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IO PREFERISCO LA COPPA, Carlo Ancelotti 2009

Prefazione di Maldini
Continuerò a dargli del tu, l'ho sempre fatto. Quando un calciatore smette di giocare diventa amico
del proprio allenatore, si crea una certa confidenza, cadono le barriere. Io sono fortunato, mi sono
portato avanti con il lavoro. Sono praticamente nato come compagno di squadra di Carletto, siamo
da sempre una coppia di fatto. Dicono che io sia stato una bandiera per il Milan, allora spesso il suo
ruolo è stato quello del vento. Soffia che io riparto, con la mia maglia numero 3, cifra perfetta
grazie a chi mi circonda. E mi indica la via. Nella gestione dello spogliatoio e delle riunioni Carletto
è rimasto quello di una volta: un casinista senza eguali. Riesce a far battute anche prima di una
finale di Champions League. Ci parla di bollito, alza il sopracciglio, e noi andiamo a vincere, perchè
siamo sereni. La gente immagina discorsi strappalacrime fatti alla squadra nei momenti decisivi e.
in effetti si, a volte le lacrime ci sono state, ma perchè non riuscivamo a smettere dal ridere. In certe
occasioni, nello spogliatoio degli avversari abbiamo sentito il silenzio assoluto, mentre nel nostro
c'erano Silvio Berlusconi e l'allenatore che raccontavano barzellette. Siamo una famiglia e in
famiglia si fa così.
Carletto non se la tira mai, tranne che a tavola, perchè una volta che inizia a mangiare può fermarlo
solo l'esorcista. Da quando è diventato allenatore si siede in un tavolo a parte, con un menù a parte,
con una capacità di digestione a parte. Mangia, beve, rimangia e ribeve. Quando arriva qualcosa di
buono saltano tutti gli schemi, anche il suo amatissimo Albero di Natale. Non ce la fa a tenere tutto
quel ben di Dio per sé, allora inizia a chiamarci: “Paolo, vieni qui. Assaggia”. “Ma, Carlo, sono il
capitano, devo dare l'esempio.” “E io sono il tuo allenatore: prendi qualcosina, è buono”. E' altruista
anche lì. Si vuol godere la vita e questo ci aiuta. Fra tutte le gestioni dello spogliatoio che ho
vissuto, la sua è stata in assoluto la più serena. Si tiene dentro preoccupazioni e pressioni, cosi la
squadra resta tranquilla. E vince. E poi vince. E vince ancora. Anche se ogni tanto l'uomo più buono
del mondo sbotta. L'ultima volta che è esploso per davvero è stata a Lugano, dopo un'amichevole
precampionato persa contro una squadra di serie B svizzera. Sembrava pazzo. Ce ne ha dette di tutti
i colori, ci ha insultati come animali. Cose pesantissime, irripetibili. Non si fermava più e a me
veniva da ridere, perchè gli era partita la brocca: non l'avevo mai visto cosi. Era tutto rosso e vicino
a lui Adriano Galliani con la cravatta gialla: insieme assomigliavano all'arcobaleno. Dopo due
giorni ci ha chiesto scusa, perchè cattivo fino in fondo non lo sarà mai. E' dolce dentro. Il segreto
delle nostre vittorie sta nella sua normalità: non serve essere Special One, Two o Threee per
trionfare, è sufficiente avere equilibrio e restare giù dal podio di chi fa i fuochi d'artificio davanti
alle telecamere.
Fra me e Carletto c'è sempre stato un rapporto di confidenza. Ci siamo sempre confrontati su tutto.
In occasione delle sue esternazioni più dure, poi arrivava puntuale la domanda: “Paolo, ho
sbagliato?”.
Carlo non vuole mai fare tutto da solo, è un sintomo di grande intelligenza. Ecco perchè può vincere
ovunque: al Milan, al Chelsea, al Real Madrid o altrove. La sua conoscenza del calcio è globale,
enorme. Ha un'esperienza pazzesca a 360 gradi. Già da calciatore, in sé, era un grande
organizzatore: di gioco e di idee. Non lo si può discutere né a livello umano né a livello tecnico: chi
lo fa non è in buonafede. Al Milan dai tempi di Arrigo Sacchi in poi abbiamo avuto molti allenatori
vincenti, ma ognuno gestiva il gruppo in maniera completamente diversa. Al di là dei risultati, delle
metodologie, se dovessi scegliere la qualità di vita migliore di questi anni, opterei assolutamente per
quella avuta con lui in panchina. Prima di arrivare a Milanello era più rigido, meno aperto a
determinati cambiamenti tattici, poi è cresciuto. Si è evoluto. E noi con lui, perchè al fianco di un
uomo cosi bisogna mettere dei giocatori che non se ne approfittino. Alla base di tutto c'è la fiducia
reciproca. Negli anni, qualcuno che ha fatto il furbo c'è stato, ma gli abbiamo spiegato in fretta
come ci si comporta. Più che altro, gli abbiamo fatto capire che Carletto va rispettato sempre e
comunque. Per il bel calcio che sa esprimere. Per come parla alla sua squadra. Per come si comporta
fuori dal campo. E per quello che c'è scritto in questo libro, dove si è raccontato senza segreti.
L'hanno definito in molti modi. Per me, è semplicemente un amico. Un amico pacioccone. E per
questo mi mancherà.