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Jean Thiriart

L’Europa
come Stato e
l’Europa
come
Nazione

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La presente edizione telematica del testo è stata curata e realizzata da AVGVSTO
(http://augustomovimento.blogspot.com/) [2009]

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La costruzione europea nata dal Trattato di Roma (25 Marzo 1957) deve condurre
all’Europa come Stato. È una costruzione valida, indispensabile e non è il suo carattere
tecnico che dovrebbe farcela condannare in nome di un certo sentimentalismo. L’Europa
del Mercato Comune è una buona cosa. Ma essa è troppo limitata nelle sue ambizioni. Essa
mira alla realizzazione di strutture statuali. È allo stesso tempo molto e poco. L’Europa
sarà compiuta solo quando essa sarà, insieme, Stato e nazione, vale a dire strutture e
coscienza. Noi siamo storicamente i primi, e i soli, ad aver espresso la volontà di realizzare
ciò. La nostra tendenza comunitarista è la fonte dalla quale scaturì per la prima volta il
concetto di nazionalismo europeo. Questo è essenzialmente diverso, di fatto è
diametralmente opposto, a quelli delle Europe egemoniche (Europa francese di Bonaparte
o di De Gaulle ed Europa germanica di Hitler) e a quello dell’Europa delle patrie. La
differenza tra l’Europa come Stato e l’Europa come nazione è quella che esiste tra
l’inorganico e l’organico, tra la materia e la vita, tra la chimica e la biologia, tra l’atomo e la
cellula.

IL TRADIMENTO DEI REGIMISTI

Tutti i governi europei occidentali sono usciti dai furgoni anglosassoni nel 1945. Sono i
collaborazionisti degli occupanti, in via diretta o come filiazione. Perciò le costruzioni
politiche europee dei regimisti sono ipotecate dai nostri occupanti. La prova di questa
ipoteca, di questo tradimento dello scopo, appare un po’ dovunque, ma in modo esplicito
e clamoroso in un documento ufficiale del «Parlamento europeo» (sic): «L’Unione Europea
ha lo scopo di promuovere l’unità dell’Europa...». Molto bene, perfetto. Ma poco oltre
leggiamo: «... l’adozione di una politica di difesa comune, nel quadro dell’Alleanza
Atlantica, che contribuisca al rafforzamento dell’Alleanza Atlantica». Ecco dunque la
confessione, ben evidente, ben esplicita. La confessione che questa “Europa” è solo
un’appendice dell’imperialismo americano, poiché l’Alleanza Atlantica è il pescecane
americano attorniato dagli sgombri europei regimisti. L’Europa ufficiale non perviene a
costituirsi poiché essa è impastoiata nella contraddizione esplicita di fare una nazione che
già in partenza si riconosce essere alla dipendenza di un’altra. Oscenità, ipocrisia.





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L’EUROPA DOVRÀ FARSI CONTRO GLI AMERICANI

Una nazione si definisce specialmente per quanto la differenzia dalle altre, per il suo
carattere, per i suoi intendimenti, per i suoi interessi. Quelli che affermano di fare l’Europa
e che nello stesso tempo trovano negli Stati Uniti il modello perfetto di società, modello
che si deve solo copiare, e che ritengono che ogni guerra americana sia anche la nostra,
sono in contraddizione con sé stessi. Perché fare l’Europa se gli Stati Uniti sono perfetti?
S’ingrandiscano gli Stati Uniti, sarebbe più logico. La cricca dei pretesi “Europei” che ogni
sera recitano le loro preghiere prosternandosi verso Washington farebbe meglio a proporci
l’Inghilterra come cinquantunesimo Stato americano, la Germania come
cinquantaduesimo, l’Italia come cinquantatreesimo. Poiché quella è la realtà. Vi è una
contraddizione assoluta, esplicita, concettuale, tra il fatto di essere Europei e il fatto di
essere pro-americani. Chi si dice pro-americano si mette al bando dell’Europa, che si tratti
della socialdemocrazia o di qualche citrullo d’estrema destra. Chi collabora con gli
Americani è un traditore dell’Europa.

L’EUROPA SENZA RISCHI: IDIOZIA

Intellettuali candidi, talora benintenzionati, sperano di fare un’Europa con mezzi pacifici,
ragionevoli. È un sogno. La storia si svolge attraverso convulsioni e battaglie, attraverso lo
sforzo e il sacrificio. Una nazione si fa, segnatamente, contro qualcosa, contro dei nemici.
Non soltanto gli Stati Uniti sono storicamente i nemici dell’Europa nascente sul piano
oggettivo, essi dovrebbero esserlo anche sul piano psicologico. Una nazione ha bisogno di
nemici per costituirsi, per conservarsi. Vivere col nemico di fronte crea l’unità, crea la
salute morale, sostenta la forza di carattere. Per noi non è questione di chiedere l’Europa
ma di prendere l’Europa. Oggettivamente mai alcuno Stato egemonico (come gli USA in
questo momento nei confronti dell’Europa) ha elargito l’indipendenza ai suoi vassalli, ma
tutt’al contrario è stato loro giocoforza prendersi l’indipendenza. L’Italia si fece, insieme,
contro gli Austriaci e contro i Francesi. L’Europa si farà contro gli Americani. Una nazione
si forgia nella lotta e si tempra col sangue. I rischi sono grossi ma bisogna correrli. La vita è
rischio continuo. Il rischio dev’essere voluto, calcolato. Un’Europa senza rischi è una
chimera smentita da ogni esperienza storica.



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LO SCUDO E IL CALENDARIO

Il grande argomento specioso dei filoamericani infami è quello dello «scudo americano».
Cos’è questo scudo? Esangue nel 1945, convalescente nel 1955, l’Europa è oggi sul piano
industriale ed economico una fucina traboccante di salute. La protezione americana –
contro l’assalto staliniano – era indispensabile nel 1948, utile nel 1951 (nello spirito
dell’epoca). Oggi non è più la stessa cosa. Per fabbriche, per risorse economiche, per
uomini, già la sola Europa occidentale non ha più bisogno degli Americani. Che se ne
vadano, quindi. Nessuna gratitudine ci deve legare a loro, essi sono venuti in Europa per i
propri interessi e non per i nostri. Nel 1949 potevamo essere filoamericani per ipocrisia e
per interesse. Oggi non più. L’Europa occidentale da sola è abbastanza potente da mettere
in piedi molto facilmente una forza militare in grado di respingere ogni potenziale
avversario. Tutto sta nel volerla, questa forza militare, quindi di volere l’unità politica
dell’Europa. Chi afferma che non si può fare a meno degli Americani non fa nulla perché
se ne possa fare a meno. Lo «scudo americano» è l’alibi dei vili, è l’alibi degli infingardi, è
l’alibi degli impotenti. L’ipocrita costruzione americana è la seguente: essi dicono, a fior di
labbra, che se ne andranno dall’Europa quando saremo abbastanza forti per difenderci da
soli (lo dicono ma non lo pensano), e allo stesso tempo fanno di tutto affinché noi non
siamo mai abbastanza forti da soli. Lì sta la chiave di questa sfrontata menzogna. Gli Stati
Uniti non vogliono venderci gli armamenti atomici né affidarceli nel quadro della NATO.
La NATO è dunque una truffa (il pescecane e gli sgombri – vedi sopra), poiché vi si
trovano alleati di prima classe (gli USA) e alleati di seconda classe (i piccoli paesi europei),
avendo diritto alla bomba i primi e i secondi non avendone diritto. Gli Americani sono
sufficientemente realisti per sapere che la fine della loro occupazione militare in Europa
sarebbe seguita in capo a sei mesi dalla fine del loro dominio politico. Perciò gli Americani
non possono sinceramente considerare la propria partenza. Gli Americani, a buona
ragione, non hanno fiducia in una libera associazione Europa-USA su basi di parità. Essi
sanno bene che un’Europa forte, indipendente, non sarà un’alleata degli USA. Perciò gli
Americani faranno di tutto per restare sempre militarmente indispensabili in Europa. La
tesi dei collaborazionisti pro-americani secondo la quale noi non possiamo fare a meno
degli Americani è ipocrita: farebbero meglio infatti a confessarci di non volerne fare a
meno. L’argomento dello «scudo americano» sarebbe valido solo a due espresse
condizioni:


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- Accesso immediato a tutte le armi atomiche per gli Europei della NATO;
- Calendario preciso del cambio delle truppe americane con le truppe europee.

Nessuno dei due punti è rispettato, né lo sarà. Andrò anzi più in là di questo piano
prudente. Dirò anzi che è augurabile che le truppe americane levino il campo anche prima
che il calendario sia fissato. Quando l’Europa avrà paura essa ritornerà padrona di sé.
Attualmente l’Europa è pigramente vile al riparo dello «scudo americano». Per accelerare
la presa di coscienza dell’Europa bisogna deliberatamente desiderare un pericolo. Sono la
necessità, l’urgenza, l’imminenza che desteranno l’Europa. Occorre quindi accettare e
auspicare i rischi di un cambiamento precoce, di un cambiamento pericoloso. Per
cementare l’Europa, occorrerà metterla parzialmente in pericolo. Questo non è sfuggito ai
capi della Francia nel 1792... Non si crea una nazione con discorsi, con pie intenzioni e con
banchetti. Una nazione si crea con fucili, con martiri, con pericoli vissuti in comune. Nei
fatti i filo-americani sono dei cialtroni, della gente che non ha voglia di battersi nemmeno
all’occorrenza. Essi accettano l’umiliazione dell’occupazione americana per non doversi
battere essi stessi. È la stessa condizione di spirito della borghesia francese sotto
l’occupazione germanica nel 1942. Costoro si credevano molto scaltri nel dire «i tedeschi
crepano sul fronte russo per proteggere le nostre casseforti». Si credevano molto scaltri e
non si accorgevano di essere dei grandi vigliacchi. Una simile tradizione non si
abbandona. La medesima ignobile borghesia che si faceva proteggere dallo «scudo
germanico» nel 1942 accetta oggi, compiacendosene, di farsi proteggere dallo «scudo
americano». Dacché i loro dividendi sono protetti, essi sono soddisfatti. Ma se questa
gente ha la paura fisica della partenza degli Americani, è perché allora essi dovrebbero far
da soli; noi, non abbiamo paura. Qui sta il fossato che ci separa dalla cricca dei
collaborazionisti filo-yankee.


LE SOLUZIONI GARIBALDINE


L’unità italiana si fece con l’apporto di differenti fattori: l’idealismo e la magnifica
preveggenza di Mazzini, l’epopea d’azione di Garibaldi, i calcoli di Cavour. Un complesso
inseparabile. Sul piano puramente militare l’azione garibaldina fu insignificante. Sul piano
storico essa fu essenziale, determinante. Fu grazie a Garibaldi che il sangue fu versato. E

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quando il sangue è stato versato un fossato si scava tra l’occupante e l’occupato. Un
fossato che obbliga tutti a prendere chiaramente partito a favore dell’occupante o contro.
Dopo i primi morti non vi è più posto per i «sì, ma» e i «forse». Il fenomeno si è verificato
in Algeria fra il 1954 e il 1962. Nel 1954 numerosi Algerini potevano ancora difendere, a
buon diritto, la tesi dell’occupazione francese come “male minore”. Nel 1960 nessun
Algerino poteva farlo più. Il fossato era stato scavato dai morti. Che lo sia stato
artificiosamente, deliberatamente, non cambia nulla. Durante l’occupazione germanica i
comunisti si comportarono in tal modo. Uccisero soldati germanici del tutto innocenti, con
una palla nella schiena. Le autorità occupanti caddero nella trappola: fucilarono dei
francesi a loro volta del tutto innocenti. La macchina a quel punto si era messa in moto,
l’irrimediabile era accaduto. Ciò non poteva trovar fine se non con la distruzione totale
dell’uno o dell’altro. Si poteva essere attendisti nel 1940, non più nel gennaio 1945.
Quando Garibaldi ebbe avuto i suoi primi cento morti nelle fila dei soldati irregolari,
l’Italia iniziava a sentirsi in obbligo di chiudere la faccenda a cannonate. Fu ciò che fece.
Anche l’Europa dovrà farsi contro i suoi occupanti. Se il “ricatto” è ben fatto ciò si
realizzerà senza troppo sangue o addirittura senza violenze. Ma è probabile che il “ricatto”
per la partenza dei nostri occupanti sarà spaventosamente rafforzato da “azioni
garibaldine”. Attraverso una duplicità patriottica molto politica, come quella di Garibaldi
e Cavour, noi faremo partire gli occupanti. Un rivoluzionario europeo deve quindi fin
d’ora contemplare come un’ipotesi di lavoro un’eventuale lotta armata insurrezionale
contro l’occupante americano. Colui al quale questa ipotesi fa paura non è un
rivoluzionario. Non è neanche un nazionalista europeo. Quando si vuole il fine si vogliono
i mezzi. Quando si vuole l’Europa si vogliono tutti i mezzi per farla.