Vous êtes sur la page 1sur 13

UNIVERSITA’ DI CATANIA

Facoltà d’Ingegneria
Corso di Laurea in Elettronica
Corso di Misure elettroniche
A.A. 2003/2004
OSCILLOSCOPIO ANALOGICO
DOCENTE STUDENTI
PROF. ING. N. PITRONE AUGUSTA CALOGERO
GIULIANO ALFREDO
LO CASCIO FABIO
POLLINO MASSIMO
PUGLISI GIUSEPPE

L’oscilloscopio analogico
Fra gli strumenti di laboratorio, particolare importanza rivestono i dispositivi di misura che permettono la
rappresentazione grafica dell’andamento temporale delle variabili che regolano il fenomeno fisico in esame. Un
limite fisico degli strumenti utilizzati nel passato è la limitazione in frequenza dovuta all’inerzia presentata
dall’equipaggio mobile, problema ovviato dalla scoperta dell’oscilloscopio.
L’oscilloscopio analogico ha la caratteristica di utilizzare come equipaggio mobile un fascio di elettroni viaggianti nel
vuoto e soggetto a campi devianti su assi ortogonali.
L’universalità dell’utilizzo dell’oscilloscopio analogico consiste nella visualizzazione su schermo di segnali elettrici
nei quali è possibile convertire la maggior parte delle grandezze fisiche.
L’elemento di visualizzazione dell’oscilloscopio è il tubo a raggi catodici (CRT =Cathode-Ray Tube) la cui struttura
base consiste di tre elementi uniti in modo funzionale:
• L’involucro sotto vuoto
• Cannone elettronico
• Schermo con fosfori
L’involucro del CRT è costituito da un bulbo di vetro di forma tronco conica e da una faccia, generalmente piatta,
sempre di vetro ma ricoperto nella parte interna con una sostanza avente la proprietà di diventare fluorescente quando
viene colpita dagli elettroni (esso costituisce lo schermo fluorescente del tubo a raggi catodici).
Nella maggioranza dei CRT lo schermo viene saldato con i bordi fusi sopra la parte di bulbo tronco conica;
analogamente si salda lo zoccolo all’estremità opposta. Nel tubo così sigillato viene fatto il vuoto spinto. Internamente
al tubo vi è un cannone elettronico, costituito da un catodo che emette elettroni e da un sistema di elettrodi aventi lo
scopo di formare un pennello di elettroni diretto verso lo schermo ed avente una piccolissima sezione in corrispondenza
di questo.
Al cannone elettronico segue il sistema per la deflessione del pennello, in modo che questo produca sullo schermo
fluorescente una macchiolina luminosa che possa essere spostata in una posizione qualsiasi dello schermo stesso. Nella
parte interna dell’ampolla di vetro vi è un rivestimento conduttore costituito da grafite colloidale.
Cannone elettronico
Gli elementi costitutivi del cannone elettronico sono: il catodo, l’elettrodo di controllo (griglia di Wehnelt),due o più
anodi aventi il compito di focalizzare ed accelerare verso lo schermo gli elettroni emessi dal catodo.
a) Il catodo
Il catodo è a riscaldamento indiretto ed ha la forma di un piccolo cilindro di Nichel ricoperto ad una estremità con
ossidi. La configurazione tipica di un catodo è mostrata in fig.
Esso è generalmente circondato da un cilindro che agisce come schermo termico ed aumenta l’efficienza termica del
catodo stesso. La generazione degli elettroni avviene per effetto termoionico. Il gas di elettroni in un metallo ha un
energia cinetica proporzionale alla temperatura alla quale si trova il materiale. Normalmente alla temperatura ambiente
gli elettroni hanno una velocità in direzione normale alla superficie del metallo, dovuta a questa energia, che non gli
permette di lasciare il metallo stesso. Se riscaldiamo il metallo, la probabilità di avere elettroni di velocità
sufficientemente elevata aumenta rapidamente con la temperatura e comincia ad avere luogo un importante fenomeno
noto come effetto termoionico, consistente appunto in un’abbondante emissione di elettroni sulla superficie di un
metallo ad elevata temperatura. Per innescare l’effetto termoionico il catodo è riscaldato da un filamento di tungsteno
portato all’incandescenza sottoponendolo ad una tensione di 6.5 V (efficaci). Il filamento riscaldatore è avvolto a
spirale in modo da annullare il campo magnetico prodotto dalla corrente di riscaldamento. Lo schermo è sostenuto in
corrispondenza della estremità non emittente del catodo e si prolunga leggermente al di là del lato emittente allo scopo
di impedire lo sparpagliamento degli elettroni; quest’ultimi escono dal catodo pressoché ortogonalmente alla superficie
emittente.
b) La griglia o cilindro di Wehnelt
La griglia, o elettrodo di controllo, ha la forma di un cilindro che circonda completamente il catodo ed è coassiale con
esso; in corrispondenza della superficie emittente il cilindro ha un foro circolare attraverso il quale passano gli elettroni.
Questo elettrodo ha una duplice funzione: il compito di controllare la quantità di elettroni (controllo di luminosità) che
dal catodo si dirigono verso gli altri elettrodi del cannone elettronico, agendo sulla superficie emittente effettiva del
catodo; inoltre esso concentra gli elettroni in un punto di convergenza (crossover) situato leggermente a destra del foro
circolare. Sarà questo punto ad essere successivamente focalizzato sullo schermo fluorescente dagli ulteriori elettrodi
del cannone elettronico. Variando il potenziale del Wehnelt rispetto al catodo, il punto di crossover si sposta lungo
l’asse avvicinandosi al cilindro di Wehnelt stesso quando esso viene reso più negativo. Se i potenziali degli altri
elettrodi del cannone elettronico rimanessero inalterati, ad ogni variazione del potenziale del Wehnelt effettuata per
variare la luminosità del puntino sullo schermo, corrisponderebbe una sfocalizzazione del puntino stesso. Al fine di
mantenere quest’ultimo sempre focalizzato sullo schermo sarebbe allora necessaria una variazione del potenziale degli
altri elettrodi del cannone (controllo del fuoco).
I due controlli di luminosità e di fuoco non sono quindi tra loro indipendenti; si vedrà successivamente come sia
possibile renderli abbastanza indipendenti fra loro. Il cilindro di Wehnelt deve essere sempre negativo rispetto al
catodo; se diventasse positivo, l’emissione dal catodo sarebbe molto più grande del valore ammesso ed il catodo
verrebbe bombardato dagli ioni positivi creatisi per la presenza del gas residuo entro il tubo. Il persistere di tale
situazione anche per breve tempo, ha come conseguenza una forte riduzione del potere emissivo del catodo e quindi una
riduzione considerevole della luminosità del puntino sullo schermo. Anche se il catodo non viene deteriorato in maniera
permanente, tuttavia un flusso eccessivo di elettroni può bruciare lo schermo, formandovi una macchia non
fluorescente. Il Wehnelt non deve dunque mai diventare positivo rispetto al catodo.
c) Anodi focalizzatori ed acceleratori
Gli elettroni, dopo aver superato il punto di crossover, divergono di nuovo. Per concentrarli sullo schermo, a distanza
relativamente grande dal catodo, occorre utilizzare una lente elettronica. La lente elettronica è costituita da due o più
anodi di forma cilindrica e fra loro coassiali, disposti l’uno di seguito all’altro lungo l’asse del tubo e portati a potenziali
positivi rispetto al catodo.
I tre anodi nel loro complesso formano un gruppo di lenti elettrostatiche capaci di fornire agli elettroni una velocità tale
da non permettere la loro reciproca repulsione.
Agendo sui potenziali di questi anodi otteniamo il controllo della messa a fuoco ( Focus ) del puntino luminoso sullo
schermo e determiniamo la sua forma ( astigmatismo ) cercando di renderla più circolare possibile.
Gli elettroni entrano nel campo ad alta velocità e le forze radiali modificano le loro traiettorie in modo da farli
convergere in un certo punto, che in mancanza di deflessione corrisponderà ad un punto al centro dello schermo.
Il sistema di deflessione
Esso consiste in due coppie di placchette fra loro perpendicolari, una coppia per la deflessione orizzontale e l’altra per
quella verticale, in modo da spostare il puntino luminoso in una posizione qualsiasi sullo schermo.
Se si applica una differenza di potenziale fra le due placchette di una coppia, si viene a creare un campo elettrico il
quale nel caso di placchette parallele, trascurando gli effetti di bordo, può ritenersi uniforme e ad esse ortogonale. Un
elettrone entrante in questo campo elettrico viene deviato verso la placchetta positiva. Se l’elettrone entra nel campo
normalmente ad esso, è soggetto soltanto ad una forza normale alla sua velocità iniziale e la sua traiettoria entro il
campo è una parabola. Infatti la velocità assiale dell’elettrone rimane inalterata, poiché nell’ipotesi fatte non vi sono
forze agenti lungo l’asse, mentre la velocità trasversale che esso acquista è via via crescente essendo il modo trasversale
dell’elettrone uniformemente accelerato. All’uscita dal campo l’elettrone possiede una velocità che forma con l’asse un
certo angolo ϑ e da questo punto in poi la sua traiettoria è rettilinea fino allo schermo, se lo spazio compreso fra
quest’ ultimo e la coppia di placchette di deflessione è equipotenziale.
Se il cannone elettronico è perfettamente centrato rispetto all’involucro di vetro del tubo e se non si applicano tensioni
di deflessione, il puntino luminoso si forma al centro dello schermo. Si definisce sensibilità di deflessione il rapporto fra
lo spostamento del puntino e la tensione da applicare per ottenerlo. Per calcolare la sensibilità di deflessione riferiamoci
alla figura, in cui si suppongono le placchette parallele e dove, per semplicità, si è rappresentata soltanto una coppia, ad
esempio quella per la deflessione verticale. Indicando con V la tensione applicata alle placchette e con h la distanza
fra esse, il campo elettrico (trascurando gli effetti di bordo) è :
h
V
E − ·
La forza agente su un elettrone di massa
m
e carica
e −
è allora:
h
eV
eE f · − ·
La sua accelerazione è:
h
V
m
e
m
f
a

,
_

¸
¸
· ·
Se l’elettrone entra nel campo normalmente con velocità
u
, esso impiega per attraversarlo un tempo pari a:
u
l
t ·
dove l è la lunghezza delle placchette. Durante questo intervallo di tempo l’elettrone acquista una velocità
v
in
direzione del campo, data da:
u
l
h
V
m
e
at v ⋅
,
_

¸
¸
· (1)
La traiettoria dell’elettrone entro il campo è una parabola con il vertice nel punto O di ingresso al campo.
L’equazione di tale parabola si può ottenere dalle leggi orarie del moto in senso verticale e in quello orizzontale;
si ha:

2 2
2
1
2
1
t
h
V
m
e
at y
,
_

¸
¸
· ·
ut x ·
Eliminando il tempo t fra queste espressioni si ottiene l’equazione della parabola:
2
2
2
1
x
hu
V
m
e
y
,
_

¸
¸
· (2)
Quando l’elettrone lascia le placchette, continua a muoversi verso lo schermo in linea retta, la quale è tangente alla
parabola nel punto di uscita del campo O’. Si può dimostrare che il prolungamento della linea retta interseca l’asse in un
punto P di ascissa 2 / l x · .
La pendenza della parabola nel punto di uscita O’ si può ottenere calcolando la derivata della (2) per l x · , oppure
come rapporto fra la componente verticale
v
e quella orizzontale
u
della velocità dell’elettrone nel punto di uscita dal
campo O’. Si ha:
u
v
u
l
h
V
m
e
· ⋅
,
_

¸
¸
·
2
tanϑ (3)
Indicando con L la distanza del punto P dallo schermo, supposto piatto, lo spostamento del puntino luminoso su di esso,
Y
, è:
2
tan
hu
lLV
m
e
L Y
,
_

¸
¸
· · ϑ (4)
La velocità
u
può essere eliminata dalla (4), poiché, trascurando la velocità con cui gli elettroni vengono emessi dal
catodo, deve essere:
A
eV mu ·
2
2
1
in cui
A
V è la tensione fra l’ultimo anodo del cannone elettronico ed il catodo. La sensibilità di deflessione è infine:
A
hV
lL
V
Y
S
2
· ·
(5)
Dalla (5) si deduce che la sensibilità di deflessione elettrostatica è indipendente dal tipo di particella formante il
fascio, poiché non appare il rapporto m e / .
La sensibilità è inversamente proporzionale alla tensione di accelerazione
A
V ; ciò significa che un incremento di
velocità degli elettroni, al fine di aumentare la luminosità del puntino sullo schermo, comporta una diminuzione della
sensibilità di deflessione. Si vedrà successivamente come sia possibile ovviare a questo inconveniente.
La sensibilità di deflessione elettrostatica è sempre modesta, come si può costatare con un esempio numerico.
Sia · l 2 cm, · L 12 cm, · h 0,5 cm e ·
A
V 1.000 V. Si ottiene dalla (5) una sensibilità · S 0,24 mm/V.
Applicando, ad esempio, una tensione di deflessione di 100 volt, il puntino luminoso si sposta di soli 2,4 cm.
In pratica la sensibilità ottenuta è maggiore di quella calcolata con la (5), poiché in realtà il campo di deflessione si
sparpaglia al di là delle placchette. Per aumentare la sensibilità di deflessione si può diminuire la distanza h fra le
placchette, lasciando fissa la loro lunghezza l .
In tal caso, per una forte deviazione, il fascio elettronico può essere intercettato da una delle placchette. Per evitare
tale inconveniente si danno alle placchette forme differenti.
La deviazione iniziale si produce nella parte in cui esse sono più vicine e ciò permette di aumentare la sensibilità,
mentre la parte svasata consente di aumentare la deviazione senza intercettare il fascio elettronico. Questa forma
corregge inoltre il campo ai bordi delle placchette e la deviazione varia più linearmente in funzione della tensione a loro
applicata.
Una sensibilità ancora maggiore si ottiene con le placchette incurvate. In questo caso la sensibilità può essere
aumentata di tre volte, per una data lunghezza delle placchette.
Per evitare interazioni fra i due sistemi di deflessione verticale ed orizzontale, le placchette di ciascun sistema sono
poste ad una diversa distanza dallo schermo. E’ evidente che la sensibilità maggiore compete alla coppia più lontana
dallo schermo, essendo per essa maggiore L, ed è tale coppia ad essere usata per la deflessione verticale.
Anodo post-acceleratore. Griglia di campo.
Per aumentare la sensibilità di deflessione si può diminuire la tensione acceleratrice
A
V in modo che gli elettroni
entrano nello spazio di deflessione con una velocità relativamente bassa (insufficiente a generare l’emissione luminosa
sullo schermo). In tal modo però diminuiscono sia la luminosità sia la nitidezza del puntino sullo schermo. Usando un
anodo post-acceleratore si può ottenere una buona sensibilità di deflessione insieme ad una buona luminosità e
nitidezza del puntino. Questo anodo ha una conformazione tale da non modificare la velocità degli elettroni prima della
loro fuoriuscita dalle placchette di deflessione e da non alterare la loro direzione una volta che non sono più sottoposti
ad azioni di deflessione. L’anodo post-acceleratore è costituito da un anello di Aquadag disposto internamente
all’ampolla di vetro fra le placchette di deflessione e lo schermo. Portando quest’anodo ad un potenziale superiore a
quello dell’ultimo elettrodo del cannone elettronico, si vengono ad accelerare ulteriormente gli elettroni prima che essi
raggiungano lo schermo.
Schermi per tubi a raggi catodici
Sullo schermo di un tubo a raggi catodici l’energia cinetica degli elettroni costituenti il fascio si trasforma in energia
luminosa. Il fenomeno di emissione di luce che ne deriva si chiama luminescenza la quale assume due aspetti: la
fluorescenza e la fosforescenza. La fluorescenza è la luminescenza durante il bombardamento elettronico, mentre la
fosforescenza è la luminescenza che permane per un tempo più o meno lungo dopo che è cessata l’eccitazione
elettronica; la durate della fosforescenza viene chiamata persistenza.
Il fascio formato da elettroni cede la sua energia cinetica urtando il materiale depositato sulla superficie dello schermo:
una parte viene dissipata in calore, l’altra eccita gli atomi colpiti. Gli elettroni di questi atomi assorbendo questa energia
passano ad un livello più alto, ma questo è instabile, per cui dopo un certo periodo di tempo decadono cedendo l’energia
assorbita sotto forma di fotoni.
Il materiale depositato nello schermo del tubo a raggi catodici deve essere tale da produrre un alta luminosità, presentare
un adatto colore ed essere stabile sotto il bombardamento elettronico; inoltre deve avere un’opportuna persistenza. La
sostanza luminescente è essenzialmente costituita da un materiale base, che è un ossido o solfuro di zinco, cadmio,
magnesio e silicio, mescolato con piccolissime quantità di un metallo attivatore come il manganese, il rame, l’argento
ed il cromo. L’effetto dell’attivatore consiste nel fornire al materiale base livelli energetici addizionali in modo da
aumentare il numero di fotoni emessi.
Base dei tempi
Per raffigurare l’andamento temporale del segnale sullo schermo dell’oscilloscopio, è sufficiente che il fascio
elettronico ripassi periodicamente (a frequenza sufficientemente alta) sulla stessa traccia al fine di garantire la
persistenza dell’immagine sulla retina dell’occhio umano, visualizzando una curva continua in luogo di un punto in
movimento.
Il compito di rappresentare l’ampiezza istantanea del segnale è assunto dal canale y.
Affinché il cursore spazzoli lo schermo da sinistra verso destra, in maniera che tutti gli intervalli di tempo siano
rappresentati allo stesso modo, bisogna applicare alle placchette orizzontali una tensione lineare (rampa lineare): in
questo modo il canale x fornisce la base dei tempi all’andamento del segnale.
Per ottenere il suddetto spazzolamento bisogna dimensionare opportunamente i valori di tensione min e max applicati
alle placchette orizzontali. Possiamo inoltre far variare, mediante una manopola, l’inclinazione della rampa per
modificare il periodo durante il quale il segnale viene visualizzato.
Supponendo di voler visualizzare un segnale periodico, il moto del cursore sullo schermo è dato dalla composizione di
due moti lungo x e lungo y, le cui equazioni parametriche sono:
¹
'
¹
·
·
kt x
t Esen v ω
Il segnale di deflessione orizzontale non è una semplice rampa, ma ha la caratteristica forma a dente di sega, perché
dopo aver finito lo spazzolamento il cursore luminoso deve tornare indietro; in realtà ipotizzare una discontinuità di
tensione ai capi delle placchette orizzontali non è possibile, quindi bisogna tener conto di un tempo di ritraccia, tempo
durante il quale il pennello torna all’estremo sinistro dello schermo.
La causa di tale fenomeno è dovuta ai tempi di scarica delle capacità parassite, inevitabilmente presenti all’interno del
canale x dell’oscilloscopio. E’ necessario minimizzare il tempo di rintraccia rispetto al periodo del dente di sega se non
vogliamo che questo fenomeno sia limitante in frequenza; inoltre per evitare che la ritraccia del puntino luminoso si
sovrapponga al segnale in esame, sarà necessario spegnere il fascio di elettroni (unblanking), durante tale frazione di
tempo.
Per garantire che il fascio percorra sempre la stessa traiettoria sullo schermo, bisogna assicurarsi che ad ogni rampa
sganciata, il segnale in ingresso abbia lo stesso valore e ciò è garantito se la frequenza del dente di sega è pari o
sottomultipla della frequenza del segnale da visualizzare. Una manopola ci permette di modificare la durata del periodo
della base dei tempi.
Questo è il problema della sincronizzazione o triggering.
Dovendo stabilizzare l’immagine sullo schermo, bisogna sincronizzare la partenza del dente di sega, con il passaggio
della forma d’onda per un determinato valore di tensione.
Il dispositivo che permette di sganciare le rampe al momento opportuno è il comparatore di livello il quale confronta il
segnale d’ingresso con il livello di riferimento costante (trigger) ed emette un impulso quando il primo supera l’altro.
Questo impulso viene inviato al generatore di dente di sega che sgancia una nuova rampa.
Per risolvere il problema della sincronizzazione tenendo anche conto del tempo di ritraccia, si inserisce una delay line
che permette di ritardare la tensione fornita alle placchette di deflessione verticale.
Negli oscilloscopi attuali si può scegliere il segnale di riferimento del circuito di trigger, esso può essere:
• Il segnale in arrivo all’amplificatore verticale (INT)
• Un segnale proveniente dall’esterno (EXT)
• Un segnale proveniente dalla rete di alimentazione (LINE)
Una rete di accoppiamento permette di ricevere il segnale:
• Completo (DC)
• Senza componente continua (AC)
• Senza frequenze inferiori a 15 Khz (LF reject)
• Senza frequenze superiori a 30 Khz (HF reject)
I punti di triggering possono essere decisi dall’oscilloscopio nella funziona AUTO, dall’operatore nella funzione
NORMAL agendo sul comando trigger level. Un ulteriore comando SLOPE permette di decidere se generare l’impulso
sul fronte di salita o di discesa.
La modalità SINGLE SWEEP permette la visualizzazione di fenomeni transitori in quanto sgancia ad un triggering
fissato un'unica rampa che viene memorizzata su un file e resta visibile sullo schermo fino a quando non si agisce sul
comando RESET.
Generatore di tensione a dente di sega
Per poter visualizzare sull’oscilloscopio una grandezza variabile in funzione del tempo, è necessario pilotare le
placchette orizzontali con una tensione a dente di sega ponendo particolare attenzione alla linearità del fronte di salita.
Una soluzione circuitale per la generazione di tale segnale è il circuito RC.
La sua risposta al gradino di ampiezza
i
V
per t << τ l’uscita del circuito può considerarsi approssimativamente lineare: nei primi istanti il circuito si comporta da
integratore; infatti un circuito che integra un gradino in ingresso, restituisce in uscita una rampa.
Con questo metodo la regione lineare è esigua rispetto alla tensione applicata in ingresso, ma esistono altre possibili
soluzioni al problema.
La tensione di carica di un condensatore varia linearmente nel tempo se si riesce a mantenere costante la corrente di
carica. Basta ricordare la relazione:
Q=I0t
Q/C=(I0/C)t
Se quindi nella maglia, che comprende la tensione di alimentazione Va, poniamo un generatore di tensione variabile e(t)
come nella figura e facciamo modo che in ogni istante sia e(t)=u(t), allora la tensione ai capi di R è sempre costante pari
a Va: ciò mantiene costante la corrente che, attraversando R, carica C. Questa condizione viene realizzata con un
circuito noto con il nome BOOTSTRAP.
La tensione e(t) è ottenuta con un amplificatore di guadagno unitario alla cui entrata si applica il segnale u(t) che carica
C, come in figura. In pratica c'è da aspettarsi che il guadagno dell'amplificatore non sia esattamente pari ad 1 e ciò
introduce degli errori di linearità.
Un’altra configurazione circuitale che realizza la condizione di mantenere costante la caduta di tensione ai capi della
resistenza di carica, è riportato in figura e prende il nome di integratore di MILLER. Si nota che nel circuito Miller è il
condensatore di carica C a trovarsi parallelo all'amplificatore, mentre nel circuito bootstrap è la resistenza di carica R
che si trova in parallelo all'amplificatore. Attualmente le migliori condizioni di linearità si ottengono per A→∞ , mentre
per il bootstrap si ottenevano per A→1.
Canale verticale
Il segnale elettrico da visualizzare sullo schermo, viene posto in ingresso all’oscilloscopio ed elaborato dal canale
verticale prima di essere proiettato sulla griglia di visualizzazione.
E’ possibile scegliere quale segnale proiettare attraverso un selettore d’ingresso a tre vie:
• DC: verrà visualizzato il segnale con tutte le sue componenti in frequenza;
• AC: il condensatore in serie esclude le basse frequenze (da 10 Hz alla banda passante dello strumento);
• GND: viene posto a massa l’ingresso del canale Y in modo da poter stabilire il livello dello zero del segnale sullo
schermo.
La tensione in ingresso può variare entro i limiti strutturali dello strumento. La tensione incognita deve rientrare entro
un ristretto range di valori stabiliti e necessita quindi di essere attenuata o amplificata opportunamente. Per tale motivo
il canale Y è costituito da un blocco di attenuazione e uno di amplificazione.
Il prodotto dei guadagni dei tre blocchi (attenuatore, amplificatore, CRT) fornirà il fattore di deflessione del canale Y,
ed è misurato in volt/div.
Ky=KdB*KAmp*KCRT
I guadagni di amplificatore e CRT sono costanti, mentre l’unico a poter variare è quello dell’attenuatore. Quando KdB=1
l’attenuatore è escluso e l’oscilloscopio ha la massima sensibilità disponibile.
Gli amplificatori presenti in questo canale presentano limiti in frequenza solitamente più restringenti di quelli del CRT,
quindi la banda dell’oscilloscopio è praticamente fissata dalla caratteristiche di questo blocco.
L’amplificatore deve avere le seguenti caratteristiche:
• Alta impedenza d’ingresso da presentare all’ingresso del circuito da cui si preleva il segnale da misurare
• Guadagno costante in banda
• Basso rumore e minima distorsione
L’amplificatore è costituito dai blocchi:
• Adattatore di impedenza
• Preamplificatore
• Amplificatore finale
Oscilloscopio a doppia traccia
Tutti gli oscilloscopi sono almeno a due tracce in modo da potere visualizzare contemporaneamente due grandezze; il
problema sta nel fatto che l’oscilloscopio ha un solo fascio di elettroni e un solo gruppo di placchette di deflessione
orizzontale e verticale, quindi si devono inviare alternativamente alle due placchette di deflessione verticale, i segnali A
e B.
Esistono due modi di funzionamento: modo alternate e modo chopped.
Modo chopped
Un oscillatore comanda un commutatore che collega alternativamente l’amplificatore ad un canale o all’altro: per un
istante di tempo l’amplificatore è collegato al 1° canale e per l’istante successivo al 2°. Se la frequenza delle onde da
visualizzare è piccola, le informazioni che si perdono sono trascurabili e infatti si usa a bassa frequenza.
Modo alternate
Si manda all’amplificatore per tutto un intervallo di spazzolamento orizzontale una forma d’onda e per il periodo
successivo si manda l’altra; se la frequenza è elevata si vedono contemporaneamente le due forme d’onda.
Modalità XY
La modalità di funzionamento XY permette di visualizzare sullo schermo un segnale in funzione di un altro, anziché in
funzione del tempo. Il primo segnale viene applicato all’ingresso del canale verticale, il secondo invece ad un ingresso
ausiliario che andrà a pilotare le placchette di deflessione orizzontale. In questo caso il circuito della base dei tempi
viene bypassato ed il segnale è prelevato dall’esterno ed elaborato analogamente a quanto avviene nel canale Y.
Questa modalità permette di effettuare misure di sfasamento e di rapporti tra frequenze.