dal nome suo; e giudico , he intendendo Achille cotali cose del figliuol suo, ne.fu pi Jieto, che della bellezza e delle rimanenti sue doti. PertantQ Troja, stata fu dal saltare di lui difino allora invincibile, strutta ed al suolo agguagliata I Lacedemonj che sembravano essere i pi valorosi dei Greci , imparatQ avend da Polluce e da Castore la Cariatica (i), ogni cosa fan colle muse t e (I) E" questo uno ballo, che s' insegna in Caria.,castello della Laconia Queste parole , llOIlconoscendosich erano uno scotiofono stale mescolate col testa 1 e ne guastan tu{ta. Z~ Vol II. i4

210 combattono perfino al suono della tromba e del ritmo e ad una mossa di piede ordinata, ed il primo segno del combattere ai Lacedemonj 10 da la tromba. Con questi modi adunque vinsfero tutti gli altri, guidandogli la compostezza e la musica, e vedresti i lor giovanetti imparail maneggio delle armi, quanto il ballo ; e quando insieme mischiatisi alternativamente si battono, termina quel loro esercizionel ballo. Ed il suonatore siede net mezzo suoe percuotendo col piede , muovonsi senando, al suoguendosi gli uni gli altri ordinatamente no dei versi, mille spezie offrendo di danze ora guerriere , ed ora Curetiche care a Bacco ed a Venere. Che anzi la canzone ancora, che can un invito agli amori ed a Vetan ballando, seco loro nere, perch festeggino e danzino L' altra canzone di poi, perch due se ne cantano, contiene un insegnamento del modo come mettete innanzi si dee ballare, e dice: ofanciulli, i piedi e meglio ballate. II simile pur fanno coloro che ballano la danza , chiamata Collana La Collana un ballo comune alle vergini ed ai gioed asvanetti, che vicendevolmente vi danzano, Un giovasomiglia veramente ad una collana e netto mena la danza snellamente saltando, bellezza. E' ridicolo che parlandoLuciano ad un Greco gli volesse dare delle lezioni di Geagrafia re non tanto

211 Con quegli stessi moti, che dee di poi usar nelche Ne viene appresso la fanciulla, la guerra. assai decorosamente insegna a ballare alle femmine , talch rassembra una vera collana intesE quegli esercizj suta di fortezza e modestia si appo loro dei fanciulli nudi, medesimamente ballo. Quei versi che fece Omero sopra di Ariadna nello scudo, del coro che esercitolle Dedalo istesso, avendoli tu letti, tralascio parlarne, e quel due ballerini, che ivi chiama il poeta saltatori, che guidavano il coro , ed ancora cio che di nuovo dice nello stesso scudo Giovani menavan mostra che il saltatori due danze, ballo come bellissima da Vulcano cosa stato eravi lavorato Bene di poi confaceasi a' Feaci il essendo uomini delicati e rallegrarsi col ballo, viventi in ogni felicit Per la qual cosa Omero ci descrisse Ulisse assai di quelli maravigliato , vedendo lampeggiare ad essi i piedi nel muoverIn Tessaglia a tanto salito era 1' esercizio si del ballo, che i primi loro che menavan la dan* za , cbiamavansi Presidenti dei balli, e dimostranb ci le isorizioni delle statue, che innalzarono ai pi valorosi Dicea l'una: LACITTA'ALPRESIDENTE DEI BALLI; ed altra: IL POPOLOCONCEDETTE QUE8TA STATUA AD ELATIONE PER LA BEN SALTATA PUGNA Lascio di dire che non si ritrova niuna antica cerimonia senza del ballo, istabilite avendole Ovfeo , Museo, e quanti altri allor v* erano

- 212 cosa fecero ballerini , e comebellissima legge, che s' iniziasse ai misteri colla danza e e cotal costume ancor dura, tacencol canto; domi io delle altre danze per cagione dei non iniziati Quello poi tutti si sanno, che i banditori dei Misteri , gridano al volgo di saltar fuori (1). In Delo ancora non v' erano sacrifizj senza danze, e si facevano con esse e con musica, e ragunandosi dei cori di fanciulli, alcuni di essi mentre altri carolavano al suono della cetra, scelti tra i pi valenti di loro gli accompagnavan col canto. E, le canzoni scritte per questi e di esse pieni ne cori chiamavansi Ballatette, sono i poeti lirici. Ma a ehe ti vo io ricordannet ledo dei Greci, quando pure gl'Indiani varsi di mattina ad adorare il sole, non come noi che baciandoci la mano crediamo tale adoma rivolgendosi all' Oriente razione perfetta, ballando adorano il sole, ed in tacito aspetta imitano il ballo del Dio Queste sono le preghiere, i cori, ed i sacrifizj degl' Indiani , e con questo si rendon due volte propizio lo Iddio nel Gli Etionascere e nel tramontare del giorno pi ancora combatten do lo fanno col ballo, ne tolta dal capa un Etiope scagliera una saetta che pu (i) Equivoco in greco del verbo (%p%s?cr3-ctf; spiegarsi saltar fuori, ed allontanarsi I banditori d-ei sacri , gridaado profani. misteri lo usavano nel secondosenso , 0 41 popolo , che si Qllontanqsse ottimi

ai5 ponen*"i( pet-occh^ di esso usano per turcasso, dovi intorno i dardi come altrettanti raggi ), se non avr prima saltato e minacciato ed interrorito lo inimico col muovimento e col ballo. Con:" venevole cosa , che prlato avendo dell' Etiodiscendiamo alquanto col dipia e dell' India, mi seinscorso nell' Egitto vicino Imperocch bra, che quell' antica favola dell' egiziano Proteo , non si voglia altro significare che. un qualche hallerino, apace di prendere ogni aspetto, e di acconciarsi a qualunque finzione , ed in trasformarsi valente, talch imitava colla rapidit dei suoi moti la mobilit dell' acqua, la velocit del fuoco , la ferocia del lione, 1' orgoglio del lioe finalmente ci6 pardo, 1' agitazione dell'albero, che volea. Prendendo la favola il pi maraviglioso , dimostrava la natura di lui, che riuscir sapea in tutto cio che imitava, lo che pure avviene dei ballerini presenti. Tu gli vedresti ad un tempo istesso prestamente ed trasformarsi , imitare lo stesso Proteo E conviene conghietturare , che ancor quell' Empusa, che mutavasi in mille forme, la traesse la favola da questa Oltre questo, non degno spezie di uomini ,che si passi sotto silenzio la danza dei Romani, la quale i pi nobili di loro, cbiamati Salii ( nome derivato dal Sacerdozio ) menano gravissimamente e santissimamente il pi guerriero degl' Iddii, in onore di Marte e quell' altra favola.

i4 di Bilinia non di molto discordante dall' Italiana, di coloro cio, che dicono essere Priapo un Genio guerriero ( credomi io uno dei Titani , o dei Dattili Idei), il quale fece professione d'ine ricevendo da Giunone segnare la scherma, Marte ancora fanciullo, ma robusto ed oltremodo forzuto, prima d' insegnargli il maneggio delle armi , lo rendette ballerino perfetto; ed ebbesi per questo da Giunone in mercede, che dovesse ei sempre aversi la decima di quelle cose, che ne andavano a Marte per dritto di guerra. Avviso , che non t' aspetti tu ora sentire da me , che le feste Baccbicbe e Dionisiacbe non sono altro tutte insieme , che un ballo Essendo tra le pi nobili danze il Cord ace, il Sicinnido 9 I5 Emmelia , le quali, come inventate da essi , tutte co' loro nomi appellarono i Satiri ministri di Bacco Ed usando Bacco di cotale arte dorn i Tirreni, gl' Indiani ed i Lidj , e costrinse a ballar co' suoi cori nazioni tanto guerriere. Per la qual cosa, o uomo miracoloso, guardati, che non sia per te empia cosa 1' accusare una e cojtivata disciplina divina e mistica insieme, con cotanto impegno da si grandi Iddii, e solita esercitarsi m loro onore, e che al tempo istesMae diletto so offre ottimo ammaestramento ravigliomi di poi ancora, che eonoscendoti io di Esiodo e di Omero ( perocamantissimo x ch vo' di nuovo tornare a' poeti ) , ardisci di

2l5 contraddi re ad essi, che Iodano il ballo sc<.ra le cose Ed Omero descrivendo tutte le cose 1' amicizia, il il sonno, , piu belle ed amabili ed il ballo, questo ultimo solo chiam al canto nulladimeno irreprensibile , attribuendo a codesta arte amenla dolcezza , convenendosi canto due le cose, bile danzare, e l' irreprensied il dolce cantare, che ti se' tu ora posto in mente sa-

E disse pure Omero in altra parte tireggiare del suo poema: A chi imprese guerriere Iddio concede, Ed a chi il ballo col soave canto Soave per verit essendo il canto col ballo, e dono bellissimo degl' Iddii; sembrando che Omero abbia le cose tutte divise in due parti, cio in la pace e la guerra, e questo solo come bellissimo ha contrapposto alla guerra. Esiodo di poi, non senten dol dire da altri, ma veduto avendo di mattina esso stesso saltare improvvile Muse nel cominciamento del suo , dipoema, fa di loro questo encomio solenne, cendo che : Co' molli piedi alla violetta fonte intorno all' altare del padre Ballano, Danze menando Non mancati adunque altro , o valentuomo, combatter gl' Iddii, insolentendo lo. Socrate, uomosapientissimo, fede alF oracolo, samente

che

contro del balse dee prestarsi che cosi s' espresse di lui, non

2l6 solamente lodava il ballo, ma lo estimava de* 'gno di essere imparato per conferir molto al ai movimenti regoladecoro, alla compostezza, ti, ed al bel portamento nel camminare, ne veruomo vecchio com' era, di riguardare gognava, E volle egli questa disciplina come gravissima stesso non poco affaticarvisi, come colui cui non increbbe d'imparare le piccole cose, frequentato pure avendo le scuole dei suonatori di flauto, ne disdegnato avendo di ascoltare non so che Vedea grave discorso della cortigiana Aspasia di poi egli l'arte ancora nascente, e non ancora Che se veduto avesaggiunta a tanta bellezza se coloro, che si alto ora 1' ban posta, io mi st) bene, cbe non curata ogni altra cosa, a que'sto solo spettacolo rivolto avrebbe la mente, ed di non imparar priai avrebbe fanciulli 'ingiunto ma altra cosa. Sembrimi poscia, quando lodi la commedia e la tragedia, esserti dimenticato che in ciascheduna di queste v' entra una spezie propria di ballo, cioe 1' Emmelia nella tragedia , a nella commedia il Cordace, ed alcune volte ancora v' entra il Sicinnio. In oltre avendo in principio preposto al ballo Ia tragedia, 1a commedia e 1' arte dei cantabanchi e dei suonatori di chi'tarra , affermando gravi essere codesti esercizj , accomovoglio ora che ciascuna di queste cose diamo col ballo. Ma se vuoi, lasciamo la chitarra ed il flauto, essendo queste parti secondarie

217 la trae1 ballerino. Consideriamo primamente si suo stesso ~neko Quantp portamento. gedia erejriai odiosa ed orribile la vista di un'uomo, sciuto sconciamente in lunghezza, piantato soche una maschera, GOturni, portando alti pra una bocca con s' alza aperta del .capo sopra t)li avesse divorare a come gli spetgrandissima, tatori ! Tralascio di far menzione dei finti petfi , che si pongono innanzi pet* e dei fioti ventri, ed artificiale, prendere una grossezza accattata perch troppo non isfiguri in picciolo corpo quella sconcia lunghezza. Quindi gridando egli entro la maschera ora con alta ed or con sotnmessa voce, canticchiando che pi disqicevole; melodia tal volta de' jambi, e cio non altro essendosi tal ne prestando egli a co-

che disgrazie, tale arringo che la sola sua voce, curato avendo di ogni altra cosa i poeti stati di gi molto tempo dinanzi. E fino a che si Ma in iscena un' Andromaca o un' Ecuba , il canto si sop portabile , menticasi ma quando uscendo Ercole solo, didi se stesso, non piu avendo rispetto alia pelle di leone e alla clava, dell-e quali va allora si che ragionevolmente ad un adorno, uomo savio quella faccenda sente di solecismo quello che tu anche riprendevi nel ballo, ch c si pure errore gli uomini imitin le donne, comune alla tragedia ed alIa commedia, essendovi in esse molti uomini donne. La sommedia

218 di poi la maggior parte del diletto lo trae dai ridicoli suoi personaggi , come dai Davi , dai TiII portamento del ballerino , bj e dai cuochi non e bisogno che io qui ti dica quanto si decevole e adorno, manifesto cio essendo ad ognuno che ha gli occhi La maschera di lui si bellissima e convenevole all'azione che tratta, ne con bocca aperta come quell' altro, ma chiusa, avendo molte persone Una volta essi cantavano che gridan per lui e ballavano, ma 10 turban do il canto, parve

per essi. Gli argomenti di poi ad amendue son comuni, ne differiscono i balli in altro dalle tragedie , se non in essere piu varj, pi dotti, e per offrire mille Se di poi il ballo non materia di pubbliche gare, credo io esserne cagione, che sembra ai presidenti dei giuochi esser esso trasformazioni cosa di maggior riverenza per essere chiamato che una a cotale esamina Tralascio di dire, citt d' Italia nobilissima, di origine Calcidese (1), vi aggiunse pur questo come ornamento a' suoi spettacoli Vo' poi ora qui farti l'apologia delle cose, che ho lasciato nel mio discorso, che son ben molte , per non cadere in opinione d'ignoche Perocche non mifugge, rante o d'indotto. (1) Napoli scelta pur da Nerone per recitarvi le sue poesie.

sforzo dei movimenti lor meglio , che altri cantasser

219 molti, che scritto hanno in sul ballo avanti di me , impiegarono la maggior parte de' loro scritti a percorrere tutte le diverse spezie di danze, e da chi inventate, tutt' i nomi raccontandone , credendosi di far cosi mostra di molta dottrina. Quanto per a me, stimo io cotale ambizione inetta, indegna d' uomo dotto , ed a me inconCredo di poi e percio la tralascio venevole, che a proposito di ricordarti e farti considerare, non mi sono io posto in cuore di tesserti la genon essendomi nealogia di ogni sorte di ballo, col mio discorso proposto to scopo di annoverare i nomi dei balli, tranne quei pochi, de' quali facendone scelta tra i pi nobili, ho ricordato in principio. La somma adunque del mio difcorso si questa di lodare il ballo , come ora si trova, e dimostrare quanto in se abbia di gravita e di diletto, non avendo incominciato anticamente a crescere in tanta bellezza tempi di Augusto. Imperocch que' eran che fondamenti e radici II fiore il maturissimo frutto , che soprattutto se non primi di esso ed ai non

al presente tempo toccato ha il sommo dell' eccellenza , andr ora contando il discorso nostro, lasciando le Capriuole, le Gru, ed altri balli, che nulla han che fare con quelli che oggi costumansi INe quella spezie di ballo frigio, che si praticava nei conviti tra il vino, e che non era che un effetto di ubbriachezza, e quello dei contadini,

226 che danzano spesso accompagnti dal suonar <3i una donna menando salti alia disperata, e che tuttor s'usa in contado, gli ho io tralasciati non per ignoranza, ma perche nulla ban di comune Col ballo di oggidi. E Platone nelle Leggi alcuni di questi ne dogli in decenti, del ballo loda, alcuni altri ne rigetta, dividendilettevole ed utile, e cacciatine gl' ini rimanenti pveferisce ed ammira Ma

bastino queste cose, cb V estendere il discorso, ed and are appresso ad ogni cosa sana E vo' ora narrarti le doti che punto non bello

si convengono ad un ballerino, in cbe debba e* sercitarsi , e che debba imparare per riuscir valente nella sua professione, acciocche tu intenche non e questa arte delle pi comuni e pi facili, ma che toecato ba il sommo di ogni disciplina, non Solo della musica, ma bene anda, e apeche dell' arte ritmica, della geometri, zialmente della tua filosofia si naturale, che morale, riputando solo a se non necessaria quella N si e allontanata dalsottigliezza disputatiice. la rettorica , ma pur di questa si fatto parte, in tutto cio che dimostrazione di costumi e & affetti, in che gli oratori grati riescono. N abborisce la pittura e la scoltura, ma sembra spedi eodeste arti, imitre il bell'ordine talch non si e dessa inferiore a Fidia o ad Adi poi importa ad essa di pelle Soprattutto rendersi propizia Mnemosine colla sua figliuola zialmente

221 come Polinnja, dovendo un ballerino conoscere, tutte le cose che soquel Calcante di Omero, no, che saranno, e cbe furono; ne dee di nulJ la dimenticarsi, ma starsi sempre apparecchiato colla memoria, consistendo la somma dell' arte in una scienza imitatripe e dimostratrice, che e pone in chiaro svela i concetti della mente, E come gi di Pericle disse TuJ.e cose oscure cidide lodandolo, sarfa pur questa la somma lqde del ballerino, di conoscere cio cio che fa di ed intendo io qui per bisogno, e spiegarlo, is piegazione, l'espression La madegli affetti teria per r opera la presta sempre, come ho detto dinanzi, la storia antica, e la memoria proD. ta di quella congiunta ad una decevole rappreda quel Imperocche incomincjando primo ca05, e da quella prima origine del mon90, gli convien sapere ogni cosa fino a Cleopatra egiziana In codesto intervallo circoscriver ed in debbesi la vasta scienza di un ballerina, come la castra, ispezie sappia le cose di mezzo sentazione. zione del Cielo, i natali di Venere, la pugna dei Titani , il nascimento di Giove, la frode di della pietra, ]a prigionia Rea, la supposizione e 1' eredita divisa a, sorte dai tre di Sat.urno, fratelli. Quindi la ribellione dei Giganti, il furto deLfuoco, la formazione degli uomini , i1 ca* stigamento di Prometeo, la forza di ciaschedun cose, il vagare di degli Amori ; e dopo queste

222 il parto di Latona, 1*uccisione di Pitone, le insidie di Tizio, ed il mezzo della terra ritrovato dal volo delle aquile. Oltre ci Deued il gran naufragio avvenuto a' suoi calione, e quella sola cassa conservatrice delle tempi, Delo, e gli uomini di nuoreliquie dell' uman genere, vo nati dai sassi, e Iacco fatto a pezzi, 1' inganno di Giunone, F incendio di Semele, la nascita dei due Bacchi, e cio che narrasi di Minerva, di Vulcano, di Erittone, lo sdegno per l'Attica , ed Allipodio, ed il primo giudizio dell' Areopago , ed in fine tutta l'attica scienza delle di favole. il pellegrinaggio Ed a preferenza , di Proserpina, l'ospitaCerere, il ritrovamento la lita di Celeo, l1 agricoltura di Trittolemo, vigna coltivata da Icario, la disgrazia di Erigodi Orizia, di Teseo e di ne, le cose di Borea, Egeo. Poscia 1' accoglienza di Medea, e la fuga subitanea in. Persia, e Ifc figliuole di Pandione, quelle di Eretteo, con cio che soffrirono o feGosi pure Acamante, Fillide, ed il primo rapimento di Elena, e la spedizione dei Dioscuri contro la citt , la disavventura ed il ritorno degli Eraclidi, perocch d'Ippolito, sembrar possono tutte queste cose meritamente ne ho qui coattiche; ed io molte lasciandone, cero in Tracia. Ne venme per saggio queste poche arrecato e e Niso di di le cose Scilla , Megara, poi gon ed i boccoli porporini, e la partenza di Minos,

223 e la ingratitudine contro la sua benefattrice Appresso questo , il Citerone, e lfc disavventure dei lo Tebani e dei Labdacidi , i viaggi di Cadmo , del bue, i denti del serpente, inginocchiamento e la nascitd degli Spartani, la trasformazione di Cadmo di bel nuovd in serpente, e le mura fab- bricate lira, la pazzia del fahbricatore, Id sboccataggine di Latona e la-taciturnit sua nel dolore , e gli accidenti di Penteo, e di Ercole con ogni di Atteone, di Edippo, e colla uccisione dei figli. In loro infortunio, appresso Corinto piena ancor essa di favola, avendo Glauce e Creonte, ed innanzi di questi ed il combattimento d.i Bellerofonte e Stenobia, Nettuno e del Sole , e quindi le furie di Atamante , e la fuga dei figliuoli di Nefele Sul mond' Ino e di Melicerta tone, ed il ricevimento Dopo quste, le cose dei Pelopidi e Micene, e ed innanzi d'r gli avvenimenti dei tempi loro; essi , Inaco ed Io col suo custode Argo, Tieste, ed Atreo, ed Erope, ed il vello d'oro, le nozze di Pelope, l' uccisione di Agamennone ed il eastigo di ed innanzi di tali accidenti la speClitetnnestra ; dizione dei sette Capitani e 1' aecoglienza di Adrasto a'generi fuggitivi, l'oracolo su di essi, il non seppellimento dei morti , e la morte percio di Antigone e di Meneceo. Tra gli avvenimenti di Nemea, Issipile ed Archemoro sono cos necessarie a ricordarsi da un balleritxo Ed inhanzi a1 suon della

224 di questi si sappia e' pure lo inziteflire di Danae, la nascita di Perseo, e 1' impresa propostagli contro delle Gorgoni; e familiare sia pure ad esso quella novella Etiopica, Cassiopea, Andromeda , e Cefeo, che la credulit di que' che vissero appresso, ha posto pure negli astri. Dee ancor non jgnorare le cose antiche di Egitto e di Danae, e le nozze insidiose Offre pur Lacedemone non Giacinto e Zeffiro il pochi di tai avvenimenti: yivale di Apollo, la uccisione del giovanetto colla palla, ed il fiore nato daI suo sangue, e la la resurreziolamentevole iscriziane su quello, ne di TindarQ, e lo sdegno percio di Giove con Esculapio. Medesimamente l'ospitalit ver.. so Paride, il rapimento di Elena, ed il giudizio {lei pomo, perocch dee reputarsi la storia spartana congiunta colla trojana, che si vasta e e ciascuno che vi peri t, di molti personaggi, argomento di un dramma alla scena. Conviene pertanto ricordarsi ognora di questi , e speziaImente delle cose avvenute dal principio del rapimento fino al loro ritorno , e la peregrinazione N si discondi Enea, e 1' amor di Didone vengono i drammi di Oreste, e.le imprese dell'eroe nella Scizia, ne gli avvenimenti di prima. diferiscon da questi, che anzi vanno insieme colcome a verginit di Achille le cose trojane, l'abbandono dt la pazzfa di Ulisse, in Isciro, Filottete, 1' intiera ed estesa peregrinazione di

220 e la signorfa di Ulisse, e Circe, e Telegono, Eolo sopra i venti, e le altre cose fino alla venEd innanzi di queste, le indetta degli amanti. le furie dell'un Ajace, sidie contro Palamede , in su gli scogli. Molti ara chi volesse farne Elide propur gomenti porge va nel ballo, Oenomao, Mirtilo, Saturno , Giodi Olimpia Molta ve , ed i primi combattitori materia prestan pur le favole sull' Arcadia, la fue la morte dell'altro di Callisto, l'ubga di Dafne , lo imbestiarnento briachezza dei Centauri, la nascita di Pane, l'amore di Alfo, ed il suo viaggio sotto dei njaassai re. Ed andandone col discorso in Creta, Eucose potr ivi torre il ballo ad imprestito: Topa, Pasifae, i due toriy il labirinto, Ariadna, il Fedra, Androgeo , Dedalo , Icaro, Glauco, profetare di Poliido, eTalo quel custode di bronao di Creta. E passandone in Etolia, molte coAse pud prendervi il ballo: Altea, Meleagro, talanta, il tizzone, la lotta di Ercole col fiume, la emersione delle il nascimento delle Sirene, di Alcmeone dopo e 1' accasamento Echinadi, e la gelosia la pazzia , ed egualmente Nesso, di Dejanira, dalla quale nacque il rogo in sui, 1' Eta Molte cose necessarie ad un ballerino si ha pure la Tracia: Orfeo ed il suo smembramento ed il capo suo che nuotando insiem colla ed Emone, ed il lira va cicalando, Rodope, La Tessaglia offre anche supplizio di Licurgo 16 VolIL

226 pi cose: Giasone, Alceste, la ftotta Je1 cinquanta giovani , Argo, e la sua nave parlante, gli avvenimenti di Lemno , Eeta, il sogno di Medea, Absirto fatto a brani, le cose operate nella navigazione, Protesilao e Laodamia E ritornando di nuovo nell' Asia vi son pure assai drammi ; ed in prima Samo e la disavtentura , di Policrate , e la peregrinazione di sua figliuola Petia, fin nella Persia, e le altre cose pi anticbe, come la ciarliera intemperanza di Tantalo, i banchetti degl' Iddii in casa sua, il taglio a Pelocolla spalla fattagli d* avorio * pe delle carni, In Italia, 1' Eridano e Fetonte ed i pioppi sue che piangon lagrime di elettro sorelle, Sape il serpente cupiasi egli anche 1' Esperidi, stode dei frutti di oro, e le fatiche di Atlaned i buoi rapiti da Erizfa - N te, e Gerione, quanti ignori tutte le favolose trasformazioni : in alberi , in animali , ed in uccelli mutaronsi, e quante di donne divennero uomini, intendo Ceheo, Tiresa, ed altri si fatti. Nella Fenicia, Mire quel pianto Assiro diviso. Sappiasi egli queste cose, ed anche le pi moderne, cio quelosate da Antipale dopo lo imperio macedone tro e da Seleuco per amor di Stratonica. Sapsecrete medesimamente pift degli Egiquelle pia ziani, ma Ie mostri solo per segni, intendo EIddii in trasformazioni e Ie degl' Osiride, pafo, e essi di amori tutto di innanzi ed animali, gli ra,

32^ ed in quante forme si traGiove, mut. Sappia di poi tutta 1a inti era tragedia dello inferno, e le pene, e te cagioni di ciaschedello stesso duna di esse, fino nell'altro e 1' amicizia di Teseo e di Piritoo In somma, per dirla in mondo

poche parole, non debbe egli ignorare cosa alt da euna di quelle, che dette sono da Omero, Esiodo, e dai migliori poeti, spezialmente tragici. Queste pochissime eose da molte, o piut.. tosto da un numero infinito prescelte avendo, ne ho annoverate le principali, lasciando te aldimostrare ai ballerini, cantare ai poeti, ed a te ritrovarle secondo la somiglianza di ci che si detto, necessario essendo che il balle* rino abbiale sempre a mano, e le tenga in serbo per servirsene all' occasione. Essendo di poi esso imitatore, e promettendo di dimostrare coi moti ci che si canta, gli bisogna, come gli oacciocch maratori, esercitarsi nella chiarezza, nifesta sia ciascuna cosa ehe esso dimostra, n. v'abbia d'uopo d' interprete. Ma, come dice l'oracolo di Apolline, conviene che lo spettatorer del ballo intenda e non parlante. a Demetrio il cinico. Imperocch accusando egli il ballo con quelli argomenti stessi che ora tu adoperi, e dicendo che non era il ballerino che un accessorio delle zampogne, dei flauti e dei tamburi, non conferendo nulla esso al dramma, ed ascolti il ballerino muto Lo che si dice essere avvenuto tre

228 solo con movimento irragionevole muovendosi e pazzo senza alcun sentimento, se non che imin posturando quella faccenda agli spettatori con vesli di seta, e decevoli maschere, e coi flauti y e co' ritornelli, e colla bella voce dei cantanti adornava il suo personaggio, che da per se nulla valeva. Un ballerino che allora a' tempi di Nerone era famoso,' non isciocco, ma pi che ogni altra valente nella memoria della istoria, e nella gentilezza dei moti, richiese con assai giusta preghiera, secondo il Demetrio mio avviso, che prima di accusare, lo vedesse ballare, e gli promise che gli si sarebbe mostrato senza flauti e senza canti; e cosi fece. Imperocche imposto silenzia ai suonatori di timpani, di flauti, ed allo stesso coro, ei da se da se rapdi Marte e di Venere, col presento l'adulterio Vulcano che insidia e prenSole accusatoce, de ne' suoi lacci amendue, coprendo Marte e cirVenere colla rete, con ciascuno degl'Iddii costanti, Venere vergognosa ed alquanto intimorita, e pregante Marte con ogni altra circostanTalch Deza che connettesi a questa istoria. dilettatosi di tale spettacometrio grandemente lo, die' al ballerino questa non piccola lode, e: Non solo vegsclamando con altissima voce go io ed ascolto ci che tu fai, ma sembrami Ma ahe colle mani istesse tu anche ragioni. dappoich siamo IU sul discorso di Nerone, VQ*

229 cio che avvenne ad un uomo barbaro essendo ci di nazione col medesimo ballerino, Uno adelballo. il massimo encomio de ll'arte dei reali, venudel barbari dei Ponto, dunque stavasi to essendo a Nerone per certa bisogna, con altri a veder questo ballei ino , che rap preche tutsentava le parti sue con tant chiarezza, raccontarti comech non intendesse cio to egli comprese, siccome quegli che erasi mezzo che cantavasi , a casa, greco. Stando pertanto per tornarsene Nerone porgendogli la destra, gli comando di domandare di darglielo. cio che volea, promettendo tu mi farai il e' rispose, il ballerino, Dandomi, allora pi lieto degli uomini. Interrogandolo Nerone in che potea quegli essergli utile ne' suoi e di lingue paesi, Ho vicini, rispose, barbari ne di leggieri abbiam dovizia d' indiverse, Occorrendomi adunterpreti per intendergli. que, interpreter questi co' suoi cenni ogni cosa. Cotanto forte ei s' avea impressa nell' animo 1' imitazione del ballo, che chiara ogni cosa apTutta l'occupazione e 10 pariagli e manifesta lo scopo dell' arte consiste, come bo detto, nelalia quale pur medesimamente l'azione, gli oratori danno opera, ed in ispezie quei che si esercitano in quelle, che noi chiamiamo declamazioni; essendo noi soliti di lodare sommamente coloro, che bene esprimono i personaggi proposti, ed i discorsi de' quali discrepanti non sono

&3o e cbe introducendo uomini forti; dall'argomento, tirannicidi, poveri, ed agricoltori, dimostrar san- no cio che si a questi proprio e particolare. Voglio pur raccontarti il detto di un altro barbaro su queste cose. Vedendo costui cinque maschere l9 azione apparecchiate pel ballerino (perocch divideasi in tanti personaggi ) ricerco chi erano i ballerini, che rappresentar doveano le altre parti, non vedendone egli cbe un solo? Ed inteso avendo che quel solo avrebbe hallato e rappresentato ogni cosa, non sapea, riprese, o buon uomo, che in un sol corCosi si esprespo tu t' avessi molte anime. Non irragionevolmente adunse quel barbaro. que dalle sue azioni chiamano gl'Italiani il ballerino pantomimo (1). Bella si e anche e nequella poetica esortazione: la mente simile alla Avendo tu, o figliuolo, sassosa bestia marina (2), va per ogni citta perocch seguendo le diverse cose, discorrendo; conviene che familiare si renda tutto cio che ei cessaria In somma il ballo promette di morappresenta. le passioni ed i costumi , strare ed esprimere ora un amante, ora un irato, ora introducendo e tutto ci con un furioso, ed ora un addoloralo, Nomegreco, vale imitatore di ogni cosa. (1) iravTopifiov, (3) Allusioneai diversi colori che suol prendere u polpo mentre si attacca agli scogli. I versi SOBdi Focilide, ma troneati da LltC/JIO. al ballerino

231 incredici che si veramente misura. E, giusta bile, rappresenta nel giorno istesso Atamante furioed in altra parte ora si 60, ed Ino atterrita; poscia Erope egli Atreo, poco appresso Tieste, o Egisto, e per tutti questi non e che un sol uomo. Tutti gli altri spettacoli e rappresentazioni non dimostrano che una sola azione, o sia il flauto, la chitarra, la meloda tragica rappresentazione , cola. II ballerino dee in se riunire sa, e puo vedersi il vario e mescolato di esso: della voce, o la commedia o la ridi-

il flauto, la zampogna, di , lo strepitare dei cembali, la bella voce deled il concerto dei cantanti Per certo l'attore, tutte le altre cose nell' uomo parte opera sono

ogni coapparato il batter dei pie-

d,el corpo, e parte dell' animo, ma nel ballo sono insieme queste mescolate, avendo cio che si fa col mezzo di esso la dimostrazione dello ine la efficacia del corporale esercizio, e soprattutto la sapienza di quello si adopera, nulla facendosi senza ragione Per la qual cosa telletto, Lesbonatte appellava ai loro spettacoli per ritornarne migliore, che dal teatro. E Timocrate suo maestro veduto ucerto ballerino, na volta avendo impensatamente che facea il suo mestiere, esclamo: di quale mi ha mai privato il rispetto per la spettacolo Se sono vere le cose che dice Platone filosofia! di Mitilene, uomo gentile ed onesto, i ballerini manosapienti, e ne andava

p. 202 dell' anima, il ballerino ne dimostra a meraviglia tre parti, lo sdegno cioe quando rappresenta uno adirato, il desiderio quando fa il perso* e la ragionevolezza quando naggio di amante, modera e raffrena 1e diverse passioni; e tutto ci sparso ritrovasi in ogni parte del ballo, come il tatto nei sensi. Riguardando di poi alla gentilezza ed alla grazia nel ballare, ei altro non fa, che dimostrar vero il detto di Aristotile, ove lodando la bellezza, giudica esser quesfa la terza* parte del buono. Ascoltai pur uno che dicea con troppo pueril sottigliezza, che nel silenzio dei personaggi del ballo ascoso v' era non so In oltre degli qual pittagorico comandamento altri studii, promettendo alcuni il diletto, ed altri Is utilit, il solo ballo si ha amendue queste in cose. E cotanto pi si e giovevole l'utilit, Riesce di poi quantocb producesi col diletto questo assai pi grato alia vista, cheil fare alle pugna dei giovani tutti aspersi di sangue, o Iottanti nella polvere , i quali molte volte il ballo con pi sicuistesso piacevolmente rappresenta rezza e pi grazia. Quei movimenti della danza a tempo eseguiti, quei ravvolgimenti, carole, salJ ti ed inchinamenti giungendo agli spettatoii dilettevolissimi , salutevolissimi pur sono agli operatori. E di tutti gli esercizj ginnastici bellissimo insieme e compostissimo io affermo esser questo, che esercitando il corpo lo reude pieghevole,

255 conad ed mutazione, ogni apparecehiato leggiero ciliando alle membra robustezza non piccola. Non direm noi adunque esser il ballo convenientissiesercita il corma cosa, che aguzza lo ingegno, po, diletta gli spettatori , insegna molti avvenied il conmenti antichi, e co' flauti, i cembali, certo delle voci alletta gli occhi e le orecchie ? Se tu cerchi un bel partito di voce, ove meglio 10 troverai ? 0 qual altro concerto potrai tu udire altrove pi melodioso e soave? Se ti gusta a il canoro suono del flauto o della zampogna, saziet ne puoi godere nel ballo Tralascio di dire, che frequentando questi spettacoli , ne diverrai di costume migliore, vedendo il teatro che odia le cattive operazioni, piange cogli oppressi, e forma in fine universal mente i costumi degli spetDi poi e omai tempo che io dica cio che tatori si e soprattutto lodevole nei hallerini; e si , che si pu in quest' arte aver riguardo insieme alia robustezza ed alla mobilit delle membra, sembrando a me stranissima cosa, che dimostrar si possa nel tempo istesso la forza di Ercole e la delicatezza di Venere. Voglio ancora dimocol discorso, quale si conviene essere di comeche corpo e di anima all'ottimo ballerino, abbia io dell' anima dette assai cose Debbe adunque aver memoria eccellente, ingegno, prudenza, sveltezza di pensieri, e spezialmente gli bisogna saper bene usare del tempo, medesimamente strarti

204 essere capace di giudicare dei poemi e delle canzoni, e conoscere i migliori versi, e rigettarne i cattivi. Quantaal corpo, parmi dimostrarlo secondo il canone di Policleto. Non sia ne tropn6 basso e nano po alto, e lungo oltremodo, di aspetto, ma scrupolosamente ne misurato; grasso, perocche maneherebbe di effetto, ne stranamente secco, ch putirebLc di morte e di schele grida di certo letro. Voglio qui raccontarti Antiopopolo non inesperto in notare tai cose chia, citt ingegnosissima, osserva sopra ogni altra cio che si fa e che si dice in modo, che nulla Venendo adunque sulla fugge ai suoi cittadini. Et8cena un piccolo ballerino per rappresentarvi tore, tutti ad una voce gridarono: questi si 6 Ettore dove si b egli ? Altra volta Astianatte; uno lungo oltremodo a rappreincominciando che assalisce le mura di Tebe, sentar Capaneo, Scavalca il niuro: tu non hai bidicevangli: E ad un altro ballerino pingue sogno di scala e carnoso, che provavasi di fare gran salti, gli del pa lco Ad esclamarono: Abbi compassione un altro al contrario assai scarno gridarono coNon riTi sforza di vivere. : me ad infermo cordo io queste cose per riderne, ma per farti conoscere, che popoli intieri hanno posto somrno studio nel ballo, di modo che giudicar ne possono a certe regole il bello ed il brutto Legil ballerino, giero di poi del tutto debbe essere

255 onde pose di corpo svelto insieme e compatto, ga a suo tempo piegarsi, e starsi ben fermo secondo il bisogno. Non allontanasi pure il ballo da quel gestire di mano usato ne' sacri eser.cizj, e se vorrai por mente a ciascuna di quelle imitazioni , il vedrai fare anzi parte di cio cbe di bello si pratica in quelli di Mercurio, di Polluce e di Ercole. E ad Erodoto le cose vedute di quelle si cogli occhi sembrano pi di fede, sentono cogli oreccbi, e nel ballo concorrono insieme gli occhi e le orecchie. Cotanto ancora di se il ballo invaghisce, che venendone alcun amante in teatro , e vedendo la cattiva fine di molti amori , ne divien saggio. Ed altri essendo

in tribolazione ? n'esce dal teatro pi rallegrato, come bevuto avesse una medicina di oblo , che secondo il poeta tolga la mestizia ed il lutto. che noi abbiamo Segno di poi della familiarit, col ballo, e che ciascuno che vede , intende cio che rappresentasi, si 6, che al vedere alcuna cosa trista e compassionevole molte volte pianLa danza di Bacco specialgono gli spettatori. mente nella Jonia e nel Ponto esercitatissima; e comech sia satirica, tuttavfa si ha per modo assoggettati quegli uomini, che nei tempi stabiciascun di loro di ogni altra liti, dimepticatesi cosa, si siedono tutta la giornata a vedere i Tii Satiri, ed i pastori , e vi tani, i Coribanti, b^llaqo persone nobilissime, ed i principali delle

256 e lungi d' averne punto rossore, si comche della piacciono meglio di questo esercizio, nobilt, degli officj e della dignit dei maggiori Avendo io poi detto delle virtu del ballerino , ascoltane ora anche i vizj. Quelli del corpo te gli ho gia notati, quelli della mente giucitt, dico che potrai osservargli in tal modo Molti di loro per ignoranza ( non essendo possibile sien tutti sapienti ), commettono nel ballo gravissimi solecismi : alcuni muovendosi fuor di luogo Don ed il piede divanno a tempo cogli stromenti, ce una cosa e la musica un' altra. Vanno altri a tempo colla musica, ma fuor di costume e di luogo , to di aver cio veduto una cose rappresentano ed io mi rammenvolta

Imperocch un cotale il nascimento di Giorappresentando ve con Saturno, che si mangia i figliuoli, condotto dalla somiglianza travolgea il ballo alle sventure di Tieste; ed un altro facendo il personaggio di Semele percossa dal fulmine, le assomigliava Glauca stata dopo molto assai tempo. Ma non credo io, che per cotali ballerini s' abbia a dannare lo stesso ballo, ne per ci aversi in odio l'arte , ma tener soltanto coloro per ignoranti , che in tal modo s' adoperano , lodandosi quegli altri, che secondo la regola e le leggi dell' arte Conviene irt con bell' ordine fanno ogni cosa somma che tutto sia bene ordinato, fatto bene, con grazia ed a tempo perch il ballerino sia ,

237 veramente perfetto. Dee pure 'egli essere sempre ir-1 ~guale a se stesso , superiore alia calunnia, ne gli ha a mancare niuno di quei reprensibile , pregi che nascon dall' ottimo. Sia acuto nei conprofondo nella prattutto umanissimo cetti, e di animo sodottrina , Ed otterr compiuta lode quando ognuno di essi potr in

dagli spettatori vedere riconoscere le cose sue, o. piuttosto riguarder nel ballerino se stesso come in uno specchio, scorgendovi le sue azioni e le sue passioni. allora gli uomini per la gioja non Imperocch sono possono rattenersi, vma in folla trasportati a lodare , vedendo ciascuno 1' immagine del suo se stesso. Pienamente di animo e riconoscendo quel poi offrendosi loro dallo stesso spettacolo

n' escono dal teatro Delfico coNosci TE STESSO , esperti di ci. che conviene loro scegliere e ried ammaestrati in cosa che prima non geuare, conoscevano Siccome neir eloquenza, esiste pure nel ballo quella che chiamasi affettazione di coloro che oltrepassano i modi della imitazione, e che pi val di l ne vanno del convenevole , e se hanno a dimostrare una cosa grande , ne dimostrano una immensa; e se una molle , danno-in eccessi di effeminatezza e le azioni virili le spingono al ferino ed al salvati co Lo he mi sovviene aver veduto fare una volta ad un ballerino per lo innanzi famoso, savio del rimanente e veramente degno di ammirazione , ma

a 58 io non so per qual ventura, 1' eccesso della imitazione iI sospinse a rappresentare le parti sue inconvenevolissimamente Rappresentava Ajace furioso nell' istante che stato era vmto, e ne usci che non semper modo fuor di ogni termine, brava fare le parti di un pazzo, ma che si fosse di fatto impazzito. Imperocche col ferro di una scarpa di quei con cbe batton sul palco, stracciossi le vesti e strap pando il flauto di mano ad uno dei suonatori, lo avvent al capo di Ulisse, che stavagli presso e che assai compiacevasi delLa vittoria , e glie lo avra per certo e se spaccato , se non lo impeda il cappello; andava il colpo pi innanzi, morto saria forse quell' Ulisse infelice, abbattuto essendosi in un II teatro di poi intiero inballerino impazzito furiava insieme con Ajace, e saltavano, gridavano, e gittavan le vesti; non conoscendo quelJa plebaglia affatto idiota il decoro, ne scorgendo il buono dal pessimo, riputavano quelle smaed i pi gennie una perfettissima imitazione; ed avessero rostili, comech il comprendessero , sore di cio che avvena, tuttava non riprovando col silenzio cio che facevasi, coprivano pur veessi con lodi la sconvenevolezza del ballo, dendo chiaramente non essere cio che rappresentavasi le furie di Ajace, ma le pazzfe del balNe bast al prod' uomo quello avea fatlerino to, ma operar volle altra cosa ancor pi ridicola,

2^9 imperocch discesone in mezzo, ov' era il Senato, si pose a sedere tra due Consolari, i quali che per avventura afferrandogli, forte temevano, Di ci alcunon gli flagellasse come il caprone ni si maravigliavano, altri ne ridevano, ed altri sospettavano , che per troppo studio d'imitazione da dovero caduto fosse in simile infermit E dicono che ritornato in se stesso, cotanto dolore ebbe di ci che avea fatto, che ne infermo di tristezza, conosciuto avendo la sua vera pazza E fe' cio manifestamente conoscere ; perche chiamato di nuovo essendo da quelli della sua fazione a ballare 1' Ajace, presentando un altro atV avere E bastante tore, disse agli spettatori: una volta impazzito Sopra ogni altra cosa poscia lo afflisse un suo emulo ed avversario nell'arte, al quale stato essendo scritto l'Ajace, ne rappresent la pazza con tanto decoro e modestia, che ne fu assai encomiato per non essere uscito fuori dei termini del ballo, ne essersi briacato nell'azione. Queste poche cose, o amico, t' ho io dimostrate tra i molti studj ed operazioni del ballo, perche tu meco pi non t' adiri, se io sono di cotale spettacolo troppo invaghito, e se tu volessi meco esserne a parte, io mi so bene , che ne rimarrai preso, e diverrai in conseguenza furioso pel ballo, talche non mi avr io bisogno di dire a te quel di Circe : Io strabilio, che il veleno nb credo

^4 , t' abbia si lieto tu dal piacere incantato; rimanendoti ne avrai per Dio il capo di asino, o il cuore di porco, ma solo pi ferma la mente o pel diletto non Fatto porgerai ad altri pure un sorso della bevanda. Imperocch cio che dice Omero dell' aurata verga di Mercurio: Cke gli oechi alletta con soave sonno, Quando si vuole, ed i dormienti sveglia , lo stesso del tuttQ fa ancora il ballo, allettando gli occhi, e tenendogli svegliati, e sollevando la mente a ciascuna delle sue operazioni del tuo CraU Sono QlDai anche io, o Licino, avviso , ed aperti mi si son gli occhi e le oreco amico cbie; e ricordati, , quando ne andrai nel teatro, di far si che siami io pur teco a parte dello spettacolo, perche di cola non. possi. to solo a, noi tornarne pi dotto.

241 IL OL' LESS1FANE DI PAROLE

OSTENTATOR

ARGOMENTO si quello, Difficile e penoso incarico che io mi sono tolto in voltare il presente Dialogo, il quale tali difficolt in se racchiude, taogni altro interprete disperato; le essendosi la oscurita dei vocaboli e dei modi adoperativi che con istento dall' autore, saria pur letto dagli autori dell' antica comal mondo. Avverto permedia, se ritornassero tanto i lettori miei che non credano, che sia io cotanto presuntuoso , che pretenda di darne una legittima Sono io ben lungi spiegazione. da questo pensiere, e mi sono solo sforzato di adoperarvi ogni ingegno per farlo compariparole al.. per conformarmi il quale beffasi piacevolmente della l'autore; sciocchezza di coloro, che fanno pompa di con. parole rancide e viete, e queste mescolano barbarismi e con voci di nuovo conio. Introduce a tale effetto un Lessifane , che vale Ostentator di parole, logo ad imitazione Vol. II. il quale legge un suo Diadi Platone, che manca di lfi re italiano e moderne con qualche ed antiche frizzo , usando che se n'

2/i.2 Gli parole. la purezza dello stiquanto amavano ne odiavano V affettazione. le, altrettanto Anche a9 giorni nostri molti che non bene intendono i veri modi di scrivere, e che in I/lohanno vocabolarii, mogo di autori studiato st rano negli scritti loro uno stile non diverso da quello che usa qui il nostro Lessifane net suo Convito. Lie. Eia ! senso, antiehi e non rimbomba che di

il gentil Lessifane con un libro ? Less. Per Dio, o Licino, si un mioscritto di fresco. Lie. E che? ci scrivi alcuna cosa in sul T'inganni non ho io inteso cio dire, ma cosi ho detto perche poco fa l'ho composto ; ma tu mi sembri avere le orecchie turao sozio, te di cipselide (i). Lic. Perdonami, perch il di fresco non diverso dal fresco; ma mi di, scritto. quale si e il tuo divisamento in codesto a Less. Con esso fo un controconvito di Aristone. Lie. Di Aristoni havvene fresco? Less.

quello ma tu, molti, per quanto intendo del conviDrittamente ti Less. to, vuo' dir di Platone ma questo mio detto per molti sasei apposto, ria stato alcuna un indovinello. Lic. perche cosa dd liWo, * Leggimi adunque non mi rimanga

(1) Allude a Cipselore di Corinto occultalo dalla maera cereato a morte dre entro tin cassvnce/'o, mfrlUTa

24* affatto privo di questo convito, perocch sem"'brami, che vogli a me con tal lettura meseere Less. Gitta 1' ironia sul pavimento , iT nettare. e ~lungt renditi le orecchie facili, ed ascoltami, sia- quell' otturatrice cipselide. Lie. Leggi che nelle orecchie non vi e con coraggio, Less. Considera nb- Cipselo, tie Periandro tanto, o Licino, come io mi disimpegni nel scorso, mostra put' piu in-' di-

n* bello, se vi h se il cominciamento di bei modi di didi gentil locuzione, Lie. Tale convien che rej e buoni vocaboli. Less. sia, essendo tuo; ma comincia una volta. Quindi ceneremo, disse Callia , qunci air ifn-" bujare passeggerem nel Lico. Ora tempo d' unguentarsi al calor del sole, e riscaldarsi o al suo vapore, e manucar pane, quando ci si saremo lavati. E di gi si 1' ora di dipar tirsi. Tu, o garzone, convojami al bagno lai 45 striglia , la pelle, le lenzuola e '1 sapone , e" n reca la mercede pep lo bagnajuolo; in terra s presso il soppidiano vi sono due oboli. Tu, o cosa ti fai , o Lessifane? ne vieni, o vuo' qui si dimorarti ? lunghissima si ne vengo pur io Egli e pezza, che bo deso di lavarmi r Non mi sento molto bene di salute, e mi trovt vo assai indebilitato nel mesenlerio, per aver cavalcato un mulo da basto, ed il palafreniere non cessava di continuamente affrettarlo, ei pur si tenesse sur un pi6 solo. 'Ne Mai

comeche

*44 >5alla villa mi mancaron travagli, e vi sorpresi 55 i lavaratori, che cantavano la canzon della sta95 te, mentre altri di laro allestivano la sepolsi tura a mio padre. Postomi adunque a cavare in un con essi , prestava, eziandio ausilio colche facevano g1i ar.. le. mie palme a coloro, 3? gini a' fiumi, ma per favore del freddto po9t scia;gli abbandonai, e si ancora perch le rug9* gini me io impedivano, e tu hen ti sai, che le ruggini nascono nel freddo eccessivo Infrat tanto attraversando. quei cold, vi ritrovai ger* 95 mogliati gli agli, e toltami una satolla di scadele comperata 95 riuole e cipolle salvaticbe, 9i 1' avena, dappoichei prati non per anche olez95.zavan di fiori, che potessi io calcargli co' piee percio scorticato son-* 55 di, risalii sulla mula, 95 ne nella vetta del podice, e cammino con doe languido ne reco il car55 lore, sudo sovente, ai po, ed ho nicist di notare nell'acqua per a~-~ ed allegrarmi dai travagli la.men. 95 sai tmpo, Precedero per9v te in tal foggia bagnandomi. che facilmente 95 tanto iQ medesimo il garzone, o dalla trecca ; 95 aspettami Q dalla gallinara, abbia io avvertito per innanzj, che. 95 mi venisse ad incontrare alla taverna. Ilia i 95 a tempo ne giugne, ed ha compjerati pani di e cipolle, e fuche (l) , e: 95 forno e di brage, 95 comechlo casi detta 4a' Greci ~a'nlr-aC. - (i) Sorte di pG&.QZ -

145 ft animelle , e lombo di lepre, e trippe di bue Ors, o At51 intorcigliate ed altre galanterfe >1 ticone, m' hai tu risparmiata la met della via. divenuto 51 Veramente, ripiglio esso, padrone, mentre rimiroti. Dove tu hai jeri 55 son guercio, da Onomacrito ? No cenato? per avventura per mia fe, risposi io, ma trottai per la v15? la, e rapido la percorsi; tu sai quanto io ami 51 di farmi villese, ma voi vi avvisavate per acMa si cidente, che io giucassi a scoccia pile 51 entra omai ed abbi cura di queste ed altre 51 cose, e nettami la madia, ed impastami i pansi mariti. Andero io in questo mentre a farmi Qui disse Filino: Io, 55 Qnomacrito, e questo Ellanico ti seguitiamo. 51 E F orologio gi inombra mezza la citt, e 5s corriam rischio che ritroviamo l' acqua imbratii tata dai pistoni, e che la plebaglia ci urti nel M bagnu. Ed Ellanico disse : Io anche mal veg5i gio , ed ho torbide le pupille, e bevo grosso, 51 son facile a lagrimare, ed i miei occhi voglion l'unzione all'asciutto 5i rimedio , ed ho bisogno di un valoroso Escu51 lapio oculista, il quale mescendo ed agitando 51 la medicina, faccia si, che pi non arrossino 51 i miei lumi, e che non sien pi caccolosi, ne dalV alga marina, ove si stanno, e vifan razza. Hoi volgarmente gli chiamiamofichi. Salviano gli da il nome di fuca

.&46 Di tai cose quistionann veggan pi 1' umido do, tutti essendo presenti, ne uscimmo di cadi sa, e tostoch giugnemmo nel Ginnasio, 9? spogliatici, chi esercitavasi colle punte de' brac* ci, chi a rovesciarsi in sul pavimento , e chi 95 lottava in piedi, altri unto di grasso si con95 torceva , altri si misurava col sacca (i) , ed altri impugnando grossi pesi Q.i piombo con 9? rimhombo scagliavangli colle mani. Per cotal 9>modo esercitatici, e portatici sul dorso viceu9? devolmente gli un gli altri, e giuocherellato us entro il Ginnaoio, io e Filino bagnaiici in suln la calda sponda, venimmo fuori Gli altri im mergendo il capo come i delfini nel fondo fred7> do, miracolosamente notavan sott' acqua, Di 95 ritorno operava ciascuno cio che taientavagli 45 meglio, ed io in hrachetta mi strigliava il -95capo con una radimadia di dente, perocch non sonoio raso a modo di scimmia, ma ha 95 la zazzera ben pettinata , e non mi sono giam55 mai fino qui tagliato il ciuffo e la barba. V' e* ra chi vomitava a digiuno, e chi cacciati fuori 95 dei frusti di radice, ne succiellava il viscido e si 95 brodo, un altro masticava olive verdi, 95 sorba un5altro una bibita di orzo. Quindi, s lev a in un sacco pieno di a(i) Questo esercizio cons) rena. o di avena, sectndo le forzedei giaocatori, che si facea pendere dall'alto con corde. a cuisi sforzava ogauao di tenere in alto colle braccia. In greeo dioeasi xufqxiov,

247 91 essendone si M appoggiati in su i posti scabelli e seggiuole gomiti, di era apprestata ; La mensa variegatamente vivande ve n' avea molte e diverse, zampi di ed una vulva di porca graporco, prosciutti , vida coll' intestino con entro il feto gi for ma1' ora, e v'eran cenavamo

con aglio, sesi to, ed un intingolo di fegato, 51 napa, ed altri condimenti si fatti, delle con9) fetture , dei cardi, e delle schiacciate di mee specialD* acqua v' era ogni teneruine, e di piu 9t mente cio che si ha la pelle testacea, dei polpi del Ponto ancor nelle sporte, ansi le 9, guille copaiche, una galiina domestica , un v> gallo rimaso senza canto, ed un pesce para95 sito (I). Ed avemmo ancora una pecora ill. JI tera cotta nel forno , ed un pie di bue, che 59 pi non marcava il passo I pani eran di brasi ge, non cattivi, ma alcuni del novilunio, sesi rotini, riservati alia festa; e v' eran di 9? dici, quante in terra ne nascon e di di sopra 11 vino non era vecchio, 59 otre, non mosto affatto, ma non ben piu rasotto e ma di cotto

99 V' eran in questa delfinica mensa tazze di o59 gni ragione ; ti figura , di quei a fronte ascoM sa , di quegli imbollettati, opera di Mento59 re, altri di manico agevole ed afferrabile , r rotondi, e di collo stretto, e molti di terra (1) Inlende forse un' oca con tal parola fitrbesca.

248 come gli cuoceva Tericle, aperti ed accent n aI labbro, quali di Focide, quali di Gnido, 95 e tali, che se gli arebbe portati il vento, e si fini in suIF oriMcio come una membrana. Ve 5? n' eran di fatti a gondola, delle caraffe mitt nute, e del bicchieri con iscrizioni; talch la credenza erane colma Infrattanto il calderon del cammine bollendo alla disperata, ci scbiz55 z6 sul volto i carboni. Bevemmo quindi a bocca schiusa, ed eramo di gi assai ben cot ti, quando ci ugnemmo di baccaride (1), e 55non so chi ci mise dentro una ballerina suo.. s? natrice Allora chi saltava sonoramente iscron sciando le dita, chi con risa si fregava Ie resj ni, e chi saltando in sul tavolato preparava 55 un salimento In questo mentre essendoci lan vati, vennero a bere non invitati Megalonimo n quello scava-liti, Cherea quell' orefice dipinto 55 nel tergo, ed Eudemo lo schiacciatore ..{lel l'uova Ed interrogati da me della cagione della loro tarda venuta, Cherea disse: Io raf35 fazzonava una ghirlanda da donna, degli o recchini e delle catenelle di mia figliuola, ma eccomi cbe dopo cena ne sono venuto a voi n Io, continuo Megalonimo, aveva a fare altre cose. La giornata, come sapete, stata senEssendo adunqoe 55 za piatr, ne si ragionato (1) Soria di erba, della quale facevasi ungaunto.

2^9 festivita per 1a lihgua, ne avendo a pesar pa>5 role, ne a dire nulla nel giorno, ne a misu* 51 rare acqua; sapendo che il pretore era accesed M sibile, prendendo dei panni fuori d'uso si eleganti, e calzatomi scarpe non mai portaE cosi di subito 51 te, ne uscii in mia malora un Ierofante, v> mi abbattei in un doppierista, 51 ed altri che praticano occuhi misteri , i quali ac51 sul collo trascinavano Dinia al tribunale, 51 cusandolo di averli nominati, quando sapea51 si ei bene, che dal tempo che stati erario 51 consecrati , erano essi anonimi , conseguifo 51 avendo un nome beato. Non conosco, ripresi tu 0 mi tal di Dinia io, qual parli? fugge 51 51 nome? Si un di quegli uomini, riprese egli, che passano la vita al mercato, squallido, scasuo pigliato, affamato, e bisunto dell'untume e che porta istesso, pi scalzo che calzato, ?i la tunica manicata Che da ambe le parti dunque? dissi io, fu egli sentenziato , o dato5i si a gambe si pose in salvo? No, soggiunse , 5i egli, anzi essendo colui si susurrone, si stet51 te allora tacito e immobile. Ed il pretore , si come s' ei volesse scapolarsela, to allaccio con si maniglie, con ceppi, e con collari , talche 10 51 sciaurato standosi cosi in catene, per paura 51 basiva e trernoleggiava, e volea dar la ro51 ba per riscatto dell'anima. Io, disse Eude mo, alio spuntar dell' aurora richiesto fui da

r 390 v Damasia, antico atleta, vincitore in molti eer tami, ora pero per la vecchiaja fuor d' eserci zio ( Tu 1' hai a conoscere , che e' si sta in r piazza di bronzo ). Presso di lui fui io adun que occupato a cuocere ed infornare. Impev rocche volea quest'oggi impalmar la figliuola , e di gi stava ogni cosa raffazzonando, quan11 do un inopinato malanno scompiglio tutta 1a Dione il figliuolo di lui, piccato non o trattovi, che cosa, per parlare piii si appicc 55 giusto, dalla vendetta dei numi, E sappiatevi, che e' si sarebbe 55 da se stesso v> per certo perito, se io non lo avessi dispic festa n so di e e non gli avessi tolto il capestro, cato, s? standomi per lungo tempo in sulle ginocchia, teny> non lo avessi tastato per ogni membro, e provando se avesse ancor ristret ticandolo, E ci che pi di ogni altra cosa ti ta la gola stretgiovogli, si fu che io forte tenendolo, tamente Io strinsi ne' fianchi. Tu parli per sorte, ripresi io, di quel bagascion di Dione, di quello s, che ha lo scroto vizzo e pendente, di quel garzone che mastica il lenr sdolcinato, 55 tisco, che accarezzasi i genitali, e che si poj5 ne in ismancerie , quando si aecorge di alcun 5? sprepuziato che pu cozzar di buon corno ? 55 Per to appunto di quel ghiottoncello, replico 55 Eudemo Ma amrnirando ]a Iddia ( perocch si un simulacro di Diana posto era in mezzo alia

25* ai prosternendosi , sala, scopaico (1) lavoro, e la dpima sua vecchia, suoi piedi Damasia, la canuta, omai e del capo splendidamente di loro. ad aver misericordia ,, scongiuravano annui, e E quella incontanente benignamente ed ora Teodoro, anzi meglio e fu salvato, pi chiaro, Artemidoro appellano il giovanetto E dedicarono alia Iddea ed archi e saettume, perche di questo dilettasi, essendo Diana ardi dardi. e maneggiatrice v ciera, saettatrice, Berrerao adunque , disse Megalonimo, peroc che io vi ho recato questo oroiuolo di stravec-" chissimo vino, queste forme di cacio fresco , che io conservo a, e questa cascatura di olive, gelosamente sotto sigillo. per essere frastaglia te dai vermi, e ve ne reco pur di queUe che e codeste tazze di cre in acqua galleggiano, ac ta, strette nel vertice e di huon fondo, v ciocch ne u&iamo per here, e questa torta di o garzone, budella inciamhellate. Versami, cb incominciandomi a pesare il ,, pi acqua; v capo, invocherei contra te il pedagogo Voi sapete quanto cio mi noj , e quanto io sia legci di" giero di testa Dopo la compotazione n e siam costumati, v vertiremo nei modi che fuor di ragione il garrire infra i bicchieri. Quew sto approvo, diss' io , perciaocch siamo noi il

(1) ~*'<-9t~6M)f ep~%y Di Scopa celebre scultore,

it 5k dell'atticismo. Tu di* bene; insieme "J, soggiunse Callicle, il bagattellare ,, la cotica della favella. Io veramente, prese a dire Euderno, dappoich si freddo, pi vo*lentieri maneggerei i bicchieri di vino. Mi sen* a to affogato dal gelo; quando fossi riscaldato, sentirei con piu gusto questi Sapienti alla mae dell' arpeggiatore Che ti no del zufolista j,, di tu mai , o Eutidemo? ripresi io; tu c'im poni silenzio, come non avessimo pi ne boc ca, ne lingua. A me la lingua sfringuella, ed e vi avrei parlato antico co* era si traportato, tanto, che v' avri parlando sputati tutti di nefc j, ve. E ti se5 tu non diversamente comportato di colui, che per invidia della sua buona veni, tura, lanciati alcuni lacci ed uncini di ferro arrestasse l'impetuoso e catene d' arsenale, che naviga in corso di una nave mercantile , }, poppa a tre vele gonfiate e sospinte da un1 aura seconda Adunque, riprese egli, se cosi vuoi , io intanto naviga, nuota e corri in sull'onde; bevendo da terra, o come quell'omerico Giove, da un calvo monte, o dalla rocca del cielo, ti vedro zimbello delle onde , colla nave veleggiante e spinta in poppa da aura propifiore e la midolla

o Lessifane, Lie. Ve n' abbastanza, ,, zia e del convito e della lezione; io ne son gi briaco, e ne ho nausea, e se tosto non vomito tutte queste inezie, chebai recitato, intendi sanamente,

255 preso un morbo coribantico, ancor nell' oreccbio le parole , rintronandomi da Veramente colle quali tutto m' hai asperso cbe dubito d'essermi ma essendo poi prima n'avea voglia di ridere, molte, e tutte simili , compassionava la tua sciagura, vedendoti imbarazzato in un inestrigabile o ed infermo di gravissima infermit, labirinto, tra me sfeespiuttasto di nera bile Vo pertanto tanta imdove abbi tu raccolto so ripensando, ed in quanto tempo e come conchiumondezza, ed as* so abbi 1' unione di vocaboli si contorti e de' quali parte ne hai tu inventati , surdi, e pu a te ap* ne hai scavati dal sepolcro, pliearsi quell' iambo : - Abbiti mal, poich; male scegliesti : tanto fango hai tu raecolto e me lo hai in visenzache io abbiati in-nulla offeso. sp gittato. Sembrami di poi che tu non abbi ne amico, ne parte ne persona cbe ben ti voglia, ne che familiare, ti sii giammai abbattuto in uomo libero e since* ro, che dicendoti la verit, ti liberasse da questo acquoso tumore , crepare dal morbo, tu in pericolo di avvisandoti tu esser corpo e e salute, cjo cbe altro non o, che calamit; che non copuoi essere lodato dagli sciocchi, ma ai dotti farai sempre noscono il tua male, essendo Ma acconciamente compassione, nirne alla volta nostra il medico veggio io vea lui Sopoli; ti daremo in mani , e raccontandogli la intravital

2 4 vi ritroveremo uorri prudente, un qualche rimedio. Egli si & e colle medicine ha guariti molti mezzo pazzi e catarrosi come tu sei Ti sa* luto, o Sopoli, e ti prego a prenderti questo Lessifane mio sozio ( il quale tu conosci ), che delirante ed infermo di una strana infermit nella lingua, ed omai in pericolo di perire ,

se tu con qualche tuo rimedio nol ritorni in salute Less. Non me , o Sopoli, ma questo Licino bai tu a prendere, il quale si manifestamente matto, ed avvisasi d' invilire gli uomini e come quel savio di Mnesarco (1) silenzio e ritenimento di lingua Ma, corpo di Minerva innarrossibile e del magno Ercole combattitore dei mosfri, noi nol valutiamo una caccola; ed oramai ho io in disdegno d'incontrarmi anche con esso, e sento arricciannisi j. naso, ascoltando queste sue riprensioni, ed ora ne vo' andare da Clinia mio contubernale, valorosi, c' impone sapendo che d' assai tempo si ritrova la moglie non netta ed inferma , per non avere i suoi cor" e si rimane si; talch ei piii non l'adopera, quella inarata ed incolta. Sop. Ma quale infero Licino? Lie. Questa mit si ha Lessifane, Non t' avvedi istessa, che tu ascolti, o Sopoli tu , come e' parla, e non curati noi , cbe con lui conversiamo , usa vocaboli di mille anni fa,

(1) Pi/agora figliuolodi Mnesarco.

2 51 la lingua, raccozzando stravaganze, ponendovi studio, come si trattasse di gran coed adultera la buona sa, e rendesi cosi strano, Contorcendo moneta Sop. Per Dio! quella, che tu di', o Licino, non si e infermita si leggiera : conviene adtinque ajutarlo con ogni ingegno, e per provvidenza degl' Iddii, mi trovo aver temperato questa medicina per un biIioso, e ad esso Laonde portavamr, perche bevendola vornitasse tu ne bevi prima, o Lessifane, acciocch ci ritorni sano e purgato; e ti Hda di me, hevi, Less. Non so cosa piu leggiero voi vi vogliate, o Sapoli e Licino, con questa che a ber mi porgete, ed io temo che medicina, de' miei questa bevanda non sia la distruzione discorsi Bevi e non indugiarti, che penserai e parlerai come uomo. Less. Ecco che io e bevo Ahi! che cosa questo ? t'obbedisco, mi sento sossopra te viscere, e quasi in fondo del ventre mi si muovono le parole. Sop. Incomincia adunque a vomitare, sorte (i) , poscia quel quinci ciassicosacht (5), quel e prima quel per (2), e quel conil (4), pognamchd Lie. che ti troverai della favella?

256 fatemi grazia (l), il sebhene (2) e quel continuio cotali (3). Or via sforzati, mettiti i diti in gola; non ancora hai vomitato pretendere (4),. dappresso (5), artificiare (6), e despogliare (7). Vi rimangono ancor molte cose, ed il tuo ventre si e pieno, talch sar meglio che ne vadaE quella saccheggeria no per secesso (8), uscendone collo spirito, far gran rimbombo Ma e se qualche cosa oramai si egli purgato, Intanto tu , rimasa, si sta nel basso intestino. o Licino, il prendi teco, ed ammaestralo, ed Cosi farejnsegnagli come si dee parlare. Lie. 1170, o Sopoli, dappoiche tu ci hai spiasata la o Lessivia, e nell' avvenire io t' ammonisco, fane ( se tu vorrai esser lodato per la eloquentra la moltitudine ) za , e vorrai primeggiare ad avere in odio e fuggire cotali modi; ed m in greco, come a dire, o inlerroga%ione (1) JyfiLio-T?, buono ! Il nostro T usa in alcun luogo,e qui la biasima , In Latino pale: amaboj, quaeso. A me piace spiegarla coik modoplebeo, secondo In spiesuzione latina

(8) criWtnroffiu Non so trovare giusta significatoa qipe^. 810 vocaholo.. non trovandosi esempia d' autore ma parmi , voglia significare saccheggiamento

2>7 dai migliori poeti, dopo avergli letti sotto il maestro, passa agli oratori, e nutritoti di poi ti rivoldella lor lingua , opportunamente gi agli scritti di Tucidide e di Platone , e puoi e nella anche e&ercitarti nella gentil commedia, Da tutti questi insieme prenreverenda tragedia incominciando dendo come il fiore di ogni bellezza , sarai stimato nell' eloquenza, essendo finora scioccamente stato simile a quelle cose, che si lavorano in piazza dai vasellai, colorite di fuori di azzurro e di minio , di dentro fragili e di fango Se tu farai queste cose, e sosterrai per poco tempo il rossore di comparire indotto, ed il rincrescirneto d* imparar di bel nuovo, potrai di poi francamente parlare alla moltitudine, ne sarai deriso, come ora, ne in bocca dei pi valenti sarai tenuto da meno, chiamandoti per dispregio ed attico e greco, quando neppur degno sei di eseer numerato tra i pi eccellenti dei barbari. Ed innanzi tutto cio, ti ricordo di non imitare le cattivit dei sofisti vivuti poco prima di noi , ne di pascerti di quelle cose, come ora hai praticato, ma dispregiale , e fatti rivale degli antichi Ne ti lascia allettare dalle parole, che esemplari soil fiori senza odore, ma , secondo la legge dee sopratgli atleti, fa uso di un cibo solido, tutto sacrifica. alle Grazie ed alla chiarezza, dalle quali tu erri ora troppo di lungi La gonfiezza. la vanagloria , Vol. II. la consuetudine 17 viziosa , e

258 V affettazion di una dizione grave e sonora, U maldicenza non 1' usar punto, ne ti reputare di essere il primo , quando avrai bjasimato E non si e piccolo errove , gli scritti di tutti anzi grandissimo , quello , che prima di aver ritrovato le sentenze , e quindi adornatele di verse per caso ritrovi un vocabolo bi e di nomi, fuor di sua classe o estimi d'averlo tu gentilmente inventato , ti studi a questo di adattar la e giudichi perdita, se non la puoi rinsentenza, torcere come vuoi, comech per nulla sia necessario al discorso, come poco fa gittasti quel non di botto (1), non sapendo che cosa significasse , e se convenisse all' argomenta; e gl' idioti n' eran tutti stupefatti , percosse essendo Ie loro orecchie da si fatta novit, ma i datti si ridean d' entrambi, di te e de' tuoi encomiatoCi di poi si e spezialmente ridicolo, che tu di ess&re pi che ateniese, e di pretendendo aver limato la favella secondo le antichissime forri nel discorso pi modi , che neppure gli porrebbe un fanciullo di prima scuoio di la. Ke ciederai tu, che mi desiderava esser sotterra, udendoli far mostra di eloquenza nell' appropriare all' uomo la veste donnesca (2), ed in appellare con nome femminile i maschi me, mescoli tutiava

(1) ou/ua> wrrcc questa parola Jirssun interprete Vka cax pita, e a me giova correggerla in (2Jy^nuviev

5g dei servi (1), perocch ognun ben conosce quali e COB qual sieno le vesti proprie delle donne, nome chiamar si debbono i servi. Molti altri vocaboli ancor dicevi siccome uccelleggia (2), stante contra (3), ed opposto (4), li quali essendo foraetieri non sono ricevuti nella favella che di Atene E noi non lodiamo quei poeti, che se per intendergli vi bisogni il vocabolario; il tuo pedestre discorso pu paragonarsi ai poedi Dosiami', non e quello diverso dall'Ara e de (5)t dall'Alessandra di Licofrone (6), da altri si fatti , se pur se ne trovano di linguaSe da queste cose ti guarderai , pi sciaurata. ed imparerai cio che veramente si dee imparasul conto re, ottimamente ti sarai consigliato tuo Se di poi per imprudenza ti lascerai di nuovo attrarre da quelle care delizie, io ho com* piuto teco con questa ammonizione il dover mio, e non potrai che incolpare te stesso, se per ancora t* accorgerai di esser divenuto peggiore. lo (2) ~iTtrtro. Questo verbo dee spiegarsi, come ~avvish Stefanoy di persona che credasi esser leggiera come un uccello

(5) Si crede da alcuni che sia questo un epigrammapreteso di Teocritoj il quale intitolato: fAJP.O't;3e che contiene un spitafio di Troilo. (6) Questopoemu pieno di parole antichissime, lo ah. biamo ancora, ed in istampa,

2i)o

PAMFILO

O L' ARGOMENTO

EUNUCO

II presente Componimento si il racconto di. una disputa di due filosofi peripaalia quale finge Luciano essersi ritrotetici, T Eunuco, intitolato vi si vatoed perch se un eunuco possa o non possa prodisputa , L'occasione della quistiofessare la filosofa ne si t una scuola di filosofia, alla quale concorreano amendue quei filosofi. Luciano con esso percuote e pone in satira i vizj dei filosofi del suo secolo, i quali pi per le scelle- ratezze e le disonest , che per la virt e La dottrina Facendo comparir voleano sapienti. di poi ricordo di ricco soldo, che pagavasi dala coloro che ammaestravano la l'Imperadore sembra che ci segiovent nella filofosia , il guisse sotto lo imperio di Marco Aurelio , che era inchiquale sappiamo dagli storiei, a proteggere I jilosoji ed a propanatissimo garne le scuole PAMFILO E LUCIANO

Pamf. E donde a noi vieni, JO Luciano, cosi ridendo? vero, che tu apparisci ognora lieto ,

~i e festevole, ma lo sei ora si fuor di misura ed inLuc. Ne venmodo che ti sganasci dal ridere go, o Pamfilo, dalla piazza, e converr che tu che ancor con meco ti rida, tostoche ascolteri, io mi sono trovato presente. ad un giudizio , nel quale tra lor piativano due filosofi Pamf. Per verit cio che mi narri i filosofi piatiscano, acconciare i vante negozio converra lor meglio senza strepito infra di lolor fatti modestamente O uom dabbene, se ci ti credi! ed in qual modo si sariano quelli acchetati, che be1' un 1' altro si diceano un carra stemmiandosi d' ingiurie , e fuor di ogni credibil modo insieme rissavano ? Pamf. Contendevano per avventura di alcuna disciplina od opinione? Luc. Affatto : era ben altro il lor disputare ; perocch litigavano essendo amendue della istessa setta e della scuola istessa. I giudici di poi della quislione erano spettabili cittadini di questa repubblica per nascita e per sapienza, e non che questi sfacciati , ma avria pur vergognato di ragionare innanzi di loro chiunque siasi discreto dicitore.., Pamf. Mi spiega adunque la cagion della lite , acciocch io sappia cosa mai ti fa ridere si seaLuc. Tu sai, o Pamfilo, che e pestratamente stato stabilito dall' Imperatore un non picciol salario ad ogni razza di filosofi, siccome stoici, platOnICI. epicurei, e con questi pure a' peripaleticia, ro Luc. ben ridicola cosa che imperocche ancora in rile-

263 di modo che sia ogni setta egual mente pagataNon di poi questo premio, come dice il poeta , una pelle di bue o un porcelletto, ma sono belli diecimila danari che si pigliano catun anno per ammaestrare mi rammento di cio, la giovent. Pamf. Ben ed anche di avere udito

non dire, che sia morto, se non m' inganno, so chi de' Peripatetici. Luc. Eccoti appunto 1' Elena, per la quale coloro infra d' essi pugnavano. E non v' era altra cosa che porgesse tanto da ridere, quanto che professandosi eglino per filosofi e dispregiatori della pecunia, per essa di poi combatteano come si fana per la pae pei tria in periglio, per la religione paterna, per sepolcri degli avi. Pamf, I Peripatetici materia ma lo credel tutto il danaro, non ispregian dono un terzo bene. Luc. Non t'apponi male, perche banno pure tale opinione; e questa guerma ara fu tra essi per sentenza de' maggiori; Pili erano priscolta come si pass la faccenda mamente che combatteano a' funerali di quel dedi funto, ma due tra questi ve n'erano eguali forze : cioe quel vecchio Diode, tl parlo di quel brontolone che parmi che tu conosca, e l'altro Bagoa, che di tai forme che sembra eunuco. e sopra Contesero in principio sulla dottrina , sentenze ed opinioni di filosofa, ed aIIeg catuno documenti e ragioni di essere di setta aristotelica , dimostrando che ne seguiva le discipline.

263 Ma siccome di poi non rimaneasi. alcuno di essi il causando Diode al di sopra in tal disp'uta; periglio di fare piii a lungo mostra della sua edi rudizione e dottrina , ne venne a* particolari di sindicargli la e cerco primieramente Bagoa ; Vita, lo che ingegnossi pur Bagoa di fare a vicenda Pamf. perocche E se io fossi stato il giugione in quel giudizio dice della quistione, mi sarei pi di ci che di Ogni altra cosa occupato , ed avrei, piuttosto che all* eloquenza ed alla dottrma, a chi riguardato di loro avesse vita pi netta, ed a favor di quello avrei giudicato Luc. Ragioni da savio, ed io la pefiso egualmente Satollatisi di poi coloro di bestemmie e d' ingiurie, soggiunse in fine che era sozza e vi tuperosa che Diocle, cosa, Ss isforzasse di porsi avanti Bagoa, e che tentasse in grazia della filosofa d' ingojarsi quell'ottimo premio un eunuco, razza di animale che ma cacciar non solo da quell' incarico, bisognava anche da'sacrifizj , dalle mense, e da ogni umano consorzio, che era vista mal audimostrando rosa ed infelice , se nell' uscir di casa imbattuti si fossero i cittadini in si fatta bruttura; ed avvalorava a cotal proposito con varj argomenti 1' intento suo, provando che non era l' eunuco n uomo ne donna, ma un non so che rafFanonato e composto di ambo i sessi, in somma un Ci era ben fatto, o Luciano, su cio doveasi far raprincipalmente

a6.'f mostro diverso affatto dalla nostra forma e na- Mi narri, o Luciano, una nuova tura. Pamf. maniera di accusare, e mi fWzi al ridere al solo udire caso si strano. Ma che mai opponea quell' altro? non os egli rispondere a quest' acPrimamente, per non so che modestia o timore a costoro familiare, lungamente si arrossendo di quando in quando , ed tacque, a tutti la sua confupubblicamente appalesanda Finalmente con una vocettina donnesca sione chiamo ingiusto Diocle, che pretendea come eufilosofa, alla quale ammesse erano pure le donne. E per ajutar la sua causa allego Aspasia, Diotima, Targelia, ed in oltre un certo eunuco, di nazione gallo, che poco innanzi la nostra et fiori nella Grecia. Diocle a cio rispondea , che per nulla atterrito daIF approvazione del volgo per lui , gli sara ognor stato contro, se persistito avesse a mischiarsi in E dicendo tai parole spiacevoquella faccenda leggiava contro degli Stoici, e per riferirsi alla po eccitavan le di lui, torcendogli alcuni mottii quali de' Cinici, soprattutto impeifezione del suo mutilo cornuco escluderlo dalla cusa? Luc.

Raggiravasi intanto il giudizio in tai frivolezze, e riduceasi tutto il punto della quistione a vedere, se dovea gtudicarsi adatto un eunuco ad esser ammesso ad amrnaestrare la giovent nella filosofa, affermando 1' avversario che si richiedea nel filosofo la forma ed risa

26G integrit taccava alia lunghezza per la quale apparir non indevenerevole e grave, e cosi mostrarsi che pagava lo Imgno delle diecimila dramme, peradore. Aggiugnea in oltre che la condizioner. degli eunuchi era ancor pi vile di quella de' caperocch davan pur questi alcune volte prova di virilit, laddove rimaso era costui non e non era che un uomo quasi in sul nascere , dubbio e vario animale, non diverso dalle corni nacchie, che non si noverano ne tra corvi, stroni, delle membra. si atE massimamente della barba, e ricciosit dovea agli scolari uomo-

- tra le colombe. Rispondea quell' altro che non dovea trattarsi in quel giudizio della figura del e che bisocorpo , ma della virt dell' animo, e la cognava provare F eccellenza della mente, noscenza della dottrina; e portava a tal uopo l' autorita di- Aristotele che per modo si straordinario onor un certo Ermea eunuco, principe di Atarne, che da lui agl' Iddii non facea differenza Ed os anche aggiugnere , che doveano con pi sicurt, darsi i giovanetti affiper essere ammaestrati , ad un eunuco, contro cui non ed al quale non potea apporsi potea la calunnia, il vizio socratico di corrompere la giovent. Ritorse di poi piacevolmente, secondo ad esso sembrava , le cavillazioni di Diocle sopra i sbarbati , dicendo che se doveano estimarsi i filosofi dalla lunghezza della barba, avria il becco ottenuto il

206 Allora un terprimo posto senza alcun dubbio zo litigante, del quale tacer il nome, esclamo: Di grazia, o giudici, fate cacciar giu le brache a costui, che vi vedete dinanzi con gote spelate , voce di donna, ed in tutto simigliante ad eunuco , e v' accorgerete che maschio se non , mentono alcuni, cbe dicono , che soprappreso in colle adulterio , videsi, per parlar Iegalmente, membra ne' membri , e da quel tempo finsesi eunuco, e ne ando assoluto con questo trovato , non potendosi persuadere i giudici che fosse uomo un eunuco Ed ora sembrami , che voglia costui cantare la ritrattazione di cio in grazia del scoppiaron da premio. Mentre cosi ragionava, ogni parte le risa; e qui vie pi turbossi Bagoa, divenendo nell' aspetto di mille colori, e sudando freddo , imperocche nongli sembrava dicevole il confessarsi reo d' adulterio, n credea di poi alle presenti sue condiaioni quell' accusa inutile affatto Variavano quindi i pareri delle persone , essendovi alcuni cbe giudicavano, che spogliato colui, come suol praticarsi cogli schiavi che vendonsi , osservassesi se potea filosofaie in ci Ne andarono altri che appartiensi al membro in pi fidicola sentenza, cio, che si cbiamassero dal bordello alcune dorme, e si comandasfacendo esso 1*ufficio se loro di sottoporsegli, di marito colla presenza di uno de' giudici, scedi e il Dhile. cio essi probiti tra piii per gliendosi

267 accioccbe veder potesse in qual moconosciuta, Ascoltandosi tai sentenze da do egli filosofasse a chiunque era ognuno con riso, e dolendone presente pel troppo ridere i fianchi, parve bene cbe la causa interamente si rimettesse in Italia. Ed ora, come mi dicono, si esercita Diocle ed a pompeggiar d' eloquenza , meditando una ricercata orazione per accusar 1' avversario dell'adul terio, cio che in vero gli potra nuocere ; ma secondo me, e' si comporta da cattivo oratore , mentre con questa accusa annovera 1' avammaestra versario infra gli uomini. Bagoa di poi, secondo ho inteso, con diversa intenzione la fa da uomo e si tiene in pugno la cosa, e si spera vincitore, se potr far conoscere che esso non in nulla inferiore agli asini che montano te cavalle Cio, o arnico, sembra un ottimo documento di filosofa ed una dimostrazione che non pu fallire. Per la qual cosa io desidererei che il mio figliuolo, che t; tuttor giovanetto , avesse non solo 1' animo e la lingua, ma ancora il membro adatto a filosofare.

a68

DELL'

ASTROLOGIA

ARGOMENTO Il presente componimento non sembra ad che possa credersi di Luciano , per non .aleuni, in sso molta dottrina, e veramente ritrovarsi che potea l'argomento essedeesi confessare, re maneggiato assai meglio per parte delle antiche favole egizie e. greche, e per le opinioni Lo stile degli antichi poeti. per rCb assai e vi sono tali tratti, che per chi si semplice, ha V uso di questo autore, la, bastantemente conoscer fanno senza ostinarmi contraria per suo, e tale a me sembro , contro chi volesse difendere la sentenza, Raggirasi questo breve diGiudiziaria, l'Astrologa dalla sapienza degli antidei quali interpretate sono dell' Astrologia ,

scorso in difendere V utilita traendone chi , molte dall' autore

favole come simboli

scritto e sulle stelle e sul cielo, non Questo delle stesse stelle e del cielo istesso, ma degl'indovini e della verit, che da essa ne vengono alia vita degli uomini. II mio discorse non contiene n6 disvela la dottrina di divenire ammaestramenti, illustre in questa disciplina, ma riprende molti, che essendo dolti J. si eeercitano in ahfe cose, e le van

269 i loro, e la sola Astrologia non -celebrando a tutti onorano e non professano. Questa sctenza antica, n si a noi gionta nuova, ma si e opera dei vecchi re, cari agl'Iddii. I presenti per ignoranza, ed anche per odro della fatica, per negligenza, essendo a quelli di contraria sentenza, quando s' incontrano in uomini che indovinano il falso, accusan le stelle, ed odiano l' astrologa, ne la estimano sana n vera, e come a me sembra tortamente si pensano cbe sia un discorso falso e ne la ignoranza del pieno di vento. Imperoccch ne ]a dissofabro e cattivit dell' arte fabrile, nanza del trombetta si attribuisce a difetto della musica, ma gFignoranti sono gli artisti: ciascuna arte da per se stessa sapiente. Primi gli Etiopi La stabilirono infra gli uomini questa opinione. cagione ne' fu in parte la sapienza di quel popolo ( essendo gli Etiopi anche nelle altre cose dee parte 1*acconcio'della tergli altri pi dotti), ra da loro abitata; perch circondati da un ciel non soffrono le mutazioni sereno e tranquillo, dell' anno, e vivonsi sempre in una sola stagione Vedendo adunque la luna non sempre apma di specie ognora diversa, parire la stessa, e rivestirsi or di una forma e or di un' altra, sembr ad essi tal cosa esser degna di discorso e di ammirazione ritrovaQuindi ricercando, rono la cagione di cio, che la luna non illuminata da nn proprio suo lume, ma da quello

'-70 del sole. Ritrovarono ancora il moto di varie al* tre stelle ( che noi appelliamo pianeti perch soli tra tutte F altre stelle si muovono ), la natura di esse, la possanza e le opere che compie ciascuna ad esse pure dei nomi, n6 Imposero ma segni di loro spezie. semplici, come sembra, Tali cose gli Etopi riguardarono nel cielo, e quindi dettero l' arte imperfetta agli Egiziani lodi loro. i quali ricevutala, pi in alto la sollevarono, segnando la misura di ciascun moto , ed ordinando il numero degli anni, dei mesi, e delle ore. La misura dei mesi fu ad essi la luua e la sua conversione; dell' anno il sole ed il suo circuito. Ma eglino specolarono cose di queste molto maggiori, imperocch di tutto 1*aeie e delle altre stelle immobili, fisse e non errand fecero dodici parti, nelle quali muoversi doveano tutte le altre, ed avendo un animale a se proprio, ciascuna di esse imita una forma, quale di pesce , quale di uomo, quale di fiera, quale di uccello, e qual di giumento. E da queste molte spezie di sacre cerimonie ne vennero agli Egiziani, percioccb non tutti loro indovinavano da tulte dodici insieme, ma si serviano di parti diverse; ed adorano il becco , quanti il becco riguardaDo; non mangiano i pesci, quanti i pesci non ammazzano il capro, quanti contrassegnarono; conobbero il capricorno, ed altri altre se ne rendon propizie, secondo ad essi e avvenuto. Ed ro vieini,

271 adorano e si il toro in onore del toro celeste, per essi Api santissima cosa, che pascoli nele gli banno ivi stabilito un ola loro regione, racolo, come segno degl' indovini di quel toro. Non molto dopo anche i Libii abbracciarono quelibio d' Ammone si rista opinione, e - l'oracolo facendo essi feri al cielo ed alla sua sapienza, Conobbero ezianad Ammone la faccia di becco ed essi dio ciascuna di queste cose i Babilonesi, che dicono prima degli altri; a me pero sembra, opinione ad essi giugnesse 1 Greci ne dagli Etiopi, n dagli Egiziani nulma primo la mola udirono sopra 1' astrologia, e ne stro loro Orfeo di Oiagro e di Calliope, assai tardi codesta ed in tutta la, assai apertamente , sua luce, ma il pensamento suo velo con misteri Formata avendosi la < con ragioni di religione. la fe' vedere lira, sette e la lira ch'era di tripudiava e cantava, dimostrava 1' armona delle stelle corde, erranti. Queste toctando Orfo e queste muoNe riguarvendo, ogni cosa ammolliva evincea. dava egli alla sua lira, ne la musica gli era a era la gran lira di Orcuore, ma l'astrologia feo. I Greci tali cose onorando, a lui concedettero una parte del cielo, e molte stelle si chiaman la lira di Orfo. Se tu riguardi Orfeo in a colori, e' siepietra o in tavola rappresentato de nel mezzo simile ad un cantore, avendo in mani la lira; intorno ad esso son mille generazioni

272 di animali, tra* quali anche l'uomo, il toro, ed il leone. Vedendo tu bene queste cose, mi torna in mente quale siasi quel canto e quella lira, e cosa quel toro e quel leone che ascoltan Orfeo. Se tu conoscessi le cagioni di cio che io parlo, ancor tu vedresti in cielo ciascuna di queste cose. Dicono che Tiresia, uomo di Beozia ( del quale l'arte d'indovinare sto Tiresia dicono assai suona famosa ) , queadunque, che ragionasse tra i Greci, che delle stelle eiranti alcune son femmine ed altre maschi, e che pon operano le me-

da cio favoleggiano, che si fosdesimecose. E se Tiresia di doppia vita e natura, ora maschio ed or femmina Quando Tieste ed Atro contendevan del regno paterno, aveano i Greci estremamente a cuore 1' astrologia e la scienza del cielo, d il popolo argivo riputava colui degno di regnare, il quale fosse in questa scienza pi E Tieste mostr loro 1' ariete, che eccellente segnato nel cielo, daL quale favoleggiano che avesse origine la pecora d' oro di Tieste. Atreo a ragiond loro del sole, e dei suoi movimenti, che il sole ed il mondo non si muovono nella stessa orbita, ma tengono vicendevolmente un e semcorso divefso, e cio che ora e occidente, bra occidente del mondo, nascimento del sole. Dicendo egli tali cose, gli Argivi il fecero re, e grande divenne la gloria della sua sapienza. Di Bellerofonte io sono eziandio del parere istesso, I

275 e non troppo mi persuado che avesse alato il cavallo, ma mi do a credere, che essendo egli stue sollevando in alto dioso di queste discipline, i pensieri suoi, conversando cogli astri, non col cavallo, ma colla mente ei salisse nel cielo. Le si posson dire di Frisso figliuol di che favoleggiano, che sopra un ariete Atamante, d' oro trasportato fosse nel cielo; e medesimala istoria del quale mente di Dedalo ateniese, cose istesse nan puo essere stata peregrina e maravigliosa ed avendone esso assai usasenza 1' astrologia; to, la insegno pure a suo figlio. Ma Icaro adoprandola giovenilmente cando cose impossibili, al polo, cadde e con temerit, e cered innalzando la mente

dalla verit, ed allontanatosi da ogni ragione, si sommerse in un profondo ed interminabile pelago. I Greci raccontano la favola modo, e chiamano male a proposito icario un golfo di questo mare. Per avventura Pasifae, udito avendo da Dedalo del toro, che rilucea infra le stelle, e della stessa astrologa, fu accesa dall'amore della dottrina, talchsi crede che fosse dessa fidanzata al toro da Dedalo. Vi sono alcuni, che divisa in parti la scienza, ciascun di loro ha pensato diver&o, quali sulle cose della luna, quali su quelle di Giove, e quali su quelle del sole, raccogliendole insieme dal corso, dal moto e dalla possanza di loro, Endimione ordino Ie cose, che si pertengono alIa: Vol. Tf iR in altro

274 luna Fetonte dimostro il corso del cielo non con gran diligenza, e lasciando la scienza imperfetta, morissi. Coloro che ci ignorano, credono Fetonte figliuolo del sole, e narran di lui una favola del tutto incredibile, che si portasse cio dal sole suo padre, domandandogli di guidare il carr-e. della luce, e che questi gliel concedesse, j6 gl' insegnasse la regola di guidare. Fetonte, poich sali in sul carro del sole, per giovent ed imperizia, ora guidando presso alia terra, ed ora 'troppo dalla terra innalzandosi, uccise gli uomini con caldo e con freddo non sopportabili , per lo colpi con una pelo che Giove sdegnatosi, sante saetta, ed esso cadendo, gli furono intorno le sorelle, che fecero di lui gran corrotto , finch mutaron sembianza, ed ora son pioppi, che Noncosi piangendo sopra di lui stillan l'elettro. si passarono queste cose, n concesso prestarvi credenza; perche il sole non generd mai figliuolo, ne figliuol gli mori. Molte altre favole pur raccontano i Greci, alle quali io non presto gran fede Imperocch come s'avrebbe a credere Enea Ascalafo Minos di Giove , figliuolo di Venere, di Marte, Autolico di Mercurio, i quali tutti cari furono agl' Iddii, e nascendo, quale fu in cura di Venere, quale di Giove, e quale di Marte? Imperocch6 quanti di questa razza, hanno parin tutto ticolarmente gli uomini signoreggiato, simili ai genitori loro si mostrano, nel colore,

275 nell' aspetto, nel pensiero e nei fatti. Minos fa Enea divenne bello per vore guidato da Giove , Autolico fu ladro, ed ebbe da lere di Venere, 1' arte di rub are. Ne Giove leg Saturn fece le altre to , n6 cacciollo nel Tartaro , che s' immaginano gli uomini; ma valentigie , cosi dicesi, perch Saturno k dalla nostra ored il suo moto lento, ni bita assai distante, Mercurio facile ad essere distinto da noi. Percio dicono, ch' e' si stea come in catene, e la immensa profondita dell' aere chiamasi Tartaro. J)ai versi dei poeti Esiodo ed Omero pu spezialmente impararsi, quanto le cose antiche sieno simili all' a* Quando vi si racconta la catena di atrologa. Giove, ed i dardi del'sole, io conghietturo s'intenda dei giorni; e le citta, le danze e i giardie quelle cose ni, che nello scudo fece Vulcano, dette delF adulterio di Venere e Marte., tutte che queste non da altri sono state cosi poste, dalla il poema di Omero sapienza. Imperocch chiara dimostra 1' unione di Marte e di Venere, ed in aLcuni versi ha definito i fatti di ciascheduno di loro, dicendo a Venere: Dolce tltll cura son nozze amorose. E delle cose di guerra: PaUade e il pronto Marte tutte a cuore Queste cose si avran Lo che vedendo gli antichi, molto usavano gl' inne li riputavano cosa di poeo dovinamenti,

276 ne fabbricavano citt, ne le cignemomento; van di mura, ne guidavan battaglie, ne si sposavan le donne, se prima dagl' indovini non aveano minutamente udito ogni cosa. Ne gli oracoli che rendevansi erano senza astrologia Ma in Delfo il dono della profezia lo ha una vergine, come simbolo della Vergin celeste, ed il dragone che iavella sotto del tripode vi sta, perche pur tra gli astri comparisce il dragone; e l'oracolo di Apolline in Didimo, sembrami che dai celesti Gemini si.: cosi detto. Cotanto agli che antichi sembro santissimo lo indovinamento, Ulisse travagliato dalla sua navigazione, volendo discese allo udire la verit sopra i fatti suoi , inferno, , Non per vedere i morti e il tristo regno,. ma per abboccarsi con Tiresia. E quando gionto si fu in quel luogo, che divisato aveagli Circe , ed ebbe cavata la fossa, ed uccise le pecore, comparendo pi morti, tra' quali la madre non di lui, bramosi tutti di bere del sangue, ne alla madre istessa di ne permise a niuno, e berne, prima che gustato n' avesse Tiresia, e socostretto lo avesse a rendergli l'oracolo, cosi di veder sitibonda 1' ombra della sua madre Licurgo dal cielo trasse gli ordinamenti ed impose ad della repubblica. degli Spartani, essi per legge, che giammai non si muovessero a guerreggiare innanzi il pieno della luna, non stenne

` 277' , ch' avesse quella egual poterex estimando, egli governanquando era piena e quando calava, dosi per quella ogni cosa. I soli Arcadi non abne onorarono l'adottrina, e per pazza ed ignoranza si dicono strologia , Si calorosamente essere pi antichi della luna. amanti furono dell' indovino i nostri maggiori Dei presenti alcuni affermano, che avvenire non che gli uomini ritrovino in quest' arte upossa, bracciarono questa no scopo, non essendo essa ne certa, n vera, n Marte e Yenere muoversi in cielo per cation nostra, ma niuna cura aversi essi delle un comunicare con noi in niumane faccende, na cosa, ma rivolgersi nelle loro orbite a seconda dei loro bisogni. Altri poi affermano, che F astrologia si bugiarda ed inutile, n poter mutarsi per indovinamenti cio che destinato dai fati. Io di poi ad accordare queste cose trovo che dire, perch se gli astri nel cielo si volnogono nella loro orbita, oltre il lor moto, alle stre bisogne dan pur compimento. E come vorresti tu, che correndo un cavallo, e muovendosi gli uccelli e gli uomini, si muovan pure le pietre, ed i fuscelli di paglia sieno agitati dal vento, e dal volgimento e dal corso delle stelle di poi non ne debba nulla accadere ? E da un picciolo fuoco alcuna cosa a noi ne perviene1 e tuttavfa quel fuoco per noi nulla arde, ne del calor nostro quello si ha causa. E degli astri non ne -

~8 riceviam noi niuno influsso? Ci che neF astrologfa si cattivo non puossi far buono, n mutare alcuna delle cose , che di quella pervengono, Jna coloro che usano di essa, in questo si che avvertiti molto tempo innanzi del giovano, , ed i bene, che debbono avere , lieti si vivono mali gli sentono con pi fermezza, perche non gli ma in esercizio ed in opprimono all' impensata, espettazione gli reputano pi leggieri e piu sopQuesto si cio che pare a me della portabili. astrologia.

279 VITA DI DEMONATTE

ARGOMENTO Piuttosto una raccolta natte , Grecia che Vita potria questa dei detti memorabili chiamarsi di Demo-

che fiorz nella filosofo assai famoso, ai tempi di Adriano e degli Antonini, ne avverte, poe che da quanto qui Luciano essere stato suo maestro trebbe per avventura nella filosofia, dicendo di avere con esso usato per lunghissimo tempo. Contro il suo coe dei filosofi, stume di beffarsi della filosofia abbiamo qui un encomio di un filosofo scritto da lui, come sembra apertamente e di buon Di Sostrato beozio pure qui afferma cuore. avere scritta la vita, ma non b tal componimento a noi pervenuto, e con nostro danno, de' fatti e per le notizie che avr contenute delle persone del suo seeolo. nelle Eunapio vite dei sojisti fa scritta Demonatte menzione di questa da Luciano. vita di

Non dovea adunque essere affatto privo anche il nostro secolo di uomini degni di memoria e discorso, dimostrandoci un filosofo sommo per la mente, e superiore per le corporali virt. Intendo con ci di dire di Sostrato beozio, che

280 e tale il credeaappellavano Ercole, no, e sopra ogni altro del filosofo Demonatte, i quali io stesso bo veduti, e veduligli gli ho ammirati. Con questo Demonatte ho usato per lunghissimo tempo. Di Sostrato ho scritto in un altro libro, ed ho in quello dimostrato la sua grandezza, la sua fortezza incredihile, aperto in sul Parnaso, il suo vitto salvatico, ed i fatti nome, e cio che oper in e la sua vita all' aere letto di strame, il suo non dissimili dal suo i Greci

toglier di mezzo i lain rendere praticabili dirupatissime vie, droni, ed in riunire co' ponti luoghi a guardarsi diffiDi Demonatte sar giusta cosa il racilissimi. gionarne per due ragioni, e perch, per quanto e in me, sia egli recato alia memoria degli uomini onesti, e perche i pi valorosi dei giovani, che banno Io sguardo volto alla filosofia, non abbiano i soli esempj degli anticbi per formarsi in essa, ma possino anche proporsi nel secol nostro ad imitare un canone, che io credo l'ottimo, dei filosofi, che ho io conosciuto. Ei di patria fu ciprio, ne degli oscuri, quanto alle dignita politiche ed alle ricchezze. Dispregiando per ei tali cose, di desiderare ci che si e degno credendosi ottimo, si volse alla filosofia, ne vi fu per Dio ne dal suo predecessore da Agatobulo, co' quali tutti egli Demetrio, ne da Epitteto , ebbe pratica, ed ancora con Timocrate di Eraclea, uomo sapiente, e spezialmente ornatissimo tratto

281 nei discorsi e nelle sentenze. Non adunque eccitato, come ho gi detto, da niun di costoro, ma solo chiamatovi dal suo proprio impulso pel bello, e dall' amore alla filosoffa, che fiso avea nel suo cuore fin da fanciullo, disprezzo tutt' i beni del mondo, e datosi alla liberta ed alla fiducia. di se stesso, cosi si resse in tra gli uomini, ue sando una vita sana, sobria ed irreprensibile, dimostrando per esempio a cbi il vedea ed udiva la sua saviezza e la sua vera filosofa. Ne si die' a questa co' piedi non lavati, come suol dirsi, ma nutrito erasi dei poeti, e molti he ritenea a memoria, ed esercitavasi in ragionare, toccato e le sette di filosofa non leggiermente aveale, n6 colle punte de' diti, secondo il prole conoscea Tenea il verbio, ma ottimamente ed accostumato avealo ji corpo in movimento, travagli, ed avea soprattutto posto cura che non abbisognasse di niuna cosa; talche quando si accorse, che non era ei pi sofficiente a se stessi parti dalla vita, lasciando so, volontariamente ai pi dabbene dei Greci molti discorsi sopra se stesso. egli a niuna spezie di non filosofia, ma molte insieme mescolandone, dimostr chiaramente di quale si compiacesse Sembrava che pi di ogni altro si familiarizzasse con Socrate; e comech nell' abito e nella semplicit della vita apparisse imitare il Sinopese, non mutava tuttavia in peggio il suo vitto per Non si circoscrisse

282 essere riguardato ed ammirato dal volgo ma , usando la vita comune ad ognuno, ne essendo in nulla vano ed orgoglioso, vivea pubblicamente e conversava con tutti. Non ammettea egli la irona di Socrate, ma ripieno era il conversar suo di certa attica grazia, per la quale quei ch' usato lo aveano da lui partivansi in guisa, che , nol disprezzavano come uomo di rimessa natura, n fuggivano l'asprezza delle sue riprensioassai piu ni, ma dal piacere divenuti tutt'altri, trovavansi lieti e composti ed aveano dell' avvenire migliori speranze. Giammai non fu veduto gridare, o contendere, o andare in collera ancbe dovendo riprendere, ma percuotendo i pece volea che noi cati, perdonava a' peccatori, prendessimo esempio dai medici, che sanavano Je infermita senza sdegnarsi contro gl' infermi. ei ripetea esser proprio deIr uomo Imperocch il peccare, ed il correggere di un Iddio, o di un uomo a Iddio eguale Usando tal vita, per se non abbisognava di nulla, ma gli amici nel convenevole ajutava, ed avvertiva coloro che si riputavan felici, che si lasciavan trasportare da beni, i quali sembravan d' assai corta duradella povert, ta. Coloro che si lamentavano o mal sopportavano lo esilio, o incolpavano la vecchiezza e la infermit, gli consolava con risa, siccome quelli che non s' accorgeano, che in poco tempo avrebbe termine ci che rattristavagli,

s85 del bene e del male avrebLegli tra Hhert. una perpetua breve tempo abbracciati Avea anche a cuore di rappaciifcare insieme i fratelli litiganti, e di conciliare la pace alle doni Ed alcune volte tumultuando ne co' mariti e coll' oblo popoli, con ragioni molto a proposi to persuase alia maggior parte di comportarsi giustamente verso la patria. Tale si era il modo della sua Solo e mansueto filosofa, lieto, ragionevole lo rattristava la infermit o la morte di un amico, perch stimava egli Is amicizia essere il masE percio ad osimo dei beni infra gli uomini gnuno era amico, ne ricercava se suo familiare, o qual si fosse, purch si fosse uomo. Se non che pi o meno si dilettava della pratica di alcuni , allontanandosi da coloro, negli errori dei E tutquali non appada speranza di pentimento te queste cose ei facea e dicea con Venere e colle Grazie, che sempre, secondo quel detto del Comico, la persuasione si sedea nelle sue labi magistrati ed il popolo di Atene bra. Laonde oltremodo lo ammiravano ed onoravano, riguardandolo come uno dei pi santi uomini. Tuttavia in principio offese molti di loro, e colla fiducia e liberta de' suoi discorsi si trasse addosso non picciol odio dal popolo, e levati s' eran di gi tra loro alcuni Aniti e Meliti, che accusato avrienlo delle stesse cose, po coloro avean fatto, perch siccome un temnon fu giammai

a84 veduto sacrificare, e solo tra tutti non fu miziato ai misteri di Eleusi. Contro le quali accuse ei venuto essendone in piazza incoronato e rivestito di una pura veste, valentissimamente si difese, con eleganza in parte, ed in parte con asprezza ad esso non solita. E per la prima di non aver mai sacrificato a Minerva, Non vi mase io non le ho disse, o Ateniesi, ravigliate, fino ad ora sacrificato , perocch non pensava io, che s' avesse ella bisogno delle mie vittime. Pe' misteri, disse che la cagione, per la quale non ne volea partecipare, si era, che essendo quelli cattivi, non si sarebbe esso taciuto con coloro che non erano iniziati, ed allontanati avrebbegli da quei tripudj ; e che se fossero buoni, per umanit gli avrebbe palesati ad ognuno. Laonde gli Ateniesi, che di gi dato aveano di mano a' sassi per gittargnene contro, in un momento mane d' allora in poi sueti e placidi diventarono, lo riverirono, ed in fine Io ammil'onorarono, rarono, comeche in principio del suo discorso usato avesse d' un aspro proemio, dicendo: Veme cost incoronato, dendomi voi, Ateniesi , ancora sacrificate perocch il sacrifizio vostro V0' qui porre alcuni suoi non fu bene accetto. detti da lui con piacevolezza ed argutaed bene d' incominciare da Favorino , mente , e dalle cose che a lui disse. Avendo udito Favorino da non so chi, che beffavasi egli de' suoi motti

285 discorsi, e specialmente dei versicciuoli che socome sdolcinati, vente v' incastrava, donneschi, ed indecorosi alla filosofa, fattosi innanzi interchi si era egli, che cosi derog Demonatte ei rispose, che ad essere inha le orecchie norp tanto facili e diEd il sofista non appagandosi, gannate. da cendogli, Con quai capitali , o Demonattey ne sei venuto filosofo P risposegli : fanciullo Un' altra volta portatosi il mede-* Co' testicoli. simo Favorino da lui lo interrogo qual setta ridea le sue cose Un uomo , ei preferiva nella filosona. chi i' ha mai detto, cheio E Ei gli rispose: sia filosofo ? e pare domantendosi molto dolcemente sorridea; ei rispose : dandogli Favorino di che ridesse, Perocchd sembravami ridicolo, che non avendo tu barba, di giudicare i filosofi pretendessi dalla barba. Godendo in Atene gran fama il sotista bidonio, e recitando sempre in sua lode certo encomio di se stesso, vantandosi di 'aver ma non e fatto lo esperimento di ogni filosofia male di qui riferire le sue stesse parole: Se Aristotile mi chiama net Liceo, io son presto; se Plato- ne nell' Accademia, io lo seguo; se Zenone nel semi chiama Pitagora, Pecile, cola mi dimoro; io mi sto in silenzio. Egli levandosi di mezzo agli uditbri, cbiamandolo a nome gli disse: ti chiama Ad un bel giovanetto, figliuolo di certo Pitagora. Pitone dei nobili di Macedonia, che lo indispettiva

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sofistica, e pretendea che con una interrogazione gli conchiudesse quel sillogismo, disse: Io non conosco altri, o figliuolo, che te, che possa conchiudere. Adiratosi colui per quel motto ambiTosto, dissegli, guo , ed insieme minacciandolo, che io son uomo: ed egli allora domandogli con riso: E che se' tu tale? Un' atleta deriso da lui perch lo vide cinto di una florida veste, come vinci tore di Olimpia, gli pere correndogli cosse il capo con una pietra, il sdegnatisi quei ch' eran presenti, cosangue, me ciascuno di essi stato fosse battuto, gridaal proconsolo; disse Demonatte: Non al proconsolo, ma al medico. Passeggiando per una strada ritrovo un anello d' ovano ehe si andasse ro, ed attaccata una tabella nella piazza, domandava, che si l'anello perduto, tra e lo intaglio, giovanetto di viso facesse innanzi il padrone dele che, dettone il peso, la pieNe venne un sel riprendesse molto piacevole, affermando di ti mostrerb

averlo esso perduto. Non dicendo per nulla di e custosano, Yanne, gli disse, o fanciullo, disci il tuo anello, perocchk questo tu nol perin Certo senator romano mostrandogli desti Atene un suo figliuolo assai bello, ma molle ed effeminato, dissegli: Qaesto miofigliuolo ti saei rispose, degno di te, e simile luta. Bello, alla madre. Ad un Cinico che filosofava involto in una pelle di orso, disse, che volea appellarsi,

287 ma Orso. non Onorato, com' era il suo nome , da certuno quale ad esso sembrasInterrogato Se il fine della felicit, rispose: U uomo libero colui esservi mohi e replicando solo felice, uomini liberi, disse: Quegli solo io credo liE torspera e nulla teme forte colui a dire chi cio far potrebbe, disseessendo tutti soggetti a codeste passioni, le cose del mondo, ri* gU : Se tu riguarderai bero, nando che nulla troverai non esser n di timore, za, il molesto ed il quelle degne n di speranvenendo insieme meno ed dolce Riprendendolo si ridea di troppe quel cose,

Peregrino Proteo che e che si beffava degli uomini, e dicendogli: non la fai da cane, ei rispose: PeDemonatte, regrino, non la fai da uomo. Ad un certo fisico che disputava sugli Antipodi,levandosi lo condusse ad un pozzo, e mostrandogli la sua ombra gli disse: Tali tu dunque affermi esser gli An** un altro di esser mago, e Vantandosi tipodi? molte sorti d' incantagioni, di possedere colle quali potea persuadere ad ognuno di offrirgli quacosa volesse: Non disse, perocchb ancor mi vuoi per poco seguire fino dalla fornaja, drai che con un sol verso e con poco velena hi indurrb a darmi del che pane, intendendo la moneta avea la forza istessa della incantagione. Mentre che il famoso Erode piangea la morte ti maravigliare, io sono delV arte/ gli e sp ve-

lunque

288 del suo Polluce immaturamente rapitogli, e comandato avea, che gli si tenesse pronto un coccbio co' cavalli attaccati, come se dovesse quegli salirvi, e gli fosse sempre apparecchiata la cena, egli fattosi innanzi, gli disse: Ti reco una lettera di Polluce Erode compiacendosene, e ch' egli culla folla di tutti gli altri secredendo, condar volesse te sue passioni, gli domando: Cusa adunque, o Denwnalte, da me richiede Polluce? Allora e' rispose: Ti accusa perchb non sei ancora andato a ritrovarlo. Medesimarnente ad un altro che piangeva un figliuolo, all' oscuro, disse, che presentaloglisi potea V omegli era mago, e che ricondurgli bra del figliuolo , purch solo gli nominasse tre uomini, che non avessero giammai pianto per. niuno. Quegli assai dubitando ed esilando, secondo io m' immagino, perocch non sapea, chi nominarsi, Adunque, gli replico, non vedendo niuno senza pianto, tu solo, o ridicolo, Solea ti avvisi di soffrir cose insopportabili? che usavano ne' diancora beffarsi di coloro, scorsi vocaboli strani ed antiquati. Interrogato perci avndo un tale, e rispondendogli quello con attica affettazione, gli disse: Io, o sozio, t' ho ora, e tu mi rispondi come a' tempi interrogato di Agamennone. Dicendogli uno degli amici: o Demonatte, nel tempio di EAndiamone , sculapio a pregar pel figliuolo : risposegli: Tu rinchiuso

289 che non posaffatto sordo Esculapio , giudichi sa udirci, se lo preghiamo da qui? Vedendo una volta due cotali filosofi del tutto ignoranti, ed uno fache disputavano insieme e rissavano, cea interiogazioni assurd issime, e rispondea Valtro fuor di proposito, Non vi sembra, diss' egli, che 1' un di costoro munga un beco amici , co, e V altro gli tenga sotto un crivello? Glodi essere egli il riandosi Agatocle peripatetico solo ed il primo dei Dialettici, gli disse: Agatocle, se tu sei il primo, non sei il solo; se s il solo, non sei il primo. II figliuolo di Ce>tego consolare, viaggiando dalla Grecia nell'Asia del e facea molcome luogotenente dicea padre, ridicole, talche uno degli amici veggendo cio, disse, ch' era un gran letamajo. Per Dio, rispose Demonatte, non poi gran Vedendo una volta' il filosofo Apolmeraviglia lonio che usca di casa con molli discepoli, e ne andava chiamato per conversare coir Imperadore sulla dottrina, Ecco, disse, che ne viene Apollonio co' suoi Argonauti. Interrogandolo un altro, se sembrava ad esso che l' anima fosse immortale, rispose: Immortale, ma come tutte le altre cose Dicea di Erode, che Platone dicea il vero, che noi non abbiamo una sola e Regilla non aanima, imperocchd Polluce veano La stessa anima, se come viventi poteana sedersi a convito, e dare opera a tali Vol II. J9 te cose strane e

ago (1) Oso anche una volta pubblicamenesercizj. te inferrogar gli Ateniesi, udito un lor bando , escludessero 'i barbari dai loro perch cagione che Eumolpo tracio e barmisteri, quando baro aveali stabiliti. Dovendo egli navigar d'inverno, dissegli certo suo amico: Non temi, rovesciandosi la nave, di esser mangiato dai pe. sciP rispose: Per certo sarei bene ingrato, se mi gravassi di esser mangiato dai pesci, avendone io mangiato tanti di loro. A certo oratore che mal declamava, consiglio di far mente e di esercitarsi, e rispondendogli colui, SeTTJ." pre ragiono tra me stesso; Adunque, gli disse, non maraviglia che cosi ragioni, usando di si stolto uditore. Vedendo un indovino che in* dovinava pagato dal pubblico, Non veggo, disper qual cosa tu domandi esser pagato, imtu riperocch, potendo tu mutare il destino, chiedi domanda troppo poco per qualunque se poi tutte le cose andranno possi mai fare: secondo b stato stabilito da Dio, a che giova Certo vecchio Romano, bella il tuo indovinare? della persona, mostrandogli la sua armatura da Come guerra appesa ad un palo, e domandandogli: io combattuto? sembrati,o Demonatte,che abbia se, (1) Regilla era la moglie di Erode attico; Polluce, del l' onomastico , era il suo favorito. Allude ai quale abbiamo conviti, che facevansi a' morti dagliantichi , nella ricorrenza della lor morte in ogni anno.

291 s' apessi avuto un nir. Nobilmente, risposegli, mico di legno. Trovavasi ancora apparecchiato a rispondere con gran sottignezza alle quistioni da uno che volea beffarsi difficili; ed interrogato di lui: Se io arder, Q Demonatte, mille mir^p di di fumo? risposelegna, quante mine faranno , gli: Pesa Za cenere, quello che rimane si tlltto Certo Polibio, uomo affatto ignorante, e fumo. che par lava a sproposito, dicendogli, L'Impera,lprl} TTIha onorato della cittadinanza romana, egU al cielo, che che piuttosto rispose: Piacesse romano t' avesse fatto greco! Vedendo uno dw nobili che si gonfiava per Is ampiezza deUa $Ujl e presa I9, porpora, inchinatosegli all'orecchio, veste, e mostrandogliela disse: Questa prima di Dote La portava llna pecora, ed era pecora. vendo lavarsi, indugiava ad entrar nell'acqua troppo bollente, e non sp cbi accusandolo come timido, gli disse: Mi di: debbo ci io sosterner un altro; Cosq. per la patria? Interrogandolo credi che facciasi nello inferno? gli disse: Aspettami, che io ti scriver di col- A certo Admeto, cattivo poeta, che dicea avere scritto un' e, ed avere ingiunto per pigramma di un sol verso che si scolpisse sulla colonetta del testamento, suo ma non k male di qui riportarlo: sepolcro Qui sta il corpo Admeto, l'alma e in cielo, egli ridendo, disse: E si bello, Admeto, qu&sto epigramma, che io vorrei che gia fosse

292 Vedendolo certuno colle gambe piescolpito , gate come accader suole dei vecchi gli disse: E che ci, o Demonatte? Ei rispose: Cerero mi morde. Vedendo certo Spartano, che frustava il suo servo, gli disse: Cessa di eguagliarti al tuo servo (1). Avendo certa Danae un piato contro il fiatello, le disse: Vanne in giudizio; imperocche non sei Danae figliuola di Acrisio (2) Soprattutto di poi facea guerra a coloro, che non filosofavano per la verit, ma per ostentazione. Laonde vedendo un Cinico,che avea il inantello e la sacca, ed in luogo di bastone un pestello, e che sconvenevolmente gridava ed affermava di esser discepolo di Diogene e di Cratete , gli disse: Non dir menzogna, perech tu sei discemolti d' Vedendo atleti, che (3). Iperide polo e contro la legge dei giuocbi mal combattevano, in luogo di usare il pancrazio (4), si mordevan co' denti, Non istranamente, disse,. i moderni atleti da loro encomiatori sono chiamati leoni. Piacevole insieme e mordace si e quel suo detEra costui di coloro che si to al proconsolo. liscian le gambe ed il corpo, ed essendo certo (1) Allude al costumedegli Spartani, che solevanosferzare in pubblico i lor cittadini. (2) Giai che non era imprigionata nella torre. (3) Scherzo sulla voce Tirifi'Jns. che finge derivare da che coluiportava. appoggiarsi pel pestello si appel(4) nray^driov vale in Italia LuUoforza. Cos faVtl trd Greci una spece di lotta.

*93 e salito sopra una pietra, lo accusava, rinfacciavagli la sua mollezza, talch egli sdegnato comando che si traesse gi il Cinico, e volea Cinico -farlo accoppare di bastonate e dannarlo all'esiil prego lio. Sopravvenendo per caso Demonatte, di perdonargli, percbe avea cio colui osato per una certa liberta propria de' Cinici. Risposegli il ma. in se Per ora io tel rilascio, proconsolo: di che pena appresso oser fare altrettanto , sard egli ,degnoP Allora Demonatte soggiunse: che gli sia fatta lapelerella Comanda (1). A stato era acerto altro, a cui dallo Imperadore fidato il comando di un esercito, e di una gran come si potesse ben provincia che interrogavalo comandare, rispose : Non isdegnandosi, parlando assai. se manpoco, ed ascoltando Interrogato Credi tu dunque giava esso le torte, rispose: che 'solo per gli stolti le api fabbrichino i loro Vedendo nel Pecile una statua colla alveari? mano hanno Cinegiro di una zo. Rufino ciprio ( intendo quel zoppo, colui del Peripato ) veduto essendo da lui sovente nei passeggi, gli disse: Non vi troncata, onorato disse: Ben tardi gli Aleniesi statua di bron-

ha cosa^ptit^

d' avereusato un modo bas(1) Sar qui forse aCCllSalo so e plebeo; ma il verbo greco SQWjraMc&iivctt > a mio sennd non pu meglio spiegarsi. Gli antichi usavano di togliersi i peli con una mescolanza di pece, ed altre droghe, e la chiamavano dropice.

291 sfacciata di un Peripatetico zoppo. Riprendendolo una volta Epitteto, e consigliandolo a prender moglie, ed a procreare figliuoli, dicendogli essere convenevole ad un filosofo di lasciare altro per lui alla natura, risposegli: una delle tue figliuole. que, Epitteto, un. Dammi dun-

Si pur degno di memoria cio ch' e' disse ad Ermino aristotelico. vedendolo malvaImperocch gio uomo, e che commettea mille scelleratezze, ed avea sempre in bocca le dieci categorie di se' tu veramente Aristotile , dissegli: Ermino, Deliberando degno di dieci categorie (I). gli Ateniesi per emulazione dei Corintii di stabilire trao spettacolo di gladiatori innanzi, Se prima, disse, te tolto via V altare della dovete voi dar su ci il essendo in Atene, o Ateniesi, fattosi egli non avrenon Venuto

Misericordia, vostro voto.

gli Eliesi gli decretaegli in Olimpia, disse loro, rono una statua di bronzo: Nolfate, di Elide, altrimenti si parrh che faco cittadini che non drizciate voi onta ai vostri antenati, Lo zarono statue n a Socrate, ntt a Diogene. udii una volta dire ad un savio di ragion civile, se scritte erano pei che le leggi erano inutili, buoni, e pei malvagi; imperocch i primi non di leggi, ed i secondi dalle leggi abbisognavan

sta nell equivocodella (1) Tutto il bello di queslo motto somiglianza delle parole, he non pu rendersi in Italiano. in greco vuol dire (lncht;a ocusa xetTffj-ogta

29"> non Cantava a preferenza eran fatti migliori. quel verso di Omero: E vili e forti insiem togliesi morte. InterroLodava Tersite come oratore cinico gato una volta qual filosofo gli piacesse, rispose : Tutti, ma io venero Socrate, ammiro Diogene, Visse poco men di cento aned amo Aristippo. ni, senza infermita e senza dolori,. non molestando, ne ricbiedendo gli amici, n avendo co. E cotanto lo amarono gli Ateniesi istessi, e che quando compariva, tutta la Grecia, si levavano senessendp straveccbio, gnuno za esser chiamato entrandosene in qualunque casa gli si presentava, vi cenava o dormiva, credendosi i cittadini di godere la presenza di uno Iddio, o che alcun Genio entrato fosse nella lor casa. per le strade, le fornaje a gara sel traevano a loro, ciascuna richiedendogli che prendesse il pane da lei; e quella che potea darPassando glielo, si giudicava felice; e perfino i fanciulli gli offrivano i frutti, chiamandolo Nato espadre sendo un tumulto in Atene, venutone in piazza, colla sola presenza pose tutti in silenzio; e senza dir nulla se ne anpentiti, vedendogli d via. Conoscendo che non era pi capace di sostenersi da per se stesso, disse a' circostanti quei versi dei banditori nei giuochi: i magistrati, Finalmente e si facea silenzio da oda niuno, utile auomo che gli fosse iniminulla

296 b il giuoco, e chi n' degno Gi s' incorona di belV alloro Mi chiama il tempo, n vuol ch'io indugi. d ogni cibo , lieto di questa vita si diparti, e tale, quale sempre apparia a chi il conoscea. Poco prima della morte interrogandolo certuno, cosa ingiugnesse ra, Non v' affaticate, risposegli: il puzzo. E riprendendo colui: E egli sozza cosa, che un corpo qual tu sei, sia divorato dagli cani? sulla sepoltumi seppellira come? non si di tal uomo, uccelli e dai Ed astenendosi Finito

Non si punto inconvenevole soggiunse: di essere agli anima li utile anche dopo la morte Gli Ateniesi per lo seppellirono pubblicacon grande magnificenza, ed assai tempo ed adoravano un seggio di pietra, lo piansero, sopra il quale solea riposarsi quando era stanco, e lo incoronavano in suo onore, estimando ehe mente sacra si fosse quella pietra, sopra la quale si era esso seduto. Non v' ebbe niuno che non s'affreta' suoi funeraJi, e spezialmente i filosofi, i quali, sottentrati alia bara, lo portarono fino al sepolcro Queste pocbe cose tra mole da queste estimar potranno te ho io riordate, i lettori quale sia stato quell' uomo. tasse di ritrovarsi

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ARGOMENTO iu questo Dialogo sopra gli aSi disputa Caricle e Cal. a ragionare mori, introducendo come pi antico il primo dei quali, lieratida, e naturale, difende V amor delle donne, ed il secondo il visi fa a lodare vituperandole, col , palliandolo tuperoso amor dei fanciulli dall' onesta e dettato nome di puro ajfetto, dalla la seconda Tutto ci forma filosofia Nella prima jinto un inparte del dialogo. con cui con un suo amico, contro di Luciano scherinnanzi di narrare la disputa preallegata zevolmente sopra gli amori, ragiona alquanto e non b dai quali vien tratto alla narrazione, di esser letta la descrizione del temindegna era da pio di Venere a Gnido, che rabbellito della Dea di man di Prassitele, lAlla statua un giovane, come se delta quale innamorossi che viva fosse. N si ii questo i1 solo tratto , ci abbiamo di tali pazzi e frenetici amori nema il simile riportano Pogli antichi scrittori, da Clemente Alessandrino, sidippo allegato e Valerio Ateneo, Plinio, Filostrato, Eliano, Massimo. legga si Questo Dialogo di poi comech ne' codici e negli stampati tra le opere

298 di Luciano, io oso affermare, che non k a,ffatto suo: lo stile rf Juro, ricercato .ed oscuro, e si - ben lungi dalla semplicith e dalla che ammirasi bellezza , negli altri componimenti di questo autore Alcuni hanno afferma mato, che il componesse nella giovent, nulla io vi ravviso, che possa farcelo creder dovendovi per lo meno rimaner sempre tale, una qualche forma, o modo suo proprio Le difficolta di volgarizzare questo indecente eomsi stata non lieve, essendo il ponimento del Reitzio assai guasto in molti lit.e dove cerca correggere, ghi, peggiore dei Me ne sono per ci io allontaprecedenti ed ho cercato tra i varj nato alcuna volta, testi, e sopra un codice bene antico untt, mi gliore lezione, e mi sono anche di molto giodel Lovato dell antica traduzione italiana e gua.sta, ma che in molti nigo affatto barbara testi dei presenti luoghi con miglior felicit e delle rimanenti traduzioni latine, ottimamente ha spiegmto il concetto dell'autore Licmo, TEORNESTO , testo

tu fino da questa mane, Lieiito. Ayendo o mio sozio Teomnesto, riempiuto lc orecchie mie affaticate dal continuo studio con isckerzi amatorii, a tempo mi si versato il favore iei

299 e mentre pi trovavami dolci tuoi ragionamenti, assetato, mi venuto il ristoro. Imperocch non pu F animo tollerare la continua meditazione, e desidera ricrearsi e scordare alquanto i pensieri gravi e le ambiziose fatiche. I tuoi piccanti e festivi discorsi e la dilettevole facondia tua il fino dall' aurora mi ban per modo rallegrato che poco manca che non mi creda io cuore, essere Aristide, beatificato de' racconti milesii. E ti giuro per gli amori tuoi, a' quali data ch ampia materia, che fieramente m' incresce, abbi finito di ragionare, e priegoti per Venere istessa ( accio non creda che io parli a cas ), alcun amore o di maschid d di femmina te Io rechi di nuovo ora tranquil, lamente a memoria. Oggi si per noi giorno di tu non ignori festa, e sacrifichiamo ad Ercole: quanto codesto Iadio propenso per Venere, talch saranno insieme a lui grati ed i sacrifizj Teomn. Pi fadil coSa nostri e i ragionamenti. il numerar le onde si saria per me, o Licino, che se tralasciasti del mare, eli fiocchi di neve che cadon dal cielo, che gli amori miei. Ed io avviso, che la faretra. di Cupido vota sia per me di saette; che se volesse ferire altrui, sra derisa la disarmata sua destra. Incorrjinciai io quasi da fanciullo, ed innazi che spuntasse la barba, e stato $ono oGli amori in gnor il ludibrio di ogni desiderio, 'JIle succcdonsi gli uni agli altri , e prima chQ

!7 3oo abbia termine il primo, incomincia il secondo, e sono pi tra lor raggruppati , che i rinascenti intanto che il soccorso capi dell' idra lerna; di Jolao poco potrebbe loro giovare , perche un fuoco non estingue 1' altro. Si siede negli occhi miei un furore si tenero, che traendo a se ogni bel- , lezza, non ne rimane mai sazio, e mi e sovente donde nasca contro di me questo sdegno di Venere, non essendo io figliuolo .del Sole, ne reo delle offese di Lenno, ne come Ippolito accigliato e selvaggio, che meritato abbiami dalla Iddia si irreconciliabile nimista. Lie. La finisci, o Teomnesto, con questa finta e molesta tua ipocrsa E che? ti quereli tu forse della fortuna, che costituito t' abbia tal vita, e ti par dura cosa di conversare con belle donne, e con fanciulli floridi e vaghi? Per certo tu hai bisogno di purgazione per liberarti da infermita cosi grave. Lascia da parte queste pazzfe., e ti reputa beato, dappoiche non sortisti dal destino n i travagli degli agricoltori, n i pellegrinaggi de' mercadanti, ne la vita armata del che Ie Iotte e non hai altri pensieri, soldato, pettinarti Li desiderj di amore tormentando dolce morde il dente della concupiscenza, perch desiderando speri, ed ottenendo godi. Il presente e 1' avvenire recano egual diletto Recitando soavi, le vesti splendide la cura di elegantemente e delicate e talari, e la cbioma. e dilettano, accaduto di dubitare

Sot tu poco fa it lungo catalogo dei tuoi primi amori, non dissimile da quello di Esiodo, le pupille soatnollemente ondeggiavano, degli occhi ve e sottile erasi la tua voce, e simile a quella e dal contegno tuo tuoidi Lieambe, della figliuoia che non istesso facilmente poteasi comprendere, solo le persone di coloro, ma ne amavi pur la memoria. Per la qual cosa se rimanti ancora un qualcbe avanzo di questa venferea navigazione, non occultarne nulla, ed intero presenta ad Ero Licole il sacrifizio. Teomn. Questo Iddio, cino, mangiatore di buoi e, come dicono, mal si compace dei sacrifizj senza fumo solo con parole onoriamo 1' annua i miei discorsi, non interrotti quest' ora, omai riescon sazievoli, ristandosi E poich sua festa, dal mattino fino a la tua musa

dal consueto studio , passi giovialmente la giornata con questo Dio, e da che non ti veggo inchinato a nessuna delle due infermita , siimi tu giusto giudice di quai tu estimi essere migliori, o que' che si dilettan di donne, o quel Io m' ho amendue queste piaghe, e di garzoni. pender posso come un' esatta bilancia, or dalF un lato ed ora dall' altro, secondo n' abbia talento Tu sei libero di tal passione, e qual si conviene a incorrotto giudice darai giusta sentenza. Spogliandoti adunque, o sozio, di ogni dissimulazione, quel giudizio, cbe la scelta mia t' affid, pronunzia omai su i miei amori. Itic, Tu

J02 ti pensi, o Teomnesto, che simile ragionamento sia da giuoco e da scherzo, ma vi pi seriet, che non pensi. Tal cosa non si leggiera, D nuova, ma seria ed antica; e credilo a me, non ha molto che l'hotoccato con mani, trovandomi presente ad una disputa di due uomini, li ed io ne conserquali in cio assai tenzonarno, vo ancor la memoria. Differenti essi erano nelle passioni, quanto nelle parole, n6 si erano come tu, che puoi per facilita di animo trarre vegliando doppia mercede, Pecore bianche e viteffi pascendo Dilettavasi r uno di essi oltre ogni credere del1' amore dei putti, ed estimava la venere fem1' altro alieno affatto dall' aminile un inferno; jnor dei garzoni, era guasto per le donne. Essendo pertanto io posto giudice nella contesa di due opposte passioni, non saprei ridirti quanto diletto ne presi, e tengo pur ora neUe orecchie sigillate le orme dei ragionamenti loro, come se per ora uditi gli avessi. Laonde lasciata ogni cio cbe ti vo9 di narrare detrazione, occasione udii da costoro. Teomn. Ed io mi levo di qua e ti sedero incontro; Che Achille di cantar compia aspettando. E tu incomincia ora a cantarmi 1' antica gloria di quella differenza amatoria. Lie. Pensando io di era pronto alIa vela un venavigare in Italia, loce naviglio di quelli a due ordini di remi, che

3oo nazione asono assai in uso presso i Liburni, bitante nel golfo ionico. Per quanto n'ebbi temed po, porsi le mie preghiere agl' Iddii patr], invocato Giove Ospitale, perche mi fosse propicon un carro zio in questa mia peregrinazione, a due muli discesi dalla citt alla marina. E quivi abbracciati tutti coloro,che Veano ( imperocche seguiami che accostumaXi alla mia pratica malvolentieri si separavano ), montai io sopra la poppa e mi posi a sed ere presso al piloto. Ed allungati essendoci co' remi in poco tempo da terra; soffiandoci il vento da popp , tirammo in alto 1'antenna dalla coverta, e dirizzatala;. disciogliemmo e spiegammo la vela, e la tela allora gonfiandosi, e fendendo la prora con fremito le onde volavamo per modo in sull' acqua , , per mezzo che non ci avria vinto di velocita una saetta Le cose, che in questo viaggio mi avvepnero ee serie, non bisogna che io m'estenda troppo a narrartele. Quando avemmo passata la cost~ di Cilicia, ed entrati fummo nel golfo di piacevoli Panfilia, superammo non senza fatica te Cbelidonie, termini beati dell' antica Grecia, ed approdammo a ciascuna delle citt della Licia, dinon iscorlettandoci sovente co' ragionamenti, gendasi avanzo alcuno, che manifesti l'antica felicit di quei luogbi. Finalmente gionti essendo in Rodi, Aiu del Sole, diliberammo d'ivi accortipagnato m'auna folla di dotti,

3o4 riposarci alquanto dal continuo navigare. Avendo i remiganti tirata in terra la nave, le si adunque attendarono vicino, ed io procacciato essendomi un albergo incontro il tempio di Bacco , passegigiava a mio bell' agio, pienamente godendomi quel riposo Imperocch la citt del Sole si veramente tale, ed ha bellezza corrispondente allolddio. Girando intorno a' portici del tempio di Bacco, riguardavane minutamente le dipinture, ed insieme al piacere degli occhi, mi riducea a memoria le favole degli Eroi, ed all' istante mi furono al lato due o tre, che per piccola moneta mi raccontavano tutta la istoria, e molte cose comprendea io stesso per conghiettura. Saziatomi di vedere, e pensando di ritornarmene a casa, feci. il pi dolce guadagno, che puossi fare in terra due antichi miei conoincontrando straniera, scenti, i quali credo che a te ancora sien noti, veduti avendogli molte volte praticare con me, cio Caricle corintio, giovanetto non deforme, il quale assai si studia di comparire azzimato , credo io, per sembrar bello alle femminette, e Callicratida ateniese, di costume semplicissimo, il quale attende principalmente a* discorsi politici ed alla rettorica forense. Si esercita nondimeno anche nella persona, dilettandosi delle palestre, non per altra ragione io mi avviso, che per a-* more dei giovanetti, ne* quali ogni suo pensiero ha rivolto; e per odio contro le feminine bestemmia

505 Vedendomi ciascun di assai sovente Prometeo loro da lungi, lieti e pieni di aLlegrezza mi vennero incontro, e stretta avendoci secondo 1' uso la mano, pretendea cadauno che io ne andassi in sua ,casa. Talch vedendogli insieme contendissi, che per quest' oggi dere, Si meglio , ne veniate n conal mio albergo amendue, tendiate pi oltre; in progresso, perch ho stami bilito di dimorar qui tre o quattro giorni, a vicenda, e si gitter la darete a mangiare il primo: e cosi fu sorte per chi dehba essere concbiuso. In quel giorno io feci il convito, nel e cosi Caricle dopo lui seguente Callicratida, Ed io osservai alla mensa dei segni, che testimoniavano i loro costumi; peroech l'Ateniese servito era da belli garzoni, e quasi tutti i suoi servi erano senza barba, non rimanendosi presso di lui che fino allo spuntare del primo pelo; e tostoche le gte incominciavan loro a pungere, mandavagli nell'Attica per castaldi e fattori delle sue possessioni. Caricle intorniato era da una turba di ballerine e di cantatrici, e tutta la sua casa ripiena era di donne come nelle feste di Cerere, e non vi si vedea pure un maschio, se non qualcbe fanciullino, o vecchio cuoco, ne' quali per Fta cader non potea sospetto di gelosa come ho osserQuesti adunque, vato, eran testimonianze ben chiare delle passiovi loro, e sovente su cio scaramucciato avean Yolo II. 20

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5o6 tra d' essi, ma non eran venuti a tale, che potesse sciogliersi 1a preallegata quistione. Soprastando il di tempo partire, vollero volontariamente pero nel viaggio, avendo pure essi, acoompagnarmi come io, intenzione di passare in Italia. Dilberammo quindi approdare a Gnido per goderci di vista, e per visi tare il tempio di Venere, quella il quale assai si famoso per una maravigliosa e veramente amaLile opera di Frassilele. Pianamente percio accostammoci a terra, rendendo, siccome io credo, la Iddia il mare tranquillo, e guidandoci alle sue ripe essa stessa. Essendo gli altri intenti alle solite occupazioni, conio quella coppia amatoria ne andava attorno per 1' isola non senza riso, prendendo ben piacere delle opere lascive, che v' erano, convenienti ad una citt di Venere. Vedulo priducendo e le altre cose, ma avendo il portico di Sostrato ebe dar poteanci dletto, ne andammo al tempio di Venere, ed -io e Caricle facevam la via molto pronti, ma Callicratida stavasi di mal umore, per ed io mi esser quello un donnesco spettacolo, credo che con molto gusto cambiata avreLbe la Venere gnidia pel Cupido di Tespia. Spirava di gia dal ricinto del tempio come un' aura venerea, perocche dove non era tetlo, non era il terreno ricoperto di lastre di pietre, ma siccome e. a tutto fertile era sacrato Venere, quello che ra, e ripieno di frutti e di arbori domestici, j

501 e frondose con cbiome, per verdeggianti tjuali facean quasi tetto spazio continuandosi, grande alFaere sottoposto. Tra tutti carico di verdi, frutti vigoroso ergeasi il mirto accanto alla sua Sidi quante altre gnora, nato ivi pi abbondevole piante pianta te ognor fresche e froneuti rami. N6 alcuna per hellezza si distinguano. v' era per vecchiaia fatta cahuta, ma tut-, rabbellite erano dai rinascenti per bellez-

Agli alberi fruttiferi, za mescolati n'eran degli steriH, siccorne platani e cipressi, che alti ergevansi al cielo, e tra quedi Dafne fuggitiva un tempo di Ve- sti l'arbore nere. Su ciascun albero intrecciata spandeasi 1' amatrice edera, e spesse d' attorno pendean le viti: coll'uve, essendo Venere pi gioconda con Bacdi amendue, e i;0, e soave si -e la mescolanza l'un senza 1' altro men ci diletta Nel pi cupo ed ombroso del bosco v' erano liete mense per chi volesse farvi conviti, alle quali rare volte sema la plbe ne' giorni di cittadini, festa vi esercitava in folla i misteri di Venere. Posciach ci fummo dilettati delle abbastanza piante, ce n'en tram mo nel tempio. La Dea vi e collocata nel mezzo ( opera superba e bellisaima di marmo pario), e co' Iabbri par che legTutte le bellezze sue son digiermente sorrida ne cinta da alcun vestimenlo, mi scoperte , nuda, se non che colla sinistra destramente cuopresi le vergogne. E cotanta si stata l'arte del. deansi alcuni

3o8 che bench duro e solido si fosse il si nulladimeno 1' opera in ogni sua marmo, Caricle allora quasi pazzo e fuparte prfetta. ribondo esclamo ad alta voce : O Marte feliismaestro, simo Iddio, ehe legato fosti sopra ogni altro per costei! Ed insieme correndo con umidi labbri distendendo il collo quanto pi potea, baciava la statua. Callicratida, standosi in silenzio, maraII tempio ha due vigliavasi seco stesso di cio porte per chi voglia minutamente contemplar la Dea anche di dietro, perche non si rimanga alcuna parte senza maraviglia, ed entrando per l'altia porta vedesi squisitamente la bellezza di dietro. Parendoci adunque di doverla tutta considerate, girammo d'intorno alia volta posteriore della cappella; e poich ci fu aperta la porta da una donnicciuola, a cui afiidata era la custodia delle chiavi, all' istante stupefatti fummo di quest' altra E l' Aleniese che innanzi poco nella bellezza. faccia riguardata 1' avea, vedendo allora le parti anche piu fanciullesche della Dea, subitamente O Ercole, quanto : furioso di Caricle esclamo mai bene proporzionate son queste spa lle, quanche abbracciar i fianchi, to bene rassettati a una mano! come con compimenpotrebbonsi n delle natiche, to tirate sono Ie carnosit n troppo gonfie per , troppo fisse nelV o&sa Quanto d ben sigillata la forma delgrassezza! le anche! niuno esprimer potrebbe eon quanta

009 alle e gambe congiungonsi proparzione grazia Tal per le cosce, e fino a' piedi distendonsi. che mesce il nel cielo, certo si it Ganimede a Giove; se volesse a me mesoave nettare scermi la bevanda Ebe istessa, io non V accetterei. Gridando Callicratida in dir tai parole come fosse inspirato, Caricle pel grande stupore rimaso era attonito, e parea, che di dolcezza gli lagrimassero gli occhi Quando saziatici di quella meraviglia ritornammo in noi, le vedemmo in usimile ad una macchia di una veste, e pi brutta appara per la lucentezza rimanente del marmo. Ed io facenna coscia una imbrattatura con qualche probabile radomi a conghietturare gione, mi credetti cbe cio che vedevamo derivasse dalla natura del marmo , perocch se ne ritrovan di difettuosi; ed alcune volte la fortuna contraria alle cose, che riuscir possono in sommo grado belle ed eccellenti. Essendo percio di quella macchia fosseci naturale, ammirava l'arte di Prassitele, molto piu percio che saputa avea occultare quella deformit nelle opinione, Ma la custode del tempio parti meno visibili. ch' era presso di noi ci conto una nuova ed incredibile istoria. Disseci adunque, che un giovane di non oscuri natali (il nome del quale per la sua azione non potea dirsi ), praticando sovente nel tempio sospinto dal suo cattivo destino s' innamor della Dea, e dimqrando tutto che

SIO il giorno nella cappella, nel principio fu creduto, cbe ivi slesse per 4in eccesso di religione. levandosi di 'letto, e prevenendo Imperocch sen vena al tempio, e di mal avol'aurora, glia ritornavane e tullo l'intero a casa al tramontare del sole, giorno si sedea innanzi la Dea, sempre in lei fise le pupille degli oc-

gittando alcuni sospiri, e pronunziando parole interrotte, che dinotar pareano di amore, E quando volea altacite riprensioni quanto rimuovere dal suo pensiere quella passione, numerava su questa tavola quatlro dadi d' osso di daino africano, e quando il tratto gli andava secondo il piacer suo, venendogli spezialnon cadendo mente la immagine della Iddia, alcun dado con egual figura, adoravaLa , sperando di conseguire l'intento suo; e se, come suail tratto era trisio e le alcune volte accadere, significava male, bestemmiava allora tutta Gnicorne avvenuta fossegli una insopportabile do, calamit; e dopo un poco riprendeado in mano i dadi, medicava disgrazia so questa su cui celebrato non fosse il molle di albero, nome della bella Venere, ed Qnorato era Prassitele come Giove; TW'v' era cosa preziosa, ch' ei avesse.in casa, che non 1' avesse offerta in dono alla Iddia. Finalmente il contrasto dei. desiderj con un altro tratto la passata di poi sempre "i in esAccrescendosi scorza passione, non v' era muro, ne

e tenendo cbi, la guardava

511 il ridusse ad impazzire, e ritfOY per ruffiana l'audacia. Imperocch andando il sole a tramontache persona non se ne avvire, occultamente e standosi rande, si nascose dietro la porta, nicchiato nel pi oscuro angolo, trattennesi pere quando ebbero le custodi del fino il respire; il nuovo tempio tirata a se la porta di fuori, Ancbise rimasesi dentro io od altri vi racconti Alla mattina veduti furono so di quella notte i segni degli abbracciamenti e la Dea amorosi, ha questa macchia in testimonio di cio ch' ella Ne quivi e bisogno, che l'orrendo e secreto ecces-.

ebbe a soffrire II giovane di poi, secondo comun fama, dicesi che o precipitatosi da una rupe o nelle onde del mare, del tutto mai pi. non comparve Tacendosi la custode del tems' arna pio, si esclamo Caricle: Se la femmina eke farem noi per tal bellezza pure di pietra, animata? Non si estimer forse una di quelle notti quanto lo scettro di Giove? AUora Callicratida sorridendo disse: Non sappiamo per ancora, o Caricle, se non siamo noi per intendere molte di queste cose, quando saremo a Tespi, ed per me dimostrnzione il caso di manifesta Caquesta beata tua Venere. Dimandandogli ricle cos intendesse con cio, secondo il mio un' assai acconcia giudizio, gli die' Callicratida rispusta dicendo, come il giovane amante togliendosi il tempo della notte per dare intero sfogo

512 alla sua concupiscenza, usar volle colla statua al modo dei garzoni , e soggiunse: perch amadonva, credo io, che neppur dinanzi fossesi E qui venendo tra loro ad un parlare punna gente e confuso, racchetando io lo schiamazzar di che con amendue, Vorrei, dissi loro, o amici, ordine trattaste secondo le questa. quistione decenti leggi del/a dottrina, Lasciando per il che non s' avrebbe mai vostro confuso rissare, su cib dica ciascun vicendevolmente termine, e tanto meglio, che non di voi il suo parere; si t ancora tempo di tornare alla, nave, e noi usare quest' ozio in allegra , possiam Uscened in trattenimento gajo e piacevole. done adunque dal tempio, ove troppa folla conad una di andiamcene corre per devozione, diqueste mense, ove potremo tranquillamente re ed udire ci che avrem voglia di ragionadi voi riche chiunque re. E rammentatevi, marrassi vinto, non dovr piii in progresso darci noja di queste cose. Piacque assai ad essi ne uil mio ragionare, ed accordandosene essi, scimmo, id molto lieto, siccome quegli che non niun pensiero, maessi si eran pentormentavami rivolgendo tra se sossopra grandi comenti, quasi a combattere avessero della precedenPoich ginti fummo za nella pompa pJateese. ed aad un luogo tutto ombrato all' intorno, datto assai a mitigare il caldo della stagione. sosi,

3i5 e dolcediss' io , questo luogo, Dilettevole , mente cantano sopra il nostro capo le cicale; e ci6 detto, mi posi a sedere nel mezzo in fore colle ciglia inarcate ma del tutto giudiziale, sembrava un giudice dell' Eliea. E gittate le sorti per chi dovesse incominciare dei due, toccato essendo a Caricle il primo luogo , gli eomandai Essendosi egli che desse principio al ragionare. stato prima fregata la faccia colla man destra, sopra di s, incomincio quasi in questi o Signora, Dovendo io ora ragionare, per te, te invocano ajutrice le mie preghiere. Ogni opera si e perfettissima, quando tu per un poco I discorsi amovi spargi della tua persuasione. alquanto termini: rosi hanno bisogno di te, essendo tu generosa madre di loro. Tu donna ne vieni alle donne avvocata, e fa grazia agli uomini, che si rimangan maschi come son nati. Io adunque in principio del mio discorso testimonia chiamo quella prima madre, e prima radice di ogni generazione quella sacrosanta natura dell' universo, la quale fondati avendo i primi elementi del mondo, la terra, ]a mescolanza ed il fuoco, coll'aria, l'acqua di questi insieme fece ogni spezie

animata. E conoscendo che noi artificio siamo di mortale materia, e che corto tempo alla vita nostra n' dato, ingegno che la corruzione di uno* fusse generazione dell'altro, e quelli che muojono

514 bilancio con quelli cbe nascono, perch scambievolmente succedendosi , immortali vivessimo Essendo di poi impossible, che pracreasse un solo in cadauna spezie, in cadauna spezie ingegn. doppia natura, e donando alii maschi li propri istrumenli per ispargere il seme, dichiaro la femmina essere il vaso stabililo a riceverlo; ed infuso avendo ad aiuendue i sessi il desiderio di amarsi l'un l'altro, gli ha insieme strettamente congiunti con questa santa legge, perche si , ne contro uariinanga ciascuno nella sua spezie tara masebieggi la donna, ne vituperosamente 1' uomo s' infemminisca Per la qual cosa i cengiugnimenti degli uomini colle donne banno fino. a questo tempo conservato per successione la vita umana. N vantasi alcun uomo d' esser natod' altro uomo, e due essendo i nomi degai di venerazione attribuisconsi questi con ogni OlJore eN re ed al padre gualmente alia mad primi tempi quando gli uomini si viveano all' eioica , si osed onoravano la virtu prossima agl'Iddii, della natura, e congiugnenalle donne, padri divennero di generosi figliuoli. Decbinando di poi il lempo a poco a poco da queUa grandezza, e discendendo nella sentina de' vizj , strane ed inconsuete vie a' lor piaiceri trovarono, ed in fine la iussueia, che sa ardire ogM cosa, violo la istessa servaruno i decreti dosi modestamente

3;5 e chiunque si fu i! primo, che guardo cogli occhi come femmina il maschio , dobbiam il d'esso creder due cose, o che tirannicamente forzasse, o che ingannasselo con astuzia Una natura, medesima e natura entr in un medesimoletto, vedendo i che pativano e facevano, nou vergognandb, come si dice, di seminary su sterilipietre, cambiavano con una grande infme uo piccol piaccre. Ed e ormai questa audacia tiranmca tanto oltre proqessa, che sacrilegamente assassinato banno la natura c01 ferro, perocch vohanno lendo accrewere i termini deUa volutt, ed i raiseri ed tagliato a' maschj il lor sesso, infelici per rimanersi Iungo tempo fanciulli non sono rimasi pill uomini, ma un dubbio mostro di doppia natura, servato non avendo ci a cbe erano nati, ne avendo qtiello perch trasformarpnsi. E quella flaridezza che si hanno nella gioventir, 6r disecca in essj in una vecobiaja anai tempo, e vecchi creduti sono nel tempo swss e fanciulli, non godendosi per intervals niuno il vigor della eta, Gosi ta impura lascivia ed il lusso, d'ogni gran male scellerata cagione, in.. ventati avendo gli uni appresso gli altri i nefandi placeri, perche niuna ribalderia non si ricaduta si e la natura in una manesse intentata, infermit, clj^ onestamente non puo ngminarsj Se si rimanesse ci.\SCuno sotto quelle leggi, eke stabilite ci sono d'\lla provvidenza, paghi saremmo.

516 defla compagma delle donne, e da ogni vituperio pura si sarebbe la vita. Imrnacolate conservansi negli animali le Ieggi della natura, potute non esse.ndosi contaminare appo d' essi per mala Non impazziscono i leoni pe' leoni, ma eccitati sono a suo tempo da Venere ad II toro capo del gregappetir le lor femmine. ge salta sopra alle vaccbe, ed il becco riempie di maschio seme r intiero gregge. E che? appetiscon forse i cinghiali gli abbracciamenti dei porci , e non si mescolano parlando, universalmente lan per 1' aere, ne quanti animali sortito hanno di vivere nella umida acqua , ne quanti altri vivonsi in terra appetiscon mai gli abbracciamenti dei mascbi, e presso tutti inviolabili rimangonsi che pazj decreti della natura. Voi, ouomini, zamente vi vantate sapienti, e che siete in verit pessime bestie, per qual nuova infermit, tratti vi siete, in dispregio delle leggi della naa vituperarvi tura, gl' altri? Per quale gl'un stupidit di mente condotti in cotanto errore vi siete mai, che fuggendo cio che vi convema seguire, seguite cio che dovevate fuggire? Che se tutti scelgono questa via, non vi rimarr pur un uomo Ma di questo nata una mirabil radalla quale le ogione tra i filosofi socratici, recchie dei fanciulli, che non hanno intero sendi leggieri sono ingannate , ma non si no, i lupi colle lupe? ed ne gli uccelli che voconsuetudine.

517 lascerebbon mento giuntare quei che sono d' intendifingon costoro un

Imperocche perfetto certa amore dell' anima, e vergbgnando d'amachiamano amatori bellezza del si re la corpo, della virtu; per le quali parole mi viene assai sovente voglia di ridere; imperocche qual cosa* che dispregianvi muove, o venerevoli Filosofi, do quell' et in la quale lungo tempo 1' uomo haf e di cui la canizie e la dato di se esperimento, vecchiezza testirnoniano la virtu, degno crediate della sapienza vostra di rivolgere 1' amor vostro ne' giovanetti , retto iritelletto ventura dennata bellezza menti Omero; Talor fia V uomo di non grato aspetto, il parlar Giove; e le genti JYIa adornbgli Liete. il guardano allor, che con facondia Libero e onesto insiem parla, e tra tutti e mentre passa Del suo popul primeggia, Per le vie, venerato e come Iddio Ed in altro luogo: Sotto un corpo si bel senno non hai cio piu del vezzoso Nireo lodato il savio Ulisse. Come adunque non facendo essi niun conto ne delJa giustizia, ne della prudenza, ne delle che non ancora nella vita banno e giudizio? E cbe? Vi e per avche ogni bruttezza. sia conuna legge, e che di subito sia la come malvagia, lodat

Ma altricome un gran bene? ne va la bisogna, secondo il gran profeta

Sifi altre virti , cbe ritrovansi per certo destino sol negli uomini fdtti, la belleaza sola dei putti-gli comnmove a cosi ardua passione? Per certo, o Platone, avevi tu buona ragione di amar Fedro in grazia di Lisia, ch'esso tradi, o si era convenevole amar la virt di Alcihiade, perch mutilate avea le statue degl' Iddii, e perch nell'ube nello strepito del convito propalo i misteri sacri di Eleusi. Chi gli si professerebDebe amatore, quando trad isce Atene, cinge celia di mura, e mena- una vita intenta alla tirannide ? Ma allorch non vedeansi ancora le sue gote fiorire di un pelo, secondo il sacro Platone, divenne Poich di fanciullo ogni uomo l'amava. uomo, nella quale et lo intelletto suo, ebbe iI suo che stato era fino allora imperfetto, briachezza

fu allora odiato da ognuno. Ma compimento, ad impure passioni venerabili cbe? attribuendo nomi, questi pifr cbe della sapienza amatori della giovent, la bellezza del corpo cbiamano virt dell' anima. E per non parere che io parli a passione contro uomini cotanto famosi, questo mi o Callicrabasti aver detto, e discendendo , tida, da quel troppo loro alto studio a questi ti mostrer cbe assai migliore di tuoi piaceri , E quella dei putti si la pratica delle donne. io ho questa opinione, che ogni voprimamente ed il lutta tanto piu diletti, quanto pi dura, breve diletto sen vola via, e cessa avanti cbe si

r oi 9 Per cbi ne ha a gustare, tanto e pi lungo, e tanto si migliore; per la qual cosa io vorrei, cbe l'avara Parca statuita ci avesse una Che se tutto il tempo di quella pi longa vita conosca. sempre in buona salute, coll' animo tranquillo e senz' affanno , non saria in questo mod-o la vita nostra che. una festa ed un solIMzo. Ma dappoiche la malvagia fortuna ci ha si passasse di que' checi abbiabeni si grandi, La mo i piu durevoli sono i piu da estimarsi donna pertanto incominciando dalla virginita fino a mezz' et, innanzi che interamente 1' abbian invidiato guayta le grinae della veccbiezza, si una dole bench passato sia il ree pratica per 1' uomo ; fiore dell' et sua, non pertanto insegnale l'espede' giovaneui. rienza a parlare pitl saviamente Cbe facendo alcuno prova di un giovane di venl' anni , seguendo una dubbia Venere, mi sembrera che volesse egli esser paziente. Imperocch- in quei che son fatti uomini, le membra souo indurite, e le guancie che prima eran molli, e le cosce, tedivengon per la barba spinose, nere e morbide, ispide sono e folte di peli, e delle parti pi secrete ne lascio to intendimentoa voi, che pi ne avete esperienza. Nella donna risplende sempre la graeia del colorito, e floridi giacinti e porpore rassembrano Ie larghe trecce del capo, ehe ravvolte si spargono in sul e ficadendo collo, adornando alcune le spalle,

O20 altre in sulle tempie * le orecchie, pi crespe che non sono gli apii dei prati. Tutto il restro del corpo, non apparendovi sembianza di pelo, pi dell' elettro e del vetro di Sidone chiaro riluce. E perch di poi non seguitiamo noi quei ci sono comunL, e piaceri, che reciprocamente che egualmente 1' agente ed il paziente dilettano? Imperocch non amiamo noi una vita solicome gli animali irragionevoli, ma conin amichevole compagnia, piu dolgiunti insieme ci ci sono i beni e men gravi le avversit che abbiamo cornuni. Al che ritrovata si fu la mentaria, sa comune, la quale facendo mezzana dell' amicizia, rendiamo insieme al corpo il debito llutrimento; ne soli ( per servirmi di questo esempio ) vogliamo bere il vino tasio, n6 riempierci soli di suntuosi cibi, ma a ciascuno sembra maggior diletto quello che si parte cogli altri, e comunicando i piaceri , pi ce ne dilettiamo. I congiugnimenti delle donne danno eguale retribuzione di piacere, e con pari diletto concorrono e si separano il maschio e la femal piacere, mina, quando non si abbia a stare alla sentenza di Tiresia, che giudico il piacere della donna esser di molti doppii maggiore. Ed io reputo ben fatto di non vol ere avaramente ricevere tutto il frutto, ma renderne vicendevolmente eN6 vi . alcuno gual parte a chi ce ne serve si pazzo che affermar possa, che si dia questo

N 321ne' putti, jmperocch quando avuto quel piacere, eh' ei stima ed il vituperalo nel ne parte, e addolorasi, poscia dopo poco l' amatore si ha se grandissimo,

principio piange tempo rimetten-

dosegli il dolore, non gli farai, come dicono, piu male, ma di diletto non ve n' nulla. Se possono adunque piacere le donne, perch non ci separiamo con un muro gli uni dagli altri? Che se si decevole che usi un uomo coll' altro, aminsi tra loro pure le donne. Or via, o novella et, ordinatrice distrani piaceri, e ritrovatrice di nuove vie alle delizie degli uomini, sii pur cortese alle donne di simile libert, ed usino pure esse insieme come fanno gli uomini. Incomincin pure a legarsi di sotto sozzi istromenti, infruttu'osi insieme e mostruosi artifizj, e giacciansi in un letto istesso marito l'una dell'altra, e quella turche io non proferisco senpitudine tribadica, za vergogna, ed il nome della quale di rado udito, sfacciatamente trionfi, In ogni abitazione delle nostre donne vi sia Filenide che le eserciti contro ogni decoro agli amori femminili. che la femmina infurii imiEgli manco male, tando i maschi, di quello che indecorosamente Dette Caricle quegli uomini infemminischino. ste parole non senza passione , fece fine, riguardando con occhio feroce e terribile, ed a me sembrava, che usato avesse di alcuna purga contro gli amori dei maschi E rivolto avendo io 91 Vol.II.

522 gli occhi verso dell'Ateniese, placidamente sorridendo gli dissi: Aspettandomi, o Callieratidi cosa piacevole e da. da, di sedermi giudice scherzo, non so come, ridotto veggomi a piit seria cosa dalla forza del dire di Cavicle. Imperocchd come se avesse egli avuto a trattare nell' Areopago di omicidio, incendio, o vetutto commosso. Se leno, si in ragionando mai adunque ne fu il. tempo, questo si b al che tu colV animo torni ad Atene, e certo, die la persuasione di Periele, e le lingue dei dieci oratori armate contro i Macedoni, tutte si aggirino in questo discorso tuo, e che di qualche orazione fatta gi ti risovvenga in Pniee. Stato per essendo Callicratida alquanto sopra di se ( e per quanto potea io conghietturare dal suo vol to, si dimostrava anche comincio a rispondere esso pien di passione), cosi: Se alle donne si fusse lecito andare nell'aed impacciarsi nelle faccendunanza, a' giudizj. eletto de civili, si avrebbono esse, o Caricle, te per protettore e per duca , ed onorato pur ti aviebJ.iono di una statua di rame nella piazza. Imperocch appena quante ve ne sono Ira loi o, che riputate sieno in sapienza eccellenti , se d:tlO lor fosse stato di ragionare su cio a lor talento, Teben dire. Non cosi avrebbono quella saputo lesilla armata contro gli Spartani, per la quale in delle tra Marte donne, si annovera gl'Iddii Argo

02D non Saffo 1a dolce gloria dei Lesbj , non Teano e avvendella per Sapienza pitagorica; figliuola tura non tanto bene peroro Pericle in difesa di E dappoich non si disconviene agli uoAspasia noi pur difendiamo mini parlar per le donne, o Ve-. uomini gli uomini, e tu ci sii propizia, nere, perciocch onoriamo pur noi il tUG figliuoche questa lo Cupido. Mi pensava io adunque, si dovesse amena nostra contesa circonscrivere infra i termini degli scherzi, ma dappoich costui co' discorsi per le feminine, suoi si e proposto di filosofar lieto io sono che m' abbia si essendo il solo amore occasione,

offerto questa dei maschi cornune opera di virt e di piacereSe potesse pure essere, bramerei io or qui cbe ascolpresso di noi radicato fosse quel platano, tatore dei discorsi di Socrate, arbore pi avventuroso del Liceo

e dell'Accademia, sotto il quale e vi consegui grazie non pogiacquesi Fedro, che, secondo ne dice il sacro uomo. Forse c he. tramandandoci la sacra voce dai rami, come it ancora del bel faggio di Dodona , ricordandosi Fedro, benedirebbe li nostri amori puerili. Ma essendo questo impossibile, Pereh molti inframezzo Monti ombrosi vi sono, e if mar sonante, e ci ritroviamo noi ora forestieri in terra stra-

con vantaggio di Caiicle per essere a Gninon tradiremo noi la verit, do, nulladimeno niera,

5a 4 Tu solo, o Genio celeste, per viltade cedendo. all' uopo ci assisti, tu, Amore benevolo ed amichevole, precettore dei sacri mister!, non maligno garzone, come per iscberzo ti pingono le mani dei dipintori, ma quello cbe produsse la semenza prima dell' universo, e fosti apuena nato incontanente perfetto, siccome colui che da una deformit oscura e confusa ogni cosa formasti, rimosso avendo 1' antico caos sparso d5 intorno, che sepolcro era del mondo, e cacciatolo nelle intime profondit dell' inferno, laddove veramente sono Porte di ferro, e soglia di metallo, acciocch ceppi, ristretto ivi essendo non possa pi indietro artefice prendo Foscuta notte di splendida luce, fosti d' ogni cosa animata ed inanimata, e sparso avendo una santa concordia infra gli uomini, con oneste affezioni di amicizia gli congiugnesti, loro da una semplice e perch la benevolenza infrangibili tornarsi. E coin

tenera anima insieme nutrita, pi nell' et virile II matrimonio fu ritrosi rimanesse fortificata. vato come medicina necessaria alIa successione degli uomini. L' amore di poi dei maschi si dell' anima del filosolo onesto ammaestramento sofo. E tutte le cose, che ritrovate sono per ornamento oltre il bisogno, pi di onore si meritano di quelle, delle quali abbisogniamo per consuetudine, II bello si migliore ognora del

32"> necessario. Quando adunque rozza si era la vita, n v' era ancora bastante ozio per avere econienti erano gli uomini sperienza del meglio, di attendere n la velocita alle cose necessarie, del tempo intender lasciava i cornodi della vita. necessita ebbero fine, Ma poich quelle urgenti liberatisi dai bisogni, l' ingegno di quei cbe in appresso ne vennero, ritrovar seppe cose assai piu eccellenti, e da questo in poco tempo le scienze si accrebbero. Cio possiam noi ragionevolmente della perfezione delle arti Quei conghietturare primi uomini che nacquero, cercavan rimedio alia giornalrera lor fame, e strelti dal bisogno pren6 avendo per povert comodo di scesente, gliersi il meglio, si cibavan di ogni erba, e scavando tenere radici, mangiavano per delicatezza i frutti delle querce. Ma col progresso del tempo gittarono agli animali irragionevoli Cotal cibo, e la industria degli agricoltori ritrovo la semen-

za del grano e dell' orzo , che rinascevano ogni anno N vi sar niuno si pazzo, cbe affermi essere la quercia miglior della spiga. In oltre, in , abbisognando quei primi cominciamenti gli uomini di ricoprirsi , si riveslirono delle pelli delle e per ripararsi dal fredbestie, che iscorticarono; do, ritrovarono ancora le spelonche dei monti', o antichi arbori incavati nelle radici. Riducendo pero sempre in meglio 1a imitazione di tali trovati, incominciaron di poi a tessersi vesti, e

O2.5 a fabbiicar case; e-1 insensibilmenle le arti di simili cose togliendo il tempo a maestro, in luogo di semplici tessiture, vaghe e varie ne usae per vili casucce edificarono alti palazzi rono, con preziosissimi marmi e dipinsero con flori, de tinte di variati colori i muri nudi e deformi. E certo si , che essendo ciascuna di queste arti e scienze muta, e sommersa in un profondo obblio, essa come da un lungo occaso a poco a poco risorta, e ne' suoi raggi risplende. Imperoccb ritrovato avendo ognuno alcuna cosa, l'ha di poi lasciata al SUQ successore, ed in tal modo , quei che sono successi, aggiugnendo a quello che impreso aveano altro del si compiuto a cio che mancava. Non loro, conviene ricercarsi gli amori dei mascbi nel tempo antico, necessario essendo allora l4 uso delle femmine, percb per isterilit del tutto non pelisse la nostra razza , Ma le varie dottrine, ed i desiderj di questa virt amante del bello, per forza del tempo, di ogni secreto investigatore, doveano finalmente venire in luce, acciocch6 colla divina filosoffa si accrescesse l'amorc dei putti. Per la qual cosa non vol ere, o Caricle, biasimarlo come cattivo , perch da prima non fu ritrovato ed e stato p.ensato dappoi; n perch i donneschi congressi scritti furono da tempo antico deprimer debbono gh altri, dovendo noi credere necessita le antiche invenzioni , e preferire

5-21] che con piu ozio e ragione la come migliore cio E non potea io poco seguente et ha ritrovato. innanzi rattenere te risa, lodando Caricle gli animali irragionevoli, menticando quasi, degli Sciti, diper grande impegno di sostenere l'opinion sua, di esser greco. Imperocche parlando contro ci cb'ei intendea difendere, con basso tuono di voce occultava le sue parole, ma Non con voce alta, ed a piene canne esclamava: ed i deserti si amano insieme i leoni, n gIi orsi, ne i porci, ma sollanto sospinti sono ad appetire la femmina. E cbe maraviglia? Queste cose eleggersi coloro adunque non possono, che per ragione; che per istupidit intelletto non hanno, non posSe Prometeo., o alcun altro Idsono averle. dio aggiunto avesse l'intelletto umano a ciascuno animale, non trarrebbon essi la vita loro in deserti ed in luoghi alpestri , n si mangierebbon tra loro, ma come noi edificalo avrebbono e ciascuno si avrebbe da per se la sua temp], casa e il suo fuoco, e si reggerebbero con pubbliche leggi. E. che vi ha di stranezza, se gli animali condannati dalla nalura re di niuno intendimento, ni , privati ancor sieno dalla provvidenza del desiderio dei rnascbi? I leoni non si amano? perche non sono filosoii. Gli orsi non si amano ? La perche non conoscono il bene dell'amicizia. prudenza congiunta alla scienza infra gli nomini, a non partecipasiccome degli altri be-

5*8 na dopo molta esperienza scegliendo 1' ottimo, che li piu fermi amori sono quelli conchiuse, dei mascbi. Non ti sforzare percio, o Caricle, raccozzando insieme - puttanescbe novelle, d' insultare con nude parole alla grave nostr onest, ne mescolare insieme eollo stolto il celeste Amore : e comeche per la tua et tardi sei stadappoicb intendilo ora, che vi sono due amori, che non vanno per la stessa ne eccitano li nostri spiriti con un soffio via, medesimo Ma 1' uno , come io credo, del tutto di sentimento puerile, non guidato da niuna ragione, restrignesi per lo pi nel cuore dei paz.zi, al quale molto grafi sono i desiderj femminili., e questi si compagno di quella giornaliera passione, e ne va senza giudizio dove a lui dei tempi Ogigii, piace. L'altro amore padre onesto a vedersi, e spettacolo veramente divino, signore delle passioni modeste, il quale inspira sani e mansueti pensieri nell' animo di ciascuno. Questo Iddio abbracciamo propizio, riin esso la volutt alia virtude congiunta, spirando egli veramente due fiati, seconE bench le passionr non sieno do il Tragico. simili, comprese tuttavia sono sotto un medesimo nome, imperoccbe la vergogna si un genio ambiguo, misto di bene e di male, Capace all' uomo di giovare e nuocere; trovandosi. to ad imparar questo, prima- non 1' hai inteso, nulladimeno

329 sola una spezie, N di contenzion Ma due havvene in terra, l'una a lode, L' altra a biasimo intesa, e separato Tengonsi il cuor se uNon adunque punto da maravigliare, passione ha conseguito un medesimo nome e chiamisi Amore e volont disocolla virtu, Dicon di poi: nesta e modesta benevolenza e vuoi cacciar le Tu per nulla stimi le nozze , e quanto poi dureremo noi donne dal mondo , na uomini? tissimo Ottima cosa sarebbe, secondo il sapiense senza accostarci alle femEuripide,

mine ce ne andassimo

a' tempj ed a' luoghi sacri , ed ivi a prezzo d'oro e d'argento, ci comprassimo i figliuoli per la successione. Ma avendoci ora una grave necessita posto il giogo in sul collo, e costrignendoci ad obbedire a' comandamenti suoi, colla ragione eleggiamoci adunque il meglio, e ceda 1' utile al necessario. Le don, ne ci sieno un istromento per averne figliuoli, e si steano da in altro a me non si accostino, lungi. E chi sano di mente potra poi mai comche il mattino imbellettasi la , portare una donna persona con istudiati e finti artifizj, e della cfuale se si e brutta la faccia, strani ornamenti rabbelliscono la deformit della natura? Se vedesse alcuno di subito le femmine nel mattino quando si levan di letto, le credera assai piu sozze di quelle bestie, che sono di mal augurio a

33o nominarsi nella prima ora. Rinserransi percio in casa, ne vedere si fanno a persona; delle vecchierelle, ed una turba di fanti di egual bellezza a loro, fanno lor cerchio d' intorno, impiastrando il disgraziato lor volto con mille unguenti m risvegliatesi da profondo sonno lavansi con acqua pura di fonte , ne levate si pongono a ma mescolando insieme qnalche onesto lavoro, composizioni di belletli, cercano rammorbidirsi e lustrarsi la vizza pelle del viso , e sembra u-

na pubblica pompa it veder quelle fanti intente al suo delle cbi tiene in ufficio, quali ognuna mano bossoletti d' argento, chi vasi , chi specchi con una quantit all' intorno di scatolette e barattoli, che tanti non ne sarebbono in una spezieria, ripieni tutti di molte tristizie, tra le quali si hanno, come un tesoro, que' che racchiudono i denti, e di far negre il segreto d'imbianchire le ciglia Consumano poi 1a maggior parte del tempo nell' arricciarsi i capelli, perocch6 alcune hanno segrti, che valgono a far biondi i capelIi, e standosi al sole di mezzogiorno ( condanirando 1a propria natura) colorisconsi la chioma le quali per le necon biondi fiori. E quelle, gra chioma primeggiare si credono, tutta in essa consumano la riccbezza dai lor capelli un Arabia menti di ferro arroventati co si arricciano i capelli, dei mariti, olezzando E con istrointiera. a lenta fiamma di fuoe se gli tirano con

33i grande arte in sulle ciglia, lasciando e la. lo spazio in mezzo alla fronte, I chioma raccolta in ricci superbamente loro dietro alle spatle. Hanno di poi un piccorirnanente ondeggia scarpe di

fioiiti colori , che il piede ristringono comprimendo la carne, e per comparire nude, portano a bella posta sotlilissime vesti, intantoch meglio della faccia loro, veder si possona le loro parti coperte, eccetto le poppe, le quali sconciamente 101'9 pendereLbon sul ventre, se non le portasseto sempre legate: Ne evvi bisogno di dimostrare le maggiori loro cattivit, come pendenti alle di pietre eritre di prezzo di molti tache lenti, serpenti alle mani ed alle braccia, sada pur vantaggio se veri fossero e non di oro, ed il capo cinto da gbidanda di gemme inSontuose coldiane, che come stelle risplendono. lane lor pendon dal collo, ed all' estremit fino dei piedi discende il miserable oro, rilegando al calcagno cio che rimanesi nQdo, degne piuttosto essendo, che co' ferri ivi avvinsi banno te fossero le lor gambe. Goperto che tutto .il corpo con bellezza bastarda ed ingannatrice, a modo di un incanto con belletti liquijdi si arrossiscon le svergognate gote per na. pconder con un fior porporino la troppo bianca e grassa lor pallidezza. E quale si e la lor vita dopo tanti apparati? Incontanente escon di casa per visitazioni, che fan tremare i mariti, intorno orecchie

552 a' tempj d'Iddie, di alcune delle quali aon si sanno i miseri neppure il pome, di Coliadi, di Genetillidi, della Dea Frigia per libidine innamorata alla foUia del pastore; - aggiugnendovisi. sacrifizi secreti e misteri sospetti fuori della presenza degli uomini. Ma a che pi ravvolgerci nel lor lezzo? Quando ritornano a casa, di subito per lungo tempo si stanno nel hagno; quiadi, abbench la mensa sia sontuosa, nulladimeno fanno uso co' mariti di gran finzjone, perocch ripiene essendo delle gozzoviglie fatte tra loro, non pu ricevere la lor gola altro cibo, e tintillando colle punte de' diti , svogliatamente intanto gustano di ciascun piatto, raccontando dei sogni di diverso colore, e dei delle notti, loro letti pieni di femminili mollezze, dai quali, quando uno si lera , conviene all' istante andarsene al bagno Queste sono le testimonianze della continua lor vita; ma chi ricercar si volesse verit di altre piu odiose cose, singolarmente.la aI certo Prometeo, esclamando bestemmierehbe con quelle parole di Menandro, Si scrlve a torto, che Prometeo in ceppi Legato penda dalle rupi, primo Perch il fuoco trovo, n ben niun altro. Ma credo io perch in odio a tutti voi Formo la donna, o venerandi Idd, rozza: che se uom si ammoglia, Rihalda e sozze voglie A libidin s' ammoglia,

533 in stem fan seherno al letto ColVadultero orribil male, E i veleni, e V invidta, Che mentre ha vita, ognor la donna ha seco* Chi vorr seguire cotesti beni? o a chi mai acGiusto si cetta sarebbe cotesta vita infelice? con queste donnesche di paragonare adunque Levancattivit la mascbia vita dei giovanetti. dosi la muttina dal libero letto, lavansi essi 1ft reliquie del sonno con semplice acqua, e legatisi fibbie in sugli omeri un gonnellino di lana, se ne escon quindi dalla casa paterna col capo chino, senza guardare in viso a niuno, che Una modesta oompagnfa di servi e incontrano. colle di pedagoghi gli segue, recando in mano onesti stromenti di virt, non pettini diradati per non ispecchi-, che dipinlisciarsi le chiome, la forma della persona. Ma ta lor rappresentino vengon lor dietro molte ben composte tavolette e libri, che contengono la virtu delle opere degli antichi., e se vanno alla musica, aecompa-' di continuo gnali Ja.dolce lira. Ed-esercitando r animo ne' filosofici studj , quando riempiuta si banno la mente dei beni della erudjzion della scuola, allora in liberi esercizj affaticano il corpo dilettansi di cavalli tessali, e scozzoImperocch nando la loro tenera et, si esereitano nella pace alla guerra, lanciando con gran destrezza dardi e saette. E nel bel caldo del mezzogiorno lottando si ricuoprono il corpo di polvere, e colanti

534 di sudore per la durata falica, se ne entran per breve tempo nel bagno, ed e quindi apparecchiata ad essi una mensa sobria e convenevole al loro modo di vita, essendo di nuovo ivi assistiti dai. che insegnano e dimostran loro la mtmaestri, moria delle aniiche cose , raccontando chi sia stato il pi forte eroe, chi per prudenza piu sia celebrato, e quali osservarono nella lor vita la giustizia e la temperanza. NuLricando con tali virtu la loro mente ancor tenera, colla sera pongono fine agli studj, e renduto il debito tributa ai bisogni del corpo, si dormono dolci sonni , che sono loro di ripopo e quiete dopo le fatiche del giorno Chi non si muoverebbe ad amare una tal creatura! Chi si cieco sarebbe degli ocgi povero, che non amasse chi, chi d'intellelto chi rassembra Mercurio nell' esercizio, Apolline pella lira, Castore a cavallo, e chi' siegue in mortal corpo divine virtu? Piaccia agl' Jddii, che io m' abbia in perpetuo tal vita di sedermi incontro all' amico, o d' udirlo soavemente parlar da vicino., accompagnarlo quando esce , ed aver con esso ognicosa comune! Ogni amatore far debbe voti, che il suo diletto senza infortunj e travagli aggiunga all'ultima veccbiezza, menando una vita libera dai colpi della foituna. Ma, se come suole accadere per le leggi della natura umana, foss'ei attaccato da infermit, vorrei infermarmi con esso, e lo accompagnerei navigando

335 per mar tempestoso: e se per violenza di tiranno fosse ei posio in catene, dividerei io con esso quei ferri. Chiunque gli vorra male sar mio nimico, ed amero coloro che gli saranno beneo assalire Vedendolo assassini, voglienti. dagli dai nimici, strignero le armi anche al di l dlle mie forze; e se si morr, non sosterro io pi * di vivere. L'ultimo mio codicillo - a coloro che dopo lui stati mi fossero cari, sara di comandar loro di riporci amendue nel sepolcro istesso,' e mescolando le ossa colle ossa, non separare tra loro le mute ceneri Ne per la prima volta verso cbi il merita ban tali cose fermato i miei amori, ma la sapienza degli Eroi prossima coi alla divina tali leggi propose infra quelli, quali colla morte spiro l'amore dell'amicizia, Focide- congiunse fin dalla pueruia Pilade ed Oreste, i quali ricevuto avendo il dio per mezzano delle affezioni loro, navigarono nella vita in una nave medesima Amend ue come figliuoli di Agamennone uccisero Clitemnestra, e da amendue Egisto fu ucciso. Le Furie che OresteGiuagitarono, non meno Pilade travagliarono. dicandosi Oreste, Pilade lo assisteva. Ne nei termini della Grecia si contenne quell* amorosa amicizia, ma navigarono insieme agli ultimi confini di Scizia, e l'uno infermando, l'altro ne avea cura. Ed, entrati che furono nel paese taurico, di subito gli albergo 1a vendicatrice Furia

536 materna, e circondati no cadendo nel solito da barhari , l'ufurore giaceasi in terra; e bocca velo essendo

Pilade Curando il corpo, la spumante Gli netlava, e col ben tessuto Ricoprivalo

cosi un' affezione non da amatodimostrandogli E poiche fu sentenziato che re, ma da padre dovesse 1' uno rimanere e morirsi, e 1' altro andarne a Micene a portar le lettere, ognun di loro rimaner volea per r altro, credendosi ciascun di vivere nella vita dell'altro. Ricusa Orele lettere, pi degno essendo di riceste di tor verle Pilade, e quasi divenu.to amatore in luogo di amato, esclama : Che perisca costui iri e grave, D' ogni male io cagion. essendo

E poco appresso : D le lettere a costuis, Che n' andrh in Argo, e ben delle tue cose Avr cura, e qui noi chi vuol ne uceida. -E suole cosi ognora accadere, quando dalla puerizia si nutricato un amor virtuoso, e col crescere degli anni meglio cap ace di ragionare, obe colui che prima fu amato rende vicendevolmente amore per amore, ed difficile riconouna simile scersi qual sia 1' amatore, risultaudo immagine dalla benevolenza loro reciproca, come da uno specchio Acbe dunqe ci rinfacci

137 come strana delicatezza dell' etu questo amore, dalle leggi t nostra, stato essendo determinate divine, e per successione a noi pervenuto ? Ricevendolo perci volentieri, con pura mente, coessendo colui veme sacra cosa, lo conserviamo , ramente felice, secondo la sentenza del Savio, Che ha veloci caOalli e garzonetli: E dolcemente s9 invecchia quel vecchio, si b caro Che a' garzoni di Socrate furono in su' delsplendjdo ~tribunale della onorate

Le dottrine

fici tripodi da quello virt, pronunziato avendo Apolline l'oracolo della verit con dire, che si era Socrate il pi sapiente degli uomini , il quale non solo con altre disci-

pline giovo al viver nostro, ma introdusse ancoutile, l'amor dei garzora, come sommamente ni. Conviene per altro amare i giovani, come Socrate am Alcibiade, il quale in paterno soono si dormi con esso sotto una medesima coltre. Ed io per fine del mio discorso volentieri aggiudi Calgnero a preferenza quell' avvertimento limaco : Voi, che la gola vi ponete Per mangiarvi i garzon sic cos gli d'amar , Insegnovvi Che santi e prodi cittadini agli occhi come Erchio amate; avrete

Questo avendovi in mente, o giovanetti, modestamente convgrsate co' buoni- fanciulli, ne per breve diletto perdete una lunga benevolenza col Vol. II. 22

558 un finto amore fino all' et loro inatura, ma, adorato quell' Amore celeste, costante e ferma conservate 1' affezion vostra dalla puerizia alia recchiezza Per coloro, che amano in cotal modo felice si il tempo del viyer loro, , non avendo a rimproverar la coscienza di niuna disonest, ed eterna dopo la morte la lor fama si spande; ~ce se dobbiamo credere alli figliuoli dei filosofi , il cielo accoglier dalla terra simili e morendo a vita migliore, rieveranuomini, no 1' immortalit in condegno premio della loro virt. Avendo Callicratida cosi ragionato, ed in modo insieme grave e veemente , ritenni io Gadimostrare

ride, che volea di nuovo rispondere, imperocch era gif ora di tornarsi alla nave. E pregandomi essi di sentenziare cio che ne pensassi, pesati insieme i diseorsi dell'uno e dell'altro , diso compagni miei, si loro: E non mi pare, abbiate codeste cose a cache voi ragionato ma sono queste anzi so, e senza pensiero , - orme di uno studio Nb diligsnte e continuato. che vi cosa che si potesse dire da altrui, avete e dimoslrato voi abbiate pretermessa, delle cose, e maggior forza molta esperienza di eloquenxa nel dire. Laonde io, se possibil essere. quel coturno di Tedesidererei fosse, acciecch amendue vi partiste egualramene, Non pertanto dappoich mente colla vittoria td sembra, che non vogliate lasciarmi libero,

339 di non piii nojarmi di queste io ho diliberato cose nella navigazione, ci, che a pronunzierd 11 esser giustissimo. me di presente sembra si agli uomini utile e beata comatrimonio L* amor va prospera sa, quando la fortuna volte b giustdmente dei garzoni, quantunque lo credo solo stretto da una casta amicizia , per la qual cosa si ha opera della filosofia ; e V amor dei garzoni , ogni u'omo lasciar si dee ai soli filosofi ; diffiperocchd una perfetta cilmente ritrovasi nella donna a maritare E tu, o Caricle, se Conon ti gravare , rinto cede ad Atene. Avendo cosi io per modestia con poche parole definito il giudizio, mf levai , perch io vedea Caricle si mesto, come stato fosse sentenziato a morte. E l'Ateniese con lieto Tiso saltando in piedi, ne veniva assai alche superato tero, che si saria taluno pensato, avesse i Persiani nel mare di Salamina Ed io m' ebbi della sentenza splendidamente pel suo trionfo; tra cosa, magnifico mia questo frutto, che mangiai nel convito, che ci die* essendo egli, siccome in ogni aleziandio nella mensa. Somvirt

io pur Caricle sulche adicendogli, vea io assai ammirato il suo valore nel difendere la parte la pi difficile In tal guisa la nostra dimora in Gnido, ed i discorsi nostri ragionati

messamente di poi consolava la forza della sua eloquenza,

34o presso del tempio con sollazzevole impegno, e con erudite dottrine, si ebbero tal lieta fine. JVIa tu, o Teomnesto , che richiamato m' bai questa omai antica memoria, se stato fossi allora tu giudice, come avresti sentenziato? Teomn. Per tu o Corebo o Melitide, che io voglia dar voto contro la tua sentenza, ricevuto spezialmente avendo tanto sallazzo, che. mi sembrava d' essere in Gnido , e per poco non ho creduto, che questa casetta non fosse il tempio di Venere? Nulladimeno poiche npn vi e cosia indecorosa a dirsi in un giorno di sa, che festa, ed ogni riso anche soverchio sembra non disdirsi in codesto tempo di allegra, a dirtela come la penso, que' tanto gravi ragionamentr dell' amator dei fanciulli mi pareano belli da dire, ma poco io gli credo confacenti al piacre ed a me punto non piacerebbe di con un fanciullo per soffrir la pena umettandosi appena gli occhi, e quando si puo trarre l'acqua in abbondanza, soffrire la sete Ne bastante il vedere colui che ami, e sedersegli incdntro, ed ascoltarlo parlare; ma il quale ha formato i gradi del piacel'amore , re, ha riposto nel primo il vedere, e veduto si desidera di accostarsi , e hench la prima volta si tocchi colla punta sol delle dita, tuttavia qufil deIFanimo; conversare di Tantalo, piacere discorre per tutto il corpo, e succedendo Dio! mi credi

541 ben co1 fa la terza si bacio, plaprova questo, e i labbri alle labbra, accostando cidamente si tocc h ino, ritirandogli, per primach del tutto Sia a me con-Don lasciar segno di sospizione. cesso di amare sublimi i fanciulli della in tal modo ciarlatani filosofa, Quei innalzando te

pascolano coll' abbelliciglia sopra 1a fronte, mento delle parole gli sciocchi; e Socrate si era come ogni altro innamorato ; e se si giacque non si una stessa coltre, seco Alcibiade sotto Iev senza ferha. imperocNe maravigliartene, ch Patroclo non fu amato solo da Achille percbt: sedessegli incontro il canto , Intento ad esso che Jinisse ma il piacere era mezzano della loro amicizia E piangendo Achille la morte di Patroclo , non facendogli avere pi riguardi la sua passione , se n'esce a dire la verit esclamando: La santa amist tua delle tue cosce S' era piii bella I E' dirassi alcuno esser queste cose a dirsl non convenevoli; non pertanto, per Venere gniLie. Non sostengo , dia, si son esse pur vere o amico Teomnesto, che qui tu gitti le fondamenta d' un terzo discorso, il quale non lecito dire, che in giorno di festa, cacciando via Per la qual ogni altra cosa dalle mie orecchie cosa, lasciato d' intrattenerci di questo per piui

342 , imperoclungo tempo, andiamone alla piazza cb si giammai ora che si accende il rogo ne si questi spiacevole spettacolo , all' Iddio, ricordando a noi presenti cio, che di gi soffrj ^gli in sull' Eta

545 IMMAGINI

LE

ARGOMENTO in questo Dialogo le lodi di Contengonsi una Pantea concubina, per quanto appare, delci V Imperadore Io ho ricordato Romano. nella vita delVAutore preposta al primo tomo di queste Opere, e non avendo maturamente il presente componimento, inchinai esaminato a credere, che Luciano lodato avesse in questo la moglie di Avidio Cassio; ma di ci de* vo ricredermi, perocch considerata meglio la forza di quelle parole rwfixeiKei auvouaxv, e le altre appresso xxi 'TTpos riv gwovtoi 'v'[O!), parmi che intender si debba pi di concubina , che di moglie, ed io son di avviso , che qui non della concubina di Marparli l'Autore , co, ma di alcuna di quelle di Lucio Vero, i1 di Giulio Caquale sappiamo per testimonio che lungo tempo dimor in Siria, pitolino, dandosi termini in preda ad ogni dissolutezza; ed i di buono e di placido, non mal si il quaconvengono a questo debole Imperadore, le non I! tacciato di crudelt dagli Storici, ma di costumi dolci solo ed effeminati Questo Dia/ogo di poi quanto bello per la maniera, son che scritto, altrettanto si disgustevole

t44 che l'Autore vi per la vil.th dell' adulazione , delle Imadopera in ogni parte. Intitolato magiili, perch raccozzandosi quanto vi k di e nelle statue de' granbello. nelle dipinture , di artefici antichi e ne detti dei fiZosofi e dei si rivolge tutto ci in lode di cfuestd poeti, della quale si offre V encomio donna, LICINO, POLISTRATO che avvenir solea a istesso, Quello coloro, che veduto aveano la Gorgona, si a me avvenuto in vedere poco f<to una bellissima donna; imperocch, siccome dice la favola, poco mancato che d'uomo non sia io divenuto pietra, stupefatto di meraviglia. Polist. Corpo di Ercole! Si dee ben esser questo, che tu di', grande e veramente violento spettacolo, che abbia una donna Assai di leggieri colpito Licino per modo tale ti suole avvenir ci per parte dei garzoni, e saria , che pi facile d' interamente muovere il Sipiio allontanarti dai belli, quando ti stai a guatarli a bocca aperta, e sovente lagrimando, come quella figliuola di Tantalo (1). Ma, mi di', chi si t: mai codesta Medusa sassificatrice, e dove sL sta ella, perche possiam vederla ancor noi? perch6 io credo, che non ce ne invidierai la vista, n. sarai (1) NiotJ. Lie.

545 geloso, se teco insieme vorrefn pur uoi, vedendola Lie. Ti conviene da vicino, rimanerne ammirati. che guatandola per lo innanzi bene intendere; soltanto da una specola, ti render attonito ed pi delle statue; e se solo la vedi, si sar per avventura la ferita pi placida e meno mortale, perch, riguardandoti essa, non te* ne poed a suo tatrai distaccare per modo niuno, immobile lento condurratti calamita. Polist. mi questa portentosa questa donna? Lic. Tu t' avvisi che io ecceda legato, Cessa, come si trae il ferro la o Ljcino, di modelIare mi di' cbi e bellezza,

che quando 1' avrai nel discorso, ed io temo , tu veduta, le mie lodi ti sembrin deboli: tanto colei si migliorer agli occhi tuoi. Non saprei dirti, chi ella si sia, ha pero intorno a se molta corte, ed un apparato assai splendido, una folla di eunuchi e di fanti, ed universalmente sembra la condizione sua maggiare alia comune e privata. Polist. Ne intendesti pure il : se non Dome, col quale appellavasi? Lie. No questo solo, che si dessa di Jonia; imperocch uno degli spettatori, mentre passava, riguardando il vicino, gli disse: tali sono le bellezze che la pi belba di Smirne; n maraviglia , citta della Jonia, prodotto abhia la donna pitt bella: e sembravami, che colui che cosi parcotanto glolava, fosse anche egli di Smirne: riavasi di quella citt. Polist. Dappoich tu

346 ti sei comportato da sasso, non sene domandando a quello Smirneguitandola, se chi ella fosse; per lo meno, per quanto puoi , accennami col discorso le forze sue, cbe da questo per avventura ne puo avvenire che io la conosca. Lie. Cio che tu richiedi si grande cosa; ne si pu rappresentar col discorso, e spezialmente col mio, cotanto maravigliosa immagine, per la quale sarebbero appena sofficienti o alcun Fidia, o AlcaApelle , Zeusi, Parrasio, ed io guasterei 1' originale colla debolezmene ; za dell' arte Polist. Ma in fine, o Licino, quale si era il suo aspetto? non poi si difficile impresa, che tu ne mostri ad una persona arnica l'immagine secondo i suoi lineamenti. Lic. Io m' avviso di farlo con pi sicurta, chiamando al1' opera alcuni di questi vecchi artefici, che mi modellin la donna. Polist. Cosa ti vuoi tu dire con ci? e come a te ne verranno, morti essendo tanti anni innanzi? Lie. Facilmente, quando a te non incresca di rispondermi alquanto Polist. Interroga pure. Lie. Hai mai tu viagCertao Polistrato, in Cnido ? Polist. giato, Or bene, vi hai tu senza dubbio mente. Lie. veduto ancora la Venere. Polist. Per Dio! si e una delle pi belle opere di Prassitele. Lie. Hai pur tu dun que udito la favola, che di essa narche imbertonatosi non so chi rano i cittadini, della statua, e nascososi a questo effetto nel veramente

347 si congiunse ad essa, come meglio gli tempio, venne fatto Ma cio pu essere riferito di versamente, e bastami che tu affermi averla veduta, Hai veduto 1' altra ed or rispondimi a questo. ne' giardini di Atene? Polist. Sarei il pi trascurato degli uomini, se trasandato avessi di vedere la pi bell' opera di Alcamene. Lie. Di questo ancora non vo' lasciare di dose salendo tu sovente nella rocca, vi mandarti, Polist. hai osservato la Sosandra di Calamide L'ho veduta e molte volte. Lie. Ma basti di di Alcamene cio. Quale delle opere di Fidia ti par pi laudevole ? Polist. Non ne saprei altra, se non la Lemnia (1), nella quale volle Fidia scrivere il nome Lie. e 1*Amazone o sozio, Bellissime, suo, all'asta appoggiata e tali che non ti bi-

Or dunque da tutte sogna ricercare altri artefici codeste insieme, convenevolmente disponendola ti mostrero io una sola immagine, che di Cillscuna avr il pi eccellente. Polist. Ed in qual modo ci potr farsi ? Lie. Non vi ha difficolt, o Polistrato, se accomodando quelle immagini al discorso nostro gli comandiamo di adornarle, comporle , ed abbellirle col pi bell' ordine a noi possibile, conservando insieme in tal mescolanza la proporzione e l,a varieta. Polist. Non dici male; incomincialo a dimostrare, ed io vo' (I) Minerva.

548 Vedere corne farai uso di queste immagini, e co* me da tante e si diverse potrai fbrmarne una., che non apparisca strana ed assurda. Lie. Figura adunque vederti presente l' immagine, che preso abbia da quella di Cnido il capo soltanto, non avendo per esser nudo bisogno del rimanente del corpo I dintomi della chioma, il mento, i ben lineati sQpraccigli concedi che gli abbia tali quali li fece Prassitele, conservandogli quegli occhi languidi insieme e leggiadri ed a-

mabli, secondo il concetto dell' artefice. Le gote e le parti al di sotto degli occhi, le prenda da Alcamene e da quella dei giardini, siccome le stremit delle mani, la proporzione delle palla sveltezza delle dita Iunghe e dilicate , me , tutto ci Io prenda pur dai giardini. II contDrla no di tutto il volto, il liscio delle guance , , le presti Fidia e ta Lenproporzione del naso nia; la bocea con quella sua sfenditura ed il colLa Sosandra e Amazone. lo lo prender dall' di verecondia, e sogCalamide 1' adorneranno ghigner come quella, dolce e pudica; e dalla Sosandra ricever pure la decorosa veste, ed il se non che essa ne ander leggier portamento, a capo scoverto. L* et e la statura sua sar in ogni sua parte simile a quella di Cnido, perocch ancor queste brnissimo espresse son da Prassitele. Che sembrati, o Polistrato, non sar belse sar posta e spezialmente la .1' immagine?

349 Polist. Ma hai ad esecuzione. scrupolosamente ancor dimenticato alcuna beltu, D valentuomo, lezza' fuori della statua, ne hai ogni cosa in - ssa riunito. Lie. Cio, o amico, si e lieve cosa, quando non li sembri poco contrihuire alia composizione la bellezza del colore, ed il decoro delle parti, sicche minutamente sia nero cio che dee es" come , ser nero, e bianco cio che si conviene esser bianco, e che il rosso si vegga nel vivo. Ed in queper avventuia ci che si il masnoi que* simo Donde pertanto ci procaccerem ste cose? Vi chiameremo certamente i dipintori, e spezialmente quelli tra d' essi che ottimi furo., sto mancaci no nel colorito, e che seppero usarlo a tempo e con effetto; e percio si cbiami Polignoto, EuE dividendosi quefranore, Apelle, ed Aezione sti T opera, Eufranore colorisca i capelli, come dipinse quelli di Giunone, Polignoto rabbellisca i sopraccigli, e sparga in sulle gote un incarnato simile a queIlo, con che rappresento Casnel parlamento di Delfo, Le faccia pur esso la veste di lavoro sottilissimo, strignendo in essa quelle parti che si convengono, e laII ri. ampia ed ondeggiante manente del corpo sia rappreaentato da Apelle ad imitazione di Pacata, ne sia bianca di sovtyed chio, ma apparisca moderatamente eolorita; Aezione le faccia i labbri come a Rossane. Che altrove anzi , presenti Apelle ed.Eufranore, vi chiamerem 6ciandola sandra

350 , Is ottimo dei dipintori, e sar it copure Omero lore dell' intero suo corpo quale il figuro esso nei lombi di Menelao, paragonandoli ad un avorio tinto di porpora. Egli medesimamente di*pingale gli occhi, e grandi gli faccia e bovini; lo ajuter in questb il poeta Tebano, il quale si travagliera alle palpebre. E la far Omero colle braccia candide, colle amante del riso, dita di rose, e l'agguaglier a Venere, pi giustamente della figliuola di Briseo. Queste oose di poi le compieranno i garzoni degli scultori, dei dipintori, e dei poeti, ed in tutte fiorisca la perocch chi altrimenti imitar potrebbe grazia; le tante Veneri ed i tanti Amori che le danzano Tu mi racconti, o Licino, uintormo? Polist. veramente na cosa divina, un dono di Glove , nato nel cielo Ma che facea ella quando tu la fedesti? Lie. Avea un libro tra le mani involtato in due parti, e sembrava che ne leggesse Camallora una parte, letta avendo gi l'altra. minando di poi disputava non so cbe con uno ma non potea di coloro che 1' accompagnavano, se non cbe ridendo io capire di cosa parlasse, inostro, o Polistrato, i denti: e che ti dir io mai, come Fossero bianchi, come eguali , e come ,ben commessi tra loro? Vedesti tu mai un vezzo di bellissime margherite, eguali e lucidistali mostravafisi le file di quei denti, e Sime ? soprattutto spiccavano pel rossore delle labbra,.

551 e tra quelle simili mostravansi all' avorio segato ne si eran quelli o pi larghi o piii di Omero , alti, o distanti, come in molte sogliono essere, un colore, uma tutti aveano un' eguaglianza, na grandezza, ed una proporzionata congiunzione; ed erasi in fine una meraviglia ed uno spettacolo, che superava ogni umana bellezza. Polist. Taci , ch manifestamente ora comprendo di qual donna tu parli, conoscendola a questi tuoi segni ed alla patria; e dicesti che la seguivano alcuni eunuchi, e per certo alcuni soldati: quella, di che tu parli, si e la celebratissima donna Lie. Ma quale e il suo nome?' dell' Imperadore Polist. Amabile, o Licino, e dolcissimo, ed ha il nome istesso della bella moglie di Abradato (1), che tu dei conoscere, ascoliando soven` te in Senofonte lodarsi certa bella e modesta donna Lie. Per Dio ! che mi par vederla: tanto io mi sento racoeso, quante volte m' imbatto a legger quel tratto, e poco meno che ascol to essa che parla le cose istesse, che si narra avec detto, quando armo il marito, e lo condusse essa stessa alia pugna. Polist. Ma tu, o buon uomo, Fbai solo veduta passare una volta a guisa di un fulmine, e di ragione non puoi lodare che le cose che ti si offrono come le forme ed il , corpo, ma delle doti dell' animo suo tu nulla (1) Panlea. Vedi Senof.Educazione di Ciro. Libro Vh

352 ne sai quanto di gran Iunga sien queste Io maggiori e divine della bellezza del corpo essendo della nazione sua istessa, le son familiare, ed ho molte volte ragionato con essa, e, covedesti, me tu ben sai, prima della bellezza io lodo la F umanit, la magnanimit , la mapsuetudine, e la dottrina, essendo queste cose temperanza, degne di essere preferite al corpo. E saria ridicolo ed irragionevole , cbe in vece della per-

sona si lodasse la vesta. E sembra a me la bellezza asser compiuta, quando col decoro delle forme concorrono insieme in una donna le villi pure dell' animo. Siccome molte potrei mostrarti, che di forme essendo bellissime, vituperano la bellezza, di modo che appena a parlare incominciano, quella si muore, e disecca e fa coe contro il suo denoscere, che impropriamente coro si e dessa congiunta all' anima di una malE mi sembrano queste tali esvagia padrona. ser simili alle cose sacre degli Egiziani Imperocch presso coloro bellissimo si e il tempio e e adornato di preziosissime pietre, magnifico, notabile per 1' oro e per le dipinture, ma se deno si o una scimmla, tro vi cerchi lo Iddio, o una gatta; e di questi un gufo , o un becco, Non basta adunque la se ne pu veder molti bellezza, se non adornata di giusti ornamQnti; ed intendo, non delle vesti e dei monili, ma delle cose che ho detto, della virt cio, della

353 della ragionevolezza, della umanit, modestia; e di quanti altri pregi conosconsi pi perfetti. Lie. Compensami, adunque, o Polistrato, col die colla stessa misura, come scorso il discorso, e suol dirsi, ed anche in meglio, che '1 puoi; mostrami dipinta una qualche immagine della sua io sol per met non l'ammiri anima, perche Tu m' imponi, o sozio, non picciola imPalist. non si lo stesso il lodare imperocch6 presa; ci che d nell' occhio strare col discorso che m'ajuto; ed io veggo, che avro bisogno, tino in questa immagine non gli scultori solo , ed i dipintori, ma ancora i filosofi , acciocche possa io secondo i loro canoni compier la statua, e dimostrarla lavorata secondo 1' antica scultura. Ma facciasi. Primamente motteggevole ed e pi di lei proeloquente si la sua lingua, priamente pu dirsi, di quello che disse Omero di quel vecchio di Pilo, che si e pi dolce del mele II tuono universale della sua voce co, mech dilicatissimo, non in nulla si lieve, che apparisca pi che donnesco e snervato; ne grave in modo, che sembrar possa maschile, ma si come quello di un fanciullo non per anche ma* e che ben s' insituro, dolce , soave, placido, nua nell' orecchio, talch tacendosi essa, ne risuona ancora la voce, e vi rimangono le orme delle parole, che rimbombano JroL u. intorno 23 all' uditQ ad ognuno, ed il dimocio che non pu esser vedu-

354 siccome un eco , e le reliquie dei suoi diseorsi lasciano 1' anima ripiena di soavit e di persuaaione. Quando poi essa canta alcuna bella canzone, spezialmente accompagnata dalla cetra, allor si che tacer si deono gli alcioni, le cicale, ed i cigni, essendo questi tutti a suo paragone E se mi nomini la figliuola ancor di imperiti. si e pur essa rozza ed idiota, benPandione, cb raddoppiata mandi fuori Ia voce. Ed Orfeo ed Anfione, i quali sopta ogni altro valevano in allettar gli ascoltanti, talch al canto loro si muovean pure le cose inanimate, credo, che udendo lei, lasciate Ie lor cetre. in silenzio si arresterebbono ad ascoltarla Imperocch il conser" vare diligentemente T armonia, non uscire di tuono, e sostenere il cantp secondo la misura ed il tempo ed andar d' accordo coll' istromento , , e dar un colorito istesso alla lingua ed al plettro, e la mobilit delle dita, ed i regolari movimenti delle membra don de conseguito avrebbe codesto Trace, e quell' altro, che, pascendo i buoi in suI Citerone, si esercitava colfa cetra? Per Ia qual cosa se tu, o Licino, la udirai Wla volta. cantare, non ti avverr solo quello delle ma tantoGorgoni, di divenir d* uomo pietra, sto conoscerai Ia potenza del canto delle Sicene; e sommi bene io, che dimenticandosi la famiglia ed otturane la patria, rimarraine incantato, doti anche Ie- orecchie di cera penetrera quel

99 +* ODD 1a cera, e ti parra di udire i concetti di o Melpomene, o della stessa Caluna Tersicore, dirse mille in avendo e, allettamenti; per liope, tela in una parola, figurati di ascoltare tal canto, quale degno si ch' esca da tali labbra e da tanto cio che io dico, perII suo nio t' immagina d' averla anche ascoltata. ed puro Jonico, ed ella in discorso misurato, ed ha molte conversare bellissima parlatrice, Ne si d gran maraviglia , prograzie ateniesi. tali denti. Tu hai veduto prio ci essendo della sua patria e de' suoi maggiori; ne le si conviene esser diversa, per diritessa della civilta di to di colonia partecipando che punto pure sono io maravigliato, si diletti essa di poesa, e che molto vi si eserciti , concittadina essendo di Omero Ne pgssibile, Atene. N o Licino, possa alcuno figurarsi si di legdel suo canto, e la bellezza del gieri l'immagine tuo discorso. Ma considerane le altre doti, perocch non mi sono io posto in cuore, come tu, di fare di molte una sola composizione. E picciola cosa saria, che si compiesse bellezza si grande Coll* arte sola della pittura, lavorando di molte un gruppo d* immagini, che sia tra se discorma le virt tutte dell' anima saran ciadante; schedune dipinte nella sua immagine ed espresse secondo 1*originale Lic. Tu mi annunzi, o Polistrato, un giorno di festa, ed un banchetto pubblico. Sembra che veramente mi xenderai tu che

556 adunque misura, perocch niumisura migliore; na altra cosa puoi fare che possa tanto obbligarmi. Polist. Dappoiche adunque il principio di la dottrina, ogni bellezza si e necessariamente , che alla mente si l'iferi- spezialmente delle cose scono, ecco che noi pur questa stabiliremo varia e di molte forme, per non dimostrarci cosi inferiori a quella tua scultura Dipingasi perciS in guisa, che abbia in se riuniti i doni tutti di Elicona, e non come Clio, Polinnia, Calliope, e le rimanenti sappia ella per se sola una cosa, ma quelle di tutte insieme conosca, e vi aggiunSia la, ga la scienza di Mercurio e di Apollo sua immagine adorna di quanto coi loro versi i poeti, raccontarono rabbellirono gli storici , ed ammonirono i filosofi, ne ella di queste cose tragga solo il colore, ma sia come se profbndamente immersasi nelle tinte, a saztet fossene se non imbeverata. E di poi da perdonarmisi, posso io dimostrare 1' originale di questa pittura, non essendovi presso gli anticbi tale si finito esempio di maravigliosa dottrina. Per la qual cosa, se a te cosi pare. cotale si stabilisca l'imche non la credo io degna di riprenmagine , sione. Lic. Bellissima, o Polistrato, e finita in tutte le linee. Polist. Appresso a questa si dee dipingere 1' immagine della sapienza e della prudenza. E qui vi bisogno di molti esemplari e la maggior parte antichi, ed uno ne trarremo di

557 qufel Jonico istesso essa saranno Escbine e gli artisti compagno di Socrate, e crate istesso, perfetlissimi tra tutti quelli dell' in quanto che dipingevano te nell' imitazione, I dtpintori proponendosi in quell'Aspasia di Soar-

amore. E

con un non cattivo esempio di

di Mileto, colla quale prudenza viveasi quell'ammirabilissimo Olimpio (1) quanto quella ebbe di acutezaa, di esperienaa e di prontezza di mente nelle faccende civili, altrettanto con diligente misura ne riporteremo nella eccettoch quella dipinta era nostra immagine; in piccolissima tavola, e questa sara di grandezdici questo? Polist. Perche non credo, o Licino, che le immagini sieno simili e della stessa grandezza. Ne si avvicina, :&acolossale, Lic. Perch la presente romana possanza a cio che erasi allora la repubblica degli Ateniesi. Laonde comech per somiglianza sieno eguali, tut-' tavia si e questa per grandezza piu eccellente, dipinta in jpiu ampia tavola. Ne venga appresso per terzo esemplare quella Teano, e la E Teapoetessa Lesbia, e dopo queste Diotima. no dia alla pittura la grandezza dei sentimenti , Saffo la giocondita dei costumi , e Diotima nen vi apparir solo per quelle cose, per le quali fu lodata da Socrate, ma ancbe pel consiglio e per la prudenza. Tale si , o Licino , 1' immagine (1) Periclo. siccome ne simile

558 che dei tu proporti. Lie. Ammirabile per Dio? o Polistrato ; ma tu, o sozio , dipingine anche altre della piet, della bont, che manifestino del suo cuore, e T inclinazione a socl'apertura correre i bisognosi. Polist. Assomigliamla adunque a quella Teano di Antenore, e ad Areta, ed alla sua figliuola Nausica, ed a chiunque seppe nella della fortuna grandezza usar moderatamente Dopo di questo si dipinga la sua modestia, e in che spezialmente I' amore pel suo consorte, assomigliera a quella casta e prudente figliuola d' Icarjo, dipinta da Omero ( perocch tale si 1*immagine di Penelope da esso descriita ), ed anche per mia fe alla donna di Abradata del nome suo istesso, della quale poco innanzi fatLie. Compiutamente belto abbiamo menzione Ia si e pur questa, o Polistrato, ed ormai si son finite quasi le immagini; ed bai tu percorso tutto il suo animo, lodandone le parti. Polist. Non tutto, e vi rimane ancora il pi grande degli enche posta ella essendo comj 4 Quello intendo, in cotanta altezza, punto non gonfiasi di questa felicita, ne affidandosi alia fortuna, si lascia trasma si comportare fuori dell' umanacondizione, fasto si in essa scorge n porta egualmente, e da eguali trate popolarmente o arroganza, e da prova del ta coloro, che le si accostano, dolce suo cuore 3 salutando e prendenda ognuno

3.% care ne riescotanto tai cose E mano. piu per senzach no, quanto da piu altezza provengono, si faccia in esse mostra di un contegno da tragedia: talch coloro che non usano la grandezza per la superbia, ma per far bene, sembrano veramente degni dei beni concessi loro dalla fortuna; e soli questi giustamente fuggiranno 1' invidia, imperocch non vi sar clii invidii un grane, quando lo vegga moderatamente usare della felicita, no come quell' Ate di Omero salir sui cae calpestare cio che vi si tro, pi degli uomini va al di sotto. Siccome accade ai poveri di mente, cbe mal conoscono la fortuna; che quando meno essi sel sperano, innalzati da quella in un carro sublime ed alato, non si rimangono nella lor condizione, ne si guardano indietro, ma si sforzan sempre di andarne pi alti. Per la qual cosa liquefattasi tosto la cera, e sciogliendosi Ie ali, porgon di se cagione di riso, rovesciando a capo all' ingiu nel mare e nei flutti come quelF Icaro. Quelli di poi, che secondo l'esempio di Dedalo usato hanno delle ali, n si sono molto innalzati, ricordandosi ch' eran dicera, e secondo la condizione umana governato hanno il lor volo , e si son contentati di esser portati al di sopra dei flutti, di modo che le penne si mantenghino sempre umide, n affatto asciutte Je presentano al sole, questi e prudentemente e

36o sicuramente sen volano. E questo si e ci che lodar dee l'uomo sommamente in essa, e ne riceve ella degno frutto da tutti, desiderando ognuno, che ferme a lei si rimangan quell'ali, e che si ognor pill i beni suoi. Lie. Cosi ne avvenga, o Polistrato, perocchd essa n' degna ; ne si , come Elena, bella solamente pel corpo, ma ricuopre sotf' esso un animo ancor pi bello Ben conveniasi al grande Imperadoed amabile re , cbe si buono e si placido, che siccome per gli altri beni, si fosse ei pur per questo felice, cbe a' tempi suoi nascesse tal donna, che conImperocch non si giunta ad esso 1' amasse il possederla pieciola felicit, potendosi di lei con ragione dire quel di Omero: ch contenda ed agguaessa per bellezza coll' aurea Venere, gli Minerva nell' opera. N vi ha donna nel1' universo che possa con lei paragonarsi, ne come dice Omero., ne per la menpel corpo, Tu dici il vero, Polist. te, n per le azioni laonde se cosi ti pare, mescolando o Licino: e quelle cbe tu figurasti del codeste immagini, corpo, e le altre, che ho io dipinte dell'anima , compostane una sola di tutte, facciamone un libriccino, ed offriamalo all' ammirazione dei preCi sar piu durevole senti e degli avvenire. e di Polidelle opere di Apelle, di Parrasio, ed essa stessa sar pi lieta xli vedersi gnoto:

- accrescano

561 figurata non in legno, o in cera, o in colori, ma dipinta co' concetti delle Muse, e sar questa una compitissima immagine, dimostrando la virt dell' anima e la bellezza del corpo

362

APOLOGIA

DELLE

IMMAGINI

ARGOMENTO di avere nel precedenLuciano ie Dialogo strabocchevolmente ecceduto in 10dare Pantea, finge ora in questo, che sia da essa stato accusato di soverchia adulazione , nel paragonarla alle Iddie, e toglie da ci argomento di fare V apologia del suo discorso , d' averla lodata per affetto e non per e di averla agguagZiata non alle Idinteresse; Torna di poi a die, ma alle loro immagini. lodarla per la sua piet verso qui nuovamente gl' Iddii, che la reridea di coscienza si delitra V ae fa una sofistica distinzione cata; e l'encomiatore ; la quale, per quandulatore to sia bella ed ingegnosa, d nulladimeno fondata su ragioni deboli, e che non valgono ad iscusare la sua bassezza di avere si vilmente lodata una donna. Licirro, POLXSTRATO , Io, o Licino, dice la donna, ho scorto nello scritto tuo molta henevolenza verso di me in onorarmi. Imperocch non stralodera giammai niuno in tal modo, se non iscrive con amore. Polist. dicendo Accortosi

565 mi son tale, che n mi Ma io, come tu sai, e san grado te maniere di coloro che adulano, sembranmi essere costoro impostori e d' ingegno e nelle lodi spezialmente, quando poco libero; e fuor di mi loda strabocchevolmente , e poco men misura e di verit, io ne arrossisco, che non mi turo gli orecchi, e parmi cio pi dealcuno risione lodi, che lode. in quanto convenga ciascuna delle cose che si dicono. Tutto cio che eccede tal termine, si e sconvenevole Ed io, soggiunse, ho e manifesta adulazione. veduto molti, che si rallegrano, se taluno aggiunge hanno; nel discorso in lor lode cio ch' essi non E tanto sono sopportabili le che il lodato conosca che gli si

siccome quando si felicitano i vecchi del vigore, e si rabbelliscono i brutti colle bellezze di Nireo e di Faone. Imperocche questi cotali si pensano che per le lodi si carnbino loro le forme , e che ringioveniranno di nuovo come spe, rava gi Pelia. Non ne va per cosi la bisogna , e ne diverrebbe quella lode assai pi pregevole, se per quell' adulazione veramente si potessero essi migliorare di ci che lor manca. Ora resembra a me che accada ad essi il meplic , di quello avverrebbe ad un uomo dedesimo, forme, a cui fosse posta una bella maschera, non avvisandosi per la quale colui insuperhisse, che pu di leggieri cotal bellezza essergli tolta ed infranta da chi che sia; e ne diverrebbe egli

564 assai pi ridicolo, comparendo in quell'aNe per Dio! spetto, che tenuto avea occulto si ci diverso da un uomo piccolo di corpo, allora il quale legandosi dei coturni , contendesse deHa statura con chi lo superasse in pari di un cubito. E ricordava a tal uopo, che certa gentiled orrevole, ma piccodonna, bella d'altronde la ed assai minore della giusta statura, stata essendo Iodata da un poeta in una canzone,tra 1' altre cose percb bella era e grande, paragonando colui la sua alta e diritta persona ad un ella gioiva di queIla lode, come se la. pioppo, facessero crescer quei versi, e muovea le mani; ed il poeta rilornava spesso in su quel tasto, vedendo quanto essa compiacevasi di esser 10data, fincbe uno dei circostanti chinatosegli all'orecchio , gli disse: iDi grazia finiscila , che farai levare in piedi la donna. Non so che di simile ed ancor piu ridicolo fece Stratonica moglie .di Seleuco Propose ella a' poeti una gara di un talento per cbi meglio lodasse la sua chioma, essendo ella calva, e non avendo del suo neppure. pochi capelli; e tuttavia avendo il capo si concio, e sapendo tutti che ci avvenuto l'era per una lunga infermit, ascoltara quei maladetti poeli, che diceano che i suoi capelli eran giacinti, e le avvolgeano insieme alcuni ricci, che non avendo mai esistito, assomigliavano agli apj. Cosi ella deridea coloro, che si danno in preda degli

385 aduIatori,ed aggiugnea che non solamente nelle 10di, ma anche nele pitlure arnavano molti di essere quei dipintori speingannati. Imperocch, dicea, zialmente loro son cari, che gli ritranno con forme pi belle; e vi sono alcuni, che ingiungono agli artetici di togliere alcuna cosa dal naso, di dipingere gli occhi pill neri , e di aggiugnere aliro ed ignorano essi di che desiderano rabbellirsi; che facendo in tal modo coronano strane im, Queste ed magini , e a loro affatto non simili altre somiglianti cose dicea, lodando molte parti del libro, ma una sola cosa non sofferiva che , paragonata l'avessi a Giunone ed a Venere. Queste Iddie, dicea ella, non solo sono al di sopra di me, ma di tutta 1' umana natura Ne io mi credea degna, che tu mi mostrassi tra l'eroine , Areta, e Teano, non che colle sanPenelope, tissime Iddie, E, soggiunse, sono io assai timorata degli Iddii, e sono assai divota di loro, e temo che ammettendo codesti encomj, non m. che pur quella avvenga il caso di Cassiopeja, e rispettava Veparagonavasi solo alle Nereidi, aere e Giunone. Vuole pertanto che correggi co deste cose , altrimenti chiamer ella in testimono le Iddie, che tu hai scritto contro sua vohnt. Vedi dun que quanto te sia nojoso, che ne vtda per mano questo libricciuolo empio ed irche le sar rel gioso contro gl' Iddii; riputando, asaitto a colpa ed empiet, se comportera ella

366 di essere assomigliata a quella di Gnido ed al1' altra dei giardini; e si ricordava quelle cose che in fin del libro tu hai dette di lei, quando la lodasti come modesta e non fastosa, e che non eccedeva la condizione umana, e cbe governava il suo volo vicino alia terra. E detto aVendo tai cose, come innalzi tu la donna sopra lo stesso cielo fino a paragonarla alle Iddie? Volea di poi che tu non la credessi meno prudenal quale promettendo un arte di Alessandro; cbitetto di cangiar 1' aspetto di tutto l'Ato, e trasformarlo in lui, talch sarebbe 1' intero monte divenuto un' immagine del re, ohe terrebbe due citt nelle mani, non ammise questa miracolosa ma, considerata tra se 1' audacia di promessa, colui, lo ie* tacere dicendo, ch' e' si figurava i e gli comando' che colossi poco ragionevolmente, lasciasse stare l'Ato al suo luogo, ne per assomigliare un piccolo corpo, rimpiccolisse un monte si grande. Ella lodava questa grandezza d' animo d' Alessandro, e dicea, che innalaata s'era una statua assai maggiore dell' Ato nelle ~men di coloro, che cio avrebbono ricordato, non essendo prova di picciol cuore F aver dispregiato Lodava quindi Ia un onore tanto straordinario. tua finzione , ma, considerate le immagini, non vi trovava la somiglianza, perch non solo ella, *a non eravi pure altra donna che degna fosse di quelle. Ti rimanda percio codesti onori, ed acora

367 gli originali delle tue dipinture. Tu loda cio che in essa e di umano disse, la scarpa sia ne, , m'abbia a che del inciampando piede, maggiore far batter la bocca. Ancor ci m' impose di dirti. Ascolto, disse, molti che dicono ( se cio sia poi che non pervero il vi sapete voi, uomini), messo ai vinci tori di Olimpia d' innalzare statue maggiori dei corpi, ma gli Ellanodici hanno cudelle ra che non si esca dal vero, e l'esamina con pi diligenza dell' amdice ella, guarda missione degli atleti. Laonde, che non siamo accusati di aver mentito nella misura, e che gli Ellanodici non rifiutino la nostra immagine. Queste cose dicea. Infrattanto tu penstatue si fa ancora il libro, ed a togliere queste cose, per non peccare contro la divinit, essendo ci ad essa fieramente incresciued ha to, ed in leggerlo ne ha raccapricciato , scongiurato le Iddie ad esserle propizie, se per la natura di femmina le fosse cio avvenuto per sua debolezza. E se ho a dirti la verita, semsa, o Licino, a raffazzonare bra anche a me di doverti cosi parlare, imperocche udendolo prima recitare , non mi parve che fossevi errore in quello scritto, ma poich essa me lo mostro, incomincio ancor io ad averne il parere istesso, e mi accaduto quello avvenir suole nelle cose che si riguardano, che se le vediamo da vicino e sott* occhio, non sappiamo distinguerle con diligenza, ma quando poi

568 discostandole alquanto, le vediamo ad una giusta proporzione, ci si mostra chiaramente ogni cosa, e cio che sta bene, e cio che sta male. L' assomigliare te cose umane a Giunone ed a che altro si mai, se non fare aperVenere, tamente onta alle Iddie? Imperocch con tal pama impicragone non si fa il piccolo grande, coliscesi il grande col bassamente deprimerlo. Come se insieme n' andassero passeggiando uno di alta, ed uno di statura assai bassa, e convenisse quindi pareggiarli, perche non torreggi l'uno sopra dell' altro; non potr ottenersi ci ane s' inche se il minore si distenda oltremodo, nalzi pure sulle punte dei diti; ma se vogliono converra che quel comparire di egual statura, grande si chini, e si dimostri pill basso. Nel 1' uomo all' Iddio, modo istesso paragonandosi conviene di necessit che la natura divina si miE se per e s' indebolisca. nuisca, si travolga, delle terrene cose distende taluno mancamento il discorso alle celesti, apparir meno colpevole, non facendolo per empieta. Tu avendo tansenza alcuna ragione hai te bellezze di donne , osato paragonarla a Giunone ed a Venere. Per la qual cosa togli, o Lici no, cio che v' di superfluo e d' invidioso, e contro il costume tuo, non essendo tu d' altronde facile e portato a 10come ti se' tu si dare; ed ora non so capire, tostamente cangiato, e se' divenuto si largo e si

569 prodi go, stato essendo fino a questo giorno si il parco. Non hai di poi a vergognarti di variare discorso da te gi pubblicato, conciossiache dicesi che facesse Fidia altrettanto, quando lavoPerocche standosene er il Giove agli Eliesi tostoche dirizzatala in algli dietro alla porta, alcuni che la Ioto dimostro 1' opera, ascolto e chi ed aveano altri di che ridirvi; davano, accusava il naso di troppa ampiezza, e chi il vied essenso troppo lungo, e chi altri difetli; do partiti gli spettatori, Fidia rinchiudendosi ftuovamente, acconcio e corresse 1' immagine secondo la sentenza dei pi, perocch non riputava , essenegli lieve cosa il parere di- tanto popolo do sempre di necessita, che molti vedan pill da lungi di un solo, ancorch sia Fidia. Queste cose io ti reco da sua parte, e come sozio ed amico te ne ammonisco. Lie. Noto non m' era, o Polistrato, che tu fussi si valente oratore. E si lungo si stato il discorso tuo, e tale 1' accusa contro lo scritto mio, che non mi rimane quasi speranza di apologia. Ed unassola cosa vi manca, che fatta non 1' avete secondo le regole dei giudizj, e tu spezialmente, che non comparendo il collitigante, hai sentenziato in contumacia contro del libro. E sembra a me cio lieve che vince sempre cosa, secondo quel proverbio, chi corre solo. Laonde non meraviglia, s siam noi stati vinti, non essendo per noi stata Vol II. 84

57Q versata F acqua, n conceduto ci difendessimo. E cio che si stato di ogni altro pi strano, voi stessi stati siete e giudfci e accusatori. Vuoi tu dun que, che appagandomene, io me ne slea a*vostri decreti, e scriva, secondo il poeta d'Imera, la mia ritrattazione (1), o mi concederete voi di appellarmi dalla vostra sentenza? Polist. Si per Dio! se dirittamente il puoi fare, perocavversarj , come tu di' , ma tra amici Jarai la tua difesa, ed io sono appareccbiato ad esser giudicato a pari con teco. Lie. M' che io parlero er, o Polistrato , increscevole, fuori presenza di lei, mentre essendovi, necessario racsara stato assai meglio, n sara E se tu sarai comandare ad altri cotal difesa mio ambasciadore presso di lei, come stato 10 sei, corro io riscbio di gittare via il dado. Polist. ch non Di cio, o Licino, non isconfortarti, saro io un cattivo attore della tua apologia, ma sforzati di farla breve, perch pi facilmente me ne ricordi. Lie. Comech ad usare io avessi di un lungo discorso, contro un* accusa tanto violenta, tuttavia per tua cagione, io restrignero la mia difesa, e recale da mia parte questo discorso: Polist. No, tu dei anzi, o Licino, pronunziarlo, come fosse ella presente, che cosi di poi (1) Stesicoro per aver offesoElena in una canzone Jivenne cieco per volontdi Castore e di Polluce, ma rianqmslo poi la vista, placalo avendo Elena. della che non contro

571 l' imitero io innanzi a lei. Lie. Poich adunque essa si omai precosi ti sembra, o Polistrato, e prima ha dette tutte quelle cose, che sente, comincerem noi a da sua parte m' hai riferite; parlare in secondo luogo, quantunque non m'incresce di dirti, che tu m' hai non so in che modo renduto pi terribile questa faccenda, e, come vedi, io di gi sudo e tremo, e poco men che mi par di vederla: cotanto la cosa mi ha Nulladimeno conturbato. incomincero, perocnon bene che .io ch essendo essa presente, Ma ella, per mia fe, dimi ritragga. Polist. mostra nel suo volto molta benevolenza, e lieta, come vedi, stassi e soave laonde di' pur su ; con franchezza. Lie. Avendoti io, come tu dici, o ottima delle donne, grandemente lodato e fuor di misura, non veggo io in che t' abbia tanto encomiato, quanto praticato lo hai da per te slessa, si gran conto facendo dell' onor degl'IdImperocch6 di tutte le cose t'ho detto., cio ed hai a perdonarsi d' assai pi maggiore, codesta immi, se fuggendomi per ignoranza, magine non ti dipinsi. N innanzi di essa ne avrei altre dipinte; per lo che sembrami di non avere per questa parte ecceduto nelle lodi, che anzi assai meno ho detto di quello tu meriti. Considera adunque quale si cio che io ho lasciato, e quanto grande, per la di mostrazione di un buon costume e di un animo diiitto, dii

m 072 perciocch coloro che non a caso onorano Idbuoni verso degli uodio, sono medesimamente mini. Per la qual cosa se deesi del tutto riordinare il discorso, re corregger la statua, non oserei io di toglier nulla da quella, ma questo v' aggiugnero come capo e 'somma di tutta 1' opera. Confesso di poi, che render ti debbo gra'zie non piccole, che lodando io la dirittura dei tuoi coslumi, e che nulla di gonfione di super10 produsse in te la presente tua altezza, tu accqsando per queste cagioni il discorso mio , testimoniato hai la verit dell' encomio Imperocch il non rapirsi cotali lodi, ma di esse arrossire, e dirle maggiori di cio che ti e dovuto, si questo esempio di un pensar modesto e civile. E quanto meno ti dimostri disposta ad esser lodata, altrettanto ti dimostri degna di pits straordinario encomio; e ne vien la bisogna quasi a quel detto di Diogene, che interrogato da certuno: in che modo e chi potesse esser gloriola gloria. 30; rispose: Chi sapr dispregiare E cosi se mi domandera alcuno, cbi sieno quelColoro che non li pi degni di lode, lispondero: avsono tali cose Ma lodati. esser per vogliono ventura fuor di quistione, e separate dalla cauCio di che conviene ora difendersi si h, sa che io, modellando le forme tue, t'ho assomied dei a ed Gnidia alla giardini, quella gliato e queste cose ti son a Giunone e Minerva;

373 di esse e fuori di termine; comech sia antico dettato , adunque io diro, che non deono i pittori ed i poeti render ragione; e meno io credo la debbano gli encomiatori, sieno eziando come noi non poeti , ma co bassembrate smisurate La lode so ed umil discorso strisciar la terra. si libera, n vi regola che ne stabilisca la e del tutto non riguarbrevit o la grandezza, di porre cio in somma da che a questo solo , e di mostrar degno d' imitazione ammirazione , il lodato. Ma io non seguo codesta strada per non sembrare che io faccia cio per povert di mente. E questo dico, perch tali sono le occasioni che conviene al lodatore di in codesti encomj, e la servirsi talvolta d' immagini e similitudini; somma del discorso consiste allora in saperlo ben fare. E.d otlimo giudicato, non chi faccia paragoni eguali o pi bassi, ma cbi, per quanto pu farsi, a pi eccellente cosa avvicina 1' encomiato da lui. Come se alcuno lodando un calo dicesse maggiore di una volpe o di un ti parrebbe forse che costui sapesse logatto, dare? Dirai certamente che no. N se pur dira che quello sia simile a un lupo, non lo avr cosi ne, pur bastantemente lodato. Ma se si vorr lodar si eguagliera il cane per forza e propriamente, grandezza al lione, come il poeta lodando il cane di Orione, lo chiamo domatore de" lioni. E ee alcuno, lodar volendo Milone crotonese, o

574 Glauco da Caristo o Polidamante , dicesse che ci ascun di loro era- pi forte di una donna, non crederesti tu, che per la stoltezza della lode ne sarebbe quegli deriso? E se pur dicesse, che fosse ciascun di quelli superiore ad un altro uomo, non saria questa lode pur sofficente. Ma come lodo Glauco il nobil poeta? disse, che n la forza di Polluce distese avrebbe le mani contro di lui, ne il ferreo figliuolo di Alcmena. Osed il dimostr di serva a quali Iddii paragonollo, essi ancor pi valente Ne Glauco sdegnossi di vedersi posto innanzi nella lode agl'Iddii prone si vendicarono quelli di tettori degli atleti, Glauco e del poeta come empj per quellalode; ma furono anzi amendue onorali dai Greci, Glauco per la forlezza, ed il poeta per gJ i altri, e soprattutto per questi suoi versi. Non maravigliarti adunque se, volendo anche io usare d' un paragone come era necessario a chi loda, mi son servito di un esempio pi alto, portandomivi raMa dappoich ricorgionevolmente il discorso io ti lodo che tu abdato hai 1' adulazione, ne altrimenti pu esbi in odio gli adulatori, sere. Ti vo' pero far distinguere e definirti e l'opera della lode e 1' eccesso dell' adulazione. siccame colui che loda L' adulatore pertanto, della vesi cura suo interesse, prende poca per ril, e crede che si debba eccessivamente lodare ogni cosa, inventando ed aggiugnendo di piu

m f 575 anche strare del suo, talch non ha rib.rezzo di dimobello di Achille, e di dir che

Tersitepiu Nestore era il pi giovane di quei che militaroE giureria ancora che il figliaolo no a Troja. di Creso ha 1' udito pi sottile di Melampodo, e che Fineo ha la vista pi acuta di Linceo,

purche solo speri di guadagnare alcuna cosa per Ma quegli che fa cio per loquella menzogna. dare, non si e punto tale, che nulla aggiunga o menlisca di cio che non e; ma quelle cose che esser buone, ancorche grandi non sieno, quelle si toglie, accresce, e renEd oserebbe un cavallo chiamarlo de maggiori. pi leggiero e corridore tra quanti animali conosciamo di tal natura, che Corra in la cima di Jiorite spighe conosce Senza quelle troncar Ne di nuovo dubiter di chiamarlo corso dei pieuna bella casa e di natura

tempestosi cavalli. E lodando ben fabbricata dica: Tal si b di Giove Olimpio entro la reggia. Ma un adulatore direbbe questo verso pure suldi un bifolco, se sperasse solo di aJa capanna ver dal bifolco alcuna cosa. Siccome Cineto adulatore consumati ada, Demetrio Poliorcete, -vendo nomodi di adulazione, jato essendo Demetrio dalla tosse, il lodo perch spurgavasi canoramente Ne si solo questo il divisamento delle due spezie, che gli con esso tutt'i

576 adulatori osano. di men tire per compiacere a coloro che lodano, e gli encomiatori si sforzano di esaltare te doti che loro si offrono, ma in ci son fra d' essi non poco diversi, che gIi adulatori si servono d' iperboli stravaganti, e gli encomiatori in queste istesse son sobrj, e si rimanQueste pocbe cose sien dette gon ne' termini. dell' adulazione e dei veri esempj della lode , perch non abbi tu in sospetto tutti coloro che lodano, ma gli distingua e misuri colla particolare loro misura Ors dunque, se cosi ti sembra, paragona queste cose con quelle dette da me, e vedrai a quali si rassomigIiano. Imperocche se detto avessi ad alcuna brutta, che simile era alla statua di Gnido, sarei stato io riputato ma se il impostore e pi adulatore di Cineto; mio detto si rivolto a tale, quale tutti la conoscono, non sar poi questo un ardire, ne mi saro o piufDirai per avventura, di molto ingannato tosto 1' hai detto, che lecito m' era il lodare nei termini della bellezza, ma non convenia far l'encomio invidioso, n paragonare una donna alTe Ma io ( poich la verit mi sospigne a Iddie. parlare ) , non t' ho assomigliato, eccellentissima donna , alle Iddie, ma alle opere dei buoni arin avorio ed in bronzo. tefici fatte in pietra, e non Paragonare agli uomini le opere fatte da loro quando non istimassi tu che moparmi empiet, dellata da Fidia, si fusse quella la vera Minerva,o

371 la Venere celeste l' altra di Gnido, che fece Prassitele non molti anni fa (1). Guardati per che non Ie sia indecorosa cosa il pensar cosi degl' Iddii, vere immagini, de' quali sono per gli uomini inimitabili. a coteste primo poeti, mero, E se t'ho io spezialmente assomigliato Iddie, non e cio un mio trovato, ne ho io aperto codestar via, ma molti e valenti e sopra ogni altro il tuo concittadino Oche chiamero per ora a ragionar meco, che non siamo insieme dan-

non potendo essere, nati. Lo interroghero adunque, o te piuttosto per tu ricordi i pift esso (imperocch lodevolmente cari dei versi suoi) e diro: cosa a te s.embra ci Briseida, che simile all* aurea Venere piange la morte di Patroclo ; come non fosse bastane quindi poco appresso, te l'averla * agguagliata a Venere, dice-: Ed agl'Iddii simil la donna in pianto che esso dice della schiava Disciogliendosi, disse tu lo hai Quando adunque dice egli tai cose, in odio, e gitti via il libro, o gli permetti di esser libero nelle lodi? Certamente se tu pure non gliel concedi, il tempo gliel eoncedette, ne .vi chi abbia osato flagellar la sua immagine , n chi lineando il suo scritto , notati abbia di bastardi i suoi versi. lui di dir simigliante Sar pertanto permesso a all'aurea Venere una donna

(I) Prassitele vivea a' lempi di Pompeo e di Cesare.

578 e di piu piangente; e per non dire della bellezza, che tu nol sostieni di udire, non sar poi lecito che io paragni alle statue degl' Iddii una donna graziosa e spesso ridente, cose che agli uomini sono comuni ed agl' Iddii ? Osserva quanto - abbia egli risparmiato gl' Iddii in Agamennone, e come ad esso dispensato abbia partitamente le loro immagini, dicendo che nel capo era simile a Giove, nel pendaglio a dividendo cosi le Marte, nel petto a Nettuno, sue membra d' uomo in altrettante immagini degl' Iddii. Quindi di nuovo torna a dirlo simile a Marte omieida, e cosi altri in altri luoghi, di forme divine quel Frigio di Priamo, e vente simile a Iddio il figliuol di Peleo. Ma niamo nuovamelite agli esempj di donne; ed che dice: Simile a Diana ed a Venere if oro ed altrove : Sembra Diana pe' monti N solo fa gli uomini simiglianti agl' paragono pur 1a chioma di Euforbo E di sangue a quella delle Grazie. che non ve ne ha tante di queste, e fa sotorodi straniera

Iddii , ma imbrattata finalmente vi parte della poesia, che adornata non sia di queste diLaonde o si tolgan via quelle, vine immagini. Per moo si conceda a noi di osare altrettanto. do delle immagini e delle similitudini non si d , ragione, che Omero non dubita di lodare le Iddie

579 e paragono gli occhi di con vilissimi paragoni, Giunone a quelli, del bue, ed un altro (1) disse ,di Venere, che avea i sopraccigli simili alle viole; e chi bavvi che ignori quella dei diti di rose, per poco che eser-citato siasi nei poemi di Omero (2)? in assomigliare codeste cose agl' Iddii di ci, che fanno colovi assai pi modestia ro , che imitato banno i nomi degl'Iddii istessi, chiamandosi Dionisj, Efestioni, Zenoni, PosidoComech nj, V'ebbe una Latona moglie di Ermei. eppure la Dea non isdeEvagora re di Cipro, gnossene, potendo come Niobe farla pietra, Trache sono i piti superstiziosi lascio gli Egiziani, anche fandegli uomini, i quali abbondevolmente no uso de* nomi divini, e la maggior parte delle cose tratte le banno dal cielo Non si coned viene a te dunque d' essere si schizzinosa alle lodi Che se si d peccato nello scritto contro la non ne sei tu colpevole, divinit, quando non credessi che fosse colpa Is udire. Me di poi pucome innanzi di me punito hanniranno griddii, no Omero e gli altri poeti. Ma non hanno pur essi punito l'ottimo dei filosofi (5), ebe appello 1' uomo immagine d' Iddio. Avrei anche a dirti molte cose, ma mi tacero, acciocche questo (1) Pindaro. I chiama(2) f'otfotfdxruXos nd". 12 aurora sempre cos ta da Omero. (3) Qiogene ,

580 Polistrato ricordar si possa i miei detti. Pollst. Non so se potr farlo, o Licino , perch il discorso tuo e stato lungo, ed ha passato la misura dell' acqua. Mi sforzero tuttavia di ricordarmelo, e, come vedi, io m' affretto d' andarne a lei colle oreccbie turate, perche occorrendomi udire altra cosa, non mi si confonda l'ordine delle tue parole, e mi accada di esser fischiato dagli spettatori. Lie. Sar tua cura, o Polistrato, di farla da valente atlore, ed io consegnato avendoti il dramma, in sull'istante men vado Quando poi si pubblicheranno i voti dei giudici, allora compariro io nuovamente per QSservare la fine di questo aringo.

381 TOSSARI 0 L'AMICIZIA

ARGOMENTO Con molta grazia ed eleganza innalza Luciano in questo Dialogo il pregio dell' amided un un Tossari scita, introducendo zia, se sieno pi Jidi Mnesippo greco a disputare da ciaamici gli Sciti o li Greci, recandosi scun di loro cinque esempj d' uomini vivuti nel i quali non temerono per V amico secol loro, L' occasione d' incontrare gravissimi pericoli. di tal discorso tolta dai sacrifizj e dalle fecelebravano ste, che per antica consuetudine vegli Sciti in onore 'di Oreste e di Pilade, in essi quel saro vincola di amioinerando che cotanto gli avea in vita congiunti. zia, Oltre la moralita grandissima, che si pu trarre da questo Dialogo, si conservano in esso molte care notizie siccome un antico costume dei Marsigliesi, della statua di la descrizione i riti degli Sciti nello stri*Anubi in Egitto, tra loro, rammentati pure da gnere amicizia Erodoto in Melpomene, ed altre cose non comuni, che il dotto leftore potra notarvi.

MNESIPPO,TOSSARI, Mnes. .sacrificate di' tu mai, o Tossari ? Voi Sciti e gli tenete per a Pilade ed Oreste, Che

0^2 Toss. Sacrifichiamo loro, o Mnesippo, n ma buoni uomini. per cio gli crediamo Iddii, Mnes. costume appo voi di sacrificare ai buoni uomini morti J come agl' Iddii? Toss. Non solo questo, ma gli onoriamo con feste e con Mnes. E che cercate voi da coloprocessioni. ro? perocch essendo morti, non sacrificate per avere la loro benevolenza. Toss. Non sarebbe pur ma male, che ci fussero i morti benevoglienti, intenzione nostra si di giovare alli vivi, facendo onore alii morti, e conservando la memoria de' valentuomini, ci avvisiamo che molti di noi si sforzeranno di esser simili a quelli. Mnes. Laudevole si e la vostra opinione, ma per quale cagione tanto ammirato avete Pilade ed Oreste, che gli avete fatti somiglianti agl' Iddii, ed essendo specialmente quelli stranieri, e ei che pi monta, vostri nimici? Perocch sbalzati essendo ai vostri lidi dalla tempesta, gli Sciti di quel in prigione per sacrifitempo gli strascinarono carli a Diana; ma essi, sorpresi i prigionieri e vinte le guardie, uccisero il re, e presa seco la spogliandovi di soprappi della stessacerdotessa, sa Diana, scamparon via in nave ridendosi delleggi degli Sciti. Laonde se per questa cagione gli onorate come Iddii, tantosto ne farete molti di sirnUi. E qui riguardando al1' anticht, prvi egli bene che approdassero nelse avvenisse ed Oresti? Piladi' Scizia moIti )a le pubbliche Dii?

385 ci, a me sembra, che ne diverreste voi tra breve tempo empj ed irreligiosi , perche gli altri vostri Dii vi sarebbero portati nella guisa istessa e cosi io credo che in via dal paese vostro, consacrereste voi i lor rubatoluogo degl'Iddii ri, e come ad Iddii sacrifichereste a questi sacrileghi. Che se, non per questa cagione, ma per altro benefizio a voi fatto onorate voi Pilade ed Oreste, in qual maniera, non essendo essi stati da' tostri antichi creduti Iddii, pur voi gli credete tali, ed uccidete vittime a quelli che poco manco che vittime essi stessi non fussero? Queste cose pajon ridicole, e contrarie ai costumi dei maggiori vostr. Toss. I fatti che tu, o Mnesippo, raccontati hai di quest'uomini son di grande animo. Imperocch si stata impresa grandissima, che osato abbiano essi due soli andarne si lontani dalla patria, navigare nel Ponto sconosciuto allora ai Greci, eccetto a' soli Argonauti che militarono nella Colchide; non temere n le favole, che si spacciavano di quella regione, ne lasciarsi interrorire dal nome col quale allora , chiamavasi d' inospitale, abitato cio, come io all' intorno da feroci nazioni Ed oltre credo, ci stati essendo presi, cotanto in quella faccenda si che non convalorosamente comportarono ` tentaronsi di salvare se stessi, ma vendicatisi della ingiustizia del re, e, toltasi Diana, di cola navigarono E come non saranno tai cose

384 e degne di divini onori presso quanti ammirande, havvi uomini, che lodino la virtu ? Nulladimeno non si e questa la ragione, perche trattiamo noi Pilade ed Oreste da eroi. Mnes. Raccontalami abadunque se v'e al tra divina cosa, ch'essi biano fatta Perocch quanto alla navigazione ed al viaggio, io ti mostrero molti rnercanti assai piu. i quali divini, e tra questi in ispezie i Fenicii, non solamente navigano nel Ponto fino alla Meotide e al Bosforo, ma scorrono co' navigli loro s tutto il mare barbaro e greco; talche per cosi dire in ogni anno cercano essi tutt' i lidi e tutt' i promontorj, e tardi di autunno ritornano

a casa loro A questo modo potresti tu credere essi pur Dii, e cio, essendo sovente moltidi loro mercanti di vino e di salati. Toss. Or ascolta e considera, o uomo singolare, quanto minoi barbari dei valentuoglior giudizio facciam n , mini, mentre non vedendosi ne in Micene in Argo alcun nobile sepolcro di Oreste e di Pilade, presso di noi evvi un tempio dedicato, com' era convenevole per l' amicizia loro, ad amendue, e vi si fanno sacrifizj ed altri onori inche non gli abc' impedisce, finiti. Ne nulla stranieri biamo per buoni uomini, quantunque e non isciti; perocch non la patria che ren, e stati anche esde l' uomo onesto e dabbene; sendo nostri nimici, avendo tuttava bene operato, gli lodiamo per le loro azioni, e per queste

585 fatti gli abbiamo del nostro popolo. Ma cio che e per che in essi ci ha soprattutto maravigliati, si che oi sembra noi vie pi gF inmalziamo, che. sieno stati i migliori amici che si conoscano, e che mostrato abbiano a tutti gli altri col che debbe agli amici ogni fortuloro esempio, na esser comune. Per la qual cosa i pi valenti ed i di loro nostri fanno Sciti conto, gran degli maggiori scolpirono in una colonna di bronzo cio che fatto essi aveano 1' uno per 1' altro, e 1a e fecero nel tempio di Oreste, consecrarono legge, quella colonna di prima dieciplina a' fanciulli nostri perche si ricordasIntantosero di quanto in essa era scritto. che servisse ch ciascun rebbesi Oreste mostransi di loro pi facilmente dimenticher il nome del padre suo, che le azioni di e di Pilade. Ed airintorno del tempio

espresse dagli antichi in pittura le coche scritte sono nella colonna, cioe se istesse, Oreste navigante insieme coir ami co, la nave loro, che si rompe negli scogli, la lor presura,

l' apparato del sacrifizio, ed Iligenia gi pronta Nella parete all' incontro diad immolargli. pinto Oreste gi sciolto dalle catene, uccidendo Toante e molti altri Sciti E veggonsi finalmente in nave, portanti seco loro la Iddia ed Ifigenia. Gli Sciti si sforzano in vano di trattener la nave che corre afferrando il timone, e tentando di salire, ma non vantaggiandosi in nulla. Vol II. 26

586 alcuni feriti ed altri spaventati, nuotan versa la Ed in questo pu spezialmente conoscere terra ognuno, quanto fu grande Is amicizia che dimostrarono 1' uno per 1' altro nella pugna contro gli Sciti, rappresentato avendo il pittore ciascun di cbe gli stan soloro, che, non curati gl'inimici, pra, si volge a respinger quelli, che fanno empito contro dell' altro, e cerca di ricoprir quello dai dardi, avendo per nulla il morire per salvare l'amico, e ricevere nel suo corpo i colpi scaQuesta si grande loro gliati contro di quello. benevolenza e ccmunanza nei pericoli, questa e questo vero e fedelt, questa cara amioizia , fermo scambievole loro amore non crediamo noi essere cosa umana, ma di un animo assai migliore di quello incontrasi nella maggior parte degli uomini, i quali quando la navigazione e felice, si sdegnano cogli amici se non sono del pari messi a parte dei piaceri; ma se di poi si fa per poco il vento contrario, partonsi e gli lascian soli al pericolo. E perch conosci tu questo ancora, sappi che gli Sciti non credono che vi sia pregio maggiore dell' amicizia, n havvi alcosa di che tanto si compiaccia lo Scita, quanto di travagliare insieme coll'amico, ed aver con esso comuni i pericoli ; talch non hav- vi tra noi maggior vergogna di quella, che appaja che sia stato alcuno traditore dell' amicizia. Per queste cose noi onoriamo Pilade ed tra

38y Oreste, perche col valor loro contribuito hanno al bene degli -Sciti, e sono stati eccellenti nell'amicizia, la quale noi ammiriamo sopra tutt.e le cose ; ed abbiamo ancor lor posto nome Coraci, lo che vale nella lingua nostra, come se tu diMnes. Non solamencessi Genj dell' amicizia. te adunque, o Tossari, valenti sono gli Sciti a ma anche sono buoni in e combattere, perocpersuadere gli uomini co' l'agionamenti, che stato finora io essendo di drversa sentenza, mi sembra adesso che giustamente vi comportiasaettare te in questi sacri onori, che compartiti avete a rilade e Oreste. Ne m' era poi noto, o valentuomo, che fossi tu si buon dipintore, mostrato avendomi si minutamente Ie dipinture, che sono nel tempio di Oreste, la pugna degli eroi, e le ferite che riportarono scambievolmente difendendosi. Veramente non mi credea 10 che coltivassero gli Sciti F amicizia con tanto impegno , ma che essendo essi inospitali e salvati chi, se la passassero nelle inimiciaie, nell' orgoglio e negli sdegni, e che capaci non fossero di affezione neppure verso i parenti loro, dichiarandosi per molte loro azioni e per cio, che udito abbiamo di essi, che si mangiano i loro padri, Toss. Che noi usiamo magche gior piet ed amore verso li padri nostri, non fate voi Greci, siccome delle altre coma facil se? non vo' per ora teco contendere ; quando son morti

588 cosa e mostrare, che sono gli Sciti pi fedeli amici dei Greci, e che presso di noi si fa magche in Grecia; e ti gior conto dell' amicizia, scongiuro per li vostri Iddii, che non ti sia molesto di ascoltarmi, rieordando io le cose ehe ho notato presso di voi dopo lungo tempo che con - voi mi raggiro. Imperocche voi mi sembrate radi tutti gionare dell' amicizia pi elegantemente gli altri uomini, ma dell' ufficio dell' amico non n' avete pensiero, e non lo esercitate secondo il decoro di quelle vostre parole, ma vi basta soltanto lodar 1' amicizia, dimostrandone i pregi traditori di Quando pero ne viene il bisogno , vi fuggite non so come di mezzo quei discorsi all' opera. E se i tragici vi mostrano in sulle scene di queste amicizie, voi gli lodate, e battete loro le mani, e vedendo starsi gli uomini in pericolo 1' uno per 1' altro, molti di voi ne piangon di tenerezza; ma non osate di poi prestarvi E per gli amici in niuna cosa degna di lode se per avventura ha 1' amico qualche bisogno, di subito quelle tante tragedie vi escon di mente, e si fuggono e volan via come fossero sogni, e/vi lasciano simili a quelle maschere vote e senza voce, che con tutta la lor boeca aperta e quella vastissima concavit, non danno alcun suono. Noi all' incontro quanto siamo infealtrettanto nell' eriori in disputare sull'amicizia, sercitarla ci miglioriamo. Per la qual cosa, seti

5% i li veceh in cosi lasciamo facciam pace pare, amici, se alcuni e voi e noi ne abbiamo da noverarne nell'antichit; perocch in questo vi avreste voi il vantaggio, presentando molti testimony deversi e che in bellissimi nei di fede poeti, gni jnetri cantato banno 1' amicizia di Achille e di di Teseo e di Piritoo, e di molti alFatroclo, di coloro, che vivuti tri ; ma prendiamoci pochi sono ' nostri tempi, e raccontiamo le loro azioe chiunque ni, io degli Sciti, e tu dei Greci, di noi sar superiore in queste, offiendo migliori e pugnato avendo in amici, sar il vincitore, cotal venerando e bellissimo aringo-, coroner la patria sua. E io combattendo a solo a solo, ase fussi vinto, che mi fusse tamerei meglio, gliata la mano destra, come usanza di punire in Iscizia, che esser giudicato inferiore nel1'amicizia ad un Greco, essendo io Scita. Mnes. Non si , o Tossari, lieve impresa il venire a singolar tenzone con un guerriero della tua tempra, tile e si nel ragionare pronto, eloquente, sotMa non per questo cedendoti, tradiro io si tosto tutta la Grecia; e sara vituperosissima cosa, che stato essendo vinto da quelli due si gran numero di Sciti, quanti ne dimostra la favola, e Ie antiche vostre pitture , le quali poco irmanzi m' bai cosi bene rappresentate facendola da trafossero ora da te superati i Greci gico attore, tutti e tanti popoli e si grandi citt. 5~ ci

3qo non la destra, come presso di voi , accadesse, ma giusto sara che mi si mozzasse la lingua Conviene per determinare il numero delle azioni amichevoli, quando tu non vogli che chi pi si abbia la vittoria come piu ricsapr dirne, co Toss. No: stabiJiscasi un termine, perch non consiste la forza dell' amicizia nel numero , e se quelle amicizie, che tu manell' eccellenza; racconterai in egual numero, saranno delle inie pi gagliarde, ne faranno per certo le ferite piu gravi, ed io mi dar per vinto e pi tostamente ceder a' colpi tuoi. Mnes. Dici bene. Definiscasi quante ne debban bastare; a me parrebbe che cinque per ciascuno ne basterebbono, Toss. E cosi la sento pur io; ed incomincia tu, ma giura prima di dire la verita, essendo d'altronde facile lo inventare, e difficile il confutare. Ma se giurerai, saria empia cosa il negarli fede. Mnes. Giuriamo, poich tuil credi necessario. Quale vuo' tu dei nostri Iddii ? Bastati Toss. Bastami, ed il nostro Giove amichevole? io ancora giurero nel mio discorso all' uso del Sia dunque testimonio Giomio paese. Mnes. ve, che qualunque cosa io dirotti, o la conosco io stesso, o con somma diiigenza e ho ricercata da altri, ne v' aggiugnero niuna tragica favola. E primamente ti raccontero ramicizia di Dinia e di Agatode, divenuta argomento di eterna lode presso i Jonj Questo Agatocle fu di

V e gran tempo che visse al mondo, e Samo, n fu, come dimostro, eccellentissimo nell'amicizia, comech ne per sangue, ne per ricchezza si fusse ei maggiore di chiunque altro popolano di Samo. Fino da fanciullo fu egli amico di Dinia di Lisione da Efeso, Dinia era ricco eccessivamente, suole ad un giovane di praticavano seco lui molte pergran ricchezza, sone, buone a mangiare e a darsi piacere, ma Era anche Agadi assai lontane dall' amicizia. e come avvenir

tocle di questo numero, e conversava e mangiava con essi , quantunque non multo si dilettasse di tal compagna, e non lo avea Dinia in mage gli era poscia giore stima di quegli adulatori, e sembravagli venuto in fastidio, importuno, e ricordandogli i perche sovente il riprendea, a sparagnare quei maggiori suoi, confortavalo beni, che, procacciatisi con gran fatica, lasciati Per queste cose adunque non aveagli il padre lo invito pi ai suoi banchetti, ma bevea e mangiava soltanto con quegli, e studiavasi per ogni modo di levarselo d' intorno. Avvenne di poi, che F infelice si lasci persuadere da quelli adulatori, che Caricla, moglie di Demonatte, nobile cittadino e dei principali di Efeso era di lui accesa d' amore; e gli recavano di sua parte delle letterine, delle corone mezzo marcite, e dei pomi morsicati , ed altre cose che ritrovar sogliono le ruffiane , per avviluppare li giovani , fabbricando a poco

'592 a poco colle loro arti gli amori ed accendendogli col fare loro in prima credere d' essere amati ; e spezialmente valgono gl' ingegni loro contro di quelli, i quali credendosi esser belli, cadono pi entro la rete. Era Garicla una spensieratamente donnetta piacevole, ma puttana oltre ogni credere, e chiunque la incontrava, purch la riguardasse e paresse aver di lei alcun desiderio, ella all' istante si mostrava arrendevole, ne v' era timore che dicesse di no mai a persona. Avanzava in astuzia ogni altra sua pari, e sapea bene invescare i suoi innamorati, ed attrarsi quelli che eran dubbiosi, e quelli che s' era fatti suoi, ora cogli sdegni ed or. colle lusinghe infiammavagli col sospetto di un finto amore ed alcune volte In somma costei parea tagliaverso di un altro. ta a ci, e mblte altre- arti avea apparecchiate Questa scegliendo gli adulape' suoi amatori tori per- usarne contro il giovinetto Dinia, si presero essi nella commedia le seconde parti, e Ijri sospignevano ad amar Garicla. Ella di poi, che di gi molti giovani condotti avea al precipizio, e molte ricche case avea disertate, donna malin mjIJe sorta d' inganni , vagia ed esercitata gbermito e stretto tra le sue mani quel poco accorto e semplice dalle unghie, se luppato e tentato assa morta dalla giovane, non sel lascio fuggire prima non lo ebbe tutto avviper ogni lato; ma fu poscia sua preda, cagionato avend.

mm 3o3 Da principio mille guai al giovane sventUrato. cert lettere fante con essa una sua mando gli amorose, colle quli mostravagli le sue lagrime che tanto e le sue veglie, e finalmente diceagli, la tapinella distrutti era d* amore, che stava per appiccarsi. Per la qual cosa per la su bellezaa si persuase esso di esser felice, e desiderato dalle mogli degli Efesini; ed in fine dopo molte preghiere abboccossi con lei. E siccome accader dovea, non fu strana cosa, ch' e' si rimanesse preso d' una leggiadra donna , che sapea dolcemente trarre alla volutt co' ragionamenti suoi, piangendo a tempo, e tra le parole sospirando comed esperta era a ritenere chi passionevolmente; e lieta faceasi incontro a da lei volea dipartirsi, chi ne vema; ed adornavasi in quel modo, che conoscea essere il piu gradito, ed oltre ci cantava e suonava la cetra. Le quali arti tutte essa us contro di Dinia; e quando lo vide a mal partito, e di lei gi imbertonato ed ammollito, cerco allora un altro inganno per perdere l^infelice. Finse di esser gravida di lui, sapendo che ci molto vale a pi accendere un pazzo amatore; ne pi ne veniva ad esso, dicendo ch' era guardata dal marito, il quale saputo avea la loro tresca. Dinia non potea soppoitare tal cosa, .e rammaricavasi di non poterla vedere, piangee ripetea ad alta ra, e mandava gli adulatori, voce il nome di Caricla; ed abbracciando la

594 immagine di lei, che fatto s' avea fare di candido marmo, si disperava. Atcune fiate gittandosi in terra, vi si rivolgea in sul pavimento, e divenuto quasi era pazzo e furioso. Pi non rimandava in dono a Caricla frutti o corone, ma case e possessioni intere, e serve, e vesti preMa ziose, e danari quanti ne sapea domandare. perch mi distendo io in tante parole? La casa di Lisione, che tanto era famosa per tutta la Jonia, in breve tempo fu vota e ridotta a nulla Rimasosi egli cosi a secco Cariclea lo ab, bandon e tese le reti ad un altro giovane di Creta in braccio di e quegli sel credea quello, fingea d'amarlo, Dinia di poi dispregiato non solo da Caricla, che rivolti s' erano ma ancora dagli adulatori, il quale al Cretese, si condusse ad Agatocle, era buona pezza, che sapea i miseri termini, a che era ridotto, e bench il facesse con vergogna, tuttava gli raccont ogni cosa per ordine, 1' amore la povert, la superbia della donna, , il ri vale di Creta, ed ultimamente ch' e' si sarebbe morto, se non avesse la sua Caricla, Agatocle, non estimando che fosse quello il tempo di ricordargli, ch' egli solo era stato il disprezzato infra gli amici, e che a lui avea posto invenduta una sola casa che nanzi gli adulatori , avea in Samo lasciatag!i dal padre, raccozzanad esso recogli done il prezzo di tre talenti, assai pecunioso, e dandosi

595 Avendoli Caricla, di subito e ad ingentilirsi, ne venne la fante colle lettere e coi perch6 da si lungo tempo non si erimproveri, e vi corsero gli adulara fatto da lei vedere; tori, vedendo che Dinia era ancora mangiabile. Avendo egli promesso di andare a visitar Caried essenvi and in sul primo sonno, ricla, dole entrato in casa, Demonatte marito di lei, o saputolo da altri, o di accordo colla moglie, perch si racconta in tutti e due i modi, uscicomando che si to fuori come da un aguato, chiudesse la porta della sala, e si prendesse Dinia, minacciandogli i flagelli ed il fuoco, ed, imcome per pugnata la spada, gli si gitto sopra, vendicarsi dell' adulterio. Dinia, vedendo il peche staricolo, dato di piglio ad un catenaccio, vagli presso, ammazzo Demonatte, percosso avendolo nella fronte, e volgendosi quindi a Caricla , pur lei uccise, e non con un solo colpo, ma replicatamente e col catenacpercuotendola, cio e colla spada di suo marito I servi, che rimasi erano senza voce sbigottiti a si inaspettato spettacolo, di poi tentaron di prenderlo , ma vedendolo venire colla spada contro di loro, si diedero a gambe. Dinia, dato compimento alla sua si usci di nascoso, e dimoro fino alirnpresa, 1 aurora in casa di Agatocle, discorrendola suir avvenuto, e consigliandosi di cio ch'era da Dinia presi, giunse ch' egli era tornato tosto la notizia a

3 9Q Allo spuntare del giorno presentaronsi i sergenti del Comune, perocch il fatto gi erasi e preso Dinia, il quale non negava di divulgato, farsi. aver fatto quegli omicidj, lo condussero dinanzi il Presidente dell' Asia, il quale lo rimando alNe molto dopo fu esso trasporr Impeiadore tato in Giaro, una delle isole Cicladi, confinato ivi in perpetuo per sentenza del principe. Agae navigato con tpcle avendolo accornpagnato, e solo degli amici assistitolo esso fino in ltaha, nel giudizio, non gli manc in niuna cosa. E non fu pure abbandunato quando fu bandito, dall' amico suo, il quale condannandosi da s stesso, dimoro in Giaro, e si bandi insiem con e mancando loro il necessario, affittandosi lui: ai pescatori di porpora per tuffarsi sott' acqua , col prezzo che ne ritraea, alimentava il suo Diquegli caduto infermo, fu da esso curato per lungo tempo; e morto, non soffri Agatocle ~f ri tornarsene in patria, ma si rimase in quell' isola, vergognandosi d' abbandoL' azione di nare 1' amico bench nel sepolcro questo amico Greco non molto, che avvenuta, perocche non so bene, se sieno ancor passati cinque anni da che Agatocle si mori in Giache o Mnesippo ro Toss. Piacesse al cielo, , avessi tu cio narrato senza giurare, mostrato tu come un amico di avendomi codesto Agatocle , nia Scizia; ma dubito che ne possi tu dimostrare un Ed essendo

397 o TosOdine adunque, Ia quasari, un' altra di Eutidico di Calcide, di nale mi raccontd Similo megarese, padrone ve, giurando di aveila veduta cogli stessi suoi occhi. Dicea egli di aver navigato dall' Italia in altro si fatto. Mnes. Atene verso il fine di autunno, ed aveva in nave certi passeggieri presi qua l, tra i quali v* era questo Eutidico e Darrtone di Galcide suo Avevano la stessa et, se non che Eutidico e Damone pallido ed era robusto e gagliardo, e sembrava risorto poco innanzi da infermiccio, amico. una lunga malata. Fino in Sicilia navigarono, ci dioa Similo, prosperamente, ma passato lo stretto, facendo viaggio nel mar di Jonia, gli soE cbi potda tutpraggiunse una gran tempesta. i flutti, il turte qui riportarne le particolarit, e tutti gli altri mali che s' inbine, la grandine, contrano in questi pericoli? Essendo quasi presso a Zacinto abbassarono le vele, e calarono alcune spre (1) per esser meno balzati dall'impeto

(1) l:T'Jretfct.Spere J termine marineresco venuto 4 nai da' Greci, L' Ariosto nel Furioso C. XIX. Rimedio a questo il buon nocchiero trova, Che comanda gittar per poppa sperfJ; E caluma la. gomena, e fa prova Di duo terzi del corso rattenere Francesco da Rarberino nelie Chiose a' documentsd'Amore spiega: Speras ; ligantur enim plures fasces et projiciuntur in aquas retro nnes, ut non sic naves currant fracti temonibus, et diquntur sperae quasi res quae faciunt tardare progressum Tie' nostri antichi poeti Italiani questo vocabolo J frequente

598 delle on de. Era di mezzanotte, e travagliando pel gran movimento a Damone lo stomacolla persona verso il maco, inchinandosi ed avvenne secondo io crere, vomitava; , do, che pendendo pi la nave da quel lato, dove rgli era incbinato, o sospinta allora dai flutti, cadde egli nel mare a capo in gi, e sventuratamente non era nudo che potesse nuotare. All' istante adunque si pose a gridare, e si sostenea appena sull' onde, e stava per essere che si trovava nudo nel letsoffocato. Eutidico, to, tostoche lo udi, gittossi nel mare, e preso Damone gi vinto, e mancato di animo, perocche splendendo la luna vedevamo chiaramente noi tutto, nuotava e lo sollevava, Noi desiderae compassionavamo la 10vamo di soccorrergli , ro disgrazia, ma non potevamo farlo cacciati innanzi dal gran vento. Femmo nondimeno quele gittammo loro molti sugheri, talo potevamo, vole e final mente la scala istessa della nave, che non era picciola cosa , acciocche incontranConsidera ora, per dovisi potessero attaccarvisi. se dimostro giammai alcuno pi costante Dio , benevolenza verso un amico , buttandosi di notse non che per aver te in un mar si turbato, E poniti dall' una con esso coinune la morte parte innanzi degli occhi lo innalzarsi delle onde, il rimbombo dell'acqua ripercossa, la spuma bollente all' intorno, la notte e la disperazione,

599 e dall' altra quello mezzo soffocato, che si rege e distendea la mano all'amico, gea appena, che non questi che nuotava insieme e temea, prima di lui; perche in queche questo Eutidico, del sto modo conoscerai, non si un amico di poco quale io ti racconto, Toss. Morirono eglino, o Mnesippo, o valore avvenne loro di salvarsi fuori di ogni speranJa, si morisse Damone perocch io temo molto per essi? Mnes. Sta di o Tossari, si salvarono amendue , buon animo , e dimorano ora in Atene a studiarvi la filosofia. che solo le cose, Similo non potea raccontare che vide nella notte, cio quello caduto, e raltro gittatosigli appresso, e nuotare quindi inper quanto si potea distinguere di notte Quello di poi era seguito, lo raccontavano quelli che conoscevano Eutidico. Cioe, che da prinvi si eran cipio incontratisi in alcuni sugheri, sostenuti nuotando con molta difficolt, ma veduta poscia la scala verso 1' aurora, nuotarono sieme, verso quella, e salitivi sopra, traversando Io spazio interposto, con facilita approdarono a Zacinto Appresso di costoro non a mio avviso da dispregiarsi 1' amicizia di un terzo a niuno di questi inferiore, del quale vo' io ora narrarti. Eudamida di Corinto, essendo poverissimo, aveva amicizia con Areteo pur di Corinto e con Carisseno di Sicione, assai ricchi uomini Venendo a morte lasci un testamento , del quale molti

400 si farfan beffe, ma tu, cbe sei uomo dabbene e che fai gran conto dell' amicizia e combatti non credo per avere in quella la preminenza, che ne avrai tale opinione. Scritto era in quello: Lascio ad Areteo che faccia le spese a mia madre, e che abbia cura della vecchiezza sua; ed a Carisseno, che mariti la mia figliuola con. quella dote, che potr del suo darle maggiore. Avea egli la madre vecchia ed una figliuola gi da marito. Quindi soggiugnea; e se alcuno di essi non potr ci compiere per caso gU avV altro per esso alla parsoddisfaccia. venga, te sua. Lettosi il testamento, coloro cbe conoe non sapeascevano la povert di Eudamida, no quanta si fosse stata 1*amicizia tra loro, presero la cosa in ischerzo, e dileggiando si partivaQuale eredita ora riceveranno quei di Areto e Carisseno pagando ad Eufortunati damida, e viventi avendo erede un defonto! Ma gli eredi- per udito avendo ci ch* era loro imposto, ne vennero incontanente per porre in eseE Carisseno, cuzione la volont del testatore. sopravvivuto essendo soli cinque giorni, morissi. Areto, mostrandosi 1' ottimo degli eredi, presa la parte sua e quella di Carisseno, nutri la maed in pochi di dot la figliuodre di Eudamida, la sua, dandole due talenti di cinque ne possedea, e due altri alla sua figliuola, e celebro in Che te un giorno istesso 18 nozze di amendue. ho dicendo:

401 ne pare, o Tossari? non si e questo Areteo un notabile esempio di amicizia, il quale non si tolse dall' eredita, e non rifiut il testamento dell' amico? Non diremo adunque perfetto ancor lui , perch siasi uno dei cinque? Toss. Per cerMa io arnto si questo un uomo assai onesto miro vie pilt la fiducia, che ebbe Eudamida ne' che avrebbe suoi amici Imperocche dimostra, egli fatto il simile verso di loro, ed ancorche non glielo ingiugnessero per testamento, si sarebbe egli senza scrittura volontariamente costituito erede delle lor volont, Mnes. Nont'apponi male, ma di Erti vo' raccontare il quarto di Zenotemide Mi fu mostrato in Italia molao marsigliese. per la mia patria. Apparia esser bell' uomo, grande di statura e facoltoso. In viaggio gli sedea sempre a canto nel quando cocchio una femmina brutta oltremodo, monca dal lato destro, senza un occhio, la quale non avendo in se membro che fosse sano era un , vero mostro da far paura; talche maravigliandomi io come un uomo si gentile e si beHo, di sedersi in cocchio con una tal sopportasse donna, quegli che me to avea mostrato, e che era pur di Marsiglia e sapea appuntino ogni cosa, mi raccont la necessit di quel matrimonio. Dissemi adunque: Zenotemide era amico di uomo Menecrate, padre di questa brutta, co ed onorato non meno di lui Avvenne Vol, 11. 26 ricche v'andai ambasciadore

402 Menecrate perdette per un giudizio i suoi belli, e fu condannato per infame dal Consiglio de' Seicento, per avere fatto non so che contro te leggi. Per lo che dolente s' era assai Menecrate, non solamente per la condanna, e per es* sere di ricco povero, e di onorato divenuto in* fame in si piccol tratto di tempo, ma vie pi ancor lo affliggea una figliuola sua da marito d' et d' anni diciotto, la quale ancbe innanzi il giualcuno per povero ed che l5 avesse voluta per ignobile che si fosse, si sciagurata essendo di forme ed anmoglie, cor diceasi che patisse di mal caduco. Lamentandosi ei di questo con Zenotemide, egli gli disse: Sta di buona voglia, Menecrate, perche e trovera la non manchera a te il necessario, figliuola tua uno spo~o degno delIa sua stirpe. E dette queste parole, presolo per mano, lo condusse in sua casa, e jdivise con esso la sua ricda. e comandato che si appareechiasse chezza , cena, lo invito a mangiar seco con molti de' suoi - amici, dandogli a credere che alcuno di essi sposato avrebbe la figliuola. Quando di poi ebbero cenato, e versato il vino in onor degl' Iddii, pordi vigendo egli a Menecrate una tazza colma dal genero la no, Togli, disse, o Menecrate, bevanda dell' amicizia. Sposerd oggi io La. tua e la dote gi V ebbi Chidimaca, figliuola in venticinque talenti Risposegli Menecrate: dizio non s' era trovato

403 in fede mia, o Zenotemide, perchb non che volessi veder sono io tanto impazzito, te, ehe sei giovane e hello, congiunto ad una fanMa parlando ancora ciulla deforme ed inferma. se ne entr in il padre, toltasv esso la sposa, Taciti camera, ed avendola sverginata ne usci ; e da quel e come tempo in poi Is ama ardentissimamente, tu vedi, se la mena appresso in ogni luogo ove ei va; e tanto si e ltmgi di pentirsi di tal che sembra gloriarsene, dimostranmatrimonio, la bellezza o la bruttezdo, cbe dispregiando za del corpo e le ricchezze e gli onori, ha solo all' amico, e non ba creduto cbe divenuto fosse indegno dell' amicizia sua per la sentenza de' Seicento. Ma lo ba omai di questo ben ricompensato la fortuna, perche gli nato da quella bruttissima moglie un riguardato Menecrate fanciullo Questi, avendolo il padre preso per inano, lo condusse in Senato coronato di olivo e vestito di nero, perche destasse pi bellissimo

compassione per 1' avolo. Il fanciullo ridente facea festa, e battea le mani a' Senatori, i quali piegandosi a quella vista, tolsero la condanna a e renderongli i suoi onori in grazia Menecrate, della intercessione di questo avvocato. Queste raccontavami il Marsigliese aver fatte Ze-notemide per 1' amico, non piccole, come'vedi, n~ forse praticate da molti Sciti, i quali dicesi cbe diligentemente cbe anche le lor procurano, cose

44 concubine sieno bellissime. Rimane il quinto, e parmi di non parlar d'altri, ne lasciare indietro Demetrio di Sunio. Navigando questo Demetrio in Egitto con Antifilo alopecese, col quale avea amicizia fin da fanciullo ed era deHa sua vivendo insieme ed esercitandosi neUe scienze, dando egli opera alIa filosofia cinica, sotto quel sofista di Rodi, e studiando Antifilo la medicina, avvenne che trovandosi Demetrio in Egitto si pose in viaggio per veder le pirarnidi , et, e la statua di Memnone, avendo udito che quantunque quelle sieno altissi me, tuttavia non faceano ombra, e la statua pailava al levare Jel Sole. Desideroso pertanto dello spettacolo delle piramidi e della voce di Memnone, Ia'scia;o Antifilo spaventato dalla lunghezza del cammino e dall' ardore del Sole. avea di gi navigato sei mesf contro la corrente del Nilo. In questo rnentre avvenne una disgrazia ad Antifilo, che abbiImperocsognava di un amico assai valoroso. che un suo servo, il quale era Siro di nome e di patria, accompagnatosi con certi sacrileghi , se ne entro con essi nel tempio di Anubi, e spogliato lo Iddio, e rubatogli due vasi d'oro, ued i capi di cane di arno scettro pur d'oro, gento, ed altre robe, depositarono il tutto presso del Siro. Quindi imprigionati ( stati essendo al so che non vendevano mentre ) posti sorpresi tormento della ruota, immantinente confessarono

405 di Ancondurre e fattisi cosa, all' albergo ogni i fagotri sotto del letto in tifilo, ritrovarono Fu percio legato il Siro certo oscuro luogo e fu questi sorpreed il suo padrone Artifilo; so mentre stava ad udire la lezione del maeanzi non avendo niuno che lo ajutasse, stro, come rubatutt' i suoi compagni il fuggivano tore del tempio di Anubi, e credeano che fusse un' empiet il mangiare ed il here insieme con che avea, imbagaE due altri suoi servi Stetgliato quanto era in casa, via sen fuggirono tesi adunque l'infelice Antifilo in catene per molto colla taccia di essere il piu ribaldo di tempo, nella prigione; ed il quanti v' eran malfattori esso. carceriere egiziano, va far cosa grata uomo superstizioso , riputacol agl' Iddii e vendicargli

e se alcuna dimostrarsi verso di esso severo; volta volea scusarsi dicendo di essere innocene maggiormente te, tenuto era per isfacciato Per la qual cosa cadde malato, e si trovava assai male, siccome quegli che conveniagli dormire sulla nuda terra, e non poaveanlo tea neppur la notte distender le gambe, per averle strette tra i ceppi. Nel giorno bastava che legato fosse col collare e per la mano sinistra, ma la notte gli convena esserlo per tutto il corpo. In oltre il fetore del carcere, il caldo per molti incarcerati in quello stretto luogo ed ammassati in modo che non vi si potea respirare, lo in odio.

406 ed il poco sonno, tutte strepito, delle catene, queste erano cose dure ed insopportabili ad un uomo non accostumato, ne esercitato ad una vita si cruda. Disperando omai di se stesso, n ritorno finalmente Devolendo prender piu cibo, metrio nulla sapendo dell'avvenuto, e dappoich ne fu inteso, correndo di subito verso il carcere come trovavasi , non vi fu lasciato entrare perch era gi sera, ed il guardiano chiusa avendo la porta, era gi buona pezza che si era andato a dormire, imponendo ai famigli cbe si La mattina di poi dopo molstessero in guardia te preghiere vi fu intromesso; ed entrato per di Antifilo Cambiato affatto lungo tempo cerc d' aspetto dagli affanni e dalLe sventure; ed andando intorno riguardava da capo a piedi ciacome far soglion coloro, scuno dei earcerati, cbe nel Juogo della battaglia ricercano i corpi non gi corrotti dei suoi. E se replicatamenle lo avesse ad alta voce chiamato a nome Antifilo non lo avrebbe ritrovato per la di Dinomane, gran mutazione aveva fatto. Intesa la voce, forte rispose, e mentre gli si facea incontro, solmandando indietro i capelli, che levandosi e del volinnanzi ed annodati cadeano gli squallidi to, ed il vide e fu da lui visto, a quello spettacolo inaspettato caddero per doglia amendue tpamortiti per terra. Dopo alquanto di teme tornato in s, solleva Antifilo , po Demetrio

407 inteso come si stava la- cosa, lo distintamente e squarciando conforto a star di buon animo; per mezzo il mantello suo, gittatosene la met eopra le spalle ne lascio 1' altra ad esso, faspogliare di quei sucidi e laceri panni E da quell' ora in poi in qualunque che avea. modo pot non lo abbandono mai , e sempre era E vendut presente a curarlo ed a conso larlo cendolo 1' opera sua ad alcuni mercanti del porto, dalla mattina fino al mezzogiorno col portar pesi ridi poi Iraeya da loro una non iscarsa mercede; con quel guadagno ne venia alla prigione, e datone una parte al guardiano, renduto avealo piu e 1' altra sofficientemente pacifico e mansueto, gli bastava per provvedere all' amico suo. E nel giorno ma sostavasi con esso per confortarl, pravvenendo la notte si ponea a giacere non lun-

gi dalla porta della prigione sopra un letticel,lo, cbe fatto si era di foglie, ed ivi si riposaTa. Durarono in questo modo alquanto tempo, entrando Demetrio a sua posta senz5 impedimento, ed Antifilo per la presenza sua ne ricevea non piccol conforto. Da poi morto essendo nel carcere certo ladrone di veleno, secondo si sospett , si fe' la guardia con pi diligenza, . iasciavasi niuno che fosse libero. Per la non poqual cosa Demetrio dolente e disperato, tendo per niun modo starsi coll'-amico, ne an-* do al Vicario del Prefetto, ed accus s stesso, enttare

4o8 come principe del sacrilegio di Anubi Appena ebbe cio delto fu mandato subito alla prigione, e legato insieme ad Antifilo ; perocch avea ot? tenuto con molte preghiere dal prigioniero di starsi presso di esso, ed esser legata alla stessa con cio spezialmente la benevolenza sua per 1' amico, non curando i proe comech fosse pur egli inferprj suoi mali: e mo, avea sol cura che Antifilo si riposasse, non si affliggesse; di modo che il male in comune, pigliavano consolazione. Furono pero coll' po per un accidente impensato 1' infortunio. sopportando cosi 1' uno dell' altro andare del temcatena. E dimostro

Imperocch rati ritrovato. non so dove una lima, e corou*i-N cato il consiglio suo con molti compagni, tagli la catena colla quale per ordine col suo anello stavan tutti legati, e discioltisi uccisero cilit i guardiani, ch'erano pochi, pito tutti insieme ristretti; ed useiti fuori si spare sero chi qua e cbi la ove meglio poteano, molti poscia ne furon presi. Demetrio ed Antifilo rimasero al luogo loro, e trattennero il Siro ebe jdi gi si partiva. Fattosi giorno, e saputosi dal Prefetto di Egitto, l'avvenuto spedi gent~ contro i fuggitivi, e fatto cbiamar Demetrio coll' amico, liberogli dalle catene, lodandogli, Ma non contentache soli non erano fuggiti. ronsi essi di essere per tal modo assoluti, e con fafecendo em-

liberati da quelavendo uno dei carce-

409 Demetrio grido, mostrando averlo per male, e che gli fosse fatta ingiuria non piccola, perch essendo stimati malfattori, non doveano per misericordia essere liberati, ne commendati, perin fine il e costrinsero che non eran fuggiti; Ritrovata giudice a meglio esaminar la faccenda. ch' egli ebbe la verit, e che non erano essi di nulla colpevoli, lodandogli sommamente, e spee per consozialmente Demetrio, gli licenzio, larli della pena che si ingiustamente avevan sofferta, volle amendue regalargli del suo, e don ed il doppio a dramme, ed Antifilo si trova ancora in EgitDemetrio; to. Demetrio, lasciate ad esso anche le sue ventimila dramme, se n' andato in India ai Bracad Antifilo diecimila sol questo ad Antifilo: Che si potea omai partir da lui senza biasimo, perche essendo egli in buona fortuna pi non de' fatti suoi, e che quanto a abbisognava s non curava delle ricchezze , contentanmani , dosi con parsimonia. Tali sono o , Tossari, gli amici greci, e se non ci avessi tu. accusati che siamo usi a far pompa di paroche le, ti ridirei io molti discorsi assai belli, Demetrio disse dinanzi a' Giudici, nulla operando per s, ne in sua difesa, ma pregando e piangendo per Antifilo, e trasportando la colpa in se solo , finch il Siro fe' liberare amen due. Ho voluto torturato li io di molti di vivere dicendo

4l esempj raccontarti questi pochi, di amici buoni e sinceri, li quali prima mi sono tornati in memoria; ed omai dando fine al discorso, * concedero che tu dica per la tua parte. Sta ora a te di far conoscere gli Sciti non inferiori, e migliori anzi e pi valorosi di questi, se non vuoi che ti sia tagliata la destra. E ti conviene in oltre comportarti da valentuomo, altrimenti faresti rider di te, se ti mostrassi ora per gli Sciti tuoi poco eloquente oratore dopo avere si sofisticamente lodato Pilade e Oreste. Toss. Tu fai bene, gionare, mozzata so o Mnesippo, ad impegnarmi a raquasi che facessi niun conto, che ti sia la lingua, se sarai vinto dal mio discor-

Ma io commcio all' istante, non facendo stunon essendo ci dio di parlare elegantemente , usanza degli Sciti, e spezialmente quando meglio che le parole parlan le cose. Non ti aspettare che io ti narri niuna di quelle fraschere, che hai tu raccontate, che tolto abbia alcuno senza dote una brutta femmina, o che abbia altri dato due talenti per maritare le figliuole altrui, o che per Dio vi sia chi siasi indotio ad coll' apparenza di esseresser posto in catene, ne poco appresso disciolto. Queste cose sono n v' ha in esse grandezza d' animo meschine, e gagliardia. Io ti racconter molte stragi, more se tu paragoli, e battaglie per gli amici, nerai le cose greche con quelle degli Sciti,

4n Bench6 ne avconoscerai che son fanciullaggini. e non senza ragione, viene convenevolmente che lodate voi Ie piccole cose ; imperocche vivendovi in profunda pace, non vi si presentano grandi occasioni di dimostrar l'amicizia , ne si pu conoscere il buon piloto in un tempo calmo, ma vi bisogna la tempesta per giudicarne. o assaFresso di noi vi sono guerre continue, liamo, o siamo assaliti, o combattiamo insieme ci si conviene spepe' pascoli e per la preda, e percio amici; fermissimamente strette abbiamo le amicizie , e solo queste estimiamo che sieno armi invitte ed Primamente ti vo' narrare per quai insuperabili modo noi facciamo amicizia, non nei conviti , zialmente avere molti valenti come voi usate, n per ragione di vicinanza, o di eguaglianza di et; ma quando vediamo un uomo forte e gagliardo, e capace di far grandi e cio che cose, ci rivoltiamo tutti ad amarlo; fate voi nelle nozze, degli amici, e praticando lo facciam noi nella elezion amoreggiandoli. per lungo tempo , insieme in molte faccende per non e di poi comparire iningannarqi nella scelta, stabili. E quando scelto abbiamo 1' amico, insieme ci restrignemo, e solennemente giuriamo di vivere e morire se fia d' uopo 1' uno per e facciamo in tal modo : Is altro, tagliatisi insieme le dita, ne goccioliamo il sangue entro una tazza, ed intingendovi le punte delle spade,

412 vi accostiamo poscia la bocca, e ne beviamo amendue; e fatto questo, non bavvi cosa che possa piu separarci. Ne strignere questi patti concesso a pi di tre uomini; perocch se alcuno ha molti amici , ci sembra a noi questo tale esser simile alle femmine comuni ed adultere; ed istimiamo che 1' amor suo diviso in tante parti non sia per durar lungamente, Incomincero dagli accidenti di Dandami poco fa occorsi. Dopo una scaramuccia co' Sarmati condotto era Ma che prigione Amizoco, amico di Dandami dico? da che cosi siam convenuti in principio , vo' prima giurare, secondo il nostro uso. Giuroti adunque per lo vento e per la scimitarra , che non ti narrero, niuna buga o Mnesippo , sull'-amicizia degli Sciti Mnes. Non mi curo io molto del tuo giuramento Tuttava bene hai fatto a non giurare per alcuno Iddio Toss. Cosa ti di'? non ti pare che sieno Iddii il vento e la scimitarra? ignori tu dunque che non hanno gli uomini maggior cosa della vita e della morte? Giurando adunque noi pel vento e la tanto lo facciamo, scimitarra, quanto il vento cagione deHa vita, e la scimitarra della morte. Mnes. Se si adunque per queste cose, v' avrete voi molti altri Iddii simili alla scimitarra, i dardi, le picche, la cicuta, i lacci, ed altre cose si fatte; imperocch questo Dio della morte ha varie ed infinite vie che ad essos

415 Toss. Non t' avvedi che tu ti comconducono porti meco da storcileggi e da litigioso, iriterrompendo e guastando il ragionamento mio? eppure quando tu hai parlato, io t' ho ascoltato in e con silenzio. Mnes. Nol faro piu, o Tossari, ragione me ne hai tu ripreso. su e continua di huon animo Laonde quello ed omai t' ascolter si tacitamente, niinciato; come presente non fossi al discorso tuo. Toss. Erano passati quattro giorni da che Dandami ed Amizoco congiunti insieme in amicizia bevuto aveano il sangue 1' uno dell'altro , quando li Sarmati fecero una correra contro il nostro paese; e si dicea ch' erano in numero di diecimila cavalli e trentamila fanti. Avendoci colti alla ci posero tutti sprovveduta, non aspettandogli; in fuga, ed uccisero molti de' pi valorosi di noi, ed altri ne menarono prigioni; ne campa- rono che quelli, che nuotando passarono all' altra sponda del fiume, dov'_era accampata la meta del nostro esercito ed una porzione dei carri; perocch6 per non so quale avvedimento i capi della nostra carovana (1) disteso aveano i padiglioni sopra amendue le ripe del Tanai Prestamente adunque si portarono via il bottino (1) Ti&ofytv rotgetpxirXacvoii Male volta il traduttore latino consilio ducum nostrorum. Gli Sciti erano erranti e viaggiavan sempre da un luogo air altro, come ora nella regione istessa usan di fare i Tartari. di' pur hai inco-

414 e saccheggiarono i nostri aeguito dai prigioni, sorpresero molti carri colle genti padiglioni, che v* eran sopra, e svergognarono in sugli occhi nostri le donne e le concubine nostre; lo che ci cagionava grave dolore. Amizoco essendo preso e menato via, cbiamava ad alta voce l'amico suo , ricordandogli la tazza ed il sanDandami avendolo udito, punto non rigue stando, alla vista di ognuno nuot verso i niLi Sarmati ne venivano cogli archi tesi mici Chiunper saettarlo, ma egli grido loro: Zirin. que dice questa parola, non lo ammazzano, ma lo accolgono come persona, che ne viene per Condotto pertanto dal capitano loriscattare ro, gli domando 1' amico ; e quegli gli chiese il riscatto, e negava di rilasciarlo se non ne ritraea : Tutto una gran mercede. Risposegli Dandami ci che io possedea m' stato da VOLrapito, comanda quelma se nudo posso soddisfarti, lo che tu vuoi da me, che sono io apparecchiato a sostenere ogni cosa; e se in cambia di lui vuoi ritenere la persona mia, fa di me cibt che ti pare. Disse allora il Sarinata : Non venuto essendo collo Zirin, lecito di ritenerti, ma se vuo tu lasciare una parte di ci che il tuo amico. Richieselo hai, puoi ricondurre ed di cio ch' ei volesse prendersi, Dandami esso gli domando gli occhi suoi. Dandami pree stati stamente si offerse a farsegli cavare;

415 i il piscatavendosi Sarmati ed cavati, essendogli ad esso apAmizocone ritorno to, prendendosi a saled insieme nuotando, giunsero poggiato, vamento presso di noi. Questo accidente riconne si credettero di essere forto tutti gli Sciti, vedendo che il pi prezioso bene affatto vinti, rimanendo stato non ci era tolto dai nimici, presso di noi l'onesta dell' animo, e la fede verEd i Sarmati furono non poco inso gli amici terroriti, tra se ragionando contro quali uomini allora e avessero a combattere, appareccbiati come dinami gli non pi colti all' impensata, aveano absuperati. Talch la notte seguente, bandonando molto bestiame, e brugiati i carri, Amizoco di poi non istifuggendo si ritirarono m pi di vedere dopo la cecit di Dandami, ma esso ancora si acceco, e sedono ora insieme amendue con gran de onore alimentati dal comune degli Sciti. Hai tu, o Mnesippo, nulla di simile a raccontarmi de' vostri, ti fosse anche concesso di noverarne altri dieci oltre qllei di pi, cinque, ed aggiugnendovi ce, contro il giuramento molte tuo? T' ho io raccontato la cosa te: se 1' avessi tu detta, io mi so mischiate avresti al discorso molte come le preghiere di Dandami, fu accecato, le cose che disse, se cosi ti piamenzogne del semplicemenbene che framsiceleganze, il modo come come ritorno , ed altre

e con quanta festa Io accolsero gli Sciti,

416 cbe voi sapete inventare, ciance, per piacere Ora ascolta di un ltro degno agli ascoltanti di eguale onore, chiamato Belitta, cugino di questo Amizoco; il quale trovandosi alla caccia insieme con Baste suo amico e vedendolo ; tratto gi da cavallo col lione, che lo aveva di gi afferraffo e di gi gli stava alla gola e lo stracciava colle unghie, disceso dal cavallo, pigliando di dietro la fiera, la tirava e contro se la istizziva e da esso la rivolgea, e cacciandole le dita tra i denti si forzava per quanto potea dai morsi; fintantoche il lione, lasciando quello mezzo morto, si volse a Belitta, ed abbrancatolo, lo uccise Esso pero morendosi per modo percosse il lione nel petto colla scimitarra, che tutti insieme morirono; e noi gli seppellimmo ed innalzammo due sepolcri uno per gli Narredirimpetto per il lione l'amicizia di rotti in terzo luogo, o Mnesippo, Macento, di L'ocato e di Arsacoma. Questo Arsacoma innamorato erasi di Mazza figliuola di andato essendo dal Leucanore re del Bosporo, amici e l'altro padre per ambasciadore pel tributo, che sono a noi soliti pagare li Bosporani, -e che gi erano passati tre mesi che non ci avean pagato come doveano Veduto adunque avendo nella cena d'essa s'innaMazza, vaga e bella fanciulla, Accommoro e per lei assai mal si trovava modata erasi la faccenda del tributo, ed aveva di liberar Baste

417 I avuta la risposta del re, i1 quale avealo accol costume dei to a mensa per accomiatarlo che gli amanti nel convito domanBosporani, dano le fanciulle, e raccontano chi sieno, e per qual cagione si credan degni di tal matrimonio. Avvenne per caso che assai amanti si ritrovava110 a quella cena re e figliuoli di re, e v' eran tra gli altri Tigrapate principe dei Lazi , Adimare molti altri. Conco capitano di Maclinia, viene di poi che ciascheduno degli amanti, quando ha esposto di esser venuto per cagione delle nozze, si giaccia a mensa in silenzio cogli alla cena, dimandano allora una tazza e versan del vino sopra la mensa, e si dichiarano amanti della fanciulla, lodandosi assai della nobilt, della ricchezza, e della potenza. Atri di loro versato e fatto quella domanda, noverando le ricchezze ed i regni, per ultimo Arsacoma domand la tazza, ma non verso ( perocch non nostro costume di buttare U vino , e ci sembra ci una ingiuria verso Iddio ), ma bevutolo tutto ad un sorso, disse : o re, per moglie La tua figliuola Dammi, Mazzea, essendo io piii adatto di tutti costoro quanto alle ricchezze ed alle possessioni. Leucanore, perch sapeva che Maravigliandosi Arsacoma era povero e del volgo degli Sciti, lo interrogo dicendogli: E quanti armenti e quanH carrette possiedi Vol il. tu? perch ay in tali robe vendo molti Finita

418 suole consistere ho nb greggi, la ricchezza vostra. Io non, n carri, risposegli buoni e gentili amici, uomo di Scizia.

ma ho due ebbe mai altro

Arsacoma , quali non Per la qual

e fu stirisposta fu egli deriso e dispregiato, mato briaco. La mattina seguente tra tutti fu scelto Andimarco, il quale menar dovea la sposa in Maclinia per la palude Meotide Arsacoma ritornato a casa raccont agli amici come era stato avvilito dal re, e beffato nel convito per essere creduto povero, quantungue, soggiunse loro, io gli avessi detto di avere in voi ricchezza grandissima, o Loncata e Macenta} e che la benevolenza vostra era assai meglio, e valeva pi della potenza dei Bosporani. Ma mentre io. gli dimostrava ci, v' avea egli in e beffandosi di voi concedette la fidispregio, che la menasse, gliuola sua ad Andimarco perch colui diceva di avere dieci tazze d'oro, ed ottanta carrette di quattro letti, e molti buoi, e molte pecore. In questo modo ha fatto egli maggior conto di vasi d' un VQno prezdi numerosi bestiami, zo, di pesanti carri, Ed io mi dolgo, o ache d' uomini valorosi. mici, per due cagioni, e perch amo JVLazzea, e perch non posso si di leggieri soffrire d'essere stato ingiuriato alla presenza di tanti uomini. E la ingiuria mia la reputo egualmente per la terza parte si spetta vostra, perocch

419 di voi, vivendo noi in tal modo da quel tempo che ci siama insieme legati , come un solo, e che del pari avessimo ed fussimo e dolore. Non per la terza parte , allegrezza a ciascun ma ciascuno di noi intiera rispose Loncata, essendo tu stato ofha ricevuto C ingiustizia, Come vogliamo governarci feso in tal modo disse Macenta. Partiamo in questa faccenda? noi questa ed rispose Loncata, impresa, ad Arsacoma il capo di portare io prometto di Leucanore, e tu, o Macenta, bisogna che gli in casa la moglie. Cos sifaccia: rispose l'altro. Tu di poi, conlinu, o Arsacoma ( perocch da credersi che converr venirne alle armi conduci ed al sangue ) in questo mentre, aspettando ed apparecchia armi e cavalli, e noi, raguna Non ti sar quanta pi gente ti fia possibile. molte persone , essendo difficile di cattivarti tu buono, ed avendo noi molti familiari, e spezialmente sopra la pelle del hue. ciascuno ne Approvata da loro cotal sentenza, ando al suo cammino, e Loncata si affretto verso il Bosporo, e Macenta verso Maclia, a cavallo amendue. Ed Arsacoma, rimaso a casa, si co' suoi eguali, ed armava i suoi fase ti sederai tra

adoperava e finalmente si sedette sopra la pelle miliari, La quale usanza si tale presso di noi. Quando alcuno e stato da un altro ingiuriato , e volendosi vendicare, si avvede di non avere forze

420 bastanti, sacrifica un bue, e divisolo in mofti pezzi, ne fa cuocer la carne. Esso di poi, distendendo la pelle in sul terreno, si siede so" pr' essa colle mani dietro alie spalle, come quelli

che son legati per le braccia, e si e questa presso di noi grandissima preghiera. Apprestate le carni del bue, avvicinandosi i familiari e chiunque altro vuole ne piglia un pezzo, e ponendo il pi destro sovra la pelle, promette per quanto in suo potere chi di dare cinque cavalli senza soldo e senza spesa, chi dieci, e chi pi, chi uomini d' arme o fanti quanti potr; e queRagli che poverissimo promette se stesso. gunasi adunque per via di quella pelle gran gente, ed quello un esercito forte ed inespugnabile e che si rimane costantemente alle insegne, avendo ciascuno giurato; perche il salire sovra Arsacoma adunque la pelle si un giuramento era in questo occupato, ed avea in tal modo raccolti da cinquemila cavalli, e ventimila tra fanti Infra tanto Loncata, non coe uomini d'arme. nosciuto da niuno gionto nel Bosporo, se ne ando al re come per trattare alcuna facenda di stato, e disse che veniva dal Comune degli Sciti, e che privatamente dovea parlargli di gran cose. Avendogli quegli imposta di parlare, discose comuni e se: Gli Sciti ti domandano vostri non i che cio paspastori giornaliere, a pascere sino nel campo, ma si rimangano

421 entro Quei ladroni che accusati avete di aver corso il paese vostro, negano del che stati sien mandati per deliberazione ma va ciascun di essi rubando per Comune il Tracone. alcutalch prendendone privato, guadagno tu se' padrone di punirlo no, Queste cose mi sono state imposte da essi. Ma da per me che Arsacoma di Mastesso ti vo' avvertire, che poco fa stato ambasciadore rianta, presso di te, b gi sul punto di fare nel paese ed io credo, perchb vostro una gran correria; egli b assai sdegnato di non avere ottenuto la, che aveati domandato; e sono di gilt figliuola che siede sovra la pelle, giorni, messo insieme un non piccolo esercito che si adunava teso, disse Leucanore, sovra la pelle del hue, ma non sapea sette ed ha Ho zngente che si

contro di noi, nb che Arsaapparecchiasse coma ne fosse il promovitore Tale apparato b contro di te, rispose Loncata Arsacoma b ha sdegno, perch sono onoramio nimico ed to dai pi vecchi, ed in ogni cosa sono tenuto migliore di lui. Se tu mi prometti V altra tua figliuola la quale io non mi Barcetide, stimo indegno di averla, tra non molto ti rccher la sua testa Te la prometto , disse il re assai intimorito , perch sapea la cagione dello sdegno di Arsacoma per te nozze, e stavasi in oltre sempre in paura degli Sciti.

422 Giura di servarmi queDissegli allora Loncata: sto patto, n di ritrartene. Volea gi farlo, e distesa avea la mano al cielo per giurare, quando Non vorrei che vedendoti gli disse Loncata: alcuno qui giurare si ponesse in sospetto, per entriamocene entro questo tempio di Marsenza c he te, e, serrate le porte, giuriamo, niuno ci aseolti; Arsaperocch se giugnesse coma a saper questo, temo che non mi sacrila guerra, avendo fichi innanzi se forze non piccole Entriama, e voi ve ne state piii che potete se io venga aleuntJ nel tempio, mo. Allorch furono gia intorno a rispose il re ; da lungi, n non la chia-

entrali, e si furon rilirate le guardie, impugnata cairuna mano la scimitarra, e coll' altra turatagli la bocca, percb non gridasse, lo percosse nel cuore, e poi tagliatogli se lo pose sotto il mantello, ed usci il capo, fuori facendo mostra di parlare con esso, e dicendogli che sarehbe tosto tornato, come se da E perlui mandalo fosse per quaiche bisogna. venuto in tal modo al luogo, ove lasciato avea legato il cavallo, montatovi sopra, a tutta corsa Ne lu punto inseguito. perch pass gran tempo, innanzi che gli Bosdel fatto; e quando se ne porani s'accorgessero avyidero, furono in contesa pel regno. Queste ed adempi la promescose opero Loncata, il capo di sa fatta ad Arsacoma, portandogli cavalco verso la Scizia.

423 in viaggio l9 avvenuto nel Bosporo, prigiunto presso i Maclii, annunzio loro la morte del re, e mieramente il popolo ti chiama per disse: 0 Andimarco, Leucanore. Macenta udito tu come genero del re. Laonde fiUO signore comparenr poniti in via, ed occupa il regno, La fanciuldo orq. che be cose sono turbate. La ti pu seguire appresso su i carri, perocLa nazione dei ti concilierai ch pi facilmente Bosporani, Leucanore. donzella Leucanore loro vedere la figliuola di facendo lo sono Alano e parente di questa per parte di madre, sposato avendo Mastira della

e mi mia famiglia; a te li fratelli di Mastira, mandano che sono ad affrettarti per quanesortandoti nell'Alania, to puoi verso il Bosporo, ed a non soffrire, che passi il regno in mano di Eubioto, il quaie fratello di Leucanqre, amico bastardo vgnora agli Sciti, ed agli Alani odialissimo Queste parole disse Macenta in abito e linguaggio alano, simili essendo in Sciti e gli Alani, se non che gli tano i capelli lunghi, come gli centa in questo gli assomigliava, queste cose gli Alani non porSciti. Ma Mase gli perche

aveva tagliati quanto bastasse a comparire alano e non iscita, Essendo percio creduto e tenuto per parente di Mastira e Mazzea, disse esso ad Andimarco : Io sono apparecchiato, se cost t* vuoi,a venire teco nel Bosporo, se fia d'uopo,

4H o a rimanermi la fanciulla. Par meglio, risposegli Andimarco, che tu conduca Mazzea come suo parente; perch il tuo venire nel Bosporo non mi varria che un cavaliere di pi, ma conducendomi la mogli, mi varrai molti soldati Cos si fece, ed ei si parti, consegnandogli Mazzeaperch la conducesse, la quale era ancor vergine. Egli in quel giorno la condusse in sul carro, ma fattasi notte, postala sopra il cavallo, perch pensato avea di portarsi dietro un altro cavallo, montatovi sopra esso pure, non pi ne and per la via della Meotide, ma volgendosi verso F interno delavendo a destra i monti Mitri, fale trre, cendo alcuna volta riposar la fanciulla, in tre giorni ne venne da Maclia in Iscizia; ed il suo cavallo appena ebbe finito di correre, soprastato alquanto, si mor. Maeenta, consegnando Mazzea eeeoti ademad Arsacoma, dissegli: Prendila, Alia qual vista non ipiuta la mia promessa. sperata standosi esso stupefatto, e protestandoTaci, riprese Macenta, che io sia diverso da te di ci che medesimo, perocchb ringraziandomi si il medesimo che La mano deio ho fatto, che Vab~ stra volesse ringrrzziar/la sinistra, e V abbia curata bia sanata essendo ferita, E saremmo noi da dileggiaessendo malata. re, se lJi da lungo tempo mescolati essendoci gli la sua riconoscenza, e non voler mostrare e condurre

425 Tisieme,-e diventati na cosa medesima, glia, che una parte per quanto possibile uor maravici facessimo di noi fatto abhia alcun utile a tutto il corpo , quando, essendo quello a cui si fa, parte di noi, si dee cotal benefiIn quezio stimare come fatto a sd stesso. sto modo parlo. Macenta ad Arsacoma, quando volea ringrapiarlo. Andimarco poi, conosciuto lo mganno, non ando pi verso il Bosporo, imperocch regnava gi Eubioto nominato dai Sar-' Ma ritormati, presso i quali aveva dimorato. nato in patria raguno un grosso esercito, e per le montagne pass nella Scizia E lo segui Eubioto poco dopo, menando in massa da ventimila Greci , Sarmati ed Alani 9 raccolti d' ogni parte. E congiunti insieme gli eserciti, Eubioto jed Andimarco fecero un campo di novantamila la terza parte dei quali erano arcieri Noi gli stavamo ad aspettare in tutto e mi non meno di trentamila colla cavallera, trovai ancor io in quella giornata, offerto avenuomini, cavallo do in sulla pelle cento cavalli a mie spese. Arsacoma era il nostro capitano, e vedendoli muovere, valli. gli fummo sopra, mandando innanzi i caE fattasi per molto tempo aspra battaglia, cominciavan gi i nostri a piegare; e diradandosi le schiere, finalmente il nostro esercito si

divise in due parti, delle quali 1' una si allontanava non vinta apertamente, ma sembrava quella

426 fuga una ritirata, non osando gli Alani la con gran calore. L' altra parte di sendo minore di gente, e circondata lani e dai MacIii, percossa era per inseguirpoi, esdagli A-

ogni lacoloro un nuvolo di dardi e di to, lanciando frecce, tacb i nostri, cosi serrati e travagliati, per disperazione gittavan via Ie armi. Tra questi per ventura si ritrovavano Loncata e Mastati erarYferiti, Loncata centa, e combattende percosso nella coscia da un dardo, e Macenta nel capo da una scure, lancia. Lo che sentendo spalla da una Arsacoma, ch' era con noi nell' altra parte, riputo essere indegna cosa di partirsi e abbandonare e dato di gli amici; sprone al cavallo, gridando si volse contro i nitalch i Maclii non inici colla lancia in resta, ~ostennero 1' urto suo impetuoso, ma dividendosi e nella

10 lasciaron passare; ed egli, salvati gli amici, esortando tutti gli altri, si gitto sopra d'Andimarco, e, percossolo colla lancia, lo fesse per mezzo del collo fino alIa cintura. Caduto esso, furono rotte tutte le schiere dei Maclii, e poco appresso quelle degli Alani e dei Greci, di modo che la vittoria si rimase come da principio dal canto nostro; e gli avressimo pi oltre seguitati ed uccisi, se non ce lo avesse impedito la notte. II giorno seguente vennero ambasciadori degl' inimici, pregandoci di conceder loro F amicizia nostra, ed i Bosporani prometteano

4*7 di pagarci doppio tributo, i Maclii erano pronti a darci ostaggi, e gli Alani, per purgarsi di quella correrfa, prometteano di darci in mano i Sindiani, i quali gi da lungo tempo si eran da noi ribellati. A queste condizioni ci lasciammo peressendo venuti in questa sentenza spesuadere, essi e trattando zialmente Arsacoma e Loncata; ogni cosa, fu fatta la pace. Eccoti, o Mnesippo , ci che osano fare gli Sciti pe' loro amici. Mnes. Queste cose sono, o Tossari, ^flFatto tragiche, e simili alle favole, e mi sien propizj la ed il vento, scimitarra pe' quali hai giurato, che se. talun non ti erede, non parmi che giJIo s.tamente possa riprendersi. Toss. Guardati, che questa incredulit non sia invalentuomo, di vidia; ma col non credere non m'impedirai raccontare le altre azioni dei nostri Sciti che io mi ricordo. Mnes. Purch. non sieno, o uom dabbene si lunghe, n che tu vada in cerca, com'ora, di fatti si peregrini, correndo sottosopra la Scizia e la Maclia, ed andando e riandando nel ed abusando cosi per ogni verso del Bosporo, mio cortese silenzio. Toss. Conviene anche in questo ubbidirti come a legista, e parlare in poche parole, acciocch nonti trovi affaticato, costretto essendo a viaggiare insiem con me colle orecchie Che anzi ascolta cio che meco opere un amico, ch* avea nome Sisinno Essendomi io di casa per venirne ad Atene, desideroso partito

^5 le Iettere greche, navigai in A. d'imprendervi mastri di Ponto, la quale citt e posta dirimnon molto lungi petto a chi arriva di Scizia, dal promontorio. Carambo. Mi seguiva Sisinno amico mio fin da fanciullo Veduta avendo un' osterfa in vicinanza del porto, portate in quella le nostre bagaglie dalla nave, ne andammo in piazza, di male. In nulla sospettando questo mezzo alcuni ladri, tratte via le serrature, rubarono ogni cosa, ne ci lasciaron tanto .cbe ci bastasse per quella sola giornata Ritornati a casa ,. posciach inteso avemmo la faccenda , non credemmo ben fatto di accusare i vicini ch' eran molti, n l'oste, temendo di non comparire calunniatori presso del volgo se dicevamo molte che c' erano stati tolti quaranta darici, vesti , alcuni tappeti, ed altre masserizie ch' aveamo. Stando adunque noi in pensiero di cio che ci era avvenuto, e su cosa avessi mo a fare, essendo noi forestieri e ridotti in estrema necessita, ed era io di parere di cacciarmi in su quel e partirmi istesso la scimitarra nel fiarico, punto di vita piuttosto che soffrire di perire indedi sete. Ma Sisinno mi fame e di gnamente consolava e mi pregava di non farlo, dicendo ch' egli aveva trovato modo, che avremmo a sofE' si pose allora a trasporficienza da vivere e ne venne a me retare le legna dal porto, eandone la mercede. Una mattina di poi passando

4*9 per la piazza vide, secondo mi disse, una compagnia di forti e gentili giovani, i quali tra tre giorni per certo determinato premio combatter doveano da solo a solo. Inteso egli ogni cosa sul conto loro, se ne venne a me, e dissemi: O Tossari, non.dir pi dresser povero, perocch fra tre giorni farotti ricco. Parlato avendo. di tal sorte, vivemmo in e venuto il giorno que' giorni assai sottilmente , della battaglia, Sisinno mi condusse nel teatro E segreco spettacolo. dutici, vedemmo da prima saettare alcune bestie inseguite dai cani, ed attizzate contro certi uomini legati, che noi stimammo fossero malfattori. Quando vennero fuori quelli che doveail banditore pose innanzi un giono combattere, vane di bella statura dicendo, che chi volea puch6 avrebbe agnare con quello si presentasse , vuto diecimila dramme. Allora Sisinno si levo in pi, e discendendo s' offerse di combattere, e domand le armi Quindi prendendo le diecidel premio, a me le rec, e me le die' in mano dicendomi: se io, o Tossari, , avendoci da vivincer, ci partiremo insieme, vere onestamente; se di poi io sard vinto, mi e ritorna indietro in Iscizia. seppellisci , Io, non potea ritenere le lagrime Piudendolo, ma glian'do le armi si copri tutta la persona, non sa pose il morione, e volle pugnare standosi a capo nudo, In principio rimase ferito, percosso mila dramme come ad un dilettevole

450 con una torta di spada nella giuntura della gam* ba, e s parseassai sangue, del che ebb' io a moma osservando egli poscia, che rir di spavento; il suo avversario gli si scagliava con troppa aulo percosse nel petto, e lo trapasso da dacia, una banda all' altra; talch di subito quegli si cadde morto a' suoi piedi, ed egli ancora abbattuto dalla ferita, sedendosi sul morto, manc poco che non vi lasciasse la vita Io pero ed esaccorrendo lo sollevai e lo racconsolai, sendo stato licenziato come vincitore, presolo in ed avensulle spalle lo ricondussi all5 albergo, dolo per lungo tempo curato, guari, e si trova adesso nella Scizia, ed ha una mia sorella pec Cio, moglie, ma rimaso zoppo dalla ferita. ne in o Mnesippo non avvenuto in Maclia, , e non vi si Alania, che non possa testimoniarsi, possa credere, ma vi sono molte persone in Ache si ricordano del combattimento di mastri, Finiro il mio parlare con raccontarti Sisinno. ora -per quinto cio che avvenne ad Abauca. Venne una volta questo Abauca nella citt dei seco la moglie che assai Boristeniti, partando amava, e due fanciulli, F uno maschio e 1' altra femmina di sette anni Viaggiava insieme ed era questi con lui il suo amico Gindane, infermo per una ferta, che data aveangli nel che li aveano assaliti. viaggio certi assassini, Imperocch pugnando contro essi fu colpito nella

451. di modo che non potea pel dolore regAvvenne che dormendosi essi di gersi in piede nel soffitto della casa ), si sunotte (abitavano scit un grande incendio, ed ogni cosa brugiaera per ogni dove da va, e la casa circondata coscia, lasciati una gran fiamma. Abaucarisvegliandosi, e svinchiatosi dalla moi figliuoli che piangeano, glie, che il tenea abbracciato , impostole che si salvasse, preso il compagno sulle spalle discese, e si usci tenendosi tutta ancora ardea da quella parte, la quale non dal fuoco. La donna lo se-

e dicea alia fanguiva col bambino in braccio, e pote appena ciullina che le venisse dietro, che non gli passar la fiamma mezzo brustolata, cadesse dalle braccia il fanciullo, e dopo essa poco manco che la fanciullina tutta non si brugiasse. Ed avendo poscia certuno ripreso Abauca, che, traditi i figliuoli e la moglie, aveva solo portato fuori Gindane, risposegli: me facil cosa di nuovo altri figliuoli, i quali non generare sono io certo come saranno ma un dabbene, amico, del quale io di gi In' abbia molte prove di ajfetto come Gindane , nol saprei ritrovare per lungo Ho detto, o Mnesippo, Omai scegliendo questi cinque tra molti altri si tempo di giudicare a quale di noi debba esser mozzata la lingua o la mano; ma chi giudicher? Mnes. Niuno, poiche niuno abbiamo tempo, eletto pergiudice della quistione. Laonde saettato

432 avendo a caso e senza bersaglio, elettoci un' altra volta un arbitro, innanzi quello racconteremo d'altri amici ed allora a cbi sar vinto, sar mozMa zata, o a me la lingua, o a te la mano si e ci veramente cosa troppo ferina, e sara pi lodevol consiglio, che poiche tu creduto hai di lodar l5 arnicizia, ed ancor io son d' avviso, ehe non vi sia d' essa pi bella rata tra gli uomini, che tu ed io tici da quest' ora in poi di veniamo tentiamoci d' esserlo sempre, e amendue, riceverem e miglior derinsieme ristretamici, e concosi vincendo

della vittoria grandissimo e per una lingua ed una mano ciaguiderdone; scun di noi ne avr due, che anzi avremo quattro occhi, quattro piedi, e tutte le membra saranno in noi raddoppiate. E quando due o tre persone si stringono insieme, e divengono amici, sono simili a quel Gerione dipinto dai dipintori, un uomo cioe di sei mani con tre caLo che pare a me che non si voglia altro pi significare, che ancor quelli eran tre, che insieme essendo congiunti, secondo i diritti amici debbono fare, avevano in tutte te cose una meToss. Dici benissimo, e cosi desima volont. Ma per confermare F amicizia nostra non abbisognerem noi di sangue e di scimitarra ; perocche questo ragionamento che abiamo fatto, ed il modo nostro stesso di penfacciamo Mnes. Sare, ci terranno di fede in quella tazza, pi

455 nella quale bevete, ed avviso io piu di tai cose Toss. Ritrovo annecessaria essere la costanza. che io questo tuo avviso lodevole, e siamo d' oggi in poi amicj ed ospiti, e tu lo sarai con me nella Grecia, ed io con te nella Scizia, se mai mi accader di venirvi Mnes. Intendi bene, che non increscera a me di andarne ancor pi da lungi, se dovr acquistarmi tali amici, quale tu* Tossari, mi ti sei dimostrato col tuo discorso.

Vol II.

1ft

k% LUCIO 0 L'ASINO

ARGOMENTO vaghezza di stile ed insieme con molto sapere scritti avea ( secondo ci dice Fozio nella sua Biblioteca al Codice CXXIX) certo Lucia patrenvarj libri di trasformazioni se Dai due primi libri adunque di cotale onc quali si ragionava dell' asino (se pera, dobbiam credere al preallegato Fozio), tolse Luciano presente componiche standosi in Tes. fiLCnto, nel quale finge, alcune faccende di suo saglia per disbrigare di addottrinarsi ne' secreti padre, desideroso della maga, mentre vuol trasformarsi in ucla sua innamorata dalla sicello, ingannata del vaso, trasformalo in asino; e miglianza soffertc quindi avendo molte fllliche e pericoV argomento del Con molta

li, mangiate j'oscia le rose, ritorna nella prisi e quests miera sua forma Maraviglioso com ponimento per lo stile, per la putnexolezma non dee soltanto per za e per la materia, si vuole anqueste parti essere ragguardato: favnla pur riconoscere il dn-iantichi sapienti di ammonirci sarnento degli con ci, che V uomo diviene hestia, allorchd immerso nelle volutta punto pi non ritiene nt che soUa questa

435 n di virt. Proclo, filosofo pladi ragione, che sotto la forma umana tonico, ne insegna di ed animali nascondonsi molti lupi, porci, Ed Origene afferma egualmenaltra spezie che te che asini e lnuLi divengono gli uomini, nello sfogo delposto ogni lor pensiero le passioni. Omero, il pi sapiente dei poeti, di ci colla favoile pur esso ammacstrarci in porci vola dei compagni di Ulisse trasmutati da Circe. Il mangiare delle rose di poi debbe hanno non siamo a che finch intendersi, giunti si rimane sempre rinchiugustar la dottrina, so il nostro animo sotto la forma di quel vile animale Dicesi che L. Apult'jo tolto abbia dal presente il suo Asino, lo che io non afsi di leggieri, come altri fanno, dofermerei vendosi considerare, che questi due autori vivettero ad un tempo istesso, e che quando scrisse non avea forse Luciano pubAplllejo, anche blicato il suo Lucio; ed essendo nel romano Imperio per le mani di ognuno le tras-

di Lucio e le Novelle formazioni patrense che da quemilesie, giova meglio il pensare sto comune fonte abbiano amendue tratto la materia de' loro componimenti, Comunque. il presente paragonato a quello dello latino si b un nulla , incontrandosi in quello vera ,ed alta dottrina; laddove questo di Luciano sembra pi formato per beifarsi poi sia, scrittore

436 eh' eran gente credula e grossa, dei Tessali, e che solean farsi di si fatte cose le maravile impurit dei sacerglie, per smascherare doti di Cibele, che ingannavano i contadini loro ciarlataneria, e per percuotere, secondo Vistituto suo, i vizj de' tempi suoi. colla

una volta in Tessaglia, ove avea a disbrigare certa faccenda di mio padre con un Un cavallo portava me e uomo di quel paese il mio bagaglio, nando adunque e seguiami un servo Cammiper la via battuta, m'incontrai

Andavane

con certi altri , che andavano in Ipata, citt di lor patria; e mangiando insieme e Tessaglia, standoci in compagnia, con minor noja passammo quel tristo viaggio. Ed essendo omai vicini alla citt interrogai quei Tessali, se conoscevano un tale che abitava in Ipata, chiamato Ipparco, pel quale portato avea di casa una lettera per andare ad albergo in sua casa. Quei mi dissero, che conoscevano questo Ipparco, ed indiil luogo ove abitava, e che sofficientee non avea presso di se che mente era ricco, la moglie ed una sola fante, e che era oltre oQuando fummo presso alia gni credere avaro citt, vidi entro un orto una ragionevole casuccia, ove Ipparco abilava: allora quelli, dettomi caron:ni addia,si dipartirono, ed io, fattomi innanzi, hussai

457 alla porta, e dopo gran pezza finalmente intese una donna e venne fuori, ed io le domandai se Ipparco era in casa Ella rispose: Evvi; ma chi Porje3 tu, e per qual cagione il domandi? togli, risposi; una lettera di Deciano sofista di Patra. riprese; ed indi, dunque, Aspettami richiusa la porta, di nuovo entro in casa, e quindi ritornata, mi disse d'entrare, ed io entrato salutai. Trovavasi ale gli diedi la lettera. quell' uomo , lora sul cominciar d^lla cena, e giaceasi sopra un la assai e stava stretto, appresso gli letticciuolo e la tavola era apparecchiata, ma vomoglie, ta Egli veduto ch' ebbe la lettera, Per certo e tra disse, ben si comporta il mio carissimo i Greet spettabilissimo a mandarmi Deciano i suoi amici. o LuTuvedi, confidentemente ma sofell' piccola , cio, la mia -casuccia, tu la farai grande, Jiciente; s' avrai sofferenza di abitarvi. ,E chiamata la fante: Palestra, le disse, dd. qui alVamico una camera, e presi se ne ha i suoi bagaglj, lo conduci al bagno, che egli ha fatto un assai incommodo viaggio. Avendo e' ci detto, la fanticella Palestra guie dandomi mi mostr un bellissimo camerino, dissemi: Tu dormirai in questo letto; al tltO servo adatter e vi porrd su qui un saccone, un capezzale. Cio detto, ne uscimmo per lavarci, e le demmo il danaro per 1' orzo pel cavallo Essa porto e ripQse dentro ogni cosa, ed

438 voile che mi abbracciandomi, coricassi a mensa presso di lui La cenu non fu troppo squisila; il vino era soave ed antico. Dopo cena si bevve e si parlo come suol farsi co' forestieri, ed avendo cosi passata in bere la sera, si ando a dormire. II giorno sullo scopo del vegnente Ipparco m' interrogo mio viaggio, e quanti giorni sarei rimaso in sua casa. Vado, gli risposi, in Larissa, e fo contodi rimaner qui per tre o cinque giorni. Non era pero cio che un pretesto, ed ardentemente desidee di ritrovare alcuna donna rava di dimorarvi, esperta nell' arte magica, e vedere qualehe miE datomi racolo d' uomo volante o petrificato tutto in preda al desiderio di godere di cotal vista, incomincii a girar la citt; e riuscendo vane in principio le mie ricerche, non lasciai pero di girare. Ed in questo veggo venire alla mia vola mensa essendoci lavati, sa, ed Ipparco incontanente rientrammo in ca-

ta una donna ancor giovane e ricca, p?lrquanto avendal portamento suo potea conghietturarsi, do floride vesti, molti servi, e molt' oro. Quando le fui presso, la donna mi salut, ed avendole io renduto il saluto, mi disse: Io sono drcon se tu hai giammai udito chiamarsi horia, tal nome alcuna amica di tUiI, madre, ed amo quei nati di lei, non meno che se gli avessi io non ne vieni, o fipartoriti. Perch adunque gliuolo, in mia casa? Risposiler rendoti di ci

459 molte ma ho rossore di abbandonare grazie, del quale non ho di nulLa casa di un amico, o carissima , tela a dolermi, ma rimangomi, Ove se' tu albergato? co col cuore. riprese alDa

Ed essa: Da quell' aIpparco. esso per me varo? Non dir cosi, o madre: e potria io piute sontuoso, stato splendido Ella a quetosto dargli taccia di lussurioso. lor essa tratste parole ridendo, e presomi per mano, mi disse, tomi alquanto in disparte, Guardati, ella con ogni cautela dalla moglie d' lpparco, si una malvagia l' occhio su tutt' i e lascwa giovani. di esso si vendica che gitta strega, E se alcuno non le

colle arti sue, e eonsente, in animali, molti ne h trasformati ed alcuni ne ha affatto Prduti: tu, o jigliuolo, se' giovane e di piii e hello, e piacerai tosto alia donna, essendo se' pi facile a esser scardato. A queste parole intendendo io che cio che da un tempo andava cercando avealo in casa , forestiere,

pi curaimi di lei. E quan do mi fui spacverso casa, cosi tra me ragio ciato, andandone nava: Ors, tu che desideroso sei di s maranulla viglioso spettacolo, risvegliati, e pensa con iscaltrezza ed ingegno di compiere i desiderj tuoi, e svelati alla fante Palestra, convenendoti star lungi dalla donna del tuo amico ed albergatoed esercitandoti. re, ma con questa trescando bene intendi, che potrai negli abbracciamenti

4^o suoi ci tosto conoscere: sanno i servi dei padroni il bene ed il male. Dicendo tai cose tra me, rientrai in casa e non vi ritrovai ne Ipparco , De la sua donna. Palestra era afEaccendata intorno al fuoco, apparecchiandoci la cena Ed io prendendo materia di discorso, Quanto grale dissi, o bella Palestra, nel prenziosamente, der codesta pila muovonsi e sollevansi le tue natiche? Piit leggiermente ancora si debbon muovere i fianchi tuoi: felice chi pu riposarEssa, che bella favellatrice era e fanciulla rispose, o giovaneltto tai piena di vezzi, Fuggi, cose, s' hai senno, ed ami di vivere , ch non, che di molto fumo e di son d' altro ripiene, Che se solo v' accosti la mano, cotal fuoco dalla scottatura, che pill. ne riporterai ferita n potrk altri sae da me non ti discosterai, ma sola io non che il medico Iddio, narti, E ci che pi maraviche ti ho scottato e la stesglia, accrescerb io la tua infermit, sar da dolore, n quesa cura accompagnata sta pena tu fuggirai cacciato pure a' colpi di pietre. Di che ti ridi tu? vedi una vera CUOCA diss' io, tu parli saviordi uomini In questo, ed io ne fo prova, che non essendomente, m hai ma standomi lungi, miti accostata, per Giove scottato in modo, che sentomi tutto incendiato, e quel nascoso tuo fuoce sando per gli occhi miei, ficcatomisi pasnelle visi.

44* io fatto senza t' abbia m' abhrugia mi sana con Laonde, per gl' Iddii, ingiuria. test tue ed amare soavi medicine, che quelle bello e strozzato , e prendendomi decantavi, Essa forte allomi sega pure a tua voglia ridendo fll in tutto mia, e ci ra e dolcemente accordammo, che dopo messi a letto i padroni , viscere se ne verrebbe entro meco a dormire. E quando. fu venuto Ipparco, levatici cenammo, e discorrendo vuotammo molti bicchieri. Fingendo poscia io d'aver sonno, mi levai, e m' inviai verso la mia camera, e vi ritrovai ogni cosa ben ed il saccone del servo di fuori. Acordinala, canto al mio letto v' era una tavola con un bicdel vino e. dell' acqua calda e fredda chiere, secondo il bisogno; e tutto questo apparecchio. era no tre Jo opera di Palestra. Sopra il letto sparse eramolte rose, alcune sole, altre legate, ed alintrecciate in ghirlande. Per lo che vedendo cosi preparato il convito., aspettava il mio -

commensale. Ella dopoch ebbe messa a dormir la, padrona, frettolosa sen venne a me, ed. in prima ci trastullammo mescolando. il vino co* baci, ed essendoci cosi col bere ben preparati dissemi la Palestra: Ti. si per quella notte , o giovanetto, che conviene del tutto ricordare, ti se' tu abbattuto e che sta nella Palestra, te ora il dimostrare, che se' tra giovani forte di gib. espertp a cadeste JanZfl. Tu non rtu

442 ripres' o, fuggire codesta prova, perei Ed essa, Or ben, disse, spogliati e lottiamo. Io a mofaremone prova secondo io desidero. do di maestro e di presidente ricercando dir i nomi delle lotte che vogllo, statti tu pronto ad obbedirmi, ed a fare il mio comandamento. Comanda , replicaile, e vedrai con qual dee quanto mollemente ed a tempo sastrezza, pr lottare. Spogliatasi adunque essa 1% veste, e rimasa interamente nuda, incominci a comandare: rio, Spogliati, unto con questo e tra o giovanetto, e quando ti sarai unguento abbraccia V avversavedrai,

le cosce assaltandolo, gUtandoti sovr' esso, quelle dividi, ed innalza e stendi in e riprenalto le gawibe, ed 0110r4 lusciandolo den do lo, lo premi, e ristrignendolo il ferisci, e ferito, lo scuoti per ogni parte, finch lo abbi stancato Sieno robusti i tuoi lombi, e CilGil dardo secondo lo spacio il tlir/.,za al verso del corpo, e torna di nuovo a spignerlo E quando contro il muro, e cosi il ripercuoti. il vedrai gid stancato, sopra, e strisaltandogli ciato e il tentenna, gnendolo ai lombi, il rattieni di pausa, ma fatto alquanto nb t' affreitare, PosciaEccoti spacciato. corri pure V arringo. che l' ebbi io obbedita in OgR cosa, e termiTu dissi a Palestra: mate le lotte, ridendo con, quanta destrezza ed obvedi, o maestro, bedienza abbia io pugnatoj guardati ora 4

443 non farmi lottare oltre il dovere, mentre tu mi comandi lotta sopra lotta. Ed essa dandomi una Che impertinente disse, discepolo, guanciata, rri ho io titrovato! Guardati che non abhi a ricevere altri colpi, se tu non loiterai secondQ mio. E detto cio, si levo, e il comandamento hai a mopresa alquanto di lena, Ora, disse, qual .gioCJane e valente e se sai lottare inginocchiato. strare lottatere tu sei, E cadendo in

Eecomi, disse, o lottaginocchione sul letto, in mezzo tore, mi assalisci coraggiosamente del corpo, e feriscimi che pi profondamente puoi. Come vedi, io son nuda; ferma bene addentro il dardo, il torci e ritorci, e sospingi forte; e il nascondi, n far pausa dalla pugna. setiza il conGuardati poi bene di non ritirarti sentimento mio, ma incalza qllantb pEtOl V aved in questo mezzo nuovamente sotti dimena, e cosi poi il rilascia, toponendolo tutto quando venuto eglifia meno, e discioltosi AHora io forte ridendo, in sudore. Vorrei, dissi, versario, alcun poco comandare la pur io, o maestro, lotta: tu ti leva, e m' ascolta, siedi, e porgendomi la mano abbi <cura di me, ed abbracomai dormi per Ercole. Con tali dolciandomi, citudini e echerzi combattendo in quella pugna notturna c' incoronammo, e si grande era il piache del tutto dimenticaimi il viaggio di cere, "Larissa. Finalmente venuto essendomi in mente

444 la cagione per la quale venuto era, le dissi: o mia cara, la tua padrona quanMostrami, do si trasforma, o fa stregherie ; t lungo temChe po che io desidero veder questo prodigio anzi, se tu ne sai, falle tu stessa, e mi ti fa vedere diversa e sotto altre forme: io mi cree do, che non sii tu di tale arte inesperta, ci io non mi so da altri, ma per mio intendimento proprio, imperocch le chiamandomi donne un tempo di ferro, non mai in alcuna amorosamente femmina riposai gli occhi, ora m' hai tu prigione, sorpreso avendomi con tale arte, e rubatami Y anima nella guerra amorosa Cessa di schetzare, rispose Palestra, con imperocchb qual magia potria adoperarsi che e dell' arte signore? Amore, Io, occhio nu lla in s) fatte mio hello,, non m'intendo cose, e tel giuro per la tua vita e per questo letto felice, parch non ho io imparate lettere; e la padrona assai gelosa dell' arte sua Se ne avr per destro, cercherb se posso farE detto cio, tela vedere mentre si trasforma. ci rimanemmo di pi parlarne. Pochi giorni apche la sua padropresso per Palestra miriferi, na volea prendere la forma di uccello, e volarsene al suo amante. Ed io le dissi: Ora si b il tempo di mostrarmi la tua beo Palestra , , e d' appogare il lungo mio desinevoglienza, Ti derio, e del quale tanto te ne ho pregata.

445 Jida a me, ella riprese; e poiche fu notte, prendendomi -mi condusse alia porta della camera, e m" insegno d' applicare ove quelli dormivano, 1'. occhio a certa fessura della porta e guardar dentro. Vidi adunque la donna spogliarsi, e cosi nuda avvicinatasi al lume, prendendo due granelli d' incenso li pose in sulla fiammella della e standosi in piedi molte parole a quella lucerna, dicea E quindi aperto un grosso cass.oncello , che contenea molli vasi, ne tolse e lev fuori uno, nel quale eravi non so cbedi liquido; che si fosse io non so, alla vista peio sembravami tutta si unesser come olio. Questo prendendo, dalle ungbie de' piedi, ed se, incominciando ed iI naso le immantinente Ie nacquero penne , divenne adunco e di corno, e le apparvero tutti gli altri segni di uccello, ed era un perfetto corvo notturno Quando cosi si vide imorribilmente gracchiando al modo dei pennata, corvi, innalzandosi sen vol via per lafinestra. vedere un sogno, mi fregai le Io, sembrandomi cbe gli stessi palpebre co' diti, non credendo o fossero desti. Di poi miei occhi vedessero, quando appena tardi ed a stento fui persuaso ch' io non dormia, allora pregai Palestra, cbe impennasse ancor me, ed ungendomi con quell'unmi facesse volare. Imperocch volea io guento o conoscere a prova, se trasformato d'uomo, sarei stato pure un uccello nella parte dell' anima,

446 Essa pianamente ed io tostamente la camera reco il vaso, spogliandomi tutto m' unsi, e non diventai uccello, ma mi usci di aperta

sventurato dietro la coda, e le dita, andandosene non so dove, mi divenner tutte quattro unghie, e le mani ed i piedi si fecero di giumento; mi si allungaron le oreechie, mi s' ingrandi la faccia, e guardandomi attorno m' accorsi esser asino , ne per rampognare Palestra avea pi voce umana. E distendendo it labbro di sotto, e guardando basso colP atteggiamento proprio dell' asino, accusava colei, come potea , che per uccello fatto aveami asino Ma essa, percuotendosi il volSventurata, esclamo, lemani, quanto gran male ho fatt'io! per la fretta mi sono io lasciata ingannare alla simiglianza dei vasi, ed in luogo di qu-il che fa nascerle penue, ne ho preso un altro diverso. Non isconfortarti per, o mia speranza, ch il rimedio si facile, ti spogliee solo mangiando rose, incontanente rai questa farma di giumento, e sar a me reno carissimo, duto il mio amante. Marimanti, per questa sola notte asino; alio spuntare del giorno io correr a portarti dentro le rose, e E cosi dicendo, mi sarai guarito. mangiandone lisciava la pelle ed accarezzavami le orecchie Infrattanto in ogni altra cosa io m' era asino, ma nell' animo e nella mente, eccetto la voce, Maledicendo adunque tra era lo stesso Lucio to con amendue

447 mordendomi me la Palestra per il suo errore, me ne andai ove sapea che steasi il le labbra, mio cavallo con un altro vero asino d' Ipparco. Quelli sentendomi entrare, e temendo non fossi a toglier la lor parte del fieno, bassando le orecchie, steansi pronti a difendere il ventre mi tirai lonco' piedi. Lo che io comprendendo, e ridea pur tra me, ma tano dalla mangiatoja, venuto si era mescolato di amarezza il mio riso, imperocche andava meco stesso discorrendo tai cose: se venisse qui un curiosit! O inconvenevole lupo, od un altra bestia, non corro io pericolo di perire, senz' aver fatto alcun male? Pensando a cio ignorava io infelice la disgrazia che mi sovrastava Era di gi notte profonda ed alto silenzio e dolce dormire per ogni dove, quando rimbomb il muro di fuori, come fusse traforato, e si traforava di fatto, e tostoche la buca fu tale da capirvi un uomo, all'istante per essa se n' entr uno, e cosi un altro, e molti ) presentaronsi dentro armati di coltella, e legati entro le camere Ipparco, Palestra ed il mio sere ne porvo, senza timore vtaron la casa, taron fuori il danaro, le vesti, e Ie suppellettili ; ne lasciandovi nulla, presero me, l'altro asino ed il cavallo, ron quanto aveano cosi noi gravissimo colpi di bastone, i basti, ci caricaE portando portato fuori ci spinsero innanzi a peso, di fuggire verso i cercando e postici

448 monti per la strada meno battuta Io dire che si soffrissero gli altri giumenti, non so ma an-

dandone non accostumato senza suole, passando tra durissime pietre, e portando si gran bagaglio io mi sentia morire, e sovente inciampaVa, ne potea pur cadere, che di subito un dietro mi percuoteva la coscia col bastone. E demolte volte di esclamare, o Cesare, non facea che rajare, e Is O lo pronunziava chiaro e apertissimo, ma il Cesare non mi vena. E n' era percio pi battuto, temendo il raglio gli scuoprisse. Per Ia qual cosa inlendendo che non potea io esclamare quello volea, pensai di camminare in silenzio e di guadagnare di non esser battuto. In questo mezzo gi si era giorno, ed Ci aavevamo noi trapassate molte montagne. vean di poi legata la bocca colla cavezza, perche non consumassimo il camrnino a farci il pranzo pascendo, talche dovett'io camminare, e rimasi asino. Verso il mezzogiorno ci fermammo ad un casale d' uomini di lor brigata, per quanto potea intendersi da cio che accadea Impee vollero rocch si abbracciarono e baciarono, che ci fermassimo in quella lor casa, ed apparecchiarono il pranzo, e diedero a noi giumenti ma io madell' orzo. Quegli altri pranzarono, era affamato, e non avendo puntD ladettamente tocco quell' orzo crudo, andava guatando come .potessi mangiare, e veggo un orto dietro la casa, siderando

449 ov' eran 'molte e belle cipolle, Talch pi rose. e sopra queste non veduto es-

vi si vedean sendo da niuno

che intenti di quei di dentro, me ne vado nell' orto si per erano al pranzo, riempiermi di cipolle, e si perle rose, pensandomi che, mangiati quei fiori, sarei di nuovo tornato uomo. E cosi entrato nell' orto mi riempiei di radici e di agli, e di di lattuche , ma quelle be mangia r uom crude; rano vere rose, ma si eran rose nate e chiamansi roselauro , ro salvatico; quarite errose non eda un lau-

ed e quee diato malvagio cibo al cavallo ed all'asino, incontanente si muojono. cesi che mangiandone Intanto 1' ortolano vedutomi, prendendo un bastone, vedendo il nimico ed il distruggitore delcome un severo rettore che le cipolle, de un ladro, m' acconcio ben col bastone, ne alle cosce, n6 a* fianchi, perdonando lividimmi il volto, ed ammaccommi le cbie, onde non potendo pi comportarlo , prennon ed ilorectiran-

dogli una coppia di calci te lo distesi supino in sulle cipolle, verso del monte fuggendomi Quando colui mi vide andare correndo, grid che si sciogliessero i cani contro di me, perocche eranvi molti grossi mastini sofficienti a combatter cogli orsi, e vidi bene che afferrandomi m' avrebbero fatto a brani, percio di poco avanzatorni, pensai, secondo il proverbio, esser Vol. II. 29

450 che capitar male, e me tneglio correre indietro, ne ritornai, e rientrai nella stalla. Coloro ripresi e rilegati i cani, che m' aveano attizzato, non rifinarono di battermi fino a .che io pel dol ore vomitai di dietro tutte le cipolle. Ed esseirdo mi caricarono la maggiore e pi pesante parte del furto, ed in tal modo c' incamminammo. Ma io, mancatomi il cuore , battuto e aggravates dal carico, e guaste avendo te unghie dal viaggio, pensai d' ivi colsperando che tal divisamento mi saria di molto utile, che perch credeami miei, diviso avrebbono il mio disperatisi de'fatti e m' avrebber carico tra il cavalto ed il mulo , lasciato in terra in preda dei lupi. N so io qaal genio invidioso intendendo il consiglio mio, il volse in contrario. avendo 1*altro asino Imperocch cadde in sulla strada, equelli lo stesso pensiero, battendolo coI bastone vollero fere primamente quello scraurato, ma non obbedendo egli per nulla alle battiture, prendendolo alcumi per ed altri per la coda si piovaron di Ie orecchie, alzarlo. Non prolittando per altro nulla, perche abbandonato giaceasi in sulla strada come una pietra -' ragionando tra loro, ch' era pazza lo affaticarsi e perdere il tempo di porsi in salvo alzare per istarsi attorno ad un asino morto, divisero e di non carmi, ro pure di colpi, rialzarrni se. m' atrnnazzas-aeoramai ora di partirsi,

451 tutte le bagaglie, che quello portava, tra me eel il cavallo, ed a quel nostro meschinello compacolla spae di schiavitu di carico tagliarono gno da le gambe, ed ancor palpitante il gittarono da E cosi se ne ando gi a ballar un precipizio. de'miei Veggendo io l'adempimento consigli nel mio compagno di viaggio , determinai di sostenere con costanza quella presente avene di camminare con coraggio, fortuna, do sempre speranza d' imbattermi nelle rose e colla morte. per esse salvarmi, sentito avendo dai malandri* ni, che non rimanea molto cammino, e che tosto discaricato avrebbono alla loro dimora. Talcb andandone per tutta la via di buon trotto Una dongiugnemmo verso sera all' abitazione. na vecchia sedeasi dentro, e v' era acceso un gran fuoco. Essi prendendo tutte le robe, che noi portavamo, e diceano assettarop'le dentro, alla vecchia: Perch qui ti siedi, e non ci apparecchi a pranzare? Rispose la vecchia: Ogni b acconciata ; io dei botticelli di pani, carni salvatiche. Allora, gliarono, e si misero al cosa vi ho preparato molti e delle vino vecchio, lodata la vecchia, si spofuoco, ed essendovi un gran caldajo d' acqua bollita, prendendone se ne del bagno. lavarono, usando cosi espeditamente Tra non molto vennero molti giovani, e portarono assai suppellettili d' oro e d' argento, vesti, e di donna ,

ed ornamenti in gran numero d'uomo

452 e posero queste cose in comune e dopo F eb; ber riposte dentro, lavaronsi anche questi. II ed assai a mensa pranzo di poi fu abbondante, discorsero quegli assassini. La vecchia rec a me ed al cavallo dell' orzo, e quegli prestamente mangiossi l'orzo, avendo di ragione paura di me suo commensale Laonde quando m' accorsi, che la vecchia era fuori, mangiaimi i pani 11 giorno seguente, lasciata la vecchia ed un giovanetto, tutti gli altri ue andaIo compiangea me stesso, e fono in faccende. quella stretta custodia , perocch era !a vecchia per me ispregevole cosa, e avrei potuto fuggirle dagli occhi, ma il giovane era grande ed avea un guardo orribije, e portava sempre le coltella, e si tirava dietro la porta. Tre giorni dopo verso la mezzanotte tornarono i ladri, non portando n oro, ne argento, ne niuna altra suppellettile, ma solo una fanciulla da marito assai bella, che amaramente piangea, lacerandosi le vesti E facendola seder dentro in su t la chioma. certi loro materassi, Ie ingiunsero di non dispealla vecchia di rimanersi rarsi, e comandarono Essa non volea dentro a guardar la fanciulla prendere ne bevanda, ne cibo, ne altro facea che standomi io vicino alla intantoch querelarsi ; fanbella insieme con quella piangea mangiatoja , mentre i malandrini si stean fuori a ciulla, delle una A nella corte. spie giorno mangiar ch' erano in casa.

455 a cui toccava di osservare le strade, ne venneche dovea passare certo forestiere, annunziando, cbe portava seco gran ricchezza. Quei, sentendo cio, levati ed armatisi, posti i basti a me ed al cavallo, ci spinsero innanzi. Ed io sventurato COllf). scendo che mi conduceano alla pugna ed alla guerra, andava lentamente, ma quelli affrettandosi cacciavanmi innanzi acolpi di bastone. Gionti che fummo in sulla strada ove avea a passare il forestiero, i ladri saltando sopra le sue vetture, quello uccisero co' suoi servi, e togliendosi quanto eravi di prezioso, lo caricarono a me ed al cavallo, ed il rimanente delle bagaglie lo nascosero nel bosco. E quindi ci ricondussero ed io spinto indietro, innanzi e percosso dal bastone, detti coll'unghia in certa pietra puntata, e da quel colpo mi nacque una dolorosa ferita, per la quale facea zopE quei dicean picando la strada che rimanea tra loro: Perch mai uogliam noi nutrire questo asino, che ognora inciampa? gittiamo questa malaurata bestiaccia da qualche roceia. Si, gittiamlo, riprese un altro, per Dio.' ch sar desso un ripurgamento per la compagnia E gi gi mi ponean le mani addosso, nostra. fequando io sentendo cio, non riguardando la rita m' affrettai., rendendomi al dolore insensibile il timor della morte. Quando fummo rientrati, disciolsero i fagotti, e togliendoli dalle nostre spalle, rassettaron meglio le robe., e si

4r4 a cena. Fattasi poscia notte, partivansi per porre in salvo le altre robe, e disse un di loro: A che meniamo questo asino disdisutile per Za piaga dell'unghia ? graziato, robe ne porterem parte nai, e parte il E cosi partironsi, menando il cavallo , cavallo. La notte illuminata era da una cliiarissima luna x ed io dicea tra me stesso: Infelice! a che qui ti rimani? gli avvoltoi ed i loro figliuoli faran pasto di te: non hai tu sentito cosa hanno sul conto tuo? Vuo' tu cadere dal deliberato Ormai sib notte e risplende la luprecipizio? na; coloro sono andeti fuori ; salvati da questi assassini padroni. Stando in tali pensierrm' accorgo, che non era legato, e che d' accanto in sul pavimento pendeami Ia cavezza, cio che maged a uscendo incoraggiommi fuggire, giormente ne andava di carriera, quando vedendomi la vecchia pronto alia fuga, mi prese per la corda e ma credendo io degno di morte e rattennemi; di precipizio r esser preso da una vecchia. la traed essa chiamo dentro ad alte grida scinava, la quale venuta fuori, e la fanciulla prigione, veduta la veccbia quaF altra Dirce pendente dalla coda dell' asino, tent un' azione generosa e mi un di imperocch disperato; giovane degna Io allora fuori. sali sopra, e sedutasi, mi spinse della e riverenza di sal varmi, per per voglia La veechia di cavallo. corsa a fanciulla, fuggii delle corcarono

4.^ si rimase indietro, e la fanciulla facea voti agli e rivoltasi a me, Se che la salvassero, Iddii, al mio padre, o te heami tu disse, riporti, s ed avrai to! libero tu sarai da ogni travaglio, ciascun giorno un medimno di orzo per pranzo. Io fuggendo i miei uccisori, ed isperando molto ristoro e confbrto in salvar quella donzella, correndo dimenticato avea la ferita. Poich fummo gionti ove la strada divideasi in due, sorprendonci gl' inimici che ritornavano , conosciuti avendo alla prima al lume della luna gl 'infelici loro prigioni , e correndo mi fermarono: o bella e buona ziE per dove, esclamarono, tu viaggi? cosi fuor d' ora disgraziata tella , Ors vienne non hai tu paura della fantasima? con noi, ch ti renderem noi a' tuoi parenti. E cosi dicendo sardonicamente e rirideano , ed io, ricorvolgendomi mi trassero indietro; datomi della piaga del piede, andava zoppicanEd ora, eglino dissero, che se' stato preso se' zoppo; quando fuggivi a tuo piafuggendo cere eri sano, pi veloce di un cavallo, e semA queste parole facea eco il babravi fllato. stone, e per ammonizione ne riportai la coscia tutta piagata Ritomati che fummo a casa, rido trovammo la vecchia appiccata con una cordicella a una pietra. Temendo, com' da credersi, i padroni per la fuga della fanciulla, acconciatoci un laccio al collo ? s'appicco da se stessa.

4 56 Ammirando color !a rettitudine della vecchia, scioltala la gittarono come si stava col laccio gi dalla rupe, e legaron dentro la faniuIla, e per lungh' ora si diero a mangiare ed a bere , ed infrattanto parlavan tra loro della fanciulla Che faremo, disse uno di loro, della fuggitiva? Rispose un altro: Null' altro che gittarla giit appresso alla vecchia, avendoci, per quanto era in lei, tolta via molta ricehezza, e manifestata questa llostra baracca vi Imperocch voi avessapete bene, o amici, che se raggiunti se quei suoi di casa, nessun di noi si sarebbe rimaso in vita, e tutti saremmo stati presi, assaltandoci gt inimici ben preparati. Vendichiamcene pertanto come d'una inimica ; ma 4alla non dee morire si leggiermente cadendo pietra , ritroviamole una morte, che sia lunga ed acerbissima, e tale che servandola al torEd andamento, a tempo finalmente perisca van cosi pensando a codesta morte, ed in ulti: Credo che voi loderete questo mio mo un disse trovato. Conviene che F asino muoja come In. ora zoppo state miessendosi finto fin garde; Donistro ed ajuto alla fuga della donzella. e sventrandolo mani dunque lo uccideremo, e ci acne gitterem fuori tutJe le interiora, cemoderemo dentro questa buona fanciulla , in modo, che il suo capo rimanga solfacendo levato Juon dell' asino perch non rimanga.

457 ed il rimanente del corpo sia subito soffocata, , cosl. l'avrem nascoso al di ,dentro Quando acconcia e diligentemente cucitu, gli gitterem. loro fuori amendue agli avvoltoi, preparando o desinare. nuovo Considerate, amici, questo l'abitare l'acerbit del tormento, primamente in un asino morto , quindiV esser cotta entro sole in queU giumento da un ferventissimo sta stagione di estate, e morirsi ognora stimolata dalla fame, ne potendo spegnersi da si le altre sue stessa. Tralascio poi di riandarvi come il puzzo delV asino putrefatto . pene, ricopeHo di venni. Alia fine penetrando gli avvoltoi dentro dell'asino, per avventura si mangeranno con. quello costei ancor vivente. Tutti appludirono, come ad un grandissimo bene, a questo maraviglioso pensiero. Io compiangea me che dovea essere scannato, e neppure stesso, dopo morte dato m' era di giacermi con buona fortuna, ma , avendo dentro di me a ricevere la sventurata donzel!a, io servir do-vea di sepolcro a soquell' innocente. Era di gia giorno, allorch pravvenne una schiera di soldati, mandata contro questi scellerati , che a man salva tutti legogli, e gli condusse al Presidente della provincia. Venuto era pure Insieme con quelli lo sposo della fanciulla, il quale stato era quegli, che scoverto avea il ritiro di que' ladroni. Prendendo adunque la donzella, e facendola sedere

458 I terrazsopra di me cosi condussela a casa zani quando ci videro da lungi, conobbero la nostra felicit, dando loro buon annunzio il mio raglio, ed accorrendo, ci salutarono e portaronLa donzella giustamente assai - ci dentro. l in mio favore, che compagno F era stato la prigionia e nella fuga e nel rischio di morte comune. E percio per comandamento parneluna dei padroni mi si dava per pranzo un medimno di orzo e fieno quanto era bastante ad uncamelo, E qui vie pi maladiceva Palestra, cbe colle arti sue m' avea trasfomiato in asino, e non in cane. Imperocch vedea i cani entrarsi nella cucina e divorarsi molte cose, ch' eran preparate, come costumasi nelle nozze dei ricchi. Non molti giorni , dicendo Ia padrona al padre, che dopo le nozze aveami assai obbligazione e che volea rendermene giusta retribuzione, il padre comand che fossi lasciato libero all' aperto, e che paschito fossi colle mandre dei cavalli, Perciocch, disse, si viver in lihert ed in piacere, e monter le cavalle. Per certo sembrava allora cotal retribuzione giustissima, se la faccenda fosse stata di giudicar bu di un asino. Chiamato pertanto certo cavallaro, ad esso mi consegno rallegran, domi io assai, che non avrei portato pi soma. Poich fummo giunti alla campagna, il pastore mi mescolo colle cavalle, e condotto fui a pascere coir armento. Dovea per a me accadere

4% cio che di gi avvenne a Can daule. II capo dei cavallari mi lascio in casa a Megapola sua momola a macinar glie, Ia quale aggiogommi alla l'orzo Ne stato saria grave incoed il grano. modo ad un asino di buon cuore macinare. pe' macinando suoi maestri, ma F ottima femmina, ch' ea prezzo per molti altri di quei dintorni, ran non pochi, affittava cosi l'infelice mio collo. E ponendo a cuocere 1' orzo destinato al ne facea torte, che si mangiava, mio pranzo, ed il mio pranzo era la crusca, E se alcuna volta il pastore m' accompagnava colle cavalle, correva io riscbio di essere ammazzato da' calci je da' amorsi dei mascbi. Imperocch supponendomi dultero delle cavalle lor mogli, mi tiravan si fatte coppie di calci, che impossibile m' era di sopportare quella gelosia cavallina. In poco di tempo divenni adunque magro ed emaciato, non essendo ne lieto in casa per la mola, ne potendo pascere all' aperto per ~a ritrosia dei compagni Oltre a ci era sovente mandato al monte di sopra a far some di legna, lo che fu il cominciamento de' mali miei, Doveasi primamente sa" lire un alto monte per un' assai ardua strada, e, per me ch' era scalzo, dolorosissima pel suolo di acute pietre, e mandavami per guida un malil quale ogni volta uecideami vagio fanciullo, con nuovi tormenti. Ed in primo luogo, bench mi percuoteva, non con un semplice onessi,

460 e che avea molti legno, ma con lino puntuto, e batteami sempre nella nodi ed ineguaglianze, stessa coscia, talch essa n'.era daI colpo tutta lacera, e pur sempre mi tornava a battere sulla piaga. Poneami di poi un carico, cbe con difficolt portato avrebbelo un elefante, e nel venire in giu,la discesa essendo asprissima, non la nma mai di battermi; e se vedea cadermi la soma pendermi dall' un lato, dovendo togliere alcun legno, e porlo per eguagliare dal canto pit Iegcio mai non facea , ma prendendo grosse giero, pietre del monte, le ponea nella parte del carico pi leggiera, e che andava in arja, ed intanto io misero discendea, portando insieme colle d'aclegna inutili sassi, e discorrendo un fosso qua in mezzo al cammino, perdonando egli alle sue scarpe, salendosi sopra di me dietro'alle legna , cosi lo passava. E se mai corcavami per la o pel peso, allora si che si era un stancbezza, N discendea per insopportabile disavventura ajutarmi ad alzare di terra, ne, come era convenevole, toglievami il carico, o davami mano, ma incominciando dalle orecchie e dal capo mi rompea tutto di bastonate, che ne divena tutto Trastullavasi pure contro di me con piagato. pi acerbit , fatto avendo un fascio di spine acutissime, e legatolo bene all' intorno, me 10 legava dietro la coda, e quelle, come dovea essere_, camminando mi urtavano, e con continua

461 puntura tutto di dietro frivanmi. E m' era imseguendo sempre la possibile di difendermene, ferita ad ogni mia mossa. Perocch andandone pianamente per guardarmi dal battimento degli e fuggendo spini, accoppato era di bastonate, mi ferivan dietro quelle fierissime punte, posto avendo il mio conduttore ogni suo Dopo aver sofferto coingegno per ammazzarmi. tanti mali, non potendo pi raffrenarmi , mossi una volta il calcio contro esso, di che egli sempre tenne memoria, ed essendogli stato comandato di trasportar della stoppa da un luogo alil bastone, l'altro, mi vi condusse; e riunita molta di quella stoppa, l'acconci sopradi me, e legata strettamente la soma con una forte corda, penso con empia frode farmi un gran male. Essendo gi in sul partire, tolse dal fuoco un ardente carbone, e quando ci fummo dilungati dalla corte, il nascose entio la stoppa. Quella (n potea essere altried in un momente) prese fuoco all' istante, mento la mia soma non fu, che un fuoco immenso. Vedendo percio che sarei tosto rimaso cotto in sulla strada, vicino essendo per caso ad un profondo padule, mi gittai nella parte di quello ove vedeasi pi acqua. E rivoltando ivi la stoppa, e dimenandomi e rivolgendomi anche io, spensi col fango quella per me dolorosa ed ardente soma, e camminai cosi senza pericolo il restante del viaggio, perocche non potea il fanciullo riacceoder

462 la stoppa inzuppata dell' urnidit di quel fango. E 1' audace garzone gionto ove dovea, non manc calunniarmi cbe pure di questo, dicendo, andando innanzi m' era da me stesso infrascato nel fuoco. Intanto fuori di ogni speranza mi salvai aHora cosi dallaStoppa. Ma l'empio fano ciullo tesemi una Condotto pi cruda insidia. avendomi al monte, ed impostami una grave soma di legna, la vendette ad un contadino, che abitava in quella vicinanza, e riportandomi a casa mi calunnio al padrone , nudo e senza legna, come reo di un nefando delitto, dicendogli : io non so perche rtoi diamo a ltlanPadrone , che si oltre ogni eragiare a quest' asino, ed ora e rivolto ad at.. dere tardo e poltrone, che quando vede un fanciullo od tra opera, una giovane appariscente, tirando calci si gitsu quelli, e come V UOlTt maschia alia vista della donna amando commuovesi e dar volendo dei baci gli morde, amata, e da questo ti mitosforzasi di abbracciargli, tutti insultando e tutti intic liti e brighe, or portando le legna, vedendo seguendo. Ed una donna che andava al suo campo, sciogliendosi gitt in terra la soma, e rovesciata la donna in sulla Jtrada, volea i/nparentarsi, molti da fHlrie parti , finch accorrendo ajutmnmo la donna, acciocch non fosse lacerata da questo galante amatore Quegli sentendo t correndo

465 fcio , poichiJ, disse, non vuole n camminare, n portar soma, e si diletta di amori umani, e le donne, scancontro i fanciulli infuriando ai cani, e sere datene le interiora natelo, e se si domanbatene le carni pe' lavoratori; mendera com esso sia morto, con acconcia il lupo. Tutto adunque ale volegrossi l'empio fanciullo mio conduttore, ma sopraggiulea in sul momento scannarmi, gnendo per fortuna uno dei contadini vicini, mi zogna incolpatene morte, dando loro contro di me un fiero consiglio: Mai farai, disse, ad ammazzare un asino buono alla macina ed alia soma. Non salvo dalla e poich e preso e di poi il fatto si grave, da amor furioso per gli uomini, il prendi e il castra Imperocchd privato di questo impulso libidinoso, diverr subito pingue e mansueto, e senza fatica portera gravi pesi. Ese tu non st pratico di questa medicatura, tornerb io e tel renderb col qui fra tre o quattro giorni, Tutti quei taglio pi docile d' una pecorella di casa lodarono il divisamento del contadino come a proposito, ed io lagrimava, che dovea. tosto lasciar d' esser uomo nell' asino, e divenendo eunuco dicea tra me di non volere piu vivere. Intantoche io andava pensando di non pilI o di precipitarmi da per me stesso dal monte, da dove cadendo con miserissima morle, sacei almeno morto intero e non mutilato. cibarmi,

464 essendo notte avanzata, venne dal castello non so chi ad avvisare alla villa, ed al casale, che la fanciulla di fresco sposata ( che stata era in potere dei ladri ), e lo sposo dj lei, passeggiando amen due verso la sera in sul lido, stati eran rapiti da un repentino accrescimento del mare, e che con tale sciaurata fine eran morti. Coloro, privata vedendo la casa dei giovani padroni, diliberarono di non rimanersi pi in servit, e saccheggiando cio che v' era nella villa, salvaronsi colla fuga. II pastore delle cavalle prendendomi, rammassate quante robe pote, le carico a me ed alle cavalle. Io era aggravato, e porta va una vera soma da asino, ma intanto lieto ricevei questo impedimento alla mia castratura. E per tutta la notte andandone per un dialtri sastroso cammino, e viaggrando pure tre giorni, giugnemmo in Berea, grand ee popolosa Ivi- quei che conduceano, citt di Macedonia. pensarono di acconciarsi essi e noi, e posero noi ed un banditore di buona vogiumenti all'asta, ce, ci bandi, standosi noi in mezzo alla piazza. Quei che si accostavano volendo vedere, ci aprivan la bocca, e misuravan 1' et di ciascuno dai denti, e compro chi l'uno e chi 1' altro, ed io il banditore comando essendo rimaso ultimo, che fossj ricondotto a casa dicendo: Questo solo Ma la molte e molte volte non trova padrone. a condusse ed providenza aggirata aggiratrice

465 me pure un padrone, quale meno aspettavami. Erasi questo un vecchio bagascione di quei che Dea Siria pe' castelli e per attorno la yortano ! A a mendicare le campagne, costrignendola venduto per non gran prezzo e sospirando seguii il padroove ne che conduceami. Quando giugnemmo, albergava Filebo ( che cotal nome avea il mio compratore ), di suhito grido ad alta voce inio v ho comprato un nanzi alia Ragazze, porta: servo di razza hello e nerboruto cappadoce. Eran codeste ragazze uno stormo di bagascioni compagni di Filebo, che a codesto grido batteche veramente ron tutti le mani, credendo it comprato si fosse uomo, e quando videro che in tal questo servo era un asino, motteggiavano ma tuo Codesto non servo, guisa Filebo: i1 mena Sien per te sposo, onde prendendolo, cotali nozze, e ci partorisci avventurose tosto di tai colombini. Cosi coloro rideano. II giorno seguente si posero, com' essi diceano, all' opera, pra, per che ed adornata la Iddia, me la posero soe cosi usciti dalla citt, andammo intorno e tostoche giugnevamo a quallacampagna, castello, io portatore della Iddia mi fermae la turba dei trombettieri suonando non so questo fui adunque di trenta dramme,

va, che di sacro, coloro, gittate via le mitre, torcendosi il collo col capo basso, si tagliuzzavan Is braccia co' pugnali, e ciascuno tirando la lingua Vol IL 39

466 fuori dei denti se la feriva, talche in poco d' oea si riempid ogni cosa di rnolle sangue. Io vedendo cio, in prima mi stea tremando per tema che non bisognasse alla Iddia anche del sanPoich si furono cosi tagliuzzati, gue asinino dagli spettatori circostanti ed oboli e Ed alcuni davan loro dei 6chi, del dramme * cacio, qualche orciuoletto di vino, ed all' asino una misura d' orzo e di grano. Di queste cose raccolsero io e veneravan la Iddia, che portava sopra le spalle. Arrivati essendo una fiata a certo castello, dieder caccia a certo giovae sel portarono dentro naccio della contrada, ove albergavano, ed ivi si ebbero dal contadino cio, che sogliono avere a caro tali impuri Ed io sospirando sopra la mia trasbagascioni. formazione, in ripensare quanti mali sostenuti ae' si nutrivano, : o misero vea fino a quel giorno, esclamar volea Giove ! ma la voce non mi venne, e solo forte Alcuni dei contacolla gola da asino rajava. dini del castello, avendo per caso perduto un aI' e sentendomi sino, lo andavan cercando, gridare si forte, pensandosi ch' io fossi desso, sen vene sorner dentro senza far motto ad alcuno, presero i bagascioni ne' loro infami travagli Fertanto si eccitaron gran risa di fuori di quei ch' erano entrati , i quali, correndo tutto il castello, ad ognuno fecer palese la infamita di quei che si fosser Coloro assai vergognandosi, preti

467 palesate tai cose, la notte seguente immantinene tostoch gionti furono te di cola si partirono, in un luogo deserto della via, adiravansi e rocleami di rabbia contro di me , che disvelato avea i loro misteri. Ne si era per me questo gran ma cio che i loro rimprocci, Imperocch, segui non fu punto da comportarsi. e toltemi toltami la Dea e postala in terra, un cosi "Iludo mi legarono ad tutte le sargie, male di ascoltare grande albero, e battendomi con una frusta di comandaronmi che per 1' avquei lor giuocarelli, e venire dovessi portar la Iddia senza prIare, diliberaron pur di arnmazzarmi dopo la frusta, siccome quegli che si grande ingiuria avea lor fatta , e cbe cacciati aveagli dal castello prima vi avesser potuto praticare il loro mestiere. Ma forte gli rattenne dall' ammazzarmi la Dea, che sedeasi in terra, ne avea altro commodb da Adunque dopo le hattitur, riprsa ed alla sera albergammo camminai, nella villa di un uomo ricco. E standosi ei in caviaggiare. la padrona, sa, molto lietamente ricevea ad e le offeria sacrifizj , e quivi io aver corso un grande peiicolo. mandato avea al padrone della di asino salvati co Preparandosi albergo la Dea, mi rammento di Uno degli amici villa una coscia

il cuoco ad apla perdette per negligenza, di naparecchiarla, scoso entrati essendo molti cani, ove stava Laonde temendo i tormenti e le battitujre per

468 la perdita della coscia, si penso di appiccarsi da se da se per la gola. Ma sopraggiunta la moNon voler glie per mia malam'osa disavventura , ntt darti in premorire, gli disse, o carissimo, da a tanta disperazione; se tu vorrai credermi, ogni cosa andera bene. Conduci fuori in un ed luogo solitario quell' asino dei bagascioni, ivi lo scanna , e gli toglia la coscia, ed apin luogo della perduta La servi ed il rimanente dell' asino il gitta gilt da qualche dirupo, che sembrer sia fugTu vedi come e' si gito, e si sia dileguato sta bene in carne, e vale assai meglio di quel salvatico. II cuoco, lodato il consiglio della moparecchiatala, al padrone, il tuo diviglie, Ottimo si d, disse, o donna, e solo cosi praticando samento, possoio fuged ora gli vo' dar compimengir le sferzate, to Tali cose, standomi vicino, deliberava quel malvagio cuoco colla sua moglie. Ma io avendo 1' occhio a ci che dovea accadere, e credendo dovermi assolutamente salvare da quel periglio, rotta la cavezza, per la quale era legato, e salove cenavano i tanr'o , me ne andai di carriera, bagascioni col padron della villa. Ed ivi correndo rovescio co'calci Ia lucerna, la mensa, ed ogni altra cosa, pensandomi in cosi fare di aver provveduto alla mia salvezza, e cbe il padrone della villa comandato avrebbe all' istante che io fussi racchiuso, e guardato con diligenza come un

469 Ma questo istesso mi o bel troasino inferocito. vato mi fe' imbattere in un estremo periglio. Imarrabbiato , impugnarono peroccb credendomi contro di me molte spade e molte aste e lune ne vennero per ammazzarmi ghe pertiche, a tutta Vedendo io la grandezza del pericolo, corsa mi cacciai dentro ove dormivano i miei Lo che riguardando essi, chiusero con Quando fu 1"aldiligenza te porte al di fuori mi nuovo co' la di ciarlaIddia, presa partii ba, tani, ed arrivammo in un altro grande e popolato castello, ed ivi volendo far pi gran miracolo, padroni. non vollero cbe si rimanesse la Iddia nelle case ma cbe albergata fosse nel temdei terrazzani , del luogo, avuto da pio della Dea particolare Quelli asquegli abitanti in somma venerazione sai lieti ricevettero la Iddia forestiera, e I' alnoi bergarono insieme colla loro, e mandarono in case di poveri uomini. Quivi dimorati essendo i padroni per alquanti giorni, vollero andarne alia citt vicina, e domandarono ai terrazzani la Iddia, e recatisi essi stessi nel tempio, ne la trasvia. sero, e caricatala sopra di me, lacondussero Entrati per i sacrileghi n'ella cappella, rubarono una caraffa d'oro, cbe vi stava per vto, e la nascosero razzani sotto la Iddia. all' istante Avvedutlsi di ci i tere quando gli furono dietro, dismontando dai cavalli, gli ebbero sopraggiunti, gli sorpresero in sullastrada, chiamandogli empj

470 e spogliatori dei tempj, e richieser loro iJ vto rubato, e frugato per tutto, to ritrovarono nel seno della Dea. Per lo cbe legate quelle donnicciuole tornaronsi indietro, e gli posero in ceppi, e tolta la Iddia portata da me , la collocarono in altro tempio, e nuovarnente restituirono 1' oro alla Dea cittadina. II giorno appresso stabilirono di vendermi insieme col bagaglio di coloro, e venderonmi ad un forestiero, che abitava in un castello vicino, cb' esercitava l'arte di cuocere il pane. Costui, presomi, mi carico dieci medimni di grano, che avea comprati, e mi condusse alla sua casa per una via assai disastrosa Quando fummo gionti, mi condusse nel forno, e vidi cola entro una folla di conservi giumenti, ed eranvi molte mole, tutte pienedi faE per alrina, che tutte giravansi da costoro e cbe portato avea lora come servo forestiero, mi lascia, grave soma per un aspro cammino rono riposare la dentro L'indomane cingendomi un velo agli occbi, legaronrni al timon E sapea bene della mola, e mi facean girare io come avessi a macinare, avendolo tante volte imparato: tuttavia. fingea di non saperlo, ma perocche molti di pazzamente mi lusingava, quei ch' eran I dentro mi furono inlornq co' ba.:stoni, e mentre meno lo aspettava, come colui che non ci vedea, mi batterono a piene mani, di modo che pe' colpi immantinente io mi vojsi

4;1 che come una ruota, ed imparai per esperienza, nel fare il dover suo non abbisogna al servo aspettar la mano del padrone. Divenni adunque talch il padrone disecco e debole di corpo, e mi vendette ad un uomo libero di vendermi, ortolano, e che coltivava un orto e qui avea questo travaglio, che il affittatogli, padrone di buon mattino mi caricava le cipolle, che conducea alla piazza, e consegnatele a' ridi professione venduglioli , mi riconducea di nuovo nell' orto. o piantando, me ne Ed allora zappando esso, stava io senza far nulla. Era di poi tal vita sommamente per me dolorosa, prima perche essendo inverno, non avea quegli pur da comprate di che cuoprirsi ne per s, n per me; quindi che essendo io scalzo, avea a calcare ora il fango umido ed or secco ed acuto, e pereibonon che lattugbe dure ed avevamo altro amendue, Un giorno uscendo noi dall' orto, ci si amare presento un uomo di alta statura in abito miliin lingua italiana, tare, e parlando interrogd F ortolano ove conducea me asino. Quegli, come credo, non conoscendo quella favella, non gli rispose; laonde, sdegnato come tenuto fosse in dispregio, batt 1' ortolano con una hacchete fattogli la gamta, ed esso abbracciandosegli, betta, lo gitto in mezzo alia etrada, e cosi co lcatolo, il percuotea colle mani, co' piedi, e con un sasso della via. Colui alia prima resistea, ed

472 il minacciava di ucciderlo colla spada, zava Di che esso ammaestrato da ch' avesse a fare per essere fuori di tolsegli la spada, e la gitto lungi, e se si rizlui di cio pericolo, torno cosi

di nuovo a percuoterlo in terra. Quegli vedendo non ritrovarsi al suo male rimedio, si finse rnorto dai colpi, di che 1' altro temendo, lagiacente ove si stava, tolta la spada, s'avvio sopra me verso la citt. Allorche vi fummo gionti, raccomand ad un suo compare la coltivazione dell' orto, e temendo egli di alcun srpel fatto detla strada, si nascose insieme con me nella citt presso un suo amico, ed il giorno seguente tenuto consiglio tra quei di cacbiusero il mio padrone dentro di un'arca, e me, tiratomi su pe' piedi per una seala, in certa camera superiore, e cola portarono sopra mi chiusero. II soldato essendosi con pesa, na rialzato d' in sulla strada, come dicevano , venne alla citta col capo ancor gravato dai colne' suoi eompagni soldati, pi, ed incontrandosi racconto loro I' audacia dell' ortolano. Quelli scorrendo attorno insieme con esso, discoprirono il luogo , ove eravamo nascosi, e ci detter querela ai magistrati della citt, i quali mandarono dentro un famiglio, il quale comando da lor fuori quanti eran dentro.. l'ortolano punto non cornparia; per lo che diceano i soldati, che FoftolaDO parte, che uscissero Essendo tutti usciti, nistro sciatolo

473 stavasi col dentro col suo asino; ma quelli altri affermavano, che non vi era rimaso ne uomo, forte nel vicolo, e ll asino Schiamazzandosi confondendosi insieme le voci di molti, io assai insolente e curioso, volendo conoscere chi eran posi il capo ad una finequei che gridavano, stretta, che guardava gi basso. Coloro vedenne ebber gli altri domi di subito esclamarono; talcb i mache dire, colli essendo in buga; e ricercando per tutto , gistrati entrali dentro, il mio padrone disteso entro dele preso, mandaronlo in carcere a dar rarca, ragione della sua audacia, ed a me calatomi a basso mi diedero a' soldati. Ne v' era niuno che ritrovarono rattener potesse le risa sulla spia del tetto traditrice del suo padrone, ed allora ne nacque il proverbio del guardare e dell' ombra dell' asino Cosa si facessero nel seguente giorno del1' ortolano mio padrone, io nol so. II soldato .ailibero di vendermi, e mi vendette per venticinIl compratore era servo di un uomo que attici assai ricco di Tessalonica, grande citt di Macedonia. Questi non facea al tra professione, che ed avea apparecchiare le vivande al padrone un fratello conseryo, che cuoceva il pane, ed era Questi fratelli pratico a lavorare di credenza abitavano ed usavano sempre insieme, e tenevano insieme mescolate le cose loro, ed albere dopo la cena del garono me intra queste,

474 padrone portarono dentro molti avanzi di carni, di pesci, di pani, e di torte, E chi use queste cose insieme con me, lasciatomi guardiano di tante delizie, uscirono per lavarsi Per la qual cosa dato un largo addio all' orzo, che m' era dinanzi, mi migliorai dell'arte e dei guadae dopo assai lungo tempo mi gni dei padroni, tolsi una satolla di cibo da uomo. Essendo quelli tornati in casa, in principio nulla si avvidero della mia mangiata per la quantit delle cose che v' erano, e perch6 m' avea io rubato il pranzo con certo timore e convenienza. Quando pela loro spensieratezza, mi feci lamiglior parte, e divorai molte altre cose, e si avvidero essi del danno, da prima guatandosi amendue aveansi tra loro in sospetto, incolpandosi del furto 1' un 1' altro, dicendosi rapitore dei comuni beni e sfacciato, e stavansi al1' erta, e numeravano i piatti. Infrattanto meed il nava io una vita piacevole e lussuriosa, corpo pel consueto cibo riacquisto 1' antica belr, conosciuta lezza, e divenni nuovamente bello, e fiorendorni il pelo, lucidissima avea la pelle Quei buoni uomini vedendomi grande e grasso senza consumo di orzo, che stavasi sempre alla stessa yennero in sospetto de' fatti miei, ed misura, chiuser uscendone come per andare al bagno , le porte, e quindi accostando Is occhio ad una fessura, guardaron dentro, ed io nulla sapendomi

475 dello inganno, mi posi a pranzare. Quelli da. prima si risero, vedendo questo pranzo incredibile, e quindi chiamati a vederei servi loro compagni, si eccitaron gran risa, di modo che il loro padrone senti ridere anche esso, e facendosi grande schiamazzo, domand per qual cagione ridevano quei di fuori. Quando lo seppe, si alzo dalla mi vide manmensa, e facendosi alla fessura, giare un pezzo di cinghiale salvatico, per lo che dalle risa se ne entr dentro; ed smascellandosi a me increbbe assai esser sorpreso dal padrone come ladro ed ingordo. Dopo che egli ebbe assai riso alle mie spalle, primamente comando ove voile che fossi condotto nel suo convito, che mi fosse apparecchiata una mensa, con quante v' eran cose, che non si potessero mangiare da asino, come carni, ripieni, brodi, pesci preparati in salsa od in* olio, ed aspersi di senapa. Io vedendo allora la fortuna a me ridente e placata, e conoscendo che solo questo scherzo mi avrebbe salvato, cornech gia fossi satollo, tuttava pranzava standomi a tavola. Risuonava intanto il convito di risa, e non so chi disse: Quesf asino berr ancora il vino, se gli si porger temperato Il padrone vi assenti, e porgendomisi, il bevvi. Quegli (come dovea accadere), vedendo si straordinario animale, comando a certo suo maestro di casa di sborsare il suo prezzo a colui, che aveami comprato, ed altrettanto al

476 compagno, e mi consegn ad un giovanetto suo che m' insegnasse fare alliberto, dicendogli, di che potesse egli trarne maggior cuna cosa, diletto Cio fu facilissimo, peroccb era io pronto ed obbediente ad imparare ogni cosa. E prima m' imparo a giacermi come un uomo nel letto, appoggiato in su i gomiti; quindi a lottare con lui, a saltare, a star diritto in su due piedi, ecT a rispondere alla voce si e no, ed a fare in fine quante cose potea ancor senza insegnarmele. Si divulgo la notizia, che l'asino del padrone bevea vino , lottava, ballava, e ci che pi, che a tempo rispondea si e no acconciamente alla voce, e quando volea bere, muovendo gli occhi, facea cenno al coppiere. E maraVigliavasi ognuno di tal cosa, come insolita, nori conoscendo esservi l'uomo rinchiuso nell'asino, e facea io servire alle mie delizie 1' ignoranza loro, ed avea imparato a camminare portando it padrone sulle spalle, ed a correre ed andar di trotto si riposato, che non ne risentia niuno incomodo chi m' era sopra. Suntuoso era il mio ornato, e mi cuoprivan con gualdrappe di porpora, e portava freni ricamati d' oro e d' argnto, e mi appendeano dei campanelli, che rendeano una musica melodiosa. Menecle, il padrone nostro, venuto era, come dissi (l), di Tessalonica (1) Qui il testo dell'Autore viziato, o manca alcuna cosa innanzi, non sapendosi a che si riferisca quel come dissi.

477 avea di dare alla per cagiose che promesso i quali sua patria uno spettacolo di gladiatori alia pugna, e doveano si stavan gi esercitando mostrarsi tra poco. Uscimmo adunque di mattina fuori di casa, ed io portaya il padrone per e dif essere in quel paese la strada malagevole, ficile a passarvi col cocchio. Quandp fummo ognuno a godi vedermi, avendomi da la fama, che sapea io lungo tempo preceduto rivestire personaggi diversi, e lottare , e ballare gionti in Tessalonica, dere delIo spettacolo affrettavasi come gli uomini. Ed il padrone faceami bere al- la presenza dei pi nobili tra' suoi cittadini, fa-* cendo mostra nella cena di tali scherzi maraviavea per me gliosi. II mio maestro guadagnato molte buone dramme, e teneami dentro serfato a chiave, ed a chi volea veder me e le mie strane operazioni, apriva per prezzo la porta, e portavami chi un cibo e chi un altro, e spezialment cio che contrario sembrava all' appetito di un asino, giorni tadini de e stiera trata ed io il mangiava, talch in pochi mangiando col padrone e cogli altri citsuoi commensali, divenuto era assai grangrasso. Per la qual cosa una donna forenon poco ricca, di sofficiente bellezza, ena vedermi

si accese per pranzare, me di caldissimo amore, e si per la stranezza de' modi miei, e si per aver veduto la bellezza e si accontd dell'asino, volle aver la mia pratica

essendo

473 fcol mio maestro, e gli promise un grosso premio, se a lei mi prestava per dormirsi meco una sola notte Quegli poco curando, se avesse ella o no da me ottenuto il suo desiderio, si tolse il danaro. Essendo omai sera, j] padrone licenziato aveaci dal convito, e ritornammo al luogo ove dormivamo, ed ivi ritrovammo la donna, cbe gi da un tem po ven'uta era al mio letto. Avea fatto porfare dei molli origlieri, e distese aveavi sopra delle coperte, ed assai pulitamente acconcio era il letto in sul pavimento. I servi della donna andaronsi a dormire in una camera vicied essa accesa avendo una gran lucerna , na, che tramandava gran lume, spogliossi, ed interamente nuda comparve, e da certo vaso d'alabastro versato certo unguento, tutta se ne unse, e poscia ne unse pur me, e spezialmente me ne riempi le narici, e quindi mi bacio, e mi e parlava come ad un uomo suo innamorato, per la cavezza mi tirava verso il prendendomi letto. Non avendo io a cio bisogno di un terzo e ben pieno di veccbio vino, e stiesortatore , e vedendo la molato dall' odor dell' unguento, giovane in tutto esser bella, mi posi in letto, ma di molto trovavami travagliato non sapendo come accostarmele, imperocche daI tempo cbe io era asino divenuto, non m' era mai accoppiato al modo degli asini, ne appressato m' era ad asina femmina, e concepia ancora non picciol

479 timore, che non potessi in accostarmele guastar la -donna, e pagarne poi bellamente il 60 come , omicida. N m' accorgea, che i miei timori eran vani , perche la donna con molti ed amorosi baci invitandomi, quando si avvide che io mi lasciava come ad un uemo, interayincere, accostandomisi mente fecemi suo. Ed io scrupoloso troppo, anche temea e ritraeami indietro, ma essa forte a' fianchi stringendomi, m' impedi di ritirarmi e fuggicbe per di poi per esperienaa, interamente appagare e compiacere la donna , mancava pure a me qualche cosa, senza timore me Ie prestai hel rimanente, temendo di non comparire inferiore aU' adultero di Pasifae. La donin modo a' piaceri amorona era apparecchiata si, che non mai saziandosi de' voluttuosi miei volle alle spalle mie guadagnarsi abbracciamenti, la spesa di quella notte. Col giorno levatasi si parti, e patteggi col mio maestro per lo stesso piezzo altre notti. Costui divenuto riccbissimo e mostrar volendo al padrone , per opera mia la mia nuova virt, mi rinchiuse colla donna (la quale abuso di me stranamente ), ed uscenfacendodosene riferi la faccenda al padrone, sene esso bello, e senza che io il sapessi, la sera vel condusse, e da certo buco della porta mi fe' vedere alle prese colla donna. II padrone compiaciutosi dello spettacolo, desidero di mostrare al pubblico la mia capacita, e comando re. Avredutomi

480 che non se ne fesse motto a persona di fuori , disse, nel giorno dello spettacolo lo perocch, condurremo in teatro con alcuna donna coned wi alla presenza di ognuno podannata, tr cavalcare la donna. E portai onmi di fatto dentro una delle donne, che condannata era alle di accostarmisi e farbestie, e comandaronle mi carezze. Finalmente venuto essendo quel giorBo, nel quale il mio padrone dovea far pompa della sua ambizione, stabilirono di portarmi in e vi entrai in cotal modo. Erayi un teatro; gran letto fatto di tartaruga indiana, tagsellata di oro; in questo mi posero, ed accanto mi fecero coricare la donna. Quindi, come ci steamo, col mezzo di certa macchina ci trasportarono in teatro, e ci posarono nel mezzo; allora gli speted ogni mano era in moto tatori forte gridarono, per applaudirmi. Apparecchiata ci era la mensa, e v' era in essa abbondanza di quanti CiLUsar sogliono nelle cene gli uomini lussuriosi, ed assisteanci de' coppieri, ch' eran fanciulli bellissimi, i quali ci versavano il vino nell' oro. U maestro standoci dietro ci comando di pranzare, ma io parte arrossiva per giacermi cosi nel teache non uscisse fuori imtro, e parte temea, provviaamente qualche orso o leone. In questo, passando uno che portava fiori, vi veggo tra gli altri delle foglie di fresche rose, e senza far tratto discendendo dal letto, mi vi gittai sopra,

481 -eredendosi quelli che io mi fossi levato a ballasceltemi re; e separando l'un fiore dall' altro, oStandosi infrattanto le rose, me le mangiai. svani e spensesi in me gnuno in amrnirazione, e disparito quelquella forma di giumento , lo che gi erasi asino, quello stesso Lu.cio, che A queivi dentro sempre era ascoso, comparve. sta intimoritosi ed inaspettata, oe il teatro dignuno, fieramente tumultuavano, visesi in due pareri, alcuni che domandando vista strana ed esperto a canincantatore malvagio brufossi ivi all'istante giarmi in mille forme, ciato, ed altri che si soprassedesse , e si sentisse la mia voce, e prima di giudicare si conoscesse la mia condizione. Correpdo di poi io verso it Presidente, che per caso presente era a questo che una donna spettacolo , gli dissi da basso, di Tessaglia, serva di altra donna tessala, aunguento m' ae lo scoqgiurava di mettermi vea fatto asino, che non sotto guardia, finch lo avrei persuaso, era in cio mentitore Allora disse il Presidente: magico Ci di il tuo nome, i tuoi genitori e parenti, ed altre attinenze di tua famiglia , e la patria. il mio Lucio, Rispos' io: Mio padre chiamasi fralello Cajo, ed i rimanenti due nomi abbiamo comuni. Io sono scrittore di storie e di altre co.e; quegli poeta Vol. II. di elegie, e buono 31 indovino. vendomi unto con certo

come

482 La nostra patria Patra, citt dell'Acaja (1). II Presidente, udito cio, disse: Tu se' figliuolo di persone ospiti ed amicissime mie, che mi in loro casa, ricevettero e mi onorarono con esdoni, e conosco che non mentisci, figliuolo sendo di loro: e discendendo dalla sedia, mi abbraccio e mi die' molti baci, e mi eondusse in sua casa. In questo mezzo giunse ancor mio fratello, recando danaro e molte .altre cose, ed il Presidente alia presenza di ognuno pubblicamente mi assolvette. Andandone di poi versa il mare, adocchiammo una nave, e vi caricammo i nostri bagagli. Quindi credendo io essere convenevole d' andare dalla donna, che arnato aveami come asino, pensando ch"ora cbe era uolietamente mo le sarei apparso pi hello, ella

(1) Non ostante quanta ne ho delto neffiargomento, queste ultime parole mi fanno credere che-sia questoil vero originate di Lucio di Patra , e che male sia stato attribuito a Luciano questo componimeuto perocche se-stato fosse suo si sarebbe egli nominatocomefeee- nella Vera Istoria, ni vi avria lasciato il nomedillll altro. Ndee-eredersi che Luciano dotato dalla natura d' ingegno fervido efreddamenle abbreviasse,comedice Fozio, piena d' invenzione uri opera altrui. Un dotlo Francese ha stampato in Parigi llel passato anno assai elegantemenlequest'operetta col nome del vero autore in Greco ed in Franceses e possonovedersi nella sua prefazione Ie ragioni che ne adduce , le quali mi sembrano assai convincenti.

483 mi accolse, dilettandosi , nezza de' miei accidenti , nermi a cena, ed a dormir avvisandomi persuadere, che divenuto era uomo non curare della stracredo, e mi prego di rimaseco. Ed io lasciaimi

che ora inconvenevole , e avessi a dispregiare

un' amante, che amato aveami as ino. Pertanto cenai con essa, mi unsi di unguencolle a me carissime e salto, e m'inghirlandai vatrici rose. Quando fu notte cupa, e ch' era a tempo d' andarsi a giacere, io mi levai, e volendo fare un gran bene, mi dispogliai e rimasi udo, che sarebbesi essa di me assai compiacendomi, all'asino. Ma colei quanparagonandomi do si accorse, che in ogni parte io m'era uomo, Vanne, disse, in malosputandomi addosso, e dormi ben da ra, ed esci dalla mia casa, dilettata Ed interrogandola io in che avessi qui lungi. 10 per dio, non gia m' acmancato, riprese: cesi di te, ma dell' asino, e con quello, non con teco mi giacqui, e credeami almeno, che conservato avessi quella grande insegna dell'ama tu mi vieni di quel buono e bello sino, animate or camhiato in un bagattino. Ed al1' istante, chiamati i servi, comando loro cbe mi e m' accompagnasprendessero in sulle spalle, sero fuori di casa, e posto cosi fuor della porta, abbracciai lanuda bello, nudo, ed inghirlandato, terra con essa dormendomi. All'alba cosi nudo

484 corsi verso la nave, e ridendo raccontai al fratello la mia disgrazia. Di poi spirando dalla citta un favorevole vento, facemmo vela, ed in pochi giorni gionsi nella patria, ove sacrificai, ed appesi il voto agl' Iddii Salvatori, salvato per dio essendomi pur una volta dopo ben lunghi travagli, non dal culo del cane, come suol dirsi, ma da quello dell'asino

/f8d GIOVE CONVINTO

ARGOMENTO si t il diLo scopo del presente Dialogo che tutto ci che avviene nel monmostrare, dal destino, e ad esso dimodo, governato stra V autore andar per La qual cosa culto ed ogni religione, per non avere essi niuna se di questo mo intrepido su tal mondo S" soggetti gli stessi Iddii ; conclude inutile essere ogni che loro si presta, nelle coprovvidenza

uoCinisco, e jilosofo a disputare con Giove Si questo uno deiDialoghi, materia.

introduce.

stato Luciano pe' quali meritamente reputato Ateo e spregiator chi Havvi degl' Iddii non a lui, ma ad altro autore il attribuisce presente componimento, ser si voglia, scelerato mento, mondo, dessero vizio CINISCO E GlOVE. e vede pure chi esed empio n b V argoa che ridurrebbesi i1 della si religione del delitto e del ma siasi

ognuno se sciolto il freno

gli uomini

in preda

Cin. 10, darti

o Giove, non ti nojer col dimanle quali cose ricchezze, oro od imperio,

486 sono da molti, ne sono per te a concedersi motto facili; perocch io veggo molte volte, che quando di cio se' pregato : tu fai mostra di non intendere; ma vorrei che di una sola grazia, e questa assai leggiera, tu mi fossi cortese. Giove. E quale, o Cinisco? io ti vo' esaudire, desiderate sar ragionevole Cin. Rispondimi adunque ad una interrogazione non punto difficile Giove. Per verit si facile e lieve cosa il soddisfare a cotesto tuo desiderio, laonde di' pur su cio che vuoi. Cin. Fa attenzione, o Giove : certamente hai tu anco. ra Jetti i poemi di Omero e di Esiodo; or duncantano que mi di' se si e vero quelloch' essi del Destino e delle Parche, che inevitabil sia ci ch' esse filano sulla vita di ciascheduno. Giove del tutto, ne avviene cosa che disposta non sia dalle Parche : anzi tutte le cose che nascono, rivolte nel loro fuso, conseguiscono ciaVero scuna il principio e il fine determinato , n Ie. Cin. Adunque quancito che avvenga altrimenti do dice lo stesso Omero in un'altra parte del suo poema ,. Contra al destin pur ne anderai alt inferno ,. dovrem dire ed altre cose simili, chiararnente scherzissiDa scherzo. Giove, da parla ch"el mo, perocche nulla puo farsi contro le leggi delle Parche, ne si puo andare contro quel filo. E Ie cose che cantate sono dai poeti, quando hanno tanto pitl che, come affermi, la tua domanda

487 la inspirazione delle Muse, debbonsi avere per dalle Iddie vere, ma quando sono abbandonati e fanno da per loro, allora prendono errore e dicono di quello, che prima aveano descritto. Ma dobbiamo perdonar loro, perocch essendo uomini, non possono discernere la verita, tostoch da essi partesi quello Iddio , che Cin. Per questa parte per bocca loro cantava sarem d' accordo; ma rispondimi a ci. Le ParLason tre, Cloto, che, se ben mi rammenta, ehesi ed Atropo. Giove. E il Certamente. Cin. Destino e la Fortuna, perche ancor questi sono chi sono, assai in voga tra gli uomini, e qual aIle Parche, ovpossanza la loro? Sono eguali ver pi potenti ? Io odo dire da tutti, che non vi sia cosa piu forte del Destino e della Fortuna. Non lecito, o Cinisco, che tu abbi a sapere ogni cosa Ma per che ragione tu m' ino Giove , terrogbi sulle Parche? Cin. Fammi, primamente cap ace , se queste Parche sono anGiove. cora sopra di voi, e s' e forza anche a voi di o CiN'e forza, pendere dal lor filo. Giove. nisco; ma di che ti ridi? Cin. Mi vengono in ne' quali t' intromente quei versi di Omero, duce a parlare nella adunanza degl' Iddii , mi--nacciandogli , che tu avevi ogni cosa attaccata ad una catena d' oro, e tu dicevi, che mandato avresti giu dal cielo quella catena, e che se tutti e -facessero loro vi si appiccassero colle mani, il contrario

488 ogni loro sforzo per trarti a terra, per niun modo ti avrebbono mosso; ma se tu avessi voluto, facilmente tutti insieme gli avresti colla terra e 'l mare. Mi sembravi tu allora esser dotato di una robustezza maravigliosa , e quando ascoltava quei versi, mi sentia morir di paura. Ora dappoich ti veggo colla tua catena e colle 'tue minacce pendente da un sottil filo, sembrami che a piu ragione possa Cloto vantarsi di poterti a se trarre col suo fuso, pescandoti come usan fare colla canna i pescatori dei pesciolini. Giove. Io non capisco a cbe tendano queste tue domande. o Giove , Cin. Ti supplico, pel Destino e per la Fortuna di non indispettirti, ne udire il mio discorso con collera, se io ti parlo con verita. Imperocch se Ie cose vanno per questa via, e di tutto sono signore le Parche, e per niuna possanza cambiare si puo cio cbe una volta ad esse piaciuto, in grazia di che noi uomini adunque ti sacrifichiamo e ti offeriamo cento buoi, facendo voti d*aver da te bene? Io non veggo qual frutto dobbiam noi aspettarci da queste nostre cure, dappoich non ci dato per questi voti di fuggire alcun male, ne di conseguire alcun bene coll' aiuto degl' Iddii. Giove. Conosco bene io donde procedano queste piacevoli interrogazioni; esse son farina di quei maladetti Sofiniun sti, i quali spacciano, che non abbiam noi Tratti

48o Coloro sogliono per pensiero delle cose umane sforzandosi di perempieta fare tali quistioni, ne sacrifizj che non si faccian voti, suadere, come inutili cose , non curandosi' noi di ci che voi fate, siccome coloro che di nulla possiam disporre nelle faccende del mondo. Credimi per che costoro che cosi parlano, non saranno lieti Cin. Io ti giuro, o Giove, per la rocca delle Parche, che io non e ho di cio interrogato perma non so in che modo vi suaso da costoro, e da per se stesso caduto ragionando il discorso, ed ha dimostrato esservi sacrifizii superflui. Ma di nuovo, se ti pare, t' interroghero brevemente, ne t' incresca rispondermi, e guarda di se farlo con pia sicurezza. Giove,. Interroga, hai ozio da intrattenerti in codeste inezie. Cin. Tu di' che ogni cosa si fa per arbitrio delle Parche Giove. Lo affermo. Cin. E voi potete mutare e ritorcere il loro filo ? Giove Per nulla Cin. Yuo' tu dunque, che io da cio ne tragga la conseguenza, e che te la dica, comech. sia Io la intendo, manifesta ? Giove ma coloro, che sacrificano, non sacrificano per necessit, e per averne retribuzione , come se mercantassero il bene da noi, ma soltanto per onorar li pi se, come tu di% degni Cin. Questo basterebbe , i sacrifizii si facessero non per alcuna utilit, ma solo per certa bonta degli uomini, che onorano i pi degni. Ma se qui fosse presente alcune

4go di quei Sofisti, ti domanderebbe senza dubbio, per che ragione affermi tu gl' Iddii essere migliori degli uomini, quando sono servi come essi, e sottoposti alia stessa signora delle Parche? non giovandovi 1' essere immortali, per essere reputati piii eccellenti, essendo anzi cio tanto peggiore, inquantoche agli uomini e la morte cagione di liberta, e quella vostra eternit vi ritiene in un continuo servaggio , rivolti sempre in un interfilo. Giove. Anzi , o Cinisco, questa infinita eternit si h la nostra felicit, e noi ci viviamo in dovizia d' ogni bene. Cin. Non tutti, o Giove La faccenda si pur divisa tra voi , e v' assai confusione, perocch tu sei beato e re, e puoi attrarre Ia terra e il mare, come si ma Vulcano zoptrae Facqua colla secchia, po , meccanico ed esercita alla fucina 1' arte del fabbro; Prometeo fu gi posto in croce, ne parche si sta pur tuttora incaDi pi si dice, che siete innamorati , percossi , e che servite pure alcune volte tra gli uomini, come il fratello tuo a Laoed Apollo ad Admeto medonte, Queste cose non sembrano a me segni di gran felicita , ma mi dimostrano, che alcuni di voi sono awentuTralascio anrosi e beati, ed altri il contrario che di ricordare che derubati siete anche voi e che dai ladroni, e spogliati dai sacrileghi, in minuti di tempo di ricchissimi poverissimi ler di tuo padre, tenato nel Tartaro minabile

491 divenite, e molti di voi, a' quali per certo riserbata era tal sorte , per essere d' oro e di argenGiove Vedi , o to, stati siete fusi nel fuoco e forse un temCinisco, tu parli ingiuriosamente, po ti pentirai d' aver parlato in cotesto modo o Giove, le minacce, che io Risparmia , se sommi bene, che non soffriro male niuno, ed io non non me lo ha destinato la Parca; e la veggo che neppur sien puniti i sacrileghi, Cin. maggior parte di loro scampano dalle mani voche stre , perche non e, credo io, destinato , sieno presi , Giove. E non la diceva io, che se' tu un di coloro che negano la provvidenza Cin. Hai gran timore, o Giove , per argomenti ? di cotestoro, ne mi so io il perche , e tutto cio che io dico , credi tu, che sia loro insegnamento Ma da chi potrei io meglio intendere la verit che da te? Avrei caro di sapere che cosa sia la provvidenza, e s' ella e una Parca, o altra Dea maggiore che regni su di esse? Giove. Io te 1' ho di gia innanzi detto , che non a te lecito di sapere ogni cosa. Tu in principio dicesti di non fare che una domanda la finisci mai colle tue sottigliezze, , ed ora non ed io veggo the il tuo proposito si di dimostrare , che noi non abbiamo niuna provvidenza nelle umane faccende Cin. Questo non 1' ho detto io; ma tu che le Parche governano poco innanzi dicesti, ogni cosa, se pure ora non sei forse pentito delle

49* tue parole, e vuoi ringojartele, prtendendo allontanare da ogni cura il Destino. Giove. Non pretendo questo, ma dico che col mezzo nostro reca a fine ogni cosa. Cin. Intendo, vi confessate esser voi servi e ministri delle Parche, con questo per!f che esse son quelle che e voi non siete altro che materiali provveggono, ed istromenti Giove Con che proposito parli in tal modo? Cin. Con questo, che perche fascia ed il succhiello servono al marangone nel suo mestiere y non ne inferira niuno- da cio, che questi istromenti sieno 1' artefice, ne che la nave sia opera dell' ascia e del succhiello, ma si ben del maestro Con pari ragione il Destino si quello che ha fabbricato ogni cosa, e non sieed il succhiello delle Parche, e di ragione dovendo per cio gli uomini sacrificare al Destino e da lui ricercare il bene, maravigliomi, che ne vengano a voi, e vi onorino te voi che l'ascia E se pure in tal modo non farebbono pur onoraasero essi il Destino, bene, perocch le Parche istesse non possono disporre delle cose del mondo altrimenti da quelcon sacrifizii ed offerte 10, che fu da esse stabilito in principio , ne comporterebbe Atropo, che le torcesse alcuno in condisfacendo il lavoro trario il filo del suo fuso, se' tu di Cloto Giove Adunque, o Cinisco, che neppure le Parche degne sieno d'avviso, d'esser onorate dagli uomini , ed il proponimento la Parca

495 tuo si e di confondere ogni cosa? Noi dipoi se di per niun altro rispetto, giustamente meritiamo essere onorati per le predizioni degli oracoli, colle quali intender facciamo cio che stabilito hano Giove, Cin. A. considerarla, il conoscere 1' avvenire si e inutile , quando per se pur tu non niun verso vi si puo rimediare , alcuno d' avere a mi dicessi, che presentendo no le Parcbe di ferro, possa col rinchiudersi fuggire la morte Ma cio si e impossibile, perche la e gli far inParca lo far uscire alIa caccia, il dardo Ed Adrasto lanciando contrar 1' asta morire contro il cinghiale, il fallisce, ed uccide il figliuolo di Creso , drizzandosi il ferro per inevitable delle Parche contro del giovacomandamento netto E non pur degno to a Cajo : Mai grado a' Numi di riso 1' oracolo da-

di figliuoli il seme che se prole ti aasce, Non isparger, sarai ucciso ? Dal figliuol Secondo il mio parere, questa ammonizione di si cose, che di necessita doveano accadere, inutile ; perocch dopo ricevuto 1' oracolo, sparse il seme, ed il figliuolo lo uccise Laonde io non veggo per qual ragione ricercate voi la mercede per le predizioni, modi ambigui e dubbii, e tralascio di dire dei co' quali parlar solete, intantoche non pu intendersi, se quegli passando il fiume Ali rovescer il suo imperio, o quelle

494 perche 1' oracolo pu torcersi come o Cinisco, per Giove. Ci-avvenne, ragione che Apollo sdegnato era con Creso, perche colui per tentarlo cotte avea insieme carni di agnello e di tartaruga Cin. Ma, essendo ma io credo egli Dio, non dovea adirarsene; Ciro, tu vuoi. di che destinato era, che il re di Lidia ingannato fosse dall' oracolo, e che filato avea Ia Parca, che non intendesse egli ben chiaramente ci che dovea accadere, perocche gli oracoli bene, vostri sono a lei sottoposti Giove. Tu dunque nulla ci lasci, e non siarno noi che vani Iddii, che non abbiamo delle cose umane niuna provne degni siamo dei sacrifizj, e vere videnza, e parmi che io mi merito di asce e succhielli ; coessere cosi spregiato date, che strignendo, soffro che tu m me vedi, il fulmine in mano, tal guisa sparli di noi. Cin. Ferisci , o Giove; se destinato e che abbia io a morir di saetta , non incolpero te in niun modo della mia morte, ma Cloto, che per tua man mi ferisce, ne diro pure, che la saetta stata sia cagione della ferita. Ma una sola cosa, la quale m' hai tu ricordata colle tue minacce, vo' domandare a te tu mi rispondi anche per esso ed al Destino: Cosa vuol dire, che, lasciati intatti tanti sacrie e tanti violenti, spergiuri, leghi e ladroni, superbi, il piu delle volte fulminate una quercia, una pietra, o un albero di nave, che non

495 pio Perche ti stai, o Giove, in silenzio? Neppur questo lecito di sap ere ? Giove. Non e lecito , o Cinisco, e tu sei estremamente curioso, e non so intendere dove riCin. Ma trovato bai questi modi di tormeritarmi non vo' anche tralasciare di domandare a te ed al Destino, perche quell' uom dabbene di Focione si mori in tanta miseria e bisogno delle ed innanzi di lui Aristide , cose piu necessarie, quando Callia ed Alcibiade, dissolutissimi giovan i, nuotarono nelle riccbezze, e quel soverchiatore di Midia, e Caropo l'Egineto bagascione , che fe' morire la madre di fame; e perche Soe non Melito, fu dato in mano degli crate, e perche regno 1' effemminato SardaUndici; e tanti Persiani, uomini valenti e dabnapalo, bene, furon da lui posti in croce che dispiacevan loro le azioni sue? re di ci che avviene per ragione E per taceban fatto alcun male, viaggiatore e dabbene? ed altre volte alcun

al presente, per non venirne a' particolari di ciascuno , perche i malvagi e ribaldi sono felici, ed i buoni malmenati ed afHitti dalle infermit e dalla miseria , ed da mille altri mali? Giov. Non sai tu dunque, o Cinisco, quai punizioni sostengono i cattivi dopo la morte, ed in quanta beatitudine se la passano i buoni? Cillo Tu mi vuo* dire dello Inferno, dei Tizj e dei Tantali ; se oppressi

496 di queste cose si ritrovano, lo intendero dopo al presente io vorrei vivermi felice per morte; tutto il tempo che debbo vivere, e dopo morte sarei pur contento, che sedici avoltoi si pascessero del mio fegato, n vorrei soffrire ora la sete di Tantalo per bere di poi tra gli Eroi delle Isole dei Beati nei Campi Elisj. Giove. Cosa mai dici ? Tu credi, che non vi siano ne ne tribunale, ove si esapene, n ricompense, mini la vita di ciascheduno? Cin. Odo, che di sotto siavi un certo Minos di Creta, che giudichi di queste cose, e poicb si dice che e tuo figliuolo, rispondimi ora per lui. Giove. E di che vuoi interrogarmi , o Cinisco, suI conto suo? Cin. Chi sono quelli ch' egli punisce piii I malfattorigorosamente di ogni altro? Giove ri, come i sacrileghi e gli assassini. Cin. E quali manda a vivere tra gli Eroi? Giove. Gli uomini dabbene e religiosi, e. che virtuosamente Cin. E perch ragione, o Giove , fa vivettero Perch coloro degni son di egli ci ? Giove Cin. E se alcusupplizio , e questi di premio no non volendo fece alcun male, giudica egualGiove. No mente che costui sia condannato? Cin. E se altri ha involontariamente fatcerto to del bene , cre de egli questi degni di premio ? Cin. Ne viene in conseguenGiove. Neppure ni za, o Giove, che non conviene ne punire,

497 Come nessuno? Cin. Glove premiare nessuno Perche n'Oi uomini non facciamo nulla da per noi stessi, ma costrettivi da una invincibile necessita , se vero e cio che bai confessato dinan,zi , che la Sorte signora del tutto; talch s* alcuno uccide, si dessa che uccide ; e se ruba i templi , non eseguisce che i comandamenti e se Minos vuol giudicar con giustizia, suoi; dee in vece di Sisifo punire il Destino e la Parca in luogo di Tantalo , perch6 il male che quelli hanno fatto, il fecero per ubbidire a' loro comandamenti. Giove . Non mi si conviene pi oltre rispondere a simili interrogazioni, percb6 tu sei troppo audace e sofista, ed io me ne vado , e ti lascio. Cin. Avrei anche bisogno di domandarti in qual luogo -dimoran le Parche, e come minutamente possono aver cura di tante cose * non essendo che tre, perocch parmi, che faticosa debba essere ed infelice la loro vita, gravata dal peso di si grandi faccende, e, come sembra, non sono pur esse nate sotto un felice Destino; e se ne fosse a me data la scelta, non cambierei la mi a colla lor vita , e mi scerrei piuttosto di vivere poverissimo, che a torcere di continuo un fuso pieno di grandi e varie faccende , ad ognuna delle qual dovessi por mente Se di poi tu, o Giove, non mi sai rispondere, io saro contento di cio Vol. II. 52 sedere

498 che Iiai risposto, perocch sufficiente a noscere 1' argomenlo del Destino e della Le rimanenti cose, destinato videnza avventurai daI Fato che non debba io tarle far coProv per' ascol"

4l>9 GIOVE TRAGICO

ARGOMEXTO Contiene istcsso scola il presente Dialogo V argomento se non che vi si me-

del precedente,

della dottrina in questo alquanto degli i quali negavano ajfatto l'esistenza Epicurei, V universo e che fosse governato degl' Iddii, dalla provvidenza loro; ed aveano opinions che Introduce si dal Caso ogni cosa si reggesse e che si sta addolorato adnnque qui Giove, pensoso per una disputa Alene tra due filosafi, mocle, e l'altro Damide, che dovea chiamato farsi in V uno Ti-

il primo de' quali ed il secondo difendea la provvidenza divina, di poi, nella quanegavala. Dalla Tragedia le si rappresentan sempre sventure, appella Giove Tragico il presente Luciano componinella mento, alluder volendo alla disgrazia, e si trova per la disputa preallegata ; in siccome i tragici parlar perci, sogliono e Minerva, versi, in versi parlano Mercurio, ed egualmente in versi risponde esso Giove. II Dialogo ii interamente e prdrammatico, quale lano i seguenti :

$00 MERCURIO , MINERVA , GlOVE, GIUNONE,NETTUNO, VENERE , COLOSSO,MOMO, APOLLO , ERCOLE, ERMAGORA,TIMOCLE, DAMIDE Merc. A che pensoso e sol teco parlando Pallido ora passeggi, ed alla faccia Un filosofo sembri ? A me ti svela

E negli affanni tuoi m' abbi compagno, N il cicalare disdegnar di un servo. Min. Si, o padre nostro Giove re de' regi , , 10 Iddea Tritonia delle luci azzurre, A dir ti prego, nb celare in mente Ci che rodeti il cuor; fa che sappiamo La cagione dei tuoi gravi sospiri, E del pallor, del qual tinte hai le gote. Giove. Non niun male, per parlarvi breve, N passion, nk tragica sventura, non sostenga Min. Alto principio Ei d al suo dir con tal proemio, o Apollo. Gioye. O scellerati, o scienze maladette., RitJ:o()ate nel mondo, e tu, Prometeo, Di quanti mali mai seimi cagione/ Min. Cosa si mai? nol ridirai a' parenti, tuoi P Giove. O risuonante, E a' familiari che giovi ? E impetuoso insiem fulmin, Giun. Rattieni Io sdegno, se non possiamo, cola commedia, me costoro, rappresentar perche 11 peso della quale La natura divina

501, non abbiamo noi com' essi sorbite tutto Euripide, per poterci accomodare a questa rappresenGiun. Credi per tu, che noi ignoriatazione mo la cagione del tuo dolore ?

Giove. Se la sapessi, ti sciorresti in pianto ed Giun. Io so il principio del tuo rammarico, ne mi viene da un qualche intrigo amoroto, essendomi percb io vi sono usata, piangere, Non adunque difsovente da te fattd torto o Semele, o Europa ficile, che alcuna Danae, e t'abhia colpito, e che tu sii guasto d' amore o oro per che pensi di farti o toro , o satiro, gocciolare dal tetto nel grembo della tua innae questi sospiri, queste lagrime, e quemorata, se non sta pallidezza non son segni d' altro, d' amore Giove Ob se' tu pur buona a credere che i miei pensieri sieno rivolti agli amori , ed a simili bagattelle! Giun. E quale altra cosa, se non questa, potra darti noja, essendo tu Dio? Giove. Le cose degl' Iddii, o Giusono alle strette, e, per dirla secondo il proverbio-, siamo in sul fil del rasojo, e dee determinarsi se dobbiamo essere ancora onorati, ed aver doni nel mondo ovvero essere dispre, giati affatto, e reputati per nulla. Giun. E che ? none, Ha forse la terra partorito altri Giganti? o i Titani, rotte le catene e superati i custodi, muovono un' altra volta contro di noi le armi ne-, #uiche? Giove

5<*2 Non t' affannar; per noi V inferno k in pace. Giun. E quale altro male e adunque avrenuto ? non perche se queste cose non t'addolocano, veggo io la cagione , per la quale di GLove divenuto sii Polo od Aristoderpo f Gwe. Timode stoico, o Giunone, e Damide epicureo jeri non so in qual modo incominciarono a disputare sulla provvidenza in presenza di molti vaE cio che piii m' aggrava, lent' uomini. si , o che Damide affermava non esservi gl' Iddii, ne abbiamo cura delle che noi ne risguardiamo , cose umane. L' ottimo Timocle si sforzava di , sopraggiunta essendo per noi, ma gran gente, non ebbe fine la disputa, e si separarono colla convenzione di riunirsi altra volta ed ora si sta ognuno a disputar su tal cosa ; sospeso per udire chi di loro sara jl vincitore , e chi apparir di parlare con piu verit. Considerate il pericolo, e quanto per ogni verso le cose nostre sieno alle strette, dipendendo Ed e necessario che avveno d' essere dispregiati e ga una delle due, non reputati altro che nomi vani, essere onorati come per lo innanai , in caso che Timocle Giun. Veramente , la vinca col suo discorso i o Giove, queste cose sono terribilissime, Ciotle e E tu pazzamente tu ne facevi tragedia credevi che in cotanta perturbazione io pensassi da un solo uomo ad una qualche Danae od Antiope? Cosa farem combattere

5o3 PenGiunone e Minerva? dunque, o Mercurio, satje anche voi per vostra parte a qualcbe rimeIn quanto a me, son d' avviso che dio. Merc. debbasi comune so Min. adunare Giull. io del parere istesIo , o padre, sono di diversa opinione , ne parmi bene, che si metta il cielo in conne si dia a vedere, che tu sei turbato fusione, dobbiamo privaper simil cosa , ma provveder tamente vinca la disputa, e partasi Damide dal congresso deriso. Merc. Ma tai non potranno nascondersi, escose, o Giove, sendo la disputa di questi filosofi in pubblico , e sarai tu tacciato di tiranma se non comunichi a tutti adunque si importante faccenda Giove. Fa il bando, o Mercurio , ed ognun sia Merc. perocche tu parli sodamente che Timocle il consiglio, Sono anche e deliberarne in

presente, o Iddii tutti, al consiglio, e Eccomi : venitene, non tardate a ragunarvi; si ha a affrettatevi, trattare di cose gravi. Giove. E come, o Mernudo e procurio, fai tu un bando si semplice, saico, convocando insieme griddti per negozio 51 grave? Merc. E come vuo' tu, o Giove, che io dica? Giove Come ti comando Conviene che tu renda magnifico questo bando con versi e con un alto tuono poetico, perche si raccolSi: ma questo officio gan pi presto. Merc. da poeta o da improvvisatore; io non son tagliato alla poesa , e guastero il bando , facendo versi

504 o troppo lunghi, o troppo brevi, ed ognuno rider per la dissonanza del componimento. E veggo ancora lo stesso Apolline esser deriso per non ostante che la oscurita certi suoi oracoli, delle predizioni gli copra in tal modo che non , rimane assai d' ozio agli ascoltanti d' esaminar li suoi versi. Giove. Mescola, o Mercurio, nel tuo bando una buona misura di versi di Oraero; tu dei ben sovvenirti di quelli, eo' quali ei Non me li ricordo tropci suole adunare. Merc. ne gli ho in pronto; tuttavia mi po chiaro, prover r O Dei immortali, che partecipate il dilicato adore, De' sacrifizj o femmine che siate, Venite tutti, Q maschi; niJ niun sia che dimore , o ninfa fuor dell' oceano o fiume, onore ,Di catun grado e di qualunque Al gran consiglio di Giove soprano. o Mercurio; il banda Giove. Sta ottimamente, stato bello, e di gi sono accorsi, laonde ricevigli, e fagli sedere seeondo il grado che ha o per 1' arte Nel ciascuno o per la materia, primo luogo porrai quei che son d' oro, apprese cosi per ordine quei ili ~o quelli d' argento, avorio, di bronzo e di pietra, e di questi, quei che sono opera di Fidia, di AfcaIne.e-, di l\liree di altri simiglianti artefici ne, di Eufranore, sien posti innanzi Quei di fango e rozzamente

505 lavorati, gli caccerai in un angolo in silenzio, e serviranno solo a riempiere Fadunanza. Merc. Cosi farassi, e sederanno secondo i lor meriti ; ma vorrei per altro sapere, se alcuno di essi d' oma rozzo e di ro e del peso di molti talenti, debba sedercattivo lavoro e mal proporzionato , si innanzi a quei di bronzo di Mirone e Policleto , od a quei di pietra di Alcamene e di Fiovvero debba aver 1' arte la preferenza ? dia, Giove, Cosi converrebbe farsi, tuttavia conviene cbe 1' oro sia preferito Merc. Comprendo : tu comandi , che e' si siedano, non secondo Ie virt, ma secondo le riccbezze ed il prezzo. Venite adunque, o voi di oro nel primo seggio Sembra, o Giove, che i soli Iddii barbari occuperanno il primo luogo. Tu vedi i Greci come son fatti, graziosi e di bell' aspetto , e finitissimi secondo 1' arte, ma tutti di bronzo o di pietra universalmente E quei d' oro cotanto preziosi son fatti di avorio indorati con un poco di oro al di sopra, il quale loro d solo col colore splendore , entro di poi son di legno, e nascondono dentro mandre di topi, che ivi stabilito hanno la loro cittadinanza e vicino , Quella Bendide e questo Anubi ad essi l'Atti ed il Mitra ed il Mene, son tutti d' oro massiccio, pesanti e veramente di gran prezzo. Nett. E dove si sta la giustizia, o Mercurio, che questo viso di cane di Egizio, abbia a sedere innanzi a me che sono Nettuno ? ,

5o6 Merc, Cosi dee essere, perche te, o scuotitore della terra, Lisippo fece povero e di ranon avendo in quel tempo oro i Corintj me, Questo e il pi ricco di futt' i metalli. Conviene adunque che tu tel porjti in pace, se sei tratto indietro ; ne dei averti per male, che ti sieda jnnanzi pno che ha si gran naso d' oro, Yen. o Mercurio, poni a sedere ancor me Adunque, nelle prime sedie, che io sono d' oro Merc, No, o Venere , per quanto io ti posso scorgere; e Se jo non sono affatto pieco ; credo, che se' tu intagliata di tm bianco marmo Penteljco, e come volle Prassitele , fatta Venere, ponsegnata fosti alli Gnidj. Vert, Ma io addurro in testimonio Omero? uomo di gram fede, il quale dal prinetpio al fiije delle sue poesie appellami Is aurea Yenere. Merc. che egli detto E qual meraviglia ? Non ha and* Apollo che avea molt' oro e , ed ora il vedrai seduto tra le copricchezza, e spogliato dai pie (1), scoronato dai corsaii, la dei della sua lira ? Per pomi qual sacrileghi cosa dei ancor tu contentarti di non esser posta E chi sar nell' infima parte dell'adunanza. Colos. colui che avr 1' ardire di contrastare con me,

in Italiano col vocabolo la parola trait; coppie In Ate, che, essendo ne si costumava dare tal nome ai cittadini pe' bi. poveri, riuniti in due manteneano insiemeun cavallo sogni della Repubblica.

507 Se 4 e di tanta grandezza ? cbe sono il Sole, creduto degno d' esser Rodiani non m'avessero foimato di questa taglia smisurata e maravigfiosesa, avrebbero colla stessa ppesa potuto fare dici Iddii; laonde per regola di proporzione debbo io esserc stimato di maggior prezzo degli di pi a tanta grandezza altri, aggiugnendosi Che Mere. un' arte ed un magistero squisito. debbo io fare, o Giove? Questo si b per me ub caso difficile a giudicare, perocch se riguare se dee farsi do alla materia, esso di bronzo, il eomputo di quanti talenti si sono impiegati in di memole, che codesta pesa pi cinqoecento starsi Jlel censo cavatferesco (1). dimni, dovria costui per riGiove , Vi mancava propriamente provare la piccolezza degli altri, e per turbare il consesso Ma, o pttimo Dio rodiano, quanessere anteposfo ttaque debbi ta a preferenza agli Dii d* pro , tuttavfa non potrai sedere pra se tutti non si levano in piedi per dere te solo, occupando tu con una sola tutto lo Pnice (2). Sicch sar meglio di sofar senatica che tu

(1) KccJr'v twirafe av ll'. Si era questo nel censo di Atene il secoudo posto pi. ragguardevole ; il primo era dei rictkisiimi, e detto era dei cinquecento 1tiedimniM il secondei capalieri il terzo d&Uecoppie, e nel quarto confuso tiLL era il rimanenle del popolo (2) Cosi chiamavasi il luogo ove si adunava il popolo ateniese per tratlare i negazj tella Repubblica

5o8 rimanga in piedi, icchinando la testa Verso 1' adunanza. Merc. Ecco di nuovo un altro intopo. Amendue questi sono di rame e delJa stessa mano lavoro tutti e due di Lisippo, e cio , che pi, sono dello stesso sangue, figliuoli 1' uno e 1' altro di Giove, Bacco cio ed Ercole Chi di loro dovr occupare il primo posto, come tu vedi, sono insieme a conperocch, tesa? Giove Perdiamo tempo o Mercurio , , dovendo di gi il consiglio essersi terminate; lasciagli pero sedere per ora insieme alla rinfusa , come vuale ciascuno , in appresso terrem consicbe debglio su ci, ed io stabiliro 1' ordine, bano essi serb are tra loro Merc. Corpo di Ercole, vedi cpme tumultua la turba degl' Iddii, e grida ognuno e domanda le cose giornaliere , li cenle distribuzioni , il nettare , 1' ambrosia, ! to buoi, ed i sacrifizj comuni Giove. Fa far lasciate codesilenzio, o Mercurio, acciocch, ste inezie, intendano perch son qui raccolti. Merc. Non tutti, o Giove, intendono la lingua greca, ed io non ho pratica di molte lingue per poter parlare a modo d' essere inteso dagli Sciti, dai Persiani , dai Tracj e da' Celli. Percio 8ar meglio il far segno colla mano, ed imporre loro silenzio Giove. Fa dunque cosi Merc. Ecco che son divenuti pi muti dei Sofisti, talch si tempo di parlare Guarda che di gi hanno gli occhi rivolti verso di te, ed aspettan

5od Giove. Essendomi tu , quello che tu vuoi dire Mercurio, figliuolo , non avro difficolt di dirti cio che mi sento tra me Tu sai quanto io sia franco e bel parlatore nelle adunanze. Merc. II so bene, e quando t' odo parlare , rimangomi soprattutto quando minacci di potespaventato, re a te attrarre dal profondo abisso la terra ed sol giu mandando il mare cogli stessi Iddii, Giove. Ora pero, o figliuol quell' aurea catena mio , non so se o per la grandezza del soprao per la rnoltitudine stante pericoto, qui precome vedi , 1' adunanza pienissente ( essendo, son turbato di spirito, e palpito alquansima), e to, e parmi di avere la lingua incatenata; dimenticato mi ci che veramente stranissimo, che m' era proposono 1' esordio del discorso, sto di fare pet' entrare garbatamente con essi nell' argornento Merc. Perduto hai dun que , o Giove, ogni cosa. Costoro hanno in sospetto e si aspettano di sentire questo tuo silenzio, vedendoti cosi sospequalche gran de disgrazia, o Mercurio , che so Giove Vuo' tu dunque, di nuovo Merc. canti loro quell' esordio di Omero ? Quale ? Giove. Uditemi voi, Iddii tutti ed Iddie Merc. Non si conviene; abbastanza di questi ne hai biscantati in principio. Piuttosto, se ti pare, lasciata stare la difficolt dei versi, mutata di qualche parola, metti insieme un'orazione

5io Demostene contro Filippo. A questi tempi cosi suol fare la maggior parte degli oratori Giove. Dici bene, questa rettorica compendiosa e questa facilita di discorso opportunissima per coloro che son facili a dimenticare. Ma cominciamo pure una volta. Ia son d' avviso, o uomini Idvi scedii, che in luogo di molte ricchezze, gliereste meglio di saper la cagione, per la Tali adunque esquale siete qui congregati. sendo i desiderj vostri, vi conviene ascoltare con attenzione il ragionamento mio. Poco manca, o Iddii, che questo presente tempo, mandando chiara voce , non ci ammonisca, che valenternente comportar dobbiamci nella cone che del tutto dizione in che ci troviamo, non ci mostriamo dappochi in circostanza, si Ma poiche m' abbandona Demostene , fatta vo' io ora chiaramente esporvi da quali ragioni turbato vi ho chiamati a questo consiglio. Jeri , come sapete, sacrificando il noccbiero Mneche poco siteo per trovarsi colla nave salvato, era mancato , che non si rompesse sopra di Cafareo , desinava io nel Pireo insierne a tutti gli altri , che stati eran chiamati al sacrifizio. Compiute che furono le libazioni., ciascun di voi se ed io, pene ando come meglio gli piacque, rocch non era ancor molto tardi , salii nella citt per passeggiare nel Ceramico in sull' imbrunir della sera, ripensando meco alia sordidezza di

5ii sedici Iddii Mnesiteo, che dando a mangiare a e non ammazzo cbe un sol gallo vechissimo catarroso, con quattro grani d' incenso ben muincontanente tra i cidi, i quali consumaronsi ne ce ne arriv 1' odore' ed il fumo carboni, E alla punta del naso promesso tante centinaja di buoi, ve trasportata era sulle secche e In su questi pensieri ne vengo neppure cio dopo aver quando la nasu gli scogli. al Pecile (1), di moltitudine

ed ivi veggo adunata una gran e molte altre alcune entro il portico, persone, al sereno, ed altre che gridavano standosi sedute in sulle panche y come Gonghietturando veramente era, esser questi litigiosi filosofi, mi venne

voglia di rimanermi , e d' udire cosa dicinto d' una densa nucevano , e ritrovandomi be, mi raffazzonai al loro modo , allungandomi quanto pi potea Ia barba per comparir meglio filosofo. E fattomr luogo co' gomiti intra la folla, sconosciuto mi faccio innanzi, e ritrovo quel e Timocle stoibrigantone di Damide epicureo, co, dabbene, che gagliardamente e per quistionavan tra loro. Timocle sudava, la votroppo gridare aveva gi mezza perduta ridendo, vie pi ce, e Damide, sardonicamente lo inviperiva II loro ragionamento si ravvolgea (1) Cost chiamavasi in Atene un portico dipinto, nel fua/e sovente i filosofi si ragunavano a disputavi. uomo molto

/5l2 tutto su noi, perche quello sceleratissimo Damide negava, che avessimo noi niuna cura delle cose umane e ponessimo mente a cio ch' essi , fanno, e conchiudeva in fine, cbe noi del tutto non esistiamo. Tutto il suo discorso non tendea ad altra cosa, e v' eran di quelli che lo 10-davano. L' altro Timocle difendea la parte noche con bell' ordine ed orstra, dimostrando namento governiamo noi e stabiliamo ogni coma sa, ed aveva aneor egli alcuni encomiatori, era di gi stanco, e parlava affannato, e la moltitudine aveva gli occhi su Damide Partironsi di poi, rimettendo al giorno venturo Ia risoluzione della quistione, ed io, accompagnandomi colIa folia che ne andava a casa, trasentii che Ioi pi si accostavano alla sua davasi Damide, ed V' eran pero anche di quelli, che avopinione visavano non doversi cosi dannare la parte con" traria, ma aspettare cio che direbbe l'indomani Timocle. Questa si e la cagione, per la quale io vi ho convocati , n picciola, o Iddii , se considererete consister negli uomini 1' onor noE che ? se eglistro , la gloria ed i proventi o che del tutto non vi siam no si persuadono non curino le cose umane, Dii , o essendovi, ne vittime , ne doni, ne onori dobbiam pi noi e sederemci in cielo per aspettar dalla terra, nulla a morirci di fame, privati di ogni festa, processione, giuoco, sacrifizio e vigilia che

5i3 aduncelebravasi in nostro onore. Soprastando io avviso che ciaque un cosi grave periculo, scun di voi qui presente pensar debba a qualche via di salvezza, per la quale rimaner possa vincitore ed apparisca dire la verit, Timocle, Ne io ho e deriso sia Damide dagli ascoltanti. molta confidenza, che possa vincer Timocle da per se solo, se non riceve aj uto da noi Fa il che chi bando, o Mercurio, secondo la legge, Merc. ha a dire il parer suo si levi in piedi Chi degl' IdUdite; silenzio, non romoreggiate : dir dii di et perfetta, ed al quale permesso, niuno si vuole il parer suo? Cosa questo? indugiate spaventato ognun di voi dalla grandezza delle cose annunziatevi ? E terra ed acqua divenite tutti ? Se a me concesso di parlare con liMomo. bert, ho io molte cose da dire. Giove. Parla senza niun riguardo, , pure, o Momo perocche chiaro che tu parlerai libero per comune utio Iddii tutti. lit. Momo. Ascdltate adunque, Le parole che diro, mi vengon dal cuore , imbene io da gran tempo, perocche m'aspettava che ne sarebbero le cose nostre venute a codesto termine, e che surgerebbero molti di questi Sofisti, essendo noi cagione della loro temerit. E per la Giustizia! non val la pena, che cj sdee co' suoi discepoli e gniamo noi con Epieuro, seguaci della sua dottrina, se tale opinione hanno 33 Vol II. leva? e come

514 di noi; mentre chi potrebbe credere adtrimenti, quando scorgesi nella vita umana tanta perturbaziotoe? quando gli uomini dabbene vivonsi in dispregio, in miseria, tra le infermita, e nel sere gli scelerati e ribaldi onorati sono e vaggio, e comandano a' buoni? quando i sastraricchi, crileghi non son puniti, ma si stanno ascosi, e crocifissi sono quelli che non han colpa? Con ragione adunque vedendo tai come veramencose , fanno di noi tal concetto, te non fossimo. E spezialmente s' odon dire agli rovescer oracoIi, che colui che passera l'Ali, un grande imperio, senza indicare se sar il suo, E F altro non meno oscuro : o quello dei nimici Salamina divlna , tu i figliuoli Distrurrai delle donne, avvisando io che i Persiani ed i Greci figliuoli E quando pur odono dai poeti eran di donne che noi amiamo, siamo feriti , serviamo, siamo ed abbiam mille alfacciam tumulti, incatenati, e queste credendoci immortali e tre molestie, beali, che posson fare altro, se non meritamenne tenere niun conto di noi? E te deriderci, se alcuni uomini dobbiam pertanto sdegnarci, non in tutto pazzi, riprovino queste cose, e negbino la provvidenza nostra, dovendoci hastare, che dopo tanti peccati si trovi ancora chi ci faccia sacrifizio ? E qui, o Giove, poich si amsoli n vi presente alcun uomo, eccetto Ercole sovente e scopati

5i5 Bacco, Ganimede ed Esculapio, che qui siedomi rispondi con sinceno come a noi ascritti , rit. Che state ti sieno a cuore le faccende del mondo, e che abbi tu curato dei cattivi e dei buoni, non dirai il vero. Imse lo affermerai, perocch se Teseo passando da Trezene ad Atene, non avesse a caso in sul cammino esterminati quei malfattori, quanto a te ed alla provvidenza

tua, potean pure trionfare e viversi in delizie colle stragi dei viaggiatori , Scirone, PiCercione ed i restanti E se Euriziocampte, sto , provvido e giusto uomo, persuaso dal suo amore per gli uomini, informandosi delle condizioni di ciascheduno, non avesse mandato il sUo servo, giovane attivo ed indurato al travaglio , poco pensiero ti saresti tu tolto dell' Idra, dei cavalli di Tracia, e degli uccelli Stinfalidi, delle ingiurie e del furor dei Centauri Se dee di poi confessarsi la verit , noi non facciamo altro che sederci , intenti che alcuno ne sacrifichi, e che dagli altari ne venga 1' odore dell' arrosto. Tutte le altre bisogne ne vanno a seconda, e tratte sono secondo le porta il Destino. Cpnchiudo percio, che quello ch' ora ci avviene, lo sofferiarno meritamente , e ne saremo a peggior condizione, quando gli uomini, aperti a poco a poco gli occhi , s' che nulla accorgeranno , lor giova il sacrificarci, ne farci le libazioni E vedrete tra poco gli Epicuri , i Damidi, e i

5i6 che si faran beffe di noi dopo aver Metrodori, vinti e tagliati a pezzi i nostri difenditori. Per la qual cosa sarfa per voi ottimo consiglio di por quiete, e rimediare a queste cose, che condotte si sono per vostra colpa a simile condizioA Momo non sovrasta un grande pericolo, ne e tocca a voi, perch non fu mai tra gli onorati, che siete i beati, e quelli che godete dei sarifizj Giove. Lasciam pure, o Iddii , che costui cianci a suo modo; ed egli e sempre mordace, incbinato e, secondo disse quel ma facil cosa ed in arbitrio raviglioso Demostene, 1' accusare ed il mordi cbi che sia il riprendere, ma consigliare nella circostanza il ci si e veramente proprio di miglior partito, e cio mi do a credepersona savia e prudente , Nett. re che farete voi, or che si tace costui. Per quello a me spetta, io son sommerso neldere altrui, 1' acqua, e, come sapete, governo il fondo del mare, salvando per quanto posso i naviganti , conducendo i navigli e racchetando la furia dei venti. Tuttava ( perocche sono queste cose a cuore anche a me) io dico che saria bene di torsi dinanzi cotesto Damide prima ne venga alIa disputa, o col fulmine, o con qualcbe altro affermando mezzo , perch non possa parlare, tu, o Giove , che si desso un uomo assai persuasivo; ed in oltre mostreremo agli altri, che sappiam noi vendicarci di coloro, che spacciano a dir male,

517 contro di noi queste novelle. Giove. Tu scherche o ti sei affatto dimenticato , zi, o Nettuno, e noi non abbiam per nulla questa possanza , che le Parche son quelle, che a ciascheduno dedi ferro, di terminano se morir dee di saetta, o di peste Se la faccenda stata fosse in che si parpoter mio , avrei io forse sofferto, tissero non fulminati da Olimpia i sacrileghi che mi tosarono due riccj, che pesavano insieme sei febbre e tu medesirno non curatQ avresti quel che t' involo il tridente in pescatore di Oreo, Geresto? Di poi faremmo vedere che questa cosa ci duole, e che abbiam timore dei discorsi di Damide , e che per questo ce lo leviamo dinanmine? zi, ne venga con Timocle alle proprimache la causa ve; e semhrera cosi che vincessimo senza contraddizione dell' avversario. Nett. Ma

a me la via pi per vincere questa sembrava Giove. Uccidere V avverespedita e pili breve sario, e farlo morire innanzi che sia convinto, lasciando la causa dubbia, questo un modo troppo grossolano, e tu pensavi di averla a fare con qualche tonno. Nett. Ritrovate adunque voi un miglior consiglio, i miei non si dappoiche convengon che a' tonni Ap. Se a' giovani ancor sbarbati permesso fosse dalla legge di parlare , proporrei io forse alcuna cosa opportuna alla presente deliberazione. Momo. II consiglio, o Apolline, si ragunato per cosa tanto importante,

5i8 che non secondo I eta, ma e lecito indipendentemente dire ad ognuno il suo parere in comune E saria pur piacevole, che ritrovandoci noi in estremo pericolo, andassimo scrupoleggiando sulla forza della legge. Tu di poi se' di gi oratore legittimo, essendo da gran pezza uscito dalla giovent, ed ascritto nell'albo dei dodici Iddii; e sei quasi dei senatori del tempo di Salascia di fare il fanciullino, e conturno, siccb il tuo parere; ne vergognati di fidentemente di' parlare in pubhlico, perch sei senza barba, avendo in Esculapio un figliuolo si virile e barbuto Del rimanente, ora si e propriamente il che facci tu mostra della tua sapienza, tempo , se pure indarno non ti siedi in Elicona a filoscfar colle Muse Ap. Non si conviene a te , o bene a Momo , il concedere tal facolta, ma si Giove S' egli mel comander, per avventura die non ro io alcuna cosa non aliena dalle Muse , Gioindegna di chi si esercitato nell' Elicona ve Di' pur su , o figliuolo, che tel permetto Ap. Questo Timocle sembra esser buon uomo ed amator degl' Iddii, ed molto esercitato negli argomenti degli Stoici, talch molti giovani per ragione della filosofia conversano seco lui, e con e quando ; questo raccoglie esso grosse mercedi disputa co' suoi discepoli, sembraprivatamente no le ragioni sue assai efficaci. In presenza poi e la della moltitudine egli timido a parlare,

519 sua lingua e incolta e mezzo barbara, talch nella disputa d cagione di ridere, non connettene balbettando, do ben le parole, conlondendosi e spezialmente cio gli avviene quando si sforza Intende per maravigliodi parlare pi ornato secondo afsamente e pensa assai sottilmente, ferman coloro, che meglio intendono le cose decorgli Stoici; ma intevpretando ed esponendo, perrompe per debolezza e confonde Ie cose, che non sa esprimere con chiarezza quello che e vuole , e le sue parole sembrano indovinelli: quando risponde alle interrogazioni, ancora pi si fanno e quelli che non lo intendono, oscuro, Converrebbe adunque, beffe di lui secondo io ed usare la masla penso , parlar chiaramente , sima diligenza, perche intendano gli uditori. Ottimamente hai parlato tu, o ApolliMomo ne , lodando qnelli che parlan chiaro, comeche tu nol pratichi affatto nei tuoi oracoli, essendo sempre incerto ed inviluppato, e seminando molti tantodubbj tra i concorrenti per tua sicurta; ch gli uditori per discioglierli, bisogno hanno di un altro Apolline Ma tornando al proposito, cosa consigli su cio, e qual medicina proponi contro la impotenza dei discorsi di Timocle? Ap. Parrebbemi , che noi dessimo a Timocle per ajutatore uno di questi di lingua pronche esprimesse Moma. dettatigli. ta, con dignit i pensieri da lui Hai tu veramente parlato

520 come uno sbarbatello, che bisogno abbia tuttor del pedante, pretendendo , che in una disputa di filosofi v' abbia ad essere chi esponga ai circostanti i sentimenti di Timocle Damide avrebbe a padar solo , e per se , e 1' aLtro dovrebbe avere un commediante, al quale in disparte dovrebbe dire il parer suo nell' orecchio, e dovra porre in parole di rettorica questo commediante quelle cose, che forse esso ascoltandole non comprese. E come non farebbe cio ridere la moltiMa a questo penserem noi un'altra volta, e tu, mirabile Apollo, che ti spacci per indovino , e che raccozzato hai per ci molta roba , e ti sono persino stati offerti stipiti d' oro, tudine? perch in questo tempo non ci dimostri 1' arte tua, predicendo quale dei due Sofisti sar vincisai mollo bene cio tore? Essendo tu profeta, si che dee avvenire , Ap. E come , o Momo potrebbe far cio, non avendo qui noi ne tripone fonte profetica, come de , ne suffumigazioni, Momo. Vedi! la Castalia ? Quando ti trovi Giove. Paralle strette, fuggi d'esser convinto n presentare occasione a la pure, o figliuolo, questo calunniatore di porti in burla e calunniar Is arte tua, come se consistesse essa nel tripode, e mancandoti queste nell' incenso e nell'acqua; cose, non sapessi pi-4 cosa farti. Ap. Meglio si era, o padre, il fer cio in Colofone, od in Delfo 4 ove secondo 1' uso ho appareccbiato tutto cio

521 Nulladimeno che fa al mio bisogno quantunque io sia nudo e senza istromenti, mi sforzero di predire chi sar vincitore Sopportatevi per altro in pace se i versi miei non saran di buon Momo. Di' pure, o Apolline; ma di' chiae d'inro, che non vi sia bisogno d'espositore terprete, perche non si cuoceranno ora in Lidia metro. e tu sai bene carni di agnello e di tartaruga, la cosa di che si tratta - Giove. Cosa dirai, o figliuolo , perocche gi in te si scorgono i preamboli dell'oracolo, il cblore cangiato, gli occhi un movimento rivoltati, la chioma scarmigliata , ed in fine i segni tutti terribili e Coribantico , mistici della inspirazione ? udite, Ap. Cid che Apollo indovin predice , Sulla forte question, che due loquaci di parole Uomini fero armali Spesse, che molti in la battaglia fiera Colpi rC andranno a ferir V aria, e quindi II timon dell' aratro; ma colle unghie Torte allorchk forte avoltojo afferrata Belle avr la cicala , allor dell' acqua Di gracchiar Jiniran le annunziatrici e la vittoria avranno i muli, Cornacchie, E co' comi cozzando V asinello i veloci figliuoletti. Sospignera Giove Perch cosi ti smascelli di ridere, o Momo ? Le cose, di che trattiamo , non son da ridere Laonde finisc-ila, sgraziato, che possa tu

522 soffocarti col tuo riso. Momo. E come potrei tenermi udendo un oracolo si manifesto e si cbiaro P Giove. Esponi adunque anche a noi cosa ha voluto significare Momo. La cosa e chiara, n bisogno abbiarno di Temistocle (I), che ce la esponga; e 1' oracolo apertamente dimostra, che costui e un impostore, e noi per Qio siamo muli ed asini da basto, che gli prestiamo fede, ed abbiamo meno giudizio di una cicala. Ere. Io, o padre, bencb sia straniero, godendo nondimeno de' vostri diritti per adosione , non avro difficolt di dire cio che penserei di Quando i filosofi saranno insieme ristretti se Timocle avr il vantagper disputare, allora, gio, lasceremo che Ia disputa continui in favor nostro; se di poi la faccenda ne andr diversase cosi vi pare, io sfascellero tutto il mente, perche portico, e lo gittero sopra di Damide, lo scelerato non possa mai pill ingiuriarci. Momo Ercole, ahi Ercole, che parlare hai tu fat! per un solo malto, rustico e veramente beozio vagio far perire tante persone, ed oltre di questo il portico con Maratona , Milziade e Cinegiro ! E come, questi rovesciati, potranno pero- rar gli oratori , privati di si grave materia per (I) Allude all' oracolodelle case di legno, che solo Temistocle compreseesses le navi, nelle quali salvarsi doveano gli Ateniesi alIa venuta di Serse, secondo narrano Plutarco e CornelioNepote nella vita di esso fare.

523 F ornamento dei discorsi loro? Nulladimeno, quando eri vivo, potevi per caso fare una tale itnpresa, ma da che divenuto sei Iddio ; credo che che le Parche sole posdovresti avere imparato, e che noi non possiamo nulla. son cio fare, Ere. Adunque quando io ammazzava 1' Idra ed il leone, eran le Parche che operavan per me ? Ere. Ed ora se alcuno mi Giove. Certamente. far ingiuria, o spogliando il mio tempio, o abbattendo la mia statua, non potr io ridurlo in se non sar cosi stabilito dalle Parpolvere, o Ere. Ascoltami adunque, che? Giove. No come vo' parlarti alla libera, perche, Giove , e dico fadice il Comico, io son uomo rozzo, va per fava. Se tale si e la vostra condizione, io do un largo addo a questi vostri onori , al": 1' odore dell' arrosto, ed al sangue delle vittime , ed andronne all' Inferno, ed ivi quantunque abbia Is arco nudo, tuttava faro spavento alle ombre delle bestie state uccise da me Giove. Bravo daddovero, tu sei , come dice il proverbio , un testimonio di casa, e riservate bai queste Ma parole per porgere a Damide pi materia chi costui che ne viene con tanta fretta, ine si tagliato di rame, si bello della persona, in ogni parte del suo corpo compiuto, con la cbioma annodata all' uso antico? Forse, o Mercurio, si il tuo fratello , che si sta in piazza innanzi al Pecile. Egli pieno di pece per

524 essere ogni giorno impiastrato dagli scultori. A che ne vieni, o figliuolo , cosi correndo? ne por? Erm. Una granti tu alcuna notizia dal mondo dissima, o Giove, e che si e degna di somma attenzione. Glove. Dilla: per avventura insorta e contro di noi alcuna cosa che non sappiamo? Erm. poco fa, com costume , la schiena e 'l petto ; A farmi impegolar E m aveano i maestri intorno fatto Una corazza propria. a muover riso Per V arte imitatrice, che il sigillo Ricevuto dal rame intero avea , una gran turba, Quando veggo arrivare E due uomini pallidi che gridano, questi, Stavami

questo tu partra loro appiccata la pugna ? Erm. Non molto, e soe si svillaneggian no ancora alle scaramucce, assaltandosi come a' colpi di fromda lungi, bole. Giove. Cosa adunque, o Iddii, or qi rimane di fare, se non chinando il capo ascolr targli ? Laonde le Ore tolgano via il catenaccio, e, ristrette insieme le nuvole, aprano le porte del cielo Corpo di Ercole! qual folia di ascoltatori! Questo Timocle non mi piace niente, si sta tremante e confuso; costui perder quest' oggi

E pugnan con sofismi, ed eran Damide e Giove. Spogliati, o ottimo Ermagora, io so bene di chi personaggio tragico, Ji. Ma mi di': e lungo tempo che si

525 m' accorgo io bene che non ha egli ; ogni cosa con Damide ; tuttavfa, per forza di contrastare facciamo tra noi voti per esso, quanto possiamo, Taciti e soli che non senta Damide Timoc. Cosa dici, vi sono gl' Iddii, no degli uomini? ma : che non o sacrilego Damide, e che niuna provvidenza hanDam. No : mi rispondi tu pri-

quale argomento hai per credere che vi siano? Timoc. No: tu, malvagio, hai da rispondere. Dam. A te, e non a me si convien la risposta. Giove. Fin qui il nostro pi valente, ed o ha una bella voce a dir villane. Coraggio, Timocle: questo e ti far divenire pi muto di rer la bocca, un pesce. Timoc. Io ti giuro per Minerva, che io non ti rispondero mai il primo. Dam. Inin cio te la vo' dar terroga dun que , o Timocle; vinta , poich hai giurato; ma se ti piace, parla senza ingiuriare Timoc. Dici bene Rispondimi: non ti pare, biano provvidenza ! nulla Timoc. Che dici mai cose ci sono a caso? Dam. che gl'Iddii o ribaldo, delle cose umane? Dam. Adunque Sicuramente. abPer di' pure ingiurie quanto piu puoi ; in nel resto ti tusta la tua forza, perch

tutte le Timoc.

Ne vi niuno Iddio, che si tolga pensiero dei Ed ogni cofatti nostri? Dam. Niuno. Timoc. sa si regge a caso e senza cagione ? Dam. A caso e senza cagione Timoc. E voi, o uomini, udite queste cose, le soffrite, e non lapidate

526 o Timocle, inciti ? Dam. Ache, quest' empio tu gli uomini contro di me? e chi se' tu che t' adiri per gl'Iddii, e cio fai, quando essi stessi non ne prendono sdegno, ne hanno nulla decretato contro di me, udendosi da me queste cose, se pure le odono , da lungo tempo ? Timoc. Ti odono, o Damide , ti odono, ed a suo tempo pure alla fine se ne vendicheranno una volta. Dam. E quando avranno essi tempo di punirmi , avendo, come tu affermi, tante occupazioni, ed avendo ad amministrare le faccende del mondo, che sono infinite ed immense, talche neppure e vendicati si sono dei tuoi continui spergiuri, delle altre tue iniquit, delle quali non parlo, per non rompere il patto di non dir villanfa ? Ed io non veggo per qual via meglio avessero potuto dimostrare la provvidenza loro, quanto facendo peri re di mala morte te, che sei un cattivo uomo ; ma lasciandoti in vita, sembra che siano in viaggio , forse al di l dell' Oceano , o tra i buoni Etiopi , presso i quali sovente costumano d'andare a cena, ed alcune volte non inTimoc. Che potrei io rispondere , Damide, a cotanta impudenza tua? Dam. Quello, o Timocle, che da tanto tempo io desidero di ascoltare da te, come, cio, seiti tu persuaso, che abbian gl' Iddii cura delle cose nostre ? Timoc. Me ne persuase primieramente 1' ordine dell' universo, il sole che ne va sempre per la vitati

521 le star via, e la luna medesimamente , le ad un si variano che stesso, tempo piangioni te che vegelano, gli animali che nascono , comsi posti con si beir artificio, che si nutriscono , muovono , pensano , passeggiano , fabbricano , fanno scarpe, e mille altre faccende che mi anDam. Tu rinunziano esservi la provvidenza. di che ricerchiatorci a favor tuo 1' argomento, medesima mo ; n siamo noi ancor chiariti , se ciascuna di Convenqueste cose procede dalla provvidenza go anche io, che queste cose son tali, ma non vi per questo necessita di credere, che sieno perocch pu ben daropera della provvidenza; si, che per altra via abbiano avuto cominciamento, e che tuttora 'sien rette nel modo istesso, e e ne cio che necessit, tu lo cbiami ordine, vai fieramente in se non ti si assente quando annoveri le cose dell' universo e ne fai 1' encomio, pensandoti che perche ciascuna di da un certo provveuna dimostrazione collera

esse da per se governata dimento , debba ci essere Ma , secondo

scherzi, do, che siavi bisogno di altra dimostrazione; nondimeno ti vo' ancora interrogare; rispondimi: Omero sembrati essere stato valente poeta? Dam. Certamente. Tim. Ad esso ho dun que creduto, quando ci dimostra la provvidenza degl' Iddii Dam. 0 ammirabile uomo ! Converra ognuno

il detto del Comico : Qitestl sono Timoc. Io non cred'altro parlami

528 teco , che sia stato Omero poeta ottimo, ma di tali cose ne esso , ne altro poeta sar accettato per testimonio sofficiente, non avendo essi molto a cuore la verit, secondo io avviso, e riguardando solo a grattar le orecchie degli uditori, per Ia qual cosa eantano in versi mescolandovi favole, ed hanno posto ogni loro acte nel dilettare. Ma volentieri udirei da te da quali versi spezialmente di Omero stato sei persuaao? Forse da quelli, ove parla di Giove, quando la figliuola, il fratello e la moglie gli tesero insidie per legarlo, che se Tetide mossa a compassione di questo fatto non chiamava Briaro sarebbe stato 1' ottimo vostro Giove rapito e legato ; del qual benefizio volendo egli rendere a Tetide giusta retribuzione , inganno Agamennone, man, pel quale perirono moldandogli un falso sogno ti dei Greci ? Ed osserva bene, che potea egli scagliare il fulmine e brugiare codesto Agamenma gli era forza di comparir truffatonone, Ma forse ti trasse a credere il sentiie re. e quindi lo stesso Venere ferita da Diomede, Marte per istigazion di Minerva, o poco appresso gli stessi Iddii, che si precipitano nella battaglia, e combattono mescolati insieme feminine e m schj, e Minerva supera Marte, travagliato , secondo io credo, dalla ferita, che riportato avea da Diomede, ed a Latona Si oppose il prode ed utile Mereurio

529 O. ti sembrato di poi verisimile ci che narra di Diana, che lamentasi e ne-va in collera, perche non e stata da Oeno invitata al convito, per la qual cagione mand nel paese di lui un e d' ~una-inv-indi smisurata grandezza, cingbiale Adunque Omero ti ha persuaso con Obime qual folla di poquesti racconti? Giove II polo ha innalzato la voce per lodar Damide! eibile forza. teme, ed ha campion nostro sembra disperato, i tremori, e si vede chiaro che .vuol gittar via lo scudo , e va adoccbiando intorno ove possa Timoc. Adunque neppufuggire e nascondersi. re Eucipide ti sembra che parli sano, quando introduce in sulla scena gl'Iddii , e dimostra coni* essi salvano i buoni degli Eroi, e distruggono i malvagi ed empj pari tuoi? Dam. Ma, o Tinobilissimo tra. tutt' i filosofi, se i tragimocle, ci facendo tai cose ti han persuaso, ne siegue una delle due, o che tu credi essere Iddii Polo, Satiro ed Aristodemo v ovvero le mascbere i coturni, i mantelli, le lunistesse degl5Iddii , le ventriere, i pettorali.e ghe vesti, i guanti, co' quali quelli adornano la gli altri apparati, il che io stimo ridicolissimo D' altragedia, tronde Euripide, quando non sospinto dalla necessity delia favola , liberamente dice il parer suo, ascolta con qual libert egli si espiime: TM vedi V alto ed infinito cielo, Che colle umide braccia strigne il mondo; Vol. II. 34 -

55o Lui chiama Giove, e insiem credilo Dio. Ed in al tro luogo: Giove, e chi mai si poi cotesto Giove ? Giammai il conohbi, e sol parlar ne intesi Timoc. Adunque tutti gli uomini, e tutte le nazioni state sono ingannate, credendo esservi gTIddii, e celebrando le loro feste? Dam. Bene hai fatto a ricordarmi religiose dei popoli, perocch da esse potr ciascuno di legche 1' argomento degF Iddii non gieri conoscere, ha niun solido appoggio, regnando ovunque gran e eredendo chi una cosa e chi 1' alconfusione, tra Gli Sciti sacrificano alla scimitarra, ed i il quale ne ando nel paese a Zamolxi, loro fuggitivo da Samo , Li Frigj alla luna, gli gli Assirj Etiopi al giorno, i Cillenj a Priapo, alla colomba, i Persiani al fuoco, gli Egiziani ed i Menfiti banno particolarmente all' acqua, un bue per Iddio , i Pelusioti una cipolla, altri altri un capo di cane, un ibi e un coccodrillo , Traci un gatto o una scimmia; e nelle borgate vi ha di quelli che adoran per Dio la spalla destra , e quelli che abitano la regione a questi opposta, la sinistra; ed alcuni altri adorano una mezza testa, ed altri un vaso di creta ed una padella. E come queste cose, o gentil Timocle, non soMomo. Non ve lo dino degne di derisione? cea io, o Iddii, che tutte queste cose sarebbero poste in luce e minutamente esaminate? Giove. delle consuetudini

*m DOl o Momo, e giustamente ne riLo hai predetto, e se fuggiamo questo pericolo, mi sforprendevi; o zero bene io di porvi rimedio. Timoc. Ma, nimico degl' Iddii , gli oracoli e le predizioni essere opera, se non degl' Iddii e della provvidenza loro? Dam. Taci, o buon uomo su degli oracoli, perch io ti domandero di quale di essi vuoi preferenza d-eU' avvenire di chi dirai tu di quello che Apolline rese al Lidio , a puntino dubbio e di due facce, come sono certe statue di Mercurio doppie e simili da amen due le parti per qualunque lasi faccia ricordo ? e come per esso pu intento tu le rivolga? dersi se Creso, passato 1' Ali, rovesciato avrebbe il suo, o l'imperio di Ciro? E pure questo indovinello fu comprato di per la distruzione Sardi con una gran quantit di talenti. Momo. Questo uomo, o Iddii , va col suo discorso narrando propriamenie quelle cose, delle quaR aveva io principalmente ora quell'attilato suonator timore di Ove si sta discenchitarra? Forse

Tu da, si difenda e risponda a costui. Giove ci ammazzi, o Momo, con queste riprensioni fuori di tempo Timoc. Vedi, cosa fai, o esecrando Damide, colle parole tue, che poco meno che non rovesci in terra i tempj e gli altari degl' Iddii. Dam. Non tutti gli altari, o Timocle, perocch non ne viene da loro niun male, e sono anzi pieni d' incenso e di buon odore

002 Quei di Diana nejla Tauride veduti gli avrei volontieri rovesciati da capo a fondo, ne' quali compiacevasi quella vergine di si soavi vivanDonde ne viene a noi questo de (I). Glove male invincibile, che non perdona quest' uomo a niun Dio , e ci dice un carro d'ingiurie, E innocenti e colpevoli in un morde pTu ritroverai , o Giove, pocbi innocenti Momo tra noi E se per avventura costui procede innanzi , tocchera qualcuno dei pi alti. Timoc. Ne odi pur ttf, o Damide nimico degl' Iddii, lo stesso Giove che tuona? Dam. E come vuo' che io non oda i tuoni? Ma tu, o Timocle, se sia Giove che tuona, tu il puoi meglio conoscere, che ne sei venuto dalla patria degl' Iddii, perch coloro che vengon di Creta raccontano, che si mostra ivi una sepoltura con una colonna soprapposta, la quale dimostra che Giove non tuona pi, essendo buona pezza che morche aDi gi io lo immaginava, to Momo vrebbe costui toccato codesto tasto. E perch e sei cosa, o Giove, batti i denti tremando, divenuto si pallido? conviensi mostrar coraggio , Giove. Che e dispregiare questi omicciatoli. di' tu mai, o Momo, e come disprezzarli ? Non (1) Vuole inlendere di Diana , la quale aveva nella Tauride un altare, sul quale barbaramente scannati erano i forasiieri che giugnevanoTIel paese

535 vedi qual folla di ascoltatori, e quanti persuasi sono contro di noi, e se gli trae Damide dietro o Giolegati per le orecchie ? MontO. Ma tu, ve, se vorrai, mandando giu la catena d'oyo, Li trarrai Tim. tutti colla terra e '1 mare Mi di', o uomo scellerato , hai tu mai naTim. vigato? Dam. Molte volte, o Timocle Eh bene, ti portava allora il vento, il quale daf va in sull' antenna, e gonfiava le vele , ovvero un piloto soprastante co' rematori mantenean salva la nave? non avrebbe Dam. Certamente Tim. potuto navigar 1a nave, non fosse retta. E potrai di poi ora tu credere, che questo immenso universo sia senza piloto e senza rettore ? Giove o Timocle , Questo, bene e saviamente detto, ed e un forte esempio. Dam. Ma, o Timocle amatissimo dagl' Iddii, hai tu veduto che quel piloto non facea provvisione niuna che non fosse ottima, ne comandava ai rematori cosa niuna, che non fosse utile, e con qualche ragione Nulla v'era nella nave che fosse inutile, o irragionevole , e che non facesse al bisogno ed alla prosperita della navigazione che tu Godesto tuo rettore, credi presiedere al governo di questa gran nave ed i nocchieri suoi compagni, ne ragionevolmente , ne secondo il decoro sono ordinati ; ed accade alcuna volta, che la gomona distesa in sulla poppa, ed i piedi amendue nella Dunque se stata

534 e prora (1), le ancore alcune volte son d'oro, F ornato della prora di piombo e la parte co, perta dall' acqua dipinta, e deformissima quella che rimane al di fuori. E dei nocchieri istestisi, ne vedrai alcuni pigri e senza niun' arte, midi nell' operare, e comanderanno tuttavia alia met ed alla terza parte della nave ; e ad un altro che sapr ben nuotare, e sar pronto in s. lire sull' albero, gli sar imposto di vuotar la sentina Questo disordine medesimo regna anche su i passeggieri che son nella nave, ed una forca di schiavo si sieder stimato nel primo luoo go piesso il piloto, ed un altro bagascione, parricida, o sacrilego si godera i primi onori, ed occupera Ia pi distinta parte della nave; e molte oneste persone si staranno accatastate nel fondo, calcate dai piedi di coloro, che veramente sono da meno di loro Pensa in qual modo navigarono Socrate, Aristide e Focione, che non n poebbero tanto di pane che lor bastasse, terono pure stendere li piedi sulle nude tavole presso della sentina ; ed al contrario in quante dovizie Iussureggiarono Callia, Mida e Sardanapalo, sputando in faccia a quei ch" eran di sotto! Tali cose avvengono, o sapiente Timocle ,

I'

te da' Greci, Ie due gomone t colle quail ne porti si ferma la poppa dei navigli.

535 nella tua nave ,- e perci sono infiniti i naufraun piloto , gj. E se vi stesse per soprastante che ordinasse ed avesse cura del tutto, primaipente conosperebbe egli bene quali dei naviquindi a ciaganti son buoni e quali cattivi, distribuirebbe il convenevole secondo e darebbe ai pi degni il luogo pift i meriti, onorevole di sopra presso di lui, e di sotto ai peggiori; e farebbe anche alcuni dei migliori suoi ed a questi compagni di tavola e consiglieri; piedesimi, a chi si mostrasse pi adatto , sarebbe data la cura della prora, ; o- i1 reggimento dei rematori , o in fine una preminenza sugli altri, II pigro di poi e negligente sarebbe battuto cinque volte il giorno colla corda in sul capo Per 6cheduno la qual cosa, o maraviglioso Timocle, questa tua comparazione della nave si sta in pericolo di rovesciare, per averti scelto un si tristo piloto. Momo. Queste cose vanno a Daroide a see si porta a vincere a conda della corrente, La tua congbiettura , o Mopiene vele Giove si giusta, e Timocle non sa ritrovare mo , niun mezzo che sia valido, e va tirando fuori 1' un dopo l'altro argomenti volgari e comuni, che con nulla possono confutarsi Tim. Dappoiche adunque 1' esempio della nave non t' paruto abbastanza valido, odi, come si dice, r ancora sacra, cbe non potrai tu romp ere con niuno artificio. Dam. Che dira mai ! Tim. Guarda,

556 se io so ben connettere questi argomenti, e se tu potrai negarli per niuna via. Vi sono gli al", Cosa rispondi a tari,: dunque vi sono gl'Iddii questo? Dam. Dopo che mi sard saziato di riTim. Non sembra , dere, allora risponderotti che tu vogli finir di ridere, ma dimmi: dove ti sembra, che ci che io ho deito sia degno di non t' aceorgi d' aver sospeso quest' ancora ( che s' e di piu sacra) , ad un ben tenue filo ; ed avendo Jegata l'essenza degl' Iddii colla esistenza degli altari, credi averla fermata con un assai salda fune Conderisione ? fessando di poi che non hai altra cosa pi sacra il Paitendone da dire, partiamoci omai Tim. Dam. Hai primo, ti confes&i adunque per vinto perocch hai tu fatto come ragione, o Timocle, coloro che temono 1' altrui violenza, e si rifuggono agli altari; ed io ti giuro per quell' ancora sacra, che io vo' far patto avanti questi stessi altari di non contender pili teco di queste cose. Tim. Tu parli in tal modo per irona, ladro di ribalsepolture, feccia d'uomo, immond'ezzajo, daccio, avanzo di forca. Sappiam ben noi di quai padre sei nato, e che tua madre fu puttana; che uccidesti il fratello, sei adultero, e corrompi la Non fuggiovent, ghiottone svergognatissimo ci le mie che di innanzi valgono provare girti mani ; eccomi con questa pietra per farti in pezzi L' uno , e Giove quello scelleratissimo capo Dam. Perche

537 e lo segue 1' altro Lddii , ae-ne parte ridendo, dicendogli villania, non sostenendo che quegli si prenda giuoco di lui, e sembra percuoterlo E dopo questo, cocon quella tegola in testa sa ora ci farem noi ? Merc. Sembra che giustamente il Comico abbia detto : Se non tel Jiguri, non sostieni sar questo , se suase di queste no il contrario: E che gran male poche .persone si partono percose ? Mold vi sono che credola i piil dei Grecj, il volgo, niun male.

Giove Nondimeno, canaglia e tutt' i barbari o Mercurio, il detto di Dario in lode di Zoprro (1) a me sembra ~belliss.iriv , per la qual cosa vorrei ancora io avere piuttosto un Damide che signoreggiare in mille per mio avvocato, Babilonie. f1) Dario assediando Babilona n potendo imparonirsenc, Zopiro suo cortigiano mozzandosi Ie orecchie ed il naso, e fattesi _Iecarni livide con una frusta, Ii presents ai Babilonesi. comese fosse stato cose trattato da Daria. Essi credendo che cifosse vero,ad esso affidaronola guardia della citt ; la quale per questo modo pot dare in mano delre. Dopo questo fatto Dario sedendolo, era solito dire: Piullosto che possedere mille Babilonie vorrei aver salvo Zopiro

538 IL SOGNO 0 IL GALLO

ARGOMENTO in questo Dialogo con Bejfasi Luciano molta piacevolezza di Pitagodella dottrina introdura, e ne va riprovando le discipline, cendo esso Pitagora a parlare sotto la forma di gallo, il quale racconta le sue diverse trasmutazioni ed i piaceri e le sciagure , che prov nel mondo il suo spirito, animando corpi diversi. E conchiude il discorso suo, condannando la vita dei principi e dei ricchi, siccome piena di travagli e di pene, ed esaltandei poveri per la do come felicissima quella in che si vivono. L'occasione del tranquillita dialogo si un sogno , che finge essersi fatto un calzolajo, per nome Micillo, il quale mentre pi di quello si dilettava per ritrovarsi ricdal canto co, s' ode improvvisamente svegliare del gallo Oltre le beffe della dottrina di Pisecondo il si volge ancora Luciano, tagora, suo costume, contro gli Stoici, i quali essendo arroganti e superbi, sotto il pretesto di apparire cortesi ed officiosi nascondeano Ie loro la scena del vecpassioni , e ridicolissima chio Stoico Tesmopoli, in un sontuoso convito che introduce infermo Questo Dialogo dipoi,

5% vi che e la festevoli pe' motteggi per grazia merita di esser letto a prefereny incontrano, za di ogni altro del nostro autore. SIMONE. MICILLO, GALLO , o Gallo trati colga il malanno, Mic. Che ditore , e che Giove istesso possa annientarti per la tua maladetta invidia, e per quella tua stridula voce , che mentre dolcemente sognando mi stava io tra le ricchezze , godendo di un' ammirabile felicit, col rimbombo del gridar tuo pentrante ed acuto , m' hai di subito risvegliato ; intantoche neppure di notte posso fuggire la poE per verta, cbe si ancor di te pi ribalda dal gran silenzio che pu conghietturarsi regna all' intorno, e dal freddo, il quale in sul1' aurora solito di tintillanni, ed per me un orologio certissimo per conoscere il giorno, non ancor mezzanotte Ma costui che sempre quanto svegliato, come a custodire avesse quell' antico incomincia a cantar dalla sera. vello d' oro, Non vo' pera fartene punto lieto, e tostoche sar giorno, me ne vendichero bene io romp endoti con un bastone Ora mi sarebbe a coglierti trappa pena, saltando tu qu in l tra le tenebre 0 Micillo mio padrone, credea io Gallo farti cosa grata, anlicipando il tempo di risvegliarti, perch levandoti di buon' ora potessi

540 e finire una scarpa disbrigare le tue faccende, innanzi cheil sole sia fuori , guadagnandoti cc&i Se poi a per tempo il pane eol tuo travaglio te pi dilella il dormire, io mi star cheto, e saro pi muto di un pesce, ma guaidati che essendo ricco in sogno non abbi poi risvegliato , a morir di fame. Mic. O Giove miracoloso , ed Eicole salvatore! che sventura e mai questa ? ! Gallo. Ti pa* un gallo parla con voce umana dunque una maraviglia che abbia io una voce come la tua? Mic. E come non si e questo un portento ? Allontanate , b Iddii, ogni male dalla persona mia. Galla. Semhrami, o Micillo, che tu sia ignorante, e che non abbi giammai ne' quali Xanto, il caletto i poemi di Omero , vallo di Achille , dando un largo addio al nitrire, si pose in mezzo della battaglia a pailare, ed improvviso versi intieri , non parlando in E oltre di queprosa, come io faecio al presente sto indovinava, e predicea il futuro, ne appada cio cosa miracolosa, ne chi T udiva invocava, come tuj il Salvatore, riputando sinistra ed 'abbominevole una tal voce E che avrssti tu mai fatto se t' avesse parlato la poppa della nave Argo, comegia nella selva di Dodona paclava il sere se faggio r.e indovinava, veduto avessi e peggiare in terra le pelli, le carni de' buoi muggir mezzo cotte, brustolite ed infilzate negli spiedi? Io essendo assessore di Mercurio, che si e

541 gF Iddii il pi parlatore ed il pi eloe di pil tuo familiare e commensale, quente, la non ho ritrovato gran difficolt ad imparare lingua umana. E se tu mi prometti di tenermi di tutti di raccontarti la vera e favellare comune, cagione Se pur. perche possa io cosi ragiouare. Mic. , che tu meco cosi parli, questo, non ti sogno o nobilissimo gallo, quami di' per Mercurio, le si e U cagione del tuo parlare ? N bisogno segreto, vi e che tu tema, che io non ti tenga segreto , o che ne faccia parola ad alcuno, peroccb se io raccontassi d' avere udito queste cose da un gallo , non vi sarebbe uomo che mi credesse comech io mi aapadunque, pia, che tutto cio , o Micillo , che son per dirti ti sembrera incredibile e maraviglioso; perocche io che ti sembro ora un gallo, non e molto temGallo. Ascoltami Ho udlto bene che anpo ch' era uomo. Mic. ticamente v' ebbe tra voi certo giovanetto per nome Gallo , che divenne amico di Marte, e bevea- e tras.tullavasi coll' Iddio , ed era a parte de' suoi piaceri amorosi, e quando Marte ne andava a commettere adulterio con Venere, portava seco anche Gallo; e perch si guardava molto dal Sole, che, vedendo la tresca, non la palesasse a Vulcano, lasciava sempre fuori della. porta il giovanetto, perch lo avvertisse quando compariva il Sole Avvenne una volta che Gallo non mi graver di questo nostro

54* e non volendo, tradi la sua guarsi addormento , dia. II Sole nascoso sorprese improvvisamente Venere e Marte, che spensieratamente dormivano , affidati a Gallo che gli avvertisse, se alcuEd in questo modo Vulcana no sopraggiugnea. avvertito dal Sole gli prese amendue, coprendogli ed allacciandogli in una rete, che da lungo tempo fabbricato avea contro di loro Marte di poi quando si ritrovo sciolto, sdegnatosi contro Gallo, lo tramuto in questo uccello colle istesse arla mi, ed in luogo del morione gli concedette E per questa ragione, comech ci6 vi sia inutile, volendovi nondimenovoi scusare con Marte, tostoche presentite il levar del Sole , gricresta per annunziar che si leva o Micillo, ancor ci ; ma il Gallo Raccontasi, mio si e un falto diverso, ed e poco tempo che io sono stato trasmutato in gallo. Mic. E come ? io sono curiosissimo di saperlo. tu inteso parlare di certo Pitagora chida samio? Mic. Parli tu di quel vanaglorioso SoBsta, che facea leggi, che non si gustassero carni, ne che si mangiassero fave, che il cibo il pi gradevole ed iI pi facile per la mia mensa? ed in oltre persuase agli uomini di non parlar per cinque anni? Gallo. Sai ancora ell egli innanzi d'esser Pitagora, era stato Euforbo? Mic. Dicono, o Gallo, che costui fosse un'impostore ed un ciarlatano. Gallo. E bene; io son Gallo. Hai di Mnesardate molto innanzi

545 quel Pitagora; laonde cessa, o buon uomo, di dirmi villana, non conoscendo tu forse la vita mia. Mic. Questo si e ancora maggior miraco! nondimeno raccontami , o lo, un gallo filosofo come di uomo uccelfigliuolo di Mnesarchida, ora ti mostri ; lo , e come di samio, tanagreo perocche queste cose non son verisimili, ne molto facili a credersi, e parmi d' avere in te condi due cose assai aliene dalla natura Gallo. E quali? Mic. L' una, che tu Pitagora e quegli esorta al sise' ciarliero e susurrone, lenzio per cinque intieri anni ; 1' altra che tu per siderate ogni verso infrangi le leggi tue, che ieri non avendo io altro a darti, come tu sai, ritrovandomi delle fave, te le gettai, e non fosti tardo a beccartele ; tantoche ne viene di conseguenza, o che tu menli e che sei tutt' altro, o che essendo Pitagora, hai violato le tue proprie leggi, e commesso grave peccato col mangiar le fave, gustato cosi avendo del capo del padre la cagione tuo. Gallo. Tu non sai, o Micillo, di queste cose, ne intendi quello che si conviene a ciascuna vita. Io allora, essendo dato agli studj filosotici, non mangiava le fave, ma ora come cibo di uccelli ne mangio, ne ricusar devo di pascermene. Ma se ne hai voglia, odi come di Pitagora son divenuto tale, quale ora mi ve. di, ed in quante vite ho innanzi vivuto, e quello che in ciascheduna trasmutazione m' occorso.

544 Mic. Dillo pure, perche non sap rei ritrovar cosa che ad udir mi fosse pi grata; e chi mi desse la scelta, o di udire a te narrare codeste cose , o di tornare di nuovo a godere del felicissimo sogno di poco fa, non saprei cosa scegliermi, sembrandomi le parole tue sorelle di , ed ho in eguale onore esse quella dolce visione e quel ragguardevole sogno. Gallo. E tuttora ti si affaccia il sogno alia fantasia! io vorrei sapere cosa ti parea di vedere, e perche conservi e per dirtela, queste pazze, e queste ombre, come dicono i poeti, seguendo vai colla memoria una vana e vta felicita? Mic. Intendi sanamente, o Gallo, che io non mi dimentichero mai di quella visione; tanta dolcitudine dipartendosi mi lascio negli occhi quel sogno, che posso appena per esso riaprir le palpebre, che E ci nuovamente si stringono per dormire ehe ho veduto, in' ha fatto provare quel gusto istesso che provasi allorche si grattan le orecchie con una penna Gallo Corpo di Ercole ! Si ben questo, che tu mi narri, uno strano amore per un sogno , perocche se quegli ba le ali, come si dice, e circoscritti sono i termini del suo volare nel tempo del sonno , superati ora e sciolti ba i suoi freni , dimorandosi ancora negli occhi aperti, e comparendo si efticace e si dolce Avrei adunque caro d' udir questo sogno Mic. Son pronto a da le cotanto desiderato

545 narrartelo, perciocche il rammentarsene e il rac pur dolce cosa, ma quando mi narcontarlo si rerai tu , o Pitagora, le tue trasmutazioni ? Gallo. finitu avrai di sognare, Quando tu, o Micillo, e che ti -sarai asciugato il male dagli occhi. Infrattanto mi di' se il tuo sogno n' a te volato porte di avorio, o da quelle di corno ? Mic. Ne per queste, n per quelle, o PitagoOmero non ne ricorda che queste ra. Gallo. due sole. Mic. Lascia andare quel poeta favodi questi sogni Forloso, che nulla s'intende se i sogni poveri passano per queste porte, dalle ch'egli vedea, bench non troppo chiaramente per esser cieco II mio per altro dolcissimo n' uscito da quelle d' oro, d' oro essendo egli mee d' oro tutto anche cinto, e quantita desimo, Gallo <!' oro pur conducente. Cessa, o ottimo Mida, di parlare in-oro, e Mida ti .ckiamo, percho mi penso, che per un voto simile al suo avvenuto ti sia codesto sogno, e ti si sieno tutr o cangiati in oro Mic. Ho-veduto, e credimi ch' era gran copia d' oro, Pitagora, si bello, che risplendea come un folgore. Che anzi recami a memoria cio che ne dice Pindaro lodandolo; tu dei rammentarti, quando dopo aver t' i metalli si fa di poi detto essere pregevolissima 1' acqua, le meraviglie dell' oro, facendo ottimamente a porre in principio di tutt' i suoi versi questa bellissima lode, Gallo, Intendi tu parlare di questi ; Vol II. 35

546 Vacqua oltre ogrii dubbio, e For<f, che notturna al del sen vole, Qual fiamma Tra i pi superbi fregi alto risplende, ! son ben essi, ed ei sembra , Mic. Per Dio che Pindaro, veduto avendo lo stesso mio sogno, Ma perch tu intenda abbia cosi lodato I'oro quale si era, ascoltami, o sapientissimo Gallo Tu sai che io ieri non mangiai in casa, perche avendomi il ricco Eucrate ritrovato in piazza, mi comando che dopo essermi lavato ne andassi Di questo ben mi ricora cena da lui Gallo do, digiunato avendo tutta la giornata, finche ne venisti ciurmaessendo gi sera avanzata, to, portando quelle cinque fave, le quali non furono al certo una troppo sontuosa cena per e che combatte gloun gallo stato gi atleta, riosamente in Olimpia. Mic. Ritornato adunque da cena, dopo averti gittate Ie fave, mi posi subito a dormire, ed allora, per usare le parole di Omero , mi sopraggiunse nell' ambrosia notte o Raccontami prima Gallo un divin sogno , Micillo, cio che ti avvenne in casa di Eucrate , e come si fu la cena, e cio che vedesti in tavola , perche cosi non t' impedisce niuno di cenar e riducendo la cena ad un sogno, nuovamente, in tal pensiero ti parra di masticar di nuovo Mic. Dubitava di darti noja quelle vivander raccontando tai cose , ma poiche lo desideri , te te diro Non avendo mai , o Pitagora, in vita Ottima

547 mia cenato presso niun ricco, volle ieri la mia in Eucrate ; che m' incontrassi buona ventura, siccome son e chiamato avendolo mio padrone,

solito, mi allontanava per non fargli vergogna Ma a seguirlo con questo gonnellino stracciato e mi disse: Micillo, do io ogegli mi chiamo, natalizio il giorno gi a mangiare per essere di mia figliuola, ed ho invitato molti de miei ma siccome mi dicono che amici, molto debole, v che non potra ne nOt, poichd sarai ben lavato, vece sua, eccetto se poi dica esso uno di essi cenare vieni con tu in

di venirvi

perchd si sta egli tuttora in dubbio do cio, inchinandomegli mi partii, facendo preche mandassero all' indebolito ghiera agF Iddii, ( del quale chiamato io era ad occupare il posto , ed essere successore alia tavola) o un dolor di flanchi, o la gotta, o un freddo colpo Intanto sembravami un secolo lo spaapopletico zio che si frappose all' ora del bagno, e di continuo guardando qual' ora segnava la sfera del1' orologio, facea il conto se poteano ancora i convitati esser lavati. Poich final mente ne venne 1*ora, essendomi frettolosarnente lavato, me n' esco, adornato essendomi con molta decenza, rivolto netta e piu sone, e tra quale io era parte piik nuova. Ritrovai alla porta molte perl'altre quel malaticcio, in luogo del chiamato a cenare, portato da quattro avendo il mantello dalla

; Io uden-

548 e diceasi che stava male, e mostrava uomini, veramente d'essere a pessimo partito, perche aveva l'affanno , tossiva e gittava fuori un catarro pastoso e giallognolo, la vista del quale non era punto gradevole. Pallidissimo dipoi era, ed enfiato, ed aveva circa sessanta anni , e si dicea ch' era di quei filosofi, che fanno perdere il buon senso alla giovent. La sua barba era veramente valente di becco, n si saria trovato a tagliarla ; e, riprendendolo Archibio perche standosi cosi male fosse venuto, Non si conviene, rispose , mancare alle dee manpromesse, ed un filosofo spezialmente tenerle ancora si ritrovasse oppresso da mille infermita; facessi ed Eucrate poca stima se avessi amato pres' io, anzi loderebbe, che venirne glio di morire in tua casa, suo convito ro a sputar fuori V anima si crederebbe che io di lui. No per certo, rimenel rasojo il medico

col catar-

Egli per per superbia non fece vista d' ae tra non molto ne vere udito il mio motto, venne Eucrate dal bagno, e vedendo Tesmopoli gli (che cosi appellavasi il filosofo), Maestro, hai fatto a venirne a noi; disse, ottimamente non avresti nulbenche assente, nulladimeno e ti si sarebbe per ordine mandala perduto, E cosi dicendo gli porse la mata ogni cosa In no, e lo fece entrare appoggiato dai servi quesio io mi preparava ad andarmene, quando

549 dopo avere alquanto tra se tgli rivolgendosi, pensato , finalmente vedendomi malinconico, Ene vieni a o Micillo , tra, mi disse, tu pure, cenare con noi, che io ordinerb che il figliuocamere delle don10 mangi colla madre nelle Entrai ne, e vi sara cosi luogo anche per te. adunque , standomi quasi colla bocca aperta come un lupo affamato, pero che vergognandomi per cagion mia stato fosse cacciato dal convito Quando fu l' ora di porsi a mensa, primamente cinque nerboruti giovani, e per dio non senza grave fatica, levaron di e peso Tesmupoli , e lo posero al luogo, suo, 11 figliuolo di Eucrate. gli adattarono intorno molti origlieri, perche non e giacercadesse pill da un lato che dairaltro, E non si potesse agiatamente per lungo tempo trovandosi che volesse giacergli appresso, mi vi posero di sotto , perche ci stessimo tutti e due ad una tavola Si cominci, o Pitagora, poscia a mangiare, e la cena ripiena era di molte e varie vivande servite in piatti d' oro e d' argento. 1 bicchieri eran d' oro, ed i servi eran belli ed esperti nella musica e nelle piacevolezze In somma la conversazione era dolcissima , eccettoch nojandomi m'infastidiva crudamente Tesmopoli , colla dimostrazione di certa virt, ed alcuno

insegnandomi come due negative fanno un' affermativa, e che s' giorno non e notte. Alcune volte mi disea ancora che io avea te corna ,

55o e cosi con queste ed altre filosofie, delle quali non aveva io punto bisogno, mi rompea il diletto, non lasciandomi udir quelli che cantavaTale si era, o Gallo, codesta cena, Gallo, Per certo, o Micillo, non era dessa molto gioconda, spezialmente dopoch accomunato fosti con quel yecchio buffoAscolta ora it sogno Mi parea che , Eucrate si morisse non so come senza figliuoli , ed avendomi cbiamato facea testamento, nel quale mi lasciava ere de di tutto il suo, e, fatto cio, pochi momenti appresso spirava. Essendo per* tanto andato al possesso di questa eredit, semne Mic. bravami di tirar su 1' oro e Is argento con certi giandi mastelli, e pi ne rava, e pi ancora ne rimanea. Le altre cose di poi, come le vesti, le mense, i vasi, i servi, tutte, come di raera supino ed invisopra una bianca - carretta, riguardato diato da tutti. E molti accorreano per seguirmi, e mi cavalcavano intorno, ed io avendo ingione, dosso la vesta di Eucrate , ed infilati nelle dita i pesanti suoi anelli in numero di sedici, comandava che si apparecchiasse un lauto conrito come apparisce per ricever gli amici. Quelli, e di gia pornel sogrio, di gi eran presenti, e si mescea la beTanda. tavansi te vivande, e versando il bere in Standomi io in questo, aurei bicchieri a ciascbeduno dei circostanti , ed eran rnie, Di poi trascinato no e suonavano la chitarra

551 omai servendosi la credenza, gridando tu fuor di tempo ci turbasti tutto il convito, rovesciasti le mense sossopra , e disperdesti quelle ricchezle avesse portate comese ze, e le dissipasti, semNon senza ragione adunque bro io incollerito contro di te, perocch dormito avrei ancora tre intiere notti per godere di via il vento. Gallo. In questa guiun sogno dolce cotanto sa sei tu, o Micillo , amante dell' oro e delle ricchezze, che non hai altra cosa in ammirazione, e credi la felicita esser solo riposta in possedere molt' oro? Mic, Non sono io solo, o Pima tu stesso tagora, ad aver questa opinione, t' attortigliavi tra i ricci quando eri Euforbo, dei capelli 1' oro e l'argento, andandone a combatter co" Greci, non ostante che si fosse nella piu savia cosa il portare il ferro, che Ma tu allora credesti meglio correre al e percio periglio colle cbiome adornate d' oro, sembrami che abbia Omero affermato , che i caguerra 1' oro pelli tuoi simili erano alle Grazie, perch rilee veramente migati erano con oro ed argento, gliori sembravano e piu amabili, risplendendo cosi ravvolti insieme coll' oro. Ne in quanto a te, o chioma d'oro, si meraviglia che facessi conto dell' oro, figliuolo essendo di Panto ; ma il padre degli uomini e degl' Iddii, il figliuol di Rea e di Saturno, di quando s'imbertono quella giovanetta argiva, non ritrovando cosa

552 pi amabile, ne colla quale mela guardia di Acrisio, glio potesse corrompere avrai tu inteso dire che si fece oro, e discorso essendo pel tetto, si accoppio colla sua bella Laonde dopo cio, che potrei io dirti a quante cose e utile l'oro? E pero chi lo possiede, bello, sapiente e poderoso, conciliando la gloria e gli onori, e facendo in poco d' ora divenir gli uomini d' oscuri ed ignoti, celebrati e famosi. Tu conosci il mio vicino Simone, cbe -avea la stessa arte mia, il quale pocbi giorni innanzi eeno con me , quando nella festa di Sa'turno io cossi i legumi, e vi posi dentro due Lo conosco quel napezzi di salsiccfa. Gallo che andando via ci rusetto, basso di persona, bo una pila di terra che sola avevamo , portarrdosela sotto il braccto dopo cena. Io stesso lo vidi, Eh come egli F avea rubata, e giurava di poi per tutti gl' Iddii ! E pero Gallo, ch tu non gridasti , e non discopristi, quel furto, vedendoci spogliare in tal modo- ? Gallo* Io coccojava solamente, percb non m'eMa di questo SiFa. allora lecito di parlare o Micillo. Mic. , che tu vuoi raccantare alcuna eosa. Mic* Avea egli un cugino ricchissimo per Costui vivendo non die' giammai nome Drimilo a Simone neppure un obolo; ne potea dargliesembrami stimato per trasformarsi

mone

non toccava giammai i suoi denari. ne, perche Essendo non guari morto, tutte le sue ricchezze,

553 secondo le leggi, ne andarono a Simone, e costui il quale rnaneggiava cuoja puzzolenti e si eoprfa di cenci, allegramente si impadronito e e rivestito di porpora, di tutta quella roba, di preziosi panni, cocchi , possiede ora servi, vasi d'oro e tavole co' piedi di avorio , ed da Ed aventutti inchinato, ne si degna guardarci. dolo io poco fa incontrato, dissigli: Dio ti salrivolto ai vi, o Simone; ed egli sdegnatosene, servi , disse loro: Dite a quel miserabileche io mi chiamo Simonide e non Simone. E cio ed che si e pi singolare , le donne lo amano , ei se ne ringalluzza, ed alcune non ne cura, e ad altre si accosta, e si mostra loro benigno, e le dispregiate minaceiano di appiecarsi. Vedi di quanti beni cagione l'oro, che pu trasmutare i deformi e renderli amabili, come quel cinto poetico. Odi ancora i poeti che dicono: Oro bellissimo prodigiosissimo. Oro che gli uomini governi e l'eggi. Ma perch, o Gallo, mentre ho io parlato, hai tu riso? tu ancora, Gallo. Perche o Micillo, per ignoranza sei come il volgo egualmente ingannato nell' opinione dei ricchi ; ed intendi sanamente , che vivono essi una vita assai pi infelice di noi , ed io te lo affermo, perch stato essendo molte volte e povero e ricco, ho provato ogni specie di vita E tra poco tu ancora intenderai ogni cosa. Mic, Per Dio, si e bene

554 omai tempo, che mi racconti Ie tue trasmutazioni, e cio che ti avvenne in ciascuna vita, Gallo. Ascoltami, persuadendoti prima di questo, che non ho io giammai conosciuto niuno pi felice di te. Mic, Di me, o Gallo? Che possano a te venire di codeste felicit, perche tu mi sospingi a dirti ingiuria, Ma mi di' cominciando dal tempo che tu eri Euforbo, in che modo trasmutato poi fosti in Pitagora, - e cosi per ordine fino a che divenisti gallo, perocch si ragionevole il credere, che abbi tu veduto e so* stenuto di vite. mille diverse vicende in tante diversit Gallo. Come primamente la mia ani-

ma volando da Apolline in terra entrasse in un corpo umano per consumarvi certa condanna, sarebbe lunga cosa a narrarsi, di poi n si leMa poicito a me il dirlo, ne a te 1' ascoltarlo che diventai Euforbo. Mic. Prima di ogni altra cosa, o Gallo prodigioso, mi fa capace di Gallo, Siquesto : fui io come te trasmutato? curamente. Mic. E chi era io adunque, se tu Galpuoi dirmelo? son curiosissimo di saperlo lo. Eri tu una di quelle formiche iridiane , che cavano l'oro , Mic. Oh me sventurato ! e perche ho io traspurato di portare qualche mollica di quell'alimento in codesta vita? Ma dimmi chi saro poi in avvenire; tu il dei sapere: che se saro alcuna cosa di huono mi levo in sul , e mi appicco subito a quella trave, momento,

555 Gallo. Questo non puoi ove tu ti staf a pollo ma ritorno al mio di: saperlo per niun modo combatteva a Quando io era Euforbo, Troja , ed essendo stato ucciso da Menelao , doed in quepo alquanto tempo divenni Pitagora, scorso sto io me ne stava al sereno, finch Mnesarco m' ebbe fabbricata la casa Mic. E ti stavi anGallo Si mangiare? bene, perch queste cose non erano necessarie che al corpo solo, Mic, Raccontami prima i fatti di Troja: sono essi tali quali gli descrive OmeroP Gallo pergli, Ed io t' accerto E come potea egli, o Micillo, saessendo allora camello nella Battriana ? cora senza here e senza

di questo, che non v' era in quell'et cosa alcuna fuor di natura, nfe era Ajace si grande, ne Elena si bella come si spaccia, ied io che F ho veduta, era certa biancoz~a col collo lungo, lo che facea conghietturare, che figliuola fosse di un cigno. Era di poi molto vecchia, e di et eguale ad Ecuba ; perocch fu essa prima rapita da Teseo , che la ritenne seco in Afidna; e Teseo vivea a' tempi di Ercole, che al tempo dei nostri padri, allora poderosissimi , fu il primo, che prese Troja , E mi dicea Panto , che raccontavami queste cose, che essendo egli assai giovinetto, veduto avea Ercole. Mic. Ed Achille era egli si in ogni cosa valente, o queste ancora son favole? Gallo. Con esso non mi sono mai incontrato, o Micillo, nt:

55 potrei parlarti giustamente dei Greci, perch io era loro nimico, ma non ebbi molta pena ad uccidere il suo amico Patroclo trapassandolo con una lancia. Mic. Di poi Menelao ti rendette il servizio istesso con pi destrezza. Ma di queste cose ve n* ha abbastanza; raccontami omai la vita di Pitagora A confessarti il vero, o Gallo Micillo, in quel corpo io m' era un uomo sofine senza cognistico, d' altronde non indotto, zione di ottime discipline Viaggiai in Egitto , e m'abboccai co' profeti per imparar la sapienza , ed entrato ne' luoghi pi secreti, lessi i Iibri d'Iside e d' Oro e navigando nuovamente ; in Italia , per tal modo ne imposi a' Greci con Mic. quelle dottrine , cbe mi credeano Iddio, Queste cose le ho intese , e come essendo mol' to ti credettero resuscitato , e che mostrasti una d' oro Ma volta a quelli di avere una coscia dimmi, come ti venne in mente di far legge, cbe non si mangiassero ne carni, ne fave? Galo Micillo, di queste colo. Non domandarmi, se Mia, E perch, o Gallo? Gallo. Perche mi Mic. E pure vergogno di doverti dire la verita di confessarla ad un non dovrebbe increscerti non vo' pi dire padrone familiare ed amico , Gallo Nulla v' era di sano, ne di sapiente , ma io m' accorgea, che insegnando eose note e comuni, malagevotmente rivolti avrei gli uomini _ad ammirarmi , ma che quanto piu strane fossero

557 le mie dottrine, tanto piii ad essi riuscirei nuodi metter fuori vo. E per questo determinai delle novit , tenendone la cagione segreta, actutti conghietturando, si rimanesse ognuno stupefatto, come accader suole degli oracoli oscuri. Vedi che tu ancora ti ridi in parte di me ? Mic. Non tanto, di te, quane Tarentini, to dei Crotoniati , e Metapontini e che adorano di altri che ti seguivano muti, ancora le orme , che lasciasti tu impresse sopra il terreno indossasti Ma spogliandoti le forme? Gallo, di Pitagora, Di Aspasia di chi di Miciocche diversamente

leto cortigiana tagora divenne

Mic. Capperi , cosa sento! Tie v' ebbe un temancor donna; Gallo, fapo, che tu ancora , o generosissimo cevi ova, e ti congiungevi con Pericle essendo scardassayi Aspasia, ed eri da lui impregnata, e facevi tutts i vezzi e la lana, ordivi la tela, le smancerie del bordello ? Gallo. lo facea tutte queste eose, e fatte le aveano innanzi di me

pur Tiresia, e Ceneo di Elato, e beffandoti di me , ti befferai anche di loro Mic. Qual vita t' era pi dolce, o quando eri uomo, o quando Pericle giuocava teco alle braccia ? Gallo Vedi , tu mi fai una domanda , alia quale non saprebbe rispondere neppur Tiresia ; Mic. Senzacte tu mel dica, Euripide ha sciolto tal dubbio, dicendo ch' egli ama megjio di rimanersi tre volte sotto lo scudo , che partorire una sola

558 volta. Gallo. Anzl ti vo' ricordare, o Micillo, che tra non molto tempo proverai tu ancora i dolori del parto, perch nel volger dei secoli diverrai femmina replicate volte. Mic. Cbe ti sia tirato il collo, o Gallo, che credi che tutti sien Samj e Milesj, e dicesi di te che essendo assai volte Pitagora * e giovane di belF aspetto, servisti da Aspasia al tiranno. Ma dopo di Aspasia in qual Uomo o donna tu rinascesti? Gallo. In Cratete Cinico. Mic. O Dioscuri, qual difdi puttana filosofo ferenza! ! Gallo. E di poi , poco tempo appresso satraquindi povero e mille ranocchio, pa, e cosi cavallo, corvo, ed altre forme, che saria lungo 1*annoverarle, in ultimo gallo, ed assai sovente, perchd queEd ho servito in questa vita m' & dilettevole, sta forma a molti re , poveri e ricehi, ed ora mi vivo teco, ridendomi ogni giorno, quando ti veggo borbottare e lamentarti della miseria, e farti le meraviglie dei ricchi, ignorando tu i mali Che se tu sapessi gli afche essi sostengono. re, che gli affliggono, ti rideresti che creduti gli hai felicissimi. o per qualunque o Pitagora, Mic. Adunque, altro nome ti piaccia meglio esser chiamato, coll' appellarti or con un per non confondermi Gallo. Nulla imed or con un altro nome , porta se tu mi chiami Euforbo, Pitagora, Aapaio sono tutti loro; ma sia, o Cratete, perch fannosi pensieri, di te medesimo,

5% farai meglio, per la forma nella quale ora mi perche non sembri trovo, a chiamarmi Gallo, che che abbi tu in dispregio codesto uccello, Atante anime. Mic. dentro di se rinchiude dunque, o Gallo, poiche hai tu provato tulte le vite e conosci ogni cosa, raccontami con cbiasia la vita dei ricquale particolarmente chi, e quale quella dei poveri, perch io inten, da, se tu dici il vero quando affermi che io son piu felice dei ricchi. Gallo Procura, o Miche a te non da la guercillo, di considerare , ra niun affanno, e se dicesi che i nimici si appressano , tu non temi che colle loro correrie rezza che ti didieno il guasta alle tue possessioni, struggano la villa, che ti devastino Ie viti; ed udendo solo it suon delIa tromba, se pur l'udirai , non hai altro pensiero che di te stesso, e pensi dove volgendoti possi fuggire il pericolo Quelli al contrario e temono per se stessi, e si affannano , vedendo dalle mura i nimici, che saccheggiano e portano via quanto essi hanno nei campi. E se conviene pagare alcuna cosa , essi soli sono chiamati; e se si ha da uscire a comessi soli sono in pericolo, essendo cabattere , pitani di cavalli e di fanti, Tu con uno scudo di pelle di pecora sei espedito e leggiero a salvarti, e ser pronto a mangiar nella festa e nel sacrifizio, che sar celebrato dal capitano per la vittoria. In tempo poscia di pace, tu essendo

560 del popolo , salendo nell' adunanza, sei il tiranno dei ricchi, i quali si stanno paurosi e tremanti , e cercano con doni di averti benevolo E sono essi che si affaticano, che e tutte gni , giuochi e spettacoli , in abbondanza Intanto tu , come un giudice ed un aspro censore; alcune tu abbi bale altre cose sei signore, e sdegnando

sia, si , loro confischi li beni. Tu non temi il calunn che il ladro salendo pe' tetti, o niatore, rompen do la muraglia ti porti via l'oro, ne hai a durar fatica a far conti, ne a tenere ragioni , ne domandando il tuo, hai a fare alle pugna cogli scellerati maestri di casa, ne distratto sei in tanti pensieri; ma compiuto avendo una scarpa , ritrattane la mercede di sette oboli, ti levi ben tardi, e lavatoti , se ne hai voglia, comprandoti una sarpa o alcune sardelle (1), e pochi capi di cipolle, ti trastulli le pi volte cantando e filosofando coir ottima povert. E per questa cagione sei sano e gagliardo di corpo, e sei fortissimo a sopportare il fredla mattina di letto do, perch le fatiche rinvigorendoti ti rendon l. km

volte di udirli, se te ne viene la fantagittando loro addosso una tempesta di sas-

j ,.,atvUat;' Salviano la saperda la spiega (1) ffaTe'fcfxv pelpesce Corvo, e della menida riprende il Platina, che la credelte la tinca. Sarla lungo il dire Ie cagioni che mi hanno indotto a darle questa spiegazione, e pero Ie trala"cio. permetlendo ad ognuno che pensi come pi vuole

56i valente quelle cose , Ne corri che gli altri reputano insopportabili. tu rischio niuno di avere alcuna infermit gradispregiar volta ti assale una febhre e se pure alcuna con poca cura che t' abbi, incontaleggiera, che nente sei in piedi, privo d' ogni languore , ve ; vedendo da te sen fugge all' istante impaurito , e maleche non bevi altro che acqua fredda, Ma quegl' infelici per dici le diete dei medici la intemperanza podaquai mali non soffrono? polmonee, gre, etise, infermit sono figliuole Fanno appunto costoro idropisie, perche queste di quei suntuosi conviti siccome Icaro, che non a combattere e

sono di accorgendosi , che le loro ali composte cera, volan troppo alto, e quando si accostano al Sole, fanno un grande strepito cadendo colla testa nel mare Coloro di poi che sulP esempio di Dedalo non appetiscono e sublimi , ma volano vicino cera induriscasi inumidita cose troppo alte a terra, perche la dall' acqua salsa, il

Mic. pi delle volte questi volano sicuramente Tu parli di quelli che sono moderati e prudenti. Gallo, Degli altri tu vedresti, o MiciHo, naufragj miserabilissimi , siccome Creso, poich si trov spennacchiato , fe' molto ridere i Persiani, salendo sopra il fuoco, e Dionisio, spofacea il Cogliato della tirannide, pdante in rinto, costretto essendo, dopo essere stato si gran ad insegnare l' abbici ai fanciulletti principe, * Vol. II. 55

562 Mic. Dimmi, o Gallo, tu quando fosti re ( perocch mi hai detto di aver regnato) , che te ne parve di quella vita? Eri lu allora molto felice, avendo cio che si e la somma di tutt' i beni? Gallo Non mel tornare in memoria, o Micillo, che io era allora sventuratissimo, perciocch esternamente, come hai tu osservato, io aembrava a tutti essere interamente beato, ma entro me stesso io soffrfa mille pene. Mic. E quali erano queste pene, perch tu dici cose incredibili e non verisimili? Gallo. Io era , o Micillo, principe di un paese non piccolo ed assai fertile, popoloso e notabile belle e degne di ammirazione, per molte citt irrigato da molti fiumi navigabili , e con un mare commodo a disbarcarvi Avea di pin un numeroso esercito , ed una scelta ed eccellentissima cavallerfa, guardie non poche, galee, danari senza ntimero, oro lain gran copia , e tutta la rimanente trasuche accompagnavami gedia del principato quando io usciperava ogni eccesso; intantoch va, molti mi facevano riverenza, e mi credeana e si urtavan Ie genti tra loro un altro Iddio, e v* eran di quelli che saliano fino per vedermi, su i tetti , stimando una gran cosa il potermi vevorato entro il mio cocchio colla sodere apertamente e coll' apparato che mi pravvesta e il diadema, Io conoscendo da quanti affanni era precedea oppresso, perdonava a costoro la loro ignoranza,

563 simile me stesso, vedendomi gran colossi fatti da Prassitele, da Mirone, o da Fidia Imperocche cadauno di essi si e al di fuori un bellissimo Giove o sostenendo Nettuno, lavorato d' oro e d'avorio , colla destra la saetta o il folgore, ovvero il tri! compassionava ad uno di quei dente ; ma se ticcandovi il capo vi guardi dentro, non vi vedrai altro che chiodi , travicelli e e cavicchie, che passano da un lato all' altro, e molte altre simili e pendoli e pece, creta; e cose che danno loro grandissima deformit, di ricordarti di quanti topi e nottole simili a godono in essi il diritto di cittadini; Tu non hai ancor questi si il regno. Mic* detto che sian questa creta, questi chiodi, quetralascio ste leve, e questa si orrenda bruttezza Quell'essere ammirato da ogni uomo nel cocchio, il signoreggiare a tanti popoli, e 1' essere adorato qual dio, cio quadra bene coll' esempio del colosso, perch ancor questo divino; ma dichiarami ora quello ch' dentro al colosso Gallo. Che ti diro da prima, o Micillo, i timori i gli affanni, i sospetti , l'odio dei familiari , le insidie, e dopo queste cagioni il sonno e questo molto leggiero con sogni pieni raro, di turbamento , pensieri dubbiosi ed incerti , speranze sempre malvage, gravissime occupazioni in trovar denari , in giudicare, in comandare agli talche eserciti, far bandi, paci e consultazioni,

564 neppure nel sonno esperimentar si pu doleezzq alcuna o diletto , essendo necessario che un solo provveda per tutti, .ed abbia mille faccende Ed all'Atride in mente Agamennone, Molte cure volgendo, il dolce sonno Nol ritenea. E ci mentre russavano

tutti gli Achei. Al Lidio era di grande affanno il figliuolo muto At Persiano, Cleareo, che assoldava milizie stranier per Ciro. Ad un altro, Dione, che se la in* con alcuni Siracusani Ad tendea secretamente un altro , le lodi di Parmenione, Tolomeo a Perdicca, e Seleuco a Tolomeo, Hanno ancora al* tri dispiaceri: il bertone che loro consente per. forza; la concubina che si compiace di altri ; Ie notizie di una rivolta , ed il parlarsi all' orecchio Cio che di di due o quattro dei lor masnadieri. si e la ncessit di poi si e la peggior cosa, guardarsi aspettarsi da coloro, che piu sono amici, ed sempre da essi alcun gran malanno ; cbi di loro si muore avvelenato dal fi-

perocch gliuolo , e questi dal sup diletto, ed anche quest' altro e rapito forse da tale spezie di morte. o Gallo, Ie Mic. Per Dio sono ben terribili , cose che tu mi racconti! si adunque meglio, che io mi rimanga a capo chino a cucir le scar'pe, che bere in un' ampolla d' oro il vi no temAlla fine nel mio prato colla cieuta o 1' aconito mestiero non.. vi altro Tischio, che sfuggendomi

565 la subbia, e sbagliando il ItlOgO che dee tagliaun poco il dito ; re , mi ferisca e m'insanguini fanno banchetti ma costoro, secondo tu narri, di morte, e la vita loro e piena di mali. E di poi quando sono caduti , sono simili agli attori tragici, de' quali si vedon molti , che sono Cecropi, Sisifi e Telefi , e portano il diadema e la spada col manico di avorio , e le chiome sparse al vento, e 1a vesta intessuta d' oro; e se alcacuno di essi, come sovente suole accadere, fa ridere gli spettatode in mezzo alla scena, ri, che gli veggono rotta la maschera insiem col diadema , e rotto il vero capo di attore, e le si veggambe in gran parte apparendo nude, gono sotto la veste i loro panni stracciati, e la calzatura dei coturni, che si deformissima, ne fatta pe' loro piedi Osserva ,, o ottimo Gallo, come tu m' hai bene imparato a fare similitudini ; del rimanente tale a te parve la tirannide Ma quando fosti cavallo, cane, pesce, o ranocchio, come ti piacevatal vita? Gallo. Tu vuoi saper troppe cose, e non si e ora il tempo di raccontarle , ma restrignendo il mio d iscorso posso dirti , che di lutte queste vite non ve n' ebbe niuna, che non mi sembrasse pi tranquilla di quella dell' uomo essendo tutte circonscritte , ai soli desiderj e bisogni della natura; ne ritroverai tu giarnmai cavallo usurajo, ranocchio calunniatore, corvo solista, cimice avvelenatore ,

566 gallo bagascione , n finalmente niuno di essi si esercita in quei galanti mestieri, cbevoi uomini esercitate. Mic. Le cose che tu dici , o Galma non mi vergogno di confes10, son vere, Non posso io per niun modo dimenticarmi quel desiderio che ho sempre avuto fin da fanciullo di diventar ricco; e mi si raggira tuttora innanzi degli occhi quel soe soprattutto mi gno che mi fa veder l' oro; sento strozzare quando penso a quello scelleracbe si sta nuotando in tante delizie. to Simone , Gallo Micillo, io ti yo' guarire, e poich si ancor notte, ti leva, e mi siegui, che io ti condurr da questo Simone, e nelle case degli altri ricchi, acciocch tu possa conoscere i fatti loro. Mic. E come mai colle porte chiuse? tu mi obPer nulla : bligherai a romper le mura? Gallo al quale io son consecrato, desideMercurio, randolo sarti ci che m' avviene

che la penna io, mi ha cio concesso, pi lunga della coda, la quale per essere pi legMic. Ma tu di queste ne hai giera ripiegasi Or bene a due Gallo. Io parlo della destra chiunque traendola daro io a portar questa penna per tutto il tempo che io vorro, potr egli aprire ogni porta, e vedere ogni cosa, rimanendo esso invisibile Mic. Io non sapea che tu , ma se tu me la Gallo, fossi ancora incantatore, presti per una volta sola , e che io ponga il piede cola, vedrai tu qui trasportata tutta la roba

567 di Simone tra brevi istanti, ed ei si ritornera di nuovo a sputare amaro, ed a stirar la pelle Cio non lecito, perche MerGallo coi denti che se alcuno avendo curio mi ha comandato, la mia penna osasse far cio, dovessi io allora gridare, e scoprirlo. Mic. Cio non parmi vero , che Mercurio, essendo ladro ancor esso, abbia Ors andiaad invidiare ad altri il mestiere che s' io posso mi asterr dall' oro Galmene, lo Cavami prima la penna, o Micillo; ma co8* questo? tu le hai tratte via tutte e due o Gallo, si e pi sicuro, e tu ne Mic. Cio, aarai meno brutto, perch non avrai la coda zopGallo Or via, sia pur cosi; pa da una parte ma dove vuoi che ne andiamo da prima? a cao di altri ricchi? sa di Simone, Mic. Da Simone prima di ogni altro; che per essere divenuto ricco si avvisa di esser chiamato non pi con tre sillabe, ma con cinque Ma siamo omai Cosa debbo ora fare? Gallo presso alla porta Metti la penna entro la serratura. Mic. Corpo d' Ercole! ecco aperta la porta come colla cbiave Gallo. Va innanzi, vedilo vigilante, e che fa i conti. Mic. Lo veggo per Dio , e si sta a1 fioco lume di una sitibonda lucerna, ed pallido , ne so come, o Gallo, ci divenuto si magro ; ma certamente sono i pensieri , perche non ho mai inteso dire, che sia stato infermo Gallo. Ascolta cosa dice, che ne saprai la cagione

568 Sim. Per certo quei settanta talenti non sontf troppo sicuri sepolti sotto del letto, ma finalmen* te niuno gli ha visti ; ma quei sedici, mi vide Sosilo il cocchiere, mentre ascondeagli nella stalla sotto la mangiatoja Ei non e molto diligente alla stalla, ne troppo amante della fatica, ed che ei m' abbia rubato molto di verisimile, questo danaro. E di poi, come jeri convitando a mangiare tanti salati ? Tibio , gli avrebbe dati dicesi che abbia pur comprato alla moglie una Ahi me sventuratoi collana di cinque dramme costoro mi sciupano tutta la roba mia In oltre le mie tazze non son riposte in luogo sicuro, essendo tante; ed io temo che rompendo alcuno Molti rai il muro di sopra, possa involarmele. e spe* portano invidia , e mi tendono insidie, zialmente il mio vicino Micillo. Mic, Si per Dio, che sono io come tu, che me ne esco colle pio Micillo, che le sotto le braccia! Gallo. Taci, non si accorga che noi siam qui. Sim. Meglio si adtmque che io mi stia in guardia veglianMi lever ed andero girando intorno per do Chi e l? ti veggo, o ladrone*, tutta la casa si una La cosa va bene, ti veggo per Dio colonna Cavando contero di nuovo il mio ora, Ecco per vedere se poco fa ho preso errore certamente che io ho di nuovo inteso romore; sono io assediato ed insidiato da ogni uomor se ce ne' ~colgo dove si sta il mio pugnale?

56a alcuno. Gallo. .., ma caviamo l'oro di nuovo. Ma poiEccoti, o Micillo , la vita di Simone. andiache ancor ci rimane alquanto di notte, Mic. O mimone - da un altro di questi ricchi serabile , in qual vita esso si vive! possano i nimici miei divenir cosi ricchi! Io gli vo' dare Sim. Chr mi una guanciata , e poscia partirmi Mic. percosse? misero me! sono assassinato. Piangi e statti svegliato, e divieni nel colore simile all' oro , poiche sei tanto di esso divoto * Ma, seti pare, vediamo Grifone il prestatore , il Ma, ecco quale non abita molto lungi da qui Galche questa porta si apre nel modo istesso 10 Vedilo vigilante ed immerso in pensieri, che fa i conti delle usure, e che ne ha percio torte le dita; e converr pure ad esso lasciare tra poco tutte queste cose , e diventare o un tarlo, o una pulce, o una mosca canina, Mic. Vegga bene, che questo misero e pazzo uomo non vive ora meglio di un tarlo o di una pulce: tanto si desso smunto pe' continui Ma andiapensieri mone da un altro. Gallo. Se ti piace, dal tuo Eucrate : vedi che questa porta di gi si aperTutte queste robe ta; onde entriamone. Mic: Gallo. Ed ancora vai sopoeo fa si eran mie gnando ricchezze? Guarda eosa si soffre Eucrate , uomoveccbio, dal servo iktic. Veggo bene io tutto questo travaglio, e, per Dio, si e gran villama , e si e una vilt non degna d* uomo;

570 e daIF altra parte veggo pure 1a moglie in adulterio col cuoco Gallo. Desideri dunque di essere tu ancora erede di queste cose, e di possedere tutta la roba di Eucrate? Mic. No per Dio , o Gallo, e morrei piuttosto di fame, che lasciarmi persuadere a far niuna di queste cose Si vada in buon' ora 1' oro e i conviti; io amo meglio d' aver due oboli , che posseder ricchezze , ed avere i servi che mi romp an le mura Ma comincia ormai a comparire il giorno, ritorniamone percio a casa nostra ; le altre cose , e Micillo, Ie vedrai un' altra volta

571 L'ICARO O IL MENIPPO

SOPRANUBI ARGOMENTO

Lo scopo

la riprensione la videi quali va qui biasimando principi, ta si pubblica , che privata. Beffasi medesimamente degl' Iddii e dei filosofi, contro dei a Giove una lunga invettiva, recitare quali fa i loro vizj, e chiamandoli stolti ed sul* ignoranti per le loro dottrine sopra Iddio, I matematici la provvidenza, e sul mondo. ed i fisici vi sono anche amaramente beffati, ed it piacevolissima V accusa della Luna a Giove contro di essi. L' occasione del Dialoche l'incontra con un suo go si d Menippo, al quale racconta d' esser volato in amico, e di avere colass parlato con Giove, cielo, e contemplato dalla Luna le azioni degli uointrodotto sovente da mini. Questo Menippo, Luciano ne' suoi Dialoghi, si fu un filosofo che veramente vivette nel mondo, cinico, di ogni cosa umana e divina, e sebeffandosi condo Diogene Laerzio, nacque servo e fu di nazione fenicio tacciando

si pure del presente Dialogo dell' orgoglio dei ricchi e dei

bya MENIPPOE AMICO dalla terra fino alia luna Men. Adunque tremila stadj. Questa la prima misura Dalla luna al sole di sopra sono ci rca cinquecento parasanghe, e dal sole fino allo stesso cielor ed alla rocca di Giove il salire e tanto, quanto volerebbe un' aquila espedita in un giomo Am, Cosa ti vai tu astrologando, per te Gra* e che misure son queste chc zie, o Menippo? vai tra te annoverando ? egli buona pezza che ti vengo dietro, e t' odo parlare della luna, del sole, e ripetere con istrani vocaboli questi rimbombanti nomi di statmi e di parasangheo amico, se m' odr Men, Non ti maravigliare, ragionare di cose aeree e celesti; perocch va"" do tra me stesso facendo il computo di tutto il cammino, che feci ier;, flrn. Sicch, val en'" tuomo, tu misuravi la distanza del viaggio dalle stelle, come i Fenicj? Men. No per Dio, ia Am. Gorpcr ho viaggiato nelle stelle medesime di Ercole , e stato ben lungo questo tuo sogno che narri! e dimenticandoti affatto , dormito hai tante parasanghe ? Men. E ti sembro raccontare un sogno, io che ne vengo or ora da Giove? Am. Cosa dici? Menippo ne viene a noi disceso dal ciel di Giove? Men. Si, io ne vengo oggi da quell' istesso gran Giove, ascoltate e

6 jo vedute e se cose maravigliose ; vi credi, io tanto piii me ne diletto per Am. E come, beato oltre ogni credere. no e celeste Menippo , essendo io mortale avendo restre, nalzato non dovr tu non essere o divie ter-

prestar fede ad un uomo insopra le nuvole, e, per dirla ad uso di ad uno degli abitanti del cielo? Ma se Omero, ne hai voglia, mi di' in che modo saliati si alto, e dove ritrovasti una scala di tanta altezza ? quanto alF aspetto tuo, non si rassomiglia per nulla a quel Frigio (1), onde possiam xioi immaginare , che sii tu pur stato rapito dalTu ti Is aquila per farti fare il coppiere. Men. fai beffe di me, e cio si chiaro; ne mara., siviglia se la novit del mio discorso senibra perch mile ad una favola. del* bisogno di scala, l' aquila, perocch io avea le ali mie proprie.. che tu mi narri al di, sopra di Am. Questo Dedalo istesso, se oltre le altre cose , senzach noi il sapessimo, divenuto sei d' uomo uno sparviero d un corvo La tua conghiettura, o amico, si e giusta , ne ti sei male apposto-, perch ho ancor io usato, siccome Dedalo , F artificio delle ali. Am. E non tenevi tu, o temer rario Menippo, timore di cadere nelle onde del mare, e che poscia alcun luogo di esso , siccomo Men. (11 Ganimede rapito da Giove in suW Ida. Ma io per salire non ne d' esser 1' innajnorato ebbi

574 fu un tempo appellato Icario , si appellasse cosi ora dal nome tuo Menippeo? Men. Per nulla ; Icaro si acconci le ali colla cera, la quale si liquefece tostoch fu in vicinanza del sole, e gli fu forza cadere; nelle mie ali non vi era cera Am, Cosa mai dici! Non so come a poco a poco m' induci a credere che il tuo discorso sia vero. Men. Certamente che lo . Io presi un' aquila ben grande ed un avoltojo dei pill forma ti, e troncate loro le ali, e le schiene che io ti meglio, se tu hai tempo di udirmi, racconti il mio divisamento fin dal principio Am. Volentierissimo , perche mi sento sollevar tutto dai tuoi discorsi , e mi sto a bocca aperta per udirne la fine, e ti scongiuro per Giove amichevole ad essermi cortese, sospese essendo le orecchie mie fino dal cominciamento del tuo racconto. Men. Ascoltami adunque , perch non si sana punto un gentile spettacolo di abbandonare un amico colla bocca aperta e colle orecchie sospese , come tu dici di starti. Tostoche ebbi io considerate le cose di questa vita, le ritrovai tutte ridicole, misere e incerte, intendo le ricLaonde disprei regni ed i principati giatele ed estimando che il troppo amore per alla contemplazione esse fosse d'impedimento delle cose veramente buone, tentai d'alzar gli E qui prioccbi e di contemplar l'universo. mamente mi present molte dubitazioni questa chezze,

375 macchina dai sapienti appellata mondo; perocch non sapea io concepire come fosse stato fatto , n6 1' artefice, ne quale fosse il principio ed Avendolo poscia considerato in il fine di esso ciascuna parte, mi vedea sospinto in maggiori dubbj , perche vedendo le stelle a caso sparse pel cielo, ed il sole istesso, avea un forte desiderio di saper cosa fossero, e spezialmente gli accidenti della luna mi sembravano fuor di rae m' immaginagione e del tutto maravigliosi , va che la diversit delle sue figure procedesse E similmente il fulda qualche occulta cagione il tuono strepitante , la piogmine distruggitore, le quali cadono in gia, la neve e la grandine, terra, mi pareano tutte cose difficili ed impossibili ad essere intese. Standomi pertanto io in mi avvisai essere , questa disposizione di animo ottima cosa d' imparare dai filosofi queste cose; perocch io credea , che potrebbono essi interamente dirmi la verit. Ed avendo a tale effetto scelti i migliori di loro, secondo potea giudiarsi dalla austerit del volto, dalla pallidezza, dai colore e dalla Iunghezza della barba, paruti essendorni nel primo incontro uomini sublimi e contemplatori delle cose celesti , mi posi nelle loro mani, e con un buon mucchio di danari , del quale parte gli offersi incontanente, e parte promisi di pagar loro imparata ch* avessi la sapienza, gli richiesi, che m' insegnassero il

576 sublime, e l'ordine e la costituzione di questo universo. Ma tanto si erano quelli lungi dal liberarmi da quella mia vecchia ignoranza, che mi ravvolsero anzi in maggiori dubitazioni, rompendomi ogni giorno le orecchie con certi principj e fini , atomi, vacui , idee, forme ed altre simili cose E ci che di ogni altra cosa mi sembrava pi difficile, si era che niuno di loro si ac. cordava coll' altro , ma dicean tutti cose repugnanti e contrarie , e con tutto ci credeano di e si sforzava ciascuno di trarmi persuadermi, alla sua opinione. Am. Parli con poco senno , perch se questi eran sapienti uomini, come di poi tra loro eran discordi sulla natura delle cose, e nell' argomento istesso avean diversa opinione ? Men. Anzi pi, o sozio, ti riderai, udendi costoro e la ciarlataneria do la vanagloria dei loro discorsi ; perocch vivendo essi nel mondo, n essendo pi alti di noi, che strisciamo la terra, ne avendo pi del vicino acuta la vista, ed alcuni di essi avendo di pi gli occbi mezzo accecati, tuttavfa affermavano di vedere i confini del cielo, e misuravano il sole, e passege finalmente giavano nei luogbi sopra la luna, come se caduti fossero dalle stelle, ne raccontavano la grandezza e la forma. Ed essi, che molte volt se per avventura stati fossero interrogati di quanti stadj sono da Megara ad Atene, non ~o avrebbero saputo dir giustamente , osavano

577 affermare di qante braccia era la regione posta tra la luna ed il sole, misurando F altezza deled i circuiti dell'aria, la profondita del mare, la terra, e formando triangoli sopra quadrati, e certe diverse sfere, e misurando quindi anche lo stesso cielo. E non si di poi ancor questa grandissima ignoranza ed alterezza loro , che ragionando di cose cotanto oscure, non dirnostrama affermano ogni no nulla per conghiettura, cosa per certa, e sono contenziosi oltre ogni eccesso, n vogliono che niun altro possa aggiue poco manca che gnere alle loro invenzioni, che il sole un ferro infuocato, non giurino, che la luna abitata, che le stelle beono l'actpia quando il sole come con una secchia di si assorbe certo umore dal mare, del quale di poi dispensa per ordine ad ognuna la parte sua? Facile di poi si il comprendere la discordanza dei loro discorsi E considera per Dio! se queste loro dottrine sono tra loro vi cine, o non del tutto affatto distanti. E primieramente la sentenza loro sopra il monpozzo do diversa, perocch dicono alcuni che sembra ingenerato ed incorruttibile, ed altri banno osato parlare dell' artefice e del modo della fabe mi banno costoro fatto assai meravibrica; glia , che costituito avendo un certo Iddio fabbricatore dell' universo, non vi aggiunsero n di dove venisse, ne dove si fermasse per dar Vol II. 57

578 compimento a ogni cosa, perch innanzi la generazione del mondo si e impossibile lo immaAm. Tu mi parli, ginarsi ne luogo n. tempo d' uomini molto impostori ed audao Menippo, ci se ascoltassi cio che disputano sulle idee e sulle altre cose ilJ.o" corporee , ed i discorsi loro sul finito ed infinito? perocch si questa tra loro una gagliarda pugna, ed afPermano alcuni che F universo abhia fine e lo credono altri infinito E vi eran di quelli che asserivano esservi pi mondi, e condannavano un solo; pacifico, generatrice. coloro che non parlano che di ed un altro di loro, uomo non punto avvisava essere la guerra di ogni cosa Che occorre Men. E che diresti tu mai

poscia di parlar deAlcuni reputano che il numero sia Dio; gl'Iddii? altri giurano pei^le oche , pei platani, e pe' cani; ed altri cacciando via tutti gl' Iddii , hanno il principaio dell' universo ad u.r solo; talch entro me stesso molto mi- addolorava in udire caresta si grande d*Iddii; altri di e dimostravano espoi ne faceana abbondanza, accordato ed uno ma di grado diverso, molti, chiamavano principals tra tutti, ed agli altrf concedeana i secondi ed i terzi onori della divinit , e stimavano essere Ia natura divina senza Alcuni poi 1' hanno imcorpo e figura alcuna servene che abmaginata corporea; ne tutti credono, biansi gl' Iddii cura delle faccende del mondo;

579 gli liberavano da ogni affanno, cojne solemo noi esentare,i piu veechi da ogni oper ra faticosa , e gli pongon cosi quasi per nulla , Altri poi simili alle comparse delle commedie non fion curando tutte queste ragioni, credeano Suizi certuni asservi affatto gl' Iddii , e che il mondo governato sia a caso senza principe e senza rettore non osava di Ascoltando io adunque tai cose, e si non prestar fede ad uomini si altitonanti , non sapea nulladimeno a quat senben barbati; la quale fosse irreprensibile tenza appigliarmi; , t.l potesse giammai essere riprovata da altri E si potea a me applicare quel verso di Ometo: a prestar fede Spesse volte era sospinto ad uno di loro , ed urt altro pensiero poi mi ritenea (1) Essendomi pertanto per tutte queste cose impossibile di ascoltare la vert, n' era in disperazione , e m'avvisai che non potea uscire da tariti dubbj , se non facendomi in qualche modo uccello , e volando su in cieloDavami ed an.di cio speranza 1' ardente mio desiderio , che Esopo novellatore, che non solo mostro facile il cammino del cielo per le aquile e per gli ma ancor pe' camelli Clie di poi scarafaggi, mi nascessero Ie ali, cio non pareami possibile

per niuno ingegno, ma credea_che il mio tentativo , avrebbe avuto forse buon fine con acconciarmi 11ii Omerosono messi in prosa da Luciano (i) Questi vers

58o delle ali di aquila e di avoltojo, per essere queste sole adattabili alla grandezza di un corpo Presi adunque codesti uccelli , leggierumano mente troncai all' aquila 1' ala destra, ed all' aQuindi legandole ed acconvoltojo la sinistra con coregge fortissime ed avendo ciandomele posti nelle ultime penne certi manichi, cominciai a provarmi, saltando e muovendo le ali colle mani, ed alzandomi poco da terra come le ocbe, e tenendomi in vol are in sulle punte dei Vedendo che la faccenda m'andava a piedi seconda , incominciai a far prove pi audaci, e salita la rocca, mi lasciai andar dalla rupe giu nel teatro. Volato avendo senza pericolo, mi crebbe 1' animo di provarmi con voli piu sublimi e o pi lunghi, e levandomi da1 monte Parneto, volava fino a Gerania, e di colfidall'Imetto, no sopra la rocca di Gorinto, e medesimamente Esersopra Foloe ed Erimanto fino al Taigeto. cosi colla mia temert, ed omai essendo perfetto e potente a salire in alto, lasciai il e parcamente cibatomi per volare dei passeri, e mi ritrovarmi pi leggiero , ascesi 1' Olimpo , citatomi Sul principio drizzai di l alla volta del cielo per la grande altezza mi vennero le vertigini , Gionto esma cominciai di poi ad assuefarmi. sendo nella luna, lasciatemi dietro molte nuvole , mi sentia molto stanco, spezialmente nell'ala mi Accostatomi adunque sinistra di avoltojo.

58* e riposandomi guardava. posi a sedere colass, verso la terra; e come quell' Omero di Giove, io mirava ora la regioDe dei Traci domatori dei cavalli, ora quella dei Misj , e poco appresso; l'India e la Perse cosi pareami, la Greeia, di un sia, e tutle queste cose mi rimpievano certo variato diletto. Am. Narra minutamente, o Menippo, ognuna di queste cose, perche non abbiamo noi a rirhanerci privi di niuna notizia del tuo viaggio, e se ancora, oltre la via, haL osservato altre cose , fa che eziandio queste inEd io m' aspetto di udir da te cose tendiamo e su tutto cio grandi sulla figura della terra , che sta sopra di essa, secondo a te apparia guardando dall' alto Men. Tu pensi, o sozio, assai giustamente ; laonde , per quanto t' e possibile , salendo sulla luna viaggia meco col pensiero, e considera la disposizione del mondo Primamente mi sembrava la terra in vederla assai piccola, e molto minor della luna, per la qual cosa avendo io chinato il capo, mi stava in grande dubitazione, per non veder dove fossero quei tanti monti e quel vasto mare ; e se non avessi scorto il colosso di Rodi e la tone di Faro, intendi sanamente, che mi sarebbe la terra del tutto rimasa occulta Queste moli pero essendo alte ed eminenti, e 1' oceano risplendendo illuminato dal sole, mi denotavano che quella che io vedea era la terra. E poich vi ebbi una volta

582 fisati gli occhi, attentamente mi guardandovi, si rnostro chiara la vita degli uomini e non , solamente delle nazioni e dei popoli , ma anche dei naviganti, dei combattenti , degli agricoltori , dei litiganti, delle femminette, delle bestie , e di tutte le altre cose, Quante il fertil terreno in s nutrlsce che tu di' si e affatto incredibile, Am. Cio e tra perocch tu, o Menippo, se discordante, poco fa ricercavi la terra, la quale per la lunga distanza vedevi appena ristretta in un picciolo punto, e se fatta non te l'avesse conoscere il colosso', avresti tu forse creduto di vedere tutt'altra cosa, ed ora divenuto subito un altro Linceo, sai bene distinguere tutto cio che vi e nella terra, gli uomini, le bestie, e poco meno cbe non vi vedi pur le ova di pulci. Men. Fai bene ad avvertirmene, avendo omesso cio, di cbe dovea spezialmente parlarti Imperocch quando conobbi cogli occbi la terra, non potea per I' altezza discernere le alhe cose, perch la mia vista non vi aggiugnea; il cbe assai mi dolPerduto se, e mi pose in grande sollectudine. percio essendomi d' animo, mi stavan quasi per cadere le lagrime, quando mi sopravvenne alle spalle il savio Empedocle , che sembrava un carEd bonaro, lordo tutto e ricoperto di cenere io nel vederlo, vo' confessarti Ia verit, mi ri.. e mi credetti vedere un masi molto turbato,

583 Ma egli mi disse: Fa qualeh e genio lunare. buon cuore, o Menippo; a' numi? Non sono Iddio. Perch m'agguagli che gittato essenJo sono il Jisico Empedocle, nel fuoco delV Etna, il fumo levandomi ed ora abito in alto mi port qua di sopra, e sovente per V aria , nella luna , passeggio Ne vengo adunque mi cibo di rugiada per domi da questo tuo affanno. Imperocch, addolora il secondo io avviso , ti cruccia, ed vedere le cose della non poter chiaramente liberarti terra un gran Risposi allor io: Tu mi farai e tostochk sabenefizio , o ottimo Empedocle, rd di nuovo volato in Grecia , mi ricorder di te, e spargerb in tuo onore il vino sotto il ed in ogni cominciamento di mese cammino, ti adorer, aprendo tre volte la bocca, e facendo voti alia luna. Al corpo di Endimione, rispose egli, non sono io qui venuto per interesse , ma mi sentii commuovere V animo, vedendoli cosi addolorato; perci intendi cosa dei fare per divenire acuto di vista. Per Dio, se tu non mi cacci via per qualche diss'io, modo dagli occhi questa caligine, pare a me di non poter piii vedere, io son quaperch si cieco non hai bisogno Tu, riprese egli, di terra me, tu perch quest' acutezza stesso portato di vista. E per hai dalla quale si h me non - posso

mai ? io tosto

soggiunsi;

584 Non ti ricordi, rispose, che quelcomprenderla. V ala destra che ti sei legata, si d" aquila ? S, ma che ha di comune , ripresi io, l' occhio coll' ala ? Perch l' aquila, disse egli, b pi di ogni altro animale acuto di vista, e sola riguar da contro del sole, e per questo si b V aquila naturale e legittima regina , perchb senza abbarbagliarsi l vista fiso ne'suoi ragCOsl si dice, io risposi; ed ora gi riguarda. mi pento, che dovendo venirne qui sopra , non gli occhi miei, e posto in lor dcW aquila, perch conosco che luogo quelli non sono perfetto, e non ho tutti gli apparati reali, e sono simile alle aquile rifiutate e baSi sta in te, soggiunse Empedocle, starde V avere in sul momento V altro occhio reale Che se tu vuoi, innalzandoti alquanto senza e giucar facendo di quelsolo quella per forza II sil' ala, avrai V occhio destro acutissimo. nistro di poi non pu ottenersi per niuno inessendo gegno, che non sia corto di vista, Sar bastante, gli riparte peggiore spos' io, che il solo occhio destro possa veder cosa potr fugcome V aquila, perch niuna girmi, ed io mi ricordo di aver spesse volte veduti i legnajuoli drizzar meglio li legnami della alle sue righe con un sol occhio. Dicendo queate parole, feci insieme cio che stato m* era muovere Vala di avoltojo, dell' aquila, mi sono cavato

585 ed egli traendosi indieimposto da Empedocle, tro a poco a poco si sciolse in, furpo. Ed aveva io appena incominciato a muover l'ala , quando di subito mi trovai illuminato da una gran luce, cbe mi fe' apparire le cose, cbe fino allora Chinato adunque il cam' erano ricnase occulte po verso la terra, cbiaramente vedea le citt , gli uomini, ed i loro fatti, ne solo cio che avvena all' aria aperta, ma anche cio che faceanp E vidi in casa-, credendosi di rimanersi nascosi LisiTolomeo chp si congiugnea colla sorella, dal figliuolo, Antioco di Seleuco che ghignava di soppiatto colla matrigna Stratonica, Alessandro il Tessalo ammazzato dalla sua maco insidiato che commettea adulterio colla donna, Antigono ed il figliuolo di Attalo che mesceva al nuora, padre il veleno. E dall' altra parte Arsace, che uccidea la moglie e 1' eunuco Arbace mentre , la spada; ed inoltre contro esso impugnatoavea Spartino ilMedo, che tratto era pe' piedi fuori del conyito dalle guardie, col ciglio ammaccato da una tazza d'oro Simili cose potean pur vedersi nelle regie dell' Africa, e presso gli Scrti ed i Trapioe adulterj, omicidj, insidie, rapine, sperch' erano giuri, timori e tradimenti di coloro, Le cose dei re mi pi familiari ed intrinsechi ci, porsero questi intertenimenti ; quelle poi de' privati erano ancor pi ridicole, perocch io vedea ancor' essi, siccome Ermodoro che epicureo,

586 giurava il falso per mille dramme, Agatocle stoico, che litigava col discepolo pel salario, 1' orator Clinia, che involava un' ampolla nel tempio di Esculapio, ed il cinico Erofilo; che passava la notte al bordello E che polrei dirti degli altri, che foravano i muri, che piativano, che prestavano il loro, perocche lo spettacolo era universalmente variato e diverso? Am. Hai tu ben fatto, o Menippo, a narpur quest cose, le quali ti deono aver dato un non comune diletto Men. Non e posche io ti racconti ogni cosa sibile, o amico , per ordine, perocche il riguardar, tutto m' era difficile. In generale pero le cose mi sembravan E tali, quali descrivele Omero nello scudo. dall' un canto v'eran nozze e conviti , e dall'alin un luogo tro giudizj e adunanze popolari, v' era chi sacrificava, ed in un altro vicino uno che piangea. E quando riguardava nel se dei Geti, vedea quei popoli che insieme batteano; quando volgeami agli Sciti, gli erranti in su i carri; e ripiegando un poco v' era paecomvedea l' ocrarmi ad usura e riscuotevano

chio da un' altra parte scorgea gli Egiziani che lavoravano i campi, i Fenicj che commerciavano, i Cilicj che corseggiavano, gli Spartani che Fasi frustavano, e gli Ateniesi che giudicavano cendosi tutte queste cose in un tempo istesso , puoi tu immaginarti qual composta era questa. Come se uno condotti molti ballerini , o piuttosto

58j a ciascuno di loro , comandasse molti cantori, cantasse il cbe, non urato il concerto, ognuno e sforallor tutti, suo mottetto Gareggiando zandosi di superare col tuono della voce il vicino, considera per Dio qual sinfonia si sarebo Menippo, e sombe questa ? Am.Ridicola , mamente confusa. Men. Tali appunto, o sozio, e di questa appariscono i ballerini della terra, si com pone la vita degii uomini, li quali nou solamente hanno voci e tuoni diversi , ma sono ancora differenti negli abiti, ne' moviconfusione menti e neUe opinioni, fintantoche il maestro di ballo gli caccia tutti via, dicendo di non aver Allora di poi tutti si tacpi bisogno di loro e lasciano quella sinfonia confusa e die divengono tutti simili. Tutto adunsordinata, ciono, que cio, che faceasi in questo diverso e variato E speteatro, mi sembrava degno di derisione i quali zialmente mi muovean le risa coloro, contendeano per li confini , e quelli che insuperbi van, perch coltivavano il campo sicionio o perch possedeano in Maratona le, terre vi cine ad Inoe , e mille bifolche ilL Acarnania; peroeche comparendomi di colassu tutta la Grecia non pi grande di quattro dita , dovea di ragione il territorio ateniese essere la minor parte Laonde quanto piccola cosa era lasciata a codesti ricchi, che insuperbiscon cotanto; ed ognuno di essi che piu possedea di terreno, considerava

588 sembravami che facesse appena coltivare un solo atomo di quei di Epicuro Riguardando poi nel e vedendo la terra Cinuria, la Peloponneso, quale, non pareami pill larga di una lente egiziana, mi risovvenne per qual paese taiili Lacedemoni ed Argivi morli erano in un sol giorno E se vedea alcuno che insuperbiva per 1' oro, e che avesse otto anelli ? e quattro ampolle ne , ridea grandemente, perche tutto il monte Pangeo colle sue miniere mi sembrava Am, O felice Menippo, glio di si maraviglioso spettacolo! Giove: le citt e gli uomini di qual grandezza ti comparian l di sopra? Men. Credo che tu spesse volte abbi veduto il mercato delle form icbe, delle quali alcune discorrono in giro, ed ed altre di nuovo tornano nella altre escono , L' una porta fuori lo sterco, un' altra, raeitt pita avendo una corteccia di fava, o del frumento tagliato, sen corre con quello. E chi ben ponesse mente a codesto vivere delle formiche, non irragionevolmente potrfa pensare, che ancor tra d'esse vi siano architetti , oralori popolari, , Ie citsenatori, musici e 610sofi, Quanto a me t degli uornini mi semLravano del tutto simili ai formicai. E se a te sembra troppo bassa comparazione I' agguagliare gli uomini ad una civilalle antiche fala di formiche, d un'occhiata che i Mirmidoni, vole tessale, e ti ritroverai, un grano di miche goduto hai Ma dirnmi per

589 ebbero origine dalle formigente bellicosissima , che Quando poi mi parve di aver veduto di ogni cosa abbastanza , e di averne assai riso, riscuotendomi me ne volai Alla rocca di Gioue, che l'egida e agli altri Dii. Colla mano sostiene, Non avea ancor volato uno stadio, quando la luna, mandando fuori una voce femminile, mi che possi tu e mi disse: chiam, Menippo, aver mille beni, fammi un servizio presso di Giove. Di' pur su, le diss' io, perocchd nulla mi grava, a portar niun purch non abbia riprese , a Giove, in mio nofagotto. Farai, ed una preghiera me un' ambasciata non punto difficile. 0 Menippo, ho io perPerch, duto ogni pazienza in udire ogni di dai Jilosul conto mio, li quasofi mille impertinenze li nulla altro hanno a fare, se non disputare chi io mi sia, e quqle e quanto grandee perch alcune volte io altre pik di mezza; io sia abitata , altri pra del mare a modo tutti ,"tl attribuiscono sia mezza piena, ed alcuni dicono ed che

che sono sospesa sodi uno specchio , e cio che loro detta la che la luFinalmente fantasta. affermano, ce mia stessa b rubata e che e bastarda , mi vien di sopra dal sole, nb la finiscono ancora di farmi urtare con esso, che mio fratello, e vogliono assolutamente eccitar

5go discordia tra noi N bastato loro cid che di lui stesso hanno detto, che si una pietra , o un ferro infuocato E comechb mi cose, sappia bene io le sporche e scellerate che fanno essi in tempo di notte, mentre nel cd in aspetto rigiorno si mostrano austeri, dagido ed abito grave, per essere riguardati tuttavia io mi sto in silenzio, gf ignoranti, non istimando che sia decoro di svelare e porre in luce quei loro passatempi notturni, e la vita che fa ciascuno sotto della trabacca (i). Anzi, se ne vedo alcuno che commette adulterio, o ruba, o che ardisce di notte altra cosa, io mi copro subito dietro alle nuvole, per non iscoprire Ie ribalderie di uomini vecchi e con lunga barba, i quali fanno profession di virt. Ed eglino intanto non si ristanno di lacerarmi co' discorsi, e di farmi ingiuria per ogni verso. Talche giuroti per la Notte, che ho sovente pensato di andarmene lontanissimo per fuggire la malvagia e curiosa lingua di riferire a di costoro Ricordati adunque che non Giove queste cose, e di aggiungervi, se egli non poss' io rimanere al mio luogo, o-xtivH5I Traduttori lalint (t) 11 testo dice: ~i'fl T~C hanno spiegato iR operlo et in scena ; ma simili spiegazioni in greeo non sono giusle, io spiego trabacca, pcrchd e-xwcrf fJal padiglione, s l'autore intende di cid che facean ntl letto, il quale coperlo era da un padiglione.

Se.l non tura la bocca codesti fisici, non arde il Portico, non atterra ai logici, e non fa cessare le dispute del l'Accademia, in tal modo mi gader io Peripato. Perocch che non possa ora goderforse quella quiete, ischiaccia Cost spmi t misurata da costoro ogni giorno. ra fatto, rispos' io, e mi drizzai insieme verso la. piu lta parte del cielo, OCJe d' uom jib di hue travaglio appare. Dopo poco tempo la stessa luna mi compariva Prendendo piccola, e mi nagcondeva la terra quindi il sole a destra, volando tra gli astri , nel terzo giorno m' avvicinai al cielo Ed in prima mi parea di entrar subito dentro, cosi come trocredea di perch essendo mezz'aquila, conocbe- niuno mi porrebbe mente, leggieri, scendo io da antico ch' era 1' aquila familiare di Giove Ma di poi considerai, che mi avrebbevavami, to tosto scoperto per l'altra ala di avoltojo cb"avea attaccata Avvisando adunque esser meglio arrivando picchiai alla pordi non arrischiarmi, ta. Mercurio udi e mi domando il nome, e lo ando a dire a Giove, e dofrettolosamente po pocbi momenti fui intromesso molto sbigottito e tremante; e ritrovai tutti gl* Iddii insieme seduti, ed erano ancor essi pensosi, perche turbati aveagli questo maraviglioso mio viaggiof e si aspettavano tra non molto di vedersi giugnere sopra, volando in tal modo, tutto il resto

592 degli uomini. Giove poscia guardandomi con a" e terribile da Titano mi disse spetto Di*: chi sei? Di qual patria? e da chi nato? Io, udito cio, vi manco poco, che non mi morissi di spavento , nulladimeno mi rimasi fermo ed a bocca aperta , stordito dal maestoso tuono della sua voce Essendomi poi col tempo riavuto, gli raccontai chiaramente ogni cosa; e facendomi da capo gli mostrai il mio desiderio d' imparare le cose che sono sopra 1' aria, la mia andata per cio alii filosofi, le contrariet delle loro dottrine, la disperazione del mio animo distratto dalle diverse loro opinioni, ed in fine per ordine il mio trovato, le ali, e tutte le altre cose fino all' ingresso nel cielo Dopo cio dalla lugli feci 1' ambasciata raccomandatami na Allora Giove sorridendo , ed alzate alquanto le ciglia, disse queste parole: Che dobbiamo dire di Oto e di Efialte, quando ancora Mein cielo? ma per nippo ha osato ascendere dimani ora t' invitiamo alia mensa ospitale; tratterem delle cose, per le quali sei venuto; Cio detto, indietro. e dipoi ti rimanderemo levossi, e ne ando a quella parte del cielo, nella quale si pu meglio udire , peroccb era temMentre po di sedersi ad ascoltar le preghiere n' andava, m' interrogava delle faccende del mona qual prezzo si vendea do, e primieramente : il grano nella Grecia, se V inverno passato

593 e se le cipolle abtroppo crudo, di maggior pioggia Interrogombisognavano di se v era alcuno dei discendenti mi ancora, Fidia , e per qual ragione gli Ateniesi aveano n era stato tralasciato pensavano rano stati il di celebrar di compiere presi coloro, di Dodona. se le feste Gioviali; e s' eil suo Olimpio, che spogliato aveano

risposto su Avendogli tempio gli ltOqueste cose, Dimmi , disse, o Menippo, rimini quale opinione han di me ? Ottima, che tu e religiosissima, spos' io, o Signore, Per certo, riprese egli; sei re di tutti gl' Iddii. tu mel ditu mi hurli, o Menippo: senzach di ca, so ben io quanto si sono essi cupidi nel quale io semnovita Passd quel tempo, brava ad essi e medico e ne io era il tutto, ve le strade tutte Pisa famose dei sacrifizj erano e profeta, e che in fie che piene eran di Gio-

potea Ma dal tempo che ha posto Apollo il suo oracolo in Delfo , ed ha cominciato a Esculapio e si b edificato in Tr<zmedicare in Pergamo, cia il tempio di Bendide, di Anubi in Egitda quell' ora in poi to, di Diana in Efeso, tutti corrono a questi, e vi celebrano feste, e vi uccidono cento buoi, ed a me gi decred' avermi bastantemente onopito si pensano anni una volta mi fan rato, se ogni cinque Vol. II. x 38

le piazze, e Dodona e e illustri, e che pel fumo io appena aprir gli occhi

594 in Olimpia. Laonde vedi che gli alsacrifizio tari miei sono pi freddi delle leggi di Platone e dei sillogismi di Crisippo Parlando in tal modo giugnemmo al luogo , ove gli convena sedere le preghiere; e v' eran per ordine delle finestre ; simili alle bocche dei pozzi , che aveano i coperchi loro, e vicino a ciascuna v' era una sedia d' oro. G iove adunque sedutosi nella prima, ne tolse via il coperchio , e si prestava ad udire quelli che Io pregavano. E pregato era da ogni parte del mondo con preed io ancora ghiere varie e diverse; il capo ascoltava insieme con Giove tali: chinando Ed erano ad ascoltar

di regnare. Giove, fa Giove, concedimi che mi na scan gli Giove, fa agli e le rape. morir presto mio padre; e dicea un altro: Poserede di mia moglie; possa io inch' esso non se ne avmio fratello, gannar ed esser vegga; possa io ottener la vittoria, Dei naviganti 1' uno precoronato in Olimpia. e 1' altro l'augava , che spirasse fa tramontana, sa io essere stro, 1' agricoltore domandava la pioggia, il tine diligentemenGiove ascoltando, tore il sole te ponderata ciascuna preghiera, non concedea a tutti, Ma ci il padre concesse, e ci negollo. Perocche le preghiere , ch' eran giuste, le tirava su per la finestretta, e Ie rponea a man destra, le ingiuste di poi le rimandava di nuovo senz' effetto,

595 sotto col fiato y perche non si rispignendole Di una certa preghieavvicinassero al cielo. Erano due ra io pero lo vidi molto dubbioso cose e dornandavano che contrarie, propersone metteano eguali sagrifizj, ed ei non sapea a chi talche gli di loro dovesse conceder la grazia; non sapendo a venne il male dell' Accademia, e come un altro qual parte si dovesse tenere, Pirrone, Quansoprastette e si volse a pensare do ebbe per bastante tempo ascoltati i preghi , pass in una sedia vicina e ad un' altra finee stra, e cbinato il capo, udiva i giuramenti, E poich ebbe atteso anche a quei giuranti. sti , e ridotto in polvere Ermodoro epicureo, si pose a sedere nella sedia appresso, ove attendea Di alle profezle , agl' indovini ed alle notizie cola n; and alla finestra dei sacrifizj, per la quale ascendendo il fumo annunziavasi a Giove Essendosi disbrigato il nome di chi sacriticava. comand ai venti ed ai pur di questa faccenda, tempi cio che doveano fare: Oggi piova nella Scizia , fulmini in Africa , nevichi in Grecia auTu , o tramontana, soffierai nella Lidia; stro si star tranquillo, e tu , o zeffiro, muoverai tempesta nel mare di Adria. Nella Cappadocia si spargano per mille moggia di grandine. Ordinate che ebbe tutte queste cose , ce ne andammo al convito, perocch si era omai ora di cena, e Mercurio prendendomi mi fe' giacere

596 presso di Pane, dei Coribanti, e di Atti, e SaCebazio, ch' erano Iddii avventizj e bastardi rere dispensava il pane Ercole , , Bacco il vino le carni, Venere il mirto, e Nettuno le sardelle ; ed io di soppiatto gustai ancora del nettare perch 1' ottimo Ganimede per gentilezza, preso il tempo che Giove guardava altrove, me ne porse nna o due tazze GF Iddii, secondo dice Omero, il quale credo che al par di me veduto Io abbia in effetto , non man-. giano pane di formento, ne bevono vino nero , ma si porge loro 1' ambrosia, e si ubbriacan di e soprattutto si dilettano di mangiarsi nettare, il fumo dei sacrifizj 9 che ascende di sopra col,1' odore delle carni arrostite, ed il sangue delle che chi sacrifica sparge intorno all' alvittime, tare Nel convito Apollo suonava la chitarra, Sileno ballava il cordace (1) , e le Muse levandosi in piedi cantavano i versi di Esiodo sulla. e la prima ode degl' inni nativit degl' Iddii, si di Pindaro E poi che fumrno bene satolli, riposo ciascuno nel luogo , ove trovavasi, essendo ancor ben ciurmati f Durarono a dormir la notte intera Gli altri numi del del, gli altri guerrieri Tratti- dal capo avendo i gran cimieri: (1) Spezie di ballo antico, vedi il precedenle Dialogo del Ballo. e dell' ambrosia;

597 Me sol non ingombro sonno, ne sera; essendo travolto in molti pensieri, e spezialmente in questo , perch dopo tanto tempo non sia nata la barba ad Apolline, e come si faccia notte in cielo, essendo sempre presente il sole, ed lv-i mangiando. La mattina Giove levandosi, coE poich fumando cbe si bandisse il consiglio rono tutti adunati , comincio a dire: La cagiosi it questo forestiene perch vi ho ragunati E' molto tempo ro che ne venne a noi jeri. ora peche volea io parlarvi sopra i filosofi; che mi ha rd essendo sospinto dalle querele di non pi fatto la luna, mi sono determinato Imperocch prolongare una tale deliberazione non ha molto tempo che sono costoro shucciati nel mondo, e sono una razza oziosa, litigiosa, vanagloriosa, rabbiosa , golosa , pazza , e per dirla con O/nero, superba e niquitosa; Si dividono in sette, peso inutile della terra ed hanno immaginato diversi discorsi imbaed alcuni si appellano razzantii Stoici, altri Accademici, altri Epicurei, altri Peripatetici, e con altri nomi ancor pi ridicoli Coprendosi di poi col grave nome della virtU, sollevando le ciglia, e portando lunghissimenascondono sotto un finto aspetto cobarbe, stumi scelleratissimi, e si aggirano simili a quei tragici attori, alli quali se togli le marimane altro che un mesehino schere, non

598 comprato a quell esercizio per sette Ed essendo tali, dispregiano tutti gli dramme. narrano assurdissiuorr.ini , degl' Iddii cose me , e scegliendosi dei giovanetti facili ad essere ingannati, pongono in tragedia quella omiciattolo virt, ed insegnano loro quel discorsi e lodano sempre a' loro discepoli la dubbiosi; e la temperanza, e dannano la ricfortezza chezza e la volutta; e quando di poi si trovan soli e da per s, chi potria ridire le loro gozed avarizia, che fa zoviglie, la lor lussuria loro perfin togliere la ruggine agli oboli? E ci che di ogni altra cosa pi orribile, che non facendo essi opera niuna nk in privato, nk in pubblico, ma essendo superjlui ed inutili , net adatti n valendo in pace, essendo alia acousano e raccoztuttavia guerra, gli altri, zati alcuni amari discorsi, e meditate parole villane, sgridano e biasimano il loro prossimo; tra d'essi, e quegli si d il principale che sa gridare pi forte, e che k in dir male pi teE se tu interroghi colui merario e sfacciato. che grida ed accusa gli altri, e gli dici: fai tu per avventura che sia bene ed utile vita umana? Volendo dire il vero e parlar II dovrta al certo rispondere: rittamente, Che alia dinaciarliera

vigare, il coltivare la terra, il seguir la milizia, e 1' esercitare qualunque mestiere mi par sopercbio ; ma grido , mi sfiguro, mi lavo con acqua

599 fredda, va do attorno nell' inverno co* piedi nudi, e, come Momo, calunnio le azioni degli altri. o E se alcuno dei ricchi d splendidi conviti, di questo mi travaglio mantiene una cortigiana , e mi adiro; se di poi alcun amico o compagno si giace infermo ed ha bisogno di aj uto o di cura , di cio punto non me ne brigo. Tali sono , tra loro, che 9 Iddii, codeste bestie. E quelli sono i piii impertinensi chiamano Epicurei , che Ii, e ci mordono senza misura, dicendo, noi Iddii niun delle cose upensiero abbiamo ci che avviemane, e che non riguardiamo ne nel mondo. Per la qual cosa si omai tempo, che deliberiamo sopra costoro, perocchb se potranno una volta persuadere il mondo di ci, voi vi morrete di fame; non essendovi pi persona che vorr farci sacrifizio , non aspettandone Le accuse delniun profitto. la luna le avete tutti jeri udite dal nostro ospite; deliberate adunque ci, che possa agli uo.. mini essere utilissimo e sicurissimo a voi Dicendo Giove queste parole, 1' adunanza romoarreggiava, e di subito gridarono : Fulmina; nel Tartaro, codi; schiaccia; nell' abisso; me i Giganti. Giove allora, comandato un' altra volta silenzio, disse: tutto ci che Si far chiedete , dialettica e saran tutti schiacciati colla loro , ma non si per ora lecito di punire alcuno, essendo giorni di festa, come voi

600 pe.r questi quattro mesi (i) , e di gilt bandito le vacanze dei tribunali. Al di primavera i malnuovo anno nel principiare di mala morte colla terribil vagi finiranno sapete, ahbiam saetta Ci detto, il padre le turchim ciglia Basso chinando il canferm. sembrami ( contiQuanto di poi a Menippo, bene che gli togliamo le ali , perch non venga qui un' altra volta, ed oggi Mercurio 10 riporr sopra la terra. Terminato cosi di parlare, licenzio il consiglio, e Mercurio preso avendomi colla destra per 1' orecchio, portandomi nuo) cosi sospeso, jeri sera mi pos nel Cerami co. e Tu haij, o sozio, intese tutte queste novit, novit venute dal cielo Ora io me ne vado dirittamente a portare queste buone notizie ai filosofi, che passeggiano nel Peeile.

(1) Per appentura Luciano scrisse questo componimento alla meta del mese di decembre, che celebravansi dai Romani le feste dei Saturnali, ed allude a tal tempo.

1 LE O I DUE TR I ACCUSE X BUN A L I -

ARGOMENTO AI2

H ~AIKASTHKATHrOPOUMENOS PIA s' intitola in greco il presente Dialogo, vale due volte o i Tribunali. Io mi a dire: L'accusato tolgo libert di vo/tare le Due Accuse o i Tribunali, perch mal suona nella favella nostra un titolo cosi duro. Io Z. avverto perch nei titoli dei pedanti, cade 1s riprovazione spezialmente che non iscorgono nelle lingue al di l della vocabolarj, col biasimo largo cogli sciocchi zie, vendendo cosi a minuto la come ogni altro Piacevolissimo, grammatica e dei e che si fan di queste inescienza del nostro loro. au-

il quale tore, si d pur questo componimento, si ravvolge tutto in una satirica ed amara i quali scherzevolmencontro varie difendersi accuse che ad essi erano apposte In fine di anche s stesso. accusato dalla poi introduce 1effa contro te introdotti i filosofi, sono a e dal Dialogo, -je dalla sua patria Samosata si nomina il Siro. La Rettorica 10 accusa di esser fuggito da lei, che ricolmato avealo di beni e di onori, ed il Dialogo gli rinfaccia, che, non curato l' esempio di Platone, Rettorica

602 fatto V ahhia servire da buffone e da saltimdi poi egli ad amendue con banco. Risponde che alleg nel compoistesse, quelle ragioni nimento scritto contro coloro, i quali chiamato lo aveano Prometeo; e sembra cosi che abbia anche in questo luogo farci conoscere la sua vita ed i suoi studj II titolo e tolto dalla doppia accusa della Rettorica e L' occasione n Giove, che nojadel Dialogo che lo acdegli uomini, di pigrizia nell' amministrar cusavano la rae Mercurio in Agione , manda la Giustizia tene a disbrigare i diversi piati, che pendeano al suo tribunale. PARLANOGIOVE , MERCURIO , GIUSTIZIA,PAPORNE, ATENIESE , ALTRO , ALTRO , ACCADEMIA, TICO, EPICURO, VIRTU', MOLLEZZA DIOGENE, , RETTORICA, SIRO , DIALOGO Giove. Che possino essere scbiacciati quanti filosofi si trovano, che affermano i soli Iddii esser felici! S' essi sapessero quante noje noi ci soffriamo in grazia degli uomini , non ci beatificberebbono pel nettare e per l5 ambrosia, creche ci dendo ad Omero cieco ed impostore, chiama beati, e va spacciando le cose del cielo esso, che non pot vedere quelle della terra II Sole avendo qui attaccato il suo cocchio to dalle bestemmie voluto

6o3 tutto il giorno pel cielo, ricova passeggiando di raggi, ne gli perto di fuoco, e risplendente tanto di tempo per come suol dirsi, rimane, Che se per poco s' inistuzzicarsi Ie orecchie. trattenesse la mano, il mondo ed l'erta e svegliata per far lume ai lussuriosi, a quei che tardi si tornano a casa dopo le cei cavalli, rubatagli in altri pensieri, contro via, arderebbono andandone Alla Luna conviene eziandio starsi al-

ne. Apollo in oltre, facendo professione di un' arte affaccendatissima, poco manca che non sia assordato dai nojosi che han bisogno di oracoli. Ed ora gli conviene essere in Delfo, tra poco in Colofone, poi passare in Xanto, e correre in Claro, e cosi poscia in Delo ed ai Brandove la intercbidi; in somma in ogni luogo, prete degli oracoli , bevuto alia sacra fonte e masticato il lauro, sedendosi sopra il tripode gli comanda di piesentarsi , gli forza di starsi atgli oracoli , o soffrire che termini per esso la gloria dell' arte. Tralascio per poi di dire quanti inganni van macchinando, far la prova delle sue profeze, cuocendo nel tentissimo a connetter vaso istesso taldi agnello e di tartaruga, ch se non avesse avuto buon naso, si sarebbe il Lido (1) partito schernendolo. Esculapio carni nojato essendo dagl'infermi ha il guardo torvo,,

n) Creso re di Lidia.

604 e trattando faccende spiacevoli, dalle altrui disavventure ne contrae in se stesso afflizione. Che diro io de' venti che riscaldan le piante, che e del sospingono i navigli, che purgan lebiade, sonno che sen vola per ogni parte, e del sogno che con esso passa la notte, spiegando i concetti suoi? Imperocche in tutte queste cose si e , travaglian gl' Iddii per amore degli uomini contribuiscono ad ogni cosa necessaria alla lor vita nel mondo. Ma le altrui incumbenze son ragionevoli; io che padre e re sono di tutti, quane quante faccende te molestie non soffro mai , non bo mai , distratto in tanti pensieri? Primamente mi conviene riguardare i fatti di tutti gli altri Iddii, che sono meco - a parte dell' amministrazione dello Imperio, quindi far da me infinite altre cose, che si perde la testa a tenerne conto-per la lor minuzia. Ke basta, ordinate Ie i cose comuni come le piogge le grandini, , , ventj, che io mi riposi disimbarazzatomi da una parte di pensieri, ma conviene che io tutto faccia da me , e giri 1' occhio da per tutto, e riguardi ogni cosa come il bifblco in Nemea, i ladri , gli spergiuri , chi sacrifica, chi fa libazioni, donde ne sale il fumo e 1' odor dell' arrosto, qual navigante o infermo mi chiama. E ci che si sopra ogni altra cosa faticosissimo, trovarmi nel tempo istesso in Olimpia al sacrifizio dei cento buoi9 riguardare in Babiloma i

605 nella Getica e mangia, grandinare re tra gli Etiopi. E con tutto cio non si leggier cosa il fuggire le riprensioni ; e sovente gli combattenti altri Dii e gli uomini co' cimieri a code di cavallo dormono l'intera notte, e me Giove punChe se per un to non tocca il tranquillo sonno ha ragione immantinente momento mi appenico, , il quale afferma che noi niuna cura ci ne si h tal delle cose del mondo ; prendiamo se incominciano periglid da dispregiarsi, perch si rimargli uomini a credere a questi discorsi, ranno i nostri tempj senza corone, senza odore le vie, senza libazioni le tazze, freddi gli altaEpicuro ri , ed in somma finiranno le vittime ed i saIn fine io, come un piloto di nave , mi crifizj sto solo in alto sopra la poppa, tenendo in mano il timone, e gli allri che sono in sulla nave , si ubbriacano e dormono a lor talento , ed io morendomi di fame e di sonno, mi consumo per tutti I' animo ed il cervello in mille pensieri ; onorato solo perch sembro padrone dell'universo Per la qual cosa interrogherei volentieri questi filosofi, i quali vanno predicando gls Iddii soli beati, quando si pensano essi , cbe c'intratteniamo noi col nettare e coll' ambrosia, aVedi per le continue occupazioni quanti piati serbiamo ancora a giacere non giudicati, che saranno omat guasti dai ragni e dall' umidita , e spezialmente I vendo tante e si diverse faccende ?

606 quelli che le Arti e le Scienze hanno contra dede' quali alcuni - sono anticbissimi, gli uomini, Quelli intanto gridano e si sdegnano da ogni parte, ed invocana la giustizia, mi accusano di pi" grizia, non conoscendo che la prolungazione di ma questi giudizj non avviene per negligenza, per questa felicita appunto, nella quale avvisano 'eIre noi ci troviamo, perch cosi essi appellano le nostre occupazioni Merc. Anche ia, o Giove ; ho intesa molti, che si adirano per queste ma dappoiche cose, e non ho osato parlartene; da te stesso venuto ne sei in questo discorso , he sono e la senton ma, o padre, adiratissimi, ne le, e bench non osino dirlo in pubblico, borbottano nondimeno tra se stessi con volto based era conso, ed accusano questa tardanza; venevole che, coMosciute di gi le condizioni loro, si rimanesse ognuno pago di ci che stato fosse giudicato Giove Che te ne sembra adunque, o Mercurio? vuoi che convachiamo subito il Tribunate per essi, o che gli rimettiamo alIa prossima udienza? Merc, No; sembrami meglio che convochiarno il Tribunale Giove E bene cosi si faccia, tu volando bandisci che si tiene udienza, con questo patto, che quanti ban presentato Ie loro citazionr, ne vengano oggi all* Ae che ivi la Giustizia far ad essi rareopago, gione secondo la estimazione della lite tra tutti gli Ateniesi. E se alcuno estimera d' essere stato

607 e di essere stato gravagiudicato ingiustamente, a me, e rivedersi in inteto, potr appellarne gro la sua causa, come se data non fosse sensedendoti presso le vetenza Tu, o figliuola, nerande osserva distribuisci Dee, i Giudici. Giust. ed a sorte le cause, Adunque di nuovo ne

ho ad andare girmi lando ve. banno

in terra, per esser cacciata e fugun' altra volta dagli uomini, non soppordi essere schernita sperar Giodalla Ingiustizia? i flosofi bene, perche

Ti conviene ottimamente

persuaso ad ognuno di anteil figliuola e spezialmente porti aU' Ingiustizia, lodando il giusto, e dirnostrandi Sofronisco, Veramente giovarono i che dato- in mano degli

dolo il pi grande dei beni. Giust. a quest*istesso che tu ricordi assai discorst

sul conto mio, Undici, e cacciato in carcere, dovette lo sventurato beversi Ia cicuta 1 non avendo potuto nemmeno compiere il voto promesso ad Esculapic

dt un gallo! cotanto prevalsero gli accusatori fiGiove. Gli arIosofando contro della Giustizia. a gomentr della filosofa erano allora stranieri molti, ed eran pochi i filosofi, talche non meraviglia che allora Anito e Melito si traessero i Tribunali Ma non vedi ora per ogni dove manbastoni e barbe di una lunghezza telli, sacche, non pi veduta, e libri nella man destra? e tutti questi van filosofando per te I passeggi ne sono pieni, e se ne incontrano delle squadre e delle

6o8 legioni, e non havvi niuno che non voglia comtalch6 molti, abbanparire allievo della virtu; donate Ie arti che professavano, al fuggendosi ed alla sacca, e colorendosi il volto al Sole al modo degli Etiopi, in un lampo di calzolai e muratori divengon filosofi, lodando te e la tua virt ; talch, secondo il proverbio , sar pi facile che taluno cadendo in una nave non toccbi il legno , di quello che si abbia ora a rimanersi privo di veder filosofi, ovunque volMa costoro, o Giove , mi. gasi 1' occhio. Giust: fan paura, obbliando quando rissan tra loro, sopra di me E dicono che molti di essi, che mi si fingon seguaci a paaffatto nelle role, in fatti non mi raccoglieriano lor case, e dimostran chiaro che mi cacceranno di fuori , se mi accostero alle lor porte, essendo gi da essi stata ricevuta ad albergo la Ingiustizia da lungo tempo. Giove. Non tutti , o figliuola , sono malvagi, ed e bastante che tu Ma andatene t' incontri con alcuni dei buoni cause oggi si giudicheranno. omai, che poche Mere. Andiamone, o Giustizia, dirittamente verso Sunio, un poco sotto Irnetto alia sinistra del Sembra Parneto , ove sono quelle due colline ch'egli e buona pezza, che ti sei tu dimenticata codesta via Ma perch piangi e ti sdegni? non temere; Ie cose sono cambiate nel mondo. Sono tutti morti quei Schironi, Busiridi, Piziocampti cio che van rico