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Giorgio Gattei

La via crucis dei marxismi italiani


Borderline

Tutto quello che so che io non sono marxista (K. Marx) 1. La Storia dei marxismi in Italia di Cristina Corradi* (Manifestolibri, Roma, 2 5) un libro complesso e prolisso anche (non me ne voglia lautrice), ma importante e ben fatto. Azzarda il bilancio di un secolo di marxismi nostrani (rigorosamente al plurale, come poi si capir) ma dedicando, e questo a me pare il suo pi gran pregio, la maggior parte del testo ai marxismi successivi al 1945. Cos i soliti Labriola (Antonio, non Arturo) e Gramsci (Antonio pure lui) sono sbrigati in poco meno di cento pagine, mentre oltre trecento sono dedicate a quei marxismi repubblicani che hanno trovato piena cittadinanza intellettuale dopo la sconfitta del regime fascista. Da allora in poi il marxismo in Italia ha dominato sulla scena intellettuale, ma travestito in una gamma di varianti il cui elemento unificante, ad una considerazione ex post, sembra essere stato solo quello di aver prescisso da Marx, dal Marx del Capitale in economia e dal Marx della dialettica in filosofia. Come ci stato possibile? Con un furbo travisamento: bastato che in filosofia ci si affidasse alla lettura antidialettica del Marx feuerbachiano (che certamente c stato, ma era quel giovane Marx che poi il Marx maturo ha superato) e rifugiandosi in economia nel Marx ricardiano del 1844-1849 che, non avendo ancora studiato a fondo leconomia politica (come poi avverr nelle stanze del British Museum), non possedeva la categoria fondante della valorizzazione capitalistica, ossia il pluslavoro, pencolando pericolosamente verso il solo antagonismo distributivo. Ma esaminiamoli questi marxismi nazionali post-1945 partendo perci da quella parte seconda che comincia a p. 89 e che Corradi intitola: Dellavolpismo, storicismo, operaismo. E qui gi non ci sto perch cronologicamente stato lo storicismo a presentarsi per primo, mentre il dellavolpismo gli si posto contro come sua eresia. Anticipando invece il dellavolpismo si offuscano le caratteristiche proprie dello storicismo, che in effetti sono nel testo piuttosto trascurate e a cui cercher di porre rimedio con qualche rapidissima annotazione. 2. Sinteticamente lo storicismo stata un abile amalgama di marxismo sovietico (stalinistico addirittura) e di filosofia gramsciana della prassi che si rendeva necessario per giocare la partita dellegemonia a sinistra con lesistenzialismo sartriano allora di gran moda (e vincendo la partita, si pu dire adesso). Il mar-

* Tutti i riferimenti bibliografici tra parentesi tonda che non contengono alcun riferimento a un autore vanno riferiti al volume di Cristina Corradi (2 5).

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xismo sovietico era stato introdotto attraverso il famigerato e fragoroso capitolo di Josip Stalin su Materialismo dialettico e materialismo storico che era contenuto nella Storia del Partito comunista (bolscevico) dellURSS pubblicata nel 1938 e prontamente tradotta nel 1944 dalla casa editrice LUnit. Per quello che qui interessa lidea principale in merito alla rivoluzione estremizzava la suggestione marxiana esposta nella Prefazione del 1859 secondo cui lo sviluppo inevitabile delle forze produttive avrebbe provocato il rovesciamento dei rapporti privati di propriet per sostituirli con quei rapporti di propriet pubblica (pianificazione compresa) di cui lUnione Sovietica era lesempio storico riuscito. A tanta inesorabile necessit della storia si opponeva per lesistenzialismo di JeanPaul Sartre che nel 1946 in Materialismo e rivoluzione aveva invocato la piena libert del soggetto umano anche nel fare la rivoluzione. La storia non era affatto un processo necessitato, ma un progetto aperto che offriva alluomo la possibilit di inventare la propria legge... Egli non pensa dentro di s - almeno finch non mistificato - che il socialismo lattenda a una svolta della storia, come un brigante con il randello allangolo della strada. Pensa che lui a fare il socialismo... E, in questo senso, la conquista aspra e lenta del socialismo non altro che laffermazione nella e attraverso la storia della libert umana... e sar come gli uomini lo faranno (Sartre 1962, 327). Era su questa base di libert che la rivoluzione, per compiersi, necessitava della decisione di ciascuno di farsi carico di una condizione umana inautentica prendendo posizione con una scelta responsabile: un uomo simpegna nella propria vita, definisce il proprio volto e, fuori di questo volto, non c niente (Sartre 1965, 22). Lo storicismo marxista, elaborato in Italia a seguito della pubblicazione dei gramsciani Quaderni del carcere tra 1948 e 195 , accetta la sfida intellettuale posta dalla filosofia sartriana al determinismo stalinista innestando sulla necessit storica quella filosofia della prassi che Antonio Gramsci aveva dedotto in carcere dalle Tesi su Feuerbach del giovane Marx. Osserva giustamente Corradi che soltanto nei Quaderni si fa centrale per Gramsci il concetto di prassi, inteso quale rapporto tra la volont umana (superstruttura) e la struttura economica (cit. a p. 57), col che si viene a rovesciare il senso del movimento della storia che, se per la dogmatica stalinista partiva inesorabilmente dalla base materiale, adesso trova origine in una soggettivit umana capace di modificare la struttura stessa attraverso il farsi mondo del proprio concreto operare nella e sulla natura. Se questo poteva non essere altro che Feuerbach, il giovane Marx vi aveva per aggiunto limportante postilla che questa prassi-che-rovescia non era quella del singolo, ma solo della umanit associata dei produttori. Gramsci condivideva: per giungere alluomo collettivo, questa molteplicit di voleri disgregati (che) si saldano insieme per uno stesso fine sulla base di una (uguale) e comune concezione del mondo (cit. a p. 76), occorreva il progressivo acquisto della coscienza della propria personalit storica... che deve tendere ad allargarsi dalla classe protagonista alle classi alleate potenziali. Ci sarebbe stato risultato solo del paziente lavoro politico del Partito comunista, il moderno Principe che prende il posto, nelle coscienze, della divinit o dellimperativo categorico allo scopo di suscitare la volont collettiva nazionale popolare verso il compimento di una forma superiore e totale di civilt (cit. a p. 59). Secondo Corradi lesponente pi rappresentativo della stagione storicistica che

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coniugava Stalin con Gramsci stato Cesare Luporini, il quale aveva preso le mosse dallesistenzialismo ma per volgersi poi verso il marxismo inteso quale superiore umanismo (come allora si diceva, prendendo sempre dal giovane Marx). Per Luporini era soltanto nellattivit umana pratico-sensibile che risiedeva la salvezza dellessere sociale minacciato addirittura destinzione ( difficile immaginare al giorno doggi limpressione allora prodotta sulle coscienze dallolocausto nucleare dHiroshima e Nagasaki). E proprio in forza di questa straordinaria premessa che coniugava la volont del singolo con la socialit del lavoro, il processo demancipazione marxista arrivava a battere in breccia ogni apriorismo di un soggetto storico inteso quale autocoscienza isolata. Facendosi forte delle pagine della Ideologia tedesca (alla cui traduzione in italiano aveva premesso una introduzione di oltre 1 pagine), Luporini teorizzava perci gli individui umani viventi come primo presupposto di ogni storia umana e quindi anche del pensiero filosofico per fondare per la loro identit collettiva solo nellauto-produzione storica attraverso il proprio lavoro sociale (cit. a p. 117). (Quando poi si pentir del proprio storicismo, Luporini ammetter che lo storicismo appariva lunica interpretazione del marxismo perfettamente adeguata e corrispondente alla politica del partito. Alla sua linea strategica, alla linea cio dellunit antifascista, della svolta di Salerno, della Costituente e magari del voto allart. 7 (Luporini 1974, xx/x). 3. Coloro che introducono alla figura di marxismo cronologicamente successiva, ossia Della Volpe e Colletti, risultano assai meglio trattati nel libro e quindi sono pi facili da riassumere. Addirittura il loro legame concettuale risulta efficacemente sintetizzato nel titolo del paragrafo Dalle astrazioni determinate alle ipostasi reali (p. 174), perch di ci che si tratta. Va solo premesso che con Galvano Della Volpe siamo veramente davanti ad un nuovo inizio per il marxismo teorico italiano, ad una variante eretica che ha costituito il riferimento obbligato da quanti auspicavano unuscita da sinistra alla crisi del 56 e unanalisi pi attenta alle trasformazioni sociali conseguenti allo sviluppo industriale dellItalia (p. 94). Ma come arriva Della Volpe a differenziarsi tanto radicalmente dallo storicismo? Semplicemente perch utilizza altri testi giovanili marxiani, i Manoscritti economico-filosofici del 1844 e la precedente Critica della filosofia del diritto pubblico di Hegel, questultima da lui personalmente tradotta. La loro lettura una rivelazione: quelluomo sociale come ente socializzante la natura presupposto dagli storicisti non pu essere assunto in una tale generica indistinzione ma va storicamente determinato, ossia modellato nel contesto concreto in cui si trova ad operare. vero che solo attraverso la prassi sociale gli uomini producono il mondo, ma questo mondo, in quanto mondo del capitale, non affatto il loro, anzi gli si oppone contro quale sostanza estranea che li produce alienandoli. Essi non possono quindi essere concepiti come autentici e naturali ma vanno considerati fuori di s perch non sono individui liberi, bens lavoratori alienati sottomessi ad una volont contrapposta. Per questo il risultato del loro produrre gli sfugge, ma sfugge loro pure la prassi lavorativa perch dominata dalla propriet privata e dalla divisione del lavoro che insieme definiscono la c.d. economia di mercato. Se cos , diventa difficile presupporre una socialit positiva dell uomo

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che lavora, che dovrebbe invece prima di tutto essere guadagnata mediante il rovesciamento dellalienazione del soggetto collettivo, giusto il procedimento logico feuerbachiano (fatto proprio dal giovane Marx) dellinversione di soggetto e predicato. Da qui il significato profondo della rivoluzione comunista che, per socializzare le forze produttive, deve sostituire alla comunit apparente e illusoria ch la societ classista borghese in quanto societ involontaria o naturale-casuale una comunit reale in quanto volontaria o consapevolmente umana o razionale1. solo a partire da tanta consapevolezza che il marxismo pu proporsi come critica materialistica dellapriori e dei conseguenti processi di ipostatizzazione propri del razionalismo tradizionale in tutte le sue forme e dellidealismo e spiritualismo di ogni specie. in altri termini il galileismo morale marxiano nel suo aspetto positivo e costruttivo, e non pi semplicemente polemico e negativo (cit. a pp. 1 2-1 3). sulla base di questa eresia che Lucio Colletti, allora marxista conseguente, si pone linterrogativo immediatamente successivo: ma come considerare questo lavoratore alienato? Come una concettualizzazione mentale oppure come una ipostasi reale, ossia come un fatto empirico evidente? Per rispondere egli rinvia alla marxiana Introduzione del 57 (che aveva tradotto nel 1954) in cui si sosteneva che nella societ del capitale il lavoro alienato non resta una categoria speculativa (come lidea di Uomo in generale), ma si fa praticamente vero nel processo di produzione mediante leffettiva riduzione di ogni lavoro umano al solo contenuto semplice e astrattamente eguale che d sostanza di valore alle merci. In questione quindi il lavoro alienato, s, ma solo in quanto astratto cos che, se non viene preso nella sua forma storicamente determinata, allora esso la forza produttiva delluomo in genere, cio una parola, mentre se risulta un concetto determinato e scientifico, allora esso la forza produttiva erogata nel capitalismo, cio non dalluomo in genere, ma dal salariato (cit. in Badaloni 1971 28-29). E siccome il salariato ben reale, allora il suo lavorare in astratto non pu vivere solo nel cielo della filosofia ma materialmente concretizzarsi in quel mondo delle merci che ha rescisso, separato o astratto dalluomo la sua soggettivit, cio le sue energie fisiche e intellettuali, la sua capacit di lavoro, e lha tramutata in una essenza a s, ha fissato lenergia umana come tale in quel cristallo o coagulo di lavoro ch il valore (Colletti 1969, 117). Spiegher poi Colletti nellIntervista politico-filosofica del 1974 che ci che avevo intuito molti anni prima (ma non pienamente sviluppato perch ancora allinterno del discorso di Della Volpe) era che la sostantificazione dellastratto, linversione di soggetto e predicato ecc., lungi dallessere per Marx soltanto modi difettosi della logica di Hegel di riflettere la realt, erano processi che egli ritrovava (o credeva di ritrovare: la differenza ora poco importa) nella struttura e nel modo di funzionare della societ capitalistica stessa (Colletti 1974, 97). 4. Ma se il lavoratore alienato astratto vero soggetto, in quale luogo economico ritrovarlo se non nella fabbrica, ossia nel luogo privilegiato dinterrogazione per ogni speculazione intellettuale e politica en marxiste? stato quindi lapprodo filosofico del dellavolpismo ad aprire la strada allo studio della composizione di classe intesa quale nesso tra i connotati oggettivi della forza lavoro in un certo momento storico e i suoi connotati politici e soggettivi (p. 138).

Della Volpe (1969, 9 ) e non naturale-causale, come invece riporta Corradi (2 5, 99).

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Attorno a questo grande argomento ha ruotato lesperienza di quei Quaderni rossi da cui doveva originare la novit delloperaismo marxista. A monte stava la tremenda sconfitta sindacale degli anni 5 : che il mondo del lavoro fosse stato definitivamente integrato nella sopravveniente societ dei consumi affluenti, come teorizzava la buona sociologia borghese? Per rispondere a questo interrogativo Raniero Panzieri invitava a procedere speditamente ad inchieste operaie che aggiornassero fenomenologie e concetti perch non possibile risalire dal movimento del capitale automaticamente allo studio della classe operaia: la classe operaia, sia che operi come elemento conflittuale, e quindi capitalistico, sia come elemento antagonistico, e quindi anticapitalistico, esige una osservazione scientifica assolutamente a parte (Panzieri 1976, 9 ). Da parte sua egli era andato a rileggersi alcuni testi di Marx assolutamente ignorati, come il Frammento sulle macchine dei Grundrisse del 1857-58 tradotto per la prima volta proprio sui Quaderni rossi, per interpretare lavvento del fordismo in Italia come il processo di sussunzione reale del lavoro al capitale che produce la nuova figura delloperaio-massa, per distinguerlo dal precedente operaio di mestiere. La differenza radicale: mentre loperaio di mestiere era ancora stretto in un rapporto positivo con il processo di produzione perch proprietario, e cosciente di esserlo, della capacit lavorativa potendo cos rivendicare, quale proprio obiettivo politico, il controllo di fabbrica mediante consigli operai, la nuova produzione di massa dorigine fordista semplifica le mansioni lavorative in una sequenza di gesti precisi e identici da compiere sui materiali di lavoro secondo tempi imposti dalla cadenza della catena di montaggio. Con ci il flusso continuo della produzione finisce per dominare integralmente loperaio, costretto a porsi come una semplice appendice umana esecutiva alla quale stato sottratto ogni virtuosismo e professionalit (nei Quaderni del carcere Gramsci aveva colto esattamente il significato epocale della trasformazione produttiva, allora in fieri, appuntando frettolosamente ma lucidamente che si trattava del maggior sforzo collettivo verificatosi finora per creare con rapidit inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia, un tipo nuovo di lavoratore e di uomo (Tronti 1971, 251). In Italia il fordismo aveva preso ad imporsi nel secondo dopoguerra progressivamente sostituendo quei vecchi lavoratori ancora di mestiere, che avevano difeso le fabbriche nella Resistenza, con i nuovi operai alla catena, parcellizzati e indifferenti al contenuto del proprio operare perch per loro il lavoro assumeva la forma generale ed indistinta di un obbligo al fare in astratto. Erano questi nuovi lavoratori senza qualit che riflettevano nel concreto lastrazione storicamente determinata teorizzata da Della Volpe e Lucio Colletti, ma dove cogliere una loro eventuale linea di resistenza al dominio del capitale? A partire dalla stessa produzione alla catena - rispondeva Panzieri - perch se il processo lavorativo si irrigidito nella pratica desercizio, che deve essere regolare e continua, altrettanto rigido diventato il suo esecutore di cui non pu mancare la presenza sul posto di lavoro a pena di bloccare lintero flusso del produrre. Ora questa rigidit della forza-lavoro pu essere giocata contro il capitale a partire dal momento del suo acquisto. Infatti, se il fordismo ha bisogno soltanto di gorilla ammaestrati (giusta la brutale terminologia tayloristica), questi gorilla devono per essere comprati contrattando con loro sul mercato, perch proprio gorilla non sono, lo

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scambio di lavoro contro salario. Ed essi possono anche dire di no vanificando, se la loro presa di decisione fosse di massa come peraltro la loro condizione di fabbrica, ogni sforzo di procedere alla produzione. questa la rivoluzione copernicana orgogliosamente annunciata da Mario Tronti in Operai e capitale del 1966, quando teorizza il rifiuto di chiudere entro una forma contrattuale, formale, legale, il rapporto di classe (Tronti 1971/149). dunque in quanto venditori di forzalavoro che gli operai salariati si costituiscono per la prima volta in classe? Crediamo si possa rispondere di s... La vendita della forza-lavoro offre quindi il primo stadio elementare, quello pi semplice, di una composizione in classe degli operai salariati: per questo una massa sociale costretta alla vendita di forza-lavoro anche la forma generale della classe operaia (Tronti 1971, 179). Pu anche darsi che la classe operaia si smarrisca nel frastuono della produzione, ma essa esiste pur sempre nel mercato del lavoro da dove pu arrivare a dettare la propria legge. Infatti se si scopre che il rapporto di classe viene prima del rapporto di capitale, se si scopre che dentro quel rapporto di classe preliminare lunica classe gi embrionalmente costituita come forza soggettiva quella dei proletari venditori di forza-lavoro... prima ancora che il capitale passi dalla potenza allatto, non sono allora poste tutte le basi per continuare in avanti la costruzione dellintera storia del capitale a partire dallo sviluppo storico della classe operaia? . In fondo basta una parola dordine unificante sulla compravendita della forza-lavoro come il salario quale variabile indipendente e poi una pratica di lotta che giochi sul rifiuto del lavoro dato che se lattivit del lavoro cessa, cessa la vita del capitale... E questa laltra cosa che il capitale non pu sopportare (Napoleoni 1972, 172-173). Ma come giustificare teoricamente quel salario a variabile indipendente? A supporto intervenuto lo sraffismo marxista che Corradi giustamente inserisce quale variante specifica dei marxismi nazionali. Il riferimento essenziale a Claudio Napoleoni, un tormentato economista difficilmente apparentabile al marxismo che aveva insegnato a Colletti che dellalienazione gli economisti non sanno nulla (cit. a p. 212) essendo leconomia una scienza dura che considera gli scambi tra cose (e non i rapporti tra persone) per determinare i prezzi di produzione a prescindere dalle quantit di lavoro, o dai valori che dir si voglia.. Nelle Lezioni sul Capitolo sesto inedito di Marx del 1972 Napoleoni spiegher: nel 196 , come forse sapete, apparso un libro di un economista italiano, Piero Sraffa, dal titolo Produzione di merci a mezzo di merci,... nel quale si fa appunto questa operazione... a conferma della possibilit di questa determinazione dei prezzi e del saggio del profitto indipendentemente dalla teoria del valore (Garegnani 1981, 88). Se quindi i marxisti nostrani sostituissero Marx con Sraffa, ritroverebbero immediatamente, ragionando per aggregati e portando in evidenza il sovrappi, lantagonismo distributivo tra profitto e salario in merito al netto da spartire. Ma secondo quale regola di riparto? Nessuna regola oggettiva (come, per il salario, un livello di sussistenza oggi anacronistico) n per il profitto (come la produttivit marginale del capitale, impossibile da calcolare), ma solo limposizione politica del propria quota di reddito da parte della classe sociale pi forte. E quindi: la forza del padronato, ma pure quella degli operai se uniti nella lotta per imporre il salario quale variabile esogena al sistema. A questa nuova economia critica Pierangelo Garegnani, certamente lo sraffiano

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nazionale pi doc, veniva pure a dare legittimit marxiana ritrovando una pezza dappoggio nelle conferenze su Lavoro salariato e capitale del 1849 quando Marx, non possedendo ancora la categoria del plusvalore, confinava lanalisi al solo momento della distribuzione del reddito in cui tra profitto e salario vale una relazione inversa. Altrettanto per Garegnani: la proposizione relativa allesistenza di sfruttamento di lavoro in una societ capitalistica non dipende in alcun modo dalla validit della teoria del valore-lavoro: essa dipende invece dalla validit dellimpostazione teorica fondata sulla nozione di sovrappi sociale, da cui non emerge per i profitti alcun fondamento diverso dal semplice fatto che lordinamento economico esistente non consente ai lavoratori di appropriarsi dellintero prodotto (Panzeri 1976, 38). Ma questo evidentemente Ricardo, niente affatto il Marx del Capitale. 5. stata lenfasi sui rapporti politici di distribuzione che discendeva dalla combinazione doperaismo e sraffismo a dare luogo in Italia ad una particolare stagione di lotte che trovano sponda nelle teorie dellautonomia operaia e dellautonomia del politico che considerano la critica neo-ricardiana al Capitale pi radicale e rivoluzionaria della teoria di Marx (p. 216). Siamo qui al cruciale passaggio alle autonomie marxiste che per sono diverse e che Corradi elenca diligentemente e singolarmente. Seguiamone il percorso. Allinizio c lutilizzo della forza eversiva della variabile indipendente salariale quando sostenuta dalla determinazione politica di classe. Senza bisogno dassaltare palazzi dinverno, per far crollare lordine borghese basterebbe spingere il salario fino alla esagerazione del Vogliamo tutto, come recitava il titolo di un romanzo (romanzo?) di Nanni Balestrini che traduceva in letteratura listanza politica dellautunno caldo. Era questa la nefasta utopia di Potere Operaio (per dirla con Franco Berardi (Bifo), (ma il titolo ironico perch Bifo simpatetico con lutopia di Potere operaio). Infatti, come gi intuito da Panzieri, se la classe operaia riconosce se stessa come capitale variabile per rifiutarsi come capitale variabile (Panzeri 1976, 3 ), allora nella lotta finisce per esprimersi una fortissima carica, un fortissimo potenziale, una fortissima tensione verso una rivendicazione evidentemente non pi sindacale, cio verso una rivendicazione di potere operaio. Tuttavia questa volta il potere operaio non si sarebbe tradotto nella richiesta dautogestione, comera stato nellideologia produttivistica dei vecchi operai di mestiere, perch loperaio-massa non arrivava a trovare nella linea di montaggio alcuna identificazione con il proprio lavoro, che sperimentava soltanto come alienazione. Di conseguenza egli avrebbe espresso rivendicazioni soprattutto distributive (pi salario, meno orario) che comunque non sarebbero rimaste senza conseguenze finali se i lavoratori organizzati fossero arrivati a spingere in avanti questa variabile salariale, a renderla irrazionale, impazzita rispetto alla razionalit dello sfruttamento capitalistico, cio a spingere in avanti il costo del lavoro fino a... provocare la crisi capitalistica con una volont precisa e soggettiva, scagliando contro la stabilit del capitale lirriducibilit dei bisogni materiali della classe operaia2. stato questo sraffismo implicito a sostenere ideologicamente lo straordinario ciclo di lotte compreso tra lautunno caldo del 1969 e loccupazione della Fiat del 1979 in cui la variabile indipendente ha fatto veramente storia a dispetto do-

2 Che cos potere operaio, in Potere operaio, dicembre, p. 38.

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gni strategia della tensione e dogni logica dopposti estremismi. Si sa che, per riportare alla ragione le fabbriche insubordinate, il capitale ha proceduto con ristrutturazioni e decentramenti mirando esplicitamente alla disgregazione della figura delloperaio-massa (p. 218). E tuttavia pi il capitale si disseminava, pi la societ sinfettava doperaismo in una sorta di colossale contagio politico di cui s fatto allora interprete Toni Negri teorizzando lestensione della logica rivendicativa delloperaio-massa alloperaio sociale, ossia al lavoratore comunque e dovunque salariato. unipotesi sconvolgente quella che comincia a configurarsi, la categoria classe operaia va in crisi ma continua a produrre tutti gli effetti che gli sono propri sul terreno sociale intero, come proletariato... Dopo che il proletariato si era fatto operaio, ora il processo inverso: loperaio si fa operaio terziario, operaio sociale, operaio proletario... Con ben contraddittori effetti perch a questo livello della lotta di classe, la devastazione capitalistica delloperaio-massa ha il solo risultato di allargare le condizioni della riproduzione (ma qui riproduzione capitalistica anche riproduzione di condizioni di lotta) allintero lavoro vivo diffuso nella societ (Negri 1997a, 149). quindi a livello di operaio sociale che si costituisce lautonomia operaia, intesa come la capacit dimporre un salario commisurato ai bisogni e indipendente dallaccumulazione capitalistica... che mette in crisi la legge del valore provocando una sproporzione tra lavoro necessario e pluslavoro o piuttosto, per dirla en sraffiste, rompendo il rapporto di subordinazione del salario al profitto (pp. 217-218). Ma di fronte a tanta autovalorizzazione della riproduzione della forza-lavoro capace di coprire indifferentemente il salario alle casalinghe oppure i proletari in divisa, che resta al capitale per riprendere il controllo della situazione se non di esprimersi in termini di puro comando, di arbitrario disegno di dominio? E questa la risposta capitalistica che Negri prontamente riconosce e con la quale viene superata la crisi della legge del valore trasformandola da legge delleconomia politica in forma del comando dello Stato (Negri 1997a, 257). Se allora si accetta la sfida, lo scontro di classe non pu che traboccare dalla fabbrica alla societ nel suo complesso cos da tradursi nellantagonismo fra Stato (come centro dimputazione complessiva del comando per la produzione) e forze proletarie della produzione sociale. questa la nuova forma della contraddizione marxiana fondamentale (Negri 1997a, 164), una forma che rende la critica delleconomia politica immediatamente critica dellamministrazione, della Costituzione, dello Stato (cit. a p. 22 ). Interpretando a suo modo lo stesso passaggio di fase Mario Tronti vi riconosce la necessit per la classe di darsi una specialistica organizzazione di partito su cui fondare, in alternativa allautonomia dalleconomico del capitale, lautonomia del politico. Quando infatti le rivendicazioni economiche falliscono (ad ogni maggior salario faceva allora seguito uninflazione che vanificava quellaumento), la lotta non pu che mirare al cielo della politica, per dirla con il giovane Marx. Al proposito Tronti rilegge lHegel politico per scoprirvi che il punto di partenza per il cammino del politico non negli individui, ma nello Stato stesso,... e nello Stato, senza princpi , cos che alla deriva ormai inconcludente della rivoluzione copernicana delloperaismo viene opposta una controrivoluzione tolemaica capace di giocare il politico contro il sociale, e non pi viceversa come stato fin qui in una prassi sovversiva (Tronti 1975, 1 7-1 8). La classe operaia

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deve puntare alla conquista dello Stato, portare il proprio partito al governo, ma con la consapevolezza che, quando giunto al governo, quel partito non potr pi farsi condizionare dalla classe ma dovr rivendicare lautonomia politica anche nei confronti della classe operaia, anche nei confronti dellinteresse operaio (Tronti 1975, 17 ) perch il governo richiede un ceto politico professionale con capacit di mediazione tra le parti interne del capitale, compresa quella parte interna dinterlocutore antagonista che appunto il lavoro operaio, la classe operaia (Tronti 1997, 17). Glossando Tronti, per Massimo Cacciari proprio la moltiplicazione dei soggetti rivoluzionari che spiazzano la centralit operaia a far venire meno la possibilit di ricondurre la decisione statuale e la dinamica dello sviluppo ad un soggetto-fondamento, costringendo a rinunciare ad una visione della politica come capacit di rappresentazione delle soggettivit sociali (p. 233). Resta quindi solo il partito come grande macchina e persona sovrana (cit. a p. 225) - ed in tanta esaltazione di volont di potenza della organizzazione del politico (p. 232) si consuma la separazione teorica del partito di classe dalla classe di provenienza. Per questo esito trontiano risulta immediatamente recuperabile dallo storicismo mai morto. E qui lesercizio ricostruttivo di Corradi mostra come lassimilazione sia avvenuta mediante la semplice traduzione semantica dellautonomia del politico in autonomia della politica. Infatti i paragrafi dedicati al neo-gramscismo e agli anni 8 , se letti in successione, provano con minuzia perfino esagerata come a partire dalla fine degli anni 7 i motivi dellautonomia del politico sono ritradotti nel linguaggio storicista del primato della politica (p. 235). Sintetizzando, di Marx viene strumentalizzato il secondo libro del Capitale per mostrare come a livello di riproduzione capitalistica gli apparati della circolazione, allargati fino a comprendervi Stato e partiti, costituiscano la trama di collegamento di un economico, dove dominano egoismi di classe, con la democrazia progressiva quale luogo di ricomposizione politica dei cittadini-produttori (G. Vacca, cit. a p. 241). Lo Stato non il comitato daffari soltanto della borghesia; pu essere occupato dal partito nazional-popolare di gramsciana memoria cos che dentro la mediazione politica si stemperi ogni antagonismo. A giustificazione ideologica si possono recuperare anche i Quaderni del carcere (adesso in edizione Gerratana filologicamente corretta) per ricavarne un marxismo democratico e pluralista in cui il partito comunista, avendo superato lorigine di classe, pu presentarsi come pura macchina elettorale in competizione equivalente con qualsiasi altro sul mercato della politica. Se poi ci richiede la rinuncia al proprio passato, il cambiamento della denominazione comunista, la separazione dal giornale fondato da Antonio Gramsci, allora sia fatto. Pur di rompere la sinonimia tra marxismo, sinistra e movimento operaio (p. 251) si spedir in soffitta sia la critica marxiana delleconomia che la teoria gramsciana della politica per andare a scuola da Weber, Luhmann, Parsons e Schmitt, nuove icone della cultura di sinistra post-moderna. E alla fine di tanto lavoro di rimozione al posto della classe subentra la cittadinanza, ai rapporti di produzione si sostituisce linterdipendenza sistemica, invece della rivoluzione basta lagire comunicativo. Lo stesso Gramsci viene addomesticato in un classico della democrazia, autore di una teoria dellegemonia quale principio dintegrazione dellagire politico in una visione unitaria e solidale dello sviluppo del genere umano (G. Vacca, cit. a p. 254).

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A fronte di tanto cinismo della politica, chi non ce lha fatta proprio a vendersi lanima ha cercato almeno una uscita di sicurezza. Cos Tronti si rifugiato nella conservazione (almeno) della memoria della classe dantan, Cacciari ha spinto il nichilismo fino alla dimensione dellimpolitico, controcanto silenzioso del realismo politico (p. 252) e Negri si immaginato una improbabile lotta di moltitudini contro lImpero (moltitudin sarebbe gi pi plausibile) che farebbe esodo, ossia autonomia dalla politica, per ricondursi nella produzione di comunicazione a mezzo di comunicazione dove, per ragioni non meglio spiegate, si guadagnerebbe labolizione del lavoro salariato, lestinzione dello Stato quale monopolio della decisione politica e delluso legittimo della forza, la valorizzazione di ci che rende irriducibile la vita del singolo, la produzione di singolarit qualunque (p. 278). 6. Siamo cos giunti al termine della via crucis dei marxismi nazionali usciti, ciascuno a suo modo, dal gramscismo e dal giovane Marx e poi finiti nel grande tritacarne ideologico degli anni 8 che li ha trasformati in una poltiglia che, se per qualcuno pu apparire un marxismo debole, a me pare piuttosto un non-marxismo per il fatto di avere archiviato non soltanto la dialettica nella critica della filosofia e il pluslavoro per la critica delleconomia, ma addirittura la presenza culturale critica del vecchio Moro. Solo per che nel libro siamo soltanto a p. 278 e mancano ancora 13 pagine alla fine. Per raccontare che cosa e di chi? E qui sta la sorpresa. Per dire di quanti, a dispetto della liquidazione sopra descritta, perseverano in filosofia a coniugare Marx con Hegel (e non con Feuerbach) e a leggere la critica delleconomia politica nelle pagine dei Grundrisse e del Capitale (e non negli scritti marxiani di giovent). un fatto inedito in Italia proprio perch nel libro si mostrato come in precedenza ci non sia mai accaduto, dando cos luogo a marxismi immaginari, e quasi che solo adesso, finalmente liberato dalla sudditanza ad una parte politica, Marx possa essere interrogato a prescindere. In effetti - spiega Corradi - nellultimo trentennio, nonostante la diffusione di una marxofobia acritica e volgare, ha continuato a vivere un marxismo teorico, poco noto ma assai vivace, che ha segnato una discontinuit rispetto a interpretazioni tradizionali e ha argomentato contro gli stereotipi sedimentati negli anni della rimondializzazione capitalistica lirriducibilit della teoria critica di Marx (p. 7). questa per me la parte pi personale, ma anche pi appassionante del libro che mi ha permesso di vedere come, indifferenti al silenzio mass-mediologico che li circonda, non sono tutti scemi e poi non sono nemmeno pochi quanti mantengono Marx sulla scena della propria riflessione intellettuale giudicandolo del tutto pertinente al momento attuale, se non proprio per la lettera dei suoi testi, almeno per lorizzonte dinterrogazione che allora ha aperto e che continua a chiedere risposte. Ovviamente Corradi non arriva a repertoriarli tutti (sono ben pi di quanti ci simmagina), selezionando solo quelli da lei ritenuti pi significativi. Li elenco subito ad illuminazione del lettore: per la critica della filosofia Costanzo Preve, Domenico Losurdo e Roberto Finelli; per la critica delleconomia politica Gianfranco La Grassa e Maria Turchetto (che pi volte sono andati in coppia), Ernesto Screpanti, Riccardo Bellofiore, Giorgio Gattei e Guglielmo Carchedi. Mi resta solo di dare brevissimo cenno di come Corradi faccia giocare assieme i loro pensieri.

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Dei filosofi posso dire, per incompetenza, ben poco. Posso solo dire che in tutti loro il rapporto Marx-Hegel viene considerato irrinunciabile e la dialettica valutata come il connotato intrinseco della critica delleconomia politica. Questo taglia i ponti con quel giovane Marx che aveva tentato un vero e proprio parricidio di Hegel (cfr. Finelli 2 4), quando era passato a Feuerbach, ma che fortunatamente mancato cos che quando nel 1857, cominciando a stendere i Grundrisse, il Marx maturo rilesse per puro caso la Logica di Hegel, allora ha scritto - tutta la teoria del profitto, quale era stata finora, lho mandata a gambe allaria. Per qui si apre unalternativa dinterpretazione enorme che mi sentirei di esprimere (malamente) cos: la logica del Capitale di Marx come la Scienza della logica di Hegel in un rapporto di rispecchiamento tra due opere letterarie, o non piuttosto, e questa volta senza maiuscole, la scienza della logica la logica del capitale in una omologia tra regole del pensiero e principi del reale? Non mi azzardo a rispondere, per mi pare che Roberto Finelli con la sua realt dellastratto si muova piuttosto verso la seconda direzione. Cos, avrebbe ragione Corradi a scrivere che con Finelli siamo davanti ad un percorso filosofico che non ha precedenti nella storia del marxismo italiano per loriginalit e la coerenza di svolgimento del motivo teoretico centrale (p. 369). A denominatore comune dei marxismi nazionali trascorsi restava pur sempre lidea di una soggettivit umana presupposta, fosse questa la soggettivit degli individui produttori dello storicismo, oppure quella della classe operaia antagonista o della moltitudine post-fordista. Ora tutte queste non sono altro che varianti, pi o meno riuscite, di una identica metafisica del soggetto umano che con la sua prassi lavorativa sarebbe potenziale e incondizionato dominatore della natura e della storia (cit. a p. 371) che per non pu essere data a priori perch nel modo capitalistico di produzione non si d luogo affatto allo scambio di merci e/o forze-lavoro da parte di soggetti contraenti originari. Il capitale piuttosto il luogo del processo di lavoro necessario a produrre proprio quelle merci e quelle forze-lavoro, e con un lavoro che ha sempre doppio carattere (ossia concreto e astratto insieme) dovendole produrre sia come valori per luso che come valori per lo scambio. Insomma, la logica della circolazione capitalistica Denaro-MerceDenaro-Merce-e-cos-via seguitando a mostrare come ogni soggetto presupposto risulti prodotto del proprio prodotto secondo una concatenazione stretta di relazioni il cui insieme circolare costituisce per Marx quel soggetto non antropomorfo ed empiricamente non evidente (p. 398) che genera secondo la proprie necessit tutte le determinazioni (p. 4 1). Ora un soggetto siffatto non altro che das Kapital, di cui il libro Il capitale (che a ci sintitola e non al Borghese e nemmeno allOperaio, come invece hanno fatto rispettivamente Werner Sombart e Ernst Jnger) resta a tuttoggi lunica narrazione critica disponibile. Inconsapevolmente o meno mi pare che a partire da una conclusione simile che si muovano anche i nuovi critici delleconomia politica. Di Gianfranco La Grassa e Maria Turchetto (ma pi Turchetto che La Grassa) si sa che hanno riflettuto a lungo sulla trasformazione post-fordista della maniera capitalistica del produrre arrivando alla conclusione che la figura novecentesca delloperaiomassa in via dobsolescenza e prossima ad essere sostituita da una manodopera debole sul mercato del lavoro perch usa-e-getta nel processo di produzione. Se quindi la fondazione materiale dellantagonismo operaista finisce per

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perdere di realt, svanisce con essa pure la critica marxiana? Quando Marx ha teorizzato lo scambio di lavoro salariato quale presupposto della valorizzazione capitalistica, lha posto quale categoria analitica della massima generalit, tale cio da prescindere dalla configurazione concreta che di volta a volta avrebbe poi assunto nella storia del capitale, cos da arrivare a coprire sia loperaio-massa del secolo breve che loperaio di mestiere ottocentesco. Perch allora quella categoria dovrebbe perdere di validit per il salariato precarizzato post-fordista? In fondo il contenuto del suo rapporto di scambio, dietro pagamento del salario, non resta pur sempre lerogazione di quel lavoro vivo necessario a produrre le merci, prodotti o servizi che siano? Se cos, allora pure per il lavoratore flessibile deve imporsi la regola marxiana per cui quei prodotti e servizi valgono il lavoro in essi contenuto, purch la sintenda non come criterio di scambio delle merci tra loro, bens come teoria critica della valorizzazione capitalistica, ossia della produzione di quel pi-di-valore che poi tutta la sostanza del Capitale. Insomma, quali che siano gli aspetti contrattuali dello scambio salariale (precario o permanente non fa fatto) restano tuttora fermi lintreccio tra processo lavorativo e valorizzazione e la struttura relazionale sottesa al tempo di lavoro (p. 326), con una espropriazione di lavoro altrui che, se pu avvenire mediante la divisione tecnica interna al processo produttivo accorpato come nel fordismo, se necessario pu accadere anche con una divisione sociale ed internazionale del lavoro che moltiplichi e dissemini le unit della produzione esternalizzandone le funzioni presso soggetti autonomi. Costoro possono anche credersi imprenditori di se stessi, ma in realt restano sottomessi al dispotismo capitalistico che in questo caso si esercita, al di fuori del rapporto gerarchico di fabbrica, mediante la forma coercitiva dello scambio di merci. Ecco perch il capitalismo attuale, nonostante lapparente aspetto di un insieme di frammenti privo di centro, un reticolo di poteri disseminati e diffusi, un sistema interattivo di unit individuali in urto reciproco, risulta un tutto strutturato a dominante, con un nucleo di riproduzione di ruoli dominanti e subalterni situato a livello di modo di produzione (p. 331). A fondamento di questo modo di produzione sta il rapporto di lavoro. Ma cosa si contratta quando si scambia lavoro salariato? Qui Ernesto Screpanti ha colto veramente nel segno sottolineando che non si tratta affatto di un fare, ma piuttosto di un dare che poi un dare obbedienza al comando altrui. Nella locatio operarum (che tale la forma giuridica del rapporto di lavoro salariato) laccordo vincola i lavoratori a rinunciare alla propria autonomia decisionale per un certo numero di ore al giorno durante le quali svolgeranno attivit lavorative sotto comando altrui... La loro attivit durante lorario lavorativo non sar pi una loro azione, ma sar una manifestazione della volont del datore di lavoro e un mezzo per la realizzazione di suoi fini (Screpanti 2 6, 12-13). Cos il salario non tanto il prezzo del servizio lavorativo prestato, quanto il compenso per limpegno allobbedienza con cui si consegna alla controparte la capacit di decidere riguardo alla propria attivit, che quindi sar svolta secondo il volere di quella. E se limpresa si costituisce come un nesso di contratti, giusta la definizione pi alla moda, si tratta per di un nesso di contratti di lavoro, vale a dire proprio lopposto di ci a cui pensano i teorici del nesso di contratti (Screpanti 2 6, 14). Infatti lefficienza delle imprese capitalistiche si organizza attorno allerogazione di lavoro comandato (labour commanded, come avrebbe detto

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Adam Smith) ad opera di poveri laboriosi (working poor, per dirla ancora con Smith, ed questa una denominazione tornata purtroppo dattualit). Saranno quindi le modalit desecuzione e la durata temporale di questo lavoro, ben pi delle tipologie contrattuali e retributive, a qualificare la capacit di comando del capitale esercitata sullinsieme dei suoi obbedienti. Ma come conciliare lerogazione del lavoro vivo con la realt dello sfruttamento che era stata denunciata nel Capitale? Sta qui la nuova frontiera di quella trasformazione dei valori-lavoro in prezzi di produzione che gli sraffisti nostrani avevano dimostrato logicamente fallimentare, traendone la conclusione che di sfruttamento in termini di ore di pluslavoro non si dovesse proprio parlar pi. Peccato per che Sraffa non passato solo per loro. passato anche per i marxiani (se possiamo chiamarli cos, per distinguerli da tutti quei marxisti che, come abbiamo visto, sono finiti cos male...) lasciando pure a questi in eredit il concetto di prodotto netto aggregato, che quanto resta delle merci dopo che sono state tolte tutte quelle occorse alla produzione. Ora ben curioso che proprio Sraffa abbia proposto di prendere ad unit di misura, ossia a numerario, il prezzo di produzione di questo prodotto netto aggregato e contemporaneamente, ma separatamente, di assumere a numerario anche il lavoro vivo complessivamente richiesto per produrlo. Siccome due numerari diversi non sono permessi, lunica giustificazione di una simile decisione che per Sraffa si trattasse della medesima grandezza economica soltanto declinata diversamente, una volta dal punto di vista della distribuzione del prodotto netto tra le classi sociali, laltra volta dal punto di vista della sua origine dal lavoro altrui. Di questa equivalenza del prezzo di produzione del Netto con il lavoro vivo, che riporta clamorosamente sulla scena la categoria del valore come neovalore-lavoro aggirando elegantemente le difficolt analitiche poste dal lavoro morto, si discute allestero almeno da un ventennio. In Italia invece quasi niente (la ricaduta del lavoro teorico di Bellofiore o di me stesso confinata ai pochi felici). Ma per ignoranza o per complesso di colpa? Come che sia, posta lequivalenza di neovalore-lavoro basta poi definire il montesalari dellinsieme dei lavoratori (tutti compresi, fordisti e post-fordisti) come il reddito che acquista le merci necessarie al loro benessere traendole dal prezzo di produzione del Netto (essendo quello che resta il profitto) per avere immediatamente la quota di partecipazione della forza-lavoro al lavoro vivo, ossia il cosiddetto lavoro necessario marxiano, mentre il resto (udite! udite!) il pluslavoro, ossia la quantit dello sfruttamento esercitato dal capitale complessivo sullinsieme dei lavoratori salariati. Profitto e pluslavoro risultano quindi grandezze equivalenti, pur non significando la medesima cosa, prima di tutto perch sono espressi in unit di misura differenti (i prezzi di produzione per il primo, le ore di lavoro per il secondo). Ma soprattutto perch forniscono informazioni diverse sulla efficienza capitalistica del produrre: la quantit del profitto si mostra soltanto dopo che i prodotti sono stati venduti (e quindi richiede la riuscita della realizzazione delle merci sul mercato), mentre lammontare del pluslavoro determinato da quanto lavoro vivo si arrivati a comandare agli obbedienti e dalla percentuale da loro ipotecata con la remunerazione salariale contrattata allinizio del processo di produzione. Ritorna qui tutto il senso del Capitale: che la partita del profitto, solo potenzialmente impostata sul mercato della forza-lavoro tramite la stipula contrattuale,

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si gioca concretamente nellatto del produrre attorno allerogazione/ripartizione del lavoro vivo, mentre ci che avviene in seguito sul mercato dei prodotti solo la sanzione notarile di quanto gi conseguito nel luogo strategico della valorizzazione capitalistica sulla cui porta sta scritto (come a tutti dovrebbe essere noto): Vietato lingresso ai non addetti al lavoro vivo. Con questo riposizionamento strategico la critica delleconomia politica del Marx maturo viene a ritrovare tutta la propria coerenza, tanto da potersi porre nuovamente al centro di una interpretazione che voglia essere critica del presente. Ma per puntare dove? Qui dico sinteticamente la mia (gli altri la pensino come gli pare...): allo scopo di comprendere che le lotte contro lo sfruttamento del lavoro vivo, come e dove che siano, sono un unico fronte che spinge lessere sociale capitalistico, che poi lunico soggetto che c, a realizzare il proprio fine (che la sua fine) di superamento della necessit economica3. solo questa prospettiva di liberazione, di cui siamo venuti appieno a conoscenza solo leggendo gli straordinari Grundrisse del 1857-58, che rende il Marx del Capitale incommensurabilmente lontano sia dal giovane Marx anti-alienazione che dal Marx del Manifesto anti-borghese(cfr. Gattei 1999, 1 9-118), facendo cos di lui un marxiano niente affatto marxista. Riferimenti bibliografici Badaloni, N.(1971), Il marxismo italiano degli anni sessanta, Roma Colletti, L.(1969), Ideologia e societ, Bari Colletti, L.(1974), Intervista politico-filosofica, Bari Corradi, C.(2 5), La storia dei marxismo in Italia, Manifesto Libri, Roma Della Volpe, G.(1969), La libert comunista, Roma Finelli, R.(2 4), Un parricidio mancato. Hegel e il giovane Marx, Torino Garegnani, P.(1981), Marx e gli economisti classici, Torino Gattei, G.(1999), Il Manifesto del Marx del Capitale, in Storia del pensiero economico, n. 38, pp. 1 9-118. Gramsci, A.(1978), Quaderno 22. Americanismo e fordismo, Torino Keynes, J.M.(1991), Prospettive economiche per i nostri nipoti, in La fine del laissez-faire e altri scritti, Torino Luporini, C.(1974), Dialettica e materialismo, Roma Napoleoni, C.(1972), Lezioni sul Capitolo sesto inedito di Marx, Torino Negri, A.(1997), I libri del rogo, Roma Negri, A.(1997a), Proletari e Stato, in Negri (1997) Negri, A.(1997b), Il dominio e il sabotaggio, in Negri (1997) Panzieri, R.(1976), Lotte operaie nello sviluppo capitalistico, Torino Sartre, J.P.(1962), Materialismo e Rivoluzione, in Che cos la letteratura?, Milano Sartre, J.P.(1965), Lesistenzialismo un umanesimo, Milano Screpanti, E. (2 6), Il capitalismo. Forme e trasformazioni, Milano Tronti, M. (1975), Hegel politico, Roma Tronti, M. (1977), Sullautonomia del politico, Milano Tronti, M. (1971), Operai e capitale, Torino gattei@economia.unibo.it

A comprensione di che si tratta, e a prova che non occorre leggere Marx per esserne edotti, cfr. J. M. Keynes, Prospettive economiche per i nostri nipoti, in La fine del laissez-faire e altri scritti, Torino,1991, pp. 57-68.

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