Vous êtes sur la page 1sur 3

Cera una volta un bambino grassottello e un po impacciato, di quelli con la faccia simpatica e rubiconda, curioso e intelligente, ma tremendamente svagato

e con la testa fra le nuvole. Fin da piccolo era da considerarsi un filosofo, non perch avesse chiss quali teorie sui movimenti del cielo e delle stelle, o sul fine ultimo dellesistenza umana, ma per modo di affrontare la vita. Era uno stereotipo, un po come Talete che per guardare il cielo durante le sue passeggiate spesso andava a finire nei pozzi, secondo quanto malignava la sua donna delle pulizie. Il nostro eroe non era affatto portato per giocare a calcio. I suoi amici correvano al doppio della velocit e lui affannava per via della mole che si portava dietro. I completini che la squadra usava erano un po troppo attillati, gli mettevano in risalto la pancia e un paio di tettine flosce, per non parlare delle grosse cosce che aveva ereditato cos dicono dalla madre. Ma quel bambino voleva giocare a calcio. E non mollava. Ogni giorno si allenava e cercava di cambiare il corso delle cose. A dir la verit come giovane filosofo era un seguace di Marx, anche se ancora non aveva letto n il Capitale, n lIdeologia Tedesca. Per lui quel cognome era pi assonante con il nome di uno snack che era solito sgraffignare al bar, vantandosi con i suoi amici del bottino di guerra. Se per nellutero della madre gli avessero fatto studiare le Tesi su Feuerbach, la prima frase di senso compiuto che avrebbe pronunciato sarebbe senza dubbio stata I filosofi hanno solo interpretato il mondo in vari modi; ma il punto ora di cambiarlo. Quel bambino era spinto dallinsano e italianissimo piacere di prendere a calci un pallone, entrare scivolata e sbucciarsi le ginocchia. Magari in quelle belle giornate di pioggia in cui i ragazzi si allenavano nonostante il tempo avverso e alla fine correvano insieme sotto le docce con la pelle colorata dal terriccio e i vestiti fradici, appesantiti dal fango. Una sorta di rito catartico, una purificazione per il corpo e per lo spirito, che esultavano allunisono perdendosi nelle risa e nei giochi dei bambini. In nome di tutto questo lui voleva un posto squadra. A dire il vero gli bastava essere convocato, avere una possibilit, una chance di entrare nel vivo dellazione. Il giorno del compleanno poi, era una festa speciale, perch durante la partita il mister avrebbe donato al fortunato aspirante calciatore lambita fascia da capitano (grande pedagogo, il vecchio Cosimo). Quel giorno, sugli spalti, il padre di quel piccolo filosofo grassottello che voleva cambiare il mondo non cera. Lui ce laveva con la Chiesa e il figlio giocava per la squadra della parrocchia, quindi non avrebbe potuto sopportare di vedere due partite di fila. Veniva a piccole dosi. Quel giorno pioveva a dirotto: buon segno, significava che i bambini avrebbero fatto la doccia tutti infangati. Il loro rito avrebbe condito una prestazione che sannunciava memorabile: perch proprio quel giorno lElis giocava con il Torre Maura, che allora era la squadra ultima in classifica. La pi debole del campionato.

In quel leggendario giorno, il mister aveva deciso che il nostro eroe avrebbe giocato titolare, con la fascetta da capitano al braccio destro, perch, scherzo del destino, era proprio il suo compleanno. Era lalba di un giorno indimenticabile per tutti i componenti del gruppo, perch quella sarebbe stata la vittoria pi netta che avrebbero realizzato insieme. Undici a zero, roba da Brasile-Belize. Un Elis clamoroso si trovava a condurre la partita per due a zero gi dopo i primi dieci minuti. Ci voleva qualcuno che chiudesse il conto, perch quelli erano punti preziosi. Ma mica era come per i calciatori di serie A. Tra i bambini, solo coloro che avevano i genitori pi rompicoglioni sapevano comera strutturata la classifica. Gli altri si limitavano a giocare, considerando ogni sfida come unica e preziosa. Uno di questi era il nostro filosofo-eroe, che galvanizzato dalla fascia da capitano, dalla pioggia e dal compleanno imminente, correva come un indemoniato, a destra e sinistra, sopra e sotto, al centro e sulle fasce, nellansia di arrivare lui, difensore rude coi piedi a banana allagognata rete, proprio come il suo idolo Aldair, difensore pure lui, che ogni tanto qualche gol lo metteva a segno. Immaginate, allora, cosa gli pass per la testa, quando vide lamico Matteo che scendeva sulla fascia. Non avrebbe tenuto la posizione, no, non avrebbe rispettato il vademecum del buon terzino. Avrebbe osato, da buon marxista, avrebbe provato la sua personale rivoluzione. Cera un buco al centro, era chiaro, il Torre Maura sera gi sfaldato. Non cera nessuno nelle vicinanze. Toccava a lui inserirsi allinterno di quel pertugio, con la sua andatura goffa da filosofo grassottello che voleva cambiare il mondo. In quellattimo gli sembrava che il tempo si fosse fermato, o che scorresse al rallentatore, ora non saprebbe dire bene. Tuttavia si dice sicuro che in quel momento, senza aver mai sentito nominare Einstein, aveva compreso la relativit del tempo. Come un falco sovrappeso si avventava sul cross di Matteo dalla destra, nellinsano tentativo di sovvertire il sistema. Un calcio sbilenco al pallone, mentre la pioggia gli batteva come grandine sul volto, il fango gli annebbiava la vista e la madre in tribuna pensava gi a quanto sarebbe stato faticoso poi lavare le calze. La palla, che viaggiava con landatura ondeggiante di chi ritorna a casa alle 6 di mattina dopo unindimenticabile sbronza, si andava ad infilare sotto la traversa. Quel piccolo filosofo grassottello e marxista aveva cambiato il mondo. La gioia gli esplodeva sul volto e un urlo liberatorio prorompeva dalla sua gola, Non ci posso credere ho segnato iooooooo!, e si indicava battendo il petto con la mano destra, mentre correva allimpazzata e dagli spalti arrivavano confuse le voci dei genitori che lo rassicuravano, S Andr hai segnato proprio te, felici di vedere la gioia del bambino che viveva il suo momento di gloria, perch tutti sapevano quanto lui si fosse impegnato per raggiungere quel risultato. Quella era la corsa di Archimede, che gridava Eureka!,

dopo aver scoperto la legge che oggi porta il suo nome. Quella era la corsa di un filosofo che aveva appena scoperto la verit. Improvvisamente, nel lampo di quel gol, tutto per lui aveva un senso. La pioggia batteva, ma quel bambino continuava a correre e ad esultare: prima come Ravanelli, con la maglia alzata sulla testa, poi come Simeone, buttandosi a terra di pancia. Ovviamente il fango graffiava il pancione di quel piccolo filosofo idiota. I compagni maligni sostengono di averlo visto rimbalzare in quellesultanza. Ma ad Andrea non importava granch. Aveva cambiato il mondo, il suo piccolo mondo idiota, era la giornata pi bella della sua vita: cera la pioggia, cera il fango, cera quel gol.

Centres d'intérêt liés