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Questa la seconda parte di un libro (in attesa di editore) intitolato Singolarit contro legalit generale (per una teoria

a di fase), di cui la prima parte Da List a., gi scritta

A PARTIRE DAL CAPITALE FINANZIARIO (incamminandosi su ben altri sentieri) Avvertenza. Ci che segue rappresenta solo uno schizzo o forse meglio, un certo numero di schizzi per eventuali approfondimenti futuri. Diciamo che si tratta di fissare alcuni orientamenti di massima. Di conseguenza, sar spesso troppo stringato, forse ellittico. Cercher comunque di far intendere al lettore lessenziale. 1. Il primo passo muove dal mio autore di riferimento, Karl Marx. In base alla sua previsione, largamente verificatasi, di forte e crescente processo di centralizzazione dei capitali, la propriet degli stessi avrebbe assunto prevalentemente, mediante quel potente strumento giuridico rappresentato dalla societ per azioni, la forma del possesso di pacchetti di maggioranza o di quote di controllo delle societ. I proprietari capitalisti si sarebbero sempre pi staccati dalla direzione anzi da ogni presa in carico dei processi produttivi, affidati a gruppi di dirigenti salariati, divenendo meri rentier, percettori di reddito che era pur sempre plusvalore (pluslavoro) ma ormai dissimile dal profitto goduto da quel capitalista che, come scrisse Marx nelle Glosse a Wagner, un funzionario necessario della produzione capitalistica che non si limita a prelevare o rapinare, ma al contrario impone la produzione del plusvalore, contribuisce cio innanzitutto alla creazione di ci che sar prelevato (con buona pace di quegli ignoranti che hanno attribuito a Marx, confondendolo con Proudhon, laffermazione: la propriet un furto). Il capitalista, divenuto mero proprietario della quota azionaria di controllo, acquisisce in fondo una (simil)rendita (finanziaria e non terriera) per cui pu essere paragonato, ma senza alcuna confusione tra le due figure (tra i due ruoli), al signore feudale. Alcuni rilievi si impongono immediatamente. Anche la rendita finanziaria non un semplice furto poich dipende da una storicamente determinata struttura di rapporti, la cui riproduzione avviene mediante meccanismi sociali complessi che solo un superficiale demagogo pu ridurre a quelli della rapina. E comunque evidente che il ruolo del rentier si estranea, esce al di fuori dei processi produttivi, nel cui ambito si verrebbe formando quel corpo sociale che si potrebbe definire lavoratore (o operaio) collettivo o combinato; e che per Marx sarebbe divenuto il fulcro (il soggetto) di una possibile trasformazione (rivoluzionaria) della societ. La (simil)rendita finanziaria , nella concezione marxiana, strettamente associata al ruolo di proprietario azionista che ha il controllo reale di quella determinata quota di mezzi di produzione (e di denaro, essendo i mezzi produttivi merci) tramite la quale viene assunto un certo numero di lavoratori salariati, da cui si preleva plusvalore (pluslavoro). Ci che caratterizza essenzialmente il capitalista (possessore dei mezzi di produzione) non la propriet formale (giuridica) di dati pacchetti azionari, bens appunto il controllo del complesso organizzativo denominato impresa; questultima, certo, da lui considerata esclusivamente in funzione del prelievo di plusvalore, cui egli non contribuisce pi in quanto demanda lattivit direzionale (in senso stretto, quella del processo produttivo) ad altri che sono, formalmente, suoi dipendenti salariati. Se un tizio possiede azioni che non attribuiscono alcun controllo reale e questa stata la bella invenzione della societ per azioni: poter rastrellare dai cosiddetti risparmiatori grandi quantit di denaro da utilizzare in imprese amministrate da fedeli sudditi (salariati) di chi vi investe capitali assai minori (anche piccole quote percentuali, se i titoli sono distribuiti a una grande massa di azionisti) non effettivo proprietario di alcunch. Egli proprietario formale, ma d in realt in prestito la sua piccola somma di denaro. Il suo ruolo non differente da quello dellobbligazionista; solo percepisce un interesse variabile invece che fisso (o non lo percepisce per nulla o deve addirittura partecipare alle perdite come accade a tanti lavoratori, magari tramite i fon-

di pensione). Egli solo attirato dalle lusinghe del gioco di borsa dove i titoli azionari subiscono sbalzi di prezzo nettamente pi alti delle obbligazioni (e qui indubbiamente si verificano i furti perpetrati mediante lattivit delle banche, che manovrano grosse quote azionarie per conto proprio o dei proprietari-controllori di imprese, della cui gestione e reddivit effettiva la gran massa degli azionisti non sa nulla). 2. Hilferding in fondo prosegu lanalisi di Marx, pur se si rifece in modo particolare allesperienza del capitalismo tedesco, del capitalismo in uno dei paesi second comers. Egli mise in risalto la strettissima connessione (che Lenin defin poi felicemente quale simbiosi) tra capitale bancario e industriale, chiarendo che, in questo connubio, il predominio spetta alle banche. Queste ultime o possedevano le quote azionarie di controllo delle imprese industriali o le tenevano in pugno mediante i vasti crediti concessi, e nominavano perci propri rappresentanti fidati ai vertici dei loro consigli di amministrazione. I banchieri prendevano di fatto il posto dei rentier di cui parlava Marx, mentre gli industriali divenivano i manager che dirigevano i processi in atto nelle diverse unit produttive. Tuttavia, la situazione non era precisamente quella prevista dal pensatore di Treviri: esisteva uno iato tra i vertici degli apparati delle imprese industriali del resto anchessi proprietari di non irrilevanti quote azionarie e il vero e proprio management dirigente dei processi produttivi. Diventava in ogni caso ormai difficile immaginare una separazione tra presunti rentier e direttori della produzione tanto netta da produrre fra loro un antagonismo. I primi erano in realt banchieri (non meri rentier), per nulla affatto disinteressati alle sorti complessive dellazienda industriale; al di sopra dei secondi (i manager) si ponevano gli amministratori e gestori dellazienda industriale, in contrasto ma anche alleati dei banchieri (la ben nota antitesi collaborativa). Gli effettivi dirigenti dei processi produttivi (distribuiti tra le varie partizioni interne allimpresa, quelle che poi saranno i dipartimenti e le divisioni) non potevano pi in nessun modo essere apparentati a quel marxiano ingegnere che, alla fine del processo di massima centralizzazione capitalistica, si sarebbe unito al manovale (o giornaliero) per dare vita al lavoratore (od operaio) collettivo (combinato), di cui aveva parlato Marx. A questo punto, esistevano varie figure tutte capitalistiche (parlo di ruoli, non di persone concrete che possono ricoprirne pi duno): i proprietari controllori reali dellimpresa industriale (spesso i banchieri, cio i proprietari controllori delle imprese del settore finanziario e creditizio; questo avveniva appunto soprattutto nel capitalismo tedesco); i proprietari gestori dellimpresa industriale, in sempre potenziale conflitto ma anche in stretta collaborazione con i precedenti; infine, gli effettivi manager (senza propriet o con propriet non di controllo) dirigenti della produzione, comunque legati alle figure proprietarie pi che non al lavoro realmente dipendente e subordinato (non semplicemente salariato, poich anche i dirigenti lo erano). Dei dirigenti produttivi (manager) Lenin, non a caso, parl come di specialisti borghesi, da utilizzare nel periodo immediatamente successivo alla rivoluzione e quindi alla conseguente espropriazione dei capitalisti, bancari o industriali che fossero poich le loro competenze erano indispensabili, ma sotto stretto controllo degli operai dato che erano assai poco affidabili e sempre pronti a passare dallaltra parte (essendo questa la loro pi naturale collocazione in quanto ruolo sociale). Era del tutto ovvio che a questo punto ci si scordasse di quello che, per Marx, costituiva il fondamento della propriet realmente collettiva dei mezzi produttivi (implicata e inscindibilmente connessa alla direzione e svolgimento dei processi di produzione): la formazione del lavoratore combinato, cio dellunione e intima cooperazione tra braccio e mente, pur se non pi nel medesimo individuo come nellartigianato medievale, figura sociale che, perdurando in una immaginaria societ mercantile semplice (si pensi a Sismondi), avrebbe impedito ogni sviluppo impetuoso delle forze produttive ad alta tecnologia, non a caso compito storico del capitalismo nella visione di Marx bens nel collettivo di lavoro. Caduta la possibilit di cui tutti i marxisti tra fine ottocento e primi decenni del novecento presero atto, ma confusamente e in gran parte inconsapevolmente, senza nemmeno pi pensare allimpostazione marxiana dorigine della formazione di una adeguata base

effettiva (sociale) della propriet (controllo reale) collettiva dei mezzi di produzione, cio dei processi in cui questi ultimi venivano utilizzati in qualit di mezzi, tale forma proprietaria venne progressivamente identificata con il controllo centralizzato dei diversi processi produttivi svolti nellambito dellintera societ, a somiglianza di quanto avviene nel capitalismo con riguardo ai vari reparti di una singola impresa; anzi, oggi, di una sola parte (dipartimento, divisione, o porzioni perfino pi piccole) dellimpresa. Per Hilferding era sufficiente porre lintero sistema economico sotto limperio dellapparato bancario; il capitalismo secondo tale autore che, lo ripeto, generalizzava lesperienza tedesca aveva gi quasi realizzato questo compito. Bastava ormai percorrere lultimo passo verso la completa centralizzazione, sottomettendo linsieme dei settori produttivi alla potest di un unico organismo, la Banca centrale. I marxisti di derivazione leniniana si resero conto, per intuizione e buon senso, che la centralizzazione della direzione del sistema complessivo in una Banca non era sufficiente a demolire il potere capitalistico, giacch essa si colloca di fatto in una posizione inferiore a quella dello Stato, lorgano in cui si andato perfezionando nei secoli linganno capitalistico di una istituzione in grado di regolare la societ ponendosi al di sopra degli interessi particolari; istituzione adibita, cio, allo svolgimento di una serie di pratiche di finta mediazione fra gli interessi delle diverse classi sociali (in antagonismo), una finzione tesa in realt a difendere e rinsaldare il potere della borghesia, classe dominante in possesso della maggior cultura (anche per quanto concerne gli affari politici), di molte relazioni con le altre borghesie (data la concreta impossibilit di una rivoluzione mondiale in un brevissimo arco di tempo), ecc. Tanto pi che lo Stato, e non certo la Banca centrale, aveva per lunga tradizione storica il monopolio del potere effettivo, quello esercitante violenza, repressione e coercizione, cui erano adibiti distaccamenti speciali (corpi specializzati) di uomini in armi (secondo la definizione leniniana di Stato). Di conseguenza, per i comunisti rivoluzionari di tendenza leninista lorgano cui demandare il controllo reale, quindi centralizzato e coordinato (alla guisa dei reparti di unimpresa) delle varie unit e settori produttivi, doveva essere lo Stato, ma dopo aver smantellato, distrutto dalle fondamenta quello creato e sempre perfezionato, in secoli di dominio, dalle classi sfruttatrici. Tutta lanalisi di Lenin in Stato e rivoluzione corre lungo questo filo: lo Stato dei dominanti (prima feudale, poi borghese) si continuamente sviluppato, potenziato, espanso nei suoi distaccamenti speciali di uomini in armi, controlla con mille fili lintera societ per conto della classe dominante (che, per Lenin, era quella tipica del marxismo: la borghesia composta di proprietari capitalistici). Si doveva spezzare, annientare, tale apparato, disperderne perfino le macerie, ricostruendone uno totalmente nuovo che fosse nelle mani di operai e contadini in armi (niente quindi distaccamenti speciali bens il popolo in armi, insomma una armata popolare). A tale organo doveva essere affidato il controllo centralizzato e poi pianificato della societ come si trattasse, appunto, di una grande azienda di cui armonizzare e rendere reciprocamente cooperanti i vari settori, impedendo la competizione (concorrenza) tra capitalisti (imprese), fonte della famosa anarchia del mercato, della disorganizzazione foriera di tante crisi e devastazioni sociali (ivi comprese le grandi guerre imperialistiche), che avevano provocato indicibili sofferenze al popolo. Visione estremamente realistica e molto robusta (e sanguigna), ma che ormai metteva da parte ogni base sociale della propriet realmente collettiva dei mezzi di produzione: base rappresentata dal controllo dei processi produttivi da parte del lavoratore (od operaio) combinato, vera sintesi non pi individuale e artigianale, bens collettiva di mente e braccio. Sarebbe bastato averne coscienza, non pensare di stare costruendo il socialismo, bens una nuova grande potenza, comunque diversa nelle sue strutture sociali dal capitalismo occidentale, potenza che ha poi dato il via a processi storici di mutamento geopolitico di vastissima portata, in specie a partire dalla seconda guerra mondiale. Aver invece pensato che quello fosse il socialismo ha determinato tutto lo sconquasso attuale, dal quale usciremo con grande fatica e in chiss quali forme e tempi. Per completezza, ed evitare facili rivendicazioni di alcuni sconfitti, rilevo che se non era socialismo, quel determinato controllo centralizzato non era nemmeno capitalismo di Stato, una mera contraddizione

in termini. Siamo ancora ben lungi dallaver capito quali processi reali vennero messi in moto dalla Rivoluzione dottobre al livello delle strutture dei rapporti interne a quelle formazioni sociali particolari, per tanto tempo trattate come socialiste; per il momento comprendiamo, allingrosso, la funzione geopolitica da esse svolta in quanto interi: nazioni, Stati, paesi o come li si voglia indicare. Si dimentichi comunque il socialismo; oggi soprattutto con riferimento agli ultimi residui di quel mondo, di cui lunico veramente importante e da analizzare la Cina. 3. Dato che questo scritto si interessa del presente storico e non certo della storia del pensiero (marxista o altro), non vedo interesse nellinsistere su concezioni di altri autori marxisti tipo, ad es., Luxemburg, Bucharin, Trotzky, e via dicendo. Semmai ricorder un autore (detto borghese) come Schumpeter che, nella sua teoria dello sviluppo economico in quanto rottura del flusso circolare (mera finzione teorica atta a focalizzare i fattori decisivi dello sviluppo in questione) ad opera dellattivit innovativa di date (avanguardie) imprenditoriali identific la funzione finanziaria come quella fondamentalmente creditizia dellapparato bancario; una funzione che, tramite la gestione della liquidit (laspetto correlato alla capitalistica generalizzazione della forma di merce del prodotto lavorativo umano), trasferiva le risorse del complessivo sistema economico dalle imprese routinarie a quelle innovative, facilitando dunque la rottura sopra indicata e linnesco di una nuova fase di sviluppo (in effetti mai trattato quale processo graduale e continuo, ma come serie di discontinuit e salti di livello). Da un certo punto di vista, tale concezione appare meno espressiva e potente di quella di Hilferding (ripresa e ulteriormente rafforzata da Lenin); tuttavia, essa pone in luce un lato di servizio alla produzione dellattivit bancaria (e dunque delle risorse finanziarie) che riprender pi avanti; solo che Schumpeter lo interpret, secondo labitudine di tutti i grandi teorici, quale carattere generale del capitalismo, mentre il sottoscritto, pi modestamente, lo collocher in un contesto spazialmente e temporalmente circoscritto. Interessante anche Hobson, che colleg il fenomeno finanziario alla sua interpretazione dellimperialismo, non a caso ammirata da Lenin, che se ne serv pur criticando la sua curvatura, come si diceva allora, piccolo-borghese, quindi di utopica possibilit di una riforma (graduale) del capitalismo, allinterno di se stesso. In effetti, per Hobson e semplificando di molto il suo pensiero (poich mi interessa ci che mi serve), il predominio del capitale finanziario, teso alla centralizzazione, rallentava lo sviluppo dellapparato industriale, quindi della massa salariale percepita dagli addetti a tale settore, con impedimenti allallargamento dei mercati: in buona sostanza quelli dacquisto di beni di consumo, ma con evidente circolo vizioso in relazione alle difficolt e freni posti allo sviluppo dellindustria e perci anche allaumento della domanda di beni strumentali (investimento). Mi sembra che in definitiva tale autore anticipi, pur in modo teoricamente meno raffinato, certi temi keynesiani. Limpostazione di Hobson per, in ultima analisi, sottoconsumistica, poich il circolo vizioso di cui sopra viene innescato dalla carenza di potere dacquisto (in specie salariale) susseguente alla rallentata crescita dellindustria provocata dal predominio finanziario; evidente che questultimo causa di pi bassi saggi di profitto industriali, con tutti gli effetti negativi connessi a questo fenomeno, fra cui la tendenza al ribasso del saggio di profitto sugli investimenti di capitale in generale e conseguente rallentamento o anche inversione del processo di sviluppo. La finanza pure vedrebbe diminuiti i suoi proventi, ma ci la spingerebbe onde non dar man forte allo sviluppo industriale interno con indebolimento del suo predominio a lanciarsi verso lestero, processo da cui sarebbe derivata appunto, secondo Hobson, lespansione di tipo imperialistico. Al contrario per della marxista Luxemburg convinta dellimpossibilit di aumenti salariali men che modesti con conseguente difficolt di realizzare il plusvalore prodotto allinterno del modo di produzione capitalistico, e tendenza, dunque, a conseguire tale scopo in aree precapitalistiche tramite esportazione di merci; posizione, questa, pi arretrata di quella di Lenin che comprese come fosse ormai di gran lunga pi rilevante lesportazione di capitali Hobson pensava fosse possibile, proprio tramite lazione politica, ridurre il predominio finanziario, dare impulso allindustria, favo-

rendo cos anche laumento dei salari e quindi della domanda (di consumo, con il successivo innesco di un supposto circolo virtuoso dello sviluppo: maggiori consumi, maggiori investimenti dei capitalisti industriali, cio aumento anche della domanda di beni strumentali, crescita della produzione e perci del reddito e dei consumi, e via dicendo). In definitiva, anche per Hobson pur se tramite un meccanismo diverso da quello teorizzato da Schumpeter era possibile mettere la finanza al servizio dello sviluppo industriale riducendone il potere e dunque la predominanza. Tale processo non era tuttavia il naturale portato dellattivit degli imprenditori innovatori e della funzione creditizia delle banche (tesa a ricevere i pi alti interessi estraibili dai maggiori profitti ottenuti nei nuovi settori), bens esigeva lintervento della sfera politica, dal quale sarebbe anche risultata la sconfitta delle tendenze imperialiste trattate come sostanzialmente colonialiste con concentrazione dellattivit delle classi dominanti sui problemi dello sviluppo interno; ne sarebbe cos derivato un aumento del benessere in grado di interessare lintera popolazione dei paesi capitalistici. In effetti, Hobson aveva ragione, almeno in merito alla possibilit di una crescita salariale nei paesi capitalistici avanzati; tale fenomeno tuttavia non ha affatto spento n attenuato le loro tendenze espansionistiche. Le tesi terzomondiste del secondo dopoguerra hanno in definitiva ripreso alcuni temi luxemburghiani, nel contesto per dellammissione di aumenti salariali nei paesi a capitalismo sviluppato. Malgrado questi aumenti, si era convinti che la capacit produttiva capitalistica grazie ad investimenti non pi legati alle grandi ondate innovative schumpeteriane (ritenute ormai fenomeno del passato), investimenti che quindi non comportavano una consistente domanda di beni strumentali mentre invece provocavano forti aumenti della produttivit e dunque della produzione e dellofferta si espandesse comunque pi rapidamente della massa di reddito dedicata alla domanda complessiva (consumi pi investimenti). Questa fu, ad esempio, la tesi di keynesian-marxisti alla Baran-Sweezy; il corollario era che, malgrado un certo allargamento del mercato interno (con fenomeni di connivenza tra capitalisti e lavoratori salariati nel primo mondo), diveniva indispensabile esportare capitali in altre aree. Ci fu per la successiva constatazione che i profitti reimportati erano superiori ai capitali esportati e investiti nelle aree del terzo mondo. Non certo il caso che mi dilunghi adesso nello scrivere la storia delle infinite variazioni sul tema del terzomondismo; analisi tutte interessanti (senza dubbio assai pi stimolanti del chiacchiericcio attuale), ma credo oggi nettamente superate, se non altro perch si verificata unaltra grande ondata innovativa (che non si nemmeno ancora esaurita; anzi!), rinverdendo le tesi schumpeteriane e dando torto ai teorici della stagnazione secolare del capitalismo. A fronte di interpretazioni eccessivamente economicistiche dei problemi sviluppo-non sviluppo, imperialismo-sottomissione coloniale, ecc., ci furono le tesi troppo unilateralmente ricondotte al semplice esercizio della potest politica; in un certo senso, anchesse variazioni sul tema dellimperialismo nellinterpretazione che di questultimo aveva data Schumpeter, secondo cui limperialismo odierno non poi troppo differente da quelli del passato, ad esempio da quello romano dellantichit. E in definitiva mancata e per la verit manca tuttora una vera sintesi nellinterpretare motivazioni e obiettivi dellattivit degli agenti dominanti economici (produttivi e finanziari), politici e ideologico-culturali. Senza questa sintesi, anche la comprensione della funzione del capitale finanziario, delle sue connessioni con le altre sfere dellazione sociale, diventa abbastanza complicata e aperta a tutte le peggiori operazioni ideologiche dei dominanti e dei politici e intellettuali (di destra e di sinistra) al loro servizio. Anche la critica di orientamento marxista o radical si posta quasi sempre sul terreno di una preconcetta ideologia, pronta a predicare limminente tracollo e fine dellattuale sistema sociale, che invece prosegue il suo cammino, escogitando sempre nuove forme storiche dei rapporti in nuove formazioni sociali particolari e macinando i suoi avversari: magari proprio mediante crisi e crolli. 4. Lenin a mio avviso un punto di cerniera cruciale per il passaggio a possibili nuove interpretazioni del potere finanziario nel capitalismo. E ben noto che la sua nozione di capitale finanziario

strettamente legata a quella di Hilferding (quindi anchessa influenzata dallesperienza del capitalismo tedesco) ed parte integrante della sua teoria dellimperialismo. Nellintreccio o, nei termini di Lenin, simbiosi tra capitale bancario e industriale, il primo esercita comunque una decisamente maggiore influenza, sia pure in stretta connessione con il secondo, con cui per nella situazione dellalleanza internamente attraversata dalla conflittualit (ora latente ora manifesta). Sarebbe soprattutto lapparato bancario a spingere verso quella monopolizzazione dei capitali, che Lenin pose al primo posto fra le caratteristiche dellimperialismo, accettando lidea che questultimo rappresentasse lultimo stadio dello sviluppo capitalistico. Non si pensi banalmente che tale caratterizzazione principale (monopolio quale ultimo stadio) sia stata scelta da Lenin per puri motivi ideologici, per la volont di convincere le masse dellormai imminente crollo e superamento del capitalismo ad opera della rivoluzione proletaria, destinata ad espandersi in tempi rapidi e a innescare la transizione al socialismo e comunismo in tutto il mondo. Il rivoluzionario bolscevico non accett mai lultraimperialismo kautskiano (tipico, pur con molte varianti, del riformismo opportunistico dellintera socialdemocrazia); egli non pens quindi mai allesaurimento dello scontro intercapitalistico e allesplodere, in tutta la sua (scolastica e dottrinaria) purezza e semplicit, del conflitto capitale/lavoro. Lenin ebbe piena coscienza che questultimo, da solo, non sarebbe mai andato oltre lorizzonte tradunionistico (sindacale) della lotta per gli assetti distributivi; una lotta del tutto interna al meccanismo riproduttivo dei rapporti di dominio/subordinazione strutturanti il modo di produzione capitalistico. Cos come ha ormai dimostrato senza pi ombra di dubbio, se non per gli attardati, lintera storia del movimento operaio occidentale, anche in questi ultimi tempi e in Italia, dove ogni scissione interna al movimento in oggetto non riesce a produrre altro che leterna ripetizione dellinganno della lotta tradunionistica gabellata per attivit di trasformazione della societ. Il capitalismo delle grandi imprese monopolistiche per quanto Lenin fosse rimasto prigioniero dellidea che si trattasse dellultimo stadio prima della rivoluzione proletaria globale (ma distribuita nel tempo, non in contemporanea in ogni dove) non era per lui solo concentrazione di potere economico, bens anche politico. I monopoli si battono per prevalere nellinfluenzare lo Stato e se ne servono ai fini della lotta contro altri monopoli. Non si tratta per semplicemente del fatto che i monopoli tedeschi, ad esempio, utilizzano lo Stato tedesco per combattere contro quelli inglesi o francesi che, pur essi, impegnano i rispettivi Stati a difesa delle loro posizioni di potere globale. La situazione assai pi complicata, e la concorrenza tra colossi monopolistici nel mercato mondiale non ricopre esattamente il conflitto tra Stati per le sfere di influenza. Il problema decisivo per che in ogni caso, nella fase monopolistica, la concorrenza mercantile trapassa in conflitti pi vasti, violenti, drammatici, quali sono le guerre mondiali tra Stati (potenze), guerre che sono, come risaputo gi da tempo, la continuazione della politica con altri mezzi. E in questo contesto che va inquadrata la funzione del capitale finanziario in quanto motore principale della centralizzazione monopolistica; nellambito della simbiosi tra banca e industria, rappresentata da tale tipo di capitale, la prima per Lenin (come per Hilferding) preminente, e dunque il processo di monopolizzazione che la interessa anticipa e trascina anche quello dellindustria (questa , appunto, lesperienza del capitalismo tedesco). Anche sulla concezione della banca e della finanza, il pensiero leniniano si muoveva tra oscillazioni e incertezze poich in lui era sempre forte, per precisi motivi storici, lesigenza di difendere lortodossia marxista (o quella che credeva tale e che era invece il marxismo cristallizzato in dottrina dal suo nemico Kautsky), unita per ad una continua vena innovativa legata alle necessit pratiche della situazione rivoluzionaria di quel tempo. Da una parte, i banchieri sono visti come puri rentier, dei parassiti succhiatori del plusvalore creato nella sfera produttiva; strettamente intrecciati per con i poteri pubblici (statali) che essi spingono, mossi dalla loro smodata sete di profitti, ad una politica aggressiva verso lestero. Si tenga comunque ben presente che, quando Lenin parla di esportazione di capitali ormai nettamente prevalente rispetto a quella di merci (la terza caratteristica dellimperialismo), non sta trattando cer-

to di un fenomeno simile a quello verificatosi in particolare dopo la seconda guerra mondiale. Oggi, noi pensiamo soprattutto agli investimenti effettuati dalle grandi imprese di un paese in altri, aprendo filiali e diventando cos multinazionali; oppure alla formazione di joint ventures con imprese di questi altri paesi, ecc. Allora, Lenin si riferiva principalmente a capitali dati in prestito da uno Stato pi potente ad altri pi deboli, che venivano cos di fatto assoggettati e costretti ad entrare nella sua sfera di influenza; cio obbligati a mettere i propri mercati a disposizione delle grandi imprese industriali dello Stato creditore. Il libero mercato, aperto alla concorrenza tra imprese con pari opportunit, era a quel tempo, cos com oggi, una pura favola raccontata da imbroglioni e imbonitori che si facevano passare ed la stessa storia dei giorni nostri per scienziati, specialisti, profondi conoscitori delle regole della libera competizione globale. In definitiva Lenin, pur sostenendo che la centralizzazione monopolistica era la caratteristica fondamentale dellimperialismo, in realt allargava lanalisi ben al di l dellarea sociale in cui si colloca il troppo ristretto conflitto (ormai solo distributivo) tra capitale e lavoro in quella sorta di idealtipo rappresentato dal concetto di modo di produzione capitalistico. Egli poneva invece al centro dellattenzione dei rivoluzionari il conflitto intercapitalistico in una sfera che potremmo definire allincirca geopolitica; riguardante comunque lo scontro tra potenze, cio tra gli Stati che rappresentavano in quanto vettore di composizione delle forze tra loro in lotta per la supremazia le classi dominanti dei paesi a maggiore sviluppo capitalistico. Ed allinterno di questo conflitto che va analizzato il capitale finanziario, che vanno comprese le sue funzioni. Non abbiamo a che fare semplicemente con un piccolo gruppo di rentier, di pure sanguisughe dedite allassorbimento del pluslavoro/plusvalore dei dominati, e dunque abbarbicato allo Stato solo in funzione di difesa (e repressione) nei confronti della possibile ribellione delloperaio combinato (braccio e mente, manovale e ingegnere). La finanza si intreccia con i gruppi di agenti che operano nella sfera politica (e in quella dellegemonia ideologica) quella sfera che si compendia nellorgano (lo Stato) che ha il monopolio della forza per coadiuvare le strategie di potenza dei vari paesi (capitalistici avanzati) in conflitto nellarena mondiale. In questambito si colloca sia la tesi leniniana dellanello debole in cui pi facilmente pu avvenire la rottura rivoluzionaria; sia quella dello sviluppo ineguale che sconvolge gli equilibri (geopolitici) intercapitalistici e indebolisce cos la catena dellimperialismo con levidenziazione dellanello suddetto, ecc. 5. Chi oggi ripropone, nella sua (quasi) purezza, la preminenza, ai fini della trasformazione della societ, del conflitto capitale/lavoro (rispolverando le vetuste categorie della classe capitalistica o borghesia e della classe operaia o proletariato), ormai rifluito su posizioni preleniniste; invece di avanzare, eliminando le ambiguit e incertezze ancora largamente presenti in Lenin dovute alla situazione storica di allora e alla necessit di battere i revisionisti tipo Kautsky i residui comunisti odierni si dedicano alle lotte del tutto parziali di alcuni (minoritari) spezzoni delle masse lavoratrici; lotte di distribuzione (tradunionistiche malgrado ogni apparenza) che garantiscono loro, ogni tot anni, quel certo pacchetto di voti sufficiente ad eleggere una minuscola manciata di parlamentari e a godere pure di quelle prebende di sottogoverno elargite dai gruppi di agenti dominanti a tutti coloro che li rappresentano e servono politicamente, sia pure con modalit diverse e varianti ideologiche adatte ad ingannare i numerosi segmenti e strati di cui consta la formazione capitalistica avanzata odierna. Daltra parte, accanto al sindacalismo contraffatto da radicalismo similrivoluzionario di questi mestieranti della politica, si formano altri gruppi ancora pi minoritari per lo meno non (ancora) afflitti da finalit di piccolo potere parlamentare e sottogovernativo che sostituiscono la classe operaia del capitalismo avanzato con le popolazioni di aree sottoposte a nuove forme di dominio dette (a mio avviso impropriamente) imperialistiche. In realt, al momento, esiste una sola potenza imperialistica, nel senso di ancora nettamente predominante rispetto ad altre. Tuttavia, limperialismo non era la semplice politica imperiale di questa o quella potenza capitalistica preminente (quando questultima era lInghilterra, per gran parte del XIX secolo, non si parlava affatto di

imperialismo); imperialismo la definizione di unepoca in cui, declinata la prevalenza inglese, si apr lo scontro (policentrico) tra pi paesi capitalisticamente avanzati per un nuovo predominio globale, che fu infine assunto dagli Stati Uniti. Oggi stiamo, quasi certamente, (ri)avviandoci verso una situazione di tipologia imperialistica (policentrica), ma non vi siamo ancora. Resiste nella fase attuale la politica imperiale e la relativa preminenza economico-finanziaria di un paese (gli USA); ed quindi corretto porsi in antitesi, comunque, a questultimo e alla sua aggressivit ed espansionismo nellinsieme delle sfere sociali (economica, politica, culturale) a livello mondiale. Per opporsi adeguatamente a tale paese senza le ingenuit di chi pensa si riesca a sollevare al suo interno la lotta di classe necessario procedere a nuove complesse analisi, che vanno sviluppate su diversi piani da tenere, in un primo tempo, separati, poich in campo scientifico cos si deve procedere. Certo, se si predilige lambito dei grandi dibattiti etici, sulla giustizia sociale, sulle utopie circa la formazione di un nuovo essere umano prima ancora che di una nuova societ, allora si abbandoni pure il terreno dellanalisi e ci si diletti di discorsi che personalmente ritengo una fuga dalla realt (in buona fede? Credo e spero di si, ma il risultato sempre lo stesso). So che difficile procedere per via scientifica; non pretendo nemmeno di essere adeguato allo scopo, poich sono fin troppo segnato dalla fallimentare esperienza del comunismo e del marxismo (in quanto teoria codificata lungo la linea Engels-Kautsky). Questo tentativo va comunque proposto, in particolare ai pi giovani; almeno a quelli che hanno predisposizione ad affrontare le difficolt dello studio e di una pratica avara di grandi emozioni puramente verbali. Agli altri non ho consigli da dare; vadano pure l dove li porta il cuore. Non del resto da escludere che ad un certo punto le due linee di scorrimento (se il cuore puro) si incontrino e si rafforzino vicendevolmente. Il dilemma sempre quello presente in tutto larco della storia delle societ umane e in ogni ambito dei continui conflitti che si sviluppano al loro interno: i critici dellassetto sociale esistente in ogni epoca di detta storia nutrono un intento sincero di cambiamento o coltivano invece soltanto larrivismo, legocentrismo, la voglia di prevalere, per cui imboccano a volte, ipocritamente, la via della lotta contro i dominanti di quella fase storica per farsi appoggiare dai dominati ai fini delle proprie personali ambizioni? Quando si fallisce nel vendersi immediatamente ai gruppi posti al vertice di quella data formazione sociale (ci sono sempre troppi concorrenti), si sceglie spesso allora, da truffaldini e furbacchioni, qualche via traversa per giungere pur sempre nello stesso punto verso cui convergono le aspirazioni e le mene di tutti gli opportunisti in ogni tempo e luogo. 6. Sintetizzando, necessario cogliere i due lati della stessa medaglia (larticolarsi del potere nellambito della societ): 1) i rapporti di forza esistenti tra le varie formazioni particolari (paesi, nazioni, talvolta aree a struttura sociale relativamente omogenea) trattate come interi nellambito della formazione complessiva (mondiale o comunque di assai vaste aree geograficosociali); 2) lappena nominata struttura sociale (dei rapporti di dominio/subordinazione tra i vari raggruppamenti) interna alle formazioni particolari o a gruppi relativamente omogenei delle stesse. Per afferrare la struttura dei rapporti sociali in questione ci si pu servire di una serie di categorie formulate in relazione al concetto di formazione sociale in generale, categorie che vanno poi calate nellindagine delle strutture afferenti alle diverse formazioni particolari. E appena il caso di ricordare che, anche nella trattazione delle categorie in generale, non va trascurato laspetto di fase di quella specifica teorizzazione, che altrimenti, con il tempo, perde ogni significativit analitica trasformandosi in dottrina di piccole, e sempre pi rarefatte, comunit di credenti prive di qualsiasi appiglio con la realt (i residui marxisti odierni sono una buona esemplificazione di tale fenomeno). La fase storica presente quella che caratterizza la societ mondiale allincirca dal 1989-91 vede la formazione sociale complessiva (globale o mondiale) dotata di un centro preminente rappresentato dallintero (paese in quanto formazione particolare) Stati Uniti. A seconda del prevalere di questi o quei gruppi di agenti (strategici) dominanti, fra loro in lotta sul piano interno, tale paese

pu adottare questa o quella linea politica nel suo atteggiarsi verso lesterno; tuttavia necessario tenere sempre presente che mai esso abbandoner spontaneamente la sua preminenza, pur cambiando le sue tattiche allo scopo di mantenerla. Chi lo scorda (lo vuol scordare), lo fa per i propri interessi che coincidono con la sostanziale sudditanza alla politica statunitense (vedi gli attuali gruppi dominanti europei). La sudditanza in oggetto strettamente connessa alla struttura dei rapporti sociali (di dominio/subordinazione) esistente sia nel paese predominante che in quelli che accettano il suo ruolo-guida; struttura di cui fondamentale, nel capitalismo mondiale, lassetto economico (produttivo e finanziario) del suddetto intero preminente e dei suoi alleati (dipendenti). Tuttavia tale assetto, avulso da quelli politico (e militare) e ideologico-culturale, fa cadere nel pi sterile economicismo che ottunde le facolt analitiche di chi indaga i rapporti di forza a livello mondiale. Il predominio (imperiale) degli Stati Uniti, in ci coadiuvati dai paesi (formazioni particolari) alleati (in posizione di dipendenza accettata), non mai stato perfetto, cos come del resto non lo fu quello inglese della precedente fase monocentrica (nel secolo XIX). E interesse dei dominanti statunitensi e di quelli dei paesi alleati dunque dei gruppi al vertice nelle formazioni (particolari) dei funzionari del capitale, che il capitalismo detto anche occidentale, pur comprendendo il Giappone far credere che il loro predominio sia contrastato soprattutto da certe aree a pi arretrato sviluppo (semicapitalistico, esprimendoci in termini non precisi), in particolare da quelle arabe e dellislamismo; in questo modo, tale predominio viene mascherato ricorrendo a motivi di lotta religiosa e culturale, con il connesso fenomeno del sedicente terrorismo. Nulla di meglio per ottenere il consenso delle popolazioni delle formazioni particolari (paesi), costituenti il capitalismo occidentale, alla predominante centralit degli USA, visti come lunico baluardo data la sua per il momento inarrivabile potenza, non solo militare in difesa della nostra cultura, del nostro modo di vivere, dei nostri costumi e abitudini, ecc. Chi accetta tale conflitto come quello decisivo nellattuale epoca, quello su cui puntare principalmente per erodere il primato statunitense, di fatto favorisce consapevolmente o meno, poco importa il prevalere del paese-guida dellOccidente e la dipendenza degli altri. Certuni, per non cadere nelleconomicismo, si spostano semplicemente verso laltra faccia della stessa medaglia, rappresentata dal mero culturalismo, dallo scontro di civilt, ecc. Non mi sembra accettabile tale comportamento; tanto meno quello di coloro che tendono addirittura, dimostrando tutti i limiti dei critici anticapitalistici odierni, a divenire quasi filoislamici, ad essere corrivi verso azioni terroristiche (spesso compiute da chi ha ben altra lucidit di disegno in testa), ad assumere atteggiamenti antiamericani e antiisraeliani secondo modalit tali da favorire la presa ideologica, e dunque politica, dei dominatori (e dei loro sicari in Medio Oriente) sulle popolazioni del capitalismo occidentale, che seguono cos chi li rende subordinati al loro disegno egemonico. Se oggi il predominio (imperfetto) statunitense viene pi robustamente incrinato, tanto da far pensare alla possibilit dellentrata in un fase policentrica (dunque di tipologia imperialistica) entro qualche decennio (non troppi, in definitiva), ci avviene per merito della crescita di nuove potenze di nuove formazioni particolari considerate quali interi ad est. In particolare, almeno al momento, si tratta soprattutto di Russia e Cina; anzi sembra proprio la prima ad imporsi in questi ultimi tempi come la pi efficace antagonista degli USA. Ovviamente, le situazioni sono contingenti e possono mutare anche in modo relativamente rapido; tuttavia, dobbiamo intanto registrare il conflitto tra USA, Russia e Cina come quello pi incisivo, e foriero di radicali mutamenti geopolitici, che sia oggi in corso. Tale conflitto non viene combattuto frontalmente ci al momento impossibile, data la supremazia bellica statunitense, ma anche la loro maggiore potenza in termini di sistema produttivo, di ricerca scientifico-tecnica con imponenti ricadute nel sistema in questione, di superiorit finanziaria (pur con tutti i rischi oggi sempre pi manifesti), ecc. ma pur sempre quello pi incisivo e radicale; ed dunque anche la reale causa del supposto scontro di civilt, della lotta tra due culture, ecc. Il mondo arabo, e islamico in genere, non otterrebbe nella sua lotta che labili risultati senza larticolata, sotterranea, a volte subdola, azione legata al conflitto tra le potenze suddette.

In tale scontro, lEuropa (detta unita, ma per nulla affatto tale) gioca un ruolo sostanzialmente filoamericano. Questo il risultato della complessiva configurazione che venuto assumendo il capitalismo occidentale (la formazione dei funzionari del capitale) dopo la seconda guerra mondiale; configurazione in cui si rafforzata la centralit americana a causa della crisi definitiva del socialismo, che ha condotto i vari paesi europei orientali dentro la UE e in posizione violentemente antirussa, con attuazione di una politica estera nettamente favorevole agli USA, anche grazie allattivit di sobillazione da questi ultimi condotta, approfittando della grave crisi sociale ed economica di quellarea dopo il crollo del muro. Chi ritiene che gli Stati europei siano imperialisti allo stesso titolo del paese predominante, deve essere del tutto ignorato in quanto fantasma di un passato del tutto fallimentare. Anzi, non ne parliamo proprio pi. A coloro che insistono con le nuove forme, molto peggiorate, di terzomondismo le cui tesi, un tempo pi credibili (o meno incredibili), di accerchiamento delle citt a partire dalle campagne, di riduzione del prelievo di plusvalore dalle aree arretrate provocando cos la crisi del capitalismo avanzato, ecc., appaiono oggi in tutta la loro ridicolaggine deve essere fatto un chiaro discorso, senza pi condiscendenza nei loro confronti. Non c dubbio che chi interessato alla riduzione del prepotere statunitense ma non semplicemente per buon cuore verso gli oppressi, bens per un preciso discorso di mutamento dei rapporti di forza in campo mondiale appogger di fatto la lotta del mondo islamico contro Israele. Senza alcuna particolare predisposizione ad alcun fondamentalismo; solo per convenienza geopolitica. Meglio Hamas del rinnegato Abu Mazen; meglio la causa palestinese che non un qualsiasi cedimento a Israele. Meglio ancora gli Hezbollah, che hanno tenuto in iscacco tale sicario degli USA. Vanno difesi paesi come Iran e Siria contro le minacce di aggressione; nessuna simpatia e appoggio agli studenti modernisti iraniani, puramente e semplicemente filoamericani (senza per condannare le loro tendenze ad apprezzare i costumi occidentali; si distinguano le due posizioni). Identico discorso per lAfghanistan e, dunque, per il Pakistan, vero anello cruciale della catena imperiale messa in piedi dagli USA con i loro complici europei. Nessuna particolare predisposizione nei confronti delle fobie culturali dei talebani; semplicemente, si deve essere favorevoli ad una loro, pi che possibile, vittoria, perch cadrebbe in particolare se avvenisse infine un colpo di Stato contro Musharraff, ma da certe posizioni un vero torrione della cintura creata dagli USA nei confronti di Cina e anche Russia. Lalleanza eventuale tra il suddetto presidente pakistano e la nettamente filo-occidentale (in realt dunque filo-USA) Benazir Bhutto deve essere valutata come del tutto negativa. Ecc. ecc. 7. Particolare attenzione va prestata alla politica di quelle che, almeno per i prossimi anni, appaiono essere le due potenze ascendenti in grado di maggiormente contrastare il predominio statunitense. Fino a poco tempo fa, il vero antagonista globale futuro del paese imperiale sembrava la Cina. Nel medio periodo, essa dovrebbe essere in grado di porsi in antitesi agli USA in una vasta area mondiale e non semplicemente in Asia (si ultimamente potuta constatare lefficacia della sua politica nei confronti di alcune decine di paesi africani e anche verso i maggiori paesi del Sud America). C qualche pericolo, tuttavia, che i suoi disegni espansionistici subiscano una battuta darresto. Essa rischia la sindrome giapponese. Il paese del Sol Levante, fino ai primissimi anni novanta, era ritenuto in grado di divenire nel giro di un ventennio la nuova nation prdominante. Veniva segnalata in particolare la forte crescita dellindustria automobilistica e linvasione degli USA da parte di ingenti masse di capitale giapponese, che penetravano in profondit nella propriet immobiliare statunitense. La prima forte crisi prodottasi in quegli anni mise in evidenza la debolezza della struttura produttiva giapponese, ancora centrata su un settore della passata epoca dellindustrializzazione, mentre gli Stati Uniti dimostrarono la loro superiorit nei settori della nuova ondata innovativa (della distruzione creatrice in termini schumpeteriani). La crisi finanziaria, pur partendo dagli USA, ebbe profondi effetti sul Giappone con smobilizzo e rientro di gran parte dei suoi capitali immobiliari, per di pi fortemente svalutati dalla crisi. Solo da 2-3 anni (cio dopo un dodicennio circa di com-

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pleta stagnazione), il paese orientale si rimesso in moto. La Cina rischia qualcosa di relativamente simile. Essa ha molto investito negli ultimi anni nel settore immobiliare USA; lattuale crisi di cui ancora non si pu valutare leffettiva portata sembra possa mettere in sofferenza alcune grandi banche cinesi. Perfino laver tenuto duro sulla richiesta statunitense di rivalutazione della sua moneta nei confronti del dollaro decisione che ha favorito negli ultimi anni le sue esportazioni e le ha consentito di acquisire una robusta posizione creditrice nei rapporti con gli USA potrebbe in definitiva rendere il grande paese asiatico pi fragile in una situazione di crisi. E vero che esso sembra aver molto investito in ricerca scientifica si dice che perfino il flusso di scienziati cinesi verso gli USA si sia invertito e nei nuovi settori di punta. Comunque, qualche incertezza esiste e si dovr attendere levolversi della situazione nel prossimo futuro. Al momento appare pi solida lascesa della Russia, pur se forse troppo sbilanciata verso il settore energetico con particolare riguardo alla disponibilit di gas. Comunque, data anche la passata potenza nucleare dellURSS, ci sono molte probabilit che, almeno nel prossimo futuro, sia tale paese a rappresentare la principale spina nel fianco degli USA; in specie se si preciseranno i sintomi dellattuale crisi in corso in quel paese, con i suoi riflessi sullintera formazione dei funzionari del capitale e su quei paesi (del fu terzo mondo), in notevole crescita, maggiormente implicati nello sviluppo delle relazioni con tale area capitalistica. In ogni caso, come mostra largomentazione appena svolta a tal proposito, la parte pi decisiva del gioco geopolitico si sta svolgendo nellambito di una crescente conflittualit tra dominanti. Sbagliate due possibili posizioni che sarebbe possibile assumere in merito al mutare delle relazioni tra paesi in campo internazionale, cio dei rapporti di forza tra formazioni particolari entro lambito della formazione globale o mondiale. Non centra pi nemmeno per un grammo il conflitto tra capitalismo e socialismo, che non esisteva di fatto nemmeno prima del 1989-91 (il socialismo reale era una ancora ignota forma di societ, comunque sicuramente non socialista); tanto meno ci si pu fare oggi ingannare dalla denominazione (comunista) ancora affibbiata alla Cina. Nel contempo, sarebbe superficiale considerare questultima, e la Russia, quali paesi ormai omologati ed entrati a far parte del capitalismo tout court. Tale processo di assimilazione si per lessenziale verificato nelle pi deboli formazioni particolari dellEuropa orientale. Russia e Cina sono formazioni sociali, in cui sembrano giocare un ruolo di notevole portata alcune decisive figure del capitalismo, quali limpresa e il mercato, ma che secondo lattuale dinamica dei rapporti internazionali non entreranno quasi sicuramente a far parte della formazione dei funzionari del capitale (capitalismo occidentale). Per il momento, non siamo ancora in grado di fuoriuscire con decisione dallottundimento ideologico sia della scienza economica (un tempo detta) borghese (nelle sue versioni apparentemente contrapposte del neoliberismo e del neokeynesismo) sia della scienza marxiana fondata sul concetto di modo di produzione capitalistico (considerato in generale quale strutturazione che avrebbe dovuto assumere, per ondate successive, il capitalismo mondiale). Meglio ammettere il nostro forte ritardo al riguardo e almeno indicare la strada di nuove elaborazioni teoriche al fine di superare quello che un vero ostacolo alla previsione di una futura epoca, in cui dovremmo entrare entro pochi decenni. Si ha la sensazione (intuitiva) che essa dovrebbe configurarsi in senso policentrico, senza tuttavia poter essere semplicisticamente identificata con quella dellimperialismo (tra otto e novecento), tratteggiata nelle pagine precedenti con riferimento alle tesi di Hilferding, Lenin, Hobson, Schumpeter e via dicendo. E possibile pensare, molto genericamente e movendo i primi passi di una nuova teorizzazione, ad nuovo crescente antagonismo tra potenze, cio tra paesi molto allingrosso caratterizzati dalle figure tipiche del capitalismo appena segnalate (impresa e mercato), cio tra formazioni particolari che indichiamo al momento come sostanzialmente capitalistiche, per secondo differenti forme assunte dalla struttura dei rapporti sociali: sia quelli interdominanti che quelli tra dominanti e dominati. Linterpretazione del capitale finanziario e delle sue funzioni non potr evidentemente andar disgiunta come non lo fu nei teorici sopra considerati

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dallavanzamento dellanalisi cui verranno sottoposte tali forme particolari di una struttura, per il momento troppo schematicamente tratteggiata in alcune sue linee generali di tipologia capitalistica. Non si potr comunque fare a meno di una valutazione (geopolitica) dei rapporti tra formazioni particolari nella loro condensata funzione di interi: in reciproco conflitto o di alleanza ai fini dello stesso (per poterlo meglio condurre a buon fine). In campo internazionale, dunque, non vi al momento alcun conflitto cruciale che indichi il riavvio di una possibile transizione al socialismo. Anche le lotte di paesi, sottoposti ad un controllo similcoloniale, contro il paese controllore conseguono determinati risultati per la presenza sempre pi incisiva dei contrasti tra potenze (gli interi). Non siamo ancora in fase policentrica, ma tutto indica che ci si avvia verso una simile configurazione mondiale. Di conseguenza, nessuna illusione sulla portata e il successo di rivolte degli oppressi. Chi si illude al proposito venga lasciato cuocere nel suo brodo; si risveglier assai presto. Sarebbe inoltre del tutto errato intrecciare in modo pasticciato tale funzione di intero, assunta dalle varie formazioni particolari (in particolare dalle potenze), con la strutturazione dei rapporti sociali da cui queste sono internamente caratterizzate. I due piani interagiscono tra loro (a va sans dire), ma debbono essere tenuti comunque sufficientemente distinti per non incorrere in semplificazioni cio in generalizzazioni attribuite, senza opportune specificazioni, alle varie formazioni particolari, ai diversi paesi del tutto obnubilanti e perci inutili o perfino dannose. 8. Lindagine relativa allarticolazione dei rapporti internazionali tra formazioni particolari trattate come interi con speciale riferimento a quelle che possono essere considerate potenze, attuali o in forte ascesa, di possibile denominazione capitalistica, le cui interrelazioni implicano un (crescente) conflitto tra dominanti a livello mondiale deve essere necessariamente completata con lanalisi della struttura dei rapporti sociali interna a tali formazioni (paesi), quella che un tempo veniva indicata, dal marxismo, come struttura (del conflitto) tra classi: dominante e dominata. Pi che di classi oggi meglio parlare di grossi raggruppamenti sociali. Non credo per provochi grossi fraintendimenti luso del termine classe, con lavvertenza che la dinamica di divisione di una societ, denominata per lessenziale capitalistica, in tali insiemi (di strati e segmenti) sociali non corrisponde a quella pensata dal marxismo tradizionale tramite il concetto di modo di produzione capitalistico. Personalmente, credo di pormi pur sempre entro lambito di una teoria sostanzialmente marxista, abbandonando tuttavia largamente lo schema classico. Del resto, gi il leninismo, convinto di star conducendo una lotta per la difesa dellortodossia, ne fuoriusciva invece in modo abbastanza radicale e con notevole originalit. Non era infatti previsto, nel pensiero di Marx, lo schema di una lotta tra classi dominanti costituite da un miscuglio, ancora non decantato, di gruppi semifeudali e di gruppi in netta trasformazione capitalistica e quelle dominate, formate principalmente dagli operai e dai contadini, nel cui ambito questi ultimi erano la quasi totalit delle popolazioni delle aree investite dalle rivoluzioni proletarie del 900, salvo una appena pi consistente presenza operaia nella Russia dellottobre 17. Inoltre, quando Lenin parlava di imperialismo, lo distingueva con grande lucidit dal colonialismo; e il famoso anello debole della catena imperialista, in cui egli prevedeva il verificarsi della rottura rivoluzionaria, non implicava certo la semplice lotta di masse contadine contro i paesi che le sottoponevano a dominazione coloniale, semicoloniale o neocoloniale. La sua corretta distinzione riguard per soltanto la rivoluzione in Russia, paese per nullaffatto colonizzato o semi-tale, ma soltanto ancora in ritardo quanto a rivoluzione borghese (capitalistica). In tutti gli altri paesi, la rivoluzione detta proletaria si complessamente (e confusamente) frammischiata alla lotta di nuove classi dominanti in incipiente, e spesso incerta, enucleazione da masse popolari (assai misere), che intendevano liberarsi da un assai duro sfruttamento (neo)coloniale: prima anglo-francese e poi statunitense. Il risultato di tali rivoluzioni condotte dal popolo in armi (da armate popolari) non stato affatto una qualche forma di socialismo, bens una diversa struttura sociale caratterizzata infine dalle gi nominate figure tipiche del capitalismo (impresa e mercato), pur se diversamente conformate rispetto al capitalismo occidentale. Tale

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sbocco, contrariamente allidea che per decenni avemmo di un tradimento della transizione al socialismo e comunismo, stato del tutto coerente con una rivoluzione che non promanava dal marxiano soggetto rivoluzionario, rappresentato dalloperaio combinato (o collettivo) in rivolta contro i rentier dominanti. Quanto appena detto implica alcune conclusioni, gi pi sopra accennate. Innanzitutto, non esiste ununica tipologia di capitalismo, cio un insieme di formazioni particolari tutte caratterizzate dal modo di produzione capitalistico cos comesso viene definito nella teoria marxiana. Vi sono, tra le varie formazioni, differenze sia temporali che spaziali. Il capitalismo borghese, quello studiato da Marx e in base al quale questi cred di poter generalizzare una teoria della forma capitalistica di societ, trapassato nel corso dellepoca detta dellimperialismo, cio di lotta intercapitalistica policentrica nella, per il momento non meglio individuata, formazione dei funzionari del capitale. Questultima non daltronde omologa salvo che per limportanza crescente dellimpresa e del mercato a quella che avanza con le nuove potenze in ascesa ad est e la prevedibile apertura di una nuova fase policentrica. Invece di dedicarsi in un periodo di cos grande incertezza e di mescolanza di forme sociali, e di lotte tra di esse e allinterno di esse alla formulazione di nuove teorie generali, meglio fissare lattenzione sullarea in cui siamo situati, in quanto studiosi che hanno anche a cuore le sorti di una rinnovata lotta di classe(i); larea, appunto, della formazione dei funzionari del capitale. Ci si pu servire di analogie con il passato, ma con molta moderazione e attenzione; il passato funziona solo da esempio e suggestione. Ricordo intanto che, nellanalisi leniniana (e di Mao) relativa alle societ di incipiente capitalismo o addirittura ancora largamente precapitalistiche, la massa contadina veniva suddivisa senza tante rilevazioni statistiche, ma con il buon senso tipico dellagente dedito alla pratica rivoluzionaria in strati poveri (la maggioranza), medi (una minoranza di una certa consistenza) e ricchi (una minoranza invece abbastanza esigua). Oggi, le popolazioni delle formazioni dei funzionari del capitale (cio dei paesi di capitalismo occidentale, o molto o comunque notevolmente sviluppati) possono venire suddivise in dominanti o decisori (una netta minoranza) e in dominati o non dominanti o non decisori (una larga maggioranza, tuttavia assai segmentata e stratificata). Questi ultimi non solo non sono il marxiano operaio (lavoratore) collettivo cooperativo, ma nemmeno il semplice insieme dei lavoratori salariati, pur assai differenziato al suo interno. In via di prima e assai larga approssimazione, identifichiamo i non decisori con il complesso dei lavoratori, distinguendolo per analogia con i raggruppamenti degli operai e dei contadini prima considerati in lavoro dipendente (quello salariato) e autonomo (anche se lo solo formalmente). Questultimo pu essere, grossolanamente ma utilmente, suddiviso in strati inferiori (maggioritari), medi (minoranza di una certa consistenza) e superiori (una minoranza abbastanza ristretta). Non parlerei come nel caso dei contadini di paesi in cui si verific la rivoluzione proletaria novecentesca di strati poveri; non per lo meno nei maggiori paesi della formazione sociale di cui si sta parlando, e non nella presente fase storica. Per questo li ho semplicemente indicati come strati inferiori. Va comunque rilevato che, anche nellambito del lavoro dipendente (salariato), possibile effettuare, pi o meno, la stessa distinzione in strati inferiori, medi e superiori (ad es. i manager formalmente salariati; i quali, in realt, godono di molti appannaggi che vanno ben oltre tale forma). La comune condizione dellessere lavoratori (condizione che accomunava del resto anche operai e contadini) non pu celare le differenze di condizione e status tra dipendenti e autonomi (pur se solo apparentemente autonomi); del resto, era forse ancora maggiore la diversit esistente, a tale riguardo, tra i suddetti operai e contadini. Si tenga inoltre in debito conto lelemento che accomuna salariati e autonomi degli strati inferiori (costituenti la maggioranza in entrambi i raggruppamenti): una condizione di sfavore in merito alla distribuzione del reddito, con conseguenti pi bassi livelli di vita e di cultura; nonch limpossibilit di esercitare in proprio una qualche influenza su decisioni che li condizionano pesantemente.

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Non escluso, anzi del tutto probabile, che con lacuirsi prossimo venturo del conflitto policentrico tra potenze, si aprano vaste faglie di crisi nella formazione globale (mondiale) con lesplodere di ribellioni di massa, cio dei dominati, in un certo numero di anelli di detta formazione; facile che turbolenze non minimali n passeggere si manifestino anche in zone (paesi) del capitalismo occidentale (lo ricordo: quello dei funzionari del capitale). Sarebbe poco realistico e foriero di gravi deformazioni di prospettiva, con ripetizione di errori gi commessi nel 900, pensare che queste ribellioni si indirizzino autonomamente verso sbocchi di trasformazione sociale anticapitalistica. Tutto dipender dal comportamento di varie lites (comunque quelle che lenininianamente si indicavano un tempo come avanguardie esterne) che si creeranno e agiranno allinterno di questi sommovimenti (essendo per capaci di non seguire pedissequamente il loro andamento ondivago e caotico), pi o meno vasti e violenti in base alla gravit e alle precipue modalit economiche, politiche, ideologiche (con possibili connotazioni religiose), ecc. della crisi e alle aree investite da questultima. E indispensabile tentare di cogliere per tempo il dove e il quando dello scoppio delle crisi con particolare riferimento a quelle eventuali nellarea coperta dalla formazione dei funzionari del capitale essendo per ben consci che il verificarsi di determinati eventi solo pi o meno probabile, il che rende pi o meno aleatoria la loro prevedibilit. Il perfezionamento delle (laddestramento alle) intuizioni anticipatrici esige comunque la presa in considerazione del conflitto tra dominanti quello interno alle formazioni particolari e quello che si va acuendo tra queste ultime e che potrebbe manifestarsi in forme acute nellambito della formazione globale in una probabile prossima fase policentrica cos come fece Lenin, nellepoca dellimperialismo, cogliendo nel segno con il collocare lanello debole della catena imperialista in Russia, dopo aver compiuto una generale analisi sia dellepoca in oggetto che del tumultuoso verificarsi in essa di uno sviluppo ineguale delle diverse formazioni a capitalismo avanzato, con alterazione dei loro reciproci rapporti di forza ed esplosione finale del conflitto (allora ci fu la guerra mondiale, le modalit di quello futuro non sono invece ancora predicabili con un minimo di certezza). E comunque ai primi passi di questa analisi che sarebbe necessario dedicare un grosso sforzo; solo nel suo ambito, fra laltro, trova significazione la categoria del capitale finanziario, legata alla sempre migliore comprensione della sua funzione, delle sue varie partizioni (i diversi paesi in cui agisce) e dei suoi rapporti con il resto del capitale (essenzialmente quello industriale). 9. Il conflitto interdominanti pu essere analizzato nella sua veste di confronto (scontro) tra formazioni particolari (paesi, alcuni dei quali considerati potenze) in quanto, come pi volte segnalato, interi, trattati sotto il profilo del sistema economico, politico, culturale, ecc. Questo mi sembra in particolare il compito del ramo scientifico definito geopolitica (con annessa geoeconomia). Lintero per il risultato di un complesso di forze in conflitto al suo interno, una sorta di vettore di composizione delle forze in oggetto. Ed tra queste che va collocato il capitale finanziario, che in realt linsieme degli agenti portatori delle sue funzioni precipue; agenti suddivisi in gruppi uniti da rapporti di competizione e di collaborazione (di alcuni gruppi in funzione del loro attrito con altri), cos come avviene generalmente con modalit pi o meno aspre o smussate in altri complessivi raggruppamenti (di ruoli e funzioni) sociali. In linea di principio dunque e non soltanto nel capitalismo ma anche nelle altre forme di societ precedenti il conflitto, la competizione, lo scontro sono aspetti generali e preminenti, mentre la cooperazione, la collaborazione, lalleanza, sono aspetti particolari e subordinati. Se ne tenga infine conto con un minimo di realismo. Basta con le pie intenzioni che annebbiano la mente e sviano lindagine. Chi inverte il rapporto tra aspetto principale e secondario a volte (poche volte) in buona fede, ma comunque sempre, almeno oggettivamente, dalla parte dei dominanti, la cui egemonia si basa anche su ideologiche mistificazioni collaborative, cooperative, in una parola buoniste, tanto cristiane. Come gi detto, con particolare riferimento alle tesi rivoluzionarie di Lenin (e Mao), lo stesso conflitto tra dominanti (o decisori) e dominati (o non dominanti o non decisori) condizionato ed il suo sbocco finale dipende in buona parte dal conflitto permanente che si svolge, con fasi di

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maggiore o minore accentuazione, allinterno dei primi per il conseguimento della supremazia di uno o alcuni fra i gruppi in cui i dominanti sono necessariamente divisi. E tale conflitto una volta penetrato a fondo e in modo pervasivo nella sfera economica della societ a far si che il capitalismo si presenti nelle predominanti figure (di superficie) del mercato e dellimpresa, e sia una forma sociale eccezionalmente dinamica in termini di sviluppo delle forze produttive e di sempre pi rapida innovazione delle stesse. Per quanto sia accettabile, cum grano salis, lidea marxiana della sfera economica come base della societ, sia chiaro che nessuna riproduzione dei rapporti sociali sarebbe possibile senza lintervento determinante delle cosiddette sovrastrutture (politica, cultura, ideologia), i luoghi principali ove si svolge lo scontro per la supremazia. E appena il caso di ricordare che la divisione della societ in spicchi (o sfere) una divisione teorica, del tutto fondamentale per per comprendere le modalit del conflitto e i suoi effetti sulla riproduzione della struttura sociale (rapporti tra raggruppamenti, gruppi minori, la loro stratificazione e segmentazione, ecc.). Sarebbe invece errato voler stabilire, in base alle caratteristiche essenziali della forma capitalistica dei rapporti e della loro riproduzione, una intrinseca preminenza delleconomia. Certamente, nelle societ precapitalistiche, questultima forniva il supporto materiale e lalimento per i molteplici conflitti che vi si svolgevano, ma non era intrinsecamente investita da questi ultimi; mentre nel capitalismo proprio allinterno della sfera economica che essi acquistano una importanza tale, in specie nellambito della lotta tra dominanti, da essere troppo spesso pensati quali cause decisive, del tutto preminenti, della dinamica sociale. Tale conclusione sviante. Cos com stato semplicistico latteggiamento di certe correnti del marxismo che hanno diviso la storia della formazione capitalistica in due fasi, proprio in riferimento al posto occupato dalleconomia: la fase concorrenziale, in cui questultima predomina nel configurare la struttura sociale, e quella monopolistica in cui la prevalenza spetta alla politica e allideologia. Una tale suddivisione ancora succube delleconomicismo, poich attribuisce in definitiva importanza decisiva alle due predette figure del capitalismo: mercato e impresa. La fase concorrenziale sarebbe infatti quella in cui imprese di dimensioni non troppo differenti competono con forza non troppo dissimile nel mercato; la fase monopolistica vedrebbe invece un mercato strutturato a partire dalla netta predominanza di poche imprese di grandi dimensioni. E strano assumere che, proprio in tale ultima situazione, diventino preminenti le sfere della politica e dellideologia. Il nodo cruciale non comunque la dimensione delle imprese n la loro maggiore o minore potenza nellambito del mercato. Il capitalismo ha la sua vera base in un flusso reticolare di conflitti a grana fine, che investe lintero spazio della societ (quindi tutte e tre le sfere in cui pu essere teoricamente suddiviso). Man mano che il reticolo si fa sempre pi fitto (con maglie sempre pi strette) e allarga la sua sfera dazione allarea sociale globale, la grana dei conflitti si fa sempre pi fine (da ci risulta lenfatizzazione dellindividualismo quale portato peculiare del capitalismo, con lo sfilacciamento sempre pi spinto, e sempre pi ampio, di ogni tessuto sopraindividuale di rapporti); nel contempo, proprio la reciproca repulsione degli atomi provoca anche il loro aggrumarsi in glomeruli che appaiono, alla vista in superficie, di sempre maggiori dimensioni. Non mia intenzione elencare e classificare, in questo scritto, le varie forze, contrastanti, di repulsione (con tendenza allatomizzazione) in quanto aspetto dominante della lotta e di attrazione (lagglomerazione in quanto solo parziale unione e alleanza, indispensabile al combattimento). Limportante rilevare che, quanto pi il reticolo del flusso conflittuale si fa fitto, tanto pi si coagulano in esso agglomerati nettamente visibili e (fin troppo) direttamente indagabili; senza, cio, particolare bisogno del microscopio della ragione, quello che Marx afferm di dover utilizzare nellanalisi della merce (si tenga quindi conto, anche se non posso qui diffondermi in merito, della decisivit di questultima, preliminare a qualsivoglia indagine intorno allimpresa, cavallo di battaglia delle ideologie dominanti e di quelle che ne diventano succubi). Proprio la maggiore visibilit dellimpresa, detta mono od oligopolistica, inganna e consente quella pi penetrante mistificazione ideologica in grado di annebbiare la ragione analitica (scientifica), che dovrebbe servire solo

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da base rispetto a quella sintetica (e relativamente intuitiva) attrezzata a cogliere la singolarit di ogni situazione concreta, la situazione cio di ogni storico (di fase) conflitto per la supremazia (ivi compreso lo scontro tra dominanti e dominati). Il discorso si farebbe interessante, ma ci porterebbe troppo lontano. Afferriamo adesso lessenziale in termini di conflittualit tra dominanti nel capitalismo. Tendenzialmente, e allinterno di un reticolo di rapporti antagonistici sempre pi fitto, si nota la formazione di conglomerati via via pi grossi, ma proprio come effetto delle forze repulsive (principali) e attrattive (secondarie) che fluiscono negli intrecciati fili del reticolo in questione; ci che avviene in profondit si presenta a galla invertito, cosicch prevale lepidermica (empirica) sensazione di una dominanza dellattrazione con subordinazione della repulsione (conflitto), sensazione ulteriormente enfatizzata dallideologia dei dominanti. E comunque fondamentale tenere ben presente che i flussi contrastanti appena indicati conoscono pulsazioni periodiche, per cui malgrado la maggiore o minore intensit e velocit del processo di agglomerazione, da cui dipendono sia le dimensioni delle imprese che quelle degli Stati e delle varie organizzazioni politiche (infra e sopranazionali), e quelle degli apparati ideologico-culturali si notano fasi (o epoche) di evoluzione del capitalismo caratterizzate da pi o meno aspra conflittualit; fasi che, in termini geopolitici, ho denominato monocentriche (imperiali) e policentriche (imperialistiche). Ogni fase (o epoca) vede allopera gli agenti dominanti capitalistici addetti alle strategie attuanti modalit diverse di conflitto da essi scelte, in base per a determinate condizioni oggettive indipendenti dalla loro volont. Lacuirsi della conflittualit di tipo economico in stretta relazione con le ondate di distruzione creatrice, che non sono sollevate dalla mera volont e capacit innovativa di dati gruppi di imprenditori, ma sono anche (e soprattutto) innescate da complessi di cause ed effetti (ad es. dallo sviluppo dellattivit scientifico-tecnica, ecc.) in relazione circolare tra loro, cio con scambi di posizione tra le une e gli altri. Le fasi (geopolitiche) mono o policentriche si alternano per una serie di cause/effetti (sempre in rapporto circolare), che conducono a periodici grandi confonti con regolamento di conti definitivo (per una fase storica) tra svariati attori politici (in genere Stati o potenze). E via dicendo. Gli agenti strategici capitalistici (dominanti o decisori) afferiscono alle varie sfere della societ (ricordo che lindividuazione e distinzione di queste ultime soprattutto teorica, ma non arbitraria): impossibile decidere, in via generale, quali agenti di quale sfera ricoprano il ruolo preminente nel farsi portatori delle funzioni (strategiche) del conflitto e dei suoi risultati (mono o policentrici). Considerazioni generali sono utilissime, ma non per decidere chi occupa questo ruolo preminente, che deve invece essere valutato nella contingenza specifica: si tratta, in definitiva, della leniniana analisi concreta di una situazione concreta, dove lanalisi in realt solo preliminare e introduttiva alla sintetica, e strategica, intuizione della singolarit. 10. Gli apparati finanziari sono ineliminabili fino quando non saranno superati i rapporti capitalistici. La finanza nasce dalla presenza del denaro, e questultimo il necessario duplicato della merce che la forma generale assunta dai prodotti nella societ moderna; quando si tentato malamente di sostituire tale forma produttiva con quella presunta socialistica (e pianificata), si solo andati incontro al finale fallimento di ci che nullaltro era se non prepotente e ottuso statalismo. Tuttavia, non solo le teorie/ideologie dei dominanti, ma anche quelle marxiste rapidamente degenerate rispetto allimpostazione di Marx non hanno tenuto sufficiente conto dellavvertimento di questultimo: il capitale non una cosa bens un rapporto sociale. Il capitale non quindi in senso proprio quello cui ci riferiamo nel linguaggio normale e il cui aspetto pi visibile un insieme di agglomerati (apparati) in cui si condensa il flusso reticolare conflittuale bens precisamente questo flusso; che non per soltanto, secondo quanto sostenuto dal marxismo e con varie ambiguit dallo stesso Marx, lantagonismo tra capitalisti e operai (essendo questi il lavoratore collettivo, combinato, unione di braccio e mente, di manovale e ingegnere), ma anche quello tra

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gruppi di dominanti (agenti delle strategie di lotta e non meri capitalisti, cio non soltanto proprietari dei capitali/cose). Perfino Lenin pensatore intuitivo ed effettivo costruttore di politiche rivoluzionarie anticapitalistiche tratt in sostanza il capitale finanziario quale semplice insieme di grandi agglomerati (imprese), di carattere monopolistico, che gestivano e manovravano i capitali monetari. E tanto pi grandi erano questi agglomerati/imprese e tanto pi in anticipo era la formazione di monopoli nei settori finanziari rispetto a quelli industriali e commerciali, comera appunto accaduto in Germania tanto maggiore appariva il loro potere sullinsieme delleconomia e sulla societ tutta. Malgrado Lenin non accettasse le tesi ultraimperialistiche alla Kautsky e di capitalismo organizzato alla Hilferding (non riuscendo tuttavia a liberarsi teoricamente del loro influsso), le grandi organizzazioni finanziarie erano da lui, come da tutti i marxisti, considerate attive in funzione del conseguimento del massimo profitto (che tendeva ad assimilarsi alla rendita). Le concentrazioni finanziarie erano dunque viste, e lo furono sempre pi, quali autentiche padrone del mondo, organizzazioni via via pi potenti e preminenti in generale e non soltanto in determinate fasi e in base a specifiche contingenze storiche. Esse inoltre, sempre secondo tale concezione tradizionale (e non solo marxista), dominavano in modo latamente assimilabile a quello dei signori feudali (sia pure appropriandosi di rendite finanziarie e non pi terriere); iugulavano e sfruttavano i settori produttivi per loro esclusivo interesse senza alcun riguardo ai problemi di questi ultimi, provocando quindi crescenti fenomeni di parassitismo e di putrescenza delle forze produttive con il loro progressivo blocco e il conseguente approssimarsi della crisi finale e definitiva del capitalismo. Tutti i fenomeni sconvolgenti connessi ai 60-70 anni di epoca policentrica (imperialistica) fra cui le due guerre mondiali, il nazifascismo, la grande crisi del 1929, ecc. furono interpretati come il progressivo sfacelo del capitalismo ormai dominato dal capitale finanziario. Quanto avvenuto dopo la seconda guerra mondiale con sviluppi capitalistici fra i pi alti di tutti i tempi, con lapertura di una nuova e ancor pi impetuosa e accelerata fase di distruzione creatrice, con il crollo di quello che si pensava essere lantagonista sociale (non meramente di potenza) del sistema capitalistico occidentale sembra non aver fatto capire pi gran che alle varie teorie/ideologie in campo: quelle pi o meno marxiste hanno messo in chiara mostra il loro sterile arroccamento dogmatico (semireligioso); quelle neoliberali stancamente contrastate da ripetitive tesi vagamente neokeynesiane hanno assunto pur esse atteggiamenti ristretti e irritanti, e per di pi fuori tempo massimo. Gli agglomerati i grandi organismi finanziari monopolistici che trattano la moneta e i suoi sostituti, surrogati e derivati: non soltanto gli apparati del settore bancario, ma anche quelli assicurativi e oggi quelli dei fondi pensione, e altri sono tali in quanto precipitazione, condensazione, dei flussi reticolari conflittuali gi ricordati, che interessano le varie sfere sociali ivi compresa quella che tratta il duplicato delle merci, limmagine della ricchezza reale riflessa nello specchio della produzione effettuata secondo strutture di rapporti e modalit capitalistiche; sempre ricordando che tali rapporti (conflittuali) non vanno semplicisticamente ridotti, come ha fatto certo marxismo, a quelli capitale/lavoro, bens concernono pure quelli tra dominanti (economici, politici, ideologicoculturali), che sono anzi i rapporti decisivi nellattribuire al capitalismo la sua forza espansiva e innovativa con riguardo alle forze produttive, quella forza che, pur attraverso devastanti crisi (nelle epoche policentriche), ha garantito la prosecuzione e sviluppo del sistema, la sua vittoria sugli altri che si pretendevano alternativi, linglobamento e assorbimento delle istanze critiche che predicano costantemente la sua crisi finale: si veda il miserevole punto darrivo politico e ideologico dei terzomondisti, degli ambientalisti, dei diversi, in massima parte riavvolti nelle spire delle attivit producenti profitto (pur talvolta dichiarandosi, cervelloticamente e risibilmente, no profit). Nel settore che manovra il denaro, lelemento decisivo, da tenere sempre sottocchio, il conflitto permanente pur se attraverso fasi di acutizzazione e di attenuazione, di crescente fluidit e di temporanea aggregazione collaborativa (alleanza) per meglio disporsi sul terreno del combattimento tra gli agenti che ricoprono i ruoli e svolgono le funzioni strategiche di gruppi di comando delle truppe finanziarie. Ogni gruppo di comando di un esercito usa gli strumenti che possiede. Ad e-

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sempio, gli eserciti daltre epoche impiegavano, quali loro reparti di eccellenza, quelli della cavalleria o invece della fanteria a seconda di una struttura di rapporti che portava in primo piano la nobilt feudale o vedeva liniziale emergere di strati borghesi cittadini, ecc. I finanzieri manovrano il denaro e tutti gli strumenti che ne derivano. Ovviamente essi non hanno, in specie se lasciati soli, la visione dellequilibrio di detti strumenti con quelli impiegati dagli agenti dominanti in altri comparti della societ, arrivando cos a mettere in circolazione una quantit eccessiva di mezzi finanziari e a utilizzarli in contingenze in cui sarebbe pi efficace, ai fini della vittoria nella lotta per la supremazia, affidarsi a quelli specifici di altre sfere sociali: ad es. allattivit produttiva, in specie innovativa; o allazione politica, in particolare di potenza; e via dicendo. Quello che un riflesso speculare della produzione di merci, il suo duplicato monetario, viene in questo modo ad essere accresciuto e reso eccessivamente sovrabbondante per il semplice fatto che gli agenti strategici dominanti nella sfera finanziaria hanno a disposizione tale strumento di battaglia, e questo sanno usare in modo precipuo. In tale senso e a causa di questuso, il mezzo monetario diventa meramente speculativo. Gli specchi dunque si moltiplicano rinviando continuamente, potenzialmente allinfinito, la stessa immagine. Se uno o pi specchi vanno in frantumi, limmagine si spezza o anche sparisce per un certo periodo di tempo, fino a quando quelli rimasti non vengano riposizionati onde rinviarsela nuovamente, in genere ormai deformata irrimediabilmente. La crisi finanziaria con cui, non a caso, si aprono quasi sempre le pi vaste crisi di tipologia economica nella formazione capitalistica non per il sintomo dellormai irreversibile parassitismo da cui sarebbe caratterizzato il capitale, che avrebbe perci raggiunto il massimo livello possibile di sviluppo. I critici anticapitalistici che si consolano sempre con queste speranze, e con vaticini demenziali di imminente fine del capitalismo, meriterebbero solo le pi dure critiche e il pi infamante ludibrio, poich sono i principali responsabili della dbacle dei dominati e del prevalere, pur dopo catastrofiche crisi, di nuovi gruppi di dominanti. Le crisi sono infatti uno dei momenti di trapasso dal predominio di dati gruppi di questi ultimi ad altri; mentre i dominati servono, in tali fasi di transizione, da carne da macello, e sono a questesito condotti da politici e ideologi asserviti ai vari gruppi di dominanti fra loro in lotta, o succubi delle mene mistificatorie dei loro agenti politici e culturali. Oggi, ad es., non agevole, direi che quasi impossibile, combattere una efficace battaglia ideologica contro il neoliberismo, se prima il campo tra noi e lui non stato completamente liberato dalla sterpaglia infestante del marxismo, del comunismo, del riformismo e neokeynesismo; pi altri ismi altrettanto nefasti che paralizzano ogni possibile intento di trasformare lattuale formazione sociale: ambientalismo, pauperismo, antisviluppismo, egualitarismo in quanto mera massificazione della mediocrit, ecc. ecc. Impossibile farne un elenco esauriente soprattutto perch, individuata e sottoposta a critica una quinta colonna (ideologica e politica), i dominanti si affrettano a promuoverne di ulteriori. Anche quando gli agenti strategici finanziari, moltiplicando gli specchi riflettenti lo strumento specifico (monetario) da essi controllato e manovrato come loro arma decisiva nel conflitto per prevalere, provocano eventualmente un forte scompenso (leccesso seguito dalla carenza) nellimpiego dello strumento in oggetto che essendo questultimo il necessario duplicato della capitalistica forma generale di merce [per inciso: ecco un altro motivo per cui lanalisi della merce, contrariamente a quanto anchio pensavo un tempo seguendo Althusser, decisiva al fine di comprendere la struttura e la dinamica della societ capitalistica, pur se in unottica in parte modificata rispetto a quella marxista relativa alla propriet e al conflitto capitale/lavoro] coinvolge la produzione e dunque lintero assetto materiale della vita dei membri della societ e i loro rapporti, non affatto imminente o prossima la fine del sistema capitalistico. La crisi, pur se prevalgono inizialmente i suoi lati economici (primo fra tutti, in ordine di tempo, quello finanziario), dilaga poi nelle altre sfere della societ, provocando spesso mutamenti politici e ideologici (il fascismo, ma soprattutto il nazismo, ne sono un esempio preclaro).

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Niente dunque semplice parassitismo (termine che pu risultare utile solo in un pamphlet per la sua diretta efficacia propagandistica) della finanza; si ha invece rottura degli equilibri nei rapporti di forza esistenti tra i diversi gruppi di agenti dominanti in reciproca lotta nelle differenti sfere sociali. Si modificano insomma i flussi conflittuali che scorrono nel reticolo, sempre pi fitto, costituente la trama dei tre comparti in cui possiamo suddividere (teoricamente) la societ: economico (produttivo e finanziario), politico (ivi compreso lo Stato), ideologico-culturale. Lalterazione dei flussi in un certo senso fisiologica, ma non di tipo deterministico e non pu quindi essere perfettamente prevista nei suoi tempi e nei suoi effetti di continuo spostamento dei rapporti di forza tra raggruppamenti (classi) e gruppi (strati e segmenti) sociali; tale spostamento non pu essere mai veramente calcolato con esattezza n si in grado di indicare con precisione le direzioni di mutamento dei rapporti di forza in questione. Siamo solo in grado di dire che lipertrofia finanziaria il proliferare degli specchi e quindi luso speculativo del denaro pu, nel caso di gravi crisi, accentuare i conflitti tra dominanti, coinvolgendo i gruppi di agenti strategici della sfera politica (e, in subordine, di quella ideologica, ove si svolge il confronto/scontro tra le varie correnti teoriche, e culturali in genere). Quando Schumpeter vedeva il settore finanziario come soprattutto dedito ad una attivit creditizia capace di trasferire risorse dai settori imprenditoriali tradizionali (quelli del flusso circolare) a quelli innovativi della distruzione creatrice, coglieva con acutezza un problema reale e indicava correttamente quali sono i mezzi che, fin quando perdurer la forma capitalistica (mercantile) della societ, debbono (e possono) essere utilizzati ai fini dello sviluppo, promosso dalla creativit, dalla rottura della routine, dalliniziativa originale (nel senso di dare origine al nuovo in una particolare situazione di singolarit). A mio avviso, egli non metteva per in evidenza come tale funzione creditizia sia assolta dallapparato finanziario quale ultimo anello della catena, certamente quello pi visibile, ma non necessariamente il pi decisivo. Diciamolo chiaramente: esso pi visibile perch tale lo rende lideologia dominante, cui anche Schumpeter si inchinava, ponendo in un cono dombra il reticolo entro cui scorre lenergia del conflitto tra i diversi gruppi dominanti (agenti delle strategie) nelle differenti sfere sociali. La conflittualit presenta sempre un lato preminente di distruzione (del vecchio) onde dare poi impulso (se e quando ci si verifica) alla creazione (del nuovo); questo passo successivo, tuttavia, dipende appunto da quale processo in atto nel reticolo conflittuale dei rapporti di forza. Se prevale nettamente lenergia ivi immessa dagli agenti finanziari dediti alluso della principale arma (il denaro nelle sue svariate forme) di cui dispongono per la loro battaglia, moltiplicando cos gli specchi e limmagine figurativa (delle merci prodotte) che in essi si riflette lo sbocco pi probabile solo distruttivo; se riescono invece a prendere infine il sopravvento gli agenti (nuovi agenti) della sfera politica che si alleano, coadiuvandoli, con quelli produttivi innovativi, inizialmente deboli, lavvento di una fase creatrice non certo ma comunque assai probabile. Ecco perch corretto parlare di distruzione creatrice e non di creazione distruttrice. I costruttori non nascono gi belle fatti e potenti; ed essi, come ogni portatore del nuovo, vengono contrastati, e se possibile eliminati in quanto corpi estranei, dal conformismo imperante, dalle tradizioni vischiose e resistenti al cambiamento. Camminare su nuovi sentieri pi faticoso e implica mutamenti anche mentali aborriti dai pi : chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia, non sa quel che trova, proverbio che la bandiera di tutti i pelandroni e i pigri, gli abitudinari, le palle di piombo al piede. In una societ di mercato generalizzato lo ripeto: finora nessuno ancora riuscito a far anche semplicemente intravedere una societ alternativa, funzionante con un minimo di successo il mezzo iniziale per distruggere i tradizionali assetti produttivi e salire a livelli pi alti (ma soprattutto pregni di novit) il denaro, tolto da certi impieghi (vecchi) e trasferito ad altri (nuovi). Un processo di questo tipo non si mette praticamente nemmeno in moto, se resta confinato nel reticolo conflittuale che avvolge la sola sfera economica; in questambito, gli agenti dominanti, che utilizzano prevalentemente lo strumento finanziario nella loro lotta per la supremazia, non possono che causare la crescita ipertrofica di questultimo, rendendolo dunque speculativo e provocando in-

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fine la rottura degli specchi, linfrangersi della immagine (della ricchezza reale). In poche parole, il cosiddetto capitale finanziario costituito dai suoi specifici gruppi di agenti dominanti (strategici) nei loro rapporti conflittuali con quelli degli altri comparti sociali, mentre invece gli apparati in cui detto capitale si manifesta sono la mera cosificazione dei rapporti in questione muove soltanto il primo passo, la distruzione, ove sia lasciato a se stesso o non contrastato nellassunzione di una posizione di netta preminenza. Il passo successivo, quello creativo, necessita della potenza di agenti politici (e ideologici) nuovi che, in fattiva alleanza e con il sostegno dei potenziali agenti innovatori operanti nella sfera produttiva, siano in grado di orientare il processo di trasformazione. 11. La conclusione appena raggiunta alla fine del precedente paragrafo fa comprendere come la trasformazione quindi la situazione di singolarit in cui si verifica la novit non il risultato di un oggettivo (e pressoch deterministico) processo messo in modo allinterno della riproduzione stessa del modo di produzione capitalistico. Questo ci che ha sempre creduto il comunismo del 900, al seguito delle indicazioni di Marx, il quale era per convinto che la dinamica intrinseca a detto modo di produzione (strutturato da storicamente determinati rapporti sociali, rapporti tra classi) avrebbe condotto alla suddivisione della societ in una infima minoranza di rentier (proprietari meramente finanziari), da una parte, e nella gran massa dei lavoratori (della mente e del braccio) fra loro coordinati e cooperanti, dallaltra. Non a caso il comunismo fu sempre definito il movimento reale che abolisce (in realt trasforma) lo stato di cose presente; e, ancora non a caso, Marx pretendeva che la dinamica sociale potesse ormai essere descritta, tramite la sua teoria, come un processo di storia naturale (Prefazione a Il Capitale). I soggetti umani avrebbero in fondo ubbidito alle leggi che reggevano tale processo. Certo, sussisteva la possibilit di modalit diverse di una attivit sociale comunque sempre indirizzata ad una trasformazione sostanzialmente comunistica; la sostanza poteva dunque conoscere differenti forme di manifestazione, in quanto per mere variazioni sul tema dellormai ineluttabile transizione al socialismo e comunismo. Levoluzione della societ umana avrebbe dunque necessariamente conosciuto un simile sbocco; il capitalismo era precisamente unepoca storica indispensabile al conseguimento di tale risultato, rappresentava lultima fase della preistoria dellumanit, dopo la quale sarebbe iniziata la vera Storia, quella degli uomini in grado di realizzare la loro piena cooperazione a scopi comuni senza pi sanguinosi e violenti contrasti. Si legga la Prefazione del 59, e lultimo paragrafo del cap. XXIV (sullaccumulazione originaria) del primo libro de Il Capitale; inutile nascondersi che questo era il pensiero di Marx. Dopo la schiavit antica e il servaggio feudale crebbe temporaneamente il libero lavoro individuale (dellartigiano e del piccolo conduttore agricolo). Trascorso un periodo di massima fioritura, tale forma produttiva venne progressivamente investita dal processo di espropriazione (la prima negazione) dei pi da parte dei meno che si appropriarono dei capitali e resero gli altri loro salariati. Grazie alla susseguente separazione tra potenze mentali e lavoro manuale, la cui unione artigianale rendeva asfittico il processo di lavoro, si svilupparono impetuosamente le forze produttive anche per merito del macchinismo industriale che consent un crescente intreccio tra scienza e produzione. La concorrenza tra capitalisti condusse alla centralizzazione dei capitali, pochi capitalisti emersero e molti andarono a fondo (diventando salariati); gli opifici industriali si ingrandirono sempre pi, la produzione si socializz in misura accelerata, braccio e mente si riunirono nel lavoratore (od operaio) combinato. Il capitalista si estrane sempre pi dal processo produttivo (di estrazione di plusvalore) e si crearono cos le condizioni oggettive della espropriazione degli espropriatori (la negazione della negazione), che sarebbe stata effettuata in modo rapido (storicamente) poich insita ormai nel corso naturale delle cose; pur se era necessaria una giusta dose di violenza in quanto levatrice di un parto ormai per maturo nelle viscere della societ capitalistica. Questa concezione della dinamica storica implica la tesi, poi seguita da tutto il marxismo (ivi compreso il leninismo, passivo in questa sua accettazione), del parassitismo del capitale finanziario posseduto da meri rentier e concentrato in grandi propriet monopolistiche. Tale supposto parassiti-

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smo tuttuno con la credenza di una generale e ormai permanente e irreversibile subordinazione degli apparati politici (e ideologici) ai capitalisti finanziari. Tesi talmente vischiosa che perfino laperta e chiarissima lotta dei nazisti contro la finanza dominante (e succube di quella americana), nella Repubblica di Weimar, non riusc ad essere decifrata e analizzata in termini marxisti, portando i confusi comunisti ad oscillazioni incredibili nei confronti della putrida sinistra dellepoca (socialdemocrazia) con accuse di socialfascismo, in un primo tempo, per poi giungere alla malamente interpretata e ancor peggio realizzata alleanza antifascista con essa che condussero alla loro piena sconfitta. Ho sopra rilevato come non esista alcuna oggettiva e deterministica deriva parassitaria della finanza; come essa non sia necessariamente padrona della situazione in ogni congiuntura; come il suo rapporto cio il rapporto dei gruppi di agenti strategici dominanti che utilizzano nella loro lotta il mezzo del denaro con i corrispettivi gruppi (interconflittuali) della sfera politica (e ideologica) sia differentemente caratterizzato in contingenze specifiche e diverse. Allinterno della sfera economica non sussiste alcun movimento necessitato di trasformazione; e tanto meno in direzione del comunismo. Gli agenti sociali di tale sfera gruppi dominanti (decisori) fra loro in lotta nonch in conflitto con i dominati (o non dominanti o non decisori) danno vita, nel loro antagonismo, a processi di mera riproduzione dei rapporti capitalistici e alle tipiche figure, impresa e mercato, degli stessi. Quanto pi acuto lo scontro, tra dominanti e tra questi e i dominati, tanto pi si verificano possibilit di crisi che tuttavia non implicano, deterministicamente, alcun trapasso ad altra formazione sociale. Per comprendere gli sbocchi del conflitto indispensabile cogliere i(l) conflitto(i) in questione nelle sfere politica e ideologico-culturale. Lintreccio tra i gruppi di agenti finanziari e quelli politici particolarmente decisivo per afferrare: a) se vi riproduzione del sistema cos comesso in una determinata epoca storica; b) se siamo invece in presenza in particolare nei noti suoi anelli deboli di dinamiche di transizione, i cui sbocchi possono essere riassunti in: b1) trasformazione dentro il capitale; b2) trasformazione contro il capitale. Diventa allora chiaro da tutto quanto precede che la trasformazione (rivoluzione) per nulla affatto un processo in qualche modo naturale, oggettivo, intrinseco al movimento riproduttivo dei rapporti sociali della produzione (compendiati nei rapporti tra proprietari capitalisti ormai rentier e i lavoratori salariati facenti parte delloperaio combinato) una singolarit, al cui interno non vigono leggi che rendono prevedibili con certezza gli eventi che vi accadono e il loro esito; questi dipendono invece in gran parte dallazione degli agenti politici (e ideologici) fra loro in conflitto. Sarebbe dunque un errore credere che lanalisi della singolarit (lanalisi concreta della situazione concreta) consenta di dedurre con improvvida certezza la direzione degli accadimenti che vi si svolgono; soltanto possibile delinearne le condizioni di base terreno dello scontro e modalit probabili dello stesso al fine di orientare lattivit di trasformazione cui dovrebbe dedicarsi la pratica politica (e ideologica) di nuovi soggetti; che, come sopra rilevato, possono muoversi contro o invece dentro il capitale. Non si creda nemmeno che sia semplice individuare quando le pratiche di tali nuovi soggetti in ogni caso rivoluzionarie, cio trasformatrici dellesistente sono indirizzate in un senso o nellaltro. Se ci fosse possibile, tutto risulterebbe allora facile; invece non vi nulla di pi complesso, incerto, sorprendente, dei processi in atto e dei loro sbocchi nellambito delle suddette singolarit. Gli errori si sprecano, la fortuna gioca un ruolo rilevante nel successo dellazione dei nuovi soggetti, e ancor pi nellindirizzarla verso risultati che non sono mai quelli propriamente voluti allinizio. 12. Il capitale finanziario in definitiva una espressione sintetica e solo in questo senso la impiego per indicare i flussi conflittuali che scorrono nel reticolo di rapporti tra gruppi di agenti strategici in lotta per la preminenza con larma del denaro (nelle sue svariate forme), flussi che si condensano (cosificano) in apparati vari di grandi dimensioni attuanti operazioni particolari. Gli apparati sono le imprese capitalistiche dello specifico settore finanziario ove, al di sotto dei ruoli dominanti esplicanti funzioni strategiche, agiscono quelli del management che persegue gli scopi di

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ogni e qualsiasi azienda: accrescere i ricavi e ridurre i costi, cio massimizzare i profitti. Che tale massimizzazione non sia fine a se stessa e soprattutto che essa non si consegua in ambito esclusivamente economico n con le sole metodologie della buona esecuzione (efficiente) del particolare processo di lavoro svolto in ogni dato ambito aziendale non conclusione cui sappiano giungere i gruppi manageriali dellimpresa. Quanto appena detto vale in generale e dunque anche per il management delle imprese finanziarie. Esso agisce tutto sommato come Pinocchio: seminare denaro onde raccoglierne di pi; a questa attivit, come fosse avulsa da altre, esso dedica le migliori energie. Si tenga inoltre conto che la circolazione di quella merce peculiare che la moneta, a parit di ogni altra condizione, pi semplice e scorrevole di quella di qualsiasi altra. In ogni caso, per non allungare il discorso, appare abbastanza intuitivo che chi usa lo strumento finanziario, lo considera in se stesso e tende ad espanderlo salvo leventuale intervento di altri organismi di controllo pi centralizzato senza troppo riguardo per gli equilibri sistemici. In linea generale, gli apparati del capitale finanziario, di per se stessi, tenderebbero alla moltiplicazione ipertrofica dello strumento da essi impiegato quale arma ai fini del loro reciproco conflitto nella specifica sfera sociale in cui agiscono. Il capitale finanziario cio, se agisse da solo, si autonomizzerebbe perdendo di vista il complesso (il sistema sociale). Esso non per mai solo e la conflittualit interdominanti assai pi complicata di quanto normalmente si pensi; il reticolo di flussi finanziari si intreccia con quelli delle altre sfere delleconomia, della politica, ecc. Lasciando cadere le banalit che si potrebbero dire sullandamento dei flussi monetari in relazione a quello della produzione reale, diventa fondamentale lanalisi dellinterrelazione tra agenti finanziari e politici. Anche in tal caso, ci sono per molti discorsi, teorici e pratici, che non centrano il problema. Solitamente si fa riferimento prevalente alla politica economica: di contenimento della circolazione monetaria per evitare linflazione o in funzione anticrisi con aumento della quantit di moneta nel tentativo di incrementare la domanda di beni e dunque la produzione. Non mi sembra si sia fatta sufficiente attenzione allintreccio tra agenti finanziari e politici nellambito di una pi complessiva politica di potenza, che certamente contiene al suo interno anche quella specificamente economica (con le due contrapposte finalit appena considerate). Per considerare tale aspetto della questione per indispensabile andare oltre le formulazioni teoriche relative ad un sistema economico capitalistico inquadrato secondo le sue caratteristiche tipizzate. E indispensabile allargare il discorso allo spazio (dellintero mondo o di sue parti rilevanti) occupato da pi sistemi interrelati, in genere ancora paesi o gruppi di questi uniti da particolari relazioni (come quelle sussistenti nella UE, ad esempio). E in questambito che vanno situate le analisi in termini di potenza e di eventuali rapporti di dominanza/dipendenza, o invece di pi o meno sorda o acuta conflittualit, tra dati sistemi (paesi o gruppi di paesi). Il rapporto tra finanza intrecciata al resto della sfera economica (branche industriali, commerciali, ecc.) e politica cambia aspetto in una visione di spazi pi ampi, suddivisi in tanti comparti (sistemi-paese) fra loro articolati secondo i suddetti rapporti di dominio e subordinazione o di reciproca conflittualit. Non si pu pi nutrire la convinzione, non soltanto marxista (si pensi a Hobson per fare un nome), che la finanza assuma, nel capitalismo monopolistico (pensato quale fase o stadio ormai permanente di tale formazione trattata in generale), una decisiva e irreversibile predominanza. Nemmeno per da teorizzare semplicemente che tale settore consenta, grazie alla liquidit dello strumento impiegato, la mobilitazione delle risorse con loro trasferimento dai settori pi tradizionali a quelli innovativi. Sia luno che laltro punto di vista sono parzialmente corretti, come altri ancora, in quanto si tratta di casi particolari del mutevole intreccio che si viene costruendo, disfacendo e ricostruendo in fasi temporali diverse e in differenti spazi della formazione globale (mondiale) tra i gruppi di agenti dominanti (quelli delle strategie), fra loro in lotta nelle tre sfere in cui si usa suddividere teoricamente la societ. Indubbiamente, il capitale finanziario non quello che solitamente viene designato da tale espressione (quello dei settori bancari, assicurativi, ecc.), ma va pi correttamente inteso come unione (o simbiosi nei termini di Lenin) tra apparati bancari e industriali. Indubbiamente in Germania,

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allepoca dellimperialismo, nella simbiosi predominava il capitale bancario. Negli USA, in specie dopo la grande crisi, prevaleva il capitale industriale; i grandi oligopoli di cui questo constava si autofinanziavano abbondantemente con i profitti ottenuti, si creavano spesso i loro istituti finanziari. Sappiamo inoltre che esiste differenza tra quel capitalismo, in cui i finanziamenti (per delle maggiori imprese, non dellintero sistema) vengono prevalentemente realizzati tramite emissioni di titoli negoziabili in borsa, e quello in cui ancora largo il ricorso ai settori bancari (una diversit che mi sembra oggi molto pi sfumata di quando Michel Albert parl di capitalismo anglosassone e renano). Potremmo del resto ricordare, andando oltre il problema di cui si sta trattando, che nel capitalismo statunitense il controllo reale (dei mezzi produttivi) spett a lungo (in parte ancor oggi) al management (da qui derivarono le ben note tesi di Burnham sulla rivoluzione manageriale) mentre in quello europeo, ma soprattutto da noi, tale controllo rimasto maggiormente garantito dalla propriet giuridica (formale); del resto, anche simili affermazioni sarebbero oggi da rivedere ampiamente. Tutte queste tesi, e tante altre che non ho n tempo n voglia di elencare, sono, lo ripeto, parzialmente giuste, nel senso che lo sono congiunturalmente, in determinate contingenze spaziali e/o temporali. Lunica vera conclusione generale mi sembra quella sostenuta in tutti i miei ultimi libri e scritti: nellambito del capitalismo (come del resto nelle forme precedenti di societ) il fine la supremazia. Non invece il profitto che solo un mezzo, tipico certo del capitalismo poich implica la penetrazione del conflitto per la supremazia entro la sfera economica, che si spezza, si frantuma, si disarticola in tante parti (dette imprese) fra loro in concorrenza (termine che attenua lasprezza della lotta, la fa passare per virtuosa). Proprio perch lo scontro reciproco laspetto generale del comportamento dei vari gruppi di agenti dominanti, mentre la cooperazione (meglio detto, lalleanza) subordinata alla finalit ultima, ne derivano alcuni corollari. Non esiste intanto una irreversibile centralizzazione monopolistica con tendenziale predominio di uno o pochissimi gruppi capitalistici; si verificano, nellaltalena del conflitto, diverse fasi (anche intere epoche storiche) di predominio di certi gruppi di dominanti (e di certi sistemi-paese) su altri, predominio che poi viene rimesso in discussione attraverso periodi di accentuato conflitto tra nuovi gruppi di dominanti (e tra nuovi sistemi-paese). Inoltre, la razionalit strumentale (del minimo mezzo) subordinata a quella strategica. La prima consente la generalizzazione di alcune leggi dellefficienza e la minuta analisi delle condizioni che rendono possibile il conseguimento di questultima. La seconda non ha leggi; forse qualche principio, ma sempre da adattare poi alla situazione concreta, che appunto quella che ho indicato quale singolarit. La ricchezza di mezzi certo importante per lattuazione delle strategie vincenti; e nel sistema capitalistico, in cui tutti i prodotti sono merci, i mezzi sono essenzialmente quelli monetari (nelle diverse forme). Tuttavia, la potenza non solo questione di disponibilit di mezzi, n bastano per il loro impiego le semplici regole dellefficienza. Tale disponibilit e tali regole sono senzaltro necessarie ma non sufficienti; non esiste correlazione diretta e lineare tra esse e lacquisizione della potenza. Ci si ricordi infine che questultima non il fine ultimo dellattivit strategica degli agenti dominanti; anchessa un mezzo sia pure quello pi decisivo per la conquista della preminenza. La potenza daltronde una miscela molto complessa; tanto complessa che non basta una elencazione degli elementi che la costituiscono. Per intenderci, diciamo che come la personalit di un individuo; se ne possono indicare molti aspetti, senza per mai pretendere di esprimere lintero, esaustivo, significato di ci che intendiamo con tale termine. 13. Tiriamo le fila, anche se molto resta da dire e dovr essere ancora chiarito e sviluppato in ulteriori studi. Parliamo di finanza con riferimento agli apparati che trattano della liquidit in svariati modi; tra tali apparati, quelli pi tradizionali e noti sono le banche, ma oggi tale comparto molto pi variegato di un tempo. Tuttavia, ci che conta la conflittualit tra i vari gruppi di agenti dominanti (quelli che ricoprono i ruoli e funzioni delle strategie); e indubbiamente nel sistema capitalistico, data la sua configurazione ormai generalmente mercantile, non sussiste conflittualit pos-

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sibile senza limpiego degli strumenti monetari. Che tale funzione sia svolta dai pi tradizionali istituti a ci adibiti, quali sono le banche, oppure dalle assicurazioni e da altri organismi che trattano attivit similari; o che tale liquidit sia invece nella disponibilit di grandi corporations industriali (e commerciali): tutto ci meno importante del fatto che il denaro divenuto, nella coscienza empirica degli individui viventi nelle nostre societ, il simbolo del successo e della potenza di chi ne detiene le pi ampie quantit. La coscienza empirica coglie ancora una volta verit parziali, monche, dunque spesso svianti. La potenza quale mezzo principe per conseguire la supremazia dipende da molti fattori (non esauribili in una semplice elencazione, come gi rilevato), che hanno comunque alla loro base un complesso intreccio tra funzioni finanziarie (esercitate, come appena rilevato, da istituti che gestiscono specificamente la liquidit, ma anche dalle grandi imprese industriali, ecc.) e politiche. Quando ad esempio si va incontro a fenomeni di rottura degli equilibri sistemici a causa di una ipertrofia finanziaria, evidente che i settori pi precipuamente addetti allimpiego del mezzo monetario hanno agito con eccessiva autonomia inseguendo i loro particolari fini, sfuggendo o aggirando i controlli degli agenti politici o invece prendendo il sopravvento sugli stessi (che questi processi si manifestino spesso nella forma di una crescente corruzione di questi ultimi agenti da parte di quelli finanziari, fenomeno importante ma non tale da dover essere qui sottoposto ad analisi). E solo il caso di aggiungere che, in tali congiunture, si verifica di solito una notevole confusione di ruoli e funzioni tra agenti strategici e management negli apparati specificamente finanziari (banche ecc.), con tendenza ad invertire i rapporti di mezzo/fine tra profitti e supremazia. La comprensione pi profonda degli squilibri che si creano nei rapporti cruciali tra agenti finanziari (bancari o industriali che siano) e politici, come pi sopra rilevato, richiede lallargamento dellanalisi alle relazioni tra formazioni particolari nellambito dello spazio rappresentato dalla formazione globale (mondiale o comunque di vaste aree del mondo). Troppo di frequente ci si ferma alla considerazione della formazione in generale (senza tempo n spazio), il pi delle volte concentrando lattenzione sulla mera sfera economica. Tuttavia, la critica alleconomicismo si in genere limitata a torcere il bastone nellaltro senso, enfatizzando la sfera politica o quella culturale, con effetti conoscitivi forse ancora pi devianti. Dagli apparati (i grossi corpi pi visibili al nostro sguardo teorico) indispensabile arrivare a cogliere, tramite il microscopio della ragione, i flussi reticolari di conflittualit che investono, in complesso intreccio fra loro, tutti e tre i territori in cui usualmente si divide il campo della societ. E per anche necessario fissare lo sguardo sugli addensamenti, le precipitazioni, che si producono entro tali flussi con formazione di gruppi di agenti, adibiti a ruoli e funzioni strategici, che si battono per la supremazia; con la consapevolezza che in questo combattimento si formano precisamente i grossi corpi: sia gli apparati di cui constano le varie sfere (imprese oligopolistiche, organismi vari ad impronta prettamente politica e culturale, ecc.) sia i sistemi complessivi (paesi) che si confrontano nellagone mondiale. Non sembra accettabile n la sola macrofisica (i suddetti grossi corpi) n la semplice microfisica, a mio avviso insufficiente al fine di individuare i gruppi di agenti dominanti (e i loro ruoli e funzioni specifici) che vanno aggrumandosi allinterno dei flussi conflittuali reticolari. Deve essere ben chiaro, allo studioso come al politico, che tali gruppi sono di pertinenza di tutte e tre le sfere sociali; non si pu decidere, una volta per tutte, quale sia la sfera predominante in quale delle tre si collocano gli agenti strategici dominanti in questo o quel sistema-paese e in questa o quellepoca (fase) storica della formazione globale e di quelle particolari da cui essa composta. Se per la potenza il mezzo per eccellenza al fine di conquistare la supremazia e questo carattere quello pi generale nellintera storia delle formazioni sociali in ogni tempo ne deriva che, in linea di principio, sempre laspetto politico ad emergere nellattivit degli agenti nelle tre sfere sociali: per questo motivo affermo che la preminenza viene assunta da quelli delle strategie (impiegate sia in economia che in politica e nellattivit ideologico-culturale) rispetto ai portatori della semplice razionalit strumentale (del minimo mezzo o massimo risultato).

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Se ne conclude che i movimenti e processi afferrati con pi facilit (dalla mera sensibilit empirica) sono quelli inerenti ai rapporti di forza tra apparati tipici delle tre sfere: imprese, organismi politici (e statali) e ideologico-culturali; da questi rapporti di forza tra apparati si fanno poi solitamente discendere quelli tra i gruppi occupanti i ruoli dirigenti negli stessi. In realt, andando pi a fondo mediante losservazione dei reticoli conflittuali e dei grumi (gruppi dominanti) che vi si addensano, si comprende che gli squilibri dei sistemi capitalistici in fasi storiche diverse e in diverse aree spaziali dipendono dai complessi rapporti intercorrenti tra razionalit strategica e razionalit analitico-strumentale; la prima di carattere in senso lato sempre politica (in qualsiasi sfera della societ venga applicata), la seconda sempre fondamentalmente economica: qui sta il nocciolo di verit della teoria neoclassica in quanto teoria delle scelte (e dei loro criteri di economicit) in qualsiasi settore esse vengano effettuate. Lo squilibrio (sistemico) deriva perci sia dallo scontro tra i vari gruppi dominanti (agenti delle strategie) interni alle formazioni particolari sia da quello tra queste ultime nella formazione globale o mondiale. Poich nel combattimento le varie strategie richiedono limpiego di mezzi vari, e poich questi sono generalmente merci la cui acquisizione necessita del loro duplicato monetario, la manifestazione pi appariscente dello squilibrio generato dalla lotta per la supremazia si verifica nei settori finanziari in senso stretto. Losservatore purtroppo anche quello marxista tradizionale sempre rimasto accecato da tale manifestazione cos visibile ad occhio nudo (per constatarla non vi gran che bisogno di coscienza teorica); per cui non mai riuscito a mettere a fuoco il processo cruciale che si svolge dietro ad essa, ha perci sempre creduto nella mera potenza del capitale finanziario, nel suo incontrastato predominio. Gli errori politici che ne sono seguiti paradigmatici quelli commessi dai comunisti tedeschi che, alleatisi infine con i socialdemocratici pienamente corresponsabili delle devastazioni compiute dai gruppi dominanti nella Repubblica di Weimar (con parecchi milioni di disoccupati e tanta fame), favorirono cos lascesa nazista sostenuta da un cospicuo appoggio popolare sono stati di una gravit inaudita; e non sembra siano stati ancora compresi. Quando scoppiano gravi crisi sistemiche a causa dellacuirsi dello scontro tra gruppi dominanti, si nota spesso che tra di essi vi sono in modo del tutto particolare nella sfera economica e finanziaria una serie di rapporti di alleanza trasversali rispetto alla loro appartenenza a questa o quella formazione particolare (sistema-paese). Nelle epoche policentriche, tuttavia, si arriva infine alla resa dei conti tra tali formazioni (per la predominanza); allora la politica sempre attiva anche attraverso le sue modalit belliche rende inoperanti tali alleanze, che tuttavia non sempre vengono veramente rotte, tanto che i contatti tra nemici perdurano sotterraneamente durante tutto il periodo dello scontro pi acuto e sono causa non ultima, ma mai apertamente visibile, della configurazione assunta dai rapporti internazionali alla fine dello stesso (questa la ragione per cui il vincitore non mira a distruggere completamente il perdente e questultimo non giunge alla ben nota conclusione: muoia Sansone ecc.). In ogni caso, nelle epoche in questione del tipo di quella (imperialistica) tra otto e novecento, di fatto chiusasi con la seconda guerra mondiale (la guerra fredda tra capitalismo occidentale e sedicente socialismo appartiene ad una storia un po differente, ancora da capire a fondo) le crisi sistemiche possono esplodere con particolare gravit, sia che assumano un carattere prevalentemente economico (tipo quella del 1929-33) o di scontro bellico (diretto o per interposta persona), sia che dilaghino a livello mondiale o invece si addensino con peculiari modalit (rivoluzioni: dentro o contro il capitale) in determinate formazioni particolari dellarea capitalistica (Russia, Italia, Germania, ecc.). Anche in tal caso, tratterei a parte i movimenti di liberazione nazionale, molti dei quali hanno assunto, nel secondo dopoguerra, alcune caratteristiche della lotta per il socialismo in aree non strettamente capitalistiche del sistema imperiale a predominanza statunitense. Nelle epoche che sono sostanzialmente monocentriche, almeno con riguardo alla formazione dei funzionari del capitale e in unepoca del genere si entrati nel 1945, con definitivo allargamento del monocentrismo a tutto il mondo dopo il 1989-91 le crisi sistemiche assumono spesso gravit notevole, e in esse si pone soprattutto in evidenza laspetto economico con particolare riguardo a

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quello finanziario, che prende solitamente il davanti della scena. La crisi si acuisce in realt a causa dello scontro tra gruppi dominanti; il suo controllo si indebolisce quando diminuisce (almeno relativamente) lefficacia delle funzioni degli agenti strategici e si rinvigorisce (sempre relativamente) quella delle funzioni miranti alla economicit, che impiegano la razionalit meramente strumentale tesa al massimo profitto, il che provoca spesso seri disturbi al pieno uso della potenza per mantenere o assumere la supremazia (in questo secondo caso si verifica solitamente un cambio di gruppi dominanti, con una serie di mutamenti tattici nellambito delle strategie di lotta ai fini del predominio). Crisi sistemiche della gravit di quella economica del 1929, dei due scontri bellici mondiali, delle rivoluzioni, ecc. si verificano generalmente nelle epoche effettivamente, e mondialmente, policentriche. Quando queste si chiudono, e si passa al predominio centrale di qualche formazione particolare (oggi gli USA), le crisi continuano a verificarsi, hanno nette somiglianze empiriche con le precedenti, ma difficilmente diventano cos devastanti. Dal 1945 ad oggi e i miei ricordi si spingono comunque fino ai primi anni 50 quando effettuai la mia decisa scelta di campo i marxisti e comunisti hanno sempre predicato lappressarsi della nuova catastrofica crisi del tipo di quella del 1929. Tali profezie errate dipendono dalla superficialit delleconomicismo marxista, dalla credenza che la causa ultima della crisi sia o il sottoconsumo o la sovrapproduzione o la caduta del saggio del profitto, ecc. Il tutto condito sempre con lattribuzione della predominanza al capitale finanziario, considerato inoltre un preciso sintomo dellormai definitiva putrescenza e parassitismo del capitalismo, che arriverebbe ad un punto in cui non riesce pi a sviluppare le forze produttive; e allora, come vaticinava perfino Marx, scoccherebbe lora della rivoluzione proletaria (o operaia). Per capire questa mentalit dei comunisti, sufficiente leggere la splendida poesia di Po-Chu-i, Luomo che sogn le fate (p. 170 delle Liriche cinesi, Einaudi), che termina con i versi: Triste luomo che vide in sogno le fate! / Con un unico sogno sciup lintera sua vita. Alcuni, per fortuna ormai pochi, continuano a sciuparsela in attesa del botto finale, magari oggi per merito dei crediti immobiliari (subprime) statunitensi. Il sogno dipende dalla convinzione che la razionalit fondamentale utilizzata nel capitalismo sia quella del minimax, sia pure tesa al massimo profitto e non al massimo soddisfacimento dei bisogni dei consumatori. In realt, una comprensione meno superficiale coglie invece la prevalenza di quella strategica tesa alla potenza quale mezzo per conquistare la supremazia. Se invece di ragionare in semplici termini di formazione in generale (peggio ancora fanno i marxisti: si fermano al modo di produzione capitalistico in quanto struttura tipica, atemporale, di ogni capitalismo), si introducono e tempo e spazio, analizzando la formazione globale con le sue componenti particolari nel suo periodico pulsare mono e policentrico, si comprende un po meglio perch dal 1945 ad oggi non si sia ancora verificata una grande crisi come quella del 1929; oltre a rendersi conto che comunque la crisi non la fine del capitalismo, ma solo un periodo di passaggio, a volte tattico a volte strategico, dalla predominanza di certi gruppi di agenti (delle tre sfere sociali, in non lineari n tanto meno semplici intrecci fra loro) a quella di altri gruppi. Se dovesse scoppiare oggi la sognata crisi e in fondo verrebbe da dire: tanto tuon che piovve si pu essere certi che da questa non sortirebbe affatto nemmeno linizio della fine del capitalismo n si verificherebbe la rivoluzione contro il capitale; sarebbe estremamente pi probabile, in specie in un anello debole della complessiva formazione dei funzionari del capitale qual lItalia, quella dentro il capitale (in fondo oggi, nel nostro paese, ci sono quasi tutte le condizioni sussistenti nella Repubblica di Weimar; manca proprio la grande crisi). In ogni caso, la mia convinzione che ci si stia avviando verso una nuova fase policentrica; al momento sembra che a questa si arriver con la crescita di nuove potenze ad est, mentre la tanto decantata UE appare sempre meno in grado di impensierire la preminenza USA (non penso per sia gi arrivato il momento di formulare previsioni con un accettabile grado di probabilit). Man mano che gli elementi di policentrismo cresceranno nellambito della formazione mondiale, direi che le crisi dovrebbero farsi pi acute e pregnanti. Non si realizzeranno certo ineluttabilmente, oggettivamente, per motivi del tutto en-

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dogeni allo sviluppo capitalistico i sogni comunisti circa la fine del capitalismo; ma si andranno addensando le nubi del conflitto tra dominanti, in particolare tra quegli interi che sono le formazioni particolari; ed in queste nubi che pu prodursi il fulmine. Non c alcun parto ormai maturo nelle viscere del capitalismo come non c alcun intrinseco parassitismo finanziario in nessuna fase della complessa evoluzione spazio-temporale di tale forma sociale. Per concludere dunque, affermo che sviante una qualsiasi analisi in generale del capitale finanziario; ancor peggio se lo si considera caratteristica dominante di un vero e proprio stadio di sviluppo del capitalismo. Dobbiamo analizzare le strategie di conflitto tra i gruppi di agenti dominanti nelle tre sfere sociali, tenendo debito conto che: a) ogni strategia, in qualsiasi sfera sociale si svolga, una politica; b) limpiego dello strumento monetario per qualsivoglia politica ineliminabile, data la forma generalmente mercantile assunta dalla produzione capitalistica. Tale strumento per soltanto coadiuva il conseguimento mediante attuazione nel conflitto delle pi abili strategie (e la maggiore o minore abilit non in correlazione diretta e lineare con il possesso di denaro) della potenza, che il mezzo decisivo ai fini dellassunzione di una supremazia. Lanalisi del capitale finanziario, in se stesso considerato (quale presunto settore predominante del capitale complessivo), dunque monca e ingannevole, e conduce a conclusioni talmente semplicistiche e schematiche da indurre ad errori politici catastrofici. Bisogna dunque tornare alla analisi concreta della situazione concreta; comprendendo per che tale affermazione non implica alcun disprezzo della teoria n tanto meno la sopravvalutazione del buon senso empirico (diciamo pure: praticone). Si tratta solo di tenere conto che lanalisi (scientifica) pu soltanto contornare, per quanto il pi minutamente possibile e con grande dovizia di particolari, una singolarit; questa non in effetti una autentica concretezza, semplicemente una situazione individuale che non pu essere conosciuta con indubitabile precisione tramite mera deduzione da legalit generali. C sempre un di pi (o forse, detto meglio, una diversit). In ogni caso, contorniamo sempre pi da vicino tale situazione, anche perch le sensazioni sembrano indicare che ci si sta progressivamente avviando verso una nuova fase policentrica, di solito assai pi ricca di singolarit rispetto alla presente epoca. Settembre 2007

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