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La “teologia” di Edward Schillebeeckx OP

di padre Giovanni Cavalcoli OP

Conosco questo teologo da 25 anni e ho pubblicato su di lui diversi studi su


Sacra Doctrina, oltre ad aver fatto sul suo pensiero un corso di licenza presso lo
STAB (Studio Teologico Accademico Bolognese, oggi Facoltà Teologica
dell’Emilia-Romagna): “Il criterio della verità secondo Schillebeeckx”, Sacra
Doctrina, 2, 1984, pp.188-205; “La cristologia di Schillebeeckx, Sacra Doctrina, 1,
1987, pp.65-80; “La cristologia di Schillebeeckx, corso di licenza in teologia presso
lo STAB, Bologna 1998. Inoltre, durante il mio periodo di lavoro presso al Segreteria
di Stato (1982-1990) ebbi su di lui informazioni di prima mano.
Schillebeeckx fu uno dei maggiori autori del famoso Catechismo olandese, nel
quale la Santa Sede dovette segnalare numerose gravi carenze dottrinali.
Prova chiarissima che purtroppo Schillebeeckx non fu per nulla un fedele
discepolo del Magistero della Chiesa è data dal fatto che la Congregazione per la
Dottrina della Fede (CDF) dovette intervenire ben quattro volte nel tentativo,
purtroppo non riuscito, di richiamarlo all’obbedienza al Magistero (documenti del
13.XII.1979; del 20.XI.1980; del 13.VI.1984; del 15.IX.1986).
Nel pensiero di Schillebeeckx, a parte i suoi indubbi valori, esistono quindi
delle gravi deviazioni intellettuali, che ho potuto verificare attentamente con la lettura
delle sue opere, non dico delle prime, che conosco poco e comunque sono di valore,
come per esempio la sua tesi di dottorato sui sacramenti, ma le ultime, soprattutto
quelle di cristologia.
Presento dunque brevemente gli errori di Schillebeeckx, con riserva di essere
più dettagliato se ne venissi richiesto e comunque rimando alle mie pubblicazioni,
così come del resto esistono altre opere critiche nei suoi confronti, delle quali posso
fornire una bibliografia. Il Brambilla non è abbastanza critico, non va abbastanza a
fondo per cogliere le radici degli errori, che sono gnoseologici e metafisici.
Innanzitutto errori in gnoseologia e metafisica; e, come si sa, quando qui si
erra, non si può poi costruire una sana teologia. Secondo Schillebeeckx il concetto
non raggiunge la realtà, ma soltanto una sua rappresentazione. Esso “indica” la
direzione nella quale si trova il reale, ma non lo coglie, non lo contiene, non lo
“capisce”.
Quindi non ne è una rappresentazione oggettiva. Il concetto indica il reale così
come per esempio la scritta sulla facciata dell’autobus indica il capolinea, ma non ci
fa conoscere il luogo dove c’è il capolinea. Per conoscerlo bisogna giungervi di
persona, farne l’esperienza.
La scritta può essere dipinta o luminosa, ma il significato è sempre quello. Così
per Schillebeeckx il concetto che significa una cosa, può mutare, ma il significato può
restare lo stesso.

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Così, secondo Schillebeeckx, per quanto riguarda la conoscenza. Per lui il reale
si raggiunge, ma solo con l’“esperienza atematica preconcettuale” (assomiglia a
quella di Rahner). Si tratta di un atto concreto del senso e dell’intelletto congiunti, i
quali raggiungono la realtà esistenziale e concreta, che per Schillebeeckx è l’unica
realtà. Essa pertanto non contiene un’essenza universale ed oggettiva, oggetto del
concetto, astraibile dal dato singolo o particolare.
Per Schillebeeckx, il concetto contiene bensì un’essenza universale astratta, ma
essa è puramente intramentale, non è ciò che la mente comprende dell’essenza reale
esterna1, anche se si riferisce al dato reale; ma non lo riflette adeguatamente
(adaequatio ad rem) ed oggettivamente, bensì solo soggettivamente, in relazione al
particolare orizzonte di comprensione del soggetto, al suo modo di pensare, al suo
particolare e mutevole contesto storico-culturale-ambientale, per cui, mutando questi
fattori soggettivi, muta anche il concetto. Anzi deve mutare, perché, se non viene
mutato in relazione ai nuovi fattori, il concetto diventa falso.
Il concetto quindi, sempre per Schillebeeckx, non rispecchia oggettivamente il
reale, ma è solo un’interpretazione soggettiva, benchè normale e necessaria, della
precedente esperienza atematica. Questa coglie anche la realtà spirituale; infatti
Schillebeeckx, da normale teologo, non ha problemi ad ammettere la possibilità di
conoscere lo spirito, Dio, l’anima, i valori morali, la grazia, la libertà, i diritti umani,
la giustizia, la pace, ecc.
Tuttavia queste realtà, secondo lui, non si colgono oggettivamente ed
universalmente, quindi immutabilmente con concetti metafisici o trascendentali,
utilizzati poi dal dogma ecclesiale, ma nell’esperienza atematica, che si serve di
concetti metaforici, figure, racconti, aneddoti, poesie, drammi, inni, immagini,
simboli, paragoni, parabole, miti, ecc., ma mai di concetti propri ed oggettivi, staccati
dagli interessi particolari del soggetto, imparziali, perché questi, per Schillebeeckx,
non esistono e sono impossibili2.
Per Schillebeeckx, la teologia non deve tanto speculare, astrarre, dedurre o
sistemare, quanto piuttosto sperimentare, raccontare e descrivere, sempre nella
consapevolezza della soggettività e relatività delle proprie vedute. E quindi anche il
Magistero della Chiesa non può e non deve imporre a tutta la Chiesa verità assolute,
universali ed immutabili (per esempio la pretesa di un “Catechismo universale”), ma
semplicemente il particolare punto di vista della teologia romana, con modestia ed
accettando di essere corretto anche da altre correnti teologiche, per esempio quella
olandese. Questo Schillebeeckx lo dice espressamente.
Infatti per lui la nostra mente non coglie mai un’essenza universale allo stato
puro, libera dal particolare sensibile, ma sempre nel sensibile e storicamente, e

1
Per Schillebeeckx non vale il detto di Aristotele e San Tommaso intellectus in actu est intellectum in actu.
2
Anche per Tommaso, quidquid recipitur, ad modum recipentis recipitur. Ma il guaio di S. è che egli, un po’ come
Kant, crede che il modo entri nel contenuto stesso del conoscere.

2
quindi mutabilmente incarnata nel contesto spaziotemporale e nell’individualità
esistenziale e concreta.
Per Schillebeeckx, i concetti (anche i dogmi) sono semplici “modelli
interpretativi” per esprimere soggettivamente e mutevolmente una realtà, anche
teologica e spirituale, secondo il linguaggio del proprio tempo. Essi mutano e devono
mutare; l’importante è che la realtà colta sia sempre la stessa; anzi essi devono
opportunamente mutare ed essere adattati appunto al fine di cogliere la stessa realtà
(questo, secondo lui, è uno degli scopi del Concilio Vaticano II). Così che noi
parliamo inglese o francese, non importa: l’importante è che esprimiamo la stessa
cosa.
Da questo relativisimo concettuale sorge evidentemente un concetto relativo,
soggettivo e mutabile di natura umana, di natura divina, di parola di Dio, di legge
morale naturale, di vita morale cristiana, di Chiesa, insomma di tutti i valori.
Qui evidentemente Schillebeeckx confonde concetto e linguaggio. Inoltre egli
accetta bensì l’universalità del concetto, ma negando che esso colga un’essenza
universale reale ed oggettiva, esterna alla mente, toglie al concetto il suo valore
conoscitivo per trasformarlo in un’espressione contingente e relativa – un mero segno
o simbolo o linguaggio (teoria già propria dei modernisti) - di una particolare cultura
(dovesse trattarsi dello stesso dogma).
Per questo egli dice che oggi non è il caso di esprimere il mistero di Cristo con
la formula calcedonese (una persona in due nature), formula a suo dire legata alla
mentalità metafisica greca oggi superata, ma egli propone una nuova interpretazione
del mistero di Cristo, conforme alla mentalità “moderna”, cioè in pratica:
esistenzialista, storicista ed empirista (ecco il modernismo), per la quale Cristo non
può essere Dio (discorso assurdo e mitologico), ma “Dio è in Cristo”: Gesù è una
semplice persona umana, “profeta escatologico”, predicatore di giustizia in solidarietà
con tutti i poveri e sofferenti, che considera Dio come “Padre” misericordioso e, con
la sua coerenza di vita fino ad accettare la morte, ci è di esempio e ci media la grazia
di Dio e la salvezza. Praticamente una nuova forma di nestorianesimo.
Quindi la morte di Cristo, per Schillebeeckx, non è stata voluta dal Padre come
sacrificio espiatorio e redentore, ma solo dai suoi uccisori. La morte di Cristo non è
un sacrificio ma semplicemente un delitto. Quindi “noi non siamo stati salvati
mediante la morte di Cristo, ma nonostante la morte di Cristo”: parole dello stesso
Schillebeeckx.
E’ evidente che qui viene svuotato il significato divino e salvifico del sacrificio
della croce e quindi del sacrificio della Messa e quindi del potere sacerdotale di agire
in persona di Cristo nel rinnovare in modo incruento sull’altare il sacrificio della
croce. Conseguenze tutte evidentemente gravissime e chiaramente eretiche. La
Chiesa trasformata in società filantropica sul modello di Amnesty International o del
Rotary Club. Nessuna prospettiva ultraterrena, ma tutto su questa terra.
Sì, è vero, resta la “grazia”. Ma cos’è alla fine questa grazia? Anche l’Antico
Testamento parla della grazia. Anche il Corano parla di un “Dio clemente e
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misericordioso”. Anche nel brahmanesimo c’è il concetto di “grazia” (prasada) come
favore e benevolenza divina.
Ma nella cristologia di Schillebeeckx che ne è della vera nozione della grazia
di Cristo? E’ ancora una realtà divina e soprannaturale? E’ ancora la grazia di Cristo?
Cristo in noi? Figliolanza divina? Se Cristo non è Dio, non si dà più una comunione
divinizzante con Cristo, una vita in Cristo che ci divinizzi, che ci renda partecipi della
vita divina: e allora addio cristianesimo, il quale ricade nel clima dell’antica legge,
viene assimilato all’Islam, assomiglia al misticismo indiano o decade nel buonismo e
solidarismo massonico ed illuminista o nell’esistenzialismo heideggeriano o nel
secolarismo della teologia della liberazione.
Per finire con una visione riassuntiva e più dettagliata, do un elenco di tesi
erronee, delle quali posso fornire a richiesta una precisa documentazione:
1. Le prove tomistiche dell’esistenza di Dio traggono il loro valore dalla
precedente esperienza atematica;
2. La verità non è nel concetto, ma nell’esperienza atematica. Il concetto ne è solo
la preparazione e l’interpretazione.
3. Gesù è figlio di Dio in senso umano, non divino;
4. Il Verbo divino è il progetto eterno preesistente su Gesù da parte di Dio;
5. Gesù è una persona umana;
6. Gesù non è Dio, ma unito a Dio;
7. La risurrezione di Cristo non è stato un fatto storico, per cui Gesù è apparso
sensibilmente, ma rappresenta la fede dei discepoli per i quali Gesù vive presso
il Padre;
8. Il regno di Dio non è un altro mondo dopo ed oltre questo mondo, ma è questo
stesso mondo in quanto salvo.
9. Gesù non ha annunciato se stesso, ma il regno di Dio
10. Gesù non è morto per offrire un sacrificio espiatorio, ma per testimoniare la
verità del Vangelo;
11. Gesù non ha istituito la gerarchia sacerdotale, ma questa è stata istituita dalla
Chiesa sul modello dell’organizzazione dell’Impero Romano;
12. Per celebrare la Cena del Signore non occorre uno speciale sacramento
(sacerdozio), ma basta essere scelti dalla comunità;
13. Nell’eucaristia non avviene la transustanziazione, ma la transignificazione;
14. In caso di necessità, qualunque cristiano, uomo o donna, può celebrare la
Messa;
15. Nell’ultima Cena l’offerta del calice da parte di Gesù fu l’ultimo brindisi prima
del martirio. Il sangue di Gesù significa semplicemente il sangue di un martire.
16. L’esegesi del Vangelo può esser fatta senza tener conto dell’interpretazione
della Chiesa;
17. La Chiesa nei suoi dogmi riflette il variare delle culture;
18. La religione perfetta non è il cattolicesimo, che è una religione particolare fra
le altre, ma è quella religione che risulta dal concorso di tutte;
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19. Coloro che muoiono in stato di ostilità verso Dio non vanno all’inferno, ma
sono annullati.
Bisogna tornare a San Tommaso, come raccomanda lo stesso Concilio e
prescrivono le nostre Costituzioni, certamente non per chiudersi in una torre
d’avorio, ma per avventurarsi con lui coraggiosamente e pionieristicamente sulle
strade del mondo, ad imitazione del Santo Padre Domenico e dei primi frati
dell’Ordine o come i Re Magi, guidati dalla stella della Parola di Dio alla ricerca
di Cristo nella capanna di Betlehem, ossia verso i poveri e gli assetati di verità e
giustizia, gli oppressi dalla menzogna e dalla violenza, per i quali è fatto il regno
dei cieli.

P.Giovanni Cavalcoli, OP
Bologna, 07 gennaio 2010