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Contemporanea / a. II, n. 4, ottobre 1999
B E R S A G L I O
Georg Kamphausen, Paolo Pombeni, Pierangelo Schiera, Johannes
Weiss discutono
Scritti politici
di Max Weber
Georg Kamphausen
Tra Stato e societ
Unalterna fortuna
Lintenzione dellautore era quella di ri-
spondere con questi scritti alle esigenze
dellattualit, ma la loro efficacia non si li-
mita alloccasione per la quale furono con-
cepiti. Per generazioni manterranno una
loro forza vitale come fonte di educazione
per il pensiero politico nazionale tedesco.
Le speranze di Marianne Weber non si rea-
lizzarono. Gi la generazione disorientata
del dopoguerra, in cerca di unalternativa
alla politica e non di unalternativa politica,
non fu pi disponibile a mettersi alla scuola
del precettore politico Max Weber. Anche
la seconda edizione, apparsa nel 1958, degli
Scritti politici, ebbe scarsa risonanza. Vice-
versa, Weber ritorn in Germania dallAme-
rica sotto le vesti di sociologo e di liberale e,
nel vero senso della parola, reso presenta-
bile nella buona societ. Fu il centenario
della nascita (1964) a dare inizio, in Germa-
nia, a quella rinascita di Weber che venne
accompagnata dalla riscoperta dei suoi
scritti politici, ma anche dal riproporsi di
una vecchia domanda: se nel caso di Weber
si avesse a che fare con un autore liberale
1
oppure con il problema del liberalismo. La
vera e propria industria sorta intorno alla
figura di Weber negli ultimi due decenni lo
considera infine il padre fondatore e il mae-
stro delle pi svariate scuole e tendenze so-
ciologiche. Il suo nome ormai onnipre-
sente e lo si trova anche citato a proposito di
temi e questioni che non ha mai toccato.
Dalla met degli anni 70 varie voci si sono
per levate a chiedere una nuova filologia
weberiana e a interrogarsi sul tema unifi-
cante (F.H. Tenbruck) e sul problema rea-
le di Max Weber (W. Hennis).
Il rinnovato interesse per Weber come
homo politicus, sembra conoscere in Italia
una grande fioritura, come mostrano que-
M. Weber, Scritti politici, a cura di Angelo Bolaffi, Roma, Donzelli, 1998; M. Weber, Scritti politici, a cura di
Gianfranco Poggi, Roma, Seam, 1998.
1
In Germania ci sono princpi che attirano odio e discredito. Ma il liberalismo lunico ad essere addirit-
tura disprezzato, aveva scritto O. Spengler in Preuentum und Sozialismus, Mnchen, 1924, p. 35.
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ste due, quasi identiche, edizioni dei suoi
Scritti politici. Entrambe riproducono circa
un terzo degli scritti raccolti e pubblicati da
Marianne Weber, con laggiunta di pochi al-
tri testi presi da Wirtschaft und Gesellschaft
e da Der Sozialismus. Le omissioni riguar-
dano principalmente gli scritti legati allat-
tualit e si giustificano per il fatto che le tra-
duzioni dovrebbero avere come lettori so-
prattutto studiosi di sociologia interessati
alla storia della disciplina e ad uno dei suoi
pi importanti classici. Ma gli storici italia-
ni che sinteressano di storia della Germa-
nia dovranno anche in futuro consultare
ledizione tedesca. Tra le due edizioni, quel-
la di Angelo Bolaffi, dotata di una introdu-
zione molto bene informata (Max Weber o
dellambiguit), di un utile indice analitico,
di una nota biografica e di un elenco delle
traduzioni italiane, appare pi convincente,
mentre quella a cura di Gianfranco Poggi
(pi breve e senza rinvii) presenta unintro-
duzione un po smilza, offre una minor
quantit di apparati e una bibliografia poco
pratica per la sovrabbondanza di titoli su
Weber.
Il problema del potere
Gli scritti politici di Weber sono cosa diver-
sa dalla sua sociologia politica, insieme di
testi eterogenei sparsi per lintera sua ope-
ra. A prescindere dal fatto che vengono re-
golarmente trascurati testi importanti
come per esempio le proposte weberiane in
merito ad una sociologia dellassociazioni-
smo la lettura degli scritti politici noti
come sociologia del potere
2
in genere
selettiva e frammentaria. Finora non si
riusciti a venire a capo, in modo convincen-
te, dellequivocit e ambiguit di Weber, e
neppure a illuminare le connessioni che in
lui intercorrono tra sociologia della religio-
ne, teoria della scienza e sociologia del po-
tere.
La questione del rapporto tra religione,
scienza e politica e il connesso problema
della carenza di leadership nellepoca del
capitalismo moderno, sorsero in Weber da
una diagnosi basata sullidea delleffetto li-
vellatore delleconomia e di un vasto pro-
cesso di burocratizzazione. La delusione,
tinta di pessimismo culturale, per la perdita
di istituzioni guida, si univa in Weber e in
tanti suoi contemporanei alla convinzione
che soltanto uno Stato forte fosse in grado di
dominare le caratteristiche della futura ci-
vilt.
Nellarco delle riflessioni di Weber compre-
so tra la prolusione allUniversit di Fribur-
go e la conferenza di Monaco sulla Politica
come professione, il concetto di potere veni-
va accolto per determinare lo spazio politi-
co. Dovunque il concetto di Stato si sovrap-
poneva a quello di politica
3
. Pur serbando
una forte antipatia nei confronti di Heinrich
von Treitschke, Weber condivideva con lo
storico tedesco lidea che la negazione del-
la propria forza rappresenta per lo Stato
precisamente il peccato che non pu essere
perdonato
4
. La realt della vita umana
consisteva per Weber in una permanente
lotta per lesistenza, inevitabile e violenta; e,
2
Secondo la definizione che appare in Wirtschaft und Gesellschaft.
3
M. Httich, Der Begriff des Politischen bei Max Weber, in Politische Vierteljahsschrift, 8/1967, pp. 40-50.
4
H. von Treitschke, Politik, Vorlesungen gehalten an der Universitt zu Berlin, I, Leipzig, 1899, p. 34.
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di conseguenza, laspirazione alla pace e
alla felicit gli appariva una speranza uma-
na tanto generosa ed onesta quanto perfet-
tamente illusoria, fondata su un inteneri-
mento dellanima di natura insopportabil-
mente piccolo-borghese, mossa dalla con-
vinzione di poter sostituire gli ideali politici
con quelli etici, e dalla successiva ingenua
identificazione di questi con ottimistiche
speranze di felicit. Il criterio ultimo della
politica nazionale non per la felicit del
cittadino ma la ragion di Stato. Limpegno al
servizio degli interessi di potenza della na-
zione grande politica che nasce dalle
grandi passioni; viceversa, la politica che si
pone al servizio dellaspirazione alla felicit
un molle eudemonismo, frutto di una de-
generazione degli istinti politici naturali.
Per Weber, lidea che la socializzazione
economica come tale dovesse produrre ne-
cessariamente lo sviluppo di persone inti-
mamente pi libere o di ideali altruistici,
non era sostenuta dalla pi piccola plausi-
bilit
5
. Chi intende far politica e in partico-
lare chi intende far politica come professio-
ne, si fa complice dei mezzi diabolici che
ineriscono ad ogni violenza [...]. Chi va in
cerca della salvezza della propria anima o
di quella degli altri, non la deve cercare per
le strade della politica, che ha compiti affat-
to diversi, tali che si possono perseguire
unicamente con la violenza
6
.
Di conseguenza, la politica per Weber lar-
te di trasformare le occasioni in eventi, qua-
li possiamo attenderci soltanto dalle grandi
personalit, dalle guide carismatiche in
grado di infrangere la routine quotidiana.
Poich invece la burocrazia appare il desti-
no ineluttabile della nostra epoca, sorge la
domanda decisiva: com ancora possibile,
di fronte alla tendenza invincibile alla buro-
cratizzazione, salvaguardare i residui di
una forma di libert in qualche misura indi-
vidualistica? Abbiamo un impegno e un do-
vere ferreo di fronte alla storia, secondo
Weber, di opporci allinondazione del mon-
do da parte di due forze dilaganti: i regola-
menti dei funzionari russi, da un lato, e, dal-
laltro, le convenzioni della society anglo-
sassone. Ma ci che la burocrazia in nessun
modo e in nessun tempo pu dare la guida
politica. La richiesta weberiana di una par-
lamentarizzazione coerente mirava in so-
stanza a una svolta cesaristica nella selezio-
ne dei leader, cio ad una conciliazione tra
teoria delle lite e liberalismo, che doveva
impedire una politica di rilassatezza na-
zionale.
Dunque, il liberalismo di Weber aveva
unimpronta tuttaltro che anglosassone.
Buona parte di quellambiguit rinvenuta
nel Weber politico da Angelo Bolaffi altro
non , in ultima analisi, che il risultato del
fatto che nella sociologia del potere webe-
riana manca interamente la dimensione
del civile. Ha quindi pienamente ragione
Dolf Sternberger nel sostenere che proprio
Max Weber ha legato cos strettamente il
criterio della legittimit alle forme di domi-
nio da lasciar fuori quasi completamente
dal proprio orizzonte lintero campo delle
forme di governo associative, civili, demo-
5
Gesammelte politische Schriften, Tbingen, 1971
3
, pp. 61 ss.
6
Ibidem, p. 345.
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cratiche con la loro specifica legittimit
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Secondo Stenberger, largomentazione di
Weber tende in fondo allidea che i liberi
patti abbiano comunque un carattere solo
fittizio e auto-ingannevole, e che la vera so-
stanza della politica sia sempre la coerci-
zione, cio il dominio. Nella tipologia webe-
riana del potere legittimo non prevista
una legittimit di origine democratica. A
confronto con lo Stato burocratico la demo-
crazia gli appare, bens, superiore e pi po-
tente, poich promette di garantire nello
stesso tempo governo forte e consenso po-
polare. Tuttavia, non si deve eccedere nel
misurare il concetto weberiano della politi-
ca soltanto con il metro di una concezione
politica occidentale, liberal-giusnaturalisti-
ca
8
. Un tal metodo pu forse soddisfare la
political correctness, ma contribuisce assai
poco alla comprensione della sua sociolo-
gia politica.
Matrici religiose
dellindividualismo
La chiave della sociologia politica di Weber
si trova piuttosto negli studi comparatistici
di sociologia della religione, poich linte-
resse di Weber per le sette puritane, ma so-
prattutto il suo entusiamo per il vitalismo
americano costituiscono in fondo laltra
faccia della sua critica e delle sue recrimi-
nazioni nei confronti della Germania impe-
riale. Il nesso tra puritanesimo e capitali-
smo gli si era svelato a proposito dellInghil-
terra, trovandosi daccordo con Carlyle che
nel capitalismo potesse scorgersi una spe-
cie di sostituto secolarizzato dellascesi pu-
ritana
9
. Per motivi non solo economici o so-
ciali, ma soprattutto religiosi e politici, rim-
piangeva che la sua nazione non avesse
mai attraversato, in nessuna forma, la
scuola del duro ascetismo, convinto che in
questa mancanza di autodisciplina si tro-
vasse la fonte di tutto ci che mi appare
odioso in lei (e in me stesso)
10
. Ancor pi
destava il suo interesse il fondamento indi-
vidualistico di un atteggiamento scettico e
anti-autoritario nei confronti di tutte le au-
torit dello Stato. Proprio il modo e lam-
piezza con cui Weber analizza la differenza
tra luteranesimo e calvinismo e la con-
gruenza tra liberalismo religioso e liberali-
smo politico, portano il segno della sua sof-
ferenza critica nei confronti dellincapacit
di decisione politica della borghesia tede-
sca, e della sua disperazione di fronte alla
cultura politica autoritaria dellImpero ger-
manico. Diversamente dagli Stati Uniti, in
Germania il liberalismo politico era costret-
to, secondo Weber, a formulare le proprie
rivendicazioni di libert contro le istituzioni
ecclesiastiche e non insieme a loro. La per-
manente indifferenza del liberalismo poli-
tico nei confronti della religione
11
aveva
favorito in Germania una forma di Chiesa-
di-Stato che era andata solo a beneficio del-
7
D. Sternberger, Begriff des Politischen, in Die Politik und der Friede, Frankfurt a. M., 1960, p. 82.
8
In proposito cfr. W. Hennis, Max Webers Fragestellung, Tbingen, 1987.
9
Zwischen zwei Gesetzen, in Die Frau. Monatsschrift fr das gesamte Frauenleben in unserer Zeit, 1915-
1916, pp. 277-280.
10
Lettera ad A. Harnack, in Briefe 1906-1908, II/5, pp. 32-33.
11
R. Wielandt, Der politische Liberalismus und die Religion. Eine Mahnung an den deutschen Liberalismus,
Gttingen, 1908, p. 3.
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la grandezza e della libert della teologia
tedesca. Mentre il calvinismo si era rivelato
ovunque un agente liberalizzatore, in Ger-
mania aveva generato uno specifico raffor-
zamento dellidea luterana dello Stato. Me-
diante gli esempi dellInghilterra e del-
lAmerica Weber cercava di dimostrare per-
ch e attraverso quali vie culturali lenergia
politica si potesse, in fondo, soltanto nutrire
di unenergia religiosa. Invece in Germania
il potere politico era rimasto legato al prin-
cipio organizzativo della tradizione, diame-
tralmente opposto a quello della razionali-
t. Il luteranesimo aveva sbarrato la strada
sul piano etico-religioso ad una religione
capace di allargare lo spazio di libert del
cittadino. Weber era convinto che in Ger-
mania qualsiasi forma di liberalismo do-
vesse risolversi in antagonismo nei con-
fronti delle comunit religiose e fosse desti-
nato al fallimento proprio in ragione di que-
sto antagonismo con la religione. Ma una
trasformazione delle condizioni religiose,
che Weber considerava il necessario pre-
supposto della liberalizzazione della si-
tuazione tedesca, non poteva venir facil-
mente realizzata o predisposta intenzional-
mente.
Liberalismo ed elitarismo
Lindividualismo non dunque per Weber il
risultato di libert concesse, ma, da un lato,
il prodotto collaterale e inintenzionale di un
processo dogmatico (il calvinismo, lana-
battismo), e, dallaltro, il prodotto di un am-
biente sociale specifico, basato in maniera
non marginale su unalta aliquota di costri-
zione psichica, di controllo sociale e di au-
todisciplina. Solo un particolare tipo umano
vocato alla libert, e solo condizioni socia-
li e costellazioni istituzionali molto partico-
lari possono creare determinati spazi di li-
bert. Ogni individualismo si fonda perci
su una selezione e soltanto lautodiscipli-
na rende possibile la libert. La definizione
weberiana del liberalismo come una de-
mocrazia del capo (Fhrerdemokratie) or-
ganizzata in forma concorrenziale, collega-
va la tendenza elitistica del suo tempo (alla
Nietzsche) con la tradizione politica libera-
le. Il carisma del capo eletto direttamente,
cio plebiscitariamente, dal popolo sem-
brava a Weber la miglior garanzia per im-
pedire il condizionamento della leadership
politica attraverso la mediazione degli ap-
parati burocratici e degli interessi organiz-
zati
12
. Poich non lassemblea pluricefala
del parlamento, in quanto tale, che pu go-
vernare e fare politica. Questo fuori di-
scussione ovunque, anche in Inghilterra.
Lintera massa dei deputati funge solo da
seguito dellunico o dei pochi leader che
formano il gabinetto, e a loro obbediscono
ciecamente finch hanno successo. Cos
deve essere. sempre il principio del pic-
colo numero, cio la superiore capacit di
manovra politica dei piccoli gruppi di co-
mando, a dominare lazione politica. Que-
staspetto cesaristico ineliminabile (negli
Stati di massa)
13
. Resta quindi la sola alter-
nativa tra democrazia del capo con mac-
china politica o la democrazia senza capo,
12
Cfr. W. Mommsen, Zum Begriff der plebiszitren Fhrerdemokratie bei Max Weber, in Klner Zeit-
schrift fr Soziologie und Sozialpsychologie, 15, 1963, pp. 295-322, in particolare p. 302.
13
Gesammelte politische Schriften, cit., p. 348.
158
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cio il dominio dei politici di mestiere senza
mestiere, senza le qualit personali cari-
smatiche che fanno appunto il capo
14
. La
guida di una parte politica per mano di un
capo plebiscitario produce la spersonaliz-
zazione dei seguaci, la loro proletarizza-
zione spirituale, come si potrebbe chiamar-
la. Per servire al capo come apparato, essi
devono obbedire ciecamente, essere mac-
china nel senso americano del termine
15
.
Sappiamo che furono ragioni di natura pu-
ramente tecnico-utilitaristica a indurre We-
ber a prendere le difese della democrazia
parlamentare. Come strumento di controllo
di una burocrazia amministrativa avida di
potere e come strumento adatto alla sele-
zione e alla formazione dei leader politici
nelle condizioni poste dalla democrazia di
massa, la trasformazione del sistema in
senso parlamentare gli sembrava la via ca-
pace di creare i presupposti interni di unef-
ficace politica da grande potenza della Ger-
mania. In una lettera a Herbert Ehrenberg
aveva scritto: Me ne infischio totalmente
della forma di governo, a condizione che
siano esclusivamente dei politici e non dei
dilettanti gonfiati come Guglielmo II e simi-
li a governare il paese. Non vedo altra stra-
da che una radicale parlamentarizzazione
quand mme per togliere di mezzo questa
gente. I funzionari pubblici devono essere
sottoposti al parlamento. Totalmente e sen-
za riserve. Sono dei tecnici [...]. Da noi si
permettono di fare politica e abbiamo visto
con quali risulati! [...]. Le forme dello Stato
sono per me delle tecniche, come qualsiasi
altro marchingegno. Mi batterei allo stesso
modo contro il parlamento e a favore del
monarca se questi fosse un politico o la-
sciasse sperare di diventarlo
16
. La quanti-
t del disprezzo che ci tocca allestero come
nazione [...] per il fatto che sopportiamo
questo regime di un uomo di tal fatta, in
realt diventata un fattore di straordinaria
importanza della politica internazionale
17
.
Nel 1917 scriveva: Se ci fosse la minima
probabilit che per la massima carica sor-
gesse sempre un nuovo Bismarck, allora il
cesarismo, cio la forma di governo del ge-
nio, sarebbe la costituzione pi appropriata
per la Germania
18
.
Il nesso nascosto tra scienza
e politica
Se i collegamenti tra la sociologia della reli-
gione e la sociologia politica sono in Weber
facili da rintracciare, occorre uno sguardo
pi acuto per scorgere che anche la dottrina
weberiana della scienza risulta essenzial-
mente influenzata dalla sua sociologia del
potere. In effetti il pensiero dominante
dellepoca, che intendeva corrispondere
alle esigenze dei tempi, mirava ad un or-
dine della realt di natura concettuale, che
non rifletteva la realt stessa, per farla sot-
tostare, invece, alla volont degli attori.
Il pathos weberiano per loggettivit come
pure il suo individualismo metodologico si
14
Ibidem, p. 532.
15
Ibidem, p. 544.
16
Lettera del 16 aprile 1917, ibidem, pp. 469-470.
17
Lettera a F. Naumann del 14 dicembre 1906, in Briefe 1906-1908 cit., p. 202.
18
Gesammelte politische Schriften, cit., p. 314, citato da D. Sternberger, Begriff des Politischen, cit., p. 61.
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basano su di una teoria eroica della cono-
scenza, e, in fin dei conti, sulla logica cari-
smatica della sua dottrina della scienza
(Eric Voegelin). Anche qui entra in gioco il
potere, pi esattamente il potere della pa-
rola. Di conseguenza i concetti sono priori-
tariamente degli strumenti, mezzi specula-
tivi finalizzati allo scopo di dominare intel-
lettualmente il dato empirico. In ultima
analisi, ogni verit scientifica, anzich nei
fatti, trova il suo fondamento nella volont
conoscitiva del soggetto. Secondo Weber,
lobiettivo delle scienze umanistiche non
pu quindi consistere nella costruzione di
un sistema complessivo di concetti atto a
comprendere la realt in un ordine definiti-
vo, base di successive deduzioni. A proposi-
to della possibilit di utilizzare concetti cor-
rispondenti a dati reali in campo sociologi-
co, aveva dichiarato: Non esistono concetti
storici definitivi. Tuttavia non sono dispo-
sto a seguire la vanit degli autori di oggi
che trattano la terminologia usata da altri
pi o meno come trattano il proprio spazzo-
lino da denti. La sociologia weberiana del
potere non era e non voleva essere una dot-
trina definitiva delle categorie del Politico o
dello Stato. Dal momento che lo stesso We-
ber aveva cos esplicitamente collegato la
validit dellenunciato scientifico al tempo
della sua formulazione, lecito e doveroso
chiedersi che cosa avrebbe da dire ai no-
stri giorni, quando sono profondamente
mutate le condizioni dellagire politico.
Leconomia non diventata forse da tempo
il nostro destino? E la globalizzazione non
ha radicalmente ristretto la presa e le pos-
sibilit creative della politica? Che cosa ri-
mane allora degli Scritti politici di Weber?
A mio parere la definizione weberiana del
liberalismo come democrazia del capo or-
ganizzata in forma concorrenziale la te-
stimonianza di una concezione politica de-
mitizzante, che oggi ancora conserva il suo
fascino
19
. Il problema della selezione dei
leader, della formazione delle lite e della
loro comunicazione conserva la stessa at-
tualit dei tempi di Weber. Possiamo anco-
ra apprendere da lui che si deve pensare la
politica non tanto come un sistema, ma
soprattutto come una tecnica culturale
(Kulturtechnik) costantemente modificabi-
le. Bisognerebbe invece guardarsi dai ten-
tativi ingannevoli di esaltare nel nome di
Weber ci che in Germania si chiama po-
litica senza illusioni, come pure dalla dif-
fusa tendenza a cercare in lui delle rispo-
ste a questioni che non si mai posto. Non
certo il caso di mettere da parte lautore
di questi scritti politici, ma non sarebbe
una cattiva idea far conoscere anche altri
autori.
(trad. it. di Ch. Liermann)
19
Cfr. A. Anter, Max Webers Theorie des modernen Staates, Berlin, 1995, in particolare: Max Webers Ambi-
valenz, pp. 221 ss.
160
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Paolo Pombeni
La Politica di Weber
Appaiono, a non grande distanza di tempo
luna dallaltra, due edizioni degli Scritti poli-
tici di Max Weber. La prima, di un piccolo
editore romano (la SEAM), sostanzialmen-
te la ristampa di una precedente versione
1
a
cui ora premessa una introduzione di
Gianfranco Poggi; la seconda invece una
nuova versione degli scritti, tradotti per loc-
casione e con un saggio introduttivo di Ange-
lo Bolaffi. I testi presentati nei due volumi
differiscono solo in maniera tutto sommato
marginale: la prima raccolta include due
scritti sulla questione della colpa che inve-
ce i curatori delledizione Donzelli hanno ri-
tenuto di escludere, mentre in questultima
compaiono due scritti del 1918 su aristocra-
zia e democratizzazione in Germania e nella
vita americana, nonch un breve testo sulla
questione del processo al conte Arco-Valley,
assassino del presidente bavarese Eisner; in-
fine vi sono due scelte di inclusione pi im-
pegnative e cio la celebre conferenza sulla
politica come professione e il paragrafo sulla
nazione che comparve per la prima volta po-
stumo nelledizione di Economia e societ.
Diciamo subito che i due libri sono ben di-
versi come impegno editoriale: piuttosto ar-
tigianale quello della SEAM (ricco fra laltro
di un buon numero di refusi), con una in-
troduzione affidata ad un importante stu-
dioso come Poggi che per ha dato un lavo-
ro chiaramente scritto con la mano sinistra;
con ambizioni quello della Donzelli, che ha
brevi introduzioni ai testi, un piccolo appa-
rato di note per ciascuno, e che aperto da
un impegnativo saggio di Bolaffi.
Neppure questultimo volume ci fa per fare
un salto di qualit nella disponibilit in ver-
sione italiana degli scritti weberiani in tema
di politica: sia perch lapparato critico a
mio giudizio troppo limitato e modesto, sia
per la scelta interpretativa che lintroduzio-
ne di Bolaffi sembrerebbe privilegiare.
Su Weber non mancano certo materiali di
discussione, ampiamente disponibili non
solo in lingua tedesca; sul pensiero politico
dello studioso di Heidelberg abbiano in ver-
sione italiana i due fondamentali saggi di
Wolfgang Mommsen
2
e di David Beetham
3
,
per tacere della biografia scritta dalla mo-
glie
4
, anchessa indispensabile, al di l delle
ovvie avvertenze critiche che la sua lettura
richiede, per tutti gli studiosi di questo
tema. Altri scritti politici, e di grande im-
portanza, circolavano gi da tempo in ver-
sione italiana
5
. chiaro che qualsiasi nuo-
1
Catania, Giannotta, 1970 (con un saggio introduttivo di Antonino Bruno).
2
W. Mommsen, Max Weber e la politica tedesca, Bologna, Il Mulino, 1993.
3
D. Beetham, La teoria politica di Max Weber, Bologna, Il Mulino, 1989.
4
M. Weber, Max Weber. Una biografia, Bologna, Il Mulino, 1995.
5
Lovvio rinvio va agli scritti: La politica come professione, pubblicato in Il lavoro intellettuale come profes-
sione, Torino, Einaudi, 1966 (con nota introduttiva di Delio Cantimori e traduzione e cura di Antonio Giolit-
ti); ed allo studio su Parlamento e governo che apparve da Laterza gi nellimmediato primo dopoguerra e
che stato poi riedito a cura di F. Fusillo nel 1982; Questo stesso testo, con laggiunta di altri quattro impor-
161
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va disponibilit di materiali di un autore
cos importante fruibili per un largo pubbli-
co benvenuta, ma bisogna anche interro-
garsi sul perch in Italia non si riesca a di-
sporre di edizioni veramente critiche del-
le opere weberiane, specialmente per quel-
le tra esse che sono di pi difficile lettura.
Questo certamente il caso della produzio-
ne del Weber politico, come ripeto non
tanto per alcuni passaggi centrali ben cono-
sciuti e disponibili ormai da ventanni, ma
per quella parte della sua opera etichettabi-
le in questa sezione (ammesso, ma certo
non concesso, che Weber sia leggibile per
sezioni). Come noto la produzione del
grande studioso , particolarmente nel caso
degli interventi iscrivibili nella categoria
degli scritti politici, molto frammentaria
e, per cos dire, occasionale: prevalgono gli
interventi pi o meno militanti, dove tut-
tavia lo studioso con la sua tormentata ri-
flessione sui principi fa continuamente ca-
polino, presentando frammenti del suo per-
corso di ricerca; le datazioni pesano in ma-
niera significativa, perch il disincanto
(per usare questo termine weberiano) da
un certo modo di intendere la politica con-
seguente alla vicenda bellica ha un ruolo
che non si pu dimenticare; il carattere
non scientifico degli scritti non consente
di individuare facilmente i riferimenti e le
letture che stanno dietro ad un autore tanto
onnivoro e dalla memoria di ferro, quanto
spesso dimentico di indicare le sue fonti.
Insomma mi sembra che una lettura inge-
nua di Weber abbia ormai un senso limita-
to e finisca per cadere in ogni sorta di tra-
nelli. Ne indicher uno, per spiegare al let-
tore il mio pensiero. Bolaffi nella sua intro-
duzione (pp. XXI-XXII) segnala una possi-
bile connessione tra la diagnosi della de-
mocratizzazione sviluppata da Tocqueville
nei suoi studi sulla Democrazia in America
e la teoria weberiana della Demokratisie-
rung. Eccolo allora interrogarsi se Weber
conoscesse Tocqueville e citare la testimo-
nianza della moglie che lo riteneva plausi-
bile pur non essendo in grado di fornirne
alcuna prova. A me non sembra oggi pi
possibile porre la questione in questi termi-
ni, perch noi abbiamo gi una testimo-
nianza certa su una fonte che impression
Weber a questo proposito, che il James
Bryce di The American Commonwealth (un
libro dedicato proprio al problema della
democratizzazione come tema centrale
dello sviluppo moderno). Gi molti anni
fa lo studioso americano L.A. Scaff, che ave-
va esaminato a Torino la corrispondenza
fra Weber e Michels, aveva notato come il
maestro raccomandasse al suo discepolo di
tenere in gran conto nel suo studio sui par-
titi lopera di Bryce
6
. Oggi quelle lettere
sono edite nella Gesamtausgabe
7
e possia-
mo misurare limportanza della faccenda
anche dal rimprovero finale di Weber a Mi-
chels che si era in ultimo arreso a dare
unocchiata allopera di Bryce, ma ne aveva
tanti contributi del periodo critico della guerra e primissimo dopoguerra stato edito, con una prefazione di
W.J. Mommsen da Einuadi nel 1982.
6
Cfr. L.A. Scaff, Max Weber and Robert Michels, in American Journal of Sociology 89, 1981, pp. 1269-1286.
7
Cfr. M. Weber, Briefe 1906-1908, Tbingen, Mohr, 1990 (GA, vol. 5/2), pp. 57, 99, 618; M. Weber, Briefe
1909-10, Tbingen, Mohr, 1994 (GA, vol. 6), pp. 200, 761.
162
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utilizzata unedizione ridotta, cosa che non
era stata ritenuta sufficente. Sempre dai vo-
lumi delle lettere sappiamo che riferimenti
a Bryce si trovano anche in una lettera di
Weber a Jellinek, ed anche questo un dato
non secondario.
Non si tratta di pignolerie filologiche. Bryce
la via attraverso cui Weber entra in contat-
to con la grande discussione europea sulla
democratizzazione inevitabile e sullo svi-
luppo del costituzionalismo moderno: un
dibattito che ha ovviamente le sue lontane
origini in Tocqueville, ma che ora pensa di
muoversi in un contesto piuttosto nuovo
(non a caso Bryce ritiene di essere colui che
ha scritto in un certo senso il seguito della
Democrazia in America)
8
. Ignorando que-
sto contesto e le sue peculiarit si finisce
per non capire appieno, la portata della
svolta weberiana del 1917-1919, che dovu-
ta al disincantamento che la guerra porta
rispetto alla Sonderweg tedesca (in cui
Weber aveva a suo modo creduto) con la
conseguenza di una diversa valutazione del
modello di democrazia competitiva, ora
saldantesi con la questione del leader cari-
smatico. Insomma fra limpatto con Bryce
del periodo 1906-1910, la riflessione sul ca-
risma del periodo 1911-14, lattacco alle il-
lusioni dei letterati sulla superiore pecu-
liarit politica tedesca del 1917-19 c un
nesso decisivo per comprendere il pensiero
weberiano.
A me pare oggi molto azzardato proporre
una lettura che mi sembra tutta filosofica
degli scritti politici come fa Bolaffi nel suo
pur pregevole saggio. La questione di sape-
re se Carl Schmitt sia considerabile o meno
un allievo legittimo di Weber, quanto il
grande pensatore fosse davvero democrati-
co (checch ne pensasse sul tema Aron),
quanto sia stato influenzato da Marx, non ci
pare cos decisiva, anzi francamente ci
sembra dipendente da criteri di valori e
da correttezze politiche che con la lezione
del pensatore di Heidelberg non hanno nul-
la a che fare.
Se si segue questa via diventa facile scivola-
re in equivoche interpretazioni. Prendia-
mone una, sempre per esplicitare il nostro
pensiero. Bolaffi si misura, come ovvio,
con la nota questione, esposta nella Politica
come professione della Fhrerdemokratie
mit Maschine come alternativa al dominio
dei politici di professione, presentandola,
come spesso si fa, quale tipica ed innovativa
tesi dello scienziato di Heidelberg. Ora, a
prescindere dalla piccola constatazione che
non si capisce perch Bolaffi traduca
Fhrerdemokratie come democrazia au-
toritaria
9
anzich collusuale democrazia
del leader, vorrei semplicemente ricordare
8
Ho gi analizzato questo in dettaglio in vari lavori: mi permetto qui di rinviare solo ai due pi immedia-
tamente pertinenti e cio, Sistema europeo dei partiti e partito americano nella tradizione storico-politologi-
ca del liberalismo europeo, in Il partito politico americano e lEuropa, a cura di M. Vaudagna, Milano,
Feltrinelli, 1991, pp. 25-51; Starting in reason ending in passion. Bryce, Lowell, Ostrogorski and the problem
of democracy, in Historical Journal, XVII, 1994, pp. 319-341.
9
Non vi sono ragioni lessicali plausibili per questa traduzione. Autorit in tedesco si dice Obrigkeit e
Obrigkeitsstaat, cio stato dellautorit (e non certo autoritario nel senso che noi oggi, dopo i fascismi,
daremmo a questo vocabolo) veniva definito da una parte della giuspubblicistica il modello costituzionale
tedesco in alternativa a quello britannico. Fhrer semplicemente il corrispettivo tedesco dellinglese
leader con la stessa ampiezza semantica, che non ha corrispettivo in italiano (infatti Mussolini non per
caso utilizz un vocabolo arcaico, duce, per ottenere la trasmissione di quello stesso significato).
163
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che si tratta della riproposizione di un di-
battito gi presente in Bryce ed in altri auto-
ri di lingua inglese del periodo. Anzi pro-
prio la distinzione fra luomo pubblico che
vive di politica e quello che per la politi-
ca si trova adombrata gi nellAmerican
Commonwealth
10
, ma poi diverr sotto va-
rie formule verbali un classico in questo di-
battito europeo sulla distinzione tra uomi-
ni di stato e politici di professione, un di-
battito che probabilmente Weber aveva co-
nosciuto sia per i suoi echi in Germania, che
durante il suo famoso viaggio in America
11
.
La sostanza della questione pertiene in defi-
nitiva alla domanda fondamentale sul per-
ch si debbano leggere gli scritti politici di
Weber. A me sembra che Bolaffi rimanga
legato a due temi, che del resto sono classici
in molti dei lettori di Weber: 1. riaprire la
discussione a tutto campo sulle tesi portanti
della diagnosi weberiana sulla natura e sul
destino della democrazia nelle societ di
massa (p. XV); 2. sondare attualit e limiti
della sua diagnosi su ruolo e destino della
politica als Beruf, come professione (p.
XVI). Senza negare che siano domande che
possono ancora avere un interesse, a mio
giudizio esse non sono quelle portanti per
una comprensione a fondo dellapporto
scientifico di Weber.
Innanzitutto mi pare molto difficile dividere
gli scritti politici dal resto della sua produ-
zione: altrimenti cadiamo davvero in questi
tipi di letture weimariane, che immiseri-
scono questi stupendi scritti di battaglia in-
tellettuale al rango di normali interventi
nelle polemiche contingenti. Personalmen-
te credo che il tema portante della sociolo-
gia politica weberiana sia la questione della
legittimit/legittimazione del potere poli-
tico. Quella che Bolaffi definisce teoria del
crollo spirituale (p. XXVI) pare a me piut-
tosto la percezione, che lo scienziato di Hei-
delberg condivideva con tutti i grandi spiriti
del suo tempo
12
, circa il problema del mu-
tamento storico e delle sue leggi, sempre
intrise di risvolti che tendono alla dramma-
tizzazione degli eventi, sia a livello di psico-
logia individuale che di cultura (nel senso
antropologico del termine). Bolaffi ha nella
sua introduzione ben attirato lattenzione
su Weber lettore di Burckhardt, ma il pas-
saggio pi importante di quanto egli non
lasci intendere in questo saggio. La defini-
zione di Weber come sociologo o anche
come scienziato politico viene letta oggi
quasi esclusivamente alla luce del significa-
to che queste sigle hanno acquisito nella at-
tuale distribuzione del lavoro accademico.
Andrebbe invece tenuto presente che esse
avevano, allepoca in cui Weber elaborava
le sue teorie, valenze piuttosto diverse: esse
10
Cfr. J. Bryce, The American Commonwealth, London, Macmillan, 1893, ( la terza edizione completa-
mente rivista), p. 107.
11
Sul viaggio di Weber negli Stati Uniti si veda W. Mommsen, Die Vereinigten Staaten von Amerika, in Max
Weber. Gesellschaft, Politik und Geschichte, Frankfurt a. M., Suhrkamp, 1982, pp. 72-96; sulla questione pi
generale il mio, Starting in reason, cit.
12
Sarebbe interessante comparare per esempio un versante assai lontano, come lElie Halvy studioso
del modello britannico (che conosceva Weber solo casualmente lopera sulletica protestante e senza
particolare attrazione). Mi permetto di rinviare al mio studio, Elie Halvy e lOttocento inglese. Halvy e la
scienza politica del Novecento, in corso di stampa negli atti del convegno sul pensatore francese tenutosi a
Roma nel dicembre 1998.
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non erano se non delle evoluzioni della di-
sciplina che potrebbe venire chiamata sto-
ria universale. In una lettera ai genitori ci-
tata nella biografia della moglie e che si ri-
ferisce al periodo del suo servizio militare
(1883), il giovane Weber racconta di come
la sera ero distrutto fisicamente, ma co-
munque in grado di leggere con piacere
Buckle, Gibbon o Biedermann
13
. Siamo di
fronte a tre storici della trasformazione po-
litica, che, per aspetti diversi, hanno rappre-
sentato e poi influenzato lo spirito del tem-
po: Thomas Buckle con i suoi studi sulla ci-
vilizzazione inglese e la sua trasformazio-
ne
14
; Edward Gibbon con i ben noti studi
sulla crisi e caduta dellImpero romano, che
rappresentavano un topos inevitabile in tut-
ti i discorsi sulla crisi e trasformazione delle
istituzioni politiche
15
; ed infine Karl Bieder-
mann, uno dei deputati della Paulskirche
nonch professore a Lipsia, che aveva scrit-
to quattro volumi sulla Germania nel diciot-
tesimo secolo
16
.
Weber si dunque formato appieno in quel
delicato momento intellettuale in cui la
storia universale e la filosofia della sto-
ria cedono il passo alle nuove scienza del-
la societ e scienza della politica (o dello
Stato), mentre la storia, dopo la rivoluzione
di Ranke, si ritira nella aurea cittadella del-
la filologia ricostruttiva
17
.
Se non si colloca questo grande studioso in
questo che il suo contesto proprio, si ri-
schia di perdersi dietro alle sciocchezze che
giustamente denuncia anche Bolaffi sul
Marx della Borghesia et similia. Oggi na-
turalmente le vecchie operazioni che mira-
vano a mostrare quanti democratici fossero
esistiti nella tradizione politica tedesca o
che per contro si sforzavano di dimostrare
quanto poco o impropriamente democratici
fossero stati questi personaggi non hanno
pi senso comune. Se tuttavia si vuole usci-
re da queste secche bisogna farlo con deci-
sione, recuperando la forza della lezione
weberiana, che appunto la grande rifles-
sione sulle leggi che presiedono alla ca-
duta e risurrezione, o anche semplicemen-
te alla trasformazione, dei regimi politici.
Personalmente ritengo che le due lezioni
chiave del pensiero del grande maestro di
Heidelberg siano quelle sulla teoria della
legittimit/legittimazione e quelle sul cari-
sma politico. Esse sono profondamente le-
gate a tutto il suo sforzo di pensiero sulla
struttura culturale delluomo (quei mondi
vitali e condotte di vita che hanno introdot-
to categorie ancora da esplorare a fondo):
13
Cfr. Marianne Weber, Max Weber, cit., p. 144.
14
T.H. Buckle, The history of civilization in England, 2 voll. 1857-1861. Sulla rilevanza di questo autore si
vedano, J.W. Burrow, Evolution and Society. A study in Victorian Social Theory, Cambridge, Cambridge
University Press, 1966. Nella sua opera Buckle aveva tentato una ardita interpretazione filosofica dello
sviluppo storico comparando le vicende di Francia, Inghilterra e Scozia.
15
Su questo per ci che riguarda il versante inglese si potr vedere S. Collini, D. Winch e J. Burrow, That
noble science of politics. A study in nineteenth-century intellectual History, Cambridge, Cambridge University
Press, 1983, pp. 185-205.
16
Deutschland im 18. Jahrhundert, 4 voll., 1854-1880.
17
Capisco che quasi osceno lanciare in poche battute un tema di questa importanza. Qualcosa di pi ho
detto a questo proposito nel mio, La storia come scienza della politica. A proposito della forma partito, in Il
partito politico nella Belle Epoque. Il dibattito sulla forma partito in Italia tra 800 e 900, a cura di G.
Quagliariello, Milano, Giuffr, 1990, pp. 61-84.
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tuttora portante la sua possente intuizione
sui legami fra linterpretazione religiosa
del cambiamento, che una delle prime e
pi elementari forme per dargli senso e do-
minarlo, e la crisi della cultura moderna
che di quella creativit avrebbe bisogno, ma
che per lo pi non riesce ad esprimerla che
sotto la forma confusa del cesarismo (la
teoria del carisma politico andrebbe inda-
gata, a mio giudizio proprio nella relazione
fra queste due componenti).
Ci di cui avremmo bisogno per fare uscire
queste riflessioni dal chiuso dei filologi we-
beriani e degli specialisti che possono an-
dare ai testi in originale una vera edizione
critica dei testi e una edizione, magari an-
che antologica, della corrispondenza, che
la chiave per seguire il percorso evolutivo
del pensiero weberiano. Finch non arrive-
remo a questo saremo sempre nel campo di
operazioni editoriali che mirano a vendere
un po di volumi facendo appello al fascino
del nome di un classico e non riusciremo a
fare alcuna operazione di vera cultura.
Pierangelo Schiera
Weber e lossessione della politica
Incominciamo dalla cornice, cio dai criteri
delle due traduzioni, entrambe apparente-
mente risalenti al 1997. Paolo Manganaro,
nel presentare la sua, invoca lesigenza di
unedizione critica non solo per gli scritti
politici, ma per quasi tutte le opere di We-
ber. Per fortuna, limpresa in corso da al-
meno dieci anni a Tbingen e vedr presto
la fine. In realt, come vedremo, la tradu-
zione di Manganaro risale al 1970. Alfonso
Coriolato e Enrico Fongaro, infatti, annun-
ciano di avere seguito, per tutti i saggi tra-
dotti tranne due, il testo della Max Weber
Gesamtausgabe cosicch il loro editore,
Donzelli, pu dichiarare, nella quarta di co-
pertina, che questa raccolta la prima ad
essere condotta sulledizione critica tede-
sca. Cosa naturalmente egregia nono-
stante le polemiche anche forti che hanno
contrastato limpresa se non fosse che la
maggiore acribia di Donzelli rispetto allal-
tro editore SEAM di Roma come an-
nullata dallapprossimazione davvero ec-
cessiva con cui viene presentata la fortuna
di Weber in Italia. Unapposita scheda inti-
tolata Principali traduzioni italiane delle
opere di Weber registra infatti solo tradu-
zioni a partire dal 1945, anche se come nel
caso di Letica protestante e lo spirito del ca-
pitalismo, ma anche del non meno influen-
te Carismatica e tipi di potere i testi furono
tradotti gi durante il fascismo (insieme a
molti altri, come testimonia la poderosa bi-
bliografia di M. Losito e M. Fotino, La rece-
zione di Max Weber in Italia. Ricerca biblio-
grafica, in Annali dellIstituto storico italo-
germanico in Trento IX, 1983, pp. 413-
518). Una disattenzione grave, soprattutto
se si vuole presentare Max Weber come in-
carnazione dellambiguit (Max Weber, o
dellambiguit il titolo dellintroduzione
di Angelo Bolaffi per Donzelli, e la solita
quarta di copertina accenna a lui come [...]
addirittura predecessore intellettuale di
166
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Carl Schmitt). In compenso, la povera Lo-
sito questa volta con me ignorata da
entrambe le edizioni (ma, per la verit,
Donzelli non presenta neppure una biblio-
grafia, ma s, in compenso, un Indice dei
nomi e degli argomenti) nellaltra sua fati-
ca editoriale weberiana Max Weber e le
scienze sociali del suo tempo (ma siamo
ignorati forse a ragione, visto che anche
leditore il Mulino ci ha tolti dal catalogo!).
Per la cornice basterebbe, se non fosse da
ripetere che, in ogni caso, la valorizzazione
di un classico come Weber richiederebbe
comunque unambientazione storico-criti-
ca, riguardo ai suoi tempi come pure ai no-
stri, che in entrambi i casi manca, come di-
mostrano le lamentele bibliografiche appe-
na fatte. A parte gli intollerabili errori di
stampa di cui costellata, in particolare,
ledizione SEAM.
Che ha per il pregio di essere introdotta da
un esperto di Max Weber qual Gianfranco
Poggi, il quale difatti esordisce mettendo in
guardia da un grosso equivoco: cio che sia
davvero possibile isolare dalla ricerca di
Weber un settore specificamente politico,
rispetto evidentemente ad altre parti che
politiche non sarebbero, eventualmente
proprio perch scientifiche. Che questo
abbia costituito il cruccio centrale di tutta la
metodologia e anche la pratica indagatoria
di Weber dimostrato dallultima sua rifles-
sione, prodotta nelle due famose conferen-
ze Scienza come professione e Politica come
professione, riunite in volume da Einaudi
nel 1948 col titolo geniale di Il lavoro intel-
lettuale come professione, a cura e con tra-
duzione di Antonio Giolitti e con introdu-
zione di Delio Cantimori, la cui multiforme
attivit, presso vari editori, a favore di una
circolazione della cultura politica tedesca
(fino al gi citato Carl Schmitt, da lui pub-
blicato nel 1935 presso Sansoni) docu-
mentata nella recente ricerca su La casa
editrice Einaudi dagli anni trenta agli anni
sessanta di L. Mangoni, Pensare i libri. Ma
la centralit del tema trova la dimostrazio-
ne pi pronta proprio nel primo scritto po-
litico che entrambe le edizioni ci presenta-
no: Lo Stato nazionale e la politica economi-
ca tedesca (il titolo tedesco contiene anche
la designazione formale di Akademische
Antrittsrede, che scompare dal titolo italia-
no di Donzelli, bench ne sia dato conto
nella scheda redazionale). ancora la bre-
ve notizia redazionale delledizione SEAM a
ricordarci che nel luglio del 1893 Weber
era stato chiamato dallUniversit di Frei-
burg a ricoprire la cattedra di economia po-
litica (per lopposizione di un ministro
prussiano non gli fu possibile insegnare a
Berlino). Per ledizione Donzelli, invece,
Weber godeva di una eccellente reputazio-
ne scientifica grazie alle sue prime pubbli-
cazioni, al punto che, anche se si era abilita-
to a Berlino in diritto commerciale e diritto
civile e privato romano, allinizio di aprile
1894 fu nominato professore di economia
politica e scienza delle finanze allUniversi-
t di Friburgo. Sono esempi che porto per
cercare di dare unimpressione delle diffe-
renze esistenti fra le due edizioni. Poco im-
porta poi che il ministro prussiano fosse il
direttore generale del Kultusministerium a
Berlino, di nome Althoff, contro il cui siste-
ma lo stesso Weber avrebbe scritto alcuni
memorabili articoli relativi al problema
universitario, poi raccolti in volume da
Schings (il cui nome pure manca in en-
trambe le edizioni). di scarsa importanza
167
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anche la data esatta della chiamata di We-
ber a Friburgo; limportante che la prolu-
sione fu effettivamente letta nel maggio
1895 e pubblicata nello stesso anno (pi
precisa la nota redazionale di Donzelli, che
cita con sicurezza sia un 13 maggio che la
Akademische Verlagsbuchhandlung von
J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), Freiburg i. B.-
Leipzig, che poi la stessa che sta pubbli-
cando la Gesamtausgabe).
Sta di fatto, come si diceva, che in questa
prolusione Weber scrive di politica e non
solo sulla politica. lui stesso a dircelo
nella breve Premessa che accompagna la
pubblicazione della prolusione, rivendi-
cando alle sue argomentazioni un canone
di scientificit che evidentemente ritene-
va messo in dubbio sia dal tema trattato che
dalla trattazione svolta. Non ci si pu qui
addentrare nella questione, che coinvolge
aspetti metodologici fondamentali per We-
ber stesso. Vorrei solo prospettare un punto
di vista che n Poggi n Bolaffi considerano
nella loro presentazione del problema, ma
che a me molto caro. Si tratta di vedere il
rapporto scienza-politica non solo nella di-
rezione usuale: anche la politica pu esse-
re trattata sotto il profilo scientifico, ma
anche nella direzione opposta, che cio
anche la scienza pu essere costitutiva del-
la politica. Questo esattamente ci che
Weber voleva fare dalla sua cattedra di Fri-
burgo, intervenendo in un problema (quel-
lo dellespansione dello Stato nazionale te-
desco come grande potenza) che era mi-
nacciato da una grave crisi e involuzione, in
entrambi i campi della politica interna e di
quella estera, negli anni successivi alle di-
missioni di Bismarck dalla politica. Tanto
pi grave era la questione, poich su di essa
facevano poca chiarezza le stesse parti in
causa, a cominciare dai liberali che, senza
comprendere la portata di un impegno in-
ternazionale della Germania, erano piutto-
sto al traino delle forze conservatrici per so-
stituire, aggravandole, le leggi anti-sociali-
ste, con un comportamento che, per Weber,
era sintomo di profonda immaturit politi-
ca. Che questo, daltra parte, fosse il motivo
dominante della riflessione weberiana sul
suo paese e anche sulle forze politiche che
avrebbero dovuto guidarlo cosa risaputa,
che si ricollega ai temi delle due gi citate
conferenze sulla politica e sulla scienza
come professione, con cui Weber concluse
la sua opera.
Bene dunque che la prolusione del 1895
venga inserita ad apertura di entrambe le
raccolte, anche se, realmente, avrei molti
dubbi che si tratti davvero di uno scritto
politico, pi portato come sono a soste-
nerne la qualit scientifica, sia pure nel-
linterpretazione appena esposta. Bisogna
aggiungere, in proposito, che il limite so-
stanziale delle due raccolte di essere
troppo dipendenti dai Gesammelte Politi-
sche Schriften raccolti gi nel 1921 da Ma-
rianne Weber e poi ripubblicati pressoch
integralmente da Winckelmann nel 1958.
Unoccasione perduta per verificare che
cosa sia mutato nello stesso concetto di po-
litica dagli anni Venti, attraverso i Cin-
quanta, ad oggi. Una scelta, per, vale laltra
e devessere salutato come significativo che
le due edizioni, apparse simultaneamente
nel 1998, abbiano indici solo per met iden-
tici. In apertura di uno dei saggi tradotti dal-
la SEAM e non da Donzelli (La Germania
tra le grandi potenze europee) Weber stes-
so a dire la politica io lho sempre conside-
168
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rata dal punto di vista nazionale, non solo
quella estera, ma tutta la politica in genera-
le, e solo in tal senso ho sempre orientato la
mia appartenenza a un partito: al che mi
sembra non vi sia altro da aggiungere, se si
vuole davvero restare nellambito degli
scritti politici. Basta leggere Weber, il qua-
le dichiara di volersi richiamare, in politica,
freddamente e accademicamente solo alla
ragione politica e non al sentimento. Ha
ragione Poggi a mostrarci lintrinseca quali-
t scientifica anche di prese di posizione
politiche di Weber: come la centralit, in
politica internazionale, della questione
grande potenza, o la pericolosit, in politi-
ca interna, di unattribuzione di moralit
alla burocrazia. Dalle due parti arriva una
forte raccomandazione a non dimenticare
che il cuore della politica sta nella capacit
di leadership che un paese in grado di
esprimere, sia allinterno che allesterno.
la visione politica di Weber a fargli crescere
in capo lidea del carisma, o questultima a
fargli leggere la politica tedesca in questo
modo? Non vi risposta soddisfacente, se
non quella di considerare il problema come
acutamente centrale per tutta lesperienza
weberiana, pur nella sua sostanziale con-
notazione liberal-razionale-luterana di fon-
do. E senza tanto entrare nel problema di
metodo dellavalutativit che, a mio parere,
era talmente importante per lui da valere
non solo in campo scientifico, ma anche in
quello politico, laddove si trattasse come
quasi sempre nel suo caso di dare comun-
que interpretazioni e letture di fenomeni e
non di lanciare parole dordine o guidare
movimenti.
Ho cos indirettamente toccato un altro sco-
glio dellinterpretazione weberiana, quello
dellintensit e continuit del suo interesse
per la politica, su cui Wolfgang J. Momm-
sen ha costruito la sua meritata fama di re-
visore critico dellimmagine un po edulco-
rata di Weber che gli Stati Uniti ci avevano
esportato, dopo esserne stati, per qualche
decennio, i democratici cultori e interpre-
ti (non si dimentichi che il libro di Momm-
sen Max Weber e la politica tedesca, presen-
te ora nel catalogo del Mulino, risale al
1959). Nulla da obiettare su intensit e con-
tinuit: il mio parere che tutta la ricerca
scientifica di Weber abbia un necessario
sfondo politico, ossessionato come certa-
mente egli era dalle domande sullessenza e
sul destino delloccidente e soprattutto di
quelluomo occidentale che, assai pi della
razionalit in quanto tale, gli sembrava rap-
presentare, nel suo miscuglio di agire per
scopi e di operare per fede, una condotta
di vita storicamente esclusiva e insieme
vincente. Insomma, dopo Mommsen biso-
gna citare Hennis e senza troppo dimenti-
care Tenbruck! Che poi quelluomo non sia
pi, almeno in Germania, il decantato
uomo di setta di Letica protestante e lo spi-
rito del capitalismo e che lo stesso capitali-
smo moderno non sia pi quello di una
volta a Weber in particolare proprio al
Weber politico del tutto chiaro e ha ragio-
ne Gianfranco Poggi a sottolinearlo nella
sua introduzione, anche se forse egli sotto-
valuta eccessivamente, proprio come We-
ber, le potenzialit insite nellevoluzione in
senso corporativo di un certo capitalismo
di Stato che Weber ebbe modo di conoscere
nei suoi ultimi anni e di cui noi abbiamo
potuto misurare sia i guasti che lirrefrena-
bile espansione.
Molto pi ambiziosa lintroduzione di An-
169
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gelo Bolaffi agli Scritti politici weberiani
delleditore Donzelli. Per lui parlare del
Weber politico significa anche ripensare
tutto il secolo con cui si chiude tutto il se-
condo Millennio: il che secondo me
non depone particolarmente a favore di
Max Weber e della sua opera. Perch mi
pare superfluo continuare a parlare di We-
ber come del massimo filosofo della politica
o del pi grande sociologo del nostro seco-
lo, soprattutto nel presentarne scritti, come
questi politici, che egli non concep n
come filosofia n come sociologia della po-
litica, ma come interventi pi o meno oc-
casionali, pi o meno accademici su que-
stioni rilevanti del suo tempo. Da questo li-
mitato punto di vista, mi sembra eccessivo
porre alla raccolta di scritti il compito di
stimolo a riaprire la discussione a tutto
campo sulle tesi portanti della diagnosi we-
beriana sulla natura e sul destino della de-
mocrazia nelle societ di massa, la quale ai
suoi occhi ha subito una drastica e irrever-
sibile metamorfosi. Mentre pi plausibile
mi parrebbe lobbiettivo di spiegare i rap-
porti fra Weber e il liberalismo, sia pure
ovviamente in un senso molto particola-
re, tipicamente tedesco, dunque assai diffe-
rente dalla accezione che tale definizione
aveva nella cultura anglosassone e in parti-
colare nella vita politica inglese. Non me la
sento perci di salutare come grande novit
lennesima traduzione di La politica come
professione, mentre sono grato che final-
mente (a nota 22 e dintorni) Bolaffi ci dica
che gli Scritti politici di Weber erano gi ap-
parsi nel 1970 a Catania (di essi sono ri-
stampa, ma con la nuova introduzione di
Poggi e, probabilmente, con gli stessi nume-
rosi refusi gli Scritti politici delleditore
SEAM) presso leditore Giannotta, mentre
unaltra selezione, a cura di Marino e con
introduzione di Mommsen, aveva pubblica-
to Einaudi nel 1982. Sottoscrivo, natural-
mente, anche linteresse a mettere in evi-
denza le matrici profondamente tedesche
del pensiero weberiano, come pure la ri-
chiesta a studiare meglio i legami di Max
Weber con il pensiero politico otto- e nove-
centesco. Non capisco bene, per, come tut-
ti questi compiti dellattuale e della prossi-
ma ricerca weberiana si possano collegare
con la (ri)-pubblicazione (anche se in nuo-
va traduzione) di scritti politici che, com
comprensibile, riguardano per lo pi tema-
tiche storicamente molto datate. Essi po-
trebbero invece sicuramente servire a so-
stenere la tesi che intitola la stessa introdu-
zione di Bolaffi, cio quella dellambiguit
che attraversa tutta la sua riflessione politi-
ca. In questo senso, Max Weber stato cer-
tamente autore del suo secolo, che anche
il nostro. Lha anzi introdotto, con un empi-
to nazionalistico che non ci si aspetterebbe
da lui, con la prolusione dalla sua prima
cattedra a Friburgo, cio da un luogo consa-
crato alla avalutativit. E lha descritto, nel-
la smagata analisi dello Stato sociale, con il
suo freddo e inarrestabile macchinario bu-
rocratico, come pure nella svalutazione del
parlamento a meccanismo di selezione del-
le lite. Lha poi in qualche modo siglato,
con le ultime tragiche conferenze di Mona-
co, ponendo alluomo-cittadino comune
compiti e doveri di comprensione e di re-
sponsabilit politica non sopportabili in
una societ di progressiva massificazione.
Forse Weber non ha compreso il suo e
nostro secolo, dopo avere tanto bene com-
preso come esso era sorto e da dove veniva.
170
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E la sua ambiguit risiede, a mio avviso,
proprio in ci: di avere saputo individuare
con esattezza alcune domande cruciali del
suo tempo, di avervi dato risposte quasi
sempre acute e originali, ma di non avere
capito la tragedia che incombeva su un po-
polo, come quello tedesco, a cui per ragioni
varie (moralit della burocrazia, superiori-
t della scienza, tradizione della monarchia
e del militarismo) mancava una vera edu-
cazione alla politica.
I due libri siano dunque benvenuti per inci-
tare i giovani a porre nella politica pi inte-
resse e passione di quella che spontanea-
mente verrebbe da una considerazione
esclusivamente scientifica di essa.
Johannes Weiss
Tra due leggi
La cosiddetta rinascita di Weber degli ulti-
mi decenni degna di nota non solo per
durata e intensit, ma anche perch lopera
del sociologo tedesco viene per la prima
volta esaminata e discussa in tutta la sua
ampiezza e complessit, mentre, in prece-
denza e soprattutto in Germania, si usava
far riferimento, in senso positivo o critico,
solamente a singole sue parti: come, per
esempio, alla tesi sul rapporto tra prote-
stantesimo e capitalismo, per di pi letta in
modo superficiale, oppure alla tipologia
delle forme del potere legittimo, o ancora al
postulato della neutralit della scienza.
Cos disarticolati, i vari elementi dellopera
weberiana si prestavano ad essere stru-
mentalizzati. Sebbene nella critica di que-
sto genere non mancassero accenni alle
opinioni e alle attivit politiche, altamente
discutibili, di Weber, essi servivano in pre-
valenza, specialmente negli autori marxisti,
a giustificare il rifiuto di un esame pi rav-
vicinato della sua opera scientifica.
C la speranza che siano tempi ormai pas-
sati per sempre. Stupisce tuttavia il fatto
che, anche nella fase attuale della ricezione
weberiana, trovino un posto alquanto mar-
ginale i suoi scritti sulla politica. vero che,
come nel passato, ancor oggi Politik als Be-
ruf (La politica come professione) continua
ad essere considerato un testo di riferimen-
to classico, e che, in ragione della sua attua-
lit, Der Sozialismus, viene insistentemente
riproposto allattenzione in edizioni a parte
e ben commentate: come quella italiana del
1979, a cura di M. Giamba e commentata da
M. Cacciari e G. Bedeschi, o quella tedesca
del 1995, curata da H. Mnkler. Anche la
disputa di Weber con il pacifismo, per un
verso, e la sua concezione del monopolio
della forza legittima da parte dello stato, per
altro verso, ritornano regolarmente nelle
attuali discussioni. Tuttavia si deve osserva-
re che linsieme e gli aspetti particolari de-
gli scritti politici di Weber non hanno desta-
to lattenzione che avrebbero meritato in
rapporto al giudizio che ne aveva dato lo
stesso autore e alla loro effettiva importan-
za per la comprensione del suo pensiero,
anche nella prospettiva delle problemati-
che contemporanee.
dunque un fatto di particolare rilievo che
171
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negli anni appena trascorsi siano uscite,
quasi contemporaneamente, addirittura
due raccolte di scritti politici di Weber tra-
dotti e presentati da studiosi italiani. Gi nel
passato gli studi italiani su Weber erano sta-
ti vivaci e produttivi e avevano impresso
alla questione weberiana importanti impul-
si e orientamenti; lecito prevedere e spe-
rare che ci si verifichi anche in questo
caso.
Perch e come oggi ancora e forse soprat-
tutto oggi si devono leggere gli scritti poli-
tici di Max Weber? Gianfranco Poggi e An-
gelo Bolaffi hanno dato, a loro modo, una
risposta a questa duplice domanda, me-
diante la scelta dei testi presentati e le loro
riflessioni introduttive. In parte queste ri-
sposte convergono, ma su punti importanti
si differenziano in misura notevole: in en-
trambi i casi, del consenso e del dissenso, si
capisce perch il pensiero politico di Weber
sia ancora per noi cos attuale e stimolante,
ma anche cos provocatorio e in un certo
senso irritante.
Si pu anzitutto osservare che la definizio-
ne generale di Scritti politici utilizzata dal-
ledizione di Marianne Weber, non risultava
per nulla selettiva, perch comprendeva te-
sti molto eterogenei come: a. prese di posi-
zione concernenti vicende politiche e impe-
gni di parte, e perci risolutamente valutati-
ve; b. analisi di concreti contesti e processi
politici; c. riflessioni fondamentali di carat-
tere concettuale-teorico ed anche filosofico.
La principale difficolt che ne conseguiva
consisteva nel fatto che la maggior parte
degli scritti raccolti non apparteneva
esclusivamente alluna o allaltra catego-
ria, ed era quindi impossibile una distin-
zione accurata tra scritti politici in senso
stretto e scritti empirici e/o teorici sulla po-
litica
1
.
Poggi giustifica la pubblicazione separata
degli scritti politici sostenendo che la politi-
ca lunico campo in cui linteresse scienti-
fico di Weber non si congiunto con un
esplicito impegno personale. Messa cos,
laffermazione appare eccessiva, poich
altrettanto vero che, per testimonianza del-
lo stesso Weber, la politica fu la sua pi
grande e particolare passione. Ci complica
le cose, perch risulta del tutto impossibile,
proprio in questo campo, introdurre una
precisa distinzione tra le pubblicazioni va-
lutative ed impegnate da un lato, e le anali-
si avalutative dallaltro.
In questa situazione non resta altra via per i
curatori che quella di presentare gli scritti
politici di Weber in tutto il loro ampio spet-
tro ed eterogeneit, ci che hanno fatto an-
che Bolaffi e Poggi. Marianne Weber aveva
esplicitamente e inequivocabilmente privi-
legiato nella sua scelta quegli interventi in
cui Weber si era pronunciato sullattualit
politica, cherano stati scritti come si
esprimeva nellintroduzione con il cuore
di un tedesco appassionato, per il quale la
grandezza della propria nazione e la parti-
colarit della sua essenza e dei suoi compiti
erano valori indiscutibili in ogni momento
della vita. N Bolaffi n Poggi escludono
questa dimensione della pubblicistica poli-
1
Il problema non si pone per ledizione dellOpera omnia di M. Weber, dove gli scritti in questione si
trovano dispersi in almeno otto diversi volumi, in ragione dei criteri tematici e cronologici, e non metodo-
logici, adottati nella pubblicazione.
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tica di Weber, ma rinunciano, in particola-
re, a numerosi esempi di quel genere di
scritti che si possono considerare doccasio-
ne, sia in ragione della minor mole delle
loro raccolte, sia per potervi includere altri
lavori di carattere prevalentemente o esclu-
sivamente empirico-analitico o teorico
2
.
Con buone ragioni hanno entrambi intro-
dotto limportante testo weberiano sul so-
cialismo, come pure il discorso sulla que-
stione della burocrazia tenuto nel 1909 nel
corso del dibattito svoltosi in occasione di
un convegno del Verein fr Sozialpolitik.
Inoltre nella raccolta curata da Bolaffi si
trova uno dei due frammenti sul concetto e
il problema della nazione appartenenti alla
grande e incompiuta opera postuma, che i
curatori intitolarono Wirtschaft und Gesell-
schaft.
In questo modo, evidentemente, viene get-
tato un ponte verso le teorie weberiane di
sociologia della politica. Ma non valeva al-
lora la pena di inserire nelle raccolte una
pi ampia scelta di brani appartenenti a
questo campo, che occupa pi della met di
Wirtschaft und Gesellschaft? I curatori non
affrontano la questione. Ma se un rafforza-
mento della dimensione teorica non loro
apparsa possibile e neppure necessaria
posto che gi esisteva la traduzione italiana
di Wirtschaft und Gesellschaft (Economia e
societ, a cura di P. Rossi, 2 voll., I
a
ed., Mila-
no, Comunit, 1961) , tuttavia assai ap-
prezzabile la decisione di Bolaffi di pubbli-
care il testo weberiano sulla nazione, poi-
ch proprio in presenza di questo genere di
problemi possibile verificare una seconda
affermazione di Marianne Weber, contenu-
ta nel passo gi ricordato: che, cio, quei la-
vori non furono scritti soltanto con il cuo-
re di un tedesco dal forte sentimento na-
zionale, ma anche con la mente fredda di
un pensatore acuto, che sempre aveva lo
sguardo puntato su ci chera raggiungibile
e necessario per la politica tedesca. In ef-
fetti, il tema della nazione come le analisi
dedicate al fallimento politico della borghe-
sia tedesca dimostra la fredda sobriet e lo
sguardo disincantato del sociologo proprio
laddove affrontava questioni che lo appas-
sionavano. Questo approccio corrisponde-
va alla sua esigenza metodologica di conce-
pire la ricerca scientifica come capace di
problematizzare anche gli interessi e le pre-
ferenze politiche dei ricercatori, o della loro
classe di appartenenza. Anzich facilitare o
addirittura legittimare scientificamente
limpegno politico, la ricerca doveva per
Weber renderlo il pi possibile difficile. Egli
fondava tale esigenza non solo su ragioni
pratiche o su un calcolo machiavellico,
vale a dire perch venisse meglio garantito
il realismo e lefficacia dellimpresa politica,
ma anche in base a un duplice argomento
etico. Esso concerneva, da un lato, i principi
delletica della responsabilit considerati
moralmente vincolanti per chiunque inten-
desse fare della politica la propria profes-
2
Entrambi i curatori hanno anche tralasciato le analisi weberiane delle vicende pre-rivoluzionarie in
Russia. Tale opzione desta perplessit sia per il notevole rilievo che Weber stesso vi attribuiva sia per lori-
ginalit di quei testi sia, infine, per la loro singolare attualit. Bolaffi, tuttavia, accenna allintenzione di
comprenderli in un volume che dovrebbe raccogliere gli scritti weberiani di politica internazionale, dove
troverebbero posto anche gli scritti riguardanti la questione della colpa della guerra, non compresi nella
sua edizione e inseriti invece in quella di Poggi.
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sione; e, dallaltro lato, il concetto di onest
intellettuale che, con lidea di personalit,
costituiva per Weber il nucleo di quellethos
che determinava e insieme delimitava il di-
sincanto del mondo attraverso la scienza.
In merito al rapporto tra impegno politico e
illuminazione scientifica, Poggi parla di
una via media cercata ed esemplarmente
rappresentata da Weber. Bolaffi invece ri-
scontra in proposito molteplici ambiguit,
che rendono gli scritti politici di Weber tan-
to stimolanti quanto problematici. A diffe-
renza di Poggi, Bolaffi fa pi volte riferi-
mento, in senso positivo, a Wilhelm Hennis,
senza tuttavia menzionare, nella raccolta, il
suo tentativo di evidenziare nel concetto
weberiano di giudizio lelemento di con-
giunzione tra prese di posizione valutative e
analisi scientifiche. A me sembra che n il
tentativo di Hennis di reperire un concetto-
ponte n il discorso sulla via media, ma
neppure la constatazione delle ambiguit
irrisolte e irresolubili, possano spiegare in
maniera soddisfacente perch gli scritti po-
litici di Weber siano ancora oggi, e soprat-
tutto oggi, cos pieni di fascino e dinsegna-
menti. Il punto decisivo consiste piuttosto
nel fatto che in Weber scienza e politica ri-
sultano separate da un abisso insormonta-
bile eppure necessariamente interdipen-
denti. Il sociologo rifiutava con la stessa fer-
mezza sia lidea di una riduzione della poli-
tica a pura scienza che quella della stru-
mentalizzazione politica e dellideologizza-
zione della scienza. Era anche consapevole
che le scienze, soprattutto quelle dotate di
ruolo istituzionale, sono coinvolte nei siste-
mi di potere e negli scontri dinteresse poli-
tici, come daltra parte sapeva perfettamen-
te che senza sistemi di valori non si pu
dare ricerca scientifica. Ma proprio per que-
sti motivi Weber riteneva tanto importante
studiare la realt politica onnipervasiva
nella maniera pi spregiudicata, compren-
siva e spassionata possibile. Per quanto, al-
meno in certe circostanze, fosse in lui forte
il desiderio di prendere parte attiva alle vi-
cende politiche, ancora pi forte era la sua
volont di conservare lucido il proprio giu-
dizio e di non ingannare se stesso e gli altri.
Con rassegnazione dovette riconoscere e
accettare che questo atteggiamento non fos-
se condiviso n allinterno del proprio am-
bito professionale (per esempio a proposito
del dibattito sulla avalutativit della scien-
za), n tanto meno nellambito della gran-
de politica. A quanto sembra, Weber era
incapace costituzionalmente di sacrificare
la pi piccola parte della propria verit in-
tellettuale e di agire contro coscienza per
ricavarne opportunit politiche o vantaggi
di potere. Tale disposizione gli rese assolu-
tamente impossibile, nonostante tempora-
nee simpatie politiche, ladesione ad un
partito come la socialdemocrazia. In que-
sta chiesa non metto piede avrebbe affer-
mato (e se il detto non vero, certo ben
trovato). Anche il suo impegno nella Deut-
sche Demokratische Partei (DDP) naufrag
per lincapacit di Weber a barattare il suc-
cesso politico con la rinuncia alle proprie
particolari convinzioni. Poco prima della
morte, parlando in una lezione universita-
ria dellassassinio di Kurt Eisner da parte
del Conte Arco afferm che per far risorge-
re la Germania era pronto ad allearsi con
qualsiasi potere al mondo, e persino con il
diavolo in persona, ma non con il potere
della stupidit.
Lesperienza non solo quella di Weber
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dimostra che una scelta cos univoca e sem-
pre coerente a favore dellassoluto primato
della lucidit e dellonest intellettuale
molto pi dannosa che giovevole nella pra-
tica politica; ma decisiva per illuminarne
scientificamente le condizioni, le forme e
gli effetti. La misura in cui tale scelta serve
anche alla pubblicistica politica, e in parti-
colare a qualificare il contributo delle scien-
ze sociali allopinione pubblica, risalta nel
modo pi convincente appunto dagli scritti
e dalle lezioni weberiane in argomento.
Nella loro forma argomentativa si trova il
motivo specifico per cui anche gli scritti
doccasione di Weber possono avere per
noi, oggi, un significato paradigmatico, an-
che se non possiamo (pi) condividerne i
giudizi politici o i problemi affrontati non
sono (pi) i nostri. In occasione dellimpor-
tante lavoro di Wolfgang Mommsen, Max
Weber e la politica tedesca (Bologna, Il Muli-
no, 1993
2
), e particolarmente a proposito
dei concetti weberiani di Fhrerschaft e di
Fhrerdemokratie plebiscitaria, ci si spes-
so domandati quale sarebbe stato latteggia-
mento di Weber nei confronti di Hitler e del
movimento nazionalsocialista. Si pu con-
siderare la questione un superfluo ed ozio-
so gioco di ipotesi. Ma una cosa sembra as-
solutamente sicura: che labito intellettuale
e morale di Weber gli avrebbe reso del tutto
impossibile un comportamento simile a
quello del suo presunto allievo Carl
Schmitt e di molti altri pensatori politici (di
destra o di sinistra) che, spesso apertamen-
te e programmaticamente, hanno subordi-
nato la volont di conoscere alla volont di
potenza.
(trad. it. di Ch. Liermann)