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Beppe Niccolai

BERTO RICCI
il fascismo come trasgressione
Berto Ricci (Firenze 1905 - Bir Gandula 1941) Professore di matematica a Prato, Palermo e Firenze,
da giovane si interess di occultismo ed ebbe simpatie anarchiche.
Ader al fascismo nel '27. Collabor a diverse riviste del regime e nel '31 fond "l'Universale".Oltre a "il
Rosai" ('30), "Poesie" ('30) e a "Corona ferrea" ('33), pubblic "Lo scrittore italiano" ('31), "Errori del
nazionalismo italico ('31) e diede il suo contributo a "Processo alla borghesia" ('39).
Combatt in Etiopia nel '37 e, partito volontario allo scoppio della II Guerra Mondiale, fu uno dei primi
a cadere. Gli amici pubblicarono postumi gli "Avvisi" tratti da "l'Universale".

Quello che segue il testo della conferenza che Beppe Niccolai tenne a Modugno, per il Centro
culturale "La Quercia" il 10 dicembre 1988.
Niccolai venne in Terra di Bari quando gi aveva subito una prima, grave avvisaglia del male
che lo avrebbe stroncato appena undici mesi dopo quel nostro indimenticabile incontro.
Il primo desiderio di Beppe, appena giunto a Bari, fu quello di voler recarsi al Sacrario dei
Caduti d'Oltremare, ove sono raccolte le spoglie dei nostri soldati morti nel corso dell'ultimo
conflitto. Tra esse, vi sono anche quelle del sottotenente di artiglieria Roberto Ricci, caduto in
Libia il 2 febbraio 1940. Con i camerati di Modugno ed i nostri figli accompagnammo Beppe in
quel luogo santo, custodito dalla pace degli eroi. Davanti al piccolo loculo di Berto Ricci,
restammo tutti immobili per un minuto che era un'eternit. Beppe Niccolai fiss intensamente,
profondamente, quella lapide che celava i resti di Berto.
Fu quello il loro muto, aristocratico arrivederci. Quel Dio sereno cantato negli anni pi forti, ne'
giorni pi buoni, supplicato da Berto in una sua incomparabile preghiera, attendeva ora anche
Beppe Niccolai. E, vicino a quel Dio, lo attendeva Berto Ricci.
Pino Tosca

BEPPE

BERTO

la lezione di due eretici

La figura di Beppe Niccolai, spirito eretico ed inquieto, assume oggi pi di ieri, una valenza
politica notevole: perch la nostra una comunit eretica, non certo allineata e coperta,
alla stessa maniera in cui si collocava Berto Ricci in seno al fascismo.
Chi e che cosa ha rappresentato Beppe Niccolai all'interno del nostro mondo umano?
stato senz'altro un esempio, un maestro di vita per noi uomini di questi momenti storici e
politici attraversati da basse tensioni e da infime passioni.
Ripensando a quanto Beppe Niccolai ha fatto, viene di dentro una sorta d'invidia, di quel
sentimento in positivo che pervade i giovani e i giovanissimi che, per evidenti condizioni
anagrafiche, non hanno potuto vivere quegli entusiasmi e anche quelle amarezze che Beppe
Niccolai ha vissuto.
A diciannove anni, ancora studente universitario, egli s'arruola volontario (siamo in guerra,
badate, il '41), ed fra i primissimi, uno dei primi tre, a correre a Tarquinia dov' in
formazione la divisione Folgore. Quella che stata l'epopea della Folgore, quello che stato
l'eroismo dei ragazzi di El Alamein, che finanche Churchill non esit ad appellare i leoni
della Folgore consegnato alla storia. E Beppe Niccolai fu uno di loro. Dopo tutte le
traversie, le sofferenze, i patimenti di quelli dell'Africa Settentrionale.
Come per Berto Ricci, volontario anch'egli in Africa Settentrionale, a combattere contro gli
Inglesi di fuori, e in attesa di cimentarsi contro gli inglesi di dentro, com'ebbe a scrivere
in una delle sue ultime lettere alla moglie Mafalda.
Berto Ricci cade a Bir Gandula colpito dal piombo inglese e Beppe Niccolai finisce prigioniero
nel 1 Campo di Hereford in mani americane. A Hereford, nel deserto devastato dai tornados
del Texas, furono raccolti tutti quei prigionieri che si erano rifiutati di collaborare con gli
Alleati. Con Beppe Niccolai, a Hereford, anche se in campi diversi, finiscono Giuseppe Berto
(che il scriver "Il cielo rosso"), lo scrittore Dante Troisi, il compianto Roberto Mieville che
sar uno dei primi cinque deputati del MSI.
Per sapere cos' stato Hereford per uomini come Beppe Niccolai, basta leggere una pagina
di "Prigionieri nel Texas" scritto da Gaetano Tumiati, giornalista socialista.
Dagli ultimi di maggio, dopo la fine della guerra in Europa, gli americani hanno cominciato
gradualmente a diminuire le razioni. Prima hanno chiuso lo spaccio, poi hanno abolito le
salse, il burro, ogni tipo di carne, fresca, congelata o in scatola. Un'altra nuovissima forma di
pressione sono le adunate senza scopo. (...) Hanno cominciato in giugno e hanno proseguito
per tutta l'estate, di tanto in tanto, senza preavviso e senza senso. Ci radunano tutti l di
primo mattino, chiudono il cancello di filo spinato, ci lasciano due sentinelle di guardia e se ne
vanno senza dir niente. Di solito ci lasciano quattro o cinque ore, dalle dieci alle tre dei
pomeriggio, sotto un sole africano che picchia inesorabile sulla pianura. Una volta siamo
rimasti tutta la giornata.
Questa era la civilt d'oltreoceano, di coloro che ci avevano portato la libert dell'Occidente,
la democrazia, che ci avevano liberato. E continuano a farlo con films di Dallas e Dynasty che
Beppe Niccolai riteneva distruttivi per l'identit nazionale e indice di omologazione di questo
mondo trasformato in villaggio globale. L'omologazione, per Niccolai, era appunto la
cancellazione della memoria. E quando un popolo perde la memoria. cio perde il senso del
passato, non sa pi cos'. Ed allora che spuntano i due idoli che oggi sono predominanti: il
dio danaro e l'economia come destino.
Questa una delle tesi che sosteneva Niccolai, sfidando le fustigazioni e i roghi di quanti
ancora perseguono tesi miglioriste di questo sistema. Tesi sostenute con la stessa
determinazione con cui, prima di lui, le sostenne Berto Ricci, insieme a tanti altri che, in pieno
regime fascista, sfidarono la protervia e la decadenza culturale di molti federali in orbace e
stivaloni, usi a pavoneggiarsi con le 643 divise disegnate da Starace e, dopo, a balzare sul
carro del vincitore di turno.
C' un filo che collega Berlo Ricci con Beppe Niccolai. Ricci, coscienza critica del fascismo,
Niccolai, coscienza critica del MSI. Eretico l'uno, eretico l'altro, trasgressivi ambedue.

Trasgressivi in che cosa? Eretici perch? La risposta potrebbe riassumersi in una frase di
Marcello Veneziani: Il Fascismo fu un fascio di eresie.
Eresie non classificabili di destra e di sinistra: importantissimo quest'assunto nel
momento in cui ci si affanna a definirsi di destra aggettivata in variegata maniera.
Zeev Sthernell, professore israelita, docente di Scienze Politiche a Gerusalemme e a Parigi,
nel suo "N destra n sinistra" afferma che il Fascismo nasce dall'incontro di due eresie: un
radicalismo di destra, eretico rispetto alla destra moderata e conservatrice che tassa il
macinato, fucila i cafoni, cannoneggia il popolo e decora Bava Beccaris; e un radicalismo di
sinistra, eretico rispetto alla sinistra riformista e progressista, pacifista e codarda, che
trover il suo massimo orgoglio in Misiano, disertore e perci deputato socialista, cacciato
dal parlamento dai reduci della Trincea delle Frasche e di Doberd.
Dall'unione di queste eresie nasce il Fascismo. E Beppe Niccolai cosa sosteneva, a proposito
di destra e sinistra? Che sono termini che possono servire nella polemica spicciola ma
nella sostanza non hanno pi significato. (...) Sul tema dell'ecologia la sinistra intellettuale
porta avanti argomenti che sono tipici della destra. In politica internazionale c' quella che il
filosofo Augusto Del Noce chiama l'eterogenesi dei fini, la Russia, la Cina, Cuba stessa che
sono partite da una ideologia marxista che negava la patria e la nazione sono diventate
espressione di nazionalismo, che addirittura imperialismo.
E Berto Ricci non credeva alla funzione imperiale dell'Italia e del Fascismo? Io sono
convinto -scriveva nel "Manifesto realista", parlando del Gandhismo e della Rivoluzione
bolscevica che riteneva il contraccolpo locale e temporaneo della rapida rovina d'un
feudalismo mitigato- che tutte queste energie variamente modificate e incanalate dagli eventi
e dalle necessit dovranno far capo all'Italia e alla Rivoluzione fascista, rivoluzione imperiale,
centro d'una imminente civilt non pi caratteristica d'un continente o d'una famiglia di popoli,
ma universale.
Quello di Berto Ricci era un mondo in crisi di civilt. Una crisi che attraversava la societ in
cui era scemato il senso del peccato e s'era ridotto al lumicino il concetto di Trascendenza.
Come oggi. Beppe Niccolai, fra i pochi ad essere convinti della bont di certe tesi, affermava
che c'era bisogno di nuovi valori su cui basare la costruzione di un progetto prima culturale e
poi politico. Egli li indicava questi valori:
La sacralit della vita, il ritorno al Sacro sul quale bisogna approfondire i discorsi perch diceva- ho l'impressione che con tutti gli sforzi encomiabili che sta facendo, nemmeno Papa
Wojtila pare che ce la faccia.
La Patria, che per Niccolai non andava assolutamente confusa con il concetto di sessanta. o
settant'anni fa. La patria non sopraffazione delle patrie altrui, ma la difesa delle identit
minacciate, la Patria difendere le proprie differenze, cio i centri storici, le cattedrali, lo
stesso fiume, il mare, l'aria.
E non fu Berto Ricci a condannare il Vaticano costretto a seminare di smorte lampadine
elettriche le facciate delle Chiese del bel Rinascimento?
Eresie d'allora, eresie d'oggi in cui si concepisce da qualche parte del nostro mondo la
Nazione e la Patria come qualcosa che sta nell'Occidente. Anche da noi, purtroppo, ci sono
gli ammiratori di Rambo, i mallevadori di Bush, coloro i quali si scambiano amorosi sensi
con quel colonnello North dell'Irangate. In questo nostro mondo non s' compreso il valore
delle tesi sostenute da Edgardo Sulis in "Processo alla borghesia" e di Berto Ricci, che
tuonavano contro il capitalismo, l'occidente, l'americanismo, anche allora molto in voga. Un
anticapitalismo, un anti-occidentalismo, un anti-americanismo di sinistra che s'incrociava,
con l'anticapitalismo e l'anti-americanismo di destra di Evola; autore di "Rivolta contro il
mondo moderno". Quell'anti-americanismo che cresceva in Europa e che trovava i vessilliferi
in Drieu La Rochelle, ma anche nella reazione cattolica di Bernanos, nell'anarchico di
destra Jnger, nell'esistenzialismo di Heidegger, nel pensiero liberal-riformista di Ortega. E
che, nel momento in cui l'Italia scaduta a un ruolo di dominio americano, era condiviso da
Beppe Niccolai che sosteneva che l'appiattirsi dell'Europa sull'America era un errore. La
massificazione della vita italiana (e della vita europea) che si avuta con il passaggio da una

cultura all'altra la fuga in occidente. Entrare nel protestantesimo americano ha significato lo


sradicamento. Cio siamo cambiati, siamo mutati, anche dal punto di vista antropologico.
Non sappiamo pi chi siamo. Questo trapasso nella fuga in Occidente stato operato dal
democratismo cristiano il quale, per avere la legittimazione dell'impero che ha vinto la 2
guerra mondiale a poter governare il paese permanentemente, ha dovuto rendere, per
esempio, il paese il meno cristiano d'Europa. Cio scristianizzarlo e, in cambio, ha fatto
passare questa cultura del protestantesimo che cultura estranea alla vita degli italiani.
Abbiamo avuto cos una scuola senza educazione, perch la prima operazione che il potere
ha fatto stata quella di cancellare il concetto di patria.
Sono, queste, tesi che si rifanno a quelle sostenute dagli eretici del Fascismo. Per dirla
ancora con Marcello Veneziani c' un tempo per le istanze di destra e uno per quelle di
sinistra ma la fine la sintesi, la, composizione; rifiutando tuttavia la mediazione, ovvero il
centro. Ritorna l'essenza del fascismo come incontro di due radicalismi di destra e di sinistra
coalizzati contro i moderatismi delle rispettive aree che convergono verso il centro.
A sentire siffatte asserzioni, qualche prudente -il termine piaceva a Beppe Niccolai- si sentir
sconvolgere. Anche questo un segno dei tempi, questo s diverso da ci che accadeva
durante il Fascismo quando gli eretici professavano le loro idee non nel chiuso delle
catacombe ma all'aperto, sui giornali e sulle riviste.
Nell'Italia di Mussolini, del bieco affossatore di ogni libert, del nero fustigatore dei sacri
princpi dell'89, c'era chi apertamente dissentiva e accusava quanti sbarravano, dall'interno,
il cammino d'una Rivoluzione che s'era impantanata nelle trappole dell'Ordine Costituito.
E se lo facevano, era perch potevano farlo. Perch Mussolini voleva che lo facessero.
Perch Mussolini li am tutti, gli eretici. Anche il non-fascista Prezzolini, odiato da molti
perch ritenuto transfuga in America.
Chi era in alto, ma proprio in alto, amava gli eretici.
Oggi un po' diverso. Oggi certi eretici sono amati dal basso, da tutti quelli che pensano a
quanto scrisse Berto Ricci:
Viene, dopo le finte battaglie, il giorno in cui c' da fare sul serio, e si ristabiliscono di colpo
le gerarchie naturali: avanti gli ultimi, i dimenticati, i malvisti, i derisi. Essi ebbero la fortuna di
non fare carriera, anzi di non volerla fare, di non smarrire le proprie virt nel frastuono degli
elogi mentiti e dei battimano convenzionali. Essi ebbero la fortuna di assaporare amarezze
sane, ire sane, conoscere lunghi silenzi, sacrifici ostinati e senza lacrime, solitudini di pietra,
amicizie non sottoposte all'utile e non imperniate sull'intrigo
Vito Errico

Beppe Niccolai

BERTO RICCI
il fascismo come trasgressione
Berto Ricci fu uomo di cocenti passioni. Chi disprezzava, Berto Ricci? I babbuini (cos li
chiamava), i fiaschi vuoti, i palloni gonfiati, i farabutelli, coloro che stanno sempre alla
finestra, coloro che, dopo essersi rinchiusi in casa, scendono per la strada a cose fatte e magari
dicono che hanno vinto.
Mentre Berto Ricci amava gli inquieti, i liberi, quelli simili a praterie che inarca il vento alle
foglie ambiziose, come egli scrive in una sua poesia.
La toscanit di Berto tutta qui.
Lo stemma della citt di Firenze una macchia di sangue che si trasforma in giglio. La storia di
Firenze comincia, se ci si fa caso, con una imboscata e si incentra nel motto della famiglia degli
Uberti: Cosa fatta, capo ha, che Dante definisce seme della gente toscana.

I fiorentini (anzi, tutti i toscani) si sono sempre sbudellati fra di loro; per quattrocento anni hanno
attaccato briga per tutto e su tutto. E la lotta tra fascisti ed antifascisti in Toscana, negli anni che
vanno dal '19 al '25, assunse un immediato aspetto di lotta di parte, come tra guelfi e ghibellini,
neri e bianchi, popolo grasso e popolo minuto.
Dopo secoli di servit e rivoluzioni morali, i Fiorentini ritrovavano proprio nel fascismo e
nell'antifascismo il loro antico fronte di lotta. C' una pagina bellissima di Vasco Pratolini, prima
fascista e poi antifascista, scritta sul "Politecnico" (il famoso "Politecnico" poi soppresso da
Togliatti) nel dicembre del '47 che voglio citare: Ma anche quei franchi tiratori che si difesero di
tetto in tetto, erano fiorentini. La Repubblica Sociale Italiana salv la faccia a Firenze. Una
faccia che spuntava coi mitra dai comignoli e dagli abbaini. Soltanto a Firenze ci fu tra patrioti e
fascisti vera guerra civile; fu li e solo li vera Spagna. Rossi e neri dietro le barricate, al riparo di
una cantonata, nella linea di fuoco sugli argini di un torrente nelle stesse ore dell'agosto '44 in
cui anche Parigi lottava per la sua liberazione. I partigiani scesero dalle montagne ed i fascisti li
aspettarono. Non era pi fascismo contro nazioni unite. Erano fiorentini di due opposte fazioni
che si ritrovavano ad uno dei tanti appuntamenti della loro storia. I tedeschi, fatti saltare i ponti,
piegavano in ritirata e lasciavano le bande nere a vendere cara la pelle. Gli alleati avevano
segnato il passo davanti alle rovine dei ponti e affidavano ai volontari della libert, l'onore di
cavare la castagna dal fuoco espugnando la citt. Dur otto giorni, e sulla stessa pietra che
ricorda il rogo di fra Savonarola venne fucilato Pietro Tesi: trionfatore con distacco di una
Milano-S. Remo che fa testo negli annali del ciclismo italiano. Dietro Santa Croce, dove
riposano Macchiavelli e Foscolo, fu passato per le armi Alfredo Magnoldi: primo classificato al
campionato europeo dei pesi gallo. I partigiani dissero: "Alfredino era una carogna, ma morto
bene". Morirono bene questi sportivi.
C' libro con un'altra pagina meravigliosa, scritta da Curzio Malaparte, ed "La Pelle".
Sono due libri molto importanti (quello di Pratolini e quello di Malaparte) che vanno letti per
capire l'Italia del Sud e l'Italia che da Firenze va su. Malaparte cos descrive la fucilazione dei
ragazzi fascisti davanti a Santa Maria Novella, a Firenze:
I fascisti seduti sulla gradinata erano ragazzi di 15-16 anni, dai capelli liberi sulla fronte alta, gli
occhi neri e vivi nel lungo volto pallido. Il pi giovane, vestito di una maglia nera e di un paio di
calzoni corti che gli lasciavano nude le gambe dagli stinchi magri, era quasi un bambino. C'era
anche una ragazza, fra loro, giovanissima, nera d'occhi e dai capelli, sciolti sulle spalle, di quel
biondo scuro che s'incontra spesso in Toscana fra le donne del popolo. Sedeva col viso riverso,
mirando le nuvole d'estate sui tetti di Firenze lustri di pioggia, quel cielo pesante e gessoso e
qua e l screpolato, simile ai cieli del Masaccio negli affreschi del Carmine...
Ad un tratto i ragazzi presero a parlar fra loro, ridendo. Parlavano con l'accento popolano di S.
Frediano, di Santa Croce, di Palazzolo. "E quei bighelloni che stanno a guardare, non hanno
mai visto ammazzare un cristiano? E come si divertono quei mammalucchi, li vorrei vedere al
nostro posto e che farebbero quei finocchiacci, scommetto che si butterebbero in ginocchio, li
sentiresti strillare come maiali i poverini".
I ragazzi ridevano, pallidissimi, fissando le mani dell'ufficiale partigiano: "Guardalo, bellino, con
quel fazzoletto rosso al collo. Oh chi gli mai? oh chi gli da essere, Garibaldi! Quel che mi
dispiace" disse il ragazzo in piedi sullo scalino " di essere ammazzato da questi bucaioli".
"Un la fa tanto lunga" grid una dalla folla.
"Se lei ha furia, venga al mio posto" grid il ragazzo ficcandosi le mani in tasca.
L'ufficiale partigiano alz la testa e disse: "Fa' presto. Non mi far perdere tempo. Tocca a te".
"Se gli per non farle perdere tempo" disse il ragazzo con voce di scherno "mi sbrigo subito".
E, scavalcati i compagni, and a mettersi davanti ai partigiani armati di mitra, accanto al
mucchio di cadaveri, proprio in mezzo alla pozza di sangue che si allargava sul pavimento di
marmo del sagrato della Chiesa. "Bada di non sporcarti le scarpe" gli grid uno dei suoi
compagni. E tutti si misero a ridere.
In quell'istante il ragazzo grid: "Viva Mussolini" e cadde crivellato di colpi.
Ecco, questa la Firenze di Berto Ricci. Ed ecco perch Berto Ricci ce l'ha con gli agnostici,
con gli indifferenti. E dice che sono una vecchia peste di questo Paese dal tranquillo vuoto

interiore. Noi per questo vuoto interiore non daremmo un atomo del nostro doloroso cercare, del
nostro errare umano. Berto, in definitiva, sta con la gente che discorre, che opera, che
disprezza e si rode alla maniera italiana.
Ci sono stati, ed alcuni sono ancora vivi, suoi amici, oggi passati in altri settori politici, che
hanno scritto in questi ultimi anni di Berto. C' Corvi, su "Settimo Giorno" che sotto il titolo
"Berto Ricci, poeta per natura e per disciplina letteraria", scrive: Non gli bastava essere artista,
voleva conoscere le ragioni del suo vivere come uomo tra gli uomini; non si accontentava delle
parole, voleva cose. Generoso e disinteressato, per s non chiese che sacrifici, sofferenze e
morte. Non i suoi nemici dovevano aver paura di un simile carattere, ma i suoi amici, quelli della
sua parte.
Mai visto e questo Luigi Person, professore di liceo, oggi vecchio, che cos ha scritto su
"la Nazione" del 4/31/86 un uomo che capisse cos intensamente i bisogni dell'altro. Ecco, qui
si potrebbe fare il paragone tra la politica odierna ed i tempi di allora. Qui c', lo sbalzo.
La politica, che cos' poi in definitiva? Se ci si fa caso, la politica il sapersi occupare dei
problemi degli altri come se fossero propri, fino a morirne. Questa la politica. No, dovrei dire:
questa era la politica.
Scrive ancora Person a proposito di Ricci:
Sulla vita, sul mondo e sul nostro percorso egli aveva opinioni sicure, incorruttibili ed
incorruttibile era soprattutto lui, povero, rifuggiva da qualsiasi vanit. Un'antica sapienza calata
nella realt moderna. La sua camera da letto, che io ho visto, era spartana, ( morto a 35 anni,
quest'uomo) e spartana era la sua concezione morale: un letto di ferro, un tavolino ricoperto da
un tappetino carico di libri ed al muro uno scaffale qualsiasi con altri libri, non c'era altro. Non
pu venir fuori un interessante confronto con la vita dei politici d'oggi.
In un'intervista fatta a Gassman ed ad Alberto Sordi su "la Repubblica" leggo: Ci troviamo di
fronte ad un'Italia brulicante di palazzinari, opportunisti, corrotti, corruttori, inattendibili
monsignori, importantissimi falliti, avvocatucoli di pretura, di cassazione, minuscoli fanatici,
trionfanti mediocri, prevedibili vigliacchi, improvvisi mascalzoni, detestabili diritti, ... e potrei
continuare.
L'Italia d'oggi degnamente rappresentata dal cinema con gli italiani di tipo medio illustrati da
Alberto Sordi. Il cinematografo , tra le arti, quella che rende meglio l'immagine che in
letteratura non c' pi. Al cinema con Antonioni l'incomunicabilit -cio l'impossibilit di parlarsifra padre e figlio, fra italiani. L'incomunicabilit, la fuga nella fantasia di Fellini e il tipico italiano
medio di Alberto Sordi: il cinema che rende bene questa situazione. Perch, quindi Berto
Ricci oggi?
Perch siamo in una fase revisionista.
L'Italia stato come un pugile messo knock out, nel '45.
E questa Italia era andata al tappeto nel '45 con la tragica rappresentazione di piazzale Loreto.
Piazzale Loreto: cosa rappresenta nella storia d'Italia?
Fateci caso: io so perch vado, ogni tanto, a Predappio. Io ed i miei amici di partito, di
comunit, lo sappiamo. Ma perch a Predappio ci vanno tanti italiani che non sono stati mai
fascisti e non lo saranno mai? Che ci vanno a fare?
Ci vanno perch Predappio il muro del pianto del nostro Risorgimento nazionale, la fine di
una concezione, dell'Italia con un ruolo nel mondo: l'Italia grande, un'Italia che faceva sentire il
suo cuore, valere le sue grandissime qualit. Insomma a Predappio che si ha la rivisitazione
della storia. Ed ecco perch spunta anche Berto Ricci e spunta perch i Tranfaglia e gli altri
antifascisti dichiarati, quando si trovano di fronte alla figura di Berto Ricci, debbono dire: alt, qua
c' qualcosa di veramente diverso.
Perch, vedete, Berto Ricci diceva: Ci sono Inghilterre che abbiamo dentro di noi che bisogna
abbattere. E sono quelle, quello il male: l dove prevale, l il nemico. A chi ci rimprovera di
volere la perfezione, si risponda finalmente e fieramente di "SI". Si risponda: "non addegna del
nome di rivoluzionario chi non la vuole".
Il nuovo tipo di italiano doveva essere quello che si ribellava alla legge del mercante: l'antico
conflitto dell'oro contro il sangue. Chi non ha capito le ragioni profonde dell'ultima guerra, non

capir mai i polacchi, gli afghani, i palestinesi. Costoro vivono e combattono perch hanno una
memoria storica. I popoli ricchi e i popoli poveri, Nord e Sud.
C' qui da noi, oggi, una concezione dello Stato pensato al Nord, secondo due Italie: l'Italia
coloniale e l'Italia ricca, opulenta, quella degli Agnelli. E la situazione destinata a rimanere
cos, perch il partito egemone se perde i voti a settentrione li pu sempre riavere al Sud,
grazie al clientelismo. E allora, riequilibrata la situazione, si eternizza al potere.
Vi una testimonianza su Berto Ricci di un uomo che lo scettico per eccellenza, che un
epilettico della morale: Indro Montanelli, uno che in genere non crede nella massima parte delle
cose in cui scrive.
Indro Montanelli avrebbe dovuto essere con noi. Non c' perch gli piacciono i luccichii, gli
piace vivere nella culla di quella grassa borghesia lombarda che gli dice quanto sei bravo. Ho
detto: un epilettico della morale. Egli, nel '55, scrive un articolo che andrebbe letto tutto, titolo:
"Proibito ai minori di 40 anni". Ecco che cosa scrive:
Quando dalla cittaduzza andai a conoscere il direttore del periodico "l'Universale", Berto Ricci,
col quale avevo scambiato alcune lettere, anche per me il fascismo cominci a contare
qualcosa. Egli fu il solo maestro di carattere che io abbia mai trovato in questo Paese, in cui il
carattere l'unica materia in cui si passa sempre senza esame. E quando di l ad alcuni anni
ebbi deciso di voltare le spalle al fascismo, fu soltanto di lui che mi preoccupai. Infatti, andai
apposta a Firenze a parlargliene. Mi stette a sentire, poi disse pacatamente. "Queste sono
faccende in cui s'ha da vedersela con la propria coscienza e nessuno pu essere d'aiuto a
nessuno. Io ti dico soltanto una cosa, non pensare ai vivi, pensa a quelli che, per restare fedeli
con le nostre idee, ci sono rimasti. Siamo un gruppetto di dieci-dodici persone, non di pi. Per
non arrossire di fronte a noi stessi, e l'uno di fronte all'altro, qualche cosa si fatto e Paolo
Cesarini ci ha lasciato una gamba e Carlo Rotolo ci ha lasciato la vita, lui che forse era quello a
cui la vita pi sorrideva. Pensaci, e pensa anche che se imbocchi quella strada devi batterla
sino in fondo, sino al confino, o sino all'esilio. Questo solo ti chiedo: di poter continuare a
stimarti come avversario, visto che devo cessare di stimarti come amico e come alleato".
Dir poi Montanelli che strade non ve ne erano pi: Credevo di essere diventato antifascista,
ma non era vero, ero soltanto un fascista strano e stanco, anticipavo di qualche anno l'Italia di
oggi, smaliziata e utilitaria, degli Italiani che non credono pi. Entrai nella compagnia dei grandi
scettici. Mai pi mi sentir come mi sentii allora, accanto a Berto, parte di qualcosa e compagno
di qualcuno, voglio dire che mai mi ero sentito e mai mi sentir giovane come in quegli anni e
non solo perch ne avessi 20. Io sono fra i rassegnati, so benissimo che di bandiere non posso
averne altre e l'unica che seguiter a sventolare sulla mia vita quella che disertai prima che
cadesse. Ora che le commissioni di epurazioni non ci sono pi, e quindi pi non siamo obbligati
a mentire per le solite ragioni di famiglia, forse venuto il momento di rendere giustizia ai nostri
venti anni e di riconoscere che essi furono migliori dei 40, e di dare ragione a chi morendo
l'ebbe. Fummo giovani soltanto allora, amici miei. Questo Indro Montanelli davanti a Berto
Ricci.
Berto Ricci ci lascia due volumetti molto esili e introvabili: uno di poesie e l'altro di pezzi poetici.
E sono tutta l'eredit che lui lascia. sempre Montanelli che dice: sulla prosa poetica mi pare
di poter dire che la letteratura giornalistica italiana non ne abbia avuta pi una di cos stringente,
dura e, qua e l, spavalda.
Il mio incontro con Berto Ricci avvenne proprio ritornando dalla prigionia, sui mercatini del libro
usato, quando 40 anni fa si andava noi alla ricerca di libri che non si trovavano pi nelle librerie.
Libri che giustificassero la nostra rabbiosa fedelt ad un regime vissuto in pantaloni corti. Ed l
che mi incontrai con un libro intitolato "Avvisi" costituito da stringatissimi editoriali, con una
prosa minuta, paragonata alla pittura del Rosai, semplice e grande.
Poi riuscii ad avvicinare la sua famiglia. La moglie, un giorno, apri un vecchio baule e tir fuori i
quaderni di Berto, che sono i quaderni di un Gramsci del fascismo; e allora capii che dietro a
quei stringatissimi "Avvisi" c'era una cultura formidabile, filtrata, non mai esibita. Una cultura che
andava dalla letteratura giapponese a quella americana, a tutto il Quattrocento e tutto il
Cinquecento.

Erano, Berto e i suoi amici, uomini, veramente diversi.


Il fratello di Rosai, Bruno, scriveva: Senza una meta precisa prendevamo ad andare lungo le
strade che sfociavano nella campagna, esaltandoci ogni volta nel sentirci dentro il fermo
paesaggio notturno. Le nostre conversazioni quotidiane, spesso accese come liti, avevano la
tendenza a non trovare mai fine. Qualche volta si continuava a passeggiare tutta la notte,
sempre accaniti intorno agli stessi argomenti e si rincasava all'alba, per ricominciare il giorno
dopo.
Qualche volta si continuava a passeggiare tutta la notte... sempre accaniti... Ma l'amicizia era
questa: ci si parlava, non c'era quell'incomunicabilit che oggi ci stata instillata, da un grande
uomo politico, ma non positivo, come stato Aldo Moro; il quale, per trasformare la Democrazia
Cristiana da partito cristiano-sociale in partito diverso, ha dovuto inventare un linguaggio nuovo,
un linguaggio oscuro. Leggete i comunicati della Democrazia Cristiana: non li potete
interpretare se non avete il vocabolario o il traduttore per capire. Perch in quei comunicati,
tutto vi sembra inutile. Ma c'entrano quattro fasi che sono l'essenziale, e che le capiscono solo
gli intenditori. un linguaggio torvo, che copre ogni operazione alle spalle dei popolo.
L'incomunicabilit: perch oggi, anche tra amici pi cari, siamo frettolosi, ci si saluta e via,
arrivederci e la vita scorre cos, grigia. Allora no, allora discutevano fino a tarda notte, fino
all'alba, scherzavano il giorno dopo...
Ecco alcune definizioni sulla destra politica di Berto Ricci: Bisogna diffidare delle destre
nazionaliste, antisemitiche, antibolsceviche, antiparlamentari che si mettono in divisa fascista,
arrembano il potere e danno elegantemente lo sgambetto a chi ce le ha portate col proprio
sangue: camicie verdi o guardie di ferro. O quest'altra definizione del militarismo: Le
confusioni ideologiche ed i facili innamoramenti per i quali un qualsiasi generale a riposo che si
mette a parlare di governo forte ed a mobilitare un po' di ceti medi pu passare per un banditore
del verbo di Mussolini. Ebbene questa gente ci ha gi fatto pi male della grandine.
Tutte queste cose le scriveva quando era vivo Mussolini, vivo sua Maest Vittorio Emanuele III.
Nel '33, si badi bene, egli scriveva inoltre: Venga presto per il bene della cristianit, un Papa
gagliardo, rivoluzionario, che sprotestantizzi la Chiesa, spenga la politica e ravvivi la religione.
Lasci alle donnucole le polemichette puntigliose, riporti nel mondo l'alito del Vangelo. Riceva, si,
i pellegrini d'America, ma si mescoli anche alla plebe di Trastevere ed
entri, Vicario di Cristo, nelle case popolari di S. Frediano.
E cos continuava: Diciamolo francamente, noi non ci spaventeremmo tanto di un clero
macchiato di lussuria, o di ferocia, quanto ci preoccupa questo esercito di impiegati in tonaca,
irrimediabilmente malati di mal borghese. nel peccato una grandezza, un principio, forse, di
santit. Nell'inerzia dei borghesi mediocri non c' che buio; una volta immersi selvaggiamente
nella vita terrena, estranei all'essenza di questo e di quello, affacendati a radunar tessere e a
parare altari.
Si batt sempre, Berto Ricci, per la libert; e nei suoi scritti, pubblicati in una rivista ultrafascista, si ritrovano tutte le critiche di costume che sono poi state fatte al fascismo, ma a babbo
morto, dagli antifascisti tipo Brancati. Le sue ironie sul goffo fascismo delle parate, Berto le far
da fascista. Non vero che non c'era libert durante quel tempo. Berto Ricci tutte queste cose
le ha scritte allora. Non ha aspettato che Mussolini fosse appeso ai ganci di piazzale Loreto per
scriverle.
Benone, noi facciamo questo foglio assai pi per mannai e macellai che per i colletti duri e
proseguiremo con quella schiettezza toscana che d noia a tanti galantuomini e forestieri e
seguiteremo a dir bene e male di quel che ci piace e non ci piace; troppa gente c' oggi in Italia
che batte le mani a tutto e a tutti e approva ogni cosa. Qui si tratta di deboli schiene italiane.
Questi ragazzi de "l'Universale" avevano allora diciannove, venti anni, non di pi; ventitre, al
massimo; e avevano delle mete ambiziose. Se si apre il primo "Avviso", ci si accorge di come si
proponevano delle mete spropositate. Dicevano: Fondiamo questo foglio con volont di agire
nella storia italiana, contro la filosofia regnante... abbiamo l'ambizione incredibile di portare la
letteratura e l'arte all'altezza del primato.

Avevano ambizioni forti, per non erano solo degli intellettuali, perch l'ultimo "Avviso",
quando scoppia la guerra di Abissinia, dice: Si chiude il giornale. E vanno tutti volontari in
guerra. Il volontariato una tradizione terminata col '45. Nel Vietnam non ci stato un
volontario, in Algeria non partito nemmeno un italiano.
Questi ragazzi de "l'Universale", invece, alle parole scritte facevano seguire i fatti.
Leggo due delle 12 lettere che Berto scriver anni dopo al potente Pavolini, per andare di nuovo
al fronte, durante la seconda guerra mondiale.
Caro Pavolini, vi chiedo un favore ... mi sentirei pochissimo a posto dinnanzi a me stesso e
all'Italia se restassi a casa mentre si combatte. Aspettavo una cartolina che non viene, voi siete
uomo da capire uno stato d'animo che mi d giornate bruttine. Ho fatto domanda al distretto per
essere assegnato ad un reparto combattente, ma ho paura che la domanda resti l a dormire.
Non so come andranno le cose dopo la capitolazione francese, ma credo che la partita con gli
inglesi non sar n brevissima, n vana. Insomma, vi chiedo, caro Pavolini, di appoggiare
questa domanda che ho fatto; tanto se resto a casa sono un uomo inutile, non son pi buono n
a scrivere un rigo, n a dire una parola e come me ce ne tanti. Almeno ai giornalisti dovrebbe
essere concesso di combattere. Aspetto da voi una parola e vi ringrazio perch so che farete
quel che potrete. Il vostro B.R.
E ritorna alla carica: Caro Pavolini, destino che questa guerra mi faccia patire e far patire
molto. Io sono sottotenente di artiglieria di Corpo d'Armata ed avevo chiesto di essere
assegnato all'Unit combattente. Un telegramma del Ministero della Guerra al distretto di
Firenze mi ha assegnato al Settimo Reggimento Artiglieria, Divisione Fanteria Pisa. Avrebbero
dovuto mandarmi invece al Settimo Artiglieria di Corpo d'Armata di Livorno; e il Reggimento mi
ha schiaffato alle Batterie costiere di Marina di Pisa: una bella Unit combattente ed una
solenne fregatura per me. Cos son servito, e se non mi levano di qua, mi sentir tanto umiliato
da considerarmi finito come scrittore politico. A te mi rivolgo, ancora, mio caro Pavolini, dolente
per tutte queste seccature, ma con l'affetto e la fiducia di sempre. Fiducia nella tua pazienza e
nella tua stima.
Questo un uomo che voleva andare a combattere. Pochi giorni prima di morire, in una lettera
alla moglie, (perch con i genitori aveva dei rapporti molto duri; i suoi genitori era affettuosissimi
con lui, ma non condividevano la sua passione politica) scriveva:
D ai miei genitori di non mandarmi pacchi, ora. Non sono stato e non sto con le mani in mano,
ma seguito a chiedere di andare ad un fronte qualsiasi (ed era in Cirenaica) e potrebbe darsi,
Dio lo volesse, che partissi da un momento all'altro. Tanto, ormai la Tripolitania l'ho vista anche
quella, e sarebbe ora di cambiare paesaggio.
Sempre alla moglie dice: Ai ragazzi penso sempre con orgoglio ed entusiasmo, siamo qui
anche per loro, perch questi piccini vivano in un mondo meno ladro e perch la sia finita con
gli Inglesi e con i loro degni fratelli di oltremare, ma anche con qualche Inglese d'Italia. Vi
abbraccio affettuosamente. Il tuo Berto
Ecco quale tipo di prosa usciva dalle mani di Davide Laiolo, quando era fascista: Un attenti
urlato nel silenzio di Palazzo Venezia ci fa irrigidire. nella sala, la sala piena di lui, noi non
esistiamo che in lui, Legionari di Spagna. Passa davanti ad ognuno lentamente, ma quei suoi
occhi paiono pi grandi della sala stessa, profondi, lontani, vicini, buoni e terribili, gli occhi del
Duce. L'orgoglio di fissarsi in quelle pupille di entusiasmo mi accende, ecco, il Duce davanti a
me, guarda me. Voglio allora urlare il suo nome, forte come una cannonata, ma un'onda di
commozione mi assale e mi serra la gola. Bisogna guardarlo estasiato; si sente ancora l'attenti,
non ci si pu contenere. "Duce, Duce". L'urlo tremendo scuote tutta la sale e ripete gli echi di
tutto il Palazzo su Roma...
Ma Berto Ricci di fronte a Mussolini che cosa scriveva?
Compito del futuro immediato, di educazione alla libert fare vedere che non si pu
proseguire all'infinito sulla via del saluto romano, rompete le righe e zitti. Che il fascismo si
decida: o con Dio o con il diavolo, o sistema invariabile delle nomine dall'alto o partecipazione
del popolo allo Stato, e non semplice atto di presenza alle adunate e versamento dei contributi
sindacali. Affogare nel ridicolo chi crede nella discussione e nel dialogo, chi non capisce le

funzioni dell'eresia, chi confonde unit e difformit. Far capire che, se non si fa questo, hanno
ragione i fondatori di cerchie comuniste e finiranno per averla davvero. Finirla con l'asfissiante
frasario a base di ordini e basta. Libert da conquistare e da guadagnare, da sudare. Libert
come valore eterno incancellabile e fondamentale. Mostrare come la civilt, la moralit fascista,
non possa consistere nei soli ingredienti di fede e polizia. Che anche la libert di manifestare
opinioni, di fare un giornale che dica queste cose secondaria dinnanzi a quella che l'ultimo
italiano deve esercitare: di controllo dei pubblici poteri, di denuncia aperta dell'ingiustizia, di
prevaricazioni, da chiunque commessi.
Scrive Giovanni Gentile nel sommario della pedagogia Un Uomo vero vero uomo se
martire delle sue idee e non solo le confessa, ma le attesta, le prova, le realizza fino alla
morte.
La sua fierezza di cuore e la dedizione di tutte le ore al fascismo gli vietarono di dare quello che
avrebbe potuto dare alla letteratura italiana. Abbiamo perduto qualche splendido libro, ma si
avuto sottomano il libro aperto di una umanit fatta uomo senza pari, che oper, sofferse, ebbe
e dette, dalla forza, la fede. E del resto, piaccia o no (per dirla con lui) ai babbuini, ai fiaschi
vuoti, ai palloni gonfiati, agli agnostici, ai cinici, resta uomo di viventi e cocenti passioni.
Fu una coscienza senza sonno, innamorata di quella: Italia dura, taciturna, sdegnosa che
portava la sua anima in salvo soffrendo delle contraddizioni dei ciarlatani, dei buffoni, dei
letterati e dei commendatori, l'Italia che ci fa spesso bestemmiare, perch la vorremmo pi
rigida, pi attenta, pi macra, vicina alla perfezione dei Santi.
Beppe Niccolai