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LA FELICIT OGGI:SIAMO FELICI?

Riflessioni di un sociologo di p. Giacomo Gubert ocd

Introduzione
La sociologia ed i sociologi fanno bene a porsi questa domanda perch li orienta verso un fine fondamentale, globale, universale dell'uomo il cui luogo di realizzazione sembra essere proprio il vivere associato. In questo articolo vedremo se la sociologia cos interrogata capace di illuminare l'oscurit, la complessit del vivere sociale riguardo allo stato della felicit nelle nostre societ contemporanee ed in quella italiana in modo particolare.

Ci che non sappiamo


Per un'impostazione metodologica consolidata nella ricerca sociale, i sociologi si esercitano molto nel misurare cose umane e sociali senza sapere bene che cosa esse siano. Vogliono conoscere la societ senza rischiare di conoscere la natura dell'uomo, animale politico. Cos non possiamo che prendere queste misure, le misure della felicit sociale in questo caso, presentarle, analizzarle per cercare infine di superarle grazie alla conoscenza che abbiamo della persona umana.

Se sei felice, tu lo sai, dillo a me!


La misura pi ragionevole della felicit individuale di cui disponiamo quella che risulta dalla domanda diretta se e quanto l'intervistato si ritenga felice. Essa la pi ragionevole perch sembra essere vero che nessuno possa essere felice senza saperlo. A questo proposito possiamo dare un'occhiata agli ottimi dati dell'Indagine Europea sui Valori (EVS), che in quattro riprese (1981, 1990, 1999 e 2008), tra molto altro, ha chiesto ogni volta a circa duemila italiani se, tutto considerato, nella situazione attuale, essi direbbero di essere pi o meno felici. In tutte e quattro le rivelazioni, la percentuale di coloro che si ritengono abbastanza felice si aggira intorno ai 2/3 mentre i totalmente infelici sono intorno al 3%. Se dovessimo riassumere le risposte in un unico dato possiamo dire che dal 1981 al 2008 il voto scolastico che gli italiani intervistati hanno dato alla loro vita dal punto di vista della felicit passato da un 6/7 ad un 7-. Coloro che non sono per nulla o non molto felici sono nell'ultima rilevazione circa un 1/9 degli intervistati. Diamo ora un'occhiata ad un'altra indagine (del 2009-2010), che fu coordinata dalla statunitense Gallup intervistando un migliaio di persone in ognuno dei 150 paesi coinvolti. Essa mir a misurare la vita emotiva chiedendo se essi avessero provato o meno in modo intenso 5 sentimenti positivi e 5 negativi nel giorno precedente all'intervista personale o telefonica. L'Italia si pone a met classifica: quasi il 50% degli intervistati disse di provare questi sentimenti. Ma ci che fece notizia fu che il vincitore della classifica delle societ con minore vita emotiva (e quindi per presunto minore benessere emotivo e presunta minore felicit) fu Singapore (dove la disoccupazione tra le pi basse e il reddito pro capite tra i pi alti nel mondo) mentre le vicine Filippine vissero quella delle societ pi ricche d'emozioni.

Senza misura
Commentiamo ora questi due tipi di dati. Essi rispondono in qualche modo alla domanda sulla felicit. Possiamo dire, con un'alta probabilit di non sbagliarci, che gli italiani sono in buona parte felici. Forse avremmo potuto saperlo anche senza nessun dato, per semplice intuizione o esperienza personale, ma cos, con queste risposte raccolte in modo scientifico, lo possiamo affermare con maggiore certezza e precisione. Tuttavia questa risposta pu facilmente sembrare poco interessante. Ne segno il fatto, ad esempio, che in presenza di questi dati, la prima abitudine quella di fare confronti e differenze. Quanto eravamo felici tot anni or sono? Sono pi felici dei finlandesi o dei thailandesi? Un giovane lavoratore con due figli nel nord Italia pi felice di questo o quell'altro? A mille domande di questo

tipo i dati possono rispondere con grande perizia, con modelli statistici anche molto elaborati per spiegare perch gli intervistati hanno dichiarato di essere felici. Ci domandiamo tuttavia, da inveterati scettici della tecnica sociale e dei suoi strumenti, se alla fine, tutto questo sapere, non sia per noi null'altro che curiosit rispetto alla questione sociale fondamentale sulla nostra felicit. Interrogandoci ancora, si potrebbe scavare pi in profondit e scoprire quali siano gli assunti impliciti di queste ed altre inchieste. Nel sondaggio Gallup ad esempio, in modo molto pi marcato della pi equilibrata Indagine europea sui valori (EVS), dove si fa riferimento al concetto di senso comune di felicit come riuscita globale della vita, si presuppone che la felicit sia uno stato emotivo (quello che classicamente chiamiamo il procedere di brama in brama) e si afferma esplicitamente che sia compito dell'azione pubblica statale incentivare e soddisfare una vita emotiva pi ricca.

Panem, circenses etc. ?


I dati Gallup furono citati perch essi nascono all'interno di un ambito di ricerca ampio e sviluppato che viene solitamente indicato con il nome inglese Happiness Research. Se non possiamo presentare esaustivamente questo progetto ed i suoi risultati, siamo in grado almeno di indicarne le origini. Esso nasce all'interno della scienza economica (che scienza sociale, pur essendo per alcuni versi pi facile preda di illusioni matematiche) dalla crescente insoddisfazione verso gli indicatori classici del benessere sociale (il prodotto interno lordo e pro capite, il tasso di inflazione, di disoccupazione, istruzione, ecc.). Divenuta patente la parzialit della definizione implicita di felicit precedentemente utilizzata, ci si adopera per completarla con altre dimensioni del benessere prima trascurate, soprattutto nella comunicazione sociale ed azione politica. La nozione di felicit, intesa come il pi grande benessere, si allarga a molte dimensioni gerarchizzate secondo la schematica antropologia di Abraham Maslow. Queste nuove dimensioni possono essere poche o molte: dall'antico pane e divertimenti al benessere psicofisico e riconoscimento sociale di Gary S. Becker; dalle sette della commissione Joseph Steglitz-Amartya Sen (salute, istruzione, lavoro, benessere materiale, ambiente, relazioni interpersonali e partecipazione comunitaria) alle quattro di Mattew Kelly che ha il merito, pur essendo solo un divulgatore, di aprire il sistema della felicit (tacitamente e irragionevolmente chiuso) aggiungendo al benessere fisico, relazionale ed intellettuale quello spirituale come relazione con L'Altro, come esso sia conosciuto e riconosciuto. Questo importante ambito di ricerca sul benessere globale, i cui risultati, informativi, politici e pratici, sono ancora in gran parte a venire (in Italia l'ISTAT ed il CNEL si sono impegnati in questo senso), ha principalmente un limite quantitativo: il condizionamento metodologico tale che pu vedere solo ci che quantificabile, solo ci che semplicemente o gerarchicamente additivo, solo ci che frutto di una scelta individuale o politica.

Un salto qualitativo
Ci che serve capire l'esperienza della felicit, prima di provare a misurarla piuttosto che misurare ci che si pu etichettandolo poi felicit. Noi chiamiamo dunque felicit la vittoria fisica, psicologica e spirituale, personale e comunitaria, sulla miseria (non avere ci che serve per essere), sulla malattia e sulla solitudine. Con questa intuizione proviamo ora a rispondere alla domanda contenuta nel titolo di questo contributo.

Felicit possibile ma problematica


Dall'esperienza umana sappiamo che questa vittoria realmente alla portata dell'uomo e della societ. Questa possibilit tuttavia resa problematica da diversi fatti, di ordine sociale, tra i quali vogliamo illustrarne succintamente tre. Essi contribuiranno a mostrare, per contrasto, la natura di questa vittoria.

Condannati alla felicit


Il primo maggior ostacolo contemporaneo alla felicit, messo magistralmente in luce dal compianto Paul Yonnet (1948-2011), la ormai largamente dominante procreazione pianificata. Essa produce, piuttosto che figli del dono, figli del desiderio di avere un figlio, obbligati ad essere felici. Il figlio del desiderio di un figlio frutto di una procreazione pianificata, voluta, liberata dal rischio della morte e dalla sua stessa presenza, che cresce senza l'ostacolo della quantit, in una famiglia dalle dimensioni ridotte. La fierezza di appartenere ad una famiglia, una stirpe, una comunit, una religione, che compensava l'umilt indotta dalla minaccia della morte (surrogata dalla ipermedicalizzazione, da una tecnica cio senza umilt) e dal sentimento di non essere che uno tra tanti, sostituita dalla fierezza di essere se stesso, se stesso e nulla d'altro, di essere una piccola personalit. In quale modo il figlio del desiderio di un figlio s'interroghi sul fondamento del suo essere al mondo, trover il desiderio dei suoi genitori. Perch ti opponi a ci che io voglio fare, al mio desiderio, visto che mi hai desiderato? Questa sar allora la domanda subliminale che dominer le relazioni educative e quotidiane con i suoi genitori. E i genitori si porranno la domanda inversa: Perch oppormi al desiderio del figlio visto che l'ho desiderato? Il figlio del desiderio di un figlio obbligato a credersi autonomo quanto prima: solo cos egli prova sperimentalmente a se stesso, ai suoi genitori, agli altri, che stato veramente concepito per nessun altro fine che per essere se stesso. Perdere pu significare scomparire: non c' altro che lo sostenga tranne l'obbligo di vincere.

Disuguaglianza
La poetessa francese Marie Nol aveva talmente intuito l'essenziale dimensione sociale (e, per essere radicali, universale) della felicit, che credeva che persino la felicit paradisiaca dovesse essere tormentata dall'esistenza dell'inferno. Ora, senza addentrarci in questo grande mistero di Dio, possiamo certamente affermare qualche cosa di analogo per la felicit umana, anche solo all'interno di singole comunit. Il secondo ostacolo alla felicit possibile dunque la disuguaglianza che affligge, dal progetto di concepimento sino alla morte, la nostra societ. Alcuni sono esclusi dal banchetto della vita. C' esclusione tra i concepiti (alcuni possono essere soppressi, gli altri sono di fatto sopravvissuti ad una decisione), c' esclusione nel corso della vita, c' esclusione alla sua fine. Per esempio, come possiamo essere felici in Europa sapendo che migliaia di concittadini sono spinti ogni anno a togliersi la vita per il fatto che non sono n abbienti n autosufficienti? E sentendo che, anche in Italia, si esercita su di loro una forte pressione sociale che li invita a togliersi di mezzo perch troppo costosi per la comunit? E se allarghiamo lo sguardo al mondo, capiamo quanto l'esclusione dal banchetto della vita sia ampia, feroce, pianificata, gelidamente accettata.

Uccidere il dolore
Concludiamo con una riflessione radicale di Ivan Illich (1926-2002) sulla terza minaccia alla felicit. La follia dell'attuale sistema medico stata quella di credere e far credere, separandosi dalla secolare arte medica, volta a sollevare il dolore, renderlo sopportabile, aiutare e incoraggiare le persone ad affrontare la realt della malattia e della morte, di poter uccidere il dolore trasformando la morte in qualche cosa che pu essere somministrato. Questa relativamente recente concezione dell'arte medica, che ci conduce in numerosissimi ed inumani vicoli ciechi, promette felicit ma prepara disperazione. Siamo felici? Possiamo esserlo combattendo.