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.org impaginazione: giangi cavezzi illustrazioni: kain malcovich

Autori Vari | Attraverso passaggi - annuario010


I edizione: gennaio 2011 ISBN 978-88-905441-1-8 licenza creative commons: attribuzione-non commerciale-non opere derivate 2.5 Italia.

Attraverso passaggi | annuario010

AA. VV.

francesco locane dario falconi simone rossi marco mazzucchelli alfio gnitron jacopo nacci chiara reali marco montanaro elena marinelli marco visinoni fabrizio gabrielli jacopo cirillo marta casarini simona pinna manuela marceddu simone lisci ugo coppari gianni tetti lorenzo mari gabriele dadati sasha tsinski claudio morandini mattia piano antonio tirelli sig mustache kain malcovich

casa lettrice malicuvata

Sig Mustache | Tallinn-Helsinki | 2008

[attraverso passaggi racconti]

Francesco Locane Lultimo battito

Un tuono copr le sue ultime parole. Cosa hai detto? Ho detto che il rumore del traffico si mescola meravigliosamente con questo temporale. Stava seduto immobile vicino alla finestra e teneva il gatto nero in grembo. Un lampo rese ancora pi scuro lanimale e fece risaltare il grigiore dei capelli delluomo, che continuava a guardare fuori, assorto. La sua mano destra si muoveva vicino alla bocca del felino, in un gioco che pareva potesse non avere mai fine. Il gatto fingeva di provare a morderlo, luomo spostava di qualche centimetro la mano, poi la riavvicinava e tutto ricominciava da capo. La pioggia batteva incessante da ore sulla Sesta Strada e su tutta New York, e sembrava che gli abitanti della metropoli fossero rimasti immobili, pietrificati dalla sorpresa di quel temporale: si muovevano solo le macchine e gli altri veicoli, ma parevano privi di conducenti. Merce si avvicin alla finestra: il gatto lo guard per capire le sue intenzioni. Poi, non considerato, balz a terra con un suono sordo e zampett via. Mi manca Los Angeles disse luomo. Hai mai visto una tempesta del genere l?

Non ricordo. Ma credo che neanche New York, di recente, abbia assistito a qualcosa di simile. Dici? S rispose esitando. Ma in effetti questo non altro che un temporale estivo, no? Pronunci queste parole e sorrise. Poi si rivolse verso la finestra, prese fiato e ricominci a parlare. Potrei stare delle ore ad ascoltare tutto questo. La pioggia sullasfalto. I tuoni vicini e lontani. Puoi farlo. S. Sei ancora arrabbiato? chiese Merce abbassando un po la voce. Non credo, no. Luomo prese la mano di Merce per qualche secondo, la strinse tra le dita, come per saggiarne la consistenza, poi la lasci. Merce gliela mise sulla spalla. In quel momento un altro lampo illumin la stanza. Sai a cosa pensavo? Che strano che in cinquantanni che abito da queste parti non mi sovvenga di un temporale cos. Sono proprio cinquantanni? Era il 1942? Luomo non consider la domanda, e continu. Eppure come se questo fosse il vero temporale a New York City. Ad averlo saputo, lavrei registrato. Bastava consultare le previsioni del tempo sussurr Merce. Poi i due si guardarono negli occhi e risero. Un ulteriore tuono, la cui coda divent un rombo di un autobus, seguito dallo squillo di un clacson, al quale se ne sovrapposero altri. Entrambi gli uomini erano assorbiti

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dallascolto del vento, della pioggia e di tutti i suoni di Manhattan in quellistante. Lacqua batteva sulle carrozzerie dei veicoli parcheggiati, sulle foglie degli alberi di Washington Square, sulle finestre dei palazzi. Ogni singola goccia dava il suo contributo. A questo pensava luomo. Si concentr e sent il sangue che gli pulsava nelle orecchie, uneco lontana di quello che aveva percepito quando era entrato in quella camera per cercare il silenzio. E non laveva trovato. Da allora tutto era cambiato, per sempre. Sono passati Quarantanni esatti! esclam. Da cosa? chiese Merce stupito. Scusa disse luomo ridendo. Facevo i conti ad alta voce. La camera anecoica. E anche la prima esecuzione. Era questo periodo dellanno? S. Mi viene in mente lodore dei boschi intorno a Woodstock. Con tutta questa pioggia i funghi che non ci saranno, nei prossimi giorni sussurr. E si ricord anche dellemozione di vedere David al pianoforte che chiudeva il coperchio per iniziare a suonare. E il vociare del pubblico al terzo movimento, gli scricchiolii delle poltrone abbandonate da chi si alzava per lasciare la sala sbuffando. Pioveva anche quel giorno? chiese Merce. Inizi a piovere, s. Non subito. Il rumore delle gocce sul tetto Sarebbe bello fare una passeggiata da quelle parti, che ne dici? Uno di questi giorni La mia gamba non me lo permette. Questacqua fa na-

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scere i funghi e risveglia tutti i miei dolori, caro. Dovremo rinviare. E poi, ultimamente, quando vado per boschi scivolo, cado, lo sai Un disastro. Perch non ci fermiamo l un po per il tuo compleanno? Merce, Merce. Ci vuole quasi un mese. E poi dobbiamo andare a Francoforte da Walter e Stefan. Oppure alla nostra et possiamo permetterci di disattendere alle feste che organizzano per noi? chiese luomo beffardo. Laltro scosse la testa. Che organizzano per te replic. Per me, come vuoi. Non ti hanno invitato? domand luomo sarcasticamente. Sono in lista, chieder di aggiungere al mio nome un pi uno. Siamo vecchi, eh. Da quanto era che non tiravamo fuori il passato? Io dallaltro giorno. Ehi, con i giornalisti non vale. In tal caso, s, hai ragione. Siamo vecchi. Di nuovo i rumori si espansero nello spazio che le loro parole avevano momentaneamente occupato. Luomo vide nettamente, in strada, un ramo scosso dal vento che perdeva le foglie, e non riusc a trattenere un sottile senso di angoscia. Si accorse che aveva sospirato solo quando Merce glielo fece notare, chiedendogli cosa gli passasse per la mente. In quel momento un fulmine squarci il cielo sopra New York. Hai visto? chiese eccitato luomo. Quella scarica era arrivata per caso, come tutto il resto, ma come sempre lui aveva colto loccasione che gli veniva offerta da una

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coincidenza. Non voleva parlare dei suoi pensieri di quel momento con il suo compagno. Non ora. S. stato incredibile, era netto, bellissimo. una tempesta elettrica. Gi, forse dovremmo staccare Cosa si fa in questi casi? Niente. Si aspetta. Era la sera di un giorno dagosto. Nellappartamento dove vivevano i due uomini permaneva un lieve odore delle verdure consumate in una cena precoce: in condizioni normali la luce del sole avrebbe ancora illuminato quelle stanze, la strada e tutta la citt, ma il cielo era scuro a tal punto che sembrava che il mondo dovesse finire in quel preciso istante. Cos pensavano i due, e lo stesso tanti altri, bloccati nei loro uffici e nelle loro case, costretti a fare i conti con qualcosa di imprevisto e pi grande di loro, che nulla aveva a che fare con la chiusura non programmata delle fermate della metropolitana, un guasto improvviso allascensore, il cedimento di un albero che finiva per cadere sulla strada e spezzava il flusso del traffico, che pareva inarrestabile. Luomo immagin che, in quel momento, in molti dovevano essere come loro, fermi, affascinati e spaventati come lo erano stati gli antichi di fronte a fenomeni di quel tipo. Il timore dellignoto, dellincontrollabile, dellimprevedibile. Ma no, non aveva paura del caso, sapeva che la casualit era tutto. Luomo si rese conto che Merce era ancora in piedi, dietro di lui, e premette appena la spalla sul suo ventre, come per sentirlo pi vicino. Il calore del corpo lo fece stare meglio, ma per poco.

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John, che hai? Mi chiedo cosa ci sia, dopo. Dopo cosa? Dopo lultimo battito. O meglio, tra lultimo battito e la fine di tutto. Mi chiedo se in quel momento, in quello spazio, in quel tempo, ci sia qualcosa che si avvicini al silenzio. Merce sospir, gir intorno alla poltrona su cui luomo era seduto, si accomod sul bracciolo e gli prese la mano. Perch questi pensieri, ora? Non lo so. Capita. A te non succede mai? S, ma mi tornano in mente le tue parole, quando mi viene questa paura. Quali mie parole? Non le ricordi? Stai davvero diventando vecchio! disse ridendo Merce. Quali parole? Luomo, stavolta, era serio, e prese Merce alla sprovvista. Un altro fulmine li illumin per un attimo, sorprendendo la nudit dei loro volti: si scaric vicinissimo, tanto che il rombo del tuono che ne segu fece tremare i vetri delle finestre. Hai detto che la morte era un mistero la cui soluzione ti affascinava. Pi o meno. Ricordava di avere affermato qualcosa del genere, ma sentendolo da Merce era come se si trovasse di fronte a una foto che lo ritraeva in un posto e in un luogo indefiniti nello spazio e nel tempo. Le parole erano sue, ma dubit di averle pronunciate davvero. In ogni caso non

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sarebbe stato cos sicuro nellasserire cose del genere, alla soglia degli ottantanni. Si sentiva sempre pi fragile, pi incerto e delicato. Mortale. Allimprovviso la pioggia cominci a diminuire di intensit, ma senza cessare del tutto. Luomo se ne accorse, e rimase incantato nellascoltare il ritmo delle gocce diradarsi con estrema lentezza. Gli abitanti della metropoli tirarono un sospiro di sollievo e le loro occupazioni, gli orari, le telefonate da fare, gli appuntamenti che dovevano essere fissati, gli incontri di lavoro da preparare ripresero il loro posto, poco alla volta, nella vita di tutti. Ti serve davvero quando pensi Luomo lasci la frase in sospeso, e si stup di averlo fatto. Merce si avvicin a lui e lo baci sulla guancia. Quando penso alla fine? S. Mi serve e ci penso. E penso che lhai detta tu e che sono fortunato ad averti accanto da tanti anni. Tanti anni disse luomo ridendo. Non specifichiamo quanti, che per oggi abbiamo fatto i vecchi abbastanza. Il rumore del traffico tornava a prevalere, dopo avere lasciato spazio al vento e alla pioggia, e crescevano i tremolii delle marmitte, lo stridore degli pneumatici, il soffuso rumore delle centinaia di passi che in quel momento riempivano laria del Village. John, e tu? Io? Ti serve quella frase? Luomo sorrise. Ti amo, Merce.

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Anche io. Vado a fare una tisana. No, no, stai qua, ci penso io. Il cielo era rimasto cupo, ma loscurit portata dalla tempesta era sfumata nella penombra del crepuscolo. La pioggia non smetteva di cadere, ma era solo pioggia. Solo pioggia? pens Merce. Pioggia. Vento. Una macchina con il tubo di scarico rotto. Lautobus che frenava sbuffando. Il passaggio roboante e sommesso della metropolitana. Il gratticchiare del gatto su una libreria ormai di sua propriet. Il tintinnare delle stoviglie in cucina. Il suo respiro. Cera tutto quello che ci doveva essere in quel momento. Merce Cunningham, ballerino e coreografo tra i pi influenti del XX secolo, divise gran parte della sua vita professionale e affettiva con John Cage, vivendo nello stesso appartamento del Greenwich Village dal 1970. morto il 26 luglio del 2009 a New York, a 90 anni. John Cage nacque nel settembre del 1912 a Los Angeles. Si trasfer a New York nel 1942. Dieci anni dopo ci fu la prima della famosissima opera 433, eseguita da David Tudor, pianista prediletto di Cage. Dopo avere attraversato diversi campi dellarte, innovandoli e influenzandoli profondamente, Cage mor in un ospedale di New York il 12 agosto del 1992. La sera prima era stato colto in casa da un infarto, mentre preparava una tisana.

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Marco Montanaro Come funzionano gli orologi

La panca su cui stavano Ntonio e Gabriele era sistemata a qualche centimetro dal muro. Il locale un loculo, scavato a graffi nel fianco di un palazzo del centro storico. Niente volte a stella, soffitto tagliato di netto. Le pareti un tufo umido sbriciolato al tatto dinverno. La cosa toglieva ulteriore aria al locale. Due luci al neon sopra il grande specchio; incollati nellangolo in basso loleografia ingiallita di un Cristo dal cuore acceso e la foto in bianco e nero di una donna con espressione mascolina, coi contorni annacquati. Accanto allo specchio una porta a soffietto, lo stanzino: ad Augusto non serviva; spazzole, lozioni, forbici e gel stavano uno sullaltro sul ripiano o nel lavandino. Dalla panca Gabriele osservava le spalle di Augusto, una piega sotto il camice, e il riflesso del barbiere intento a rasare il mento del signore sulla sedia. Una volta, Gabriele piccolissimo, suo padre gli aveva spiegato che quelle sedie le fanno solo in Germania, cos come i rasoi di Augusto che il maestro pi vecchio del paese. Poi per anni n Gabriele n suo padre erano tornati. Suo padre ammalato, Gabriele, cresciuto, voleva i capelli come quelli della tv o dei ragazzi pi grandi. Augusto slacci il telo dal collo del signore sulla sedia, sbattendolo piano per far cadere gli avanzi di capelli.

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Gabriele port la mano sulla fronte a stringere forte il ciuffo tra le dita. Si tranquillizz, non era ancora il suo turno: toccava al signore grasso seduto accanto a lui sulla panca. Il signore teneva gli occhialini bassi sul naso e non aveva ancora interrotto la lettura da quando Gabriele e fratello erano entrati in bottega. La rivista di moto, Gabriele aveva intravisto anche delle donne, le tette per pi grandi di quelle in tv. Comunque, il signore grasso aspett che laltro cliente si alzasse dalla sedia e pagasse, poi lasci la rivista sul tavolino, raccolse gli occhialini con due dita e infine si alz reggendosi i pantaloni con entrambe le mani. Nella bottega lo spazio venne meno di colpo mentre tutti e tre gli adulti erano in piedi. A Gabriele sembr che il tempo rallentasse definitivamente. Il ragazzino si aspettava che il barbiere gli chiedesse almeno a che ora era accaduto. Dalle suore ci andavano dopo la scuola, per il pranzo e per i compiti. Il tragitto a piedi, prima degli infami: quando cera Checco, in tre sul motore. Adesso no, la strada era una storia condivisa, inevitabile per i due fratelli, Ntonio, culo da oboe, venuto su presto e nero di lavoro, lo stampo di Angelo, il maggiore; Gabriele ancora bimbo, biondo di mamma, voce da clarino. Cos li vedevi per strada, strumenti estranei per tratti e per fiato. Ntonio allora ci provava a fare il grande con Gabriele. Comunque era un gioco e Gabriele giocava niente voglia di seguirlo quando insultava o faceva il pazzo, dalle suore. Di Ntonio salvava il ciuffo ossigenato o gli

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orecchini, si fratelli anche solo per brutta copia, imitazione. Ntonio portava un brillantino al lobo sinistro, e laltro pi su, anche se lo perdeva di continuo. Ma a Gabriele la mamma aveva detto no, che era ancora piccolo per quegli orpelli. Cos si era accontentato del ciuffo canarino: a scuola lo prendevano in giro ma non importava. Dalle suore invece un ragazzino pi piccolo gli aveva rivelato che lavrebbe fatto, pure lui, doveva solo aspettare che gli crescessero i capelli. Fermavano sul marciapiede davanti alla chiesa, seduti randagi. Gabriele chiedeva lora, prima di entrare pensava al dopo, ancora strada, pallone, maglia di poliestere sudato. Il fratello allungava il polso destro display digitale su cinturino elastico, plastica cinese diceva una cosa senza forma, non si poteva pesare n sapere. Gabriele tornava per strada, al pallone, gli occhi chiusi. Ntonio diceva che non ne poteva pi, delle suore, della scuola, quel giorno logni giorno dei ragazzini avrebbe combinato un casino. Leducatore era giovane. A Gabriele stava simpatico perch non lo trattava male come gli altri adulti della comunit. A Ntonio capitava di essere messo in punizione o picchiato da questi o dalla superiora. Dallistituto erano passati tutti i fratelli pi grandi di Gabriele e Ntonio ma nessuno aveva fatto in tempo a conoscere questeducatore pi giovane. A Gabriele piaceva parlare di lui con la mamma, e la mamma silludeva che lui potesse fare qualcosa per il piccolo. Che non finisse come Checco o Aldino. Solo Angelo era riuscito a evi-

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tare gli infami e questo era un segno di Dio, non ci fosse stato Angelo nessuno avrebbe potuto portare pap allospedale la prima volta che era caduto. Dalle suore un giorno Gabriele aveva messo il muso quando leducatore aveva provato a spiegare lorologio a un altro ragazzino: sera venuto a sapere che pure lui capiva solo lorario sul display del cellulare, ma pure questo, un tempo da niente, un tempo raccontato. Cos unora, un minuto, cos prima di Natale, cos dopo? Allora leducatore aveva promesso che avrebbe insegnato anche a Gabriele, ma in segreto: i pi grandi lavrebbero preso in giro. Dal tempo agli acciacchi, Gabriele raccont di suo padre, che stava male, che aveva il diabbeti e unaltra malattia che non sapeva dire. Ma perch la lancetta pi piccola e sottile fosse cos importante, perch non toccasse a quella pi lunga segnare le ore visto comera facile puntarla sul quadrante, questo no, proprio non gli entrava. E un quarto, o meno un quarto, formule magiche: lo mandavano in tilt, gli si arrossava il viso, sfuggiva ogni senso. A terrorizzarlo poi, il minuto esatto quando la lancetta ferma tra due puntini, nello spazio vuoto in cui non sono indicati i numeri sul quadrante. Un agguato, la forma degli adulti. Si svegli allimprovviso, era ancora buio, ma niente, non capiva manco dovera. Si era addormentato sulla sedia davanti alla tv dopo la partita della Juve, sul letto la mamma russava e il pap stava seduto a fumare, lasta delle flebo il nemico. Adesso sul letto non cera nessuno, allora Gabriele si fece alla finestra. Nel cortile

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di terra battuta e pozzanghere era ferma lambulanza con le luci accese, silenziosa: una lumaca. Uomini con giubbotti gialli sistemavano con calma qualcosa sul retro del mezzo. Poi la voce di Angelo, dai balconi la gente, il coro di supposizioni. Gli uomini coi giubbotti gialli chiusero gli sportelli sul retro del veicolo, e il lampeggiare della sirena fu un temporale privato nellaria muta e notturna. Gabriele vide la sagoma della mamma spuntare dal portoncino del condominio. Ntonio laccompagnava sottobraccio verso Angelo, pi in l lambulanza partiva tra le palazzine grigie coi muri ritagliati dalle crepe. Nella stanza, Gabriele guardava lorologio a muro, inseguiva un ticchettare di linee rette. Nto, ce ete la lumaca? Ce ccosa? La lumaca. Add lha ntisu? Alla scola lhannu dittu, la maestra. La lumaca Un insetto . Comu li formiculi? None, la lumaca ete longa, eti na speci di aspe, stannu quiddi piccinne e quiddi longhe, senza guscio. Tu quali vuoi sapere? Cce sacciu. Mi pensava che lo sapevi. Ma tu non lu sa. Lu sacciu, lu sacciu. Quantu sciamu alle suore ti faccio vedere. Prendiamo un libro e ti faccio vedere, se stanno i disegni. Mo lassimi stare ca no tti vogghiu ssentu. E cmina, ca facimu tardi.

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Fu Ntonio a portarlo dal barbiere quella mattina, sul motore di Checco. Checco, la mamma aveva detto che gli avrebbero dato un permesso, gli infami, sarebbe venuto. Comunque, Gabriele protest per un po. I capelli non li voleva tagliare da Augusto, i tagli nuovi non li sapeva fare. La mamma ha detto che in chiesa no cci putimu sta cos, culli capiddi mbrogliati fu tutto quel che ebbe da dire Ntonio. Entrati nella bottega, li invest lodore di dopobarba, misura sfasata di altre eleganze, altre asprezze: a quellet si asciuga solo sulle basette o sul collo, e brucia. Luomo grasso sulla panca si lecc pi volte il pollice e lindice per voltare pagina sulla rivista. Nello specchio cerano il vecchio Augusto e il signore sulla sedia col mento imbiancato, rivolto in alto. Il barbiere osserv i due fratelli fissando lo sguardo nello specchio. Buongiorno disse con la mano pronta sul rasoio.

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Simone Rossi benpartita

Inizia con della musica. Comico o tragico, il nostro sar uno di quei giochi in cui a un certo momento si ride verde. Ma che oggetto avranno insomma questi spettacoli? Nessuno. Piantate in mezzo a una piazza un lampione e metteteci intorno dei fiori, chiamate a raccolta il popolo e avrete una festa. Facile. Poi chiamiamo una liceale con i fianchi larghi e le facciamo leggere le note di regia di Rimbaud: Ho steso ghirlande da campanile a campanile. Ghirlande da finestra a finestra. Catene doro da stella a stella. E ballo. Perch danzo non si dice pi, pi bello ballo, poi la liceale con i fianchi larghi se la porta via la sua amica timida tirando forte con la mano, vieni via, Margherita. Limpatto visivo fondamentale: io tirerei dei fili da una finestra allaltra, sospesi a diverse altezze lungo tutta la strada. Possiamo appenderci panni bagnati e panni bagnati di verde, e campanelli, strisce di stoffa con sopra scritto: benpartita. Buona partenza, Marta: il tuo funerale sar una roba grande. One. Two. Three. Four.

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Io sono il capo quando non c il capo. Ogni tanto i servizi sociali funzionano e i nostri cittadini vogliono vedere dove vanno a finire i soldi delle tasse: in galera, finiscono in galera. I soldi dei buoni per redimere i ladroni: sarebbe bello se funzionasse sempre cos. Da noi funziona cos: oggi ho uno spacciatore di cocaina, un eroinomane e un pedofilo, e devo fare in modo che stendano i fili alla svelta, domani c un garage da puntellare e cercate di ricordarveli come se fossero tre figurine: i tre ladroni non avranno nomi. Il nostro oggetto saranno le carrucole: faremo scorrere lune di carta e diavolerie da film muto sopra il corpo di Marta portato in trionfo da quattro maggiordomi sui trampoli. La vestiremo normale, la lasceremo scalza e le infileremo, ebbene s, una gerbera rossa tra i capelli. La gerbera come una margherita, ma troppo grande. Il nome Gerbera quello del naturalista tedesco Traugott Gerber, che vede le margherite giganti di Santiago del Cile e le chiama come il suo cognome: Traugott Margheritoni. Oltre che come graziose piante ornamentali dalla facile coltura, le specie del genere Gerbera vengono coltivate industrialmente per la produzione del fiore reciso. Marta. La produzione del fiore reciso. Il pedofilo non mi ha ancora raccontato nulla. Con il ragazzo parlo dei dischi solisti di Syd Barrett, sul serio, gli sballoni ascoltano veramente Syd Barrett: eh, il cappellaio matto, i pezzettini del domino che vengono gi come i palazzi, i materassi, i campanelli delle biciclette, lui s che laveva capita. Wish you were here and you are here, in effetti, una scritta gigantesca sulle strisce

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di stoffa e nei cartelloni dei supermercati a quattro piani con dentro tutto. Lo spacciatore faceva il commesso nel reparto articoli sportivi, ma non ci credeva nessuno: una volta ha messo un chilo e mezzo di bamba in una borsa da tennis e ha sparato contro la volante ai centotrenta sulla Ravegnana, e questa storia me lha gi raccontata dieci volte. Ma non mi pagano mica per stare ad ascoltare: mi pagano per stare a guardare. Pagano anche i delinquenti, li trasformano in operai e gli danno sei euro allora (danno loro) per cinque ore al giorno (ore daria) per cinque giorni alla settimana, fanno (centocinquanta per quattro) seicento euro al mese, seicento euro al mese da spendere in sigarette e biglietti del treno e tempo perso dietro le sbarre, dietro le parentesi. Il pusher deve farsi altri ventanni: fanno tipo cinquantamila euro che puoi tenerti da parte comodo comodo, poi ci compri una macchina usata e vai a sparare sulla Ravegnana. Il pusher quello che lavora di pi, il pedofilo fa il suo, Syd Barrett non fa un cazzo. Ci mettiamo cinque ore a stendere i fili per la benpartita di Marta: novanta euro smandibolati con il male nel collo e le pupille bruciate a forza di guardare in su, dove cazzo ho lasciato gli occhiali ieri sera? In ospedale, mi sa che i miei occhiali sono rimasti in ospedale. In galera quelli come me sono la feccia della feccia. C lattenuante omosessuale in galera, e lei era una femmina. Sedici anni e una mamma puttana. Ho scritto una poesia per Marta. Si intitola Gerbera Kokanica.

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Gerbera Kokanica una specie del genere Gerbere, e Kokanica sembra la Koani - si legge Cocini - la fanfara serba, la Koani Orkestar: al funerale di Marta ci voglio la Koani Orkestar. E dei biscotti. E quattro trampolieri che la portino in trionfo tra le strisce di stoffa con sopra scritto benpartita. Vuole seimila euro pi duemila di viaggio pi vitto e alloggio per otto persone, la Koani Orkestar. I trampolieri li devo ancora sentire. Non suoner la Koani e non far bel tempo al funerale di Marta: un sabato mattina idiota di marzo e piove e si spappola tutto, piove verticale e non suona nemmeno un campanello. Io lo so come si chiama questo strumento ingombrante: contrappasso, questa cazzo di pioggia di marzo il contrappasso per il caldo di settembre, sei mesi, cinque anni fa: sono cinque anni e mezzo che ci siamo lasciati, Marta, ti volevo dire che ultimamente Francesco De Gregori ovunque: qua la gente va veloce ed il tempo corre piano, come un treno dentro una galleria. Chiss se si chiama ancora becchino o se ha un nome pi da muratore, in effetti sembra proprio un muratore. A lavorare si suda anche al freddo: il filmino con il flashback delladdio di Marta proiettato miniaturizzato nella goccia di sudore sul collo del becchino che sembra proprio un muratore, goccia di sudore, forse pioggia. E invece sembra proprio che chiuderti dietro un muro faccia venire caldo, Marta: ti seppellisce sbuffando. Il treno si fermava sempre meno spesso, poi ha smesso. Fanno centoquattro gradi allombra e non c un cazzo

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di niente da bere e nel negozio di scarpe c un piccione chiuso in una scatola con un torsolo di mela. I traversi lucidi dei binari sembrano le piastre di uno xylofono gigante e il tuo treno se ne va cos, Marta, il tuo treno se ne va come per magia e invece se ne va sul serio, ciao treno, ciao Marta, avrei potuto dirti che i tuoi denti sembravano le piastre di uno xylofono e che le tue labbra grosse erano l apposta per metterci la sordina, avrei potuto dirti che la tua bocca abbassava il volume della tua risata e io pi che baciarti cercavo di strappare a morsi la sordina dei tuoi denti, ma la tua bocca a forma di custodia si chiusa come per magia e invece si chiusa sul serio, ciao bocca, ciao Marta, ciao Marta che ride. Tra Melbourne e Adelaide il verde brillante della prateria dimostrava in maniera lampante lesistenza di Dio e non finiva mai, non finiva mai lAustralia verdissima. Chiedevi Quanto manca? appena mettevo in moto la macchina, era tipo una gag, con voce lamentosa e stanca chiedevi Quanto manca? e invece ci eravamo appena svegliati, avevamo fatto colazione seduti e una volta abbiamo addirittura preso il caff al bar. Puoi cantarti le tue canzoncine facendo finta che dentro ci sia addirittura del blues. Puoi andare per strada, in televisione, su internet, dove ti viene meglio, dove ti pare, puoi avere anche venti o trenta persone che ti trovano bravo abbastanza da fidarsi, ma poi arriva il prossimo. Tu invece (noi invece) noi siamo talmente vicini che il prossimo sei sempre tu. Facile. Nessuno si approssima: aspettano il turno dietro la linea gialla che garantisce la nostra discrezione e sono ancora l che aspettano. E sai perch sei sempre il prossimo? Perch le tue canzoncine mi

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annoiano dopo due strofe. Sei bravo, eh, hai venti o trenta persone che te lo dicono, ma io dopo due strofe mi annoio. Non colpa tua. Non colpa mia. che non mi piace il genere. Portami gi nel pozzo dove ti sei nascosta fino adesso, luna finta che non sei altro, ho smesso da un pezzo di fidarmi dei fusi orari e dei ritmi sonno/veglia, i ritmi circadiani, come nella canzone dove c quello che dorme di giorno e scrive di notte e allimprovviso la morosa di un altro gli regala una macchina da scrivere con sopra scritto Everest, la montagna, il superlativo di ever, il pi ever di tutti, for Everest, e intanto si sveglia Hong Kong e si sveglia Taipei, compra quando sale, vendi quando scende, compra tanto sale, vedi quanto sei scemo? Vai a fare la spesa: abbiamo pasta e abbiamo sugo e ci manca tutto il resto, finito anche il detersivo liquido per i panni, c gente adulta che non ha mai comprato un flacone di detersivo liquido per i panni in vita sua. Tu lo sai quanto costa un flacone di detersivo liquido? Marta lo sapeva. E la mia soglia dattenzione sempre stata bassissima. E infatti Marta lho lasciata io. Come no. Marta, se rubo le idee agli altri non perch ho finito le mie: le idee non sono n come le sigarette n come le scatolette n come niente di quello che si consuma; Marta, le idee degli altri te le indicavo per stupircene insieme, per smontarle e poi smentirle e poi mentre sono l che ti indico lidea tu mi guardi il dito e finiamo a letto, Marta, certo che finiamo a letto. Ci finivamo, se non altro.

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Ci finiremmo, se tu ti decidessi ad aprire la custodia dello xylofono. Ma la scatola da scarpe rimane chiusa, dentro c un piccione e un torsolo di mela e ci sono pure i buchi per far respirare il piccione: il piccione vivo, di mela ce n ancora. Solo che non vola. E va bene che i piccioni pi che altro cagano sulle automobili, ma dovranno pur volare anche loro, ogni tanto. Finisce con il piccione che diventa un colombo che diventa una colomba che si chiama Marta e non per niente un uccello della pace: nel becco invece del ramoscello dulivo ha una gerbera. Gialla. Le piace cambiare. Le piaceva cambiare. Mi dispiaciuto averla cambiata, amici. Amici. Amiche, devo dirvi una cosa. Aspettate, stanno suonando le campane e non si sente niente. Ecco. Eccoci. Amici: guardiamoci. Contiamoci. Non parlo con tutti: siamo in pochi e sappiamo riconoscerci. Volevo dirvi: baciamoci in bocca. Come in Russia. Come allo zoo di Berlino. Da oggi in poi: bacimbocca. A ogni buongiorno e a ogni buonanotte e a ogni arrivederci, rapido come un timbro. Senza lingua. Siamo in pochi e ci facciamo riconoscere. Diventeremo quelli dei saluti pi intensi. Niente benefici. Solo baci. Ci riconosceranno. Vigorosi cenni di assenso. Diciamoci qui la regola: tutti sanno che tutti baciano tutti, ma i bacimbocca si danno di nascosto. Furtivo. Il

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primo aggettivo che mi viene in mente se penso allo spettacolo del bacimbocca furtivo. Eh, ma siamo timidi. Eh, ma sei paraculo. Ma anche no, i bacimbocca. Concesso: un bacimbocca pu essere sostituito da un abbraccio lungo almeno quattro secondi (contare lentamente One. Two. Three. Four, come i batteristi con le spazzole). In generale, un abbraccio lungo almeno quattro secondi un indicatore didoneit: se di solito ve lo date, siete gi pronti per il bacimbocca. Eravate gi pronti per il bacimbocca e non ve lo siete ancora dato, ci voleva uno che ve lo dicesse: ve lo sto dicendo: potete baciare la sposa. Ma con tutti? Anche i maschi con i maschi? Anche le femmine con i maschi brutti? Anche i maschi con i maschi? S. Non subito, ma s. Piano piano, s. Perch Marta morta e io non ho nessuna voglia di ridere, nemmeno il contrappasso che sembra un contrabbasso, la gente muore sul serio e gli amori finiscono sul serio, e io sul serio che vi dico che dovremmo proprio darci i bacimbocca, amici, copriamo con gli schiocchi i rintocchi di campane e campanelli, Marta morta, baciamoci, Marta, gerbera Marta.

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Dario Falconi Ci siamo amati fino al sempre degli amanti


[Cronaca immaginaria degli ultimi minuti di vita del grande Edgardo Donato, autore della celebre canzone A media luz.]

Buenos Aires, 15 febbraio 1963, ore 4:00 Casa di Edgardo Donato, camera da letto Amore mio, non riesco a dormire. La luce della notte mi fa paura. Questa penombra protesa nel nulla. Ti ricordi Rosita Quiroga e la sua interpretazione di Julin ed il maestro Enrique Delfino? Te lo ricordi il maestro Delfino? Quel giorno che prendendomi da parte mi disse Edgardo Donato, un giorno sarai il grande Edgardo Donato! Avevo ventitr anni e a ventitr anni il grande Enrique Delfino mi disse Edgardo Donato, un giorno sarai il grande Edgardo Donato. E avevo ventitr anni. E la musica e la radio. E il violino. Il mio violino. Ti ricordi amore mio? Cera allegria intorno e ceri tu e cera la prima volta in cui ti vidi ed era agosto. Un bandonen insinuava una milonga morbida e dei tacchi rossi ansimavano promesse dabbracci non fraterni. Ti ho amato non per come eri ma per come ostentavi quello che eri. Ci siamo amati fino al

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sempre degli amanti. E ancora ti amo. E ancora agosto. Questa vita insieme fu davvero bella? Se penso alle voci di Antonio Maida, Hugo de Carrel, Horacio Lagos, Lita Morales e Romeo Gavioli. El Gavio, mi sembra di s. Te lo ricordi El Gavio? Oggi ho sessantacinque anni. Non sono vecchio. Dovrei essere felice. Sono il grande Edgardo Donato. Ho sessantacinque anni ed Enrique Delfino aveva ragione: sono il grande Edgardo Donato. Dovrei essere felice. Eppure amore mio, questa penombra protesa nel nulla, questo chiarore opaco che incanutisce la notte ed ossequia lalba, che cede al languore vitreo dun imminente ricominciare. Ecco, amore mio, questa penombra cupa mi spaventa, sembra che mi chieda qualcosa, che mi dica parole che non voglio pi sentire. Mio padre che parla con mia madre, due italiani tristi, parole migranti. Il Conservatorio Franz Liszt di Montevideo. Dove sei piccolo Carlos? Davamo calci al pallone in un cortile. Lui un giorno mi disse Torno a casa, torno a Genova. Ma era triste Carlos quel giorno. Aveva la stessa faccia che ho io adesso. Il piccolo Carlos quel giorno era un uomo di sessantacinque anni in una camera da letto che parla a sua moglie delle proprie angosce. Amore mio, qual la mia casa? Forse a Torino? Dove ancora vive qualche zio che avr dimenticato che esisto. O, piuttosto, a Montevideo dove ho vissuto gli anni gloriosi della mia infanzia? Dove nel cortile dellAccademia Liszt ho versato le mie prime lacrime stringendo forte le mani di Carlos che con il suo pianto bagnava i nostri pugni chiusi, avviandomi a quel mistero oltre il ballo che si chiama Tango? O

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Buenos Aires, la mia citt? Qui sono nato. Qui ti ho conosciuto. Qui sono diventato il grande Edgardo Donato. Cosa diavolo sono? Questa opacit minsulta. Io non resisto. Mi sento vibrare dentro la penombra. Cosa sono? Un italiano, un uruguaiano, un argentino? Chi sono? Ho provato tutta una fottutissima vita a fare di questa musica una carta didentit. Rivalsa duna generazione figlia di miserabili espiantati dallItalia in una terra lontana. Cosa ne sar di tutte queste inappartenenze quando precipiter il frammento delle nostre voci nel gorgo della spietata penombra? Anbal Troilo, Juan DArienzo, Carlos di Sarli, Osvaldo Pugliese, Francisco de Caro, Alfredo Gobbi, siamo tutti figli ditaliani nati in Argentina o in Uruguay, ma non siamo italiani; non siamo argentini; non siamo uruguaiani. Siamo tutti parenti di carcerati che parlavano il lunfardo per non farsi capire dai loro carcerieri. Abbiamo storie, sangue, lacrime, passioni. Ma non abbiamo una casa dove poter trattenere la nostalgia dei nostri sguardi. Il Tango, maledetto Tango. Ci siamo illusi di trovare lidentit nellarte. Abbiamo coltivato il sogno dei grandi visionari. Una musica che fosse un pensiero, uno stile, unessenza, una casa. Ci siamo convinti di poter vivere nel Tango. In quella sensualit esotica che malinconia della fuga e vorace desiderio davvinghiarsi. Ci siamo sentiti parte di quel movimento estenuante, di quella disperante sonorit voluttuosa, di quel canto che gioia del sopravvissuto. Amore mio, mi sembra tutto un incubo terribile. La nostra allegria era reale? Quei night, quei concerti, erano reali? Amore aiutami; una notte troppo poco rassicurante per po-

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tersi permettere di essere cos poco chiara. Lopacit, la vedi? Un bagliore impercettibile che piega il buio solo per sondarne la consistenza. Ecco, questa penosa penombra mi sembra oggi la mia vita. Abbiamo voluto inseminare larte, fare lamore con gli spartiti, procreare arrangiamenti. I nostri figli non sono nostri ma figli del loro tempo. Non ci somigliano. Loro sono argentini o uruguaiani ma non sono abitanti di Tango. Abbiamo creato un paese immaginario. Larte non fa popolo. Aggrega le solitudini. Assottiglia le distanze. Ma non terra, non mare, non porto, non chiesa, non casa. Ora ho capito perch Enrique Delfino, quando mi disse Edgardo Donato, un giorno sarai il grande Edgardo Donato, non sorrise. No, non sorrise. Aveva una specie di ghigno ma non era un sorriso. Avevo solo ventitr anni. Non potevo capire. Non volevo capire. Delfino sapeva che essere grandi significa essere infelici. Che lallegria sarebbe stata solo una messinscena per far rilucere lepilogo di questa istrionica penombra. Qualcuno disse che il Tango un pensiero triste che si balla. Ma prima o dopo arriva la stanchezza ed il pensiero triste non fugge. Noi ceravamo illusi di poter ballare in eterno. Amore mio, il tuo volto, le tue mani, i tuoi occhi, le tue gambe, i tuoi capelli, le tue caviglie, i tuoi tacchi rossi sono lunica consistenza a cui io mi sento di appartenere. Tu sei la mia terra, il mio mare, il mio porto, la mia chiesa, la mia casa. Sei lunica feritoia di cielo che ha oltrepassato la mia cortina plumbea. Mi manca il respiro, amore mio. Chiss se questo terrore improvviso non sia il preludio delloscurit definitiva? Allora che venga

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questo buio totale a divorare le ore da cui ancora avrei voluto essere sfamato. Che arrivi e faccia presto il momento mai atteso e mai disatteso. Io muoio avendo gi la percezione di cosa sia non appartenersi. Che istanti sublimi sono questi, amore mio. Tu mi guardi con gli occhi di sempre. Gli occhi della ragazza dai tacchi rossi. Ed era agosto ed un bandonen insinuava una milonga morbida. Ci siamo amati fino al sempre degli amanti. E ancora ti amo. E ancora agosto. Non piangere ragazza. Piangerai dopo e io voglio che tu lo faccia solo perch quando piangi diventi pi bella e al mio funerale dovrai essere quella di sempre. S, perch io ti amo non per quello che sei ma per come ostenti quello che sei. Ora stringimi le mani. Pi forte, cos. Domani scriveranno molte cose. Diranno che il Tango era la mia vita, che stavo lavorando ad un nuovo progetto, che Edgardo Donato un grande e che un grande ci ha lasciato troppo presto. Lasciali dire. Loro non sanno. Larte, la musica, il Tango: era il mio destino, inevitabile. Era la mia penombra. La mia natura che sincarnava in un violino attraverso un lamento di suoni intonati. Ma senza la tua luminosit io non avrei visto le corde, le note, gli spartiti. Sarei stato molto tempo prima quello che sar tra poco. Cieco e senza voce. Grazie amore mio bellissimo per questa tua luminescenza. Grazie perch vedr esaudito il desiderio dogni uomo. Morir a casa. Morir tra le tue braccia. Lentamente si spegne la penombra. Non vedr pi niente. Non sar pi a media luz.

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Marco Mazzucchelli Ferox

[] dove siamo finiti. Il Blaze sta guidando la macchina di suo padre, unAudi familiare da complesse decine di migliaia di euro. Roba di lusso. Roba di pelle e di radica, massiccia come una barca. Costa cos tanto che posso distendere le gambe come se fossi in sdraio sul balcone. Siamo con la macchina del padre del Blaze per fare la nostra bella figura. Perch il Blaze ha una Fiat Tipo che sta cadendo a pezzi, con una falsa elaborazione Abarth da 1500 euro, assemblata con pezzi e meccanica raccattati in mezza Lombardia. Perch io ho una Punto Sporting primo modello, milledue con marmitta e scarico, assetto, cerchi in lega, pneumatici ribassati, centralina modificata, pomello del cambio in carbonio, pedaliera in nichel e volante Momo. Perch tutti e due abbiamo gli adesivi Dunlop sulle minigonne. Perch a Milano questa roba non funziona pi. Io e il Blaze ci rintaniamo nel traffico del centro dei nostri sabati pomeriggi provinciali a girare a 10 km orari, dietro massaie dirette ai centri commerciali e famiglie che vanno al lago con il cane che ci fissa dal lunotto posteriore, giriamo e giriamo le stesse vie battute dalle ragazze che mangiano il gelato e sculettano sul marciapiede, giriamo con i finestrini abbassati, impianto stereo a manetta che fa gon-

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fiare labitacolo come una caramellosa bolla elastica. Dalle nostre parti ancora si voltano a guardarci e noi guardiamo loro girando attorno a quelle camminate sudate, le mani nelle mani, tette fresche, capelli lisci [] mentre barcollo entrando, finalmente mi ricordo delle medie scolate al pub e delle due latte di Lwenbru da mezzo comprate in autogrill e tracannate durante il viaggio, bello steso e allungato nella macchina del padre del Blaze. Appena dentro mi rendo conto che dei [] stessa gente, stesso casino, magari meno orecchioni. La gentaglia guarda subito male i nostri capelli lunghi, i nostri jeans stretti. Io Tampa-style con maglia dei Morbid Angel, senza maniche e con la scritta extreme music for extreme people, il Blaze dei Deicide, con Ges Cristo in bella mostra dopo unautopsia a sfondo cannibalico. Signore e signori Noi siamo quelli che al sabato sera onoriamo il metal al Nautilus, Noi siamo quelli che quando sparano i pezzi vecchi di Metallica, Sepultura o Slayer ci mettiamo in mezzo alla pista a gambe larghe e li eseguiamo con perfezione chirurgica, suonando le nostre chitarre invisibili tutti assieme, ondeggiando ritualmente le lunghe chiome. Noi siamo quelli che vi infileranno un dildo dacciaio su per il culo. Vediamo passare qua e l anche rastoni e snowboarders in versione non c neve / non c erba, uccidetemi, con i loro pantaloni da contadino dieci taglie pi grandi e le loro magliette biafra, la facce piene di svariate profusioni di peli ispidi, cornucopie di baffi, basette, pizzetti e via dicendo. Niente a che vedere con i nostri menti perfettamente rasati, affilati e lisci come le lame delle

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asce degli dei normanni. A ogni modo questo mi fa perlomeno sperare che pi tardi il sound [] continuiamo arditi a falciare la gente qua e l ma sembra di navigare in mezzo a un mare di spettri, mi chiedo se [] che qualcosa mi passa davanti gli occhi, una mina che lascia una scia di bianco sfavillante impressa sulle mie retine, sbava e spruzza gi dalla gonna corta e sbarazzina che ondeggia sfiorando le cosce in movimento, spruzzata dalle calze porno che le arrivano fin sopra il ginocchio, e da un top sbracciato che la fascia ma non la contiene, che asseconda il suo ondeggiare. A farle da cappello una capigliatura di ricci selvaggi e sparati, che ruotano su loro stessi fino a baciarle il collo e le spalle nude. Una bomba su due zampe. Mi ci vuole del tempo per rimettere insieme i pezzi del puzzle della sua apparizione. Mi ha turbato. Con il suo non gusto, con il suo essere sfrontata, con le sue cosce, mi ha turbato. Ma tutto finisce qui. con il Blaze che partono due raglie chiusi nel cesso e due negroni appoggiati al bancone, mi porto due ciocche di capelli dietro le orecchie (il Blaze li ha legati in una coda) ed come se nulla fosse successo. Scendiamo lo scalino e ci fermiamo poco pi avanti, vicino al bar, a guardare le persone che [] e iniziamo [] ci guardano brutto perch se te ne resti muto in un angolo allora iniziano a pensare male, a dire che sfigato quello l, che non gli passa niente per il cervello, che non ha i neuroni a posto. Gli dico di quando sono andato a Zurigo in treno, il mese scorso, che appena abbiamo superato la frontiera, ma il Blaze mi dice di smetterla con queste stronzate e al secondo giro ci tocca confrontarci

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con due long island e rivedo quella esplosione di burro e miele che parla con [] Ma Tu Sei Romana? Gi, si sente vero? fa con quegli occhi tondi e scuri che mi guardano per la prima volta. Un po. Non vero, si sente tanto e io gi mi sono innamorato di quelle e e di quelle a cos larghe e aperte, cos puttane. Non Cos Tanto Dai. E invece s lo dice inclinando la testa verso una spalla. Alzo le spalle e lei sorride. Per quanto ne so il Blaze ormai fuori dai giochi. Lei incomincia a parlare e me la ritrovo in un baleno addosso che mi urla nelle orecchie per coprire il boato della musica. Cos addosso che la mano che ho sul petto le finisce tra le minne, minne che anche loro mi esplodono addosso e che lei non si ferma dallo strofinarmi contro, le schiaccia come se fossi il parabrezza insaponato di una Corvette. Mi accarezza un braccio, gioca con i peli e mi parla come se io fossi unaltra persona, [] oh regalo del cielo, mi dici che sei siciliana e che sei venuta a Milano dopo aver vissuto gli ultimi anni a Roma, perch sei modella di Dolce & Gabbana. Ho appena compiuto diciottanni, sono maggiorenne. Ho appena compiuto diciottanni mi ripete come un robot e poi lecca e succhia la cannuccia del suo drink a 2 centimetri dalla mia faccia, guardandomi dritta nelle palle degli occhi, con il suo profumo che mi schiaffeggia tra le gambe. Oh regalo del cielo, che cosa sta succedendo qua? Non voglio che scappi via, lo farai presto ma non voglio che sia cos presto, e ti afferro, pi forte, ti stringo a me e tu sei flessuosa e sorridente come una di quelle che si fanno pagare [] sono un produttore di un gruppo metal, che

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siamo appena stati in Svezia per registrare e pubblicizzare il disco. La Scandinavia La Mecca. Tu abbocchi a tutto quello che dico. Faccio luomo vissuto, il vecchio lupo di mare, e mi ci trovo bene in questo ruolo scafato, sfacciato faccia di merda. Ti carezzo il pezzo di schiena che il top lascia scoperto e arrivo fino al bordo delle mutande che sporge dal gonnellino, poi senza lasciare che dubbio mi passi per la testa, quando ti premi di nuovo contro ti coccolo la natica destra per qualche secondo e tutti quelli che passano non possono non notare il tuo burro straripante e le mie mani che lo suonano e adesso ti prendo la mano perch vorrei che mi toccassi proprio qui invece che [] Sei molto simpatico, il calore del tuo fiato, un morbido fazzoletto di seta allarancio [] mi parli e mi affondi sempre la bocca nellorecchio e il movimento delle tue labbra mi stuzzica e massaggia e anchio vorrei baciarti tutta, iniziando proprio da quel lembo di carne pastosa e sento i capelli sulla mia faccia e ancora il tuo profumo che mi si riversa addosso come burro fuso. Vorrei portarmelo addosso per il resto dei miei giorni, e domani, me lo prometto, girer tutte le profumerie, far diventar matte tutte le commesse perch sniffer tutti i campioncini finch non lavr trovato e poi passer lintera giornata steso a letto ad annusarmi le dita di te. Mi fai venire voglia di inventarmi mille cose da dirti solo per tenerti qui stretta ancora, perch sento che il collante che ci unisce sta facendo filamenti e sta perdendo presa, finiamo di girare in tondo abbracciati, e mi ti stacchi di dosso e cos mi porti via il cuore. [] Perdo ogni speranza di baciarla, ci rinuncio.

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Gi pregustavo quella sensazione di quando una membrana si rompe e si arriva a un nuovo livello di conoscenza, quella sensazione di aver brecciato nelle sue difese, pronto a conoscerla, assaporarla, in quei momenti che precedono sempre il gusto del rossetto e delle labbra, la lingua e la saliva compressi in un baleno a cui aspiro pi di ogni altra cosa. Quel frammento di tempo che non esiste davvero, non quantificabile, quando capisci di essere in bilico nellequilibrio instabile tra la consapevolezza di avercela fatta e lindifesa sete di non averlo ancora fatto. Lo vedi nella patina dei suoi occhi che diventa un po pi spessa e al glucosio e le palpebre si abbassano impercettibilmente, il suo viso sfoggia unespressione mai stata cos vulnerabile, lo capisci che ha detto s e che non vede solo lora di provare. Tutto quello che viene dopo non regge il confronto, quasi troppo facile. Inizio subito a pensare alla sua fica, al sapore che potrebbe avere, scoparla, come scoparla, scoparla ancora, quando rivedersi, e poi no stasera esco con gli amici, chi che ti scrive sms alle tre di notte, la Wind, la Banca, la Fnac, lAdecco e tutto va a incasinarsi in un turbinio di stronzate che girano a vuoto e davvero nulla hanno a che vedere con lAssoluta Purezza di quellattimo che non si riesce a comprendere e trattenere. [] Lo Potrei Avere, Insomma? Penso comunque alla sua fica, al sapore che potrebbe avere. Guarda, io voglio essere schietta, perch mi piace essere sincera, cos si evitano tanti grattacapi. Se si vuole essere amici io ci sto, ma niente di pi. Cio solo questo, cio niente roba da scopare. Scoparla. Be Ti Ringra-

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zio Di Questa Schiettezza Che Mi Regali E AnchIo Non Posso Far Altro Che Dirti Che Io Ti Vorrei Scopare Qua Subito Per Terra Che Mi Piaci Perch Sei Bella Che Non Posso Dirti Che Mi Piaci Perch Sei Intelligente O Che Altro S Mi Sei Simpatica E Sei Anche Matura Per La Tua Et Ma Scoparti Stata La Prima Cosa Che Mi Passata Per La Testa Quando Ti Ho Vista Te Lo Devo Proprio Dire. Vedi che. Oh Sabato Io Sono Ancora Qua A Milano In Un Altro Locale [] No. Vicino A Piazzale Lotto Pi O Meno Un Posto Oh! Non Aspettarti Niente Del Genere Eh! Non Di Questo Tipo Un Po Meno Curato Diciamo Come Locale. Ci vanno i punkabbestia vero, anche tu sei un po punkabbestia. Be, Oddio... E poi scoparla ancora. S lo sei, un po lo sei. E Va Bene, S, Un Po Lo Sono lo dico ma mica vado in giro a far vedere che ho il cane io. E Cosa Facciamo Allora? Non lo so, io il numero te lo do. Non lo do a nessuno il mio numero, ma te mi stai simpatico. qua che inizio a sentire aria di fregatura. Ma Scopare Niente Eh? Niente scopare. [] S dai, e magari se stasera riesci a recuperare qualcosa da fumare fammi sapere eh, ciao bello. Allontanandosi camminando allindietro si bacia la punta di dito indice e dito medio e me li mostra uniti, dalla parte dei polpastrelli, proprio dove lei ha [] io poi che le sigarette non le sopporto e ricordo di quando a dodici anni, quando ancora il Blaze non lo conoscevo e non avevo ancora comprato la mia prima chitarra elettrica a freccia, io e altri due amici ci siamo messi di impegno un inverno e unestate interi per imparare a fumare, pieni pomeriggi in-

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vernali in un parchetto di periferia, vicino a un discount dove compravamo le caramelle alla menta e la Milan Cola che assieme in bocca facevano cos schifo che mi veniva la pelle doca. Poi sedevamo sugli schienali delle panchine immersi nel buio delle sei di sera di gennaio a fumare le Marlboro e le Chesterfield convinti di contribuire ad alimentare quella nebbia che spargeva fino a noi le luci dei lampioni della strada lontana. Non si vedeva niente, eravamo nella nostra bolla e il lontano rumore del traffico del rientro dei lavoratori ci arrivava filtrato, come se si trattasse di unaltra dimensione, un mondo che ancora non ci apparteneva e che non necessitavamo, non volevamo assolutamente. Mi ricordo che le mani ghiacciavano e tremavano. Poi arrivata lestate andavamo alla stazione ferroviaria che lavevano appena costruita proprio in mezzo ai campi, e con la bella stagione il pi alto di noi tre ha iniziato a portarsi dietro il fratellino di otto anni. Prendevamo il sentiero che costeggiava la ferrovia col suo cancello verde, posavamo le biciclette nelle erbacce e ci sedavamo appoggiando la schiena al ferro rovente del cancelletto e tiravamo fuori i pacchetti che avevamo appena comprato in societ. Il sole delle due ci fondeva la scatola cranica e le scapole, e quando fumavo due sigarette mi girava tutto e mi veniva la nausea e mi dicevo che quando sarei stato finalmente un fumatore serio non sarebbe pi successo. Tutto intorno era giallo e bruciato dal sole, tutto secco e polveroso, solo ogni tanto spiccavano degli alberi verdi e freschi come delle macchie scure in un mare assolato e quando passavano i treni sferragliando noi gli mostra-

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vamo il culo ancora non peloso a quelli con la fronte unta e spiattellata sui finestrini e i capelli sferzati dallaria. Non ricordo di cosa parlavamo ai quei tempi, non mi ricordo neanche se parlavamo, magari di macchine e della Formula Uno, chi si ricorda perdo, forse che volevamo crescere in fretta per guidare, come quelli pi grandi, che venivano al bar anche loro e fumavano cinque sigarette assieme, messe in bocca a ventaglio, avevano soprannomi fighi come Lupo e Nazi, si allacciavano gli anfibi e dicevano che i colori delle stringhe volevano dire cose ben precise, tipo se eri stato dentro, se avevi pestato un poliziotto o un comunista. Se li lucidavano sempre, non ci cagavano di striscio, ci rivolgevano la parola solo se dovevano farci andare alla cassa a cambiargli i soldi, a stento tolleravano la nostra petulante presenza, con i nostri occhi indagatori, i nostri goffi corpi non ancora sviluppati, le nostre mezze frasi di ammirazione mista a rispetto e soggezione e sottomissione e servilismo e non so dire perch non ci abbiano mai pestato. Sniffavano il tabacco e scatarravano a terra come una squadra di baseball, cos che iniziai a farlo pure io, avevano sempre lo scudetto dellItalia sulla manica e il bomber anche in estate e qualche troietta dalla faccia devastata e il culo sudato che si portavano sul codino delle moto. Ogni tanto volevano entrare nel nostro cortile, sparivano per dei minuti e tornavano con quelle scrofe ancora
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pi sudate, la faccia congestionata, la bocca impastata da una gomma marcia e dallalito di sperma, tornavano a strusciarglisi contro se giocavano ai videogiochi del bar, facevano saltini e applausini isterici, laria nel bar si faceva viziata, Lupo concentrato che alzava di scatto la spalla destra senza lasciare la mani da joystick e pulsanti, e senza staccare mai gli occhi dallo schermo diceva e levami sta zinna dal braccio [] in bocca il sapore marcio della sigaretta sotto i bagliori arancioni dei lampioni del parcheggio mentre vedo nellauto dove sono appoggiato qualcuno preparare raglie su un cd Buddha Bar [] Oh Hai Trovato Da Fumare? Coooosa? LHai Trovato Da Fumare Bellezza? S Ma sono riuscita solo a farmi offrire qualche tiro, da qualcuno e cos se ne andata in giro a tirar di bocca da perfetti sconosciuti, piccola puttanella. La gente che sale con lei in macchina, con chi cazzo se ne va in giro? Va a scopare con tutti quegli stronzi messi assieme? Poi qualcosa dentro di me si squarcia e si smembra. Inizia con un rombo immenso che mi cresce nelle orecchie i muri delle vecchie fabbriche mi passano affianco impazziti e la strada sotto di me scorre a un palmo dalle punte dei miei piedi che si agitano per conto loro ancora l piegato sul compact disc, sbuffo della nube bianca sulla maglietta del Blaze, in faccia a Ges morto crocefisso che mi guarda stupefatto [] il Blaze lecca la faccia a Ges morto, sbavando sulla maglia [] ho paura [] trascino Sofia lungo il parcheggio, zampetta per starmi dietro, le stringo forte la mano, nellaltra stringo le chiavi dellAudi del padre del Blaze. Penso alla sua fica, al

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sapore che potrebbe avere. Non penso a niente. Apro la porta, Sofia si stende con le gambe fuori, sfila una caviglia dalle mutandine calate e spalanca le cosce. La sua fica non ha sapore. La sua fica non niente. E scoparla niente. Lei niente e io non sono. Si alza, le cosce insudiciate, la sua fica insudicia il sedile. La sua fica adesso ha il mio niente. Mi pulisco con la sua bocca e nelle sue pupille esplose vedo riflessa linsegna dellEsselunga e il filare di lampioni e dietro il buio, la voragine, niente. Qualcuno passa, non dice niente. Passando tace. Non c niente da dire. [] mi giro a guardare il Blaze e quando lo guardo mi sembra che sta messo male, messo peggio di Ges, stecchito, mummificato da millenni, un cadavere vero, straziato. Qualcuno, da qualche parte, ha riservato del dolore anche per lui. Ci metto un casino a tirarmi in piedi ed come se dovessi imparare di nuovo a camminare, faccio due passi a respirare laria fresca e a schiarirmi le idee, mi si ricollegano gli occhi, la lacrimazione gli infonde nuova linfa, sbatto pi volte le palpebre per irrorare i bulbi oculari, sento i capillari riattivarsi e riprendere a pompare sangue. Guardo lorologio. Guardo le scale di casa. Vedo la serratura, lascensore, le scarpe da togliere, sfracellarmi sul letto. Questa la luce disinfettata dellascensore, mi guardo nello specchio mentre i piani scorrono sulla mia schiena. Una vertebra ad ogni sobbalzo. Faccio fatica a focalizzare, non vedo niente. Il burro e il miele di Sofia sono stati insudiciati. Sofia non pi da tenere stretta come una foto nel portafogli. Niente campioncini di profumo domani. Domani niente. Non pi sapere se il numero

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che mi ha dato vero o falso. Niente il numero da lei composto inesistente. Adesso nessun telefono che squilla, squilla e squilla. Adesso nessuno che chiama e chiama e chiama ancora e ancora. Adesso solo le cosce insudiciate di Sofia e le labbra sporche, col dorso della mano, Sofia se le pulisce. Sfracellarmi sul letto, inghiottito dal mio niente [e Sofia una notte di parecchi mesi pi tardi, a mollo in una pozzanghera melmosa, lho chiamata. guardavo ebete i tergicristalli che spazzavano una pioggia lattescente ma che niente potevano contro il pesante appannarsi del mio fiato. il cellulare ha squillato e lei ha detto due volte pronto?, la seconda lievemente preoccupata. e poi io ho riattaccato.]

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Jacopo Cirillo La storia aumentata del Passaggio a Nord Ovest

La storia della scoperta del Passaggio a Nord Ovest mediamente interessante, ma poi neanche tanto. Diciamocelo: ha delle potenzialit, ma i passaggi sono un po deboli, non ci sono picchi narrativi particolarmente rilevanti e i vari esploratori che hanno provato a farsi largo tra i ghiacci raccontano avventure perfettamente nella media, magari anche un po al di sotto. Lunico modo per farsela piacere gonfiare i fatti, raccontarla in maniera iperbolica e integrare la verit con una verit aumentata un po come quei codici nelle pubblicit che se fai la foto con il cellulare puoi vedere il video esclusivo. Ecco, questa la storia aumentata della scoperta del Passaggio a Nord Ovest. Il Passaggio a Nord Ovest, che gli spagnoli insistono a chiamare Stretto di Anin per un loro vezzo linguistico, una rotta che va dallOceano Atlantico allOceano Pacifico attraversando larcipelago artico del Canada. Dal 1500 ad oggi tutti gli stati del mondo, anche la Svizzera, il Lichtenstein e gli altri fortunelli che non sono bagnati dal mare da nessun lato, si sono accapigliati per tracciare il passaggio, segnarlo su una mappa e, alla fine, crearselo spaccando il ghiaccio. Sfruttando lincredibile

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scorciatoia, infatti, le navi risparmierebbero oltre 4000 km sulle rotte dallEuropa allestremo oriente e non dovrebbero passare dal canale di Panam. Ma alla fine non tanto il tempo o la distanza: il fatto che i vecchi marinai di quasi tutte le navi commerciali chiamano il Canada Canad, con laccento, e tendono a confondersi con il Panam. Questa antipatica assonanza crea tanti di quei problemi che non raccontiamo neanche, tanto lo immaginate. Orbene, il Passaggio a Nord Ovest una sfida irresistibile per intrepidi e coraggiosi lupi di mare. Tra tutti quelli che ci hanno provato, William Baffin merita una menzione donore. William Baffin era un bambino nato e cresciuto nei sobborghi di Londra che passava le giornate con altri teppistelli a scippare le vecchiette e tirare manciate di sabbia negli occhi ai bobbies urlando: ahahaaa, non mi avrai mai, maledetto potere costituito! Dopo molti anni in riformatorio, vivendo avventure che ispirarono Charles Dickens per le prime stesure di Oliver Twist e David Copperfield, nel 1612 si invent la fasulla Societ per la Scoperta del Passaggio a Nord Ovest, pensando: magari qualcuno ci casca, se poi scrivo tutte le parole con la maiuscola faccio anche la figura di quello che ha studiato. Purtroppo per lui, il malcapitato non conosceva il detto scrivere corsivo non significa scrivere corretto (e immagino non lo conosca pi nessuno, ma questo solo perch lInghilterra vittoriana era molto gelosa dei propri detti popolari) e fu costretto dal capitano Robert Bylot

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a guidare la spedizione della nave Discovery attraverso lo stretto di Hudson. Com, come non , William Baffin scopr di avere un grande talento nellosservare gli istmi, immaginare passaggi dove non ci sono e calcolare quanto ghiaccio si spacca andando a una velocit media di 30 nodi. Con tutti i soldi che hanno speso i miei genitori per farmi studiare, pens, ho finalmente scoperto la mia vocazione. Fondare la Societ per la Scoperta del Passaggio a Nord Ovest stata la cosa pi intelligente che abbia mai fatto in tutta la vita. Non lavesse mai detto. Nel viaggio successivo super di 480 km il limite raggiunto dal suo predecessore John Davis, stabilendo un record che resistette 236 anni come il punto pi a nord mai toccato in quel mare (circa la lat. 77 45N). Forte della sua inaspettata carriera lampo, Baffin torn a Londra tutto tronfio, con un gilet nuovo e i pollici sotto le ascelle (provate a mettervi i pollici sotto le ascelle con i palmi delle mani rivolti verso laltro e capirete con che spocchia William tocc la terraferma) ma, per un caso talmente incredibile da essere riportato in tutti i libri di storia, la giuria che doveva convalidare le scoperte e conferire onore al merito dellesploratore era composta da due vecchie conoscenze di Baffin: lunico poliziotto cos poco reattivo da farsi effettivamente mettere fuori combattimento da una manciata di sabbia negli occhi e lunica pensionata talmente disattenta da farsi derubare

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da un moccioso con dei granelli di sabbia che gli uscivano dalle tasche (cfr. la turbolenta giovent del ragazzo). Che beffa. Le scoperte di Baffin vennero messe in dubbio fino al 1818, anno in cui il capitano Ross se ne prese tutto il merito pretendendo di essere un suo lontano bisnipote, mentre in realt era solo un mitomane, e il povero William mor per le ferite riportate durante una battaglia in una citt di cui non sapeva n pronunciare, n scrivere correttamente il nome: Qeshm. Ma dopo la Q ci va sempre la U, pensava, e qui c una E. Qe confusione! e in quel momento lo trafissero con una baionetta dicendogli: mo studiati questa, secchione. La corsa alla scoperta del Passaggio a Nord Ovest per non conosce rimorsi e, vista la conclamata incapacit del capitano Ross, fu Sir John Franklin a prendersi sulle spalle tutta la spedizione. Equipaggi due barche e part alla volta di quella che gli abitanti del luogo avevano bonariamente chiamato, per sfregio, baia di Baffin. Non lavesse mai fatto. I ghiacci gli si chiusero attorno, i vascelli intrappolati nel gelo invernale, scarsi razionamenti, poca acqua e aria di ammutinamento. Non sapendo bene che pesci pigliare, Sir Franklin decise di aspettare lestate e il conseguente disgelo e, per passare il tempo, inizi a mercanteggiare con gli indigeni per garantire cibo sufficiente a tutta la ciurma. Il capitano per era un gran taccagno e aveva i forzieri pieni solo di bigiotteria di scarsa qualit perch non si sa mai, hai visto come andata a quel Cristbal Coln che con qualche specchietto e una manciata di perline si preso Cuba e San Salvador.

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Per non saper n leggere n scrivere, Franklin accett una partita di cibo scaduto conservato in contenitori metallici in cambio di un paio di orecchini con la clip (cos non vi dovete fare il buco) e due specchi tascabili. Il metallo dei contenitori era piombo, i 143 membri della spedizione mangiarono per tutto linverno viveri scaduti e intossicati dal piombo e morirono di mal di pancia. Qualche anno fa alcuni esploratori, mentre ridevano a crepapelle davanti allinsegna Baia di Baffin, inciamparono su un oggetto contundente metallico che affiorava dal terreno e scoprirono il corpo di uno dei marinai perfettamente conservato nel ghiaccio vicino a un contenitore di piombo. Da qui ricostruirono fantasiosamente tutta questa storia. Solo nel 1906 il Passaggio a Nord Ovest fu davvero conquistato. Il merito del vostro futuro idolo Roald Amundsen. Roald Amundsen era uno spendaccione norvegese con manie religiose grazie a lui e alle sue stimmate autoinflitte che da allora gli scialacquatori vengono apostrofati mani bucate famoso per essere il bersaglio preferito dei creditori del villaggio. Roald era affetto da una strana cleptomania al contrario: non riusciva a non comprare qualsiasi cosa vedesse. Sua moglie aveva provato di tutto: tenerlo in casa, portarlo in supermercati poco forniti, impedirgli di maneggiare denaro, convincerlo a rubare, ma niente. Il suo ingegno era talmente fine che fu lui ad inventarsi i pagher, solo che allora non venivano scritti su una cambiale ma detti a voce, e la riscossione era pi difficoltosa.

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Un bel giorno il buon Amundsen, mentre la moglie dormiva, decise di fare una piacevole passeggiata. Non lavesse mai fatto. Girellando vicino al porto, gli capit sotto gli occhi un peschereccio per aringhe di 47 tonnellate. Oh-oh. In pochi giorni raccatt un equipaggio promettendogli denaro se la spedizione fosse andata a buon fine, compr la barca senza avere i soldi neanche per permettersi lancora e part di tutta fretta per sfuggire ai creditori imbufaliti che si erano un po stufati dei suoi pagher e pretendevano almeno che glieli mettesse per iscritto. In pochi mesi Roald riusc incredibilmente a raggiungere il Passaggio a Nord Ovest e superarlo, mand un telegramma a casa per raccontare limpresa e decise, saggiamente, di rimanere al di l dellOceano, cos, per sicurezza. Nel 1944, poi, una spedizione canadese riusc a completare la traversata in una sola stagione ma nel 2002 che bisogna ringraziare il vero eroe, colui che ha finalmente permesso di utilizzare il Passaggio a Nord Ovest per fini commerciali: il riscaldamento globale. Grazie al riscaldamento globale, infatti, il ghiaccio si ridotto di circa trenta milioni di chilometri quadrati e ormai dal Passaggio a Nord Ovest ci passi anche in gommone. E pensate, il riscaldamento globale, non pago, ha aperto anche il Passaggio a Nord Est, ed era da secoli che nessuno ci riusciva. Ma questa unaltra storia.

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Chiara Reali Le pendu

Ho risposto al telefono. Ho annuito mentre la voce allaltro capo del filo diceva, Albergo a cinque stelle, turisti inglesi, due bambini, ti aspetto tra unora. Ho appeso e laria era densa, ogni gesto mi costava fatica, ogni gesto lo osservavo con occhi da mosca e lo vedevo scomposto in migliaia di azioni e il movimento non riusciva a partire, frenato dallincedere di tutti i sessanta minuti che zoppicando girano intorno alle sessanta tacche dorate dellorologio. Rispondo al telefono una prima volta e la voce che non conosco dice mia madre, il suo nome; io: No, sono Giada; allaltro capo, silenzio, neanche un respiro, solo gatti che miagolano o un bambino che piange. Di nuovo il nome di mia madre seguito da un punto di domanda. Io, ancora: No, sono Giada. La voce si limita a dire: morto. Ci pensi tu a dirlo alla mamma? Se vuoi te la passo. Ok. Ho salito le scale di corsa, ho aperto larmadio e frugato i vestiti: qualcosa di comodo, qualcosa di elegante, qualco-

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sa di comodo e di elegante, un abbigliamento adeguato, non sfigurare, non dare nellocchio, essere libera nei movimenti. Sono arrivata allappuntamento con qualche minuto di anticipo. Mi sono fermata allangolo della strada e ho deciso di fumare una sigaretta guardando lattesa lampeggiare sul display del telefono. Quando si accende una sigaretta il tempo che manca a volte dura un po meno, in stazione o alla fermata del tram, per esempio, al ristorante quando ancora si poteva fumare. Il tempo digitale scorre a scatti, non ha vie di mezzo, nessuna approssimazione; privilegia la precisione della misura alla sua rappresentazione, alla lancetta che stenta oscillando, al suo movimento continuo. La natura del tempo mi sfugge tempo digitalizzato perdo la concezione di infinito seguendo gli ottantaseimila e quattrocento momenti in cui divisa la mia giornata. Infinito precario, infinito a tempo determinato, sono troppo giovane, sono troppo vecchia, sono troppo qualificata, sono troppo inesperta, fidanzata o sposata? Ha intenzione di avere dei figli? Automunita? Dinamica? Crede nella nostra mission? Guarda al futuro? Guardo al passato, lo annuso. Lodore della casa, ricordo lodore della casa. Scendo le scale e porgo il telefono a mia madre che dice,

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Ero stata da lui domenica. Nina, cuma st el to p?, mi aveva chiesto, e io non capivo se era lucido o meno, dice. Non capivo, non sapevo pi cosa dire E poi cosa hai fatto? Sta bene, gli ho detto. Mio nonno morto in un lago di sangue sulla moquette di un negozio di scarpe. La donna arrivata a piccoli passi veloci e stretti come la gonna che stava indossando, con un cenno mi ha salutata, mi ha allungato un pacco avvolto nel cellophane. Buon lavoro, mi ha detto, io ho ringraziato e tenendo il pacco in equilibrio sugli avambracci ho cercato di imitarle il sarcasmo ed stato pi facile di quanto pensassi, bastato pensare al curriculum che ho presentato: maturit classica, laurea, ottima conoscenza dellinglese scritto e parlato, conoscenze informatiche, disposta a viaggiare, disposta a tutto. Ho affondato le unghie nellinvolucro di plastica: Alla prossima volta. Me ne sono andata. Mi sono accesa ancora una sigaretta. La cantina di funghi e castagne seccate al sole, i fucili e il cane e i fagiani e i pallini di piombo e il sorriso di soli due denti, ricordo. Mia madre mi dice, Quando andavo a trovarlo mi stupivo sempre di quanto si somigliassero: da giovani no, non cos tanto, ma poi e lo guardavo e pensavo, Adesso mio padre sarebbe cos.

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Te lo ricordi, il nonno? Me lo ricordo. Ricordo quando uscivamo col cane. Ricordo la sedia sulla quale sedeva. Mio nonno morto in un lago di sangue sulla moquette di un negozio di scarpe. Mi manca non dice, lo agisce. Io resto, ascolto, aspetto. Lei mi ripete, Ero stata da lui domenica scorsa, Nina, cuma st el to p? Prende il telefono e chiama mio padre, mia zia, mia sorella, ripete le stesse le stesse le stesse parole, poi esce. Sedevo in braccio a mia madre, la ascoltavo raccontarmi della sua infanzia, socchiudevo gli occhi per rivederla bambina correre in mezzo alle foglie affilate del granoturco. Ma tu che lavoro fai, le chiedevo, Adesso che hai smesso di lavorare? E lei rispondeva, La casalinga, si lamentava: Non ci sono vacanze, non vengo pagata, i miei sforzi non sono riconosciuti, e io non capivo, cambiavo argomento. Mi dici di nuovo di quella volta che la mucca scappata? Chiedevo, e lei ricominciava, mi sembrava di sentire la corda ruvida tra le mani, lodore di fieno e di sterco, mi sembrava possibile che fosse stata bambina, avremmo potuto essere amiche, anchio avrei potuto avere una mucca e portarla al guinzaglio. Ho risposto al telefono. Mia madre. Vai a prendere il pane. S.

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Com andata? Bene. A che ora torni? Non lo so, mamma. Ci vediamo domani. Domani lavoro. A presto. Ciao. Le mani di solchi di terra, il calendario di Frate Indovino, le caramelle alle erbe, le sedie impagliate, il telefono appeso al muro e la Madonna trasparente di acqua santa, le mani della moglie affondate nelle tasche del grembiule, brava tusa, il maglione dei giorni di festa che mi pizzica il collo, ricordo. Resto in piedi, il movimento congelato. Cosa devo dire? Cosa devo fare? Cosa devo provare? Era lultima delle radici su quelle colline che ho imparato ad amare. Gli ho parlato di te, mi dice, Gli ho detto che vuoi andare a vivere l, tornare. La mia collina tutta nelle ombre che ancora si muovono vicino al pollaio e al lavatoio, accanto alla ruota ad acqua e gi, nella piazza. La mia collina tutta nel cortile che non ha muri, steccati, recinti, solo un cancello con il chiavistello, Chiudi bene oppure entra il vento. Un muro c, ma si scavalca o ci si siede a mangiare luva americana e le bucce si possono pure sputare nellorto, concime. Un lato delimitato dal fiume, si salta in un passo e se ti

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tiri su i pantaloni, ti levi le scarpe, puoi camminarlo fino alla strada che dove la collina finisce. Esce, la porta chiude fuori mia madre, io resto. Non parliamo mai della morte ma ho sempre capito: una cosa di cui si deve avere paura. Un giorno ha deciso che era rimasta a casa abbastanza, andata allufficio di collocamento e ha detto, Voglio un lavoro. Gli impiegati si sono messi a ridere, a dire, Alla sua et! Ma alla fine ha trovato un posto e un altro prima di questo, serve ai tavoli e si lamenta: non ci sono vacanze, non mi pagano abbastanza, i miei sforzi non sono riconosciuti. Ho appoggiato il pacchetto incellofanato sul sedile, lato passeggero, insieme alla borsa e alla giacca e al tuttocitt. Il giorno del mio ottavo compleanno ho accompagnato mia madre a dare lesame di licenza media. Mentre passavamo su questo ponte, sul ponte che sto attraversando adesso, a ventiquattro anni, con una mano sul volante e una sulla plastica del pacco, mentre passavamo su questo ponte mi raccontava di quando era scappata di casa e si era nascosta nella cuccia del cane. Viveva con la mia bisnonna, che per me una fotografia in bianco e nero incorniciata dargento, e io guardavo fuori dal finestrino. Mi dici di nuovo di quella volta che la mucca scappata? Dopo.

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Allora lho aspettata in macchina, ho disegnato una mucca sul vetro appannato. Rispondo al telefono per la seconda volta e una voce che conosco dice il nome di mia madre. Io: No, sono Giada, C la mamma? dice la voce una voce che non mi piace e non mi mai piaciuta. No, uscita. Forse dovrei, penso; dico: Te lo ricordi? morto. Silenzio. Inizio a parlare con questa voce che conosco che appartiene a una persona che non conosco, con la quale non ho mai parlato. Mia madre ha passato lesame. Ti ricordi la gerla cos? Mi chiede, e io annuisco, io non capisco, La mucca, dov? Allora, ha iniziato, come a dire, Cera una volta, ogni mattina la tua bisnonna la riempiva e scendeva in citt, a piedi, per vendere le uova e la verdura e la frutta, ogni mattina partiva alle quattro. Poi, un giorno era una domenica e lei aveva il grembiule sopra il vestito buono e versava il vino agli uomini che giocavano a carte sotto il pergolato un giorno le dicono, c un lavoro in unaltra citt, un lavoro migliore, ma una citt lontana, non si pu andare a piedi. Ti presto la bicicletta, dice qualcuno, ma lei non era mica capace di andare in bicicletta. Ha imparato l dove hai imparato tu, nel cortile; ogni

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mattina scendeva in citt, a piedi, per vendere le uova e la verdura e la frutta e poi la sera saliva sulla bicicletta, imparava a pedalare e curvare e frenare e il tuo bisnonno la reggeva dai fianchi. La voce che non mi piace tace. Io vomito parole e ogni volta che la conversazione sta per spegnersi faccio domande per tenerla accesa, per non stare sola, per sentire una voce, anche la voce che non mi piace va bene. Mi reggo in equilibrio su un piede, poi su quellaltro, disegno spirali nere su un foglio e parlo e parlo. Ti faccio richiamare appena S. Le devo dire qualcosa? No. Non smettere di parlare, non smettere di riempire il silenzio. Mi sono fermata a lato della strada, ho pigiato il bottone che fa lampeggiare le quattro frecce. Devo girare a destra, poi fino alla rotonda, poi ci sono i cartelli, ha detto la donna, noi le conferiamo la laurea di dottore in psicologia; ho girato a destra, poi fino alla rotonda, ho seguito i cartelli, ho parcheggiato. Stanza centodieci, ho chiesto, primo piano. Il pacchetto lho messo dentro la borsa, centouno, centodue, mi sono fermata, lho aperto, mi sono infilata il grembiule a strisce bianche e verdi, mi sono appuntata sul seno la targhetta di riconoscimento, ho bussato. Buona serata, ho salutato la coppia di turisti e ho salu-

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tato i bambini, Fate i bravi con la baby sitter, e quando si chiusa la porta sapevo gi cosa fare: ho raccontato di quella volta che la mucca scappata. Il funerale dopodomani, dice mia madre. Io, seduta in poltrona, mi dondolo sui talloni, mi concentro sullo spazio bianco che c tra le righe. Penso: mio nonno morto in un lago di sangue sulla moquette di un negozio di scarpe. Mi venuta in mente una cosa, mi dice, sorride: il sorriso lo sento prima, poi lo vedo quando alzo la testa dal libro e dico, Che cosa? La storia della spusn, mi risponde, Te lho gi raccontata? Non mi ricordo, mi sembra di no, le rispondo; apro il quaderno e prendo la penna: Racconta, la invito. Si siede in fondo al letto e socchiude gli occhi e poi dice: La chiamavano spusn perch era vuncia, vuncissima. Io non capisco e chiedo, Perch? Mi spiega, Ma s, come un nomignolo allincontrario, come il catlich che era cos comunista che gli hanno fatto i funerali civili per via del diritto canonico, cos la spusn era lopposto di quello che dice il suo nome. Mi spiega dove abitava, la spusn, due stanze, con il marito e i tre figli magri come dei cani; avevano sempre fame e mai niente da mangiare, dice, Poveri cristi, lui lavorava e lavorava ma non avevano niente. Poi si ferma, controlla. Stai scrivendo? Ci scrivi un libro sulla collina? Io rido e rispondo, mi piacerebbe, disegno la casa e la vite e il sentiero che scende alla roggia, la spusn sulla soglia vestita di nero, le ombre diagonali che dividono il foglio a met.

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Quando scese scricchiolando il ballatoio di legno aveva il pigiama verde che le avevano regalato a Natale e ne reggeva in vita i pantaloni un po troppo larghi, per la crescita , lei dalla cucina cont i suoi passi, imbracci la pagnotta nera per questo odorava sempre di farina e la gratt col coltello in scaglie tutte uguali che, ammollate nel latte, facevano la colazione. Stropicciando gli occhi la bambina si sedette e afferr la tazza con entrambe le mani; se fai silenzio tra poco si sente la corriera che si arrampica lungo i tornanti, senti? Pul, pul, risero insieme, poi la bambina si fece seria. Ho fatto un sogno bellissimo, disse. Indossavo un vestito verde e nei capelli avevo nastri azzurri. Lei scosse la testa e, Impossibile, disse: i sogni sono bianchi e neri soltanto, a volte grigi o di seppia come le facce arrabbiate dei morti al cimitero, ma la bambina insistendo, I miei sono a colori, il nero nero e il bianco bianco, ma i ranuncoli, gialli, la strada di piccole pietre rosse e aguzze. Non ci credo, disse lei. Li colori al risveglio, ma la notte non c luce abbastanza. Non gli dava da mangiare, dice, ai figli, e nemmeno al marito, ma sempre si sentiva quel rumore: siamo a tavola adesso, con la matita mi sono raccolta i capelli, prende la forchetta e la sbatte nel piatto, tin, tin, tin. Come si pu scrivere questo rumore? Penso ad alta voce. Non lo so, risponde. Mi sciolgo la crocchia e appunto, forchetta, piatto. Cosera? Le chiedo.

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Lei mi ferma con la mano aperta come per dire, con calma, pazienta, come a dirigere il traffico dei suoi pensieri e dei miei. Adesso ti spiego. Mia nonna tendeva lorecchio e ascoltava, tin, tin, tin, dietro ai muri spessi. Diceva, La spusn deve aver preso la Singer da cucire indica la sala , come la nostra quando ero piccola mi sedevo per terra e schiacciavo il pedale coi pugni per fare girare la ruota e invece, mi dice, salta fuori che era lei che si preparava la rusulada, luovo fresco sbattuto con lo zucchero, e se la mangiava golosa schioccando la lingua mentre i tre figli e il marito morivano di fame. La bambina mise il broncio, ma lei disse: Scendiamo al mercato, marted, prendiamo la corriera, pul, pul, e finse di guidare. Se c il sole ci mettiamo sul lago e salutiamo la mamma dallaltra parte. Vai a vestirti, brava. La bambina corse via. Andiamo, andiamo, grid; grid, Mercato! E alla fermata lei le strinse la mano perch non saltasse in mezzo alla strada, eccitata comera. La senti che arriva? Fai sentire come fa la corriera, e la bambina: Pul, pul, e ridevano tutti. Lei si disse che forse era vero che i sogni, negli anni Cinquanta, erano gialli e rossi e degli altri colori; in fondo, tra tutte le donne, solo loro, canute, vestivano ancora di nero, le altre adesso avevano gonne e camicie sgargianti, non solo la Piera che i giovanotti le stavano dietro e la pizzicavano quando si chinava sul bancone

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del bar, e lei rideva buttando indietro la testa e i riccioli biondi, ma anche le altre, quelle per bene pul, pul, la corriera arrivata. Raccontando si perde. I ricordi si richiamano luno con laltro e io mi confondo, le chiedo: Per favore, una storia alla volta. Lei aggrotta la fronte e mi dice, Se non te le dico in questo modo, in questo momento, finisce che poi le dimentico tutte, e quando non ci sar pi chi ci sar a raccontarle, ste storie, che fine far la casa di ieri che c sotto alla casa di oggi mica era cos, una volta, una volta era diversa, cera il legno e luva di Santa Teresa che la coglievi e la mangiavi sporgendoti dalla finestra che fine faranno la stalla e la tampa e il mattone nel letto, per riscaldarlo, la mia infanzia e il mio passato che il tuo? Mia nonna le ha raccontate a mia madre, mia madre le ha raccontate a me e io a te le racconto. Va bene. Tu non avrai figli, dice, sospira: a qualcuno le devi raccontare lo stesso. Sita e sculta! Mi dice, Un giorno la spusn va alla roggia a sciacquare i panni. Li strofina sui sassi piatti finch, allimprovviso, non sente un rumore come di un frutto che cade, proviene dal casolare. Apre la porta che cigola e vede la sedia per terra, il marito appeso alla trave. Inizia a gridare e si aggrappa, grassa di zucchero e uova, alle ginocchia magre di lui, e cade, sempre aggrappata, e poi si rialza e grida e gli prende i piedi e tira e tira e tira.

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La trovano cos, i vicini, che per salvarlo lo uccide, e c chi la consola e c chi ride di lei, nessuno le dice la verit te la sto dicendo io adesso, a me lha detta la nonna, ma lei, la spusn, non lha mai saputa. Sulla corriera, tornando dal mercato, la bambina appiccicata al finestrino salutava i passanti. La prese per mano, scendendo, e si incamminarono per la strada rossa di sassi aguzzi, pul, pul, una curva, un tornante, in fondo al quale videro uomini vestiti di nero. Intorno allalbero in mezzo al cortile qualcuno aveva disteso dei teli, una donna reggeva la spusn che gridava il nome del figlio; come unombra cinese, lappeso ondeggiava ed era un principe o un pupo o un salame, era insieme tutte le cose e nessuna. Lei strinse la bambina al grembo, sulla gonna ampia e nera, perch non vedesse: le chiese, dimmi ancora del sogno, la ascolt elencarne i colori. Mio nonno morto in un lago di sangue sulla moquette di un negozio di scarpe mentre in palestra correvo stringendomi il seno che stava spuntando. Mia madre fuori dal vetro che piange e non riesce a chiamarmi e io corro, continuo a correre in tondo. Mio padre che parla con lei un linguaggio segreto e poi dice, tranquilla, il nonno sta male ma in ospedale, lo stanno curando mia madre che piange pi forte. Mio nonno che non torna pi a casa, neanchio torno a casa, resto a dormire a casa di amici. Nessuno mi ha detto, malato, nessuno mi ha detto che morto, mio nonno

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partito e forse un giorno lo incontro in collina e gli chiedo, Ma allora? Perch sei scappato? Lui, piegato nellorto che ci sente arrivare e si alza e sorride il sorriso a due denti soltanto, ricordo.

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Alfio Gnitron Fidarsi

Il sabato pomeriggio nellarea del centro polifunzionale Le Vele sistemato nella prima cintura di Cagliari, nei territori di Quartu SantElena e Quartucciu, le mamme spingono carrozzine, i pap carrelli pienissimi, i ragazzini mangiano gelati al pistacchio e quando hanno finito si rincorrono in galleria, quelli pi grandi si baciano davanti alle vetrine dei negozi, poi ci sono i giochi coi gettoni per i pi piccoli, esposizioni di quadri e ceramiche e legno lavorato a mano, a volte concerti e presentazioni di libri, balli di gruppo, spettacoli, tornei di Risiko e corsi di cucito. Da Roma hanno fatto sapere che doveva sorgere un ipermercato + centro commerciale + multisala cinematografica. E questo centro polifunzionale doveva sorgere alle porte di Cagliari, nei comuni di Q e Q. A Cagliari no, ce ne sono gi due ha detto Flori. Pensate a tutto voi? S. Da Roma vogliono solo un pezzo di terra. Anche il nostro partito ha detto pensate a tutto voi. Anche il nostro. Francesi e americani? Anche italiani. Perfino sardi. A noi non interessa chi costruisce.

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Ho il nome per il progetto. Manca il piano del traffico. I parcheggi sono pochi. Pensate a chi dare in gestione i negozi. La direzione dei repubblicani. Esistono ancora? Il lavoro sebbene in forma impiegatizia lha deciso la terra: gli occupati di Q e Q sono stati scelti in base alla porzione di terreno concesso dai due comuni per la costruzione del centro polifunzionale Le Vele, chiamato cos perch davanti allingresso principale ci sono tre vele di dieci metri quadrati luna, che si incrociano e puntano verso il cielo, tenute su da tubi innocenti di quelli che quando tira vento si muovono appena; mentre le vele secondo Fulco soffiano solo quando c vento, e si sentono. Da qui, invece, potete vedere il mare, seduti su questi tavolini si vede lo stagno, viale Poetto e poi il mare. Una bufera, un vento mai visto che si porta via tutto quanto trascinando vele e tubi fino allo stagno, o addirittura fino al mare, attraversando la strada e la spiaggia che separano lo stagno dal mare. Il mare, se ti prendi un caff nel bar del centro polifunzionale, il mare lo puoi anche vedere, e se c vento vedi pure la schiuma che fanno le onde e sulle vetrate del bar si depositano delle minuscole goccioline che se ti avvicini sembrano cristalli di sale. Nella rotonda hanno ricavato un parcheggio perch quelli del centro polifunzionale non bastano mai:

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Quanto deve stare? Credo un paio dore. Facciamo due ore? Facciamo due ore risponde Fulco. La metta dentro, la ricevuta, nel cruscotto. Non si sa mai. Fulco la mette dentro, nel cruscotto. Non si sa mai. Esce dalla rotonda-parcheggio del centro polifunzionale e dove non c il marciapiedi costretto fra le macchine in fila col motore acceso: non si capisce dove sia la coda della fila n la testa, parcheggi liberi ce ne sono dentro la rotonda, e anche fuori, per esempio questo un parcheggio, e pure questo; Fulco non capisce, li guarda uno per uno incazzati come sono quando aprono lo sportello e in piedi vsano davanti, macchine su macchine una dietro laltra, che curvano oltre la multisala cinematografica e pare proseguano fino allingresso dellipermercato del centro polifunzionale. Fulco diretto l, allipermercato, deve fare un esperimento. Le luci dei parcheggi del centro polifunzionale Le Vele sono essenziali, il tanto che basta per aprire la portiera della macchina, scendere o salire. Se invece ti giri verso il complesso commerciale che ospita senza soluzione sia la galleria dei negozi che la multisala che lipermercato, tutta unesplosione di colori e suoni. Ormai la giornata si scurita, ma da questa parte no: dalla parte del commercio, se ti giri e ti fermi, ancora giorno. Fulco per non si ferma, ha soltanto due ore per lesperimento, poi scade il parcheggio. Non gli serve nessun carrello, la porta girevole accompagna il suo ingresso e

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dentro sono rumori di voci, canzoni, scontrini, carte di credito che sfregano, annunci di sconti e promozioni imperdibili, sirene, buste che si riempiono, carrelli che sbattono, pattinatrici vestite di rosso con gonne troppo corte e mariti che le seguono solo con gli occhi, le gonne, e col carrello della spesa manca poco che buttano gi lenorme albero di Natale sistemato allingresso, pieno zeppo di palline, che quando rimbalzano fanno sempre lo stesso rumore, da quando Fulco era piccolo e ci giocava a tirarle sul muro le palline dellalbero di Natale, e sua madre sincazzava: Fulco, la vuoi finire? gridava. E lui cercava di fare pi piano, di lanciarle piano sul muro, ma il rumore era sempre quello, sempre lo stesso e la madre lo sentiva e si alzava dal letto e gli prendeva le palline e accompagnava Fulco in camera tirandoselo per un braccio: Stai fermo, guarda la televisione o mettiti a fare i compiti, purch stai fermo. Ma io mi sto annoiando rispondeva Fulco. Ecco diceva lei, annoiati in silenzio. La madre di Fulco, da quando Mariolino morto cerca di nascondere la sua preoccupazione pi grande, quella di essere sbattuta fuori dalla sua casa da un giorno allaltro. vero, quella casa sua, lha riscattata con i soldi che le hanno dato quando morto il marito, ma a quanto pare, le ha detto Mariolino prima di iniziare lo sciopero della fame e morirci nel giro di una settimana, a quanto pare gliela possono togliere per pubbli-

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ca utilit. E lei non lo capisce cosa sia pubblica utilit, non si capacita che possa esistere una pubblica utilit maggiore della casa: Garantire una casa pubblica utilit, non un centro polifunzionale ha detto la mamma di Fulco alla radio. Non mi dica che non c mai entrata? Mai entrata. I piatti e la grancassa, una volta percossi, vibrano per poco. Questa Ionisation di Edgar Varse. Fulco, al contrario della madre che la spesa la fa ogni giorno nelle botteghe vicino casa sua, compra il pane, un po di verdura, a volte la carne, il venerd un pesce azzurro da fare bollito, Fulco la spesa la fa qua, nellipermercato del centro polifunzionale Le Vele, e compra tutto in offerta: una volta ha comprato cinque pacchi grandi di caff che contenevano quattro confezioni da 200 grammi, e lultimo pacco lha dovuto buttare perch nel frattempo dopo quasi un anno era scaduto. Non beve molto caff; se ne bevesse di pi, non molto ma poco di pi, non sarebbe scaduto. Si detto questo, Fulco, mentre lasciava cadere lultimo pacco di caff nel sacco dellimmondizia: Se bevessi pi caff, non molto ma poco di pi... Se bevessi pi caff, Fulco se l ripetuto fino a trovare dentro quelle parole un tono di rimprovero quasi piacevole. Ma il caff, con lesperimento, non centra nulla. Per il suo esperimento Fulco ha scelto il dentifricio. Cammina fra gli scaffali e vede carrelli pienis-

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simi e sente un vociare costante che non ha un nome infatti, se ci fai caso, parlano in pochi mentre fanno la spesa e lo fanno a bassa voce. Fulco prende un tubetto di dentifricio per ogni marca, alla cassa ne conta undici e per la cassiera sembra una cosa normale; passa lultimo tubetto, totale, trentasette euro e dodici centesimi, la cassiera si raccoglie i capelli tenendo la forcina in bocca, gli occhiali sono sporchi, lo smalto sulle unghie smangiato; Fulco le d due banconote da venti, si apre la cassa, esce lo scontrino, lei appoggia lo scontrino e il resto e inizia ad afferrare le robe del cliente successivo. Con la sua busta di dentifrici, Fulco si sistema poco fuori le porte scorrevoli, vicino ai carrelli che le donne tirano fuori dalle guide e lasciano alluomo il compito di spingerli per tutto il centro polifunzionale. Mi fermo qui pensa Fulco. Mi piace. Mi fermo qui e aspetto di regalare la prima confezione di dentifricio: guardi signora dir che io sono un gran consumatore di dentifricio. Sa quante volte mi lavo i denti in un giorno? Conosco tutti i segreti. Lei sa cos un dentifricio? Di cosa fatto Signora: di cosa fatto un dentifricio? Ci mettiamo questa cosa nei denti, ogni giorno, chi pi chi meno, senza nemmeno chiederci cosa ci sia dentro. Ci fidiamo: appena svegli, dopo pranzo, dopo cena, prima di uscire: strizziamo il tubetto sulle setole dello spazzolino e via di igiene orale. Io lo so cosa mettono dentro il dentifricio commerciale per pizzicare la lingua a quel modo, e anche per questo non lo uso pi; da unazienda siciliana mi faccio spedire un

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prodotto che ha la stessa forma del dentifricio ma dentro, il sapore, unaltra cosa. Molto pi schifoso, per. Salve signora, posso regalarle una confezione di dentifricio? No grazie. Non lo usa? Non risponde, stringe il carrello e si tiene la borsetta con laltra mano e punta dritta le porte scorrevoli; sola, non ha un uomo accanto, forse ha avuto paura; forse, dovrei essere meno invadente si dice Fulco e strillare di meno, magari chiedere scusa invece di salutare: scusi signora e non salve signora, scusi se la disturbo signora, comprer un dentifricio, oggi? glielo regalo. Scusi signore. No grazie, non mi serve niente. ... Grazie lo stesso. Prego. Lo vedono assieme scrivere su di un taccuino davanti allingresso dellipermercato, lo vedono assieme e poi devono dirselo complici con gli occhi, quasi vicini; lo spingono assieme il carrello e quando Fulco alza la testa dai dati dellesperimento si guardano di nuovo, lei, lui e Fulco, che senza parlare porge la scatola di dentifricio in direzione dei due: lei, lui, la scatola di dentifricio sulla mano di Fulco, e infine Fulco che sorride quando la mano di lei si allunga, prende la scatola e la butta dentro il carrello vuoto; la scatola, quando

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sbatte sullacciaio del carrello, fa un rumore piacevole, di cartone. Non si accorge Fulco che lui lo guarda, scarrella dieci metri e lo guarda, fino alle porte girevoli dellingresso. Fulco annota sul taccuino:
il dono minuti

| senza parole.

dentifricio

uno

su

tre

dopo

dieci

Raccoglie la busta e si dirige verso il cinema. Ha ancora unora di parcheggio. E potrebbe incontrarla, e raccontarle dellesperimento. O regalarle una scatola di dentifricio. [traduzione di Lautino Crippa]

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Jacopo Nacci In merito alla terapia

Allepoca la documentazione fotografica sul pianeta era gi abbondante, fioriva in concomitanza con la Nuova Sensibilit: su centinaia di posizioni dello spazio dialogico dedicate al movimento di recupero si pubblicavano immagini sia della superficie delloceano e del mondo sommerso, sia di oggetti dalle pi svariate fogge e funzioni, insieme a testi che ne ricostruivano la storia, spesso in un modo che appariva fin troppo evocativo e fantasioso anche a chi non avesse argomenti e conoscenze da opporre. Tuttavia, malgrado la mole di illustrazioni, quando entrammo nellatmosfera mi resi conto che sin da bambino avevo immaginato un unico oceano indiviso e nessuna fotografia aveva mai realmente modificato la mia fantasia: era come se le fotografie ritraessero un altro luogo, unaltra cosa. Invece, una volta penetrati nel rosa profondo dellalba, scorgemmo le montagne arse dal sole spiccare nellaria e fummo in grado di vedere anche i fondali pi prossimi alla superficie, i continenti di quel mondo, solo pi velati dazzurro dei nostri: aree verdi scuro e marroni, o grigie, ricoperte dalla sottile lastra dellacqua. Scendemmo ancora, e quello che fino a un istante prima era stato il contorno del pianeta divenne il nostro orizzonte.

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Ero curioso. Ravioli no, e non era contento. Nemmeno lui era mai stato l, ma durante il viaggio mi aveva confessato che al solo pensarci gli era sempre venuta una stretta allo stomaco. Notai che ero il solo a tenere i piedi sullobl principale: Ravioli si muoveva ai bordi, un rivolo di sudore gli colava sul volto pallido e contratto, guardava di sbieco la superficie marina coperta da grandi aree di nuvole rosa, a migliaia di sovrastature sotto di noi. Non erano tempi buoni, del resto oggi non che siano migliorati, e ci si adattava a fare un po di tutto. Raramente fare tutto piacevole. Per noi era la prima commissione, ma la Nuova Sensibilit era in crescita costante, era ormai chiaro che sarebbe diventata un affare vantaggioso. Ravioli se la cavava con i programmi di cartografia ed era uno studioso preparato, pensavo che una volta imparato come si faceva avremmo potuto licenziarci dallagenzia e metterci in proprio, anche se lui nei giorni precedenti e durante il viaggio non aveva fatto altro che dirmi che, per quel che lo riguardava, avrebbe intascato i soldi e lavrebbe chiusa l; ma io pensavo a quei ricchi professionisti che riempivano i loro giardini imperiali di vestigia, facevano ricerche di scientificit improbabile sullorigine dei loro cognomi, sborsavano per il recupero dei reperti: me li immaginavo sedere sulle poltrone dei loro salotti come sovrani sul trono, circondati da sculture ossidate dallacqua marina, protocomputer ricoperti da colonie di conchiglie e scheletri di mobilia preneostorica, e non riuscivo a non vederli come cancelli spalancati su immense riserve di denaro.

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Quanto a ci che si raccontava sugli squali e sulle loro facolt ipnotiche, certo, non era rassicurante. Persino le loro dimensioni, che i pi dicevano ridotte, meno che umane, contribuivano a generare un senso di anomalia. Per erano stati incontrati solo da una ventina di esploratori, e i recuperatori che si erano imbattuti in uno squalo si contavano sulle dita di una mano. Nessuno ne aveva mai catturato n fotografato uno, e chi ne parlava sembrava talmente sballato che i pi suggerivano di non dar credito alla storia. Talmente sballato, pensai guardando Ravioli che fissava lobl, da provare con il suo stesso comportamento che qualcosa doveva aver necessariamente veduto. Questo non glielo dissi, a Ravioli. N scacciai il pensiero, perch nello spazio i compagni ti servono freddi e le leggende ti fanno sopravvivere. Secondo le coordinate eravamo prossimi allobiettivo. Individuammo la penisola, la spina gialla della catena montuosa si ergeva sulla superficie del mare per migliaia di stature. Riuscivamo a distinguere il confine tra i segni della civilt e quelle che dovevano essere state le spiagge: potevo vedere le sabbie marroni trasformarsi gradualmente in regolari canali grigi ed edifici sommersi. Allora cominciammo a percorrere la lunga riviera dal basso in alto. Il sole era sorto quasi del tutto, entro poco tempo avremmo visto ogni cosa pi chiaramente. Le coordinate indicavano che il reperto era a circa quaranta stature da noi. La navetta rallent, cal di quota fino a una decina di stature dalla superficie e si ferm nellaria. Mi assicurai il cavo e la bombola, srotolai la

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scala di corda, afferrai il magnete e cominciai a scendere. Il faro del casco era acceso, ma una volta entrato in acqua mi resi conto che era vero ci che si diceva: la flora marina emetteva una luminescenza che tendeva finemente allazzurro e che, assieme al sole, conferiva allacqua una trasparenza e un nitore da giorno pieno. Mi spinsi sul fondo, mi guardai attorno: il disco giallo proiettato sul continuum mi infastidiva pi di quanto mi aiutasse, cos spensi il faro. Il territorio attorno al reperto era stato evidentemente un parco, o qualcosa del genere: dal fondale emergevano scheletri di pietra che somigliavano ancora a panchine. Mi avvicinai a uno di essi e sfiorai lo schienale: da sotto la struttura usc un banco di pesci trottola, che subito si dileguarono ruotando attorno allocchio laterale. In fondo alla fila di panchine, a una dozzina di stature, il reperto era circondato da una giungla di alghe lunghe e sottili che ondeggiavano verso lalto: sopra le punte si scorgeva solo una cunetta antracite, la sommit della sfera. Cominciai a penetrare la vegetazione. Quando il magnete inizi a trascinarmi verso il reperto avvertii listinto di portare la mano destra alla pistola, ma non ne ebbi nemmeno il tempo: laccelerazione mi fece piombare sulla grande sfera metallica, arte di un altro mondo; il suono sordo del magnete che si incollava alla sua superficie mi arriv mediato dallacqua e mi sembr rimbombare ovunque. Incassato il colpo mi guardai attorno: in un mondo dove tutto ondeggia anche difficile scorgere qualcosa, ma tutto sommato mi sembr che tutto ondeggiasse come ondeggiava prima.

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Carica dissi a Ravioli nel trasmettitore. Non ottenni risposta. Girai unaltra occhiata furtiva attorno. Tutto ondeggiava, silenzioso. Ehi fece lauricolare gracchiando. Doveri? Guardavo il sole dallobl laterale. Tiro su? Vai. Sentii la catena tendersi, mi allontanai dal magnete facendo leva sul reperto con i piedi. Ravioli. S? Quanto tempo abbiamo? Tre linee, direi. Rimango gi un altro po. Ravioli non rispose. La tensione della catena cominci a estrarre la sfera dalla sua incrostazione millenaria; la vidi salire verso la superficie, farsi di nuovo tonda, giovane e bella sopra di me, resa leggera dalla forza trainante. Mi allontanai un poco dalla sua perpendicolare, poi risalii anchio verso la superficie. Misi la testa fuori dallacqua: sulla linea dellorizzonte si alzava un sole ancora debole, ma di l a un segmento latmosfera si sarebbe fatta invivibile. Cominciai a nuotare sul dorso, con bracciate ampie, guardando quel cielo rosa e azzurro che i miei avi avevano scrutato per centinaia di migliaia di anni. Poi mi immersi di nuovo. Il cavo che mi teneva legato alla navicella era lungo un centinaio di stature, cos abbandonai la zona costiera e mi addentrai l dove era pi densa la concentrazione di vestigia di quellantica civilt. Stavo

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seguendo le strade di quella citt sommersa quando mi accorsi, allimprovviso, che qualcosa fluttuava sotto di me, lungo il mio stesso percorso, a sei o sette stature da me, e in quello stesso istante mi resi conto, come accade talvolta nei sogni, che questo stava succedendo da un po. Cercai di focalizzare lo sguardo, e ci che vidi fu il cadavere di un essere impensabile. Sembrava scomposto, lacerato, ed era avvolto in un brandello dimpermeabile di plastica gialla; aveva la pancia rivolta in su, il volto rivolto verso di me, gli occhi vacui spalancati, ed era piccolo, come un ragazzino. Aveva la testa appuntita, con le branchie ai lati; aveva braccia, per incollate al busto per i polsi, e da l le mani, o pinne molto simili a mani, si levavano lateralmente; aveva gambe, che per si univano allaltezza dei talloni, dando ai piedi la forma di una pinna di coda orizzontale, come quella di un cetaceo. La bocca era una mezzaluna rivolta in basso, e gli occhi erano subito sopra. Guardai la corrente muovere lievemente le branchie e la coda, contrarre ed espandere ritmicamente le sue membra, una, due volte, e a un tratto realizzai che quella cosa era viva e stava nuotando. Continuammo a fluttuare assieme, a poche stature di distanza. Credo sia durato almeno una linea. Ebbi la certezza che fosse una femmina, giovane, e in qualche modo bellissima. Non riuscivo a staccarmi; essere sopra di lei mi infondeva una sensazione sconosciuta di dolcezza e piacevole tensione. Fu allora che mi accorsi che ne stavo imitando i movimenti, che mi stavo lasciando andare, e che Ravioli mi stava chiamando. Ehi. Eheei.

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S. S, ci sono. Ti vuoi muovere? Tra un po qui laria sar fuoco. Perdonami dissi, arrivo. Mi fermai. La creatura si ferm. Il suo sguardo non cambiava. Cominciai a nuotare verso la navetta. Prese a seguirmi, ma sempre a distanza. Tira dissi a Ravioli. Il cavo mi trascin via, verso la scala di corda. Partimmo. Fuori dallatmosfera Ravioli non sembrava ancora tranquillo. Stare in nave con questo affare mi d i brividi disse guardando il reperto assicurato dalle funi elastiche, oltre la porta della stiva; poi si volt verso di me hai visto qualcosa l sotto, vero?. Credo di s dissi. Non voglio sapere nulla disse Ravioli scuotendo la mano e distogliendo lo sguardo, gi se penso che veniamo da qui mi faccio schifo da solo. Non devi sapere nulla gli dissi io, e lo accarezzai sul capo. Per la prima volta, credo, pensai al fatto che era pi giovane di me. Ora, voi dite che sembro normale: in perfetta salute mentale, dite, e questo vi lascia perplessi. Invece a me questo rassicura, ma non su di me, ch non ho dubbi su come sto, come non ne ha mia moglie: mi rassicura sugli altri, quelli che voi chiamate casi standard, insomma quelli che secondo voi hanno problemi. Mi rassicura perch so che in qualche modo loro sanno, il che comunque meglio che non sapere; siete voi, piuttosto,

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che non mi rassicurate, e non sapete. Sostanzialmente credo che mi sia stato sufficiente non sentirmi obbligato a pensare in termini di squali. tutto qui. Credo che abbiate ora elementi sufficienti per trarre le vostre conclusioni in merito alla terapia. Io ve lho detto, state sbagliando tutto: fate domande, volete sapere, ma il punto non farsi pi domande: a quello serve langelo. Se gli altri sono malinconici, a quello serve langelo. Se ora sto bene e rido quando c il sole e pure se piove, a quello serve langelo. Quello che fate voi ora non serve, tanto meno a voi: dovreste smettere, dovreste essere felici. Posso andare?

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Elena Marinelli Clementina

Non ti piace? Lungo. A me piace, mi fa venire in mente i mandarini senza semi, a tutti piacciono i mandarini senza semi, tu ne andavi matta quando eri piccola. Clementina ha il naso piccolo e gli occhi azzurri, i riccioli neri sempre corti che le scendono sulla fronte e spesso mi guarda dormire al pomeriggio mentre mi dondolo sulla sedia del nonno in negozio, durante la pausa pranzo. Il suo lunico negozio che sta chiuso dalle 13 alle 15, perch il nonno non ha mai ceduto allorario continuato, per principio. Come non ha mai ceduto agli yacht, per lo stesso principio: c un orario per tutto. In quello si mangia, dice e gli yacht non mi piacciono, ce le devo mettere io le barche nelle bottiglie, perci decido io, o no? e si rivolgeva a Clementina prendendole delicatamente il mento e lei lo guardava e basta. Sui tavoli di legno del negozio e sulle mensole ci sono le bottiglie di vetro fatte apposta per tenere dentro i vascelli, le barche, i sottomarini, le pagode. Qualcuno ci mette anche gli yacht. noi no. Il cartello diceva cos da circa sei anni, era sistemato un po storto sulla finestra e rivolto con uno spigolo al mare. Era tenuto in un solo

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punto da uno spillo con la capoccia nera di plastica, che finiva sul vetro con una ventosa. Ogni tanto questa si staccava, quando il sole sbatteva forte e asciugava la saliva del nonno attraverso il vetro. Sta piccina non che ci cresce muta? No, nonno, non ci cresce muta. Parler quando ne avr voglia. Intanto ascolta, il che non male per niente. A me sembra normale che parli poco, in generale, non come gli altri bambini: se vivi con tua zia e tuo nonno non puoi essere come gli altri bambini. Lo sai anche se non te lha detto nessuno. Lo senti. Lo vedi. Lo ascolti. Ogni volta che ti guarda, Clementina ti sta dicendo di perdonarla, ti guarda e non dice, lo sa che vorremmo ci parlasse di pi, allora chiede scusa, tutte le volte come se si sentisse gi in colpa come un adulto. Non normale che fissa. S che normale nonno, ha paura che non ti svegli. Ma le dovr passare sta paura. Le passer. Ma se comprassimo quelle cose che servono per attaccare le ventose? Quelle che hanno lo spray? Ma no, la mia saliva tiene. E poi irrimediabilmente la ventosa si stacca, cade a terra, io mi sveglio e Clementina l, tra le mie braccia, che mi guarda fisso. Si accoccola sempre e non me ne accorgo mai, sembra un gatto, si arrampica sui braccioli con una gamba alla volta e poi si poggia pianissimo con la testa sulla spalla o vicino al collo. Non molto pesante, ancora piccolina e parla poco. Ride spesso per e guarda le persone dormire, a volte ti accarezza la fronte, se la corrucci un

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po, col dito vuole sempre allargarti la rughina sulla fronte o quelle intorno allocchio e mette a dormire le bambole nel suo letto mentre lei gioca con le bottiglie senza romperne mai una. Mentre dormo, ogni tanto Clementina mormora una ninna nanna facile, dice due cose e le ripete sempre, poi quando mi sveglio mi guarda fisso e so che vuole sentire una storia; a lei non piacciono le favole, vuole sentire le storie di Emma e di Teresa, sua madre, le mie, quelle del nonno e di Orazio, lo zio che ha il negozio di frutta e verdura cento metri pi in l. Non le piace giocare fuori e il mare lo guarda spesso da lontano, sulla balaustra del lungomare, tra un buco di inferriata e laltro oppure, al massimo, sul bagnasciuga quando tardi e il sole si fa arancione come la sua maglia preferita. Quando vuole andare a casa, mi tira un lembo di camicia, se sono assorta mi chiama piano. Zia, ho fame. Cosa vuoi mangiare? Pane e pomodoro. E basta? Boh. Pane e pomodoro. Giulia cerca qualcosa sbuffando. Tiene in mano le scatole da buttare e scoperchia i cesti di vimini nel retro. Continua a cercare, prima nei cesti di sotto, poi in quelli di sopra; poi mescola i coperchi, non li chiude bene. E allora sbuffa. La guardo: io alla finestra a finire pane e pomodoro e lei l a sudare. Giulia, che cerchi? Niente, niente, chiudi la porta che mi vedono da fuori.

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Mi avvicino piano e guardo dentro. Non hai niente da fare? Sbircio. Non posso? No, che sbirci? Clementina dov? Gioca con le bottiglie. Vai. E dai ma, che cerchi? Niente, non cerco niente. Vai. Ma una roba per domani? Smettila. Ho capito, per domani. Dove la porti domani Clementina? A mare, come al solito. E a giocare sullaltalena. Come al solito. Quando capir che il funerale lei lo passa sullaltalena non le piaceranno pi, le altalene. Ne abbiamo gi parlato, ragazzina saccentella. Clementina in chiesa non ci viene. E io pensavo sempre: amen. Come si scrive yatch? Mmmm y-a-t-c-h. Una sola c? S. E dove va la t? Prima della c. La prima volta che il nonno mise una nave in bottiglia era una zattera. Gli piacevano le cose difficili a quel tempo e la mano destra non gli tremava mai; ogni tanto la sinistra s, ogni tanto, dice, la sinistra trema perch la destra non pu, allora lei trema per tutte e due. La prima volta

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ha messo una zattera nella bottiglia di vino rosso della cena della sera prima, pulita, tolta letichetta, strofinata via la colla, ci doveva mettere dentro qualcosa e non poteva permettersi modellini costosi o vele complicate. La cena era andata bene: in tavola cera una pasta col pesce molto saporita, a parte le cozze, quelle non si sono riuscite a mangiare perch erano andate a male. La pasta era fatta in casa, cavatelli, poi pomodorini freschi e cicale, gamberi, gamberetti, gamberoni e calamari. Al nonno piacciono i crostacei: un giorno ha visto salpare una nave piena di giapponesi dal porto mentre mangiava almeno cinquanta gamberoni e senza problemi di stomaco. Era giovane, ma giura ancora oggi di farcela. Solo che non mi va. Fai bene, che pensi di sentirti male. Clementina, non la ascoltare a questa. invidiosa. Clementina ride, le piace sentire la storia della zattera in bottiglia, uno dei modellini che le piacciono di pi, quello con cui gioca pi spesso e quello che il nonno lucida ogni mercoled. Io non mi ci avvicino nemmeno, Giulia men che meno: noi due abbiamo il terrore di spaccare quel vetro anche solo passandoci vicino. Sarebbe come infilare due dita a fondo nei suoi occhi. Aveva assemblato la zattera pezzo su pezzo tutta la notte, dopo aver lavato i piatti, senza andare a dormire; aveva portato la nonna Emma a casa a piedi, si era fatto vedere da suo padre e poi si era nascosto per due minuti dietro il cespuglio accanto ai gerani, dove cera buio per mandarle baci con la mano da lontano. La difficolt pi grande laveva incontrata verso mattina, per legare

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insieme con il filo sottile tutti i blocchi di legno e metterci sopra la nonna, seduta a guardare verso il collo della bottiglia. Non cera nessuna figura bruna al negozio dei pezzi, come lo chiamava lui, nemmeno una con un vestito celeste, perci si accontent di una castana coi capelli lisci e lunghi con un vestito ruggine. I capelli diventarono neri in mezzora, ma la faccia non era tagliata bene, non era quella l, non aveva il sorriso accennato e gli occhi timidi, aveva le pupille troppo piccole e le iridi troppo chiare, non era la nonna Emma. Il nonno ci mette sempre almeno dieci minuti per pulire i colli di bottiglia perch sono stretti, le sue dita pi grosse di quando era giovane e il pezzo di cotone liscio sul vetro va strisciato piano, per non farlo incrinare. I colli di bottiglia per definizione sono limitati, si stringono apposta per darti lebrezza della difficolt, se non ci fossero loro, il nonno non sarebbe cos soddisfatto, alla fine. Ci sono gli omini, nonno. Dove? Qui. Ci sono degli omini che corrono via dal collo di bottiglia, inciampano se non si mettono in fila indiana, si inciampano addosso perch lo spazio troppo poco. Togli il tappo nonno. Perch? Poi ci va la polvere. Ma poi gli omini non respirano, si addormentano. Ma poi si svegliano, facciamo una sveglia per gli omini delle barche. La mettiamo sulla mensola. E se non si svegliano?

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Certo che si svegliano. E se non si svegliano? La zattera quando ci gioca Clementina va sempre lenta; per fare tutto il tragitto della mensola, da casa fino al Capo del Mondo, come dice lei, ci mette almeno tutta la mattina e il dopo pranzo, alla riapertura delle quattro mancano solo pochi metri alla capitale vicino al mare. Prima di attraccare zattera e bottiglia, mima le manovre come le vede nel porto e si concentra, per quei minuti non ascolta pi nessuno. Poi finisce, sta ferma un minuto a guardare il porto finto sulla mensola e corre via. Ma che cha sta piccina? Niente, corre. Per tutta la stanza? S, nonno dai. Corre. Ma corre muta. Eh, s, cosa deve dire quando corre? A questo punto corre via anche lui, di solito, guardandomi rivolto allindietro. Con disapprovazione e sussurra: amen. Mentre corre, Clementina ogni tanto alza le mani a mimare un aereo, altre volte stringe un volante molto piccolo. Fa almeno dieci giri, a volte quindici, fa un po di rumore, poi sta ferma a lungo. Se le chiedi, ti dice che va sul deltaplano, non sullaereo, gli aerei non le piacciono, non riesce a dire la parola aereo, si ferma alla a, e poi dice nono, un deltaplano. La parola deltaplano le venuta subito, la prima volta che lha visto su un volantino al parcheggio, cera una

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promozione per comprarne tre di colori diversi. Dito indice diretto e veloce e lesultanza: deltaplano! Mamma mai. A dire mamma non ci prova nemmeno; se le chiedi di provare a dirtelo, magari prendendole il mento, come per creanza, lei sbadiglia e ritira la faccia oppure se ne va o si alza da tavola senza chiedere il permesso, prende il piatto pieno e il cuscino della sedia per andare a mangiare fuori e la violazione di quello spazio della parola non te la perdona facilmente. Eccola! Finalmente. Che ci fa nella cesta di vimini? Non lo so, stavo impazzendo. Non potevi metterne unaltra? Giulia si mette sempre la stessa camicia nera, a maniche lunghe ma larghe, con dei bottoni grandi, si raccoglie i capelli e si guarda a mala pena allo specchio, prima di uscire. La guardo che si veste, sempre di fretta, e poi la seguo in bagno e nellaltra stanza, mentre raccoglie le mie cose in giro sulla sedia e mi rimprovera il disordine. Passiamo davanti al nonno che sbuffa e sembra che russa, mentre si fa il nodo alla cravatta, dice sempre che non lavrebbe messa questa volta, che luglio infame, ormai lestate a luglio, ad agosto i camioncini del gelato potrebbero fare anche a meno di passare. Clementina sempre arrabbiata e insofferente, non sta ferma per pi di cinque minuti, non vuole le scarpe e si nasconde dovunque, sotto i tavoli e dietro le porte per non farsi trovare da me. La vesto come le pare, coi pantaloncini e non la pettino nemmeno, usciamo mano nella mano e almeno per qualche metro la sento sudata e

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smaniosa, vorrebbe scivolarmi via ma lo sa: non colpa mia se deve passare due ore su unaltalena arrugginita. Dondola e guarda dritto verso gli alberi del parco giochi comunale, alberi non proprio imponenti, potati male, lasciati crescere un po a caso davanti a un pezzo di lungomare. Riesce a stare sullaltalena per due ore esatte, prima che le scappi la pip o abbia fame, riesce a spostare lorario della merenda e non aver bisogno di nulla per due ore esatte. Guarda dritto verso il mare, vede onde enormi, e dentro la schiuma bambini biondi e altissimi che vanno in bicicletta sullacqua pedalando velocissimi ma muovendosi lentissimi. Ogni tanto uno di loro urla, un altro frena col piede e fa il rumore dellasfalto con la voce, altri ridono a crepapelle perch hanno sentito una barzelletta e nessuno affoga mai, conclude quando me lo racconta continuando a dondolare. La ruggine batte il tempo di due ore esatte, sulle giunture dellaltalena, rintocca ogni passaggio in basso e il piede di Clementina che si muove da solo. La ruggine dura e scura, ogni anno di pi, si espande ed quasi arrivata alle maniglie; Clementina sul seggiolino ci sta sempre pi stretta e io penso che dovr inventarmi qualcosa, magari gi lanno prossimo, portarla da qualche parte, prendere la macchina, allacciarle la cintura e portarla a vedere i bambini biondi sullacqua da qualche altra parte. Mi spiace per le sue cose che non vedr mai. E Clementina sussurrava sempre: amen nascosta dietro la porta della sua stanza.

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Ci dispiace per la dipartita, cari saluti e cordoglio. di Marianna. Marianna chi? Marianna la prima moglie di Dante. Ah! Marianna. Zia cos cordoglio? quando hai dispiacere per quel che successo. Io non ce lho il cordo, cordo, cordo No, tu no. Non per tutti? No, Marianna lo dice a tutti noi. Tu non c bisogno. Com che si dice? Cordoglio, Clementina, ma una parola difficile. Cordo. Cordo va bene? Quel giorno ho iniziato le parole difficili, il quaderno blu della mamma con le parole difficili. Scrivevo la data e dove le avevo sentite. La maggior parte delle parole difficili me le ha insegnate la zia e cordoglio stata la prima. 11 luglio 1998, ho scritto, un puntino pieno, con la biro e accanto ho chiesto di scrivermi tutte le lettere in fila. Cordoglio. La seconda stata mamma, senza maiuscola. Lo stesso giorno. Mamma lho detto dieci anni fa, a diciassette anni, la prima volta, da sola nel mio letto coi piedi al mare, mentre pensavo a tuttaltro. Marco maveva appena mollato per la mia amica riccia, ma non sentivo una tragedia insormontabile. Il primo che mi lasciava, le mie amiche preoccupate di allearsi contro Tiziana, la nostra amica riccia. Io no, io pensavo che in fondo non era cos importante essere mollati. Avevo percezione

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dei dolori grandi, io. Del cordoglio, che era lunico dolore del cuore per me, del rimpianto, della privazione, le mie parole difficili erano queste, io non riuscivo a dire mamma, figurarsi se mi preoccupava Marco. Ero un po arrabbiata con Marco, s, ho scritto mollata sul quaderno, ma lho cancellato quasi subito. Era naturale essere mollata, non era difficile. Nonostante tutto stata la terza parola, lindomani, il 12 luglio. Nonostantetutto, attaccato, pensavo fosse una parola unica, era nella frase Sta tranquilla, nonostantetutto e ho sentito la virgola col sospiro, ma non lo spazio. La quarta stata Yatch, con la pronuncia tra parentesi, cos come laveva scritto il nonno sotto dettatura della mamma. Io sapevo che era sbagliato, ma non lho mai detto. Il nonno pure lo sapeva, ma non lha mai corretto, Giulia non se n mai accorta, fino a quando la zia una mattina ha urlato: Ma sbagliato! Da anni, te ne accorgi ora? Vabb, ho capito, ma correggiamolo no? No. Ma perch? Ma posso scrivere come mi pare? Ma sbagliato, un cartello. Sta appeso fuori al vetro. Clementina, diglielo anche tu, mamma, diglielo anche tu. Io ridevo, insieme al nonno, Giulia non se ne preoccupava, stava facendo una cosa difficile coi numeri e il fisco, nella stanza di l, che sempre stata la sua stanza. Io ogni tanto andavo l e le arrivavo al petto e mi stendevo un po sulle sue gambe, prona, come un gatto, mi

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accarezzava e andavo via. Giulia sa accarezzare. una di quelle persone che fa le carezze giuste, ti fa sentire la sua mano per bene, non ha fretta anche se sta facendo altro, ti tocca a mani larghe la prima volta, subito per non farti scappare e poi comincia ad accarezzarti nel modo che ti serve e non sempre uguale, dipende dal tocco di cui hai bisogno, lei lo sa che non sono tutti uguali. Il nonno uno che conserva le cose come sono, per questo mette le navi nelle bottiglie, per smetterle di farle andare e venire. Una nave che parte non detto che torni, potrebbe rompersi, naufragare, tornare morta. Una nave in bottiglia basta guardarla per sorridere. Io sono come lui, a me piace tenere le cose dentro le bottiglie, ci conservavo anche i soldi nelle bottiglie di vetro, le usavo come salvadanai, ci mettevo il t al limone destate e il succo darancia. Il mio cassetto ha lapertura di vetro, ci guardi dentro e ci sono io: il libro che sto leggendo, la musica che sto ascoltando, il braccialetto dargento della mamma, le ventose del cartello del negozio quando non funzionano pi, le lettere e le mail del pap, la foto con la zia a carnevale, una pallina di gomma bianca; ci metto una cosa ogni tanto, ogni cinque o sei mesi circa, devono essere cose di cui non mi posso liberare, nonostante tutto. Infilo dentro lultima arrivata e spingo le altre dietro, poi chiudo piano, non deve spaccarsi il vetro: dentro si vede tutto solo se stai attento pi di qualche minuto per mettere a fuoco. Poi devo uscire dalla stanza, non posso stare l dentro, ho bisogno che le cose si riequilibrino; mentre chiudo la porta dico sempre: amen.

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Il prete dice quasi sempre cos sia, ma non ci crede tanto. Guarda Clementina che ci sta capendo poco e non riesce a dirle niente che possa farla stare ferma. Clementina seduta su un gradino col sole sulla faccia, ogni tanto lo guarda e strizza gli occhi, poi li riapre e dice non ci vedo pi. Lo chiama il gioco dei ciechi e lo fa sempre quando agitata e vuole lattenzione di tutti. Non ricordo nientaltro. Ogni tanto ho paura di non ricordarmi nemmeno di mia mamma. La disegno oppure ripeto fitto fitto chi era e cosa faceva, come se fosse tutto quel che conta di lei. Inizio dalla data di nascita, cinque maggio, dico che Toro, che le piacevano i mandarini e il melone, i capelli ricci neri e lunghi e gli occhi enormi, che le uscivano dalla faccia, quando sorrideva, e lei rideva spesso, nonostante tutto. Poi mi viene in mente il resto, faccio un sospiro di sollievo e mi tranquillizzo perch ho in mente il resto. Ogni tanto ho paura di non sapere pi niente a parte quando nata, io me la ricordo ma avevo due anni lultima volta che lho vista, non sono sicura di azzeccare i particolari e adesso mi rendo conto di quanto sono importanti i dettagli. Quelli delle navi in bottiglia, per esempio: lattaccatura perfetta di un lato con laltro, colla e pinzetta, perch non deve sbavare nulla oppure il nome sulla fiancata, lancora un po penzolante, il timone non troppo stretto, per farlo girare. Nonno lo sa, io lo so. Lui dice che quando i morti cominciano a diventare troppi, poi le loro facce si accavallano: normale. Quelli di famiglia si somigliano perch ce li ricordiamo con la nostra mente e non abbiamo cos tanta fantasia da me-

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morizzare tutti i dettagli: per questo che al cimitero ci vogliono le fotografie, ed per questo che si fa una gran fatica a scegliere le fotografie per il cimitero, ci vogliono giorni e una gran concertazione, saranno le immagini del ricordo condiviso, i loculi sono tutti uguali, ma le facce no, i dettagli ficcati in eterno vengono scelti con attenzione sfinente, perch poi gli altri dettagli, quelli accantonati, si scordano, a un certo punto. Colleziono le cose per ricordarmi i dettagli, io, come il nonno con le barche, metto i puntini sui fatti per non perdere la memoria; io non li capisco quelli che vogliono dimenticare, davvero. Non hanno mai perso nessuno, quelli che lasciano andare i particolari. Amen non lho segnata subito, cho finito il quaderno.

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Marco Visinoni La ballata del morto vivente

Ho ancora qualche ricordo della mia vita reale. Di quandero vivo, intendo. Ricordo te. Non tutta te dettagli lorlo del tuo vestito che solletica lerba, la mia mano rovinata dal freddo, i tuoi piedi gettare scintille dacqua sfregando lun laltro, come in cerca di una cura allinverno. Il tuo volto mai. Per quanti sforzi compia perso perso completamente, smarrito nella discarica infinita in fondo alla mia mente dove giace ogni ricordo dinfanzia il migliore amico, le feste di compleanno il primo bacio dato e ricevuto in obbedienza a un gioco crudele. Tutto perso. Appallottolato insieme al tuo viso e gettato con indifferenza verso il fondo. Nel ricordo gli ultimi dettagli di te mi raccontano che siamo in giardino, i tuoi occhi sfuocati oltre il recinto di legno, io seduto al tuo fianco sul divano a dondolo, regalo per te di un vicino mi guarda dicevi e io perso in altro che non torna e che ora non

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avrebbe valore. Non pi della tua confidenza. Il ricordo salta alla mia mano rovinata che copriva una fotografia che copriva unarea grande come una foglia, una fotografia di una citt dove comprami un cappello le tue parole mentre ti inseguivo sotto la pioggia. crudele come la memoria dia le cose importanti in pasto a dettagli che non contano. Sul dondolo la tua maschera sfuocata abbozzare unespressione la tua mano a fuoco raccogliere la mia per condurla verso qualcosa che accadeva fuori, oltre le rose. Nevica soltanto intorno al pozzo dei rifiuti hai detto allora. Sotto la pioggia reale del presente, nel mio cappotto deturpato, stringo gli occhi e il girotondo di fiori bianchi mi aggredisce come espulso da un razzo. E come un razzo muore in fondo alloceano, come lestate non mai esistita in questo buio fermo. Ora sempre inverno, sempre nevica dappertutto. Cammino stringendomi pi che posso nel cappotto logoro, oltre il cappotto un mondo ancora pi consumato dove i vivi uccidono e i morti si nascondono. I vivi guidano automobili, bevono caff da barattoli di cartone e si chiamano con nomi che mi suonano lontani. I morti sono involucri vuoti, si muovono incerti come me ma i loro occhi sono assenti, non conoscono parole e non rispondono, vogliono solo mangiare. Mangiare i vivi. Anchio voglio mangiare, ma provo ribrezzo nel farlo. Mangio gatti randagi e topi abbastanza vecchi da lasciarsi afferrare.

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Seduto in un rivolo da marciapiede soffio contro le mani a imitazione meccanica di un gesto passato, non ha pi senso ora che il respiro da morto pi gelido del vento intorno. Pensare questo mi riporta un secondo ricordo, pi breve e altrettanto pallido, quello della tua maschera sfuocata che piangeva in giardino piangevi lacrime bianche potavi le rose e senza voltarti mi hai domandato se i morti sarebbero arrivati fino a casa nostra. Ho sempre pensato di averti abbracciata alle spalle, ma il ricordo per quanto incerto colpisce reale e spietato, racconta di me che guardo altrove e rispondo una frase prosciugata. Racconta di te che ritorni alle rose, togliendo alla mia bocca il merito che non le spettava. I morti. Quandero ancora vivo la televisione li mostrava falciati da mezzi blindati ai semafori, uccisi a colpi di spranga e bastone sul marciapiede. Diceva di tenere sempre a portata di mano una pistola carica, perfino ai bambini era spiegato cos. I morti erano maldestri, rumorosi. Suonavano il campanello delle case per farsi aprire, non provavano neanche a introdursi di nascosto. I vivi aprivano le porte con il fucile gi allaltezza della fronte, scavavano in giardino trappole rudimentali nelle quali i morti rovinavano goffamente, in attesa di essere freddati. A me andata diversamente, per, devessere per questo che sono diverso. Forse chi mi ha cambiato lo era gi a sua volta. Non ho il coraggio di avvicinarmi a un vivo. Per ragioni che non capisco mi esprimo in modo comprensibile,

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non grugnisco come gli altri, ma i miei movimenti sono rigidi e sarei ucciso prima ancora di provare a spiegare. Siamo rimasti in pochi, non si parla neanche pi di epidemia ormai. Ho letto questo su un giornale che mi ha colpito in faccia stamattina, trascinato dal vento. Il livello di panico al minimo. Di giorno siedo sotto un cavalcavia fingendomi un senzatetto, lunica possibilit per un morto vivente evoluto. Qualunque movimento mi tradirebbe. Mangio meno rispetto a quando ero vivo. Un gatto a settimana, non dimagrisco e non cedo. Speravo mi avrebbe indebolito al punto da distruggermi definitivamente, corrodere la mia mente e rendermi vuoto come gli altri, ma non c limite alla sopportazione della fame per un corpo defunto. Sono ancora lucido. Bevo neve sciolta in pozzanghere. La mia urina verde acido, devo sempre stare attento a non farmi scoprire. Non defeco da mesi, come se il mio corpo liquefacesse il poco cibo che ingoio. Di notte cammino per quartieri bui dove poter essere scambiato per un drogato o un ubriaco. Non ho rapporti con nessuno. Gli altri morti mi camminano di fianco e per istinto capiscono che non sono commestibile, basta questo per non curarsi di me. Stento a considerarli la mia razza, come di certo non sono umano, non pi. bastato un attimo perch succedesse. Ricordo me sul divano, la pancia alla televisione risate preconfezionate, ho la testa spenta afferrare le spalle il whisky cadere di mano

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ma non ricordo linfrangersi del bicchiere a terra. Quando mi sono risvegliato ti avevo gi uccisa, tra le mani un braccio scarnificato. Ti avevo gi divorato il ventre. Il senso di colpa ultima scarica di umanit sono fuggito cercando di piangere ma non tutto concesso, da morto. Nella fuga ho inciampato in ostacoli che mai avrei definito tali, scarpe dimenticate a terra, il gradino oltre la veranda. Continuavo a cadere, braccia e gambe pesanti e ogni volta lo sforzo immane di un nuovo rialzarsi. Non ansimavo, neanche questo concesso, ma tutto era incerto e denso, i movimenti di un corpo marcio handicappato. bastato un attimo. Eri morta, lo ero anchio. Nel mio cappotto sudicio guardo il giornale che mi ha colpito in faccia, lo apro al centro e mentalmente cerco di risolvere il cruciverba del giorno. Mi piaceva, da vivo. Non ho una biro per scrivere e non so se riuscirei a usarla, la mia nuova condizione permette solo movimenti approssimativi. A volte mentre fingo di dormire qualcuno mi getta dei soldi, li abbandono a terra sperando cadano nelle mani di chi pu entrare in un negozio senza farsi sparare in testa. Nevica sempre ed sempre inverno, ma non provo freddo e non mi infastidisce restare seduto ai bordi alla strada, mentre il cappotto si fa nauseabondo per la mia putrefazione. La morte rende tolleranti al disagio. Certi giorni dalle finestre risuonano canzoni che non ricordo pi, mi appoggio al muro e ascolto alla ricerca di unimmagine qualunque da afferrare e tenere stretta.

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Non funziona ed il solito pensiero che mi lacera, perch certi pensieri e non altri, una fotografia al posto del tuo volto, la nostra morte invece di una stanza dalbergo. Comprami un cappello, sussurro tra me, comprami un cappello, ma non la tua voce e la tua voce quasi non ricordo. Non so perch non mi uccido. Definitivamente, intendo. Non ho speranze di guarigione e non vedo possibilit di rapporti con gli altri. Ma la linearit non fa parte della morte. Forse anche il mio cervello avariato, listinto di sopravvivenza che muove il corpo dei miei simili mi divora i pensieri da dentro. Semplicemente non riesco a considerarla unipotesi, per quanto logica e corretta sia. Sono tornato a casa, ieri. Le sbarre alle finestre e il giardino abbandonato, le rose a cui tenevi non esistono pi. Morte, come noi. Tre modi differenti di non vita, e nessuno a spiegarmi la differenza. Mi sono seduto sul divano a dondolo, i cuscini squarciati da qualcuno in cerca di soldi o altro. Ho pensato a te quel giorno. Ho appoggiato la mano sui resti graffiati del nostro adesivo, sono rimasto in attesa e un lampo nella testa mi ha illuminato. Ho perdonato chi mi ha reso cos come qualcosa che era giusto fare, senza chiedersi perch. Ho chiuso gli occhi e ho immaginato di stringerti la mano, mentre la neve sorda mi abbracciava piano.

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Fabrizio Gabrielli Faccio di quei passaggi, v?

e che vuoi farci, ho Questo neo

Non mi faccio abbracciare spesso, io. Diciamo che per via di una sorta di paura. E che vuoi farci, ho questo neo. Il mio neo, uno dei, grande e grosso e se ne sta sulla schiena, al centro. Allaltezza del gancetto del reggiseno, mha detto una volta un medico dei nei, un dermatologo dellIdi di Roma. Si dice un dermatologo anche se era donna, v?, medica non si pu: come verbo alla terza persona singolare tanto tanto, ma come sostantivo una bruttura, la medica dei nei; lei s che indossava il reggiseno, io invece mai fatto, nemmeno nelle fantasie pi sconce. Che io poi ce lho avuta nelle orecchie pi duna volta, da ragazzino, una frase che diceva dobbiamo andare allIdi di Roma, e misinterpretavo a Lidi di Roma: Ostia Fregene Maccarese, tipo, pensavo, e montavano subitanee preoccupazioni, dovr cospargermi bene il neo di crema, riflettevo corrucciato, ero uno di quei bimbi che usano il verbo cospargere, uninfanzia difficile, la mia, uguale a tutte le altre solo in un aspetto, quello per il quale avere otto anni fa rima con ignorare lomofonia. Il mio neo una sorta di bottone dellamicizia, qualcuno deve averlo premuto inavvertitamente mentre era-

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vamo sul trenino per Fiumicino Scalo, ed ora niente, per quella sbadataggine trencola mi ritrovo interdetto agli abbracci. Proprio costretto a tirarmi indietro. Anzi, peggio: ad avvisare, a mettere in guardia, come Nanni Moretti in quella scena di Caro Diario, faccia attenzione ai nei, eh. Che a pensarci bene un po come se prima di baciare mi prendessi la briga di illustrare i movimenti, dunque signorina, ora introdurr la mia lingua nella sua cavit orale compiendo dei movimenti circolari da destra a sinistra, in senso antiorario: non una gran bella abitudine, v? Carlo maspetta al gate, trascino un trolley sovraccarico e lo scorgo con le braccia incrociate sotto la barba. Occhio al neo, quando mabbracci: la prima cosa che dico, forse non proprio la prima, sicuro avr sciorinato un bellal, oppure un ueh, le rbe che fanno rumore nei momenti in cui ci si vede da lontano, mi ricordo mica, ora: per son sicuro che il passaggio successivo deve esser stato usciamo, che devo fumare. Non mi riesce di stare troppo distante dal tabacco, a me. Diciamo che per via di una sorta di vizio. E che vuoi farci, ho questo neo. Allaeroporto di Cagliari, era questestate e sverginavo i miei approdi in Sardegna per le vie aeree, fumavo ancora cammelli blu, avevano quel nome anche di fronte al tabaccaio, dei cammelli blu, dicevo; perdevo un sacco di tempo a farmi capire, dicevan quasi sempre eh?, ed io ripetevo pi lentamente, ma esplicitavo mica, spiegavo mica un pacchetto di camel blu. Cammelli. Blu. Ora tutto

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il tempo di quel botta e risposta lo impiego ad elencare pueblo; rizlabluccrte; filtriultraslm. Non che sia meno criptica, come lingua. Epper un impiegare il tempo in maniera pi fruttuosa, sembra. Con Carlo parliamo di lettere, potremmo discutere di argomenti meno fumosi, tipo perch un po Simone ed un po Carlo, ma non importa: di romanzi ci vien meglio, tuttun citarci ed eccitarci con Cortzar e VilaMatas, avevo una discreta dipendenza da Vila-Matas, questestate, nel frattempo aspettiamo che un altro volo a basso costo rimbalzi sullasfalto e nellattesa fumare scrittura parlare: viene bene, e piglia bene, in fondo. Siamo glunici nellandrone che non indossino una paglietta, o una maglia fighetta, e non che siamo in Sardegna per bere, ballare, trombare. Simone e Carlo mhanno invitato per fare lo scrittore, tipo. Noialtri sha da fare le cose dei libri.
simonia, stenta dirlo

I simoniaci, nella Divin Commedia, stanno al terzo anello, come i tifosi della squadra ospite a San Siro: in castigo per essersi macchiati dellefferato reato di mercimonio di beni spirituali, gli tocca passare loltrevita a testa in gi, fuoco a lambirgli i piedi nudi. Simone Rossi non indossa le scarpe, non lo faccio da maggio, ti dice, ci sarebbero le infradito ma a piedi nudi si sta pi comodi, lasfalto che ti bacia la pelle dura dei talloni e lukulele sotto le dita, non c nullaltro che ti serva. Io, che Simone abbia capito svariate rbe pi di

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me son sicuro, e poi non mica un segreto, si dice un po ovunque, di che lhai sentito pure tu, dallo Spazio Meme di Carpi al bar del Giambellino, che Simone sia un Mago. Se leggere pezzi di libri mentre qualcuno suona pu essere considerata una mezzaspecie di produzione di beni spirituali, e regalarli ad orecchie fameliche un po mercimoniare, noialtri s, si simoniaci, mi ci metto anchio, che mi chiamo Fabrizio e questa sera voglio provare con un inedito, ho detto prima di iniziare, solo volevo accertarmi che non ci fossero tolfetani o allumieraschi in sala perch sapete, quando porto il katacrascio vicino casa mia non posso mai leggerlo, questo passo: c che mentre le scrivevo mi veniva di scimmiottare il dialetto di questi paesotti poco lontani da Civitavecchia, no?, ve lho detto gi che vengo da Civitavecchia, v?, dallaltra parte precisa precisa del mare, ed ecco, se stasera non ce ne sono, direi che ci provo. Mhan dato fiducia, strano perch non si dovrebbe dare mai fiducia ad uno che indossa una polo con il colletto rialzato, quasi un assioma. E invece niente: cho provato, che io quando c modo di parlare in tolfetano vado in sollucchero, anzichen, e pure il proprietario del locale, col gilet di pelle ed i baffi da easy rider, m sembrato abbia accennato un sorriso. In fondo alla serata al Dulcis, che a rigor di logica dovrebbe chiudere il festival ed invece una sorta di gustosa anticipazione, ci stanno le Ichnusa ed i cannonau, i disegni estemporanei di Luca Congia, il mirto che devi assolutamente provare ed i romanzi che devi assolutamente leggere, c lamicizia e il tirar tardi, sempre con

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Vila-Matas, sempre con gli odradek che pigliano a girare impazziti per la stanza ed il tuo come si chiama?, il mio Lnghero, ha il corpo da nocciolina ed un mood pugnace, diciamolo a tutto linternet, tumbleriamolo, quanto figo tumblerare? Il lnghero mi guarda di traverso mentre maddormento nel lettino della sorella di Carlo, dove ci son tanti insetti disegnati sulle coperte che quasi sembra dessere in un coccinelldromo. Allo Stentad, ch la residenza autori, siamo tanti e belli. C lelena, io la chiamo elenini ma sulla carta didentit che ha lasciato per il cecchino c scritto Elena Marinelli (una volta ha letto Georgie Blues allo Zamm, Elenini, me ne sono innamorato, di quellinterpretazione, e non me la scordo pi); sta studiando da elettrauto per cercare di mettere in moto una Centoventotto rossa sulla quale, con melliflua perizia, ha stipato le sue novelle preferite, incastrate a dovere, c da controllare filtro ed olio, poi nientaltro, solo brumbrum. Bicio col contrabbasso, perch noialtri non si prende pi nemmeno il caff, senza contrabbasso, dice simoner, che mi sento sempre un po in colpa, se ripenso a Bicio, per avergli mandato a noia Rappers Delight ed il di lui bssico giro: tun-tun-tun, suonalo ancora, Bicio, pi aggressivo Bicio, la sugarhill gang potrebbe quasi querelarmi, se solo Bicio facesse la spia. E poi El. Migu. Carlopal e Marialu. Tutti l, allo Stentad, d tra le tante c decidi di fa cos: abbeverarci ed abbreviarci.

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Ci diamo da subito unorganizzazione che sembra dessere in un collegio delle suore carmelitane scalze, ma senza collegio, senza suore e senza carmelitanesimo. Non ci resta che il girare decalzaturizzati: scalzi si prende lacqua in frigo, scalzi si esce a fumare, scalzi si copia il codice dellinternet dalla bacheca e ci si abbraccia quando ci si incontra. Io no, per, che deglabbracci ho paura, ho il bottone dellamicizia spento, sapete.
degli universali

Ho sentito parlare per la prima volta degluniversali che pioveva tutto il cielo. Le professoresse che si davano il cambio sul ring, come cholitas ma meno agguerrite, erano una linvolucro dellaltra. Sintassi ce lo spiegava un truciolo riccioluto, una maschera del da de los muertos, ed era tuttun magmatico sintagmare amalgami soggettoggettopredicato. Universali linguistici aveva i polpacci di Gigi Riva, il phisique du rle di Margherita Hack ed una naturale predisposizione al soporifero. Lesempio di come si somiglino un po tutte le mamme del mondo sar pure sputtanato ma di sicura presa, diciamolo, una sorta di obolo preventivo, incassato il quale finisci per accettare pacificamente pure lannichilimento duna lezione di tre ore sul ruolo dei focus marker nelle lingue cuscitiche, che con tutto rispetto per gletiopi sono lingue un po del cazzo, le lingue cuscitiche. Una regola degli universali linguistici dice che se nel tuo modo di parlare distingui tra maschi e femmine, al-

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lora nove su dieci che ti poni il problema di far capire se sono tanti maschi o poche femmine. Se una lingua ha genere, ha pure numero. Lo dice Greenwood, dei boschi verdi ci si deve fidare per forza, c il fascino orrorifico del mostruoso, nel verde, e pure nei boschi. Tanto pi che pei boschi stai passandoci, lho gi detto che il festival dei libri di Quartucciu si chiama Passaggi per il bosco, v?, e allora tempo per riflettere ne hai mica: la fiducia deve tramutarsi in fede, cieca, incondizionata. A Cagliari, quando soffia il maestrale (il maestrale maschio) di notte in spiaggia (spiaggia femmina) non ci resisti troppo a lungo, neppure con la felpa col cappuccio. Il maestrale a Cagliari non ci riesce proprio ad essere singolare, se tira un giorno allora ne spirer per altri due, sempre dispari, il maestrale, e mai singolare: una rba singolare, v? Ed anche le spiagge, ecco, ce n mica solo una, di spiaggia a Cagliari, seguono una numerazione: spiaggia dodici prima di spiaggia venticinque, che mi sembra pacifico, e su ognuna ti frusta il maestrale, tu stai capelli spettinati tuttil tempo e non c troppa simpatia, in questo accadimento. Un universale linguistico che m venuto pensato a Cagliari, una sera di maestrale, che in tutte le parole con una doppia zeta, magari pure tripla, c come una patina di cattivera, dostracismo congenito e gratuito: il caddozzo noialtri lo chiamiamo zozzone, facciam pure meglio dei sardi, ne infiliamo tre, di zeta: il caddozzozzone quel camioncino ambulante che prepara i panini con le salsicce unte e bisunte tuttod. Allo Stentad, pa-

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nini non se ne possono preparare, la cucina bella ma di figura, non la si pu mica utilizzare, ed allora se ti sale la fame lunica il caddozzo. Davanti al caddozzaro non c mio, tuo, suo, pur essendoci tu, lui, lei e pure lui, ed alla fine anche io. Un altro universale linguistico che in tutte le lingue del mondo ci si piglia la briga di far capire allaltro che io sono io, tu sei tu e quello laggi, quello che coi guanti di lattice infila le melanzane in mezzo al pane, bene, lui. Facciamo cos, mettiamo che tu mi racconti quello che ha combinato lui: io prima stento a crederci (allo Stentad si fanno solo cose che centrano col nome, si stenta, si ostenta, si discute con glastanti), poi per lo scrivo, senza far nomi, che non sta bene parlar male degli astenti. Enrique Vila-Matas un giorno fin che lo invitarono per davvero, ad un festival, lui non sapeva come arrivarci, mi dite dov il ponente?, chiese, gli dissero il ponente dov che stava e lui marci, marci in disciplinevole silenzio, finch non giunse a Limerick. Non importante che tutte le lingue si adeguino ad un certo universale linguistico affinch questo venga considerato tale, pontificava Greenwood, limportante che nessuna di queste lo contraddica. Che mi sembra un postulato tremendo, di quelli che ti mettono lansia sotto le unghie. Come dire leccezione invalida la regola. Mi son sempre chiesto come la prendano, gli undici titolari della regola, il sopraggiungere in punta di piedi del signor Eccezione: buongiorno sono Eccezione e secondo me siete assai bellini con le vostre divise da giuoco, per in campo

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non potrete scendere mai, non siete davvero una squadra, ciao, me ne vado. Credo non bene, credo a sassate sul grugno, la piglierebbero: meriterebbe la lapidazione ogni volta, lEccezione. A me, mai passata per lanticamera dellippotalamo, lidea di andare in ferie dalle lettere, e dico ippotalamo perch in quellarea del cervello che risiedono gli appetiti sessuali: non scrivere volendolo come desiderare di non avere pi unerezione, una stramba preghiera invero. Conta poco che quattro scrittori sotto lo stesso tetto passino met delle giornate a scrivere: limportante che nessuno si astenga dal farlo, solo cos formerebbero un meraviglioso universale linguistico, e parlerebbero di loro in unaula magna a romatr, mentre fuori piove tutto il cielo e gli studenti son intirizziti: magari si divertirebbero, quegli studenti, ultimo barlume dinteressantitudine prima di scivolare nel torbido fiume dei focus markers nelle lingue cuscitiche. Cosa centri Vila-Matas con Edoardo Lear e col suo limerick di Lucca stenta d, stenta dirlo, cari i miei bolidi, sono le treqquaranta, la passione per le q doppie non s ancora sopita e a Stentad dormon tutti. O quasi. Non io: troppo impegnato a non truccarmi da Eccezione, io.
la morte sua, la marta mia

C sempre una Marta, in letteratura: Marta, nei libri, la morte sua. Bisognerebbe chiederlo al Visinoni, che con la morte simpiastriccia le mani, non fa il becchino ma scrive i

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noir e cita James Ellroy col suo tono di voce blues, quante volte una Marta stata uccisa dentro una trama: ci dica, Visinoni, lei che di morte sembra saperne, mentre di Marte non lo so, non conosco la sua Weltanschauung sulle donne dei romanzi n tantomeno le sue conoscenze astronomiche. Una battuta apocalittica, v? Da farti esclamare wow, ma anche no. Altre rbe che sono la morte sua: i cardigan di cotone sulle t-shirt quand sera, le spillette sui cardigan, sbriciolu(na)glio letto sul contrabbasso e sullukulele, il dentifricio sullo spazzolino (prima sul tuo, e poi sul mio), la Nutella sul pane tagliato a tranci. La Nutella sulle scarpe: no. Buenas salenas cronopio cronopio sulle scarpe: s. Il mirto nei bicchierini di carta: assolutamente. Il porceddu di domenica: vorrei ben vedere. Di Bolero costretto avevo sempre sentito parlare, sapevo chera una rba simoniaca ma non ero mai stato presente al mercimonio di cotanto bene spirituale, ed dun fascino inquietante, Bolero costretto, come il rumore dei pattini sul parquet o lirrequietezza dei piedi nudi mentre si legge, come i mignoli palmati o la posizione del riposo troppo simile a quella delleterno riposo. Chiara che arriva mentre sto leggendo al Canone Inverso quel pezzo su Vila-Matas che secondo me easside, mica wesside, Chiara che cinque giorni prima le ho chiesto dessere per sempre, Chiara che non si chiama Marta ma che con i libri e con le cose che faccio coi libri centra sempre: unaltra, la pi meravigliosa, morte sua.

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lultima

carsela alla pensc. oppure ancora: senso)

parola

immaginazione

(oppure

zac-

Alberto Masala, che di cemento e strada ne ha visto e masticato tanto, e ne sa, c dellabbardente nel bicchiere e lombra degli asciscini sui tetti delle case, Masala dice solo quattro regole, quattro, per onorare il contratto che hai con il tuo pubblico: cattura la sua attenzione, mantienila alta, fatti seguire, e poi trasmetti senso. Proprio cos, dice, trasmetti senso. Quartucciu unappendice nervosa e farwstica di Quartu SantElena. Ha un senso, dopotutto: una piccola Quartu, come lArena di Verona allItalia in miniatura, io ci rimasi a bocca aperta davanti allArenuccia. Quella grande, quella vera: non mi ricordo. Per le strade di Quartucciu alle duemmezza del pomeriggio ci sono solo io, io e la canicola, con un occhio solo, laltro serrato, laltro piange, sar per la salsedine lo stress le cose che non vuoi vedere. In collera e senza collirio, con tuttattorno un corollario di Corolla color corallo che corrono il rally, c che alle sei presentiamo il katacrascio e io cho di quelle madonne che nemmeno ad immaginarle. Immaginazione lultima parola, in quel libro di Henry Miller, me lo dice Carlo ed io ci credo. Immagino, scioccamente e con faciloneria, che immaginazione sia lultima parola di Tropico del Cancro, ma mi sembra di ricordare anche che il libro non finisca con immaginazione, n che lultima frase sia immaginazione lultima parola, dovrei ricontrollare. Anzi no, non posso: perch io Tropico del Cancro lho buttato dal balcone della casa di

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mia nonna al paese, non cos pour parler, buttare proprio le mot juste, era un periodo in cui odiavo particolarmente gli scrittori francesi ed in quella parentesi di antifrancesit decisi di farci cadere pure uno scodinzolo di antiamericanit, Henry Miller mera davvero andato a noia, era un tempo in cui andava a noia tutto, e la prassi era che prima io e te litigavamo selvaggiamente, poi tu volavi dritto dalla finestra. In quel periodo l, ecco, vociferavano parla col rap, lui. Avevo lamaro in bocca, sempiternamente. [E comunque immaginazione era lultima parola che diceva Edgar Varse in un capitolo a lui dedicato su Lincubo ad aria condizionata di Miller, che non un romanzo ma una raccolta di scritti sul viaggio in America che Miller compie dopo essere tornato dallEuropa, mi corregger Carlo quando legger questo racconto, tempo dopo.] Il miele dolce, di prassi. Se ci inzuppi i libri, per, in quel caso no: il miele si fa amaro, come la libreria che sta nel pieno dello struscio cagliaritano e dentro la quale la nike di Samotracia, in mezzo a tutte quelle sneakers e ai writer e allhiphppica lingua diventa Naic, un attimo: dillo e basta, Just do it. A sentir parlare del katacrascio c pure Fabio. Fabio fa una musica che quante volte lavrai sentito, c chi la definisce rumore. In ispagnuolo rumore si dice ruido e si pronuncia con laccento sulla i, parola sdrucciola dal suono sdrucciolevole. Fabio si fa chiamare Rido, con laccento sulla u, se il rap ti va a genio e ne sai almeno un po sicuro che lo conosci.

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Nellanno del giubileo ho avuto lonore di essere su un disco di Ruido, era la traccia quindici, si chiamava Qua si parla di relax e non era un pezzo malvagio, cero io col compare della mia crew e pure Moro, oltre alla Fit Prod. Tolgo mise che non mi si addicono, abdico ogni impegno come tipico nei giorni di relax, dicevo in quel pezzo, era il periodo in cui non mandava a genio tantarba, tra cui indossare mise che non mi si addicevano. Quando present Gli 8 comandamenti, la Fit Prod, sorganizz un gran concerto a Cagliari: io non cero, per il giorno dopo Goppy mi chiam dicendo dovevi sentire, goppre, abbiam cantato la tua strofa tutti insieme. Sembrava che fossi morto, che doveva suonare come un gran tributo, credo, ed io cos lo presi, in buona sostanza: mica mincazzavo davvero sempre. Fabio, era lultimo giorno di Passaggi, ci ha invitati a Iglesias e noi ci siam giunti con le gambe stanche, a Iglesias c sempre una cedrata fresca e Loorto ad attenderti. Erano anni che non ci tornavo, a Loorto, ma dai subwoofer escon sempre suoni potenti, dentro quello studio; Ruido sui quattro quarti se la zacca alla pensc, un motto nonsnsico ma funziona: ascolta Ruido sui quattro quarti in 4/4 e vedi se non ti scappa di zaccartela alla pensc un po pure a te, che non sai cosa significa.
la(tra)ti dei cani l fuori

Che tu ci creda o no, caro mio bolide dun lettore, lonest intellettuale che parla per me, avrei un fracco di rbe da raccontarti, su Gianni Tetti; ma c un bel dia-

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logo altrove su questo libllo, perci non ti rubo tempo prezioso. Prosegui, non titubare, si parla di calcio nel prossimo paragrafo. No, ho detto di calcio. Niente figa.
comun saliscendi, di tacco e di punta

Con Carlo discutiamo ancora un po di lettere: potremmo snocciolare argomenti meno fumosi, tipo perch un po Simone ed un po Carlo, o cosa ci sia di davvero imperdibile a Nebida, ma non importa, di romanzi ci vien meglio, di romanzi e di pallone. Una rba che non taspetteresti mai che Carlo tifa lasseroma, che un po lappalesamento della veridicit vendttica: lasseroma sembrerebbe essere davvero quella cosa che ti fa sentire amici anche se non ci si conosce, e che ti fa sentir vicini anche quando si lontani. Te lo dice con rabbioso rimpianto che giuocava al calcio, Carlo, laterale sinistro dattacco, filiforme e nervoso come un Cristiano Ronaldo meno glam e pi sudato, testa bassa e ginocchia appuntite, lunghe leve e pedalare sulla fascia, su e gi, un calcetto al terzino, un dribbling stretto, Carlo che per dentro ce la buttava mica mai, ti confessa. Linno trasteverino, quello che ad un certo punto sinerpica sulle alte vette della spocchiosit minacciosa intonando mo so dolori perch Roma ce sa fa: io non lo so se Carlo lha mai canticchiata, quella canzoncina, se la conosce. Provo a raccontargliela mentre attraversiamo lo stagno di Molentargius, ci sono fenicotteri ovunque, somigliano molto nella mia immaginazione alla mise che doveva avere Carlo quando scendeva in

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campo, i fenicotteri. E immaginazione lultima parola. E no: non la sapeva, la canzoncina in cui ad un tratto si gorgheggia e quanno che comincia la partita ogni tifosetta se fa ardita, tifa forzaroma a tutto spiano con la bandieretta n mano perch cha er cre romano. Per amava i colpi di tacco, Carlo, ed i passaggi di punta, i tocchi di genio, quelli che non ti aspetti, quelli che sopraggiungono inattesi, come la scalinata per affacciarsi dalla laveria di Nebida, centinaia e centinaia di gradini scavati nella roccia che si tuffa nel mare azzurrrrimo. Si scende? Si scende. La gravimetria una scienza esatta, se non la conosci non grave: una branca della geofisica che si occupa di studiare i campi gravitazionali. Detto in soldoni, com che cade ogni cosa che per ineluttabile destino deve cadere. Intrufolarsi neglinterstizi dellopificio come filoni di rame tout venant tuttun precipitare gravimetrico; dentro le laverie ci si arricchisce, lo facevano un tempo il piombo e largento, oggi come se fossimo un po pagliuzze minerarie anche noi, risucchiati dal libeccio che taccarezza la schiena e tinvita al volo, atavici richiami in tabarchino sussurrati dalle spiagge dellisola di San Pietro. Scendere si scende, basta poggiare il tacco e lentamente adagiare la punta sul gradino, se tarrischi in un punta punta punta finisce che ti esplodono i polpacci, bisogna saperci andare di fino, con la scalinata della laveria di Nebida. Che sembra un po come quando scrivi un libro, incespicare e discendere senza guardarti indietro, preci-

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pitare con locchio fisso allorizzonte, con un briciolo dincoscienza stretto in pugno fin quando arrivi, stancamente ma arrivi, respiri il corbezzolo e tocchi le foglie del mirto, hai la pietra ruvida e calda sotto le gambe, e non sei che a met del viaggio. Che poi dovrai pur risalirla, la china, tornarci, sui tuoi passi, capire se puoi permettertelo ancora, quel punta tacco punta, o se dovrai piuttosto limitarti ad un passaggio col piattone interno destro. la teoria del saliscendi, del daje de tacco eddaje de punta. Io non lo so se a Isacco Newton era mai passato per la testa di mela bacata chaveva questo pensamento, per la gravit anche quella che scende sui volti quando c da dirsi che poi alla fine ciao, prima di trasvolare altrove. E va bene glabbracci, le pacche, i ci si vede, per ecco gli addii: gli addii sono sempre un po come spingere un bottone in down. A Masua c un tramonto dietro il Pan di Zucchero che non vorresti mai doverlo raccontare. E dovrei esser triste, vorrei sul serio, ma non ci riesco. che per via di quel bottone dellamicizia in perenne stato off, sono interdetto anche alla malinconia. Che volete farci: ho questo neo.

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Marta Casarini La vernice ecologica

Secondo me ce lhai, dai. Tua mamma non fa i test della pip? I test della pip?! S, quelli che devi fare la pip in un barattolo e poi portarla dal dottore e ti dice se sei malato o incinta. No, non li fa. Secondo me non ne abbiamo perch non puoi usare un bicchiere? Perch lo devo chiudere, scemona, i bicchieri non hanno mica il coperchio. E perch lo devi chiudere? E perch perch perch coshai, due anni? oooh! Cosa vuoi da me, cinno? Un contenitore. Non. Ce. Lho, ti ho detto! S. No! Dai, vai a vedere. Cos venerd a quella stronza della maestra gliela faccio vedere io. Cos la smette. Ho gi tutto pronto, mi manca solo dove metterlo. Dai, ci vediamo domattina, arrivato il pulmino. Mi raccomando, portamelo. Ciao. Poi si bacia la punta dellindice della mano destra, tutta piena di croste, ci soffia sopra e sale sul pulmino pullulante di sudore e cartelle.

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Io e Fabio abbiamo fatto amicizia cos, per le croste. Nessuno si sedeva mai vicino a lui, in mensa, perch aveva labitudine dei paragoni disgustosi. Appena la bidella svuotava la teglia gargantuesca del suo contenuto di penne al pomodoro, dal fondo del tavolo cominciava a sgranarsi un sommesso rosario di schifezze che si trasformavano in biglie sulle quali ognuno dei nostri compagni scivolava, procedendo a ruzzoloni verso uninevitabile nausea collettiva. Ecco il mostro pieno di viscere, ecco che nelle viscere rosse si incastrano grumi di muco, sembra basilico, ma muco, ed ecco che la bidella Marisa rovescia tutte le budella sui piatti dei bambini che masticano lintestino del mostro, mmmh che buono, e come sono belli mosci i suoi organi, belli viscidi di sangue! Nessun piatto veniva privato della sua versione splatter: i filetti di merluzzo impanati diventavano piedi di gnomo imputriditi, il passato di carote cerume frullato, persino le fettine di pomodoro fresco, semplici e nude sul piatto di carta, agli occhi di Fabio parevano orrende escrescenze sanguinolente perdute in battaglia da due orchi litigiosi. Io ridevo. E mangiavo di tutto. Gi allora propendevo per assecondare gli istinti, e il mio appetito da ippopotamo era talmente forte da resistere alle ondate di fantasia grandguignolesca del mio compagno di classe. Ero lunica bambina a non storcere il naso davanti a un polpettone-infezione, alle verdure-suture e al panetesta mozzata di cane; ero lunica a non essere pronta a strillare, alzando il braccino stretto in un golfino dan-

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gora rosa, ce lo dico alla maestraaaaaaaa non appena qualcuno mi tirava i capelli. Ed ero lunica a non avere paura. Anche il giorno in cui mi avvicinai il piatto pieno di minestrone-vomito di leone e vidi per la prima volta da vicino le sue mani martoriate dalla psoriasi, non avevo paura. Prova ne siano le domande, e la voce, che vengono fuori solo quando non si teme niente. Che coshai fatto l? Dove? Nella mano. Niente. Continuammo a sorbire il nostro vomito dai cucchiai opachi di vapore. Ti fa male? No, ma a volte fa prurito. Ah. Anchio avrei una crosta, lo sai? Dove? Sul ginocchio. Sono caduta dalla bici. Anche a me prude, perch non riesco mai a farla formare. Tu te le gratti? S. Anchio. Fabio smise di mangiare, poggi il cucchiaio nel piatto e mi punt gli occhi sulle ginocchia, sogghignando. Io me le mangio.

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Che cosa? Il suo ghigno si allarg fino a raggiungere gli zigomi, la voce un sussurro di pregustazione dello scandalo: Le croste. Ah s. Anchio! Ma il brutto che mi piacciono solo quando sono belle dure, e non ho mai la pazienza di farle crescere, cos devo accontentarmi di masticarle quando sono ancora un po molli, e non c gusto, perch da molli non sanno di niente. Sei fortunato, tu, che le hai sempre. Io posso mangiarle solo se mi faccio male. Da allora, Fabio si leg a me come un koala alleucalipto, un cucciolo di canguro al marsupio mammifero, un gattino alle coccole, una tenia allintestino da infestare. Insieme parlavamo dei telefilm che ci piacevano, uno su tutti Willy, il principe di Bel-Air, e la sua ammirazione per me crebbe quando sotto il pino pelato del cortile gli snocciolai a memoria tutta la difficilissima sigla, senza sbagliare una parola. Giocavamo a creare collane con gli aghi irresinandoci le dita; insieme facevamo che io ero una piratessa assassina che scardinava le porte con la voce, e lui il pappagallo che viveva sulla mia spalla e ripeteva tutto quello che dicevo ma con voce ancora pi forte, cos scardinava anche le assi delle navi nemiche. Ritagliavamo le figure dai Topolini vecchi, e incollavamo la testa di Basettoni sopra il corpo di Paperino, le orecchie di Minnie sui piedi di Gastone, confon-

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dendo attitudini e morfologie cos come noi confondevamo i nostri limiti, conoscendoci mischiandoci. Ma, soprattutto, insieme odiavamo molto. Odiavamo le fighette in golfini dangora rosa. Giravano tutte con i capelli legati in trecce o code di cavallo e proprio come i cavalli sculettavano al galoppo se chiamate alla lavagna e nitrivano a ogni battuta loffia della perfida maestra. Odiavamo stare seduti composti con le mani aperte sul banco, il gioco del silenzio, ritagliare le schede e appiccicarle al quaderno senza fare castroni con la colla, non poter ridere durante le lezioni e Simone, il capo della classe, otto anni, diciannove quadricipiti e un carnet di bionde che neanche un pub londinese. Simone, oltre ad aver vinto il Premio Calcolatrice come miglior studente di matematica della provincia, partecipava a un corso di karate, uno di judo e uno di organizzazione criminale e faceva della lotta agli sfigati la sua ragione di vita. Inutile dire che io, con la mia pancia alla Depardieu e i vestiti di pile, e Fabio, con la sua psoriasi e lattitudine alla bizzarria, incarnavamo le vittime ideali. Ci copriva di insulti (neanche tanto originali, a dire la verit, tutta roba gi sentita tipo cicciona e ritardato) e aizzava i compagni a fare lo stesso, tormentandoci con prese in giro e tirate di felpa e mutande. Capivamo che Simone e la sua ghenga non costituivano un vero peri-

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colo perch a noi, di loro, non ce ne fregava niente. Non che avessimo paura delle loro parole, n di ritrovarci emarginati durante il pranzo o la ricreazione. Anzi. Andavamo fieri del nostro essere scartati da bimbi che consideravamo cattivi, stupidi e noiosi nella loro incapacit di confondere il dovere con la fantasia. Quello che odiavamo in loro era il vuoto. Il loro essere tutti uguali. Il timore di sporcarsi, di parlare di storie, di riuscire a fare qualcosa di diverso da ci che aveva ordinato la maestra. Quello che odiavamo era il loro voler fare di tutto per diventare uguali alla maestra. Quello che odiavamo, pi di tutto, era la maestra. La maestra si chiamava Anna, e mai fu affidato un nome meno adatto a una persona. Anna ha un suono pannoso, che ti riempie la bocca di delizia candida. La maestra invece aveva una faccia segaligna di quelle che, se le guardi, sotto i denti ti si conficcano le schegge. Era cos alta da sfiorare la porta con la testa, e come se la sua longitudine non fosse sufficiente, si cotonava i capelli, in modo da sembrare un severo cipresso ritto sul viale che porta al cimitero. Al grido di se otto ore vi sembran poche / ci penso io a farvi lavorar, oltre ai compiti canonici da svolgere nel fine settimana, ci imbottiva di esercizi da fare durante lintervallo. Se non li finivamo, erano guai. Li chiamava I Doveri. Anche in Francia li chiamano cos, bambini. I Doveri

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in Francia li fanno tutti, e se non li fanno, le maestre possono decidere di non far fare mai pi lintervallo, a nessuno, anche a chi ha finito tutti i suoi Doveri. Capito, bambini? Questo solo in Francia. Voi siete fortunati a essere in Italia, ch i Doveri, se non vengono finiti, fanno del male solo a uno, e non a tutti. Siete contenti? La maestra ce laveva con Fabio. Siccome nessuno, allinizio della prima elementare, lo conosceva e laveva scelto come vicino di banco, lei aveva pensato di attaccarlo alla cattedra. Gli aveva fatto mettere la sedia a un lato del suo altare, perch diceva che cos le era pi comodo controllare quello che scriveva. In realt, da l era pi facile dargli delle sberle sulla bocca. Con la mano piena di anelli. Anna era cos: allantica. Stronza sarebbe un termine pi appropriato, e fu quello che adottammo subito Fabio e io, per riferirci allalbero malvagio che si cibava di ricreazione e decideva del nostro futuro. I giorni passavano uguali, a scuola. E uguali a casa. E Fabio, con i suoi arti pieni di pelle morta, mi era sempre pi vicino. Fino al giorno della vernice ecologica. Era un gioved pomeriggio, di novembre, e tutti avevamo il sussidiario aperto su una pagina di scienze pesante come cemento in umido.

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La pioggia ticchettava contro i vetri luridi, il pino pelato scuoteva le sue rade chiome in una muta richiesta deutanasia clorofilliana, il pranzo a base di ossa di pescecane aveva piombato gli stomaci e le meningi di tutti, che ciondolavamo i capi alla ricerca di un gioco del silenzio che sfociasse in un sonnellino ristoratore. Anche la maestra sembrava leggere le varie fasi del processo di decomposizione dellhumus con particolare inedia. Fino a che, arrivati al punto del o qui succede qualcosa o la scuola implode, scosse la sua testa paralizzata dalla lacca e disse: Bambini, per venerd prossimo avrete un Dovere particolare. Dovete presentare alla classe un progetto, come fanno in America. In America chi non presenta un progetto alla classe viene espulso. Voi siete fortunati a essere in Italia che non viene espulso nessuno ma solo punito con una nota, se non porta nessun progetto. Siete contenti? Cos cominci la frenesia del progetto da presentare. Le fighette volevano costruire tutte una casa per le bambole con le scatole degli stuzzicadenti. Simone pensava di realizzare un vulcano che eruttava lava di gelatina (che banalit. Visto e rivisto. Lequivalente scientifico del cicciona). Io covavo il desiderio di presentare in diretta il rigurgito di un bolo di peli da parte del mio gatto Geremia, ma era solo unidea fumosa, realizzabile forse solo con pratiche che violavano le normative europee sulla dignit degli animali domestici.

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Fabio, invece, il progetto ce laveva gi. Pronto, realizzato mesi prima. Non me ne aveva mai parlato perch, salt poi fuori, si vergognava un po tanto era geniale. Che cos? una vernice. Mmh, come quelle che si trovano in ferramenta? No, diversa. una vernice ecologica. Lho fatta con lerba. Aveva preparato una pappona vischiosa con muschio, trifogli, lattuga, resti di zucchine ripescati dal cestino dellorganico, fieno e una coda di ramarro. Aveva sminuzzato tutto rubando il frullatore a immersione di sua madre, dimenticandosi di ripulirlo e lasciandolo sul tavolo della cucina a sbavare sudiciume verde, procurandosi una punizione di due giorni senza budino. Ora, tutto ci che mancava era un contenitore. La vernice era rimasta a decantare sul ripiano pi alto del suo armadio per tre mesi. Adesso sobbolliva ed esalava un magma potente come metano e attendeva tra i miasmi il suo riscatto. Si pu usare per dipingere i mobili, le pareti, la puoi anche mettere sui vestiti e non va via. Non tossica, senti che buon odore? Puah, che schifo, toglila, sa di cacca di mucca! tutta naturale! E come la porterai a scuola? Infatti. Devi trovare il barattolo. Adesso prova a prenderne un po e a spalmarla sul tavolo.

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Sul tavolo?! Fabio, tua mamma ti ammazza. Arrivi a un mese senza budino, minimo. E allora? Sai pensare solo al mangiare, te. Gn. Dai, prova. Ne spalmai una minuscola ditata sul tavolo, e rimasi stupefatta. Pensavo sarebbe scivolata via, liquida e molle come muco di un influenzato. Invece rimaneva appiccicata l, densa e inamovibile come il catarro di un tisico. Provai a cancellarla passandoci sopra veloce il polpastrello. Niente. fantastica! Funziona! S disse Fabio, e gli brillarono gli occhi di una luce infinita. Ora, quello che successe fu che io trovai il contenitore adatto. Sul ripiano pi alto della dispensa scovai per caso un barattolo di Nutella mezzo pieno, che raggiunsi salendo su una sedia, spostando tre scatole di corn flakes e scavando dietro quindici pacchetti di caff. Lo vuotai a cucchiaiate rimpinzandomi di molle crema, ripetendo a ogni piccolo morso di senso di colpa che era per una giusta causa. Gliela faremo vedere, a quella stronza. Fabio bravo gnam gnam e anchio, e non vero che non vale gnammmmniente. Gnamgnamgnamcerto, slurp, sar un trionfo. Poi portai il barattolo vuoto e ancora un po macchiato di marrone a casa del mio amico, e insieme lo riem-

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pimmo di sbobba verdognola. Chiudemmo il coperchio zigrinato con forza da corsari, e attendemmo felici il venerd. E poi le fighette presentarono le loro case di cartone. Simone fece eruttare una colata di ribes guadagnandosi leterno rispetto dei compagni e un assai poco invidiato bacio della maestra. Io alla fine lessi un racconto su come i ragni possono essere considerati nostri amici, considerata la loro golosit per le mosche, facendo arricciare venti narici allunisono e applaudire in solitaria il mio leale amico. E Fabio tir fuori dalla cartella il barattolo pieno di vernice ecologica. Lo prese con le mani arrossate, lo strinse e non dovette fare molta strada per portarlo fino alla cattedra. Gli bastava allungare le dita di dieci centimetri, non doveva percorrere tutta laula come avevo fatto io, sentendomi le gambe molli. Non doveva essere difficile. Ma sua mamma, quel giorno, gli aveva spalmato i palmi di NoMorePsoris, una crema americana che sedava il prurito. E proprio mentre il mio cuore, e il suo, sembravano essere gli unici rumori nellaula, sembravano sovrastare i bisbiglii di scherno di Simone e le risatine cavalline delle fighette, e i pensieri e le paure e la solitudine e lillusione, e i giochi insieme e i progetti e il suono ancora pi forte degli anni che sarebbero venuti, e il

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desiderio di come sarebbero dovuti essere, ecco che i battiti cessarono e un unico rumore invase ogni cosa. Di vetro che si rompeva, cadendo sul pavimento e di una sostanza vischiosa che si rovesciava, sulle piastrelle, indelebile.

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[attraverso passaggi fotografi]

Manuela Marceddu | Dodo | 2010

Simona Pinna | In viaggio | 2010

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Simone Lisci | Verso il mare | 2010

[attraverso passaggi dialoghi]

Dove siamo

Sasha Tsinski | Quindi, dove siamo? Ugo Coppari | Al Bar Trieste, no?! ST | Non intendevo questo. Facevo riferimento al tuo nuovo video. In Limbo mobile sembra che tu voglia continuamente mettere in discussione la tua reale presenza in un determinato luogo. Sia il montaggio che lo stesso titolo sembrano volerci dire che quello in cui abitiamo soltanto un limbo. Cosa stiamo aspettando? UC | Sinceramente non so cosa stiamo aspettando. Personalmente ho smesso di chiedermi tutte queste cose. Piuttosto cerco ordine e armonia. Si diceva che un artista debba sempre tenere il proprio salotto in ordine, sistemarlo e pulirlo quotidianamente, cos quando arriva lospite, ovvero lintuizione, questa sar ben disposta a fermarsi. Ma questo non ha solo a che fare con la produzione artistica, ma anche con la vita di tutti quanti, di tutti i giorni. Pure le massaie. ST | E che centrano le massaie? UC | No, in realt stavo pensando a un servizio che ho visto ieri su Rai2 - Costume e Societ. Gli esperti, anche se

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a dire il vero non so di cosa [dice ridendo e indicando la televisione che in fondo al locale NdR], consigliavano alle massaie come risparmiare sulla spesa. Dicevano che ad esempio al mercato il sabato e la domenica si pu risparmiare fino al 30% sulla frutta e la verdura, perch ci sono le rimanenze. O che se il pesce fresco arriva in citt il mercoled, ecco che il giorno dopo gi coster qualche euro in meno. Massaie, solo questione di tempo! Di saper aspettare! ST | Perch hai scelto proprio limmagine del limbo? Forse perch come i bambini che abitavano questo luogo indefinito, noi siamo gi morti e peraltro colpevoli? UC | Questa una bella interpretazione. Sinceramente non ci avevo pensato. In fondo quello che dici vero, siamo morti bambini e, cosa ancora pi angosciante, siamo morti colpevoli. Si diceva che le anime morte bambine galleggino in questo limbo, e che non possano accedere al paradiso perch non avendo avuto il tempo e la possibilit di espiare i propri peccati nel proprio percorso di vita, sono rimaste macchiate per leternit. E tutto ci ha dellincredibile: come se venissi arrestato ancor prima di tentare una rapina. E magari solo perch avevo un passamontagna in auto. E se ti dico che in realt faceva solo freddo? ST | Ho capito cosa intendi. E se ti dicessero che il freddo fosse un movente plausibile?

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UC | Non sarebbe credibile, o forse s. Comunque volevo raccontarti una cosa che mi successa tempo fa. Ero chiuso in auto e stavo aspettando un mio amico, al riparo dal freddo. Potevo osservare i passanti senza che questi notassero la mia presenza. E vedevo che le persone adulte, quando non sanno di essere viste, si atteggiano come dei bambini, i cui movimenti sono molto meno spezzati. Cera un signore molto elegante, che avr avuto una cinquantina danni e che aveva una scarpa slacciata. Si ostinava a camminare con la scarpa slacciata, a costo di non fermarsi e fare dei movimenti scomodi. Allacciarsi le scarpe ci fa ritornare bambini, in fondo: un gesto elementare, tra i primi che impariamo: e che poi diventa meccanico. Allora questo signore si apparta in uno spazio buio, si guarda intorno, appoggia una scarpa su un muretto e si allaccia la scarpa. Poi si riaggiusta labito in maniera goffa e spontanea, come se fosse a casa sua. E quando ritorna nella zona illuminata, sul ciglio della strada dove aveva parcheggiato la propria auto, ecco che riprende la postura che aveva assunto precedentemente. Eretto e meccanico. E mi sono detto: un gioco! Ma non sto parlando dei ruoli di Meyrowitz o di cose del genere. che con gli occhi avevo tolto i vestiti a quelluomo. E me lo immaginavo nudo, che si muoveva. E pensavo a quando magari faceva lamore con la moglie o quando magari si masturbava, o quando magari giocava a tennis o che ne so io quando nuotava al mare. Me lo immaginavo sempre nudo e allora vedevo un bambino. Ma nel corpo di un adulto che era gi morto: il disfacimento della carne intaccava anche lo spirito.

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ST | Hai tempo per unaltra domanda? UC | Questioni di tempo, come dicevi prima. Mi dispiace ma devo proprio andare. Devo far revisionare lauto, che mi stata prestata da mio fratello. ST | Dimmi almeno i tuoi progetti futuri. UC | Tirare fuori qualcosa da questo limbo, e trovare i soldi per anestetizzarmi.

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Doppia velocit

Fabrizio Gabrielli | Zirriagga, tzilleri, pattadese. Frazziggu, chigno, ballocci. Greffa. Sette parole che non conoscevo, prima di leggere Gianni Tetti, significanti inediti per significati che pure avevo dentro. Defamiliarizzazione del familiare. Unheimlich puro. Nel leggerti sha come limpressione di averle gi viste e conosciute, quelle scene che racconta, eppure di non averle mai sentite, raccontate cos. Come quando guardiamo un prato fiorito, diceva Lovecraft, e di punto in bianco ogni fiorellino di quel prato comincia ad intonare una nenia. Come sentirsi raccontare una favola rovesciata, e alla fine: niente. Dcaci: quanto ti aiuta la Tua terra, la sua ancestralit spesso macchiettizzata, glafflati magici, a scolpire nel granito i personaggi e le epiche corali de I cani l fuori? Gianni Tetti | La mia terra mi aiuta, sempre. Anche a non sentirmi troppo solo mi aiuta. Come farei senza questa terra calda che non trema mai. Come farei senza sapere che appena torno a casa posso subito sentire lodore del mare. E il vento in faccia. Non lo so come farei.

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So per che lancestralit di cui parlo non solo della mia terra, ma delluomo. Ogni uomo ha un nucleo ancestrale nero come il petrolio. Listinto, la rabbia, la voglia. E di questo parlo. Perch i sardi calpestano il futuro come gli altri e i miei personaggi ci vivono dentro a questi anni sottozero dove se non ringhi tanto peggio per te. E ho pensato che allultimo piano del palazzo di una multinazionale a New York, dove lavorano i pezzi grossi, si ringhia molto pi che tra la gente di cui parlo io, che vive tutta sottoterra. E ho pensato che di tutto questo volevo parlarne. Di questo mondo dove tutti sono buoni e sono cattivi allo stesso tempo. Dove il pi forte vince. Dove c sempre qualcuno pi in alto di te. E cos via. Quando scrivo voglio essere prima di tutto onesto, parlare di mondi che mi appartengono, creare personaggi che sono un po pezzi di me e un po pezzi di qualcosaltro, e onestamente i mondi che mi appartengono non sono tanto quelli ancestrali e misteriosi della Sardegna che tutti si immaginano, quanto quelli vuoti di periferie piene di asfalto o contorti del centro storico. E il bello che siamo sempre in Sardegna e i luoghi che descrivo sono soprattutto rubati alla citt dove sono nato: Sassari. Ed qui che c lancestralit, quella senza patina, quella che pu fare paura davvero, sensazioni che si costruiscono attraverso storie sentite in giro, mezze parole origliate per strada, sguardi sconosciuti presi ovunque ed esperienze personali. Prima guardo e ascolto o ricordo, poi prendo, poi metabolizzo, manipolo, violento, provando a dire la mia.

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Alla magia non ci credo poi tanto. La magia nelle parole della gente. E io credo alla gente che vuole qualcosa (che sia giusta o sbagliata non conta) e le prova tutte per ottenerla. tutto umano, tutto sangue. Sono le credenze che ci piacciono tanto ad essere magiche, ma io non le vendo come vere queste credenze, le metto solo in bocca a chi ci crede, perch solo chi ci crede ne deve parlare e ne parla anche se il mondo tutto intorno gli dice che non c niente di vero. Ne parla perch se gli togli certe cose, ai miei personaggi non resta pi nulla per vivere. I miei personaggi vivono di questo: i sogni, le illusioni, le piccole libert che sono sempre troppo piccole e la vita che ogni tanto ricorda a tutti che meglio non farsene troppe di illusioni. La mia Sardegna questa: vento, odori, ricordi e cemento. [Gli facevo una domanda e lui mi rispondeva. Succedeva quasi un anno fa. Poi con Gianni ci siamo conosciuti, lestate scorsa, eravamo a Quartucciu e abbiam fatto quelle cose che si fanno quando ci si conosce di domenica a Quartucciu: stringersi la mano, sedere allo stesso tavolo, mangiare il porceddu, eviscerare e sezionare questa domanda piuttosto che quella risposta. Io lo so, perch me lha detto Gianni, che allinizio la domanda che glavevo posto per i modi verbosi di Malicuvata laveva lasciato interdetto. Piccato. Perch ero andato ad attingere al banale ruscello della sarditude. Ed infatti sera curato subito di ricondurre il fluire del discorso, lui, con dighe pittate da slogan pieni danimalit rabbiosa ed umanit barbarizzata, al placido lago pur tuttavia oscuro della

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quotidianit. Oscura e sorprendente, piena di vento, odori, ricordi, e cemento. Ripigliamo da l, sotto invito di Carlo Palizzi. Come se non fosse passato tutto questo tempo. Come se non fosse stato tutto un dirci rbe.] FG | Danilo Soscia, intervistandoti qualche tempo fa per linterntte, s reso protagonista, suo malgrado, penso, dun siparietto divertente invero. In due parole, per chi non avesse letto quellinteressante conversazione, mi prendo la briga di raccontare come andata. Lui esordisce, con una brillante intuizione, pi o meno cos: una lettura superficiale farebbe dire che esiste unaffinit tra la tua scrittura e quella, per dire, di Aldo Nove, il feticismo delle merci, il vuoto cosmico e pneumatico che inficia la nostra capacit di discernimento e blabl, e poi un sacco daltre rbe interessanti, se non fosse che tu gli confessi candidamente di non aver letto una riga di Aldo Nove. Tempo fa mi ci sono imbattuto, io, in una poesia di Nove, si chiamava Sognando aa roma. Pacifico che non abbia sortito leffetto di rendere ai miei occhi Nove un to read sottolineabile a doppia vergata, anzi: avevo trovato quella sua nuance nazipop decisamente troppo nazipop, apprezzando piuttosto lapprofondimento tributatogli da Tiziano Scarpa (cosa che pur tuttavia non aveva sortito leffetto di rendere Scarpa ai miei occhi un to read sottolineabile a doppia vergata), specie un passo in cui si spiegava in che modo la poesia di Aldo Nove mostrasse bene come il calcio sia diventato anche categoria interpretativa di tutto. C un elemento ricorrente nel tuo La medicina: i ricordi legati al Milan, allalbum di figurine

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Panini, al pallone autografato da Marco Van Basten. Al videogioco dei mondiali. Il calcio assume spesso e volentieri le fattezze di grimaldello interpretativo della societ: lamore incondizionato per la propria squadra, il tramandarsi una fede di padre in figlio, lindissolubile suo esser legato a doppia mandata allet delle passioni irrazionali, linfanzia. E via discorrendo. Mi vien da chiederti, allora, se pure tu credi nella potenzialit metaforica del giuoco del calcio; quanto credi, giusto per rimanere in tema canilfuori, contribuisca alla molossizzazione dellessere umano (intesa come bestializzazione alla fine della fiera sterile, poich votata ad un susseguente addomesticamento); e poi perch proprio il Milan. GT | Da piccolo volevo fare il calciatore. Come un sacco di bambini. Di sicuro come quasi tutti i miei amici. A parte uno che voleva fare lavvocato. E ci riuscito. E uno che voleva aggiustare materassi. Ma non ci riuscito perch il negozio del padre fallito. E poi cera quello che si era fissato con la religione. E mio cugino, che voleva fare Terminator e uccidere tutti. Vab, a parte questi gli altri volevano fare il calciatore. Io volevo fare il calciatore e quando facevo un gol esultavo come Fabrizio Ravanelli. Mi piacevano i calciatori lunghi e dinoccolati, tipo Faustino Asprilla, o Julio Csar Dely Valds (quel centravanti del Cagliari pagato due lire e rivenduto a miliardi). E quindi, io che ero un ragazzino piccolo e sporco volevo giocare come quei giocatori alti e neri che toccavano la palla come se stes-

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sero accarezzando un bambino appena nato e che quando calciavano quasi non facevano rumore. E in questo ero abbastanza originale, alla fine. Allora, lasciamo perdere Aldo Nove. Che non centra nulla. E pure Tiziano Scarpa. Che non centra neppure lui. E molliamo tutti quanti. Parliamo di pallone. Il pallone di cuoio. Gira. Lo puoi calciare. Oppure lo prendi con le mani. Se lo prendi con le mani o sei un portiere o sei Maradona. Se sei Maradona, la tua mano quella di Dio. E il tuo piede pure. Se sei un portiere, salvati se arriva Maradona. Il pallone non una cosa seria, ma se la palla dentro e tu mi dici che fuori, io vengo l, ovunque tu sia, vengo l e ti spacco la faccia. Ecco. Volevo fare il calciatore ma anche lo scrittore. Per pi il calciatore. Ma alla fine niente calcio. Perch comunque i sogni non si avverano mai. E non ci credere a chi dice il contrario. Uno che dice il contrario il presidente del Milan. Ecco perch parlo del Milan e di Van Basten: perch il Milan era una squadra da sogno. E Van Basten era il cigno di Utrecht. E penso che per molte persone, avere un incontro con Van Basten o ricevere un pallone firmato da Van Basten, sia stato il momento pi alto della loro vita. E che molte di queste persone credono nei sogni del presidente. E che il presidente ci crede meno degli altri. E adesso basta con questo presidente, perch neppure lui centra molto col calcio. Anche se sembra il contrario. E quindi il Milan. Ma ti faccio notare che in Adela si parla dellInter. E che ne Il dente si parla della Torres e del Cagliari. Il calcio dappertutto. E tutti parlano di calcio. Chi non parla di calcio unlite. Voglio

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parlare di esseri umani e voglio che siano verosimili, quindi i miei personaggi a volte parlano di calcio. Anche se hanno problemi pi seri. Van Basten invece centra col calcio. Lui era un cigno. E Cruijff era il papero. Mi chiedo sempre come mai in Olanda paragonano i calciatori a grossi uccelli acquatici. Allora, mi immaginavo Van Basten, alto e sorridente, firmare il pallone al babbo di Giona. Giona il protagonista de La medicina, il racconto a cui ti riferisci. Allora, il babbo di Giona basso, ha un berrettino del Milan, un bomber preso dai cinesi, la sciarpa bianca, i jeans e le Nike, pulite pulite. Pulitissime. Nuove, sempre nuove devono essere, pensa il babbo di Giona. E insomma, Van basten sorride e firma palloni. Poi uno di questi arriva a Giona. Che se lo ricorda ancora. Perch il calcio pu anche essere tutto, dove non c niente. E volevo fare il calciatore. Mi sarebbe piaciuto. Adesso no. Si suda troppo. Adesso guardo le partite, simpatizzo. Non per il Milan. E nulla. FG | Io le pi balorde contraddizioni in termini, le forzature pi clamorose che ho trovato nei meccanismi del calcio italiano le ho sempre viste vestite di rosso e nero, per questo te lo chiedevo: ne La medicina si avverte una storpiatura, un pizzico di inquietante fuoriposto, come lombra che ti fa sembrare biforcuta la coda del gatto nero sotto casa, come i capelli platino di Ibrahim Ba. Una cosa che mi faceva molto ridere, da ragazzino, era un siparietto di Giobbe Covatta che parlava dun tifoso milanista razzista, xenofobo e decisamente pirla, in

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preda a deliri esistenziali di fronte alla figurina Panini di Gullit: un gran campione, si diceva. Epper negro. Epper un gran campione. Ad oltranza. Crescendo ho capito che son tante le cose del Milan che fanno sorridere, per amaramente, ch pur volendo c mica troppo da spanciarsi: Bertinotti che tifa per una squadra della quale odia il presidente, ad esempio, lo trovo discretamente avvilente. Ad esser buffi, invece, buffi e basta erano Dely Valds col suo dente doro, a pensarci bene, o Asprilla con le sue capriole goffe. Che poi era di Panama City, Dely Valds, ed in nazionale erano tre fratelli, come e peggio dei Derricks di Holly e Benji, per dire; ed era sempre sorridente, Dely Valds, impressionante. Anche sulla foto del suo profilo di fisbuc, guardalo: ride. Vai a capire se felice sul serio. Conosco un macchinista che piazza le pizze al cinema per far ridere la gente in sala, mette su bobine comiche anche se soffre di depressione cronica ed in cura dallanalista da una decina danni. Fisbuc, la finzione, glinfingimenti: quanto e come bazzichi, tu, la pagina della effe bianca su campo blu? Credi possa essere considerata la palestra dinfingimento definitiva, massimamente efficace? (Io la vedo cos, ad esempio: ho scritto un paio di volte che ero in partenza per Reykjavik e ci son cascati quasi tutti, per quelli ero uno che viaggiava con frequenza da e per lIslanda, per dire, ha funzionato il meccanismo della finzione.) E allora: quanta linfa vitale apportano, le reti sociali, se la apportano, ed in che modo, al tuo mestiere di scrivere?

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GT | Facebook. Le reti sociali. Sono rimasto estraneo per un bel po. E tutti mi dicevano non puoi, non puoi, devi entrare su FB. E quando ho scritto I cani l fuori allora ho pensato di entrare nella rete. Mia sorella Antea mi ha fatto il profilo. E adesso vado da solo. Ci sto abbastanza. Entro, poi faccio altro, mi faccio i cazzi miei ma ci sono e ogni tanto do uno sguardo. Ho ritrovato i miei compagni delle elementari e delle medie. E faccio amicizie impossibili, tipo gente con cui non parlerei mai, o con cui non condivido nulla, o scrittori famosi o attori. Diventiamo amici, perch magari ci siamo visti una volta da qualche parte, senza neppure parlare, o per motivi cos. Diventiamo amici e basta, poi non abbiamo pi contatti, nemmeno uno. Ma io guardo le foto. Leggo gli aggiornamenti. Ce n uno appassionato di motori che mette solo foto di macchine veloci e scrive cose tipo ouuuuuuu spazialeeeeee lascia perdereeeee. Scrive cose cos, urlate. E un altro se la prende con tutti, polemico. Quindi tu gli scrivi una cosa, e lui interpreta sempre male. Sempre. E quindi parte la polemica. E c uno che scrive strane minacce in inglese, ma non si capisce a chi. Scrive tipo la fine vicina, guardati le spalle, sono arrivato per punirti. Una tipa invece mette le foto di lei nuda (e ha due tette enormi), e parla continuamente di come si far i capelli o di come si tinger le unghie. Uno parla solo di scacchi, un altro critica il governo (e fa bene), una tipa non si perde un rave party. E poi ci sono quelli che soffrono, e lo scrivono su internet quanto soffrono. E tu pensi, cazzo questo sta proprio soffrendo. Soffrono per amore, oppure

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per il lavoro che non c, o per quello che c, contro il capo ufficio, contro la madre. Poi c quella che parla solo del suo cane. E quindi tutti difendono i cani. I cani su FB guai a chi li tocca. Se dici una cosa contro i cani ti tagliano la gola. E ce ne sono anche altri, ma adesso non mi vengono in mente. FG | Che poi magari mi sbaglio, ma non pensi anche tu ci sarebbe da contemplare una ridefinizione del concetto di amicizia? Voglio dire, Zuckerberg andrebbe citato in giudizio per appropriazione indebita di lessema. A me capita dincontrare per la strada gente mai vista in precedenza che poi magari ci scambi due parole, oh, non ti trovi su niente, ma sai tipo gli antipodi? Eppure fieri ti ricordano siamo a-mi-ci su fisbuc, ed il fatto che a quel contatto non corrisponda poi unamicizia nella vita normale, una rba universalmente accettata come amicizia in quella cosa universalmente riconosciuta come vita, ecco, mi fa venire la vocazione del lessicografo, a me. (Per inciso, la persona che facessi io il Garzanti metterei rappresentato vicino al lessema amico neppure li bazzica, i socialcsi, come li chiama qualcuno.) Immergendoci pi a fondo nel limbo delluniversalmente accettato come, spulciamo un po la tua visione del ruolo della scrittura. Volessimo cercare di categorizzarla, questa visione, ti sentiresti di ricondurla ad una delle categorie prefabbricate, non so, tipo scrivere per me un impegno sociale, scrivo per raccontare sic et simpliciter, oppure mi ti spingi pi in l e mi crei unetica scrittoriale del tutto inedita?

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GT | Una volta lho fatto anche io. E mi sono vergognato. Usavo FB da poco. Un certo entusiasmo nel perdere tutto quel tempo a cazzeggiare con gente. A un certo punto incontro per strada uno. E ci avevo chattato il giorno prima. E allora glielo dico: ciao, siamo amici su feisbuc. Il tipo ride, fa: ah s, mi ricordo. Io penso che sono un coglione, e comunque gli dico questa cosa: comunque The piper at the gates of down bestiale. In chat stavamo parlando dei Pink Foyd. Il tipo attacca a parlare dei Pink Floyd, di Syd Barret, e dei Camel, e della scena londinese del 65. Tutte cose interessanti. Ma me ne devo andare. E alla fine non ne avevo neppure voglia di parlare con quel tipo. Gli do una pacca sulla spalla e me ne vado. E mi sento ancora pi coglione. E pure il tipo ha pensato che questo un coglione. Io ho pensato che alla fine che cazzo le conosci a fare le persone su FB se poi quando le vedi in strada non le puoi nemmeno salutare. Vab, lho fatto. Mai pi. E quindi lamicizia lo so cos. Ma faccio prima a dirti che io ho pochi amici. Loro a volte mi ricordano chi sono. Punto. Sono curioso di sapere come la pensi tu su questo fatto del ruolo della scrittura. Comunque per parlare della scrittura mi attacco al discorso sullamicizia. Per scrivere devo ricordarmi chi sono. Ma chi sono davvero. E quindi ti dico la mia. Un po di tempo fa ti avrei detto che per me scrivere era come vomitare: doloroso ma liberatorio. Poi ho capito che mi piace essere letto. E allora scrivere anche un fatto di egocentrismo. Di narcisismo. E poi ho capito che ci tengo a scrivere roba buona.

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E quindi diventa quasi una questione di orgoglio. E siccome sono sardo tutti diranno che questo se laspettavano. Ma vab. E quindi poi secondo me la scrittura una cosa bella interessante che deve divertire formare e far pensare. Lo scrittore deve essere onesto. E onest non vuol dire scrivere cose vere. Lonesta la pi grande qualit che pu avere uno scrittore. Prima di tutto onesto con se stesso, bisogna guardarsi dentro e non avere paura. Io ci provo. Scrivo da quando ho imparato, cio a cinque anni. E mi sembra di non aver mai fatto altro in vita mia. Scrivo perch voglio dire la mia. Scrivo perch ci tengo a me. FG | Guarda, ti faccio una confessione. Me lavessi posta tu, questa domanda, lo so mica se tavrei risposto. che proprio minnervosisco a sentirmi chiedere perch scrivi. una domanda imbecille, inutile, pretestuosa. Chiediamo forse al pescivendolo il motivo per cui vende il pesce? Quello salza la mattina ed in testa cha un turbinio di rbe: dove sistemare i merluzzi, come presentare le ombrine, quali spigole acquistare e quante cozze ormai irrimediabilmente avariate c da buttare nel cassonetto. Il pescivendolo sa che tutti i giorni dovr impiastricciarsi la parannanza col sangue dei pesci. Non si chiede se sia il suo destino, o piuttosto il frutto dun intestardimento. Sa solo che tutto preso dallattivit di vendere il pesce, e certi giorni felice, certi altri no. Non so se s capito, ma mi sta molto a cuore, il problema dei pescivendoli intesa come categoria sociale, ecco; non so se s capito che

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era una metafora. Questo per spiegare i perch. Che poi ci sono i come. Come e al contempo al contrario di te, credo nella scrittura come strumento per ricordarmi chi (non) sono. Da un punto di vista, la storiella di Reykjavik significativa: scrivo perch scrivere lunico mezzo che conosco, lunico che mi permesso maneggiare, per manipolare la realt, per dare ad intendere che. Godo nellintessere reticoli di finzione. Nel mettere e mettermi in discussione. Nellinstillare il germe del dubbio, dellinadeguatezza. In me e negli altri. Quel fatto dellegocentrismo, la vedo cos, quellergersi al centro del mondo facendo leva sulla penna, solo un modo meno doloroso per raccontarci quanto siamo emarginati. Lisola unisola solo se la vedi dal mare, quando ci sei sopra ti sembra una landa sterminata. E forte di quellonnipotenza scrivi, sei lombelico del mondo, dun mondo che non si lava mai lombelico. Scrivere per me un gioco. Una sfida costante con il lettore. Non sono accomodante, nei confronti del lettore, non lo sono nemmeno con me stesso, figurati. E poi credo ci voglia un po di spocchia. E lonest di riconoscere che ce lhai, quella spocchia, perch quella che ti fa stare le ore intere con le braghe calate e la resa dei conti in tasca di fronte ad unidea. Per come la vedo io, la scrittura nomadismo, perdersi ramingo per i meandri dellinsondabile, con la consapevolezza che per comprendere non c da far altro che riconoscere limpossibilit di comprendere.

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Solo dopo esser scesi a patti con questineluttabilit, paradossalmente, inizi a comprendere. Per ecco, mi comprenderai, c da chiuderla, questa chiacchierata. Non sto qui a chiederti i prossimi progetti, consigli su libri da leggere o non leggere, n tantomeno perch un lettore dovrebbe scegliere proprio te, ch lho sempre trovata una domanda del cazzo, io, questultima, quasi pi stronza di perch scrivi. Allora faccio cos, rubo lidea alla Paris Review e ti chiedo di descriverci il posto in cui ti viene meglio scrivere. La stanza in cui lavori. Che magari capiamo una cosa in pi su Gianni Tetti, una in pi di quello che riusciamo a capire spulciando il tuo profilo su fisbuc, sintende. GT | E s. In qualche modo la dobbiamo chiudere questa chiacchierata. E mi sono divertito. Allora, caro amico mio, per me scrivere non ha nessuna sacralit, e quindi dove sono sono e se ho voglia di scrivere scrivo. Con carta e penna o con il computer, non cambia molto. Comunque il posto dove mi viene meglio scrivere il bagno. E adesso ti spiego come faccio: mi siedo sul cesso, metto il computer davanti a me e mi metto a scrivere. Il bagno intimo, silenzioso, il rumore dellacqua rilassante e tutte quelle mattonelle celesti mi aiutano a pensare. Nel bagno c la vasca e la lavatrice e una finestrella. Al bordo della finestrella metto il portacenere e ci appoggio la sigaretta. L scrivo, rileggo, riscrivo, insomma faccio le solite cose. E non una bugia. la verit.

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Unaltra verit che scrivo spesso a casa mia e che ho una stanza che fa da studio. Casa mia al quarto piano di un palazzo che d su una piazza. Nel mio studio ci scrivo a volte. Non sempre, solo a volte. Ci sono libri, un divano, un computer e fogli sparsi e cd. Le pareti del mio studio sono verdi. E nel mio studio c anche una cyclette mai usata e una panca per addominali mai usata. E ci sono perch qualcuno ha pensato che le potessi usare e me le ha regalate. E anche io, per qualche giorno avevo pensato che magari le uso, che cos mi metto in forma. E invece niente ma sono in forma lo stesso. E c una finestra nel mio studio, da questa finestra si vede la piazza. E io guardo la gente che va e che viene, la guardo. Non detto che questo mi ispiri qualcosa, comunque io lo faccio: guardo la gente dalla finestra dello studio. E nel mio studio c una poltrona gonfiabile che mi hanno regalato a Milano. La poltrona si sta sgonfiando piano piano e non so come fare per rigonfiarla. Perch enorme e gonfiarla a fiato non fa. E poi scrivo quando sono in viaggio, scrivo in stazione, in treno, sulla nave, sullaereo, in aeroporto. Scrivo in tutti questi posti qua, che sono posti di passaggio. E scrivo sulle panchine di tutti i posti. E una volta mi sono seduto alla fermata di un bus di Bologna. Ma non dovevo prendere il bus, solo che non sapevo dove andare. E allora mi sono seduto l, e mi sono messo a scrivere. Mentre passavano sempre gli stessi due bus. La fermata si riempiva per qualche secondo, poi arrivava il bus e la fermata si svuotava. E nulla, io me ne stavo l seduto a guardare la gente che saliva e scendeva.

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E nulla, alla fine mi piaciuto. E una volta ho sentito uno che li chiamava non-luoghi, e mi piaciuto pure questo. Dimmi la verit, anche tu ci scrivi un sacco nei non-luoghi. FG | Io non lo so, fratello, come t venuto pensato che possa essere il tipo di persona che scrive nei non-luoghi. Epper: bingo. Anche se per la precisione dovrei dirti che alla fine della fiera non posso davvero dire di scriverci, in quei non-posti l: ci afferro il bandolo della matassa, quello s, che pi un non-scrivere, per, che tuttunaltra cosa. Perch invece poi cho la stanza del rammendo. Difficile, provo a spiegartelo meglio. Vedi, mi succede di questo. C che negli ultimi tempi mi diventata una rba duna macchinosit incredibile, scrivere, sebbene quella macchinosit costituisca quasi una specie di metodo. Nel quale i non-luoghi hanno un ruolo centrale. Giro con una mazzetta di post-it gialli in tasca. Ho provato coi quadernini, ma niente: li perdo sempre. I post-it, invece, no; che sembra una cosa strana, eppure. Dicevamo, i non-luoghi. In treno: mi sento male, se scrivo. In aereo: pure. In macchina, mentre guido, mi pigliano invece certi raptus che mi devo fermare alle piazzole di sosta, tanto ho i post-it, penso. Infatti arrivo sempre in ritardo. E poi c il porto. Al porto ci capito spesso, un reticolo di strade che non portano da nessuna parte e rotaie inutilizzate e cemento, il porto della citt dove vivo, che potrebbe essere Tolone, Algeciras o Tangeri, a guardarla da mare, e invece Civitavecchia.

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Vado l, anche se non ho mica da imbarcarmi su nessuna nave, e piglio appunti. Anche a lavoro scarabocchio sui post-it, il posto dove lavoro io pure quello un nonluogo, un luogo di tutti ma di nessuno, un albergo e non sei mai davvero a casa, in albergo. Infatti come si dice: questa casa non un albergo. Tutti quei post-it li appendo su un quadro che ho nello studio, un quadro orrendo, una litografia dun pellegrino che ho vinto per aver svolto il miglior tema sul Giubileo quando ero alle superiori, me lha consegnata Storace in persona, pensat. Ad esser brutto brutto, per i post-it sopra ci stanno che una meraviglia. Lo studio, dicevamo, la stanza del rammendo. Ogni tanto, come Concato con i fiori nelle domeniche bestiali, colgo un post-it dal prato appeso al muro. Poi un altro. Un altro ancora. Ne affianco una manciata nei quali intravedo una linearit di fondo. E l imbastisco. Non saprei dirti se il mio vero atto di scrivere sia questo, la stesura finale, o quello precedente, il concepimento. Sono a due tempi, come i Garelli o la politica dellUnione Europea. GT | Cazzo, cosa mi hai ricordato: il Garelli. Mio zio ci andava su un Garelli. Mio zio era riccio, era alto, parlava quasi sempre in sassarese e sapeva tutto di televisori, radio e motori. Vab magari questo non centra un cazzo. E comunque mio zio tifava la Ferrari, Alain Prost. E poi adesso che ci penso, questa storia dello zio la metto in qualche racconto. Perch della scrittura penso anche unaltra cosa: che

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non si butta via niente, come il maiale, come la balena. E che tutto torna, come nella vita [Tutto torna, come nella vita. Il fatto che saremmo andati avanti ad oltranza, nel dialogo, io e Gianni, per ad un certo punto dobbiamo interromperci, che ci piaccia o meno. Ce lo diciamo in chat di fisbuc, il pi non-lughico dei non-luoghi. La tronchiamo qua, v? chiedo io. Iea, mi risponde lui. Una ragazzetta ha appena messo sulla propria bacheca Good time degli Chic, il due novembre del duemiladieci, stasera gioca il Milan. Piove, dice lui. Anche qui, rispondo io.]

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Il tempo narrato

Marta Casarini | Nel tuo romanzo Il libro nero del mondo sostieni: Vivere la propria mania anche uno dei due modi per salvarsi la vita. Laltro traslocare in un sentimento solido e irrinunciabile. Tu che strada hai scelto? Considereresti la scrittura una mania? Gabriele Dadati | Io ho scelto entrambe le cose. il momento dellesecuzione, giorno per giorno, che mi vede vacillare. Quanto lascio che la mia mania sia al comando delle operazioni? Non lo so. Quanto lascio che lamore che provo sia lorizzonte entro cui mi colloco? Non lo so. Entrambe le cose per cerco di perseguirle. La scrittura una mania nella misura in cui in continuazione si fa in modo che nella nostra testa avvenga una narrazione del mondo che riempie di parole le cose che ci stanno attorno e ce le ri-racconta.

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La musica un linguaggio?

Lorenzo Mari | Nel tuo romanzo Rapsodia su un solo tema, le riflessioni sulla musica e sulla letteratura sintrecciano senza sosta, e sempre con estrema naturalezza. Danno luogo a incontri, scontri, contraddizioni, deviazioni, fusioni sinergiche, e, non ultimo, anche ad ampie considerazioni estetiche. Claudio Morandini | vero. Molti dei compositori di cui racconto la vita in Rapsodia praticano la scrittura, oltre alla musica. Carl Thalberg si ostina da anni dietro un trattato sullaccordo di settima di dominante (e va bene, qui siamo dalle parti dello scherzo) ed il curatore del trattato rimasto incompiuto dal suo compagno Ethan Prescott; questi poco meno che un grafomane, un trascrittore di tutto ci che gli accade; Dvoinikov stesso ha accarezzato pi volte in passato di scrivere su questo e su quello essenzialmente sul suo antenato musicista e anchegli poligrafo Joseph Mathias Mayer Dietro a questa intrusione della scrittura c ovviamente una necessit, quella mia di ricondurre comunque alla forma del romanzo, alla narrazione, una materia che sembra appartenere ad altri ambiti. Ma non solo questo. Prescott, e anche Dvoinikov, almeno nelle intenzioni, si affidano alla scrittura per dire ci che non possono dire

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con la musica. Visto che la musica sembra parlare solo di se stessa, erigendo strutture di puri suoni, rifiutandosi a ogni contaminazione con la vita (Dvoinikov ne convinto, Prescott sembra pi possibilista riguardo a una semantica musicale), ecco che la scrittura, le parole vengono in soccorso. Danno a Prescott uno strumento con cui leggere la realt, o almeno provare a metterci ordine; e a Dvoinikov, addirittura, garantiscono una libert che la musica, pi ossequiosa alle regole proprie e alle direttive altrui, sembra negare. Entrambi, da musicisti che sanno bene cosa la musica e cosa non , tengono ben separati i due mondi. il romanzo sono io, cio che mescola le carte, e tenta di contaminare musica e scrittura, non solo ispirandosi con una certa libert a una delle forme meno rigide della musica la rapsodia , o a una certa idea di musica a programma, ma anche ripercorrendo i diversi modi possibili con cui la parola pu raccontare, o analizzare, o parafrasare la musica. LM | Pare, tuttavia, che non sia pi possibile fare questo attenendosi alla meta-letteratura che stata tipica del postmoderno classico, se mi passi questultima definizione, un po paradossale. Dove sono finiti gli scrittori che parlano di scrittori che parlano di scrittori o i personaggi che parlano di altri personaggi che parlano ecc.? Sono stati sommersi dalla quantit di narrazioni disponibili oggi (tanto che andremo incontro, secondo Douglas Coupland, alla de-narrazione)? Meglio rifugiarsi nelle note, e nel loro confronto con le parole? In

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altre parole, il testo meta-letterario ormai da considerarsi come un oggetto dantiquariato? Non serve pi? C ancora qualche speranza nella riflessione interdisciplinare? Quale? CM | Da questo punto di vista, anche Rapsodia su un solo tema appare come un oggetto di antiquariato o meglio di modernariato. C sempre qualcuno che, dopo aver letto un mio romanzo, ne nota linattualit il pi delle volte, per fortuna, si tratta di un complimento. Non un problema per me: come ho gi detto altrove, mi sento appartenere al Novecento, per ragioni anagrafiche e sentimentali. Soprattutto appartengono al Novecento i miei personaggi, come Dvoinikov, che guarda con disincanto alla fine del mito delloriginalit (ma non un problema cos grave, visto che per lui la composizione essenzialmente un lavoro di alto artigianato), e Prescott, che vive invece con una certa spensieratezza in un ambiente postmoderno (ma la contaminazione con il basso, con la techno di DJ Kosmo, lo riempir di angoscia e di stizza). Per loro la classica, classicissima struttura a matrioska (uno che racconta di un altro che racconta di un altro che) un modo accettabile di intendere non solo la loro arte, ma anche la loro vita. Nessuno dei due corre il rischio di cadere nella de-narrazione; non ne possono sospettare nemmeno il futuro concepimento. Si comportano come personaggi, e tendono a leggere se stessi come figure di romanzo be, daccordo, sono davvero personaggi da romanzo. Prescott anzi sembra vedersi come una figura da sit-

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com In questo senso, il pi compiaciuto dei due Dvoinikov, che nel racconto della sua vita ritorna quasi proto-novecentesco, e scivola un paio di volte in un decadentismo fuori tempo massimo. Ma lo si perdona, perch per lui inventare la propria vita come la vita di un personaggio di letteratura un modo per rivendicare un controllo su di s e coltivare un orticello di libert. Tornando alla questione della meta-letterariet: ho la netta sensazione che ogni testo sia un meta-testo io, almeno, leggo cos ogni cosa che mi capiti sotto gli occhi, al di l del contenuto, come una riflessione sul linguaggio. Non rinuncio al piacere di seguire le avventure corse dalle parole, di indagare la componente narrativa del linguaggio. Tu dici che oggi il modello ormai classico di meta-letteratura postmoderna in crisi e io ti credo, non frequento molto la contemporaneit, seguo di malavoglia i trend editoriali. Che sia sopravvenuto un effetto di saturazione? Troppi scrittori hanno scritto di se stessi o di altri scrittori? Troppi si sono interrogati sulla natura della scrittura? Troppi scrittori in crisi (ora volo pi basso), ridotti a macchietta, troppi complessi da pagina bianca? Oppure la meta-letteratura diventata un giochino superficiale, un ricorso ludico a stilemi, a comodi clich? O infine nessuno si interroga pi sulla scrittura perch nessuno (ora esagero) padroneggia pi la scrittura? O nessuno ha pi nulla da chiedere alla letteratura, se non placido svago e qualche salto sulla sedia al momento giusto? Non posso rispondere a queste domande ma certo, per dirne una, che il Calvino che indagava le potenzia-

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lit combinatorie del narrare non sembra aver lasciato tracce tangibili oggi, tra gli scaffali delle librerie. Anzi, da qualche anno si diffida di quel modello, e lo si fa con uno strano sollievo, come se ci si fosse finalmente liberati da un gran peso. E non parlo da calviniano tutto dun pezzo, bada, perch c ben poco di calviniano nel mio modo di procedere, di accumulare pagine nel corso di anni, lasciando che si creino connessioni e si sviluppino percorsi. Mi manca insomma quel suo senso progettuale della struttura ma amo il mio modo arruffato di procedere a tentoni. Per sto divagando. Mi chiedi se la musica possa soccorrere la letteratura nella riflessione su se stessa, attraverso il confronto tra le peculiarit e le differenze dei due linguaggi. Perch no, mi dico. A patto che con musica non si intenda semplicemente il mondo colorato di chi vive di musica, la ascolta, la produce, la esegue, la scrive in tal caso la musica vale quanto, che so, larchitettura, il giardinaggio o qualunque altro microcosmo popolato di personaggi pi o meno singolari. E a patto che non si parli di musicalit della lingua questa semplicemente la cara vecchia retorica dei classici, altro che musica. Ma una letteratura che si avvicina alla musica, ne imita le forme, ne esplora le strutture, e allo stesso tempo non si illude di trasformarsi in musica, perch proceder sempre con approssimazione, per analogie o per contrasti ecco, una letteratura cos pu avere un qualche senso anche oggi, sar una riflessione sui fondamenti e sui processi del linguaggio. La cosa pu diventare intrigante se, come fanno certi compositori o teorici della

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musica, si mette in dubbio che la musica possa essere considerata un linguaggio. Il bello che non mi sono posto questi interrogativi mentre lavoravo a Rapsodia su un solo tema. Ho lasciato lievitare il romanzo, animato soprattutto dal piacere dellinvenzione, o della reinvenzione anche se lho concluso oppresso da un senso crescente di angoscia. Soprattutto, ero spinto dal desiderio di condividere una appassionata familiarit con la musica. Le riflessioni teoriche sono venute dopo, e sono ancora in corso, come vedi.

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Strumenti per

Antonio Tirelli | Dimostrate di tenerci alluso consapevole del linguaggio e di lavorare sulla forma dei vostri racconti. Chi ve lo fa fare? Non pi semplice assecondare il pubblico parlando come i concorrenti del Grande Fratello? Dario Falconi | Non so se sarebbe pi semplice. Non cho mai provato. La risposta celata nelle ragioni che muovono la mia indolente volont di scrivere. La scrittura il mio strumento di ribellione contro lomologazione del pensiero. Attraverso il linguaggio c una domanda dilacerante di sottiglianza. Una sottesa ed estenuante richiesta di attenzione. Non arrendersi alla superficie ma inabissarsi. Il mio lettore ideale? Uno speleologo inarrendevole. Fabrizio Gabrielli | Sai come diceva, Cervantes, nel sedicesimo secolo? Ya que las comedias las paga el vulgo / es justo / hablarle necio / para darle gusto, che poi significa visto che le commedie le paga il volgo, tutto sommato giusto parlargli basso, se ci gli arreca gusto. Eppure questa bella domanda invero del Tirelli fallace nei presupposti. Anzi, doppiamente fallace. In primis, perch spoglia il linguaggio utilizzato allin-

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terno della casa di reclusione telemediatica dogni afflato sperimentalricercatorio. Non si faccia lerrore, non lo si faccia mai, di credere ingenuamente che dietro i codici linguistici ruffiani, sboccacciati, turpiloquio-aholici e rasentanti la blasfemia mediasettiani (cos da includere anche un certo politichese easy, dalla giacchetta marinara a Porto Cervo, per intenderci) non si celi un sottile arrovellamento, tanto faticoso e proficuo quanto snervante, pari a quello dello scrittore o sedicente tale. In secundis, perch verit vera che, nel mio caso, ricercatezza formale, sperticante sperimentalismo e uso consapevole dello strumento lingua da una parte, e grettezza lessicale o espressiva dallaltra, non si autoescludono. Anzi, traggono reciprochevolmente linfa vitale. Vedi Katacrash (Prospettiva, Brain Gnu, 2010): i personaggi sono infottati con la doppia acca e per dialogare con se stessi e col mondo utilizzano la lingua che ci si aspetti utilizzino tre giovanotti infottati con la doppia acca. Non allora possibile elevare quella lingua underground, con il suo slang, la sua lessicografia, la sua sintassi? Per dirla quasi con presunzione, non si pu donarle dignit culturale e letteraria? Ce lhanno fatta in Argentina col Lunfardo. Ce lhanno fatta in Francia con certi argot. In Italia tutta una serie di penne, chenes Nori o Benati, riprendono il filo quasi ininseguibile della lingua parlata. Allora si pu, anzichen. Detto questo, chiuderei con un rotondo ma che cazzo ho detto?. Sai, giusto per assecondare i palati meno fini.

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[attraverso passaggi graphic designs]

[attraverso passaggi dappendice]

Ethan Prescott Rafail Dvoinikov Sonata per viola sola, 1951

[Carl Thalberg, che in Rapsodia su un solo tema (Manni, 2010) ha raccolto e pubblicato le numerose pagine di Ethan Prescott dedicate agli incontri con Rafail Dvoinikov, ha continuato a scoprire, tra le carte del suo compagno, appunti e minute sul compositore russo. Prescott era fatto cos: scriveva ovunque, caparbiamente, con la vena di un poligrafo di altri tempi (o di un grafomane, dipende dai punti di vista), in attesa di riordinare il materiale magmatico che andava accumulando. Traduco per gli amici di Malicuvata un frammento inedito, uno dei tanti, incentrato su una Sonata di Dvoinikov creduta dispersa, mai incisa su disco e, per quel che ne so, mai eseguita in concerto. In questa pagina un tantino iperbolica Prescott torna su certi temi che gli sono cari, e sembra raccontare la musica come sede di profondi e misteriosi conflitti. Claudio Morandini.] La Sonata per viola sola senzaltro una delle opere pi stravaganti di Dvoinikov. Scritta di getto per un violista che non lavrebbe mai eseguita in pubblico, sembra perseguire unidea di sgradevolezza: nudit della melodia, idee tematiche di corto respiro strapazzate con ferocia, interruzioni e silenzi pi lunghi e frequenti del sopportabile. Chi applaudirebbe con convinzione alla fine di una esecuzione di queste pagine scostanti? Il virtuosismo, che pure richiesto, sembra occultarsi, negarsi, e

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non cerca lammirazione, ma piuttosto lo sconcerto, o, se appena si un po sensibili, il raccapriccio. Il primo tempo, un Allegretto il cui unico tema giocato sulla cocciuta alternanza di un intervallo di quarta eccedente e uno di seconda maggiore, suona come un abbozzo, buttato l con insofferenza. Ci viene da pensare che non lo vorremmo riascoltare mai pi come ci capita spesso, pensiamo che sar pi piacevole parlarne, piuttosto che ascoltarlo di nuovo. Eppure tra quei ghirigori impacciati sentiamo nascondersi un nucleo fascinoso di dolore, un grumo di spaventata bellezza lo percepiamo risuonare leggerissimo nei silenzi, nel gioco traslucido degli armonici. quella, la musica sottintesa delle vibrazioni e degli ipertoni, che vorremmo sentire, perch la intuiamo assai pi bella e dolce di questa, reale, che ci strazia le orecchie e ci fa sbuffare. Il professionista riesce a distinguere con una certa consapevolezza la musica nascosta nelle altezze degli armonici, e ne resta turbato; agli altri, giunge comunque una qualche oscura impressione di un mondo negato, e la sensazione bruciante di non poter accedere a quel mondo. Dopo un Adagio che esplora le zone paludose del registro basso senza mai sollevarsi, il Presto finale poco pi di un raptus disperato, interrotto dalla fretta o dal disamore a met di una frase: una trentina di secondi in tutto, in cui la melodia si contorce in spirali ascendenti di velocit spaventosa, che rendono impossibile a chiunque il mantenimento dellintonazione.

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Questa Sonata sta ben lontana dagli intendimenti della letteratura per viola sola, di solito concentrata su temi pensosi, malinconicamente severi, aristocraticamente sonnacchiosi si pensi a Hindemith, a Vieuxtemps, a Reger, a Stravinsky, o a tutti quei minori sovietici che hanno fatto della viola la loro voce preferita. Quella di Dvoinikov non una viola, ma un violino sgraziato o un violoncello scordato, che dal suo esilio urla e mugugna e protesta e di certo non si metter mai a cantare.

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[attraverso passaggi in ordine di apparizione]

Sig Mustache non ci ha mandato il profilo. Francesco Locane nato a Gorizia nel 1978 e dal 1996 vive a Bologna. principalmente giornalista, autore e conduttore radiofonico, ma ha anche insegnato e si occupa di editoria. I suoi racconti sono stati pubblicati, tra gli altri, da Fernandel, Linus, Il Manifesto Libri e Mondadori. Kain Malcovich (Mirko Di Francescantonio Lanciano 1980). Laureato allUniversit Europea del Design, di giorno pubblicitario, di notte fumettista. Disegna per riviste, webzine, libri, rockstar, da Carta Straccia a Toilet Comics, dalla copertina del Giuseppe Garibaldi di David Riondino alla mostra con Silver (Lupo Alberto), 5 anni fa a Milano. Nel 2008 pubblica il suo primo libro illustrato, NUMBers unequazione sociale. Fonda laripubblica.com, il non giornale di notizie al contrario, per poi chiuderla dopo un anno di esperimenti sulle speranze degli italiani. Crea e diffonde riviste inesistenti (Fumetti per minorenni ne un esempio) per dimostrare che nel 2010 grazie al web siamo tutti famosi: i lettori

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sono diventati tutti scrittori e nessuno rimasto lettore: ora siamo tutti uguali. finita. Marco Montanaro nato nel 1982 e porta i baffi. Fa parte della redazione di inutile Opuscolo Letterario. Ha pubblicato una raccolta di racconti, Sono un ragazzo fortunato (Lupo, 2009) e un romanzo, La Passione (Untitl.Ed, 2010). Altri suoi racconti sono sparsi per il web e su carta. Da ultimo, La svastica sul petto apparso nellantologia Clandestina (Effequ, 2010). Quando pu, smette di scrivere per molestare il suo pubblico, in pubblico. Il suo blog malesangue.wordpress.com Simone Rossi, laureato in Semiotica a Bologna, uno scrittore a cui piace suonare. Il suo primo libro si chiama La luna girata strana (Zandeg, 2008). Il suo secondo libro si chiama sbriciolu(na)glio e glielha pubblicato suo cugino. Scrive su Finzioni fin dal numero zero. Tuffa i biscotti nellacqua. presente nel volume Racconti di periferie e altri racconti (di periferie) (Malicuvata, 2010) con il racconto Abbandono Oblio Deserto. Ha un sito, come tutti: simone-rossi.it Dario Falconi nasce a Roma. Laureato in Lettere Moderne. Professore, drammaturgo, apprendista scrittore. Almeno questo dicono di lui. Il tutto accaduto (se accaduto) a sua insaputa. Un gran numero di racconti compaiono indisturbati su antologie e riviste. Utopsia

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(Di Salvo editore, 2008) stata la sua prima fatica letteraria completa. La seconda fatica letteraria completa un romanzo e ha per titolo Patagona (Prospettiva, Brain Gnu, 2010). Marco Mazzucchelli, in gennaio. la nascita. la notte. la neve. linfanzia. gli anni. la scuola. le suore. i preti. ogni mattina. lo zio. il bar. il vino rosso. gli ubriachi. di pomeriggio. il giro ditalia. la coppa del nonno. le sere. lestate. i maggiolini. nascondino. dietro i muri. senza respiro. il mare. la montagna. i sentieri. i bergamaschi. poi il latino. la fisica. linglese. i concerti. i festival. leuropa. il politecnico. larchitettura. la prima scrittura. il servizio civile. il lavoro di merda. la russia. la mia met. lerrore. il vivere assieme. mia figlia. le seconde scritture. la crisalide vuota. Jacopo Cirillo vive e lavora a Milano. Qualche anno fa ha co-fondato la rivista online Finzioni (finzionimagazine.it) che ormai diventata un ometto. Nei ritagli di tempo lavora in Rizzoli, scrive su Wired.it e va in giro per osterie con il suo amico simone rossi a leggere storie come questa. Chiara Reali (Verbania, 1978) ha pubblicato diversi racconti su riviste e, con lo pseudonimo di Esther G., ha partecipato allantologia edita da Minimum Fax Tu sei lei. Otto scrittrici italiane a cura di Giuseppe Genna. Il suo sito yellowletters.wordpress.com

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Alfio Gnitron lideatore dellomonima rivista di inventori. Tutti i suoi scritti sono tradotti in italiano da Lautino Crippa. Ha un sito internet nel quale periodicamente fa domande ai morti: alfiogenitron.wordpress.com Jacopo Nacci nato nel 1975 e vive a Pesaro. Ha pubblicato il romanzo Tutti carini (Donzelli, 1997); stato redattore del blog Il Resto della pesaresit; ha scritto recensioni per LIndice e Satisfiction; autore della serie Dreadlock!, in corso di pubblicazione sulla rivista Collettivomensa; redattore del blog Yattaran. Elena Marinelli quando scrive Osvaldo. O Teresa, dipende. Suonerebbe il contrabbasso, ma non riesce ad abbracciarlo. Fa delle gran ciambelle, sta sempre su internet e dicono sia piuttosto brava a leggere ad alta voce. Dorme sempre vicino alla porta. Il suo primo libro si chiama la centoventotto rossa. Abita qui: elenamarinelli.it Marco Visinoni nato a Iseo nel 1981. Il suo primo romanzo ha per titolo Macabre danze di sagome bianche (Miraviglia, 2007); nel 2009 seguita la raccolta di racconti Apocalypse Wow Nove ballate dellultimora, selezionata da Unibook.com per la Fiera del libro di Torino 2009. Il racconto Paradise now stato inserito nel volume Racconti di periferie e altri racconti (di periferie) (Malicuvata, 2010). Il suo sito internet : marcovisinoni.it

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Fabrizio Gabrielli (GBRFRZ81D14C773C) in unUniversit aveva la matricola 208849/10, in unaltra la 57, e s laureato con 110/110 cum laude nella classe LM37. Ha pubblicato ISBN 978-88-7418-535-1 (202 pagine, nel 2008) e ISBN 978-88-7418-619-8 (180 pagine, nel 2009). Adora le IBU 100, il 4-3-3, i 4/4, il 26 luglio e le donne nate il 12 maggio del 1984. Marta Casarini nata in luglio, ha scritto un libro che si chiama Nina Nihil gi per terra (Voras), alcuni racconti pubblicati in un paio di antologie, milioni di liste della spesa, qualche poesia, molte lettere importanti per persone che ha odiato e poche righe per quelle che ha amato. Consegna tutto in ritardo ma simpatica lo stesso. Sasha Tsinski ricercatore linguistico e reporter freelance. Ugo Coppari, presso Morlacchi Editore, ha pubblicato Bim bum bam! (2006), Nove anoressiche (2007) e Limbo mobile (2009). Attualmente vive e lavora a Perugia. Il suo sito internet ugocoppari.com Gianni Tetti nato a Sassari l11 aprile, 1980. laureato in Lingue e Letterature Straniere e lavora allUniversit di Lettere e Filosofia di Sassari con un borsa di dottorato in Storia e Critica del Cinema. Si occupa di sceneggiatura, collaborando a vari progetti cinematografici e televisivi. Recentemente ha pubblicato il libro I cani l fuori (Neo Edizioni, 2010), scritto il lungometraggio

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SaGrscia (regia di B. Angius, 2010) e diretto il documentario Un passo dietro laltro (I.S.R.E., 2010). Suoi racconti sono presenti in numerose antologie e riviste italiane. Lorenzo Mari (Mantova, 1984) vive e lavora a Bologna. Nel 2009 ha pubblicato la raccolta poetica Minuta di Silenzio (LArcolaio, Forl, 2009, prefazione di Luca Ariano); nello stesso anno, sue sillogi sono apparse in Pro/ Testo (Fara, Rimini, 2009) e nellantologia a cura di Chiara de Luca Nella borsa del viandante (Fara, Rimini, 2009). Prima di approdare a Casa Lettrica Malicuvata, ha vissuto i fasti della rivista militante bolognese Tabard. Claudio Morandini nato, vive e insegna ad Aosta. In passato ha scritto cicli di commedie per la radio e monologhi per il teatro. Prima del romanzo Rapsodia su un solo tema Colloqui con Rafail Dvoinikov (Manni, 2010) ha pubblicato Nora e le ombre (Palomar, 2006) e Le larve (Pendragon, 2008). Il suo racconto Le dita fredde stato incluso nellantologia bilingue Santi Lives of Modern Saints edita a Baltimora (Black Arrow Press, 2007). Fosca Una novella valdostana si trova nellantologia Nero Piemonte e Valle dAosta Geografie del mistero pubblicata da Perrone nel 2010. Altri racconti sono apparsi su varie riviste. Sul blog Letteratitudine anima con Massimo Maugeri il Dibattito su letteratura e musica. Gabriele Dadati (Piacenza, 1982) ha pubblicato il libro di racconti Sorvegliato dai fantasmi (peQuod, 2006; nuova

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edizione Barbera Editore, 2008), premio Dante Graziosi e finalista come Libro dellanno per Fahrenheit di Radio 3 Rai, e il romanzo Il libro nero del mondo (Gaffi, 2009). Nel 2009 stato scelto da Festivaletteratura di Mantova per rappresentare lItalia nel progetto Scritture giovani. Scrive sul quotidiano Libert, tra gli autori di Booksweb.tv e si occupa di Laurana Editore. Antonio Tirelli nasce a Napoli nel 1979. Laureato in Scienze della Comunicazione, vive a Bologna lavorando in una libreria. La prima pubblicazione in cui appaiono i suoi disegni lantologia a fumetti Sherwood Comix. Immagini che producono azioni (Nicola Pesce editore, 2009). Nel 2010 ha illustrato il volume Racconti di periferie e altri racconti (di periferie) (Malicuvata, 2010). Suoi articoli su opifice.it e malicuvata.it

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[indice]

Sig Mustache Helsinki-Tallinn, 2008

[attraverso passaggi racconti] Francesco Locane Lultimo battito Marco Montanaro Come funzionano gli orologi Simone Rossi benpartita Dario Falconi Ci siamo amati fino al sempre degli amanti Marco Mazzucchelli Ferox Jacopo Cirillo La storia aumentata del Passaggio a Nord-Ovest

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Chiara Reali Le pendu Alfio Gnitron Fidarsi Jacopo Nacci In merito alla terapia Elena Marinelli Clementina Marco Visinoni La ballata del morto vivente Fabrizio Gabrielli Faccio di quei passaggi, v? Marta Casarini La vernice ecologica

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[attraverso passaggi fotografi] Manuela Marceddu Dodo Simona Pinna In viaggio

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Simone Lisci Verso il mare

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[attraverso passaggi dialoghi] Sasha Tsinski | Ugo Coppari Dove siamo Gianni Tetti | Fabrizio Gabrielli Doppia Velocit Gabriele Dadati | Marta Casarini Il tempo narrato Lorenzo Mari | Claudio Morandini La musica un linguaggio? Antonio Tirelli | Dario Falconi | Fabrizio Gabrielli Strumenti per

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[attraverso passaggi graphic designs] Mattia Piano Dodo Mattia Piano In viaggio

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Mattia Piano Verso il mare

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[attraverso passaggi dappendice] Ethan Prescott Rafail Dvoinikov Sonata per viola sola, 1951

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[attraverso passaggi in ordine di apparizione]

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[extra]

i lettori di Malicuvata per Attraverso Passaggi Giovanni Curreli Marialuisa Fasc Spurio Davide Gianetti Lorenzo Mari Carlo Palizzi Carlo Schiavo Patrizia Sergio

[malicuvata.it | malicuvata@gmail.com]

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