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Guida ai vecchi mestieri per nuovi imprenditori Mille nodi cento colpi

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Il territorio montano e il suo rinnovamento cod. PS IT-G2-MAR-028

MACROFASE M7 LO SVILUPPO ED I VECCHI MESTIERI

Guida ai vecchi mestieri per nuovi imprenditori


Mille nodi, cento colpi

A cura dellAssociazione Tartufo e Sviluppo Rurale Assistenza tecnica Cooperativa Arancia Blu

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INDICE:

1. Introduzione .... 2. Analisi del territorio


2.1 Premessa . 2.2 La promozione della cultura locale .... 2.3 Il museo dei vecchi mestieri . 2.4 I mestieri analizzati 2.4.1 Cestaio .. 2.4.2 Fabbro ... 2.4.3 Sellaio ... 2.4.4 Apicoltore .... 2.4.5 Falegname ....... 2.4.6 Fornaio . 2.4.7 Ceramista . 2.4.8 Tessitrice .. 2.4.9 Polentari ... 2.4.10 Tartufai .. 2.4.11 Carbonaio .. 2.4.12 Cappellaio .... 2.4.13 Cordaio ..

p. 3

p. 4 p. 6 p. 6

p. 7 p. 8 p. 9 p. 10 p. 10 p. 10 p. 11 p. 11 p. 12 p. 12 p. 13 p. 15 p. 16

3. Modello di trasferimento delle competenze


3.1 Introduzione .. 3.2 Intervento di orientamento a favore degli anziani ..... 3.3 Interventi formativi a favore dei giovani .. p. 17 p. 18 p. 18 p. 22

4. Bibliografia ....

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1. INTRODUZIONE

Il progetto "Il territorio montano e il suo rinnovamento" (Iniziativa Comunitaria EQUAL FASE II) ha come obiettivo principale la diffusione di strumenti innovativi utili per combattere tutte le forme di discriminazione nel contesto del mercato del lavoro e per promuovere eguali opportunit di accesso, intervenendo sul disagio sociale dei giovani che vivono nelle aree montane e marginali della Comunit Montana del Catria e del Nerone. Tra le diverse azioni previste per il raggiungimento di tale obiettivo, vi quella de Lo sviluppo ed i vecchi mestieri, le cui sub-azioni sono: analisi dei vecchi mestieri; interventi formativi agli anziani, per formarli nel trasferimento delle loro competenze; interventi formativi a favore dei giovani, per favorire il trasferimento i mestieri; realizzazione di una guida innovativa ad uso dei giovani ed agricoltori sulle tecniche, i prodotti e i saperi in via di estinzione.

In questa macrofase, abbiamo lavorato sia con gli anziani agricoltori ed artigiani, sia con i giovani a cui sono stati trasferiti i c.d. vecchi mestieri che potrebbero diventare un mezzo molto interessante per la creazione di impresa. I vecchi mestieri sono un patrimonio quasi completamente abbandonato, con un danno grave per la popolazione locale, sia a livello economico, culturale, storico e di identificazione con un territorio. I nostri giovani invece sono molto propensi a dimenticare facilmente e rompere i legami con la propria terra e le proprie radici. Come prima tappa stata realizzata una indagine volta al censimento dei vecchi mestieri che realmente si possono trasferire e che hanno una loro validit economica. Sono stati individuati degli anziani portatori di vecchi saperi, ai quali stato fatto un breve corso di formazione sulla comunicazione interpersonale per facilitare lattivit di docenza verso i giovani intenzionati ad apprendere queste `nuove` conoscenze. 3

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Lobiettivo dellazione il recupero degli antichi mestieri attraverso la riqualificazione di produzioni che vanno scomparendo e il riavvicinamento delle nuove generazioni ad attivit con elevato contenuto di professionalit, con una attenzione particolare alla tutela e alla salvaguardia dellambiente e delle risorse locali. Si effettuato un itinerario alla scoperta degli antichi mestieri che, oltre a offrire momenti di svago ricreativo, ha proposto momenti di riflessione sull'economia locale, attraverso l'osservazione diretta e lascolto di testimonianze all'interno dei laboratori artigianali ancora attivi. Il trasferimento di competenze fra generazioni avvenuto con la metodologia

dell`accompagnamento (mentoring) e Coaching, attraverso cio la riproduzione pratica del vecchio mestiere.

2. ANALISI DEL TERRITORIO INTERESSATO


2.1 PREMESSA Il territorio non una superficie piatta su cui luomo esplica le sue attivit, ma un condensato di significati, intenzioni, forme, che si sono intrecciati e stratificati in funzione dei fenomeni naturali ma soprattutto in funzione delloperato delle diverse civilt, dei gruppi sociali e dei relativi modi di produzione. Leggendo con occhi attenti il territorio del Catria e Nerone possibile accorgersi di tutto ci; larea in questione si presenta come "libro" aperto sulla storia locale e su quella del rapporto cultura - natura, con la sua stratificazione di popolazione e civilt costituita da una trama fitta di beni ambientali, urbanistici, architettonici (borghi, pievi, case-torri, ruderi di castelli, ecc. ..) e del patrimonio tradizionale. Indubbiamente la bellezza e la variet dei paesaggi, la ricchezza geologica, l'interesse della copertura forestale, l'ecosistema frutto dell'intreccio tra fattori biotici ed abiotioci climatici ed

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antropici, ne fanno un'area di valore unico che ha bisogno, per, di una precisa iniziativa di rivalutazione sociale e culturale. Larea geografica del Catria e Nerone si trova entro unimportante area di demarcazione geomorfologia e biogeografia; si tratta infatti del settore confinale tra lAppennino centrale e lAppennino settentrionale. In questi luoghi lorografia tipica dellAppennino calcareo Umbro - marchigiano si affianca alle aree marnoso - arenacee dellAppennino Tosco Romagnolo -Emiliano. Dal punto di vista geografico il confine si localizza presso il valico di Bocca Serriola, un poco pi a nord del Catria. E qui infatti che ha inizio la breve ma significativa coesistenza dei due crinali montuosi, luno accanto allaltro. Cos, dal valico suddetto in direzione sud est, lo spartiacque dellAppennino Settentrionale viene affiancato, ad oriente, dalla dorsale carbonatica del Catria e del Nerone. La linea di demarcazione tra le due tipologie geomorfologiche, geologiche e podologiche evidente e netta, laddove le pieghe arenacee delle Serre di Burano scorrono parallele ai massicci calcarei della dorsale Catria - Nerone. Lo spettacolare cambiamento paesaggistico si consuma talvolta nello spazio di pochi metri, la larghezza del letto di un torrente. A destra e a sinistra del corso dacqua, in tutta evidenza, vi sono mondi diversi. Pi arido, rude, petroso e colorato il calcare, pi umido, verdeggiante e boscato il marnoso arenaceo. Nel corso dacqua, frammisti, ciottoli arrotondati di entrambe le tipologie: pezzi di Toscana e di Romagna, mischiati con frammenti di Marche e Umbria. Questo stato di cose rappresenta una peculiarit della parte pi spiccatamente montana dellAppennino Pesarese e si estrinseca in tutta larea che vede la dorsale delle Serre fiancheggiare la catena del Catria. Per quanto riguarda larea interessata, tale peculiarit si manifesta con assoluta evidenza proprio al centro del territorio del Comune di Cagli. Quindi, ad una diversit geologica e morfologica corrisponde una conseguente diversit biologica (biodiversit ). La biodiversit di un territorio porta un conseguente arricchimento delle tradizioni agricole, agroalimentari e della cultura rurale di un luogo. Questo frammento di Appennino visto come luogo di elezione della variet paesaggistica della ricchezza biologica, della memoria storica, luogo di passaggio e crogiuolo di culture e popoli della montagna italiana, dove la tradizione rurale si sposa con le emergenze architettoniche del rinascimento.

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2.2 PROMOZIONE DELLA CULTURA LOCALE Un altro fattore di successo dellarea su cui sar mirata lazione degli interventi , dato dalla disponibilit di risorse umane Le attivit artigianali di produzioni tipiche locali rappresentano gi un fattore di successo e costituiscono una risorsa produttiva, non solo da tutelare ma anche da valorizzare dal punto di vista della qualit e dellimmagine da consolidare sul mercato. La valorizzazione di attivit di artigianato tradizionale, quali ad esempio le produzioni artistiche ed i prodotti tipici, locali, avrebbe inoltre un effetto indotto sul turismo e viceversa. Tale brano, estrapolato dal progetto LEADER II Piano di Azione Locale Montefeltro Leader (regolamento), permette di apprezzare ancora di pi il nostro territorio in cui uomo e lambiente riescono a convivere armoniosamente. Il progresso, nella maggior parte dei casi, non ha cancellato le tracce di antiche tradizioni e antichi mestieri, che continuano a caratterizzare fortemente la cultura popolare. La valorizzazione di tali antichi mestieri, pertanto, pu offrire significative occasioni di lavoro qualificato, tutelando al contempo attivit particolari, legate al rispetto delle culture locali e dellambiente. Girovagando per la provincia si possono incontrare lavori che nascono dalla pura passione di persone che dando sfogo alla propria fantasia e professionalit, arricchiscono il mondo in cui viviamo con creazioni e prodotti unici.

2.3 IL MUSEO DEI VECCHI MESTIERI DI SANT'ANGELO IN VADO Sono i sotterranei di Palazzo Mercuri di Sant'Angelo in Vado a ospitare il Museo dei Vecchi Mestieri, nato negli anni Ottanta da una prima raccolta di materiali di lavori artigianali da poco dimessi, per opera dalla locale Pro Loco. Il museo stato rinnovato per volere della comunit montana dell'Alto Metauro e da pochi giorni ha riaperto i battenti in una veste inedita, organica e con un nuovo percorso museale, grazie alla ricostruzione fedele dei laboratori di attivit artigianali presenti da secoli a Sant'Angelo in Vado. Il percorso museale individua nell'iconografia dei santi protettori delle singole "arti" la chiave per proporre il quadro espositivo di strumenti e manufatti propri di ogni mestiere: la devozione religiosa del mondo artigianale, infatti, fin per raffigurare il santo patrono intento al lavoro. A Sant'Angelo in Vado hanno operato diverse corporazioni: dagli orafi ai falegnami, dagli ebanisti agli incisori, dai mobilieri ai calzolai con tutte le divisioni interne (conciatori, sellai, guantai).

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Quella degli orafi stata la pi importante e prestigiosa corporazione locale, basti pensare che nel 1700 erano attive oltre 30 botteghe.

2.4 MESTIERI ANALIZZATI Da un attenta analisi del territorio, sono stati analizzati alcuni mestieri che pi caratterizzano la nostra cultura e la nostra tradizione. Nello specifico: cestaio fabbro sellaio apicoltore falegname fornaio ceramista tessitrice polentaro tartufaio carbonaio cappellaio cordaio

2.4.1 Cestaio
E' l'artigiano esperto nel creare cesti di pagliai e di vimini, fondamentali per molti lavori dei campi e nelle case contadine. Con mani sapienti, i cestai intrecciavano questi cesti. Il materiale veniva reperito durante il mese di agosto, lungo i greti dei torrenti, e messo ad asciugare al sole. Il tipo di lavorazione dipendeva dalluso che del cesto si intendeva fare: ad esempio, il cesto usato per portare il letame nei campi veniva intrecciato in modo grezzo e rado, mentre quelli destinati a contenere alimenti o cose minute, venivano fittamente intrecciati. In verit, non si trattava di un vero e proprio mestiere, quanto piuttosto di unabilit comune a molti contadini che vi si dedicavano nei momenti di pausa e riposo.

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Oggi difficile trovare chi costruisce cesti, soprattutto perch questi manufatti, non pi indispensabili, sono diventati meri oggetti da collezione ed elementi decorativi nellarredamento.

2.4.2 Fabbro
Un mestiere tipico della civilt contadina, sia per la produzione di attrezzi da campagna che per ferrare i quadrupedi. Per questultima attivit ci voleva bravura, seriet e oculatezza, altrimenti si metteva a repentaglio lincolumit della bestia, linteresse del proprietario e, soprattutto, il proprio buon nome. Prima di tutto produceva decine di ferri per i quadrupedi da soma e da tiro, che metteva esposti su una lista fissata al muro, nella bottega, a seconda delle diverse misure. Quando arrivava il contadino per cambiare i ferri al suo mulo, lartigiano, con il grembiule di pelle, per prima cosa toglieva i ferri vecchi e poi, tagliava le unghie eccedenti, le spianava, quindi, applicava il ferro nuovo, che inchiodava con la dovuta precauzione e precisione per evitare che i chiodi, oltrepassando lo strato dunghia, andassero a ledere la parte viva dello zoccolo. In tal caso, avrebbe azzoppato la bestia. Dopo, con la tenaglia, tagliava le punte dei chiodi che venivano fuori e il resto lo ripiegava sullo zoccolo stesso. Per lavorare il ferro, lartigiano lo immergeva sotto la brace di carbon fossile sino a che si arroventava e diventava malleabile. Quando si trattava di un pezzo consistente da spianare e ridurre a piastra sottile, su quel pezzo intervenivano contemporaneamente due e, se necessario, tre operai (il mastro e due lavoranti), che, con una cadenza ritmica, frenetica e precisa, battevano con la mazza sullo stesso punto senza scontrarsi. Lincudine su cui si lavorava era ben piazzata su un grosso tronco dalbero pesante, difficilmente spostabile. Oltre che per lincudine, la bottega si caratterizzava per la presenza della fucina a mantice, azionato con un pedale da un apprendista. Il fabbro cominciava a lavorare la mattina presto e il suono dei suoi colpi si diffondevano in tutto il paese. Aveva a che fare con tutti, perch numerosi erano gli attrezzi che costruiva per altri lavoratori: aratri, martelli per muratori, picconi, falci, zappe, scalpelli, paramene, scuri, ecc.

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2.4.3 Sellaio
Il territorio del Montefeltro costellato da laboratori di piccoli artigiani, che sviluppano la loro passione, difendendo un patrimonio di conoscenze che rischiano di perdersi. Come quella del sellaio antico mestiere ormai in disuso e sopravvissuto solo grazie alla produzione di finimenti per cavalli da corsa. Quando era un mestiere diffuso, il sellaio preparava in modo artigianale e professionale finimenti per cavalli curando anche la consegna diretta ai contadini. I materiali usati erano il cuoio, la paglia e il legno. Il pagamento avveniva di frequente in natura con uova, pollame e frutta. Questa attivit era svolta da modesti artigiani che lavoravano soprattutto nei paesini dove pi immediato era il contatto con le popolazioni rurali. Malgrado ci e malgrado le modeste dimensioni si attuata una selezione lasciando solo quelli pi esperti che, come tanti lavori, si tramandavano di generazione in generazione. Il lavoro principale consisteva nel fare le cosiddette "collane" per i cavalli. Si lavorano paglia, crine vegetale (anche riciclandolo da vecchi materassi) e cuoio; mentre gli attrezzi del mestiere sono robusti aghi, filo speciale e vari attrezzo da taglio.

Le selle non sono l'unico prodotto, ci sono anche scarponi, zaini e cinturoni. Utili accessori per la caccia e per l'equitazione, insomma. Lo stile sempre quello maremmano. Veniva fatto una specie di vestito cucendo il cuoio con il sacco e riempiendolo di paglia; veniva poi data la forma e venivano attaccati dei legni della misura del collo del cavallo. La parte con la tela costituiva l'interno della sella, a contatto con il collo per assorbire il sudore dell'animale. Il cuoio invece era all'esterno sia per motivi estetici, ma soprattutto perch era un elemento duraturo a contatto con le intemperie. C' un piccolo laboratorio artigiano a Pianello di Cagli, ove cuoio, crine vegetale e paglia sono le materie prime lavorate. Qui opera Maurizio Nicoletti, un sellaio appunto (come esso stesso si definisce). Il suo mestiere consiste nel confezionare (o riparare) selle per cavalli in stile Maremmano. Ovviamente la produzione tutt'altro che industriale: "Si lavora pi che altro su commissione - ricorda l'interessato - ovviamente per un pubblico di appassionati. Il lavoro talmente tradizionale che impiega anche nove giorni prima di portare alla luce una sella. I clienti sono sempre soddisfati, ed io anche, visto che, oltre a fare ci che mi appassiona, capisco che mantengo in vita la memoria di mestieri che andrebbero altrimenti perduti. Pensate che in Italia siamo rimasti in quattro a svolgere questa attivit". 9

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Gli

acquirenti

provengono

da

tutta

Italia,

particolarmente

dalla

zona

di

Roma.

"Solitamente parto dal nulla. Oppure da una semplice imbottitura di crine" ha dichiarato Nicoletti - testimonianza della profonda maestria acquisita nel corso degli anni. Il crine un tessuto resistente e morbido al tempo stesso, utilizzato per imbottire i materassi dei nostri nonni, in mancanza di materiale piumoso.

Non sono mancate in passato occasioni in cui il Sig. Nicoletti ha messo a disposizione degli interessati la sua maestria, con l'obiettivo di diffondere e preservare nel tempo conoscenze e capacit purtroppo in estinzione.

2.4.4 Apicoltore
Diventare apicoltore non una decisione ma una passione che spinge verso il mistero della natura e della sua capacit di perpetrarsi ed evolversi. Molti professionisti sono prima divenuti apicoltori amatoriali. Il loro passaggio alla professione, come scelta di vita, presenta tanti rischi e incertezze. Per essere "iniziati" all'apicoltura servono, oltre alla passione, le api, l'attrezzatura, un luogo idoneo. Per localizzare una zona adatta al posizionamento del nostro apiario, dobbiamo tener conto della biologia degli insetti. Necessitano di fioriture nell'arco delle stagioni entro 3 km. di distanza ( non qualsiasi fioritura, ma specie produttrici di polline e nettare abbondante), una sorgente d'acqua, un luogo soleggiato ( in estate magari riparato da qualche pianta a foglia cedue), non troppo ventilato.

2.4.5 Falegname
I falegnami del passato lavoravano tutto a mano. A mano segavano le assi, a mano inchiodavano. Quando si trattava di lavori pesanti, come portoni, armadi, eccetera, bisognava mandare gi grosse viti, che dovevano penetrare profondamente nel legno, con il cacciavite a mano. E finch si trattava di legno d'abete poteva anche passare, ma quando si trattava di castagno, noce o altro legno bisognava mettercela tutta, specie se erano viti grosse e lunghe. Di sudore ne colava parecchio.

2.4.6 Fornaio
Il fornaio era un lavoro semplice, senza molte complicazioni, umile e faticoso che, tuttavia, richiedeva esperienza, tanta esperienza e assiduit.

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Quando il forno veniva riaperto per sfornare il pane caldo, appena cotto, si diffondeva nellaria e tuttintorno il profumo e la fragranza di cose buone. I nostri fornai svolgevano unattivit molto faticosa, conducevano una vita modesta, umile, ma quanta capacit, quanta esperienza e attitudine ci mettevano per far s che dal loro forno venisse fuori un pane ben cotto e senza alcun difetto, soprattutto senza bruciature.

2.4.7 Ceramista
Un tempo il mestiere doveva rispondere prioritariamente alle esigenze della vita quotidiana. Tali esigenze erano quelle di conservare, cuocere, trasportare ogni tipo di bevande, liquidi e alimenti. Ogni oggetto aveva dunque una sua destinazione duso ben definita. Nel nostro territorio vi fu un forte sviluppo di questo tipo di artigianato, poich largilla era facilmente reperibile e, grazie alla presenza di boschi che fornivano tutta la legna necessaria, anche facilmente cuocibile. Il ceramista per realizzare i suoi oggetti impastava la terra, la sgrassava con segatura e con combustibili minerali e modellava la pasta con le mani e il tornio, oppure usando degli stampi, o ancora per fusione. Il tornio del ceramista solitamente verticale ed costituito da unasse che collega un piatto circolare superiore con un disco inferiore in legno che viene fatto ruotare con i piedi, dandogli la velocit necessaria per far montare il pezzo.

2.4.8 Tessitrice
Sono ormai molti decenni che questa attivit nata per esigenze familiari, ebbe man mano sviluppo e notoriet. In tutti i paesi della valle si svolgeva la tessitura con la lana delle pecore. La tessitura a telaio era praticata in molte famiglie infatti molte di queste avevano nelle loro abitazioni il telaio. Le tessitrici con il loro lavoro rinnovavano un rituale di passaggi e intrecci, colpi ritmati che, visti da fuori, assomigliavano ad una antica danza. Il telaio era di legno ed era un attrezzo di origine antichissima, un po complesso e di una certa grandezza; era costituito da quattro ritti, tenuti insieme da altrettanti raccordi trasversali. Nella parte bassa, a pochi centimetri dal suolo, si trovavano due lunghi pedali collegati da una corda e da regoli mobili uniti a loro volta a tanti fili provenienti da un asse.

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2.4.9 Polentari
Il granoturco, meglio conosciuto come mais (Zea Mais), un importante cereale utilizzato nell'alimentazione zootecnica, abbondantemente modificato e migliorato dalla genetica tanto da credere che ne esistano due specie in natura: quello ibrido (proveniente dagli stati Uniti) e quello "nostrano". Ed a questa seconda qualit che ci rifacciamo, visto che dalla macinatura di questi chicchi proviene la Polenta, piatto povero ma ricco di storia, ed in effetti i primi piatti di polenta hanno una origine molto lontana risalente alla scoperta del fuoco, da parte dell'uomo, e quindi alla relativa cottura di questo alimento. Tanto basta per dire che attraverso le varie tradizioni regionali si pu ricostruire l'origine storica dei nostri popoli. Le origini della polenta sono incerte e, la leggenda narra che un cavaliere crociato, reduce dalla Persia port con se, a Venezia, alcuni chicchi di questo cereale che fu, dapprima benedetto e poi seminato. Con pi certezza possiamo affermare che la storiografia racconta di Cristoforo Colombo, al quale, una volta sbarcato in America, furono offerti, da parte di principi e sacerdoti Maya e Aztechi, pannocchie e chicchi di granoturco ben cucinate. Oggi, questo piatto ricco di tradizione e storia, ancora tramandato da padre a figlio sia nel modo di cucinarlo che per i condimenti abbinabili (e sono molti) ha portato la polenta, nella ricetta tradizionale, ad essere un piatto molto prelibato e molto richiesto anche da popolazioni straniere.

2.4.10 Tartufai
Giacobbe, secondo taluni, fu il primo esperto di tartufi (terfeziacee); egli visse circa 1600 anni prima di Cristo,dopo di lui vennero,i Greci,i Traci e i Libici. Il tartufo ottenne la consacrazione gastronomica vincendo nel IV secolo avanti Cristo il primo premio di un concorso gastronomico ad Atene con il piatto "Pasticcio Tartufato alla Chiromene". Keripe conquist onore e fama per la sua capacit di cucinare i tartufi e per aver introdotto nuove ricette. Da cibo per ricchi a soggetto di studio il passo fu breve;il primo studioso che si occup di tartufi fu senza dubbio Teofrasto, (filosofo greco che mor nel 287 a.C. discepolo di Aristotele), che lo considerava una pianta priva di radici circondata dalla terra, senza nessun filamento, prodotto dall' unione della pioggia con il tuono nelle grigie giornate autunnali. I romani consideravano moltissimo le terfeziacee, tanto che Nerone lo considerava cibo degli Dei. 12

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Naturalmente, la ricerca dei tartufi va effettuata con il cane, raccogliendo il tartufo solo dopo che il punto esatto di crescita stato segnalato dall'animale. E' deleterio infatti scavare o vangare pi o meno a caso nelle tartufaie conosciute alla ricerca dei tartufi,perch si distruggono le radici e quindi le tartufaie stesse. Quando possibile occorre togliere il tartufo con le mani, oppure con il vanghetto, usando tutte le avvertenze possibili per non scavare buche troppo larghe e soprattutto senza distruggere le radici presenti. Una volta cavato il tartufo, indispensabile richiudere a regola d'arte la buca fatta con la stessa terra originaria. Occorre rispettare i periodi di raccolta,ed opportuno rispettare le norme emanate e vigilare invitando ad osservarle,una buca lasciata aperta non un fatto personale fra il trasgressore e la legge, ma rappresenta una diminuzione nella produzione tartuficola della zona nei successivi anni.

2.4.11 Carbonaio
Scoprire i segreti del carbonaio affascinante. Un lavoro duro, desideroso di presentarsi al grande pubblico, turisti compresi. Un mestiere che non conosce orari, che affonda le proprie origini in un passato trascorso nei boschi. Un mestiere oggigiorno nobile, possibile solo per pochi esperti, abituati al sacrificio. Un mestiere pieno di fascino, capace di mantenere viva leconomia di alcune zone Montane, come quelle di Borgo Pace. Stiamo parlando del carbonaio. Lorigine del mestiere del carbonaio sembra affondare le proprie origini in questioni di necessit. Il carbone infatti, vantaggioso rispetto il legame, pi facile da trasportare e sviluppa un potere energetico maggiore. In porzioni del Territorio ove lagricoltura non redditizia, la produzione del carbone una attivit fondamentale. Praticamente tutti siamo rimasti affascinati dai carbonai, una conoscenza che diventata un must per turisti curiosi. Tra lautunno e la primavera, si procede con il taglio del bosco. Querce e Carpini sono le essenze maggiormente impiegate, in quanto considerate forti. Sono ritenuti meno pregiati i legni dolci, come castagni, tigli e olmi. Questa classificazione, tramandata attraverso esperienze dirette, risulta essere avvalorata da solide basi scientifiche, tanto che si coniato un apposito termine: il forteto, che indica un bosco pronto per il taglio e destinato alla produzione di carbone. Il taglio del bosco, viene effettuato oggigiorno dal carbonaio stesso, mentre un tempo era specifico compito del 13

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boscaiolo. A conferma di quanto le pratiche produttive possano influire sulla origine delle parole, consideriamo la metrata: ossia una catasta di un metro di altezza, tipica forma di raccolta delle legna. A questo livello del ciclo produttivo del carbone, si manifesta la grossa differenza tra moderne e tradizionali pratiche di lavorazione. Infatti, un tempo il carbone veniva prodotto direttamente in montagna, in prossimit del taglio. In tempi pi recenti invece, il legname stato trasportato a fondovalle, dapprima a dorso di muli, poi con lausilio di mezzi meccanici. Lintero ciclo prende almeno 4-6 giorni di intenso lavoro, durante le quali loperatore dorme in pi riprese e per poche ore, governando almeno 2-3 carbonaie.

Per essere carbonizzata la legna viene sistemata ordinatamente in senso circolare attorno ad una canna fumaria (la buga, che determiner buona parte della stabilit della catasta e della riuscita del processo. Nella zona di Borgo Pace si utilizza la tecnica dei quattro pali al centro della piazza della carbonaia. Completato il cilindro centrale, ecco che occorre dare forma alla catasta. Vengono presi a tal proposito, legni di uguale calibro che vengono appoggiati secondo un andamento circolare, con la cura di lasciare il minimo spazio tra legno e legno. La catasta completata quando la base ha raggiunto un diametro di 4-5 metri e una quantit di legname utilizzato di 150-200 q. A questo punto si procede alla copertura con uno strato di paglia e di terra, la cosi detta camicia. La carbonaia viene accesa gettando della brace nella canna fumaria, poi si chiude la buca con una pietra piatta. Il fuoco, va rimboccato con pezzetti di legna al fine di diffonderlo alle parte pi lontane dal centro. Nei giorni successivi, il carbonaio segue passo passo la distillazione del legname, egli deve infatti limitare il tiraggio, assicurarsi che la combustione non prenda piede e che non si formino crepe nella camicia. Come facilmente comprensibile infatti, il segreto della buona riuscita del carbone risiede nellinstaurarsi della combustione anaerobica, non si vuole di certo un fal! La distillazione avviene di solito tra il secondo e il quarto giorno (o notte, il carbonaio non ha infatti orari) ed facilmente riconoscibile attraverso lemissione di un fumo azzurrognolo. A questo punto, occorre praticare dei fori tuttintorno al cono, con lobiettivo di carbonizzare anche gli strati inferiori della catasta. Conclusa la distillazione, i carbonai somondano, ossia gettano terra sul carbone, e lasciano raffreddare per 8-10 ore.

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Prima dellalba inizia il vero e proprio sforno, procedendo con cautela, verso il cuore della catasta, facendo attenzione a non rompere i legni carbonizzati. La sfornatura assomiglia ad uno spettacolo da tragedia: fumo denso, odore acre, cigolio di tizzi e brace luminescente. Lultimo passaggio del duro lavoro del carbonaio consta nel suddividere il carbone in varie pezzature e si riempiono i camion. E collocata nell'edificio di una conceria dismessa la documentazione fotografica realizzata da Pier Paolo Zani sulla vita e sul lavoro dei carbonai.

Le foto di Zani rappresentano un singolare documento antropologico sul mondo dei carbonai, una attivit ancor oggi praticata nel comune di Borgo Pace e in altre zone degli Appennini dove ancor oggi si produce il carbone di legna.

2.4.12 Cappellaio
Questa attivit raggiunse il massimo splendore alla fine dell'800. In questo periodo a Saltara sorsero le pi grandi fabbriche di cappelli: quella dei Diambri e quella dei Curina. I cappelli prodotti erano di lana e di pelo di coniglio o di lepre. Il cappello di lana era il pi richiesto perch costava di meno mentre quello di pelo era pi caro, infatti veniva usato per le grandi occasioni. Le tinte pi richieste erano: il grigio, il nero ed le varie tonalit di marrone. Le materie prime utilizzate nella manifattura dei cappelli erano il pelo di: coniglio, lepre, capra e pecora.

Dopo la scelta delle pelli migliori, si passava alla disrognatura, cio si ripuliva il pelo dalla polvere e dalle impurit. Era poi il momento del segretaggio, cio le pelli venivano strofinate con una spazzola di cinghiale. La successiva feltrazione consisteva in una serie di operazioni che portavano ad ottenere un feltro, a cui veniva data la forma di un cono. Diversi i momenti della lavorazione: follatura, formatura, tintura, lucidatura, bordatura fino a giungere alla rifinitura che era la fase finale della manifattura del cappello. Una volta pronti, i cappelli venivano portati nelle fiere e nei mercati a primavera per essere venduti. Sia i Diambri che i Curina raggiungevano i luoghi pi lontani delle Marche e della Romagna contraddistinguendo i loro prodotti con Marchi di produzione. Verso il 1930, sfumato il progetto di una grande fabbrica Diambri-Curina, da costruirsi a Calcinelli sul Metauro. Oggi a ricordare gli artigiani, sono la via dei Cappellai ed un piccolo negozio situato in via Mazzini, di propriet di una antica famiglia di cappellai.

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2.4.13 Cordaio
Il mestiere del cordaio era molto importante nel periodo che segu la seconda guerra mondiale, quando nella vallata del Metauro l'attivit principale era l'agricoltura. Un tempo i lavori agricoli non venivano praticati con mezzi meccanici, bens utilizzando buoi e mucche che trainavano l'aratro, il carro... Perch la loro forza producesse il risultato richiesto, gli animali venivano appaiati con gioghi. Per regolarne l'andatura si utilizzavano delle corde che venivano collegate agli animali mediante un anello (muraglia) in un punto sensibile, quello delle narici. Cos l'agricoltore poteva frenare o sollecitare i due buoi. Per lavorare la corda, era innanzitutto necessario che il cordaio avesse a disposizione una certa quantit di canapa. Questa pianta, una volta raggiunta la maturazione, veniva tagliata, legata a fasci e consegnata al cordaio. La canapa veniva portata presso corsi d'acqua e lasciata macerare. Quando si era ammorbidita veniva battuta con forza. Era poi messa ad asciugare dietro i pagliai e passata al "canapino", attrezzo formato da tanti aghi metallici che serviva a pettinarla.

La canapa era cos trasformata in fili sottilissimi che venivano uniti e si otteneva cos un filo di corda pi grosso e compatto che si passava alla "grande ruota". Al centro di questa, su di un lato, una manovella (fatta girare da ragazzi in et scolare o da donne), sull'altro invece venivano applicate le forme. Si faceva quindi girare la ruota e la corda veniva allungata lungo un sentiero. All'estremit della corda, un uncino che era sistemato ai fianchi di un ragazzino, il quale si allontanava dalla ruota man mano che si formava una corda. La corda era quindi arrotolata ed era pronta per essere venduta.

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3. MODELLO DI TRASFERIMENTO DELLE COMPETENZE


3.1 PREMESSA Da questa attenta analisi del territorio, compiuta incontrando anche i rappresentanti di alcune associazioni di categoria, sono stati individuati alcuni mestieri caratterizzanti e caratteristici di aree rurali montane. Analizzate le caratteristiche territoriali dei cinque Comuni della Comunit montana del Catria e del Nerone e valutato quanto suggerito e proposto dalle associazioni di categoria del settore artigianale, agricolo, forestale e del commercio, stato possibile valutare quali aziende coinvolgere, tra quelle rientranti nei seguenti parametri: Svolgere un mestiere o una professione, testimonianza nella tradizione territoriale, con delle caratteristiche peculiari, di interesse artistico, ambientale, storico e culturale. Svolgere un mestiere o una professione minacciati dal rischio di cessazione e/o scomparsa. Svolgere una mestiere o una professione che possa fungere da stimolo o da esempio per la realizzazione di nuove forme imprenditoriali. Inoltre, con la distribuzione di un questionario si cercato di dare particolare attenzione a quelle realt aziendali dove il professionista (artigiano, allevatore, agricoltore, commerciante ...) abbia una storia professionale particolare da raccontare; la figura stessa del professionista sia, per abilit, cultura, produzione, un simbolo della professione o del luogo e, quindi, sia elevata a rappresentare la cultura e le tradizioni del territorio; sia avvenuto un passaggio generazionale ed il conseguente trasferimento delle competenze con, magari, una visione moderna e innovativa della professione. In questo modo sono stati individuati alcuni artigiani, agricoltori e produttori, che si sono poi resi disponibili a partecipare alle azioni successive. Essi sono: 1. Francesco Giorgi TARTUFAIO 2. Giuseppe Sabbatini MANISCALCO 3. Maurizio Nicoletti SELLAIO 4. Roberto Battistelli FALEGNAME 5. Michela Formica TESSITRICE 6. Giuseppe Collesi MASTRO DISTILLATORE

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3.2 INTERVENTO DI ORIENTAMENTO A FAVORE DEGLI ARTIGIANI La macroazione de Lo sviluppo ed i vecchi mestieri, continuata con uno attento studio del target e del mercato di riferimento dei prodotti artigianali e locali del nostro territorio individuati e selezionati. Tale analisi ha confermato il fatto che il recupero del lavoro artigianale e locale, oggi non vuole dire solo testimonianza del passato, ma anche potenziamento e sviluppo di questi settori operativi spesso mortificati da un mercato sempre pi interessato alla produzione industriale e per i giovani nuove occasioni di lavoro e di attivit di microimpresa. Inoltre la stessa elaborazione dei questionari ha fatto emergere la presenza di un forte know-how che le imprese locali hanno, ma che spesso destinato a perdersi a causa della mancanza di un ricambio generazionale. Pertanto per creare nuove opportunit imprenditoriali e mantenere la memoria storica del territorio, si tenuto un intervento di orientamento a favore degli imprenditori locali per formarli al trasferimento delle loro competenze. I temi trattati sono stati: presentazione progetto ruolo dei vecchi saperi target e mercato di riferimento dei mestieri individuati individuazione e analisi delle competenze da trasferire strutturazione degli interventi con modalit partecipate individuazioni date degli incontri

3.3 INTERVENTI FORMATIVI A FAVORE DEI GIOVANI, PER TRASFERIRE I MESTIERI Terminato lintervento di orientamento a favore degli imprenditori locali, iniziato il viaggio tra arti e mestieri, alla scoperta dellimprenditorialit rurale, dei saperi e dei segreti dei mastri artigiani, agricoltori, boscaioli, norcini e altri ancora. Lesperienza proposta ha mostrato linaspettata attualit dei mestieri del passato e le loro potenzialit nellinserimento del mondo lavorativo ed imprenditoriale; lincontro con chi, ancora oggi, lavora e vive dei mestieri del passato confermando che ancora possibile lavorare, amare il proprio lavoro e riuscire a fare impresa. Il percorso si rivolto ai giovani, fornendo loro idee, spunti ed esempi significativi per imboccare nuovi percorsi lavorativi e tramandare, nel contempo, le tradizioni locali. Lintero intervento ha previsto:

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Incontro con lartigiano, il maestro darte,eccdedicato al racconto e alla presentazione della professione (azione mediata da un facilitatore) visita allazienda ed eventuale dimostrazione di alcune fasi di lavorazione (azione mediata da un facilitatore) eventuale degustazione di prodotti eno-gastronomici tipici (azione mediata da un facilitatore) Promozione di ciascun evento tramite: brochure, stampa, conferenza stampa, siti Web

TESSITRICE

Michela Formica

Un racconto che sembra una favola di altri tempi quello di Michela, che dalla viva tradizione ha dato seguito ad un mestiere peculiare del suo paese, che altrimenti sarebbe scomparso per sempre: la tessitura dei tappeti di lana. Questarte era scomparsa da Piobbico da diversi anni, ne rimanevano la memoria, i racconti e, per fortuna, i vecchi telai ammucchiati in qualche cantina. La scommessa di Michela stata quella di recuperare la tecnica, grazie ai sapienti consigli ed agli insegnamenti dellultima tessitrice, e fare dellarte appresa unimpresa: una piccola impresa di grande valore. Lesperienza di Michela unsimbolo di creativit e uno stimolo per molti giovani, che potranno utilizzare per riflettere su come sia possibile costruire la propria professionalit partendo dai racconti della nonna.

MOBILIERE, EBANISTA E DECORATORE

Marzani Fernando

Proveniente dalla tradizione ebanistica ottocentesca delle botteghe del Pucci e Paioncini, la ditta F.lli Marzani ha rappresentato per Cagli, e per unampia area circostante, lartigianato del mobile artistico e dellarte del restauro. Oggi la ditta chiusa e i saperi, i segreti e le tecniche rischiano di scomparire assieme ai protagonisti. Il restauro del mobile per sua natura composta da molteplici elementi, come lebanisteria, la decorazione, la scultura, la doratura, ecc., tutti componenti professionali che richiedono conoscenza, senso artistico e capacit tecniche: queste ultime possono essere tramandate come momenti esperenziali e, quindi, lintento di offrire lopportunit a ragazzi desiderosi di apprendere questo mestiere artistico, ma anche a professionisti del settore che vogliano apprendere queste tecniche esclusive, di attingere ad informazioni e segreti, difficilmente svelati da chi opera nel settore.

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IL SELLAIO ED IL MANISCALCO

Lequitazione ha bisogno di due figure professionali di base quali il maniscalco ed il sellaio: due giovani professionisti, partendo dalla passione per i cavalli, hanno saputo ridare vita a Cantiano, patria dei cavallari e dei mulattieri dellAppennino pesarese assieme a Pianello di Cagli, a questi due mestieri del passato. Questi due giovani artigiani e imprenditori hanno saputo interpretare le necessit del settore equestre di oggi e le hanno rielaborate con uno sguardo rivolto alla tradizione locale, dove il cavallo, prima di diventare un hobby, stato un mezzo di trasporto e un mezzo da lavoro. Hanno concretizzato una loro passione in mestiere, per poter continuare a vivere nei propri borghi di montagna, spopolati da decenni di esodo.

TARTUFAIO La roscella e il tascapane erano gli attrezzi del tartufaio ed il suo cane un legame forte, indissolubile, un amore reciproco tradotto in una simbiosi perfetta. Quella dei tartufai una storia fatta di padri e di figli, che arrotondavano i guadagni della vita di campagna cercando tartufi nei boschi, regalandoli al padrone per gratificarlo o al fattore per ingraziarselo. Larte di addestrare i cani ed i luoghi della ricerca erano segreti mai svelati se non ai propri discendenti.

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Con il boom del tartufo i prezzi vanno alle stelle e la ricerca del tartufo non pi solo un momento di svago dalla quotidianit, ma anche un ottimo modo di ricavare un reddito aggiuntivo, che, ad Acqualagna, diviene ben presto il principale. La figura del tartufaio ha, quindi, una bella storia da raccontare, fatta di passeggiate allaria aperta, del lavoro dei cani e di saperi e segreti tramandati da padre in figlio. Inoltre, ci sono le nuove tecniche di coltivazione dei funghi ipogei e la soddisfazione del conduttore che raccoglie senza fatica i tartufi dal proprio impianto boschivo; gli impianti di trasformazione alimentare, dove i tartufi vengono trasformati in prodotti di alta gastronomia o confezionati assieme ad altri prodotti del territorio, diventando articoli da regalo.

AGRICOLTORE BIOLOGICO E MASTRO DISTILLATORE

Giuseppe Collesi

La passione di Giuseppe Collesi per la propria terra, la sua capacit e lentusiasmo di sapersi rinnovare sono stati gli ingredienti che gli hanno permesso di continuare il lavoro nellazienda agricola ereditata dai genitori, uscendo dalla marginalit imposta da un territorio montano. La fantasia, la creativit e la determinazione gli hanno permesso concretizzare i suoi progetti e far nascere una distilleria di grappa tradizionale e una grapperia e, dopo qualche tempo, una grande sala di degustazione aperta al pubblico. Giuseppe Collesi non ha ancora esaurito il suo entusiasmo, come dimostrato dalla sua nuova impresa: una fabbrica di birra, elegante e ben inserita nel territorio, dove produce birra con il proprio orzo (biologico), che possibile assaggiare anche nella sala di degustazione. Il tutto a quasi mille metri di altitudine, sotto il crinale del nostro Appennino, dove il clima aspro, lacqua di sorgente e la selezione delle materie prime, tutte provenienti dai migliori vitigni marchigiani, 21

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garantiscono un prodotto di alta qualit. Una piccola avventura di imprenditorialit rurale, che ha le radici sul passato e i tralci nel futuro.

3. BIBLIOGRAFIA

Le progenie degli Onesti tra Romagna Marche e Umbria. Alle origini della feudalit feretrana, Massimo Frenquellucci.

Levoluzione delle strutture murarie della rocca di Maiolo. Un contributo archeologico, Cristiano Cerioni e Cinzia Cosi,

Testimonianze archeologiche e fonti scritte riguardanti il gioco nel medioevo, Giuseppe Sparnacci.

Le dissertazioni storico-legali di Anton Maria Zucchi Travagli riguardanti Apecchio (17521754), Stefano Lancioni.

Uno studio di Cesare Cimegotto su due leggende del Montefeltro, Antonello Nave La casa di terra nellUrbinate, Gianni Volpe Evidenze archeologiche presso il Logo, Cristiano Cerioni. Osservatorio Regionale sullArtigianato, indagini del I, II e III trimestre 2001, Ancona, Ebam (2003).

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