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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI BERGAMO FACOLTÀ DI ECONOMIA Corso di Laurea in Economia e Amministrazione

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI BERGAMO

FACOLTÀ DI ECONOMIA

Corso di Laurea in Economia e Amministrazione delle Imprese

Direzione dell’impresa Classe n. 17

Moneta, credito e signoraggio nell’attuale sistema monetario

Relatore Anna Maria Variato Prova finale di Dario Belotti

NOME

COGNOME

Matricola n. 1001369

ANNO

ACCADEMICO

2009/2010

Anna Maria Variato Prova finale di Dario Belotti NOME COGNOME Matricola n. 1001369 ANNO ACCADEMICO 2009

Sommario

CAPITOLO 1- INTRODUZIONE

3

1.1 Motivazioni e obiettivi

3

1.2 Struttura

3

CAPITOLO 2 – LA MONETA

5

2.1 Lo sviluppo della moneta

5

2.2 Il valore della moneta e la sua proprietà

7

CAPITOLO 3 – IL SIGNORAGGIO

13

3.1

Banca Centrale e signoraggio

13

3.1.1 Il signoraggio sull’emissione

13

3.1.2 L’appropriazione della ricchezza da signoraggio

14

3.1.3 Definizioni a confronto

17

3.1.4 Il trasferimento del signoraggio dalla Banca Centrale allo Stato

20

3.2

Il signoraggio nel sistema bancario

22

3.2.1 Il signoraggio secondario

22

3.2.2 Moneta, credito e inflazione

26

3.2.3 Credito e crisi economiche

30

CAPITOLO 4 – LA BANCA CENTRALE

31

4.1 Caratteristiche

31

4.2 La nascita delle Banche Centrali

32

4.3 La Banca d’Italia

34

4.4 Sovranità monetaria statale

36

4.5 Il paradosso di una moneta debito

37

CAPITOLO 5 – CONCLUSIONI

39

 

BIBLIOGRAFIA

42

RINGRAZIAMENTI

44

ABSTRACT

Il lavoro nasce con lo scopo di analizzare alcuni aspetti fondamentali del sistema mone-

tario e bancario moderno come ad esempio il valore della moneta e la sua proprietà, il

credito e la sua creazione, il signoraggio e la sua appropriazione.

Il mezzo monetario e il suo valore hanno subìto continue variazioni durante il trascorre-

re delle epoche: dal baratto, alla moneta merce, alla moneta cartacea fino al denaro scrit-

turale. Tema fondamentale risulta essere la derivazione di questo valore monetario: il perché la moneta abbia valore, che tipo di valore sia, da dove venga generato. Si notano, nel sistema monetario attuale, alcune incongruenze in merito alla proprietà di questo va- lore che non viene riconosciuto in capo al suo creatore, la collettività, ma le viene sot- tratto.

L’emissione della moneta è obbligatoriamente collegata alla generazione del signorag- gio: esso è infatti il guadagno e il potere in mano al soggetto predisposto alla creazione della moneta. Oggi le Banche Centrali sono le istituzioni che raccolgono sia la ricchez-

za, sia il profitto da signoraggio che dovrebbero essere trasferiti, una volta coperti i costi

di

coniatura, alla collettività rappresentata nello Stato.

Il

signoraggio che si crea invece, non a livello di Banca Centrale, ma a livello di sistema

bancario viene definito signoraggio secondario (collocandosi più a valle rispetto al si-

gnoraggio sull’emissione). Per analizzare questo tipo di signoraggio è utile indagare il processo storico che ha portato l’economia moderna a fondarsi su un sistema bancario così strutturato, processo che porta con sé alcuni dubbi sulla liceità di alcune pratiche le quali hanno condotto alla nascita delle banche. La creazione di credito, e quindi di potere d’acquisto dal nulla è l’altra faccia del signo- raggio secondario: essa può essere tanto positiva per l’economia quanto destabilizzante

se allocata senza criteri corretti.

L’istituzione principe con cui si tratta parlando di sistema monetario è sicuramente la

Banca Centrale. E’ interessante capire in che modo il potere statale di emissione della moneta venne spostato in capo a questa istituzione le cui caratteristiche, in alcuni Stati, fanno sorgere dubbi sulla correttezza della regolamentazione di questa funzione. Inoltre

ci sono interessanti esempi di come la sovranità monetaria sia conservata costituzional-

mente in mano al popolo affinché esso possieda almeno uno strumento in grado di evi- tare il paradosso che viene a crearsi in un sistema in cui la totalità del denaro è rappre- sentazione di un debito sottostante alla sua emissione.

La riforma del sistema monetario moderno è quindi altamente desiderabile.

CAPITOLO 1- INTRODUZIONE

1.1 Motivazioni e obiettivi

Aprendo il portafoglio ed estraendo una banconota potrebbero sorgere molti interrogati- vi: perché, questa carta colorata in un particolare modo, vale tanto? Chi la crea? Da do- ve deriva questo valore che le attribuiamo? Chi crea questo valore? Come viene distri- buita la carta moneta? Quali sono le sue funzioni? Altri interrogativi non troppo dissimili potrebbero sorgere nel momento che ci rechiamo allo sportello bancario per effettuare qualche normale operazione: che tipo di soldi sono quelli che stiamo movimentando? Esistono fisicamente? Dove sono depositati?

La ricerca di una risposta a questi interrogativi sembra essere un lavoro interessante; so- no interrogativi che meritano di essere indagati: è appunto il voler rispondere a questi ultimi il motivo dello sviluppo di questa tesi. Inoltre, altre interessanti questioni nascono nello svolgimento del lavoro e lo rendono sempre più coinvolgente nella ricerca di una risposta nascosta dietro un sistema che sembra essere immensamente distante da ogni singolo individuo, ma nel quale, in realtà, ogni individuo è immerso, consapevolmente o meno.

L’obiettivo di questa trattazione è quindi quello di approfondire il sistema monetario vi- gente per poterne fornire una descrizione realistica e significativa per possibili riflessio- ni in merito alla moneta, al credito e al signoraggio. Per fare ciò indagheremo le rego- lamentazioni vigenti, i meccanismi che regolano vari organi e istituzioni, le principali politiche adottate storicamente, i meccanismi logici che vengono sottointesi a particolari scelte e dopo aver ricostruito un quadro d’insieme potremo fare considerazioni ed e- sprimere pareri sull’utilità creata e sui possibili miglioramenti implementabili.

1.2 Struttura

La tesi è strutturata in altri quattro capitoli che seguono a questa introduzione. Nel se- condo capitolo si tratta l’evoluzione degli scambi economici nella storia: si parte dai tempi in cui l’unica forma di scambio era tramite il baratto, si passa per popoli antichi in cui vigeva una prassi di scambi, intermediati da un sistema bancario molto sviluppato, per giungere ai tempi della moneta metallica e della moneta cartacea; quest’ultima for- ma di moneta è però ormai in fase di superamento per opera della nuova moneta scrittu-

rale bancaria. Nella seconda parte del capitolo si analizza invece il valore della moneta:

da dove deriva, com'è cambiato con le diverse forme di moneta e si fanno riflessioni sulla proprietà della moneta.

Il terzo capitolo introduce il concetto di signoraggio sdoppiato in due accezioni: la ric- chezza e il profitto da signoraggio. Nella definizione di questi concetti vengono usate tre principali formulazioni usate storicamente dagli economisti: costo opportunità, signo- raggio monetario, tassa da inflazione. Dopo la definizione tecnica, si risponde poi al quesito dell’appropriazione del signoraggio e alla sua correttezza: si dirà che il signo- raggio viene raccolto dall’istituzione emittente del denaro che però non coincide con l’istituzione a cui spetterebbe di diritto; da qui l’ulteriore interrogativo di come debba avvenire il trasferimento del signoraggio. La seconda parte di questo capitolo centrale, si dedica alla descrizione del sistema bancario nel suo complesso, andando a indagare i meccanismi dell’emissione del credito, del signoraggio secondario, delle pratiche con- tabili; dopo alcune conclusioni si tenta di giungere alla spiegazione della creazione di bolle speculative, il cui scoppio provoca crisi economiche. La credit creation diventa protagonista di quest’ultima parte.

Il quarto capitolo tratta del soggetto istituzionale Banca Centrale; si parte da una descri- zione delle sue caratteristiche e dalla nascita di quest’istituzione per poi ragionare su possibili meccanismi difettosi nel suo funzionamento. Si discute in conclusione della funzione principale detenuta dalla Banca Centrale in quasi tutti i paesi del mondo e di alcune eccezioni in cui la sovranità popolare è salvaguardata. Nella conclusione del ca- pitolo si accennano le possibili conseguenze negative di un sistema economico la cui moneta è rappresentanza di un debito.

Nel quinto capitolo si racchiudono, come d’uso, considerazioni di sintesi e prospettiva.

CAPITOLO 2 – LA MONETA

2.1 Lo sviluppo della moneta

In assenza di moneta le transazioni economiche e commerciali comportano il ricorso al baratto. Lo scambio di beni o servizi contro altri beni o servizi, tipicamente, risulta funzionante in economie caratterizzate da una ridotta numerosità e frequenza delle tran- sazioni. Non è per niente scontato che, a colui che vende un bene di suo possesso, venga offerto in cambio un bene utile ai suoi scopi: qualora il venditore non desiderasse rice- vere, in cambio del bene ceduto, il bene che gli viene proposto, può rifiutare lo scambio oppure accettare il bene proposto per poi rivenderlo ad altri in cambio di un bene gradi- to oppure di un bene che a sua volta consenta di ottenere quanto desiderato. In questo caso il venditore può ottenere il bene desiderato solo dopo una serie di scambi (baratto multiplo), che non facilitano la compravendita di beni e servizi: l'assenza di un mezzo di pagamento di diffusa accettazione sicuramente disincentiva gli scambi commerciali e ostacola il raggiungimento di una migliore efficienza allocativa, impedendo in questo modo anche l'evoluzione della specializzazione produttiva (poiché tutto ciò che non rie- sco ad ottenere con il baratto devo produrlo, non potendomi così specializzare su una sola attività) e il conseguente aumento di produttività (rimaniamo in una situazione di scarsa efficienza produttiva). In un’economia di baratto viene pure ostacolato il risparmio; infatti, chi produce un be- ne non facilmente conservabile (si pensi alla maggior parte dei generi alimentari) deve consumarlo o scambiarlo prima che deperisca e, solo una piccola parte dei beni, quelli non facilmente deperibili, può essere conservata per essere utilizzata in futuro. Inoltre il baratto diventa difficile da realizzare per beni indivisibili.

All'aumentare della frequenza degli scambi, diventa perciò necessario che subentri in gioco un mezzo accettato in pagamento da tutti gli operatori economici, che conservi il proprio valore nel tempo (altrimenti verrebbe meno parte dell'accettazione) e sia facil- mente divisibile. I primi beni a fungere da mezzo di scambio ("moneta" in senso lato) presentano i carat- teri della non deperibilità, della notevole disponibilità e diffusione negli scambi, della facile verificabilità della loro qualità. La caratteristica della non deperibilità favorisce la tesaurizzazione in attesa di scambi futuri desiderati ma incerti, favorisce quindi il ri-

sparmio; la seconda caratteristica, disponibilità e diffusione, garantisce un’ampia accet- tazione (che a sua volta ne accresce ulteriormente la diffusione, innescando un meccani- smo moltiplicativo); la facile verificabilità invece riduce le incertezze legate al paga- mento e aumenta quindi l'accettazione della moneta in senso lato come mezzo liberato- rio di pagamento. Tali caratteristiche sono comuni a vari beni che sono stati usati come mezzi di pagamen-

to ancora fino alla metà del Novecento dai popoli senza scrittura: vari tipi di metalli (non solo oro e argento, ma anche rame e ferro), il sale, l’avorio, il bestiame, il the, pez- ze di tessuto, quarzo, pietre in diverse forme (nel mediterraneo neolitico l'ossidiana era il più diffuso mezzo di scambio). Anche alcune grandi civiltà hanno continuato a utiliz- zare beni come moneta fino a tempi recenti. Il caso più tipico è il Giappone, dove il riso

è rimasto l'unità di conto dei grandi feudi fino all'abolizione degli stessi, nel 1868.

I beni usati come mezzo di scambio che presentano un loro valore intrinseco economico vengono chiamati moneta-merce.

Solo successivamente si affermano, come strumenti di pagamento i metalli preziosi, in considerazione soprattutto della loro notevolissima resistenza rispetto al trascorrere del tempo e al loro valore intrinseco.

I metalli vengono utilizzati come moneta merce nella forma di lingotti o sbarre, o anche

in polvere. Tuttavia questo sistema di pagamenti dà luogo a due inconvenienti: innanzi- tutto chi riceve il metallo in pagamento si deve accertare che esso abbia il valore intrin-

seco dichiarato (controllando il peso e la qualità). Questo costringe perciò a portarsi sempre appresso un mezzo attraverso il quale effettuare il controllo del peso e, per quanto riguarda la qualità del metallo, questa è veramente di difficile accertamento. In secondo luogo ci sono i problemi di detenzione e trasporto d'ingenti somme di metallo che mancano di praticità e sicurezza.

Questi problemi vennero in parte meno con la nascita della carta-moneta: lo sviluppo della pratica di utilizzare come mezzo di scambio denaro cartaceo si sviluppò differen- temente a seconda del luogo e della situazione storica. Ad esempio, nel XIII secolo, la nascita delle banconote nell’impero mongolo avvenne grazie all’idea e al potere del sovrano Kublai Khan: egli, stampava moneta cartacea con cui effettuava tutti i pagamenti per beni e servizi di cui usufruiva, e chiunque commer-

ciasse con lui era obbligato ad accettare questa forma di pagamento per non rischiare la propria vita. Questa pratica creò un circolo virtuoso grazie a cui l’accettazione e l’uso di questo denaro cartaceo si espanse attraverso lo sconfinato impero mongolo, cosicché tutti divennero benaccetti di ricevere in pagamento questo denaro sapendo di poterlo a loro volta utilizzare per fare acquisti di beni e pagare servizi. Anche i mercanti stranieri accettavano questa forma di pagamento con cui poi avrebbero commerciato negli ampi confini imperiali prima di rientrare nella loro terra d’origine. Si arrivò al punto che, nell’impero, la quasi totalità delle transazioni avveniva per mezzo di questo denaro. (Po- lo, 1987) Un esempio differente di sviluppo della carta moneta è il caso inglese in cui la carta moneta si diffuse per mezzo di orafi divenuti banchieri, processo che illustreremo detta- gliatamente nel capitolo 3. In ogni caso lo sviluppo della carta moneta facilitò gli scambi ed eliminò i problemi che rimanevano con l’uso della moneta metallica.

2.2 Il valore della moneta e la sua proprietà

Ogni bene è caratterizzato da un valore d’uso e da un valore di scambio. Il valore d’uso è l’importanza pratica che un bene ha per il soggetto e per il suo bene personale, è quindi l’utilità che il bene procura all’utilizzatore; quest'utilità non è misu- rabile in termini oggettivi e quantitativi, non è misurabile in termini assoluti ma è di- pendente dalla funzione di utilità del soggetto utilizzatore (come insegnano gli studi mi- croeconomici sul consumatore). Il valore di scambio, al contrario, è un valore che deriva dall’incontro di domanda e of- ferta del bene, deriva da un confronto oggettivo ed è quindi misurabile e quantificabile attraverso un prezzo che si forma nella contrattazione o, a livelli più ampi, nel mercato. Il valore di scambio è quindi l’attitudine di un bene o servizio a essere accettato da altri soggetti in cambio di altri beni o servizi. Un bene che non ha domanda non ha valore e lo stesso vale per un bene che ha un’offerta infinita come ad esempio l’aria; il valore de- riva dalla richiesta di quel tipo di bene che si scontra con un’offerta limitata (le risorse economiche sono scarse per definizione). Questo stesso ragionamento sul valore vale per qualsiasi bene, anche per il denaro; pos- siamo affermare che il suo valore si fonda su due pilastri: da un lato la naturale (nel caso

di

moneta merce) o artificiale (nel caso della cartamoneta) scarsità; dall’altro la doman-

da

che ne fa la gente per utilizzarlo come mezzo di scambio o come riserva di valore.

“Money, like anything else, derives its value from its scarcity in rela- tion to its usefulness. Commodities or services are more or less valua- ble because there are more or less of them relative to the amounts people want” (Nichols, 1961)

Entrambi i lati dell’equazione sono importanti, ma il lato della domanda è essenziale

perché esplica come una certa moneta acquisti valore grazie all’uso e all’accettazione

che ha presso il pubblico: se domani nessuno più si fidasse dell’euro e nessuno lo accet-

tasse più in pagamento, gli euro sarebbero solo carta straccia.

Il valore della moneta è quindi dato da coloro che la accettano come mezzo principe

nello scambio economico.

Come osservato da Auriti (2002):

“ il valore è un rapporto tra fasi di tempo, così ad esempio una penna ha valore perché si prevede di scrivere, il coltello ha valore perché si prevede di tagliare, la moneta ha valore perché si prevede di comprare. Il valore è pertanto il rapporto tra il momento della previsione e il mo- mento previsto.”

La convenzione monetaria consiste quindi, nel rapporto tra il momento previsto del

comportamento altrui e quello della previsione che realizza e causa il comportamento

proprio. Ognuno è disposto infatti ad accettare moneta contro merce se prevede di poter

dare a sua volta moneta contro merce.

Lo strumento della convenzione consiste dunque in un fascio di rapporti tra fasi di tem-

po intersoggettivo, capace di determinare per induzione giuridica il valore indotto e og-

gettivarlo come res nova nella moneta, causando la nascita di un bene reale oggetto di

diritto di proprietà.

Auriti afferma inoltre che la moneta ha valore perché è la misura del valore. Poiché ogni

unità di misura ha la qualità corrispondente a ciò che deve misurare, come il metro ha la

qualità della lunghezza perché misura la lunghezza, così la moneta ha la qualità del va-

lore perché misura il valore.

Per questo motivo il simbolo monetario non è solamente la manifestazione formale del-

la convenzione monetaria, ma anche il contenitore del valore indotto e incorporato nel

simbolo: questo valore indotto è il potere d'acquisto che è incorporato nella moneta.

Nella moneta si verifica una fattispecie analoga a quella dell'induzione fisica. Come nel-

la dinamo si trasforma energia meccanica in energia elettrica, così nella moneta si tra-

sforma il valore di una convenzione, di un fumus juris, in un bene reale oggetto di dirit-

to di proprietà.

“Poiché ogni unità di misura è una convenzione e ogni convenzione è una fattispecie giuridica, la moneta è una fattispecie giuridica. Dunque, la ma- teria prima che serve per fabbricare moneta è la medesima che serve a produrre fattispecie giuridiche: forma e realtà spirituale ossia simbolo e convenzione monetaria.” (Auriti, 2002)

L’unica cosa necessaria per dare valore alla moneta è quindi una convenzione, una fatti-

specie giuridica; non c’è bisogno che ci sia un collaterale di valore come sottostante alla

moneta, poiché essa, ha già un valore indotto indipendente.

Inoltre, come nell'indotto fisico nasce energia elettrica quando comincia la rotazione

della dinamo, analogamente nasce il valore monetario all'atto dell'emissione nelle mani

dell'accettante perché ne prevede l'ulteriore cessione e circolazione nell'indotto giuridi-

co. In conclusione la moneta non è solo il prodotto di una convenzione, ma di un'attività

convenzionale che, nella sua continuità, realizza il “potere d'acquisto” per induzione in

una fattispecie di sociologia giuridica. La moneta che non circola è un mero simbolo,

non è moneta.

La non conoscenza di questo valore indotto presente nella moneta ha portato a giustifi-

care il valore monetario sulla base della riserva d'oro, confondendo e spacciando sotto la

parvenza di valore creditizio il valore indotto, ossia configurando la moneta come titolo

di credito rappresentativo dell'oro. Anche l’oro ha il suo valore indotto che deriva dal

fatto che questo metallo, convenzionalmente, è stato sempre usato come mezzo di pa-

gamento; in fin dei conti però, non ha importanza quale sia il materiale che venga usato

come mezzo di pagamento: nella storia della colonizzazione americana, ogni volta che

una merce veniva accettata come moneta, avveniva che il suo prezzo aumentava e la

merce di bassa qualità acquistava lo stesso valore di quella di qualità buona; questo a

causa del valore indotto che si concretizzava in quel tipo di merce.

Così si spiega l’errore che si fa oggi nel ritenere la moneta custode di un valore crediti- zio invece di un valore indotto, valore creditizio che non ha più nemmeno senso di esi- stere poiché definitivamente cessata qualsiasi convertibilità della moneta in altri beni: in altre parole è scomparso il bene su cui la moneta inizialmente rappresentava un diritto.

Oggi l’emissione di moneta in senso stretto è prerogativa delle Banche Centrali. Il meccanismo attraverso il quale la moneta entra in circolazione nell’economia, in ter- mini semplificati, è il seguente: la moneta emessa viene impiegata dalla Banca Centrale per acquistare titoli di Stato sul mercato secondario (poiché sul mercato primario non è più permesso essendo vietati i finanziamenti diretti allo Stato) scambiandoli con le ban- che commerciali e altri enti a cui è permessa la partecipazione alle aste dei suddetti tito- li; questi enti finanziari in cambio dei titoli venduti ricevono la nuova moneta emessa che così s'innesta nel circuito economico e finanziario andando ad aumentare l’offerta monetaria. Con questo tipo di meccanismo la moneta viene immessa attraverso un pre- stito: la Banca Centrale presta moneta allo Stato, al popolo a fronte di titoli di stato; è la stessa situazione in cui un’impresa emette un’obbligazione (lo Stato emette titoli di de- bito) e un finanziatore la compra (la Banca Centrale con la moneta appena stampata): il finanziatore presta soldi all’impresa fino alla scadenza dell’obbligazione in cui l’impresa ripagherà il prestito. In questo quadro di sistema ci poniamo una domanda: chi è proprietario della moneta? La risposta generica alla domanda è sicuramente “colui che detiene in suo potere la di- sponibilità di essa e con la quale può acquisire determinati beni o servizi”; questo rende chiaro che, in un sistema con un simile meccanismo di immissione di moneta nell’economia, la moneta si sottintenda essere di proprietà dell’ente emittente, la Banca Centrale appunto poiché è essa che ha la facoltà di spendere tale moneta in cambio di beni finanziari di cui acquista il diritto di proprietà.

Nel paragrafo sul valore della moneta abbiamo concluso che il valore della moneta è conseguenza della sua accettazione presso il pubblico; da questa certezza possiamo lo- gicamente dedurre che, parlando in termini collettivi, la totalità della moneta in circola- zione è teoricamente di proprietà dello Stato, inteso come unione di cittadini, anche se è divisa in modo eterogeneo tra di essi. La moneta presente in tutto lo Stato, nelle tasche dei cittadini, ha un valore poiché è da tutti accettata come mezzo di pagamento; questo

le conferisce valore, non altro. Infatti, la moneta nasce per facilitare gli scambi tra citta-

dini: sono i cittadini che si accordano in una convenzione che crea il valore della mone- ta; questo valore è quindi dei cittadini, non di altri. Anche la moneta di nuova emissione dovrebbe possedere questa caratteristica poiché il suo valore dipende dal fatto di essere identica, e quindi accettata nello stesso modo, della moneta già circolante: invece la moneta di nuova emissione è trattata dalla Banca Centrale come moneta di sua proprietà

con la quale effettuare acquisti di assets da iscrivere nell’attivo del proprio bilancio e sui quali percepire interessi. In fin dei conti, in questo modo, la Banca Centrale si ritrova a trattare come sua una cosa che non gli appartiene e si ritrova a prestare allo Stato, alla collettività, un qualcosa che è già di pubblica proprietà. Questa incongruenza nella proprietà della moneta porta a un ulteriore problema: poiché gli assets acquisiti dalla Banca Centrale sono titoli di debito statali, essi prima o poi do- vranno essere onorati dallo Stato e su di essi dovranno essere pagati gli interessi dovuti. Lo Stato raccoglierà questi soldi principalmente con le tasse e li impiegherà per saldare il debito e gli interessi con la Banca Centrale; essa ritornerà in possesso di una quantità

di moneta addirittura superiore a quella emessa inizialmente privando il sistema di una

quantità equivalente. Emettendo moneta e comportandosi come se fosse di sua proprie-

tà, la Banca Centrale si ritrova con una ricchezza che in realtà non gli spetterebbe.

Per usare una metafora sull’incongruente rapporto tra Banca Centrale e Stato possiamo

citare la seguente: s'immagini un tipografo incaricato da una società sportiva di stampa-

re 10.000 biglietti per la prossima partita di campionato, con un valore stampato sul bi-

glietto di 20 € poiché è quello il prezzo giusto, secondo la società, per assistere al match. Sarebbe paradossale se il tipografo, una volta stampati i 10.000 biglietti, chie- desse per il suo lavoro un compenso di 200.000 € adducendo la motivazione che il valo-

re totale dei biglietti prodotti è quello (10.000 x 20 €). Il valore sarà realmente quello

quando i biglietti saranno venduti al pubblico ma quel valore non è creato dal tipografo con la pressa ma bensì dall’organizzazione societaria commissionante attraverso i gioca- tori, l’organizzazione e le strutture. Il tipografo ha si diritto a un compenso, ma pari al costo di tipografia più il mark-up che gli consenta un guadagno; è del tutto illogico che chieda il valore nominale dei biglietti stampati. (Della Luna, 2007). Questo è in sintesi il funzionamento del sistema monetario odierno: lo Stato commis-

siona all’autorità monetaria di provvedere alla liquidità monetaria dell’economia,

l’autorità monetaria produce il denaro necessario alla liquidità e se lo fa pagare come se questo fosse di sua proprietà, come se fosse lei ad aver creato il valore di esso. Tutto ciò deriva dall’errata concezione che la moneta sia portatrice di un valore creditizio e non di un valore indotto.

CAPITOLO 3 – IL SIGNORAGGIO

3.1 Banca Centrale e signoraggio

3.1.1 Il signoraggio sull’emissione

Nella prima fase d'introduzione della moneta, sotto forma di metallo prezioso, il valore

di questa non era dettato principalmente dalla convenzione monetaria ma dal valore in-

trinseco, dal valore materiale del metallo; inizialmente valore intrinseco e nominale coincidevano: una moneta valeva venti denari perché conteneva venti grammi d’oro (dove un denaro equivaleva a un grammo d’oro). Per una necessità di praticità e certez-

za, lo Stato o il signorotto locale svilupparono la consuetudine d’imprimere sulle mone-

te l’indicazione del peso del metallo contenuto, e quindi del valore della moneta; questo

permetteva la certezza dei pagamenti senza bisogno di misurazioni a ogni scambio. Il servizio reso dal “signore” (la creazione di certezza grazie all’indicazione del valore) e i costi di coniatura venivano remunerati con la trattenuta, dal metallo che gli veniva con- segnato per essere coniato (cioè certificato essere moneta autentica), di una parte di es- so; col tempo il “signore” iniziò a creare monete con un certo valore nominale, ma con un sempre minore valore intrinseco: la differenza tra valore nominale e valore intrinseco prende il nome di signoraggio (poiché nasce come potere del “signore”). In questo mo- do il signore poteva emettere una moneta dal valore nominale di venti denari contenente solo dieci grammi di oro, risparmiando quindi i restanti dieci grammi con cui avrebbe potuto coprire i costi di coniatura oltre che creare nuova moneta da poter inserire in se- guito nel commercio attraverso proprie spese personali. Attraverso questo potere si cre- ava quindi una ricchezza aggiuntiva per il sovrano.

Quando lo stesso discorso viene traslato sulle banconote, il signoraggio diventa molto più significativo: con le monete metalliche abbiamo detto che esso coincideva con la

differenza tra valore nominale della moneta e metallo contenuto in essa; ora la differen-

za

tra valore nominale e valore intrinseco è il differenziale tra il valore facciale, stampa-

to

sulla banconota e il suo costo di produzione, di stampa che è molto basso. Per fare un

esempio, nel caso canadese, il costo di produzione è di 12 centesimi per una banconota

dal valore nominale di un dollaro; i restanti 88 centesimi sono signoraggio.

3.1.2 L’appropriazione della ricchezza da signoraggio

Possedere moneta significa avere potere d’acquisto. Quando il produttore coincide con

il proprietario iniziale della moneta, egli è colui che trae il maggior beneficio

dall’emissione di moneta poiché è il suo potere d’acquisto che aumenta; la semplice co-

niatura di moneta di per sé non crea un valore aggiunto nell’economia ma mette le basi

perché un valore aggiuntivo venga acquisito da chi possiede la moneta attraverso lo

scambio di essa contro assets. Per fare un esempio immaginiamo una nazione con 100

abitanti in cui circola una massa monetaria pari a 1000 lire; in media ogni abitante pos-

siede 10 lire in moneta e beni per un egual valore. Se io, sovrano nazionale, emetto altre

1000 lire che userò per le mie spese, ho raddoppiato la massa monetaria in circolazione

dimezzando così il potere d’acquisto della moneta in circolazione (a parità di beni pro-

dotti nell’economia); il cittadino medio, che abbiamo detto possedere circa 10 lire con

cui, prima dell’emissione del sovrano, poteva comprarsi due asini, dopo l’emissione po-

trà comprarne solamente uno (con l’ipotesi di beni prodotti costanti). Il sovrano invece

si ritrova con denaro con il quale può comprare metà dei beni presenti nell’economia.

Questa è la ricchezza che viene a crearsi (o meglio viene trasferita da moneta a moneta)

attraverso il signoraggio: un valore di assets, che possono essere acquisiti, pari al valore

nominale della moneta emessa una volta detratti i costi di produzione.

J.M.Keynes (1919) scrive:

“Lenin is said to have declared that the best way to destroy the capitalist system was to debauch the currency. By a continuing process of inflation, governments can confiscate, secretly and unobserved, an important part of the wealth of their citizens.” e ancora

“There is no subtler, no surer means of overturning the existing basis of society than to debauch the currency. The process engages all the hid- den forces of economic law on the side of destruction, and does it in a manner which not one man in a million is able to diagnose.”

Chi si appropria oggi di questa ricchezza?

Finché è lo Stato che emette la moneta, la ricchezza da signoraggio rappresenta

un’entrata per il bilancio pubblico e può essere utilizzata per finanziare le spese pubbli-

che; questa ricchezza di cui si appropria viene reinserita nel sistema economico naziona-

le attraverso opere e servizi pubblici. Quando però il potere e il monopolio

dell’emissione vengono trasferiti in mano alla Banca Centrale, la questione diviene più

complicata.

Come argomentano Sinn e Feist (2004)

“non è facile capire perché il denaro della banca centrale costituisce ric- chezza da signoraggio, poiché le pratiche contabili utilizzate oggi confon- dono il quadro generale. La valuta emessa dalla banca centrale è inserita tra le passività del suo bilancio e gli assets ottenuti in cambio di questa valuta sono inseriti nell’attivo. Secondo una prospettiva contabile, agendo in questo modo, la creazione di denaro non genera ricchezza per la Banca Centrale, poiché entrambi i lati del bilancio crescono simultaneamente senza generare differenziali di capitale.”

Se contabilmente la pratica di iscrivere nel passivo del bilancio la moneta emessa come

un debito possa essere accettabile, altrettanto non si può dire sul piano economico e for-

se giuridico: la moneta emessa è effettivamente un debito? La risposta, come vedremo,

è chiaramente un no.

Prima della fine del Gold Standard poteva avere ancora un significato concreto conside-

rare la moneta come un debito che la Banca Centrale aveva nei confronti dei detentori di

moneta; in fin dei conti il sistema aureo assicurava (o almeno avrebbe dovuto assicura-

re) la convertibilità in ogni istante del simbolo monetario in contropartita d’oro, cioè il

sottostante sul quale inizialmente si fondò il diritto di emettere moneta. Una volta ter-

minata definitivamente la convertibilità della moneta in metallo prezioso, la moneta di-

venta praticamente un debito inesigibile dall’origine e quindi essenzialmente perde la

caratteristica di essere un debito (obbligo giuridico di eseguire una determinata presta-

zione) indi per cui non giustificabilmente iscrivibile tra le passività del bilancio se non

come capitale proprio. La moneta non ha più un valore creditizio, non è più un certifica-

to di una prestazione a cui è obbligato l’emittente, ma ha semplicemente un valore in-

dotto derivante dal suo corso forzoso imposto dal potere sovrano e ormai consolidato

nella prassi quotidiana; questa prassi e consuetudine è talmente radicata che oggi le per-

sone non hanno la minima idea di cosa dia valore al denaro che usano tutti i giorni per

le loro necessità, molti pensano ancora che alla base della moneta ci sia ancora un colla-

terale prezioso come l’oro.

Secondo una prospettiva economica, quindi, la ricchezza da signoraggio è una ricchezza

netta accaparrata dalle Banche Centrali poiché lo stock di moneta circolante non dovrà e

potrà mai essere riscattato nonostante contabilmente figuri come un loro debito:

“Its monetary liabilities are liabilities only in name, as they are irre- deemable: the holder of base money cannot insist at any time on the re- demption of a given amount of base money into anything else other than the same amount of itself. […] the monetary ‘liabilities’ of the Central Bank are not in any meaningful sense liabilities of the Central Bank. The owner (holder) of currency notes worth X units of currency have a claim on the Central Bank for currency notes worth X units of currency – noth- ing more”. (Buiter Willem H., 2007, pp. 20-23)

La risposta che ne traiamo è che la Banca Centrale è colei che beneficia della ricchezza

da signoraggio prodotta all’atto dell’emissione, anche se contabilmente questa ricchezza

non è visibile; solo non considerando lo stock di moneta emessa come un debito, si può

realmente vedere come il capitale di una Banca Centrale aumenti a ogni nuova immis-

sione di liquidità nel sistema economico. Quando la moneta aumenta, aumenta anche la

ricchezza da signoraggio generata per la Banca Centrale; Sinn H-W. e Feist H. ribadi-

scono che

“sotto certe condizioni la quantità di ricchezza da signoraggio di una nazione è uguale alla sua base monetaria, nominalmente la somma di monete, banconote e conti privati con il sistema bancario centrale”.

Ulteriore evidenza del fatto che il denaro in circolazione è una ricchezza e un capitale

per la Banca Centrale può essere colta nell’art. 8 della Legge n°449 del 10 agosto 1893

che recita:

“[…] I biglietti attuali dei detti istituti cesseranno di aver corso col 31 dicembre 1897. Quelli che non saranno presentati al cambio entro il 31 dicembre 1902 saranno prescritti. Il valore dei biglietti prescritti andrà per metà a favore della cassa nazionale per gli invalidi al lavoro.”

Cioè se i biglietti in circolazione non saranno riscattati, il valore corrispondente che si

trova presso la Banca Centrale sarà devoluto a scopi alternativi; questo perché i biglietti

di

banca in circolazione rappresentano l’altra faccia della ricchezza di cui si è appropria-

ta

la Banca Centrale attraverso la loro immissione in un sistema economico che li accet-

ta.

Quello che fa oggi la Banca Centrale è del tutto analogo a ciò che già faceva l’imperatore mongolo nel XIII secolo, come racconta Marco Polo: esso emetteva denaro in carta che aveva corso legale in tutto il suo impero in cui la quasi totalità delle transa- zioni avveniva per mezzo di questo denaro. In questo modo l’imperatore controllava l’offerta di moneta attraverso operazioni di mercato aperto e inoltre, più di una volta l’anno, degli ufficiali imperiali andavano per le città a raccogliere metalli preziosi e gioielli che pagavano con il denaro cartaceo. In questo modo the Great Khan si procu- rava più tesori di qualsiasi altra persona al mondo se non addirittura più tesori di quanti altri ne esistano al mondo. Ciò a dimostrare come il potere di emettere moneta, il signoraggio, sia una fonte di ric- chezza e di conseguente potere su chi accetta e domanda questo denaro.

Una seconda domanda che ci poniamo è: questa ricchezza rimane alla Banca Centrale o viene trasferita allo Stato?

La Banca Centrale subisce una tassazione da parte dello Stato sugli utili, anche quelli derivanti dal profitto da signoraggio (che analizzeremo in seguito). La pratica contabile sopra descritta fa si che la ricchezza da signoraggio che abbiamo illustrato rimanga na- scosta dietro la teorica esigibilità della moneta-debito emessa; poiché l’aumento degli assets va di pari passo con l’aumento del lato destro dello Stato Patrimoniale, questo non risulta come un aumento di capitale e di conseguenza non viene tassato come tale. Questa ricchezza quindi rimane nella disponibilità della Banca Centrale, che, come af- ferma Ize (2006) “la utilizza per aumentare i suoi assets, per coprire il costo di mante- nimento di questi o per coprire le sue spese operative”.

3.1.3 Definizioni a confronto

Nella letteratura sono state usate principalmente tre definizioni di signoraggio, ognuna delle quali pone l’accento su un aspetto diverso di esso:

1. Costo opportunità (Phelps, Swedish JE 1971; marty, JMCB 1978)

Con questa definizione il signoraggio s'identifica nell’interesse netto percepito dalla Banca Centrale: essa riceve interessi attivi sugli assets acquistati in cambio di base mo- netaria H

S opp =

In caso ci si trovasse in un sistema che remunera la parte di base monetaria rappresenta-

ta dalla riserva obbligatoria, la formula si completerebbe in questo modo

S opp =

depurando gli interessi attivi dagli interessi passivi pagati sulla riserva obbligatoria im-

posta alle banche commerciali.

“La misura del signoraggio in base al costo opportunità è un’appros- simazione dei profitti economici della Banca Centrale, o più precisamente di quello che viene definito il reddito ‘monetario’” (Rovelli, 2002);

Questa definizione di reddito monetario equivale a quello che noi abbiamo chiamato

profitto da signoraggio; è quindi una misura di un flusso, il profitto/reddito derivante

dagli interessi che non misura però la ricchezza da signoraggio, che è uno stock e non

un flusso.

2. Signoraggio monetario (Cagan, in Friedman, Studies on the QTM, 1956; Marty,

JPE 1967; Friedman, JPE 1971). In questa rappresentazione il signoraggio è pari alla

variazione della base monetaria

S mon =

La definizione di signoraggio monetario coincide con la variazione di ricchezza da si-

gnoraggio di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente; la formula esplica chiara-

mente che a ogni aumento della base monetaria corrisponde un guadagno da signorag-

gio pari alla percentuale di variazione moltiplicato per la base monetaria.

3. Tassa da inflazione (Friedman, Essays in Pos. Ec., 1953; Bailey, JPE 1956)

Nell’ultima definizione il signoraggio deriva dall’esistenza dell’inflazione

S π =

L’inflazione infatti dà luogo a quello che Cody (1991) definisce signoraggio attivo; di- cesi attivo perché causato da un aumento nell’offerta di moneta (quindi da una politica attiva) maggiore rispetto all’aumento della domanda di moneta (secondo la mainstre- am): questo provoca uno squilibrio che porta a un aumento dei prezzi (inflazione) e di conseguenza ad una diminuzione del valore della moneta già in circolazione; è la cosid- detta tassa da inflazione, cioè le perdite in conto capitale subite da coloro che detengono moneta per effetto dell'inflazione. In conclusione la Banca Centrale stampando nuova moneta trasferisce una parte del valore intrinseco nella totalità della moneta in circola- zione a favore delle nuove banconote appena stampate.

Un limite alla possibilità di raccolta attraverso la tassa di inflazione viene rilevato dalla curva di Laffer che è applicabile ad ogni imposta:

dalla curva di Laffer che è applicabile ad ogni imposta: Essa esprime la relazione tra gettito

Essa esprime la relazione tra gettito e aliquota d’imposta: il gettito percepito aumenta all’aumentare dell’imposta fino a che non si raggiunge il punto di massimo, da quel punto in poi il gettito inizia a diminuire nonostante l’aumento dell’aliquota di prelievo. Questo viene spiegato poiché la tassazione, oltre una certa aliquota, rappresentata in questo caso dall’ascissa del punto di massimo, disincentiva l’attività economica e favo- risce evasione ed elusione.

In specifico sulla tassa da inflazione possiamo affermare che un aumento nel livello ge-

nerale dei prezzi porta con sé un aumento del tasso d'interesse nominale che a sua volta

aumenta il costo di detenzione della moneta cosicché le persone diminuiscono i loro saldi monetari. Riprendendo l’equazione

e considerando che , oltre ad essere la base monetaria, rappresenta anche i saldi mone-

tari del pubblico, è facilmente visibile questo trade-off per cui il signoraggio cresce so- lamente se l’aumento dell’inflazione eccede il calo dei saldi monetari detenuti dal pub- blico.

Analizzando in conclusione i tre concetti principali usati nella letteratura economica per trattare il signoraggio si possono fare le seguenti considerazioni:

la definizione 1 si concentra sul profitto da signoraggio generato dalla differenza

tra interessi attivi e passivi;

le definizioni 2 e 3 si focalizzano sulla ricchezza da signoraggio, ricchezza tra-

sferita dalla moneta circolante alla moneta di ultima emissione;

data l’equazione , nell’ipotesi che il tasso di crescita del PIL, g, sia

nullo e che quindi (la moneta emessa porti a un aumento pari

dell’inflazione), la 2 e la 3 coincidono.

3.1.4 Il trasferimento del signoraggio dalla Banca Centrale allo Stato

Naturale ed essenziale è il legame tra politica monetaria e politica fiscale tale per cui il signoraggio debba essere trasferito da colui a cui è stato concesso il monopolio d’emissione, e che quindi è il soggetto primo che raccoglie il signoraggio, a colui a cui appartiene di diritto; ma come avviene questo trasferimento dalla Banca Centrale allo Stato?

Ci sono almeno tre modi:

a. Il tesoro paga il tasso di mercato i b sulle passività collocate presso la Banca Cen- trale, ma i pagamenti corrispondenti sono ‘rimborsati’ al tesoro, eventualmente al netto degli interessi pagati sulla riserva obbligatoria

b. Il tesoro paga un tasso ‘agevolato’ su alcune tra le sue passività nei confronti

della Banca Centrale. Il signoraggio appropriato è allora uguale al risparmio d'inte- ressi

c. Il tesoro riceve un trasferimento pari al signoraggio della Banca Centrale (even- tualmente dopo alcune deduzioni) Quest’ultimo trasferimento può avvenire in 4 modi:

Trasferimento di profitti lordi

Pagamento in conto dividendi (se il Tesoro è azionista della Banca Centrale)

Pagamento d'imposte da parte della Banca Centrale

Trasferimento di profitti netti, dopo che la Banca Centrale ha pagato le imposte,

i dividendi agli altri azionisti e ha destinato parte degli utili a fondi riserva. Queste soluzioni possono coesistere tra loro, c’è però da puntualizzare che oggi nell’UEM gli schemi a e b sono proibiti. (Rovelli, 2002)

Nonostante esistano, come abbiamo appena elencato, sistemi di trasferimento del signo- raggio dall’istituzione che lo raccoglie all’istituzione a cui spetta di diritto, rimane sem- pre il problema consistente nell’individuazione di quella parte di guadagno da trasferire allo Stato, di quel signoraggio che dev’essere trasferito. Infatti tutti i criteri di trasferi- mento illustrati tengono conto solamente del profitto da signoraggio e ancora una volta trascurano la ricchezza da signoraggio che, come abbiamo argomentato precedentemen- te, rimane nascosta e offuscata dalle pratiche contabili di bilancio. Trascurando quest'a- spetto l’unica forma di signoraggio che viene trasferita dalla Banca Centrale allo Stato è il profitto da signoraggio derivante e calcolato sulla definizione di costo opportunità (differenza tra attività fruttifere e passività non onerose). Dal sito della Banca d’Italia possiamo riportare la definizione di signoraggio che essa prende in considerazione cioè “reddito originato dagli attivi detenuti in contropartita delle banconote in circolazione e viene ricompreso nel calcolo del reddito monetario che, secondo l’articolo 32.1 dello Statuto del SEBC, è ‘Il reddito ottenuto dalle Banche Centrali Nazionali nell’esercizio delle funzioni di politica monetaria del Sistema Euro-

peo delle Banche Centrali.” Questo a ulteriore prova che solo la parte di profitto da si- gnoraggio viene tenuta in considerazione.

3.2 Il signoraggio nel sistema bancario

3.2.1 Il signoraggio secondario

Il signoraggio che abbiamo trattato finora è il cosiddetto signoraggio primario poiché deriva dall’abilità che possiede la Banca Centrale di emettere moneta stampandola e immettendola nel mercato; è il signoraggio che sta a monte di tutto il sistema monetario poiché si colloca nel momento di emissione della moneta. Questo processo non è però l’unico che permette l’aumento della massa monetaria (in

senso lato) in circolazione nel circuito economico: abbiamo un secondo meccanismo at- traverso il quale cresce la base monetaria in circolazione, il cosiddetto signoraggio se- condario o credit creation. Rifacendoci un po’ a ciò che è documentato nel documento “Modern money mecha- nics” pubblicato dalla Federal Reserve Bank of Chicago e nel libro di Werner (2005), il signoraggio secondario è una pratica sviluppatasi e diffusasi molti secoli fa; vediamone

un po’ la storia.

Pratiche contabili simili a quelle che avvengono oggi nell’attuale sistema bancario, co- me depositi bancari, depositi garantiti e non, trasferimenti bancari, bonifici, sconto di cambiali, scambi con l’estero, erano già presenti in Mesopotamia nel terzo millennio a.C. tra i Sumeri e i Babilonesi le cui economie erano basate sul credito bancario. La pratica della coniatura si sviluppò invece molto più tardi, circa nel VII secolo d.C. (Da- vies, 1994). Abbiamo menzionato, nel capitolo 2, l’imperatore mongolo, Kublai Khan, e il suo si- stema monetario fondato sulla carta-moneta. A differenza di quell’esempio, in altre parti

del mondo, la situazione era molto diversa: ad esempio in Inghilterra i metalli preziosi e le monete fatte di essi erano considerati l’unica forma di moneta possibile, poiché dotati

di valore intrinseco. Il cambiamento verso un denaro cartaceo che avvenne anche in

questi territori, fu favorito da uno scenario di guerra, di mancanza di stabilità, di malat-

tie, in cui il mercato del lusso, dove operavano gli orafi nella produzione di oggetti pre- ziosi, subì un consistente calo; essi, così, svilupparono una parte differente del loro bu-

siness, quella che consisteva nella detenzione e custodia di metalli preziosi, oggetti di valore o monete che i clienti affidavano a loro poiché dotati di efficienti sistemi di sicu- rezza dovuti alla caratteristica del loro mestiere di trattare merci di alto valore. Questo business generava però solo piccole commissioni come guadagno per l’orafo. Egli, rice- vuto il bene in deposito, rilasciava al depositante una ricevuta che certificava il deposito avvenuto e con cui si sarebbe potuta chiedere la restituzione del bene. Quando questa pratica divenne ampiamente usata, la gente si rese subito conto che sarebbe stato molto più semplice e pratico scambiarsi questi certificati di deposito, queste note di banco, per pagare ed essere pagati; in questo modo la proprietà del metallo prezioso si sarebbe scambiata senza un reale, costoso e rischioso trasferimento di esso. Ecco che le note di banco divennero banconote, cioè denaro cartaceo da usare per tutte le transazioni. Presto la corporazione degli orafi-banchieri si trovò a discutere dell’ingente quantità d’oro che veniva lasciata in deposito senza mai venire essere ritirata, questo perché la gente scambiava direttamente le banconote; nacque così l’idea di prestare l’oro che ave- vano in deposito, assicurandosi di tenerne una parte che assicurasse la solvibilità delle poche note di banco che raramente venivano riscattate. La collaborazione tra colleghi minimizzava ulteriormente il rischio d'insolvenza. Questa pratica porta a due conse- guenze:

Da un punto di vista legale essi commettono frode poiché le loro ricevute o note

di banco assicurano che l’oro è depositato presso di loro, cosa che invece non è ve- ra, ma viene tenuta nascosta al proprietario della commodity.

Nuovo potere d’acquisto è creato. Sia le banconote, che l’oro che rappresentano,

vengono usati per spendere. L’offerta di moneta aumenta insieme ai guadagni de- gli orafi ricevuti sui prestiti dell’oro. Successivamente essi si accorsero che il business poteva essere ulteriormente incremen- tato passando dal prestare oro a prestare semplicemente banconote sottoscritte apposi- tamente a tale fine; ciò porta alle seguenti conseguenze:

I diritti sulle stesse risorse aumentarono insieme all’offerta di moneta. Questo

creò il potenziale per un boom economico e per l’inflazione. Si creò il rischio di una crisi in caso di eccessive richieste di prelevamento che avrebbe rivelato l’esistenza di più diritti di proprietà su una stessa risorsa.

La frode si acuì, le banconote prestate divennero dei veri e propri documenti fal-

si, che attestavano un qualcosa d'inesistente. Tutto ciò rimaneva sconosciuto alla

gente a causa dell’asimmetria informativa esistente a vantaggio dei banchieri.

L’orafo creava potere d’acquisto semplicemente con un tratto di penna e in più,

se il prestito non veniva ripagato, poteva rifarsi sui beni reali del finanziato che e-

rano stati posti a garanzia.

L’arte del banchiere era nata: ‘some ingenious Goldsmith conceived the epoch-

making notion living notes not only to those who had deposited metal, but also to

those who came to borrow it, and so founded modern banking’ (Withers, 1909).

Oggi avviene lo stesso, non più con il denaro cartaceo ma con la moneta-credito

creata dalle moderne banche commerciali. (Werner, 2005).

Il signoraggio secondario, per l’appunto, è questo guadagno che le banche commerciali

ricavano dal loro potere di aumentare l’offerta di moneta estendendo i loro prestiti sui

quali ricevono interessi. Questo guadagno viene paragonato, dal premio Nobel per

l’economia del 1988, Allais, a quello dei falsari:

“Dans son essence, la creàtion de monnaie ex nihilo actuelle par le sys- tème bancaire est identique, je n’hésite pas à le dire pour bien faire comprendre ce qui est réellement en cause, à la création de monnaie par les faux monnayeurs, si justement condamnée par la loi. Concrètement, elle aboutit aux memes résultats. La différence est que ceux qui en profi- tent sont différents” (Allais, 1998)

Molti economisti e in primis il presidente della Federal Reserve, Bernanke, non attribui-

scono al termine ‘credit creation’ il significato e l’accezione che abbiamo appena illu-

strato; per essi ‘credit creation’ è “the process by which saving is channelled to alterna-

tive uses” (Bernanke, 1993, p.50). Questa visione è supportata in moltissimi testi dalla

rappresentazione della creazione del credito come un processo a catena di prestiti di

preesistente potere d’acquisto attraverso il circuito bancario. In un sistema bancario con

una riserva obbligatoria del 2%, una banca X che riceve un deposito di 100 € ne deposi-

terà 2 € come riserva sul suo conto presso la Banca Centrale e presterà gli altri 98 €.

Questi 98 € prestati, finiranno in deposito pressoun’altra banca Y che, detratta la riserva

di

1.96 € presterà a sua volta i restanti 96.04 €.Questo processo continua finché alla fi-

ne

verrà prestato un ammontare totale di 4900 € (figura 1). Questa rappresentazione raf-

figura le banche come semplici intermediari finanziari in un sistema in cui una singola

banca non è capace di creare credito, ma esso viene creato solo attraverso l’interazione

tra banche nella circolazione del denaro.

Deposito Riserva Ammontare prestabi- le Banca X 100 2 98 Banca Y 98 1.96 96.04
Deposito
Riserva
Ammontare prestabi-
le
Banca X
100
2
98
Banca Y
98
1.96
96.04
Banca Z
96.04
1.9208
94.1192

Ammontare massimo prestato dal sistema

4,900

Poiché questo processo, quindi, guardato sistemicamente, crea denaro e non sposta

semplicemente il potere d’acquisto da un soggetto all’altro, non si può essere d’accordo

con la frase sopracitata del governatore della FED. Anzi, possiamo dare una rappresen-

tazione ancora più realistica del sistema di credit creation nel seguente modo: la Banca

X, quando riceve in deposito 100 €, li mette direttamente a riserva obbligatoria (nel no-

stro esempio essa è del 2%); questa riserva è usata a garanzia di un ammontare di depo-

siti di 5000 €. La banca, ora, avendo soddisfatto il requisito di riserva obbligatoria, può

concedere prestiti per 4900 € semplicemente mettendo tra le attività il prestito concesso

e tra le passività il conto di deposito sul quale vengono accreditati i soldi al cliente.

Passaggio 1.

Il cliente deposita 100 € in banca

Attivo

Passivo

 

Conto deposito 100 €

Passaggio 2.

I soldi vengono impiegati come riserva obbligatoria

Attivo

Passivo

Riserva obbligatoria 100 €

Deposito 100 €

Passaggio 3.

Vengono concessi prestiti fino a un ammontare di 4900 €

Attivo

Passivo

Riserva obbligatoria 100 € Prestiti 4900 €

Deposito 100 € Depositi 4900 €

E’ quindi palese la creazione di denaro (sempre inteso in senso lato, come credito che rispecchia potere d’acquisto) dal nulla; i 4900 € che vediamo iscritti nel passivo come depositi in realtà non sono mai stati depositati, ma sono stati creati dalla banca. In prati- ca la banca può creare denaro ogni volta che concede nuovi prestiti. “Ciò era più facil- mente visibile quando le singole banche avevano ancora la possibilità di emettere ban- conote: le banconote emesse, iscritte nel passivo della banca, aumentavano ogni volta che la banca emetteva nuovi prestiti” (Goodhart, 1989).

Anche Schumpeter (1954) discute la creazione di denaro da parte delle banche che nei modelli economici viene sottovalutato; egli pone un particolare accento sulla figura del risparmiatore: le teorie economiche tendono a collegare la possibilità di un aumento dei prestiti a una maggiore raccolta di risparmi da parte delle banche ma in realtà i nuovi prestiti non sono dipendenti dalla raccolta di risparmi, poiché la banca crea denaro at- traverso i prestiti, quindi al risparmiatore viene attribuito un ruolo che non gli spetta.

GoodHart (1989) ci ricorda anche che il limite della riserva obbligatoria è solo teorico, o almeno funziona raramente; infatti, la Banca Centrale fissa un tasso d'interesse inter- bancario obiettivo, e quando si avvicina la data di controllo mensile dei requisiti di ri- serva, fornisce qualsiasi ammontare di riserve a richiesta dalle banche commerciali, per evitare un’impennata improvvisa di quel tasso (che sarebbe dovuta ad un’eccessiva do- manda di prestiti interbancari da adibire a riserva). Quest’ultima affermazione rende chiaro che la Banca Centrale non controlla l’offerta di moneta (vedremo cosa realmente la determina) ma controlla il tasso d'interesse per alli- nearlo con il tasso obiettivo stabilito.

3.2.2 Moneta, credito e inflazione

L’equazione della quantità, detta anche equazione dello scambio, è un’identità che sta alla base della maggiore parte delle teorie economiche in cui compare lo studio del fat- tore monetario

(1)

MV=PY

Essa viene considerata sempre verificata e ci dice che, in un determinato periodo, per un determinato numero di agenti, il valore nominale della produzione equivale

all’ammontare di denaro utilizzato (scambiato anche più di una volta, ciò è espresso da

V,

la velocità della moneta) in quell’economia.

In

realtà quest’equazione deriva dalla più precisa equazione

(2)

MV=PT

dove T rappresenta le transazioni effettuate in un’economia, il cui valore nominale deve eguagliare il valore della moneta scambiata per effettuarle. La consuetudine di sostituire T con Y deriva dalla caratteristica di maggiore misurabilità della produzione rispetto alle transazioni; questa sostituzione è stata considerata un’approssimazione accettabile, in primo luogo da molti economisti di Cambridge. Ma Y è veramente in grado di approssimare T? Per rispondere serve capire quanto il to- tale delle transazioni corrisponda alle transazioni che concorrono alla formazione di PY, cioè del PIL (sono quelle transazioni che generano un valore aggiunto per l’economia). Molti economisti come Fisher (1926), Keynes (1930), Cramer (1986) distinguono le transazioni che rientrano nel PIL da quelle che ne sono escluse e argomentano che quel-

le rientranti nel PIL sono solamente un sottoinsieme di quelle totali.

Alcuni economisti come Friedman (1956) e anche Howells e Biefang-Fisancho Mari- scal (1992) affermano che, affinché la suddetta equazione sia economicamente signifi- cativa, debba essere usato Y e non P poiché la relazione che importa, che ha valore (a loro dire) è quella tra moneta e output finale.

Poiché la nostra ricerca vuole essere di carattere generale sul sistema monetario e sulla sua interazione con l’economia reale, non possiamo permetterci di approssimare T con

Y (escludendo così una parte delle transazioni che usano moneta) ma anzi, scomponia-

mo l’equazione originaria dello scambio (2), in due parti: una che lega le transazioni re- ali (r, rientranti nel calcolo del PIL) con la moneta usata per esse, e l’altra che fa lo stes-

so per le transazioni non rientranti nel calcolo di Y (f, finanziarie) e la rispettiva moneta usata per esse. Sostituiamo anche T con Q per esprimere meglio il carattere quantitativo di questa va- riabile.

M r V r = P r Q r dove Q r = Y per cui M r V r = P r Y

M f V f = P f Q f

(4)

(3)

Una volta effettuata la scomposizione effettuiamo un’ulteriore passaggio: fin qui ab- biamo ragionato sulla veridicità delle equazioni in un istante di tempo dato, ora invece passiamo alla variazione di queste grandezze. Le formule diventano le seguenti (dove V è costante, almeno nel breve-medio periodo, come sempre sostenuto da tutti gli econo- misti e come ancor meglio dimostrato da Werner – 2005, cap 14):

(5)

(6)

Per trovare il modo più idoneo di misurare rimandiamo il lettore a Werner (2005, p 186 ss), dove viene trattato questo tema, le cui conclusioni vengono qua riprese per de- durre che l’aggregato monetario migliore risulta essere , cioè la misurazione della credit creation da parte di banche e Banca Centrale che creano così nuovo potere d’acquisto.

(7)

(8)

Premettendo che il mercato del credito è un mercato razionalizzato, come spiega sempre Werner (2005, cap 13), e quindi determinato dalle quantità, bisogna capire se in esso prevale la domanda o l’offerta di credito (tra le due, quella che è minore determina la quantità di credito nel mercato per il principio del lato corto dominante). Con un sem- plice ragionamento egli dimostra che è sicuramente l’offerta di credito a essere raziona- lizzata rispetto alla domanda e quindi la quantità di credito è determinata da coloro che offrono credito, cioè dalle banche. L’offerta è quindi esogena, determinata come somma delle quantità decise dalle singole banche, senza un controllo a livello sistemico; Allais (1990) sottolinea che un sistema di mercato così strutturato, in cui non c’è un controllo sulla totalità dei mezzi di pagamento, non possa operare correttamente.

i Cs Cd i* ---------------------------
i
Cs
Cd
i*
---------------------------

C Werner, 2005

Prendendo come punto di riferimento, da qui in poi, le equazioni (7) e (8) a cui siamo

giunti, ragioniamo ora sugli impatti che hanno le diverse variazioni di .

Considerando le variazioni del credito a scopi reali:

C r > 0 con l’economia non al livello di pieno impiego Y<Y* (cioè ci sono in-

puts sottoutilizzati) C r = Y e P r =0

Cioè un aumento del credito creato usato per attività reali fa crescere la produ-

zione senza avere effetti inflattivi sui prezzi dei beni reali.

C r > 0 con l’economia al livello di pieno impiego Y=Y* C r = P r

Cioè un aumento nell’erogazione di credito per attività rientranti nel PIL, quelle

da noi definite reali, non fa altro che aumentare i prezzi dei beni reali

Per indagare più a fondo l’aumento di C r in un’economia al livello di pieno impiego

scomponiamo C r =C C +C I +C G (rispecchiando la scomposizione del PIL: Y=C+I+G, pro-

duzione come somma di investimenti, consumi e spesa pubblica) potendo così afferma-

re che:

un aumento di C r dovuto a un aumento corrispondente di C C , con Y=Y*, porterà

a un aumento dei prezzi dei beni reali poiché ne aumenta la domanda per consumo

ma non la produzione che è al massimo livello

un aumento di C r dovuto ad un aumento di C I , con Y=Y*, deve essere analizzato

nel modo seguente: aumentando i finanziamenti in investimenti produttivi si per-

mette la mobilitazione di risorse che, senza questi finanziamenti, non sarebbe stata

conveniente mobilitare e si incentiva la ricerca che produrrà un aumento della pro-

duttività. Ciò porta a un aumento di Y* ed Y senza generare inflazione. Citando

Schumpeter (1954, p 1114, italics in original) “[…]creating legal-tender money

and which may lead to the creation of ‘real capital’ that could not have been

created without this practice.”

Considerando le variazioni del credito a scopi finanziari invece:

C f > 0 conduce a un (P f Q f ) > 0

Introducendo l’ipotesi di una quantità Q f non modificabile (cioè gli assets e le tran-

sazioni rimangono costanti) vale che C f = P f . Un aumento del credito per transa-

zioni non reali fa aumentare in maniera proporzionale i prezzi delle attività finan-

ziarie scambiate con il rischio di creazione di una bolla speculativa

Se per qualche motivo le banche iniziassero a ridurre il credito creato a scopi fi-

nanziari C f < 0 comporterebbe P f < 0 fatto che porta all’insolvenza gli specula-

tori che avevano preso a prestito solo per avere un capital gain. Le banche iniziano

a trovarsi con debiti insoluti e diminuiscono ulteriormente la creazione di credito

finanziario. Ciò porta a nuove insolvenze dovute a una ulteriore riduzione del prez-

zo degli assets. Cresce così l’avversione al rischio della banca che può stringere

anche il credito per scopi reali alle imprese danneggiando così la crescita del PIL.

Quest’ultima analisi ci permette di fare qualche riflessione sulle crisi bancarie.

3.2.3 Credito e crisi economiche

Il processo attraverso il quale si viene a creare una bolla speculativa che porta poi a una

crisi sistemica l’abbiamo già spiegato alla fine del precedente paragrafo.

Chiediamoci ora cos’è che possa influire su questa eccessiva creazione di credito per

scopi finanziari. Le risposte che possiamo darci sono principalmente due: la prima po-

trebbe essere una politica dettata dall’autorità, o almeno incentivi dell’autorità

all’aumento dei prestiti bancari; la seconda può essere dovuta a un fatto di concorrenza

e

libero mercato. Ragioniamo più in dettaglio su questa seconda ipotesi: immaginiamo

di

passare da uno scenario in cui le banche operano in un mercato non del tutto concor-

renziale a uno che viene deregolamentizzato e in cui l’effetto concorrenziale aumenta

notevolmente la pressione competitiva. Come una qualsiasi impresa, anche la banca ne-

cessita di sopravvivere e così adotta politiche per accaparrarsi una porzione di mercato

attraverso, principalmente, una politica di prezzo sul suo prodotto per eccellenza: i pre-

stiti. Poiché ogni individuo, a livello microeconomico, si comporterà così, tentando di

massimizzare la quantità prestata al fine di conquistare la maggior quota possibile di

mercato, a livello aggregato ci sarà un aumento dei prestiti totali.

In conclusione una liberalizzazione del sistema bancario può porre le basi per il verifi-

carsi di quel meccanismo di assets price inflativo di cui abbiamo discusso in precedenza

e portare così a una crisi che finirebbe per affliggere l’intera economia finanziaria e rea-

le.

“Tutte le principali crisi del diciannovesimo e del ventesimo secolo sono state originate dall’eccessiva espansione del credito, dalla monetizza- zione delle promesse di pagamento e dalla speculazione che l’espansione del credito ha reso possibile e facile da realizzare.” (Allais,

1990)

CAPITOLO 4 – LA BANCA CENTRALE

4.1 Caratteristiche

Oggigiorno sentire parlare di Banca Centrale non è una situazione eccezionale o fuori

dal comune, soprattutto per chi ha familiarità o interesse verso la materia economica.

Nonostante l’argomento rientri nella trattazione settimanale, per non dire quotidiana,

molti aspetti istituzionali e meccanismi attraverso cui opera la Banca Centrale, riman-

gono poco chiari alla maggior parte delle persone.

Cerchiamo di dare una definizione in linea di massima di cosa sia e cosa faccia una

Banca Centrale; per fare ciò dobbiamo decontestualizzare le varie realtà di central ban-

king, che differiscono sotto vari aspetti da paese a paese (o più precisamente da un’area

monetaria all’altra), e arrivare a esplicitare i fattori comuni che caratterizzano la distin-

zione tra banca centrale e banca commerciale.

La Banca Centrale innanzitutto possiede una funzione d'indirizzo della politica moneta-

ria nella sua area di competenza, infatti l’influenza della Banca Centrale può oltrepassa-

re i confini nazionale e svilupparsi su tutto il territorio in cui viene usata una determina-

ta moneta: ad esempio il potere della BCE trascende i limiti territoriali per gestire la po-

litica monetaria in tutte quelle nazioni che adottano l’Euro come moneta. La Banca Cen-

trale influenza la politica monetaria con diversi strumenti e fissando degli obiettivi, soli-

tamente di tasso d'interesse e inflazione. Una seconda caratteristica posseduta è quella di

organo di regolamentazione e controllo su tutto il sistema bancario, costituito dalle ban-

che commerciali presenti sotto la sua giurisdizione; questa caratteristica vedremo costi-

tuire un problema quando parleremo della proprietà delle Banche Centrali. Caratteristi-

ca, sempre più fondamentale al giorno d’oggi, è l’indipendenza che questa istituzione ha

guadagnato man mano dal potere politico: la Banca Centrale in Europa ad esempio, è

completamente svincolata dal potere politico a cui non è permesso di interferire né in-

fluenzare le decisioni in materia monetaria, e in generale tutte le maggiori Banche Cen-

trali hanno un elevato grado d'indipendenza che è accresciuto con il passare del tempo.

“Nell'esercizio dei poteri e nell'assolvimento dei compiti e dei doveri lo- ro attribuiti dal presente trattato e dallo Statuto del SEBC, né la BCE né una Banca centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi deci- sionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli

organi comunitari, dai Governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni e gli organi comunitari nonché i Governi degli Stati membri s'impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della BCE o delle Ban- che centrali nazionali nell'assolvimento dei loro compiti.” (Articolo 107 – Trattato sull’Unione Europea (92/C 191/01) – cd. Trattato di Maa- stricht)

In conclusione le Banche Centrali sono istituzioni, non pubbliche ma con una funzione

pubblica, che detengono una delle funzioni più importanti a livello economico. La loro

funzione, che dovrebbe essere gestita per scopi di pubblica utilità e benessere, viene po-

sta al di fuori del controllo democratico e svincolata da esso.

“The Fed, the European Central Bank and the Bank of Japan together set monetary policy for a zone that accounts for 80 per cent of the world’s industrialized economic activity… Rarely, if ever, can so much power have been wielded by such a small number of institutions sitting outside the direct democratic process.” (Goldman Sachs, citato in Grant, 2000)

4.2 La nascita delle Banche Centrali

Nel capitolo riguardante la moneta, abbiamo visto come si è diffusa la pratica

dell’utilizzo del denaro come mezzo di pagamento, pratica che ha sostituito l’uso del ba-

ratto. L’emissione delle note di banco e delle monete da dare in pagamento, che era già

prerogativa di pochi istituti bancari, si concentrò con l’istituzione di una moneta a corso

legale o a corso forzoso: questa moneta, detta fiat money, è una valuta, imposta dal pote-

re sovrano, che per legge deve essere accettata in pagamento, che libera il debitore di

una prestazione monetaria e che quindi è il mezzo di scambio per eccellenza;

l’imposizione da parte del potere sovrano è essenziale poiché è una valuta a cui non sot-

tostà più un metallo prezioso come collaterale, ma è una moneta svincolata e inconver-

tibile; l’accettazione deve quindi essere sostenuta dal potere di garanzia dello Stato.

Quest’obbligo imposto crea una circolazione forzosa del denaro che fa nascere la do-

manda di esso per le transazioni normalmente presenti nell’economia.

Quali sono le condizioni che si sono verificate facendo si che questo potere di emissione

del denaro fosse ceduto a favore di un'unica banca?

Già in epoca tardo-rinascimentale gli Stati (regni di Spagna, Francia, Inghilterra), per

finanziare le loro spese pubbliche (spese di guerra, opere pubbliche, infrastrutture), e-

mettevano troppo denaro, troppi biglietti di stato, in rapporto alle riserve auree che pos-

sedevano e ai loro introiti. Le banconote emesse a quel tempo (in particolare tutte quelle

emesse prima del 1971, data di fine della convertibilità in oro del dollaro americano) e-

rano convertibili a vista in oro; questo permetteva cioè, a tutti coloro che avessero accet-

tato in pagamento la moneta emessa dagli stati, di recarsi presso di essi per chiederne la

conversione in metallo prezioso. Le riserve auree erano il collaterale che garantiva il va-

lore della moneta emessa. La necessità di finanziarsi fece si che all’aumento della massa

monetaria in circolazione non corrispondesse una pari crescita delle riserve auree; que-

sto provocò inflazione e sfiducia dei creditori dello stato che furono sempre più avversi

a finanziare quest’ultimo. Successe allora, dalla fine del XVII secolo in poi, una vera ri-

voluzione del sistema di potere e della struttura dello Stato, la quale configurò lo Stato

come oggi noi lo vediamo. Questo cambiamento si verificò in primo luogo nel Regno

Unito con la fondazione della Bank of England:

“Its foundation in 1694 arose out the difficulties of the Government of the day in securing subscriptions to State loans. Its primary purpose was to raise and lend money to the State and in consideration of this service it re- ceived under its Charter and various Act of Parliament, certain privileges of issuing bank notes. The corporation commenced, with an assured life of twelve years after which the Government had the right to annul its Charter on giving one year’s notice. Subsequence extensions of this period coin- cided general with the grant of additional loans to the State” (British par- liamentary reports on international finance, chapter IV).

Ecco spiegato perché gli Stati furono indotti a trasferire il potere di emissione a una

banca privata: la necessità di riguadagnare fiducia presso i finanziatori fu soddisfatta af-

fiancando allo Stato una banca che s'impegnava a prestare fondi ad esso in cambio del

potere monopolistico di emissione della cartamoneta. Inizialmente, come si può leggere

dal report del parlamento britannico, il periodo di quest'accordo fu di dodici anni al ter-

mine del quale lo Stato avrebbe potuto revocare la concessione con un preavviso di un

anno; ma sistematicamente con l’avvicinarsi della scadenza del termine, la banca pro-

poneva un ulteriore finanziamento a favore dello Stato ottenendo come contropartita la

deroga della concessione. Il continuo rinnovarsi di quest'accordo ha consolidato il pote-

re di emissioni nelle mani di una sola banca, banca che “was established to act as the

English Government’s banker”.

4.3 La Banca d’Italia

“E’ autorizzata la fusione della Banca nazionale del Regno d’Italia con la Banca na- zionale toscana e con la Banca toscana di credito, allo scopo di costituire un nuovo isti- tuto di emissione, che assumerà il titolo di Banca d’Italia.” (art 1 della Legge n°449 del 10 agosto 1893)

In questo modo nacque formalmente la Banca d’Italia, dalla fusione di tre delle sei ban-

che d'emissione fin’allora presenti in Italia. Delle altre tre, la Banca di Roma venne li-

quidata in seguito a degli scandali che la coinvolsero, mentre alle due altre banche di

emissione, cioè quella di Napoli e quella di Sicilia, rimase la facoltà di emettere moneta

(art 2 della Legge n° 449 del 1893). Il monopolio integrale dell’emissione di moneta

venne attribuito alla Banca d’Italia durante il regime fascista, con il Regio Decreto-

Legge n° 812 del 6 maggio 1926, il quale recita all’art 1: “La facoltà di emettere bi-

glietti di banca o altri titoli equivalenti, pagabili al portatore e a vista, che, a tenore del

regio decreto-legge 27 settembre 1923, n 2138, scade il 31 dicembre 1930, cessa, per il

Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, col 30 giugno 1926.”

Dopo questi brevi accenni di storia della Banca Centrale italiana passiamo a esaminare

la sua forma societaria e le sue funzioni ai giorni nostri.

L’art 1 dello Statuto della Banca d’Italia esordisce affermando “La Banca d’Italia è un

istituto di diritto pubblico. Nell’esercizio delle proprie funzioni, la Banca d’Italia e i

componenti dei suoi organi operano con autonomia e indipendenza nel rispetto del

principio di trasparenza, e non possono sollecitare o accettare istruzioni da altri sog-

getti pubblici e privati”; quindi, oltre a confermare l’indipendenza e autonomia della

Banca Centrale, la Statuto sottolinea la natura di istituto pubblico della Banca Centrale

(quest’ultima è divenuta istituto pubblico grazie ad una serie di norme emanate tra il

1938 e il 1994).

Un'osservazione importante è degna di essere fatta sulla modifica che è stata apportata

dal Governo con il D.P.R del 12 dicembre 2006; l’art 3 del suddetto Statuto ha subito la

seguente modifica:

Precedente versione. “Il capitale di Banca d’Italia è di 156.000 euro, rappresentato da quote di partecipazione di 0,52 euro ciascuna. Le dette quote sono nominative e non possono essere possedute se non da: a) casse di risparmio; b) istituti di credito di dirit- to pubblico e Banche di interesse nazionale; c) società per azioni esercenti attività ban- caria risultanti dalle operazioni di cui all’art 1 del d.lgs. n°356 del 20/11/1990; d) isti- tuti di previdenza; e) istituti di assicurazione. Le quote di partecipazione possono essere cedute, previo consenso del Consiglio Superiore, solamente da uno a un altro ente compreso nelle categorie indicate nel comma precedente. In ogni caso dovrà essere as- sicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici.”

Versione riformata nel 2006. “Il capitale della Banca d’Italia è di 156000 euro ed è suddiviso in quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna, la cui titolarità è disciplinata dalla legge. Il trasferimento delle quote avviene, su proposta del Direttorio, solo previo consenso del Consiglio Superiore, nel rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza dell’istituto e dell'equilibrata distribuzione delle quote.”

Con questa modifica viene tolto il vincolo di detenzione a maggioranza pubblica delle

quote della Banca d’Italia e ne viene permessa la privatizzazione.

Gli azionisti della Banca d’Italia oggi sono presentati nella tabella seguente:

Ente partecipante

N° quote

N° voti

Intesa Sanpaolo S.p.A.

91.035

50

UniCredit S.p.A.

66.342

50

Assicurazioni Generali S.p.A.

19.000

42

Cassa di Risparmio in Bologna S.p.A.

18.602

41

INPS

15.000

34

Banca Carige S.p.A. - Cassa di Risparmio di Geno- va e Imperia

11.869

27

Banca Nazionale del Lavoro S.p.A.

8.500

21

Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A.

7.500

19

Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli S.p.A.

6.300

16

Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza S.p.A.

6.094

16

Cassa di Risparmio di Firenze S.p.A.

5.656

15

Fondiaria - SAI S.p.A.

4.000

12

Allianz Società per Azioni

4.000

12

Altri

36.102

184

www.bancaditalia.it

La conoscenza degli azionisti della Banca d’Italia rende ancora più serio il problema della proprietà della moneta e del signoraggio.

Infatti, i guadagni in termini di profitto da signoraggio e i capital gains che rispecchiano

la ricchezza da signoraggio accumulata, procurati grazie al potere di emissione, vengo-

no sottratti alla collettività a favore di un gruppo di azionisti privati che partecipano al capitale della Banca Centrale.

Un secondo problema che sorge dalla conoscenza degli azionisti della Banca d’Italia è l’esistenza di un palese conflitto d'interessi: gli azionisti dell’autorità che, come abbia- mo detto a inizio capitolo, è incaricata della regolamentazione e della vigilanza dell’intero sistema bancario, sono gli stessi soggetti che devono sottostare alle regole e che devono essere vigilati; in fin dei conti è permesso alle banche di autoregolamentarsi e autocontrollarsi.

4.4 Sovranità monetaria statale

Abbiamo visto in questo capitolo le circostanze che indussero la traslazione del potere

di emissione della moneta dallo Stato a un ente diverso, non rappresentativo della so-

vranità popolare. Nonostante oggi, in quasi tutto il mondo, il denaro venga emesso non

dallo Stato, ma da istituzioni al di fuori della democrazia, rimane l’esempio di un gran-

de paese democratico in cui la sovranità statale monetaria venga conservata (almeno te-

oricamente) in mano al popolo. Nella costituzione degli Stati Uniti d’America si con- serva esplicitamente il diritto del governo di emettere moneta, diritto che è stato ricono- sciuto e conservato forse sotto le pressioni di Thomas Jefferson, contrario alla fondazio-

ne di una Banca Centrale. Infatti, Jefferson, in una lettera a John Taylor del 1816, si di-

ceva d’accordo che le banche fungessero da gestori dei depositi ma si diceva contrario alla possibilità che esse emettessero denaro: affermava che l’istituzione di una Banca Centrale sarebbe stata ancora più pericolosa degli eserciti permanenti. (Galbraith, 1975) Questo diritto d’emissione statale della moneta è stato utilizzato pochissimo: l’ultima

volta fu il Presidente Kennedy a firmare l’ordine esecutivo 11110, il 4 giugno 1936 prima di essere ucciso il 22 novembre dello stesso anno; con quest’ordine egli fece stampare circa 4 miliardi di dollari in banconote che recavano la scritta “United State note” e non più “Federal Reserve note” sottolineando così la diversa proprietà di questa moneta. Questo cambiamento fu tanto fondamentale quanto non capito dalla gente co-

mune: la moneta tornava a essere di proprietà del popolo (colui che, come detto, le dà il valore) e smetteva di essere proprietà di una banca privata. Purtroppo, dopo l’assassinio

di Kennedy (che alcuni ipotizzano essere avvenuto per ordine del potere bancario, dan-

neggiato dall’iniziativa del Presidente), la pratica non si ripropose mai più e anzi, man

mano le banconote furono ritirate dalla circolazione per essere rimpiazzate con le ban- conote della Federal Reserve Bank.

4.5 Il paradosso di una moneta debito

Dall’analisi fin qui effettuata del sistema monetario attuale abbiamo appreso che il de- naro, in senso lato, viene oggi creato dal sistema bancario che la presta alla collettività perché venga usata come mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore. Poiché appunto la moneta viene prestata allo Stato, al popolo, essa come ogni prestito andrà re- stituito al suo emittente, al prestatore che in questo caso è la banca. E sempre come in ogni prestito andranno pagati gli interessi: infatti, lo Stato paga interessi sulla moneta che la Banca Centrale gli ha prestato e ogni individuo che ha contratto un prestito lo re- stituirà con l’onere dell’interesse.

In un sistema simile si verifica un problema sostanziale: ogni somma di denaro in circo-

lazione è rappresentazione di un debito che sta alla base della sua emissione; e, poiché ogni debito deve essere ripagato con l’aggiunta dell’interesse, la massa monetaria dovrà obbligatoriamente continuare a crescere per permettere di ripagare gli interessi sulla moneta emessa in precedenza. Se questo non avvenisse, in circolazione non ci sarebbe

abbastanza liquidità da poter ripagare i debiti e gli interessi, e in un caso simile il presta- tore si rifarebbe sui beni reali messi a garanzia del prestito iniziale. Per chiarire meglio facciamo un semplice esempio: supponiamo che la massa monetaria in circolazione og-

gi sia 100; questa è stata emessa in parte dalla Banca Centrale e in parte dalle banche

commerciali attraverso il processo di credit creation. Questo 100 è quindi un debito da ripagare con gli interessi: se la situazione, alla scadenza del debito non mutasse, non sa- rebbe possibile, per il sistema considerato nella sua totalità, ripagare il capitale e l’interesse, che ipotizziamo ammontare a 100+5, poiché nel sistema non ci sono tutti i 105 necessari. Per questo la massa monetaria deve continuare a crescere, per permettere il pagamento del debito precedente. Purtroppo però, così facendo, si crea nuovo debito

che a sua volta necessiterà di nuova liquidità per essere ripagato innescando così un cir-

colo vizioso (sono circa 80 miliardi l’anno gli interessi che l’Italia paga sul debito pub- blico). Se ragionassimo in termini individuali il problema invece non si porrebbe poiché se un individuo ha un debito di 10 € da onorare, poiché un anno fa una banca gli ha prestato dieci euro per un’attività imprenditoriale, esso oggi pagherà alla banca 10 € + 1 € di in- teressi; questo euro in più è stato raccolto grazie ai guadagni attraverso la propria attivi- tà economica, sottratto quindi ad altri individui; dipende solo quindi dall’andamento del business intrapreso, dall’investimento attuato, la capacità del debitore di ripagare il pre- stito. Abbiamo visto però che il ragionamento che, a livello individuale funziona, a li- vello aggregato conduce a un paradosso.

CAPITOLO 5 – CONCLUSIONI

La presente trattazione ci ha portati a una più approfondita conoscenza del funziona- mento del sistema monetario attuale e dei suoi problemi.

Vogliamo ora, accennare a qualche possibile forma alternativa che potrebbe essere svi- luppata; le proposte che faremo non saranno dettagliate poiché lo sviluppo di soluzioni e alternative puntuali meriterebbe uno specifico approfondimento ed esula dalle finalità di questo elaborato.

Il problema principale che abbiamo riscontrato nel secondo capitolo, è l’erronea conce- zione della derivazione del valore monetario: il denaro non è portatore di un valore cre- ditizio ma di un valore indotto,è la convenzione monetaria a dare valore al denaro. La conseguenza di questo errore è un’attribuzione sbagliata della proprietà del denaro al momento dell’emissione: la Banca Centrale è oggi proprietaria del denaro mentre do- vrebbe essere di proprietà dello Stato e quindi dei cittadini. Se si applicasse un cambia- mento verso la proprietà monetaria pubblica, la prima implicazione sarebbe una diminu- zione del debito pubblico: infatti, la monetizzazione del mercato potrebbe ancora avve- nire attraverso l’emissione di moneta da parte della Banca Centrale ma, poiché non ver- rebbe più attribuita ad essa la proprietà di quel denaro emesso, in contropartita non do- vrebbero essere messi a disposizione titoli di debito statali. L’unico debito pubblico che potrebbe permanere sarebbe quello attraverso cui i singoli individui finanziano le spese pubbliche; esso è deciso dai risparmiatori che vogliono investire risorse in eccesso e non comporta aumento della massa monetaria in circolazione poiché queste risorse vengono prelevate dal circuito economico per essere allocate diversamente. Con questa soluzione si pone rimedio anche al problema espresso nel paragrafo 4.5 in cui si ragionava sull’impossibilità, in termini sistemici, di pagare il debito esistente se non con ulteriore emissione di moneta che a sua volta comporta il sorgere di un nuovo debito; cambiata la proprietà della moneta si potrà monetizzare il mercato, quando richiesto dalla crescita dell’economia reale, senza generare ulteriori debiti per il sistema. Naturalmente il vin- colo che verrebbe meno, oggi rappresentato dall’indebitamento di uno Stato, dovrà esse- re sostituito con un altro vincolo che tenga sotto controllo una possibile eccessiva utiliz- zazione della monetizzazione.

L’errata appropriazione del signoraggio di cui abbiamo trattato nel terzo capitolo deriva ancora dall’errata concezione della proprietà e valorizzazione monetaria. Abbiamo appena ipotizzato una soluzione consistente nella variazione dell’attribuzione proprietaria della moneta all’emissione, ma, se questa fosse ritenuta non implementabile per qualche assurda motivazione, potremmo comunque spostare il ragionamento sull’appropriazione del signoraggio. Infatti, oggi l’unico trasferimento dalla Banca Cen- trale allo Stato consiste nel profitto da signoraggio, cioè in una differenza d'interessi at- tivi e passivi derivanti dagli assets acquisiti mediante nuova moneta emessa; in questo modo abbiamo visto come la ricchezza da signoraggio non venga trasferita ma rimanga nascosta dietro pratiche contabili scorrette. Se le pratiche contabili venissero riviste o se la legislazione venisse modificata, sì potrebbe far si che anche la ricchezza da signorag- gio sia riconosciuta come un guadagno improprio delle Banche Centrali e si potrebbe anche far si che questa venga trasferita al legittimo proprietario, che abbiamo visto coincidere con l’intera collettività.

Per quanto riguarda i meccanismi che regolano tutt’oggi il sistema bancario nel suo complesso, ci siamo resi conto di una possibile instabilità derivante da un'eccessiva de- regolamentazione nel sistema che conduce a un’offerta incontrollata di mezzi di paga- mento. L’allocazione non ottimale (in ottica sistemica) del credito, creato ex nihilo dalle banche durante la concessione di nuovi prestiti, può portare a bolle speculative il cui scoppio affliggerebbe l’economia mondiale. La possibile soluzione a ciò potrebbe con- sistere in vincoli più stringenti sulle decisioni allocative delle singole banche, vincoli che incentivassero il credito a scopi produttivi e migliorativi. Questa soluzione è co- munque vincolata al problema esposto nel capitolo sulla Banca Centrale in cui si ricorda il palese conflitto d'interessi esistente: la Banca Centrale è colei che regola e vigila sugli istituti da cui è posseduta. Una simile soluzione lascerebbe invariato lo scheletro del si- stema bancario odierno mentre la soluzione proposta da Allais (1990) suggerisce una distinzione netta tra banche di deposito, dedite alla gestione dei depositi dei clienti e ai pagamenti effettuati per essi, e banche di prestito, dedite alla raccolta di fondi di rispar- miatori che intendono investire per poter così concedere prestiti senza creazione di ulte- riore potere d’acquisto.

Il sistema bancario sta alla base della nostra economia, dove quasi il 95% delle transa-

zioni avviene attraverso scritture bancarie: esso dovrebbe essere maggiormente oggetto

di attenzione da parte di studiosi e d'istituzioni democratiche; una riforma di esso po-

trebbe portare ad un aumento delle performance economiche o almeno ad una riduzione

dei cicli economici sfavorevoli.

La sovranità statale monetaria e una riforma del sistema bancario sono soluzioni quindi

ampliamente desiderabili; in questa direzione si dovrebbero muovere gli studi per tenta-

re di arrivare alla presentazione di un sistema monetario e bancario più corretto e meno

dannoso. La sfida è grande: la riforma che dovrebbe essere presentata porterebbe a do-

ver ristabilire molti equilibri ma non per questo non merita accoglimento:

“Inoltre, sorprende ancora di più che nessuno metta in dubbio la raziona- lità dell’odierno sistema del credito, e cioè la creazione ex nihilo di mone- ta da parte del sistema bancario” (Allais, 1990)

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RINGRAZIAMENTI

Dedico questo elaborato a mia nonna Maria, salita al cielo qualche mese prima della conclusione dello stesso; è la persona che teneva, più di tutti, a essere presente il giorno del mio conseguimento del titolo di dottore… sarà comunque fiera di suo nipote da las- sù.

Ringrazio coloro che, durante il mio lavoro, sono stati controparti con cui discutere e ragionare; coloro che si sono appassionati all’argomento e in cui è nata la voglia di sa- perne di più; coloro che mi hanno chiesto di leggere la tesi una volta conclusa; coloro che decideranno di continuare a lavorare per la formulazione di proposte risolutive più dettagliate del problema esposto in questa sede.

Ringrazio i miei genitori, senza i quali non sarei qui oggi a presentare il mio lavoro; li ringrazio anche per il loro appoggio economico e morale. Un pensiero anche alle mie due sorelle, che mi sono state sempre vicine tifandomi e supportandomi.