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USR CISL Lombardia OD&M Consulting

Le retribuzioni in Lombardia (2003-2009)


summary report
Il presente Rapporto è stato realizzato da OD&M Consulting (società del Gruppo GI Group) in
collaborazione con l’Ufficio Economico dell’USR-CISL della Lombardia.
Il gruppo di lavoro che ha predisposto il Rapporto è costituito da Mario Vavassori e Matteo Gallina
per OD&M Consulting, Bruno Paccagnella e Matteo Berlanda per USR-CISL Lombardia.
La riproduzione parziale o totale delle tavole contenute nel presente Rapporto è consentita con
la citazione della fonte: OD&M Consulting-USR CISL Lombardia, “Rapporto 2009 sulle retribuzioni in
Lombardia”.

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Indice

Presentazione

Summary report

Parte I – Aspetti generali e metodologici

1. La nuova centralità della questione retributiva

2. Il problema distributivo

3. Retribuzioni e inflazione

Appendice. Note metodologiche sulle fonti in materia di retribuzioni


1. Gli indicatori mensili sulle retribuzioni contrattuali
2. Gli indicatori mensili delle retribuzioni grandi imprese
3. Gli indicatori OROS (Occupazione, Retribuzioni e Oneri Sociali)

4. Caratteristiche e trattamento della banca dati OD&M Consulting dei profili retributivi

Parte II Le retribuzioni in Lombardia per settore di attività

5. Le retribuzioni settoriali
5.1 Importi assoluti, confronti e differenziali
5.2 La dinamica delle retribuzioni 2003-2008
5.3 Retribuzioni settoriali e inflazione
5.4 La dinamica delle retribuzioni 2007-2008
5.5 Confronti e riscontri

6. Determinanti e complessità dei differenziali retributivi settoriali

7. Quanto incide la qualifica


7.1 Consistenza e profilo degli occupati secondo la qualifica

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7.2 Le retribuzioni per qualifica. Confronti e dinamiche
7.3 Le retribuzioni settoriali per qualifica

8. L’importanza della scolarità


8.1 Consistenza e profilo degli occupati per titolo di studio
8.2 Le retribuzioni per titolo di studio. Confronti e dinamiche
8.3 Le retribuzioni settoriali per titolo di studio
8.4 I settori che premiano la scolarità

9. Le altre determinanti dei differenziali retributivi


9.1 L’età
9.2 Il contratto di lavoro
9.3 La dimensione d’impresa

Parte III - Approfondimenti

10. I differenziali retributivi settoriali

11. Misurazioni delle retribuzioni: media, mediana e decili

12. Qualità del lavoro e ammontare della retribuzione

13 I differenziali Lombardia-Italia (valori grezzi e normalizzati)

Allegato - Documentazione statistica


Indice delle tavole

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Presentazione

Quanto guadagna una lavoratore in Lombardia? Può un sindacato sviluppare efficacemente la sua
contrattazione salariale senza conoscere a fondo questi dati?
Sono queste le domande che hanno portato la Cisl Lombardia ad effettuare, in occasione del proprio
decimo congresso regionale, una prima indagine approfondita sulla situazione delle retribuzioni dei
lavoratori nella nostra regione e sulla loro evoluzione nel quinquennio 2003 – 2008.
In questi anni nel nostro paese è esplosa una vera e propria “questione salariale”, che ha conquistato
il dibattito economico e politico e che fa ancora molto discutere. Ma le fonti ufficiali statistiche
forniscono dati non tempestivi o a volte parziali.
Il sindacato ha bisogno di essere in prima fila nella conoscenza e nel dominio delle informazioni e
delle analisi. Per questo motivo la Cisl Lombardia non ha voluto svolgere una ricerca “una tantum”
con lo scopo di arricchire il solo materiale congressuale. Con questa indagine si intende dare avvio
ad un osservatorio stabile che ogni anno metta tempestivamente sotto la lente l'andamento della
struttura e delle dinamiche salariali.
La ricerca non si limita ad evidenziare delle tendenze o ad indicare delle percentuali, ma presenta
un puntuale calcolo delle retribuzioni dei lavoratori in Lombardia, confrontate con le medie
nazionali ed articolate in modo dettagliato a secondo dei settori economici di attività, della
qualifica, del titolo di studio, dell'età. Della tipologia di rapporto di lavoro e della dimensione di
impresa.

I risultati evidenziano una fatica in questi anni nel rapporto tra retribuzioni e difesa del potere
d'acquisto, particolarmente accentuata nel corso dell'ultimo anno anche per effetto della già presente
crisi economica. Tale difficoltà si è fatta maggiormente sentire per i lavoratori meno qualificati.
Viene quindi confermata e meglio definita la natura di una questione salariale, a cui il sindacato e
la Cisl devono guardare in profondità. La ricerca ovviamente non individua soluzioni al problema,
ma offre terreni di riflessione anche innovativi per le rivendicazioni sindacali.
La dimensione ristretta della forbice tra i livelli salariali nella nostra regione rispetto alla media del
paese, la difficoltà a remunerare meglio i lavoratori a fronte dei miglioramenti della produttività, la
crescente presenza di elementi della retribuzione variabili, la compressione salariale che si registra
in particolare in alcuni settori sono solo alcune delle indicazioni che l'indagine presenta con
interesse.
Sta al sindacato tutto e alla Cisl riflettere sul che fare in modo approfondito, convinti come siamo
che non basta genericamente “chiedere di più” per ottenere di più, cominciando ad approfittare
degli spazi creati dalla nuova riforma del modello contrattuale e dal generale decentramento della
contrattazione salariale che ne dovrà scaturire.
Perchè i salari sono bassi nel nostro paese è quindi una ulteriore domanda su cui in futuro dovremo
lavorare per intervenire sui punti critici, costruire risposte efficaci e ridare giusto slancio alla
remunerazione del fattore lavoro per quello che effettivamente vale.
La Cisl Lombardia ringrazia tutti coloro che hanno lavorato e reso possibile in tempi molto brevi la
produzione di questa ricerca e l'avvio di una azione stabile di indagine sui salari dei lavoratori
lombardi anche per i prossimi anni.

La segreteria Cisl Lombardia

aprile 2009

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Summary report

Il presente Rapporto ha inteso analizzare, utilizzando una fonte informativa “non istituzionale”, la
struttura delle retribuzioni degli occupati alle dipendenze in Lombardia e il loro andamento nel
quinquennio 2003-2008, con l’obiettivo di porre in luce sia i differenziali “di livello” tra i diversi
aggregati di lavoratori, sia i differenziali di andamento, in entrambi casi comparativamente con il
contesto nazionale.
La banca dati utilizzata è quella dei “profili retributivi” raccolti da una società privata, OD&M
Consulting, del gruppo GI Group: la prima operante principalmente nella consulenza direzionale
specificatamente indirizzata alla gestione e allo sviluppo delle risorse umane, il secondo operante
nel campo dell’intermediazione e della somministrazione di mano d’opera.
I “profili retributivi” raccolti da OD&M Consultig via Internet, si caratterizzano per la
specificazione, per ciascun lavoratore, di numerose caratteristiche sia personali, sia riguardanti il
rapporto di lavoro, sia l’impresa in cui presta la propria attività.
La modalità e altre caratteristiche della raccolta dei dati comporta una serie di limiti che si è cercato
di ridurre al massimo attraverso la standardizzazione delle classificazioni, il “riporto” ex-post
all’”universo” dei lavoratori dipendenti, in Lombardia e in Italia (quale risulta dall’indagine
dell’Istat sulle forze di lavoro) e altre specifiche elaborazioni.

Il Rapporto prende spunto dall’esistenza di una questione retributiva all’ordine del giorno fino a
pochi mesi or sono, prima che il pieno manifestarsi di una crisi economica eccezionale per intensità
ed estensione, la mettesse in secondo piano, essendo diventate prioritarie la salvaguardia di migliaia
e migliaia di posti di lavoro, la tutela dei lavoratori colpiti, la sopravvivenza di “pezzi” importanti
della struttura produttiva e la “bonifica” del sistema finanziario.
Abbandonare però il tema delle retribuzioni a favore di quello della disoccupazione,
significherebbe, anche nell’attuale contesto, sommare semplicemente due problemi senza risolvere
ne’ l’uno ne’ l’altro, perché entrambi fanno parte dell’esigenza di tutelale le condizioni materiali di
vita di milioni di lavoratori e delle loro famiglie.

Il rapporto si articola in tre parti, cui fa seguito un’ampia appendice statistica: la prima riguarda
alcuni aspetti a carattere generale, la seconda l’analisi degli andamenti e dei differenziali retributivi
in Lombardia, la terza alcuni approfondimenti.

Fra i temi a carattere generale, analizzati soprattutto a livello nazionale, per la povertà e il ritardo
temporale delle informazioni disponibili a livello regionale, vanno evidenziati in particolare:
L’esistenza di un problema distributivo: è dai primi anni ’80 che la quota del valore aggiunto
assegnata come reddito al fattore lavoro dipendente appare in continuo calo, quale risultato, oltre
che di un processo redistributivo, anche degli eccezionali incrementi di produttività degli anni ’80 e
’90, a seguito di una fase di fortissime innovazioni tecnologiche e organizzative; la risalita della
quota dei redditi da lavoro dipendente sul valore aggiunto a partire dai primi anni 2000 segnala più
l’arresto della dinamica della produttività che non uno spostamento delle risorse prodotte a favore
del fattore lavoro.
Tra il 1977 e il 2000 (con i valori massimo e minimo della quota dei redditi da lavoro dipendente:
53,8 e 45,4%) il valore aggiunto totale (a prezzi correnti) è aumentato dell’11,3% all’anno, il valore

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aggiunto per unità di lavoro del 10,9%, i redditi unitari da lavoro dipendente del 10,1%: questi
hanno cioè perso 8 decimi di punto all’anno rispetto all’andamento della produttività.
Il fenomeno si è manifestato in Lombardia come in Italia (anzi in Lombardia la quota dei redditi da
lavoro dipendente è diminuita in misura ancora maggiore che nell’intero paese), nell’industria come
nei servizi.

Fonte: elaborazione dati Istat

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Retribuzioni e inflazione. Questo divario tra la crescita dei redditi da lavoro dipendente e la
crescita della produttività è derivato anche dalla necessità di contenere un’inflazione che dalla
prima grande crisi petrolifera, a metà degli anni ’70, era andata “fuori controllo”: condizione,
oltretutto, imposta in modo imprescindibile dai trattati di Maastrich, per l’adesione all’Unione
Monetaria e quindi per l’ingresso nell’euro.
A tale esigenza è stato finalizzato l’accordo del 1993, basato come noto su una politica salariale
d’anticipo, attraverso la fissazione di un tetto di inflazione programmata, che prezzi e salari non
dovevano superare, in modo che ex-post questo tetto venisse rispettato. L’accordo ha funzionato,
l’inflazione è rientrata, ma nel medio periodo la crescita delle retribuzioni è stata inferiore a quella
dell’inflazione: tra il 1993 e il 2004 le retribuzioni contrattuali si sono accresciute del 2,7%
all’anno, i prezzi al consumo del 2,9%: nell’arco di un decennio il potere d’acquisto delle
retribuzioni è quindi diminuito di circa 3 punti.
Il problema del potere d’acquisto delle retribuzioni è “esploso” dopo l’introduzione dell’euro,
quando vi fu la diffusa percezione che l’inflazione “reale” fosse ben superiore a quella “ufficiale”
misurata dall’Istat.
Tra le risposte che l’Istat diede a tali rilievi vi è stato il calcolo dell’andamento dei prezzi secondo la
“frequenza” degli acquisti dei diversi tipi di beni e servizi; in effetti ciò ha mostrato come quelli ad
alta frequenza di acquisto (quelli cioè acquistati quotidianamente o quasi) abbiano avuto (e abbiano)
una dinamica superiore a quella dell’indice generale, spiegando almeno in parte la “percezione” di
una crescita dei prezzi superiore a quella complessiva di tutti i prezzi, ponderata per il relativo
consumo da parte della collettività nazionale: tra il 2003 e il 2008, +12% l’indice generale dei
prezzi, +16,2% quello dei prezzi dei beni e servizi acquistati con maggiore frequenza. Assumeremo
quindi questo indice a riferimento, essendo certamente più consono a fotografare l’impatto
dell’inflazione su salari e stipendi dei lavoratori dipendenti.

Fonte: elaborazione dati Istat

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Fonte: elaborazione dati Istat

Tuttavia tra il 2003 e il 2006 anche il confronto con quest’ultimo indice è favorevole alle
retribuzioni, ma la situazione si inverte dall’inizio del 2007, più per la ripresa dell’inflazione che
per una frenata delle retribuzioni; la “forbice” tra i due andamenti si allarga progressivamente, fino
a metà del 2008, per poi restringersi nel secondo semestre dell’anno per effetto della frenata dei
prezzi, conseguenza immediata della crisi economica in atto.
Tra andamento delle retribuzioni e andamento dei prezzi sia nel 2007 (-0,6 punti) che nel 2008 (-0,5
punti) il bilancio è negativo, e in pratica viene annullato ogni guadagno che le retribuzioni avevano
avuto tra il 2003 e il 2006.

Nella seconda e nella terza parte del rapporto la tematica delle retribuzioni è stata analizzata e
approfondita utilizzando la banca dati dei profili retributivi di OD&M Consulting, intendendo per
“profili” tutti gli elementi caratteristici associati a ogni singolo lavoratore (età, sesso, settore di
lavoro, titolo di studio, ecc.).
Gli importi di tale banca dati sono stati riportati all’universo di circa 2,9 milioni di lavoratori
dipendenti della Lombardia (su un totale di circa 3,2 milioni), a esclusione dei settori (per lo più
pubblici) che non sono oggetto di rilevazione.
I confronti tra i valori medi calcolati a partire da questa base dati (confronti cioè nel tempo, tra
territori diversi, tra un settore e l’altro o tra i diversi gruppi di lavoratori) risentono della
composizione strutturale degli occupati di ogni singolo aggregato, che va quindi sempre tenuta
presente. Per questo ogni aspetto dell’analisi viene preceduto da un cenno ai rapporti di
composizione degli occupati cui viene fatto riferimento.
Tra i differenziali che più “fanno notizia” vi è quello tra le retribuzioni di uomini e donne; tuttavia,
più che dedicare a questo aspetto uno specifico approfondimento, esso è stato compreso in ogni
aspetto dell’analisi (per settore, scolarità, dimensione delle imprese, ecc.), evidenziando sempre le
differenze di valore e di andamento delle retribuzioni di uomini e donne.

■ Il primo confronto ha considerato il differenziale retributivo tra Lombardia e Italia, dove gli
importi medi nel 2008 sono state rispettivamente di 26.480 e 24.820 euro, con uno scarto, a favore
della Lombardia, del 6,7%, e tendenzialmente in calo (era del +8,2% nel 2003), per altro come
mostrano anche i valori medi del reddito e delle retribuzioni da lavoro dipendente secondo i conti
economici di fonte Istat (fermi però, per la Lombardia, all’anno 2006).

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Lo stesso scarto, a favore degli occupati lombardi, si manifesta in tutti i settori (+3,9% in
agricoltura, + 6,3% nell’industria, + 7% nei dei servizi) e in quasi tutti i singoli comparti di attività,
con massimi nell’ordine del 12-13% in quelli della gomma e materie plastiche e della lavorazione
dei minerali non metalliferi. In cinque comparti, tutti appartenenti al settore terziario, lo scarto è
però di segno opposto: alberghi e ristoranti (-2,5%), trasporti e attività ausiliarie (-2,9%), sanità e
servizi sociali (-4,7%), servizi domestici (-5,8%), e soprattutto comunicazioni, dove le retribuzioni
regionali sono inferiori di 7,2 punti ai corrispondenti valori medi nazionali.

Attraverso una procedura di “normalizzazione” dei dati (assegnando alla Lombardia e all’italia la
medesima composizione strutturale degli occupati), si osserva che lo scarto tra le retribuzioni
regionali e nazionali di 6,7 punti deriva per 4 punti dalle diverse retribuzioni individuali e per 2,6
punti dalle diversa composizione degli occupati (per settore, sesso, titolo di studio, ecc.). La
componente retributiva del differenziale è particolarmente ampia per gli occupati in agricoltura ed è
maggiore nell’industria +4,3 punti) che nei servizi (+3,7 punti), per gli uomini (4,5 punti) che per le
donne (+3,4 punti): queste hanno cioè hanno una maggiore uniformità di retribuzione rispetto alla
media nazionale.

Fonte: elaborazione dati OD&M Consulting

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■ Complessivamente i dipendenti dell’industria hanno percepito in media 26.080 euro contro i
26.840 di quelli dei servizi, con uno scarto negativo del 2,8% (in Italia 24.530 e a 25.080 euro, con
un differenziale, sempre a sfavore degli occupati nell’industria, del 2,2%). Fra i tre grandi settori
dell’economia è però quello agricolo, con 21.920 euro (21.090 euro in Italia), che presenta le
retribuzioni medie più basse, inferiori alla media generale di oltre il 17%.
A un maggiore livello di dettaglio il “range” delle retribuzioni settoriali nel 2008 in Lombardia è
stato compreso fra 17.800 euro percepiti dai dipendenti dei servizi domestici, e i 35.270 euro
percepiti dagli occupati nei servizi di intermediazione monetaria e finanziaria (credito e
assicurazioni), tra quali vi è un rapporto quasi di uno a due. In Italia l’escursione tra l’importo
minimo (18.920 euro) e quello massimo (33.250), riferiti ai medesimi settori, è alquanto più ristretta
(pari a circa il 76%).
Entrambi i comparti con i valori estremi appartengono, come si vede, al settore dei servizi; tra quelli
dell’industria le retribuzioni medie presentano uno scarto decisamente inferiore: si va infatti dai
22.560 euro del tessile, abbigliamento, calzature, ai 32.660 euro di quello delle industrie chimiche,
petrolifere, farmaceutiche e delle fibre, tra i quali lo scarto percentuale non arriva al 45%. Questi
due stessi comparti presentano anche i Italia i valori estremi delle retribuzioni medie settoriali
nell’industria, pari rispettivamente a 21.150 e a 30.870 euro.

Fonte: elaborazione dati OD&M Consulting

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Uomini e donne hanno percepito rispettivamente 28.180 e 24.260 euro, con una differenza, a
favore dei primi, del 16,2%, inferiore a quella del 2003 (17,7%), ma più ampia che a livello
nazionale (12,9%), dove le retribuzioni di uomini e donne sono ammontate rispettivamente a 26.010
e a 23.040 euro.
Lo scarto a favore degli uomini è del 6,5% nell’industria e del 25,7% nei servizi, con un massimo
del 35% in quelli sanitari e sociali; in quattro comparti sono però le retribuzioni maschili a essere
inferiori a quelle delle donne: energia, costruzioni (dove le donne sono però quasi esclusivamente
impiegate), “altri” servizi alle persone, servizi domestici.

■ Le retribuzioni medie di ciascun settore sono determinate sia dalle differenze di retribuzione
individuale a parità di profilo (età sesso, titolo di studio, professione, tipo di impresa, ecc.) sia dalle
differenze di composizione degli occupati di ciascun settore secondo queste stesse caratteristiche.
Utilizzando anche in questo caso una tecnica di normalizzazione (ipotizzando che tutti i comparti
abbiano la stessa composizione strutturale dei propri occupati), gli scarti delle retribuzioni medie di
ciascun comparto rispetto alla media generale sono stati scomposti in due componenti: una
componente specificatamente retributiva e una componente strutturale.
In questo modo sono stati evidenziati i comparti in cui lo scarto rispetto alla retribuzione media
deriva dall’una o dall’altra componente
Si è così visto che è sicuramente la struttura occupazionale il fattore che produce le maggiori
differenze retributive, in positivo come in negativo: lo scarto percentuale dalla media dovuto a
questa componente raggiunge infatti spesso valori molto elevati e con un ampio range di valori: dal
-48% nel comparto dei servizi domestici, al +23,8% in quello del credito e assicurazioni, tra i quali
vi un intervallo di oltre 70 punti percentuali.
La componente retributiva, invece determina scarti molto più esigui, e solo raramente di un certo
peso, compresi fra il -6,5% delle comunicazioni e il +3,8% della meccanica (Prodotti in metallo,
macchine, mezzi di trasporto).
In altre parole, e tenendo conto che si stanno sempre considerando valori medi, un lavoratore, quale
che sia il suo profilo, percepisce una retribuzione che tra i diversi possibili settori di attività può
variare, dal valore più basso a quello più alto, all’incirca, al massimo, del 10%.
Sia questa analisi, sia quella precedente tra i valori regionali e nazionali, mostra quindi la grande
rilevanza dei contratti nazionali di lavoro e di conseguenza l’incidenza relativamente modesto della
contrattazione sia articolata territorialmente e aziendalmente, sia a titolo individuale.

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■ Tra il 2003 e il 2008 la crescita delle retribuzioni dei lavoratori lombardi è stata mediamente del
12,1%: 1,6 punti in meno rispetto alla corrispondente variazione a livello nazionale (+13,7%).
Superiore alla media l’incremento delle retribuzione nel settore industriale (+13,7%) ma anche
questa inferiore al corrispondente valore medio nazionale (+14,5%); lo stesso è avvenuto
nell’insieme dei servizi: +11% in Lombardia, +13,3% in Italia.
Tra i diversi comparti le variazioni regionali sono comprese tra il -1,9% del settore agricolo e il
+39% del comparto dei servizi domestici (entrambi di scarsa numerosità). Esclusi questi due casi
limite, l’escursione degli incrementi si riduce marcatamente e va dal -0,3% del comparto delle
comunicazioni al +17,3% di quello degli “altri” servizi alla persona.

■ Confrontando la dinamica delle retribuzioni con quella dell’inflazione (misurata dall’indice dei
beni e servizi ad alta frequenza di acquisto, aumentato del 15,3% in Lombardia e del 16,2% in
Italia), netta e molto generalizzata appare la perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni, sia dei
lavoratori lombardi che di quelli italiani: per gli uni come per gli altri, solo gli occupati di pochi
comparti hanno visto aumentare le proprie retribuzioni in misura superiore a quella dei prezzi: in
Lombardia i dipendenti dell’industria petrolifera, chimica, farmaceutica, quelli delle industrie
meccaniche (prodotti in metallo, macchine, mezzi di trasporto), quelli del credito e assicurazioni,
quelli degli “altri” servizi alla persona e quelli dei servizi domestici; nel loro insieme i lavoratori di
queste attività sono meno di 742 mila, quindi un quarto circa dell’universo rappresentato nella
banca dati in esame: questo significa che tre lavoratori lombardi su quattro hanno visto diminuire il
potere d’acquisto delle proprie retribuzioni.

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Fonte: elaborazione dati OD&M

Confermando (sia pure in misura forse troppo accentuata) quanto rilevato dalle statistiche
“ufficiali”, la debolezza della dinamica retributiva si è manifestata soprattutto nel biennio 2007-
2008 e in particolare nell’ultimo anno, quando l’incremento medio complessivo delle retribuzioni è
stato in Lombardia del solo 0,7% e in Italia dello 0,6%, a fronte di una crescita dell’indice generale
dei prezzi del 3,3%, sia in Lombardia che in Italia, incremento che però raggiunge il 4,8%
considerando i beni e i servizi a elevata frequenza di acquisto.

■ La media rappresenta la misurazione sintetica più semplice, più intuiva e più facilmente
calcolabile di una serie di valori riferita a un determinato fenomeno; ma si tratta anche di una
misurazione che può anche essere fuorviante, e per questa ragione nell’analisi di fenomeni quali
redditi e retribuzioni viene spesso usata la mediana, il valore che ripartisce in due parti uguali i
soggetti in esame: il 50% di essi percepisce una retribuzione inferiore al valore della mediana, il
restante 50% percepisce una retribuzione superiore allo stesso valore. Nel 2008 in Lombardia il suo
valore è stato pari a 24.060 euro (la media, 26.480 euro, è superata all’incirca dal 35% dei
lavoratori, mentre gli altri due terzi percepiscono una retribuzione inferiore).
Affinando l’analisi, le retribuzioni in ordine decrescente sono state ripartite in 10 gruppi, uguali per
numerosità di lavoratori, ognuno dei quali ne comprende quindi il 10%; questi gruppi sono
denominati decili e per ciascuno di essi si è calcolata la retribuzione media: il 10% dei lavoratori
con le retribuzioni più basse ha percepito mediamente 15.500 euro, il 10% con le retribuzioni più
elevate quasi 52.700 euro.

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Fonte: elaborazione dati OD&M Consulting

■ Tra il 2003 e il 2008 la retribuzione media è aumentata in Lombardia del 12,1%; la mediana è
invece passata da 21.560 a 24.061 euro, con un aumento inferiore, pari all’11,6%.

Fonte: elaborazione dati OD&M Consulting

La differenza tra queste due variazioni sta a indicare che la distanza tra la media e la mediana si è
ampliata, e che quindi la media si è spostata verso l’alto: la metà dei lavoratori la cui retribuzione
era al di sotto della mediana, quindi con le retribuzioni più basse hanno avuto un incremento di
retribuzione inferiore a quello di cui ha beneficiato la metà dei lavoratori la cui retribuzione
superava la mediana. Più semplicemente: chi guadagnava di più ha visto aumentare la propria
retribuzione in misura superiore a coloro che guadagnavano di meno: in particolare hanno avuto
incrementi di retribuzione superiori alla media i lavoratori dei decili dal primo al quarto, ma
soprattutto quelli del secondo, vale a dire i lavoratori con le retribuzioni medio-alte. Più in generale
si osserva il fatto che gli aumenti sono stati direttamente proporzionali alla retribuzione iniziale.

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Considerando l’inflazione nello stesso periodo si può dire che solo i lavoratori con le retribuzioni
più alte (percepite dal 30% circa dei lavoratori) hanno quanto meno difeso il proprio potere
d’acquisto, mentre gli altri lo hanno perso e lo hanno perso tanto più la loro retribuzione iniziale era
bassa: la “tassa” sui redditi costituita dalla crescita dei prezzi, e nominalmente uguale per tutti, ha
operato con una progressività all’incontrario, penalizzando in misura maggiore le retribuzioni più
basse.
E’ forse schematico sostenere che la contrattazione individuale (maggiormente presente sulle
retribuzioni più alte) abbia “pagato” di più di quella collettiva confederale (che ha per oggetto
soprattutto le retribuzioni più basse e che non si estende ai dirigenti); forse, più probabilmente, per i
lavoratori delle fasce alte la prima si è aggiunta alla seconda, ma questa non sembra comunque
essere stata sufficiente a tutelare il potere d’acquisto delle fasce retributive più basse.

■ Le retribuzioni per qualifica nel 2008 sono state comprese, in Lombardia, fra i 21.760 euro
degli operai e i 91.380 dei dirigenti; nelle posizioni intermedie figurano gli impiegati, con 25.870
euro e i quadri, con 50.620 euro.
La progressione degli importi con l’innalzamento della qualifica è molto modesta passando dalle
figure operaie a quelle impiegatizie (meno del 19%), ma si fa decisamente più marcata passando
dagli impiegati ai quadri (+96%) e da questi ai dirigenti (+81%).

Fonte: elaborazione Banca dati OD&M Consulting

Anche all’interno di impiegati e operai le retribuzioni presentano notevole variabilità, ma è


significativo che il differenziale tra i valori medi dei due gruppi sia abbastanza contenuto: forse non

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si può parlare di appiattimento, ma sembra abbastanza evidente rispetto al passato (e a una
rappresentazione mentale ancora esistente) che i due gruppi si sono notevolmente avvicinati, non
solo per numerosità (ormai quasi pari) ma anche per condizioni economiche e sociali. Un
avvicinamento probabilmente non a senso unico, frutto sia della crescente terziarizzazione
dell’economia, che ha amplificato la consistenza di un ceto impiegatizio produttore di servizi (una
sorta cioè di “operai” del terziario, addetti al computer invece che a una macchina utensile) e sia per
i crescenti livelli tecnologici dei sistemi produttivi industriali, che richiedono figure operaie
qualificate, spesso di non facile reperimento, chiamate a lavorare su impianti e apparecchiature non
meno complesse di quelle d’ufficio, le cui mansioni richiedono a volte livelli di istruzione formale
più elevati (non a caso un sesto possiede una qualifica professionale e quasi il 20% un diploma di
scuola media superiore).

Le retribuzioni di dirigenti e quadri lombardi superano di poco i corrispondenti valori medi


nazionali (+0,1 e +0,7%), mentre la differenza è più ampia per impiegati e operai (+4,9 e +4,6%).
In Lombardia tra uomini e donne il differenziale retributivo, che in media è del 16,2% a favore dei
primi, sfiora il 20% per i dirigenti, è pressoché nullo per i quadri, è sostanzialmente pari alla media
per gli impiegati, e supera di poco l11% per le figure operaie.

Fra il 2003 e il 2008 le retribuzioni rilevate in Lombardia da OD&M sono aumentate in media del
12,1% (e del 13,7% in Italia); hanno superato la variazione media regionale le retribuzioni dei
quadri (+17,1%) e quella degli impiegati (+13,5%), mentre ne sono rimaste al di sotto quelle degli
operai (+9,0%) e soprattutto dei dirigenti (+5,3%), sulle cui retribuzioni incide non poco la
retribuzione “variabile” (legata ai risultati), che nel 2008 si è notevolmente ridimensionata.
Guardando all’ultimo anno, rispetto a una variazione media del solo +0,7%, si osservano andamenti
di segno finanche negativo per quasi tutte le categorie: -3,9% le retribuzioni dei dirigenti, -1,5%
quelle dei quadri, -0,2% quelle degli operai; unici a “salvarsi” gli impiegati, con un incremento del
2,2%, anche questo tuttavia inferiore all’aumento dei prezzi al consumo.

■ Settori e qualifiche. I differenziali retributivi tra i diversi settori economici sono determinati
dalle diversa composizione degli occupati secondo i vari caratteri strutturali dell’occupazione; fra
tali caratteri si è indagato come incida la qualifica, “normalizzando” i valori sei singoli settori
nell’ipotesi di una identica composizione degli occupati secondo l’inquadramento.

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(evidenziati in giallo i comparti industriali)
Fonte: elaborazione Banca dati OD&M Consulting
Si è così potuto osservare che gli occupati nell’industria che percepiscono mediamente 400 euro in
meno della media (-1,5%), devono questa differenza per quasi 1.200 euro (-4,5%) alla diversa
composizione per categoria, mentre tutti gli altri fattori (dalla retribuzione individuale alla
composizione per classe di età, dai livelli scolarità all’ampiezza delle imprese) determinano uno
scarto positivo di quasi 800 euro (+3,0%); nei servizi avviene invece il contrario: i lavoratori
beneficiano di una composizione per categoria che da sola comporta un beneficio medio di oltre
1.100 euro (+4,3%) mentre sono penalizzati dagli altri fattori strutturali di composizione per circa
770 euro (-2,9%); l’esito complessivo è quindi una retribuzione superiore alla media di 360 euro
(+1,4%). Questo induce a pensare che la maggiore retribuzione media degli occupati nelle attività
terziarie sia conseguita tenendo basse retribuzioni contrattuali, ma aggirando questo limite con
maggiore generosità nell’assegnazione delle qualifiche di inquadramento.
Applicata ai singoli comparti, questa scomposizione dei differenziali retributivi mostra quelli che
beneficiano (o sono penalizzati) dall’una o dall’altra componente o da entrambe.
Ad esempio, i comparti compresi nel quadrante in alto a sinistra beneficiano sia di una distribuzione
dei lavoratori per inquadramento più favorevole, sia di fattori residui più favorevoli, che a loro volta
comprendono sia altre caratteristiche strutturali che portano a innalzare le retribuzioni media
(lavoratori con scolarità più elevata, maggiore anzianità di servizi, distribuzione in imprese di
maggiori dimensioni, ecc.), sia retribuzioni individuali più elevate (a parità di caratteristiche).

■ Le retribuzioni per titolo di studio dei dipendenti lombardi nel 2008 sono state comprese fra i
22.260 euro di coloro che hanno al massimo il diploma della scuola dell’obbligo e i 38.410 euro di
coloro che hanno un titolo universitario “lungo” (corsi di laurea di almeno 4 anni del vecchio
ordinamento o corsi specialistici del nuovo ordinamento) compresi coloro che hanno un titolo post-
laurea.

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Fonte: elaborazione Banca dati OD&M Consulting
In particolare merita sottolineare come i laureati dei corsi triennali percepiscano una retribuzione
finanche inferiore a quella dei diplomati di scuola media superiore, vuoi per la minore età media,
ma anche per l’eccesso di offerta che si è determinato dopo la riforma dell’ordinamento
universitario del 2000 e per lo scarso apprezzamento di queste figure da parte delle imprese.
Tra uomini e donne il differenziale, relativamente modesto ai livelli di istruzione più bassi (6-8%
circa), supera il 22% per i diplomati, sfiora il 29% per i laureati dei corsi triennali ed è quasi del
44% per i laureati dei corsi “lunghi”.
Rispetto all’Italia i differenziali, sempre favorevoli ai lavoratori lombardi, sono compresi tra il
+1,9% dei lavoratori con laurea triennale e il +7,6% dei diplomati.

Fra il 2003 e il 2008 le retribuzione più dinamiche sono state quelle dei diplomati, la cui crescita
(+14,5%) ha superato la media (+12,1%) di 2,4 punti; non di molto inferiore la crescita delle
retribuzioni che hanno avuto i lavoratori in possesso di una qualifica professionale, pari al +12,3% ;
i più penalizzati, anche nella dinamica temporale delle retribuzioni, sono però stati i lavoratori con
laurea triennale (+0,3%), mentre hanno avuto un aumento superiore alla media i laureati di II
livello (+13,7%); sotto la media, con appena il +8,0%, l’andamento delle retribuzioni degli occupati
con al massimo il titolo dell’obbligo scolastico.

Le retribuzioni secondo l’età. L’anzianità lavorativa (e quindi l’età) determina di per se’, quanto
meno nella grande maggioranza dei casi, una progressione economica: nel passaggio dalla classe

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25-29 anni all’ultima degli over 50 (si è scelto come iniziale la classe 25-29 per comprendere i
laureati, numericamente molto scarsi al di sotto dei 25 anni), si osserva un incremento delle
retribuzioni medie, in Lombardia, per l’insieme di uomini e donne, del 38,9% (da 22.030 a 30.590
euro), variamente articolato.

Fonte: elaborazione Banca dati OD&M Consulting


In primo luogo quasi doppio tra uomini (+43,5%) e donne (+23,7%): i primi passando da 22.870 a
32.810 euro, le seconde da 21.140 a 26.160, a conferma della minore progressione di carriera che
queste hanno, nonostante che spesso entrino nel mondo del lavoro con livelli di scolarità
mediamente superiori a quelli degli uomini e con differenziali, all’inizio della vita lavorativa,
relativamente modesti (del 2,4% a favore degli uomini, fino a 24 anni di età, dell’8,2%, sempre a
favore degli uomini, tra i 25 e i 29 anni di età). Differenziali che però si ampliano progressivamente,
salendo al 14,2% nella classe centrale (da 30 a 49 anni) e al 25.4% in quella degli over 50.

Retribuzioni e contratto di lavoro. Una delle più importanti novità introdotte sulla normativa del
mercato del lavoro negli ultimi anni è certamente stata l’estensione della possibilità di instaurare
rapporti di lavoro flessibili, secondo molteplici tipi di contratto (a tempo determinato, interinali, a
progetto, ecc.), accomunati dal carattere di temporaneità del rapporto di lavoro. Ciò ha portato i
lavoratori con vari tipi di contratto a tempo determinato a raggiungere in Lombardia (nell’universo
considerato) una quota ormai apprezzabile, in media del 9,1% che arriva al 12,4% per le donne.
Nel 2008 i lavoratori con contratto a termine hanno mediamente percepito una retribuzione inferiore
del 17,1% rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato (-15,1% in Italia); tale scarto è modesto in
agricoltura (-9,3%), più ampio nell’industria (-15,8%), massimo nei servizi (-18,3%); per altro si
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deve tener conto che trattasi di figure ben diverse dalla media secondo molti altri punti di vista (ad
esempio, inquadrati nelle qualifiche più basse, più scolarizzati ma anche mediamente più giovani).
Avviene così , ad esempio, che il divario retributivo rispetto agli occupati “standard” è massimo
nelle classi di età centrali, mentre per quelle giovanili, fino a 24 anni di età, è finanche favorevole
agli occupati a tempo determinato.

Le retribuzioni nelle piccole, medie e grandi imprese. La dimensione aziendale è una variabile
non trascurabile nel determinare i livelli retributivi, ovviamente anche per la diversa composizione
strutturale degli occupati: in Lombardia nel 2008, fra la retribuzione media degli occupati nelle
piccole imprese (fino a 49 addetti) e quella degli occupati nelle imprese maggiori (con almeno 250
dipendenti), pari rispettivamente a 24.550 e 31.890 euro, vi è una differenza di 7.340 euro annui: la
prima è inferiore alla media del 7,3%, la seconda è superiore alla media del 20,4% ed è superiore
del 29,9% rispetto a quella dei lavoratori delle piccole imprese; in posizione intermedia i dipendenti
delle medie imprese (da 50 a 249 addetti), che hanno percepito 27.950 euro: il 5,6% in più rispetto
alla media generale.

Fonte: elaborazione Banca dati OD&M Consulting

Fonte: elaborazione Banca dati OD&M Consulting

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Rispetto a questa “regola” generale, un caso particolare è quello dell’industria delle costruzioni,
nella quale le retribuzioni più elevate sono percepite dai dipendenti delle medie imprese: 31.360
euro, contro i 30.590 dei dipendenti delle imprese maggiori; per altro trattasi di un settore atipico,
dal punto di vista delle dimensioni aziendali: settore cioè a elevata frammentazione delle unità
produttive e nel quale un’impresa con 50 addetti già può considerarsi “grande”.
Il range delle retribuzioni fra piccole e grandi imprese è più ampio nell’industria che nei servizi
(38,6 e 34,1%); tra uomini e donne il differenziale, molto basso nelle piccole imprese (+9,2% a
favore dei primi) sale al 14,4% nelle medie imprese e arriva quasi al 38% in quelle di maggiore
ampiezza.
Per riportare le differenze di cui sopra a valutazioni più realistiche basterà ricordare alcuni dati di
struttura che mostrano come la composizione dei dipendenti delle diverse classi dimensionali sia
spostata verso le figure più professionalizzate (e quindi più retribuite), al crescere delle dimensioni
aziendali; in particolare:
* quadri e dirigenti sono meno del 6% nelle piccole imprese, ma raggiungono il 16,4% in quelle con
almeno 250 dipendenti; analogamente gli impiegati, che sono rispettivamente il 40,5 e il 52,3%,
mentre gli operai sono il 53,5 e il 31,3%;
* i giovani fino a 29 anni superano il 22% nelle piccole imprese, ma sono appena l’11,5 % in quelle
maggiori, dove, al contrario, quasi il 21% dei dipendenti è ultracinquantenne, quota che nelle
piccole imprese è del 16,6%.;
* i dipendenti con un titolo universitario sono il 10% nelle piccole imprese, ma più del doppio
(23,2%) in quelle di maggiore ampiezza, che detengono anche la quota più elevata di diplomati
(39,4%).

L’analisi delle variazioni che le retribuzioni hanno avuto per i dipendenti delle imprese secondo la
classe dimensionale mostra una relativa omogeneità. Esclusi gli occupati in imprese di cui non è
nota la dimensione, le variazioni osservate tra il 2003 e il 2008 sono comprese, in Lombardia, fra il
+10,9% delle imprese di maggiori dimensioni e il 12,4% sia nella piccole che nelle medie imprese;
in Italia sono state invece le medie e le grandi imprese quelle gli incrementi più sostenuti (entrambe
+14,8%), mentre nelle piccole l’aumento è stato 13,1%.

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