GRANDE ARTISTA VINTO DALL’ARTE

* Octave Mirbeau, Diario di una cameriera, traduzione di Luisa
Moscardini, Roma, Elliot 2015, 280 p.
* Octave Mirbeau, Nel cielo, traduzione di Albino Crovetto, Milano,
Skira 2015, 141 p.
Le Journal d’une femme de chambre è in Italia uno dei titoli più
fortunati di Mirbeau, insieme al Jardin des supplices, favorito da quel
successo di scandalo di cui lo scrittore è circondato, sorta di foschia che
ancora oggi rischia, per la legge del contrappasso, di respingere molti lettori.

Uscito in feuilleton su L’Echo de Paris tra il 1891 e il 1892, e per la
prima volta in volume nel 1900, il Journal è stato più volte ripreso al cinema
(in primis da Louis Buñuel) e a teatro. Tradotto in italiano nello stesso 1900
presso Fiorini, col titolo Le memorie di una cameriera, viene accaparrato nel
1905 col medesimo titolo da Salani, che lo sfrutta quasi come contrappunto
alla letteratura della Grande guerra: escono infatti nuove edizioni nel 1914,
nel 1916, nel 1918. E’ poi in epoca fascista, nel 1936, che viene pubblicata,
con il titolo Il Diario di una cameriera, la nuova traduzione di Jolanda
Gianoli. Ma l’interesse non si ferma e le edizioni si moltiplicano. Negli anni
Sessanta esce un’edizione delle Memorie per la Conchiglia; la fortunata
traduzione di Mario Ajres-Lia (Le memorie licenziose di una cameriera, Torino,
MEB 1970 e 1993) viene ripresa da Sonzogno (1986) e da Milano RCS
(1994); mentre Augusto Sevartelli traduce Memorie di una cameriera per il
Club del libro (1974) e Mondadori fa uscire il Diario di una cameriera (1982)
con introduzione e traduzione di Roberta Maccagnani. Adesso Luisa
Moscardini, si cimenta a sua volta con il testo dello scrittore. Frutto di una
passione? E’ fresca di stampa infatti la sua traduzione del romanzo MarieClaire di Marguerite Audoux, che era uscito nel 1910 proprio con la
prefazione di Mirbeau. Come titolo Moscardini appoggia quello di Diario di

una cameriera. La distinzione tra diario e memorie non è da poco: le memorie
si rivolgono a un lettore, e si situano immediatamente a un livello più alto;
mentre il diario si offre come scrittura che potrebbe anche restare ignorata.
Il titolo Memorie licenziose di Ajres-Lia suggeriva in più quel richiamo di
oscenità che ha determinato la fortuna del testo. Mirbeau però aveva scelto il
termine Journal. A chi, del resto, la sua protagonista può desiderare di far
leggere le sue impressioni, dal momento che si pone al di fuori di ogni
rapporto di solidarietà sociale? Il suo disprezzo per il mondo non ha l’eguale
se non nel suo stesso autore.
Nel 1865 i fratelli Goncourt avevano pubblicato il romanzo Germinie
Lacerteux, incentrato sulla doppia vita della loro donna di servizio, che
nascondeva oscure perversioni, subendo così l’accusa di fare gli entomologi
della classe povera. Mirbeau dà invece direttamente la parola a Célestine, che
una sventura iniziale (la morte del padre, pescatore bretone, in mare, e il
conseguente alcolismo della madre) aveva portato quasi bambina sulla via
della prostituzione e poi della condizione servile. La lezione del naturalismo
si ferma tuttavia qui. Il feticismo degli stivaletti, che Buñuel ha reso così
bene sullo schermo, il fascino tenebroso del domestico Joseph -probabile
pedofilo assassino- l’innocenza e la perfidia della protagonista, sono
materiali per un romanzo d’appendice a forti tinte: e purtroppo questo ha
determinato la fortuna dell’opera.
Ma la lettura rivela una realtà differente. “Un domestico non è un
essere normale –scrive Célestine- un essere inserito nella società…E’ un
essere diverso, composto di parti che non si incastrano l’una nell’altra, né si
giustappongono… E’ qualcosa di peggio: un mostruoso ibrido umano. Non
appartiene più al popolo da cui esce, ma non è nemmeno parte della
borghesia in cui vive e verso la quale tende…”. Dei padroni e del popolo
scorge un’analoga bassezza, che sembra appartenere alla specie umana. Da
un lato disprezza i padroni, e le loro “gibbosità morali”: “Io adoro servire a
tavola. E’ qui che si scoprono i propri padroni in tutta la sporca bassezza
della loro intima natura”. Dall’altro prova orrore per il popolo, che, nella sua
furia contro i potenti, si deforma, si altera: “Una fiumana ininterrotta di
sconcezze, vomitate da quelle bocche tristi come da una fogna… […] ne
ricavo un’impressione tanto più penosa perché la stanza in cui ci troviamo è
buia, e le facce vi si deformano fantasticamente…”. La scrittura
espressionista di Mirbeau rende grottesco ogni essere, ogni rapporto, ogni
elemento della vita sociale, quasi a dare conferma dell’assurdità dell’esistere.
Célestine, da brava bretone, resta cattolica, ma le sue parole riecheggiano lo
spleen dell’autore: “Ho avuto sempre l’ansia di essere “altrove”, una follia di
speranze in questi chimerici altrove […] Ah, come sono deludenti queste
strade verso l’ignoto […] Non c’è nulla…sabbia, ciottoli, colline tristi come
muri…Non c’è altro. E sopra la sabbia, i ciottoli, le colline, un cielo grigio
opaco, pesante, un cielo dove il cielo si rattrista e la luce piange fuliggine…
Non c’è nulla, nulla di ciò che si è venuti a cercare… e d’altronde, io non so

che cosa cerco e non so chi sono io.” E’ in questa direzione che va la poetica
di Mirbeau, attuale e vicina alla sensibilità contemporanea, priva di certezze.
Ma è in altre opere che si mostra con maggiore evidenza, senza aspetti
scandalistici, la tensione esistenziale che costituisce la sua nota dominante.
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Dans le ciel (Nel cielo), che Albino Crovetto traduce in Italia per la
prima volta, nella collana curata da Eileen Romano, rappresenta uno dei
momenti più significativi, forse, della scrittura mirbelliana. Eppure il silenzio
lo ha seppellito per più di cent’anni. Sul versante francese infatti non si
scherza: il feuilleton, comparso su L’Echo de Paris poco dopo il Journal d’une
femme de chambre (tra il 1892 e il 1893), deve solo all’impegno di Pierre
Michel l’edizione in volume nel 1989. Ora è forse l’interesse di Crovetto,
traduttore delle Perle morte, a dare una chance all’opera in Italia. Questa
macroscopica diversità tra la fortuna dei due romanzi è già indicativa della
loro profonda differenza. Mirbeau stesso aveva abbandonato Nel cielo al suo
destino: forse, come suggerisce Pierre Michel, perché non del tutto convinto
che si trattasse di un’opera finita. Ma forse anche perché questa volta
l’autore non era sceso a patti col gusto dei lettori, per dare spazio invece a
riflessioni esistenziali ed estetiche, e alla passione per la pittura, che lo aveva
portato a battersi in prima linea nella difesa degli artisti contemporanei. Qui,
infatti, sotto il personaggio di Lucien, emerge senza altri veli la figura di Van
Gogh, a cui Mirbeau aveva dedicato il primo articolo sulla stampa.
Nettamente diviso in due parti, il romanzo descrive nella prima il
personaggio di Georges, giovane dotato di acuta sensibilità, e per questo
isolato come un paria dal mondo borghese, quindi il suo incontro con
Lucien, che vede in lui il discepolo ideale, e lo fa partecipe dei suoi tormenti
artistici. Il testo è scritto in prima persona, con una curiosa successione di
due diversi narratori, alla fine non risolta. Al primo -un anonimo borghese- il
secondo, Georges, consegna la storia della propria vita, vale a dire quello che
non ha mai avuto il coraggio di esprimere, per timidezza o goffaggine.
Temperamento artiste, represso dall’educazione e dalla società, Georges ha la
fisionomia del vinto e del refrattario. Eppure ha la percezione che tutta
l’umanità sia schiacciata in maniera analoga dal peso dell’esistere: “E se
anche fossi stato un ragno umano, e se anche avessi goduto delle mie
vittime!... Sarei stato felice, più felice? E non sarei stato sempre schiacciato
dal mistero di questo cielo, da tutto quell’ignoto, da tutto quell’infinito che mi
pesa addosso?”. La sensazione del peso dell’infinito lo predispone a
comprendere la pittura di Lucien, di cui Mirbeau cita numerose lettere,
apertamente ispirate alla poetica di Van Gogh.

Lo scrittore stringe da vicino la definizione di arte, senza cercare di
risolverne le contraddizioni. “Un paesaggio è uno stato del tuo spirito, come
la collera, come l’amore, come la disperazione... E la prova è questa: se tu
dipingi lo stesso paesaggio in un giorno di allegria e in un giorno di tristezza,
non lo riconosci più” esclama Lucien, in pieno paysage d’âme. Ma altrove
afferma l’importanza di cercare “di conoscere la verità e la bellezza soltanto
attraverso il rovescio delle cose”, tentando di cogliere grazie a continue
sinestesie la grandezza del mondo, e di rappresentarla nell’opera. In
un’alternanza delle voci di Georges e di Lucien, Mirbeau trasmette l’angoscia
del creatore, oppresso dai propri limiti nei confronti del mondo visibile, di cui
il cielo rappresenta un’immagine quasi minacciosa. La furia devastatrice di
Lucien, torturato dalla propria inadeguatezza, è descritta con uno stile
sempre più emozionale e franto; allo stesso modo la struttura narrativa si
apre sempre di più, per lasciare spazio alle voci dei personaggi. Si conclude
così, con un’opera che anticipa molte intuizioni novecentesche, la galleria dei
grandi artisti vinti dall’arte, sorta di leitmotiv dell’Ottocento francese, dal
Capolavoro sconosciuto (1831) di Balzac a Manette Salomon (1867) dei
Goncourt all’Opera di Zola (1886).
Ida MERELLO
L’Indice dei libri del mese, n° 10, ottobre 2015

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