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la Repubblica

DOMENICA 24 FEBBRAIO 2013

64

R CULT

ILMUSEO DEL MONDO


MELANIA MAZZUCCO
FOTO DI BASSO CANNARSA

LARTISTA

Piero di Cosimo (1461/62-1521), fiorentino. Ingegno astratto e difforme lo definisce Vasari Il pittore, inquieto e lontano dallarmonia rinascimentale, esercita il suo senso del fantastico e lattenzione per la natura dipingendo scene mitologiche

Bellezza e fragilit secondo Piero di Cosimo il pittore dimenticato che amava gli animali

C
KLEE ACHEROPITA

Ad Parnassum (6 gennaio)

Il Santissimo Salvatore (27 gennaio)

BEATO ANGELICO

POLLOCK

Annunciazione (13 gennaio)

Full Fathom Five (3 febbraio)

KOKOSCHKA

RAFFAELLO

La sposa del vento (20 gennaio)

Ritratto di Leone X (10 febbraio)

BCKLIN

Lisola dei morti (17 febbraio)

una giovane donna distesa sullerba. Il manto rosso che indossava si disfatto, lasciando scoperti corpo e seno. Il sangue stilla ancora dalla ferita alla gola, e dai graffi sul polso sinistro e sulla mano destra. Si difesa. Ma da chi? Non si vedono assalitori, n cacciatori. Sta morendo, forse appena morta: il suo viso ha il colore latteo del cielo. C un fauno dalle zampe caprine e le orecchie dasino, accanto a lei: le scuote delicatamente la spalla, come volesse svegliarla. La fissa contrito, innamorato e colpevole. C un cane fulvo, dallaltra parte. La veglia, con lostinata fedelt dei cani. Linutilit della carezza del fauno e dellattesa del cane trasmettono a chi guarda un dolore non meno intenso perch sommesso. Dietro il corpo di lei, come ripetendone le curve, la costa digrada fino alla riva dellacqua: un paesaggio idilliaco dove volano un pellicano e degli aironi, simbolo di sacrificio e di innocenza, e giocano altri tre cani. Strani fiori che non so riconoscere sbocciano sul prato e sui cespugli. Il contrasto fra i colori squillanti, la miniaturistica attenzione ai dettagli e la posizione delle figure accentua il senso di perdita e di malinconia. Di rimpianto, commozione e piet per la giovane donna morta. Ma, stranamente, anche per il fauno e il cane che laspetta invano. Tutto ci stato dipinto a olio su tavola di legno di pioppo, fra il 1495 e il 1500, a Firenze. Dici Firenze in quegli anni e pensi a Botticelli, Filippino Lippi, o Leonardo da Vinci, sulla via del ritorno dopo la caduta di Ludovico il Moro, o addirittura a Michelangelo, appena partito dopo aver gi meravigliato tutti. Invece il pittore di questo capolavoro non altrettanto conosciuto forse perch delle sue appena 56 opere solo 13 sono ancora in Italia. Si chiamava Piero di Cosimo Ubaldini, abitava vicino Santa Maria Novella. Era stimato, ma anche criticato per il carattere, la solitudine, la stravaganza. Era un tipo fantastico. Per imporsi, un pittore doveva lavorare per i Medici, per i signori o per il papa, meglio se in luoghi pubblici, dove le sue opere fossero viste, discusse, imitate. Lui invece lavor per il papa solo quando era apprendista nella bottega di Cosimo Rosselli, e per il resto lavor per le confraternite della sua citt, per mercanti di lana, banchieri e raffinatissimi gentiluomini che gli chiedevano spalliere e cassoni destinati a decorare le loro camere da letto. Un altro pittore li avrebbe dipinti in fretta, e per far soldi, o li avrebbe delegati ai suoi assistenti, e si sarebbe concentrato sulle pale daltare e i ritratti dei papi. Non Piero di Cosimo. A quelle spalliere, destinate a sparire nelle stanze segrete dei palazzi, viste solo dai padroni di casa e dai loro amici, dedic le invenzioni pi originali e tutto il suo singolare talento. Un pittore che fa questa scelta, a Firenze mentre il sinistro frate Savonarola instaura la teocrazia,

tuona contro il vizio, il lusso, i libri profani, e brucia in piazza sui roghi delle vanit i cassoni, gli specchi, le carte da gioco, i ritratti immodesti e quadri come questo a me sembra degno di qualcosa di pi del rispetto ironico che gli riservarono i contemporanei e i posteri. I quali gli riconobbero il merito di aver formato i migliori artisti della generazione successiva (Andrea del Sarto, Jacopo Pontormo). Ma trovavano troppo eccentrici i suoi soggetti e i suoi modi: ha dovuto accontentarsi dellammirazione dei romantici, dei surrealisti e di noi nati secoli dopo. Dunque questa incantevole opera era una favola (cio una scena mitologica) destinata a una camera da letto. Ad ammonire o educare gli sposi, forse. Ma qual era il suo messaggio? Che cosa accaduto, e chi sono la bella e le bestie? Non lo sappiamo. Limmagine conserva il suo ambiguo mistero. La tradizione riconosce nella fanciulla Procri, protagonista delle Metamorfosi di Ovidio, e di una favola di Niccol da Correggio recitata per le nozze di una Este (la sua tragica storia damore in seguito piacque a Shakespeare). La vicenda complessa, e mi perdonerete se la riassumo. Innamorata, ricambiata, di Cefalo, Procri vittima della gelosia del compagno e della propria. I due si lasciano, e Procri, sobillata da un fauno che le insinua il sospetto di un tradimento, si ritira nella foresta, in compagnia del suo cane Lelape, finch Cefalo, eccellente cacciatore, scambiandola per selvaggina, la uccide. Piero di Cosimo per manipola la fonte, altera la cronologia, elimina Cefalo: insomma reinventa la storia, e la trasforma in una elegiaca meditazione sulla fragilit della vita. Degli uomini, dei fauni, e degli animali tutti dipinti con la stessa democratica attenzione e la stessa cura. Per capire quanto era rivoluzionario Piero di Cosimo, bisogna ricordare che i suoi contemporanei ritenevano i fauni dei grotteschi mostri di natura, dal sesso priapico perennemente rizzato, e i cani esseri privi di anima razionale, come tutti gli animali (e anche gli Indiani, appena scoperti da Colombo). Per lui, invece, uomini, mostri e cani sono segnati dallo stesso dolore di vivere. Osservava con religioso rispetto la natura, le nuvole perfino lo sputo di un malato sul muro non gli suscitava disgusto, ma lo ispirava. Vasari influenz il destino dellarte di Piero di Cosimo dedicandogli una biografia ricca di aneddoti raccolti fra i suoi allievi. Indugia sulla bestialit del pittore, che aveva disegnato un intero libro di animali, amava la natura selvaggia e disprezzava la compagnia degli uomini. Apprezza il pittore, deride la persona. Ma possibile distinguere luomo e lartista? Nel Quattrocento credevano di no: ognuno dipinge se stesso. Io non ho risposta. Ma il pittore che ha dipinto il cane di Procri non era un uomo bestiale: era un uomo.

LOPERA

Piero di Cosimo: La morte di Procri (1495-1500), olio su tavola, Londra, National Gallery