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La verit rivoluzionaria*

di Mario Tronti
Sul populismo, quasi tutto stato detto. Sulla rappresentanza, quasi nulla c pi da dire. Sposterei il fuoco del discorso
critico: verso i punti di cui non si dice, ma si tace. Di un ritorno in grande della critica c oggi bisogno. E per sul
carattere che essa deve assumere, ci si deve intendere: almeno tra chi esprime la volont politica di un per la critica
riguardo a tutto ci che . Ma - ecco il punto - ci che non corrisponde a ci che appare. Gran parte dei movimenti di
opinione, nellet della comunicazione di massa, prendono come nemico lapparenza, combattono quello che vedono,
cio quello che gli viene fatto vedere. La realt cos lasciata libera di operare su di loro, contro di loro. E vince, perch
non ha pi avversari.
Guardate. Non da anni, da decenni, dai favolosi anni Ottanta, che si ripete qui in Occidente la frase: cambiato
tutto, e tutto velocemente cambia. Non vero. Tutto sostanzialmente come prima, tutto disperatamente fermo. Da
sottolineare: sostanzialmente. Le forme di esistenza di una societ capitalistica si sono radicalmente trasformate, ma il
capitalismo come sostanza di vita, cio come rapporto sociale e come struttura di potere, ancora quello o ne siamo
fuoriusciti? Le sue grandi trasformazioni, indubitabili, ci autorizzano a firmare con esso un patto di stabilit che lo
certifichi come eterno presente? Lavvento del nuovo che avanza, a datare da fine Novecento, non si rivela adesso per
quello che , cio un ritorno di Ottocento? Perfino la scienza economica pi avvertita ormai se ne accorge: vedi il
confronto in quel dAmerica tra Thomas Piketty e Stiglitz e Krugman. Queste sono le domande. Io penso che oggi la
lotta, prima ancora che tra il giusto e lingiusto, , deve essere, tra il vero e il falso. C un nuovo senso da dare al
vecchio detto del movimento operaio: dire la verit rivoluzionario.

Siamo in una fase pre-marxiana, senza prima di noi uno Hegel che ci abbia consegnato il sistema e il metodo di un
tempo appeso col pensiero. Marx aveva da superare istanze utopiche, che pasticciavano con la cucina dellavvenire.
Rispondeva mettendo sotto critica il presente storico, per capire se nelle pieghe delle sue contraddizioni si potesse
scorgere, una forza, un soggetto, in grado di rovesciare lo stato delle cose. Per far questo aveva bisogno di premettere
allanalisi scientifica del capitale la critica dellideologia borghese. Ecco il modello. Oggi tornato necessario ripartire
dal Marx giovane per arrivare al Marx Maturo. Occorre ripartire dalla critica dellapparato ideologico di
mascheramento della realt, che diventato, molto pi che allora, il modo stesso di funzionamento della realt. Molto
pi che allora, perch non essendo stato teorizzato a livello, diciamo, hegeliano, si presenta come un dato empirico,
immediato, antropologicamente quotidiano: di qui, la difficolt a scoprirlo e a colpirlo. E molto pi che allora, perch
globalizzato, non pi ideologia tedesca, ma occidentale, a centralit euro-americana. E soprattutto, universalizzato,
apparato ideologico proprio, in forme diverse, di tutte e due le classi in lotta, senso comune intellettuale e buon senso di
massa. Il progressismo democratico lo spazio-tempo entro cui ruotano i venti, che provocano a seconda delle stagioni,
il. sereno dello sviluppo o le nuvole della crisi. La rivoluzione permanente si realizzata tecnologicamente, presupposto
metafisico, dato ontologico, che condiziona i modi del conoscere, e del comunicare e, quindi, dellagire.
Manca oggi il punto di vista, assunto e coltivato da una parte. E qui c il crollo di cultura politica: che riguarda sia i
ceti dominanti che quelli subalterni. Cera una volta la teoria del crollo, la Zusammenbruchstheorie, con qualche
accenno in Marx, con pi di una suggestione nel marxismo: Il sistema capitalistico pareva destinato alla catastrofe: nel
29 la profezia sembr avverarsi, dal 2008 sembrata ripetersi. Ma questa in cui viviamo una forma sociale che si
rovescia in se stessa, si autotrasforma, cresce e cambia attraverso crisi, Proteo che sa apparire diverso da quello che , e
proprio cos sopravvive. Le nuove generazioni, di intellettuali e di politici, dovrebbero sapere questo: che sono figlie del
tempo in cui la teoria del crollo andata ad avverarsi non nel capitalismo, ma nel movimento operaio. Attenzione, per:
saperlo, non porta a disarmare le idee e a disorganizzare le azioni, ma al contrario a riarmarle e a riorganizzarle,
prendendo atto di questo fatto, crudo, crudele. Lidea che l, nel mitico 89-91, sia accaduto qualcosa che ha rimesso in
cammino le magnifiche sorti e progressive dellumanit la contro-verit ideologica che ha occupato militarmente
lultimo quarto di secolo. Smascherarla il compito pi urgente. Qui sta la premessa per qualsiasi progetto di ritorno in
campo di un pensiero critico e di una prassi trasformatrice. Senza questo passaggio di liberazione dal mito non ci sar
riconquista di una ragione alternativa. Non c egemonia senza autonomia, non c lotta senza organizzazione, non c
politica senza cultura politica.
Novecento, si dice. E con questo si crede di liquidare il discorso. E allora assumiamolo questo problema. Perch questo
fa problema. La condizione stretta. Non c futuro di immediato riscatto. Correre dietro alle illusioni non sta nel
bagaglio di quella grande forza storica che stato il movimento operaio. Chi viene da l non dice: ho un sogno. Dice: ho
un progetto. Devo fare una cosa che si pu fare. Appronto i mezzi indispensabili per farla. Tentare limpossibile? Si, ma
per ottenere, weberianamente, il possibile. Mettersi dalla parte del torto? Certo, ma per arrivare ad avere ragione. E
questa nessuno te la regaler. Te la devi conquistare, con labilit e la forza, con il lione e la volpe. A un certo punto
abbiamo opportunamente fatto a meno del materialismo dialettico, con la sua pretesa di spiegare lessenza della intera
natura. Credo sia venuto il momento di fare a meno del materialismo storico, con la sua intenzione di spiegare lessenza
di tutte le societ. Ci basta un realismo politico per la critica di questa forma sociale, che ponga le condizioni, e per
adesso solo quelle, di un suo possibile superamento. E qui dentro che bisogna lavorare, e lottare. Non c bisogno del
dopo per combattere il qui e ora. Descrivere nella sua verit il presente, gi sufficiente motivo di mobilitazione, causa
scatenante di una opposizione a ci che . Se si riuscisse a decifrare, per ognuno, a ogni ora della sua esistenza
quotidiana, larcano della merce, se si riuscisse di qui a denunciare lalienazione dellessenza umana dallattuale essere
umano, ecco, le fondamenta sarebbero poste per un rifiuto collettivo di sistema. Ci vorrebbe un Partito/Principe per
farlo. Nella organizzazione di questa forma andrebbe cercato tutto il nuovo di cui c veramente bisogno.
Il dramma storico, specifico, idealtipico del nostro tempo, il fatto che sono venuti a mancare quel soggetto sociale e
quella forza politica, in grado di irrompere nelle contraddizioni presenti per mettere in crisi lequilibrio che le contiene e
soprattutto le trattiene. La crisi di sistema autoprodotta dal capitalismo, come sempre, per suoi problemi, nella fase,
impossibili da risolvere, senza un passaggio di ristrutturazione. Questo, infatti, la crisi. In passato, il difetto del
movimento operaio, in Occidente, era la sua incapacit di immettere, esso, crisi nel sistema, in quanto parte interna
antagonista. Sapeva per usare la crisi per la sua propria crescita di presenza e di forza. Oggi, c qualcosa di pi grave:
senza forza organizzata, nessuno, in nessun luogo, in grado di usare la crisi per la critica. Questa la vera causa
strutturale dellattuale disorientamento politico di massa. Tutto il resto segue: i populismi di vario segno, dal basso e
dallalto, le pulsioni antipolitiche, la protesta sociale, o corporativa, o anarchica, comunque diffusa, inespressa
collettivamente e dunque esistenzialmente rabbiosa. La risposta, subalterna, nel segno della personalizzazione
demagogica della leadership segue a sua volta il vento, non lo contrasta, lo esprime, lo rappresenta.
Allora. Quella che si dice adesso societ civile soprattutto questo vento. Anche qui, realisticamente, bene non
illudersi. Quelle minoranze attive, movimenti, volontariato, cooperazione, mutuo soccorso, esperienze esemplari di
persone eccezionali, che conosciamo, niente possono contro questo spirito del tempo, che soffia dove vuole, questa
piena delle acque che travolge tutti gli argini, allaga i campi, e su cui galleggiano i relitti di una politica che fu. Nulla
possono senza una direzione dallalto, complessiva, che organizzi un processo in controtendenza. La decadenza di ceto
politico non si combatte concedendo rappresentanza diretta a una maggioranza democratica pre-politica. Il problema di
governo cos non si risolve, si aggrava. Lantipolitica unepidemia: il virus si prende e si diffonde, incurabile, per via
di agire comunicativo, in et adulta. Ormai ne sembrano immuni solo i bambini, che infatti, a guardarsi intorno,
risultano gli ultimi esseri umani sani. I politologi, invece di andare in giro a raccontarci tutti i giorni quello che gi
sappiamo, dovrebbero chiudersi in laboratorio a sperimentare almeno un vaccino. Non vero che c poca
rappresentanza. Ce n troppa. Le forze politiche, in campagna elettorale permanente, in queste democrazie del voto su
tutto e sul niente, si lasciano dettare passivamente il loro che fare dagli umori che circolano nelle vene di un civile
senza sociale, civilt senza societ, o meglio, civilizzazione senza socializzazione, ultimo pi che coerente prodotto di
un capitalismo trionfante perfino nella crisi.
Per la decisione conta oggi pi una piazza che un ministero. Conta pi un urlo dellopinione che una legge del
Parlamento. I governi non governano, non solo perch non c pi Stato nazione, ma perch non c pi sovranit del
popolo, nazione per nazione. Potrebbe esserci, questa, a livello sovranazionale. Sarebbe bene. Ma bisognerebbe, ad
esempio, cominciare a fare di una Unione Europea un Europa. Qui e ora, sovrano chi decide nella condizione dello
sviluppo e della crisi. Introdurre le masse nello Stato era un grande progetto, in parte realizzato nei trentanni gloriosi
del dopoguerra, quando cerano i partiti. Introdurre la gente nello Stato, e prima ancora nel partito, ecco lultimo grido:
un programma reazionario, da qualunque parte venga. E viene da tutte le parti. Le masse contestavano il potere, la gente
contesta i politici. Chi comanda si sente messo al sicuro per i prossimi decenni. Il guasto viene da lontano.
Dallideologia della partecipazione alla pratica delle primarie, una discesa. Meglio chiamarla una deriva. Che cos
una deriva? E quando qualcosa accade, e tu non puoi fermarla, e dunque devi assumerla, e cos per non solo ne
diventi parte, ma contribuisci a farla vincere. La crisi della politica c, non perch la politica non ha pi ascoltato, ma
perch non ha pi parlato. E diventata lintendenza che segue invece dellavanguardia che precede. La politica non ha
pi assolto alle sue funzioni: dirigere i processi, risolvere i problemi, non gestire ma governare, organizzare il conflitto,
pi che dare rappresentanza, fare rappresentazione del sociale, negli antagonismi di una societ divisa, mostrare di
avere a cuore le forme di vita delle persone, produrre futuro nella critica del presente.
Bisogna ripartire dallalto. Per rifare popolo, necessario, indispensabile, ricostruire classi dirigenti. Qui loggi della
Tigre Assenza. Non un compito impossibile. La crisi potrebbe essere il kairs, loccasione, il tempo giusto. Non se ne
vedono i segni. Ma non vero che la storia finita. E solo un film interrotto dagli spot pubblicitari della cronaca
quotidiana, che sembrano eterni. Sono finite le filosofie della storia, le narrazioni ideologiche borghesi di un
inarrestabile progresso verso il meglio. Il meglio te lo devi conquistare. Lo devi imporre al corso della storia, che rema
contro. Anche questo, forse soprattutto questo politica. E politica antagonista. Essenziale non lasciarsi tentare dal
tutto e subito, dalla semplificazione, dallimprovvisazione, e cio di nuovo dallillusione velleitaria e minoritaria. Non
ci sono scorciatoie. Il cammino lungo, e lento. Anche chi, come noi, resiste ad assumere il nome di riformista, deve
per disposi a ripensare il concetto di rivoluzione. Si tratta di un processo, articolato, contraddittorio, non lineare, non
progressivo. Qualcuno ci aveva avvertito che non si sarebbe trattato di una camminata sulla prospettiva Nevskij. Anche
con questo capitalismo i conti sono complicati. Non il caso di risolverli, per usare una espressione di Marx, alla
plebea. C piuttosto da alzare la sfida, riconsegnando una credibile autorevolezza al rifiuto della logica di sistema.
Come per lo Stato, la societ borghese si cambia, non si abbatte, non si nega, si supera. E nel superamento c sempre il
movimento del trattenere ci che serve. Nella contingenza, cio nella realt, concessa solo lutilizzazione del nemico.
Di nuovo, questa politica. Ma ci vuole, la forza, lintelligenza e, appunto, lautorit.
*Larticolo di Mario Tronti apparso sul numero 1 della rivista Pandora. Pandora la rivista di teoria politica nata per impulso di Giacomo
Bottos, giovane studioso, autore con altri de "LApparato", la graffiante pagina facebook che con le armi dellironia ha criticato
sapientemente la sinistra italiana e non solo. Animata prevalentemente da giovani autori, essa vuole aprire un discorso sulla politica, per
questo aperta a contributi e collaborazioni da parte di studiosi, militanti, interessati.