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SOCIOLOGIA ECONOMICA

II. Temi e percorsi contemporanei (Carlo Trigilia)

CAPITOLO 1
LEREDITA DEI CLASSICI E I NUOVI CONFINI TRA ECONOMIA E SOCIOLOGIA
Nel volume primo di Sociologia economica abbiamo ricostruito gli sviluppi della sociologia
economica nel periodo che va dal 1890 al 1940. Questa prospettiva di analisi guarda
allinterdipendenza tra fenomeni economici e sociali e cerca di collocare leconomia nellambito
della societ e delle sue trasformazioni. In questo capitolo ricostruiremo anzitutto, sinteticamente,
gli aspetti essenziali delleredit dei classici (Sombart, Weber, Schumpeter, Durkheim, Veblen,
Polanyi) per la definizione dello spazio analitico della sociologia economica. Che cosa distingue la
sociologia economica dalleconomia? E quali sono i contributi specifici di questo approccio allo
studio dei fenomeni economici?
Nella seconda parte del capitolo, affronteremo la questione dei confini tra economia e sociologia
che si definiscono nel secondo dopoguerra, e prenderemo in considerazione i fattori di natura
teorica e storica che hanno influito sui rapporti tra le due discipline e sullevoluzione della
sociologia economica.
1. LA PROSPETTIVA METODOLOGICA
Quando leconomia si era affermata come disciplina, in particolare con la grande sintesi di Adam
Smith, lo studio dei fenomeni economici non era isolato dal contesto sociale. Sappiamo che negli
sviluppi successivi leconomia si liber progressivamente dai riferimenti a aspetti culturali e
istituzionali, nel tentativo di avvicinarsi agli standard di rigore e generalizzazione propri delle
scienze naturali. Questo percorso raggiunse il suo culmine con la rivoluzione marginalista degli
anni 1870. a quel punto che lo studio dei fenomeni economici si separa programmaticamente dal
contesto culturale e istituzionale e si concentra sullo studio delle leggi del mercato, isolato
analiticamente dal contesto sociale.

Prende cos forma un nuovo paradigma delleconomia

caratterizzato da una serie di elementi chiaramente delineati:


1) la concezione delleconomia: lattivit economica considerata come un processo di
allocazione razionale di risorse scarse, impiegabili per finalit alternative, da parte di soggetti
che cercano di ottenere il massimo dai mezzi di cui dispongono (lavoro, reddito) per soddisfare i
loro obiettivi, sia di lavoro che di consumo, cio le loro utilit (attivit economica =
economizzare);

2) lazione economica: lazione motivata dal perseguimento razionale dellinteresse individuale.


Nella sfera della produzione, i soggetti cercano di massimizzare il guadagno; nella sfera del
consumo cercano di massimizzare il soddisfacimento delle loro preferenze di consumo,
concepite secondo un ordine di priorit stabile e coerente, impiegando le risorse di reddito di cui
dispongono. Ne discende dunque che lazione economica condizionata da motivazioni
utilitaristiche. Vi anche una visione atomistica dellazione economica (cio le preferenze di
lavoro e di consumo dei soggetti si formano indipendentemente dallinfluenza di altri soggetti).
La formazione dei fini considerata come un aspetto esogeno rispetto allindagine economica,
che non deve occuparsene;
3) le regole: lazione influenzata da un nucleo limitato di regole (esistenza di mercati di tipo
concorrenziale; elevato numero di acquirenti e di venditori; libero scambio dei fattori produttivi;
piena informazione ai soggetti sulle offerte dei mercati per poter calcolare razionalmente). Si
studiano anche i casi in cui ci si allontana da queste regole (es. mercati monopolistici,
oligopolistici). Si tiene conto anche di istituzioni non economiche, come lo stato, ma si
considera che la sua esistenza non deve intralciare il mercato con le sue regolamentazioni ma
deve soltanto tutelare i contratti tra privati e combattere le frodi (anche lo stato un dato
esogeno);
4) il metodo di indagine: analitico-deduttivo e normativo. Si parte dagli assunti prima chiariti
(motivazioni atomistiche e utilitaristiche) e se ne valutano le conseguenze, date certe condizioni
prevalenti nelle regole. Pu dar luogo allapplicazione di sofisticate tecniche matematiche per la
dimostrazione degli esiti. Il carattere normativo del metodo si riferisce al fatto che esso fornisce
anche dei criteri guida per lallocazione razionale delle risorse, date certe condizioni. Menger e
Pareto sottolineano che la validit scientifica dei risultati garantita dalla dimostrazione logica
degli esiti che discendono da determinate condizioni, a prescindere quindi dalla piena
riscontrabilit sul piano empirico di tali condizioni.
Vediamo come la sociologia economica dei classici abbia sviluppato una prospettiva relativamente
coerente e organica che si distingue da quella prevalente nelleconomia dellepoca:
1) la concezione delleconomia: i sociologi economici sono tutti interessati a guardare
alleconomia di mercato come un fenomeno storico caratterizzato da un particolare contesto
istituzionale, e per questo preferiscono in genere parlare di capitalismo. Cercano di distinguere
tra i vari tipi di economia per comprendere come prende forma il capitalismo liberale, perch si
sviluppa in alcuni luoghi e non in altri; insomma la diversit nello spazio e nel tempo al centro
del loro interesse e non si identifica esclusivamente con le attivit regolate dal mercato. Essi

vogliono studiare come leconomia si organizzi in forme differenti nello spazio e nel tempo,
influenzate dalle istituzioni economiche e non economiche;
2) lazione economica: lazione orientata alla ricerca dei mezzi di sussistenza non
necessariamente costituita dallallocazione razionale di risorse scarse. I sociologi economici
attaccano latomismo delleconomia neoclassica (dove fini dei singoli soggetti si formano
indipendentemente gli uni dagli altri). Lazione economica deve invece essere vista come
azione sociale, influenzata da aspettative relative al comportamento degli altri membri della
societ (tali aspettative in Weber prendono la forma di usi, costumi, norme giuridiche). Questo
modo di concepire lazione economica sostanzialmente condiviso da tutti i nostri autori, sia
che essi diano maggiore enfasi allautonomia e alla libert degli attori rispetto alle regole
istituzionali (come Sombart, Weber, Schumpeter), sia che partano invece dalle istituzioni e ne
sottolineino maggiormente i condizionamenti sui soggetti (come Durkheim, Veblen, e Polanyi).
Lazione degli individui pu avere natura non utilitaristica e dipendere, per esempio, da valori
religiosi (Weber), dal grado di marginalit sociale (Sombart), dalle forme della divisione del
lavoro e della disuguaglianza sociale (Durkheim, Weber, Polanyi), dai caratteri della famiglia o
dalle forme di organizzazione dellimpresa (Schumpeter).

Nella realt concreta lazione

economica ha dunque di solito una pluralit di motivazioni che possono essere ricostruite solo
per via induttiva, con lindagine storico-empirica e sempre con difficolt;
3) le regole: i sociologi economici considerano i fenomeni istituzionali diversi dal mercato in due
direzioni (da un lato vi il riferimento a istituzioni economiche che si fondano su obbligazioni
sociali condivise, come la reciprocit di Polanyi, lo scambio su base tradizionale di Weber;
dallaltro le istituzioni di regolazione politica delleconomica come la redistribuzione di
Polanyi, leconomia di piano o cooperativa di Sombart, il gruppo regolativo e quello
amministrativo di Weber, oppure i sindacati, la criminalit organizzata, ecc.). Le forme concrete
che assume lattivit economica nello spazio e nel tempo sono dunque influenzata dal modo in
cui queste diverse istituzioni regolano le attivit di produzione, distribuzione e consumo, e
condizionano lazione dei soggetti;
4) il metodo di indagine: mentre in economia si parte da assunti a priori circa le motivazioni
utilitaristiche degli attori e la presenza di determinate condizioni di funzionamento dei mercati, i
sociologi cercano di ricostruire attraverso lindagine empirica i caratteri specifici dellazione
economica, vista come possibile espressione di motivazioni non utilitaristiche, o anche come
combinazione tra elementi utilitaristici e altre spinte di natura diversa (tradizionali, affettive o
ideologiche). Gli autori che abbiamo esaminato cercano anche di mettere a fuoco, sempre con
lindagine storico-empirica, le regole effettivamente presenti in un determinato contesto. Ne
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2. UN SERBATOIO DI IPOTESI
Il carattere storicamente orientato dei modelli di analisi classici fa s che non si possano ricavare dai
nostri autori generalizzazioni teoriche che vadano al di di coordinate spaziali e temporali
delimitate; tuttavia, sarebbe sbagliato non cogliere una serie di ipotesi, convergenti e coerenti tra
loro, che emergono dai lavori esaminati in precedenza. Prendiamo in considerazione tre temi: il
mercato, lo sviluppo e il consumo.
2.1 Il mercato
Distinguiamo analiticamente due aspetti che abbiamo visto trattati con enfasi e impegno.
Il processo di costruzione del mercato capitalistico
Nel pensiero economico si ritiene in genere che le relazioni di mercato si diffondano per la loro
efficienza rispetto ad altre modalit di organizzazione economica, cio per la capacit di soddisfare
le preferenze dei singoli a costi pi bassi. Si tratta di una spiegazione che parte dai singoli soggetti
piuttosto che dalle istituzioni che ne condizionano lazione. Col tempo, i vantaggi del mercato per i
singoli finiscono per far maturare anche quelle motivazioni e quelle istituzioni che sono congruenti
con il buon funzionamento del mercato stesso, e ne accrescono la legittimit.
La legittimit proprio al centro della spiegazione dei sociologi economici: il mercato, per potersi
affermare come strumento di regolazione delleconomia, deve essere anzitutto socialmente
accettato, ma questo non un esito scontato. Sombart e Weber, riguardo allo studio sulle origini del
capitalismo in Occidente, si sforzano di mostrare la complessa serie di fattori culturali e istituzionali
che rendono legittimi, incoraggiano e sostengono i rapporti di mercato (religione, stato, diritto,
citt, scienza moderna). In altre parti del mondo invece la cultura e le istituzioni si oppongono e
resistono al mercato. Per Durkheim i rapporti di mercato come strumento di organizzazione
delleconomia richiede certe variazioni dellambiente sociale. Per Polanyi e Marx invece il
processo non pacifico e pu comportare luso della forza (enclosures) e del potere politico.
La sociologia economica pi interessata ai problemi dellequit del mercato reale, mentre
leconomia si concentra su quelli dellefficienza, dando per scontato che un mercato pienamente
concorrenziale risolverebbe anche problemi di equit (ciascuno avrebbe delle ricompense
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proporzionali al suo contributo). Quindi per i sociologi i benefici no vanno interpretati solo in
termini di maggiori possibilit di accesso materiale ai beni, ma anche come accresciuta libert di
scelta sia nellimpiego del proprio lavoro che nel consumo (soprattutto Simmel e Weber).
Non c dubbio per, per gli economisti come per i sociologi, che il mercato, una volta affermatosi
come meccanismo di regolazione, tenda progressivamente a ridurre lo spazio di altre istituzioni
nella sfera delle attivit economiche: dalla famiglia alla parentela e alla comunit locale, dalle
corporazioni allo stato. Ma fino a che punto i mercato pu essere libero da regolamentazioni sociali
e politiche senza che ne venga compromesso il suo stesso funzionamento?
Le condizioni del funzionamento del mercato capitalistico
Sappiamo che nella visione delleconomia neoclassica si suppone lesistenza di individui ben
informati, moralmente affidabili, e capaci di calcolare razionalmente il modo ottimale di soddisfare
le loro preferenze. Essi si muovono in un contesto di regole fatte dalla piena commerciabilit di tutti
i beni e di tutti i fattori produttivi e dalla presenza di molti venditori e molti acquirenti. In questo
quadro, il ruolo di regole sociali (es. reciprocit) o politiche (come forme di redistribuzione legate
allo stato o alle corporazioni) visto come un potenziale fattore di distorsione dellallocazione
razionale delle risorse, e quindi dellefficienza.
La tradizione della sociologia economica ha sviluppato un metodo pi legato allindagine storicoempirica e dunque problematizza gli assunti a priori della teoria economica. Gli individui non sono
normalmente ben informati e capaci di calcolo razionale, e non sono tutti moralmente affidabili; i
mercati non sono sempre pienamente concorrenziali (es. chi offre lavoro pu influire sulle
condizioni a proprio vantaggio). Weber, seguendo Marx, parla infatti di lavoro formalmente
libero e di sfruttamento monopolistico della libert formale di mercato.
Quindi la realt storico-empirica ci porta a sostenere che il mercato pu funzionare meglio se ci
sono delle istituzioni che vincolano il perseguimento dellinteresse individuale accrescendo la
legittimit (il grado di accettazione sociale dei rapporti di mercato). Ce ne sono di due tipi:
istituzioni che generano fiducia per via di interazioni personali (famiglia, parentela, comunit) o di
interazioni impersonali (sanzioni giuridiche per chi viola i contratti); istituzioni che riequilibrano i
rapporti di potere sul mercato (es. rapporti squilibrati nel mercato del lavoro possono mettere a
rischio le stesse attivit produttive abbassando la produttivit dei lavoratori; sono dunque importanti
istituzioni di rappresentanza collettiva dei lavoratori, oppure lintervento regolativo dello stato sulle
condizioni di lavoro, orari, lavoro minorile, salute, sicurezza; interventi regolativi di redistribuzione
del reddito).
Possiamo concludere dicendo che la tradizione sociologica arriva a una posizione contrastante con
quella delleconomia neoclassica. Poich nella realt la presenza delle condizioni assunte dagli
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economisti inevitabilmente poco probabile, per funzionare meglio, in termini di efficienza, i


mercati non devono essere il pi possibile isolati da condizionamento sociali e politici, ma devono
viceversa essere ben costruiti socialmente. anche vero che, come sottolineano Weber e
Schumpeter, se tali vincoli eccedono una certa soglia (non definibile in astratto) lo stesso mercato
pu deperire come forma di organizzazione economica. Se il peso delle regolamentazioni genera
aspettative negative in chi detiene il controllo dei mezzi di produzione, possono essere
compromessi gli investimenti necessari alla riproduzione delle attivit regolate dal mercato. La
preoccupazione degli economisti non va dunque sottovalutata.
Ma per la sociologia economica il problema non va risolto sul piano teorico bens su quello
empirico. Le forme di legittimazione del mercato possono variare nello spazio e nel tempo; ci sono
societ nelle quali la cultura e le istituzioni prevalenti legittimano, o addirittura esigono,
unautonomia del mercato maggiore ed accettano quindi le conseguenze sociali che possono
derivarne (disuguaglianza sociale, mobilit territoriale). Weber infatti ha indagato sulle specificit
della societ occidentale rispetto a quella orientale; ma anche allinterno del contesto occidentale
possiamo distinguere tra societ anglosassoni, dove lautonomia del mercato pi forte (specie
Stati Uniti) e quelle europee, dove si sente lesigenza di limitare lautonomia del mercato per
controllarne meglio le conseguenze e per legittimarlo.
Insomma, non c una best way, ma ci sono varie strade, tutte condizionate dal contesto sociale.
Soltanto lindagine empirica comparata pu aiutarci a indentificarle e a valutarne i rispettivi punti
di forza e di debolezza.
2.2 Lo sviluppo economico
Nella tradizione della sociologia economica una pi solida accettazione sociale del mercato una
condizione non solo della stabilit, ma anche della crescita di uneconomia che si basi sul mercato.
Per spiegare lo sviluppo economico non sufficiente che il mercato sia legittimato, ma bisogna
valutare in che misura gli attori economici, che si comportano in modo variabile, usino gli scambi
di mercato per creare nuova ricchezza, uscendo dalla routine dei rapporti tradizionali e consolidati;
insomma, necessario che alla legittimit si affianchi linnovazione.
Per i classici la capacit innovativa dipende fondamentalmente dallimprenditorialit (per dirla con
Schumpeter, dalla capacit di realizzare nuovi prodotti, processi, metodi di organizzazione della
produzione, mercati). Schumpeter sottolinea come limprenditore sia caratterizzato da qualit
particolari che permettono meglio di misurarsi con i problemi connessi allinnovazione
(determinazione, capacit di visione, impegno, voglia di affermarsi e di riconoscimento sociale).
Non si tratta di perseguimento razionale dellinteresse individuale.

In generale, la sociologia economica suggerisce che lo sviluppo dipende, oltre che dal istituzioni
che danno legittimit al mercato, regolando il perseguimento utilitaristico dei mezzi rispetto ai fini,
anche da istituzioni che definiscono i fini stessi dei soggetti.
La religione in Weber e Sombart, lesclusione dai diritti di cittadinanza in Simmel e Sombart,
laccesso alle conoscenze tecnologiche in Veblen, sono tutti esempi di questo ruolo costitutivo delle
regole istituzionali, rispetto a quello regolativo delle istituzioni di cui abbiamo prima parlato a
proposito dei problemi di legittimit del mercato, e che riguarda luso dei mezzi per il
perseguimento dei fini.
Tuttavia, occorre ricordare che in genere per i classici limpatto dellimprenditorialit sulla capacit
di innovazione e quindi sullo sviluppo economico deve essere storicizzato. Essi vedevano, proprio
come conseguenza dello sviluppo del capitalismo, una crescente spersonalizzazione e
burocratizzazione dellimpresa, che spostava dallimprenditorialit personale alla capacit
organizzativa, la capacit di innovazione.
La tradizione della sociologia economica contribuisce anche a mettere in evidenza un problema
strutturale delleconomia capitalistica: una volta affermatosi, il mercato determina la progressiva
erosione di quelle regole costitutive che inizialmente lavevano sostenuto (religione, istituzioni o
legami tradizionali, ecc.). Ci accentua nel tempo i problemi di accettazione sociale delle
conseguenze del mercato e spinge alla crescita di nuove regole regolative (intervento dello stato in
campo economico e sociale, relazione industriali, ecc.). A questo punto si ripresenta quella
possibile contraddizione di cui abbiamo prima parlato: quella tra regolazione istituzionale del
mercato e efficienza; dal punto di vista dinamico, e quindi in termini di sviluppo economico, un
eccesso di regolamentazione pu andare a scapito della capacit innovativa. Questa ipotesi, ricavata
dal lavoro dei classici, permette di orientare comparazioni storico-empiriche che affrontano il tema
delle differenze nello spazio e nel tempo dello sviluppo economico.
2.3 Il consumo
Sappiamo che questo fenomeno non era al centro dellinteresse degli economisti classici, la cui
prospettiva era pi centrata sulla produzione. Con i neoclassici invece la domanda dei
consumatori a fondare il valore dei beni attraverso la teoria dellutilit marginale. Dati i vincoli
costituiti dai prezzi dei beni e dal reddito di cui dispone, il consumatore tender a distribuire il suo
potere dacquisto in modo esattamente proporzionale alle sue preferenze. Assumendo che la
soddisfazione legata a un certo bene diminuisca con il consumo di unit aggiuntive (utilit
marginale), si ipotizza che verr consumato di pi di tale bene fino a quando la soddisfazione
aggiuntiva non uguaglier quella degli altri beni che si vogliono consumare.

La sociologia economica mette in discussione latomismo e lutilitarismo della teoria dellazione


dei neoclassici e si concentra sui caratteri concreti che viene ad assumere il comportamento dei
consumatori in una societ che vede crescere il fenomeno dei consumi di massa, in parallelo con lo
sviluppo economico e il miglioramento dei redditi. Lattenzione va subito verso i fattori
socioculturali che condizionano le preferenze degli individui. I beni sono desiderati e consumati in
misura crescente per il loro valore simbolico, cio per il significato che essi assumono nei rapporti
con gli altri, come segnali per essere riconosciuti da alcuni soggetti e gruppi sociali con cui ci si
vuole identificare, e per distinguersi al tempo stesso da altri rispetto ai quali si vuole marcare la
propria differenza.
Simmel tra i primi a rilevare la funzione simbolica dei consumi in una competizione per acquisire
maggiore prestigio specie nelle grandi citt in crescita. Egli parla della moda che ha una duplice
finalit: identificarsi con altri gruppi sociali e distinguersi da altri gruppi sociali.
Weber lega i comportamenti di consumo alla ricerca di status tipica dei ceti 8es. liberi
professionisti, intellettuali, militari, ecc.). Anche Veblen, con la sua analisi del consumo vistoso,
lega il fenomeno a una competizione per lo status sociale. Studiando gli Stati Uniti egli sottolinea
come laccesso crescente ai consumi di massa sia uno strumento essenziale di integrazione dei
gruppi sociali pi svantaggiati. Ma questo si accompagna, a suo avviso, ad uno spreco di risorse
produttive che, lungi dallincrementare leffettiva utilit dei singoli consumatori, li porta a spendere
il loro reddito in beni futili, scelti per il loro valore simbolico di segni di status. Il modello
neoclassico verrebbe cos smentito dalla rigidit sociale del comportamento di consumo (es. un
aumento di prezzo di un bene pu non dar luogo a minor consumo se il bene ha un valore simbolico
elevato o viceversa).
Bisogna comunque dire che le imprese, per mezzo della pubblicit, riescono ad influenzare la
moda, e quindi creare un mercato di massa che consente limpiego di nuove tecnologie e la
realizzazione di economie di scala. Questo porta alluniformazione dei bisogni, di cui parla
Sombart, rafforzandosi la produzione di beni di qualit inferiore che imitano le mode dei gruppi pi
benestanti e vengono offerti ai consumatori a pi basso reddito. Per i sociologi economici quindi
anche lefficienza costruita socialmente: solo se ci sono istituzioni che migliorano le conoscenze
condizionando il comportamento delle imprese ed educando il consumatore ad organizzarsi e a
diffondere modelli di consumo accettati in modo pi consapevole, solo in questo modo i
consumatori possono scegliere meglio e quindi possono esercitare la loro influenza positiva
sullefficienza delle imprese. quindi un fenomeno variabile che va studiato con unottica storicoempirica e con un metodo comparato.
3. LA RIDEFINIZIONE DEI CONFINI TRA ECONOMIA E SOCIOLOGIA
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I lavori di Schumpeter e Polanyi segnano uno spartiacque negli sviluppi della sociologia
economica: prima i classici studiavano le origini del capitalismo, nel secondo dopoguerra invece si
va verso una specializzazione tematica e disciplinare. Si possono intravedere due principali
evoluzioni:
-

il tema dello sviluppo economico perde rilevanza nello studio dei paesi pi avanzati
dellOccidente a favore delle tematiche macroeconomiche che vengono recuperate e
solidamente rielaborate dalla nuova economia keynesiana (rimane invece per lo studio dei paesi
pi arretrati);

le

tematiche

pi

macroeconomiche

(che

classici

studiavano

insieme

quelle

macroeconomiche) si autonomizzano maggiormente dal nucleo originario della sociologia


economica (sociologia industriale, sociologia del lavoro, sociologia dellorganizzazione,
relazioni industriali, ecc.).
Si assiste anche alla ridefinizione dei confini tra economia e sociologia: da un lato, leconomia
recupera capacit di aderenza alla realt storico-empirica (specie con la rivoluzione keynesiana);
dallaltro, il processo di istituzionalizzazione della sociologia spinge in generale gli studiosi verso
aree meno presidiate dagli economisti e incoraggia, pi in particolare, la frammentazione e la
specializzazione disciplinare della sociologia economica secondo le linee prima ricordate.
3.1 La stabilizzazione economica e sociale nel dopoguerra
Dal secondo dopoguerra fino agli anni 70 si assiste ad una straordinaria crescita economica (molto
pi che tra la prima e la seconda guerra mondiale). Un fattore che ebbe un peso rilevante su questo
esito riguarda anzitutto la politica di aiuti americani allEuropa. I paesi europei, vinti e vincitori,
erano in ginocchio e gli Stati Uniti cancellarono una parte consistente del debito degli alleati e, con
il Piano Marshall, inviarono un rilevante flusso di aiuti finanziari (anche per la Germania non
richiesero risarcimenti non sopportabili, come avvenne dopo la prima guerra). La crescita della
produzione pot valersi di una progressiva liberalizzazione degli scambi e quindi di un consistente
incremento del commercio internazionale, oltre che degli accordi per la stabilizzazione dei cambi.
Questo processo fu accompagnato da unintensa cooperazione internazionale che port alla
creazione di nuovi organismi (es. FMI, OCSE, CEE). Con lutilizzo delle tecnologie moderne per la
produzione di massa di beni di consumo (automobili, elettrodomestici) la domanda di beni si alz
notevolmente grazie anche ad unampia offerta di lavoro proveniente dai settori a bassa
produttivit, in particolare dall'agricoltura. Tale manodopera poteva essere utilizzata anche nelle
industrie pi moderne grazie allorganizzazione di tipo taylorista che permetteva di dividere e
semplificare le mansioni lavorative. Oltre a queste variabili vanno considerati i mutamenti che
intervengono nella regolazione istituzionale delle economie dei paesi pi sviluppati che consiste
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nella grande trasformazione che Polanyi aveva intravisto come reazione alla crisi degli anni 30.
Lo sviluppo postbellico avvenne allinsegna di un crescente interventismo pubblico nelleconomia e
nella societ e di una crescente burocratizzazione e organizzazione delle grandi imprese pi
moderne.
Possiamo servirci di una sintesi che Shonfield (1965) fece per mettere in luce i principali mutamenti
che caratterizzano il capitalismo regolato del secondo dopoguerra:
-

accresciuta influenza dello stato nella regolazione delleconomia e nel mantenimento del pieno
impiego, che va oltre al quadro di Keynes (esso si preoccupava soprattutto di realizzare il pieno
impiego di risorse date per dare una risposta alla Grande Depressione mentre i governi dei paesi
occidentali, nel dopoguerra, promuovono la crescita mediante la pianificazione delleconomia e
la redistribuzione attraverso i sistemi di welfare);

burocratizzazione delle corporations: si formano le grandi imprese orientate a stabilizzare i


loro profitti a lungo termine per ammortizzare gli ingenti investimenti di capitale necessari per
la produzione (si diffonde quindi la pianificazione anche nel settore privato); i governi spingono
le grandi imprese a collaborare tra loro e con le autorit pubbliche per il raggiungimento di
obiettivi a pi lungo termine.

lintegrazione tra uno stato interventista, pi tardi chiamato stato sociale keynesiano, e le
grandi imprese poi definite fordiste ad assicurare il grande sviluppo postbellico. Il primo con le
sue politiche fiscali, monetarie e sociali regola la domanda, sostiene loccupazione e stabilizza il
mercato per le grandi imprese che a loro volta possono sfruttare il potenziale tecnologico per
realizzare economie di scala nella produzione di massa di beni di consumo. Uno studioso lha
definito un compromesso storico.
3.2 I cambiamenti delleconomia e la rivoluzione keynesiana
Il secondo aspetto che dobbiamo considerare, per interpretare levoluzione della sociologia
economica nel secondo dopoguerra, riguarda gli sviluppi interni alleconomia e alla sociologia che
influiscono sulla ridefinizione dei loro confini.
Un primo mutamento importante riguarda lindagine economica, che a partire dagli anni 30 cerca
di ridurre lo scarto tra i modelli analitici e la realt storico-empirica. A livello microeconomico la
teoria neoclassica tradizionale prendeva in considerazione lesistenza di due strutture ideali di
mercato, la concorrenza perfetta ed il monopolio. Queste configurazioni apparivano tuttavia poco
adatte a descrivere la realt concreta dei mercati. Da qui il nuovo interesse per forme di mercato
definite come concorrenza imperfetta (dovuta alla Robinson 1933) e concorrenza monopolistica
(dovuta a Chamberlin 1933). La Robinson sottolinea che i consumatori non necessariamente
rispondono in modo analogo a differenze di prezzo nei prodotti perch essi tengono conto di vari
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fattori tra cui la localizzazione del venditore e i costi di trasporto, le garanzie sul piano della qualit
o le condizioni di vendita. Chamberlin, a sua volta, punta decisamente sulla differenziazione del
prodotto come risorsa attraverso la quale le imprese possono in parte sottrarsi alla concorrenza
determinando una segmentazione del mercato. Questultimo, spostando lattenzione dal mercato
allimpresa, apre la strada per un approccio allo studio empirico delle aziende e delle forme di
organizzazione industriale che avr notevoli sviluppi successivi (Chamberlin prepar una
rivoluzione nella microeconomia, proprio negli stessi termini in cui si parla di una rivoluzione
keynesiana per la macroeconomia.
Non c dubbio che la sociologia economica dovr misurarsi, la partire dagli anni 30 e poi nel
dopoguerra, con lo sviluppo di studi economici pi empiricamente orientati anche a livello micro;
con un approccio che mette maggiormente a fuoco non solo il funzionamento concreto dei mercati,
ma anche delle aziende.
Ma ci che ha avuto pi influenza sul piano teorico e pratico, nel quarantennio che va dalla fine
degli anni 30 agli inizi dei 70, costituito dallopera delleconomista inglese John Maynard
Keynes (1883 1946). La necessit di misurarsi con gli effetti drammatici della Grande
Depressione degli anni 30 aveva spinto a rompere con lortodossia economica, che confidava nei
meccanismi di riaggiustamento automatico dei mercati. Cos in contesti diversi (lAmerica nel New
Deal di Roosevelt, la Germania nazista di Hitler e la Svezia socialdemocratica) furono sperimentati
rimedi contro la disoccupazione che ruotavano intorno alla spesa statale per opere pubbliche,
sussidi di disoccupazione, nuove forme di protezione sociale. Lo stato aveva assunto un ruolo
interventista e pi attivo in campo economico, contravvenendo alle prescrizioni della teoria
economia tradizionale. Keynes diede una solida fondazione teorica a tutto questo con la sua opera
Teoria generale delloccupazione, dellinteresse e della moneta 1936. In una celebre conferenza del
1926 (La fine del laissez faire) sono gi presenti chiaramente alcuni presupposti che animeranno la
successiva impresa teorica di Keynes. Egli disse: molti dei maggiori mali economici del nostro
tempo sono frutto del rischio, dellincertezza e dellignoranza. Sono queste le cause principali
delle difficolt che possono limitare il pieno impiego delle risorse produttive e possono causare la
disoccupazione. proprio per far fronte al problema cruciale degli effetti negativi dellincertezza
che si deve prevedere un ruolo pi rilevante dello stato nella regolazione delle attivit economiche
(es. se le aspettative di guadagno sul mercato non sono favorevoli, gli imprenditori investiranno una
quota non sufficiente a garantire il pieno impiego delle risorse e del lavoro). Mentre leconomia
neoclassica si interrogava intorno alla formazione dei prezzi dei beni e alla distribuzione dei redditi
(micro), lattenzione di Keynes si concentra ora sui fattori che influiscono sul livello della
produzione e delloccupazione, dato un certo stock di risorse di capitale, di lavoro e di tecnologia
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(macro). Si nota come Keynes si muova in un quadro statico e di breve periodo. Egli mette in
discussione lassunto centrale della teoria tradizionale (legge di Say: lofferta crea sempre la sua
domanda; quale che sia il volume della produzione, il valore della domanda sar uguale a quello dei
beni prodotti).
Per Keynes la domanda risulta da due componenti:
reddito speso in consumi
+
reddito investito (che deriva dal reddito risparmiato)

La teoria tradizionale invece supponeva luguaglianza tra risparmi ed investimenti (cio che tutti i
risparmi venissero investiti) ma ci non sempre vero perch dipende dai tassi di interesse (alti
tassi inibiscono gli investimenti). Ma dobbiamo anche considerare il fatto che la propensione a
consumare diminuisce con il crescere del reddito e che non necessariamente bassi tassi di interesse
favoriscano necessariamente gli investimenti perch gli imprenditori valutano anche altre variabili
come la previsione di aumento della domanda di beni (quindi non si avrebbe nemmeno in questo
caso il pieno utilizzo delle risorse disponibili e quindi la garanzia di piena occupazione). Infine da
considerare che, anche ammesso che i lavoratori siano disponibili ad accettare una riduzione dei
salari, ci non sarebbe necessariamente vantaggioso per la ripresa delleconomia, come riteneva la
teoria tradizionale, perch avrebbe influito negativamente sulla domanda di consumo e avrebbe
quindi rafforzato le aspettative sfavorevoli degli imprenditori. Ma Keynes, pur riconoscendo che i
salari tendono a essere rigidi perch i lavoratori e le organizzazioni sindacali si oppongono a
riduzioni delle retribuzioni anche in situazioni di crisi economica, non fonda la sua analisi su questo
aspetto. Egli vuole dimostrare che, seguendo i rimedi della teoria tradizionale che suggeriva in caso
di depressione il calo dei salari e dei tassi di interesse, si poteva in realt determinare un equilibrio
di sotto-occupazione (una sorta di trappola nella quale il sistema economico rischiava di avvitarsi
senza un intervento dello stato). Ma lo stato deve intervenire, in quelle situazioni in cui le
aspettative imprenditoriali sono incerte, con la spesa pubblica colmando la differenza e
promuovendo quindi il pieno impiego.
Mentre la teoria economica tradizionale dava una giustificazione teorica al liberismo, lanalisi
keynesiana d fondamento allinterventismo dello stato come regolatore della domanda .
Sono da ricordare alcuni aspetti delle nuove politiche economiche.
La spesa pubblica in disavanzo (deficit spending): la spesa pubblica tanto pi efficace quanto pi
tende a stimolare una domanda aggiuntiva (Keynes fa lesempio che sarebbe efficace per la ripresa
economica anche fare scavare delle buche per poi farle riempire). Vi inoltre il problema che al
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crescere del reddito si consuma meno e ci significa che possono essere giustificati anche interventi
redistributivi dello stato (es. politica fiscale) a favore dei gruppi pi poveri della popolazione
proprio al fine di stimolare la domanda. In altre parole, la redistribuzione pu essere giustificata non
solo in relazione a problemi di equit ma anche di efficienza del sistema economico.
Come abbiamo gi rilevato, leconomia keynesiana si basa sul breve periodo e considera data la
capacit produttiva. Ben presto per economisti influenzati dalle nuove idee cominciarono a
esplorare le implicazioni in termini dinamici e a porsi il problema della crescita economica (es. il
modello Harrod-Domar). Tali modelli hanno lobiettivo di guidare le scelte dei governi non solo per
raggiungere il pieno impiego di risorse esistenti, ma anche per determinare gli obiettivi di crescita
economica nel tempo.
La modellistica macroeconomica si lega strettamente allutilizzo dellanalisi matematica e delle
tecniche statistiche che sono affinate dalleconometria. Questo approccio permette infatti di
stabilire i rapporti di interdipendenza funzionale tra le diverse grandezze economiche (reddito,
consumi, risparmi, investimenti, ecc.) e di formulare anche previsioni sul loro andamento nel
tempo, date certe condizioni conosciute.
La macroeconomia keynesiana si pone dunque come interpretazione e guida del processo di
sviluppo, specie nei paesi avanzati.
3.3 Talcott Parsons e i nuovi confini
Negli stessi anni 30 nei quali Keynes lavorava alla Teoria generale, Talcott Parsons (1902
1979) maturava la sua concezione del ruolo della sociologia (La struttura dellazione sociale 1937).
Egli aveva iniziato la sua carriera studiando economia oltre che biologia ed avr una grande
influenza sia sugli sviluppi dellanalisi sociologica, sia sulla questione della definizione dei confini
tra economia e sociologia.
Parsons critica leconomia neoclassica per il suo individualismo atomistico, cio il fatto che
presuppone che gli individui definiscano i propri fini indipendentemente dallinterazione tra loro.
Egli sostiene che se non allopera qualche fattore che introduca elementi di coerenza, di
coordinamento e di integrazione tra i fini dei diversi individui, la societ rischia di essere un mero
caos di individui in conflitto tra loro. Lo scopo della sociologia proprio lo studio dei fini
condivisi, cio dei valori comuni che orientano lazione allinterno di una societ.
Le leggi economiche hanno un carattere normativo, indicano dei criteri di azione razionale date
certe condizioni; ma la loro validit empirica legata al fatto che gli attori si comportino
effettivamente secondo tali criteri per soddisfare i loro fini (secondo Parsons e Weber ci poco
probabile).

13

Quindi Parsons difende leconomia per la sua validit scientifica come disciplina analitica (cos
come Menger, Pareto e Weber).
Parsons passa in rassegna tutti i tentativi di spiegazione teorica completa delle attivit economiche
concrete e li raggruppa in due filoni:
-

empiricismo positivista: sviluppatosi maggiormente nel contesto anglosassone; tratta dei


condizionamenti dellazione economica esercitati da fattori biologici o psicologici (es.
ledonismo psicologico di Bentham, la teoria degli istinti di Veblen). Questo filone sfocer poi
nel comportamentismo (behaviorism), cio il approcci che tendono a svalutare il ruolo di fattori
ideali (valori, norme) nel comportamento dellattore;

empiricismo storicista: qui vi invece attenzione ai fattori ideali e normativi, per esempio con
il concetto di spirito del popolo.

Parsons respinge sia la soluzione istituzionalista la Veblen, sia quella storicista in quanto
entrambe riducono leconomia a una branca della sociologia applicata, nel tentativo di aggiungere
altri fattori per arricchire la spiegazione empirica del comportamento economico. La sociologia
diventerebbe una sorta di sociologia enciclopedica, come sintesi generale delle conoscenze sulla
societ. In questa prospettiva, un economista si distinguerebbe da altri scienziati sociali solo per la
maggiore conoscenza di un settore specifico delle attivit sociali, quello legato alleconomia.
Questa impostazione per Parsons sbagliata, bisogna quindi lavorare a una fondazione diversa delle
due discipline. La soluzione pi convincente emerge, a suo avviso, da autori essenziali per la
fondazione della sociologia (Durkheim, Pareto e Weber); essi condividono una fondazione su basi
analitiche e astratte delleconomia e della sociologia. La prima deve essere concepita come teoria
analitica di un fattore dellazione che si basa sul perseguimento razionale dellinteresse individuale
(si occupa della catena mezzi-fini, cio delladattamento razionale di mezzi scarsi rispetto a usi
alternativi); la seconda invece come teoria analitica astratta di un altro fattore dellazione, quello
legato ai valori ultimi condivisi (la coscienza collettiva di Durkheim, le azioni non-logiche di
Pareto, letica influenzata da fattori religiosi di Weber).
Parsons avrebbe poco dopo presentato in modo sistematico e approfondito questa tesi in La
struttura dellazione sociale, con la formulazione della sua teoria volontaristica dellazione.
Lo studioso americano consapevole ben consapevole che la realt storico-empirica unitaria e
non pu essere divisa in compartimenti; ci non vuol dire che lastrazione analitica importante per
coltivare il fuoco centrale di interesse di una disciplina a livello teorico, ma le esigenze della ricerca
concreta sono tali che lo scienziato deve inevitabilmente avventurarsi in pi direzioni. chiara
dunque in Parsons la distinzione tra il momento teorico, in cui ciascuna disciplina approfondisce in
termini di modelli analitici astratti il suo fattore fondamentale, in isolamento da altri, e il momento
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della ricerca sulla realt empirica concreta, in cui bisogna invece uscire dai confini disciplinari e
cercare di esaminare come diversi fattori si combinino insieme.
Parsons lavorer per la fondazione a livello teorico della sociologia; egli riteneva pericolosa la
strada dellistituzionalismo la Veblen e riteneva molto debole in generale la sociologia americana
dellepoca basata sullempiricismo positivista.
Lobiettivo di spostare la sociologia verso la teoria generale sarebbe da lui stato perseguito con
impegno e con notevoli risultati. La sua influenza sulla sociologia americana e su quella
internazionale cresciuta nel secondo dopoguerra dopo la pubblicazione de Il sistema sociale
(1951) e di altri lavori importanti. Si ebbe un effetto non intenzionale di spostare gli interessi della
comunit sociologica verso temi pi lontani dalla sociologia economica (studio delle istituzioni in
isolamento da altri fattori: socializzazione, controllo sociale, devianza, ecc.).
A livello macro il tema dello sviluppo veniva prevalentemente trattato dalla nuova macroeconomia
keynesiana mentre a livello micro si afferma la tendenza alla specializzazione disciplinare di
prospettive di indagine prima incluse nella sociologia economica classica (studi organizzativi,
sociologia industriale e del lavoro, e delle relazioni industriali).
Con lopera Economia e societ (1956) che Parsons scrisse insieme a Neil Smelser, essi illustrano
la teoria dei sistemi sociali applicandola al caso delleconomia.
Secondo questa teoria la societ vista come un sistema di parti interdipendenti (strutture) che per
riprodursi deve assolvere a quattro funzioni:
1) adattamento: mediante lattivit economica si risolve il problema di procurarsi dallambiente
risorse sufficienti in termini di beni e servizi per la riproduzione della societ;
2) conseguimento dei fini: mediante il sistema politico si motivano gli individui trasmettendo loro
valori e norme;
3) latenza: famiglia, religione, scuola permettono lassimilazione dei valori e delle norme;
4) integrazione: presiede alla stratificazione sociale, alla distribuzione delle ricompense e alla
prevenzione dei conflitti.
Parsons e Smelser cercano quindi di illustrare gli scambi complessi che avvengono tra leconomia e
le altre strutture ma nonostante lanalisi sia interessante nel sottolineare gli aspetti di
interdipendenza tra economia e societ, essa resta a un livello di elevata astrazione analitica e soffre
di una complessa articolazione concettuale e di un pesante apparato classificatorio, con notevoli
complicazioni legate anche al tentativo di replicare lo schema dei diversi imperativi funzionali
allinterno di ciascun sottosistema (quindi anche dentro leconomia). Invece di rilanciare la
sociologia economica e contribuire a una maggiore integrazione fra teoria economica e sociologia,

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Economia e societ rest dunque un lavoro isolato, che non suscit interesse tra gli economisti e
non alter sostanzialmente lallontanamento dei sociologi dai temi delleconomia.
Paradossalmente, mentre leconomia con Keynes cercava di recuperare adesione alla realt
empirica e alle sue trasformazioni, la sociologia non metteva in discussione leconomia neoclassica
e si allontanava dallindagine sulla realt economica (con leccezione dello sviluppo dei paesi
arretrati che vedremo avanti). La nuova definizione dei confini tra economia e sociologia che prese
corpo tra gli anni 30 e il dopoguerra fin dunque per agire nella stessa direzione dei cambiamenti
economico-sociali prima ricordati. Il risultato fu un declino della tradizione della sociologia
economica nello studio dei paesi sviluppati che durer fino agli anni 70.

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CAPITOLO 2
LA MODERNIZZAZIONE E LO SVILUPPO DELLE AREE ARRETRATE
In questo capitolo ripercorreremo i diversi approcci che affrontano il problema dello sviluppo dei
paesi arretrati. Un primo nucleo importante si forma con la teoria della modernizzazione, che insiste
sui fattori socio culturali, ma propone anche unidea di modernit fortemente legata ai percorsi della
civilt occidentale. Le critiche a questa teoria porranno in rilievo aspetti diversi: i condizionamenti
economici, con la teoria della dipendenza, e pi di recente quelli politici, con la nuova political
economy comparata.

Nel secondo dopoguerra, linteresse della sociologia economica per il ruolo della cultura e dei
fattori istituzionali nel processo di sviluppo economico trova un terreno pi favorevole soprattutto
nello studio dei paesi e delle aree arretrate. Si alimenta cos una nuova sociologia dello sviluppo. In
seguito al processo di decolonizzazione si formano molti stati indipendenti che sono fuori dai
confini dellOccidente e che si trovano ad affrontare i problemi della crescita economica e della
costruzione di strutture istituzionali adeguate. La contrapposizione tra i due blocchi (guerra fredda)
portano gli Stati Uniti e i paesi del blocco occidentale a sostenere lo sviluppo economico dei nuovi
stati per evitare che questi cadano sotto linfluenza dellUnione Sovietica. Anche i nuovi organismi
internazionali che si formano dopo la guerra concorrono al sostegno dei paesi arretrati.
In questo periodo leconomia era fortemente influenzata dalla rivoluzione keynesiana che
sottolineava limportanza dellintervento statale e degli aiuti internazionali per avviare il processo
di industrializzazioni. I primi passi della sociologia dello sviluppo, cercano di integrare il punto di
vista degli economisti, sottolineando limportanza di fattori culturali e istituzionali come elementi
che condizionano la possibilit di successo di politiche economiche a sostegno dello sviluppo.
In questo quadro prende forma un indirizzo che va sotto il nome di teoria della modernizzazione
che contiene al suo interno diversi approcci:
1) teoria della modernizzazione in senso stretto (anni 50 60): sottolinea limportanza dei
fattori socioculturali e politici endogeni dei paesi meno sviluppati nel condizionare il
cambiamento sociale;
2) teoria della dipendenza: fa particolare riferimento ai paesi dellAmerica Latina ed ai
condizionamenti economici esercitati dai paesi pi sviluppati sul cambiamento di quelli
arretrati;
3) political economy comparata: al centro della sua attenzione il ruolo delle istituzioni politiche
nel processo di modernizzazione, anche attraverso un confronto tra i paesi asiatici e quelli
dellAmerica Latina.
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Le critiche portate alla teoria della modernizzazione degli anni 60 (dallapproccio della
dipendenza; dalla sociologia storica della modernizzazione delle societ occidentali) hanno
stimolato un processo di revisione degli assunti originari. Il nuovo approccio sottolinea la pluralit
dei percorsi di modernizzazione, il loro carattere pi aperto, che non ha come sbocco inevitabile la
strada seguita dallOccidente (lo vedremo nellultima parte del capitolo).
1. LA TEORIA DELLA MODERNIZZAZIONE
Lapproccio sistemico allo studio della societ elaborato da Parsons, sebbene abbia trattato solo
marginalmente il problema dello sviluppo dei paesi arretrati, ha costituito il principale serbatoio di
strumenti concettuali che sono stati utilizzati in forme diverse nellambito degli studi riconducibili
alla prima teoria della modernizzazione.
Il nucleo comune di questi studi lidea che i paesi economicamente arretrati siano caratterizzati da
un modello di societ tradizionale, costituito da un sistema di elementi culturali e strutturali tra loro
strettamente interdipendenti. La forza di resistenza della tradizione, a livello culturale, strutturale e
della personalit, costituisce lostacolo primario che necessario sperare per procedere sulla strada
dello sviluppo economico e avvicinarsi al modello della societ moderna riscontrabile nei paesi
sviluppati dellOccidente. Gli studi sulla modernizzazione si distinguono poi per il modo di
concepire tale passaggio, che sempre considerato auspicabile, e alla lunga inevitabile.
1.1 Approcci influenzati dallo struttural-funzionalismo
Hoselitz (1960) e Levy (1966) sono stati tra i primi a muoversi in questa direzione e sottolineano
come lo sviluppo economico dei paesi arretrati sia condizionato da aspetti relativi alla cultura e alla
struttura sociale (usano le variabili di Parsons). Alcuni orientamenti culturali delle societ
tradizionali ostacolano lo sviluppo. Prevalgono le norme che fanno dipendere le relazioni
economiche dallascrizione piuttosto che dal principio di prestazione (es. certe posizioni lavorative
sono assegnate in base a criteri di appartenenza a un determinato gruppo piuttosto che sulla base
della capacit di svolgere un certo compito). Le societ tradizionali sono orientata pi al
particolarismo rispetto alluniversalismo (non si applicano criteri che abbiano validit generale). E
ancora, gli orientamenti culturali prevalenti non incoraggiano la specializzazione e di conseguenza
non cresce la produttivit. I modelli culturali prevalenti di tali paesi hanno un orientamento
tradizionalistico e non razionalistico come le societ moderne.
Da cosa dipende allora lavvio della modernizzazione?
In generale lattenzione posta sul formarsi di nuove lite intellettuali, politiche e economiche che
introducono innovazioni rispetto ai modelli tradizionali. Hoselitz insiste maggiormente sulla
crescita dellimprenditorialit dal basso richiamando la teoria della marginalit sociale di Simmel e
Sombart (stranieri, immigrati o appartenenti a una religione diversa da quella dominante, saranno
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pi propensi a innovare sul piano economico). Gli altri autori invece si basano sulla formazione di
nuove lite che assumono un ruolo guida sul piano politico (i maggiori contatti tra le societ
moderne e quelle tradizionali diffondono aspirazioni a modernizzare per accrescere il benessere
economico).
Un modello pi sistematico richiama il concetto di differenziazione strutturale che sposta
lattenzione dagli attori (lite politiche o economiche) ai problemi strutturali che ne condizionano
lazione. Per esempio, nelle societ tradizionali le attivit economiche sono scarsamente
differenziate da quelle familiari o parentali, mentre quando si avvia la modernizzazione la famiglia
perde le funzioni economiche e si diffondono imprese che utilizzano forza lavoro salariata e
lavorano per il mercato piuttosto che per lautoconsumo familiare (divisione del lavoro = pi
efficienza = pi differenziazione di classe = allentamento dei criteri ascrittivi a favore del principio
di prestazione). Si riducono le famiglie estese a favore di quelle nucleari che hanno minor controllo
sociale tradizionale sulle scelte individuali. Tuttavia lindebolimento dei modelli culturali e delle
strutture sociali tradizionali genera situazioni conflittuali da parte di quelle persone che non sono
state efficacemente integrate nella nuova situazione. In questa situazione i teorici della
modernizzazione considerano inevitabile un ruolo maggiore dello stato nel processo di sviluppo per
controllare i conflitti indotti dalla modernizzazione (e non per promuovere le attivit economiche e
lindustrializzazione, come in Occidente). Tale ruolo dello stato potr essere pi efficace nella
misura in cui riusciranno ad affermarsi nuove lite politiche capaci di ottenere una forte
legittimazione, attraverso ideologie nazionaliste che si sostituiscano alle vecchie credenze religiose
come base di un sistema di valori condiviso dalla popolazione (se questo non funziona si pu
considerare probabile unalternativa di tipo socialista).
Anche gli studiosi provenienti dal campo della scienza politica sono stati influenzati dallo
struttural-funzionalismo. Per loro lo sviluppo politico pu avvenire attraverso lindividuazione di
una serie di sfide che il sistema deve affrontare nel corso della modernizzazione:
-

la costruzione dello stato da parte delle lite politiche;

la costruzione della nazione (formazione di unidentit nazionale attraverso il superamento degli


orientamenti particolaristici e localistici) da parte di lite legittimate;

ottenere una risposta alle nuova domande di partecipazione politica attraverso processi di
democratizzazione;

sviluppare interventi atti a rispondere alle domande di maggiore uguaglianza sociale.

Le difficolt specifiche per i paesi del Terzo Mondo vengono dalla tendenza a sovrapporsi nel
tempo delle diverse sfide, che invece nelle societ occidentali si sono manifestate in sequenze pi

19

lunghe e scalari. Questo porta ad una forte spinta verso la conflittualit politica e unaccentuata
instabilit di tali paesi.
1.2 La formazione della personalit moderna
Alcuni studi sono stati pi influenzati dalla psicologia e dalla psicologia sociale e di distinguono tra
la societ tradizionale, quella moderna e quella in transizione.
Daniel Lerner (1958) effettua una ricerca empirica su alcuni paesi del Medio Oriente dalla quale ne
deduce che:
-

il contatto con le societ occidentali stimola il cambiamento e spinge nuove lite a


modernizzare;

si innesca un processo che stato gi seguito dalle societ occidentali con sequenze uguali per
tutto il continente;

crescita dellurbanizzazione;

stimolo dellalfabetizzazione;

diffusione dei mezzi di comunicazione di massa;

propensione alla mobilit che chiama personalit mobile, caratterizzata da razionalit e


empatia, cio capacit di identificarsi con gi altri e desiderio di essere simili a loro migliorando
la propria posizione;

spinta ad una maggiore partecipazione economica e politica.

Nellottica di Lerner la formazione di una personalit moderna vista essenzialmente come un


processo di socializzazione secondario, in cui molto importante il ruolo dellistruzione e dei
mezzi di comunicazione di massa come moltiplicatori di empatia.
David McClelland (1961) pone maggiore attenzione al processo di socializzazione primaria che
avviene nei primi anni di vita e coinvolge maggiormente la famiglia. Influenzato dalla ricerca di
Weber sui rapporti tra protestantesimo e spirito del capitalismo egli la reinterpreta sottolineando
come il protestantesimo avesse contribuito a generare una forte motivazione allimpegno
individuale, una spinta a far bene i propri compiti. Per lui lo sviluppo economico sarebbe
condizionato dalla presenza in una determinata societ di personalit individuali caratterizzate da
un forte bisogno di realizzazione. Limpegno nel lavoro non rappresenta soltanto la ricerca di
remunerazioni meramente monetarie e questo alimenta limprenditorialit e quindi lo sviluppo
economico. McClelland sottopone a verifica lipotesi che il bisogno di realizzazione sia collegato a
delle caratteristiche particolari del processo di socializzazione primaria (laddove i genitori
stimolano i loro figli, nella prima infanzia, ad essere autonomi e ad avere fiducia nelle proprie
forze, tende a formarsi un pi alto bisogno di realizzazione nei ragazzi.

20

Everett Hagen (1962): i meccanismi di socializzazione primaria nel contesto tradizionale tendono a
scoraggiare la formazione di una personalit innovativa e favoriscono piuttosto una personalit
autoritaria (il bambino percepisce il mondo esterno come arbitrario e privo di un ordine
controllabile quindi si abitua a impostare le relazioni sociali in termini di accettazione acritica della
gerarchia sociale e dellautorit); lopposto accade nei contesti moderni dove un atteggiamento dei
genitori (come descritto da McClelland) stimola nel bambino unansiet creativa cio una spinta a
cercare di controllare razionalmente la realt per cui da qui uscir una personalit pi aperta
allinnovazione e allimprenditorialit.
Aleax Inkeles e Davis Smith (1974) sviluppano una ricerca sui paesi del Terzo Mondo vicina a
quella condotta da Lerner: la personalit moderna (apertura allinnovazione, razionalizzazione del
comportamento, apprezzamento dellistruzione e della tecnica) tende ad essere maggiormente
associata allinfluenza che esercitano sui soggetti alcune esperienze essenziali come la
partecipazione scolastica, loccupazione nel settore industriale, lesposizione ai mezzi di
comunicazione di massa, la vita urbana. Gli autori ne traggono la conclusione ottimistica che la
capacit dei paesi in via di sviluppo di potenziare il ruolo di queste istituzioni abbia rilevanti
conseguenze sulla personalit e quindi sul passaggio verso la societ moderna.
1.3 Gli stadi di sviluppo e la convergenza
Walt Rostow (1960) elabora una sequenza degli stadi di sviluppo, pi dettagliata e complessa di
quelle diffuse in letteratura (che in genere distinguono solo tra societ tradizionale, di transizione e
moderna), che comprende 5 stadi:
-

la societ tradizionale;

le precondizioni per il decollo;

il decollo economico;

la spinta verso la maturit;

la fase degli elevati consumi di massa.

Di particolare interesse per Rostow lo stadio di preparazione al decollo industriale. Per lavvio di
tale fase necessaria lintrusione delle societ pi sviluppate in quelle arretrate (sia per
occupazione militare che indirettamente attraverso una maggiore apertura a contatti economici e
culturali). Il nazionalismo reattivo, stimolato da appunto dallintrusione della societ moderna,
lelemento pi potente che avvia il processo di superamento della societ tradizionale. Le nuove
lite politiche e lo stato svolgono un ruolo essenziale per il decollo (trasformazione dellagricoltura,
formazione di un mercato nazionale, creazione di un sistema fiscale, istruzione). Tutto ci comporta
la capacit di affrontare quei complessi problemi di costruzione dello stato e della nazione, e di
legittimazione della classe politica che abbiamo gi visto.
21

Rispetto allesperienza europea originaria per il Terzo Mondo vi sono per dei vantaggi
(disponibilit di nuove tecnologie, disponibilit di prestiti internazionali a condizioni favorevoli)
ma anche degli svantaggi (i progressi nel campo della medicina riducono il tasso di mortalit per
cui aumenta la popolazione, aumenta la disoccupazione e la frustrazione per coloro che hanno
ormai un tenore di vita rivolto a maggiori consumi ma che non possono permetterselo. A volte tale
situazione pu portare gli intellettuali verso soluzioni di tipo comunista. Quindi la strada verso
lindustrializzazione ha dei passaggi obbligati dal punto di vista economico ma le strutture
istituzionali possono essere differenti (comunismo o nazionalismo) finch, una volta
industrializzati, vi una tendenza delle societ industriali ad avvicinare il modello comunista a
quello del capitalismo democratico.
Clark Kerr (1960) parla dei vincoli posti dalla tecnologia. Esiste ununica tecnologia in grado di
assicurare i risultati pi efficienti dal punto di vista economico-produttivo, e ci spinge le diverse
societ ad acquisirla, organizzandosi dal punto di vista istituzionale in modo da poterla sfruttare
meglio. Questo favorisce la convergenza istituzionale: laddove il mercato ha uninfluenza maggiore
si cerca di ridurlo; allopposto, laddove maggiore il controllo statale sulleconomia (comunismo e
nazionalismo) i cerca di ridurlo. Lindustrializzazione spingerebbe verso un pluralismo economico
e sociale nel quale crescono le classi medie, diminuisce il conflitto, si formano una pluralit di
interessi economici e sociali che influenzano il processo politico, si attenuano le grandi ideologie,
rigide e totalizzanti.
2. CRITICHE: LA TEORIA DELLA DIPENDENZA E LA SOCIOLOGIA STORICA
Verso la fine degli anni 60 la teoria della modernizzazione stata sottoposta a varie critiche.
Abbiamo visto come non esista una vera e propria teoria della modernizzazione ma piuttosto diversi
approcci che hanno in comune i seguenti elementi:
1) la concezione ottimistica dello sviluppo, come processo inevitabile e unilineare che tende a
seguire gli stadi gi percorsi dalle societ occidentali, arrivando in futuro ad una convergenza
istituzionale;
2) la considerazione dei modelli idealtipici di societ tradizionale e moderna come contrapposti,
costituiti da un insieme di elementi tra loro strettamente interdipendenti;
3) lidea che i rapporti che le aree e i paesi arretrati stabiliscono con lesterno abbiano una
connotazione positiva, in termini di stimolo allo sviluppo;
4) lassunto che il motore del cambiamento sia essenzialmente endogeno.
2.1 Inevitabilit dello sviluppo ed etnocentrismo
Sociologi, psicologi sociali e storici economici che sono protagonisti della teoria della
modernizzazione hanno una visione ottimistica dello sviluppo dei paesi arretrati. Tale strada venne
22

tuttavia perseguita pi in termini teorici che di ricerca empirica; non vi era una ricerca comparata
sui concreti processi di sviluppo dei paesi arretrati e mancando unadeguata base di ricerca, essi
finivano per ricorrere inevitabilmente allesperienza storica delle societ occidentali, sia per
definire per contrasto la societ tradizionale, sia per tracciare i meccanismi del cambiamento. Vi
dunque una debolezza empirica, accompagnata da una tendenza a generalizzare partendo
dallesperienza occidentale. Lo sviluppo non affatto garantito e ci possono essere fallimenti e
blocchi della modernizzazione. Le critiche investono anche i presupposti di valore della teoria che
ha una visione etnocentrica che porta a considerare lesperienza occidentale non solo come
inevitabile, ma anche come modello positivo al quale i paesi arretrati dovrebbero adeguarsi per
migliorare le condizioni delle loro societ.
2.2 Tradizione e modernit come modelli contrapposti
Un secondo elemento largamente condiviso nei primi studi sulla modernizzazione riguarda la
concezione della societ tradizionale e moderna come modelli contrapposti luno allaltro, costituiti
di elementi tra loro interdipendenti.
Si sottolinea la notevole variet sul piano storico-empirico delle societ tradizionali e viene messo
in evidenza come elementi culturali e strutturali, sia tradizionali che moderni, sono presenti in varia
misura e in diverse combinazioni non solo nelle societ dei paesi non industrializzati, ma anche in
quelle dei paesi sviluppati (es. legami familiari e parentali o credenze religiose persistono e sono
variamente

importanti

nelle

societ

moderne;

valori

orientati

alla

realizzazione

allimprenditorialit, o strutture burocratiche che funzionano secondo criteri universalistici, possono


riscontrarsi anche in societ tradizionali). Viene messa in discussione anche lidea della stretta
interdipendenza degli elementi costitutivi dei due modelli; ci pu essere insomma una modernit
selettiva, che riguarda i mezzi di comunicazione, o la domanda di consumi, o le strutture militari,
ma pu non estendersi alla sfera produttiva o al funzionamento delle istituzioni politiche, ecc.
Processi di modernizzazione di questo tipo sono frequenti sul piano storico-empirico, e non detto
che portino alla modernit come definita dal modello.
2.3 I condizionamenti economici e lapproccio dipendentista
Veniamo al terzo aspetto: la concezione che i rapporti con lesterno abbiamo una valenza
prevalentemente positiva e di stimolo alle forze del cambiamento viste come essenzialmente
endogene.
La critica che si fa a questa impostazione il fatto che il progressivo inserimento nel mercato
internazionale comporta anche dei vincoli per lo sviluppo economico: competere con lindustria dei
paesi pi sviluppati comporta maggiori investimenti; i paesi arretrati sono in genere specializzati
nella produzione di materie prime e beni agricoli con manodopera a bassa qualificazione e basso
23

prezzo e finiscono per esportare prodotti a basso costo che vengono scambiati con prodotti ad
elevato costo. Non si formano dunque le risorse di capitale necessarie per lo sviluppo, mentre la
concorrenza delle industrie gi consolidate degli altri paesi mette in crisi le attivit di tipo
artigianale meno competitive.
Linserimento nelleconomia internazionale fonte dunque di rilevanti problemi e non solo di
opportunit. Tali problemi sono sottolineati dallapproccio dipendentista che si forma inizialmente
a partire da una riflessione sul fallimento dei tentativi di sviluppo di diversi paesi latino-americani
ma si estende poi a una visione pi generale delle periferie nellambito della teoria delleconomiamondo di Wallerstein (1974, 1979). Comune a questo approccio lidea che lincremento dei
contatti con i paesi industrializzati invece di favorire lo sviluppo provocasse una situazione di
sottosviluppo (per sottolineare lo sfruttamento da esse subto da parte delle societ centrali).
Vi sono tre meccanismi che determinano una sottrazione di risorse per le aree periferiche:
-

lo scambio ineguale (i paesi sottosviluppati esportano prodotti a prezzi bassi ed importano


prodotti a prezzo elevato);

la penetrazione diretta del capitale straniero: si insedia nei paesi sottosviluppati dove la
manodopera costa meno quindi ne trae vantaggi che vengono sottratti ai paesi stessi;

ricorso crescente ai prestiti internazionali: che comprime le risorse disponibili per lo sviluppo.

Per quanto riguarda lAmerica Latina si tende anche a sottolineare il ruolo scarsamente propulsivo
della borghesia nazionale che non essendo in grado di sostenere un progetto di sviluppo autonomo,
di fronte alla situazione di instabilit sociale e politica determinata dallo sviluppo dipendente sono
pronti a sostenere soluzioni autoritarie, con laiuto dei militari e dei paesi centrali, anchessi
interessati al mantenimento dello status quo.
sentita lesigenza, anche di alcuni teorici della dipendenza, di unanalisi integrata dello sviluppo
che colleghi vincoli esterni e fattori istituzionali interni, dando pi spazio e pi autonomia agli
attori politici e alla loro azione.
2.4 La sociologia storica della modernizzazione
Unaltra serie di interventi hanno messo in discussione il modello di cambiamento evoluzionistico
basato sulla differenziazione strutturale che presente negli approcci influenzati dallo strutturalfunzionalismo. Il processo di differenziazione strutturale consiste nel costituire ruoli e strutture
sociali pi differenziate a causa di insoddisfazione crescente per il funzionamento di una
determinata struttura, e quindi una ricerca di maggiore efficienza che si concretizza in una pi
elevata specializzazione funzionale delle nuove strutture che sostituiscono la precedente. Il
cambiamento dunque visto come un processo di adattamento della societ, considerata come un
sistema di elementi interdipendenti, rispetto ai problemi posti dallambiente fisico e sociale.
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possibile individuare dei tipi strutturali pi o meno evoluti, al vertice dei quali vi sono le societ
moderne occidentali.
Possiamo distinguere tre tipi di critiche rispetto a questi assunti:
1) problemi di integrazione: la differenziazione non necessariamente comporta lincremento atteso
di efficienza perch pu accompagnarsi a problemi di integrazione che determinano fenomeni di
instabilit e di blocco della modernizzazione;
2) capacit di adattamento: non si possono individuare stadi di sviluppo basati su un grado
maggiore o minore di adattamento perch non si possono conoscere a priori i problemi futuri
con cui le societ devono confrontarsi. quindi da escludere la possibilit che si possano
stabilire gerarchie di avanzamento, o stadi di sviluppo, sulla base delle caratteristiche strutturali
di ogni societ;
3) rapporti tra la societ e lambiente esterno: il cambiamento non un processo soltanto
endogeno di adattamento ma condizionato dai rapporti tra la societ e lambiente esterno; un
ambiente che muta continuamente con lo sviluppo storico e che pone vincoli e opportunit
diversi da quelli del passato alle singole societ. Gli stimoli che vengono dallambiente esterno
non sono solo positivi, come sostengono i teorici della modernizzazione (non colgono come
lambiente esterno possa portare a reazioni interne nelle societ in via di modernizzazione, che
non necessariamente seguono lesperienza passata delle societ occidentali), e non sono solo
negativi, come ritiene lapproccio dipendentista (sono particolarmente attenti ai vincoli
economici che vengono dalla divisione internazionale del lavoro, ma perdono di vista i fattori
endogeni). Il mutamento invece un processo complesso in cui si intrecciano condizionamenti
provenienti dallesterno (economici, politici e culturali), eventi contingenti (guerre), e
caratteristiche interne di una determinata societ.

In questo quadro necessario prestare

maggiore attenzione ai soggetti che introducono il cambiamento (lite intellettuali, processi di


mobilitazione politica, intervento dello stato) e non a processi astratti e impersonali di cui parla
linterpretazione struttural-funzionalista. Questa prospettiva tende dunque a guardare allanalisi
storica comparata per mettere a fuoco i processi specifici di cambiamento per i quali non
possibile tracciare delle leggi generali.
Possiamo sintetizzare il contenuto delle diverse critiche fatte al modo in cui il processo di
modernizzazione stato concettualizzato per le societ del Terzo Mondo:
1) non c un percorso unico, lineare e necessario di modernizzazione. La situazione di partenza, il
percorso, gli esiti del processo sono differenziati. Ci non porta per a negare la possibilit di
un approccio sociologico a favore di un orientamento storicistico. possibile, invece, attraverso

25

lanalisi comparata, delineare dei tipi ideali in senso weberiano che consentono di collegare
teoria e ricerca e di formulare delle ipotesi causali;
2) il processo di modernizzazione influenzato da fattori esogeni, e da eventi contingenti come le
guerre. Questi fattori non sono solo di natura economica, ma anche politica e culturale. I
particolare, i paesi primi arrivati tendono a condizionare lesperienza di quelli che si
muovono in ritardo creando stimoli (es. mobilitazione intellettuale di cui parla Bendix, ma
anche vincoli e condizionamenti legati a rapporti di potere economico, politico e militare).;
3) il processo di modernizzazione influenzato in modo decisivo dal tipo di risposta alle sfide
esterne che i fattori endogeni consentono.
3. LA NUOVA POLITICAL ECONOMY COMPARATA
Esauritosi il primo filone di studi sui paesi del Terzo Mondo, e dopo i grandi lavori di sociologia
comparata sulle societ pi sviluppate, il concetto di modernizzazione stato meno direttamente
utilizzato nella teoria e nella ricerca sociale.
Negli anni 70 il quadro delle esperienze di sviluppo dei paesi del Terzo Mondo si fatto pi
variegato: in alcuni nuovi paesi (specie nel continente africano) le difficolt sono continuate o
addirittura aggravate ed in altri (America Latina ed Est Asiatico) invece si sono verificati processi
rilevanti di sviluppo economico.
Questa situazione ha orientato la ricerca in due direzioni:
-

si prende consapevolezza dei limiti sia della teoria della modernizzazione sia di quella della
dipendenza perch non erano in grado di rendere conto della crescente differenziazione dei
processi di cambiamento;

prende campo un nuovo approccio che stato definito come nuova political economy
comparata che cerca di capire i fenomeni di dinamismo, stagnazione e regressione, servendosi
maggiormente di comparazioni tra un numero limitato di casi (alcuni studi hanno messo a
confronto i paesi dellEst asiatico, altri quelli dellAmerica Latina, ecc.).

3.1 Stato e sviluppo economico


Se gli studi sulla modernizzazione ponevano lattenzione prevalentemente sulla dimensione
culturale (lo stato doveva solo creare le precondizioni per lo sviluppo del mercato) mentre
lapproccio della dipendenza sulla dimensione economica (lo stato era debole rispetto agli interessi
economici interni e internazionali), nella political economy il fuoco posto sul ruolo dello stato,
che deve negoziare e controllare i rapporti internazionali.
Quali sono i fattori che influenzano lefficacia dellintervento statale? Sono due condizioni:

26

una buona macchina statale che possa contrattare con gli interessi esterni per indirizzare e
guidare lo sviluppo industriale allinterno; che possa tenere sotto controllo gli interessi di settori
particolari e potenziare le esportazioni;

la presenza di una leadership politica orientata allo sviluppo, largamente autonoma dagli
interessi economici e sociali presenti nella societ;

lisolamento istituzionale delle lite statali dagli interessi privati che importante affinch esse
possano giocare un ruolo di indirizzo strategico dello sviluppo, senza subire i condizionamenti
dei diversi settori.

Nel complesso la political economy comparata si presenta come una nuova sintesi caratterizzata da
una serie di elementi che ne distinguono lapproccio da quelli precedenti. I condizionamenti esterni
variano nei diversi contesti (es. linfluenza americana, legata a problemi geopolitici nellambito del
confronto con lURSS, ha facilitato lo sviluppo di alcuni paesi asiatici, mentre ha avuto un ruolo
meno favorevole in America Latina) e sono mediati dalla capacit strategica dello stato che dipende
dal formarsi di coalizioni di interessi economici e sociali che favoriscono o meno lautonomia delle
lite politiche; da tradizioni culturali che garantiscono la legittimazione della leadership; e da
tradizioni istituzionali che influiscono sullefficienza della macchina statale. Fattori culturali e
istituzionali condizionano dunque il processo politico ma non possibile predeterminare gli esiti e
le conseguenze. Su di essi incide linterazione tra gli attori sociali e politici sulla base dei
condizionamenti interni e internazionali. Dalla political economy comparata viene dunque
unimportante conferma allidea, gi maturata nellambito della sociologia storica, della
fondamentale variet dei processi di modernizzazione sul piano storico-empirico.
3.2 Civilt e sentieri di sviluppo
Allontanandosi dallapproccio della political economy ci sono stati dei tentativi recenti di studio
delle civilt in termini teorici, rifacendosi allimpostazione di Weber.
Da questi tentativi nasce una ricerca sul capitalismo asiatico che ha studiato le forme di
organizzazione dellattivit produttiva e le relazioni di lavoro in quei paesi. Nel capitalismo
occidentale limpresa ha unidentit forte, una struttura organizzativa dai confini ben delimitati e
rinforzati anche dalle norme giuridiche. Quello asiatico invece caratterizzato da imprese deboli
inserite in networks forti che comprendono oltre che le relazioni finanziarie e giuridiche, anche i
legami di tipo personale, familiare, e comunitario. Sul piano del lavoro i rapporti di tipo
contrattuale occidentali sono impersonali mentre quelli asiatici lasciano il passo a forme di
identificazione comunitaria nellimpresa.
Gary Hamilton giunge alla conclusione che:

27

ci si trova di fronte a specificit della sfera istituzionale economica e politica che non possono
essere spigate soltanto in una prospettiva di political economy ma che chiamano in causa il
concetto di civilt;

un collegamento pi stretto tra processo di modernizzazione e tipo di civilt in cui esso prende
forma porta a negare lipotesi di una convergenza istituzionale dominata dal modello
occidentale.

I rapporti tra le istituzioni politiche ed economiche non possono essere compresi esclusivamente
con variabili che mirano a definire lautonomia e la capacit strategica dello stato bens con modelli
di legittimazione del potere che rinviano a delle visioni del mondo che hanno una matrice originaria
nellinfluenza delle grandi religioni, cio al concetto di civilt. In particolare, per il capitalismo
asiatico, importante il ruolo del confucianesimo (es. la civilt cinese distinta da quella indiana,
islamica e occidentale). In questa prospettiva dunque necessario richiamarsi allanalisi comparata
delle civilt che era stata avviata da Max Weber, utilizzando le visioni del mondo che sono alla
base delle grandi civilt nel senso proposto dal sociologo tedesco. Weber aveva gi intuito che il
confucianesimo costituiva un quadro di riferimento culturale tale da ostacolare lo sviluppo
capitalistico, ma che poteva anche fornire delle risorse rilevanti per adattarvisi.
Hamilton sottolinea che gli ostacoli che impediscono la piena affermazione dellautonomia
individuale, in campo politico ed economico; la forte insistenza culturale sugli obblighi di
appartenenza alla rete familiare, parentale e comunitaria; e la visione armonica del mondo in cui
lindividuo deve mantenere tale integrazione; ci fa comprendere meglio le forme di legittimazione
del potere politico che assumono le caratteristiche dellorganizzazione basata sui networks e su
relazioni di lavoro a forte impronta comunitaria. Paradossalmente, questi elementi tradizionali e il
minor grado di differenziazione sociali che avrebbero dovuto, per i teorici della modernizzazione,
costituire un ostacolo allo sviluppo, sono invece diventati una risorsa cruciale per il dinamismo
economico che addirittura suscita lattenzione crescente e stimola tentativi di imitazione nel mondo
occidentale.
Lesperienza asiatica porta a respingere lidea che la diffusione del capitalismo fuori dallOccidente
e i crescenti processi di globalizzazione delleconomia, prefigurino lavvento di ununica civilt
mondiale. Quindi lo sviluppo di uneconomia globale non si accompagna a una maggiore
uniformit istituzionale, ma piuttosto alla differenziazione dei processi di modernizzazione nelle
diverse civilt che offre risorse istituzionali diverse per adattarsi alle sfide delleconomia mondiale
(vedi cap. VI).
Anche Samuel Eisenstadt (1990) matura la convinzione che fosse necessario non rinunciare al
concetto di modernizzazione, ma ridefinirlo richiamandosi alle intuizioni e alle analisi di Weber
28

sulle dinamiche interne delle diverse civilt. Anche per Eisenstadt le prospettive di studio della
modernizzazione si legano allindagine comparata sulle civilt. Al centro del suo approccio vi
lidea delle lite intellettuali e politiche come imprenditori istituzionali che si confrontano e si
scontrano per ridefinire lorganizzazione di una determinata societ sulla base dei quadri di
riferimento culturale offerti dalle diverse civilt. Il suo impegno di ricerca, sulla scia di Weber, si
concentrato prevalentemente allindietro, alla ricerca dei quadri di riferimento originari delle
diverse civilt. Resta pertanto aperto il problema di collegare pi direttamente i processi di
modernizzazione contemporanei ai caratteri specifici delle diverse civilt.
presto per dire se questa prospettiva verr percorsa in misura significativa in futuro, come i
contributi di Hamilton e di Eisenstadt suggeriscono, ma certo che nonostante i successi conseguiti
dalla political economy comparata, si manifesta lesigenza di collegare lormai riconosciuta variet
dei processi di modernizzazione a variabili che non siano soltanto politico-istituzionali ma anche
culturali.
Si pu dunque concludere notando come vi sia una ripresa di interesse per quella dimensione
culturale che era al centro dei primi studi e che viene oggi riconsiderata come elemento necessario,
anche se non sufficiente, per una visione pi matura, pi aperta e plurifattoriale della
modernizzazione e dei suoi esiti.

29

CAPITOLO 3
LO STATO SOCIALE KEYNESIANO E LA POLITICAL ECONOMY COMPARATA
In questo capitolo ricostruiremo anzitutto i caratteri di quel modello di regolazione economica e
sociale che va sotto il nome di stato sociale keynesiano. Ne esamineremo il ruolo nel grande
sviluppo postbellico e quindi cercheremo di comprendere le cause del suo declino negli anni 70, in
parallelo con la crescita della inflazione e della disoccupazione. In tale contesto si guarda con
maggior interesse ai fattori politici e istituzionali, e al ruolo che essi svolgono nellinfluenzare le
attivit economiche. La sociologia economia si qualifica sempre pi come political economy
comparata
Nel corso degli anni 70 si manifesta una significativa ripresa della prospettiva di analisi della
sociologia economica nello studio dei paesi pi sviluppati per il fatto che leconomia keynesiana,
che avevano acquisito una notevole influenza sul piano teorico e pratico, sembrano infatti meno
capaci di fornire uninterpretazione adeguata della nuova fase di difficolt che investono le
economie dei paesi pi industrializzati con la contemporanea crescita di inflazione e
disoccupazione. Questi fenomeni che sembravano scomparsi o sotto controllo, negli anni della
grande crescita, si manifestano ora con una virulenza inattesa.
Si parla di crisi o di declino dello stato sociale keynesiano e ci si interroga sulle evidenti differenze
che emergono tra i paesi pi industrializzati nel far fronte alle nuove sfide. La comparazione tra i
diversi casi nazionali si afferma come metodo di particolare utilit per mettere a fuoco in che modo
i fattori istituzionali (soprattutto la dimensione politica ed il ruolo giocato dallo stato) influiscano
sulle tensioni economiche e sociali emergenti. Si manifesta cos una ripresa della sociologia
economica come political economy comparata (che vuole mettere in evidenza come i fattori politici
influenzino le attivit economiche ed interagiscono con esse), un approccio simile a quello che
abbiamo prima analizzato nello studio dei paesi arretrati. Inizialmente, il problema di ricerca
cruciale costituito dallorigine dellinflazione e dal suo grado di controllo nellOccidente pi
industrializzato (livello macro) ma successivamente, negli anni 80, questo approccio affronter la
questione pi generale della competitivit e del grado di dinamismo nei diversi tipi di capitalismo
(livello macro combinato a quello micro).
Si tratta di un interscambio tra la political economy comparata e un secondo approccio nel quale
prende forma la ripresa della sociologia economica a partire dagli anni 70, la nuova sociologia
economica, che studia le trasformazioni del modello di organizzazione produttiva fordista e
lemergenza di nuovi modelli flessibili.
1.ASCESA E DECLINO DELLO STATO SOCIALE KEYNESIANO

30

Nella sua brillante ricostruzione, Shonfield (1965) faceva notare come lintervento dello stato in
campo economico e sociale del secondo dopoguerra veniva concepito come strumento per uscire da
una situazione di forte depressione in unottica di breve periodo che considerava date le risorse, ma
che successivamente ci si discosta da tale quadro in due direzioni:
-

si diffonde il keynesismo della crescita, cio il tentativo di usare lintervento statale, e


soprattutto la spesa pubblica, come strumento per sostenere lo sviluppo economico e non solo
per curare le depressioni;

si diffondono i programmi di welfare indipendentemente dal ciclo economico e dalla situazione


occupazionale.

con riferimento a questi due fenomeni che si pu parlare di stato sociale keynesiano intendendo
un intervento pubblico che si allontana dalle concezioni originarie di Keynes e si realizza in forme
pi o meno estese nei paesi sviluppati dellOccidente: lidea di fondo che la politica della
domanda debba essere usata per favorire lo sviluppo nel tempo delle risorse produttive anche in
presenza di piena occupazione mediante le selezione del credito mirata a far crescere gli
investimenti in determinati settori, la formazione di grandi aziende capaci di forti economie di
scala, lintervento diretto di imprese pubbliche (+investimenti, + produzione e produttivit,
+sviluppo economico). Questa tendenza trova gli sviluppi pi consistenti in paesi che adottano
politiche dirigiste (Francia e Giappone) e che fanno largo uso dellimpresa pubblica (Italia).
Si sono contrapposti due modelli:
-

keynesismo debole: lintervento pubblico si limita a stabilizzare il ciclo economico sostenendo


la domanda nei momenti di recessione e raffreddandola in quelli di pieno utilizzo dei fattori
produttivi; la spesa sociale meno consistente (es. Stati Uniti fino agli anni 70);

keynesismo forte: limpegno pi vincolante sul terreno della difesa della piena occupazione e
della crescita economica che possa finanziare un incremento pi consistente della spesa sociale
(es. Svezia).

Vi sono inoltre paesi che nei primi decenni postbellici sperimentano politiche di pianificazione
delleconomia di tipo pi dirigista (regolamentano e orientano i settori economici senza una
crescita consistente della spesa in campo sociale) come la Francia ed il Giappone.
1.1 La crescita dei sistemi di protezione sociale
Ci che caratterizza particolarmente lo stato sociale keynesiano la forte crescita delle politiche di
welfare. I primi interventi nel campo della protezione sociale risalgono alla fine dell800 ma nel
secondo dopoguerra che in fenomeno cresce. La letteratura si impegnata a spiegare tale tendenza
alla crescita dei programmi di protezione ed alcune analisi, dei primi anni 60, sottolineano come la
domanda proveniente dalle classi sociali subalterne avesse portato al graduale riconoscimento dei
31

diritti civili, di quelli politici e infine di quelli sociali. La protezione di rischi per malattie, infortuni,
vecchiaia, disoccupazione, e la richiesta di un accesso equo alle istituzioni educative, viene sempre
pi rivendicata come un aspetto fondante dei diritti di cittadinanza. Bendix, attraverso lanalisi
comparata, mostra limportanza del grado di apertura del sistema politico come fattore che influisce
sugli esiti delle nuove domande (es. il caso inglese ci fa vedere come un sistema politico aperto ha
incanalato le nuove richieste gradualmente senza mettere in discussione le istituzioni
democratiche).
Un altro tipo di spiegazioni si muovono allinterno della teoria neomarxista dello stato (OConnor,
Habermas 1973) che pongono laccento sulle esigenze funzionali di riproduzione del capitalismo
(lo stato incrementa i programmi di protezione sociale per sostenere laccumulazione ed il
mantenimento del consenso).
Il difetto di questi due tipi di spiegazioni di muoversi ad un livello molto generale e quindi di non
valutare le differenze rilevanti che vi sono tra i diversi paesi nella spesa per le politiche sociali e
negli specifici modelli istituzionali (alcuni studi comparativi ci hanno dato un quadro pi preciso
dellevoluzione delle politiche sociali).
In Europa, nel periodo tra le due guerre, saranno soprattutto i paesi dove i partiti dei lavoratori sono
pi forti e partecipano al governo a far crescere le politiche sociali (soprattutto nella forma di
assicurazioni obbligatorie nazionali). Nel secondo dopoguerra anche i partiti di centro di ispirazione
cattolica.
La letteratura ha in genere condiviso lidea di tre idealtipi principali di welfare formulata da
Richard Titmuss (1974) e successivamente da Esping-Andersen (1990):
1) modello istituzionale-redistributivo riconosce i diritti sociali come componenti essenziali della
cittadinanza. Si tratta di programmi pubblici che forniscono benefici uniformi per tutti i
cittadini, quindi su base universalistica (es. Svezia, Norvegia e Danimarca dove vi un forte il
movimento operaio e la presenza prolungata di partiti di sinistra al governo);
2) modello residuale in cui la protezione sociale pubblica volta a coprire una fascia limitata di
popolazione che si trova in condizioni di particolare indigenza e bisogno, per rischi che non
sono coperti dal mercato, dalla famiglia o da forme di azione volontaria (es. Stati Uniti dove il
welfare si espande negli anni 30 con il new Deal e poi soprattutto negli anni 60, in un contesto
che resta per fortemente influenzato dallideologia liberale, dalla minore forza del movimento
operaio e dallassenza di partiti di orientamento socialista; il Canada, l'Australia e pi di recente
la Gran Bretagna che negli anni 50 era pi simile al modello socialdemocratico);
3) modello remunerativo di Titmuss in cui lassicurazione contro i principali rischi non si basa su
un diritto di cittadinanza ma sullappartenenza a una categoria socioprofessionale; il
32

finanziamento si basa sui contributi pi che sulla tassazione per cui sono pi deboli le finalit
redistributive; prevalgono nettamente i trasferimenti monetari rispetto ai servizi offerti dallo
stato (es. Germania, Austria, Belgio, Italia, Spagna, Portogallo e in parte lOlanda). Una
caratteristica del modello continentale la particolare influenza esercitata sul piano politico
dalla cultura cattolica. Nellambito di questo modello il caso italiano assume peraltro una
connotazione pi marcatamente particolaristica e clientelare che ne segna i caratteri e le
modalit di funzionamento.
Va quindi sottolineato che in tutti i paesi pi sviluppati si determin nei due decenni postbellici
un notevole incremento dellimpegno statale nel campo della protezione sociale. Sia che
lintervento fosse in forma di keynesismo pi debole, sia pi forte, la spesa sociale rappresent
comunque un importante volano della grande crescita.
1.2 Le tensioni economiche e sociali degli anni 70
Con gli anni 70 vi una generale ripresa del conflitto industriale che sembrava ormai sopito; i
tassi di inflazione crescono; diminuiscono sensibilmente i tassi di crescita della produzione; cresce
la disoccupazione. Entra in crisi legemonia teorica e pratica del keynesismo palesemente in
difficolt di fronte alla contemporanea presenza di elevata inflazione e disoccupazione (in questi
anni si conia il termine stagflazione, cio stagnazione + inflazione); viene quindi stimolata una
ripresa dellanalisi istituzionale delleconomia.
Nel secondo dopoguerra la politica di regolazione delleconomia si era allontanata dalle idee
originarie di Keynes:
-

per Keynes lintervento dello stato doveva limitarsi ad impedire le fasi di depressione delle
attivit economiche (e non che la politica attiva della domanda potesse diventare uno strumento
per pilotare la crescita economica);

la politica della domanda doveva essere svolta da lite burocratiche competenti e votate
allinteresse pubblico (ma nelle democrazie occidentali il controllo della spesa pubblica divent
presto uno strumento cruciale per la classe politica allo scopo di favorire e riprodurre il
consenso; le scelte erano influenzate da valutazioni politiche piuttosto che tecniche;

a livello microeconomico il mercato avrebbe dovuto continuare a regolare il mercato dei


prodotti e quello del lavoro (invece in situazione di piena occupazione e di forti politiche di
protezione sociale che riducevano la dipendenza dalle chances di vita dei singoli dalla loro
posizione di mercato offrendo servizi e redditi attraverso la redistribuzione politica).

La situazione di piena occupazione aveva fatto crescere limpiego di manodopera immigrata che
matura nuove domande sul piano retributivo e su quello del riconoscimento sociale e politico.
Inoltre riprese il conflitto industriale in quanto i sindacati traggono vantaggio dalla situazione di
33

piena occupazione chiedendo salari pi alti ed alimentando cos linflazione. La spesa sociale
(protezione dei rischi connessi a malattie, infortuni, vecchiaia, disoccupazione) entra sempre pi a
far parte dei criteri di legittimazione delle democrazie capitalistiche moderne per cui resta difficile
attuare una sua riduzione.
Gli effetti perversi dello stato sociale keynesiano cominciarono a manifestarsi in modo pi marcato
alla fine degli anni 60, ma furono rinforzati da una serie di altri fattori:
-

dal processo di saturazione del mercato dei beni della produzione di massa e dal contemporaneo
intensificarsi della concorrenza proveniente dai nuovi paesi industriali (che sfruttavano il loro
pi basso costo del lavoro come vantaggio competitivo per le loro esportazioni verso il mondo
sviluppato);

dallimpennata dei prezzi petroliferi (dovuta ai paesi arabi produttori che nel 1973
organizzarono un cartello per regolare le esportazioni di petrolio e per fa salire sensibilmente il
prezzo) e dallabbandono dei cambi fissi con la connessa svalutazione del dollaro (nel 1971 gli
Stati Uniti, afflitti da un deficit crescente della bilancia dei pagamenti, furono costretti a
sospendere la convertibilit del dollaro in oro e a svalutare il dollaro; si passa dal sistema di
cambi fissi a uno di cambi fluttuanti con la conseguente instabilit e incertezza in cui si vennero
a trovare le imprese della produzione di massa che erano cresciute allinsegna della stabilit del
mercato internazionale sotto legida degli Stati Uniti).

1.3 Le spiegazioni dellinflazione e le due political economy


Negli anni 70 si sviluppa una crescente letteratura sulle origini dellinflazione che assume la
denominazione di nuova politica economy (studia il comportamento dei governi, sindacati e
imprese nelle relazioni industriali ed il loro effetto sullinflazione; li tratta come fattori non esogeni
ma centrali per spiegare il fenomeno) e si distingue in due filoni di tipo neoistituzionale:
-

la political economy delle teorie neoutilitarie: come la teoria delle scelte pubbliche e il ciclo
politico-elettorale (in concomitanza delle scadenze elettorali i politici in carica per essere
rieletti aumentano la spesa o riducono le tasse). Samuel Brittan (1978) tenta di fornire
uninterpretazione delle tendenze di pi lungo periodo alla crescita dellinflazione (vi uno
scarto temporale tra gli effetti espansivi sulleconomia e il manifestarsi dellinflazione e questo
gioca a favore dei politici che attuano politiche espansive per farsi rieleggere; la memoria degli
elettori corta e non capiscono che la crescente inflazione post-elettorale stata causata dai
politici stessi, inoltre questi rivendicano aumenti salariali per combattere leffetto
dellinflazione e alimentano continuamente la spirale inflattiva). Brittan e gli altri teorici delle
scelte pubbliche pone come rimedio norme costituzionali (es. obbligo di tenere in pareggi il
bilancio pubblico) e la preferenza per una terapia neoliberista che punta al drastico
34

ridimensionamento del ruolo dello stato nel campo economico e sociale e al ripristino della
disciplina del mercato. Questa impostazione condivisa anche dalle teorie monetariste ed
alimenta gli esperimenti politici di Reagan e della Thatcher;
-

la political economy della sociologia economica: questo approccio cerca di comprendere cosa
spinga i governi a intensificare la ricerca di consenso attraverso unofferta crescente di moneta
con la spesa pubblica. John Goldthorpe, come i sociologi in genere, concepiscono il mercato
come intrinsecamente instabile che deve essere controllato da fattori esogeni (valori condivisi,
governo, ecc.). Linflazione vista come espressione monetaria di un conflitto distributivo. Nel
tempo si sono erose le forme di legittimazione di natura tradizionale delle disuguaglianze di cui
il mercato ha potuto valersi inizialmente. Successivamente le classi svantaggiate si sono
organizzate per sfruttare lazione collettiva e quindi migliorare la loro posizione. Ci potuto
accadere anche grazie al sistema di protezione sociale che ha ridotto la dipendenza dei singoli
dal mercato del lavoro e dallimpegno dei governi per la piena occupazione, che ha rafforzato le
organizzazioni dei lavoratori. Quindi le scelte dei governi non devono essere interpretate come
scarsa decisione o errori tecnici, come ritiene la teoria monetarista tradizionale, e nemmeno
in termini di mero calcolo razionale del consenso da parte della classe politica, come ritiene la
teoria delle scelte pubbliche; ma in realt vi sono delle determinanti sociali della domanda dei
vari gruppi con cui i governi devono fare sempre di pi i conti.

Linterpretazione dellinflazione di tipo monetarista invece considera esogena la sfera delle


istituzioni (sono i governi che non sono capaci a controllare lofferta di moneta in rapporto
allandamento della produzione e che causano comportamenti di imprese e sindacati in una
direzione che rafforza linflazione).
2. PLURALISMO E NEOCORPORATIVISMO
Perch nei primi anni 70 paesi come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna o lItalia presentano alti tassi
di inflazione, ma anche una conflittualit sociale molto pi elevata di quella dei paesi scandinavi o
dellAustria e della Germania?
Intorno a questi interrogativi si sviluppa un modello di political economy comparata, empiricamente
fondato, che elabora i concetti di neocorporativismo e concertazione contrapponendoli a quella di
pluralismo e di politica di pressione. Lidea di fondo di questa letteratura che migliori risultati in
termini di controllo delle tensioni economiche e sociali, ovvero degli effetti perversi dello stato
sociale keynesiano, sono associati a un sistema di rappresentanza degli interessi e di decisione
politica che si allontana dal pluralismo (modello su cui aveva insistito la sociologia e la scienza
politica dei decenni precedenti).

35

La riflessione sul neocorporativismo fu avviata da Philippe Schmitter (1974) che si concentrava


sulla dimensione relativa allorganizzazione degli interessi, mentre un lavoro di Gerhard
Lehmbruch (1977) guardava al processo di decisione politica.
La vasta letteratura successiva ha poi approfondito le relazioni di interdipendenza tra i due aspetti.
Analizziamo le due dimensioni:
-

organizzazione degli interessi pu essere un sistema pluralistico caratterizzato da un numero di


associazioni volontarie di piccole dimensioni, che competono tra loro per conquistare ladesione
dei singoli soggetti, ed esprimono in genere una rappresentanza di interessi specifici e settoriali
(esempio quelli delle imprese o dei lavoratori di natura settoriale, meccanica, tessile, ecc.).
Queste organizzazioni sono poco collegate tra loro ed hanno una debole capacit di
coordinamento degli interessi rappresentati sia a livello di settore che ancor pi tra settori
diversi (perch mancano per esempio le confederazioni nazionali); oppure pu essere un sistema
neocorporativo caratterizzato da un piccolo numero di grandi associazioni di rappresentanza che
raccolgono gli appartenenti ad ampi settori economici e categorie professionali (es. lindustria
nel suo complesso o lagricoltura); una sorta di monopolio o oligopolio di fatto della
rappresentanza. Ladesione formalmente volontaria, ma in pratica mancano alternative, sia
perch non ci sono molte organizzazioni in concorrenza tra loro, sia perch il monopolio o
loligopolio possono essere rafforzati dal riconoscimento dello stato che delega delle funzioni
pubbliche (es. nella gestione di determinate politiche del lavoro alle organizzazioni in
questione); questo un incentivo per i potenziali membri ad associarsi per ottenere alcuni
benefici pubblici. In questo modello vi sono quindi organizzazioni di vertice che detengono un
elevato potere di contrattazione con le altre strutture di rappresentanza e con gli organismi
pubblici, in particolare con il governo centrale;

il rapporto tra gruppi di interesse e governi nel processo di decisione politica: il sistema
pluralistico si caratterizza per unelevata concorrenza tra le organizzazioni degli interessi che
influenzano i partiti politici, le correnti di partito, singoli parlamentari, con attivit di lobbying,
cio con una politica di pressione che cerca di incidere sulle decisioni che li riguardano (le
organizzazioni degli interessi sono meno direttamente coinvolti nel processo di attuazione delle
politiche); il sistema neocorporativo associato invece a meccanismi di decisione e attuazione
delle politiche basati sulla concertazione tra le grandi organizzazioni di rappresentanza (degli
imprenditori e dei lavoratori), il governo e gli altri attori pubblici, nella definizione delle
politiche in campo economico e sociale e sono spesso direttamente coinvolte anche nella
gestione degli interventi, specie nel campo delle politiche del lavoro e della formazione, o nelle
politiche sociali.
36

Dobbiamo ora valutare per quali motivi un sistema di rappresentanza di tipo neocorporativo e un
processo di decisione politica basato sulla concertazione possano favorire un pi efficace controllo
delle tensioni economiche e sociali.
Iniziamo a specificare meglio alcuni concetti.
Per neocorporativismo si intende un modello di regolazione politica delleconomia nel quale
grandi organizzazioni di rappresentanza degli interessi partecipano insieme alle autorit
pubbliche, in forma concertata, al processo di decisione e attuazione di importanti politiche
economiche e sociali (si distingue dal corporativismo che abbiamo visto nelle esperienze dei regimi
autoritari che serviva per imporre scelte sostanzialmente definite dallalto da parte dei governi
autoritari). Nel neocorporativismo il processo di costruzione delle organizzazioni avviene dal
basso, per effetto della capacit della leadership di trovare consenso nella base associativa, anche
se a un certo punto tale costruzione pu essere pi o meno rafforzata dal riconoscimento e dal
sostegno pubblico.
2.2 La logica dello scambio politico
Perch i sindacati sono spinti ad accettare la moderazione salariale partecipando ad assetti
neocorporativi?
Per rispondere a questa domanda possiamo fare riferimento a un contributo di Alessandro Pizzorno
(1977) sullo scambio politico (una situazione in cui un soggetto, generalmente il governo, che ha
beni da distribuire pronto a scambiarli con consenso sociale che un altro soggetto ha facolt di
dare o di ritirare, come per esempio di minacciare lordine).
I sindacati, specie nei primi anni 70, avevano un forte potere di mercato e potevano con le loro
rivendicazioni, e con il conflitto, determinare effetti dirompenti sulla situazione economica e
occupazionale e di conseguenza sugli equilibri sociali e politici.
Ma a quali condizioni essi sono disponibili a moderare le loro domande?
Sono necessarie tre condizioni:
-

lofferta da parte dei governi di un maggior potere politico;

un elevato grado di autonomia dei rappresentanti rispetto ai rappresentati (centralizzazione) per


poter imporre una moderazione delle domande alla base;

una situazione di bassa concorrenza da parte di organizzazioni rivali, che potrebbero sfruttare la
situazione per proporsi come rappresentanza alternativa a quei settori meno propensi ad
accettare la strategia di moderazione.

Le condizioni elencate da Pizzorno si avvicinano ai due aspetti sopra gi ricordati (il monopolio
delle rappresentanza e la centralizzazione del potere di contrattazione). Resta per da chiarire quali
vantaggi i sindacati si possano attendere dallo scambio. Oltre ad accrescere il potere dei dirigenti le
37

organizzazioni dei lavoratori possono compensare la moderazione delle richieste salariali sul
mercato economico con benefici legati alle politiche pubbliche (soprattutto quelle del lavoro che
regolano orari, sicurezza, status giuridico, e quelle fiscali e sociali). Naturalmente non bisogna
dimenticare che il calcolo dei sindacati anche influenzato dallidentit delle organizzazioni, dalla
loro storia e dai valori che la connotano. Sindacati che si ispirano a principi di rappresentanza
generale del mondo del lavoro, e non solo degli iscritti, saranno pi inclini a valutare i costi
complessivi per i lavoratori, e avranno pi possibilit, facendo appello a tali principi, di sviluppare
una politica solidaristica che sacrifica il potere dei gruppi pi forti sul mercato del lavoro a
vantaggio di quelli relativamente pi deboli.
Altri fattori che intervengono nel processo di regolazione neocorporativo sono:
-

il ruolo dei governi dinanzi alle domande di sindacati forti che devono cercare di integrare le
organizzazioni dei lavoratori nel processo di decisione politica, scambiando potere politico con
consenso e controllo sociale (bassa conflittualit);

il ruolo della cultura politica in quanto governi di sinistra, con la presenza di partiti socialisti,
saranno in genere pi sensibili al consenso del mondo del lavoro e dei sindacati (tale scelta pu
essere assunta anche da governi di centro-destra);

il ruolo delle organizzazioni imprenditoriali intese come rappresentanti delle imprese come
datori di lavoro (e non allassociazionismo con finalit economiche). Essi sono in posizione di
vantaggio strutturale legata al controllo dei mezzi di produzione, sia rispetto al mercato del
lavoro che nei riguardi delle autorit pubbliche che devono tenere conto degli effetti della
propria azione sulla propensione degli imprenditori allinvestimento, dalla quale dipende in
economie di tipo capitalistico la produzione e loccupazione. Se vi un forte sindacato dei
lavoratori centralizzato e un governo che controlla una struttura istituzionale accentrata ed
favorevole allo scambio politico, probabile che anche le associazioni imprenditoriali si
attrezzino di conseguenza per partecipare alla concertazione.

2.3 La variabilit degli assetti neocorporativi e le sue cause


Si ben presto fatta strada lidea che il neocorporativismo debba essere considerato come uno
specifico modello di regolazione istituzionale che non si sviluppa necessariamente in tutte le
economie capitalistiche, e pu anche manifestarsi con gradi di intensit e di stabilit variabili, e con
conseguenze diverse. Alcuni contributi

hanno sottolineato tale variabilit proponendo delle

tipologie, soprattutto con riferimento ai paesi europei dove il fenomeno pi presente:


-

neocorporativismo con organizzazioni dei lavoratori forti: a questo modello si avvicinano i


paesi scandinavi (Svezia, Norvegia, Danimarca) e lAustria dove a sindacati forti , con elevato
grado di monopolio della rappresentanza e di centralizzazione del potere, si accompagnano
38

organizzazioni imprenditoriali altrettanto forti e centralizzate, e partiti socialisti che detengono a


lungo il controllo del governo. in questo quadro che si sviluppa una concertazione stabile,
bassa conflittualit, impegno dei governi a sostegno della piena occupazione, uno stato sociale
di tipo universalistico. Le forze lavoro riescono in questo contesto a piegare maggiormente a
loro favore le condizioni dello scambio politico neocorporativo senza peraltro compromettere lo
sviluppo economico;
-

neocorporativismo con organizzazioni del lavoro pi deboli: si trovano in Olanda, Belgio e


Svizzera (la Germania, dove i sindacati sono pi forti, si trova a met strada tra questo e il
modello precedente). Si hanno qui sindacati pi deboli e pi frammentati. In Olanda e Belgio vi
sono organizzazioni legate alle diverse matrici religiose, oltre che al movimento socialista. I
sindacati sviluppano per delle forme di coordinamento tra loro e presentano un grado elevato
di centralizzazione, cos come le organizzazioni imprenditoriali. Tuttavia, la minor forza dei
sindacati rende meno favorevole al lavoro lo scambio politico centralizzato. Nei casi in cui i
sindacati sono pi deboli (Svizzera) essi vengono in realt cooptati e incorporati, per motivi
legati al consenso, nel processo di decisione politica; in cambio di un riconoscimento
istituzionale che altrimenti non avrebbero sulla base della forza organizzativa, esse si fanno
portatrici di una politica di moderazione salariale. Entrambi i tipi di questo modello riflettono
una situazione di debolezza del lavoro;

neocorporativismo instabile: laddove, nel corso degli anni 70, la necessit di controllare la
conflittualit e le rivendicazioni mediante laccordo con i sindacati non viene consolidata. I casi
pi rilevanti sono la Gran Bretagna e lItalia (negli anni 70 anche la Danimarca si allontana dal
modello scandinavo). La forza dei sindacati si avvicina a quella del primo tipo ma presentano
una ridotta capacit di coordinamento centrale della rappresentanza (specie nel caso inglese) ed
un minor grado di monopolio legato alla presenza di diverse confederazioni (caso italiano).
Inoltre i governi sono meno orientati in senso pro-labour. In tali condizioni manca
linfrastruttura istituzionale per stabilizzare le tendenze neocorporative, anche se queste si
manifestano ripetutamente: in Gran Bretagna con i tentativi di contratto sociale tra il 1974 e
il 1979, in Italia tra il 1977 e il 1984 (ma anche con maggior successo negli anni 90).

Le considerazioni precedenti attirano lattenzione sulla variabilit delle tendenze corporative e


possono aiutarci a riassumere i principali fattori causali che influiscono sulla diffusione di questo
fenomeno:
1) la forza delle organizzazioni sindacali: esse devono avere un livello di sussistenza tale da poter
mettere in discussione, con il conflitto, il controllo degli imprenditori sul mercato del lavoro e
sullorganizzazione del lavoro nelle imprese;
39

2) il monopolio della rappresentanza e la centralizzazione del potere di rappresentanza: sindacati


forti ma incapaci di coordinare e controllare le rivendicazioni della base, o di coordinarsi tra
loro quando vi sono pi organizzazioni, non favoriscono listituzionalizzazione di stabili forme
di scambio neocorporativo;
3) la presenza nei governi di partiti di sinistra: questi ultimi sono in genere pi favorevoli a
mettere in gioco benefici politici, soprattutto nel campo delle politiche sociali e del lavoro, per
facilitare la concertazione (non da trascurare il fatto che anche partiti di centro-destra, specie
con forti componenti cattoliche, possono a loro volta valersi della concertazione, soprattutto
quando essa gi avviata e pu risultare costoso rinunciarvi). Importante anche lefficienza
delle strutture amministrative, perch evidente che affinch lo scambio neocorporativo possa
funzionare necessario che gli apparati dello stato, al centro e alla periferia, siano in grado di
fornire in modo rapido ed efficiente quelle prestazioni che garantiscono i benefici politici e
lincremento del salario sociale (il caso italiano un buon esempio di come le strutture
amministrative inefficienti abbiano spesso reso pi difficile lo scambio politico);
4) il grado di radicamento culturale e istituzionale del liberalismo: al liberalismo economico si
accompagna dal punto vista culturale e istituzionale il liberalismo politico. Cos come viene
guardata con sospetto ogni forma di organizzazione degli interessi nel mercato economico, per
il timore che questo possa rendere meno efficiente il funzionamento del mercato, la stessa
tendenza vale nel campo politico, per il timore che i peso degli interessi particolari possa
distorcere la formazione degli interessi collettivi affidata al parlamento. Quanto pi forte e
radicata lideologia liberale, tanto maggiore sar allora la diffidenza nei riguardi della
rappresentanza di quegli interessi particolari che crescono con il processo di industrializzazione
nelle classi alte e nel mondo del lavoro (tale diffidenza la si pu riscontrare nellesperienza
storica dei paesi anglosassoni e in quella francese dopo la Rivoluzione; in Europa settentrionale
invece le deboli lite liberali hanno permesso la persistenza e la valorizzazione delle tradizioni e
delle istituzioni di rappresentanza corporativa degli interessi; in Europa meridionale le deboli
lite liberali sono state sfidate dal dominio della Chiesa cattolica che si opponeva fortemente
alla costruzione dello stato liberale ed egemonizzata le strutture corporative preindustriali).
2.4 Le tendenze pi recenti
Nei primi anni 80 molti protagonisti degli studi sul neocorporativismo erano convinti che questo
fosse il percorso che presto o tardi i vari capitalismi nazionali avrebbero finito per seguire, se
avessero voluto rispettare i diritti fondamentali dei cittadini connessi allorganizzazione degli
interessi, sia gli imperativi funzionali di garantire la pace sociale ed espandere laccumulazione.
Eppure proprio in quegli anni stavano prendendo forma importanti mutamenti.
40

Da un lato, paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna cercano di uscire dalle difficolt
economiche e sociali degli anni 70 con un esperimento neoliberale di rilancio del mercato e di
ridimensionamento dellintervento pubblico.
Dallaltro, anche nei paesi tradizionalmente vicini a forme forti o deboli di neocorporativismo e di
concertazione si verifica un importante cambiamento: si manifesta una tendenza generalizzata al
declino della contrattazione centralizzata e crescono invece forme di concertazione, formale e
informale, a livello pi decentrato, sia aziendale e settoriale che territoriale.
Questo dovuto a due fattori:
-

la trasformazione dellorganizzazione produttiva a livello micro: si assiste alla saturazione dei


mercati per la produzione di massa ed alla crescente concorrenza su questi mercati dei paesi di
nuova industrializzazione con pi basso costo del lavoro oltre che alla rottura del sistema di
cambi fissi ed allimpennata dei prezzi del petrolio. Il modello fordista entra in crisi per cui le
imprese cercano di acquisire maggiore flessibilit per far fronte a mercati pi instabili e
variabili (le produzioni pi semplici ma ad elevata intensit di lavoro tendono a spostarsi verso i
paesi in via di sviluppo mentre nelle economie pi avanzate cresce il peso dei servizi, come
ricerca, finanza, servizi legali, marketing e pubblicit. La riorganizzazione porta alla rapida
diminuzione della classe operaia di grande fabbrica e allincremento di fasce di lavoratori a pi
elevata qualificazione nellindustria dei servizi con conseguente frammentazione degli interessi
nel mondo del lavoro che porta allindebolimento dei sindacati ed a una maggiore articolazione
interna che rende pi complessi e difficili i processi di coordinamento della contrattazione.
Sindacati pi deboli hanno minore potere di condizionamento sulle scelte degli imprenditori e
dei governi. Per gli imprenditori abbiamo gi notato come laccettazione della contrattazione
centralizzata fosse in genere una seconda scelta, motivata dal tentativo di limitare la
conflittualit e la forza delle rivendicazioni aziendali. Essi sentono adesso la necessit di
adattarsi a condizioni pi differenziate nelluso e nella remunerazione della manodopera per cui
si fanno in genere sostenitori di un maggiore decentramento della contrattazione;
i vincoli crescenti posti alla spesa pubblica dallo stato sociale: i governi non sono adesso
minacciati dalle rivendicazioni sindacali e dalla conflittualit ma sono interessati da costi
crescenti dovuti alle politiche sociali attuate (linvecchiamento della popolazione grava sulla
spesa pensionistica; il miglioramento delle tecniche di prevenzione e cura delle malattie sulla
spesa sanitaria; diminuisce loccupazione a tempo pieno e ci grava sul sistema di protezione
sociale). Diventa essenziale limitare le spese sociali. Vedremo nellultimo capitolo che i governi
saranno limitati in campo macroeconomico dalla crescente integrazione dei mercati finanziari.

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Riassumendo possiamo dire che i fattori che minano la contrattazione politica centralizzata a partire
dagli anni 80 sono:
-

la frammentazione degli interessi del lavoro e lindebolimento dei sindacati;

la conseguente minore vulnerabilit degli imprenditori e dei governi rispetto alle rivendicazioni
sindacali e ala conflittualit;

le tensioni interne alle associazioni imprenditoriali, che spingono verso il decentramento della
contrattazione;

i vincoli macroeconomici posti allazione dei governi che riducono la possibilit di ricorrere a
benefici politici nello scambio.

Oltre a questi fattori possiamo dire che in molti paesi, anche in alcuni di quelli scandinavi, si
interrompe il lungo predominio dei partiti di sinistra e forze politiche di centro-destra vanno al
potere; inoltre appaiono sulla scena nuovi movimenti politici, in particolare quelli ecologisti e quelli
legati a unattivazione di identit territoriali. I partiti sembrano in genere recuperare un ruolo
maggiore, rispetto agli anni 70, nel sistema di rappresentanza che diventa pi pluralistico. Inoltre,
in Europa, il processo di costruzione delle istituzioni comunitarie forma rappresentanze
pluralistiche a livello sovranazionale.
Non si deve per commettere lerrore di considerare ormai superati i modelli corporativi perch in
gran parte dEuropa i modelli corporativi continuano a connotare forme di regolazione
delleconomia ottenendo i miglior risultati in termini di controllo dellinflazione e della
disoccupazione (Paesi Bassi, Germania, Svizzera, Austria, paesi scandinavi).
Questi stessi paesi, ma anche altri come lItalia nei quali il neocorporativismo centralizzato era
rimasto instabile, sperimentano negli anni 80 forme di micro o di mesoconcertazione, a livello di
azienda di settore o di territorio. Lesistenza di una infrastruttura istituzionale favorevole alla
concertazione costituisce una risorsa per affrontare, con minori costi per tutte le parti coinvolte, i
difficili problemi posti dalla trasformazione del fordismo in direzione di modelli organizzativi pi
basati sulla flessibilit e la qualit (problemi di gestione degli esuberi, mobilit dei lavoratori,
formazione e riqualificazione). In questo quadro si pu comprendere limportanza crescente di
forme di micro e mesoconcertazione (la cooperazione tra gli attori si sposta dal livello
macroeconomico a quello micro). Una ricerca sul caso italiano mostra come queste forme pi
decentrate di concertazione presentano due caratteristiche:
-

il loro carattere pi disaggregato e meno visibile rispetto alla contrattazione centralizzata pu


facilitare lintesa tra le varie parti coinvolte perch si riducono le esigenze di mediazione tra
interessi divergenti sia delle imprese che dei lavoratori

42

la prima caratteristica pu per creare delle contraddizioni con il controllo del quadro
macroeconomico, che invece al centro della concertazione tradizionale. Le intese raggiunte
alla periferia, o nellambito dei settori, possono infatti comportare un aggravio degli oneri in
termini di spesa per le istituzioni pubbliche (come mostra il fenomeno della cassa integrazione,
ampiamente usato in Italia per favorire la ristrutturazione consensuale delle grandi imprese).

Come vedremo pi avanti, gli stessi vincoli macroeconomici posti dal processo di costruzione
dellunione monetaria europea hanno in molti casi stimolato una ripresa della macroconcertazione
propri per affrontare i problemi della moderazione salariale e del controllo dellinflazione, della
disoccupazione e della riorganizzazione dello stato sociale.
3. LA VARIETA DEI SISTEMI DI REGOLAZIONE
Un aspetto importante che emerge dalla political economy comparata degli anni 70 riguarda un
terzo tipo di regolazione, diverso sia da quello neocorporativo che da quello pluralista. Esso risulta
di particolare interesse perch mostra una possibilit di regolazione istituzionale che ottiene buoni
risultati sotto il profilo economico, pur senza rientrare nel modello corporativo (i riferimenti
principali sono la Francia e il Giappone).
3.1 Il decreto tra mercato e accordo
Michele Salvati (1982) ha proposto il modello idealtipico che ha denominato decreto caratterizzato
da unelevata autonomia dei governi dalla pressione pluralistica degli interessi. Lo stato pu cos
intervenire nelleconomia con politiche dirigistiche che utilizzano le leve del credito, quelle fiscali e
quelle del sostegno alle esportazioni; orientando il comportamento delle imprese al fine di sostenere
lo sviluppo economico ed escludendo i sindacati, che sono deboli, dal processo di decisione politica
(es. la Commissione per la programmazione in Francia, il Ministero del commercio e dellindustria
in Giappone). Il risultato dal punto di vista economico consiste in bassa inflazione accompagnata da
bassa disoccupazione ed elevati tassi di crescita. In questo modello il governo si concentra su
politiche regolative in campo economico, pi che redistributive in campo sociale.
Il contributo di Salvati utile per mettere a fuoco le differenze tra il tipo del decreto e gli altri due
modelli, laccordo (che coincide con il neocorporativo) ed il mercato (che coincide con il
pluralismo radicale il cui riferimento principale sono gli Stati Uniti).
Consideriamo tre dimensioni allinterno dei tre idealtipi:
1) la forza della classe operaia: nellaccordo forte mentre nel decreto e nel mercato debole;
2) il sistema politico: neocorporativo nellaccordo; pluralista nel mercato; di divisione politica nel
decreto con forze politiche di sinistra stabilmente escluse dallaccesso al governo (Francia);
3) la dimensione ideologica: nel mercato vi la centralit della societ civile con forte
radicamento del liberalismo, sia economico che politico (es. Gran Bretagna e Stati Uniti dove
43

la forte immigrazione e la variegata composizione etnica no ha mai costituito un terreno facile


per le idee socialiste; mentre in Europa il liberalismo spesso debole e contrastato da forti
movimenti di orientamento socialista); nel decreto le aspettative sono pi per un intervento
dirigista dello stato in campo economico che per una sua diffusa responsabilit in campo
sociale; nellaccordo invece si auspica uno stato sociale.
Il contributo di Salvati introduce un elemento di cautela, che non riguarda soltanto il successo del
decreto, ma anche il giudizio su quello del mercato. Anche il mercato pu funzionare senza doversi
necessariamente trasformare nellaccordo neocorporativo. Si riconoscono possibilit diverse di
regolare leconomia nei paesi pi sviluppati. Negli Stati Uniti il grado di accettazione sociale del
mercato certamente pi alto che nei paesi europei (la Gran Bretagna il paese europeo che si
avvicina di pi per linfluenza originaria del liberalismo nei rapporti tra stato e mercato al modello
americano). In ogni caso, gli sviluppi pi recenti hanno confermato che un riaggiustamento pi
basato sulla regolazione di mercato pu conseguire risultati rilevanti sotto il profilo del dinamismo
economico e della creazione di occupazione. Vedremo pi avanti come la sociologia economica, nei
sui sviluppi pi recenti, abbia cercato di tener maggiormente conto della variet delle forme di
regolazione e dei processi di costruzione sociale del mercato.
Ci soffermeremo invece ora su un aspetto importante della political economy degli anni 70, cio
sulle conseguenze sul piano metodologico di questa letteratura per il chiarimento del concetto di
regolazione delleconomia e per lanalisi della variabilit delle forme di regolazione.
3.2 Principi e sistemi di regolazione
Sappiamo che possibile distinguere tre forme di regolazione con le relative istituzioni:
-

scambio di mercato sulla base di prezzi con le istituzioni dei mercati autoregolati;

la solidariet sulla base di obbligazioni condivise (reciprocit di Polanyi) con una vasta gamma
di istituzioni (famiglia, parentela, comunit locale; nelle societ moderne anche movimenti o
associazioni volontarie);

lautorit: che si basa sulla coercizione dello stato (redistribuzione di Polanyi) o a livello micro
con limpresa come organizzazione gerarchica.

Schmitter e Streeck (1985), riflettendo sullesperienza del neocorporativismo, propongono di


aggiungere la concertazione come forma di regolazione e le associazioni di tipo neocorporativo
come istituzioni che la sostengono. Pu essere accettata questa proposta?
Per i due sociologi siccome i patti delle organizzazioni degli interessi acquistano rilievo rispetto
alle norme prodotte dallo stato, si pu considerare la concertazione neocorporativa come una
variante moderna della redistribuzione.

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C da ricordare che ciascuna economia concreta non si baser mai soltanto su ununica forma di
regolazione (gi sottolineato da Polanyi e dagli altri classici della sociologia economica a partire da
Sombart) per cui opportuno distinguere anche tra principi o forme di regolazione e sistemi di
regolazione.
I principio le forme di regolazione riguardano le regole secondo le quali le diverse risorse vengono
combinate nel processo produttivo, il reddito prodotto viene distribuito, i potenziali conflitti tra i
soggetti coinvolti nel processo economico vengono controllati.
Con la categoria di sistema di regolazione ci si riferisce invece alla specifica combinazione e
integrazione tra diverse forme di regolazione che caratterizza una determinata economia.
Abbiamo visto come i classici della sociologia economica abbiano in genere privilegiato
comparazioni nel tempo a elevata generalizzazione (confronti tra capitalismo tradizionale e
moderno, tra capitalismo liberale e organizzato) mentre la political economy comparata sviluppatasi
a partire dagli anni 70 si muove invece a livelli di astrazione pi ridotti, mettendo a confronto le
reazioni alla crisi degli assetti keynesiani di diversi tipi di economie nazionali.
Unultima osservazione riguarda la possibilit di usare il concetto di sistema di regolazione anche a
livello microeconomico, per studiare la specifica organizzazione di determinati settori di imprese o
le economie di territori subnazionali.
Un esempio di uso del concetto di sistema di regolazione a livello territoriale si pu ricavare dalla
ricerca italiana sullo sviluppo di piccola impresa delle regioni del centro e del Nordest. Ne
parleremo a fondo ma qui ci interessa ricordare che il sistema di regolazione della Terza Italia, nella
fase cruciale del suo sviluppo (anni 70 e primi anni 80) stato ricostruito come una particolare
combinazione tra mercato, reciprocit e scambio politico neolocalistico, che ha coinvolto
associazioni e governi locali.

45

CAPITOLO 4
LA CRISI DEL FORDISMO E I MODELLI PRODUTTIVI FLESSIBILI
Con la political economy comparata si manifesta una ripresa di interesse della sociologia economica
a livello macroeconomico, stimolata dalle difficolt e dalle trasformazioni dello stato sociale
keynesiano. Contemporaneamente prende forma una problematica teorica e di ricerca che si colloca
pi a livello microeconomico e si misura con i cambiamenti nellorganizzazione delle imprese e dei
processi produttivi. Parleremo in questo capitolo della crisi del modello fordista e delle nuove
forme produttive flessibili.

Mentre negli studi di orientamento macro il fuoco era posto sul sistema di rappresentanza degli
interessi, sulla composizione dei governi, sulla struttura e lefficienza degli apparati pubblici, in
altri studi vengono maggiormente in evidenza i fattori istituzionali che influenzano i processi di
innovazione e di adattamento a condizioni di mercato pi incerte e pi instabili. In altre parole si
tratta di valutare come le istituzioni influenzino lofferta pi che la regolazione della domanda:
linnovazione nei prodotti e nei processi produttivi, la crescita dellimprenditorialit, la formazione
professionale della manodopera, i rapporti di lavoro a livello di azienda e di territorio, la
disponibilit di servizi e infrastrutture per le imprese, e altri aspetti ancora.
Prende corpo una nuova sociologia economica a livello micro, che ha al suo centro le origini e gli
sviluppi di nuovi modelli di organizzazione produttiva basati sulla flessibilit (ricerca empirica).
Sia sul versante delleconomia che di quello sociologico si cerca anche di mettere a punto strumenti
di interpretazione della variet delle forme di organizzazione e di governo dei processi produttivi
ibride che si formano accanto allimpresa come le joint ventures, le alleanze, i rapporti di
subfornitura (dibattito teorico). Dal lato delleconomia si fa strada un neoistituzionalismo che
ridefinisce la teoria dellazione tradizionalmente utilizzata dagli economisti, dal lato sociologico
prende forma una nuova sociologia economica a livello micro che lega maggiormente lemergenza
e il funzionamento delle diverse forme istituzionali a fattori culturali, rapporti fiduciari, reti di
relazioni sociali.
Infine, prenderemo in considerazione un insieme di studi che sviluppano la tradizione di indagine
della sociologia economica sui comportamenti di consumo, non soltanto come espressione di una
ricerca di status (secondo Veblen), ma come processo di costruzione attiva di unidentit che
coinvolge gli stili di vita e i consumi.
1. CRISI E TRASFORMAZIONE DEL MODELLO FORDISTA

46

Nel corso del 900 si affermato un modello di organizzazione economica definito fordista o
fordista-taylorista che ha raggiunto lapice del suo sviluppo soprattutto nel ventennio successivo
alla seconda guerra mondiale che si basa su grandi imprese le cui caratteristiche principali sono:
1) imprese verticalmente integrate: includono al loro interno diverse fasi produttive che prima
erano svolte da aziende distinte, dal controllo delle materie prime per garantirsi gli input
necessari alla produzione, alla distribuzione dei prodotti ai clienti;
2) produzione di massa: mediante lo sfruttamento della tecnologia e quindi lutilizzo di macchine
specializzate di sfruttano le economie di scala producendo beni standardizzati in grande quantit
ed a bassi costi unitari;
3) manodopera scarsamente qualificata e organizzazione del lavoro tayloristica: il lavoro diviso
in compiti semplici e ripetitivi che limitano lautonomia degli operai. Limpresa funziona come
una grande organizzazione burocratica basata sul controllo gerarchico. Vi una separazione tra
propriet dellimpresa ed il ruolo del manager che deve dirigere lattivit produttiva.
I fattori che hanno favorito lo sviluppo di queste imprese sono stati la diffusione dellelettricit
come fonte di energia a basso costo facilmente distribuibile (che alimenta il mercato di massa) ed il
miglioramento dei mezzi di trasporto e di comunicazione (che favorisce il flusso delle merci).
Non bisogna per immaginare che il modello si affermi uniformemente in tutti i settori produttivi e
che si diffonda con la stessa intensit e gli stessi tempi in tutti i paesi industrializzati:
-

vi sono settori con domanda di beni non standardizzati che porta al persistere di imprese di
dimensioni piccole e medie nel campo delle macchine utensili e delle macchine speciali
(prodotti ad elevata qualit, prodotti che variano notevolmente a causa della moda come nel
tessile, nellabbigliamento, nel mobilio);

vi sono settori con domanda pi instabile dovuta a variazioni cicliche in cui di sviluppa una
forma di decentramento di capacit attraverso rapporti di subfornitura e i beni vengono
commercializzati dalla grandi aziende. Anche il risparmio sul costo del lavoro favorisce il
decentramento produttivo. Il fordismo quindi pu convivere con la presenza di settori in cui vi
elevata presenza di imprese piccole e medie a gestione pi tradizionale (imprenditorialit
personale, macchinari utilizzabili per produzioni multiple, organizzazione del lavoro non
tayloristica, manodopera pi qualificata e pi vicina alloperaio di mestiere);

il mercato nazionale pu essere pi o meno favorevole alla produzione di massa per motivi che
hanno a che fare con la differenziazione dei gusti e degli stili di vita e quindi con i caratteri della
stratificazione sociale e della cultura nazionale. Il fordismo nato in America dove vi era un
grande mercato nazionale precocemente unificato dalle infrastrutture di comunicazione e in
particolare dalle ferrovie. Gli Stati Uniti, come paese di grande immigrazione, non segnato dalle
47

differenziazioni sociali tipiche dellesperienza europea, avevano una popolazione in crescita


molto pi incline al consumo di beni standardizzati. Tale manodopera immigrata aveva una
bassa qualificazione per cui era pi facilmente impiegabile in metodi di produzione come quelli
fordisti-tayloristi. In Europa il fordismo arriver pi tardi per le ragioni appena esposte,
presenza di imprese di piccole dimensioni spesso integrate in quelli che Marshall chiam i
distretti industriali.
Nonostante queste differenze, il fordismo presenta nei diversi paesi alcuni tratti simili:
-

lorganizzazione dei processi produttivi come sopra detto;

lestensione della contrattazione collettiva e listituzionalizzazione delle relazioni industriali in


modo da attenuare i conflitti e garantire la collaborazione di unestesa e omogenea classe
operaia nelle fabbriche.

Fordismo a livello micro e stato sociale keynesiano a livello macro sono dunque strettamente
legati.
A partire dagli anni 70 le trasformazioni del modello fordista sono dovute a fattori che abbiamo gi
visto:
-

la saturazione del mercato dei beni di massa riduce lo stimolo alla crescita del fordismo;

laccresciuta concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione con pi basso costo del
lavoro nelle produzioni pi semplici aumentano la concorrenza;

limpennata dei prezzi del petrolio e delle materie prime non permette pi bassi costi per gli
input nei processi produttivi;

il venir meno del regime di cambi fissi e la maggiore instabilit che ne consegue sul mercato
internazionale no aiutano la riproduzione del vecchio modello produttivo.

Lesistenza di un sistema di rappresentanza pi strutturato di tipo neocorporativo e di pratiche di


concertazione hanno reso meno dirompenti le tendenze di crisi del fordismo in alcuni paesi europei,
mentre laddove mancavano questi caratteri istituzionali (Stati Uniti, Gran Bretagna o Italia) lo
shock stato pi forte e le trasformazioni sono state socialmente pi costose.
In ogni caso, anche in contesti di tipo neocorporativo le tendenze di trasformazione del fordismo
non sono state frenate e ci stato dovuto:
-

al crescere della domanda diversificata di beni di maggiore qualit sia per laumento dei redditi
che per il formarsi di nuovi gruppi sociali istruiti che sviluppano nuovi stili di vita e modelli di
consumo;

allintroduzione delle nuove tecnologie elettroniche che permettono lutilizzo di macchine a


controllo numerico che possono essere programmate per compiti diversi mediante il software.

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Ci permette un sensibile abbassamento dei costi della produzione flessibile, la produzione di


beni non standardizzati di elevata qualit, in serie limitate, ed a costi pi bassi.
Sia i cambiamenti del mercato che quelli della tecnologia pongono dunque le condizioni per una
reazione delle imprese alla nuova situazione che pu giocare sulla flessibilit, la diversificazione
dei modelli e la qualit. quindi possibile vendere beni di elevata qualit, prodotti in quantit
limitate e soggetti a rapido cambiamento, per i quali i consumatori sono disponibili a pagare prezzi
pi elevati. Ci consente di sfuggire alla concorrenza dei paesi a pi basso costo del lavoro in
produzioni di massa.
Questo non vuol dire che la produzione di massa e il modello fordista siano abbandonati dalle
imprese dei paesi pi sviluppati; c chi si muove verso la produzione flessibile ma c chi cerca di
ridefinire il modello fordista ed occupare gli spazi che rimangono per la produzione di massa sia nei
paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo.
Vi sono due tendenze che possono variamente combinarsi tra loro:
-

luso delle nuove tecnologie per riadattare il modello fordista: si tratta di strategie di
adattamento neofordiste definite anche come produzione flessibile di massa che consiste
nellincrementare le varianti di un prodotto senza abbandonare il modello che prevede la
separazione tra concezione ed esecuzione e unorganizzazione rigida del lavoro. Si introducono
anche nuove tecnologie (macchine automatiche come i robot). Si parla anche di neotaylorismo
informatizzato;

lutilizzo della multinazionalizzazione: le imprese della produzione di massa investendo


direttamente allestero e specie nei paesi in via di sviluppo cercano di ritrovare le condizioni di
vantaggio prima presenti nei paesi pi avanzati (un mercato in crescita e condizioni di pi basso
costo del lavoro).

2. MODELLI PRODUTTIVI FLESSIBILI E CONTESTO ISTITUZIONALE


Un particolare contributo allo studio di questo cambiamento lo dobbiamo a Michael Piore e
Charles Sabel (1984) che introducono il modello della specializzazione flessibile contrapponendolo
a quello fordista e che sottolineano anche successivamente tre aspetti da mettere meglio a fuoco:
-

la possibile persistenza della produzione di massa nei termini prima ricordati del neofordismo;

le forme di specializzazione flessibile praticate dalle grandi imprese, oltre che dalle piccole, con
la loro trasformazione interna e la maggiore apertura a rapporti di collaborazione con imprese
esterne;

lanalisi pi approfondita e dettagliata dei fattori istituzionali che consentono le forme di


cooperazione tra management e lavoratori, quelle tra le imprese, e le buone condizioni di lavoro
e gli alti salari.
49

Vedremo dapprima il fenomeno delle piccole imprese e dei distretti industriali, poi i modelli pi
legati alla trasformazione delle grandi imprese, infine laltra faccia della flessibilit che pu portare
forme di organizzazione con bassi salari e condizioni sfavorevoli per la manodopera che tendono a
sfociare nelleconomia informale.
2.1 Piccole imprese e distretti industriali
diversi esempi di distretti di piccola impresa sono stati segnalati dalle ricerche condotte in vari paesi
(Sabel 1988) ma particolare interesse ha suscitato il fenomeno in Italia, data la sua diffusione, che
ha permesso lelaborazione del concetto di distretto proprio nel contesto italiano.

I distretti industriali in Italia

Nel corso degli anni 70 si nota una forte crescita delle piccole imprese, particolarmente concentrata
nelle regioni del centro (Marche, Toscana) e del Nordest (Veneto) che vengono denominate Terza
Italia per distinguerle dal Nordovest (zone della prima industrializzazione e delle grandi imprese) e
dal sud dove il processo di industrializzazione era rimasto fortemente limitato.
Le piccole imprese sono concentrate in sistemi locali (aree urbane di dimensioni ridotte, in genere
non superiori ai 100.000 abitanti, fatte di uno o pi comuni vicini) con un mercato del lavoro
integrato e un certo grado di specializzazione settoriale: i settori presenti sono quelli tradizionali
(tessile, abbigliamento, calzature, mobilio, ceramica, ecc.) ma non mancano quelli pi moderni
(meccanica e macchinari). Si parla quindi di distretti industriali (concetto ripreso da Marshall)
quando siamo in presenza di specializzazione settoriale e integrazione tra piccole imprese che
danno luogo a una divisione specialistica del lavoro. In un distretto ciascuna piccola impresa si
specializza in una particolare fase o nella produzione di una particolare componente del processo
produttivo e solo un numero pi ridotto di aziende ha per rapporti diretti con il mercato finale; esse
ricevono gli ordini e decidono le quantit e le qualit di beni da produrre coordinando lintero
processo.
La capacit di rispondere in modo flessibile ai cambiamenti del mercato si basa:
-

sui rapporti di cooperazione e non solo sulluso delle nuove tecnologie da parte delle singole
aziende;

sulla capacit di innovare e migliorare la qualit dei beni prodotti mediante economie esterne
alle singole aziende ma interne allarea in cui esse sono localizzate. Marshall parlava di
atmosfera industriale che si caratterizza per la circolazione e diffusione rapida di conoscenze e
informazioni e per lo sviluppo di continue innovazioni incrementali (risorse cognitive) oltre che
linfluenza di fattori di natura culturale ed istituzionale.

I fattori istituzionali sono tre:

50

1) una rete di piccoli e medi centri nei quali vi erano tradizioni artigianali e commerciali diffuse,
non erose dalla prima industrializzazione, dallurbanesimo e dallimmigrazione; importante
anche il ruolo di buone scuole tecniche locali);
2) i rapporti di produzione in agricoltura prima dellindustrializzazione, specie la presenza della
famiglia appoderata nelle campagne (mezzadria e piccola propriet contadina) che ha sostenuto
la formazione originaria di unofferta di lavoro flessibile, a costi ridotti, e conoscenze e
motivazioni congruenti con lo sviluppo di piccola impresa;
3) presenza di subculture politiche territoriali dovute alla forte presenza di tradizioni e istituzioni
politiche locali legate al movimento cattolico e a quello socialista e comunista. Queste hanno
contribuito a rafforza un tessuto fiduciario molto importante per lo sviluppo di piccola impresa
ed hanno influenzato le relazioni industriali e lattivit dei governi locali (relazioni industriali di
tipo cooperativo e localistico).
evidente che la produzione richiede un elevato grado di cooperazione tra le imprese e tra
imprenditori e lavoratori allinterno delle unit produttive; una cerca concorrenzialit allinterno
delle singole fasi produttive che per mitigata da meccanismi di cooperazione (es. nella
subfornitura il committente o il subfornitore non tirano troppo la corda , cio non massimizzano
lutilit a breve termine ma puntano su vantaggi reciproci nel lungo termine grazie al tessuto
fiduciario in cui operano).
Lattivit dei distretti dipende dalla capacit di produrre beni collettivi che ciascuna unit
produttiva non in grado di realizzare da sola, ma dai quali dipende lo sviluppo complessivo; ma la
singola impresa non pu sviluppare al suo interno una serie di servizi che sono necessari per
linnovazione e la crescita della produttivit (formazione

professionale, diffusione delle

informazioni sui mercati, promozione delle esportazioni, smaltimento dei rifiuti industriali) per cui
devono intervenire dei centri di servizio creati e gestiti dalle organizzazioni imprenditoriali locali
con la partecipazione anche delle organizzazioni sindacali oppure servizi svolti direttamente o
indirettamente dagli enti locali e regionali.
Anche per quel che riguarda il mercato del lavoro sono allopera forme di cooperazione: elevata
flessibilit interna in termini di orari e straordinari, disponibilit a svolgere compiti diversi e a
contribuire alla qualit della produzione, elevata mobilit del lavoro tra le imprese. Laccettazione
di questo tipo di relazioni di lavoro certamente favorita dal particolare tessuto culturale e
comunitario ed alle relazioni industriali di tipo cooperativo prima ricordate. La costruzione sociale
del mercato un aspetto cruciale del successo dei distratti nella specializzazione flessibile.

Distretti e istituzioni

51

Il caso italiano ha avuto un ruolo di particolare rilievo nella letteratura sullo sviluppo delle piccole
imprese e dei distretti ma tale fenomeno in questione stato segnalato anche in contesti diversi: in
vari paesi europei, negli Stati Uniti, in Giappone. Diversi contributi hanno cercato di mettere in
evidenza i principali tratti comuni ricavabili dalle ricerche sui vari paesi come segue:
1) gli aspetti cognitivi che influiscono sulle conoscenze e sulla formazione dellimprenditorialit
come le tradizioni artigianali precedenti e le buone scuole tecniche (in Italia) o la vicinanza di
istituzioni di ricerca pubbliche o private legate a grandi imprese o alla presenza di importanti
universit

che sviluppano intensi scambi con le imprese (la Silicon Valley vicino a San

Francisco specializzata nella produzione di semiconduttori; il Baden-Wurttemberg in


Germania);
2) la dimensione normativa: la capacit di cooperazione e la disponibilit di un tessuto fiduciario
sono risorse cruciali che possono avere una matrice religiosa o politica o ancora di tipo etnico. Il
radicamento territoriale consente interazioni pi dirette e forme di circolazione delle
informazioni e di monitoraggio dei comportamenti che alimentano la fiducia e consentono di
isolare rapidamente e di sanzionare con meccanismi di esclusione coloro che si allontanano
dalle aspettative condivise;
3) lesistenza di istituzioni e servizi che permettano la riproduzione nel tempo delle risorse
cognitive e normative (centri per la diffusione della tecnologia, per la formazione
imprenditoriale e del lavoro, conoscenze dei mercati, promozione delle esportazioni, ecc.;
4) per quanto riguarda i tipi di regolazione del lavoro possiamo trovare due situazioni tipiche:
condizioni salariali e di lavoro che possono essere anche sfavorevoli ma che si accompagnano a
elevate possibilit di mettersi in proprio da parte dei lavoratori dipendenti oppure relazioni
industriali pi istituzionalizzate ma a carattere cooperativo che spingono verso forme di
flessibilit pi contrattata e compensata (es. Italia).
Il successo nelladattamento alle sfide esterne non dato una volta per tutte ma deriva dalla
capacit degli attori locali di continuare a interagire efficacemente per trovare nove soluzioni, per
produrre nuovi beni collettivi da cui dipende il benessere della societ locale.
2.2 La trasformazione delle grandi imprese
Dopo la scoperta dei distretti industriali lindagine si estesa anche alla trasformazione delle grandi
imprese verso modelli di produzione flessibile. Lesperienza di paesi come la Germania ed il
Giappone importante perch stata pi diffusa e pi anticipata.
Il punto di partenza di tale processo costituito dalla crescente instabilit e frammentazione dei
mercati che riduce la prevedibilit che era il requisito essenziale del modello fordista e la possibilit

52

di elevati investimenti in macchinari specializzati che rischiano di non essere ripagati per i rapidi
cambiamenti della domanda e lobsolescenza dei prodotti.
Le imprese dunque puntano su vari cambiamenti:
-

decentramento dellautorit in modo da avvicinare le unit operative agli stimoli del mercato.
Le unit centrali diventano pi snelle e si occupano solo delle decisioni strategiche. Si
smantellano i laboratori centrali di ricerca creando delle strutture simili a livello delle unit
operative in modo da avvicinare concezione ed esecuzione. Le unit operative diventano come
delle aziende semiautonome che presidiano determinate produzioni mentre dal punto di vista
finanziario la grande impresa, spesso multinazionale, si trasforma in una holding che controlla
le societ specializzate nei diversi prodotti;

cambiamento dellorganizzazione del lavoro: vengono messi in discussione i modelli tayloristi


a favore del just in time (riduzione degli scarti, dei tempi morti, delle scorte), di unelevata
collaborazione della manodopera che diventa pi qualificata ed abituata ad operare in squadra;

potenziamento della collaborazione con sub-fornitori: le grandi multinazionali tendono a


concentrarsi di pi sullo sviluppo di alcune tecnologie chiave, sul design e sullassemblaggio
complessivo del prodotto facendo produrre le parti complementari da una rete di subfornitori i
quali tendono a decentrare le parti pi semplici ad un rete di subfornitori di secondo livello.
Affinch la collaborazione con i subfornitori sia pi efficace si lasciano lavorare con pi
committenti in modo che siano pi stimolati dal mercato a migliorarsi e possano mantenersi con
diverse commesse nei momenti in cui un committente in crisi;

limportanza dei fattori culturali e istituzionali (cognitivi e normativi): importante il


potenziamento della capacit di apprendimento attraverso una pi intensa e pi efficace
cooperazione tra le varie strutture e i vari soggetti che lavorano nellambito dellimpresa (nel
caso giapponese, per effetto di una concezione dellimpresa come comunit, pi che come rete
di contratti, e per lattenzione alla formazione professionale della manodopera; nel caso tedesco,
per effetto delle procedure della codeterminazione che prevedono un coinvolgimento
formalizzato dei lavoratori nella gestione dellimpresa, e inoltre per la formazione
professionale). Il potenziamento delle risorse cognitive attraverso la cooperazione favorito da
particolari risorse normative, cio da regole istituzionalizzate che incentivano nei lavoratori un
comportamento cooperativo. Lo strumento dellimpiego a vita nelle grandi imprese, il ruolo di
un sindacalismo di azienda di tipo cooperativo, il peso di aspetti della retribuzione legati
allandamento dellimpresa, sono tutti fattori che in Giappone sostengono la cooperazione. In
Germania, relazioni industriali molto istituzionalizzate in azienda, anche se con sindacati pi
integrati a livello di settore e a scala nazionale, svolgono una funzione simile. Le aziende sono
53

aiutate dallesistenza di istituzioni esterne di natura pubblica o mista, che sono impegnate
efficacemente nella formazione e riducono i costi dellinvestimento privato;
-

maggiore apertura alle collaborazioni esterne: un altro aspetto della strategia di


potenziamento delle risorse cognitive, che spinge le imprese a cercare contatti con reti di
subfornitori specializzati, che sono di solito di piccole dimensioni e sono localizzati in aree di
specializzazione produttiva o in veri e propri distretti. Quindi la possibilit per le grandi imprese
di sperimentare la specializzazione flessibile condizionata dallesistenza di piccole e medie
imprese esterne.

Le tendenze che abbiamo esaminato indicano come la sperimentazione di modelli flessibili porti a
una certa convergenza tra la variante basata sui distretti e quella centrata sulle grandi imprese
(Streeck ha introdotto il concetto di produzione diversificata di qualit che pu essere realizzata sia
da grandi imprese che utilizzano tecnologie flessibili che da piccole e medie imprese). Si allentano
cos i confini tra grandi e piccole imprese.
Abbiamo gi sottolineato come il nuovo modello non soltanto tecnologico ma anche un nuovo
modello organizzativo a rete: i distretti possono essere visti come reti di piccole e medie imprese
mentre la grande azienda si trasforma in impresa-rete.
Le reti funzionano come sistemi di apprendimento, cio come insiemi di relazioni formali e
informali che potenziano le capacit di rapido aggiustamento rispetto al mercato. Nellimpresa
gerarchica fordista decide i propri obiettivi produttivi e li impone al mercato; nel nuovo sistema
invece il mercato, diventato instabile e frammentato, che impone processi di aggiustamento pi
rapidi e costosi. Le reti permetto di potenziare la velocit di aggiustamento e le capacit di
apprendimento, e insieme di ridurre i costi dei nuovi prodotti, distribuendoli su un pi ampio
ventaglio di soggetti e abbassando quindi i rischi. La centralit che assume la capacit di
cooperazione nei modelli flessibili rende le imprese, grandi e piccole, che vogliono perseguirli pi
dipendenti dallambiente sociale nel quale sono inserite.
2. LECONOMIA INFORMALE
Possiamo definire leconomia informale come linsieme di attivit di produzione e distribuzione di
beni e servizi che sfuggono in tutto o in parte alla contabilit nazionale.
Possiamo valutare leconomia informale sulla base di tre dimensioni: i metodi di produzione di beni
e servizi; il tipo di beni e servizi prodotti; lorientamento al mercato degli stessi:
1) economia informale nascosta: produzione con metodi contrari alla legge (lavoro non registrato
o evasione fiscale) di beni leciti e rivolti al mercato;
2) economia informale criminale: produzione con metodi contrari alla legge di beni illegali rivolti
al mercato;
54

3) economia informale domestica-comunitaria: produzione con metodi legali di beni leciti ma


non rivolti al mercato (per autoconsumo familiare o della comunit).
Perch la distinzione regga necessario che ci sia uneconomia formale definita da regole
giuridiche precise e applicate che delimitano e organizzano le attivit economiche per il mercato.
A partire dalla seconda met degli anni 70 lattenzione della sociologia economica andata in
misura crescente alla diffusione delleconomia informale, specie nei paesi sviluppati. In assenza di
informazioni e misurazioni precise difficile dire con precisione se e in che misura le attivit
delleconomia informale siano cresciute negli ultimi decenni.
Si parla dellipotesi che i problemi e le trasformazioni della produzione di massa abbiano
alimentato leconomia informale come forma di adattamento dei lavoratori alle accresciute
difficolt occupazionali (ma anche mediante il doppio lavoro) ma ci pu essere dovuto anche alle
difficolt dei sistemi di welfare che non riesce pi a soddisfare la richiesta di nuovi bisogni sociali
per cui si incrementano lautoproduzione familiare o comunitaria di beni e servizi per sopperire alla
carenza della copertura pubblica (es. prestazioni di cura ad anziani, bambini, malati, portatori di
handicap); altro fattore pu essere lelevato costo dei servizi finali offerti sul mercato per la
manutenzione o riparazione di beni come la casa o le attrezzature pi diffuse tra le famiglie come
gli elettrodomestici.
Le logiche che alimentano leconomia informale sono diverse ma tutte accomunate dal ricorso a
forme di reciprocit come modalit regolative prevalenti.
Oltre alle condizioni di carattere generale un ruolo cruciale per la diffusione delleconomia
giocato dal contesto istituzionale:
-

le reti di relazioni fiduciarie sono essenziali perch i rapporti delle imprese con gli acquirenti
finali, con le altre imprese, con i lavoratori, presuppongono un elevato grado di fiducia (in
assenza di contratti legali non si pu chiedere lintervento pubblico in caso di violazione del
patto);

il radicamento territoriale un aspetto essenziale di queste forme di economia perch sul


territorio che si possono sviluppare meglio quelle reti di relazioni e di conoscenze che
permettono la mobilitazione delle risorse ed anche il monitoraggio dei soggetti coinvolti e le
sanzioni di esclusione a carico di coloro che rompono i legami fiduciari (ci avviene in quartieri
di grandi metropoli moderne come New York, San Francisco, Miami e molte altre citt
caratterizzate da comunit etniche e da gruppi di immigrazione a forte coesione interna; ma
avviene anche in aree pi arretrate come nel Mezzogiorno in Italia, in Spagna ecc.). Molte volte
i pi deboli, come gli immigrati, accettano condizioni di lavoro gravosi e malpagati con la

55

prospettiva di un processo di mobilit sociale futuro basato sulla creazione di piccole imprese
autonome a base familiare.

La via alta e la via bassa

Possiamo dire che si intravede una via alta alla flessibilit, capace di dinamismo, innovazione e
condizioni di lavoro pi favorevoli in produzioni diversificate e di qualit. Essa pu essere centrata
su reti di imprese (i distretti) o su imprese-rete. I paesi pi sviluppati la mettono in atto in quanto
non possono essere competitivi con quelli pi arretrati per quanto riguarda le produzioni
standardizzate.
Vi poi la via bassa alla flessibilit che gioca molto su condizioni di impiego e di costo del lavoro
per rafforzare la competitivit di prezzo in produzioni di minore qualit, che spesso si radicano in
tutto o in parte nelleconomia nascosta (evasione delle norme fiscali e di quelle che regolano i
rapporti di lavoro). Perch questo avvenga non bastano condizioni di disoccupazione diffusa, di
carenza di reddito o di scarsa copertura del welfare, ma necessitano un complesso di risorse
cognitive e normative che non sono sempre presenti.

56

CAPITOLO 5
LA NUOVA SOCIOLOGIA ECONOMICA
Gli studi di sociologia economica a livello micro non sono stati alimentati solo dalle ricerche sui
modelli di organizzazione produttiva flessibile. Un importante contributo venuto dal dibattito
teorico sulla variet delle forme di organizzazione delle attivit economiche. In contrasto con le
spiegazioni proposte dal neoistituzionalismo economico, e in particolare dalla teoria dei costi di
transazione, la nuova sociologia economica mette in luce il ruolo delle reti sociali e del capitale
sociale, e quello dei fattori culturali nel plasmare lorganizzazione delle attivit produttive e dei
servizi.

Nellultimo ventennio del Novecento economisti e sociologi hanno cercato di sviluppare nuovi
strumenti per analizzare la crescente variet dei modelli di organizzazione economica; gli uni e gli
altri sono stati mossi dallinsoddisfazione nei riguardi delle teorie tradizionali prevalenti nelle
rispettive discipline.
1. IL NEOISTITUZIONALISMO ECONOMICO
La microeconomia tradizionale opera a un livello di astrazione troppo elevato per poter spiegare
efficacemente la fenomenologia concreta dellorganizzazione economica e tende a rinviare la
questione a determinanti tecnologiche concentrandosi sullo studio del mercato. Questa soluzione
insoddisfacente per spiegare perch alcune transazioni (scambi di beni e servizi) avvengano nel
mercato e altre vengano internalizzate nellimpresa, e perch in alcuni casi limpresa cresca e si
affidi maggiormente alla gerarchia e in altri resti di piccole dimensioni. Il nuovo approccio vede nel
mercato, nellimpresa, o nelle forme di collaborazione tra aziende, delle istituzioni economiche che
possono essere spiegate come reti di contratti tra soggetti volti a massimizzare il proprio
interesse. A differenza del modello neoclassico tradizionale, si ipotizza per lesistenza di costi di
transazione variabili, dovuti a condizioni di incertezza e a carenza di informazioni, che possono
creare spazi pi o meno grandi per comportamenti opportunistici. Da qui emergono una serie di
accorgimenti contrattuali volti a ridurre i costi di transazione che si presentano nelle diverse
situazioni di scambio economico.
Lanalisi dei costi di transazione
Tra gli studi riconducibili al neoistituzionalismo economico ci soffermiamo sulleconomia dei
costi di transazione di Oliver Williamson (1986) perch quello che fa pi riferimento a variabili
non economiche e sostiene la necessit di una maggiore collaborazione con la sociologia.
Leconomista americano sostiene che per comprendere i costi di transazione non sufficiente
riferirsi ai fattori ambientali, in particolare al mercato, ma occorre prendere in considerazione anche
57

i fattori umani. indispensabile superare i postulati della piena razionalit e della condotta
ottimizzante dei decisori, propri del modello economico tradizionale passando al concetto di
razionalit limitata (formulato da Herbert Spencer) per caratterizzare informa pi realistica le
decisioni dei soggetti economici (in pratica, impossibile conoscere tutte le alternative e tutte le
loro possibili conseguenze quando si deve prendere una decisione per cui la razionalit sempre
limitata e mira a ottenere risultati soddisfacenti piuttosto che ottimali, basandosi sulla selezione di
un ristretto numero di informazioni). anche necessario tenere conto della tendenza
allopportunismo cio della mancanza di sincerit e onest negli scambi che pu portare al
perseguimento del proprio interesse con linganno.
Quando tra i fattori ambientali prevalgono condizioni di incertezza, si fanno spazio i vincoli
derivanti dai fattori umani (razionalit limitata e opportunismo) per cui si manifestano dei costi di
transazione e limpresa pu decidere di coordinare per via gerarchica tali attivit attraverso
linternalizzazione (al contrario invece ricorrer maggiormente al mercato).

. Vedi sociologia dellorganizzazione

2. LA NUOVA SOCIOLOGIA ECONOMICA


Nella nuova sociologia economica confluiscono approcci diversi, tra i quali distingueremo in
particolare quello centrato sulle reti sociali e quello che si pu definire pi specificamente come
neoistituzionalismo sociologico. Prima di esaminare il contributo di questi filoni per opportuno
sottolineare ci che li unisce e insieme li distingue dal neoistituzionalismo economico.
Possiamo fare riferimento a due aspetti tra loro collegati:
-

la teoria dellazione come socialmente orientata: criticano latomismo e lutilitarismo che resta
prevalente nelleconomia istituzionale. Riprendendo una distinzione proposta da Mark
Granovetter (1985) si pu dire che la critica della nuova sociologia economica prende uguali
distanze da una visione in cui il comportamento dei soggetti fortemente condizionato dalla
cultura e dalle norme introiettate con il processo di socializzazione. Lapproccio strutturale
sottolinea maggiormente la collocazione dei soggetti nelle reti sociali, come fattore che
condiziona linterazione e gli orientamenti mentre il neoistituzionalismo sociologico d invece
pi peso alle componenti cognitive e normative della cultura che si producono e riproducono
nellinterazione sociale;

la variet delle forme di organizzazione economica: entrambe le posizioni condividono la


critica alleconomia istituzionale per quel che riguarda le origini delle varie forme di
organizzazione economica che non appaiono riducibili alla ricerca razionale di soluzioni
58

efficienti per minimizzare i costi di transazione, ma che risentono del radicamento sociale
dellazione economica (per i sostenitori dellapproccio strutturale vale linfluenza autonoma
esercitata dalle reti in cui i soggetti sono inseriti; per i neoistituzionalisti bisogna fare
riferimento allembeddedness cognitiva e normativa dellazione e quindi al ruolo autonomo
della cultura).

2.1 Lapproccio strutturale e le reti sociali


Per gli autori riconducibili allapproccio strutturale lazione sempre socialmente orientata e non
pu essere spiegata soltanto sulla base di motivazioni individuali. Il radicamento sociale visto in
termini strutturali perch si assume che lazione sia fondamentalmente influenzata dalla
collocazione dei singoli soggetti nelle reti di relazioni sociali in cui sono coinvolti. Tra i diversi
autori, Mark Granovetter (1085) ne ha chiarito sia i presupposti metodologici che le conseguenze
applicative.
Egli critica la teoria dellazione prevalente di Williamson e la nuova economia istituzionale in
genere perch hanno una visione iposocializzata dellattore, si pensa che lopportunismo possa
essere tenuto sotto controllo da istituzioni efficienti che hanno lo scopo di minimizzare i costi di
transazione. Altri economisti invece hanno una visione ipersocializzata dellattore simile a quella
parsonsiana e pensano che sia importante la fiducia per lo svolgimento ordinato delle attivit
economiche e che questo problema sia risolto dalla presenza diffusa di una moralit
generalizzata, cio di norme di comportamento che vengono interiorizzate dai soggetti. Per
Granovetter entrambi le posizioni non sono soddisfacenti perch tendono a trascurare il
meccanismo principale attraverso il quale viene tenuto sotto controllo lopportunismo e limitata la
disonest. Con la nozione di embeddedness sottolinea i ruolo delle relazioni personali concrete e
delle strutture di tali relazioni nel generare fiducia e nello scoraggiare la prevaricazione.
Linserimento dei soggetti in stabili reti di relazioni personali permette di diffondere le
informazioni e di tenere sotto controllo il comportamento, generando fiducia e isolando
rapidamente coloro che non la meritano. Per Granovetter, e per i seguaci dellapproccio strutturale
in genere, le forme di organizzazione economica non possono essere spiegate come risposte
efficienti al problema dei costi di transazione da parte di soggetti che perseguono razionalmente il
loro interesse ma sono invece socialmente costruite, nel senso che riflettono i condizionamenti
derivanti dallesistenza e dai caratteri delle reti di relazioni sulle scelte dei soggetti. Continua
criticando Williamson perch sopravvaluta la capacit della gerarchia e dellimpresa di gestire
transazioni complesse (sottovalutando il mercato) quando levidenza empirica invece mostra che
anche transazioni complesse e potenzialmente rischiose possono essere condotte attraverso il
59

mercato se esistono delle reti di relazioni fiduciarie che legano le imprese coinvolte e quindi
abbassano autonomamente i costi di transazione. Al contrario, transazioni semplici che si svolgono
in mercati concorrenziali tendono ad assumere spesso un carattere stabile e ripetuto perch si
radicano in reti di relazioni personali tra fornitori e clienti. Il ricorso al mercato, alla gerarchia o a
forme intermedie sar dunque autonomamente influenzato dallesistenza e dai caratteri delle reti
sociali. Questa prospettiva permette di evitare i rischi di una spiegazione funzionalista in termini di
efficienza delle istituzioni economiche. Ladattamento istituzionale sar mediato dal ruolo delle reti
di relazioni sociali che possono essere pi o meno presenti e possono favorire o meno determinate
soluzioni (le reti di relazione possono impedire comportamenti scorretti ma possono anche
facilitarli come abbiamo visto nelle forme di economia criminale o nellinsider trading).
Lapproccio strutturale ha trovato applicazione empirica in campi diversi, occorre ricordare uno
studio pionieristico dello stesso Granovetter sullinfluenza delle reti sociali nel favorire lincontro
tra domanda e offerta di lavoro: egli mostra limportanza dei contatti informali come strumento per
trovare lavoro ed attira lattenzione sulla forza dei legami deboli (i soggetti inseriti in relazioni
sociali deboli hanno pi possibilit di accesso a un numero maggiore e pi diversificato di
informazioni rispetto a quelle ottenibili attraverso legami forti con i familiari, parenti e amici
intimi perch i conoscenti hanno maggiori probabilit di essere inseriti in cerchie sociali diverse).
Un altro contributo teorico stato quello della sociologia dei mercati (1994) la cui idea di fondo
che le imprese non sono, come pensa lapproccio tradizionale, isolate e indipendenti le une dalle
altre ma si inseriscono in una rete di relazioni tra di esse. Importanti sono i condizionamenti
esercitati dalle altre imprese presenti in un determinato mercato di beni sulle specifiche strategie di
differenziazione dei prodotti per ritagliarsi una nicchia di mercato (i produttori si tengono sotto
stretta osservazione al fine di determinare la strategia pi vantaggiosa in termini di qualit-prezzo
dei beni offerti.
2.2 Il capitale sociale
Lapproccio strutturale sottolinea linfluenza delle reti sociali sul comportamento economico in
ambiti diversi (dimensioni delle imprese, rapporti tra imprese, mercato del lavoro, mercato dei beni
e servizi) che pu favorire la cooperazione legale ma anche quella illegale.
Il concetto di capitale sociale come insieme delle relazioni sociali di cui un soggetto individuale
(es. un imprenditore o un lavoratore) o un soggetto collettivo (privato o pubblico) dispone in un
determinato momento, si ricollega allo sviluppo economico.
grazie a James Coleman (1990) che il concetto comincia a diffondersi ma successivamente viene
esplicitamente utilizzato da Pierre Bourdieu (1980 2002). Un uso implicito ben pi lontano lo si
deve a Max Weber (Le sette protestanti e lo spirito del capitalismo 1906) che sostiene che le sette
60

protestanti hanno avuto notevole influenza sulle origini dello sviluppo economico americano in
quanto come associazioni volontarie hanno esercitato un forte controllo sugli individui che vengono
ammessi a farne parte ed inculcano loro determinate qualit etiche che facilitano gli scambi
economici. Pur non parlando di capitale sociale, utilizza di fatto lidea di reticoli sociali come
strumento che pu influire sulla formazione dellimprenditorialit e quindi favorire lo sviluppo
economico di una determinata area.
Coloro che usano i concetto di capitale sociale (implicitamente o esplicitamente) mettono in
evidenza le possibili conseguenze positive delle reti di relazioni sociali per le attivit economiche
ma tale esito non scontato come ha sottolineato Granovetter, Coleman e Portes; le reti possono
essere anche strumento che aggira o elude la concorrenza attraverso forme di collusione, pi o
meno legali, tra i soggetti.
Spostandosi dal livello individuale a quello aggregato si potr poi dire che un determinato contesto
territoriale risulta pi o meno ricco di capitale sociale a seconda che i soggetti individuali o
collettivi che vi risiedono siano coinvolti in reti di relazioni pi o meno diffuse (Coleman con
questa definizione insiste sulle reti sociali come base del capitale sociale e non sulla generica
disponibilit di cooperazioni e fiducia radicata in una certa cultura condivisa come sostengono
Putnam e Fukuyama).
Per Coleman il capitale sociale un bene collettivo che appartiene allinsieme dei soggetti coinvolti
nelle reti di relazioni e non divisibile in quanto i suoi vantaggi non sono appropriabili
individualmente ma vanno a tutti coloro che partecipano alla rete. Proprio perch un bene
collettivo i singoli soggetti hanno un minor incentivo a contribuire alla sua produzione e questo
spiega perch la maggior parte delle forme di capitale sociale sono create o distrutte come
sottoprodotto di altre attivit (es. lesistenza di relazioni familiari, parentali, comunitarie, di
appartenenza etnica, religiosa o politica, possono servire da base per la crescita di forme di capitale
sociale spendibile sul piano economico).
Questo non esclude che ci possano essere sforzi consapevoli per creare reti produttive di capitale
sociale per fini economici (es. formazione di clan basati su relazioni informali tra imprese per far
fronte a transazioni complesse; la contrattazione relazionale con accordi formalizzata tra aziende
che abbiamo visto con Williamson). Tuttavia dal punto di vista dello sviluppo economico la
disponibilit complessiva di capitale sociale in una particolare area ad essere rilevante.
Unampia dotazione di capitale sociale a livello aggregato tende ad essere in genere il sottoprodotto
di relazioni sociali extra-economiche presenti in un territorio. Putnam e Fukuyama identificano il
capitale sociale con una particolare cultura che favorisce la cooperazione e mettono in rilievo il suo
radicamento nella storia precedente di un territorio, tale prospettiva comporta per due rischi:
61

quello di scivolare in una spiegazione culturalista piuttosto generica delle origini del fenomeno
che trascura il ruolo di fattori politici nei processi di sviluppo (il Mezzogiorno pagherebbe
ancora, in termini di eredit culturale, il fatto di non essere stato segnato dallesperienza dei
Comuni medievali, diversi secoli fa; ma questa interpretazione trascura come la politica abbia
potuto orientare le reti sociali in tempi pi recenti sostenendo il clientelismo, la mafia, ecc.);

quello di avere conseguenze negative: vi sempre un potenziale particolaristico nelle reti che
pu portare gli attori ad utilizzare le risorse per perseguire i loro interessi (reti che coinvolgono
criminale, forze dellordine o della politica e dellamministrazione).

Non bisogna interrogarsi sulle origini ma sulle condizioni di impiego a fini di sviluppo del capitale
sociale e soprattutto in che modo la politica ne favorisca la trasformazione o meno in risorse
positive per lo sviluppo locale. La politica deve avere la capacit di modernizzarsi, di funzionare
secondo una logica pi universalistica che bilancia e orienta il particolarismo insito nelle reti.
Anche la risorsa costituita da unidentit culturale favorevole pu deperire o addirittura regredire a
forme di capitale sociale che ostacolano lo sviluppo, se la politica non fornisce condizioni
appropriate. Non dobbiamo escludere anche la possibilit del formarsi di nuove reti tra soggetti
collettivi che stimolino la formazione di relazioni tra attori individuali.
Una volta avviato un principio di sviluppo locale, la pressione della concorrenza di mercato limita
continuamente le possibili conseguenze negative del particolarismo sanzionando comportamenti
poco efficienti oppure sollecitando un aggiornamento del capitale sociale. Se non avviene
unadeguata reazione ai segnali del mercato possono emergere fenomeni di chiusura, di localismo
regressivo e di blocco dello sviluppo. Cruciale il ruolo della politica nel mediare il rapporto tra
reti e mercato; lidea del bilanciamento tra elementi moderni e reti di relazioni sociali tradizionali
come chiave per lo sviluppo economico pu anche aiutarci a leggere meglio le esperienze di
sviluppo regionale degli ultimi decenni.
2.3 Il neoistituzionalismo sociologo
Nellapproccio strutturale la collocazione nella struttura delle relazioni sociali prevale sulle
motivazioni dei soggetti mentre la posizione dei neoistituzionalisti, nellambito della nuova
sociologia economica, mette in evidenza il ruolo autonomo dei fattori culturali. Per gli strutturalisti
le reti determinano risorse e vincoli che condizionano il perseguimento razionale degli interessi da
parte dei soggetti, per i neoistituzionalisti i fattori culturali contribuiscono a definire gli interessi
stessi e come vengono perseguiti.
La teoria dellazione dei neoistituzionalisti critica quella della nuova economia istituzionale, quella
degli strutturalisti e prende le distanze anche dalla teoria ipersocializzata dellattore di derivazione
parsonsiana. In neoistituzionalismo fortemente influenzato dalletnometodologia di Garfinkel
62

(1967) e dallapproccio fenomenologico di Berger e Luckmann (1967), ma anche dalla psicologia


cognitiva. Ci porta ad enfatizzare la dimensione cognitiva delle istituzioni rispetto a quella
normativa (viene dato pi rilievo alle regole costitutive rispetto a quelle regolative, vedi cap. I
par. 2.2); viene messo dunque in evidenza il ruolo di regole routinarie, largamente date per scontate,
nellorientare il comportamento.
Quali conseguenze discendono dalla teoria dellazione del neoistituzionalismo per la spiegazione
delle diverse forme di organizzazione economica?
Di fronte alla carenza di informazioni e ai rischi delle transazioni, non possibile seguire una
rigorosa scelta razionale delle soluzioni pi efficienti (come invece sostiene la nuova economia
istituzionale) per cui i soggetti individuali e collettivi si affidano non solo alle reti, ma alle soluzioni
che sono considerate pi appropriate e legittime nellambiente nel quale si collocano le loro
interazioni sociali.
Una buona esemplificazione delle conseguenze sul piano applicativo dellapproccio dei
neoistituzionalisti costituito dal contributo di Powell e DiMaggio (1991) sullisomorfismo che
cerca di spiegare lomogeneit dei modelli allinterno di un determinato campo organizzativo
(costituito dallinsieme degli attori rilevanti in un certo campo di attivit, imprese che competono in
un determinato settore, organizzazioni sindacali e di categoria, strutture pubbliche; anche se non
direttamente interagenti tra loro).
Essi criticano la teoria ecologica delle organizzazioni (Hannan e Freeman 1977, 1989), di
ispirazione darwiniana, secondo la quale lomogeneit in un certo campo (es. un settore produttivo)
riflette la selezione delle unit che si adattano meglio alle caratteristiche dellambiente esterno in
cui si muovono. Questo avviene pi facilmente in settori aperti alla concorrenza di mercato dove
pi forte un isomorfismo competitivo, tuttavia anche in questi settori, e in quelli pi distanti dal
mercato di concorrenza, agisce lisomorfismo istituzionale che pu essere di tipo coercitivo cio
portare a modelli simili a causa vincoli cogenti (da parte dellantitrust, di norme sul lavoro e la
sicurezza; da parte di imprese committenti verso i subfornitori; causate dalle relazioni industriali).
Pu anche svilupparsi un isomorfismo normativo dovuto al ruolo delle universit e delle scuole di
specializzazione che formano manager che spostandosi allinterno delle varie imprese possono
diffondere idee e standard professionali di comportamento che assumono elevata legittimit da
parte delle imprese stesse.
Lisomorfismo mimetico invece si ha in settori nei quali le unit organizzative sono piccole e
dispongono di risorse limitate per valutare le soluzioni pi efficienti; per cui per ridurre lincertezza
seguono i modelli che appaiono pi appropriati e legittimati nel campo organizzativo.
Naturalmente le diverse forme di isomorfismo possono in concreto combinarsi tra loro.
63

Numerosi contributi sono stati sviluppati anche in settori pi distanti dalla concorrenza di mercato,
come le organizzazioni no-profit.
3. CULTURA E CONSUMI
I nuovi sviluppi della sociologia economica sia strutturalista che neoistituzionalista sono rimasti
prevalentemente concentrati sul versante delle attivit produttive di beni e servizi tralasciando il
tema dei consumi nonostante il suo rilievo nella tradizione della sociologia economica. Vale la
pena di ricordare un filone di ricerca che negli ultimi decenni ha messo in luce linfluenza dei
fattori culturali sui comportamenti di consumo (anche se questi studi non sono connessi
direttamente al neoistituzionalismo ne condividono largamente lispirazione; gli autori coinvolti
sono sociologi, antropologi e storici sociali).
Abbiamo visto come la tradizione della sociologia economica si differenzi dallapproccio
economico di tipo neoclassico sottolineando linfluenza di fattori socioculturali nella formazione
delle preferenze e nelle modalit con le quali i soggetti cercano di soddisfarle (i beni hanno un
valore simbolico e sono scelti e consumati per il significato che essi assumono in relazione ad altri
membri della societ con i quali si interagisce e al contempo per differenziarsi da altri gruppi).
Gli

sviluppi

pi

recenti

si

caratterizzano

in

una

duplice

direzione:

lapproccio

neodifferenziazionista, che prende in parte le distanze dal modello di ispirazione vebleniana che
lega il consumo alla competizione per lo status sociale; il ruolo autonomo dei fattori culturali.
Lapproccio neodifferenziazionista
Jean Baudrillard (1968): nelle societ contemporanee la logica della differenziazione sociale (di
cui parlava Veblen) ulteriormente esasperata dal venir meno delle forme tradizionali di
identificazione (criteri ascrittivi, familiari, di ceto). I modelli di consumo attraverso i quali i soggetti
tendono a differenziarsi sono sempre pi mediati dai mezzi di comunicazione di massa ed i
consumatori hanno lillusione di scegliere liberamente tra questi modelli, ma in realt sono
fortemente condizionati dal sistema dei media che li impone (sono degli automi sociali che si
adattano passivamente agli stimoli provenienti dallesterno).
Pierre Bourdieu (1979): anche per lui i comportamenti di consumo rispondono a una logica di
competizione per lo status che spinge a identificarsi con gli stili di vita e i gusti di alcuni gruppi e a
differenziarsi dagli altri. Tuttavia, lattenzione non si focalizza in questo caso sui media, ma sui
condizionamenti esercitati sugli individui dalla loro posizione nella stratificazione sociale. Rispetto
al modello vebleniano la distinzione sociale pi multidimensionale: accanto al capitale economico
posseduto dai singoli vi quello culturale (legato alle reti di relazioni). Da questo quadro emergono
gruppi sociali che si distinguono gli uni dagli altri per specifici stili di vita. La combinazione tra
diversi tipi di capitale posseduto favorisce la formazione di un determinato habitus che rappresenta
64

lo strumento essenziale di differenziazione sociale e di status. Anche qui i singoli soggetti sembrano
non disporre di margini di autonomia nella sfera dei consumi per linfluenza dei gruppi sociali di
appartenenza (e non per i media).
Il ruolo autonomo dei fattori culturali
Questo approccio pi incline a considerare i consumi come segni di identificazione, o distacco, o
addirittura di contestazione, nei riguardi dei valori culturali prevalenti (es. le subculture giovanili,
etniche, politiche, religiose). Gli oggetti che sono scelti servono per costruire lidentit delle
persone, per dare un senso alla loro esperienza e per comunicare con gli altri, non necessariamente
per competere.

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CAPITOLO 6
LA GLOBALIZZAZIONE E LA DIVERSITA DEI CAPITALISMI
Se in un primo momento a suscitare lattenzione degli studiosi sono stati soprattutto i vantaggi delle
economie coordinate di mercato (capitalismo pi organizzato tipo quello tedesco e giapponese),
rispetto alle economie non coordinate di mercato (capitalismo di tipo anglosassone), negli ultimi
anni questa immagine e stata rimessa in discussione non solo per i segni di la ripresa delleconomia
americana e britannica, ma pi in generale dalla necessit di fare i conti con il fenomeno della
globalizzazione. La crescente interdipendenza e integrazione delle economie a livello mondiale
sembra infatti minacciare gli equilibri dei modelli di capitalismo organizzato, in cui lo spazio del
mercato maggiormente limitato da altre forme di regolazione, mentre il capitalismo di tipo
anglosassone, che si affida maggiormente al mercato, mostra invece segni di adattarsi meglio,
almeno nel breve periodo, a questa nuova situazione.
1. I DUE CAPITALISMI
Nel corso degli anni 70 il problema principale che le economie dei paesi sviluppati dovevano
affrontare era costituito dallinflazione e ciascun approccio dava una soluzione diversa:
-

neocorporativismo: laccordo dei governi con i grandi interessi organizzati mantengono bassa
linflazione e la disoccupazione;

modello del decreto: basato su una maggiore autonomia dello stato dagli interessi dava buoni
risultati;

sistemi di tipo pluralista: si affidavano maggiormente al mercato (Stati Uniti e Gran Bretagna)
per cui non riuscivano a controllare facilmente linflazione.

Tuttavia, una volta riportata sotto controllo linflazione, lattenzione si sposta verso un altro aspetto
che condiziona lo sviluppo economico dei diversi paesi: la capacit di innovazione delle imprese. A
partire dagli anni 80 i confini delle economie si aprono sempre pi, leconomia di una nazione
maggiormente influenzata da quella delle altre, una quota crescente della produzione orientata
verso i mercati internazionali, il reddito di un paese diventa pi dipendente dalla capacit delle sue
imprese di vincere la concorrenza delle importazioni nei mercati interni e di competere con
successo su quelli esteri. in questo quadro che agli inizi degli anni 90 una serie di studi cercano
di mettere a fuoco la diversit di reazione dei capitalismi nazionali alle nuove sfide dellambiente.
David Soskice (1989) parte dai limiti del modello neocorporativo per interpretare la nuova
situazione. Il problema cruciale non pi soltanto il controllo dellinflazione ma la bilancia dei
pagamenti, cio la capacit delle imprese nazionali di innovare e di aumentare le esportazioni
rispetto alle importazioni. Non si pu pi puntare soltanto sulle istituzioni che permettono di
contenere i salari con le relazioni industriali a livello centrale, come nel modello neocorporativo,
66

ma si deve guardare alla capacit delle imprese di innovare e di mantenere e accrescere quote del
mercato internazionale. Ci richiede anche un particolare contesto istituzionale che favorisca lo
spostamento verso produzioni flessibili e di qualit per contrariare la competizione di prezzo che
viene dai paesi in via di sviluppo, con bassi costi del lavoro.
In questa prospettiva, dunque, tendono ad integrarsi maggiormente gli approcci macro e micro che
abbiamo discusso nei due capitoli precedenti.
1.1. La capacit di innovazione delle imprese
Soskice individua 5 condizioni essenziali dalle quali dipende la capacit delle imprese dei paesi pi
sviluppati di spostarsi verso una produzione flessibile di qualit, in modo da evitare la
competizione di prezzo legata al costo del lavoro:
1) gestione manageriale orientata a lungo termine: linnovazione richiede tempo e investimenti a
resa non immediata;
2) competenze professionali qualificate: di tutte le risorse umane;
3) capacit di cooperazione tra management e lavoratori: quindi superamento delle gerarchie
rigide del fordismo;
4) capacit di cooperazione con i clienti e con i subfornitori;
5) contenimento dei salari rispetto alla crescita della produttivit
Il passo successivo quello di mostrare che le condizioni sopra elencate non si determinano per
mera scelta volontaristica del management delle imprese ma sono favorire o ostacolate
dallambiente istituzionale esterno alle imprese.
La letteratura sulla variet dei capitalismi sottolinea in proposito due aspetti:
-

lorigine non meramente contrattuale delle istituzioni: che si formano storicamente e non sono
riducibili alla scelta razionale di soluzioni efficienti da parte degli attori (condivide la posizione
dellistituzionalismo sociologico). Ci comporta una visione del cambiamento istituzionale in
cui le capacit di adattamento alle nuove sfide sono strutturate dal percorso storico precedente;

la dimensione nazionale: proprio il rilievo dato al percorso storico nel plasmare il patrimonio
istituzionale porta a sottolineare il ruolo che lo stato nazionale continua ad avere nel definire un
complesso istituzionale dotato di una sua integrazione e specificit. Settori differenti allinterno
dello stesso paese mostrano delle somiglianze dal punto di vista organizzativo, chiaramente
influenzate dal contesto istituzionale nazionale. Naturalmente, ci non vuol dire che la
dimensione subnazionale (in particolare quella regionale) non possa essere anche importante
(vedi distretti industriali italiani).

1.2 Le condizioni istituzionali della competitivit


La situazione dei paesi pi sviluppati pu essere ricondotta a due modelli idealtipici.
67

Soskice (1989) distingue tra:


-

economie coordinate di mercato: nelle quali il ruolo del mercato pi limitato rispetto a quello
dello stato, delle associazioni, di forme di solidariet a base comunitaria (i paesi che si
avvicinano a questo modello sono Germania, Austria, Svizzera, Olanda, paesi scandinavi,
Giappone);

economie non coordinate di mercato: nelle quali il ruolo di regolazione del mercato resta
invece pi ampio (paesi anglosassoni come Stati Uniti, Gran Bretagna; Canada, Australia e
Nuova Zelanda).

Michel Albert (1991) ha proposto una suddivisione simile tra modello anglosassone e modello
germano-nipponico (detto anche renano).
Gli studi sulla variet dei capitalismo vogliono mostrare come le economie coordinate (capitalismi
di tipo renano-nipponico) abbiano offerto un ambiente istituzionale pi favorevole allinnovazione
per le imprese dovuto ai seguenti fattori:
1) la finanza e lassetto proprietario delle imprese: nelle economie non coordinate le esigenze di
finanziamento delle imprese sono soddisfatte prevalentemente attraverso il reperimento di
capitale sul mercato azionario. La propriet quindi frazionata e gli azionisti non si sentono
vincolati a lungo termine con limpresa di conseguenza il management tende a garantire una
redditivit a breve per evitare il rischio elevato di acquisizioni ostili dellimpresa che
causerebbero la sostituzione del management a parte dei nuovi detentori del capitale. Tutto
questo ostacola linnovazione che richiede invece investimenti a resa pi rischiosa e dilazionata
nel tempo. Nelle economie coordinate di mercato (Germania e Giappone) invece le esigenze di
finanziamento a lungo termine delle imprese sono soddisfatte principalmente dalle banche, la
propriet detenuta da un ristretto gruppo di azionisti che tendono a intrattenere un rapporto di
pi lungo periodo con le imprese. In questa situazione il management meno minacciato dai
rischi di acquisizioni ostili che sono rese molto pi difficili dalle regole istituzionali e sono
quindi incoraggiati a intraprendere investimenti e progetti a pi lungo termine che stimolano
linnovazione;
2) la regolazione della formazione professionale: nelle economie non coordinate di mercato
laddestramento professionale viene affidato alle imprese per la parte pi specifica, legata al
particolare tipo di produzione in cui i lavoratori vengono utilizzati, mentre la professionalit di
base che il singolo lavoratore pu offrire sul mercato legata allinvestimento che egli in
grado di fare. Le istituzioni finanziarie sono in genere poco disponibili a concedere prestiti
senza garanzie per un obiettivo come la formazione. Loperare congiunto di questi fattori
determina un livello di formazione professionale pi limitato rispetto a quello richiesto dalle
68

esigenze dellinnovazione. Le imprese non investiranno in formazione, al di l delle loro


necessit specifiche e immediate, nel timore che i lavoratori possano poi lasciarle per altre
aziende. Nelle economie coordinate di mercato il problema risolto non solo con un impegno
maggiore dello stato nella formazione professionale, offerta come servizio pubblico ma
soprattutto attraverso qualche forma di cooperazione con le imprese e le loro organizzazioni. Le
imprese accolgono i lavoratori nel corso del loro addestramento, come avviene in Germania con
il sistema dellapprendistato (in Giappone la formazione iniziale non porta a una qualificazione
direttamente spendibile sul mercato ma il lavoratore legato da un rapporto a lungo termine con
lazienda). Questo sistema risponde dunque alle esigenze di innovazione delle imprese;
3) le relazioni industriali a livello di impresa: nelle economie non coordinate il sistema di
regolazione dei rapporti di lavoro caratterizzato dalla debolezza delle organizzazioni di
rappresentanza sindacale, da norme giuridiche che pongono bassi vincoli alla licenziabilit della
manodopera; questi fattori portano le imprese a valersi di una elevata flessibilit quantitativa e
numerica, cio accrescere o ridurre la manodopera rispetto alle esigenze di redditivit a breve.
Questo porta ad una scarso coinvolgimento dei lavoratori e degli stessi quadri intermedi che
una risorsa essenziale per linnovazione nellambito del sentiero della produzione flessibile e di
qualit. Nelle economie coordinate invece esiste un sistema di regolazione dei rapporti di lavoro
pi rigido (vincoli alla flessibilit numerica). Le imprese sono incentivate a investire di pi in
formazione per valorizzare le risorse umani di cui non possono liberarsi facilmente. Anche in
Giappone limpiego a vita, il mercato interno del lavoro, la quota elevata della retribuzione
legata ai risultati aziendali costituiscono un fattore no meno importante nellassicurare la
cooperazione della manodopera;
4) le reti sociali informali e formali legate allassociazionismo imprenditoriale: sono sviluppate
nelle economie coordinate di mercato e favoriscono linnovazione;
5) il contenimento salariale: nelle economie non coordinate il ruolo dei sindacati debole per cui
il contenimento salariale deve affidarsi sulla diffusione della disoccupazione come elemento di
pressione sulle rivendicazioni salariale dei lavoratori. Nel caso in cui limpresa ha esigenza di
disporre di manodopera con qualificazione elevata non ha interesse a licenziare lavoratori che la
possiedono per assumere altri lavoratori non specializzati ad un costo pi basso (questo mette in
evidenza come gli insider godano di un vantaggio rispetto agli outsider). Limpresa pu
decidere di investire in professionalit per far fronte ad esigenze di innovazione andando
incontro a costi elevati della manodopera oppure pu decidere di puntare su lavoratori a basso
costo deprimendo le risorse per linnovazione.

69

Sul piano teorico viene segnalata la difficolt del mercato non solo a garantire risultati soddisfacenti
in termini di equit sociale, ma anche di efficienza economica qualora la sua azione non sia
sottoposta a vincoli istituzionali che ne limitino il ruolo a favore di altri principi di regolazione
(stato, associazioni, reti informali).
2. LA RIPRESA DEL CAPITALISMO ANGLOSASSONE
Alla fine degli anni 80 il quadro appena tracciato viene rimesso in discussione perch:
-

il successo economico di Germania e Giappone ha subto una battuta darresto significativa,


mentre i capitalismi anglosassoni, e soprattutto quello americano, hanno mostrato nuovi segni di
dinamismo, specie dal punto di vista occupazionale;

gli sviluppi della globalizzazione ed il processo di unificazione europea hanno sollevato


crescenti interrogativi sulla capacit di resistenza a lungo termine del quadro istituzionale delle
economie coordinate rispetto alle sfide poste dalla globalizzazione (riguardano il ruolo
regolativo in campo economico e sociale degli stati nazionali).

Non c dubbio che la crescita delleconomia americana e britannica nel corso degli anni 90
abbia contribuito a ridimensionare limmagine del capitalismo di tipo renano-nipponico come
modello vincente sotto il profilo sociale e insieme economico. Gli Stati Uniti hanno creato il pi
elevato numero di posti di lavoro nellultimo decennio, soprattutto nei servizi, e hanno ridotto ai
livelli pi bassi il tasso di disoccupazione. Anche la Gran Bretagna ha avuto un esito positivo ma di
entit pi modesta sempre nei servizi privati. Per quanto riguarda landamento dellindustria
manifatturiera le tendenze sono pi ambigue: in Gran Bretagna non ci sono segni consistenti
rispetto al passato e le capacit innovative si mantengono nel complesso basse; negli Stati Uniti
invece si avuta una significativa ristrutturazione industriale, la produttivit cresciuta e
loccupazione rimasta stabile con uno spostamento verso nuovi settori che ha compensato quelli
in crisi.
Lindustria americana mostra alcuni punti di forza nel campo dellalta tecnologia che sembrano
essersi ulteriormente consolidati (industria aerospaziale, informatica e delle comunicazioni,
biotecnologie, ecc.). Limpegno americano in campo militare alimenta flussi di spesa per la ricerca
e linnovazione tecnologica in settori di alta tecnologia. Particolare importanza ha poi la diffusione
di strutture universitarie e di ricerca di elevato livello, con connessioni molto strette con il mondo
delle imprese e con frequenti passaggi di personale dal campo della ricerca a quello delle imprese
innovative. Il capitalismo anglosassone si profila come un sistema economico capace di creare
occupazione specialmente nel settore dei servizi privati al consumatore, a basso valore aggiunto.
Questo sarebbe favorito dalla deregolamentazione dei rapporti di lavori e dal declino della presenza
sindacale (che non avviene nel capitalismo pi organizzato). Il quadro di dinamismo occupazionale
70

del capitalismo anglosassone va per completato tenendo conto della diminuzione dei salari reali,
della crescente disuguaglianza dei redditi e quindi dellaumento della polarizzazione sociale (ricchi
sempre pi ricchi e poveri sempre pi poveri).
Gli elementi che abbiamo ricordato non sono per tali da ribaltare le conclusioni alle quali era
giunto il neoistituzionalismo nellanalisi della variet dei capitalismi. Il capitalismo anglosassone
non sembra avere maggiore competitivit, n tanto meno la capacit di ridurre le disuguaglianze
sociali. Il caso americano mostra come la competitivit possa essere compatibile con elevati livelli
di disuguaglianza sociale.
Pi che ragionare in termini di superiorit di un modello su un altro occorre dunque guardare alla
possibilit di equilibri multipli con punti di forza e di debolezza diversi. Una societ fortemente
caratterizzata in termini culturali dal liberismo individualistico, segnata storicamente dal ruolo
centrale dellimmigrazione e dalla spinta alla ricerca del successo attraverso forme di mobilitazione
individuale-familiare, pu accettare livelli di disuguaglianza anche molto superiori rispetto a quelli
tollerati in societ con una tradizione culturale e un patrimonio istituzionale diversi, come quelle
europee o anche quella giapponese.
3. CONVERGENZA O DIVERSITA?
Abbiamo visto che le nuove condizioni di competizione prevalenti a livello internazionale
determinano una progressiva erosione delle istituzioni regolative delle economie coordinate e che i
vantaggi competitivi del capitalismo anglosassone nellimmediato possa mostrare, a pi lungo
termine, migliori capacit di adattamento ai vincoli posti dalla globalizzazione.
Si pu allora ipotizzare che la globalizzazione implichi unestensione di modelli regolativi basati
sul mercato?
Vediamo prima una serie di tendenze che alimentano il fenomeno della globalizzazione e
successivamente ne valuteremo le conseguenze per il futuro dei capitalismi.

Le componenti della globalizzazione

La fase di bassi tassi di crescita delle economie dei paesi pi sviluppati iniziata nei primi anni 70
continua nel periodo successivo (1975-1995 tasso media di crescita del PIL stato circa la met del
periodo 1955-1975).
Questa bassa crescita per accompagnata da un forte aumento del commercio internazionale
(lammontare complessivo dei flussi di scambio annuale tra i diversi paesi tra il 1967 e il 1994
cresciuto di 20 volte; il PIL mondiale cresciuto di circa 10 volte). Ci vuol dire che la torta da
dividersi tende a crescere poco, mentre la concorrenza tra i vari paesi per aggiudicarsene fette pi
ampie aumenta sensibilmente. Per quanto riguarda la produzione mondiale si assiste ad un declino

71

del perso percentuale degli Stati Uniti e dellEuropa e una crescita concentrata soprattutto in
Giappone e negli altri paesi dell'Asia.
Un secondo indicatore della crescente integrazione internazionale delleconomia (oltre al
commercio internazionale) dato dagli investimenti diretti allestero in aumento per ricercare
localizzazioni pi favorevoli sia per controllare i mercati di sbocco che per godere di condizioni di
vantaggio in termini di costi.
Il terzo aspetto che segna in misura ancor pi marcata linterdipendenza tra le diverse economie
costituito dallintegrazione dei mercati finanziari. Linternazionalizzazione commerciale ed
industriale stimolano il movimento di capitali che necessari per finanziare il commercio e gli
investimenti. Inoltre la rottura del sistema monetario internazionale basato sui cambi fissi (primi
anni 70) ha a sua volta accelerato questo processo facendo crescere fortemente il mercato di
prodotti finanziari come i contratti a termine o opzioni. Ancora, il miglioramento delle
comunicazioni dovuto a nuove tecnologie informatiche abbassa nettamente i costi di transazione e
quindi favorisce lintegrazione in tempo reale tra le principali piazze finanziarie. Sono aumentate
anche le pressioni sui governi nazionali per liberalizzare i movimenti di capitali. Giornalmente si
muovono ingenti masse di capitali nei mercati delle monete, in quelli obbligazionari e azionari, dei
contratti a termine, ecc. (nei primi anni 90 si spostavano ogni giorno circa 900 miliardi di dollari
mentre le riserve monetarie complessive di tutte le banche centrali non superavano i 700 miliardi).
Se si tiene conto congiuntamente di tutti e tre gli indicatori che abbiamo ricordato (commercio
internazionale, investimenti diretti allestero, movimento dei capitali) si pu cogliere il fenomeno
della globalizzazione economica intesa come crescita del livello di apertura e insieme di
interdipendenza delle diverse economie nazionali.
Ma quali sono le conseguenze sui diversi modelli di capitalismo? E fino a che punto si pu
considerare fondata lidea di una convergenza istituzionale verso modelli pi regolati dal mercato?

Il futuro dei capitalismi

Suzanne Berger e Ronald Dore (1996) hanno raccolto diversi contributi con lobiettivo di valutare
la portata dei processi di globalizzazione sul piano empirico e di discutere le implicazioni sul piano
della regolazione istituzionale; essi tendono a non enfatizzare oltre misura la portata del fenomeno.
Nonostante il commercio internazionale e gli investimenti diretti allestero siano in crescita, come
abbiamo visto sopra, nei paesi pi sviluppati di grande dimensioni circa il 90% della produzione
resta ancora rivolto al mercato interno e lo stesso vale per le origini dei prodotti che sono
consumati. Inoltre nelle economie coordinate i paesi pi sviluppati che puntano alla produzione
flessibile e di qualit continuano a controllare i processi di innovazione e le fasi produttive a pi

72

elevato valore aggiunto e questo dovrebbe fargli temere meno la concorrenza dei paesi in via di
sviluppo.
Nel complesso, dunque, occorre cautela nellinterpretare i fenomeni di globalizzazione che pure ci
sono e sono sicuramente in crescita.
Tuttavia, i sostenitori della tesi della convergenza istituzionale poterebbe obiettare che ci che
conta la tendenza complessiva, per quanto lenta e contrastata.
Ma ci si pu allora aspettare che in futuro la convergenza comunque si realizzer?
Suzanne Berger ha individuato tre tipi di argomentazioni di coloro che rispondono positivamente a
tale interrogativo:
1) forme pi incisive di redistribuzione e di regolazione dei rapporti di lavoro da parte degli stati
possono indurre le imprese a spostarsi altrove e questo riduce lautonomia della politica
economica degli stati avvantaggiano i sistemi che si basano maggiormente sul mercato;
2) si pu verificare un processo di imitazione da parte delle imprese che attuano forme
istituzionali diverse (ibridazione);
3) gli accordi internazionali possono introdurre forme di regolazione simili per abbattere le
barriere protettive (es. integrazione economica europea).
La Berger ha individuato anche tre tipi di argomentazioni di coloro che rispondono negativamente
sulla portata dei processi di convergenza istituzionale:
1) laccresciuta concorrenza segnala delle esigenze di aggiustamento nella politica economica o
nelle relazioni industriali ma non in grado di imporre anche una soluzione istituzionale
standard ai problemi. pi probabile che tale soluzione emerga sulla base di condizionamenti
esercitati sulle scelte degli attori dal patrimonio istituzionale ereditato dal passato e dal
conflitto di interesse tra i sostenitori delle vecchie regole ed i fautori del cambiamento;
2) rispetto ai problemi competitivi possono emergere nei vari settori risposte differenti dal punto
di vista istituzionale che tuttavia si equivalgono come capacit competitiva muovendosi negli
stessi mercati (es. limpresa tedesca, quella giapponese e i distretti industriali italiani);
3) ciascuna realt nazionale caratterizzata dallesistenza di forme specifiche di interdipendenza
tra le diverse istituzioni che sono legate a una comune matrice culturale maturata storicamente;
per cui difficile introdurre variazioni in aspetti particolari dei meccanismi di regolazione
senza intervenire sulla costruzione complessiva.
Tali argomenti non ci portano a formulare risposte semplificate agli interrogativi sulle conseguenze
istituzionali della globalizzazione, anche perch non possono essere risolti sul piano della ricerca
empirica.

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Allo stato attuale un punto di vista equilibrato sembra quello di riconoscere che la globalizzazione
comporter una serie di conseguenze destabilizzanti soprattutto per i modelli di capitalismo pi
organizzati ma che non appare per probabile che tali mutamenti determineranno una effettiva
convergenza.
Si pu invece ipotizzare una ridefinizione delle economie coordinate di mercato che si accompagni
al persistere di equilibri multipli, cio di sistemi istituzionali caratterizzati da punti di forza e di
debolezza differenziati.
Non c dubbio che la liberalizzazione dei movimenti dei capitali e la crescente integrazione dei
mercati finanziari pongano seri limiti allautonomia degli stati nazionali nella determinazione delle
politiche economiche.
Le politiche macroeconomiche tradizionali, di tipo keynesiano, che comportano un aumento del
deficit e del debito pubblico generano rapidamente aspettative negative e pressioni sfavorevoli sul
tasso di cambio della moneta nazionale (i mercati finanziari privilegiano la stabilit). Anche
politiche restrittive, basate su un rialzo del tasso di interesse nazionale, possono non dare pi gli
effetti sperati perch le imprese sono in grado di rifornirsi di credito in misura crescente allestero a
condizioni migliori di quelle interne.
Crouch e Streeck (1997) sostengono che la perdita di autonomia sul piano delle politiche
macroeconomiche tender a tradursi in un indebolimento complessivo dello stato che si estender
anche ad altre sfere regolative: al welfare, ai meccanismi istituzionali che sostengono il ruolo delle
associazioni e della concertazione nei capitalismi di tipo pi organizzato. Quindi si determinerebbe
un effettivo indebolimento del capitalismo pi organizzato che tenderebbe a convergere verso
quello anglosassone. La maggiore libert di movimento del capitale finanziario e la possibilit di
cogliere occasioni di profitto a breve sul mercato internazionale tendono a destabilizzare il
rapporto di lungo periodo tra banche e imprese che caratterizzava il capitalismo di tipo renanonipponico. Cos avremo le banche dei capitalismi organizzati che si muovono verso le borse
internazionali e verso occasioni di investimento in paesi del capitalismo anglosassone e viceversa
capitale finanziario americano o britannico che penetra in quello delle imprese dei capitalismi pi
organizzati (Powell e DiMaggio direbbero che si sviluppa una sorta di isomorfismo normativo).
Nonostante il rilievo e il fondamento riconosciuti alle argomentazioni precedenti, altre valutazioni
condividono invece una visione pi problematica circa gli esiti in termini di convergenza attraverso
la via della deregolamentazione. Esse sottolineano come i vincoli macroeconomici non
comprimono necessariamente gli spazi di autonomia per le politiche regolative o redistributive, e
per gli interventi che incidono sul livello microeconomico. Per accrescere la competitivit a livello
micro si pu puntare sulla formazione professionale, sulla ricerca e sviluppo, sulla
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regolamentazione dei settori e dei rapporti di lavoro, interventi che non devono essere
necessariamente deregolamentati ed affidati unicamente al mercato.
Cautela richiede anche la valutazione dellimpatto della globalizzazione sui processi di
concertazione in quanto, se vi stato certamente un indebolimento delle vecchie forme di
concertazione centralizzata, potrebbero crearsi spazi per forme di concertazione diversa (es. con il
processo di costruzione europea).
In conclusione, alla luce delle considerazioni precedenti ci sono buone ragioni per supporre che le
tendenze di globalizzazione si accompagneranno a mutamenti istituzionali significativi e alla
ridefinizione dei confini tra i diversi modelli di organizzazione delleconomia. Questa prospettiva
si lega allidea di equilibri multipli, piuttosto che di un unico equilibrio che si afferma
gradualmente e inesorabilmente. La globalizzazione dei mercati creer delle pressioni e dei vincoli
che continueranno a essere filtrati e interpretati alla luce degli specifici contesti istituzionali
ereditati dalla storia. Ci potranno cos essere particolari vantaggi e svantaggi dei vari paesi e delle
diverse regioni nellaffrontare la competizione economica. E continueranno a esserci combinazioni
variabili di efficienza economica ed equit sociale (alcune societ potranno scegliere di crescere di
meno in termini economici e di mantenere un quadro sociale pi coeso). Ciascuna societ dovr
mettere a punto una regolazione intelligente e consapevole che cerchi di usare al meglio il
patrimonio istituzionale ereditato dal passato, non per opporsi alla globalizzazione e ai mercati con
chiusure irrealistiche e inevitabilmente perdenti, ma per rispondere alle sfide nel modo pi efficace
proprio perch pi congruente con i diversi presupposti culturali e di civilt. Ci sar molto lavoro
per la sociologia economica anche in futuro.

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