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L'uomo del Seicento

Lo statista
Il soldato
Il reclutamento
Lapprovvigionamento
La sorte del soldato
Il finanziere
Il segretario
Il ribelle
Il predicatore
Predicazione e Riforma
Lapogeo della retorica e le chiese riformate
Le conseguenze: "magnitudo" e "praesentia" come criteri principali
Retorica e mentalit
La predicazione culterana: Paravicino
La predicazione patetica
La figura del predicatore
Le raccolte di prediche
Le grandi occasioni
Il predicatore specializzato
Primo requisito: conoscere la teologia
Il "cursus honorum "
La preparazione del sermone
Il predicatore sul pulpito
Le parti del sermone
La predicazione nelle campagne
Il missionario
La religiosa
Premessa
Spazi e tempi della clausura
Denunzia di una condizione e amore delle lettere
"Et tout le reste nest rien"
Ribellione e obbedienza tra gesuiti e giansenisti
"Quel corallo che sotto londe del mare tenero": la religiosa tra Controriforma e Illuminismo
La strega

Lo scienziato
Variet dei personaggi
Leredit della magia
Conoscere e fare
Leguaglianza delle intelligenze
La scienza e i "dottori di memoria"
Il ritratto dello "scienziato"
Scienza e politica
Lartista
Il borghese
Homo oeconomicus
Il borghese e la citt
I valori privati
Il borghese dallinterno: Samuel Pepys
Conclusioni

LO STATISTA
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Nel XVII secolo i tradizionali centri di potere comunit locali, gruppi sociali
si impegnarono duramente per affermarsi contro la crescente autorit della
monarchia centrale
Lidea del governo come arte, pur essendo tipica del Rinascimento ed avendo
avuto allora grandissima influenza, continu a stare al centro della scena sino alla
met del XVII secolo. La gestione dello Stato era ritenuta una scienza cui i principi
dovevano essere educati e i ministri istruirsi. La ragione nel fare ogni cosa citata
da Richelieu e Olivares
Luomo di stato doveva prendersi cura di un corpo o di una nave. Olivares si
rifaceva a massime attinte da antichi autori. In realt limportanza del grande

uomo nel forgiare gli eventi minima, dovendo agire in un quadro che lo
condiziona quasi completamente.
Il ruolo dello statista presuppone uno stato nazione, ma nelleuropa barocca lo
stato moderno esisteva appena. Il contesto entro il quale si svolse la riflessione di
Machiavelli era la citt-stato, ed egli immagin lesercizio della politica in unItalia
popolata da principati in cui la volont del principe simponeva facilmente. Il
governo dello stato consisteva essenzialmente nellesercizio della politica
allinterno della citt-stato. Di conseguenza non vi era una scienza nota su come
governare entit pi grandi che ancora non esistevano. Se lInghilterra aveva
ununit riconoscibile che le derivava dalla sua natura di porzione di unisola,
nessunaltra nazione aveva raggiunto lidentit che il nome suggeriva: Francia,
Spagna, Italia, e Germania non erano realt, ma concetti, definiti da incerti confini
geografici o poco pi. Gli ultimi tre paesi erano palesemente solo un agglomerato di
stati autonomi, ma perfino in Francia cera una evidente mancanza di unit nelle
leggi, nel governo, nelle giurisdizioni, nelle tasse e nella lingua; i parigini che si
recavano a sud dovevano servirsi di un interprete anche per le pi semplici
necessit. Gran parte degli scritti teorici del primo seicento fu dedicata al tentativo
di stabilire i lineamenti di unidentit. Il termine nazione cera, ma cosa significava?
Ronsard aveva scritto: Lespagnol lEspagne chantera / Litalien les Italies fertiles /
Mais moy, franoys, la France aux belles villes". In queste parole la nazione ci
appare allora poco pi che oggetto di un sentimento patriottico; il che, in mancanza
di concrete strutture politiche, forse il massimo che allepoca si potesse
raggiungere. Ma questo sentimento non significava sempre fedelt. Richelieu si
lamenta: Non v mai guerra contro la Francia senza un francese dalla parte del
nemico. Per lo statista dellepoca barocca, il sentimento patriottico aveva di fatto
minor valore di una ferma lealt alla monarchia. Olivares affermava: Io non sono
nacional, questa cosa da bambini, intendendo che lunit dipendeva dalla corona,
non da un semplice sentimento. Tuttavia anche il sentimento ebbe la sua parte: nel
1635 al tempo in cui il patriottismo divenne necessario per la mobilitazione contro la
Francia che proprio allora aveva dichiarato guerra, Olivares confess di riporre la
propria fiducia nella nazione
La nazione rappresentava naturalmente un sentimento verso il proprio paese
al di sopra e contro gli altri paesi, e non rientrava facilmente nella comune teoria
politica. Anche se non permisero mai che il concetto sfuggisse loro di mano, agli
statisti era pi congeniale, nelladoperare lidea di Stato, a unentit chiamata il
popolo. Olivares affermava che sempre importante prestare attenzione alla voce
del popolo, anche se si dimostr sempre ostile alle assemblee rappresentative. Il
punto di vista di Richelieu ancora pi reciso: Tutti gli studiosi di politica
concordano sul fatto che quando la gente comune gode di troppo benessere diviene
impossibile mantenerla in pace. Cromwell era contro ogni appello a favore del
popolo, e soprattutto di coloro che non disponevano di beni, uomini che non hanno
altro interesse se non quello di respirare.
Caratteristica fondamentale dei maggiori statisti dellet barocca era lassoluta
coincidenza dei loro interessi con quelli del principe, che per loro era lo Stato. Il
principe veniva considerato il fondamento dello Stato in base al principio che in lui

soltanto era concentrato il potere; ne conseguiva che lo statista era in primo luogo
un servitore del principe. Secondo la concezione che originariamente si afferm nel
Rinascimento, lo statista non era un demiurgo ma solo un servo del corpo politico:
per Machiavelli quello che ha lo stato di uno in mano non debbe mai pensare a s
ma sempre al principe, e non li ricordare mai cosa che non appartenga a lui.
Ancora nellepoca barocca il termine Stato non aveva per molti alcun significato
se non in riferimento al principe: nel vocabolario di Olivares esso non appare mai
col significato di governo, e persino Richelieu lo utilizza nel senso di dominio,
ordine stabilito per comandare e obbedire. Agli inizi dellet moderna tutte le
funzioni dello Stato appartenevano al Principe; le sue finanze personali erano quelle
dello Stato, ogni sua dichiarazione di guerra coinvolgeva lo Stato. Tutto il potere era
investito in lui, luomo di Stato per eccellenza e coloro che lo aiutavano a governare
(i ministri) erano suoi servitori, dipendenti dalla sua sola volont. Questa
concezione totalmente personale del potere rimase dominante durante tutto il XVII
secolo e si espresse al massimo livello nella dottrina dellassolutismo. Il concetto del
potere personale del principe comportava, per la verit, alcune implicite restrizioni,
ma anche queste in ultima analisi concorrevano a rafforzare la sua totale autorit.
Se esisteva unarte dello stato, una scienza del governare, il principe era tenuto
ad apprenderla, e luomo di stato diveniva di conseguenza suo tutore. Mazzarino
procur a Luigi XIV anche i suoi ministri migliori.
La relazione era di tipo personale, tra servitore e padrone, non riconosciuta
dalla tradizione e fu perci in Francia oggetto della intensa ostilit espressa dai
libelli della Fronda. In Spagna nel corso del XVII secolo la carica di primo ministro
venne regolarizzata mediante il sistema dei validos: Olivares e Lerma furono
entrambi validos e quindi la loro autorit dipendeva direttamente dalla volont
regale.
I ministri erano completamente devoti alla persona del re, e anteponevano
questa fedelt ad ogni altro interesse politico; anche se ovviamente sostenevano che
ogni politica razionale e accettabile non poteva non coincidere con linteresse del re.
Richelieu sostenne che il pubblico interesse deve essere il solo fine del principe e dei
suoi consiglieri ma in pratica gli interessi delle tre parti venivano fatti coincidere.
Celebre asserzione di Richelieu nel suo Testamento a proposito del triplice compito
che aveva di fronte: innalzare il re, sottomettere i nobili e domare i protestanti.
Perch le cariche politiche avevano basi personali, teoricamente i ministri non
andavano al potere pensando a programmi di riforme; tuttavia, di fatto, avevano
sempre in mente una precisa scala di priorit anche se le intenzioni formali erano di
preservare il sistema politico esistente. Noti in genere come primi ministri, i
servitori dello stato non avevano un titolo corrispondente alle loro funzioni.
Richelieu dal 1629 venne chiamato ministro principale ma il titolo esisteva gi in
passato;Olivares usava definire se stesso il fedele ministro del re. Jan de Witt era
considerato semplicemente pensionario dOlanda, una specie di segretario degli
Stati dOlanda, ma in pratica controllava gli affari politici sia dellOlanda sia
delle Province Unite e inoltre aveva una parte dominante in politica estera. Ognuno
di questi uomini di stato ricopriva un ruolo che formalmente non era riconosciuto

dalla costituzione dei rispettivi paesi. Non fa meraviglia che essi fossero convinti che
il loro ruolo fosse straordinario, in quanto implicava doveri e obblighi verso lintero
stato, e che ogni ostilit suscitata da loro fosse a causa di questo.
Per Olivares i requisiti di uno statista erano: mente salda, giudizio fermo, una
ragionevole dimestichezza con la letteratura, la generale conoscenza della storia e
dellorganizzazione degli Stati di tutto il mondo e specialmente della propria patria
Il modello teorico degli uomini di Stato dellet barocca era lassolutismo, dottrina
che, sotto luna o laltra forma, trionfava in tutta lEuropa condizionando opinioni e
istituzioni. Fondamentalmente lassolutismo esigeva che il sovrano non riconoscesse
superiore in terra, precetto, questo, nato in risposta allinstabilit politica e alle crisi
sociali del tardo Cinquecento. Il problema era che la dottrina veniva applicata a
diversi tipi di sovranit; e che era sempre aperta la discussione sul concetto stesso di
sovranit. Per esempio, alcuni pensatori cattolici sostenevano che, pur essendo
assoluto, il potere dei principi derivava dal consenso popolare, creando cos un
conflitto tra diritti dei governati e i doveri dei governanti; e anche in Francia, dove
la dottrina dellassolutismo ebbe maggior successo, i teorici affermavano che il
principe assoluto era limitato dai diritti della religione e della propriet oltre che
dalle leggi fondamentali.
Lassolutismo era originariamente una teoria del potere principesco quindi in
apparenza non riguardava i ministri dello Stato ma in pratica erano questi a
sostenerla. Nonostante le crisi dello stato nei precedenti cinquantanni, agli inizi del
XVII secolo venne ristabilita la fiducia nella monarchia e il potere del re si estese
ulteriormente: il completo successo di Richelieu come ministro signific per la
corona la conquista di unautorit e uniniziativa mai possedute prima. La costante
ascesa dellassolutismo in Francia suscit violente reazioni da parte di molti sia in
Inghilterra che nelle Province Unite, ma sostanzialmente non vi erano differenze
nella considerazione della natura del governo. Quando il Parlamento inglese
rovesci quello che considerava il sistema assolutistico degli Stuart, istitu al suo
posto una forma di governo ancora pi assoluto pretendendo (dichiarazione del
Rump Parliament del 1649) poteri illimitati e diritto di fare leggi anche senza
consenso del popolo.
Gli uomini di stato repubblicani non erano immuni da simpatie monarchiche.
Cromwell e de Witt limitavano drasticamente coloro che potevano prendere
parte a discussioni politiche. De Witt escludeva "donne, servi, invalidi, poveri, chi
avesse esercitato commerci o lavorato a giornata al servizio di chiunque.
In tale coacervo di concetti, lunico fermo proposito degli statisti spesso
incuranti delle forme che questa teoria poteva assumere, era di assicurare che
lautorit dello Stato non subisse scosse. Cromwell, in particolare affermava di non
avere preferenze tra i differenti sistemi possibili, ed era fermo solo nella sua ostilit
verso la democrazia; a parte ci, tutte le forme di governo erano per lui scorie e
letame in paragone a Cristo. Tuttavia concretamente dimostrava di propendere per
lassolutismo nella forma del governo di un solo uomo, e non casuale che la

concezione del Leviatano di Thomas Hobbes sia nata dallesperienza dellInghilterra


della met del secolo.
Lorientamento generale dellepoca era senza dubbio ostile ai parlamenti. In
Francia, dopo il 1614 non vennero pi convocati gli stati generali. Cromwell sciolse
il Lungo Parlamento del 1653: Voi non siete un Parlamento, ripeto voi non siete un
Parlamento; io metter fine alla vostra attivit! Quel decennio segn la fine di
unepoca per lEuropa intera: la Dieta di Brandeburgo perse ogni autorit dopo il
1653, quello stesso anno si riun lultimo Zemskij Sobor della Russia, il Parlamento
danese venne convocato unultima volta nel 1660, la Castiglia degli Asburgo non
ebbe pi Cortes dopo il 1665.
La riduzione del ruolo politico degli organi rappresentativi non costituiva di per
s naturalmente una minaccia per llite politica, i cui privilegi sociali furono
confermati. Cromwell ricord a uno dei suoi Parlamenti che essi, llite, erano la
spina dorsale della stabilit: un nobile, un gentiluomo, un proprietario terriero:
questo il fondamento della nazione. Il suo giuramento di Protettore diceva che
suo primo dovere era garantire la propriet. A parte lui, tutti i maggiori statisti
europei provenivano dalla piccola nobilt terriera. E importante tener presente che
per tutti i capi il rafforzamento dello Stato comportava anche il rafforzamento
dellordine sociale, perci di fatto non esisteva alcuna contraddizione tra
assolutismo e interessi della lite dominante: anzi, lassolutismo la consolidava. Gli
statisti parlavano a questo proposito di tutelare le libert. Oxenstierna dichiarava
al consiglio reale svedese: Ci dobbiamo porre come mediatori tra re e sudditi, e
parlare non solo in favore dei diritti della corona, ma della legge e delle legittime
libert del paese.
In breve, in quanto conservatori, tutti i nostri statisti avevano una visione molto
ristretta dei diritti e della libert, e non guardavano certo di buon occhio quanto
oggi viene considerato libert politica Non sempre i sudditi gradivano quelle
libert. Cromwell offriva agli irlandesi di usare libert e fortune egualmente con
gli inglesi; nella Catalogna degli anni 30 del Seicento, i catalani diffidavano delle
nuove libert offerte dal conte-duca. Era libert veder modificati i tradizionali
diritti? I catalani non la pensavano cos. Uno dei pi ardui problemi per gli statisti
era quindi trovare consenso pubblico alla loro politica, ma nessuno riusc ad
ottenerlo, nemmeno Richelieu, la cui politica venne aspramente contestata dai libelli
frondisti. Cromwell fall nel tentativo di allearsi sia con lelite sia col popolo.
In teoria lo statista era una creatura del re. In pratica esistevano complessi
meccanismi di potere e di interessi che contribuivano a creare lo statista e a
mantenerlo nella posizione raggiunta. Il primo e pi importante era luso del
patronato, unico mezzo disponibile, in unepoca in cui non esistevano partiti, per
sostenere le forze politiche e ogni uomo di stato era costretto a farne uso per poter
restare al potere. Ministri come Richelieu e Olivares non contavano solo sulla
benevolenza regale ma, in egual misura su quella dellelite politica, e se questa fosse
venuta a mancare le loro carriere sarebbero state davvero brevi. Richelieu e
Mazzarino costruirono un potente sistema clientelare. In Francia venne compiuto
ogni sforzo per costruire vincoli di interesse che collegavano il centro alle province,
sistema vantaggioso per le lites provinciali che potevano cos contribuire ad

influenzare il centro. La parentela era lindispensabile base di ogni clientela e i


matrimoni il principale cemento; ma la clientela si basava anche sullinfluenza e sul
denaro, e il tutto serviva a costruire reti che soddisfacevano al tempo stesso i bisogni
delle lites locali e quelli dello stato centrale. Luso del denaro in politica era comune
e normalmente non lo si riteneva immorale. Il ricorso al clientelismo non significava
escludere le istituzioni esistenti; al contrario, esse facevano parte del sistema. Per
esempio, gli intendenti francesi erano una maglia fondamentale della catena, e nel
1656 lintendente della Borgogna, Bouchu, riferisce a Mazzarino: Sto utilizzando
con ogni possibile cura la mia influenza e quella di amici e parenti in questa
assemblea perch i progetti del re abbiano successo.
La rete clientelare di Richelieu o di Mazzarino apparteneva sia allo Stato sia a
loro stessi personalmente. A rigor di termini, questa confusione di interesse pubblico
e privato era corruzione ma nellepoca barocca non si scorgeva contraddizione
tra luno e laltro, poich lo statista ovviamente serviva lo stato. Solo quando
linteresse privato sembr entrare in conflitto con quello dello Stato, come per la
sontuosa propriet di Fouquet a Vaux-le-Vicomte, il pubblico interesse (ossia la
corona) sollev obiezione.
Gli usi e le forme del patronato erano molti: riassuntivamente, ricchezza,
famiglia e clientela. Laccumulo di beni veniva condannato dagli oppositori come
prova di cupidigia personale. Lininterrotto accumulo da parte di Richelieu e
Mazzarino pu essere spiegato soltanto come forma di ossessione personale. Al
momento della morte erano gli uomini pi ricchi di Francia dopo il Re. E stato
scritto che per Richelieu il potere richiedeva magnificenza.
Dallinizio della sua carriera Richelieu deliberatamente confuse linteresse
privato con quello pubblico. Dal 1620 circa, in qualit di primo consigliere della
regina madre e direttore della sua amministrazione politica e privata utilizz i
funzionari del regno per promuovere i propri interessi e colloc le sue cosiddette
creature allinterno delle strutture di potere della regina, cosicch nel 1630 le
subentr senza alcuno sforzo nellascendente di cui lei aveva sinallora goduto.
Quando assunse una posizione di potere alle dipendenze del re, Richelieu si serv
ugualmente di funzionari di governo per favorire i suoi interessi privati; il che,
insieme alla possibilit di accedere a tutte le fonti di profitto dello Stato, gli permise
di accumulare unimmensa fortuna. Gran parte di essa era costituita da entrate in
denaro e unaltra non meno importante da propriet terriere.
Mentre le entrate delle terre possedute dallalta aristocrazia dovevano servire ad
estinguere debiti urgenti, nel caso di Richelieu le propriet erano libere da debiti e
quanto producevano era puro guadagno.
La quantit di incarichi che Mazzarino riusc ad accumulare, oltre quello di
membro alla testa del Consiglio reale e di responsabile dellamministrazione
domestica della Regina, incredibile: Governatore di Fontainebleu, La Rochelle, Le
Havre, Alvernia, Breisach e Alsazia, priore di diciassette abbazie, duca di Nevers e
Mayenne e molti altri ancora.

Alla sua morte Mazzarino lasci il suo enorme patrimonio al Re in base a un


atteggiamento secondo cui quanto gli apparteneva spettava allo Stato cos come
quanto apparteneva allo Stato spettava a lui. Sullesempio di Richelieu egli consacr
gran parte della sua ricchezza al patrocinio delle arti.
De Witt e Cromwell acquisirono parimenti una solida situazione patrimoniale,
anche se, a differenza di Mazzarino e Richlieu, conducevano una vita semplice e
senza pretese.
Personaggi come Olivares dovettero la loro ascesa anche alla ricchezza e al
potere di famiglia. Il rapido accumulo di onori di Olivares era tipico di tutti gli
statisti in ascesa: a corte ottenne posti strategici come quello di maestro di scuderia e
gran ciambellano, ma anche un gran numero di incarichi nominali, come quello di
generale di cavalleria.
Al conseguimento del potere seguiva automaticamente la sistemazione dei
familiari. Gli statisti riuscivano a stabilire dinastie di grado quasi uguale a quelle
regali. Tuttavia la natura altamente oligarchica della politica nei paesi nordici
protestanti comportava che matrimoni o sistemazioni di familiari erano raramente
sistemi validi di controllo del potere. Al contrario, in Francia e nellEuropa del Sud
si ammetteva che parenti venissero sistemati in posizioni chiave.
Dato che la nobilt era reciprocamente imparentata, i privilegi ottenuti dalla
famiglia dei Guzman, cui apparteneva Olivares, vennero spartiti anche dalle
famiglie imparentate di Ziga, Guzmn e Haro.
Il clientelismo era il mezzo pi interessante ma probabilmente anche il meno
sicuro (se persino il sistema delle parentele trad Olivares). Il clientelismo non
esistette sino a che non venne imposto e alimentato allinterno dei vigenti modelli di
fedelt politica, cosicch il cliente non tradiva precedenti lealt. Il naturale
fondamento del clientelismo era linteresse personale, molto pi raramente
lamicizia: si era indotti a entrare nella rete solo se da ci si traeva vantaggio in
denaro o in posizione sociale, e il protettore doveva quindi a vere a sua disposizione
un sostanzioso fondo di regalie e titoli onorifici, chiamato dai castigliani mercedes.
Il bisogno di clientela sorgeva dalle carenze dello stato nellepoca barocca.
Nessun governo in Europa possedeva un apparato burocratico in grado di collegare
gli interessi delle province a quelli del centro, e quindi gli statisti dovevano creare
questo legame al di fuori del sistema sociale esistente, senza urtare i privilegi locali.
Pochi statisti riuscirono in questo. I sistemi sociali del Nordeuropa Inghilterra,
Svezia, Province Unite non erano riconducibili a questa forma di controllo. In
Spagna Olivares non riusc a reclutare clienti alla corte di Aragona e in Portogallo, e
si limit a creare una ristretta base di potere in Andalusia. Solo in Francia vi furono
statisti con una solida clientela.
Sebbene si ritenga comunemente che Richelieu esercitasse il potere dal centro, va
sottolineato che la solidit della sua posizione dipendeva necessariamente da una
sicura posizione nelle province, come prova il suo controllo, anche tramite parenti,
dei governatorati chiave. Egli riusc ad esempio ad ampliare linfluenza del governo
centrale in Provenza creando una rete costituita dallintreccio di vincoli di

parentela, matrimonio, amicizia, clientela e cariche che si estendeva oltre le province


fino a Versailles. Anche gli Asburgo tentano di creare una simile rete clientelare in
Ungheria, ma falliscono
La lotta dei protestanti ebbe la stessa matrice della resistenza allassolutismo e la
stessa virulenza: corpi intermedi aristocratici molto coesi che sapevano usare le
armi. Il protestantesimo forn un ulteriore collante, catalizzando le rivolte. In
Ungheria, ad esempio, difficile distinguere rivolte anticattoliche e antiassolutiste.
Di fatto tutti i nostri statisti vennero sconfitti dalle province. Sebbene gli europei
possano aver provato un sentimento per la propria nazione, essi erano ancor pi
legati alla loro provincia, e le lites locali erano riluttanti a seguire la politica della
capitale. Linsuccesso di de Witt nel far s che le elites perseguissero un interesse
comune affrett la sua caduta. Cromwell sub la sua peggiore sconfitta ad opera
delle lites delle province inglesi e alla fine il solo mezzo di persuasione che pot
offrire fu la forza bruta. Olivares osteggiava le lites non castigliane e alla fine
anche quelle castigliane lo abbandonarono. Perfino Richelieu, nonostante la sua
clientela, e Mazzarino caddero per la stessa ragione. La Fronda rappresenta un
adeguato commento allincapacit degli statisti di elevare gli interessi dello Stato al
di sopra di quelli della provincia. Alla met del XVII secolo la provincia autonoma
Olanda, Provenza, Catalogna continuava ad essere lunit politica di base
dellEuropa moderna; la nazione stava formandosi ma per il momento non era
allorizzonte. E ancora nel 1660, Luigi XIV dovette assediare la ribelle Marsiglia,
che invano chiese aiuto alla Spagna.
La politica estera era il campo dazione che re e ministri in egual misura
ritenevano loro suprema specialit. Tutti gli statisti erano imperialisti consapevoli.
La politica implicava lesercizio del potere, ma la politica estera era il supremo
esercizio del potere. Machiavelli dichiar che larte della guerra la sola arte che si
aspetta a chi comanda. Ne periodo barocco oltre i tre quarti delle entrate dello
Stato venivano normalmente spesi per la guerra o per la sua preparazione, e
inevitabilmente la politica estera attraeva la primaria attenzione dello statista.
Le intenzioni aggressive degli statisti si esprimevano in termini di sostegno della
dignit del sovrano.
Come i loro signori, gli statisti ritenevano che lonore dovesse essere conquistato
sul campo di battaglia. Gli statisti avevano o acquisivano una vasta e diretta
esperienza del campo di battaglia.
La politica interna del XVII secolo si riduceva essenzialmente al mantenimento
della legge e dellordine, quindi la gran parte delle energie degli statisti era diretta
agli affari esteri. Per definizione il loro ruolo internazionale era aggressivo.
Poich gli statisti mettevano in gioco la loro reputazione con la politica estera, gli
storici li hanno poi giudicati da questa; pochi emergono con una reputazione senza
macchie.
La Svezia, verso il 1648 stava tentando di perseguire allestero un sogno
imperiale che non poteva in alcun modo essere giustificato dalle limitate risorse di

cui il governo disponeva. Quando nel 1632 Oxenstierna affermava che lunica
sistemazione immaginabile in Germania era quella con i nostri piedi sul loro collo e
un coltello alla loro gola usava il linguaggio che i successivi statisti svedesi
continuarono ad adottare, ma che fin con il crollo dellimpero alla fine del secolo.
Richelieu ampli sostanzialmente i confini francesi: La Francia del 1643 assai
pi grande della Francia del 1610 (Tapi). E il guadagno era piccolo a paragone di
quel che la Francia avrebbe raggiunto nel cinquantennio successivo.
Lavventura imperiale richiedeva un prezzo da pagare e gli statisti erano senza
dubbio responsabili del crescente aggravio di tasse e oneri. Con Richelieu le imposte
aumentarono di quasi quattro volte, sotto Olivares in Castiglia raddoppiarono; le
spese di guerra della Svezia portarono il Tesoro alla bancarotta. Leffettivo risultato
dei trionfi in politica estera era la crescente povert, che si palesava soprattutto nelle
periodiche rivolte popolari che affliggevano la campagna francese durante gli anni
di guerra dei due cardinali. La miseria del popolo non era comunque un concetto
capace di turbare il vocabolario degli statisti, e la guerra era venerata quale
contributo allonore dello Stato, senza riguardo alla ripercussioni su coloro che
pagavano con le loro tasse o con la loro vita. Qualche tempo dopo Luigi XIV
afferm: Nulla ha addolorato pi profondamente il mio animo che lavere reso
completamente esausti i miei popoli con limmenso fardello delle tasse. I trionfi di
Richelieu avevano gi condotto a questo, ma egli stesso dovette aumentare
ulteriormente il carico sul contribuente francese.
Poich non facevano parte, come i politici moderni, di una struttura he rifletteva
opinioni o si consultava con i sostenitori, gli statisti del periodo barocco erano
totalmente isolati dalle attivit quotidiane del corpo politico e si affidavano solo a
una ridotta cerchia di consiglieri. Non dovevano giustificarsi presso un elettorato ma
solo di fronte alla storia, e di conseguenza non ricorrevano a una tra le pi potenti
armi dello Stato moderno, la propaganda, cui non veniva affidata nessuna funzione
ufficiale in politica. Strumenti di controllo sociale, come il pulpito, erano
riconosciuti come tali e avevano il dovuto ruolo, ma la pressa da stampa non era
ancora uno strumento di Stato.
Tuttavia la propaganda cominciava a venir usata per giustificare lo stato di
guerra e raggiunse il suo apogeo nella voluminosa letteratura di pamphlet, opuscoli
e fogli volanti che videro la luce durante la guerra dei Trentanni. Molti stati europei
tentarono di organizzare una stampa propagandistica proprio per il motivo della
guerra. La celebre Gazette de France di Richelieu (1631) era diretta non
allopinione interna ma a quella europea. NellInghilterra di Cromwell la stampa
era in larga misura controllata dal segretario di Stato Thorloe, la cui sfera
dautorit investiva per lappunto gli affari esteri: attorno al 1650 sopravvivevano
solo due giornali ambedue portavoce del governo.
Il ruolo ridotto della propaganda ebbe una pi vistosa eccezione: durante le
sommosse rivoluzionarie della met del secolo a Londra, Parigi e Barcellona, per la
prima volta nella storia europea, gruppi di opposizione usarono la stampa per
attaccare la politica dello Stato, fornendoci cos una delle pi ricche raccolte di
opinioni di cui gli storici possano disporre.

Nel tardo Seicento si comincia a riconoscere limportanza della propaganda. In


Olanda, de Witt costretto a usare materiali a stampa contro la potente opposizione
e lInterest of Holland di de la Court concepito per far risaltare leccellenza del
governo degli stati generali contro la riprovevole natura di quello degli
stadhoulders ossia la casa di Orange.
Il popolo stava dunque cominciando a penetrare i sacri misteri del poter ma si
era in unepoca predemocratica e in tempo di crisi o di insuccessi gli statisti si
rivolgevano non al popolo, ma soltanto a Dio, e soltanto di fronte a lui ritenevano di
dover giustificare le proprie azioni. La stretta relazione con Dio degli statisti
cattolici era genuina ma sembra in qualche modo distante se paragonata con
lintimit professata dalla loro controparte protestante. Dio e la Provvidenza
appaiono in tutti i discorsi e scritti di Cromwell, un tratto tipico della tradizione
puritana inglese.
Tutti gli uomini di stato combatterono contro terribili opposizioni e si pu dire che
solo Richelieu e Oxenstierna abbiano portato a compimento i loro programmi.
Lopposizone non era solo aspra e continua, ma anche personale (de Witt sub un
tentativo di assassinio mentre era in carica e fu poi assassinato, Richelieu svent
almeno otto importanti complotti contro la sua vita). Sarebbeingenuo immaginare
che le loro personali debolezze di carattere non avessero peso nelprovocare le
opposizioni. Cromwel era destato da molti perch grossolano simulatore e gran
bugiardo; gran parte della campagna contro Mazzarino nasceva da unantipatia
personale per lui.
La grande massa di mazarinades (ne sopravvivono oltre cinquemila) rappresenta
unapreziosa fonte di giudizi sui mali attribuiti agli uomini di Stato.
Gli uomini in politica dovevano avere spalle larghe per sopportare la critica e per la
stessa ragione essere di natura tollerante. In Francia lo stato stesso doveva tollerare
gli Ugonotti. Lalleanza con stati protestanti accrebbe i motivi per esercitare
tolleranza. Richelieu addirittura incaric alcuni ugonotti di posizioni di prestigio
come la formazione dellAccademia di Francia. Olivares era sorprendentemente
tollerante nei confronti degli ebrei. Cromwell, nonostante la repressione contro i
cattolici irlandesi dichiar ripetutamente la sua ostilit verso ogni sorta di
coercizione religiosa. Criticava la ristrettezza di vedute dei protestanti (leggi:
calvinisti) e lamentava che ognuno desidera avere libert ma nessuno vuole
concederla. De Witt si mostrava tollerante nei confronti di cattolici, mennoniti ed
ebrei. La repubblica olandese aveva imposto il credo calvinista di una minoranza su
una popolazione a maggioranza cattolica, ma de Witt, pur appoggiandole in teoria,
non fece mai nessun passo per rafforzare le intolleranti leggi anticattoliche, per
questo era considerato un ipocrita dai calvinisti fanatici.
Non possiamo non essere impressionati dalla operosit degli uomini di stato. Senza
laiuto di una affidabile burocrazia erano costretti a occuparsi personalmente anche
del minimo affare di governo, e quindi soggetti a soffrire di sovraccarico di lavoro e
depressione. Chistopher Hill non esita a definire Cromwell maniaco depressivo e
lo stesso fa Gregorio Maran per Olivares.

Gli uomini di stato dovevano fronteggiare lopposizione e il fallimento


I piani di Olivares si conclusero in un disastro, il governo di Cromwell si dissolse, il
dominio dei reggenti in Olanda termin nelo sangue con lassassinio dei fratelli de
Witt, il tantativo di Ixenstierna di stabilizzare la Svezia fin con labdicazione della
regina Cristina, il ministero di Mazzarino port a una guerra civile. Ma solo
Olivares pu essere liquidato con un fallimento, poich le politiche da lui adottate
erano inattuabili e provocarono a loro volta ulteriori probloemi. In maggiore o
minor misura tutti gli altri diedero contributi positivi e duraturi al loro popolo.
Olivares, allo scopo di tutelare la sua reputazione di fronte alla storia accolse alla
corte uno storico italiano. Richelieu raccolse documenti a suo favore da pubblicare,
anche se ci avvenne solo dopo la sua morte. Tuttavia persino il potere assoluto non
va oltre la tomba e la reputazione degli uomini di stato ha oscillato di generazione in
generazione a seconda della clemenza dellopinione pubblica e della diligenza degli
storici. Nel 1660, dopo la restaurazione, il corpo di Oliver Cromwell venne
disseppellito e appeso sulla pubblica forca a Tyburn. Nessun destino avrebbe potuto
essere pi umiliante e volgare
I sovrani erano notoriamente padroni ingrati, come Olivares, Fouquet e molti altri
provarono a loro spese. Tuttavia Gustavo Adolfo scrisse a Oxenstierna definendolo
la sua luce nelloscurit.

IL SOLDATO
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Questo il secolo del soldato, scriveva nel 1641 Fulvio Testi, poeta e
diplomatico ferrarese; e aveva ragione. Da un lato, in Europa non cerano mai state
tante guerre; dallaltro, mai eserciti tanto numerosi erano stati impegnati nelle
operazioni militari. In tutto il Seicento ci furono solo quattro anni di pace completa.
Impero ottomano, Austria e Svezia furono in guerra due anni su tre, la Spagna tre
anni su quattro, Polonia e Russia quattro anni su cinque. Nel 1600, quando la
Spagna combatteva contro lInghilterra e lOlanda, e la Francia contro la Savoia, gli
eserciti operanti in europa contavano probabilmente in titale meno di 250.000
uomini. Nel 1645 questa cifra si era certamente raddoppiata: pi di 200.000 soldati
combattevano in Germania e nei Paesi Bassi nel quadro della guerra dei Trentanni,
100.000 erano impegnati in guerre civili nelle Isole Britanniche, e altri ancora
militavano in conflitti tra Francia e Spagna, tra Danimarca e Svezia, e tra Impero

ottomano e Venezia. Nel 1706, con il divampare della guerra di Successione spagnola
e delle grandi guerre del Nord, i soldati mobilitati erano forse 1.300.000, di cui quasi
400.000 nella sola Francia. Nel corso del Seicento diventarono soldati, sembra, 10-12
milioni di europei, un totale senza precedenti. Ma chi erano, di preciso, questi
guerrieri: da dove venivano? come si provvedeva al loromantanimento ed
equipaggiamento? qual era la loro sorte?

IL RECLUTAMENTO
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Quasi tutti i soldati dellet barocca, come quelli del Rinascimento, erano
volontari che si arruolavano per libera scelta. Il procedimento era pi o meno lo
stesso in tutta lEuropa. Il principale ufficiale addetto al reclutamento era di solito
il capitano, e lunit principale la compagnia. Ogni capitano scelto dal governo
aveva il mandato di reclutare una compagnia in una determinata zona. Egli
nominava anzitutto gli ufficiali subalterni e faceva fare uno stendardo; poi si
recava nelle varie citt e villaggi specificati nel mandato con lo stendardo, un
tamburino e i suoi ufficiali. I magistrati locali gli mettevano a disposizione una
locanda o una casa disabitata, che fungeva da quartier generale; si spiegava lo
stendardo e i rulli di tamburo richiamavano i volontari. Fra quanti si presentavano
il capitano sceglieva uomini robusti e in buona salute, di et fra i 16 e i 40 anni, e
preferibilmente non sposati n figli unici, in modo da non recare danno ai
genitori e al villaggio. Le reclute venivano quindi iscritte nel ruolo della
compagnia (erano arruolate) e ricevevano una somma in contanti e a volte un
abito, pi vitto e alloggio gratis in attesa che la leva fosse completata. A questo
punto (di solito due o tre settimane pi tardi) veniva letto alle truppe il codice
militare, che specificava le sanzioni conseguenti a eventuali mancanze; gli uomini
dovevano alzare la mano destra e giurare di accettare queste regole, le principali
delle quali riguardavano il dovere del soldato, pena la morte, di eseguire senza
discutere ogni ordine ricevuto e di rimanere in servizio finch non era congedato
ufficialmente. Cos i soldati entravano formalmente al servizio dello Stato che li
aveva reclutati, e in virt di quel giuramento ricevevano il primo mese di paga (ma
di fatto il denaro era versato al capitano, che deduceva le somme anticipate, sotto
forma di cibo, contanti o vestiario, prima di dare a ognuno ci che gli spettava).
Dopodich la compagnia si metteva in marcia direttamente verso il teatro di
operazioni o verso un porto di imbarco.
Anche la normale geografia del reclutamento era molto simile in tutta Europa.
I villaggi pastorali di montagna e in particolare le zone subalpine della Germania
meridionale, dellAustria e della Svizzera, erano tradizionalmente il vivaio degli
eserciti, e il XVII secolo non fa eccezione; ma nellet barocca la maggior parte dei
soldati di quasi tutti gli eserciti venivano apparentemente da due altre aree: le citt

e la zona stessa di guerra. Risulta per esempio che alla met del Seicento il 52% dei
soldati francesi provenivano da centri urbani,mentre meno del 15% della
popolazione francese viveva in citt. La ragione semplice: in primo luogo, nelle
citt cera di solito una numerosa popolazione fluttuante, per la quale,
specialmente in periodi di crisi economica, limpiego nellesercito poteva essere
una gradita alternativa alla fame; in secondo luogo la gente di campagna si recava
periodicamente in citt per il mercato e se qui cera un reclutamento in corso ne
dava notizia tornando al villaggio. Per entrambi questi motivi a un capitano
conveniva concentrare gli sforzi nei centri urbani. E gli conveniva altres reclutare
i suoi uomini il pi vicino possibile alla zona di guerra: primo, perch qui la gente,
vivendo in condizioni particolarmente precarie, era pi propensa ad arruolarsi, e,
secondo, perch da qui cera meno strada da fare per arrivare al fronte. Nel
XVII secolo gli eserciti tenevano di rado un archivio sistematico dei loro effettivi,
ma i frammentari documenti disponibili indicano che let media dei soldati
allarruolamento era di circa 24 anni, e che quasi un quarto degli arruolati
avevano meno di ventanni.
Da tutto questo facile intuire quale fosse il movente principale di chi si offriva
volontario per il servizio militare: la miseria. Gran parte dei volontari avrebbero
fatto eco al ritornello del soldato del Don Chisciotte (Parte II, cap. XXIV): Alla
guerra mi porta / la mia necessit; / se avessi denari, / non ci andrei in verit.
Alcuni erano dei falliti: gente che gi aveva abbandonato il villaggio tentando
vanamente di guadagnarsi da vivere in citt; gente che non poteva (o non voleva)
seguire il mestiere paterno; gente, per citare limpietoso giudizio del governo
irlandese nel 1641, per lo pi inesperta dagricoltura e di manifattura, e tanto
avvezza a un ozio neghittoso da essere inetta e restia a ogni utile lavoro; che una
delle cause della povert e del bisogno che ora la induce a cercar fortuna altrove.
Ma a costoro si aggiungevano spesso uomini ridotti senza lavoro da una crisi
economica, o privati del raccolto da cause naturali o umane. Tutti gli ufficiali
reclutatori avvertivano che era molto pi facile trovare soldati quando i prezzi
salivano o scarseggiava il lavoro; e la somma pagata come gratifica
darruolamento variava in proporzione. In Francia la gratifica offerta
nellinverno 1706-1707, quando i prezzi erano relativamente bassi, si aggirava sulle
50 livres; nel 1707-1708, aumentati i prezzi, essa scese a 30 livres, e a 20 nel 17081709; e nel 1709-1710, dopo linverno peggiore da un secolo in qua, gli uomini si
arruolavano senza chiedere gratifiche di sorta: dato lalto prezzo del pane,
larruolamento era per i poveri affamati una delle poche possibilit di
sopravvivenza.
Ma non tutti i volontari erano spinti dalla necessit economica. Cera un
secondo gruppo, pi esiguo, di gente che desiderava cambiare aria. Alcuni per
sfuggire a problemi familiari (le ire di un padre o di un suocero putativo!), o al
rischio di comparire in giudizio per qualche reato penale o morale. Altri
semplicemente per vedere il mondo, o per integrare la propria educazione con una
esperienza militare: nel periodo 1620-40, per esempio, era diffuso fra i gentlemen
inglesi impegnati nel Grand Tour luso di passare qualche settimana nei Paesi
Bassi, sotto le tende di un esercito accampato in assedio. Altri ancora erano attirati
dalle emozioni e dai pericoli della vita militare, da prospettive di gloria e

dalleccitante sensazione di far parte di una categoria esclusiva (che in Germania


aveva perfino un proprio linguaggio, il Rotwelsch). Sir Jamer Turner, uno scozzese
che nel 1630-40 combatt per la Danimarca e per la Svezia, confessa di essere
andato in guerra a causa di un desiderio impellente che mi era entrato nellanimo
di essere se non attore almeno spettatore delle guerre che a quel tempo suscitavano
tanto rumore in tutto il mondo. Infine Robert Monro (altro scozzese al servizio
della Svezia, autore della prima storia reggimentale in lingua inglese: Monro, his
expedition with the worthy Scots regiment calld Mackays) ammette di aver agito per
desiderio di viaggio e di avventura e per lambizione di militare sotto un
condottiero illustre; ma dice che a combattere sul continente fu indotto, pi che da
questi motivi, dalla volont di difendere la fede protestante e i diritti e lonore di
Elizabeth Stuart, sorella del suo re e vedova dello sconfitto Re dInverno di
Boemia.
Ma Monro era un ufficiale, e quindi era libero di scegliere la causa per cui
combattere. La maggior parte dei suoi uomini avevano un altro motivo:
combattevano per ordine del capo del loro clan; quasi tutti i soldati del reggimento
di Mackay si chiamavano infatti Mackay. Analogamente molti dei soldati scozzesi
portati a combattere per Gustavo Adolfo nel 1631 da James, marchese di
Hamilton, avevano lo stesso nome del loro colonnello. Altrettanto avveniva in
Francia. Anche quando gli eserciti di Luigi XIV raggiunsero i 400.000 uomini un
buon numero di volontari continuarono a essere reclutati dagli ufficiali fra i loro
parenti e vassalli. Laggiunta di un vincolo famigliare o feudale ai normali
obblighi militari aumentava evidentemente la coesione dei reparti; e cos i
colonnelli usavano come ufficiali, quando era possibile, persone di famiglia o
vicini, e reclutavano quanti pi vassalli potevano.
Infine, con lavanzare del secolo acquist importanza un ulteriore motivo di
arruolamento: sempre pi numerosi erano i volontari che sceglievano la carriera
delle armi perch nati, letteralmente, alla vita militare. I registri matrimoniali delle
chiese di guarnigione rivelano che la sposa o lo sposo erano spesso huius castri filia
(o filius); mentre molte unit impegnate nelle ultime fasi della guerra dei
Trentanni contavano un numero crescente di soldati che, come i figli di Madre
Coraggio, vivevano da sempre nellesercito. E ovvio che molto spesso costoro, non
conoscendo altro mestiere, quando finiva una guerra cercavano di trovare impiego
in unaltra. Non fa meraviglia che la Germania, terminata nel 1648 la guerra dei
Trentanni, diventasse un ottimo terreno di reclutamento per altri Stati.
In ci, tuttavia, non cera niente di nuovo, perch agli inizi dellet moderna
quasi tutti gli eserciti erano composti in buona parte da stranieri. Lesercito
spagnolo di Fiandra, per esempio, il primo grosso esercito permanente dEuropa
comprendeva soldati spagnoli, italiani, borgognoni e dei Paesi Bassi, tutti sudditi
del Re di Spagna; ma forse un terzo delle truppe venivano dallInghilterra,
dallIrlanda e (soprattutto) dalla Germania. Questo carattere multinazionale degli
eserciti aveva le sue buone ragioni. IN primo luogo nel XVII secolo nessuno Stato
era in grado di mettere in piedi rapidamente un esercito numeroso con i suoi soli
sudditi. Non si pu negare osserva Blaise de Vigenre, acuto scrittore francese di
cose militari, che gli spagnoli siano i migliori soldati del mondo; ma sono tanto

pochi, che si riesce a stento a raccoglierne cinque o seimila per volta. Lo stesso
valeva per la Francia: il cardinale Richelieu, nel suo Testamento politico (1642)
notava: E quasi impossibile condurre con successo guerre grandi con sole truppe
francesi. Almeno un quinto delle armate di Luigi XIII e Luigi XIV era reclutato
allestero: si ritiene che fra il 1635 e il 1644 combattessero per la Francia 25.000
soldati irlandesi, accanto a numerosi reggimenti tedeschi e svizzeri reclutati in
paesi cattolici e protestanti.
Una seconda buona ragione per arruolare milizie straniere anzich indigene
era di ridurre al minimo il rischio di diserzioni. Nel 1630 un comandante
dellesercito spagnolo di Fiandra osservava: Se ci fosse una guerra in Italia,
sarebbe meglio mandare col soldati dei Paesi Bassi, e portare qui soldati italiani,
perch le truppe native dei luoghi in cui si svolge la guerra si sbandano alla prima
occasione, e non c forza pi sicura di quella dei soldati forestieri. E poco pi
avanti egli ribadisce: Al momento non si pu fare la guerra se non con truppe
forestiere, perch i reparti locali si disgregano subito. La Spagna perci praticava
sistematicamente una sorta di trasferta militare, mandando le truppe a prestare
servizio lontano da casa. Nessun altro Stato si spinse tanto avanti su questa strada,
ma nel XVII secolo gli eserciti olandesi, polacchi, russi, imperiali e svedesi
facevano tutti largo assegnamento su formazioni straniere.
Queste truppe forestiere, tuttavia, sebbene anchesse in gran parte
volontarie, non potevano essere reclutate direttamente, perch erano suddite di
altri stati. Venivano arruolate tramite appaltatori o imprenditori militari privati.
La procedura era semplice: si formava un contratto che impegnava il governo
cliente ad anticipare allimprenditore una certa somma di denaro e a versargli in
seguito regolarmente la paga stabilita, e conferiva allimprenditore il diritto di
nominare tutti i suoi ufficiali; in cambio limprenditore si impegnava a fornire un
determinato numero di soldati entro la data e nel luogo convenuti. Gli
imprenditori, per lo pi, erano in grado di lavorare alla svelta, perch erano dei
professionisti: di solito tenevano in servizio permanente un nucleo di ufficiali e
sottufficiali e potevano raccogliere il resto delle truppe nel giro di pochi giorni.
Questo sistema raggiunse il culmine durante la guerra dei Trentanni, con circa
1.500 individui che raccoglievano truppe a contratto in tutta Europa, dalla Scozia
alla Russia, per uno o pi committenti. Fra il 1630 e il 1635 cerano forse 400
imprenditori militari che reclutavano e mantenevano compagnie, reggimenti e
brigate equipaggiate di tutto punto. Interi eserciti furono raccolti in questo modo,
da appaltatori generali che si assumevano il compito di reclutare per uno Stato
un corpo di molti reggimenti. Lesempio pi famoso di questa forma estrema di
devoluzione militare Albrecht von Wallenstein, che per due volte mise in piedi un
intero esercito imperiale (nel 1625 e nel 1631-32), ma ci sono altri casi: Ernesto
conte di Mansfeld, per gli olandesi, nel 1623; il marchese di Hamilton per la Svezia,
e il duca Bernardo di Sassonia-Weimar per la Francia, nel decennio 1630-40.
Il pregio fondamentale di un imprenditore militare era la capacit
organizzativa e amministrativa. La vittoria in battaglia non era, stranamente, un
requisito indispensabile: certi condottieri (come Mansfeld e Dodo von Knyphausen
nel decennio 1620-30) passarono a quanto sembra da una sconfitta allaltra, ma

riuscirono a tenere insieme le loro truppe grazie alla sapiente organizzazione di


risorse limitate. Essenziale per il successo era invece la ricchezza. Wallenstein
anticip allimperatore, fra il 1621 e il 1628, pi di 6 milioni di talleri, finanziando
lesercito che sconfisse la coalizione protestante anti-imperiale e invase la
Germania settentrionale e lo Jutland. Bernando di Sassonia-Weimar, la cui eredit,
in quanto figlio cadetto, era molto modesta, nel 1637 stimava la propria fortuna
personale in 450.000 talleri (allincirca un terzo in denaro contante, un terzo in
lettere di cambio e un terzo in una banca parigina), somma che gli permise di
tenere insieme le forze che lanno seguente presero Breisach, preziosa testa di
ponte francese al di l del Reno.
In generale il prestigio di questi comandanti bastava ad attirare volontari; e
quando non bastava, a volte davano una mano le autorit locali desiderose di
sbarazzarsi di elementi indesiderati: criminali e mendicanti. Nel 1626, per
esempio, ai membri del clan dei Mackay arruolatisi nel reggimento omonimo per
combattere in Danimarca si aggiunsero veri carcerati condotti al porto sotto buona
scorta, e costretti a giurare che non sarebbero mai tornati in questo regno sotto
pena di morte. E lanno seguente un altro colonnello scozzese fu autorizzato ad
arruolare nel suo reggimento, per combattere in Germania, mendicanti, vagabondi
e oziosi senza mestiere e senza mezzi adeguati di sussistenza. Il governo giustific
questo modo assai spiccio di risolvere il problema dei disoccupati con largomento
che costoro passavano i tempo nelle birrerie, ed erano pertanto un peso inutile per
il paese; mentre potevano rendersi utili in guerra, invece di oziare senza profitto in
patria.
Questa, dunque, era e voleva essere una forma di coscrizione che a volte veniva
usata anche per le leve nazionali. In Spagna, nel 1646, le autorit militari
organizzarono incursioni nei bordelli e nelle osterie di Madrid: tutti gli uomini
validi furono ammanettati, caricati sui carri e portati in Catalogna a combattere
per il re. Lanno seguente gli ufficiali spagnoli addetti al reclutamento furono
informati che se non cera altro modo di raccogliere truppe si potevano utilizzare i
detenuti di et adatta al servizio militare, tranne i colpevoli di delictos atroces. Ma
a questi provvedimenti disperati si ricorreva, in quasi tutti i paesi, solo in caso di
grave emergenza militare, e nei confronti di gruppi sociali comunemente
considerati superflui. La sola forma permanente di servizio militare obbligatorio
nellEuropa della prima et moderna lindelningsverk (Sistema delle
assegnazioni) introdotto in Finlandia e nella Svezia metropolitana nel primo
quarto del XVII secolo. Un primo progetto di coscrizione fu sperimentato nel 16001610, quando furono compilati elenchi di tutti i maschi sopra i 15 anni. Poi, dopo il
1620, ogni distretto fu tenuto a fornire, equipaggiare e nutrire un soldato ogni dieci
abitanti maschi idonei. Ma per alcuni la probabilit di andare sotto le armi era
maggiore che per altri: gli assenti dallassemblea che si riuniva per scegliere i
soldati erano, prevedibilmente, fra i primi ad essere arruolati; mentre i nobili, gli
ecclesiastici, i minatori, gli operai delle fabbriche darmi e i figli unici di madre
vedova erano normalmente esonerati. La maggior parte dei soldati svedesi erano
quindi contadini, comera inevitabile in una societ prevalentemente rurale: nei
registri voluminosi (ma ancora poco studiati) delle forze nazionali che nel XVII
secolo crearono limpero continentale della Svezia, la qualifica bonde (contadino)

di gran lunga la pi frequente nelle liste di arruolamento. Ogni anno il governo


specificava il numero complessivo delle reclute necessarie, e assegnava una quota a
ogni provincia e distretto. I totali possono sembrare molto modesti 11.000 nel
1628, 8.000 nel 1629, 9.000 nel 1630, ecc ma non bisogna dimenticare che la
Svezia era un piccolo paese, con una popolazione maschile adulta inferiore al
mezzo milione.
Una delle ragioni per cui si cercava di reclutare pi uomini di quelli
teoricamente necessari era che le nuove reclute non di rado rimpiangevano ben
presto di essersi arruolate. In particolare nella prima met del secolo le diserzioni,
sebbene comportassero la pena di morte, erano un grave problema per tutti gli
eserciti; specie nei lunghi assedi che costituivano la parte principale delle
operazioni militari dellet barocca. Nel 1622 lesercito spagnolo di Fiandra che
assediava Bergen-op-Zoom perse quasi il 40% dei suoi 20.600 soldati, molti dei
quali per diserzione. Dalle mura di Bergen le sentinelle vedevano i nemici lasciare
di soppiatto i loro posti, fingendo di andare alla ricerca di legna o ortaggi,
allontanarsi man mano dalle trincee, e darsi infine alla fuga. Altri, almeno 2.500
uomini (un terzo delle perdite totali) adottarono il disperato rimedio di disertare
alla volta della citt che stavano assediando. Dallalba al tramonto si vedevano
soldati sbucare come conigli dalle tane, uscire dalle trincee, dalle siepi, dalle
macchie e dai fossi in cui erano nascosti, e correre a perdifiato verso la citt. Una
volta, durante un attacco, un gruppo di soldati gettarono le armi e passarono
dallaltra parte. Alcuni dei disertori erano italiani, arrivati da poco nei Paesi Bassi;
una volta entro le mura di Bergen chiesero solo un po di pane e qualche soldo e
possibilmente un salvacondotto per tornare a casa. Uno di loro descrisse in modo
molto espressivo le condizioni degli assedianti. Alla domanda delle sentinelle, Da
dove vieni?, rispose: Dallinferno.
Nellesercito francese, durante la prima met del secolo, si dava per scontato
che per portare al fronte 1.200 uomini bisognava reclutarne 2.000, perch
normalmente il 40% dei soldati andavano perduti nei primi mesi per diserzioni e
malattie. Cos nel 1635, primo anno di guerra aperta contro la Spagna, fu disposto
larruolamento di 145.000 uomini per avere al fronte una forza effettiva di soli
69.000. Lesecuzione di qualche disertore non sembra migliorasse le cose, perch
allorigine del problema non cera la paura ma la disperazione.
La maggior parte dei soldati che prestano servizio in queste province
scriveva nel 1635 il comandante in capo dellesercito spagnolo di Fiandra lo
fanno con molto malcontento e afflizione. Su quattro o cinquemila richieste di
congedo pendenti, i pi dichiarano di accontentarsi del permesso di andarsene in
pagamento di tutti i loro servigi. Ci deriva dal fatto che qui i combattimenti sono
molto aspri, prolungati e si svolgono in condizioni durissime, mentre la mancanza
di paga causa grande miseria;per cui quelli che arrivano qui rimpiangono ben
presto di essere venuti.
Per ridurre il numero dei disertori il rimedio pi plausibile era perci un
miglioramento delle condizioni di servizio: paghe regolari, vettovagliamento
costante, introduzione di un qualche sistema di licenze. Limpresa riusc dapprima
in Francia, dove i potente ministro della guerra di Luigi XIV, il marchese di

Louvois, fece molto per migliorare la sorte del soldato francese. Grazie a ci, e alle
pene draconiane non solo contro i disertori ma anche contro chi dava loro aiuto e
riparo, il fenomeno delle diserzioni cominci a essere sotto controllo. Nondimeno,
fra il 1684 e il 1714, circa 16.000 fuggiaschi dallesercito furono portati in catene a
Marsiglia come forzati per le galere.

L'APPROVVIGIONAMENTO
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Tuttavia la maggior parte dei soldati militanti in Europa durante let barocca,
comunque reclutati, non disertavano. Accettavano la disciplina militare e le
condizioni fissate dai codici militari, aspettandosi si ricevere in cambio dei loro
servigi paga, mantenimento e (in determinate circostanze) i frutti del saccheggio.
Ma le promesse erano una cosa e la realt unaltra. Durante tutta la prima met
del secolo, e in alcuni paesi assai pi a lungo, nessun governo ebbe risorse
finanziarie sufficienti a mantenere tutte le sue forze armate. Nonostante le tasse, i
prestiti e lalienazione di beni, il costo di una guerra superava regolarmente i fondi
disponibili. Cos, invece di dare a ciascuno la paga che gli spettava in contanti, gli
eserciti per lo pi venivano mantenuti con un complicato sistema di finanza
alternativa. Il sistema della devoluzione fu amaramente satireggiato da un
romanzo contemporaneo sulla guerra dei Trentanni, Der abenteuerliche
Simplicissimus (Lavventuroso Simplicissimus, 1669). Lautore, Hans Jakob
Christoffel von Grimmelshausen, dedica allargomento
una elaborata
similitudine, che paragona la gerarchia militare nei giorni di paga a uno stormo di
uccelli su un albero. Gli uccelli appollaiati sui rami pi alti, egli dice, facevano
gran festa quando un uccello-commissario volava sopra lalbero e rovesciava gi
una pentolata doro ne arraffavano il pi possibile, e lasciavano cadere poco o
niente sui rami di sotto; sicch gli uccelli situati su questi rami morivano pi spesso
di fame che per gli attacchi nemici.
In realt la visione di Grimmelshausen era alquanto capziosa, perch gli uccelli
dei rami bassi i soldati semplici avevano di fatto altri mezzi di sostentamento.
Anzitutto il saccheggio. Ogni soldato sognava di partecipare allassalto vittorioso
contro una citt che aveva rifiutato di arrendersi, perch in tal caso, secondo il
diritto di guerra del tempo, la citt poteva essere messa a sacco e i suoi abitanti
privati legittimamente della libert, degli averi e anche della vita. I riscatti e i beni
ottenuti con i saccheggio di una citt ricca potevano mutare ogni soldato vittorioso
in un principe. Le truppe imperiali che saccheggiarono Mantova nel 1630 e
lesercito francese che devast il Palatinato nel 1688-89, per esempio, tornarono a
casa con tonnellate di bottino; e le prede accumulate dagli Ironsides di Cromwell
nella vittoriosa campagna di Scozia, dalla battaglia di Dunbar nel 1650 al sacco di
Dundee lanno successivo, riempirono quaranta navi. Ma anche bersagli minori

potevano essere fonte di notevole arricchimento. Si potevano assalire convogli


mercanti e ricavarne bottino o riscatti; si potevano saccheggiare e incendiare
impunemente villaggi non fortificati e fattorie isolate. E le violenze non erano
dirette solo contro gli averi: uomini, donne e bambini venivano torturati se i soldati
sospettavano che fossero a conoscenza di altri beni nascosti; le donne erano
violentate, spesso ripetutamente. Durante la guerra dei Trentanni correva un
detto: A ogni soldato occorrono tre contadini: uno che gli dia alloggio, uno che gli
dia sua moglie, e uno che prende il suo posto allinferno.
Questa condotta, tuttavia, non era solo crudele, ma anche inefficiente: sia
perch alienava, distruggeva o eliminava risorse e lavoratori che potevano essere
utili ad altri reparti militari, sia perch cera sempre il rischio di deleteri
contrattacchi civili. Racconta Robert Monro, uno dei colonnelli dellesercito di
Gustavo Adolfo entrato in Baviera nellestate 1632: Lungo la marcia i contadini
trattavano crudelmente i nostri soldati (che si disperdevano per saccheggiare)
tagliando loro il naso e le orecchie, mani e piedi, strappandogli gli occhi, e usando
molte altre crudelt; ed erano giustamente ripagati dai soldati, che lungo la marcia
bruciarono molti villaggi, lasciando i contadini morti l dove si trovavano
Per evitare queste gratuite devastazioni i soldati che abusavano dei civili
venivano severamente puniti. Almeno cinque uomini del reggimento di Monro
furono fucilati dal plotone di esecuzione e parecchi altri furono condannati a morte
dalla polizia militare perch colpevoli di reati contro la popolazione civile.
Col protrarsi delle guerre diventa indispensabile istituire metodi pi razionali per
utilizzare le risorse locali, anzitutto riguardo allalloggiamento delle truppe.
Lalloggio presso privati era prassi normale negli Stati con esercito permanente,
per esempio la Milano spagnola, e gli archivi di citt di guarnigione come
Alessandria sono pieni di documenti (lettere, ordinanze, fatture, dichiarazioni)
relativi al costo dellacquartieramento della guarnigione in case private e della
fornitura di letti, lenzuola e coperte, candele, legna da ardere, stoviglie, domestici
per le pulizie e finanche di prostitute. Sebbene stipati in quattro o cinque per letto,
si riteneva che i soldati sopravvivessero meglio se alloggiati presso privati anzich
acquartierati in caserme, nonostante linevitabile scapito della disciplina. Scriveva
nel 1642 Michel Le Tellier, allora ispettore dellesercito francese in Italia: due
mesi di paga con alloggio presso contadini valgono molto di pi di tre mesi di paga
in caserma a Torino
Ma questa soluzione confortevolmente famigliare (e per lo stato economica)
poteva funzionare solo con guarnigioni di dimensioni modeste. Poche citt europee
del XVII secolo superavano i diecimila abitanti; per esse,e tanto pi per un
distretto rurale, era semplicemente impossibile nutrire e alloggiare a lungo venti o
trentamila soldati, o addirittura (verso lla fine del secolo) centomila. La crescita
numerica e la prolungata permanenza in servizio degli eserciti portarono perci ad
adottare altre soluzioni. Sempre pi spesso le truppe furono acquartierate in
caserme costruite appositamente o in tende quando erano in marcia. Per le altre
cose esenziali soprattutto viveri, vestiario e mezzi di trasporto si ricorse alle
contribuzioni: tasse prelevate direttamente dalle singole comunit situate nelle
vicinanze dellesercito, e pagate in denaro o in natura. Nella forma pi cruda, le

contribuzioni venivano estorte con una minaccia molto semplice: di dare alle
fiamme il villaggio se non forniva loccorrente alle truppe. Ma questo era un
metodo poco opportuno se lesercito prevedeva di rimanere a lungo nella zona,
perch un villaggio si poteva bruciare una volta sola. Si svilupp quindi un nuovo
sistema inaugurato nei primi anni del secolo nei Paesi Bassi dal genovese Ambrogio
Spinola, comandante dellesercito di Fiandra dal 1603 al 1628. Fu consigliato allo
Spinola, se voleva avere la meglio sui nemici, di aver pi cura della gente del
posto che dei suoi soldati; perch i vostri soldati, mentre si estrae la loro paga in
Per, in Fiandra possono morire di fame; ma se trattate la popolazione con
riguardo, vi dar pane e benedizioni.
Cos, col tempo, tabelle di contribuzione furono redatte dai funzionari di
reggimento o di compagnia da un lato e dai magistrati locali dallaltro. Per tute le
cose fornite alle truppe si dava una ricevuta, e il totale veniva dedotto sia dalla
paga futura dei soldati sia dalle tasse dovute al governo dalla comunit. Inoltre i
comandanti rilasciavano lettere di protezione, che (almeno in teoria) garantivano a
un villaggio di non dover dare contribuzioni ad altre unit militari della zona. Fu
istituito un sistema di preavvisi per cui le comunit situate lungo la linea di marcia
dellesercito potevano preparare in anticipo il necessario per le truppe;
detraendone come si detto, i costo dalle tasse.
Occorreva pur sempre un certo esborso di denaro da parte dello Stato, ma il
suo ammontare era solo una frazione del costo effettivo dellesercito. In una lettera
del gennaio 1626, scritta allinizio del suo primo generalato, Wallenstein inform il
ministro delle finanze imperiali che gli occorrevano un paio di milioni di talleri
allanno per mandare avanti questa lunga guerra. Ma a quella data larmata di
Wallenstein contava 110.000 uomini e costava almeno cinque volte tanto. Inoltre, il
denaro imperiale non era versato direttamente alle truppe: era usato invece da
Wallenstein per mantenere il proprio credito personale e per provvedere i suoi
ufficiali e soldati dei beni e servizi indispensabili per la loro sopravvivenza come
valida fora combattente. Grazie a questo e alle contribuzioni, le paghe potevano
aspettare fino alla fine della guerra.
Nel periodo 1640-50 la maggior parte degli amministratori militari calcolavano
di fornire in natura tra la met e i due terzi della paga delle truppe, con vantaggio
dei soldati oltre che del governo. Infatti, come dice Cervantes, la guerra rendeva
generoso lavaro, e prodigo il generoso: i soldati tendevano a spendere il loro
denaro non appena lo ricevevano. Michel Le Tellier, ministro francese della guerra,
era dello stesso parere: Lungi dalleconomizzare le loro risorse egli scriveva
qualche tempo dopo, i soldati spendono spesso in un giorno la paga di dieci, per
cui non hanno mai di che comprare indumenti e scarpe. Fornire direttamente
questi generi essenziali era dunque economicamente un buon affare per i soldati
come per lerario. E dubbio tuttavia che molti civili trovassero vantaggioso questo
sistema alternativo. Il costo esatto delle contribuzioni non lo sapremo mai,
perch non tutti i relativi documenti si sono conservati;ma certo che esse
costituivano un onere grave e a volte disastroso per le popolazioni civili interessate,
specialmente durante la guerra dei Trentanni. Si calcolato, per esempio, che fra
il 1631 e il 1648 gli eserciti svedesi raccolsero con le contribuzioni dieci-dodici volte

quanto arrivava dal tesoro di Stoccolma. Villaggi, cittadine e anche citt grandi
potevano essere completamente rovinate dallarrivo di truppe nelle vicinanze.
Nella seconda met del secolo, tuttavia, le contribuzioni cessarono di essere il
principale puntello della finanza militare. In Francia, per esempio, nellultimo
decennio del Seicento esse costituivano probabilmente non pi del 20% delle
entrate dellesercito; e la loro riscossione era regolata assai meglio. A citt e villaggi
le contribuzioni richieste venivano notificate con moduli a stampa riempiti caso
per caso e spediti anticipatamente per posta. Ma per le comunit pagare
direttamente anche solo un quinto del costo degli eserciti di Luigi XIV era un
onere molto gravoso, e spesso si riusciva a estorcere le contribuzioni solo con la
minaccia di dare alle fiamme i villaggi recalcitranti. Nel 1691 il re in persona
osservava: E terribile essere costretti a bruciare villaggi per costringere la gente
a pagare le contribuzioni, ma poich non si riesce a farle pagare n con le buone n
con le cattive necessario continuare a usare mezzi estremi (Luigi XIV al
maresciallo Catinat, 21 luglio 1690).
Una delle ragioni per cui diminu la fiducia nelle contribuzioni per
lapprovvigionamento militare fu il desiderio di migliorare la qualit e soprattutto
luniformit dellequipaggiamento. Nei primi decenni del secolo, a giudicare dalle
pitture dellepoca e dagli abiti dei militari conservati nei musei, sembra che ai
soldati fosse normalmente consentito di vestirsi come volevano. Cerano peraltro
qua e l tentativi di standardizzare labbigliamento e di creare uniformi. Tutti gli
uomini della milizia formata nel 1605 dal duca di Neuburg nella Germania
meridionale dovevano portare la stessa livrea militare; la guardia della citt di
Norimberga, costituita nel 1619, ebbe anchessa una divisa comune; e i due nuovi
reggimenti raccolti nello stesso anno dal duca di Brunswick-Wolfenbttel furono
vestiti uniformemente di panno azzurro. Ma queste erano eccezioni. Gustavo
Adolfo di Svezia aveva reggimenti che venivano designati con un colore (i rossi,
gli azzurri ecc.); ma sembra che il colore si riferisse solo agli stendardi.
Nel Manuale di guerra pubblicato nel 1651 dallo zurighese Hans Conrad
Lavater, alcune pagine erano dedicate allabbigliamento militare; ma parlavano
solo di foggia e qualit, non del colore. Soprattutto lautore consigliava
allaspirante soldato di vestirsi con giudizio: scarpe grosse, brache robuste e calze
spesse; due camicie pesanti; giubba di pelle con un mantello per ripararsi dalla
pioggia; cappello largo di feltro per proteggersi dal sole e dallacqua. Gli
indumenti dovevano essere di taglio abbondante per dare pi calore; ma senza
pelliccia e con poche cuciture, che erano un vivaio di parassiti. E evidente che il
manuale non contemplava uniformi di sorta: ed facile capire perch. Intanto
non tutte le truppe di un esercito del primo Seicento appartenevano allo stesso
signore della guerra. Fra gli imperiali, nel 1640-50, cerano reparti sassoni,
bavaresi, vestfalici e spagnoli, oltre a reggimenti austriaci. Inoltre una stessa
formazione comprendeva a volte uomini reclutati in tempi e luoghi diversissimi.
Nel 1644 un reggimento bavarese sul quale abbiamo una documentazione
particolareggiata poteva vantare soldati di ben 16 nazionalit: oltre ai tedeschi
(534) e agli italiani (217), i due gruppi pi numerosi, cerano polacchi, sloveni,
croati, ungheresi, greci, dalmati, lorenesi, borgognoni, francesi, boemi, spagnoli,

scozzesi e irlandesi; e perfino 14 turchi. Anche se tutti costoro, allatto di arruolarsi


nel reggimento, avessero ricevuto uniformi uguali, luguaglianza sarebbe durata
poco; i vestiti si consumavano presto, e venivano rimpiazzati con indumenti
depredati alla popolazione civile, tolti ai morti o acquistati nei rari momenti di
opulenza. Se dunque nel guardaroba di un reggimento poteva predominare per un
periodo un abbigliamento di una determinata tinta, entro breve tempo gli uomini
diventavano o veterani laceri e impolverati o le figure arlecchinesche vestite con i
colori dellarcobaleno ritratte dai pittori militari dellepoca.
Non essendoci uniformi, per gran parte del XVII secolo i soldati che militavano
dallo stesso lato dovettero quindi avere un segno distintivo: di solito una fascia, un
nastro o una piuma di un determinato colore. Per esempio le truppe asburgiche,
fossero austriache o spagnole, portavano sempre un contrassegno rosso; le truppe
svedesi, giallo (o giallo e azzurro); quelle francesi, azzurro; e le olandesi arancione.
Se due diversi eserciti si coalizzavano, occorreva un ulteriore contrassegno:
quando, per esempio, le varie unit che sostenevano Guglielmo III dOrange
(molte delle quali avevano proprie uniformi reggimentali) si unirono nellIrlanda
nordorientale alla vigilia della battaglia del Boyne (luglio 1690), tutti i soldati si
misero sul cappello qualcosa di verde (spesso un rametto fronzuto o una felce
raccolti lungo la marcia).
In quel tempo una simile precauzione era insolita. Nel decennio 1640-50 il
ministero francese della guerra ordinava ancora abiti per i soldati in tre taglia la
met normale, un quarto grande e un quarto piccola ma senza dir nulla
della qualit e del colore. Ma nel 1645 il conte Gallas (allitaliana Galasso),
comandante in capo delle truppe imperiali, ordinando ai pannaioli austriaci la
fornitura di 600 uniformi per il suo reggimento, accluse un campione della stoffa e
del colore (grigio chiaro) da usare. Invi anche ai produttori locali modelli delle
fiaschette per la polvere da sparo e delle cartucciere da fabbricare in grandi
quantitativi. Alla fine del secolo, grazie a molte iniziative del genere, si era
raggiunta la stessa uniformit su scala nazionale: tutte le truppe di un determinato
esercito avevano giubbe e brache dello stesso colore, ed erano dotate di armi e
equipaggiamenti sostanzialmente dello stesso modello.
Le difficolt che si frapponevano al raggiungimento di questo risultato non
vanno sottovalutate; a cominciare dalle armi. Allinizio del Seicento la met, grosso
modo, dei fanti dovevano essere provvisti di picche di tredici piedi (circa quattro
metri) e di corazza; gli altri di moschetti a miccia (lunghi cinque piedi, un metro e
mezzo) con le rispettive forcelle dappoggio (oppure di archibugi, pi corti e
leggeri), e inoltre di fiaschette per la polvere, di pallottole e di micce a lenta
combustione; le truppe di cavalleria di una mezza armatura, di pistole e di lance; e
tutte le truppe di elmi e di spade. Con lavanzare del secolo la proporzione delle
armi da fuoco, e quindi del numero di soldati da equipaggiare in modo conforme,
aument a circa due terzi. Non era indispensabile che queste armi fossero
assolutamente identiche (ancora nellultimo decennio del Seicento ogni soldato
usava pallottole che si fabbricava col piombo in dotazione); ma una buona dose di
standardizzazione era necessaria, ed era di fatto realizzata nella produzione su
larga scala, come si pu constatare visitando la raccolta di armi e armature

secentesche dellArsenale di Graz, in Austria: migliaia di armi e relativi accessori


altamente standardizzati, sebbene prodotti da botteghe diverse, e pronti alluso,
con cui si potevano equipaggiare in un giorno, alloccorrenza, ottomila uomini.
Meno facile era accumulare cavalli. E vero che nei primi decenni del secolo la
cavalleria costituiva meno del 10% della maggior parte degli eserciti dellEuropa
occidentale: la Francia, quando nel 1635 mosse guerra alla Spagna ordin il
reclutamento di 132.000 fanti ma solo di 12.400 cavalieri. Anche questa cifra
relativamente esigua, tuttavia, poneva problemi di approvvigionamento: infatti per
ogni soldato di cavalleria occorrevano nel corso di una campagna almeno tre
cavalcature (e a volte pi: nella battaglia di Breitenfeld del 1631 Ottavio
Piccolomini ebbe uccisi sotto di s, nel corso della giornata, sette cavalli); senza
contare i cavalli occorrenti per lo stato maggiore, gli ufficiali, lartiglieria e i
carriaggi. Col crescere di dimensioni degli eserciti europei, in cui nella seconda
met del secolo la quota della cavalleria raggiunse circa il 20% gli allevatori di
cavalli disposero di un florido mercato. Naturalmente cerano a volte difficolt di
rifornimento (dopo una grande battaglia o in caso di mobilitazione improvvisa);
ma nel complesso, proprio grazie alla costanza della domanda militare nellet
barocca, dopo il 1650 gli eserciti trovavano per lo pi tutti i cavalli di cui avevano
bisogno.
Diverso il caso dei viveri. Anzitutto, agli inizi dellet moderna nessun esercito
consisteva soltanto di combattenti. Molti soldati erano accompagnati da mogli o
amanti; altri, anche pi numerosi, avevano servitori e lacch. Nel 1622, quando
lesercito spagnolo di Fiandra mise lassedio a Bergen-op-Zoom, tre pastori
calvinisti della citt assediata osservarono con virtuoso sarcasmo che una coda
tanto lunga in un corpo tanto piccolo non si era mai veduta un esercito cos
piccolo con tanti carri, cavalli da soma, ronzini, vivandieri, lacch, donne, bambini
e una marmaglia molto pi numerosa dei soldati. Pu darsi che cos fosse, anche
se dagli archivi dellesercito di Fiandra risulta che nelle guerre dei Paesi Bassi la
gente al seguito superava di rado il 50% delle truppe; comunque, nel 1646 due
reggimenti bavaresi combattenti in Germania consistevano di 480 fanti
accompagnati da 74 servitori, 314 donne e bambini, 3 vivandieri e 160 cavalli, e di
481 soldati di cavalleria con 236 servitori, 9 vivandieri, 102 donne e bambini e 912
cavalli.
Tutti costoro avevano bisogno di mangiare e di bere. Lassegnazione quotidiana
di 750 grammi di pane, mezzo chilo di carne o formaggio e due litri di birra (che
era la razione teoricamente spettante a ciascun soldato) sembrava abbastanza
ragionevole, ma moltiplicata per il totale delle bocche da nutrire in un esercito
creava problemi cui normalmente dovevano far fronte solo le grandi citt, con
solide e stagionate infrastrutture alimentari. In un esercito di 30.000 uomini
cerano forse 45.000 bocche da nutrire: quindi per produrre la razione di pane
regolare per tutti bisognava macinare e cuocere quotidianamente 80.000 kg di
farina; i 22.500 kg di carne richiedevano la macellazione e preparazione
quotidiana di 2.500 pecore o 250 manzi (una cifra altissima, date le scorte di
bestiame relativamente piccole del tempo); mentre per la razione di birra
occorreva fabbricarne e distribuirne, ogni giorno, 90.000 litri. Inoltre per cuocere

il pane ci volevano forni (ognuno di 500 mattoni), legna da ardere, carri per
trasportare la farina, i forni e la legna Infine i cavalli necessari per tutto questo,
e per la cavalleria, lartiglieria, gli ufficiali, le salmerie forse 20.000 animali, in un
grande esercito in campo consumavano circa 90 quintali di foraggio, ossia 160
ettari di pascolo ogni giorno.
Nella seconda met del Seicento, crescendo gli eserciti, il problema di
organizzare questa mole di approvvigionamenti per operazioni prolungate indusse
gli Stati, uno dopo laltro, a riassumere i compiti prima delegati agli imprenditori
militari. Il primo a battere questa strada fu, forse non a caso, il solo paese
dEuropa governato da un soldato di mestiere: la repubblica britannica.
Allindomani dellesecuzione di Carlo I, nel gennaio 1649, il nuovo governo
repubblicano di Londra decise di invadere e conquistare lIrlanda. Si sapeva fin
dallinizio che la forza di spedizione non avrebbe trovato mezzi di sussistenza su
quellisola, povera e arretrata; doveva portare tutte le sue provviste con s. Ma
dato che lInghilterra era in guerra dal 1642, le industrie chiave erano gi
organizzate in modo da poter soddisfare rapidamente nuove ordinazioni. Fra il
giugno 1649 e il febbraio 1650 furono spedite a Dublino circa 6.000 tonnellate di
grano e di segale 250 tonnellate di formaggio, 150 di gallette e 5.000 ettolitri di
birra (oltre a quantit minori di sale, salmone, lardo, riso e uva passa). La
Repubblica, sembra, forn ai circa 16.000 soldati del corpo di spedizione il 90% del
pane, il 50% del formaggio e il 40% della birra quotidiani (deducendone il costo
dalla loro paga). Ma non basta. Lesercito, comandato da Oliver Cromwell, port
anche con s una scorta considerevole di denaro liquido, in parte per le paghe dei
soldati, ma anche per lacquisto di vettovaglie supplementari. Un proclama garant
che chiunque poteva portare e vendere liberamente provviste allesercito,
ricevendone pagamento in contanti. I soldati sorpresi a saccheggiare venivano
impiccati. Inoltre nellinverno del 1649-50, quando lesercito di Cromwell era
acquartierato per la sosta invernale, il governo di Londra organizz linvio di
17.950 serie di indumenti (scarpe, calze, brache e camicie), insieme a 17.000 metri
di panno per soprabiti e a 19.000 metri di tela per fare tende per la nuova
campagna. Questa impresa logistica agevol la conquista inglese dellIrlanda in
tempi notevolmente brevi, e fu ripetuta in Scozia nel 1650-51.
In tre anni lesercito di Cromwell riusc cos a unificare per la prima volta tutte
le Isole Britanniche: gli ordini del governo di Londra giungevano ed erano obbediti
in ogni angolo dellarcipelago, senza eccezione. Certo, lefficienza combattiva
dellesercito di Cromwell, forgiato nelle guerre civili dInghilterra, fu essenziale
per ottenere questo risultato; ma le truppe furono in grado di battersi
vittoriosamente, spesso in zone remote dove nessun esercito aveva mai
guerreggiato, soltanto grazie al loro ottimo sistema di rifornimenti. Una cosa
certa, ricordava in seguito uno dei partecipanti allimpresa: nelle ultime guerre,
Scozia e Irlanda sono state conquistate grazie ai tempestivi rifornimenti di
formaggio del Cheshire e di gallette.
Lesempio inglese fu studiato allestero, specie in Francia (con la quale
Cromwell strinse una breve alleanza che port i due eserciti a combattere insieme
sul continente per alcuni anni). Il giovane Luigi XIV vide ben presto i vantaggi di

un esercito permanente, e si convinse che per il suo mantenimento era necessaria


una rete di fornitori regolari e di magazzini militari. Con un esercito di 150.000
uomini in tempo di pace, esisteva una domanda costante e calcolabile, che presto
cre come nellInghilterra repubblicana, una infrastruttura permanente e
specializzata in grado di fornire alle nuove leve, in caso di improvvise emergenze
belliche, viveri, vestiario e armamento. Da questa centralizzazione alluniformit il
passo era breve; e nel decennio 1680-90 tutto lesercito francese era vestito ormai
con il blu nazionale e provvisto di armi di modello standard. Il costo,
naturalmente, era enorme: Luigi XIV spese per la guerra, nellultimo decennio del
secolo, il 75% delle entrate statali (Cromwell nel 1650-60 aveva speso il 90%!); ma
i risultati furono imponenti. I confini della Francia si spostarono in avanti in tutte
le direzioni, e si accrebbe il potere dello Stato sui sudditi. Gli eserciti di nuovo
modello avevano dimostrato i loro pregi, e i metodi inaugurati da Cromwell e
Luigi XIV furono presto imitati in tutta Europa.

LA SORTE DEL SOLDATO


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Nel 1601 linglese Lord Mountjoy, vittorioso comandante della regina


Elisabetta in Irlanda, permise ai nemici sconfitti di arruolarsi in eserciti stranieri:
perch, a suo dire, si sempre visto che di costoro, una volta partiti per questo
viaggio, pi di tre su quattro non sono mai pi tornati. Studi recenti hanno
confermato questa sinistra statistica. Per esempio il distretto di Bygdea, nella
Svezia settentrionale, fra il 1621 e il 1639 mand a combattere in Polonia e in
Germania 230 giovani, di cui 215 morirono col e 5 tornarono a casa invalidi. Gli
altri, dieci in tutto, erano ancora in servizio nel 1639, ma improbabile che
qualcuno di loro sia vissuto tanto da vedere la fine della guerra, nove anni dopo;
dato che il 27 coscritti di Bygdea del 1638 morirono tutti tranne uno, entro un anno
dalla loro partenza per la Germania. Larruolamento, in eFfetti, era diventato una
condanna a morte. Non fa meraviglia che i maschi adulti di Bygdea diminuissero
del 40%, da 468 nel 1621 a 288 nel 1639; mentre let dei coscritti si abbassava
man mano, con larruolamento di un numero crescente di adolescenti che
partivano per non fare pi ritorno. Dei soldati mandati allestero nel 1639 la met
avevano solo quindici anni, e tutti tranne due ne avevano meno di diciotto. Nel
1640 il numero delle famiglie del distretto con a capo una donna era aumentato di
sette volte. Le perdite totali dellesercito svedese fra il 1621 e il 1632 sono state
stimate in 50.000-55.000 uomini; quelle fra il 1633 e la fine della guerra (1648)
furono probabilmente almeno il doppio.
Questa alta mortalit militare non era unesclusiva della Svezia. Si stima che in
generale un soldato su quattro o cinque arruolati negli eserciti dellEuropa barocca
moriva ogni anno in servizio attivo, e la percentuale and aumentando con

lavanzare del secolo. Probabilmente 600.000 soldati morirono durante la guerra


dei Trentanni (1618-48): una media di 20.000 allanno) e 700.000 durante la
guerra di successione spagnola (1702-13: una media di 64.000 lanno).
Come spiegare cifre tanto alte? Una innovazione tattica importante del XVII
secolo, che accrebbe il rischio di morte in combattimento, fu lo sviluppo incessante
di armi da fuoco pi efficaci. Gi prima, naturalmente, esistevano cannoni,
moschetti e pistole, ma di rado erano stati usati con effetti cos micidiali. Dopo il
1600 i progressi della siderurgia permisero di ridurre il peso della maggior parte
delle armi da fuoco, rendendone pi agevole il trasporto e pi preciso il tiro; il
miglioramento dei congegni di sparo soprattutto lacciarino a pietra focaia, dal
decennio 1630-40 le rese pi sicure; e linvenzione della baionetta a incastro nel
periodo 1670-80 permise di usare il moschetto come arma da punta e da taglio
oltre che da sparo.
Ma linnovazione principale nelluso delle armi da fuoco avvenne in campo
tattico. Punto di partenza fu la riforma dellesercito olandese attuata da Maurizio
di Nassau. Ispirandosi ai metodi di Roma imperiale e di Bisanzio descritti da
Eliano e da Leone VI, Maurizio mut lordinamento di battaglia delle truppe.
Invece delle falangi di 40 e 50 file frontali di picchieri usate nelle guerre del XVI
secolo, schier i suoi uomini su 10 sole file. La forza durto delle sue formazioni,
pi piccole, derivava pi dalla potenza di fuoco che dalle cariche dei picchieri. Non
meno di met dei soldati dellesercito di Maurizio erano moschettieri. Questi
cambiamenti apparentemente semplici, resero nondimeno necessarie profonde
modifiche dellorganizzazione militare. Da un lato la ridotta profondit dello
schieramento comportava la sua estensione in larghezza, esponendo un maggior
numero di soldati alla prova del combattimento corpo a corpo e al fuoco nemico;
dallaltro, lo schieramento pi esile esigeva da ciascuno una disciplina e un
coordinamento maggiori. Soprattutto, lesercito olandese perfezion la tecnica del
fuoco di fila: la prima linea scaricava simultaneamente i moschetti sul nemico, poi
arretrava per ricaricare le armi mentre le altre nove linee prendevano man mano il
suo posto creando una grandine continua di fuoco. Ma compiere questa manovra
di fronte al nemico richiedeva molto sangue freddo, un coordinamento perfetto e
una grande padronanza di tutti i movimenti necessari. Perci Maurizio
reintrodusse le esercitazioni in uso nellesercito romano.
Linsistenza di Maurizio sulla precisione e larmonia in guerra rispecchiava la
generale predilezione dellet barocca per le forme geometriche in architettura,
nellequitazione, nella danza, nella pittura, nella scherma, in battaglia; e le sue idee
furono largamente ammirate e imitate. Gi nel 1603 un testo militare francese
dedic un intero capitolo agli Esercizi in uso nellesercito olandese e nel 1608 il
primo manuale militare figurato dellEuropa occidentale, composto da Giovanni di
Nassau, cugino di Maurizio fu pubblicato ad Amsterdam col titolo Lesercizio delle
armi, sotto il nome di Jacob de Gheyne, noto incisore. Molte altre opere imitarono
la tecnica usata dal de Gheyne, di una sequenza numerata di figure illustranti
passo passo il maneggio delle armi e lordinamento delle truppe in guerra. Poi nel
1616 il conte Giovanni apr nella capitale del suo principato di Nassau, Siegen,
unaccademia militare (la prima dEuropa) espressamente destinata alleducazione

di un corpo professionale di ufficiali. Il primo direttore di questa Schola


militaris, Johann Jacob von Wallhausen, pubblic vari manuali di tecnica
guerresca modellati sullesempio olandese, base di tutto linsegnamento impartito a
Siegen (dove listruzione durava 6 mesi; armi, armature, mappe e modelli erano
forniti dalla scuola).
La diffusione della nuova tattica non avvenne solo tramite i libri e la scuola: a
Maurizio fu chiesto di fornire istruttori militari ad altri stati. Nel 1610 il
Brandeburgo ne chiese e ne ottenne due, e nel decennio successivo altri andarono
nel Palatinato, Baden, Wrttemberg, Assia, Brunswick, Sassonia e Holstein. Anche
gli svizzeri, che per primi avevano dimostrato lefficacia dei picchieri nella lotta
contro la Borgogna quattrocentesca, furono costretti nonostante il loro
tradizionalismo ad adeguarsi: nel 1628 la milizia di Berna fu riorganizzata
allolandese, con compagnie pi piccole e una maggiore potenza di fuoco. Ma
lallievo pi eminente di Maurizio fu Gustavo Adolfo di Svezia. In un giro in
Germania nel 1620 egli vide molte forme diverse di organizzazione militare e di
fortificazioni e lesse tutti i testi principali in materia. Al suo ritorno port avanti le
riforme di Maurizio, riducendo la profondit dello schieramento dei moschettieri
nellesercito svedese da dieci file a sei, e accrescendo la potenza di fuoco con
laggiunta di quattro cannoni leggeri per reggimento. Tutti i soldati venivano
addestrati rigorosamente dai numerosi ufficiali e sottufficiali; e si cercava di tenerli
costantemente occupati fra scavo di terrapieni, perlustrazioni e esercitazioni. Il re
a volte istruiva personalmente le truppe, mostrando alle nuove reclute come
sparare col moschetto stando in piedi, in ginocchio o stesi a terra. Le unit
reclutate allestero assistevano a dimostrazioni dellordine svedese fatte dai
veterani, compresa la scarica doppia: in questo caso i moschettieri che prima
stavano su sei file, erano disposti su tre linee soltanto, la prima in ginocchio, la
seconda chinata e la terza in piedi in modo da poter fare fuoco simultaneamente e
scaricare sui nemici in una volta sola quanto pi piombo possibile (come osserva
linglese James Turner, che vide questa tattica micidiale in azione): e in tal modo
si fa loro pi danno perch uno scoppio di tuono lungo e continuo pi terribile
e pauroso per i mortali di dieci tuoni separati.
La differenza principale fra le rivoluzioni militari svedese e olandese non era
di tecnica ma di applicazione e di scala. Maurizio di Nassau combatteva di rado
battaglie campali (e in tal caso il suo esercito raggiungeva a malapena i 10.000
uomini), perch il territorio in cui operava era dominato da una rete di citt
fortificate che rendevano le battaglie non risolutive: bisognava pur sempre porre
lassedio alle citt. Gustavo, invece, operava in zone che per settantanni o pi
erano stata risparmiate dalla guerra e anche da minacce di guerra; dove,perci, le
citt fortificate erano molto meno numerose (anche se, quando cerano, bisognava
assediarle), e lesito di una battaglia poteva dare il controllo di un vasto territorio.
La migliore pubblicit per il nuovo sistema militare fu la vittoria di Gustavo a
Breitenfeld nel 1631, classico confronto fra lordine di battaglia tradizionale, in uso
dal tempo delle guerre dItalia del Rinascimento, e lordine nuovo. Gli imperiali,
composti prevalentemente di picchieri informazioni di trenta file di cinquanta
uomini ciascuna, affrontarono un esercito svedese disposto in formazioni di tre file
di moschettieri e cinque di picchieri, con un numero doppio di cannoni.

Lartiglieria svedese poteva lanciare ogni sei minuti una palla di ferro di 9 kg alla
distanza di 1.700 metri; i moschettieri, che costituivano un po pi della met delle
truppe di Gustavo, erano in grado di sparare salve ripetute di pallottole di piombo
di circa 20 mm di diametro con notevole precisione fino a 50 metri, e con una
precisione del 50% circa fino a 75 metri.
Il risultato di questi vari sviluppi era la morte di un gran numero di soldati. I
medici dellepoca erano in grado di curare molte ferite darma bianca, ma non le
fratture ossee provocate dalle palle di moschetto o di cannone. A Breitenfeld i
morti furono 7.600, pi di un quinto degli imperiali sconfitti; conlavanzare del
secolo, allaumento percentuale di moschettieri e cannoni corrispose laumento
delle perdite. Nella battaglia di Malplaquet (1709) le due parti persero circa un
quarto degli uomini; complessivamente, forse 50.000 morti in una sola giornata. Le
perdite erano di solito molto gravi, sembra, indipendentemente dalla durata del
combattimento. Se le due parti erano di forza pari, come a Malplaquet, il massacro
era spaventoso. Se erano disuguali, alla sconfitta della forza inferiore poteva tener
dietro un accanito inseguimento e unaltra strage, perch molti soldati fuggiaschi e
interi reparti venivano uccisi a sangue freddo dagli avversari (con laiuto talvolta
dei contadini del luogo). Anche una ritirata in buon ordine poteva costare gravi
perdite umane. Nel novembre 1643 lesercito francese al comando di Turenne,
sconfitto nella battaglia di Tuttlingen (in Baviera) fu costretto ad abbandonare le
salmerie e ad arretrare sino al Reno nel cuore dellinverno: dei 16.000 superstiti
della battaglia, appena un terzo sopravvisse alla ritirata. Lanno seguente un
esercito imperiale che aveva invaso lo Holstein fu costretto dal nemico a ritirarsi
attraverso territori devastati a tal punto che la maggior parte dei soldati morirono
di fame. Secondo un cronista contemporaneo, dei 18.000 uomini che avevano
cominciato la ritirata soltanto un migliaio tornarono a casa: sicch sarebbe
difficile trovare altro esempio di un esercito distrutto in cos breve tempo senza una
grande battaglia. Alla stessa data il cardinale Richelieu osservava nel suo
Testamento politico: Vediamo nelle storie che gli eserciti sono periti molto pi
spesso per mancanza di cibo e di ordine che per mano nemica.
Causa di perdite umane altrettanto gravi erano gli assedi, assai pi frequenti
delle battaglie nella maggior parte delle guerre. Nel 1628, dei 7.833 inglesi
imbarcati a Portsmouth per portare soccorso a La Rochelle in Francia, 409
perirono quasi subito nello sbarco sullisola di R, 100 nelle trincee e 120 per
dissenteria; 3.895 caddero in assalti sfortunati alle ridotte francesi o nella ritirata
finale; e altri 320 andarono dispersi. I superstiti della campagna che tornarono a
Portsmouth in ottobre furono soltanto 2.989: una perdita del 62% in tre mesi. Lo
stesso anno, durante il blocco di Stralsunda, il reggimento scozzese di Mackay (900
uomini) fu in servizio fra i difensori per sei settimane consecutive. Secondo il suo
colonnello, anche il cibo veniva portato agli uomini al posto di combattimento: da
cui non potevamo allontanarci per lordinaria ricreazione e nemmeno per
dormire n ci toglievamo mai i panni di dosso, salvo per cambiare vestito o
camicia. In quaranta giorni i morti del reggimento furono 500, i feriti 300 (fra cui
il colonnello). E tuttavia gli scozzesi si consideravano fortunati perch se
Stralsunda fosse stata presa dassalto avrebbero potuto morire tutti come la
guarnigione di Francoforte sullOder nel 1631, sconfitta e massacrata sul posto. In

quel caso ci vollero sei giorni per seppellire i 3.000 difensori imperiali, insieme agli
800 soldati morti nellassalto: tanto the alla fine i morti venivano gettati a mucchi
in grandi fosse, pi di cento in ognuna.
Molti soldati, inutile dirlo, morivano non di ferite ma per altre cause. Come
osserva il gi citato James Turner la vita militare era dura, anche senza i rischi del
combattimento; specialmente per le nuove reclute, che prima non sapevano cosa
volesse dire non fare due o tre pasti al giorno e non andare a letto la notte a unora
opportuna, e che adesso dovevano trascorrere la notte nei campi con poco o
nessun riparo, marciare sempre a piedi e bere acqua. Nel 1620 unarmata di
italiani proveniente dalla Lombardia attravers il Piemonte diretta alla guerra nei
Paesi Bassi; un osservatore giudic che su di essa cera da fare poco assegnamento:
i soldati delle prime due file avevano buon aspetto e unaria marziale, ma gli altri
erano poveri ragazzi fra i 16 e i 20 anni, deboli e malvestiti, i pi senza cappello o
senza scarpe. I loro carri sono gi pieni di ammalati, sebbene siano in marcia da
cinque giorni soltanto, e il sono convinto che met di loro cadranno lungo la
strada. Il viaggio da Milano a Bruxelles era una marcia di 1.000 chilometri, e
bisognava attraversare le Alpi (di solito per il valico del Moncenisio); ma almeno
era un viaggio in territorio amico. Altri eserciti erano meno fortunati. Fra il 1630 e
il 1633 le truppe svedesi marciarono in Germania per 5.000 chilometri, da
Peenemunde sul Baltico a Magonza sul Reno, a Monaco di Baviera e al
Brandeburgo, combattendo quasi di continuo. Nel 1654, in tre mesi di campagna
nelle valli inospitali e sui passi dei monti scozzesi, lesercito inglese di conquista
percorse circa 1.600 chilometri; e morirono pi uomini per le fatiche sopportate
che per opera del nemico.
Infine, oltre alle ferite, alla fatica e alla fame, mietevano vittime le malattie.
Nella brigata scozzese che combatt in Germania fra il 1626 e il 1633, sembra che
gli ammalati fossero normalmente il 10%, con punte molto pi alte nelle
periodiche epidemie. Le truppe imperiali entrate in Italia nel 1630-31 per
partecipare alla guerra di Mantova portarono con s la peste bubbonica, che non
solo decim le loro forze ma fece strage nella popolazione della Lombardia (e forn
ad Alessandro Manzoni lo sfondo indimenticabile dei Promessi Sposi).
E i soldati che non morivano in servizio? Alcuni si salvavano almeno
temporaneamente, perch cadevano prigionieri. In questo caso, nella prima met
del secolo i soldati semplici venivano di solito liberati previo giuramento di non
riprendere le armi per un certo periodo contro il vincitore; oppure indotti a unirsi
allesercito a cui si erano arresi. Nel 1631 anche gli italiani catturati da Gustavo
Adolfo durante la campagna renana furono accolti nellesercito svedese (ma
disertarono non appena raggiunti, lestate seguente, i colli prealpini). In
Inghilterra, nel 1645, dopo la grande vittoria dei Parlamentari a Naseby, molti
soldati realisti (catturati in battaglia o con la resa successiva delle guarnigioni)
furono convinti ad aderire allesercito di Cromwell. Ma questuso di mutare i
nemici di ieri in guardie del corpo era potenzialmente pericoloso; e col progredire
del secolo si adottarono una serie di alternative. Divent norma il riscatto dei
prigionieri di guerra. Per esempio dopo la battaglia di Jankow (1645) i vincitori
offrirono in riscatto, a 120.000 talleri, linero stato maggiore degli imperiali

sconfitti. Ma questo un caso eccezionale. Normalmente si conveniva e pubblicava


in anticipo prima di una campagna un tariffario dei riscatti: tanto per un generale,
tanto per un colonnello, e cos via; e al termine delle operazioni i prigionieri
venivano scambiati in base al loro valore. Nel frattempo ai soldati prigionieri
spettava la paga intera, e le loro mogli ricevevano razioni gratuite di pane.
Cure maggiori furono inoltre dedicate ai feriti e ai malati, e nel corso del XVII
secolo quasi tutti i governi istituirono appositi ospedali militari. Qui fu lesercito
spagnolo di Fiandra a fare da battistrada con lospedale di Malines (fondato nel
1585, fornito man mano di 330 letti e servito da 49 medici e infermieri), dove i
soldati erano curati, con notevole successo da ogni sorga di infermit: da malattie
quali la sifilide e la malaria alle ferite, allo stress psicologico e ai traumi da
combattimento (definiti nei documenti mal de corazn). Le truppe
contribuivano a finanziare questo servizi con la trattenuta di un real sullo stipendio
mensile e con i proventi delle multe inflitte a ufficiali e soldati per linguaggio
blasfemo. Lesercito di Fiandra istitu anche un asilo per i veterani invalidi (la
Guarnigione di Nostra Signora di Hal), che nel 1640 aveva 346 ospiti: in
compenso di un servizio nominale di guardia, questi soldati avevano vitto, paga e
alloggio gratuiti. Fino al decennio 1650-60, tuttavia, queste iniziative umanitarie
adottate nei Paesi Bassi meridionali rimasero apparentemente un caso unico. La
maggior parte dei comandanti, a quanto sembra, non si occupavano granch dei
feriti, tranne in circostanze particolari: come al culmine dellattacco svedese nella
battaglia di Veste presso Norimberga nel 1632, quando Wallenstein gir fra le sue
truppe schierate a difesa gettando manciate di monete in grembo ai feriti, per
incoraggiare gli altri. Ma in seguito altri stati seguirono lesempio spagnolo: la
Francia con lHotel des Invalides (per i feriti e i soldati anziani), fondato nel 1670;
lInghilterra con gli ospedali militari di Kilmainham (Dublino) nel 1681 e di
Chelsea (Londra) nel 1684; e cos via.
Ma non tutti i soldati dellet barocca morivano, invecchiavano o erano feriti in
servizio. Molti si arricchivano, e si ritiravano con i loro guadagni. I comandante
imperiale Henrik Holck, un tempo povero, torn nel 1627 nella nata Danimarca e
compr una tenuta per 50.000 talleri; il generale svedese Knigsmarck, che aveva
cominciato la sua carriera come soldato semplice, mor nel 1663 con un patrimonio
di quasi 2 milioni di talleri (183.000 in denaro liquido, 1.140.000 in lettere di
credito, 406.000 in terreni); e John Churchill, forse il generale inglese di maggior
successo dellet barocca, si ritir col titolo di duca di Marlborough e una
sostanziosa gratifica da parte della nazione, che gli permise di edificare la
sontuosa residenza di Blenheim Palace alla porte di Oxford. Nel Seicento titoli e
terre erano forse la forma pi comune di ricompensa per i comandanti militari,
specialmente per quelli che avevano avuto la funzione di appaltatori di uno o pi
reggimenti. Se essi non sempre riscuotevano per intero gli arretrati di paga, certo
venivano ampiamente risarciti in altro modo. In Pomerania, nella regione intorno
a Stralsunda, annessa dalla Svezia con la pace di Vestfalia del 1648 il 40% delle
fattorie pass nelle mani di ex ufficiali (con una media di 14 fattorie a testa); e in
Irlanda dopo la conquista cromwelliana del 1649-50 gli arretrati di ufficiali e
truppa furono saldati con terre confiscate ai vinti (assegnando in media 15 acri a
testa). Gli ufficiali potevano inoltre arricchirsi con lacquisto di case nelle citt

occupate, che vendevano in seguito proficuamente; intascando bustarelle dai


privati, in cambio dellesenzione dallobbligo di alloggiare le truppe; e gonfiando
fraudolentemente gli effettivi dei loro reparti per ottenere razioni di viveri e paghe
maggiori di quelle spettanti. E,come i soldati, potevano ricavare benefici dal
saccheggio.
Il vero problema, tuttavia, non era arricchirsi ma conservare la ricchezza
acquistata. Sydnam Poyntz, ufficiale inglese di umili origini che combatt nella
guerra dei Trentanni, non fu il solo ad accumulare fortune poi perdute per
malasorte o insipienza. Nel 1623 un moralista francese osservava che per un
soldato arricchitosi con la guerra ne vedi cinquanta che guadagnano solo malanni
e malattie incurabili. Ma forse questo giudizio era un po tendenzioso. Malanni e
malattie incurabili non erano certo appannaggio esclusivo dei soldati. Nel XVII
secolo la vita di tutti, uomini e donne, era adatta di Thomas Hobbes, brutta,
incerta, bestiale e breve. In unEuropa in cui morta, malattia e miseria erano
abituali compagne della guerra, i militari tuttavia correvano non di rado meno
rischi dei civili. Chi andava a far la guerra spinto dalla necessit, come il soldato
del Don Chisciotte, non sempre, forse, faceva una scelta sbagliata. In fin dei conti il
Seicento fu davvero, come dice Fulvio Testi, il secolo del soldato.

IL FINANZIERE
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La Controriforma trionfante fa sentire i suoi effetti su tutto il continente perch


porta con s una serie di politiche volontaristiche cattoliche che attraverso lattivit
pastorale, la riforma e le missioni cercano di riconquistare le posizioni
temporaneamente abbandonate di fronte ai protestantesimi.
Limperialismo asburgico ha come suo corollario la reazione nazionale in Francia,
Inghilterra e Paesi Bassi, lo stimolo allemergere delle monarchie nazionali
unificatrici.
Il trionfo del potere monarchico sulla societ feudale in Francia, Inghilterra e
Spagna, fa nascere unamministrazione centralizzatrice, giudiziaria e fiscale, che
permette alle monarchie europee di estendere la loro autorit ai confini del proprio
territorio. Parallelamente si impone la necessit di mantenere forze armate
permanenti e sempre pi numerose.

Il XVII secolo il secolo di Marte. Le ostilit si susseguono senza tregua. La


guerra imperversa in tutto il continente, guerra civile e religiosa in Francia e
Inghilterra, guerra nazionale con la sollevazione delle Province Unite.La formazione
di eserciti regolari con truppe di oltre centomila uomini costantemente in armi non
tarda a porre gravi problemi finanziari, sconosciuti al tempo delle bande medievali,
caratterizzate da qualche migliaio di uomini mobilitati per periodi limitati. Lo stesso
discorso vale per le forze navali, che hanno una funzione sempre pi grande nel
destino delle nazioni, come dimostrato dalla sorte dellInvincible Armada e
dallavvento, seguito dal consolidamento, delle Province Unite: senza marina
militare, la loro indipendenza si sarebbe potuta imporre ai potenti vicini e allex
tutore?
In un celebre aforisma Montecuccoli riassume tutta la difficolt: Per la guerra
sono necessarie tre cose: primo, il denaro; secondo, il denaro; terzo, il denaro.
Questa fame di denaro viene ad aggiungersi a quella provocata dalle necessit di
uno Stato centralizzato per la sua amministrazione e la sua diplomazia. Non c
perci da sorprendersi se la questione finanziaria assume in epoca barocca
unimportanza tale da diventare lossessione di tutti i governi.
NellEuropa di allora non si conosce che un solo mezzo di pagamento universale:
la moneta metallica, loro, naturalmente, largento, soprattutto, per non parlare per
la vita quotidiana del vile biglione di rame. A partire dalla fine del XV secolo
lEuropa approfitta dellafflusso dei metalli dal Nuovo Mondo. Ma ben presto la
massa metallica in circolazione non basta pi a soddisfare tutte le necessit, quelle
delleconomia quotidiana e quelle, inesauribili, della guerra. Questo squilibrio tra
domanda e offerta rappresenta la sfida principale di tutti gli stati.
A mano a mano che si moltiplicano le guerre, si spalanca per ogni stato labisso
in cui rischia di far precipitare le proprie ambizioni, se non in grado di colmarlo.
Cos la lotta tra Spagna e Francia si concretizza, sia per le popolazioni sia per i
politici, in unimpietosa guerra di denaro. Su questo sfondo si delinea la figura del
finanziere, personaggio centrale nella societ dellet barocca. Grazie alla borsa
personale e al credito di terzi dispone di ingenti somme di denaro mentre tutti gli
altri ne sono sprovvisti, a cominciar dagli Stati. Questo ne fa un individuo a parte,
molto corteggiato ma anche molto invidiato e di conseguenza denigrato.
Il termine finanziere indica realt eterogenee. Per gli uni indica i banchieri che
prestano denaro al sovrano e garantiscono il pagamento delle paghe alle truppe,
servendosi della loro rete di corrispondenti in tutta Europa. Per gli altri indica dei
privati che dispongono di denaro liquido dalla provenienza incerta, denaro che
prestano ai principi in difficolt, chiedendo interessi tra i pi elevati.
Il mondo del commercio e le sue imprese generatrici di reddito permettono allora di
spiegare la preponderanza che nello stato moderno esercitano banchieri italiani o
tedeschi.
Lautore presenta una sua definizione di finanziere, incongrua rispetto a quelle
presentate, che si differenzierebbe da quella di banchiere e mercante: per
finanziare si intende comunemente colui che maneggia il denaro del principe, che a

qualsiasi titolo procura al principe i capitali che gli permettono di far fronte ai suoi
impegni.
La Francia, con i suoi 18-20 milioni di abitanti, con i pi vari e fertili territori e
la variet delle sue produzioni, si afferma come la pi ricca monarchia dOccidente.
Lincremento dellautorit del sovrano si accompagna allo sviluppo di
uninfrastruttura giudiziaria ed amministrativa che penetra tutto il regno,
superando resistenze e opposizioni. Le funzioni che gli amministratori svolgono
nella societ sono pertanto considerevoli, e vengono accresciute dalla possibilit di
esercitarle a titolo ereditario, grazie al principio della venalit degli uffici. Queste
funzioni non intaccano minimamente la potenza dellaristocrazia. Quest'ultima,
padrona della rendita fondiaria, rimane la prima forza economica e sociale, legata
nella sua parte pi antica alla propria egemonia guerriera. In questo modo il re di
Francia dominando uomini e beni, pu condurre una politica aggressiva, che mira
ad imporre il suo primato su tutta lEuropa. La monarchia dei Borboni, seguendo
una tradizione plurisecolare vuol essere uno stato militare. E solo la Francia in
realt in grado di portare leffettivo delle sue truppe in meno di cinquantanni da
alcune decine di migliaia a quasi quattrocentomila uomini, cifra a quellepoca
inaudita. Questo non le impedisce, sotto limpulso di Richelieu e di Colbert, di
dotarsi di una flotta e di una serie di infrastrutture marittime che le permettono di
battere la Spagna e di rivaleggiare, ad un certo punto, con le Province Unite e
lInghilterra. Tra il 1610 e il 1715 la Francia combatte un anno su due, e quando non
lo fa si prepara a farlo.
Ecco perch gli imperativi finanziari sono i pi pressanti. Il re di Francia sembra
cronicamente messo alle corde: le casse dello stato risuonano vuote. Ogni volta il
sovrano sfugge al disastro grazie allappoggio mai negato, malgrado i rischi, dei
finanzieri.
La scelta del finanziere, mettersi nelle finanze, fa di lui un emarginato,
bersaglio di tutte le ostilit. In un certo senso, questa scelta ricorda la vocazione
religiosa; in entrambi i casi si rompe con il mondo: nelluno, per porsi al
servizio,riverito, di Dio;nellaltro, per la spregevole adorazione del Vitello DOro.
Con la sua ineluttabile conseguenza e la sua finalit ultima il profitto il traffico
dl denaro colloca il candidato nel crocevia di tutti gli antagonismi che esso suscita
nella societ. In un universo profondamente cristiano, rivivificato dal soffio
infuocato della Controriforma, in una societ in cui le lites, per ragioni etiche,
disprezzano o ostentano di disprezzare tutto ci che ha a che fare con le arti
meccaniche, il commercio e perci anche le attivit finanziarie, perch ritenuto
indegno; in una societ composta in gran parte da contadini stritolati dal fisco, come
potrebbe il finanziere non essere considerato il nemico pubblico, il rappresentante di
una categoria maledetta da denunciare e perseguitare con accanimento? Tanto pi
che lapparente successo sociale e materiale rafforza lodio, alimentato da invidie e
dispetti.
Il finanziere si fa beffe dellinsegnamento della Chiesa, la quale ha sempre
vietato il prestito ad interesse, di fatto assimilato allusura. La Controriforma non
ha minimamente attenuato la portata del messaggio evangelico, anzi. Il beato Alain
de Solminihac, vescovo di Cahors, esempio perfetto di prelato riformatore nel regno

di Francia, afferma che lusura uno dei peccati che si oppongono maggiormente
alla salvezza delle anime, cattiva perch contraria al diritto naturale divino e
canonico. Il suo collega e amico Etienne Pavillon, laustero vescovo di Alet,
giansenista estremo, assume nel suo Rituale questa stessa intransigenza. Il finanziere
destinato alle fiamme dellinferno. In un mondo religioso come quello del XVII
secolo, difficile capire perch mai un individuo scelga di esporsi ad essere messo
allindice.
Non c suddito del re di Francia che non disprezzi pubblicamente il finanziere.
In effetti, come responsabile delle entrate dello Stato e della loro riscossione, egli fa
sentire la sua presenza al popolo tramite una serie di intermediari che sono
considerati altrettanti persecutori. Nello stato di guerra, il sistema fiscale si
appesantisce sempre pi per i contadini sui quali gravano limposta diretta, la
taglia, ma anche le imposte indirette, applicate sulla circolazione e il consumo delle
derrate agricole e delle bevande, sul sale e sui manufatti. Questo carico fiscale, nel
solo decennio 1630-40, triplica. La politica di Richelieu, mirante alla sconfitta della
casa dAustria, implica per la Francia il saper condurre una guerra finanziaria che
opponga il pi ricco stato della cristianit alla corona detentrice delle ricchezze del
Nuovo mondo. SI tratta davvero di una partita a braccio di ferro, e per vincerla
ognuno investe nella battaglia tutte le sue risorse. I sudditi verranno spremuti, e se
necessario schiacciati, per ottenere la vittoria finale.
Un simile programma richiede unaccorta manipolazione del corpo sociale:
malgrado le pretese assolutistiche del monarca, la nozione dellimposta liberamente
accettata resta ancora da scoprire. La taglia, imposta di ripartizione, e soprattutto le
imposte indirette, appaltate come limpopolarissima gabella del sale,sono riscosse da
tutta unamministrazione in parte statale per la taglia, e privata per le imposte date
in appalto. Cos, i rapporti tra le popolazioni ed i finanzieri diventano ben presto
conflittuali perch si esprimono in un clima di coercizione. La lotta tra amministrati
ed esattori delegati dai finanzieri prend una piega drammatica; a mano a mano che
la guerra si protrae, i popoli diventano pi insofferenti verso i molteplici prelievi
fiscali. Il sentimento di spoliazione che accompagna il pagamento obbligatorio sfocia
immancabilmente nella collera quando i cattivi raccolti rendono ancora pi precaria
la condizione rurale.
In tutto il regno, finanziere diventa sinonimo di essere cupido, insensibile alle
sofferenze della povera gente, che esercita la sua triste professione tramite i suoi
factotum, indissociabile da unintollerabile oppressione. Il furore che suscitano i
gabellieri pu dare unidea di quel che scatenerebbe il loro padrone se fosse l
presente. Sono numerosi gli attentati perpetrati nei villaggi contro gli agenti del
fisco. Quanti maltrattamenti, quanto omicidi? La complicit pi o meno dichiarata
che i contadini ottengono dai nobili di campagna, se non addirittura dai grandi
signori, li incoraggia sulla via della sedizione. La nobilt approfitta di questa
agitazione endemica per difendere la sua posizione nelle province, per accrescere a
buon mercato la sua popolarit e, soprattutto, per controbilanciare la volont
centralizzatrice del monarca, che vorrebbe fondare la sua preminenza sulle rovine
degli antichi splendori del secondo ordine.

Questo insieme di obblighi legati alla guerra spiega perch tra il 1635 e il 1675
scoppiano in tutto il regno numerose alterazioni, sommosse in cui sempre
presente la componente antifiscale. E il caso dei Croquants dellAngoumois e del
Poitou (1636), dei Nu-Pieds di Normandia nel 1639, e della rivolta della carta bollata
in Alvernia nellestate del 1675. Il grido, ripetuto da provincia a provincia viva il re
senza gabelle, riassume sia il confitto col fisco sia la repulsione verso il finanziere.
Continuando la guerra, e restando le entrate ordinarie allo stesso livello, la
monarchia deve senza tregua inventare nuovi espedienti raggruppati sotto
letichetta di affari straordinari. Operazioni finanziarie che vanno dallemissione
di rendite alla richiesta di prestiti tramite ipoteche ed alienazioni di propriet
demaniali, passando per la vendita degli uffici. Questa registra un grande
incremento nel corso del XVII secolo, facilmente comprensibile poich le cariche
giudiziarie ed amministrative sono venali. Rendite, prestiti, vendite di uffici e
cessioni di diritti alimentano un commercio controllato dallo stato, il quale stringe
accordi con dei privati incaricati di rivendere questi titoli di rendita. Tali accordi
vengono chiamati contratti o partiti; i partitari entrano a far parte del
piccolo mondo della finanza, e il loro appellativo simboleggia tutto ci che la rende
odiosa. Questi trafficanti di denaro, stimolati dalle richieste pressanti della
monarchia la trascinano, col suo consenso, in una spirale senza fine. La facilit del
processo ne nasconde i suoi aspetti perniciosi. I pubblicani non smettono di proporre
al potere nuovi affari, ansiosi di placare il suo appetito di metallo prezioso e di
procurarsi ingenti profitti.
Nella Francia del XVII secolo, per le frange benestanti del mondo rurale e della
borghesia commerciante, non esiste migliore strumento di promozione sociale del
pubblico ufficio. Tanto pi che al termine di un cursus ben collaudato c la
possibilit di inserirsi nei gruppi dirigenti. Lesercizio di un pubblico ufficio come le
cariche presso le corti supreme, che nobilita al secondo grado, o quella di segretario
del re, che conferisce la nobilt di primo grado (ereditaria), costituisce una non
piccola attrattiva per delle persone la cui massima ambizione appartenere al
secondo ordine.
La rendita di stato una comoda fonte di finanziamento, camuffata volentieri
dietro la finzione del Municipio di Parigi come garante delle emissioni. Essa
partecipa anche, assieme alla rendita fondiaria, alla costituzione ed al
consolidamento del patrimonio dei benestanti francesi. La gestione degli affari
straordinari seguita con passione, la minima azione dei finanzieri, pronti a
speculare, suscita inquietudine.
Gli imperativi della guerra spingono lo Stato a moltiplicare le rendite, i pubblici
uffici, speculando sullalienazione dei beni demaniali e sullimposizione di un
vantaggioso riacquisto prima che intervenga unennesima alienazione. Il fiorire di
queste operazioni straordinarie mira essenzialmente a salassare gli strati pi agiati
della borghesia ed anche della nobilt, che si preoccupano delleccesso di simili
espedienti. Il problema che creando troppi uffici si causa anche la loro
svalutazione. Allo stesso modo, appesantendo il debito si gonfiano le rendite e
improvvisamente diventa problematico il pagamento.

Davanti alla gravit del male, che impera grazie alla diabolica invenzione dei
pubblicani, i pubblici funzionari si dichiarano nemici della gabella. Il movimento
parte dai molto influenti parlamentari e raggiunge tutte le catgorie. Oltre al simore
del danno materiale, questi signori vedono nel finanziere il simbolo dello stato
assolutistico. Il contenzioso economico tra loro e la corona si accompagna
allopposizione politica: lintensit dello scontro si raddoppia.
Davanti al rafforzamento del potere monarchico e alla sua volont di ridurre i
compiti della loro istituzione alla semplice registrazione dei decreti regi, i membri
dei Parlamenti (i Parlamenti erano le Corti di Giustizia alle quali spettava la
verifica della costituzionalit delle leggi) scelgono di calarsi nel confortevole ruolo di
padri dei popoli oppressi: proteggono la corporazione e se la prendono con una delle
componenti del potere pubblico, potere che intende restringere le loro pretese ed
aspirazioni.
La Fronda parlamentare trae la sua forza dal sentimento di ostilit ai finanzieri
e al fisco che anima i popoli, e la vecchia aristocrazia non da meno. Per ragioni
simili a quelle dei parlamentari, entra anchessa nel concerto delle lamentazioni.
Dichiara di voler difendere la propria integrit sociale dallinvasione di questi
ricchissimi parvenus che macchiano la virt di un gruppo anchesso minacciato
dal rafforzamento e dallambizione del potere monarchico.
Richelieu afferma: i finanzieri sono un male, ma un male necessario. In effetti
si rivelano gli ausiliari pi indispensabili dello Stato, poich senza la loro opera lo
Stato non esisterebbe e non potrebbe agire; anzi, la loro crescente importanza
suscita qualche inquietudine nellambito del potere. Richelieu sa fino a che punto le
sue decisioni e iniziative dipendono dagli uomini daffari e questa subordinazione gli
insopportabile.
La monarchia, impegolata in una guerra la cui conclusione non imminente si
rende conto di essere imprigionata nelledificio aberrante dei prestiti sottoscritti e
che non pu rimborsare. Siccome il denaro scarseggia, i pubblicani devono pagarlo
pi caro, e il loro compito diventa pi oneroso. Linteresse aumenta continuamente:
lo sconto che lo Stato obbligato a concedere arriva al 25%, poi al 30%, fino a
raggiungere in certi casi il 50%. Come potrebbero non essere considerati dei veri e
propri predatori che si dividono le spoglie dello Stato?
Sorge naturalmente lidea di estinguere i debiti sulle spalle dei finanzieri,
principali creditori della monarchia. Questa iniziativa le permette anche di
riconquistare una popolarit offuscata e di rafforzare unautorit vacillante. Eccola
dunque denunciare e in seguito attaccare la categoria meno amata del paese; in
Francia i tribunali colpiscono per tutto il secolo cominciando nel 1601 e
proseguendo nel 1605, 1607, 1624, 1648, 1662 e realizzano a vantaggio dello Stato
un duplice obiettivo: arrestare lindebitamento e riconquistare gli animi. Una tattica
eccellente per disarmare la coalizione degli oppositori, borghesi, funzionari e nobili.
Alla fine, il finanziere bandito dalla societ da tutti i punti di vista; donde la
visione negativa che gli uomini del XVII secolo hanno di questo individuo.

La monarchia intraprende periodiche persecuzioni contro i suoi factotum


finanziari, facendo sequestrare i loro beni.
Nella letteratura e nei pamphlet, fino ai Caratteri di La Bruyre, circola lo stesso
ritratto caricaturale che, riprodotto allinfinito, sconfina nel banale. Tutti
disprezzano lorigine oscura se non addirittura ignobile dei finanzieri che lesazione
delle imposte ha fatto uscire dai bassifondi e che la ricchezza ha posto
nellaristocrazia tramite lacquisto di pubblici uffici nobilitanti, in special modo
quello di segretario del re, la saponetta da plebeo, grazie anche a scandalosi
matrimoni in cui i loro figli sposano i rampolli dei nobili di toga o di spada. Il
finanziere tarato mentalmente e fisicamente, lanima colma di pattume e di
fango. Si stigmatizzano la sua asprezza, la sua vigliaccheria, i suoi eccessi, i suoi
costumi e al tempo stesso, la sua leggerezza e ingenuit testimoniate dal lusso
insolente, dallo scimmiottare la nobilt. Egli il contrario dei valori riveriti
dallaristocrazia: onore, lealt, disinteresse, nascita. Le lites sono vittime di questo
reietto al pari dei popolani. C qui una critica appena velata contro il potere
monarchico centralizzatore il quale ammette simili ascese,contrarie agli stessi
fondamenti della societ dellancien regime.
In una gerarchia rigida come quella in cui strutturata la societ del XVII
secolo, come si pu pensare che un individuo partito dal nulla arrivi cos in alto, e
che questo avvenga non una, ma centinaia di volte? In realt uno studio sociologico
rivela che i finanzieri non provengono dal fango n sono stranieri. La maggioranza
(75%) sono francesi da famiglie della met settentrionale della Francia. Parigi,
capitale della monarchia, lIle de France, sua culla, i paesi della Loira, suo centro di
gravit dalla fine del XV alla fine del XVI secolo, spiegano il fatto che le famiglie
vicine al trono hanno avuto condizioni pi favorevoli per assisterlo nella gestione
delle finanze. La presenza degli abitanti della Champagne e dei borgognoni dovuta
al fatto che queste due province servono da base ad operazioni militari. Dalla
consegna delle munizioni per la guerra al suo finanziamento non c che da
compiere un passo da parte dei pi audaci. Per la stessa ragione Lione, grande
piazza bancaria del regno, genera tanti esattori a fianco delle famiglie doltralpe da
tempo attive nella metropoli del Rodano.
La seconda caratteristica fondamentale che il finanziere cattolico. Se la
finanza cattolica e francese, la banca cosmopolita e dominata dai protestanti.
Il finanziere normalmente titolare di almeno un ufficio. Usualmente quelli di
contabilit finanziaria. In particolare gli uffici dellamministrazione centrale
finanziaria, intendenti di finanza e segretari del Consiglio delle Finanze,
appartengono molto spesso ad appaltatori, cos come le cariche di cancelliere dl
Consiglio privato.
Lo studio della condizione sociale dei padri e degli avi paterni presenta luomo
daffari come il frutto di un ambiente omogeneo: il 75% dei padri di finanzieri ed il
65% degli avi paterni appartengono anchessi al mondo dei pubblici uffici. Spesso di
tratta di funzionari delle finanze o dellamministrazione giudiziaria. Lambiente
sociale dei suoceri non differisce da quello dei padri. Gli uomini di affari praticano
unendogamia molto stretta, che contribuisce a farli rimanere nei posti in cui si

prendono le decisioni e li aiuta in modo efficace nel loro lavoro. La maggioranza di


quelli che compaiono come semplici privati proviene dallordine degli avvocati e dal
personale delle grandi amministrazioni finanziarie pubbliche o private: commessi di
grossi contabili, impiegati nellamministrazione delle imposte dirette o degli affari
straordinari. Solo il 10% proviene dalla banca e dal mondo del commercio.
Quanto detto da ultimo mostra che la finanza non trova il suo fondamento nel
commercio inteso nella sua accezione pi vasta. Banchieri che si sono dati alla
finanza sono eccezioni. La finanza si pone al di fuori dei circuiti economici
mercantili.
Lultima caratteristica del finanziere, il suo essere nobile. Uno su due
nobilitato dalla carica esercitata oppure con lettere di riabilitazione di nobilt. Un
numero considerevole di finanzieri appartengono al secondo ordine da due o tre
generazioni. Le savonettes vilain sono gli uffici pi ricercati perch offrono la
nobilitazione di primo grado dopo ventanni di esercizio o alla morte sopraggiunta
quando si riveste la carica. Tuttavia la caccia a questi uffici non cessa neanche da
parte di finanzieri gi nobilitati, probabilmente perch assicurano altri vantaggi di
tipo economico o relazionale.
Il 60% dei finanzieri non milionario, a dispetto delle apparenze, che servono ad
affermare il loro credito. Il patrimonio dei finanzieri, paragonato a quello di altri
gruppi social equivale al patrimonio dei pi importanti magistrati, della media
nobilt o dei grossi banchieri e commercianti. Soltanto alcuni giungono a
rivaleggiare con lalta nobilt e i ministri.
I patrimoni sono formati, per meno del 40% dei guadagni, da beni tradizionali
(case, terre, uffici), destinati a fornire la garanzia per i finanziamenti richiesti; per il
resto da un portafoglio di titoli di credito che coinvolge pi della met delle loro
sostanze. Si tratta di una mole di documenti, biglietti del Tesoro reale, mandati di
riscossione, assegnazioni, obbligazioni solidali di societ, effetti o pagher al
portatore e rendite, il cui volume riflette linflazione delle finanze reali in crisi,
messe a dura prova da una lunga guerra. Evidentemente, buona parte di questi titoli
hanno un valore irrisorio: quelli privati perch chi li ha emessi si trova spesso in
fallimento, quelli pubblici, perch sono screditati a causa della cronica incapacit
dello Stato a far fronte ai suoi impegni. Con un regime cattivo pagatore i finanzieri
rasentano spesso la bancarotta. Circa un quinto o un quarto diventano insolvibili.
Gioielli, mobilia, argenteria, oggetti darte e altri elementi di prestigio
rappresentano solo il 5%.
Quando i loro beni vengono sequestrati non viene trovato denaro liquido. Ci
potrebbe essere dovuto a occultamento, a familiari che dichiarano meno di ci che
hanno. Ma grosse somme di monete non sono facilmente occultabili fisicamente; le
perquisizioni non trovano nulla; bisogna ammettere che i finanzieri siano molto
meno ricchi di quanto dicono o di quanto sembrano, e soprattutto di quanto creda la
gente.
un

Il finanziere non mai un parvenu, ma il prodotto di un ambiente, il risultato di


processo durato diverse generazioni. Oggettivamente, troppi ostacoli

impediscono la metamorfosi: la capacit di maneggiare il denaro non si improvvisa.


Il mestiere, molto complesso e delicato, richiede una formazione assai approfondita.
Come potrebbe un oscuro servitore, un povero contadino, che ha sempre vissuto
inun ambiente intellettuale carente o mediocre, padroneggiare la conoscenza e la
pratica di una delle professioni pi ardue. Si pu ammettere che alcuni possano
compiere questo prodigio, ma chiaro che sono casi isolati, tenuto conto anche degli
ostacoli sociali. Ci vuole molto tempo per penetrare negli arcani delle finanze reali,
per capire i misteri del credito e del cambio. E necessario anche assimilare le
conoscenze giuridiche indispensabili per orientarsi nellintrico della legislazione che
riguarda gli affari finanziari, per regolare al meglio i numerosi e inestricabili
contenziosi che li accompagnano. Il mestiere implica per questo uneducazione
lunga e diversificata. Coloro che vi si preparano stanno a contatto col commercio e
le sue regole, si familiarizzano con le regole del cambio, fanno tirocinio
nellamministrazione degli appalti e degli affari straordinari, conoscono le leggi.
Tutto ci esige che il finanziere benefici sin dalla giovane et dellapporto culturale
delle persone del suo ambiente. Un lacch, per quanto pieno di talento, non
potrebbe essere che un isolato, un trapiantato in un terreno che per natura gli
estraneo, se non ostile. A questa difficolt di tipo culturale si aggiunge infatti quella
che riguarda il contesto sociale. Nellancien rgime il self-made man un
controsenso; ogni successo al pi alto livello deriva dallincessante lavorio di molte
generazioni e non si distingue da quello ottenuto grazie al lignaggio. Il finanziere,
che , come si visto, un importante funzionario, stato dunque modellato dalla
famiglia. Tutta la sua parentela appartiene allo stesso ceto sociale e la sua riuscita
deriva pi dalla distinzione della famiglia che dallexploit di una personalit, anche
se notevole. E il caso di Jean Baptiste Colbert, un figlio della gabella, la cui carriera
stata preparata e favorita da una rete familiare potente e ramificata. Ogni
finanziere del XVII secolo inseparabile da quel capitale ereditato che la famiglia,
coniugando linfluenza degli alleati allesperienza dei predecessori. Tutte le cariche e
gli uffici che lasciano intravedere successi lusinghieri si trasmettono per eredit. Gli
uffici di esattori generali delle finanze ed i posti di appaltatori generali passano da
un titolare allaltro tramite queste reti. E grazie a tale solidariet interna che
lagglomerato Bonneau-Pallu-Milon, al quale si aggiungono i La Porte, conserva
lappalto delle imposte generali per oltre cento anni, a partire dal 1632. Questi
legami non sempre evidenti, e che soltanto una precisa ricerca genealogica permette
di chiarire, si realizzano attraverso le mogli. In questo universo molto chiuso, un
povero lacch che comincia senza aiuti, senza parenti, non possiede nessuno degli
atout necessari per essere ammesso al gioco: n educazione, n alleanze. Di
conseguenza nessun mezzo per ottenere credito; si scontra cos con lultimo ostacolo
che incontra ogni candidato alla carriera, cio il muro del denaro. Nessuna
possibilit di diventare finanziere se non dispone di risorse monetarie sostanziose. E
presso le famiglie di grossi commercianti e di ricchi possessori di uffici che il giovane
pu attingere queste ingenti somme; frequentando lambiente aristocratico, dei
togati e dellalta amministrazione, che trover di che supplire alle insufficienze della
sua borsa. E si presta denaro solo alle persone sicure, cio solvibili. I trafficanti di
denaro non possono essere reclutati che fra i funzionari della giustizia, della finanza
e dellamministrazione, i quali formano assieme un microcosmo potente, vicino al
potere e ai Consigli in cui viene elaborata la politica finanziaria dello stato. Un self-

made man essendo privo di garanzie e sprovvisto di relazioni, scartato in partenza


da questuniverso.
Il mito del finanziere-lacch un parafulmine sociale, che maschera lidentit
sociologica di coloro che gravitano dentro e attorno alla finanza.
Il finanziere sembra essere il meccanismo pi importante dello Stato e al tempo
stesso il principale responsabile delle sue disfunzioni, e dunque dei mali che
affliggono le popolazioni. Il finanziere non per sua natura avversario dello Stato,
n delle lites, ma svolge nel loro ambito una funzione indispensabile. Per quanto
riguarda il primo, il finanziere anima la noria delle finanze che il funzionamento del
sistema fiscale-finanziario della monarchia presuppone. Che si tratti della taglia,
delle imposte indirette date in appalto o delle entrate straordinarie, tutte queste
risorse entrano nelle casse pubbliche mediante un gigantesco e ben congegnato
sistema di prestiti consentiti proprio da coloro che li sfruttano. Il finanziere il
partner della Corona. E lui che mette in azione la pompa finanziaria di drenaggio
dei capitali mediante uniniziale offerta di fondi.
Il finanziere non possiede una sufficiente riserva monetaria; necessario perci
che la reperisca dove essa disponibile, cio presso ricchi e potenti finanziatori
llite, pi precisamente preoccupati di veder fruttare i loro capitali ma molto
attaccati ad un anonimato garante di buona reputazione. Il finanziere un
intermediario tra la monarchia e i suoi potenziali finanziatori; spalleggia la
monarchia e d ai potenti la certezza di investire il proprio denaro in tutta
sicurezza. Una gran parte dei prestiti concessi deriva non tanto dalle sue risorse
quanto da quelle di terzi, e la partecipazione agli utili avviene in due modi distinti. Il
primo consiste nella cessione di quote di una societ finanziaria il cui socio,diventato
croupier, partecipa a tutti i benefici (o a tutte le perdite!) in proporzione alla sua
quota senza intervenire attivamente nella gestione della societ; il secondo in un
semplice prestito ad interesse prefissato, il pi delle volte al 5%, e senza altra forma
di partecipazione allaffare. Nel primo caso il finanziere serve da prestanome, nel
secondo da strumento di credito. E in questa situazione che per lanciare i suoi
prestiti effettua unemissione di effetti o pagher al portatore, il quale si nasconde
dietro un prestanome, quando gli effetti stessi non sono nominativi, o dietro
costituzioni di rendita daspetto anodino. Questi effetti non sono garantiti dalle
entrate dello Stato, il cui credito debole, ma dai beni privati del finanziere o dei
finanzieri contraenti. Si tratta dei loro beni fondiari. Mentre le rendite rispettano il
tasso abituale, effetti ed obbligazioni non menzionano alcun interesse; essi
comprendono in realt il capitale pi gli interessi e la somma effettivamente versata
dal finanziatore inferiore a quella menzionata.
A dispetto delle precauzioni prese, possibile far luce su questo lato oscuro della
finanza, cio sullidentit dei finanziatori che a modo loro, discretamente e
golosamente partecipano discretamente e golosamente al gioco ufficiale della
finanza. Il finanziere somiglia alle bambole russe: porta in s una valanga di
profittatori.
Consideriamo ad esempio il gruppo costituito da Thomas Bonneau e dagli
accoliti Pierre Aubert, Claude Chatelain, Germain Rolland e Marc-Antoine

Scarron, che dominano gli appalti della riscossione delleimposte tra il 1632 e il 1661.
Bonneau lancia dei prestiti secondo le modalit appena descritte. Il finanziatore un
nobile i 75% appartiene al secondo ordine e di un funzionario: il 65% investito
di una carica pubblica. Si va dal possessore di cariche giudiziarie al funzionario
contabile, passando per i segretari del re ed i membri dei Parlamenti, che da soli
forniscono il 40% dei diretti interessati. Se questi finanziatori costituiscono una
fascia di nobili abbastanza consistente non tutti lo sono: c anche una discreta
percentuale (16%) di membri provenienti dalla vecchia e potente aristocrazia di
spada. Da notare infine il ruolo attivo delle donne, un terzo circa dei prestatori, per
lo pi vedove ben avvedute. Tutto ci testimonia la falsit dei luoghi comuni quando
si descrive lemarginazione femminile durante lancien rgime. Grazie alle
convenzioni matrimoniali, scrupolosamente definite dal contratto di matrimonio, le
donne si affermano come un fattore di mobilit e di conservazione del patrimonio
per le famiglie della vecchia Francia. Spesso molto esperte in materia di affari,
conducono unintensa attivit finanziaria.
Alla fine, in questo universo, tutte le famiglie si ritrovano in qualche modo
imparentate. Tramite la condizione nobiliare, lo statuto di funzionari pubblici e la
rete di alleanze, sono tutti appartenenti allo stesso ambiente dalle molteplici
sfaccettature che riflette una sola immagine, quella dei capitalisti del regno.
Lesame del volume e dellampiezza delle partecipazioni rivela che molto rari
sono coloro che investono regolarmente negli appalti, circa il 5%, ma in questo caso
la somma investita molto elevata, diverse centinaia di migliaia di livres. Gli altri
trattano cifre dellordine di qualche decina di migliaia di livres, sotto forma di
investimento congiunturale. Tutto questo mostra come la finanza un feudo
delllite, in particolar modo della nobilt di toga e di spada, al servizio dello Stato
ai livelli pi alti. I nomi pi illustri dellambiente togato, quelli che hanno fornito
alla Monarchia i suoi pi grandi commessi, sono a fianco delle famiglie pi antiche.
Daltro canto si tratta di unattivit finanziaria come unaltra, e bisogna pur
diversificare i propri investimenti. Per portare a termine questa forma di
investimento costoro non esitano ad entrare in un gioco che a lungo andare tende ad
impoverire dei colleghi, anzi nel caso dei funzionari pubblici a rivolgersi contro
di loro. Leggerezza? Illogicit? Non tanto. Certamente colpisce incontrare tra i pi
grossi investitori dei parlamentari come i dAligre, i Turquant, il presidente
Tambonneau o il presidente Violle, questultimo al tempo stesso frondista e perci
avversario, in teoria dei finanzieri. Ma quando il beneficio sicuro e garantito la
sete di guadagno spazza via tutte le altre convenzioni, tutti gli interessi di gruppo,
tutti gli ideali. Se il sistema finanziario sinceppa e travolge le speranze di coloro che
vi si appoggiavano si assiste ad un capovolgimento generale. Di fronte al pericolo
crescente, questi attori indiretti della pice finanziaria vanno a mettersi a fianco
dei nemici della gabella, si uniscono alle loro voci per criticarla vigorosamente. I
lamenti delle vittime del sistema si confondono di colpo con i suoi artefici occulti che
piangono il profitto perduto.
Lo Stato, messo alle strette, lascia proliferare gli espedienti fino al momento in
cui questi perdono la loro efficacia perch il credito si esaurito: il denaro si rintana
in attesa di tempi migliori. Il potere constata allora la sua bancarotta e i finanzieri,

che intravedono lo spettro del risanamento cercano di proteggersi. Sanno che prima
o poi ne faranno le spese. Prendono dunque le classiche precauzioni: separazioni di
beni fra congiunti, messa al sicuro degli effetti e, naturalmente, della liquidit presso
istituzioni religiose, reclutamento di prestanomi ecc.
La Chambre de Justice pu allora riunirsi, pi per dichiarare la bancarotta e
fare opera di propaganda che per purgare una buona volta il sistema. Il finanziere si
vede condotto davanti a un tribunale straordinario, con giudici nominati per
commissione, dunque agli ordini del re, incaricati di istruire un processo penale,
caso per caso, e senza appello. Il finanziere deve rendere conto di ogni soldo e
restituire le somme che i commissari fingono di credere indebitamente trattenute
dallaccusato. Cosa pi grave, si indaga su tutte le frodi che egli ha potuto
commettere nellesercizio delle sue funzioni, frodi che possono essere assimilate ad
una sottrazione di denaro pubblico. Essere riconosciuto colpevole di furto ai danni
del re unaccusa gravissima; il reato di peculato, se provato, comporta una
sentenza di morte. E le informazioni sullinquisito rischiano di affluire numerose,
dal momento chela popolazione invitata a mobilitarsi contro linfame e la
delazione viene generosamente retribuita.
Il finanziere non resta inattivo nellavversit. Si difende sfruttando gli arcani del
diritto. Lepoca possiede a fondo larte del cavillare; il finanziere si avvale delle
condizioni permesse dalla stessa monarchia per dimostrare la veridicit dei crediti
che vanta sullo Stato. Tutto questo genera una massa di procedure che rallentano i
dibattimenti e che tolgono gran parte dellefficacia al lavoro del tribunale. Lo Stato
si dichiara creditore privilegiato e pu, a mano a mano che si abbattono le
condanne, impossessarsi dei beni del finanziere e metterli allasta. Gli uffici, le terre,
gli immobili, difficili da nascondere, finiscono cos nelle mani del re. Tocca a lui,
adesso, arricchirsi a spese del suo ex finanziatore.
Questo recupero da parte dello stato non lascia indifferenti gli investitori occulti
che prestavano il loro denaro al finanziere. Le reazioni, dapprima moderate, lo sono
molto di meno quando ogni soluzione positiva sembra essere esclusa. Quando si
rendono conto che i beni che costituivano la loro garanzia sono stati fagocitati
tornano alla carica reclamando i loro diritti. La monarchia, prendendosela col loro
intermediario, commette nei loro confronti un torto considerevole. Siccome essi
rappresentano i gruppi dirigenti e i pi solidi sostegni del regime lo Stato non pu
attaccarli senza scatenare un conflitto politico-sociale. Ogni crisi finanziaria,
durante lancien rgime, minaccia di degenerare rimettendo in questione il
fondamento stesso della monarchia.
Lo Stato, tuttavia, sa fin dove pu arrivare; vuole cancellare i suoi debiti ma non
vuole aprire una crisi le cui conseguenze potrebbero diventare incontrollabili.
Sceglie perci la via del compromesso; la transazione segue sempre lapertura della
Chambre de Justice e si effettua secondo una procedura immutabile. Si sospende
lesecuzione delle sentenze e si offre lamnistia ai condannati in cambio del
pagamento delle ammende. Spetta al Ministero delle Finanze fissare limporto e le
modalit di pagamento. Il pi delle volte si tratta di diversi titoli che corrispondono
ai crediti che i finanzieri vantavano sullo Stato. Cos, questultimo fa bancarotta
senza doverlo dichiarare e conserva il capitale in terre, case, uffici, che garantiscono

prestiti fatti dai trafficanti di denaro. Questa misura autorizza i finanziatori a


recuperare buona parte del loro investimento: non rimarranno spogliati di ogni
avere. Un nuovo equilibrio si instaura e il denaro, che era stato nascosto, torna a
circolare, approfittando della pace e del salasso praticato: il mercato finalmente
libero da tutta quella carta che lo aveva ingolfato.
I finanziatori in realt non escono troppo malconci dalla prova. Anche se il cielo
sopra di loro era molto scuro soprattutto durante la Fronda quando molti hanno
conosciuto la galera e qualcuno ci ha rimesso la testa. Finisce uno psicodramma,
opportunamente messo in scena per il popolo. Una volta proferite queste
rodomontate, non succede niente. I magistrati si addolciscono quando si tratta di
passare ai fatti, e le transazioni mascherano i veri e propri compromessi imposti dal
sistema fiscale-finanziario della monarchia.
Il finanziere anche un uomo di fazione. Per entrare negli affari del re gli sono
necessari appoggi presso il ministro delle Finanze, i suoi collaboratori e gli altri
ministri. I suoi ricchi e potenti finanziatori si inseriscono anchessi in questa parte
superiore della buona societ che sostiene lo Stato e che al limite lo Stato. Nel
momento del pagamento delle tasse facile per una fazione politico-finanziaria
eliminare le lobby avversarie appesantendo i contributi di alcuni. Questo fenomeno
ha luogo in modo spettacolare nel 1665. Nella sua lotta contro il sovrintendente delle
finanze Fouquet, Colbert afferma che questi si trova a capo di una squadra di
finanzieri che, con la sua complicit, hanno saccheggiato le casse pubbliche in tutta
impunit. Il giovane Luigi XIV, preoccupato di restaurare lautorit monarchica,
accetta la tesi senza fiatare. Colbert ne approfitta per rimodellare a suo piacimento
il personale finanziario del regno. Lex domestico del cardinale Mazzarino, grazie
alla Chambre del 1661, si rif una verginit. Eccolo avvolto nella sua toga di gestore
scrupoloso e che tartassa alcuni degli antichi commensali del primo ministro
scomparso. Tutti avevano tuttavia, al suo fianco, contribuito a far accumulare un
patrimonio cospicuo e dincerta provenienza. Aumentando le ammende, Colbert
schiaccia i finanzieri che vuole eliminare, dicendo che erano daccordo col
sovrintendente. Per loro ammende colossali; non sufficiente liquidare tutto il
portafoglio di valori, ma necessario abbandonare capitale fondiario e uffici
prestigiosi. La disfatta sar totale. Colbert con questo stratagemma ormai anima
una lobby di finanzieri fedeli, tra cui numerosi parenti ed amici, che monopolizzano
lamministrazione finanziaria e gestiscono le grandi entrate dirette e indirette. La
nuova fazione si impadronisce dello Stato e ben presto dellinsieme delleconomia
del regno,con la benedizione del ministro. Il sistema cosiddetto colbertista si messo
in moto; sono questi stessi trafficanti di denaro che gestiscono le compagnie di
commercio marittimo, come quelle del Nord, delle Indie orientali, della Indie
Occidentali o del Mediterraneo, che ispirano il movimento manifatturiero della
Linguadoca e sfruttano tutte le industrie che fioriscono attorno alla giovane marina
reale. Lungi dallessere un emarginato, il finanziere dellet barocca appare
totalmente integrato nella vita sociale e politica, ingranaggio essenziale nella
macchina statale e parte in causa in tutti i regolamenti di conti: dietro alla
apparenze sontuose che lo espongono alla denigrazione, si scoprono altre realt
completamente diverse, pi serie, pi dolorose, e talvolta amare.

IL SEGRETARIO
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Nel 1561 Giovan Battista Nicolucci, detto il Pigna, segretario del duca Alfonso
dEste, pubblica Il Principe a Venezia. Con questo libro si passa dallistruzione del
cortigiano (il Libro del Castiglione del 1528) allistruzione, specialistica e settoriale,
delle competenze operative di ideali funzionari di segretaria
Nel gergo del Pigna principe eroico quello amorevole e totalmente opposto al
tirannico.
Si trattava di aristocrazia delle lettere, contrapposta alla nobilt di casta. Il
Pigna aveva fatto del segretario un consigliere del principe: un filosofo capace di
coniugare la vita attiva con la contemplativa, le onorate operazioni civili con i
degni negoci. Il segretario era proposto (e si proponeva) come intelligenza
assistente in una societ il cui ordine sociale si basava sulla relazione lineare tra
l'alto e il basso: a partire da un Principe che doveva reggere il mondo pi per
dargli perfezzione che per riceverne, avendo egli del divino nel diffondersi con
amore n suoi cittadini e nel tirargli a s assomigliandosi a Dio che penetra per
entro a gli angeli. Con questo modulo teologico e angelico veniva a misurarsi il
servizio di collaborazione del segretario: che con il suo consiglio di istitutore non
sulla scienza del governo poteva agire ma solo sulle cose fortuite ove
bisognavano competenze dufficio e desperienza. Il segretario era un raggio della
grandezza del Principe, al cui servizio metteva saperi particolari.
Il segretario mette al servizio del principe saperi particolari: bisogna intendersi
di ogni sorta di maneggio. Importanti erano le regole della corrispondenza
epistolare.
La trattatistica sul segretario si sviluppa parallelamente a quella sul perfetto
ambasciatore, dal quattrocentesco De officio legati di Emolao Barbaro al dialogo Il
Messaggiero del Tasso.
Furono stampati importanti trattati a Roma nel 1589, Napoli nel 1594, Venezia
dal 1597 al 1607, Venezia nel 1625, nel 1640 (Diego de Saavedra Fajardo, Idea de un
principe politico-cristiano, representada en cien empresas, contiene anche una
descrizione del segretario), 1655 (Georg Phiipp Harsdrfer, Secretarius), 1634
(Peregrini, Difesa del savio di corte)

Il segretario del Pigna era un filosofo versato anche nelle lettere. Era consigliere
verace e secreto che accordava il suo insegnamento con lesercizio del potere
eroico, partecipandovi in qualit di educatore, perch leroe chha il concorso di
tutti i beni esteriori con la perfezzione di tutte le virt, vedendosi avere in mano il
governo de popoli col quale si conf con Dio medesimo, non vuole che l suo
mestiero sia lattendere alli studii delle lettere e della filosofia, ma il reggere le citt
amministrando la giustizia e le armi per premio de buoni e per supplicio de rei. Il
segretario era un formatore del Principe.
Il Pigna pass ai trattatisti secenteschi la similitudine angelica. Il segretario era
un formatore del Principe. E del potere politico era parte angelica, forma di
una forza.
Il secretario dee ricordare desser il cuore e la mente della corte, conciosiach
vedendo nascer dalla prima radice le materie appartenenti allo stato nel Principe, se
le vede anco riporre nel petto proprio come in una fortissima rocca, o per dir meglio
come in una santissima e sicurissima sacrestia dalla qual forse proceduto il suo
nome, per il cui rispetto ha da esser tanto maggiore la sua fede, quanto che i negozii
che gli son revelati e raccomandati sono importanti.
Lufficio poggiava sul segreto e sulla segretezza. Addetto alle missive e ai codici
cifrati delle cancellerie, il segretario aveva la consegna del silenzio. E aveva la
necessit di conquistarsi la fiducia del signore, nel lavoro e con la pratica della
scrittura.
Il silenzio altra virt: Avvegna che tutta la servit e tuta la vita del secretario
sia una tacita persuasione
La spiegatura in lettere dei concetti del signore era il suo primo compito,
angelico.
Non aspirava a mettersi in mostra, alla fama e alla gloria, anzi, spesso
prudenza il dissimular dintendere e di sapere, esser parco di se stesso e coperto.
Gesti, abbigliamento, pronuncia venivano progettati per lui in modo da sospingerlo
nellombra: nellinevidenza, nel conformismo, nellanonimato; e in una scelta di
solitudine. Stoffa severa e di color nero o al massimo bigio, senza spada o
pennacchio. Solitudine e quiete in una camera appartata, negarsi alla civil
conversazione e ai conviti. Gravit, onest e modestia in ogni azione per questo
non c il meglio che sfuggir quanto si pu di conversare, e mi piacerebbe
sommamente che l tuo mangiare fusse in camera tua da te solo, perch a tavola per
ordinario si fan tra cortigiani diversi cicalamenti e rare volte onesti.
Scriveva lettere suasorie, dimostrative, giudiziali e di complimento: famegliari,
ufficiose e negoziose. Era provvisto di sigilli, temperini e simile armamentario.
Doveva aver cognizione delle istorie antiche e moderne e della notizia
quotidiana che istoria presente e viva. Poteva essere poeta, ma scrivere come
uomo pratico.

Per la copiatura delle minute, suggellature, pieghi, spedizioni disponeva di


copiatori, corrieri e maestri delle poste. Aveva degli aiutanti. Doveva per essere solo
e segreto nellordinamento e nella custodia dellarchivio. E nella astuzia delle cifre
o messaggi criptici e a chiave. Doveva stare attento che altri non contraffacessero la
sua scrittura.
Occorreva talvolta blandire, talvolta minacciare; dare i titoli opportuni e non
cambiare il titolo usato.
Limpiego era spesso minacciato dal capriccio del padrone e dalle denunce dei
concorrenti, che tenevano sotto tiro la corrispondenza ufficiale e anche privata,
pronti a cogliere la minima manchevolezza e ad enfatizzare lo scorso, fosse pure di
grammatica spicciola. Ne nascevano scontri epistolari.
Prendeva il nome dal segreto. Oppure dal secretum: studiolo e archivio, luogo
delle scritture segrete e della loro custodia. Veniva considerato uno scrigno, uno
stomaco, maestro di discrezione e campione del silenzio e della segretezza. Faccia
inespressiva e dissimulatrice.
Limagine del segretario era quella del dio del silenzio Arpocrate, con un dito
sulla bocca. Ma anche quella delle statue di Memnone, automi che si animavano
quando toccati da un raggio di sole: il segretario azionato da raggi celesti. Con
Memnone siamo alla macchina servile, allo stromento animato, al segretario-servo
definito per via neoplatonica.
Per il Guarini, pi che abito attivo, di pertinenza politica, era abito fattivo,
di pertinenza retorica. la retorica la vara filosofia dalla quale il segretario prende
i principi e la forza della sua penna e que concetti politici che maneggia dalla sola
retorica gli riceve ma non gli intende; n tenuto ad intenderli con quella ragion
teorica con cui gli intende il politico, ma con quella pratica che gli esercita
loratore.
Il segretario aveva affetto per il suo principe, e giovava linstaurarsi di un
rapporto di amicizia, confidandosi da signori a tali ministri i loro pi segreti
interessi e pensieri
In quanto tecnico con competenza nella retorica e nella persuasione, il segretario
letterato era lartigiano del potere e della sua legittimazione: un elemento
importante e imprescindibile nella nascente societ delle comunicazioni di massa.
Sicch fu possibile a Matteo Peregrini rovesciare i termini della situazione e pensare
che in fondo fosse il segretario a nobilmente comandare per il tramite del principe
con il quale era impegnato a menar vita: Serva pur dunque volentieri il savio al
prencipe col mostrargli le vie del buon consiglio, gi che questo suo consiglio una
spezie di commandare.
C tutta una letteratura sulla dissimulazione onesta. Esser favorito e
segretario mal si convengono:sol per essersi di te fidato prende a diffidare il principe
di te: ti odia come suo tiranno, perch pargli che abbi in mano la sua libert,
mentrei vi ha posta la sua coscienza. Secondo Anton Giulio Brignole Sale naufraga
cos ogni ipotesi di amicizia.

Antonio Querenghi era segretario di cardinalizie segreterie. Si occupava della


casa e della familia delpadrone. Degli affari e delle incombenze minute. Un ruolo
talvolta al disotto della sua cultura, costretta in tali casi a farsi mutola: debbo
acquetarmi alla volont di V.S. Ill.ma obnegando come fo in tante altre cose di suo
servizio il proprio mio senso. Il difetto era nel Querenghi, nella sua cultura di
filosofo sproprrozionata al bisogno. Diceva il Costo a tal proposito: alle scienze
specolative non mi curo che tu ti ci dia, imperocch laltezza loro sdegnando ogni
altra professione, come manco degna, ti travolgerebbe lanimo dal tuo officio; di
modo che tu, poro o niente curandotene, verresti ad abbandonarlo et a mal servire il
tuo padrone. Purtuttavia lo scrivere lettere non con gente meccanica metteva in
contatto, ma di valore e principesca. Il Costo sprezzava infatti i maggiordomi, che
si occupavano del basso della casa: cuochi, dispensieri, scalchi, credenzieri,
speditori, mozzi, canovai o cantinieri. Eppure sapeva come fosse labile e precaria e
facilmente stracciabile la nobilt dei segretari se non mancava di denunciare
lindelicatezza di certi padroni che dei propri servitori di penna usavano come
fossero coppieri, assaggiatori, moscerini da vino. Il moscerino poteva dimettersi: se
mai taccadesse per tua disgrazia di trovarti a simil termine, chiedi piuttosto licenza,
e fa come puoi, che di ridurti a far cosa non conveniente al tuo officio.
Il segretario maneggiava il teatro della scrittura barocca, padroneggiava larte
dellambasciatore capace di far cangiar faccia alle cose a seconda della loro
diversa disposizione. Bisogna aver un ingegno et uno stile molto versatile e
manieroso, ricco di termini et abbondante di forme, e quello sappia fare della sua
penna che della sua persona faceva Proteo: in tutte le forme possibili tramutandola
e variandola secondo che ricerca il bisogno. Maestro di anamorfosi verbali che
permettessero di dire e non dire, di mostrarsi e nascondersi insieme, di fingre di
portarsi in una certa direzione per spostarsi di fatto in unaltra

IL RIBELLE
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La condanna e il discredito della ribellione penetrarono cos profondamente


nella cultura e nella coscienza collettiva dellet barocca da oscurare per lungo
tempo il valore ideale della resistenza alloppressione e alla tirannide, che in altri
periodi storici era stato accettato ed esaltato. Una vastissima letteratura, che va
dalle Vindiciae contra tyrannos (1579) di Junius Stephanus Brutus (prob. lugonottto
Philippe Du Plessis-Mornay) al Behemot (1679) di Thomas Hobbes fu prodotta sul

tema della ribellione, per sostenere o negare la sua legittimit, propugnarla o


combatterla, analizzarne cause e aspetti, fare il resoconto o la storia di singoi
avvenimenti. Si pu individuare un cinquantennio (1590-1640) in cui la negazione e l
rifiuto furono nettamente dominanti rispetto alla giustificazione ed al confronto
delle idee e dei punti di vista.
Prevalente nello spirito dellepoca oltre che nella dottrina e nella pratica di
governo, questo orientamento fu particolarmente rigido, ma non senza incoerenze e
ambiguit. Possono sembrare contraddittori i tentativi, fatti da tutti i governi, di
suscitare la ribellione (movimenti insurrezionali, congiure e imprese terroristiche) in
casa del nemico. Pu sembrare contraddittorio che Inghilterra e Francia abbiano
aiutato la Repubblica delle Province Unite o che il papa Urbano VIII allindomani
della rivoluzione portoghese del 1640 non abbia respinto con la prontezza e la
decisione che il governo spagnolo avrebbe desiderato il vescovo di Lamego, inviato e
messaggero del ribelle Braganza.
Suscita pi interrogativi il fatto che in una fase ideologicamente cos
conservatrice, nella quale sembrava che lo spazio per la preparazione ideale del
mutamento e per la lotta contro il potere formalmente legittimo fosse inesistente, si
sia conclusa, nel decennio 1640-50, con una crisi rivoluzionaria quasi generale. Il
periodo barocco racchiuso tra la sollevazione dei paesi bassi e lindipendenza del
Portogallo. Per molti anni Guglielmo dOrange e il duca di Braganza, i capi dei due
nuovi stati indipendenti, furono regolarmente qualificati ribelli, insieme alle
rispettive nazioni, negli atti della diplomazia e del governo spagnoli; ma al di fuori
dei domini asburgici i due episodi apparvero tuttaltro che negativi ai
contemporanei. Ad alcuni non sfuggiva che definire ribelli intere comunit nazionali
equivaleva a riconoscere la legittimit della loro ribellione, sostenuta dal consenso
generale.
Eppure vero che alla fine del Cinquecento e nei primi decenni del Seicento, la
condanna della ribellione fu un tratto dominante della cultura e della mentalit.
Jos Antonio Maravall ha sostenuto che la cultura del Barocco nel suo insieme fu
una risposta, promossa dalle classi dirigenti e dai governi, alla minaccia della
ribellione e della protesta sociale. Il grande incremento delle manifestazioni
culturali indirizzate ai ceti popolari si spiegherebbe con la necessit di svolgere
unazione preventiva a largo raggio e di condizionare la mentalit comune. Cultura
barocca come cultura di governo, funzionale alla stabilit politica ed alla quieta
pubblica e capace di imporsi e di diventare senso comune, relegando drasticamente
ai margini, pi di quanto era accaduto in epoche precedenti, le idee di opposizione e
di protesta e i propositi eversivi pi o meno mascherati. Una tesi cos radicale,
riferita ad un grande movimento culturale unitario ma non univoco, non pu non
suscitare dubbi e riserve, anche se sostenuta da una tradizionale interpretazione
dellet barocca come periodo di generale conformismo e riflusso autoritario. La
forte pressione dallalto, e la diffusa convinzione di vivere in un periodo eccezionale
di inquietudine e di turbolenza, provocate dallespansione della popolazione urbana,
dalla crisi economica, dalla conflittualit sociale e da un senso generale di
instabilit, possono spiegare soltanto in parte o in modo molto generico la tendenza
ad una rigida uniformit culturale e laccettazione quasi universale di principi che

escludevano lipotesi o lidea della resistenza al potere. Evidente, tipica del periodo e
fortemente sentita fu lesigenza di escogitare "le maniere di trattenere il Popolo" col
fine specifico di "ovviare a romori e a sollevamenti". Giovanni Botero, punto di
riferimento obbligatorio della cultura politica barocca, lha affermata
esplicitamente nel 1589: "Poich il popolo di natura sua instabile, e desideroso di
novit, ne avviene che segli no trattenuto con varj mezzi dal suo Prencipe, la cerca
da se stesso anco con la mutatione di Stato e di governo; perci tutti i prencipi savij
hanno introdotto alcuni trattenimenti popolari, n quali, quanto pi si ecciter la
virt dellanimo e del corpo, tanto saranno pi a proposito"
Botero ricordava le cerimonie, feste e celebrazioni con le quali il cardinale
Borromeo aveva intrattenuto Milano, con le chiese piene dalla mattina alla sera.
Oltre che alle manifestazioni religiose le preferenze di Botero andavano al teatro, e
alla gravit della tragedia piuttosto che alla frivolezza della commedia.
Un certo potere di convinzione fu affidato, oltre che alla ripetizione ossessiva di
giudizi, immagini e formule che miravano a creare una visione funesta della
ribellione, soprattutto allatrocit ed alla spettacolare pubblicit del castigo e della
repressione.
La volont di conservazione di governi e classi dirigenti, e la loro generica azione
culturale e di propaganda non bastano tuttavia a spiegare un orrore del
cambiamento e della novit che ha dato una impronta cos forte a tutta lepoca,
condizionando il pensiero di persone la cui indipendenza di giudizio fuori
discussione e le idee o la psicologia degli stessi oppositori. Il diritto di difendere
armata manu posizioni, interessi, libert e privilegi di gruppi sociali o di comunit fu
rivendicato talvolta anche nellet barocca: ma, anzich sul richiamo alle dottrine
della resistenza al tiranno, come frequentemente avveniva prima, esso si bas sulla
proclamazione dellobbedienza e della fedelt al sovrano. Fu una delle conseguenze
paradossali del nuovo corso politico barocco. Coloro che non seguirono questa
procedura e continuarono a opporsi frontalmente alla maest e allautorit del re
apparvero, e in parte furono realmente, ombre e fantasmi del passato.
Il termine "ribelle" ha una certa ambiguit: pur indicando specificamente, nel
XVI e XVII secolo, il fautore del cambiamento politico (e per immediata
assimilazione leretico), fu attribuito ad ogni forma di protesta e di insubordinazione
ed anche a criminali,banditi, devianti di ogni sorta che con la sovversione politica e
con leresia avevano poco o niente a che fare. Lossessione della presenza del ribelle,
considerato nellaccezione pi ampia e generica, tra le pieghe della societ non
giustificherebbe la collocazione del suo ritratto nella galleria del Barocco. Il
millenarismo, le utopie egualitarie fino al banditismo "sociale" e al tumulto della
fame ebbero grande intensit e frequenza nellet barocca ma non ebbero caratteri
distinti rispetto ad altri periodi precedenti e seguenti. La scelta di inserire anche il
ribelle tra le figure tipiche dellet barocca presuppone, se non un rovesciamento,
almeno una presa di distanza dalla considerazione generica e totalizzante (o
confusionaria) della sua fisionomia. Pur con la sua contraddittoria molteplicit di
aspetti, propositi tendenze e risultati la ribellione riusc allora, in qualche caso, a
varcare la difficile soglia della politica e quindi ad influire sulla dinamica della
societ e delle sue istituzioni; in circostanze eccezionali contribu anche al loro

rinnovamento e sviluppo. E possibile, dunque, e necessario distinguere nel mare


magnum del ribellismo della prima et moderna le manifestazioni che, almeno
tendenzialmente, ebbero un contenuto politico. Malgrado la deliberata volont dei
pi diretti rappresentanti del potere di confondere le acque su un tema cos
importante, per fini immediatamente politici e di "reputazione" di governi e gruppi
dirigenti, la cultura barocca oper le opportune distinzioni e tenne presenti le
differenze nella ricca casistica della ribellione. La protesta puramente sociale, dal
tumulto urbano alla jacquerie contadina ed al brigantaggio pi o meno colorato di
motivi sociali, ebbe un posto rilevantissimo, dal punto di vista quantitativo, nella
storia europea alla fine del Cinquecento d durante la prima met del Seicento, ma
non comport di per se stessa per giudizio comune, il rischio del "mutamento di
stato". Malgrado linteresse e lattenzione per le forme pi elementari di protesta, di
anticonformismo e di eversione e lendemica frequenza delle loro manifestazioni, la
figura centrale negata e temuta nello stesso tempo, fu anche allora quella dle ribelle
politico: ad essa si riferisce il diffuso timore del cambiamento e della novit che
appartenne nellet barocca alla cultura ed alla mentalit comune.
Nel lungo periodo la monarchia spagnola fu la compagine statale pi colpita
dalle inquietudini e lacerazioni interne. Ma non fu la cultura spagnola a
promuovere la nuova fase di demonizzazione del ribelle. Lepicentro fu invece la
Francia, alla fine del Cinquecento. E con buona ragione, perch la Francia aveva
fatto unesperienza catastrofica del tutto singolare rispetto alle altre monarchie
europee: trentanni di rivolte e di guerre civili avevano colpito il cuore della nazione,
spingendola sullorlo della rovina e del disfacimento e creando profonde lacerazioni
nel suo tessuto politico. "I segni delle nostre disgrazie resteranno per sempre in
Francia", scrisse nel 1595 il precettore di Luigi XIII, David Rivault. Nel
rinnovamento di idee politiche e religiose che seguirono lassassinio di Enrico III
(1589) e accompagnarono i primi tempi del regno di Enrico IV, la condanna della
ribellione ebbe un posto centrale. La sua irradiazione nel resto dellEuropa stata
poco studiata; ma non difficile rendersi conto che, quando il problema venne
affrontato in quegli anni nella letteratura politica degli altri paesi europei (a
cominciare da Giusto Lipsio e da Botero, fu costante il riferimento esplicito o
implicito allesperienza rivoluzionaria della Francia ed alla interpretazione che ne
diedero allora i sostenitori della ripresa e del rinnovamento della monarchia
francese. Chiudere il periodo delle guerre di religione, aprire la via alla
ricostruzione politica e morale della nazione, proporre nuove forme di convivenza
tra Chiese diverse e nuovi rapporti tra sovrano e sudditi: il grande impegno ideale e
politico verso questi obiettivi presupponeva la critica radicale e possibilmente la
liquidazione delle dottrine che avevano dato una copertura ideale alla violenza ed ai
movimenti rivoluzionari che nel corso di un trentennio avevano scardinato il potere
e lautorit del sovrano.
La teoria della legittimit della ribellione contro il tiranno, elaborata nel corso
del Cinquecento sulla scia di unampia tradizione medievale e umanistica, ebbe,
nelle sue varie versioni, una ispirazione teocratica. In Francia fu largamente accolta
dagli ugonotti dopo la strage di San Bartolomeo e portata al punto di massima
intensit e vigore dalle Vindiciae. Ma la sua ispirazione era in sintonia anche con
lestremismo cattolico. Jean Boucher, Guillaume Rose ed altri teologi-politici

cattolici non incontrarono difficolt, infatti, a trasferirla nel campo dei leghisti e
degli avversari a oltranza di Enrico IV. Opportunamente rielaborata, essa divenne
poi la dottrina quasi ufficiale dei gesuiti con la pubblicazione del De Rege et Regis
Institutione di Juan de Mariana (1599).
Dopo che Enrico di Navarra divenne erede al trono, i pi autorevoli
monarcomachi ugonotti si fecero sostenitori del diritto ereditario e si convertirono
alla concezione assolutistica della sovranit. Ma le loro dottrine avevano scavato un
solco che non era facile colmare. Sia lautore delle Vindiciae che Franois Hotman
nel Franco-Gallia avevano cercato di accostare alla giustificazione religiosa un
autonomo fondamento giuridico e politico della ribellione, con la tesi dellorigine
elettiva della monarchia e della preminenza degli Stati Generali sul sovrano. A loro
volta i teorici cattolici avevano attenuato limpostazione rigidamente nobiliare che
aveva avuto la teoria nella sua formulazione originaria. Il campo della sua
potenziale influenza si era allargato cos anche al di fuori del terreno sul quale e per
il quale essa era nata.
La grande campagna antirivoluzionaria che si svilupp in Francia come
reazione al disastro provocato dalle guerre di religione fu condotta soprattutto dal
movimento dei cosiddetti "politici". Fu un caso interessante di collaborazione tra
potere politico e cultura e di convergenza di esperienze e posizioni ideali diverse
intorno ad un obiettivo comune. Lelenco dei protagonisti comprende tra gli altri
Pierre Charron, lamico di Montaigne e autore del celebre trattato sulla saggezza;
Daniel Drouin, il cui Miroir des Rebelles pu essere forse considerato il primo testo
specifico e sistematico della letteratura barocca sulla rivoluzione; il gruppo di
"politici" parigini che, in occasione degli Stati Generali convocati nel 1593 dai capi
della Lega cattolica, scrissero la famosa Satyre Mnippe; il gi ricordato Rivault;
Gabriel Chappuys, segretario e interprete di Enrico IV per la lingua spagnola,
traduttore di Boccaccio e di Ariosto, di Castiglione e di Niccol Franco; il dottore in
teologia e canonico della Chiesa metropolitana di Tolosa Jean de Caricave, che
pubblic un trattato di mille pagine. Michel Roussel, portavoce della Sorbona, e lo
scozzese William Barclay, emigrato in Francia, professore di diritto nellUniversit
di Angers e inventore del termine "monarcomachi" diedero alla campagna una
dimensione pi ampia allargando il discorso, oltre i confini della cultura politica
francese, a George Buchanan e Juan de Mariana.
La dimostrazione che i testi dei monarcomachi si basavano su una
interpretazione errata e arbitraria delle Sacre Scritture ebbe ovviamente una parte
importante nella campagna. Ma il vero punto di forza fu levidenza ei guasti chela
ribellione aveva provocato in Francia e la corrispondenza a diversi livelli di intensit
tra lesperienza francese e i fenomeni di ribellismo che anche gli altri paesi europei
avevano sperimentato nel corso del secolo XVI.
Lassassinio di Enrico III nel 1589 e quello di Enrico IV nel 1610 segnarono due
momenti di particolare intensit nella polemica. I motivi principali delloffensiva
controrivoluzionaria furono elaborati e si affermarono gi intorno al 1590. A
differenza di quello del suo successore, lassassinio di Enrico III non fu un episodio
isolato; avvenne invece nel momento culminante dellagitazione rivoluzionaria,
subito dopo linsurrezione e le barricate di Parigi, promosse dalla Lega cattolica nel

maggio del 1588, e dopo che il prestigio e lautorit del sovrano, costretto a fuggire
dalla capitale, erano caduti al punto pi basso. Un campionario dei pi autorevoli
ribelli, esponenti della nobilt e della gerarchia ecclesiastica e protagonisti della fase
finale delle guerre civili, fu presentato dalla Satyre Menippee nel 1594. Il duca di
Mayenne, larcivescovo di Lione, il rettore della Sorbona, il famigerato governatore
Pierrefront, mezzo nobile e mezzo brigante, il legato pontificio formano, nella
galleria della Satyre, una serie impressionante di ritratti di brutale egoismo spirito
di sopraffazione, ingiustizia, demagogia, slealt nei confronti della nazione. Il
quadro ebbe un grande successo non solo per labilit letteraria degli autori di quel
"roi des pamphlets" (come fu definito nellOttocento), ma per la credibilit e la
forza che gli davano le condizioni in cui versava il paese e gli esiti della ribellione,
levidente offuscamento dei valori ideali e religiosi, lanarchia, il terrore, la presenza
delle milizie spagnole nella capitale: "O Parigi che non sei pi Parigi, ma una
spelonca di bestie feroci, una cittadella di Spagnoli, Valloni e Napoletani, u nrifigio e
asilo sicuro di ladri, omicidi e assassini, non vorrai mai riprendere la tua dignit e
ricordarti di quello che sei stata?"
Lo sdegno patriottico e la passione civile che hanno fatto della Satyre un classico
della letteratura politica e un punto di riferimento della coscienza nazionale
francese sono rivolti, pi che a condannare il principio della ribellione, a
smascherare i singoli ribelli, a denunciare lantitesi tra i princpi che essi
proclamano ed i loro comportamenti reali, tra i fini dichiarati e i risultati della loro
azione. Diversa limpostazione del Moroir des Rebelles di Daniel Drouin, la cui
forza di convinzione si basa sul proposito di trarre conclusioni generali
dallesperienza particolare della Francia; o meglio, di stabilire una stretta
connessione tra il giudizio sullesperienza francese e la condanna generale e teorica
della ribellione. Il fenomeno considerato in un panorama che va dalla storia
ebraica allEuropa cristiana medievale e moderna, attraversando il mondo greco e
gli imperi persiano, romano, turco; in questa dimensione di storia universale che si
pu cogliere pienamente il significato delle vicende trentennali della Francia, con le
quali il panorama si conclude.
"E a voi, mia nazione francese, che ho voluto parlare in questo libro perch
non c oggi al mondo un popolo pi di voi dedito alla sedizione Ascoltatemi,
miserabili ribelli e persecutori della vostra propria nazione Con quale
argomento, con quale pretesto continuate a resistere a mano armata contro la
Corona? In verit non ne avete alcuno e non ci fu mai al mondo una ribellione pi
immotivata della vostra"
Il giudizio che domina il panorama storico generale e la ricostruzione delle
vicende pi recenti e vicine il destino fallimentare della ribellione e la ineluttabilit
del castigo. Secondo Drouin qui, in questa inevitabile e costante conclusione, il
segno della volont divina di sostenere il potere legittimo, anche quando appartiene
a re pagani e idolatri: "Se i ribelli infedeli che ignoravano la via della salvezza non
sono stati risparmiati dalla mano vendicatrice dellOnnipotente che ha voluto
mantenere nei loro regni sovrani pagani e idolatri, che sar dei cristiani che
sfrontatamente si sollevano contro i loro signori?". "Dio sta sempre dalla parte della
legittimit": il libro vuole dare, attraverso il tema del fallimento, un supporto

storico alla teoria sullorigine divina del potere regio, che il punto di riferimento
comune e il fondamento teorico positivo di tutta la campagna controrivoluzionaria.
Largomento appariva agli uomini del XVI secolo meno astratto e aprioristico di
quanto potrebbe sembrare a noi: quel che di tragico ha la figura del ribelle barocco,
la sua volont di respingere dalla propria persona quel marchio, anche in contrasto
con i propri gesti ed i propri fini, lo sforzo di collegarsi ad ogni costo ad una legalit
costituzionale e ad una tradizione consolidata, dipendono in buona parte dalla
convinzione che difficilmente la ribellione potr sfuggire alla sorte del fallimento. Se
la Riforma protestante poteva suggerire lidea di una rivoluzione vittoriosa, sul
piano pi strettamente politico e sociale linsuccesso era la regola.
Drouin attribuiva il destino fallimentare alla volont divina, ma non mancava di
indicare i dati di fatto che davano allesito fallimentare ed al castigo unaltissima
probabilit e quasi una meccanica necessit. Nella complessa tipologia delineata da
Drouin, che non trascura n i grandi movimenti contadini "senza altri capi che ladri
e briganti", n le sollevazioni popolari della citt e particolarmente di Parigi,
emerge con grande evidenza che il vero pericolo viene dai Grandi. Le sollevazioni
popolari, rurali e urbane, proteste puramente sociali o rivolte della fame, sono
destinata a non avere in quanto tali nessuna influenza sulla stabilit dello Stato.
Esse diventano pericolose soltanto se i Grandi se ne servono strumentalmente ai loro
fini. E quello che avvenuto, infatti, nel orso delle guerre di religione: "I pi
Grandi hanno la colpa pi grande". E necessario dunque che i popolari siano puniti
nel modo pi severo, per evitare che si lascino trascinare a diventare strumento e
massa di manovra di disegni politici che appartengono alle alte sfere ("se si facesse
oggi una punizione cos esemplare dei ribelli suggerisce Drouin dopo avere
rievocato una serie di atroci supplizi seguiti a tentativi di ribellione indubbiamente
non ce ne sarebbe un numero cos grande: perch il timore di tali supplizi li
spingerebbe ad abbandonare il partito dei sediziosi"); ma la vera e giusta
indignazione del principe "deve cadere sui Grandi, che comunemente sono la causa
di tanti tumulti e sedizioni considerando anche il fatto chela punizione dei grandi
personaggi fatta pubblicamente incute maggiore paura ai piccoli e serve, come
esempio, pi che si facessero impiccare mille del popolo minuto. Il supplizio di un
Grande spaventa una infinita moltitudine di piccoli".
In quanto azione promossa e ispirata dalla nobilt e soprattutto dai grandi
signori (il cui disprezzo per il resto del mondo e per il suddito "ignobile" irritava
fortemente la sensibilit del borghese, intellettuale, magistrato o uomo daffari,
come risulta anche dal discorso attribuito nella Satyre Menippee al rappresentante
del Terzo Stato), la ribellione appariva dunque come violenza particolaristica,
ingiusta difesa di arcaici privilegi contro linteresse generale della nazione e contro
lequilibrio politico e sociale garantito dalla monarchia. Era qui, nel suo contenuto
retrogrado, il fondamento principale della sua debolezza. Qualunque azione
rivoluzionaria, inoltre, poteva raggiungere una certa efficacia soltanto a condizione
di basarsi sul sostegno popolare, che in effetti i Grandi ribelli avevano
sfrenatamente sollecitato e organizzato nel corso delle guerre civili. Questa
operazione demagogica era considerata il pi nefando attentato contro il vivere
civile e contro la societ, perch significava dare spazio allo scatenamento di istinti
brutali ed alla barbarie, e, nello stesso tempo, era segno di velleitarismo e

insensatezza perch nulla poteva essere pi fragile e illusorio del sostegno popolare,
inevitabilmente destinato a venir meno nel breve periodo.
Ci sono qui tutti gli elementi del modello di interpretazione che la cultura
barocca avrebbe fatto proprio. Nel complesso rapporto tra movimenti religiosi,
opposizione aristocratica e agitazione popolare, lisolamento delle tendenze eversive
della nobilt e la denuncia delluso strumentale della religione non erano certamente
una novit. Questa chiave di interpretazione era, anzi, usata frequentemente. Se ne
era servito per esempio anche lambasciatore della Repubblica di Venezia a Parigi,
quando aveva affermato che le guerre civili erano nate dalla volont del Cardinale
di Lorena di non avere eguali di dellammiraglio Coligny e della casa di
Montmorecy di non riconoscere superiore. La campagna dei "politici" inser i
diversi dati dellesperienza rivoluzionaria in una analisi sistematica che suggeriva
anche un giudizio generale sul fenomeno della ribellione nella societ
contemporanea, la possibilit di cogliere analogie e trovare conferme in altri casi
storici. La considerazione delle cose idi Francia influ certamente come si
accennato, sulla riflessione teorico-politica di Botero e di Giusto Lipsio. Il richiamo
del primo alla Francia frequente: "i gran rumori chhabbiamo fin di qua sentito";
il "Regno, altre volte floridissimo, ridotto in estrema miseria"; "il paese si deserta e
si rovina". Non da escludere che i suoi giudizi sulle tendenze eversive della nobilt
e sulle esperienze italiana di ribellismo nobiliare abbiano una diretta connessione
anche con le posizioni che i "politici" francesi venivano delineando: "Ne signori
particolari di un Regno vi del bene e vi del male; il male lautorit, e la potenza,
in quanto ella sospetta al prencipe soprano: perch quasi un appoggio, e un
rifugio apparecchiato a chi volesse ammutinarsi e sollevarsi; o a chi tentasse di
muover guerra e di assaltare lo Stato; come sono stati i Principi di Taranto, e di
Salerno, et i Duchi di Sessa e di Rossano nel Regno di Napoli"
Anche Lipsio considera "le fattioni de nobili", "le discordie tra gli uomini chiari e
potenti" e la loro inclinazione a "mettere sotto sopra il mondo, e sanare le proprie
piaghe col male della Repubblica come lorigine della "ruina universale" e dei
peggiori mali dello Stato. Il suo traduttore italiano, il gentiluomo ferrarese Ercole
Cati commenta nel 1618: "Senza ricercare altri esempi della natura e degli effetti
delle fattioni basta assai il considerare in questo luogo gli strani avvenimenti
succeduti in Francia e in Fiandra per la cospirazione insieme e per lavversione
degli animi di que popoli da loro veri e legittimi Prencipi sotto pretesto di libert di
coscientia e di religione, ma in effetti nelli pi, maggiori e pi potenti signori per
astio, odio e invidia particolare luna casa per iscacciare laltra dellautorit e della
possanza e finalmente quando s creduto esservi interregno gli uni per occupare
uno squarcio per s del regno gli altri un altro, e alcuni ancora per impodestarsi
della corona intieramente"
La posizione di Lipsio sulla questione della tirannide era perfettamente in linea con
la campagna dei "politici" francesi: pur riconoscendo che insorgere contro la
tirannide e levarla dal mondo " da huomo di pi alto cuore" e che "i Greci hanno
attribuito divini honori a quelli che hanno uccisi i tiranni", sosteneva che la
risoluzione migliore e pi conforme alla prudenza tollerarla. Il potere viene da
Dio, la guerra civile peggiore della tirannide, la sottomissione mitiga la natura di

chi comanda, il cambiamento pu produrre anche inconvenienti peggiori:


"conchiudo adunque doversi sopportare la natura de Prencipi".
La ripresa della campagna controrivoluzionaria nel 1610 fu prevalentemente
dottrinaria e aggiunse poco di nuovo al patrimonio di idee gi acquisite. Nel clima di
grande emozione collettiva creato dalluccisione di Enrico IV, lassociazione tra
parricidio e ribellione serv a suggellare una condanna che aveva gi trovato un
largo consenso nell'opinione pubblica e nella coscienza nazionale e che era
diventata ormai un paradigma della cultura politica europea. Il De Rege et Regis
Institutione di Juan de Mariana fu condannato e bruciato pubblicamente per
iniziativa del Parlamento di Parigi e della Sorbona;nelloccasione anche le Vindiciae
furono di nuovo tirate in ballo a conferma della pluralit di voci e di orientamenti
convergenti nelle tesi del tirannicidio. De Baricave era convinto che i buoni francesi
non avevano fatto ancora tutto quello che era necessario per strappare le radici
della pianta velenosa. Egli intendeva dire che soltanto la radicale confutazione dei
princpi sui quali si fondava la teoria poteva essere efficace. Le mille pagine del suo
trattato sono perci un puntuale ed estenuante confronto tra tutte el affermazioni
contenute nelle Vindiciae e i testi sacri, con qualche incursione nella letteratura
classica. In dffetti de Baricave esagerava, oltre che nella prolissit delle sue
argomentazioni, anche nelle rivendicazioni della novit della sua opera. Era vero,
per, che nella polemica degli anni precedenti la discussione dei principi e il
richiamo ai fatti si erano intrecciati pi strettamente che nei decreti e nei
pronunciamenti emanati dal Parlamento di Parigi e dalla Sorbona allindomani del
regicidio di Ravaillac. Nelle sue brevi considerazioni, scritte nel 1589 e pubblicate
nel 1606 lo stesso Charron aveva fatto riferimento a concrete esperienze di
partecipazione alle vicende politiche. Aveva ricordato infatti di essere stato tentato
dalla Lega e di avervi messo un piede dentro (come aveva fatto del resto anche il
grande teorico dellassolutismo, Jean Bodin) e aveva rievocato il suo stato danimo
di ribelle, contrapponendolo alla disposizione della mente necessaria alla
comprensione della realt ed alla saggezza: "Ero sempre come in collera aveva
scritto in uno stato febbrile e di emozione continua, e cos ho appreso a mie spese
che impossibile essere nello stesso tempo agitato e saggio". Anche nella difesa della
monarchia fatta da Gabriel Chappuys nel 1602 quando Enrico IV aveva ormai
consolidato il suo potere ed i due partiti della ribellione erano stati sconfitti il
riflesso dellesperienza concreta appare evidente. La sua analisi suggeriva un
criterio di interpretazione, mutuato dalla cultura umanistica e ripreso ampiamente
dalla Satyre Menippee, che avrebbe avuto grande fortuna nellet barocca e che
mirava a svalutare si ai motivi religiosi che quelli politici della rivolta. La divinit
malefica della rivolta lAmbizione, il cui strumento naturale sono gli istinti della
plebe e la sua disposizione al tumulto ed alla violenza. La stessa teoria della
sovranit popolare strumentale, perch lambizione che spinge "ad adulare il
popolo ed a persuaderlo, contro ogni ragione, che spetta a lui reprimere i re,
metterli in riga e far loro la legge". Proprio sul punto della sovranit popolare
Chappuys coglieva contraddizioni e incertezze delle Vindiciae. chi, secondo il
famoso trattato, spetta il compito si domandava di liberare lo Stato dalla
tirannide, al popolo o ai Grandi? "Al principio, nelle pagine 103 e 106 del suo libro,
Brutus d al popolo tutto il poter tanto sui re che sui Grandi; ma poi nelle pagine
210, 212, 213 glielo toglie e lo trasferisce ai Grandi, sostenendo che il popolo non

deve prendere nessuna iniziativa anche in caso di manifesta tirannide se i Grandi


non sono daccordo col Re". La questione era scottante, perch la rielaborazione
cattolica della teoria prestava particolare attenzione a questo punto e tendeva a
superare lambiguit in senso favorevole alliniziativa della comunit politicoreligiosa e addirittura del singolo suddito. Uno dei testi pi noti del ribellismo
cattolico era infatti lApologie pour Jean Chastel, lo studente che nel 1594 aveva
fatto il tentativo di uccidere Enrico IV. u un altro punto Chappuys introdusse con
molta circospezione una formula che si richiamava al dirittonaturale e che era gi
presente nel Discours di Charron. Il popolo non pu offendere ilsovrano, ma pu
difendersi da un suo atto iniquo; non pu "sottrarsi alla soggezione e riverenza che
deve al re", ma pu resistere alloffesa. E "contro natura" che linferiore si
vendichi del superiore e lo faccia punire, ma difendersi appartiene allordine
naturale. Parecchi decenni dopo, Thomas Hobbes avrebbe dimostrato con grande
efficacia linconsistenza della tesi della resistenza passiva, sostenendo che simili
ambiguit e concessioni, accolte nella cultura "ufficiale" e nelle opere degli stessi
fautori dellassolutismo, avevano contribuito a riaprire in Inghilterra il varco alla
ribellione.
Chappuys non aveva certamente questa intenzione e non riteneva di fare
concessioni teoriche agli avversari. Le sue distinzioni riflettevano piuttosto le
difficolt che incontrava il tentativo di dare alla condanna la dimensione universale
necessaria a garantirne la validit. Per quanto fossero numerosi i punti di contatto
con le guerre di religione in Francia, e particolarmente con il ruolo che svolse qui
lestremismo religioso e politico e con le spinte centrifughe e particolaristiche che
operavano allinterno del paese, il caso della contemporanea rivoluzione dei Paesi
Bassi era diverso. I "politici" francesi potevano negare in ogni caso lopportunit di
servirsi di mezzi rivoluzionari, non cogliere laffinit tra le loro posizioni ideali e
quelle di Guglielmo dOrange, ma non potevano mettere completamente sullo stesso
piano le due esperienze. Drouin giudica la rivoluzione delle Fiandre come una
guerra di religione, descrive le sciagure ed i massacri che ne sono seguiti e, scrivendo
nel 1592, avanza lipotesi dellinevitabile fallimento che avrebbe colpito anche
questo tentativo. Secondo lui, i Paesi Bassi avevano subito "a buon diritto" con la
terribile repressione del duca dAlba, la punizione pi grave, perch avrebbero
dovuto trarre insegnamento dai loro vicini e "principalmente dalla nostra
sventurata Francia". Ma intanto lanti-spagnolismo incrina la coerenza del suo
discorso. Drouin riconosce infatti che iil malcontento stato provocato dallorgoglio
e dalla tirannide degli spagnoli "che per la verit scrive sono molto rudi e
insolenti nei confronti di coloro che hanno assoggettato". In secondo luogo la
descrizione delle sciagure mette anche in risalto linumanit della repressione del
duca dAlba; e lautore arriva infine a concedere che "anche Dio si corrucciato
con gli Spagnoli" permettendo ai confederati di ottenere alcune importanti vittorie.
Da parte sua Chappuys, dopo il trattato del 1602 scrive una Histoire generale de la
guerre de Flandres in due volumi (Robert Fout, Paris, 1611) che testimonia un
particolare interesse per la questione e, soprattutto, prende atto del successo
ottenuto dai "ribelli" con la tregua di Anversa e del contributo che alla sua
conclusione aveva dato il compianto ed amatissimo Enrico IV.

I "politici" francesi si limitarono a manifestare incertezze ed esitazioni nel giudizio


sulla rivoluzione fiamminga; una piena comprensione dei suoi aspetti pi nuovi (che
del resto non ci fu inizialmente neppure in altri settori della cultura europea)
avrebbe comportato un indebolimento della loro campagna controrivoluzionaria.
Anche pi tardi, del resto, ancora alla vigilia delle rivoluzioni dellInghilterra e del
Portogallo, il caso di Guglielmo dOrange doveva apparire come leccezione che
conferma la regola. Nel suo panorama politico europeo del 1638, Henri de Rohan
avrebbe notato, in modo significativo, che Guglielmo era stato "il solo in un secolo
ad avere avuto lonore di fondare uno Stato"
Guglielmo dOrange pubblc la sua Apologia in risposta al bando con cui Filippo
II lo dichiarava ribelle, "perturbatore della quiete della Cristianit e specialmente
dei Paesi Bassi" e prometteva un premio cospicuo e addirittura un titolo di nobilt a
chi lo avesse, come "peste publica" levato dal mondo. Anche Guglielmo, nel
respingere laccusa, faceva appello alle tradizioni costituzionali (alloriginario
contratto tra sovrano e sudditi) dei territori che formavano i Paesi Bassi, senza
giungere quindi allaffermazione di un concetto universale di indipendenza e di
nazionalit. Ma mentre negli altri testi rivoluzionari cinquecenteschi le tradizioni
costituzionali si identificavano con privilegi e poteri della nobilt, considerata come
interprete e rappresentante esclusiva della nazione politica, egli le concepiva in
modo pi ampio, come diritti e libert di tutto linsieme della comunit. Anche nel
campo religioso, la sua rivendicazione di libert non significava il sostegno della
esclusiva pratica confessionale dei suoi correligionari. In nome di questo
patriottismo Guglielmo rifiutava la "servit assoluta" che la Spagna voleva imporre
ai Paesi Bassi; sulla stessa base respingeva il tentativo, fatto nel bando di Filippo II
di attribuire la sua ascesa politica alluso demagogico e strumentale del tumulto
popolare e di collocare la sua azione nel quadro della tradizione anarchica e
particolaristica del ribellismo nobiliare.
"La Spagna diceva Guglielmo agli Stati Generali della Province Unite vuole
privarvi intieramente dei vostri antichi privilegi e delle vostre libert, per disporre
di voi, delle vostre donne e dei vostri figli, come fanno i suoi ministri dei poveri
indiani o per lo meno dei calabresi, siciliani, napoletani e milanesi, senza ricordare
che i nostri paesi non sono paesi di conquista ma per la maggior parte sono
patrimoniali o si sono dati volontariamente e sotto buona condizioni, ai predecessori
di Filippo II".
Ribelli, infedeli e spergiuri continuava Guglielmo, attaccando una parte della
nobilt dei Paesi Bassi sono quindi quei signori che avendo la preminenza politica
e la funzione di comando militare non si oppongono a chi calpesta i diritti e le
costituzioni del loro paese.
"Mi si rimprovera il grande credito che ho tra il popolo Confesso che sono e
sar per tutta la vita popolare, cio a dire che sosterr e difender le vostre libert e
i vostri diritti E vero che ci sono cinque o sei teste malaccorte, nemici della
libert la cui tirannide sarebbe ancora peggiore di quella degli Spagnoli Ma che
altro il bene pubblico se non il bene del popolo?"

La concezione della comunit politica nazionale sostenuta da Guglielmo era


dunque diversa e pi ampia di quella che apparteneva alla tradizione
cinquecentesca, sia nella versione umanistico-patriottica che in quella politicoreligiosa. Il suo progetto di coinvolgimento politico popolare anticipava una linea
che sarebbe emersa, non senza difficolt e contraddizioni, nella crisi rivoluzionaria
della met del XVII secolo. La novit risulta pi evidene dal confronto con unaltra
e ben nota Apologia,inserita nel filone laico-umanistico del tirannicidio: quella
scritta da Lorenzino dei Medici, uccisore del duca di Firenza nel 1537. Giacomo
Leopardi che lha parzialmente inserita nella Crestomazia della prosa italiana come
rilevante testimonianza delleloquenza politica del XVI secolo, ha accomunato
Lorenzino e Guglielmo nella vocazione alla lotta per liberare i popoli dalla
tirannide: "Meraviglia col che sappresenti / Maurizio di Sassonia alla tua vista, /
Che con mille vergogne e tradimenti / Gran parte a suoi di libertade acquista, /
Egmont, Orange a lor grandezza intenti / Lor patria liberando oppressa e trista, / E
quel miglior che invia con braccio forte / Il primo duca di Firenze a morte"
(Paralipomeni della Batracomiomachia, Canto III, st. 27)
In realt la convergenza tra i due solo esteriore. Lesasperato individualismo,
la concezione letteraria e intellettualistica della patria, lesclusivismo aristocratico e
lo spirito di congiura danno allo scritto di Lorenzino una impronta ideale e politica
pi vicina al ribellismo feudale (in versione aristocratico-cittadina) che alla
concezione di Guglielmo. Per Lorenzino conta essenzialmente la nobilt del gesto
individuale. Egli non esita ad attribuire allignavia del popolo di Firenze la
mancanza di risultati e di sviluppi politici della sua impresa: in una circostanza cos
straordinaria, afferma, quale fu luccisine del duca Alessandro, non vi fu a Firenze
"chi si portasse, non dico da buon cittadino, ma da uomo, fuori che due o tre".
Per molte ragioni, tuttavia, il nuovo patriottismo dell'Apologia di Guglielmo non
ebbe sul momento una grande diffusione. Esso fu accolto piuttosto nel senso della
polemica contro l"imperialismo" spagnolo che non in quello di un tendenziale
ampliamento dellidea di patria, che non riguardava soltanto i paesi soggetti al
dominio straniero. Il disegno ideale della sua Apologia aveva una corrispondenza
piuttosto incerta con la concreta esperienza della rivoluzione fiamminga, con
lestremismo religioso ed il particolarismo politico che ebbero tanta parte
nellazione rivoluzionaria. Inoltre, la molteplicit dei territori che facevano parte dei
Paesi Bassi, le tradizioni particolari e lo spirito autonomistico delle varie citt e
province difficilmente potevano conciliarsi, nella seconda met del Cinquecento, con
lidea di una vera e solida comunit nazionale. Il formalismo giuridico-politico
impediva infine, come si detto, allindipendentismo di Guglielmo di raggiungere
un valore universale: ci che valeva per le Fiandre, in virt di un patto originario,
poteva non essere o semplicemente non era valido per Napoli, per il Portogallo, per
le Indie occidentali. Il "mito" della rivoluzione fiamminga si sarebbe formato pi
tardi, con il consolidamento della fisionomia economica e politica e del ruolo
internazionale dellOlanda. Il momento della sua affermazione coincide forse con
linizio della guerra dei Trentanni e con la ripresa della guerra tra Spagna e
Olanda: analogie con le idee di Guglielmo si possono trovare infatti nella nuova
Apologia (non a caso dedicata a Maurizio di Nassau, figlio e successore di

Guglielmo) che i ribelli boemi pubblicarono allindomani della defenestrazione di


Praga.
Il "modello" francese di ribellione aveva invece, alla fine del Cinquecento, una
pi larga corrispondenza con le esperienze degli altri paesi dellEuropa occidentale,
sia pure a diversi livelli di intensit. LInghilterra e la Scozia, la Spagna e i suoi
domini italiani avevano attraversato momenti di tensione politica in cui lo spirito
anarchico e medievaleggiante dei grandi signori, con o senza contorno di proteste
popolari, aveva avuto una parte di primo piano nelle difficolt di affermazione del
potere monarchico. Loffensiva ideologica controrivoluzionaria raggiunse perci
largamente lo scopo, diventando un punto di riferimento essenziale per la cultura
europea dellet barocca. La figura di Bruto perdette la suggestione che aveva
acquistato, quasi senza contrasto, nella cultura umanistica. Anzich espressione di
libert, lesaltazione del tirannicidio fu intesa come un attentato ai valori
fondamentali della comunit politica e civile. Orgoglio, torbida ambizione, disprezzo
della collettivit, inaffidabilit e negazione delle regole dellonore anche nei rapporti
personali: era quello che concretamente, sulla base dellesperienza, la figura del
ribelle suggeriva e che la propaganda ostile tendeva ad amplificare oltre i dati reali e
ad estendere anche ai casi che non si prestavano a questi giudizi ed a queste
definizioni. A volte limmoralit e la sfrenatezza sessuale, cos come allora erano
concepite (libertinaggio, omosessualit), e lindifferenza religiosa servirono a
completare il quadro. Ogni volta che se ne presentava loccasione, lopinione
pubblica era sollecitata ad attribuire al ribelle il massimo possibile di un ventaglio di
accuse spesso estranee alla politica. Lobiettivo era soverchiare o fare scomparire le
motivazioni politiche dellopposizione e del contrasto, e assimilare limmagine del
ribelle a quella del bandito comune, degli emarginati per motivi del tutto
individuali, dei devianti dalle norme di comportamento universalmente riconosciute
ed accettate. Questi elementi, gi contenuti in nuce nel bando di proscrizione
emanato da Filippo II contro Guglielmo, si ritrovano in varie combinazioni e in
modo pi aperto e dispiegato nelle accuse e nei sospetti di ribellione del secolo
successivo. Una sfumatura di comprensione (quasi senza conseguenze sul piano
dellapplicazione dei metodi "rigorosi" di repressione) riservata soltanto alla
protesta dei miserabili e degli affamati, quando c la certezza della manza di
intenzioni nascoste e di possibilit di sfruttamento politico. "E un povero
affamato": il cronista napoletano Scipione Guerra racconta che con questa frase un
cortigiano liber dalle mani degli sbirri un uomo che aveva insolentemente insultato
il vicer. Non c manuale di buon governo del Seicento in cui non sia considerato
un obbligo morale dei governanti provvedere alla "grassa", al rifornimento dei
generi alimentari essenziali ed alla lotta contro la speculazione ei l carovita, per
prevenire il "risentimento" e la "disperazione" delle plebi.
"Il nome di fellonia e di ribellione porta seco infamia e odio": fu Tommaso
Campanella a far questa constatazione, che proveniva evidentemente anche dalla
sua diretta esperienza. Nella sua opera non c nessuna affermazione di principio
che possa far pensare ad una giustificazione del tirannicidio, anche se egli
considerava strumentale laffermazione dellorigine divina del potere regio
("dicendo loro che lubbidire al re volont di Dio e lo patire affanni aspetta premi
da Dio, e predicando lumilt, minacciando con la giustizia divina e umana male

agli omicidi e ladri, e fornicatori e sediziosi e ribelli e bene a contrarj, sempre


trovano credito nelli pi"). Abbondano invece le riflessioni sui modi per prevenire o
reprimere la ribellione, incitamenti alla repressione delleresia, consigli al re di
Spagna sul modo di recuperare le Fiandre. Il suo giudizio su Guglielmo dOrange,
tolto letteralmente dalla Ragion di Stato di Botero non sembra positivo, anche se
pu implicare un contorto riconoscimento di capacit politiche: "uomo timido pi di
una pecora, ma fraudolente pi di una volpe". Tuttavia le sue contraddizioni sulla
questione delle Fiandre sono pi evidenti di quelle dei "politici" francesi. I consigli e
le esortazioni al re di Spagna si accompagnano a constatazioni che equivalgono ad
aspri giudizi: "Li Spagnuoli da tutte le nazioni sono odiati I Fiandresi pi odiano
la servit spagnola che amino la propria vita Capitani spagnoli inimicissimi, i
quali usano il bastone e non la lingua benigna nel comandare". Infine, nel capitolo
sulla "Fiandra e Germania Bassa" della Monarchia di Spagna una dichiarazione che
riecheggia lApologia di Guglielmo e che va oltre la pura e semplice ispanofobia:
"Onde io ho considerato che chi combatte nel suo paese per la Religione, per la
Patria e figlioli e moglie, sempre pi forte di colui che combatta per il dominio in
casa strana".
Sostenendo nella Camera dei Comuni lopportunit di concedere la
naturalizzazione (leguaglianza dei diritti politici e civili) agli scozzesi e la necessit
di rispettare le loro leggi e le loro tradizioni dopo lunione dinastica dei regni di
Scozia e dInghilterra, anche Bacone dimostr di essere particolarmente sensibile al
tema dei diritti e delle tradizioni delle comunit locali o nazionali. Egli ricord, per
sottolineare la facilit con cui il popolo si poteva aggregare attorno a rivendicazioni
autonomistiche, lepisodio della rivolta aragonese di Antonio Prez: " E bastata
la voce di un condannato che attraverso la grata della prigione gridava verso la
strada Fueros (equivalente a libert o privilegi) per fare scoppiare una pericolosa
ribellione, che fu repressa con difficolt dallesercito del re". N Campanella n
Bacone (che con Antonio Prez ebbe rapporti di amicizia e collaborazione)
contribuirono a ricostruire su nuove basi teoriche un principio di legittimit della
ribellione; entrambi mostrano tuttavia agli inizi del secolo, particolare attenzione
per la forza aggregante di un patriottismo che oscilla fra spirito particolaristico e
mdoerna difesa dellidentit e difesa degli interessi nazionali ma che tende gi a non
identificarsi rigidamente con il costituzionalismo conservatore ed esclusivo della
nobilt.
Nellistruzione segreta data al re nel 1624, il conte duca di Olivares parlava del
ribellismo dei Grandi come di un fenomeno che aveva perduto gran parte della sua
attualit. I predecessori di Filippo IV avevano provveduto ad abbassare i Grandi ed
a metterli in condizione di non potere pi "alzare la testa". Dei gravi inconvenienti
sperimentati nel passato restava qualche segno in quelle province in cui i grandi
signori erano ancora poderosos. Il problema non si poneva pi nei termini
tradizionali. Olivares temeva soprattutto che esponenti della nobilt o del ceto
medio "si facessero popolari", dando una direzione politica e organizzativa alla
resistenza di citt e province contro le direttive del governo centrale e promuovendo
la convergenza di forze sociali diverse intorno ad interessi e obiettivi comuni. I
danni che potrebbero causare, diceva, sarebbero irreparabili. Perci "sarebbe
sommamente conveniente nelle citt castigare severamente quelli che lo tentano con

grave danno del servizio di Vostra Maest Non saprei dire come costoro hanno
dissimulato e dissimulano oggi i loro procedimenti; quel che certo che danno
pubblicamente ad intendere di essere difensori del popolo di Vostra Maest". Il
conte duce aveva in mente episodi e figure reali di una opposizione con la quale
doveva fare i conti nella sua azione di governo. Pensava probabilmente tra gli altri,
ad un personaggio che era stato un attivo ispiratore dellopposizione delle Cortes del
1621 e del 1623 e che continu a dargli filo da torcere anche negli anni seguenti: il
procuratore della citt di Granata Mateo del Lisn y Viedma. Uno studioso del
pensiero politico spagnolo del Seicento, Jean Vilar, ha pubblicato qualche anno fa il
resoconto, redatto dallo stesso Lisn, di un colloquio che egli ebbe nel 1627 con
Olivares. Nel brano che riportiamo si pu riconoscere, al di l del caso particolare,
la via lungo la quale si svolgeva, in piena et barocca, il tentativo di ricostruire la
dignit della resistenza e dellopposizione:

" E cos si rivolse a me e mi disse: "Vostra Grazia deve credere di sapere tutto e di
avere grande intendimento. Invece non sa nulla e non capisce nulla. Un uomo che si
mette contro le risoluzioni prese da Sua Maest col parere di consiglieri e ministri
tanto prudenti, deve essere di umili origini". Io gli dissi: "Supplico Vostra eccellenza
di trattarmi bene. Nessunaltra persona al mondo oserebbe dirmi questo. Traggo le
mie origini da progenitori che hanno conquistato citt e terre per i nostri Re, che
hanno difeso i loro regni, hanno versato il sangue e sacrificato la vita al loro servizio.
E in quello che faccio, penso di servire soltanto Sua Maest". Riprese a parlare
dicendo che non era servizio del Re quello che io facevo n difesa di nulla, ma
distruzione di tutto, e che i nemici della monarchia non avrebbero potuto fare tanto
danno invadendo con un esercito questi regni quanto ne facevo io perturbando e
ostacolando il servizio del Re, e che per questo andavo molto oltre i limiti delle mie
funzioni scrivendo e parlando licenziosamente delle cose del governo e di Ministri
cos grandi come quelli di Sua Maest, che avrei avuto la punizione che meritavo e
che Sua Maest aveva gi ordinato di raccogliere il materiale contro di me e le
consulte che il Consiglio di Stato e il presidente Francisco de Contreras avevano fatto
per cacciarmi dalla Corte. Gli risposi che per una formica come me non era il caso di
preoccuparsi tanto, n di raccogliere tante carte, perch per castigarmi bastava
lultimo portiere della Corte. Mi disse che non ero nemmeno una formica o una
mezza formica, ma potevo capire che mi si doveva castigare perch il mio castigo
fosse di esempio e timore per molti. Gli dissi che qualunque castigo mi si infliggesse,
sarebbe stato un gran premio per me perch mi si dava per aver difeso la mia patria e
fatto il mio dovere. Disse che era mio dovere essere un uomo dabbene. Replicai che
conoscevo i miei doveri da quando avevo uso di ragione e li assolvevo come era
necessario. Sua Eccellenza poteva dire quello che voleva, ma non era giusto trattare
in questo modo coloro che difendevano i regni e le citt e che questo significava
impedire loro di difendersi, perch nessuno, trattato in questo modo, avrebbe osato
parlare.

Formule e linguaggio di Lisn y Viedma furono comuni a tutti i gruppi e


movimenti di opposizione, dalla Spagna alla Boemia, dalla Catalogna al Portogallo,
allItalia, alla Francia, allInghilterra. Egli difendeva i diritti "costituzionali",

denunciava la violazione del rapporto contrattuale tra sudditi e corona, sosteneva


che il governo non aveva il diritto di imporre tasse senza il consenso dei sudditi e
lapprovazione delle istituzioni che li rappresentavano; difendeva la dignit e
lutilit generale di una opposizione ispirata allinteresse collettivo. Apparentemente
il cambiamento, rispetto al secolo precedente, riguardava soltanto il fatto che con
la vistosa eccezione dellInghilterra la giustificazione religiosa dellopposizione
aveva perduto mordente e diffusione e la tendenza ad enfatizzare lossequio alla
legge, il rispetto dei principi di giustizia e di "eguaglianza" la cui attuazione
spettava alla monarchia. In realt linclinazione di Lisn y Viedma e di molti altri
oppositori a "farsi popolari", ad avere una concezione pi unitaria e "democratica"
delle comunit alle quali appartenevano segnava una sostanziale diversit rispetto
alla tradizionale opposizione aristocratica. Il loro limite fu, in molti casi, lincapacit
di uscire dallorizzonte del localismo e di confrontarsi a fondo con le grandi scelte e i
disegni del sovrano; ma il loro richiamo allutilit pubblica e allinteresse generale,
pur discutibile da questo punto di vista, non era strumentale, e perci costitu la
base di una reale e nuova aggregazione politica nella crisi rivoluzionaria degli anni
40.
Il vecchio e anacronistico ribellismo nobiliare non scomparve dalla scena politica
durante let barocca: in Francia fu una delle "disgrazie" che, come Rivault aveva
previsto, le guerre civili del Cinquecento lasciarono in eredit al secolo successivo e
che riemersero con particolare virulenza nella Fronda. E cos anche lestremismo
religioso, che tanta importanza aveva avuto in Francia e nelle Fiandre, e
legualitarismo sociale, con le sue profonde e potenti radici medievali, furono
presenti e attivi, anche se in modo relativamente marginale nellaria continentale. A
restituire dignit alla ribellione, trasferendola dalla logica preassolutistica alla
dialettica interna dellassolutismo, fu per una nuova figura. Lisn y Viedma ne
rappresenta, in piccolo formato e in versione locale e localistica, un prototipo. Nella
nuova categoria si collocano personaggi come il catalano Pau Claris, lo scozzese
Argyll, il boemo Matthias Thurn, lo stesso duca di Braganza. Rievocando un
ventennio di "civil wars" in Inghilterra, Thomas Hobbes trov per questa figura
una definizione appropriata (anche se, nelle sue intenzioni, negativa) e, con le dovute
differenze, valida anche per altri paesi: "democratic gentleman". Hobbes era
convinto che la ribellione era stata provocata in Inghilterra dalla ripresa delle
dottrine dei monarcomachi e che il centro di irradiazione erano state le universit.
Egli non trascurava linfluenza della letteratura greca e romana, nella quale era
assai diffusa "lesaltazione del governo popolare e il disprezzo della monarchia col
nome di tirannide", n la diffusione di correnti di pensiero favorevoli alla libert
religiosa, n lammirazione per la prosperit che aveva raggiunto, dopo la rivolta
contro la Spagna, la repubblica olandese. Secondo un canone classico, considerava
che lambizione era stata la forza motrice di tutto il processo: "certamente i capi
principali erano ambiziosi ministri del culto e ambiziosi gentiluomini; i ministri per
invidia nei confronti dellautorit dei vescovi che ritenevano meno istruiti di loro;
ed i gentiluomini per invidia del consiglio privato della Corona e dei principali
cortigiani, che ritenevano meno saggi di loro stessi". Anche sotto laspetto
psicologico, le universit erano responsabili della crisi, "perch difficile per uomini
che hanno unalta opinioni di s e che hanno studiato allUniversit convincersi di
non avere i requisiti necessari per il governo dello Stato, specialmente dopo aver

letto le gloriose storie e e sentenziose imprese politiche degli antichi governi


popolari dei greci e dei Romani". Le universit, "core of rebellion", erano state per
lInghilterra "quel che il cavallo di legno era stato per i Troiani". Non potendo
sopprimerle, bisognava riformarle profondamente e per riforma Hobbes intendeva
essenzialmente linsegnamento che dovere degli uomini obbedirre alle leggi
emanate dal re e che "le leggi civili sono leggi di Dio, perch coloro che le fanno sono
chiamati da Dio a farle".
La connessione tra cultura e ribellione, che Hobbes indicava, era un aspetto
importante della crisi politica e ideale delal met del Seicento; ma non si poneva
negli stessi termini rigidamente dottrinari e religiosi, in cui si era posta nel secolo
precedente. Il "democratic gentleman", con lla sua fervida religiosit ed il suo
richiamo al contrattualismo tradizionale, non aspirava a realizzare una teocrazia o
un regime aristocratico di tipo preassolutistico; era diverso dai grandi capi delle
guerre di religione in Francia e dai signori delle congiure antimonarchiche del resto
dEuropa. La convergenza politica e ideale sulla quale si era basata la ribellione non
trova una spiegazione adeguata nellanalisi e nel ragionamento di Hobbes. Egli
tocca comunque un punto fondamentale, il rapporto tra monarchia e coscienza
nazionale e lo squilibrio che su questo terreno si era creato: "Il popolo afferma
era generalmente corrotto e i ribelli si ritenevano i migliori patrioti". Il filosofo si
meravigliava che la Camera dei Comuni e poi, sotto la pressione del tumulto
popolare, anche la Camera dei Lords, potessero avere accusato di alto tradimento e
condannato il onte di Strafford. Come poteva esserci tradimento contro il re,
quando lo stesso re, in grado di intendere e di volere, non pensava che ci fosse
tradimento? "Questo non era che un tratto di quellartificio del Parlamento, che
consisteva nel mettere la parola traditore nellatto di accusa contro ogni persona che
si voleva eliminare". In realt ancora prima che il ribelle rivendicasse a ste stesso il
titolo di "difensore della patria" (ed ogni paese ebbe allora il suo eroe sotto questa
denominazione: segno dei tempi spesso sottovalutato), la polemica politica fu
occupata dal suo opposto, il traditore della patria. Quando laccusa cominci a
risuonare con insistenza in questo o in quel paese, la rivoluzione era ormai alle
porte.
Alla vigilia della crisi rivoluzionaria, la pi ampia e nuova dimensione del
rapporto tra cultura e rivoluzione fu colta da Gabriel Naud, collaboratore di
Mazzarino e ammiratore di Campanella. I motivi di tensione che si erano
accumulati nella societ gli facevano prevedere la catastrofe.
"Certo egli scrisse nel 1639 se si considera bene lo stato attuale dellEuropa,
non sar difficile prevedere che a breve scadenza essa sar teatro di simili tragedie
Non c dubbio, infine, "che si sono creati pi sistemi nuovi nellAstronomia, pi
novit si sono introdotte nella filosofia, nella medicina e nella teologia, un pi gran
numero di atei venuto allo scoperto di quanto non sia avvenuto nei mille anni
precedenti". Naud concepiva la rivoluzione come un movimento naturale della
storia e della societ: "Il rovesciamento dei pi grandi imperi sopraggiunge molto
spesso senza che ci si pensi o almeno senza che si facciano grandi preparativi".
Egli riteneva per di dover lanciare un avvertimento, riprendendo ed esasperando
uno dei grandi motivi che la cultura barocca aveva elaborato sulla base del

ripensamento delle esperienze cinquecentesche. Le pagine pi vibranti delle


Considerazioni politiche sui colpi di Stato sono dedicate, infatti, ad una violenta
invettiva contro la plebe. Coloro che si preparavano a calcare la scena del teatro
politico europeo come protagonisti e artefici della ribellione erano avvertiti: poich,
per assumere davvero questo ruolo, era indispensabile sollevare il popolo,
volgendolo e disponendolo ai propri disegni, bisognava sapere quali erano i rischi
che ci comportava. La qualit della plebe che Naud, sulle orme di Charron, mette
non a caso in evidenza sono soprattutto, insieme alla violenza ed alla credulit, la
volubilit e lincostanza: "approvare e disapprovare nello steso tempo, correre da
un estremo allaltro, credere con leggerezza, ribellarsi subitamente, ringhiare e
mormorare sempre: in breve tutto ci che pensa non che vanit, tutto quello che
dice falso e assurdo, quel che condanna buono, quel che approva cattivo, quel
che loda infame e tutto quello che fa e intraprende non che pura follia".
Senza giungere agli eccessi ed alla violenza polemica di Naud, i "democratic
gentlemen" erano anchessi ben convinti dei pericoli che comportava la sollevazione
popolare e degli sbocchi nefasti di anarchia e di barbarie che poteva avere.
Conoscevano i fenomeni di suggestione collettiva, la facilit con cui impostori e
demagoghi potevano suscitare emozioni collettive, lincostanza e provvisoriet degli
entusiasmi plebei. Ne traevano tuttavia a differenza di quel che suggeriva Naud, la
conclusione che il cittadino politicamente consapevole e interessato al bene pubblico
ha lobbligo civile e morale di non restare in disparte di fronte al sommovimento
popolare. Nelle istruzioni al figlio, scritte dopo la restaurazione, uno dei capi della
ribellione scozzese del 1638, il conte di Argyll, riconosceva che le "popular furies"
non avrebbero mai fine senza lintervanto die "superiori"; il popolo apprenderebbe
ben presto a valutare la sua forza e ne dedurrebbe con tutte le inevitabili
conseguenze di sconvolgimento dellordine sociale che maggiore di quella della
nobilt. Da qui la necessit di non rimanere neutrali in una "general commotion" e
il giudizio di infamia per chi si sottrae ad essa (Argyll ricorda solennemente a questo
proposito un decreto di Solone). Poteva essere un invito ad usarela propria autorit,
secondo una consolidata tradizione, per sedare e reprimere, ma anche un modo
contorto e dissimulato per sostenere la necessit dellimpegno di guida e direzione
politica della giusta protesta popolare. Nel caso di Argyll non possono esserci dubbi,
per il ruolo che egli svolse nelle vicende della Scozia e per la riconferma delle sue
posizioni alla vigilia dellesecuzione capitale: "I Principi cominciano a perdere i loro
domini quando cominciano a infrangere le antiche leggi, le tradizioni e i costumi
sotto i quali i loro soggetti sono vissuti per lungo tempo Il nostro programma di
riforma era sostenuto dal consenso universale dellintiera nazione Niente
impossibile o inattuabile per un popolo schiavo contro i tiranni e gli usurpatori"
Con analoghi atteggiamenti e giustificazioni i dirigenti politici catalani, portoghesi,
napoletani si collegarono ai moti popolari esplosi nei rispettivi paesi, moderandoli e
indirizzandoli politicamente, per raggiungere i loro obiettivi di riforma politica e di
indipendenza. La preoccupazione per la cieca furia e per lincapacit politica
popolare apparteneva, dunque, anche ai "democracit gentlemen" o ai borghesi che
svolsero analoghe funzioni; tuttavia, rispetto al passato, essi ritenevano di poter
contare sulle aspettative di giustizia ed equilibrio politico e sociale che le stesse
monarchie avevano suscitato e alimentato, sulla maggiore diffusione della cultura e

dellinformazione politica (con la connessa e crescente insofferenza, che lo stesso


Naud segnalava, verso "gli intrighi delle Corti, le cabale delle fazioni, le
mascherature degli interessi particolari"), e quindi sulla possibilit di stabilire una
pi facile comunicazione dei loro propositi di riforma e le speranze popolari. Gli
eventi del decennio 1640-50 dovevano dare parzialmente ragione a questa esitante e
contrastata fiducia e confermare il tendenziale mutamento dellatteggiamento
generale verso la ribellione. Anzich lodio e lobbrobrio, crescevano il consenso e la
sollecitazione: non pi necessariamente sinonimo di ingiustizia , di sopraffazione, di
anarchia, di sacrilegio, la ribellione poteva essere concepita come un atto liberatorio.
I protagonisti della nuova fase, da Masaniello a Cromwell, pur cos diversi nel ruolo
e nella ispirazione politica e ideale, avrebbero trovato comprensione e perfino
suscitato entusiasmo.

IL PREDICATORE
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PREDICAZIONE E RIFORMA
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Dice il Croce: "chi pu ripensare al Seicento senza rivedere in fantasia la figura


del predicatore, nerovestito come un gesuita, o biancovestito come un domenicano
o col rozzo saio cappuccino, gesticolante in una chiesa barocca, innanzi a un
uditorio dai fastosi abbigliamenti?"
La presenza costante del clero regolare (si noti che non parla neppure del
parroco), il "gesticolare e la decorazione barocca sono infatti notazioni che
mettono in risalto il valore paradigmatico del predicatore nellet post-tridentina".
Naturalmente la predicazione non di per s un tratto esclusivo del barocco. Essa
stata per duemila anni il mezzo di comunicazione abitualmente usato per
diffondere il Vangelo, anche se questo mezzo stato sicuramente privilegiato nelle

et di confusione dottrinale. Una di esse il Seicento: nella grande crisi religiosa


del secolo precedente la partecipazione di vasti strati popolari alle guerre di
religione aveva contribuito a gettare nella desolazione gran parte degli europei pi
coscientemente cristiani ed era stata uno dei principali fattori della rottura
dellunit spirituale non solo tra cattolici e riformati, ma anche in seno a questi
ultimi. Dal punto di vista protestante, risultava chiaro il valore strumentale della
predicazione: se si partiva da idee come la libera interpretazione della Scrittura e
la giustificazione per fede, il ministero della parola veniva esaltato rispetto alla
funzione sacramentale. In ogni caso era importante che la dottrina fosse trasmessa
da coloro che erano pi dotti e che venivano considerati pi capaci di interpretare
rettamente la Bibbia; per di pi, il radicalismo di alcuni settori (si pensi agli
anabattisti) consigliava di seguire proprio questa strada. Se nei primi tempi della
Riforma si era arrivati talvolta a sognare una Gerusalemme terrena in cui
ciascuno avrebbe approfondito lAntico e il Nuovo Testamento secondo il suo
onesto sapere e intendere, verso il 1600 quelli che la pensavano cos erano alquanto
diminuiti di numero. I pi ritenevano pericolosa anche fisicamente una libera
interpretazione che avrebbe potuto suscitare considerazioni religiose, sociali e
politiche sfocianti in una rivoluzione, comera accaduto nel Cinquecento. In effetti,
in paesi come la Germania protestante, lideale dellalfabetismo cominci ad
affermarsi assai pi tardi di quanto non si sia pensato fino a qualche tempo fa;
perch la gente comprendesse direttamente la Bibbia era necessario che la leggesse,
e si era constatato che era meno rischioso spiegargliela.
Da parte sua, la strategia cattolica si trov, dalla met del Cinquecento in poi,
di fronte a una duplice esigenza evangelizzatrice: ricuperare alla fede gli sviati e
consolidare ladesione spirituale di chi era rimasto fedele a Roma. La profonda
crisi aperta da Lutero aveva dimostrato fra laltro che la fede era assai debole, e
ci doveva essere in relazione con le deficienze dellinsegnamento. Al di l della
Manica unintera isola Inghilterra, Galles, Scozia aveva finito con lo svincolarsi
nella sua schiacciante maggioranza dal papato, senza gravi inconvenienti e per di
pi la dottrina della Chiesa anglicana cominciava a somigliare a quella di alcune
grandi correnti protestanti. Evidentemente la Riforma aveva sorpreso i cristiani
privi di una conoscenza adeguata dei fondamenti della fede, e a questa situazione
era necessario porre rimedio. Di conseguenza il concilio di Trento,oltre a definire la
dottrina su alcuni punti di grande importanza come i sacramenti, elabor un vero
programma di divulgazione della dottrina stessa, fondato soprattutto sulla
formazione dei sacerdoti, sulla predicazione e sullinsegnamento del catechismo.
La predicazione, in particolare, fu oggetto di una delle prime sessioni (la quinta,
svoltasi gi nel 1546) della grande assemblea tridentina; fu allora emanato
limportante decreto Super lectione et praedicatione, datato al 17 giugno, a cui fece
seguito fra laltro, il canone IV del Decretum de reformatione, approvato nella
ventiquattresima sessione (1563). Era indispensabile che i pastori danime
insegnassero "ci che tutti devono sapere per conseguire la salute eterna", e che
esponessero "con brevit e chiarezza i vizi da evitare e le verit da mettere in
pratica per sfuggire alle pene dellinferno e acquistare leterna felicit".

L'APOGEO DELLA RETORICA E LE CHIESE RIFORMATE


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In conseguenza di quanto si detto, per pi di un secolo la retorica assunse


una singolare rilevanza nella cultura dellOccidente. In verit, essa era stata
importante gi nel Medioevo ed era diventata ancor pi oggetto di studio e di
attenzione con lavvento della Rinascita classica; il maggior impulso lo ricevette
per dalla Riforma. Murphy ha catalogato 193 opere di oratoria ecclesiastica
pubblicate tra l 1500 e il 1700 (ma probabile che fossero di pi) e la Shuger ha
osservato che il ritmo con cui queste opere videro la luce and crescendo fino al
penultimo decennio del secolo XVII: col passare del tempo, sintensificava il
desiderio di esprimersi bene.
Non il caso di esaminare qui, con tutta la profondit che largomento
richiederebbe, le tendenze delloratoria sacra di quel periodo; tuttavia alcune
nozioni sono indispensabili per capire quali fossero in sostanza i moventi del
predicatore comune. Oggi la nostra attenzione richiamata dalla predicazione
barocca "gesticolante" e ad effetto, ma lo stesso accadeva gi ai contemporanei:
da lungo tempo i teorici discutevano sullopportunit di predicare nello "stile
piano" o in quello "grande". Non era soltanto una questione estetica, n una
semplice alternativa tra "popolare" e "colto". Entrambi gli stili erano fondati,
almeno in parte, sulla precettistica classica latina e greca: molte delle migliori
espressioni del "grande stile" derivando da Cicerone, mentre lo "stile piano"
trovava la sua giustificazione soprattutto in Seneca e nella tradizione "attica",
perch la retorica ellenistica, nelle sue principali manifestazioni, aveva preferito
forme pi sobrie di quelle romane.
I trattatisti posteriori, dal Settecento ad oggi, hanno ritenuto che dietro
questalternativa vi fosse una realt molto pi profonda: mentre lo "stile piano"
ispirato a Seneca si proponeva di ragionare, di convincere richiamandosi
allintelletto lelemento pi nobile e pi tipico delluomo , lo stile ciceroniano
mirava allaggettivazione e agli effetti superficiali. E poich let barocca preferiva
il secondo stile, la sua predicazione non poteva che essere, a parte qualche
eccezione, ampollosa, teatrale e ad effetto.
Ma non cos. In primo luogo, nel Cinquecento e nel Seicento molti precettisti
(fra i tanti, Carlo Borromeo in Italia e Fnelon in Francia) insistettero
sullopportunit di rivolgersi alluditorio in modo sobrio e austero. Il genere di
oratoria sacra improntato allideale di "illuminare" e spiegare, anzich di
commuovere, continu a essere utilizzato dai predicatori pi moderati dellepoca;
lespressione migliore di questa tendenza fu forse unopera di san Vincenzo de
Paoli che ebbe una larga infuenza, la Petite mthode, lontana sia dalla ricercatezza
retorica, sia dalla pastorale de la peur. "Le fioriture e gli ornamenti della retorica
afferma Lalmy non si addicono ad argomenti gravi e solenni", comerano,

ovviamente, quelli di cui il predicatore doveva occuparsi: Dio e i santi. In secondo


luogo, anche il barocchismo aveva la sua ragion dessere e le sue radici colte,
strettamente antropologiche. I predicatori devono essere "voci di Dio, strumenti
della bont divina, trombe di Cristo", scrive Diego Valds nella Rhetorica
Christiana, pubblicata nel 1574 e letta in tutta Europa e in America; perfino per i
teologi protestanti la fiducia non fatta soltanto di consenso intellettuale, ma
anche di gioia, verit e ferma speranza, ossia di atteggiamenti connessi con la
volont. Tutto ci doveva essere plasmato nella predicazione: se lo scopo era di
suscitare o ravvivare la fede degli ascoltatori, occorreva eccitarne la volont.
E essenziale notare che alla base della retorica dominante (o delle retoriche,
essendovene pi duna) vi era una concezione emotiva, pi che intellettuale, della
vita dello spirito: gi presente nella Bibbia e nel Medioevo, essa rifletteva in
sostanza il prevaler dellantropologia di Agostino su quella dellAquinate, e dopo la
Riforma rimase viva nelle varie confessioni cristiane.
Non soltanto dunque nella Chiesa di Roma. Su questa concezione alcuni autori
protestanti del secoli XVI e XVII concordano con la maggior parte di quelli
cattolici: si tratta a volte di studiosi molto autorevoli, come i tedeschi Keckermann
e Hyperius noto dappertutto grazie alla traduzione latina di Ludham (1577) o
come i frate spagnolo Luis de Granada, autore di unEcclesiastica Rhetorica (1576)
chefu tra le pi diffuse del suo tempo. Anche i predicatori "metafisici" anglicani
attivi sul finire del Cinquecento e nel Seicento partono, come quelli gi menzionati,
dalla tendenza di origine biblica, ripetiamo a vincolare lanima al cuore pi che
allintelligenza, e nelle loro prediche rimangono fedeli a questimpostazione:
"Marke my heart, o Soule, Where thou dost dwell", esclama Donne in uno dei suoi
sermoni.

LE CONSEGUENZE: "MAGNITUDO" E "PRAESENTIA" COME CRITERI PRINCIPALI


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Pertanto, in armonia con la tradizione ciceroniana (ut probet, ut flectet, ut


delectet) non si voleva che loratoria sacra si riducesse a pura dialettica: in altre
parole, essa non doveva solo ammaestrare lintelletto, ma anche stimolar la volont
e compiacere il sentimento. In un passo piuttosto rude, se avulso dal contesto, fra
Luis de Granada illustra bene questo concetto: "La moltitudine rozza e stolta
devessere conquistata con ampi discorsi: affinch essa, oltre a sapere e a capire,
faccia ci che noi vogliamo, occorre atterrirla e commuoverla, al di l dei
sillogismi, con gli affetti e con un grande empito di eloquenza: e ci richiede un
argomentare non breve e ristretto, ma aspro, impetuoso e abbondante".
A questo scopo la Riforma cattolica fece un uso intensivo dellarte del suo tempo:
lesuberanza decorativa, la tendenza alliperbole, il moto centrifugo, la rottura

dellequilibrio formale del Rinascimento e altri elementi del nuovo stile furono
adoperati per suscitare sentimenti di fervore e di meraviglia nel contemplare le
cose celesti. Nellarchitettura e nella musica barocca si manifesta chiaramente la
dipendenza dagli orientamenti funzionali della Riforma cattolica, e in questa
chiave diventa facile interpretare il simbolismo della cupola di San Pietro o la
distribuzione spaziale della chiesa del Ges. A parte questi edifici di culto di
eccezionale grandiosit, la tendenza ad accrescere le dimensioni delle chiese si
afferm sia nelle citt che nei centri minori e non solo per ragioni demografiche.
La religiosit doveva per quanto possibile trovare posto e cornice adatta nel
tempio: per le funzioni solenni, le prediche quaresimali e quelle che scandivano il
ciclo liturgico occorrevano spazi vasti, capaci di accogliere folle numerose o almeno
la totalit dei fedeli del luogo.
Nelle chiese riformate il fenomeno fu meno vistoso. La Restaurazione anglicana
del Seicento fu accompagnata da una notevole reazione antiretorica a favore del
plain style, che consentiva una comunicazione pi naturale, chiara e didattica: tale
ad esempio latteggiamento assunto da uno dei suoi maggiori teorici, James
Arderne, nelle Directions concerning the matter and stile of sermons (1671). Ma non
tutti si adeguarono a questi criteri: a parte opere come quella ora citata e qualche
altra, in Gran Bretagna la teoria della retorica ebbe minor rigoglio che
nellEuropa continentale, e delle 193 opere sullargomento pubblicate tra il 1500 e
il 1700 solo 16 erano scritte in inglese. Nelle universit britanniche, ancorch
anglicane, si studiava altrettanto spesso su testi come quelli del protestante
Keckermann o del cattolico Caussin, ei riferimenti a questi autori esistenti nella
documentazionje secentesca fanno ritenere che in realt si seguissero i precetti del
grand style.
Precetti che erano usualmente chiari,per quanto riguarda i fondamenti teorici
dellesagerazione, sia agli autori protestanti che a quelli cattolici. Riprendendo
forse idee esposte nellEcclesiastica Rhetorica di fra Luis de Granada, Keckermann
non esita ad ammonire che occorre commuovere la gente, e che "le emozioni si
ottengono in due modi, con la magnitudo e con la praesentia, o, per parlare pi
chiaramente, con la grandiosit e con lipotiposi": vale a dire, con lelevatezza dei
temi trattati e con la vivacit delle descrizioni.
Certamente alcuni erano propensi al primo modo e lo identificavano con lo stile
concettistico, cos definito dal gesuita Gracin: "I concetti sono la vita dello stile, lo
spirito del discorso e tanto hanno di perfezione quanto di sottigliezza;ma quando al
rilievo dello stile associata lelevatezza del concetto, lopera diventa compiuta. Si
deve fare in modo che le proposizioni abbelliscano lo stile, le obiezioni lo ravvivino,
i misteri lo rendano pregnante, le riflessioni profondo, le esagerazioni rilevato, le
allusioni dissimulato, i fervori pungente, le trasmutazioni sottile; che le ironie gli
diano sale, le crisi fiele, le paronomasie grazia, le sentenze gravit, le similitudini lo
fecondino e le analogie gli diano risalto Ma tutto questo con un grano di saggezza,
perch tutto acquista sapore dal buon senso.
Sta di fatto per che in questa descrizione si lodava luso di quelle figure retoriche
(la metafora, liperbato) a cui andavano le preferenze di molti altri autori.

RETORICA E MENTALITA'
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Se non si tiene conto della supremazia di questa impostazioni antropologiche e


logiche non possibile comprendere ci che spesso noi storici crediamo di spiegare
attribuendolo a una sensibilit esagerata: per esempio, non si capiscono i motivi
che impedivano di propagare lo spirito del concilio tridentino con unestetica meno
ampollosa, pi austera e quindi pi vicina al rinnovamento spirituale a cui la
Riforma cattolica aspirava.
Daltra parte lindubbia predilezione per il gesticolare non derivava solo da
princpi teorici. Il Barocco va considerato come una maniera dintendere il mondo,
come espressione vitale di unepoca, oltre che come un fenomeno riguardante la
sfera intellettuale ed estetica o come unemanazione della Controriforma: pertanto
i predicatori, animati da zelo pastorale e talvolta artisti, ma pur sempre uomini del
loro tempo, non facevano che calare i vecchi contenuti riaffermati dal Concilio
nelle forme dellambiente in cui essi stessi erano immersi.
In effetti, predicando in questo modo avevano successo: certamente erano in
sintonia con la mentalit della maggioranza, o almeno di molti dei fedeli che
accorrevano ad ascoltarli. Non possibile spiegare altrimenti le ricche messi
spirituali di cui tanti ci parlano, come quelle raccolte da san Vincenzo de Paoli tra
i galeotti di Sua Maest Cristianissima; o certe iniziative, come quella presa tra i
delinquenti delle carceri di Siviglia, dove fu creata la ben nota congregazione del
Nome di Ges, destinata a combattere lusanza di bestemmiare e imprecare
mediane multe versate dagli stessi detenuti. La festa annuale organizzata dai
confratelli alla quale assistevano le autorit e il pubblico, comprendeva la
celebrazione della messa (con molta musica) e una gran predica tenuta da qualche
rinomato gesuita locale.
Lo stile delloratoria sacra era tanto efficace da arrivare a influenzare anche la
letteratura profana pi diffusa. Ad esempio, il fosco pcaro Guzmn de Alfarache
non che un predicatore mancato, e tutto il celebre romanzo in cui si narra la sua
vita zeppo di sermoni pi o meno camuffati. Da parte loro, gli autori degli
altrettanto celebri autos sacramentales, brevi drammi allegorici di argomento
religioso, popolarissimi in alcune zone dEuropa e dAmerica associavano
scenografia e "concetti" per creare la particolare atmosfera soprannaturale che
intendevano comunicare. Non a caso il pi famoso cultore di questo genere,
Caldern, che pure era un cappellano di corte, definiva gli autos in questi termini:
"Sermones / puestos en verso, en idea / representable, cuestiones / de la Sacra
Teologa, / que no alcazan mis razones / a explicar ni comprender"

LA PREDICAZIONE CULTERANA: PARAVICINO


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Da ci avevano origine, com noto, esagerazioni di vario genere: possiamo


rendercene conto se prendiamo in esame uno dei rappresentanti pi eminenti della
predicazione culterana, barocca fino a diventare incomprensibile. Secondo la
leggenda, fra Flix Hortensio Paravicino y Arteaga sarebbe diventato
improvvisamente famoso quando nel 1605, durante una visita di Filippo III
alluniversit di Salamanca, il predicatore incaricato di pronunziare il sermone si
ammal improvvisamente e fu sostituito dal giovane frate trinitario. La sua
bravura e le sue belle maniere avrebbero sorpreso piacevolmente il re, e un
personaggio a lui vicino avrebbe consigliato al frate di seguirlo a Valladold. In
realt questo racconto, di pura fantasia, non che una versione abbellita ad uso dei
posteri: Filippo III visit Salamanca solo nel 1600, quando Paravicino forse non
era ancora baccelliere. La verit, pi prosaica, che quando il suo talento si rivel
(nonostante la debolezza della sua voce continuamente ricordata dai critici
malevoli), i superiori del suo ordine lo mandarono a far carriera nella capitale. E l
ebbe successo: buon umanista e ottimo bibliografo, frequentatore dei cenacoli
letterari, accolto nella buona societ per i suoi modi distinti e piacevoli, Paravicino
divenne un predicatore indispensabile al pubblico di corte. Era senza dubbio un
innovatore e un poeta di estrema sensibilit, anche se forse un po compiaciuto di
s: non esit a definirsi "il Colombo di un nuovo mondo letterario" e linventore di
un sottogenere oratorio, il "panegirico funebre". Un brano di quello da lui
dedicato a Filippo III illustra bene il tono abituale di questi sermoni, composti
evidentemente in anticipo: "Ti tolse la tua preziosa compagnia, non solo come
splendente architrave della sua miglior porta (giacch san Giovanni vide che tutte
e dodici erano di perle), ma come corona (con aspetto, se non di forma, di aureola)
alla tua fede coniugale". Tradotta nel linguaggio comune, questa frase ricorda
semplicemente che era morta la moglie del re donna Margherita dAustria.
Gi ai suoi tempi Paravicino ebbe degli avversari: nella commedia El prncipe
constante Caldern lasci cadere qualche divertente allusione allemponomio
hortnsico, provocando le ire del frate, che volle interpretare la cosa come
unoffesa al sovrano e alla religione. Ancora pi esplicito fu lanonimo autore del
sonetto intitolato Al padre Hortensio: "Grazie a quel linguaggio artificioso e
intricato, / oscuro e attentamente oscurato, / nascosto fra le trasposizioni, / ho
goduto unora e mezza di silenzio parlato". A lungo andare, col raffinamento dello
stile, loratoria culterana cadde in discredito: sia perch ci si accorse che predicare
il Vangelo era qualcosa di pi che un esercizio di abilit, sia perch coloro che
praticavano quel tipo di oratoria (ed erano legione in Italia, Francia, Spagna e
Portogallo) non seppero mantenersi al livello imposto dai suoi iniziatori. "Ditemi
chiede fra Diego de Estella quale profitto si pu trarre dal passare unora a fare
di Nostra Signora un castello, la cui torre principale la fede collum tuum sicut

turris eburnea ed davorio. Dopo di che, si paragona nostra signora alla


merlatura, e poi ai barbacani: mentre prima era il castello. Quale dottrina o
riforma dei costumi, quale vantaggio pu venire da tutto ci?" Come si sa, non vi
che un passo dal sublime al ridicolo.
Non per questo bisognava eliminare le metafore, e tanto meno imporre una
predica di tipo sillogistico, sottoposta allimpiego di periodi assolutamente regolari
La stessa ratio studiorum dei gesuiti, approvata sul finire del Cinquecento,
ammetteva nelloratoria sacra i "pii inganni"; tutto sommato, limportante era
commuovere le anime, e il precettismo poteva essere non meno nocivo delle
immagini ridicole. "Chi pu lottare contro i peccati se si lascia guidare dalla
preoccupazione per le regole della circolarit dei periodi?" si chiede il gesuita
Nicolas Caussin nel De eloquentia sacra et humana (1619).

LA PREDICAZIONE PATETICA
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Culteranismo e concettismo (rappresentati rispettivamente, tra gli autori gi


citati, da Paravicino e da Gracin) non costituivano le sole maniere di esprimersi
dei predicatori barocchi. La ricerca di effetti visivi e drammatici forse pi
pertinenti alle arti figurative, ma pure necessari per ricreare il soprannaturale
sfoci anche nel ricorso al naturalismo descrittivo, come modo di far appello alla
sensibilit elementare del pubblico. Un naturalismo spesso fondato su artifici di
carattere chiaramente teatrale: "Una tristezza despressione, un pallore del volto,
una voce nasale, un alito fetido, uno svellersi dei denti dalle gengive purulente, un
dolore in tutte le membra, un umore che tormenta le giunture, un non poter
camminare n sedersi senza un ahi, e infine un aspetto ripugnante di tutta la
persona" cos ad esempio fra Diego de Arce descrive gli effetti della sifilide,
naturalmente per dissuadere luditorio dal peccato.
In fondo i temi pi tipici del repertorio barocco erano rivolti a far intravedere
delle realt ottimistiche, come la felicit e la gloria dellaldil: cosicch accanto a
una moltitudine di testi che in Francia e in Italia insistevano su le pech et la peur
possibile citarne molti altri che costituivano una vera e propria "cultura della
speranza". Sta di fatto per, che nella pastorale e nelle prediche si preferiva
percorrere il cammino verso il paradiso associando al pensiero della beatitudine
celeste quello dellinferno. "Che cos questa vita che noi respiriamo quaggi?"
chiedeva Charles Drelincourt nel 1639 in una predica su La vanit du monde,
ponendo una domanda che era gi un luogo comune e avrebbe continuato a esserlo
per altri tre secoli. "Non che un soffio nelle nostre narici, un calore che appare
per un certo tempo e poi svanisce: la vanit stessa". Sul medesimo punto
insiste fra Manuel de Guerra y Ribera nel suo sermone per il mercoled delle

Ceneri del 1679: "Che cos il mondo? Nulla pi che un evidente inganno, che crea
uno spettacolo fallace: apparenze che abbagliano, pi che dilettare". Honorato de
Cams soleva aiutarsi nella predicazione mettendo successivamente su un teschio
che teneva a portata di mano tutta una serie di copricapi berrette, parrucche,
elmi, corone allo scopo di dar forza alle varie immagini e situazioni relative
allargomento trattato; e lo stesso facevano altri oratori sacri con altri oggetti.
Atteggiamenti analoghi assumevano anche quei predicatori che sarebbero
giustamente passati alla storia come epuratori del grand style e riformatori
delloratoria sacra dellepoca. Uno storico del nostro secolo, Emilio Santini,
rievoca cos una missione di prediche del gesuita Paolo Segneri, forse il maggior
predicatore italiano del Seicento: Segneri camminava "coperto di lacera tonaca,
scalzo, mendicante Col bordone in mano, il breviario sotto il braccio, il piccolo
crocifisso da gesuita nel petto e la corona del rosario alla cintola andava incontro al
parroco, alle compagnie e alla gente infinita, che domandando di essere benedetta
da lui, gli si prostrava ai piedi. Egli allora si gittava in ginocchio e poi, intonando le
litanie, guidava la moltitudine in chiesa, dove teneva il suo primo discorso". La
missione si svolgeva per unintera settimana, dal luned alla domenica; oltre alle
funzioni della mattina e del pomeriggio, nei giorni di mercoled, gioved e venerd
si svolgevano processioni penitenziali notturne guidate dal gesuita. Nei sermoni
non mancavano elementi puramente spettacolari: "Verso la fine della predica
spesso si calcava in testa una corona di spine e sulle spalle nude con una disciplina
di ferro cominciava a pestarsi la carne. Non contento, con un sughero rotondo
incassato in una scatola di latta, armato di spille e di aghi, si batteva forte il petto,
facendo uscire il sangue in gran copia davanti a tutto un popolo che piangeva e
implorava misericordia. In molti luoghi poi anche questo si disciplinava Gli effetti
erano strepitosi: confessioni generali, conversioni innumerevoli, paci tra famiglie e
famiglie, tra paesi e paesi, bando al giuoco e alle canzoni oscene".
La predicazione patetica, si badi bene, era anchessa efficace, sebbene un altro
gesuita del Seicento, Daniello Bartoli, la descrivesse come prova delle aberrazioni
oratorie: "Un valentissimo predicatore, salito in pergamo il gioved della seconda
settimana della Quaresima, con in faccia un sembiante duomo spaventato, quasi
egli pur allora uscisse fuor dellInferno e con in bocca un tuon di voce, che gli
usciva dal cuore, orribile a sentirsi, non fe altra predica che solamente recitare il
tema dellEvangelio di quel d: Mortuus est dives et sepultus est in inferno. Tre volte
il ripet e smont dal pulpito Seguirono infinite conversioni".
Non era ripetiamo una predicazione annunziatrice di sventure, aderente ad
una "cultura della morte", bens,fino a un certo punto lantidoto a una civilt al
tempo stesso ludica e violenta. Sebbene il sermone "alla cappuccina", o discours
pathtique, costituisca uno degli aspetti pi rappresentativi della pastorale
barocca, non il caso di sopravvalutarne la diffusione: in realt, gi ai suoi tempi
esso fu biasimato per la mancanza di dottrina, non meno di quanto fosse criticato
il sermone culterano.
Alcuni italiani ritenevano che il metodo "patetico",magniloquente e
gesticolante, cos diffuso nel loro paese, fosse dorigine straniera: lo credevano
giunto dalla Spagna per il duplice tramite della Compagnia di Ges e di Napoli,

considerata da qualcuno la mecca del cattivo gusto nella predicazione. Si arriv a


sostenere che non era solo la maniera spagnola, ma anche la difficolt di
esprimersi in una lingua straniera a obbligare i predicatori forestieri a gesticolare
di pi, ad aiutarsi cos quando la parola non era pi sufficiente, e quindi ad
accentuare in tutti i modi possibili le immagini retoriche destinate a commuovere le
anime. Senza entrare in discussioni proprie di un nazionalismo storiografico
superato, diremo che in Francia, in Italia, nella Germania cattolica e perfino tra gli
anglicani e i protestanti la predicazone non era aliena da argomentazioni artificiose
e da appelli grotteschi al sentimento degli ascoltatori, sia quando si parlava della
vita, sia quando si insisteva sullinesorabilit della morte.

LA FIGURA DEL PREDICATORE


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A chi competeva la missione di insegnare il Vangelo? u questo punto il concilio


di Trento si espresse chiaramente, ricordando che i vescovi avevano il compito di
predicare nelle loro chiese la domenica e nei giorni festivi. In seguito, nel
questionario a cui dovevano rispondere le relationes inviate periodicamente a
Roma o da portare con s nella visita ad limina fu inclusa unesplicita menzione
alle prediche dei vescovi, se ne tenevano o no, e come e quando. Questo precetto,
destinato ad assicurare la trasmissione ortodossa della parola divina, era una
precauzione ovvia quando, allinizio della Controriforma, i buoni predicatori
erano rari, anche se non garantiva di per s la purezza dottrinale degli stessi
vescovi. La Chiesa continuava a essere lunica istituzione in cui vi fosse un certo
grado di mobilit sociale, nel senso che un uomo di modesta origine aveva maggiori
probabilit di farsi strada per meriti personali. Ma indubbiamente accadeva spesso
il contrario e, a parte i casi non infrequenti di nepotismo, le differenze nelle
possibilit di studio, nelle relazioni personali e nel prestigio familiare tendevano ad
alimentare lalto clero con elementi di estrazione nobiliare, non sempre
caratterizzati da zelo pastorale e da profonda cultura teologica.
Ci nonostante, si and affermando il modello di vescovo predicatore e
riformista proposto dal concilio tridentino. Questo modello ben rappresentato da
Carlo Borromeo e da Juan de Ribera (due esempi felici di nepotismo), e il suo
influsso sullepiscopato del tempo testimoniato da uomini come san Francesco di
Sales, Cornelio Musso, Pierre de Brulle, Francesco Bossio.
La predicazione personale dei vescovi copriva peraltro solo una piccola parte
del programma pastorale della Riforma cattolica. In realt, il compito primario ad
essi affidato consisteva nella supervisione sul clero diocesano: dovevano avere cura
che si predicasse nei giorni prescritti in quelli festivi e almeno tre volte la
settimana nei periodi di digiuno, quaresima e avvento e soprattutto dovevano

vegliare sullidoneit degli ecclesiastici al loro ministero. Questo compito si


collegava in fondo al problema pressante della formazione sacerdotale, in
particolare quella dei parroci.
La formazione dei predicatori secolari non differiva da quella degli altri
ecclesiastici, coi quali in ultima analisi formavano un unico gruppo: anchessi
facevano i loro studi in qualche scuola annessa ad una cattedrale o ad un convento
(o, come Sommaia, in una universit), e pi spesso erano istruiti nei rudimenti del
latino liturgico dal proprio parroco o da un insegnante di lettere. In ogni caso
ricevevano una preparazione insufficiente, e questa era senza dubbio la causa
primaria della cattiva fama del basso clero secolare, tacciato dindisciplina,
dignoranza e di comportamento poco esemplare.
Lo strumento pi valido raccomandato dal Concilio per porre rimedio a questi
inconvenienti furono i seminari diocesani. La formazione ivi impartita era
specificamente orientata verso una mentalit professionale nelladempimento dei
compiti pastorali: predicazione, liturgia, amministrazione dei sacramenti. Era
destinato cos a scomparire
in gran parte dalla scena il clero legato
parassitariamente alla maniera tradizionale; tuttavia come si detto, il decreto
conciliare fu applicato con molto ritardo. La Francia, uscita esausta dalle guerre di
religione, cominci ad istituire la maggior parte dei suoi seminari solo nella
seconda met del XVII secolo; in Inghilterra, durante il breve regno di Maria
Tudor, Reginald Pole fu troppo occupato a pacificare gli animi per dedicarsi alla
fondazione di seminari; in Spagna vi fu qualche precoce iniziativa in tal senso, ma
vi furono anche notevoli ritardi per cui la faccenda fu rinviata al Settecento; lo
stesso accadde in Italia, dove per le grandi istituzioni di Roma e di Milano
provvidero di sacerdoti le zone pi povere o prive di seminari.
Sta di fatto che nel Seicento, e ancora verso il 1700, la maggioranza dei parroci
non proveniva dai seminari e non tutti i responsabili comprendevano la necessit
di un maggior impegno dottrinale e morale. Il vescovo di Aversa, ricorda Antonio
Fino, giustificava il ritardo nellistituzione nella sua diocesi di una prebenda
teologica e di una penitenziale entrambe fondamentali per la formazione dei
sacerdoti con argomenti come questi: che era possibile studiare frequentando
corsi di teologia nei conventi, e che Napoli era cos vicina che tutto il clero vi
accorreva prompto animo per istruirsi. E inutile dire che le sue spiegazioni non
convinsero la Congregazione del Concilio. Verso la fine del Seicento la situazione si
era in parte modificata, come si pu dedurre dalla qualit delle biblioteche
parrocchiali e dallassiduit nella predicazione;occorre tuttavia insistere sul
carattere graduale di questo processo e sul fatto che i risultati raggiunti nelle varie
diocesi erano molto diversi. Nel secondo decennio del secolo non erano rari
personaggi come il beneficiario di Ferreira, che pensava di lodare il sermone di un
missionario gesuita con questo commento: "I predicatori fanno il loro mestiere
parlandoci dei mali derivanti dai peccati ed esortandoci ad abbandonarli; e noi
facciamo il nostro tenendoci i nostri peccati".

LE RACCOLTE DI PREDICHE
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Per fortuna la stampa aveva messo a disposizione degli ecclesiastici un buon


materiale ausiliario sotto forma di manuali di eloquenza e di raccolte di prediche,
ordinate per lo pi secondo il ciclo liturgico: ci permetteva a molti di sopperire
alle carenze della propria formazione dottrinale e oratoria. Dopo Trento furono
pi volte ristampate e spesso tradotte nelle principali lingue europee moltissime di
queste raccolte, contenenti prediche per la quaresima, lavvento, le feste dei santi,
le domeniche, i riti funebri e altre circostanze particolari. Talvolta il loro
conformarsi alla mentalit dominante era gi chiaramente espresso nel titolo:
nessuno si meravigliava di veder pubblicate opere come La Trompette de Sion del
protestante Gilbert Primrose (Bergerac 1610), i Discursos predicables sobre los
cuatro rios del Paraso del cattolico Juan de Mata (Granada, 1637) o la Honda de
David con cinco sermones o piedras del portoghese Timoteo Ciaba Pimentel
(Barcelona 1631), oppure opere con titoli puramente descrittivi ma interminabili,
come il Sermn en que se da aviso, que en las caydas pblicas de algunas personas,
ni se pierda el crdito de la virtud de los buenos, ni cesse, y se entibie el buen
propsito de los flacos, di fra Luis de Granada (Lisboa 1588).
I testi di retorica dello stesso Granada e di Agostino Valier, i popolari manuali
di Estella e di Panigarola (Modo di comporre una predica) e, a maggior ragione, le
raccolte di Musso, Dijon, Vieira o Avenao ebbero una straordinaria diffusione
fino alla comparsa del nuovo stile elaborato dalla scuola francese dellet di Luigi
XIV. Per quanto riguarda luso che allora si faceva di tali strumenti, pu essere
significativo ci che si narra di Jean-Pierre Camus, vescovo di Belley, a cui capit
di ascoltare dalla bocca di un predicatore forestiero un sermone da lui stesso
composto e pubblicato.
Occorre peraltro procedere con cautela nel valutare linflusso realmente
esercitato da simili testi a stampa sullattivit del clero secolare specialmente di
quello rurale. In effetti, la predicazione dei parroci (quasi sempre sollecitata dalle
esortazioni dei vescovi) si limitata per lo pi alle brevi omelie della messa grande
domenicale. Erano prediche alla buona, fondate sulla tecnica disdegnata dai
grandi oratori di commentare qualche massima del Vangelo del giorno.
Naturalmente esse non furono quasi mai ritenute degne di essere tramandate ai
posteri, e perci difficile stabilire quale fosse la loro efficacia pastorale;
interessante per il fatto che talvolta provocavano interruzioni da parte di coloro
che si sentivano chiamati personalmente in causa. Ci risulta dalle Costituzioni di
Salamanca del 1654, in cui si comminavano multe fino a 100 maravedses per
questo genere di interventi, fatti direttamente in chiesa durante la predica; e alla
luce di tali fatti non ci meraviglia troppo la cautela di Philippe Gorreau, parroco di
Villiers-le-Bel, che considerava dannoso ogni eccesso di familiarit con i suoi fedeli.

LE GRANDI OCCASIONI
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Per questi motivi i parroci utilizzarono largamente la possibilit offerta dal


decreto tridentino di farsi sostituire da chi era in grado di fornire una predicazione
di qualit pi elevata; e il effetti era questa lusanza corrente nei centri urbani
durante la quaresima e lavvento, periodi in cui era prevista la predica giornaliera,
o quanto meno trisettimanale. Si noti che se la manifestazione collettiva del
sentimento religioso era connaturata nella vita quotidiana del Seicento, lintensit
del pathos cresceva di molto in queste fasi salienti del ciclo liturgico, che
costituivano una naturale preparazione alle grandi festivit del Natale e della
Resurrezione. In particolare la quaresima offriva lambiente pi adatto
alladempimento del precetto annuale di confessarsi e comunicarsi. Processioni
solenni, devozioni popolari e soprattutto la presenza alle prediche creavano un
climax penitenziale che interrompeva per qualche tempo lo svolgersi di attivit pi
mondane.
Ci avveniva non solo nelle citt, ma anche in molti centri minori. Non raro
trovare nei registri dei conti (libros de fbrica) delle parrocchie rurali annotazioni
di pagamenti eseguiti a predicatori quaresimali, appartenenti quasi sempre al
clero regolare e soprattutto a ordini itineranti come i domenicani e i francescani.
Lo stesso accadeva nelle Chiese riformate, a parte naturalmente le varianti imposte
dalle differenze liturgiche, originate a loro volta da quelle teologiche. Nella Londra
anglicana la cornice istituzionale della predicazione era simile a quella di qualsiasi
citt cattolica dEuropa e dAmerica. Anche l, come in Spagna, in Francia o negli
Stati italiani, i sermoni pi importanti erano quelli di corte, affidati agli
ecclesiastici pi eminenti; subito dopo venivano quelli pronunziati allaperto dal
pulpito di St. Pauls Cross, presso la cattedrale, spesso per giustificare decisioni
regie riguardanti la religione, e quelli del St. Mary of Bethlehem Hospital, che si
tenevano nei giorni di luned, marted e mercoled santo per indurre i ricchi a
essere generosi verso i poveri; notevoli erano anche i sermoni letti nelluniversit.
Vi erano infine quelli tenuti nella cattedrale e nelle varie parrocchie, dove di norma
era il rettore o il vicario a predicare ogni domenica,come nelle chiese cattoliche
tridentine, mentre nelle occasioni solenni si usava invitare un oratore di maggior
rilevanza, fama e capacit.
Non mancava neanche qui leffettismo lessicale. In un sermone di Donne, uno
dei pi importanti fra i predicatori cosiddetti metafisici si legge: "Cristo pot ben
dire "Padre, perdona loro", che la prima sala di questo glorioso palazzo. E in
questa contemplazione, o indegna anima mia, ti trovi subito alla sua presenza. Non
devi oltrepassare guardie n uscieri; nessuno esaminer il tuo rango o il tuo abito.
Il Signore non sta dormendo, non in privato, non stanco di donare, non ti
rimanda ad altri non ti mette in balia di angeli o arcangeli. Perch nulla possa

impedirti di venire alla sua presenza, la sua presenza viene a te; e perch la sua
maest non ti abbagli devi solo parlare al tuo Padre.

IL PREDICATORE SPECIALIZZATO
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In questo contesto, il sermone assumeva il carattere di un grande evento. E


ovvio che non si poteva affidare un simile spettacolo a un incompetente:
lincaricato di una funzione cos specializzata andava scelto con cura nelle
cattedrali e nelle collegiate importanti, e in qualche raro caso era perfino
rimunerato con una certa liberalit. A Santiago di Compostella una commissione
del capitolo comprendente il priore dei domenicani e il guardiano dei francescani,
si riuniva allinizio dellestate per elaborare il programma (la tabla) dei sermoni
dellanno. A Toledo i capitolo era convocato in seduta plenaria alcuni mesi prima
della quaresima per scegliere tra i possibili candidati, che non di rado erano
specialisti famosi residenti altrove. Nella cattedrale di Metz lelezione di un
predicatore per le grandi occasioni era riservata allassemblea "des trois Ordres",
che design pi volte un famoso canonico locale, Jacques-Bnigne Bossuet: lo
avevano preceduto in questincarico diciotto gesuiti,otto francescani di varie
famiglie, quattro minimi, due domenicani, due agostiniani e qualche membro
isolato di altri ordini.
La presenza tra i predicatori di un clero regolare cos numeroso non era una
peculiarit locale; lo dimostra la satirica Historia del famoso predicador fray
Gerundio de Campazas, alias Zotes, pubblicata in Spagna quasi un secolo dopo. Il
suo autore, il gesuita Isla, non ha difficolt a motivare la scelta di un frate come
protagonista: "Non mi negherai che i predicatori che si fregiano del nobilissimo,
santissimo e venerabilissimo nome di "frate" sono molto pi numerosi di quelli
identificati col titolo di "padre" o con lappellativo "don". Per ognuno di questi ve
ne sono almeno venti di quelli; le famiglie di frati mendicanti non sacerdotali (che
usano tutte predicare) e quelle monastiche (molte delle quali predicano) sono
infatti in numero incomparabilmente maggiore delle famiglie di chierici regolari
non predicanti. E chiaro che coloro che esercitano questo ministero nel clero
secolare non possono competere per quantit con quelli che lo esercitano nel clero
regolare".
Ci obbediva in una certa misura a ragioni giuridiche. In particolare, gli ordini
mendicanti erano sorti anche perch i loro membri diffondessero la Parola
spostandosi da un luogo allaltro, essi avevano uno status riconosciuto dalla Santa
Sede, e si pu dire quindi che avevano acquistato certi diritti. Non un caso che nel
primo decreto tridentino sulla predicazione (1546) questa fosse considerata come

spettante ai parroci, mentre nel canone IV del Decretum de reformatione (1563) tale
precisazione veniva omessa: vi erano state nel frattempo lamentele e proteste.
Vi era per un motivo pi profondo per cui tra i predicatori i chierici regolari e
soprattutto i frati erano in prevalenza rispetto ai chierici secolari: uno dei caratteri
pi importanti del rinnovamento spirituale cattolico, manifestatosi gi prima del
Concilio, consisteva proprio nel fatto che nelladempiere questa funzione il clero
regolare aveva raggiunto un culmine di qualit. Nel Seicento si ebbe poi un
notevole sviluppo di nuove famiglie e di versioni riformate degli ordini tradizionali,
ansiosi di ricuperare il rigore spirituale originario. Dappertutto si diffusero,
insieme a domenicani, francescani, benedettini, carmelitani, ecc. i religiosi di nuova
istituzione: teatini, barnabiti, camilliani e soprattutto gesuiti. In particolare tra
coloro che furono chiamati a predicare nel Palazzo apostolico di Roma tra il 1573 e
il 1660 vi furono 49 gesuiti,mentre tra i ceti popolari ebbero un ruolo essenziale i
predicatori cappuccini. Lattivit pastorale del clero regolare, che allinizio era
stata solo uno strumento sussidiario fin col diventare indispensabile per i vescovi,
assolvendo alcuni compiti direttamente rivolti alla cura delle anime, e in specie la
predicazione e la catechesi.

PRIMO REQUISITO: CONOSCERE LA TEOLOGIA


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A questo fervore apostolico si associava talvolta la padronanza di un sapere


accumulato nel corso di molti secoli. Le scuole conventuali, con le loro biblioteche
specializzate in materie ecclesiastiche, assicuravano la preparazione intellettuale
necessaria al clero regolare destinato a questa missione evangelica: per chi predica
i libri sono infatti, come afferma Diego de Estella nel suo Modus concionandi, "gli
strumenti e i ferri del mestiere". Ed naturale che la Compagnia di Ges, come
istituzione sorta di recente, dimostrasse una particolare sensibilit nel dotare le sue
biblioteche, in cui non mancava mai una scelta sezione dedicata alloratoria sacra.
Fedeli ad un preciso modello pedagogico (la famosa ratio studiorum), i gesuiti
elaborarono un loro metodo di formazione dei predicatori, fondato sullo studio
degli autori classici (soprattutto di Cicerone, insieme ad Aristotele e a Quintiliano)
e, dal 1660 in poi, del manuale di Cipriano Sorez.
Oggi come oggi arrischiato parlare di "scuole" di oratoria corrispondenti ai
singoli ordini religiosi. Ovviamente, nel modo in cui ciascuno di essi affrontava la
predicazione si pu trovare una certa eco nella rispettiva vocazione carismatica:
possiamo quindi aspettarci dincontrare i cappuccini nelle strade di campagna o
esortazioni ottimistiche nelle prediche dei discepoli di san Francesco di Sales o di
san Vincenzo de Paoli. Ma ci troppo vago per mettere in relazione una data
predicazione con un dato ordine, anche quando questultimo come spesso

accadeva seguiva un particolare orientamento teologico. Le riserve dei


domenicani sullImmacolata Concezione causarono una certa ostilit verso di loro
nellAndalusia, dove il grosso pubblico professava con particolare ardore la
opinin pia, diffusa in tutta la Spagna gi prima che Alessandro VII la
confermasse. Un caso del genere costituiva peraltro uneccezione, perch di rado
lalta teologia entrava nella predicazione ordinaria, che in generale si manteneva al
livello dellesperienza quotidiana: alla base di questo comportamento vi era, pi
che il desiderio perverso di escludere il popolo dal dibattito teologico, la necessit
di attenersi al criterio preminente delladattamento alluditorio.
Ci non impediva che il predicatore potesse conoscere, anche profondamente,
la dottrina. Nessuno si aspettava che egli si comportasse da teologo speculativo;
tuttavia era opportuno che coltivasse questo genere di studi, e specialmente la
teologia morale, poich la sua funzione era soprattutto di condannare i vizi,
correggere i comportamenti e insegnare la virt. Lo stesso Carlo Borromeo,
abbastanza competente in utroque iure, si impegn molto per colmare le sue lacune
filosofiche e teologiche. Forse per eliminare dubbi sullonest intellettuale dei
predicatori, furono spesso imposte condizioni come quelle stabilite per i
carmelitani scalzi di Alcal, che per essere abilitati a predicare dovevano aver
studiato per tre anni logica, fisica, metafisica e teologia o essere laureati in diritto
canonico. Tra i cappuccini labilitazione spettava al definitore provinciale, che non
sempre la concedeva: per esempio nel 1595 alla richiesta fatta da fra Agustn
Mara de Granada fu risposto con la decisione che "se ne rimanesse in pace nel suo
convento del Pardo".
Naturalmente una certa scioltezza nel maneggiare le Sacre Scritture e la
tradizione (ossia il complesso della rivelazione, comera stato definito dal Concilio)
faceva parte della cultura richiesta a chi era destinato a divulgare con la
predicazione quei contenuti; analogamente era utile una certa familiarit con i
decreti conciliari, le bolle pontificie, gli scritti dei dottori della Chiesa e altri testi
autorevoli.
Il predicatore doveva padroneggiare il latino, il greco, lebraico e litaliano; ma
il suo sapere doveva estendersi a qualsiasi disciplina gli risultasse necessaria, se no
altro per poterne parlare senza destare lilarit di chi la professava. Secondo Diego
de Estella "sar difficile descrivere la tempesta di mare che travagli gli apostoli
senza sapere che cosa significhi ammainare, aggottare e governare"; e Francisco
Terrones raccomandava di coltivare "tutte le arti, tutte le scienze,insomma
unenciclopedia completa, di cui nulla sarebbe stato superfluo".
Ma soprattutto era necessario conoscere la dottrina. In una bolla del 1680,
provocata dagli abusi denunziati da molte parti, Innocenzo XI insisteva su questo
punto, ammonendo che le prediche dovevano fondarsi sul Vangelo, assai pi che su
testi di qualsiasi altro genere; analogamente un secolo prima fra Luis de Granada,
nella sua Ecclesiastica Rhetorica, cos diffusa e apprezzata, aveva riportato
numerosi passi di precettisti latini ma aveva aggiunto come esempi molti testi dei
santi padri, specialmente di san Cipriano. Nel Seicento sarebbe stato questo uno
degli aspetti pi importanti della riforma posta a base della predicazione e degli

scritti del gesuita Segneri e (fino a un certo punto) di Bossuet, il grande


rinnovatore delloratoria sacra in Francia.
Nonostante tutto ci che da lui si richiedeva, il predicatore tirocinante non
doveva perdersi danimo, e poteva trovare conforto nella considerazione
conclusiva di Terrones, secondo cui "un predicatore con tutte queste qualit non
s mai visto". N probabilmente sera mai visto il grottesco oratore descritto da
alcuni critici, che senza dubbio calcavano la mano sui difetti pi frequenti per
meglio colpirli. Il gesuita Bartoli ci presenta cos un "tipico" predicatore che si
accinge a comporre il suo sermone: "Seder il valentuomo a una tavola,
circondato di libri e tutto in silenzio inteso al suo lavoro. Due o tre descrizioni
vhanno a entrare voglia o no lEvangelio di quel d. Se manca ingegno da
lavorarle del suo, elle si rubano da poeti, da romanzi, da discorsi accademici, de
quali se ne han su la tavola le cataste. Or larte e lingegno star in trasformare o
almen travestire queste descrizioni, talch quella che nel poeta una Venere diventi
nella predica una Maddalena. Apparecchiate le descrizioni, seguir appresso il
trovare un paio dImprese e dEmblemi di peregrina invenzione che spiegandole
aprano allingegno campo da pompeggiare e aglintendenti pongano materia di
diletto. Poi bisogner qualche testo di Scrittura, chella pur si vuol framezzare, ma
pi che nullaltro le Cantiche di Salomone, libro daltissimi misteri e che ragion
vorrebbe che come dal monte Sinai ne stessero lontane le bestie, pena lessere
lapidato. Per riputazione anco e per mostrarsi uomo che sa, ci vuol un passo di
teologia, ma della pi sottile e fina, tratta dalle quistioni della prima parte, col ove
si disputa di Dio uno e trino. Finalmente vhanno ad essere tre o quattro paradossi
che a prima giunta paiono eresie, ma poi dichiarandosi a poco a poco si scuoprono
essere misteri. Cos lavorato il discorso, rimane a recitarlo e si cerca di farlo con
una tal prestezza di lingua che gli orecchi degli ascoltanti, come i zoppi al corso, si
stanchino in seguirla"

IL "CURSUS HONORUM"
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C tuttavia unet per apprendere (secondo Terrones, "in pochi anni non si
pu conoscere molto"), e in quel periodo si stimolava, oltre che la lettura di
precetti a stampa e di istruzioni manoscritte, laddestramento per imitazione: la
capacit di studiare non bastava se non vi erano anche abilit e garbo nellesporre.
In altri termini, le doti personali costituivano un secondo fattore di notevole
importanza. I teorici distinguevano lefficacia reale della predicazione dalle qualit
naturali e dallabilit acquisita dalloratore sacro: in fondo tutti erano disposti ad
ammettere che la prima fosse un dono dello Spirito Santo. Interrogato sul modo
migliore di predicare, fra Luis de Granada si rimetteva devotamente al metodo

raccomandato dal suo maestro, il mistico Juan de vila: "Amare molto nostro
Signore". Ma, a prescindere dal soprannaturale, senza dubbio lefficacia di ciascun
predicatore era diversa. Dopo tutto, egli era una causa strumentale: nozione che, in
un contesto teologico dominato dal binomio grazia-libert, la dottrina cattolica non
poteva trascurare. Perci, prudentemente, il concilio tridentino aveva proibito la
predicazione dei chierici regolari "che non fossero stati esaminati e approvati dai
loro superiori per quanto riguarda la vita, costumi e sapere, e che non avessero
ottenuto lapposita licenza"; alla quale bisognava aggiungere il permesso del
vescovo per operare nelle chiese della diocesi. Il predicatore doveva inoltre essere
"bennato" e non presentare "deformit mostruose o un volto ripugnante", perch
ci avrebbe diminuito agli occhi di molti il valore della sua dottrina; doveva infine
avere un fisico robusto e una buona voce anche se in proposito vi furono numerose
eccezioni.
Dopo il periodo di apprendistato, la seconda fase della carriera consisteva
appunto nel predicare: il che potrebbe apparire unovviet se i
trattatisti,consigliando di mettere in pratica le nozioni apprese, non avessero
chiarito il senso della raccomandazione: "In mancanza di esercizio spiega
lagostiniano Bartolom Carranza in Aliquot documenta ad concionandum
lingegno si ottunde, la lingua si intorpidisce, lanimo si scoraggia e si fa timoroso.
Giungeva infine let di ritirarsi: di solito per i veterani della predicazione
venivano chiamati a disimpegnare compiti di responsabilit nel proprio ordine, e
quindi restava loro pochissimo tempo per altre attivit. Per lo pi gli anni non
perdonavano, ma vi furono alcune eccezioni notevoli: quando Filippo II si rec a
Lisbona per essere incoronato re di Portogallo,incontr fra Luis de Granada,
"piuttosto vecchio e sdentato", come si espresse lo stesso sovrano, ma ancora
abbastanza in forma per predicare.
Nel complesso gli interessati concordano nellaffermare che a non tener conto
del movente soprannaturale la predicazione era un lavoro poco gratificante.
Senza dubbio un buon professionista godeva di rinomanza e di prestigio
nellambiente secolare, e poteva anche essere nominato predicatore del re: tuttavia
nella Spagna e nella Francia del Seicento questo titolo fin con lessere concesso con
tanta prodigalit che nel 1677 Carlo II dovette limitarlo drasticamente a tre soli
religiosi per ciascun ordine esistenti nel regno. Per di pi quasi tutti costoro erano
insigniti del titolo ad honorem e senza emolumenti.
Le rimunerazioni erano piuttosto scarse: "Al medico che vi ammazza
scriveva Terrones Aguilar del Cao date cento reales; cento ducati allavvocato
che ve ne fa perdere mille di rendita; e al predicatore, un Dio vi assista". Le cose
andavano diversamente in determinate circostanze, ad esempio durante la
quaresima e lavvento e soprattutto in occasione dei funerali di personaggi di alto
rango, che non erano per frequenti. Per il sermone pronunziato al funerale di
Filippo II e pubblicato a stampa la municipalit di Madrid spese 1.100 reales: ma
si tratt di ben poca cosa rispetto al costo dei 120 piedi di drappi da lutto, delle
insegne e delle architetture che componevano il catafalco costruito per loccasione.

Altri svantaggi derivavano ai predicatori dallatteggiamento del pubblico, che nelle


grandi capitali tendeva ad essere esigente. Stando a quanto affermavano in genere
gli interessati, la gente era cos abituata a giudicare la qualit e lesecuzione dei
sermoni che non era mai possibile dormire sugli allori. Lagostiniano portoghese
fra Diego Lpez e Andrade protestava cos contro i critici del suo tempo: "Anche
se i predicatori perdono il sonno e il giusto riposto, anche se studiano tanti libri
dogni genere, a stento se ne trova uno di cui il pubblico si dichiari pienamente
soddisfatto".
Per di pi lignoranza o la malignit di qualche ascoltatore potevano
provocare lintervento dellInquisizione. Secondo Terrones, gi censore del
SantUffizio a Granata, "se gli inquisitori dovessero convocare tutti i predicatori
denunziati da ascoltatori malvagi, nessuno pi parlerebbe dal pulpito". Nel caso
che la denunzia seguisse il suo corso, i membri del tribunale solevano agire con
clemenza, ben sapendo che quasi tutte le mancanze erano dovute pi alla passione
oratoria che a una voluta eterodossia.
Certamente alcuni esageravano in passionalit: un predicatore ragionevole,
sosteneva Diego de Estella, moderer prudentemente il suo linguaggio "anche se
parla di Lutero". Vi erano poi, sebbene di rado, casi come quello di Charles
Hersent, un personaggio davvero pittoresco, espulso dallOratorio francese per le
sue feroci diatribe contro monaci e gesuiti. In unaltra situazione eccezionale,
durante la guerra dei Trentanni, Filippo IV ammon i superiori degli ordini contro
gli interventi di carattere politico critiche al Papa e al Fisco regio che
cominciavano ad essere mosse da alcuni pulpiti spagnoli.
Lascendente sociale del predicatore derivava in gran parte dalla sua effettiva
capacit di rimproverare gli ascoltatori e di richiamarli alladempimento dei loro
doveri: compito particolarmente delicato quando si trattava di principi e di
notabili. Gi a quel tempo lopinione comune tendeva a sopravvalutare linflusso
dei predicatori negli ambienti di palazzo; da parte loro, gli interessati erano portati
piuttosto a negarlo (come Terrones, che si vedeva obbligato a predicare
privatamente a Filippo II), o quanto meno a sottolineare gli inconvenienti cui si
andava incontro redarguendo un simile uditorio. In questa situazione venne forse a
trovarsi Nicolas Caussin, predicatore di Luigi XIII ma poco gradito al cardinale
Richelieu, la cui carriera si concluse con lesilio; o il cappuccino Juan de Ocaa,
che col suo solo aspetto ispirava tanta devozione al gesuita Gonzalez Pereira ("gli
occhi rivolti al suolo, il cappuccio calato sulla bocca, col piede sulla propria
barba"), e che nel 1637 fu espulso da Madrid, ma quattro anni dopo era gi di
ritorno e diceva al re "cose molto belle"; o un altro cappuccino, Jos de Madrid,
confinato nel 1678 "per un sermone da lui pronunziato a palazzo". Da questo
punto di vista, la predicazione rappresentava per chi vi si impegnava unautentica
arma a doppio taglio.

LA PREPARAZIONE DEL SERMONE

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Entro certi limiti, la tecnica del comporre una predica risulter stranamente
familiare a chi conosca dallinterno il mondo accademico o abbia partecipato a un
concorso scolastico; il fatto che anche nella preparazione del sermone linventio la
dispositio e la memoria costituiscono in armonia con la teoria classica in auge nel
Seicento, le parti principali del lavoro.
Se il nostro un predicatore occasionale o principiante, provvederanno a trarlo
dimpaccio strumenti come le Prediche di G. Inchino (Venezia 1607) o il
Despertador Christiano del teologo Barcia y Zambrana (Lisboa 1684), che offrono
schemi di sermoni e perfino inizi di passi utili come spunti per dare subito via
libera allimmaginazione. Ma un oratore gi esperto utilizzer per cominciare il
suo stesso materiale: serie di schede classificate per temi, come usava fare Carlo
Borromeo, o appunti pi o meno elaborati, tratti dallesperienza quotidiana, dalla
meditazione e soprattutto dalle letture. Uno dei vantaggi di possedere una buona
biblioteca era di potersi dedicare allo studio da Pasqua a ottobre (mesi in cui si
predica pochissimo), avendo cura di annotare in margine i passi pi adatti per poi
trasferirli in repertori ordinati alfabeticamente. Per evitare la fatica materiale di
questo procedimento un predicatore di corte ad esempio Terrones si serviva di
norma di uno scrivano.
Dopo aver raccolto le sue informazioni dalle Sacre Scritture, dai santi padri,
dalla letteratura pia e (con moderazione) da quella profana, il predicatore dovr
meditare a lungo su questi dati fino ad assimilarli, mettendosi cos in grado di dar
forma a quello che sar il suo sermone. "Per questa meditazione bisogner cercare
il tempo e il luogo pi adatti. Le ore migliori sono quelle dellalba e della notte,
quando i domestici non fanno chiasso e nessun frastuono distrae il nostro pensiero.
Analogamente, la solitudine e loscurit del sito rendono pi limpida la vista
dellingegno teso verso lideazione: pi favorevoli di ogni altro sono i luoghi
consacrati, e in particolare quello dove custodita la Santa Eucarestia".
In verit questaffermazione di fra Luis de Granada sembra essere in contrasto
con la prassi (forse pi profana), seguita da Terrones, che ordinava la materia
mentre dettava (e anche cos soleva impiegare una settimana per concludere il
discorso); per non parlare di Paravicino, che quando si metteva a comporre
scriveva in modo uniforme finch non era rapito dallispiraione. La sua scrittura
diventava allora illeggibile, con risultati disastrosi per le edizioni postume dei suoi
sermoni.
Spesso un professionista scriveva le sue prediche in anticipo, talvolta alcuni
mesi prima, o quantomeno predisponeva un canovaccio piuttosto esteso.
Naturalmente nel far ci si adeguava alla solennit della circostanza e al tempo
disponibile: Timoteo Ciaba, il famoso predicatore portoghese che in una sola
quaresima arriv a pronunziare sessantotto sermoni, in quei quaranta giorni non
deve aver fatto molto pi che un notevole sforzo di memoria. Allultimo momento
era quasi sempre necessario apportare qualche ritocco, in relazione alluditorio

prevedibile: "Che senso ha predicare in un convento di monache sulle qualit


richieste per essere un buon vescovo, o nel giorno della Maddalena tenere in un
convento di frati un sermone contro luso di ornamenti e cosmetici? Eppure si son
viste cose del genere".
Lesercizio pi raccomandato per imparare bene il sermone compito che
gettava nellangoscia molti aspiranti predicatori era di metterlo per iscritto e
soprattutto di prepararne uno schema. Leggere dal pulpito non era ammissibile, e
recitare a memoria era considerata cosa da principianti, abbastanza fastidiosa per
essere evitata da ogni predicatore esperto, specialmente perch talvolta ea
necessario ripetere i concetti in vario modo, finch anche il pi rozzo degli
ascoltatori non li avesse afferrati. Lusanza corrente era perci di fissare nella
mente lo schema della predica struttura formale, esempi, idee e sforzarsi di
padroneggiarlo, lasciando il resto allimprovvisazione.
La condotta da seguire nelle ultime ore prima della predica era dettata dal
temperamento individuale: mentre alcuni, come il domenicano Trujillo,
suggerivano di dare una ripassata al sermone, altri preferivano attenersi al
consiglio di Aristotele (" bene dormire per un po") e non preoccuparsi
ulteriormente.

IL PREDICATORE SUL PULPITO


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In caso di necessit, la religiosit barocca considerava adatto alloratoria sacra


qualsiasi luogo: ad esempio durante le missioni popolari la predicazione nelle
strade raggiungeva la gente pi recalcitrante e facilitava anche la partecipazione
pi o meno camuffata di eretici pentiti. Ma a parte simili eventi eccezionali, la
predicazione era presente in quasi tutte le situazioni (e le calamit) della vita
collettiva. Secondo una relazione del 1559, "lintera Castiglia si spopol" per
assistere allautodaf che precedette il supplizio del teologo Cazalla a Valladolid,
dove il domenicano Melchor Cano parl per unora su un versetto evangelico
adatto alloccasione: Attendite a falsis prophetis, qui veniunt ad vos in vestimenta
ovium: intrinsecus autem sunt lupi rapaces (Matt., 7, 15)
Per il condannato a morte la predica ai piedi del patibolo era ovviamente
unopportunit irripetibile per mettersi in pace con Dio; ma anche gli spettatori
tra i quali si trovavano quasi sempre i compagni di malavita del condannato
traevano una morale dal dramma che si svolgeva sotto i loro occhi. Il gesuita Pedro
Len calcol che circa ventimila persone assistettero al sermone da lui pronunziato
quando sulla strada che porta alla citt andalusa di Carmona furono giustiziati a
colpi di frecce quattro famosi masnadieri; e si potrebbero citare molti esempi
analoghi, come le prediche dello stesso padre Len nelle carceri e nel quartiere

della prostituzione di Siviglia, o le prediche dei cappuccini nelle piazze di Bologna


durante lepidemia del 1630.
Flix Amat ricordava con ammirazione dopo un secolo e mezzo il recolletto
Francisco Solano, un predicatore di eccezionale sensibilit barocca attivo a Lima:
"Entrava talvolta nei cortili in cui si rappresentavano commedie, quando lo
spettacolo era gi cominciato, e balzando improvvisamente su una panca, o
addirittura sulla scena, tirava fuori un crocifisso e a braccia spalancate, gridando e
piangendo, incitava gli astanti a considerare la dolorosa tragedia del Calvario. In
unoccasione apparentemente cos inopportuna, parlava con tanto entusiasmo e
amore di Dio, in modo tanto vivace e fervido che luditorio passava dal
divertimento alla devozione, dalla vanit alla piet, dalla gaiezza sensuale e
mondana alla santa contrizione dello spirito".
Naturalmente tutto ci non deve far dimenticare che il luogo di gran lunga pi
adatto per ascoltare un sermone era la chiesa; ed significativo che proprio dopo il
concilio di Trento si sia diffusa una nuova architettura sacra, che permetteva di
udire e vedere il predicatore da qualsiasi punto dellinterno. Siccome per nelle
chiese preesistenti ci non era possibile, era opportuno che loratore forestiero
ispezionasse e provasse in precedenza lambiente e il pulpito, cos da poter
orientare poi la voce nel modo migliore.
Pur senza aggiungere niente di nuovo alla teoria del gesto e della dizione, il
predicatore barocco valorizzava molto queste risorse per arrivare ad un genere di
persuasione che andasse al di l delladesione formale degli ascoltatori. Con una
dose di conservatorismo forse maggiore di quella adoperata dal pulpito, i manuali
consigliavano naturalezza e moderazione, sia pure rimettendosi sempre alla
discrezione del predicatore. "E necessario scrive Terrones adeguare
alluditorio la voce e il modo di rimproverare: con il volgo grida e gesti violenti,
con i nobili soavit di voce ed efficacia di argomentazioni, con i sovrani una voce
quasi in falsetto e un atteggiamento di grande sottomissione".
Un linguaggio complementare di quello parlato era costituito da adatti
movimenti del capo e delle braccia, anche se la teoria ripresa in generale dalla
normativa latina consigliava di astenersi da una rappresentazione troppo
realistica del tema trattato: "Nel parlare di uno zoppo che si avvicina a Ges
chiedendogli di guarirlo, il predicatore non deve dimenarsi come se zoppicasse egli
stesso; nel fare un paragone con gente che si accoltella, non deve menare fendenti e
traversoni, n rannicchiarsi nel pulpito".
Queste raccomandazioni possono sembrare oggi assurde,ma da alcune
precettistiche appare evidentemente che a quel tempo esse non erano inutili. Una
buona dose di mimica e un po di ostentazione erano fattori sicuri di success
davanti a un pubblico illetterato, ma on di rado i predicatori esageravano: "Alcuni
scrive fra Luis de Granada ora si piegano in due, ora abbassandosi si
nascondono nel pulpito, ora sembrano venirne fuori e levarsi in alto"
Altre abitudini che il predicatore doveva imparare a correggere erano quelle di
tirarsi su continuamente le maniche della cotta, di aggiustarsi il colletto, di

stendere un fazzoletto sul bordo del pulpito, di strofinarsi spesso le nocche delle
dita. Si riteneva invece tollerabile, entro certi limiti, il soddisfacimento di bisogni
naturali come tossire, asciugarsi il sudore o sputare (Terrones era orgoglioso della
sua continenza in proposito); del resto questi atti erano in larga misura evitabili
con unalimentazione moderata.

LE PARTI DEL SERMONE


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Arrivato il momento di cominciar il sermone, il predicatore monta sul pulpito


mentre la folla in attesa, e talvolta un assistente seduto sugli scalini si accinge a
prendere nota dei passi pi significativi: i suoi appunti serviranno, in mancanza di
unesauriente minuta, per leventuale pubblicazione della predica. Di solito la
struttura di questultima grosso modo conforme a quella del discorso classico,
composto da un esordio, unesposizione, una confermazione o dimostrazione e una
perorazione o epilogo.
Linizio senza dubbio un momento assai delicato. Per poco che loratore non
stia attento, lesordio con la divini auxilii imploratio culminante in unavemaria
(importante in tempi di eretici) e con lintroduzione al tema potrebbe gi
diventare un piccolo sermone. Ma un predicatore avveduto non dedicher troppo
tempo a questi preliminari, sapendo di disporre solo di unora prima che il
pubblico cominci a impazientirsi (in verit, durante le missioni le prediche
solevano essere pi lunghe, e in Italia duravano talvolta unora e mezza, sia pure
con un intervallo per riprendere fiato). In ogni caso, loratore concentrer i suoi
sforzi nel conciliarsi luditorio, visto che, come afferma Granada, "molti assistono
alla predica pi per abitudine che per desiderio di trarne profitto, altri per pura
curiosit, altri sbadigliando e senza nessuna attenzione: e cos se nescono digiuni e
a mani vuote". Vincer quindi la tentazione di fare dellironia sullo scarso numero
degli astanti o di rammaricarsi perch lincarico di predicare gli stato dato con
poco anticipo. Per lo stesso motivo, user in genere nellesordio un tono di voce
moderato (altrimenti, secondo Terrones, "si mette in fuga la selvaggina"); il che
andr anche a vantaggio della condizione fisica del predicatore, essendo ben noto
che alzare la voce allimprovviso danneggia le arterie e che accalorarsi pu essere
molto nocivo in chiese di solito cos ben ventilate. Loratore terr il capo scoperto
solo nel saluto iniziale, a meno che non sia esposto il Santissimo; come
rappresentante di Dio, non si toglier la berretta neppure predicando dinanzi al re;
n se la toglier ogni volta che pronunzia il nome di Ges o Maria, per evitare che
tutti i presenti lo imitino, distraendosi e creando confusione.
Esporre in anticipo largomento della predica ed eventualmente la sua
partizione faciliter la partecipazione degli ascoltatori; in molti casi

questaccorgimento sar anzi indispensabile in quanto probabile che la parte pi


lunga della predica, la dimostrazione, contenga concetti o paragoni di difficile
comprensione, nei quali luditorio si smarrir se non gli si indica un punto di
partenza ben chiaro. Ad ogni modo, gli ascoltatori dovranno arrivare puntuali alla
predica e seguirla con attenzione per cogliere la sostanza delle "prove", se si tratta
di argomentazioni del genere di quelle addotte da fra Manuel de Guerra y Ribera
nel commentare il passo evangelico Erat navis in medio maris, et ipse solus in terra
("la barca era in mezzo al mare, mentre Ges era in terra tutto solo": Mar., 6, 47):
"Manca ancora la ragione principale. Lamore un dito, ma non la mano: per cui
non si deve dare allamato la mano, sar bene dargli un dito. Affinch risulti
meglio questa giusta attribuzione di premi, va osservato che il Figlio il braccio del
Padre e la mano del suo eterno potere, e lo Spirito Santo il dito, per cui non si
deve affidare la mano alla volont ma allintelletto; allamore si d solo un dito, e
allintelletto si danno la mano e il braccio, perch un dito il pegno minore di tutto
un corpo, e un piccolo premio si pu dare a un amato, ma la mano si deve dare solo
a chi prudente".
Un predicatore esperto formuler quindi le "prove" speculative (evitando di
richiamarne troppe e di entrare in questioni specialistiche) allinizio della
dimostrazione, quando presumibile che i presenti siano ancora abbastanza
riposati.
E preferibile che tra le ragioni addotte vi sia una successione logica, ma in caso
di difficolt non conviene forzare troppo la mano: il vescovo filogiansenista Jos
Climent non aveva tutti i torti quando criticava un famoso oratore "che in una
predica in S. Isidoro rimugin a lungo sul nome latino del santo, dividendolo in Isis
e Dorus e traendo materia per il suo sermone da ci che i poeti avevano detto di
questi falsi dei". Se poi qualcuna delle prove non molto convincente, sar bene
collocarla in minor evidenza nella parte centrale della dimostrazione.
Finora il nostro predicatore ha conseguito un duplice scopo: ha esposto alcuni
concetti dottrinali (assolvendo cos quella funzione didattica che ogni sermone deve
avere), e ha riscaldato psicologicamente lambiente, com necessario per
introdurre le considerazioni morali destinate a commuovere i presenti e a far
nascere in loro il proposito di migliorarsi. A questo punto assume un ruolo
preminente la magnitudo a cui gi abbiamo accennato, ossia la tecnica di
evidenziare lenormit dei beni e dei mali che si possono mettere in qualche modo
in relazione con largomento esposto. Aiutandosi con il crescendo della voce, il
predicatore si varr del consueto armamentario retorico descrizioni, paragoni,
allegorie e perfino di qualche espediente teatrale per ottenere il risultato voluto.
A giudicare dalle testimonianze su Jean-Franois Rgis o su Baltasar Gracin, era
abbastanza usuale leggere alluditorio una lettera giunta dal cielo o dallinferno;
ma ancora pi diffusa era labitudine di dialogare con un teschio o con un
crocifisso. Come s visto, questultima usanza poteva subire varianti individuali:
E. Orozco ha ricordato il caso del gesuita Juan Bautista Escarlo, che predicando a
Valenza durante la quaresima del 1643 "mostr un teschio come se fosse quello di
una famosa cortigiana vissuta nella citt".

La dimostrazione sar destinata a culminare in qualche considerazione o in


qualche uscita ad effetto, tenute in serbo per il finale a causa del loro grande potere
emotivo. Di rado per potr essere pi spettacolare di quella, descritta dal
portoghese Antonio Vieria, di un sermone pronunziato nella domenica di
sessagesima del 1655: "In una predica sulla Passione loratore, arrivato alla scena
di Pilato narra come Cristo fu fatto re per scherno. Dice che presero un drappo di
porpora e glielo gettarono sulle spalle, e luditorio ascolta con grande attenzione;
dice che intrecciarono una corona di spine e gliela misero in testa, e tutti
rimangono attenti; dice ancora che gli legarono le mani e gli diedero per scettro
una canna, e gli ascoltatori sono sempre in silenzio e con lanimo sospeso. A questo
punto si apre una tenda e appare limmagine dellecce homo : e qui vedi tutti
gettarsi a terra e battersi il petto, piangere, gridare, urlare, schiaffeggiarsi"
Allora il predicatore, senza lasciare che si estingua questo climax emotivo, si
avvier allepilogo, consistente di solito in una ripresa delle argomentazioni pi
efficaci, convenientemente ampliate: parler "con espressioni pi forti, pi
significative e perfino iperboliche, pi rapidamente e a voce pi alta, con maggior
tensione e sentimento, con apostrofi, domande ed esclamazioni su ci che avr
detto e dimostrato nella predica, fino a concludere in gloria e bellezza" (Terrones).

LA PREDICAZIONE NELLE CAMPAGNE


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Se la predicazione fosse stata limitata ai centri urbani, difficilmente la Riforma


cattolica avrebbe potuto raggiungere la maggioranza degli europei del Seicento:
nelle citt vi erano infatti molte parrocchie e molti conventi, ma in fondo vi
risiedeva solo una piccola parte della popolazione. Il problema sollevato dallo
squilibrio tra la distribuzione degli abitanti e quella delle risorse pastorali fu
affrontato con le missioni interne: uno strumento che, pur essendo in uso anche in
altre epoche, conobbe uno straordinario sviluppo nellet barocca. Si trattava d
unevangelizzazione itinerante in cui un gruppo di predicatori, attivi specialmente
nelle zone rurali, istruiva la gente e ne ravvivava la fede per mezzo di sermoni e di
pratiche devote. Essendo il clero secolare ben poco idoneo a disimpegnare compiti
di questo genere, lonere delle missioni fu sostenuto soprattutto dagli ordini
monastici e dalle nuove congregazioni.
A seconda che fosse rivolta a convertire i protestanti o ad elevare le condizioni
spirituali dei cattolici, la missione tendeva a insistere maggiormente sullattivit
catechetica o su quella penitenziale; tuttavia i confini tra i due tipi erano meno
nettamente definiti di quanto ci si potrebbe aspettare. Prevaleva in effetti unidea
unitaria dellapostolato (vi era in fondo un unico nemico Satana), che si
rispecchiava in una ricerca della conversione generalizzata di tutte le anime, e che

in pratica non faceva troppe distinzioni tra eretici e semplici ignoranti. Il


cappuccino Nicolas de Dijon esprimeva unopinione corrente ai suoi tempi quando
affermava che lignoranza, pi che la superstizione, era la principale tara della vita
religiosa negli ambienti rurali, anche se non mancava in essi, a differenza che nelle
citt, la buona volont di apprendere e di diventare migliori. Allinizio del XVII
secolo gran parte della Francia e dellImpero era considerata terra di missione,
non solo a causa delle deviazioni dottrinali, ma per la mancanza distruzione che vi
regnava. Ci non significava che la cultura religiosa fosse molto pi evoluta nelle
zone dellEuropa meridionale rimaste indenni dal contagio protestante: il padre
Len riferiva che in alcuni recessi della regione montuosa delle Alpujarras da
molto tempo non si era ascoltato un sermone, e addirittura non si sapeva che cosa
significasse predicare. "Vi erano donne al disotto dei ventanni che, non avendo
mai sentito gridare in chiesa prima dallora, quando nel predicare alzavamo la
voce si nascondevano e si coprivano il volto temendo che volessimo punirle" (P.
Herrera). E litaliano Paolucci ricordava che in certe localit del regno di Napoli
molti, interrogati su chi fosse Dio, avevano risposto che era il Papa, o il signorotto
locale, o gli stessi missionari da cui venivano catechizzati (C. Russo).
Senza dubbio i cappuccini e i gesuiti, che furono gli iniziatori del movimento
missionario e gli diedero unimpronta con lintensit del loro impegno, mettevano
laccento pi sulla conversione del cuore che su quella dellintelletto; il che in
pratica portava ad una certa predilezione per gli espedienti spettacolari e, se
vogliamo, "barocchi" (B. Dompnier). La Congregazione della Missione cos
appunto si chiamava , fondata da san Vincenzo de Paoli nel 1625, coltivava
invece un genere di evangelizzazione pi catechetico, volutamente alieno
dallarmamentario emotivo allora in voga; nata con limpegno di esercitare
lattivit missionaria nei possessi feudali della famiglia Gondi, la Congregazione si
estese rapidamente nel resto della Francia, in Italia e in Polonia.
Al missionario, quale che fosse listituzione da cui dipendeva, era attribuito di
solito uno status funzionale diverso da quello del semplice chierico regolare. Ci
era evidente nellordine dei cappuccini, dove il titolo di "missionario" era ben
distinto anche fuori del convento da quello di "predicatore", ed entrambi non
erano accessibili a qualsiasi membro dellordine: il Capitolo generale del 1698
cerc di evitare labuso, osservato in alcune province per cui "tutti o quasi tutti i
predicatori pretendevano di essere missionari senza avere le necessarie doti". (B.
de Carrocera). Quali esse fossero facile dedurlo dal loro particolare modo di vita.
Si trattava innanzi tutto di tenere in ogni circostanza una condotta il pi possibile
conforme alla vita conventuale o alla regola dellordine: viaggiare sempre a piedi,
in silenzio o parlando di cose soprannaturali, dare sempre il buon esempio, vivere
sobriamente, non lasciarsi prendere da curiosit mondane ed evitare ovviamente di
frequentare donne. I membri della Congregazione dovevano alzarsi alle quattro
del mattino per recitare luffizio e fare la meditazione individuale; la mattinata era
tutta presa dal sermone e dalle confessioni; nel pomeriggio vi erano la predicazione
dottrinale ("grande" e "piccolo" catechismo) e infine alcune ore di confessionale,
spesso a crepuscolo inoltrato. Il lavoro non mancava: nei primi sei anni di vita
della Congregazione i missionari di san Vincenzo che fino al 1631 furono soltanto
sette predicarono in 140 missioni di due o tre settimane ciascuna, e nei diciotto

anni della sua attivit Renault de Legendre, uno dei padri francesi che istituirono
la casa di Roma, partecip a 106 missioni. A un simile ritmo di lavoro occorre
aggiungere unalimentazione precaria, spostamenti assai faticosi e un certo sprezzo
dei rigori del clima: si spiegano cos alcuni decessi prematuri, come quello di
Cosimo Galilei, nipote dello scienziato pisano, morto di tisi galoppante a Napoli
allet di 36 anni (L. Mezzadri). Se poi questattivit si svolgeva nei paesi
protestanti vi era sempre i rischio di morte violenta per mano di qualche fanatico:
fu questa la sorte toccata a Marc Roy, un cappuccino tedesco che la Congregazione
di Propaganda Fide aveva incaricato di estendere le missioni nei Grigioni. In
definitiva, per assumersi compiti cos ardui bisognava andare al di l di una
concezione puramente umana della missione; e ci giustificava, di riflesso, il
prestigio popolare generalmente goduto da coloro che ad essa si dedicavano.
Possiamo quindi condividere pienamente lopinione di don Pedro de Lepe, vescovo
di Calahorra, che contrapponeva al sermone preziosista, abituale ai suoi tempi, la
predicazione missionaria: essa "no bada allapparenza brillante, ma alla salvezza
delle anime" (A. Domnguez Ortiz).
Come si svolgeva una missione? Anzitutto va precisato che si evitava,
saggiamente, di gravare economicamente sui paesi in cui si intendeva predicare,
spesso impoveriti dallo sfruttamento: alle spese si provvedeva mediante dotazioni,
che potevano essere di entit molto diversa. Ad esempio lincarico affidato ai
gesuiti, di tenere i sermoni del luned e del marted di Pentecoste a San Martn de
Prados era finanziato da un lascito del parroco, che aveva destinato a tale scopo
una rendita di 17 ferrados di grano, 13 di segala e due galline. Ben pi cospicua era
la pensione annua di 200 ducati concessa dal conte di Altamira al convento
domenicano di Santiago perch svolgesse la missione nei suoi feudi: inizialmente se
ne occuparono i gesuiti, ma nel 1639, per motivi non precisati, lincarico fu
revocato (A. Pardo Villar). Nella diocesi di Tarantasia furono invece le parrocchie
a beneficiare, dalla seconda met del Seicento in poi, di fondi coi quali era possibile
effettuare le missioni a intervalli regolari di pochi anni (M. Hudry). In molti casi
erano i vescovi, interessati a che le loro visite pastorali fossero precedute da
missioni, a sostenerne le spese con singoli versamenti o con apposite dotazioni.
Talvolta i prelati assistevano personalmente alle prediche, anche se ci poteva
destare preoccupazione nei fedeli: secondo Luigi Mezzadri, a Fiordini "la gente
temeva che i missionari denunziassero gli scandali al vescovo".
Le missioni potevano svolgersi in qualsiasi periodo dellanno, esclusi per ovvie
ragioni la quaresima e lavvento; di rado si tenevano nella tarda estate, la stagione
del raccolto, quando non cera tempo sufficiente per queste devozioni. Negli altri
periodi, i tre o quattro membri del gruppo missionario predicavano senza sosta
(anche se con scarse varianti nel repertorio) entro un raggio dazione tale da
potersi spostare a piedi dal loro convento.
In generale i missionari erano ben accolti, perch il loro programma implicava
uninterruzione della monotona vita contadina e un salutare mutamento di
abitudini mentali. In ciascuno dei quindici o trenta giorni della missione si
succedevano prediche di vario genere: catechismi, sermoni dottrinali e
naturalmente sermoni di carattere morale, in cui si parlava dei Novissimi e delle

conseguenze disastrose di una vita sciagurata, trascorsa voltando le spalle a Dio. I


membri della Congregazione i lazzaristi tendevano a ridurre la drammaticit
insita in questi temi con lesporli di prima mattina; ma di solito, come s visto, si
preferiva calcare la mano sugli aspetti pi terrificanti, usando anche qualche
espediente non strettamente retorico per compensare la scarsa ricettivit del
pubblico verso discorsi di tono pi intellettuale. La semioscurit della chiesa in una
sera dinverno, con le fiamme delle candele oscillanti alle correnti daria, costituiva
lambiente pi adatto a questo tipo di sermone, a cui si fin col dare il significativo
nome di "predica alla cappuccina".
Il ruolo preminente della predicazione non escludeva altre attivit, pi o meno
connesse col carisma istituzionale del gruppo missionario. Quando nellautunno
del 1614 i gesuiti Gaspar de la Pea e Pedro Len tennero una missione nel
distretto di Aracena, oltre a predicare e a confessare per intere giornate si
dedicarono alla visita di carceri, scuole, ospedali e riuscirono anche, stando alla
relazione citata di Herrera, a "stringere amicizie, alcune delle quali di grande
importanza". Da parte loro i cappuccini erano soliti organizzare solenni vie crucis
e funzioni eucaristiche come le quarantore; le loro missioni si concludevano con
una processione di grande effetto, in cui frati e penitenti percorrevano le strade
con pesanti croci sulle spalle.
La prova pi evidente del buon esito della missione era il gran numero di fedeli
che si accostavano al sacramento della penitenza: pertanto i missionari, che
avevano ricevuto in anticipo dal vescovo locale la facolt di assolvere dai peccati
riservati, usavano dedicare un tempo relativamente pi lungo alla confessione
auricolare segreta. Per coloro che abitualmente si astenevano dal confessarsi a
causa di risentimenti personali verso il parroco del luogo, era questa la migliore
occasione per regolare i conti con Dio; e senza dubbio il bisogno impellente di
purificarsi nasceva nella maggior parte dei casi dallatmosfera di conversione
generale tipica di quei giorni. Si vedevano allora lunghe file in attesa davanti ai
confessionali, o penitenti ansiosi che sopraggiungevano a ore indebite per liberarsi
da un "serpentone" (culebrn, un termine spesso ricorrente nel lessico dei
missionari) che si era improvvisamente ridestato da un letargo di molti anni.
Se la popolazione collaborava nella misura sperata, negli ultimi giorni della
missione si avvertiva chiaramente un rinnovato clima spirituale. Questo fervore si
traduceva (e non poco) nel reciproco perdono di offese pi o meno gravi, nella
composizione di situazioni irregolari e in una generale riforma dei costumi. Era il
momento di sciogliere concubinati e di riparare vistose ingiustizie, di fronte a un
paese stupito dal pentimento dei suoi peccatori pi notori; si chiudeva la locale
casa di tolleranza, le cui ospiti promettevano di emendarsi radicalmente e forse
assistevano addirittura, tra la folla commossa, al commiato dei religiosi al termine
della missione.
Naturalmente contrasti del Barocco tutti sapevano che questi effetti
spettacolari sarebbero stati di breve durata e che dopo poco tempo, magari in capo
a qualche settimana, il vecchio ambiente si sarebbe ricostituito. Consapevoli di ci,
i missionari cercavano di rendere quanto pi possibile durature le loro conquiste
spirituali. Sapendo che una soluzione stabile richiedeva un miglioramento del clero

rurale, san Vincenzo de Paoli orient in questa direzione le sue iniziative; in altri
casi si cerc di far mettere radici a confraternite e a congregazioni penitenziali.
(Escuelas de Cristo, TerzOrdine Francescano) e a pratiche devote come la via
crucis e il rosario; vi era infine chi, anticipando il futuro, faceva largo uso della
stampa. Il vescovo barcia y Zambrana, promotore di varie missioni, usava
distribuire tra i fedeli della sua diocesi libretti come El jardn florido del alma o la
Prctica del Santsimo Rosario: come spiegava il cappuccino Manuel de Jan, "ci
che si predica si dimentica presto, mentre ci che si stampa dura a lungo". Ma la
diffusione della cultura religiosa mediante il libro stampato nellet barocca fa
parte, sotto ogni aspetto, di unaltra storia.

IL MISSIONARIO
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Brano della lettera del 15 gennaio 1622 con cui si annunciava a tutti i nunzi
apostolici la nascita della nuova Congregazione "de Propaganda Fide", o "di
propaganda" come si disse ben presto con semplificazione burocratica destinata a
gran successo.
La "maniera giudiciale" (inquisizione) era riservata ai sudditi dei principi che
sottostavano allautorit del papa, i "fedeli". Ne erano esclusi gli "infedeli": le
popolazioni non cristiane dAmerica, dAsia e dAfrica e i sudditi dei principi
protestanti. Ma anche nelle terre dei principi cattolici si trovavano sudditi che, pur
non essendo cattolici, non potevano essere trattati da eretici: "nelle province
cattoliche trovansi degli hebrei, e vi capitan ne porti e nelle piazze o sono ne confini
degli heretici e scismatici e degli infedeli". Con essi si doveva rinunciare alluso
dellInquisizione e rassegnarsi alle arti della persuasione.
Questa distinzione che mostrava pi lenienza verso gli "infedeli" era il risultato
pi importante delle accese polemiche cinquecentesche sulluso della violenza in
materia di religione, polemiche diverse nel caso di eretici europei e popolazioni
extraeuropee. Per molto tempo si era evitato di distinguere troppo attentamente,
anzi si era stati tentati di opporre semplicemente al campo cattolico quello degli
"altri", applicando a tutto lo stesso uso violento della coercizione. Alla met del
Cinquecento il teologo spagnolo Alfonso de Castro aveva sostenuto la liceit
delluso della violenza contro gli eretici come la giustezza della guerra di conquista
per cristianizzare le Indie occidentali. Il giurista Marquardo de Susannis aveva
sostenuto la liceit della conversione violente degli ebrei.
Nellenciclica del 1622 le due vie quella della dolcezza e quella della violenza
venivano giustapposte e mostrate come complementari; ma luna apparteneva al
passato e laltra guardava al futuro. Quando, col Seicento, i compiti missionari
apparvero preminenti, lInquisizione aveva sostanzialmente concluso la parte pi

impegnativa del suo lavoro. Leresia non costituiva pi un problema urgente


allinterno dei paesi cattolici: eretici, certo, se ne trovavano sempre, ma non erano
considerati pi un pericolo grave. Le esecuzioni capitali erano dei casi limite.
Normalmente le questioni si risolvevano con abiure piuttosto sbrigative, per le quali
erano pronti moduli burocratici prestampati. Cera, vero, il problema della
stregoneria: ma anche in questo caso si direbbe che lurgenza della battaglia tra la
vera religione e la religione alternativa del diavolo stessa lasciando il campo a una
situazione molto pi complicata, che gli inquisitori si sforzavano di decifrare con
una buona dose di freddezza e di scetticismo. Il rapporto che essi mantenevano col
popolo affidato al loro controllo era fatto anche di pazienti accorgimenti e di
persuasione. La verit non sembrava insomma agli inquisitori del Seicento cos
evidente come ai loro predecessori allepoca del duro scontro con la Riforma
protestante.
Le battaglie teologiche erano ormai materia per specialisti e non suscitavano
pi gli entusiasmi ingenui, magari confusi, di un tempo. Chi poi si trovava a dirigere
la condotta morale (o semplicemente a riflettere su di essa) doveva rinunciare alla
grande e affascinante semplicit dei modelli evangelici per sentieri assai pi tortuosi.
I comportamenti umani apparivano complicati, difficili da capire e da guidare. La
teologia morale si perdeva nella selva della casistica, la ricerca del bene si smarriva
nei meandri dellindividuazione del male minore. E le cose non apparivano diverse
da una parte allaltra della cristianit europea.
Cronisti delle missioni, come Daniello Bartoli, scrivevano libri basandosi sulle
relazioni originali dei missionari. Da decenni le stamperie producevano
incessantemente nuove raccolte di Lettere e di Avvisi che mettevano a disposizione di
ogni categoria di lettori i resoconti dei viaggi e delle esperienze dei missionari
europei nel mondo.
La Compagnia di Ges si specializz nella raccolta, elaborazione e diffusione
delle informazioni provenienti dalle missioni. Banditi gli empiti di martirio e gli
aneliti mistici (il gesuita Giulio Chierici voleva "reformar la christianit et
convertire li infideli et heretici"), sul terreno missionario si era affrontato un lavoro
lento e paziente, di lunga durata, che puntava sul sapere piuttosto che sullardore
religioso e sullesemplarit evangelica per far breccia in societ e culture complesse,
come quelle del Giappone e della Cina. Si trattava dellesercizio non violento della
conquista attraverso la costruzione di un rapporto didattico, di insegnamento, di
affermazione della superiorit del proprio sapere. La Compagnia proponeva
modelli umani "istruiti" in una fede che era diventata enciclopedia di vari e
complessi saperi: il penitente istruito, il confessore istruito, il parroco istruito, il
cristiano istruito. Paolo Segneri, il campione delle missioni in terra cristiana
ribadiva che non solo gli "infedeli" andassero istruiti nelle cose della fede ma che
tutti i cristiani ne avessero bisogno e che pi di tutti ne avessero bisogno gli
illetterati, i contadini.
Ma, prima che si affermasse il metodo della dolcezza, anche le missioni avevano
dovuto fare i conti col principio generatore dellInquisizione: la convinzione
dellunicit e dellevidenza della verit religiosa, da cui discendeva la necessit di
ricorrere alla forza per spingere i recalcitranti. Era stato intorno al problema

capitale del "compelle intrare" se cio si dovessero o meno costringere con la forza
i popoli extraeuropei a convertirsi al cristianesimo che si era acceso nel
Cinquecento il celebre dibattito di cui era stato campione Bartolom de las Casas.
Nella conquista dellAmerica, luso della forza era un dato di fatto: se ne poteva
discutere fra giuristi, teologi e filosofi, ma era chiaro a tutti che anche le missioni
cristiane dipendevano dagli assetti creati dalle armi spagnole. In India, Giappone,
Cina, i missionari potevano contare solo sulle proprie capacit. Ma come usarle?
Questo era il problema di cui si discusse molto: e spesso aspramente.
Il 10 marzo 1585 un gruppo di nobili giapponesi invitati dai gesuiti fecero un
tour dItalia, cominciando da Roma, con grandi feste. I gesuiti ritenevano
indispensabile la loro testimonianza sulla superiorit dellOccidente.
Alessandro Valignano a Goa e Francisco Cabral a Macao, le due massime autorit
che i gesuiti avessero in quella parte del mondo, scrissero due lettere contrastanti a
Claudio Acquaviva sul modo di evangelizzare il Giappone. Cabral si lagnava ancora
una volta dei metodi introdotti dallitaliano e aveva perfino chiesto di lasciare
lincarico per poter pensare in pace alla sua anima. Il contrasto riguardava tutta la
gamma dei problemi missionari in Giappone: struttura e forme di governo delle
missioni, finanziamento, istituzione di collegi, eventuale nomina di un vescovo,
nonch le "cerimonie": nome con cui si indicava la serie delle regole relative ai
rapporti sociali: come vestirsi, come salutare, come ricevere o essere ricevuti e cos
via. Proprio su questo punto si scaten il conflitto. Valignano aveva scritto un Libro
delle regole. Le Regole degli uffizi che entrarono in vigore nel 1592 videro trionfare il
suo punto di vista, ma non senza una lunga contrattazione.
In Italia erano stati elaborati codici di comportamento validi per le corti, che
ammantassero di "civilt" rapporti di potere in cui i segni del dominio avevano
comunque una parte importante. Valignano scrisse che "Una delle cose principali
che nel Giappone sono necessarie per far ci che i Padri si propongono circa la
conversione e la cristianit, di saper trattare coi Giapponesi di tal maniera, che da
una parte godano autorit e dallaltra usino di molta dimestichezza, unendo quete
due cose in tal guisa che luna non impedisca laltra, ma si congiungano in modo che
ciascuna abbia il proprio posto".
Lelaborazione di norme di comportamento tra Cinque e Seicento fu
importante anche per la polemica religiosa della Riforma e le missioni. Bisognava
"adattarsi" a chi aveva idee religiose diverse dalle proprie. La questione fu oggetto
ricorrente nelle discussioni dellet della Riforma. A livello mondiale poi, il
problema se lo dovettero porre conquistatori e conquistati. Quali simulazioni e
dissimulazioni erano necessarie per salvare la propria verit o per conquistare alla
verit chi ancora non la conosceva o non la voleva accettare? Se i vinti se lo
dovettero porre come problema di sopravvivenza fin dallindomani della sconfitta, i
vincitori se lo posero con qualche ritardo, appena sperimentarono la differenza tra
vincere e convivere. La contemporaneit stupefacente. Pi o meno nel periodo in
cui gli anabattisti scoprivano in Europa le tecniche della simulazione e della
dissimulazione, un testo nahuatl suggeriva la necessit di "accomodarsi" ai
conquistatori e di costruire santuari per ospitare gli di castigliani.

Lesperienza in materia di adattamento maturata nei conflitti religiosi europei


era pronta a riversarsi nelle tecniche di conquista culturale delle popolazioni
extraeuropee.
Che si dovesse simulare e dissimulare in materia di religione era quel che si era
imparato dalle lotte religiose del Cinquecento; nel secolo che veniva, quel precetto
sarebbe stato adattato alle questioni dello Stato e della politica.
"Acquistare autorit" era il primo obbiettivo: per questo, bisognava adeguarsi
al modello sociale pi autorevole e pi consono ai religiosi europei. Valignano lo
individu nei bonzi del buddismo "zen". Da quella equiparazione ricav tutte le
conseguenze nel Cerimoniale: la gravit, il rapporto con gli inferiori, lo stile da
seguire nel ricevere e nel recarsi in visita. La predica cristiana doveva sforzarsi di
somigliare ad una meditazione raccolta, nello stile "zen"; n si dovevano fare in
pubblico mortificazioni. Poich le regole giapponesi si basavano sul principio di
segnalare esattamente le differenze sociali, bisognava avere servitori ecc. e trattare
con disprezzo i poveri e i vagabondi, anche se era in contrasto con il Vangelo.
Occorreva "approvare quel ch degno dessere approvato e sopportando e
dissimulando alcune cose, se ben non sian n ben dette n fatte".
Cabral era totalmente estraneo ad astuzie e accomodamenti; era intransigente:
offriva la povert e lumilt al disprezzo dei giapponesi senza curarsi delle
conseguenze, confidando proprio nella diversit inassimilabile dei valori per attirare
i "gentili".
Acquaviva, di fronte a suoi uomini diventati perfetti "bonzi", perplesso,
anche se le obiezioni grossolane di Cabral non lo toccavano. Concorda con
Valignano ma fino a un certo punto.
Dove finiva laccettazione delle forme e dove cominciava il cedimento sui
contenuti? Si sapeva che non bisognava insistere sul simbolo del crocifisso. Ma
questo significava, si lagnava Acquaviva, "ascondere la virt della croce et la
imitatione di Christo che predica per Dio".
Nella lettera di risposta di Acquaviva affiora lalternativa illusoria del ritorno
ai moduli profetici, della riduzione della conquista religiosa alla testimonianza
eroica del Vangelo, "la croce, stenti et dispregi". Ma era appunto illusoria: dove la
forza delle armi e la supremazia culturale non stavano dalla parte degli europei,
lunica possibilit reale di garantire qualche ascolto ai portatori della religione
cristiana restava affidata alle strategie dell"accomodamento".
Miracoli (il vantato dono delle lingue di Francesco Saverio, i dati trionfalistici
sulle conversioni nei resoconti per il grosso pubblico, interventi divini a favore dei
missionari) non se ne vedevano proprio. E allora bisognava, prima di predicare il
Vangelo e di pensare alle conversioni, trovarsi un posto in quella societ, farsi
accettare.
Matteo Ricci prese la decisione di presentarsi come un letterato. Le perplessit
di Acquaviva furono solo la premonizione delle reazioni negative in Europa. Gli
ordini rivali, francescano e domenicano, ergendosi a tutori dellortodossia

dottrinale, misero sotto accusa davanti alla Congregazione di Propaganda Fide nel
1641 le scelte dei gesuiti in Cina, sollevando la questione dei "riti cinesi". In
sostanza si trattava della liceit per i cristiani di tributare a defunti quelle onoranze
e quei riti voluti dalla tradizione confuciana che, secondo i gesuiti, appartenevano
solo alla sfera "civile" e non "religiosa". Un fiume di opuscoli e una montagna di
documenti furono prodotti dagli ordini in lite. Dopo molte incertezze e resistenze si
arriv alla fine alle ripetute condanne del SantUffizio e del Papa nei confronti delle
scelte fatte dai gesuiti sulla questione dei "riti". Il risultato fu la vittoria finale
dellintransigenza
inquisitoriale
sullapertura
missionaria,
riducendosi
lInquisizione a strumento nelle lotte interne fra le forze organizzate a tutela della
cittadella dellortodossia.
Addirittura una legazione composta da un legato del papa e da monsignori
(commissione Mezzabarba), nel 1720-21, denunci allimperatore divertito gli errori
di Matteo Ricci.
Dallaltro lato non andava meglio: oggi che disponiamo anche delle fonti cinesi,
apprendiamo quali reazioni polemiche e di chiusura si scatenassero nel mondo
intellettuale cinese davanti alle proposte dei missionari gesuiti.
La storiografia europea tradizionale ha visto la "questione dei riti" come storia di
aspre contese teologiche e di meschine rivalit nei penetrali della Curia romana e
delle Case generalizie dei grandi ordini (con linteressata attenzione del Portogallo
che non voleva perdere il controllo sul personale delle missioni).
Intorno alla met del Cinquecento diventa normale parlare di "queste indie" o
delle "Indie della parte di qua" per riferirsi al lavoro di predicazione e catechesi che
si svolgeva nelle campagne dei paesi cattolici o nelle aree infestate da eretici. Gi
intorno al 1630 era diventato chiaro il legame per analogia tra contadini europei e
selvaggi americani. Il domenicano Francesco de Vitoria si chiedeva se i selvaggi, con
la loro rozzezza e bestialit, non fossero schiavi per natura, come molti contadini.
Ma il vescovo francescano Guevara mostrava un contadino di aspetto mostruoso ma
intelligentissimo, e inaugurava tutta una letteratura cui appartiene anche il
Bertoldo. Dietro la rozzezza questo era il messaggio si nascondeva una umanit
viva che doveva essere conquistata a Cristo.
Allinizio la "missio" fu come nelle Indie linvio di ecclesiastici esperti nella
predicazione per restaurare (o instaurare) il modello ortodosso. La necessit
derivava dal fatto che le critiche al clero sotto la spinta della Riforma, superarono il
livello di sicurezza dal fatto che si temette che le idee della Riforma trovassero
stabile organizzazione in Italia. Il gesuita Cristoforo Landini fece missioni sulle
montagne della Garfagnana andando a caccia di eretici e scontrandosi col clero
locale su questioni come la grazia e il libero arbitrio. In Spagna il problema fu
quello della minoranza maomettana da convertire.
La missio era ordinata dal papa o da vescovi o da vicari vescovili, richiamati
specie in Italia a un pi severo controllo dellandamento delle diocesi in prossimit
del Concilio di Trento. Alla fine del mandato, veniva redatto un attestato per i
superiori, da parte del vescovo.

Assai meno entusiasti furono i preti delle varie diocesi attraversate dai
missionari; in Lunigiana nel 1548 "li preti congregati in moltitudine con pugni et
con detti nelli occhii et evaginar larme et molti altri improperii" avevano aggredito
il Landino mettendogli "li partesanoni al petto per sfondarmi sino alli piedi". Le
proposte devozionali del gesuita con la loro insistenza sulla comunione frequente e
sulla conoscenza approfondita del catechismo sovvertivano regole e tradizioni
consolidate. Quei conflitti erano iscritti nello stesso modello istituzionale della
"missio": esso poneva a confronto linviato dellautorit centrale, dotato di
unpotere straordinario, coi titolari del potere tradizionale allinterno delle comunit
locali.
Il Landini trov nellisola di Capraia "errori, superstizioni, idolatrie", ma
anche "il paradisso terrestre in tante delitie di beni spirituali a primitiva chiesia
in tanta frequentatione delle confessioni et comunioni ogni d". Ma fu anche
commosso dalla miseria spaventosa della popolazione e raccont di bambini scalzi
anche linverno che dormivano sulla nuda terra e di gente di cinquantanni "che
mai si sati di pane".
Pochi anni dopo, altri gesuiti furono chiamati a fornire assistenza e servigi
inquisitoriali nella spietata campagna spagnola contro i valdesi di Calabria. Anche
qui, nonostante lesplicita funzione antiereticale loro affidata, e nonostante i
reiterati richiami del grande inquisitore Michele Ghislieri (poi papa Pio V), il tono
dominante nelle lettere quello della compassione per quella moltitudine di
"scannati et squartati abrusciati et precipitati da una torre amazzati nella
campagna". E, a parte leresia, o, come scrivono i gesuiti, "fuor della peste, circa
li costumi erano mirabilmente istrutti"; ben diversi dai cattolici cosentini, "gente
tanto assuefatta al male senza giustizia et governo come se fusseno tutti nel
bosco".
La "peregninatio" come scorreria occasionale anche se sorretta dalle armi, non
risolveva il problema della conquista spirituale; "le armi possono forzare i corpi, ma
non le opinioni, le dottrine eterodosse si spiantano dai cuori con la sana dottrina e
catholica persuasione con molta humilt, charit ed amorevolezza": questa
opinione del padre Rodriguez, maturata nella campagna contro i valdesi di
Calabria, veniva confermata allaltro capo della penisola dallinsuccesso della
spedizione di Emanuele Filiberto di Savoia contro i valdesi delle valli alpine; ma
poteva valere anche per tutta limpresa missionaria nel suo complesso.
Questo non significava ripudio della forza; cosa impensabile in un momento in
cui, i Europa, proprio dalle armi si aspettava un diverso regolamento dei contrasti
religiosi. In particolare, se ne attendeva da parte cattolica un nuovo, potente
impulso alle missioni. Cos come in Calabria lesercito aveva spianato la strada alla
dolce persuasione gesuitica, anche nella Francia delle guerre di religione o
nellImpero la prima parola era alle armi. In prossimit della guerra dei Trentanni,
cera chi come il gesuita Jakob Rem aspettava "bellum cruentum, sed sacrum",
destinato a concludersi trionfalmente e a fornire "magnum incrementum" alle cose
cattoliche. Rem rimproverava i confratelli che si agitavano per andare nelle Indie,
perch era convinto che la guerra prossima ventura avrebbe aperto grandi
possibilit di lavoro in Germania. I Vaticiniadi Jakob Rem sono conservati nelfondo

Jesuitica 1081 dello Haupstadtsarchiv di Monaco di Baviera (a p. 2 il paragrafo De


bellis quibusdam). Dopo la morte del Rem, nel 1618, lo scoppio della guerra dei
Trentanni fu interpretato dai suoi fedeli come una realizzazione della profezia e ci
fu chi ricord la sua affermazione "Brevi apud nos quoque Indiae erunt et non
sufficiet numerus nostrorum". Il metodo della dolcezza poteva dunque innestarsi su
una brusca rottura iniziale. Ma poi restava comunque il problema di come radicare
in profondit la "santa fede" una volta che la si era imposta.
I metodi erano gli stessi in Europa e nelle missioni extraeuropee, perch gli
evangelizzatori erano gli stessi. Le linee di organizzazione di quella esperienza
furono due: le arti dell"accomodamento" e della simulazione elaborate per le
culture "alte" e per i paesi non dominati militarmente da principi cristiani
Giappone, Cina furono riservate alle classi dominanti e, in particolare, ai sovrani
degli stati europei non cattolici. Le tecniche didattiche destinate ai "rudes"
dellAmerica trovarono impiego nelle missioni interne che investirono le campagne
dei paesi cattolici.
Che i principi dovessero essere conquistati con tutte le arti possibili era, in
quegli anni, un principio ovvio: e larte che allora si offriva era quella della
direzione delle coscienze. Dominare la coscienza dei principi significava governare
attraverso di loro: e poich il fine era buono, anche i mezzi erano da considerare
buoni. Il teatino Andrea Avellino dedic molta parte del suo epistolario a consigliare,
incoraggiare e guidare principi e nobildonne del suo tempo e trovava assolutamente
ovvio che quelle fatiche fossero dedicate a quel genere di persone perch "dalla
salute dei Prencipi nasce in gran parte la salute dei populi". Per questa conquista si
offriva un intero catalogo di astuzie. Il gesuita Lorenzo Forero, registrando il
fallimento della guerra dei Trentanni, sugger di battere la strada di una sottile
conquista dei cuori: si potevano collocare accanto ai principi degli uomini accorti,
che se conquistassero la fiducia e li facessero avvicinare al cattolicesimo. Se poi il
principe era cattolico, si poteva tentare di rendere il dominio sulla sua coscienza una
vera e propria istituzione: nella Baviera dei Wittelshach, vera roccaforte tedesca del
cattolicesimo, i gesuiti proposero a Guglielmo V nel 1583 di erigere una "mensa
conscientiae" sul modello portoghese e spagnolo. A quel consiglio si doveva proporre
in via preliminare la liceit di ogni scelta politica importante: se muovere guerra, se
imporre nuovi tributi, e cos via.
Quelle arti furono attribuite allora soprattutto ai gesuiti, anche se non furono
un loro possesso esclusivo; nellet confessionale, la religione dei principi era
materia troppo importante per tutti perch larte di controllare il "principe
cristiano" non avesse uninfinit di cultori. Ma il terreno sul quale i gesuiti si videro
riconoscere un primato senza rivali fu quello della politica delleducazione. Nel gi
ricordato memoriale al duca di Baviera, i punti fondamentali erano proprio quelli
della politica educativa: si suggeriva di far allevare i figli dei nobili "eretici" a corte,
insieme al giovane principe cattolico, attirandoli coi vantaggi dellapprendimento
delle lingue e delle arti militari. Si aggiungevano proposte di borse di studio e di
buone sistemazioni professionali per i giovani borghesi delle citt e dei borghi
"eretici" ai confini dello Stato bavarese. Il sistema dei collegi destinati alla
formazione dei ceti dominanti copr allora tutta lEuropa; e non fu certo a caso che,

davanti alle prospettive di conquistare la Russia di Ivan il Terribile al cattolicesimo,


Antonio Possevino sugger "il rimedio de Seminarii". La scienza che apriva le porte
della Cina a Matteo Ricci era anche il mezzo per controllare la formazione delllite
e radicarsi cos, nella prospettiva di tempi lunghi, in paesi dove ufficialmente il
cattolicesimo non aveva spazio.
Per quanto riguarda la conquista del mondo popolare nei paesi cattolici, in
termini teologici il confronto fu tra i sostenitori della "fides implicita" e quelli della
"fides esplicita". Data la complessit del sapere teologico, si conveniva che solo un
numero molto esiguo di cristiani potevano addentrarsi nei misteri della fede: ma
qual era il nucleo indispensabile da conoscere per la salvezza? Acosta dedic un
vigoroso capitolo del suo trattato De procuranda Indorum salute a polemizzare
contro chi riteneva che ai cristiani "ms rudos" bastasse la "fides implicita" e che
pertanto non fosse necessario credere esplicitamente in Cristo. Ora, il problema
missionario per eccellenza fu allora quello dellignoranza: dalle campagne europee
arrivavano resoconti drammatici. I contadini ignoravano perfino quanti fossero gli
di cristiani; in Baviera si diceva che fossero sette come i sacramenti, a Eboli, nel
regno di Napoli, cera chi diceva "cento, chi mille, chi altro numero maggiore". Era
una situazione che non poteva essere risolta con iniziative eccezionali; occorreva
unorganizzazione stabile e una strategia efficace.
Sul piano dellorganizzazione si tratt di rendere la "missio" una vera e
propria istituzione. I gesuiti, che avevano scoperto nellAmerica spagnola
limportanza delle "reducciones", ne tradussero il modello nella situazione italiana
intorno al 1590. Fu deciso allora che "in tutte le provincie sinstituiscano alcune
Missioni". Nelle istruzioni elaborate dal generale della Compagnia Claudio
Acquaviva per coloro che si recavano ad missiones, il mutamento di significato del
termine eloquente: la "missione" ormai un luogo prima ancora di essere un
dovere o un incarico individuale. Gi si intravede in prospettiva la possibilit di
rendere il luogo della missione una residenza stabile, e il fine dellistituzione di tali
missioni era precisamente indicato nella lotta contro lignoranza. Secondo le
istruzioni del generale il percorso dei missionari doveva svolgersi attraverso una
serie di passaggi obbligati, dalla visita iniziale della chiesa della comunit
allincontro col parroco (per raccogliere informazioni sui peccati principali della
popolazione), fino allorganizzazione di lezioni di dottrina (pomeridiane) e di
prediche e confessioni (al mattino). Si intrecciavano due scopi: commuovere il cuore
del peccatore e portarlo alla penitenza; educare le menti ai concetti del catechismo.
Per i fini scolastici fu la stampa a fornire gli strumenti principali: si tratt di
immagini e soprattutto di fogli volanti, dove i precetti della dottrina e della pratica
religiosa si mescolavano alle regole del galateo. Ma laspetto pi rilevante delle
missioni fu certamente quello della predicazione penitenziale. Qui i missionari
furono chiamati a integrare e correggere una deficienza grave del cattolicesimo
tridentino: in un momento di forte discredito e sospetto nei confronti degli ordini
religiosi, la riorganizzazione della struttura diocesana aveva affidato al clero
formato nei seminari la cura della predicazione al popolo. Ma ben presto apparve
evidente che quella predicazione aveva forti limiti e non era in grado di raggiungere
lefficacia dei grandi cicli di prediche dellavvento e della quaresima in cui si erano
specializzati gli ordini francescano e domenicano. Inoltre, non bastava avere

riaffermato rigidamente nei decreti conciliari lobbligo della confessione individuale


per risolvere tutti i problemi connessi allassolvimento di questo fondamentale
momento dincontro e di controllo tra clero e popolo.
La questione della penitenza, dellorganizzazione e del controllo del senso di
colpa, restava al centro del cristianesimo moderno, come mostrava la vicenda della
Riforma luterana; risolverlo nel senso di un piccolo atto abituale e segreto lasciava
insoddisfatto laspetto comunitario, sociale della penitenza e della conversione. Non
un caso che lordine che pi di tutti si impegn nel garantire la segretezza della
confessione individuale, diffondendo e perfezionando il confessionale elaborato dai
vescovi della Riforma cattolica (Giberti e Borromeo), fu anche quello che riscopr
limportanza della "confessione generale" come momento di svolta dellesistenza
cristiana e della riorganizzazione complessiva delle relazioni sociali del penitente. E
questo avvenne su di una superficie planetaria e su di un corpo di fedeli che andava
dagli indios peruviani ai contadini europei. Lo studio dei casi di coscienza, la
capacit di stimolare e controllare le emozioni per mezzo degli esercizi spirituali
ignaziani, la padronanza delle tecniche oratorie e, non ultimo, lesercizio nelle arti
visive e teatrali costituirono le condizioni originarie del successo.
La missione offr il quadro ideale per sperimentare sui fedeli delle campagne i
poteri e gli artifici delloratoria sacra cos come sapevano usarla degli specialisti.
Sullunit di tempo misurata dallarrivo e dalla partenza dei missionari un arrivo
spesso in sordina, una partenza sempre segnata da entusiasmi e lacrime, dopo un
crescendo di "confessioni generali" che lasciava spossati e felici i religiosi si
montarono macchine teatrali complesse. La chiesa era uno spazio teatrale; altri
spazi dello stesso genere venivano allestiti e addobbati, e si stabilivano percorsi
rituali le processioni che li investivano secondo passaggi obbligati.
Il percorso processionale indicava spesso una direzione: per esempio, dal borgo
o dalla citt verso la campagna da benedire e includere nello spazio sacro; indicava
sempre, comunque, un ordine ideale ed eterno in cui la comunit reale si proiettava.
Come nella parabola evangelica, qui i primi e pi importanti membri della
comunit gareggiavano nel diventare ultimi, nellesibire sentimenti di umiliazione e
di penitenza col risultato, in genere, di riaffermare il loro primato anche nella
penitenza. La penitenza significava cancellazione delle offese, tra Dio e gli uomini
ma anche e soprattutto allinterno della societ umana, grazie alla mediazione dei
religiosi. Le "paci" che siglavano il successo della missione erano il punto darrivo
fondamentale di tutta la tensione drammatica costruita ad arte dai predicatori:
questo un elemento strutturale dellopera missionaria, che ritroviamo invariato in
tutto larco del loro svolgimento, dalle missioni del Landini sullAppennino toscoemiliano alla met del Cinquecento fino a quelle celeberrime del Segneri.
Le risorse teatrali erano numerosissime; al loro successo si legava la fama del
missionario. Paolo Segneri fu tra i pi famosi, tanto che venne chiamato in Baviera
a replicare tra le popolazioni tedesche le "performances" per le quali era diventato
celebre in Italia (il fatto che ignorasse la lingua delle popolazioni tra cui si rec e che
dovesse essere accompagnato da interpreti una riprova, se ce ne fosse bisogno,
della preminenza del gesto sulla parola in questo genere di predicazione).

Nella missione del 1672 sullAppennino modenese fece costruire una chiesa
"boschereccia" di tronchi e fronde come punto di riferimento per le processioni, in
unarea dove si temeva la permanenza di culti della vegetazione. Nella processione
che si articolava dalla chiesa reale a quella fittizia, esprimendo cos il percorso ideale
della "conversione", fece rappresentare tutta una serie di episodi della storia sacra:
"Nelle sue processioni ogni d pi riguardevoli rappresent la circoncisione del
Signore, la Presentazione dellistesso, la Presa nellhorto, la Flagellazione alla
colonna, lEcce homo, Christo in croce fra li due ladroni, e fra questi santi misterii
con Erode, Caif e Pilato una turba grande di Farisei e Scribi, e tutti portavano
bene la sua parte, ma singolarmente alcuni in modo ammirabile".
Regista e primattore il missionario, impegnato a trovare una dimensione
spettacolare ai vari momenti di una sosta allinterno della comunit che deve
lasciare il segno. Come far abbandonare le "cattive abitudini"? Ecco, il modo in cui
Segneri seppe organizzare un momento fondamentale della strategia gesuitica della
sostituzione: a chi era schiavo della colpevole passione per il gioco delle carte
propose "che per regalo gli diano le carte da giocare e a chi le d con promessa di
non pi giuocare a tal giuoco gli d in contraccambio una medaglia con
lindulgenza plenaria in articolo di morte". Lidea non era nuova: parlando degli
indios americani, Acosta aveva suggerito di far uso senza miseria di rosari, acqua
benedetta, immaginette varie e di tutta la santa paccottiglia che doveva dilagare da
allora in poi tra i popoli cattolici di tutto il mondo.
Ma il momento pi emozionante di quellazione teatrale fu certamente quello
della predica sulla penitenza. La predica fu introdotta dalla flagellazione in
pubblico: "Disciolto ad un tratto il cinto della veste superiore e quella con destrezza
gettata tutta da s su l braccio sinistro, con la destra tolto un flagello composto di
dupplicate lastre di ferro, che si fa dare da un altro de confratelli pur assistenti,
comincia e siegue a battersi per qualche spatio fieramente con esso, e viene a
ridurne con questo ludienza a tanta commotione che, quantunque si predichi
insieme, nulla pi si ode che gemiti e che singhiozzi profondi, nulla pi si vede che
pianti". Ed a questo punto che il predicatore d il colpo di grazia alle resistenze
degli uditori, avviando un dialogo con un teschio che si fa destramente offrire da un
altro assistente: "Quando poi finalmente dallaltro fratello richiede lo specchio delle
proprie miserie, cio un horrido teschio di morte, e quello prendendo nella mano
sinistra e fissamente guardando prende anco (come se quellanima sentisse) a parlar
seco, ad interrogarla, a dialogare ed a moralizare con essa nello stato di dannatione;
oh, qui bisogna bene compungersi duna vita menata s malamente, oh, qui
rimbomba il luogo; oh, qui risuonano le voci che gridano misericordia, che
promettono restituzione, che promettono pace, che promettono penitenza".
Era teatro: lo spettatore ne cos consapevole da commentare sottolineando labilit
del trascinatore di folle pi che la santit del religioso; e i suo commento tra
parentesi "come se quellanima sentisse" lequivalente del "sembra vero"
piuttosto che un dubbio sulla sopravvivenza dei morti.
Questa teatralit intensa non era imposta dallalto: per quanto i gesuiti fossero
stati tra i pi solleciti a ricorrere al teatro come strumento di acculturazione nella
loro attivit missionaria extraeuropea, nelle congregazioni della Compagnia si trova

di frequente traccia di diffidenza e tentativi di arginare manifestazioni piene di


sacre rappresentazioni, con diavoli incatenati, danze macabre e fuochi dartificio. Il
popolo non era un oggetto passivo; il successo stesso della predicazione con le sue
promesse di perdono e di pacificazione generale della comunit, ridava nuova vita e
nuove forme a espressioni antiche della sua cultura, con le quali i missionari
dovevano trovare degli "accomodamenti".
Il fronte degli "accomodamenti" ai quali furono chiamati i missionari fu tanto
vasto quanto vasto e disperso apparve ai loro occhi il mondo delle pratiche sociali.
Un censimento di tutto quello che fu raccolto allora sotto le categorie "abusi" e
"superstizioni" il compito preliminare di chiunque voglia studiare seriamente la
cultura delle classi subalterne dellepoca. Latteggiamento dei missionari in
proposito, se non di aperta riprovazione, almeno di sufficienza, come in questa
relazione dalla Valsesia: "Quando portano il morto fuori di casa accendono un poco
di paglia e gridano per le strade: "dove va il corpo, vada anche lo spirito". Fanno un
certo trentesimo per lanima de defonti, e vanno al luogo del defonto, gionti pigliano
la testa in mano e cominciano a piangere dirottamente con tanti gridi che cosa da
ridere. Tengono tutti i morti esposti in cataste, e le teste in certe cassette, e ben
spesso vanno le donne, le pigliano, le lavano, e poi si mettono a gridare che paiono
pazze".
Non di sufficienza ma di partecipazione pietosa e commossa invece
latteggiamento consueto dei missionari nei confronti delle miserrime condizioni di
vita: e queste tendono a venire sempre di pi in primo piano nel corso del Seicento.
Non solo un riflesso meccanico delle peggiorate condizioni di vita; anche il
risultato di un ormai incipiente divorzio tra le funzioni di assistenza spirituale e le
esigenze di conquista culturale da cui le missioni erano nate. A questo si aggiunge
che non pi la citt il luogo dal quale deve partire la luce, ma la religione delle
campagne che deve essere tutelata e proposta a modello delle citt in via di
scristianizzazione. A parte la congregazione dei redentoristi di S. Alfonso Maria de
Liguori che doveva "aiutare la gente delle campagne", lemergere di una solidariet
umana verso i poveri, i diseredati e i sofferenti come parte sostanziale del progetto
missionario si era gi reso evidente anche in altri ordini e congregazioni nel corso
del Seicento.
Era nato, sotto lantica veste del predicatore apostolico, un personaggio nuovo,
carico di futuro, dalle molte facce un intellettuale dalle molte abilit esperto
nellarte della comunicazione (visiva, orale, a mezzo stampa), profeta, etnologo,
cospiratore, spia, sovvertitore dellordine costituito, maestro nellarte di
impadronirsi delle coscienze e di dirigerle ai suoi fini che non erano i fini di un
egoistico successo personale ma quelli del trionfo del regno di Dio, dunque capaci di
giustificare qualsiasi mezzo. Questuomo, che possedeva la verit e aveva un
mandato divino a diffonderla l"uomo apostolico", come fu definito abitualmente
aveva il compito di impadronirsi del cuore e dei pensieri di unintera popolazione,
portandola davanti al tribunale della confessione per farvi un lavaggio generale
delle proprie colpe e impiantare col suo aiuto il progetto di una vita nuova. Doveva
dunque essere non una presenza abituale, come quella del parroco, ma un passaggio
provvidenziale, drammatico ed eccezionale, imitazione e preannuncio della venuta

di Cristo: il missionario doveva giungere inavvertito per andarsene via, alla fine,
portandosi dietro tutte le colpe della comunit.

LA RELIGIOSA
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PREMESSA
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Dovunque in Europa si cerc di far accettare le riforme rigoristiche del


consiglio di Trento e dei decreti papali che ne seguirono, prima fra tutte la
clausura. Sar una lotta tra monasteri e vescovi; vescovi e ordini religiosi maschili,
spesso poco disposti a rinunciare a vantaggio dei vescovi a forme tradizionali di
direzione in quei monasteri femminili legati alla stesa regola, che da essi
dipendevano; tra le famiglie di origine delle religiose, che destinavano al chiostro
leccedenza femminile, e lautorit ecclesiastica; tra il potere politico locale, geloso
tutore di antiche autonomie cittadine, e le direttive tridentine e romane.
Gerarchie sociali che si riproponevano allinterno dei chiostri
In Spagna il movimento tridentino di pi stretta osservanza e ritorno ad una
condizione primitiva pi aspra ed austera si palesa anche con la creazione dei rami
"scalzi". Il modello spagnolo agir anche allestero.
In Francia la vena riformista prese non solo e non tanto la forma spagnola, ma
della creazione di ordini impegnati socialmente, come le orsoline, ecc.
Arriver poi il quietismo con la sua pericolosa tendenza ad eliminare le gerarchie
per avere un contatto diretto con Dio.
A met del secolo la routine si assesta in un modo meno aspro e di violenta
ascesi.

SPAZI E TEMPI DELLA CLAUSURA

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Negli archivi della Congregazione romana dei regolari si possono leggere i


provvedimenti irrogati per assicurare la clausura dei conventi. Tra di essi anche la
proibizione del canto polifonico, una rigida regolamentazione dei tempi, delle
attivit e del linguaggo corporeo: silenzio, parole sommesse, gesti misurati e
discreti, se non lassoluta immobilit della meditazione, controllo dei movimenti.
Alla base di tutto questo controllo cera lidea della debolezza femminile, con
lossessione della castit. Ne nascevano delle nevrosi. In diversi conventi le religiose
asserivano di vedere diavoli.
Non erano rare penitenze autoinflitte allucinanti (ricamarsi sulla pelle gli
strumenti della passione, abiti di crine, autoflagellazioni ecc.)
Viene proposto come lenitivo delle aspre condizioni di vita del convento la
devozione al corpo di Ges bambino, al corpo della Vergine. La "devozione
sensibile" sente e gusta la presenza dellessere divino.
La segregazione acuiva, anzich reciderli, i sentimenti per la famiglia
origine, fossero di denunzia o di tenero affetto. Ci stato conservato
straordinario epistolario di Suor Maria Celeste del monastero di San Matteo
Arcetri (Virginia Galilei) col suo padre illegittimo, Galileo Galilei, il fratello,
cognata ecc.

di
lo
di
la

DENUNZIA DI UNA CONDIZIONE E AMORE DELLE LETTERE


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2000 donne erano rinchiuse senza vocazione nei conventi della Venezia di met
Seicento
Angela Tarabotti, nobile rinchiusa in un convento veneziano ha scritto
Linferno monacale, infarcendolo di brillanti citazioni, con espressioni eccezionali:
parla di donne rinchiuse nel "ventre dun chimerico e sozzo animale", "poco
dissimile dagli abbissi infernali", in un "teatro in cui si recitano funestissime
tragedie", dove linganno aveva tracciato per molte "sventurate" la trama oscura
di un "perpetuo laberinto".
Francesca di Ges Maria, monaca ascetica, ci ha lasciato invece poesie devote.
Sprazzi quetistici affiorano nella produzione di Francesca di Ges Maria
Nel caso di Juana ins de la Cruz, reclusa contro la sua volont in un convento
del Nuovo Mondo e dedita sin da giovanissima agli studi riservati agli uomini, il

sapere rappresentava un mezzo di trasgressione. Altre monache evadevano dalla


quotidianit del convento intrattenendo relazioni politiche. Suor Maria dAgreda,
mistica spagnola che ebbe corrispondenza con Filippo IV tra il 1643 e il 1665. Non
mancano vicende avventurose, come quelle di Marie de l'Incarnation, madre,
vedova, donna d'affari e infine monaca e missionaria in Canada tra gli algonchini

"ET TOUT LE RESTE N'EST RIEN"


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La vicenda manzoniana della monaca di Monza, come noto, rispecchia quella


reale di Suor Virginia Maria de Leyva.
Nel 1622 suor Virginia Maria de Leyva, la monaca di Monza, vide cadere il
muro che ostruiva la porta della cella, larga tre braccia e lunga cinque, nella quale,
nel convento delle convertite di Santa Valeria di Milano, era vissuta reclusa per
tredici anni, ricevendo da una piccola apertura quel po di cibo che le era
consentito e un filo di luce per la lettura delluffizio, a espiazione della condanna
inflittale per la sua relazione delittuosa con Gian Paolo Osio.
Se la condanna fu severa, rientrava nella normativa dellepoca, di cui v
traccia non labile nelle decisioni pi volte ricordate della Congregazione dei
regolari. E baster soltanto ricordare come, quasi negli stessi anni della
scarcerazione di Suor Virginia, venisse consentito dalla Congregazione anche ad
una religiosa pistoiese di lasciare la cella dove "per peccato di fragilit" era stata
rinchiusa per ventinove anni; e come invece, ancora pi tardi, nel 1661, si
concludesse, dopo ben trentacinque anni di duro carcere penitenziale, la singolare
vicenda esistenziale, posta in luce da una recente ricerca, di suor Benedetta Carlini,
badessa del monastero della Madre di Dio di Pescia, accusata di trasgressione
sessuale, di lesbismo, ma soprattutto di reiterate trasgressioni allo statuto
monastico, con le sue rivendicazioni di favori miracolosi e di notoriet.
Tra i documenti delle passioni proibite delle religiose ebbero grande diffusione
le Lettere portoghesi (1669), cinque lettera damore di una presunta monaca
portoghese (il Portogallo andava di moda in Francia), presumibilmente scritte da
Gabriel-Joseph de Lavergne, conte di Guilleragues, esponente della nobilt di toga,
destinato ad alte cariche pubbliche.
Secondo le parole che Gian Battista De Luca, scrittore ecclesiastico riformatore
scrisse intorno al 1679, coloro che sono sotto clausura sono "persone, le quali
volontariamente patiscono quella pena, ch forse la maggiore, doppo la capitale,
dun perpetuo carcere". Egli parla di "asprezze, penitenze" imposte "da Superiori
e da Confessori".

RIBELLIONE E OBBEDIENZA TRA GESUITI E GIANSENISTI


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Epidemie di possessioni diaboliche dilagano nella Francia della reggenza di


Maria de Medici e Richelieu, nei centri urbani.
A partire dal 1632 inizia la vicenda di Loudun
La ribellione delle religiose di Port Royal. Ripristinata la clausura nel 1609 ad
opera di Mre Anglique Arnauld, sorella del grande Arnauld, il monastero
cistercense di Port-Royal des Champs, ubicato in una zona umida e malsana, verr
abbandonato nel 1625 per la pi confortevole, ma pur sempre austera, sede di
Parigi sino al 1648, allorch gran parte della comunit rientrer a Port-Royal des
Champs una volta che nella zona furono compiuti i necessari lavori di bonifica. Il
periodo parigino era stato soprattutto contrassegnato dai rapporti con SaintCyran, divenuto direttore spirituale del monastero, scomparso nel 1643, e con i
"solitari", cio con quel gruppo di dotti e studiosi laici ed ecclesiastici che
seguiranno la comunit monastica nel suo ritorno alla dimora originaria, e il cui
destino si intreccer con quello del monastero, allorch esploder la crisi
giansenistica. Il coinvolgimento
di Port-Royal nelle vicende connesse al
giansenismo esploder, com noto, allindomani stesso della condanna da parte di
Roma delle cinque proposizioni dottrinali tratte dallAugustinus di Giansenio
(1653). La celebre distinzione indicata da Arnauld tra la questione di diritto e
quella di fatto cio che le proposizioni, seppure condannabili, non si trovassero
nellAugustinus e le polemiche che ne scaturiranno, accentuate dalla imposizione
della sottoscrizione di un formulario di accettazione della condanna,
trasformeranno per le religiose di Port-Royal quel che era un pur grave problema
di disciplina ecclesiastica in un grandioso problema di coscienza. Simbolo, allora e
dopo, della resistenza dellintero movimento giansenista, il loro rifiuto di piegarsi
alla pura e semplice sottoscrizione del formulario finir col trascendere la vicenda
stessa, per trasformarsi nellappello, pi volte rinnovato, alla responsabilit
religiosa individuale di contro ad una Chiesa gerarchica ed autoritaria e ad n
potere politico intollerante e repressivo.
Lo scontro, solo momentaneamente sopito con un compromesso nel 1661, si
aprir nuovamente allorch nel 1664 larcivescovo di Parigi, Hardouin de Prfixe,
intimer la sottoscrizione pure e semplice del formulario, nel corso di una
drammatica visita personale al monastero, la cui consacrazione letteraria si
ripetuta pi volte nel tempo, dal quasi coevo Abreg de lhistoire de PortRoyal di
Racine alle pagine di Sainte-Beuve nel secolo scorso al noto lavoro teatrale di
Henri de Montherlant nel nostro secolo (1954). Con la ripresa della battaglia
antigiansenista dopo un decennio di relativa tranquillit (1669-79), Port-Royal

appare come condannato ad una lenta estinzione. Disperse le monache irriducibili


e proibite nuove vestizioni nel monastero, escono gradualmente di scena le religiose
che ne avevano rappresentato i momenti pi alti, come la seconda Mre Anglique,
nipote della precedente, morta nel 1684, e i protagonisti degli scontri pi intensi,
Arnauld e Nicole. Li seguir nella tomba, nel 1699, uno dei maggiori estimatori,
con Pascal, della grandezza tragica di Port-Royal, quel Racine che due anni prima,
quasi a ultima testimonianza di un quarantennio di lotte, aveva steso segretamente
il suo famoso Abrg, e che volle essere sepolto nel recinto dellamatissima abbazia,
disegnatasi sempre quale filigrana indelebile lungo tutta la sua vita dietro i trionfi
letterari e cortigiani.
Doveva passare solo un altro decennio perch, nel clima "gesuitico" degli ultimi
anni del regno di Luigi XIV, contro Port-Royal si adottasse di nuovo la maniera
forte e perch il simbolo di una pervicace volont di dissenso, agli occhi del Re
Sole, venisse spietatamente cancellato. Dalle rovine di Port-Royal nascer il mito di
Port-Royal, che labb Grgoire lancer con passione non attenuata dopo gli anni
rivoluzionari quale luogo sofferto della memoria e insieme momento di
meditazione religiosa.

"QUEL CORALLO CHE SOTTO L'ONDE DEL MARE E' TENERO": LA RELIGIOSA TRA
CONTRORIFORMA E ILLUMINISMO
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Prese sempre pi piede nei monasteri la pratica dellorazione mentale, che i


gesuiti furono autorizzati ufficialmente tra il 1612 e il 1620 dalla Congregazione
romana dei regolari a diffondere nei monasteri femminili di Milano e di Palermo e
certamente anche altrove.
Fu utilizzato anche il Ritiramento spirituale del padre Camillo Ettori (1685), con
gli esercizi spirituali resi "facilissimi", tanto per le religiose quanto per i secolari,
che tra Sei e Settecento un numero davvero straordinario di edizioni e di
traduzioni.
Tra gli scogli del rigorismo e del quietismo si afferma un modo pi ragionevole
di attuare la clausura (vengono lasciati alla discrezione i colloqui tra novizie e
monache ecc.), che ha Gian Battista De Luca come esponente di punta del
riformismo ecclesiastico austero e istituzionale.
Unopera che si scaglia contro "la falsa dottrina dellorazione di quiete" La
religeuse di Diderot

LA STREGA
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Allarmante aumento di infanticidii e aborti verificatisi dopo il 1550 in tutta


lEuropa parallelamente al deteriorarsi delle condizioni economiche.
Nel 1728 una levatrice ungherese di Szegerin fu accusata di aver battezzato 2.000
neonati nel nome del Diavolo.
Il numero di donne rispetto agli uomini aumentava con le guerre e le pestilenze.
Era aumentato il numero di donne che non si erano mai sposate: dal 5% alla fine
del Medioevo a circa il 10-20% nel XVII secolo, sviluppo che coincise con laumento
dellet matrimoniale. I conventi, con la Riforma, vennero chiusi, e la percentuale di
donne nelle comunit aument.
Le accuse di stregoneria divennero una tra le molte armi usate per combattere
lusanza dei matrimoni combinati, costume che and perdendo gradualmente di
popolarit nella prima et moderna per linsistenza sempre maggiore dei
riformatori sulla fedelt coniugale e per let pi avanzata degli sposi.
Droghe erano ampiamente disponibili nellambiente rurale del XVII secolo.
Piante del tipo della belladonna contenevano atropina, che, sfregata sulla pelle,
poteva produrre vertigini e delirio, mentre narcotici come la pianta del giusquiamo
causavano a volte violente allucinazioni.
Gli uomini, sia di area cattolica che protestante, pretendevano chele donne
fossero ubbidienti, sottomesse e rinunciatarie. In altri termini, "buone mogli".
Ponendo queste condizioni, gli uomini presumevano che per natura le donne non
fossero inclini a comportarsi in questo modo, come molta letteratura del XVII secolo
sembra suggerire.
Il bisogno dordine ovviamente una costante della natura umana, e ogni
epoca si indubbiamente impegnata per soddisfarlo. Ma nel XVII secolo esso era
oggetto di particolare preoccupazione, soprattutto a causa della diffusa
consapevolezza che lantico ordine fosse crollato. Senza dubbio il tradizionale
assetto ecclesiastico era stato sconvolto al tempo della Riforma, e molte delle
tensioni religiose
dei centocinquantanni che seguirono furono dedicate a
restaurarlo o sostituirlo. In specie tra i protestanti, che avevano rifiutato
globalmente la struttura delle Chiesa cattolica, il bisogno di una nuova disciplina
interna e religiosa era di capitale importanza. Il problema politico non era meno
grave. La prima et moderna era caratterizzata da una serie quasi continua di
ribellioni delle classi inferiori, e la met del XVII secolo fu testimone di molte
importanti sollevazioni, inclusa la prima grande rivoluzione dei tempi moderni in
Inghilterra. Il crescente disordine allinterno della societ era certo una concausa di
queste ribellioni. Il diminuito livello di vita, la crescente disoccupazione, linflazione
in continuo aumento e lincremento della popolazione in molte citt creavano
inquietudini sociali senza precedenti e sottoponevano i vecchi meccanismi di

governo a tensioni insopportabili. Allinterno della societ vi erano frequenti sfide


alle gerarchie tradizionali, e nelle famiglie si era diffusa una resistenza ad accettare
il ruolo del patriarcato. Persino lordine dei cieli sembrava essere sconvolto, perch
luniverso medievale aristotelico-tolemaico crollava sotto linfluenza del modello
eliocentrico di Copernico. Sintomatico di questa multiforme crisi dellordine era il
profondo senso dellincombente distruzione e del caos, che caratterizza tanta parte
della letteratura del tardo Cinquecento e del primo Seicento.
La strega divenne il simbolo del caos e del disordine. La strega partecipava a
quel movimento che tentava di rovesciare il mondo, simboleggiato dallinsieme dei
rituali di inversione celebrati al sabba.
Nel 1661 i realisti scozzesi, al fine di gettare discredito sui presbiteriani da loro
recentemente sconfitti, affermavano che "la ribellione madre della stregoneria".
Gran parte di questi discorsi sulla ribellione erano puramente retorici e
rispecchiavano le paure e le insicurezze di una posizione maschile minacciata pi
che i timori per le attivit della strega stessa. Come abbiamo visto, la maggioranza
delle imputazioni dirette alle streghe erano senza fondamento. Le streghe non si
riunivano al sabba, non congiuravano contro la Chiesa o lo Stato n copulavano con
i demoni. Pochissime tra loro fecero patti con il Diavolo. In gran parte non erano
per nulla implicate in pratiche di magia malefica. Le streghe furono i classici capri
espiatori, vittime delle nevrosi delllite dominante e della miseria delle classi
popolari.
Non di rado, nella storia successiva, sono stati individuati gruppi di devianti o
marginali come origine dei propri problemi; sono stati accusati di crimini non
commessi.

LO SCIENZIATO
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I cosiddetti padri fondatori della scienza moderna (Keplero, Galilei, Bacon,


Descartes, Harvey, ecc.) parlano spesso di scienza, ma non usano la parola
"scienziati" (che un termine ottocentesco). La condizione dello "scienziato"
nellet di Copernico e di Cardano era ancora quella dellintellettuale medievale: o
uomo di chiesa o professore o medico. Nel corso dei Seicento si verificano una serie
di modificazioni importanti: nascono le prime istituzioni scientifiche e viene
proposta una immagine della scienza la quale contiene alcuni elementi che ci
consentono di riconoscerla come "nostra".

Si proiettato sul passato limmagine dello scienziato dell800: una specie di


positivista paziente sperimentatore ed antiaristotelico, che non ha quasi nulla a che
fare con la realt storica.

VARIETA' DEI PERSONAGGI


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Nel corso di 31 anni, fra il 1626 e il 1657 muoiono Francis Bacon, Johannes
Kepler, Robert Fludd, Roberto Burton, Galileo Galilei, Giovanni Battista van
Helmont, Bonaventura Cavalieri, Marin Mersenne, Ren Descartes, Pierre
Gassendi, William Harvey. Francis Bacon un celebrato filosofo che invece che
trattati pubblica aforismi, che detesta le universit, che si impegna in politica fino
a diventare ministro, che prima di essere processato per corruzione vive nel fasto e
possiede una muta di pi di cento levrieri. Keplero a ventitr anni va a insegnare
matematica e astronomia a Graz; diventa assistente di Tycho Brahe
allosservatorio di Uraniborg, la prima istituzione scientifica europea dove si
svolge ricerca, si stampano libri e si insegna astronomia fuori dalluniversit; nel
1601 viene nominato matematico imperiale ma vive una vita misera guadagnando
con gli oroscopi e lottando per oltre sei anni per salvare la madre, accusata di
stregoneria, da una condanna al rogo. Galilei professore di matematica a Pisa e a
Padova ed aspira invano ad una cattedra di filosofia, non disdegna la fabbricazione
di strumenti, diventa "primario matematico e filosofo" del granduca di Toscana,
subisce un processo, una condanna per aver sostenuto tesi eretiche e pronuncia in
ginocchio davanti ai cardinali della Congregazione una pubblica abiura delle sue
convinzioni copernicane. Descartes un militare, un critico feroce delle scuole e
delle universit, scrive il suo testo pi celebre nella forma di unautobiografia,
scopre in sogno i fondamentali di una nuova scienza meravigliosa, vive di una
modesta rendita, rinuncia a rendere pubblica la sua fisica dopo aver saputo della
condanna di Galilei, termina la sua vita come precettore privato di Cristina di
Svezia. Mersenne un religioso dellordine dei Minimi che dal convento diventa il
corrispondente e il punto di riferimento di tutti gli scienziati e dotti del suo
tempo.Van Helmont un medico, cos come il mago rosacruciano Robert Fludd;
medico anche Harvey, che studia a Padova, diventa membro del Royal College of
Physicians e medico di Giacomo I e non abbandona mai un aristotelismo di fondo.
Cavalieri un religioso dellordine dei gesuati di San Gerolamo, e insegna
matematica alluniversit. Gassendi un prete frequentatore di medici e scienziati,
professore di astronomia nel Collegio Reale di Parigi.
La scienza del Seicento non nasce per solo ad opera dei grandi personaggi
Viene costruita, ed anche propagandata ed energicamente difesa, da una folla
composita e variopinta: professori di matematica ed astronomia nelle universit,
insegnanti di queste stesse discipline (in specie la matematica) fuori dalle

universit, medici, farmacisti, alchimisti, chirurghi, viaggiatori, filosofi naturali e


cultori di filosofia meccanica, artigiani colti e "virtuosi". Si tratt di una sorta di
"et libera" fra il magister artium medievale e il dottorato o il Ph. D. dellet
moderna. Per diventare "scienziati" non erano necessari in quellet, n il latino,
n la matematica, n unampia conoscenza di libri, n una cattedra universitaria.
La pubblicazione sugli atti delle accademie e lappartenenza alle societ
scientifiche erano aperte a tutti: professori, sperimentatori, artigiani, curiosi,
dilettanti. Nonostante le opportune e recenti correzioni ad una troppo rigida
contrapposizione universit-accademie, la tesi relativa al carattere marginale delle
universit nella rivoluzione scientifica conserva una sua indubbia verit. E vero
che quasi tutti i grandi scienziati del Seicento (e del Settecento) hanno studiato
nelle universit, ma anche vero che sono pochissimi gli scienziati la cui carriera si
sia svolta per intero o prevalentemente allinterno delle universit. Queste ultime,
nel Seicento, restano nel pi dei casi chiuse alle scoperte della fisica, astronomia,
botanica, zoologia e chimica, continuando a coltivare ricerche di matematica e
medicina, ma restando nella sostanza estranee alle dottrine della nuova filosofia
"meccanica" o "sperimentale" che si diffonde non attraverso i corsi universitari,
ma attraverso libri, periodici, atti delle accademie e delle societ scientifiche,
lettere private.
Nel 1663 circolava a Londra una Ballata del Gresham College, che era
unassociazione fondata da un gruppo di amici: "Il Gresham College sar dora
innanzi / luniversit dellintero mondo / Oxford e Cambridge suscitano il riso, / la
loro dottrina solo pedanteria"

L'EREDITA' DELLA MAGIA


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I bordi di quellarazzo che fu intessuto da maghi e alchimisti nellet del


Rinascimento si sovrappongono in pi punti al tessuto della scienza e della tecnica
moderna. La tradizione ermetica non certo scomparsa nella prima met del
Seicento. Basta pensare, per rendersene conto, alla violenza polemica delle pagine
scritte da Bacon fra il 1603 e il 1620, ai duri attacchi di Mersenne negli anni20 del
Seicento,alle polemiche tra Mersenne e Robert Fludd e tra Fludd e Keplero. Le
sistemazioni "triadiche" dei manuali prospettano immaginarie distanze temporali.
Ma la Metafisica di Campanella esce a Parigi lanno successivo alla pubblicazione
del Discorso sul metodo. Limmagine di derivazione positivista di una marcia
trionfale del sapere scientifico attraverso le superstizioni della magia sembra oggi
definitivamente tramontata. Attraverso una serie di studi importanti (Eugenio
Garin, Walter Pagel, Frances Yates, Allen Debus, D.P. Walker, Paola Zambelli,
Charles Webster) ci si resi conto, con sempre maggiore chiarezza, del peso

rilevante che la tradizione magico-ermetica ebbe ad esercitare su non pochi


esponenti della rivoluzione scientifica.
Nella sua difesa della centralit del Sole Copernico aveva invocato lautorit di
Ermete Trismegisto. A Ermete e a Zoroastro si era richiamato allinizio del
Seicento William Gilbert, che aveva identificato la sua dottrina del magnetismo
terrestre con la tesi "magica" dellanimazione universale. Di fronte al De Magnete
davvero difficile (anche volendo ammettere che la domanda abbia un senso)
rispondere al quesito se si tratti dellultima opera della magia naturale del
Rinascimento o di una delle prime opere della scienza sperimentale. Anche se tutti i
trattati sul magnetismo si aprono col nome di Gilbert, la scienza di questautore
non ha nulla a che fare n con la matematica e i suoi metodi, n con la meccanica
in senso galileiano. Gilbert pensa allattrazione come ad una forza spirituale,
ritiene che la calamita abbia unanima (superiore a quella delluomo), concepisce
la Terra come la mater communis nel cui utero si formano i metalli.
Bacon conduce, come si detto, una polemica violenta contro la filosofia
"fantastica, tumida e superstiziosa" dei maghi e degli alchimisti, qualifica
Paracelso "un fanatico accoppiatore di fantasmi", ma parla di "percezioni",
"desideri", "avversioni" della materia ed fortemente condizionato, nella sua
concezione delle forme (che al cuore della sua fisica) dal linguaggio e dai modelli
presenti nella tradizione alchimistica. Quando accetta la tesi che il fuoco posa far
apparire sostanze non preesistenti, quando si sofferma sulle difficolt che derivano
dalla "contemporanea introduzione di pi nature in un corpo solo" si muove entro
un ordine di problemi tipicamente alchimistico.
Keplero un conoscitore profondo del Corpus Hermeticum. Ritiene che esista
fra le strutture della geometria e quelle delluniverso, mette in relazione il numero
dei pianeti e le dimensioni delle loro sfere coni rapporti intercorrenti fra i cinque
solidi regolari o "cosmici" di cui aveva parlato Platone, la sua tesi di una musica o
armonia celeste delle sfere profondamente imbevuta di misticismo pitagorico. Per
Keplero, che non conosce il principio di inerzia n possiede la nozione di forza
centripeta, una velocit uniforme continua richiede lapplicazione di una forza
motrice continua. Lesistenza di un "anima" nel Sole indispensabile al
funzionamento del sistema.
Descartes diventato per i moderni il simbolo del pensiero razionale. Ma
anteponeva, da giovane, i risultati dellimmaginazione a quelli della ragione; si
dilettava, come avevano fatto tanti maghi del Cinquecento, alla costruzione di
automi e di "giardini dombre", insisteva, come avevano fatto tanti seguaci del
lullismo magico, sullunit e armonia del cosmo. Sono temi che, in chiave diversa,
compariranno anche in Leibniz,nella cui "caratteristica universale" confluiscono
temi attinti alla tradizione del lullismo ermetico e cabalistico. Nella sua nuova
logica Leibniz vedeva una "magia innocente" e una Cabala non chimerica". Era
un lettore appassionato di testi ai quali sarebbe davvero arduo attribuir la
qualifica di "scientifici".
Anche in Harvey, nella sua immagine del cuore come "Sole del microsomo"
riecheggiavano i temi della letteratura solare. Perfino nella concezione newtoniana

dello spazio come sensorium Dei sono state rilevate influenze delle correnti
neoplatoniche e della cabala giudaica. Newton non solo leggeva e riassumeva testi
alchimistici, ma dedic allalchimia moltissima ore della sua vita. Dai suoi
manoscritti risulta anche chiara la sua fede in una prisca theologia (che uno dei
temi centrali dellermetismo) la cui verit deve essere provata mediante la nuova
scienza sperimentale.
Questo della verit e del progresso concepito anche come un "ritorno"
davvero un tema centrale. Francis Bacon aveva presentato la sua grande riforma
del sapere come una instauratio, come ladempimento di unantica promessa. La
nuova scienza operativa avrebbe consentito di restaurare quel potere sulla natura
che luomo ha perduto dopo il peccato. Egli pensava che le "favole antiche" fossero
non un prodotto della loro et, ma invece simili a "sacre reliquie e arie lievi
spiranti da tempi migliori, tratte dalle tradizioni di nazioni pi antiche e trasmesse
ai flauti e alle trombe dei Greci". Lidea che il sapere vada risuscitato, che esso sia
in qualche modo nascosto nei tempi pi remoti della storia umana, che prima della
filosofia dei Greci fossero state intraviste alcune fondamentali verit in seguito
cancellate e perdute certo un tema "ermetico", che attraversa per una larga
parte della cultura del Seicento e che ricompare anche negli autori nei quali meno
ci si aspetteremmo di trovarlo. Come per esempio nelle Regulae di Cartesio, deciso
sostenitore della superiorit dei moderni.
Nel De mundi systemate, composto fra il 1684 e il 1686, Newton faceva risalire
la tesi copernicana non solo a Filolao ed Aristarco, ma a Platone, Anassimandro,
Numa Pompilio, e riprendeva la tesi dellantica sapienza degli Egiziani, "i quali
rappresentavano, con riti sacri e geroglifici misteri che travalicavano la
comprensione popolare". Negli Scolii classici (di recente pubblicati da Paolo
Casini) Newton manipola accortamente i suoi autori, sceglie con cura le citazioni,
intende mostrare che i filosofi antichi avevano conosciuto i fenomeni e le leggi
dellastronomia gravitazionale. Anche se in forma simbolica, gi nei tempi pi
remoti della storia si sapeva che la forma dellattrazione diminuisce in ragione del
quadrato della distanza.
Si certo grandemente ecceduto nella presentazione di Bacon e di Newton
come pensatori "ermetici", ma indubbio che la posizione di Bacon nei confronti
delle "favole antiche" non facilmente decifrabile e che Newton fu fermamente
convinto di star riscoprendo verit di filosofia naturale che gi si erano affacciate
nei tempi remoti dopo il peccato e che gli antichi saggi avevano, a loro volta,
parzialmente riscoperto. Il gran libro della natura era gi stato decifrato. Il
progresso dellastronomia fu concepito da Copernico, da Keplero, dallo stesso
Galilei, anche come un ritorno.
La metafora di un arazzo nel quale si sovrappongono e si intrecciano fili non
implica affatto che si debba rinunciare (come molti sono stati tentati di fare) a
distinguere tra i fili e il colore dei fili. Dalla grande tradizione della magia naturale
del Rinascimento, i moderni accolsero unidea di importanza centrale: il sapere
che ha per oggetto la natura non solo contemplazione e non solo "teoria". E
anche operazione, manipolazione, intervento. Il dominio e il controllo della natura
sono fini costitutivi ed essenziali alla scienza, e ci che chiamiamo "realt" ha a che

fare non solo con ci che pensiamo del mondo, ma anche con ci che facciamo nel
mondo.
Lespressione letterariamente pi efficace , al solito, quella del Lord
Cancelliere: bisogna leggere con umilt nel gran libro della natura, bisogna
ripulire lo specchio appannato della mente e "rifarsi simili a fanciulli", ma bisogna
anche imparare a "torcere la coda al leone".

CONOSCERE E FARE
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Lidea che conoscere il mondo abbia a che fare con la sua trasformazione (o
che, addirittura, si dia unidentit tra conoscere e fare) attraversa la cultura
scientifica del Seicento. In ci che viene comunemente chiamato meccanicismo
opera non solo lidea che gli eventi naturali possano essere descritti mediante i
concetti e i metodi di quel ramo della fisica che viene detto meccanica, ma opera
anche, e con una forza straordinaria, l'idea che proprio gli ordigni e le macchine
costruiti dalluomo possano costituire un "modello privilegiato" per la
comprensione della natura.
Gli ordigni, le macchine, le arti meccaniche vengono concepiti in modi lontani
dalla tradizione. Agli occhi di Bacon le "arti meccaniche" contengono un sapere
che si finora affermato ai margini della scienza ufficiale, nel mondo dei
costruttori di edifici, di navi, di strumenti, degli ingegneri minerari, dei numerosi
artigiani che trattano con abilit i materiali pi vari: le loro attivit servono a
"rivelare i processi della natura" e sono una forma di conoscenza. Le tecniche (a
differenza di quanto accade nella filosofia e in tutte le altre forme del sapere) sono
capaci di progresso, crescono cio su s medesime, e ad una tale velocit "che i
desideri degli uomini vengono a mancare prima ancora che esse abbiano raggiunto
la perfezione". Inoltre nelle arti meccaniche vige la collaborazione, ed esse sono
una forma di sapere collettivo: "in esse confluiscono gli ingegni di molti, mentre
nelle arti liberali gli ingegni di molti si sottoposero a quello di una sola persona". I
metodi, le procedure, il linguaggio delle tecniche devono diventare oggetto di
riflessione e di studio: la "experientia erratica" dei meccanici, il disperso sapere di
coloro che si servono delle mani per modificare la natura deve essere sottratto al
caso e alla deleteria influenza dei maghi e degli alchimisti, deve dar luogo ad un
corpus organico e sistematico di conoscenze. In tutta la tradizione filosofica, da
Platone fino a Bernardino Telesio, stata introdotta una frattura fra la teoria e la
pratica, il sapere e loperare, il conoscere il mondo e lintervenire sul mondo;
chiedersi se le verit della scienza dipendano dai metodi impiegati per
determinarle o dalla loro utilit pratica , per Bacon, un dilemma privo di senso: le
due "gemelle intenzioni umane, la Scienza e la Potenza" coincidono in una: se

vero che la capacit di dar luogo ad opere la garanzia della verit del metodo
altrettanto vero che solo un metodo vero in grado di produrre opere reali: ricerca
teorica e attivit pratica sono, cos intese, la stessa cosa, e ci che pi utile nelle
operazioni anche ci che pi vero nella teoria (ista duo pronuntiata, activum et
contemplativum, res eadem sunt, et quod in operando utilissimum, id in sciendo
verissimum). In questo senso i risultati pratici non sono solo benefci per la vita, ma
anche pegni della verit (opera non tantum beneficia, sed et veritatis pignora sunt).
Keplero nega che luniverso sia "un divino essere animato" e lo concepisce
come simile ad un orologio nel quale tutti i movimenti "dipendono da una semplice
forza materiale". Cos il cuore se non una molla, i nervi se non molte corde? si
domanda Hobbes . Cartesio si era fermato sulle macchine che, pur costruite dagli
uomini, sono "semoventi", e aveva paragonato i nervi ai "tubi delle macchine delle
fontane", i muscoli e i tendini a congegni e molle. Per Boyle lintero universo
"una grande macchina semovente" e tutti i fenomeni vanno per questo considerati
nei termini "dei due grandi e universali principi dei corpi: la materia e il
movimento. Sulle cose naturali, afferma Gassendi, indaghiamo allo stesso modo in
cui indaghiamo "sulle cose di cui no i stessi siamo gli autori".
Il mondo dei fenomeni ricostruibili mediante lanalisi e il mondo dei prodotti
artificiali, costruiti con le mani o costruiti come entit possibili dallintelletto, sono
le uniche realt di cui si possa avere scienza. Possiamo conoscere o le macchine o il
mondo reale in quanto esso sia riconducibile al modello di una macchina. Le
tradizionali impostazioni relative al rapporto tra la Natura e lArte vengono qui
consapevolmente rovesciate. LArte non (come voleva una diffusa tradizione
medievale) "la scimmia" della natura e non "in ginocchio" davanti alla Natura. I
prodotti dellArte non sono n differenti n inferiori a quelli della Natura. Su
questo punto anche Cartesio insiste con forza: "non si d alcuna differenza fra le
macchine che costruiscono gli artigiani e i diversi corpi che la natura compone".
Sia Cartesio sia Gassendi accolgono la tesi di Bacon che nega ogni differenza di
essenza fra oggetti naturali e oggetti artificiali: "E stata a lungo prevalente
lopinione che larte sia differente dalla natura e le cose artificiali differenti dalle
naturali Questo dovrebbe invece penetrare in profondit nelle menti: le cose
artificiali non differiscono dalle naturali per la forma o lessenza, ma solo per la
causa efficiente".
Se il mondo una macchina, non solo cade lantica immagine di una
corrispondenza fra luomo microcosmo e luniverso macrocosmo, ma cade anche
lidea che il mondo sia costruito a misura delluomo. Allinterno della nuova
concezione del rapporto Arte-Natura si fa strada la tesi che la conoscenza delle
essenze e delle cause ultime preclusa alluomo, che essa non interessa la scienza,
riservata a Dio in quanto artefice o costruttore o orologiaio del mondo. Il criterio
del conoscere come fare e dellidentit fra conoscere e costruire vale per luomo
come vale per Dio. Lintelletto umano ha pieno accesso alle verit della matematica
e della geometria in quanto esse sono verit costruite, ma non potr mai accedere
n alle quidditates rerum intimae n agli arcana naturae: la scienza pu essere e
intende essere solo conoscenza fenomenica del mondo. Conosciamo le "vere ragioni
scrive Mersenne solo di quelle cose che possiamo costruire con le mani o con

lintelletto". Hobbes certo su posizioni molto diverse, ma del tutto daccordo su


questo punto: la geometria dimostrabile perch le linee e le figure sono tracciate
da noi stessi ed anche la filosofia civile dimostrabile, "perch noi stessi
costruiamo lo Stato". Sui corpi naturali possiamo solo enunciare ipotesi.
Lidea del conoscere e del fare e costruire avr uninfluenza decisiva anche
sulla considerazione del mondo sociale e politico. Le affermazioni di Hobbes sono
state giustamente avvicinate a quelle di Vico sulla identit verum-factum. Nella
Scienza Nuova il mondo della storia apparir a Giambattista Vico conoscibile ed
oggetto di scienza, in quanto fatto e costruito dagli uomini.

L'EGUAGLIANZA DELLE INTELLIGENZE


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Per tutti gli esponenti della cultura magica e alchimistica, per tutti i seguaci
della tradizione ermetica, i testi dellantica sapienza si configurano come libri sacri
nei quali sono racchiusi segreti che solo pochi eletti o "iniziati" possono decifrare.
La verit nascosta nel passato e nel profondo. E tanto pi preziosa quanto pi
nascosta. Va ricercata e decifrata al di l degli accorgimenti che furono impiegati
per tenerla nascosta a coloro che non ne sono degni. E sempre necessario andare
"oltre la lettera", alla ricerca di un messaggio di volta in volta pi nascosto. Il
confine tra la figura del mago e quella del sacerdote appare difficilmente
determinabile. Anche quando la magia accentua le caratteristiche di "naturalit"
delle operazioni magiche, essa non riuscir mai a liberarsi n dalla ambigua
concezione del metodo come iniziazione, n dallimmagine del mago come essere
eccezionale, come "eletto".
"Lardore della gente nellaprire scuole" sembrava a Jan Amos Komensk
(latinizzato in Comenius), intorno agli anni 30 del Seicento, una delle
caratteristiche dei tempi nuovi. Da quellardore deriva anche "il grande
moltiplicarsi dei libri in tutte le lingue affinch anche i bambini e le donne possano
acquistare familiarit con essi". Limpegno in favore di un sapere universale,
comprensibile a tutti perch a tutti comunicabile, diventa un tema centrale e
dominante. Alcune convinzioni sulla natura umana, sulle vie di accesso alla verit,
sui procedimenti del conoscere vengono espresse con una radicalit che pu
apparire sconcertante solo a quegli studiosi che hanno sottovalutato la presenza
della tradizione ermetica e il peso esercitato sulla cultura (anche quella scientifica)
dal naturalismo magico. Quelle convinzioni nascono allinterno di prospettive
diverse, hanno anche differenti significati, ma, indipendentemente dalle loro
origini, contribuiscono allaffermarsi e al consolidarsi di unimmagine del sapere
che in grado di contrastare con efficacia la tradizione magico-alchimistica, di

porsi come unalternativa rispetto ad essa, di contrapporre allimmagine del


sapiente che caratterizza quella tradizione, unimmagine nuova.
Le tre idee che sono al centro della nuova immagine del sapere sono: 1) per
accedere alla scienza e alla verit non affatto necessario disprezzare quella parte
della natura umana che "soltanto umana" e neppure appartenere al novero degli
eletti e degli "illuminati": basta la pura e semplice appartenenza alla specie
umana; 2) i procedimenti di accesso alla verit o i "metodi" non sono inaccessibili
o segreti o incomunicabili o complicati: sono viceversa "modesti" o "semplici" o
"umili", possono essere esposti facendo uso di un linguaggio chiaro e proprio per
questo sono, in linea di principio, se non in linea di fatto, accessibili a tutti; 3) tutti
gli esseri umani possono, di conseguenza, accedere al sapere e alla verit, il sapere
scientifico non assomiglia ad una rivelazione o a una incomunicabile esperienza
mistica: solo lesplicitazione di potenzialit presenti in tutti, la scienza (come
diranno Arnauld e Nicole negli Elments de gometrie) consiste solo "nel portare
pi avanti quello che sappiamo naturalmente".
Le verit che sono chiamate nozioni comuni, scrive Descartes nei Principia
philosophiae, sno tali da essere conosciute da molti con chiarezza e distinzione. In
alcune persone tali verit non risultano abbastanza evidenti, ma ci non dipende in
alcuno modo dal fatto "che la facolt di conoscere che in alcuni uomini si estenda
di pi di quella che comunemente in tutti". Dipende solo dai pregiudizi acquisiti
nellinfanzia e dai quali molto difficile liberarsi. E appena il caso di richiamare il
celebre inizio del Discours sur la mthode che afferma essere il buonsenso "la cosa
al mondo meglio ripartita". La facolt di distinguere il vero dal falso uguale per
natura in tutti gli uomini. La differenza delle opinioni non deriva "dal fatto che
alcuni siano pi ragionevoli di altri", ma solo dal fatto che si seguono vie diverse e
non si considerano le stesse cose. Per quanto lo riguarda, Cartesio "non ha mai
presunto che la sua intelligenza fosse in nulla pi perfetta del comune" e afferma
che le opinioni presenti nei suoi scritti sono "semplici e conformi al senso comune".
Il nuovo metodo viene presentato come un insieme di regole "certe e facili" La
dottrina che espone le regole del metodo non va velata e ricoperta "per tenere
lontano il volgo", ma adornata e rivestita in modo "da riuscire gradita allumana
intelligenza". Dato il legame che sussiste tra le conoscenze, ove si inizi dalle pi
semplici e si proceda come di gradino in gradino, "non occorre avere molta
destrezza e capacit per ritrovarle". Lesposizione del metodo deve procedere per
ragioni "chiare e comuni", e le verit raggiunte "avranno corso nel mondo allo
stesso modo della moneta, la quale non di minor valore quando viene fuori dalla
borsa di un contadino". Molti uomini non si dedicano alla ricerca della saggezza:
ci dipende dal fatto che essi "non sperano di riuscirvi e non sanno quanto ne sono
capaci".
Mentre contrappone la sua filosofia a quella "attraverso la quale si fanno le
pietre filosofali", Thomas Hobbes afferma che "la filosofia, cio la ragione naturale
innata in ogni uomo" e che la ragione "non meno naturale della passione ed la
medesima in tutti gli uomini". I pochi e primi elementi della filosofia sono i "semi"
dai quali potr svilupparsi una filosofia vera. Quei semi o primi fondamenti gli
appaiono "umili, aridi, quasi deformi". Rivolgendosi allamico lettore, scrive che

"la filosofia figlia della tua mente, ancora informe in te stesso". Il metodo che
Hobbes ha costruito pu servire a tutti: "se ti piacer, potrai usarlo anche tu".
Proprio in Mersenne, instancabile "segretario dellEuropa colta", troviamo
espressa in forma singolarmente efficace lidea, radicalmente antimagica ed
antioccultistica, della eguaglianza delle intelligenze: "un uomo non pu fare nulla
che un altro uomo non possa egualmente fare e ciascun uomo contiene in s tutto
ci che necessario per filosofare e ragionare di tutte le cose".
Anche se gli storici del pensiero politico non se ne sono sempre resi conto, la tesi
della eguaglianza delle intelligenze di fronte alle verit della scienza aveva forti
valenze politiche. In tutti gli esseri umani, dir Pufendorf, presente un principio
interiore per governarsi da soli e tutti gli uomini, in quanto suscettibili di
obbligazioni, sono esseri intelligenti: "Non posso persuadermi che la sola
eccellenza di natura sia sufficiente a dar diritto a un essere di imporre una qualche
obbligazione ad altri esseri i quali hanno, cos come lui, un principio interiore per
governarsi da soli". La tesi delleguaglianza di fronte alla verit implicava la
rinuncia allimmagine, presente nellermetismo e in molte filosofie di derivazione
aristotelico-averroistica, di una separazione netta tra i "filosofi" e gli uomini del
volgo, "simii a bestie", pe i quali sono opportuni i racconti di miracoli, angeli e
diavoli, per i quali, come aveva scritto Pomponazzi, sono necessarie le favole "per
indurre al bene e ritrarre dal male, come si fa con i bambini con la speranza del
premio e la paura della pena".
Dopo let di Bacon e di Cartesio, di Hobbes, di Mersenne e di Galilei ogni
forma di sapere che teorizzi la segretezza in nome della inaccessibilit, che
concepisca come "sovrumane" le difficolt che si incontrano sulla via del
conoscere, che affermi il carattere iniziatico dellaccesso alla verit e la possibilit,
per pochissimi, di giungere allepisteme, apparir irrimediabilmente
e
strutturalmente connessa alla tesi,di natura politica, secondo la quale gli uomini
non sono in grado di governarsi da soli ed hanno bisogno, come i bambini, di favole
che li tengano lontani dalla verit.
Lidea delleguaglianza delle intelligenze diventa parte integrante e costitutiva
dellimmagine moderna della scienza. Come accade per tutte le idee che si
associano o si identificano con dei valori, essa ci offre, ancora oggi, delle linee di
orientamento. Quando lambiguit e lenigmaticit del linguaggio diventano
essenziali ad una filosofia e la chiarezza linguistica viene accuratamente evitata ed
esplicitamente condannata come espressione di semplice buon senso e di
superficialit; quando il tema "guardare al passato",laffermazione di una Riposta
Sapienza delle Origini e limmagine di una Verit che allInizio dei Tempi
diventano le grandi idee guida e i motivi centrali di una filosofia; quando infine
viene teorizzata una differenza di essenza fra gli eletti e i pneumatici (che possono
attingere a quella Sapienza, vivere gli "attimi" e intravvedere e indicare il Destino)
e coloro che restano per sempre confinati nella temporalit del quotidiano e sono
capaci solo di intelletto, ma del tutto incapaci di Pensiero; quando tutto questo
avviene contemporaneamente o in una stessa filosofia, allora la antica Tradizione
Ermetica (anche in pieno XX secolo) rivela la sua non spenta presenza, mostra la
sua operante persistenza, celebra i suoi tardivi trionfi.

LA SCIENZA E I "DOTTORI DI MEMORIA"


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Secondo Fleck (1935), quanto pi un determinato campo del sapere si presenta


come fortemente strutturato, tanto pi i concetti che in esso sono presenti
diventano coerenti con linsieme e suscettibili di definizioni reciproche che rinviano
di continuo luna allaltra. Quella rete di concetti d luogo, nelle cosiddette scienze
"mature", ad una sorta di intreccio inestricabile, a qualcosa che assomiglia non ad
una raccolta di frasi,ma alla "struttura di un organismo". In quella struttura tutte
le singole parti adempiono ad una specifica funzione. Ad una certa distanza dalla
sua nascita e al termine di un ciclo di sviluppo, quando una scienza si assestata
nella sua specificit e come tale viene riconosciuta, le fasi iniziali dello sviluppo non
appaiono pi facilmente comprensibili: linizio viene compreso ed espresso in modi
assai diversi da come era stato compreso ed espresso agli esordi del processo.
Thomas Kuhn ha ripreso questi temi ed ha sottolineato il fatto che gli scienziati
tendono a collocare la loro attivit sotto il segno di una concezione lineare di
progresso. Riscrivono continuamente i loro manuali, ma riscrivono continuamente
"una storia allindietro". Perch mai dare valore a ci che attraverso la costanza e
lintelligenza di generazioni di ricercatori stato possibile abbandonare? perch
collocare fra le cose degne di essere ricordate gli innumerevoli "errori" di cui
piena la storia della scienza? Nella ideologia della professione scientifica questa la
conclusione di Kuhn profondamente radicata una svalutazione della storia. Le
nuove scoperte provocano la rimozione dei libri e delle riviste "superate" dalla
loro posizione attiva in una biblioteca scientifica e il loro spostamento in un
magazzino. Una volta trovata la soluzione di un problema i precedenti tentativi
rivolti a trovarla perdono attinenza con la ricerca, diventano "un bagaglio
eccedente, un peso inutile". Rispetto al loro proprio passato artisti e scienziati
hanno reazioni nettamente divergenti: "Il successo di Picasso non ha relegato i
dipinti di Rembrandt nelle cantine dei musei darte". A differenza dellarte, "la
scienza distrugge il suo passato".
Laffermazione della necessit di dimenticare il passato e la contrapposizione
della scienza alla storia sono in realt pi antiche di quanto non pensassero
Ludwig Fleck negli anni 30 e Thomas Kuhn negli anni 60 del nostro secolo. E
possibile rintracciare entrambi questi atteggiamenti nonch laffiorare di una vera
e propria polemica contro la storia agli inizi dellet moderna, negli anni che
videro lemergere dellimmagine moderna della scienza.
Galilei contrappone i filosofi naturali agli "istorici" o "dottori di memoria". La
mentalit di questi ultimi caratterizzata dal continuo bisogno di richiamarsi ad
una guida. Limmagine che Galilei contrappone a questa mentalit quella di

ricercatori che, a differenza dei ciechi, non hanno bisogno di guida alcuna:
"Quando pure voi vogliate continuare in questo modo di studiare, deponete il
nome di filosofi e chiamatevi o istorici o dottori di memoria; che non conviene che
quelli che non filosofano mai si usurpino lonorato titolo di filosofo": Le
testimonianze di altri non hanno alcun valore di fronte al criterio del vero e del
falso: "Addurre tanti testimoni non serve a niente, perch noi non abbiamo mai
negato che molti abbiano scritto o creduto tal cosa, ma s bene abbiamo detto tal
cosa essere falsa".
Sembra che si debba scegliere: o essere scienziati o essere storici;o credere nella
distinzione vero-falso o addurre testimonianze; o conoscere la natura o conoscere
la storia. Descartes, su questo punto, la pensa allo stesso modo: "non riusciremo
mai ad essere filosofi se avremo letto tutte le argomentazioni di Platone e Aristotele
senza essere in grado di portare un sicuro giudizio su un problema determinato:in
questo caso dimostreremmo di aver imparato non le scienze, ma la storia". La
storia ci che gi stato inventato ed consegnato nei libri, la scienza labilit
nel risolvere problemi, "la scoperta di tutto ci che la mente umana pu
scoprire". Conversare con gi uomini di altri secoli dir ancora Cartesio "
quasi lo stesso che viaggiare, ma quando si impiega troppo tempo a viaggiare si
diventa alla fine stranieri nel proprio paese e cos, chi troppo curioso delle cose
del passato diventa, per lo pi molto ignorante di quelle presenti". Gli storici
appaiono anche a Malebranche uomini che tendono "alle cose rare e lontane" e
"ignorano le verit pi necessarie e pi belle".
La verit della geometria, il suo rigore appartengono per Spinoza a un mondo
che non dipende dallapprovazione degli ascoltatori o dalle vicende temporali Quel
rigore e quella verit diventano un modello che pu essere esteso a tutto il sapere.
La verit implica una assoluta irrilevanza dei contesti, delle vicende che si svolgono
nel tempo. Il come si giunti alla verit non ha alcuna importanza: "Euclide, che
non scrisse se non cose semplicissime e quantomai intelligibili, facilmente
compreso da tutti in qualunque lingua; n per intenderne il pensiero e raggiungere
la certezza circa il suo vero significato, necessario avere una piena conoscenza
della lingua in cui scrisse, ma ne sufficiente una conoscenza comune, quasi
rudimentale; e non necessario conoscere la vita, gli studi, i costumi dellautore, n
la lingua, il destinatario e il tempo in cui scrisse, la fortuna del libro e le sue varie
lezioni, n come e per deliberazione di chi sia stato approvato. E quel che diciamo
qui di Euclide va detto di tutti coloro che scrissero attorno ad argomenti per loro
natura comprensibili".
Il modello al quale si guarda ha una struttura entro la quale le teorie non si
sostituiscono semplicemente luna allaltra, ma si integrano sulla base di una
sempre maggiore generalit. Leibniz pensa che anche in filosofia si potr
abbandonare la contrapposizione fra le scuole, si potr rinunciare allesistenza
stessa di scuole. Anche la filosofia diventer un sapere capace di crescere per
integrazioni successive: "In filosofia scompariranno le scuole, cos come sono
scomparse in geometria. Vediamo in effetti che non esistono euclidei, archimedei e
apollonieni e che Archimede e Apollonio non si erano proposti di rovesciare i
principi dei loro predecessori, ma di farli progredire (les augmenter)".

Pascal pensa che ci siano scienze che dipendono dalla memoria e che si
richiamano allautorit e scienze che si affidano invece al ragionamento e nelle
quali lautorit non ha alcun valore. La storia, la geografia, la giurisprudenza, la
teologia appartengono al primo gruppo, "dipendono dalla memoria e sono
puramente storiche". Hanno come principi "o il fatto puro e semplice o
listituzione divina o quella umana". Sui loro argomenti "solo lautorit pu
illuminarci" e di esse "si pu avere una conoscenza intera, cui non sia possibile
aggiungere nulla". La geometria, laritmetica, la musica, la fisica, la medicina,
larchitettura appartengono al secondo gruppo, "dipendono dal ragionamento" ed
hanno per scopo "la ricerca e la scoperta di verit nascoste". Qui "lautorit
inutile" e solo la ragione conosce, qui la mente libera di dispiegare le sue
capacit, qui "le invenzioni possono essere senza fine e senza interruzioni". La
crescita, il progresso, la novit, linvenzione caratterizzano solo le scienze del
secondo gruppo: gli antichi le hanno abbozzate, noi le lasceremo ai posteri in uno
stato migliore di come le abbiamo trovate. La natura " sempre eguale, ma non
sempre egualmente conosciuta". La verit "non comincia ad essere quando si
cominciato a conoscerla" ed "sempre pi antica di tutte le opinioni che se ne sono
avute".
Machinae novae, Nova de universis philosophia, De mondo nostro sublunari
philosophia nova, Novum Organum, Astronomia nova, Novo theatro di
machineDiscorsi intorno a due nuove scienze, Scienza nuova: il termine novus
ricorre quasi ossessivamente in alcune centinaia di libri dedicati alla filosofia e alle
scienze pubblicati fra let di Copernico e quella di Newton. Si scopre un Nuovo
Mondo, popolato di uomini sconosciuti, di nuovi animali e nuove piante; si scopre
"un vasto numero di nuove stelle e nuovi movimenti che erano del tutto sconosciuti
agli astronomi antichi"; il microscopio "produce nuovi mondi e terre incognite per
la nostra vista". Fra la "riscoperta degli antichi" e il "senso del nuovo" che
caratterizzano la cultura del cosiddetto Rinascimento esiste un complicato
rapporto. Il rifiuto del carattere esemplare della cultura classica (che il tema sul
quale tutti gli umanisti avevano insistito) assume toni fortemente polemici, si
configura, in molti casi, come un rifiuto: "De Grec et de Latin, mais point de
connaissance on nous munit la test en notre adolescence".
"Vendete le vostre case,il vostro guardaroba, bruciate i vostri libri" aveva
scritto nel 1571 il paracelsiano Pietro Severino. La polemica contro la cultura
libresca giunger fino a Robert Boyle ed oltre a trasformarsi in uninvettiva
contro ogni e qualunque tradizione, dar luogo ad una forma di "primitivismo
scientifico" che contrappone gli esperimenti delle fornaci e le botteghe degli
artigiani alle biblioteche, agli studi stoici e letterari, alle stesse ricerche teoriche.
Gli antichi hanno seguito una strada sbagliata: "Se dichiarassi di potervi
offrire qualcosa di meglio degli antichi, dopo essere entrato nella stessa via che essi
hanno seguito, non potremmo evitare che si stabilisca un confronto o una sfida
circa lingegno, il merito, le capacit Uno zoppo che segue la via giusta arriva,
come suol dirsi, prima di un corridore che segue la strada sbagliata. Ricordatevi
che la questione concerne la via da seguire e non le forze e che sosteniamo non la
parte dei giudici, ma quella delle guide".

A Bacon appare necessario "spogliarsi della nostra caratteristica di uomini


dotti e provare a diventare uomini comuni". Cartesio pensa che coloro che non
hanno mai studiato possano giudicare "con molta maggior solidit e chiarezza" di
coloro che hanno frequentato le scuole ove viene trasmesso il sapere della
tradizione. Hobbes ritiene che la situazione della cultura del suo tempo sia tale da
far ritenere che gli indotti "che respingono la filosofia" siano uomini "di giudizio
pi sano" di coloro che disputano al modo degli scolastici.
Bisogna emendare lintelletto, distruggere le false immagini che lo assediano e
che in esso si sono come incrostate rendendo opaco ci che era in origine lucido e
terso, ripulire le menti, rifarsi simili a fanciulli, rendere esplicita una filosofia che
potenzialmente presente in ogni uomo, affidarsi al buon senso che "la cosa del
mondo meglio ripartita" e che "uguale per natura in tutti gli uomini". Ci che si
appreso nelle scuole e nelle universit va dimenticato e vanno anche dimenticati
molti secoli di storia. Essi verranno sepolti in quelle "tenebre" che
accompagneranno per pi di duecento anni limmagine di un Medioevo "oscuro",
intessuto di barbarie e di superstizioni. C una tradizione e ci sono personaggi, in
questa tradizione, che vanno per sempre consegnati alloblio: "E necessario tener
lontani tutti questi filosofastri pi pieni di favole di quanto non lo siano gi stessi
poeti, stupratori degli spiriti e falsificatori delle cose; e, pi ancora, tutti i loro
satelliti e parassiti e tutta questa turba venale di professori. Come potr essere
udita la verit mentre costoro strepitano con i loro insensati e inarticolati
ragionamenti? Chi mi suggerir la formula mediante la quale io possa consacrarli
alloblio?".
Limmagine medievale dei nani sulle spalle dei giganti carica di ambiguit.
Vediamo certo pi lontano di Platone e di Aristotele, ma siamo nani, condannati a
rimanere tali nel confronto con quegli inarrivabili giganti. La tesi della
"superiorit" dei moderni assumer forme e toni diversi. Ma in molti testi affiora
lidea che i primi abitatori della Terra fossero uomini rozzi, incapaci di muoversi
sul terreno della "ragione spiegata". Una lapidaria sentenza del Lord Cancelliere
d espressione a tutti i temi che sono stati fin qui richiamati. Quella sentenza
esprime quella dimensione che diventata una delle caratteristiche essenziali della
scienza e che entra, fino dagli inizi dellet moderna, a far parte della sua
immagine. La dimenticanza del passato, il superamento di ci che stato detto nel
passato si configurano, per il sapere scientifico, come valori. Davanti a noi c la
luce della natura. Dietro a noi c loscurit del passato. Linteresse volto al
futuro, non al passato. Non importa ci che stato fatto. Si tratta di vedere che
cosa si pu fare. "Scientia ex naturae lumine petenda, non ex antiquitatis
obscuritate repetenda est. Nec refert quid factum fuerit. Illum videndum quid fieri
possit".

IL RITRATTO DELLO "SCIENZIATO"


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Nel corso dei Seicento si and formando in Europa non solo unimmagine della
scienza, ma anche un "ritratto" del filosofo naturale. Questo ritratto era assai
diverso da quello dellantico filosofo o sapiente, cos come da quello del santo, del
monaco, del professore universitario, del gentiluomo di corte, del perfetto principe,
dellartigiano, dellumanista, del mago. I fini che furono teorizzati da quei
compositi gruppi intellettuali che contribuirono allo sviluppo del sapere scientifico
furono senza dubbio diversi da quelli della santit individuale, dellimmortalit
letteraria, della eccezionale personalit "demoniaca".
Una casta pazienza, una naturale modestia, le maniere gravi e composte, una
grande capacit di comprendere gli altri, una sorridente piet verso di loro: questi
gli elementi costitutivi del ritratto, tracciato da Bacon, delluomo di scienza.
Troviamo scritto nella Confutazione delle filosofie: "Lassemblea si componeva di
circa cinquanta membri fra i quali non era nessun adolescente; tutti erano di et
matura e ciascuno recava sul volto i segni della probit e della dignit. Al suo
ingresso egli li trov occupati a discorrere amichevolmente fra loro, e tuttavia essi
sedevano su sedie disposte ordinatamente e sembravano attendere larrivo di
qualcuno. Poco dopo entr un uomo dallaspetto oltremodo tranquillo e sereno, ma
il cui volto esprimeva compassione Egli sedette non su una tribuna o in una
cattedra, ma insieme agli altri e cominci in questo modo ad intrattenersi con
lassemblea".
Il ritratto del "nuovo sapiente" proposto da Bacon assomiglia senza dubbio di
pi a quello di Galilei o di Einstein che a quello del turbolento Paracelso o
dellirrequieto e avventuroso Cornelio Agrippa. Al piglio titanico del mago del
Rinascimento sembra ora subentrata una classica pacatezza ed una atmosfera
simile a quella delle "conversazioni" dei primi umanisti.
Anche lo stile della discussione che si svolge tra i protagonisti della cartesiana
Recerche de la vrit non ha nulla di iniziatico. E "lo stile delle oneste
conversazioni, dove ognuno manifesta familiarmente agli amici ci che ha di
meglio nel suo pensiero". A questo stesso tono "familiare" si richiamano Salviati e
Sagredo che combattono per la nuova scienza nel Dialogo galileiano. Negli scritti
di Bacon c, in pi, rispetto a quella civile e garbata atmosfera umanistica, una
duplice consapevolezza: che gli esseri umani potranno disporre, servendosi della
tecnica e della collaborazione tra ricercatori, di uno smisurato potere; che il teatro
delle imprese umane non pi una citt o una singola nazione ma lintero mondo.

SCIENZA E POLITICA
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Galilei invit invano i teologi del suo tempo a "considerare la differenza che
tra le dottrine opinabili e le dimostrative". Coloro che professano scienze
dimostrative non hanno la possibilit di "mutar opinioni a voglia loro" e c gran
differenza "tra il comandare a un matematico o a un filosofo e l disporre un
mercante o legista, e non con listessa facilit si possono mutare le conclusioni
dimostrative circa le cose della natura e del Cielo, che le opinioni circa quello che
sia lecito o no in un contratto, in un censo o in un cambio".
La pressione esercitata dal potere politico sulla scienza (quando, come scriveva
ancora Galilei, "persone ignorantissime duna scienza o arte abbiano ad essere
giudici sopra glintelligenti") ha su di essa effetti devastanti. Soprattutto quando,
come avvenne nel Seicento e come avvenuto anche nel nostro secolo, religioni o
ideologie o filosofie vengano concepite come visioni totalizzanti o pietre di
paragone per giudicare della verit o della falsit di ogni specie di teoria.
La cosmologia infinitista di derivazione copernicana propagandata da
Giordano Bruno da un lato e la "filosofia meccanica" dallaltro lato sembravano
mettere in discussione nuclei importanti della tradizione cristiana: la centralit
delluomo nelluniverso nel primo caso, la presenza di fini o scopi nelluniverso nel
secondo caso.
Quando la conflittualit fra il potere e la scienza (che ha carattere strutturale)
si trasforma in uno scontro aperto, si offrono agli scienziati una serie di soluzioni in
certa misura obbligate: 1) la affermazione di una distinzione forte fra politica e
scienza o fra religione e scienza, di una loro separatezza; 2) la dissimulazione o il
mascheramento della dottrine avvertite come pericolose; 3) laccantonamento delle
ricerche e dei problemi che possono condurre ad aderire a soluzioni gi
"condannate" o a prese di posizione opposte a quelle considerate accettabili dal
potere. Tutte queste soluzioni furono variamente adottate dai filosofi naturali e
dagli scienziati del Seicento.
Laffermazione della distinzione e della separatezza avviene in modi diversi nei
paesi cattolici e in quelli protestanti. Varr la pena di considerare brevemente due
casi esemplari, destinati entrambi a grande risonanza: quello di Galilei e quello di
Bacon.
Nella celebre lettera del 1613 a Benedetto Castelli Galilei formulava una serie
di tesi: 1) di fronte al testo sacro non ci si pu fermare al puro significato delle
parole, dato che molte proposizioni sono "accomodate allincapacit del volgo". 2)
Nelle discussioni scientifiche la Scrittura va considerata "in ultimo luogo". Dio si
esprime infatti mediante la Scrittura e mediante la Natura. Va tenuto presente che
mentre la Scrittura accomodata allintendimento degli uomini e le sue parole
hanno significati diversi, la Natura invece "inesorabile e immutabile" e non si
cura che le sue ragioni e i suoi modi di operare "sieno o non sieno esposti alle
capacit de gli uomini". 3) La Natura ha dentro di s una coerenza e un rigore che
sono assenti nella Scrittura: "no ogni detto della Scrittura legato ad obblighi cos
severi come ogni effetto di natura". Gli "effetti naturali" che lesperienza ci pone
davanti o che appaiono provati dalle dimostrazioni necessarie non possono in alcun
modo "essere revocati in dubbio per luoghi della Scrittura chavesser nelle parole

diverso sembiante". 4) Compito dei "saggi espositori" del testo sacro dato che le
due verit della Scrittura e della Natura non possono contrariarsi quello di
"affaticarsi per trovare i veri sensi de luoghi sacri" che siano in accordo con le
conclusioni accertate e dimostrate. Inoltre, dato che le scritture ammettono una
serie di esposizioni "lontane dal suono letterale" e dato che non siamo affatto sicuri
che tutti gli interpreti siano ispirati da Dio, sarebbe prudente non permettere a
nessuno di impegnare luoghi della Scrittura per appoggiare o dichiarare vere
conclusioni naturali che potrebbero, in futuro, essere falsificate. 5) Le Scritture
tendono a persuadere gli uomini di quelle verit che sono necessarie alla salvezza,
ma non affatto necessario credere che le notizie conseguibili mediante i sensi, il
discorso e lintelletto (di cui Dio ci ha dotato) ci siano fornite dalla Scrittura.
La consapevole limitazione della scienza al piano delle cose naturali, il
riconoscimento di un indispensabile significato morale alle verit della fede, il
rispetto per la dimensione del sovrannaturale: tutto ci non poteva, n serv ad
impedire che queste affermazioni galileiane apparissero pericolose e sovvertitrici.
Agli occhi dei difensori del potere acquisito dalle istituzioni esse tendevano a
infrangere quella saldatura tra filosofia e teologia che da secoli sembrava garantire
alla Chiesa la sua funzione di guida non solo delle coscienze, ma del sapere e della
cultura. Certo non poneva rimedio a questo il pezzo di bravura con cui Galilei
chiudeva la sua lettera e cercava di dividere i suoi avversari sostenendo che la
dottrina copernicana si accordava con il testo della Bibbia assai pi facilmente
della teoria aristotelico-tolemaica.
Galilei oscill spesso fra un eccesso di sicurezza e una disposizione alla
capziosit. Non ebbe sempre chiaro il senso della grande questione che si era
aperta. In che senso veniva qui spezzata la tradizionale saldatura tra filosofia e
teologia? nel momento in cui il linguaggio rigoroso della natura veniva
contrapposto al linguaggio metaforico della Bibbia, i filosofi naturali non
diventavano gli unici autorevoli interpreti anche del significato di quelle metafore?
non saranno essi a dover indicare agli interpreti della Scrittura quei "sensi" che si
accordano con le verit naturali? E se la Bibbia contiene soltanto proposizioni
necessarie alla salvezza, che senso aveva affermare che il celebre passo di Giosu
"ci mostra chiaramente la falsit e impossibilit del mondano sistema aristotelico e
tolemaico"?
Anche Francis Bacon, tra il 1608 e il 1620 si era reso conto che il tipo di sapere
che stava nascendo comportava una decisa rottura verso ogni forma di teologia che
avesse pretese sistematiche e totalizzanti. Il fatto che "la contenziosa e disordinata
filosofia di Aristotele sia stata incorporata nella religione cristiana" , ai suoi occhi,
indice di una decadenza del sapere e spia di un atteggiamento moralmente
colpevole. Se si stabilisce un "patto" o "connubio" fra teologia e filosofia si d vita
ad una unione insieme "iniqua" e "fallace". Quel patto include infatti "solo le
dottrine gi attualmente accolte", e tutte le novit vengono di conseguenza "escluse
e sterminate". Le verit della scienza non vanno cercate nella Scrittura, e non
lecito n possibile ricercare nel testo sacro una filosofia naturale . Chi si dedica a
questo tipo di imprese d luogo non solo ad una "filosofia fantastica", ma anche ad
una "religione eretica".

La teologia volta a conoscere il libro della parola di Dio, la filosofia naturale


quello delle sue opere. Il cielo e la terra, che sono cose temporali, non vanno
ricercate nella parola di Dio che eterna. Richiamandosi a Matteo (22, 29) Bacon
insiste a lugo sulla distinzione fra la volont e la potenza di Dio. Il libro delle
Scritture rivela la volont di Dio, quello della natura la sua potenza. Lo studio
della natura non offre alcuna luce sulla essenza e sulla volont di Dio. Lo studio
della natura produce conoscenza, ma, nei confronti di Dio, non produce
conoscenza, ma solo meraviglia, e questultima una sorta di "sapere interrotto".
Le opinioni scientifiche moderne non possono essere ritrovate nel testo sacro: non
ha quindi alcun senso la ricerca di un significato del testo che di volta in volta si
accordi con le verit scoperte della scienza Quest'ultima pu invece rafforzare la
verit cristiana suscitando la meraviglia di fronte allordine e allarmonia del
creato. Questa immagine della scienza trover soprattutto espressione negli scritti
di Robert Boyle e di John Ray. Rester centrale nella cultura inglese, fino allet di
Darwin.
Nella storia delle idee e in quella della scienza il 1633 resta come un anno
decisivo. Pochi mesi dopo la condanna (alla fine di novembre), Cartesio scrive a
Mersenne di aver "quasi preso la decisione di bruciare tutte le carte o almeno di
non lasciarle vedere a nessuno". Preferisce sopprimere il suo scritto piuttosto che
farlo comparire alterato, dato che non vorrebbe per nessuna ragione al mondo che
venisse trovata in esso "anche una sola parola disapprovata dalla Chiesa". In una
lettera del 10 gennaio ritorna sul tema. Le tesi del suo trattato (fra le quali c
anche lopinione del moto della Terra) dipendono cos strettamente luna dallaltra
"che basta sapere che ce n una falsa per rendersi conto che tutte le ragioni di cui
mi sono servito non hanno valore". La conclusione significativa e ci conduce al
tema della "dissimulazione": "il desiderio che ho di vivere tranquillo, e di
continuare la vita che ho cominciato prendendo per divisa bene vixit qui bene latuit
fa che io non rimpianga il tempo e la fatica impiegati per scriverlo".
Il tema della "dissimulazione" nella scienza del Seicento richiederebbe
unampia ricerca che, su larga scala, non mai stata tentata. Il testo del Dialogo
sui massimi sistemi non lascia dubbi sulla portata ontologica delle tesi galileiane,
sul loro riferimento al mondo reale, ma Galilei, nelle pagine rivolte Al discreto
lettore, apriva con un riferimento al "salutifero editto" del 1616. Qualcuno,
proseguiva, "temerariamente asser" che esso fosse stato "parto non di giudizioso
esame, ma di passione poco informata" e si disse anche che i "consultori
totalmente inesperti delle osservazioni astronomiche non dovevano con proibizione
repentina tarpar lale a glintelletti speculativi". Ma siffatti lamenti erano
temerari. Scopo del Dialogo "mostrare alle nazioni forestiere che di questa
materia se ne sa tanto in Italia e particolarmente in Roma, quanto possa mai
averne immaginato la diligenza oltramontana". La parte copernicana, concludeva
Galilei smentendo tutte le sue precedenti asserzioni sulla verit del sistema
copernicano, stata presa "procedendo in pura ipotesi matematica". La disputa si
spostava dal piano del reale a quello del possibile, da quello dellastronomia come
fisica a quello dellastronomia come pura costruzione matematica. La dottrina
delle maree, che era per Galilei la prova decisiva della mobilit della Terra,
diventava una "fantasia ingegnosa".

Prima della condanna del 1616, Galilei aveva formulato un programma molto
diverso. Scrivendo a Pietro Dini, nel maggio del 1615, aveva affermato che cera un
solo modo "speditissimo e sicurissimo" per mostrare che la dottrina copernicana
no contraria alla Scrittura: "mostrare con mille prove chella vera e che la
contraria non pu in alcun modo sussistere". Dato che due verit non possono
contrariarsi necessario che la tesi copernicana e le Scritture "sieno
concordissime". Anche Descartes, in un frammento che risale al 1630, aveva
affermato che sulla base delle sue "fantasie" egli era in grado di spiegare il primo
capitolo della Genesi assai meglio di altri interpreti. Si proponeva di far vedere
chiaramente che la sua "descrizione della nascita del mondo" si accordata molto
meglio di quella di Aristotele "con tutte le verit della fede". Esattamente come
Galilei, non seguir affatto questa strada. Abbandoner anchegli i riferimenti al
mondo reale per entrare nel mondo dei possibili. Presenter la sua cosmologia
come "unipotesi forse lontanissima dalla verit". Far riferimento ad un mondo
immaginario.Non intende affatto spiegare, come altri filosofi, "le cose che in effetti
si trovano nel mondo vero", ma solo "fingere un mondo a piacere". Sta
raccontando una favola. Nella favola della formazione di un universo immaginario
non trovavano pi posto proprio perch si trattava di una favola e di un mondo
irreale n Dio n Mos. Da buon allievo dei gesuiti non manca tuttavia di
insinuare nei lettori il sospetto che la sua favola possa dire sul mondo reale pi cose
di quanto non dicano le filosofie che hanno la pretesa di descriverlo.
Laccantonamento dei temi pi pericolosi stato pi volte sottolineato dagli
storici della scienza. Quando John Milton rievoc la sua visita ai dotti italiani disse
che costoro lo invidiavano per il fatto che egli viveva in Inghilterra, "mentre essi si
lamentavano dello stato di servit in cui la scienza era stata ridotta nella loro
patria". Dopo gli indubbi eccessi delle interpretazioni di tipo risorgimentale e
positivistico, oggi diventato di moda esaltare la scienza dei gesuiti. Che fu
certamente una rispettabile cosa. Anche se resta indubbio, al di l di ogni tentativo
di rivalutazione, che lastronomia fu, dopo la condanna del 33 sempre pi calcolo
e sempre meno cosmologia e che la biologia fu sempre pi analisi di organi e di
strutture e sempre meno teoria generale del vivente. Nella "scienza" di Francesco
Lana Terzi o in quella di Daniello Bartoli cos come nelle monumentali opere di
Athanasius Kircher si tentava una sorta di grandioso compromesso fra i risultati
della nuova scienza e le eredit del naturalismo magico. Nel Mundus subterraneus
del 1644 Kircher rintracciava nei fossili e nelle rocce figure geometriche, lettere
dellalfabeto greco e latino, immagini di corpi celesti, forme di alberi, di animali e
di uomini, simboli misteriosi, che rinviano a sensi profondi e costituiscono la via
alla rivelazione dei significati divini che pervadono il mondo. La ricerca si volgeva
ancora una volta agli abscondita latentis naturae sacramenta. La scienza assume a
oggetto il "meraviglioso", ritorna ad essere unimpresa "dilettevole", si insiste con
forza sulla sua "utilit". Il sapere scientifico tornava ad essere ci che Francis
Bacon aveva teorizzato non dovesse essere: "un giaciglio per spiriti irrequieti, un
belvedere per piacevoli panorami, una bottega per le vendite e il guadagno".
Come nessun altro filosofo del suo tempo, Bacon ebbe chiarissimo il senso
dellimpresa scientifica come impresa collettiva che investe la societ, che necessita
di istituzioni specifiche. Si pose anche il problema dei rapporti fra scienza e

politica. La soluzione che ci prospetta la Nuova Atlantide , ancora una volta,


quella di una netta e forte "separazione". Rispetto al resto della popolazione gli
scienziati neoatlantici vivono in solitudine. Il luogo del loro lavoro ci richiama a
qualcosa che assomiglia ad un campus tagliato fuori dal resto del mondo, a quieti e
fervorosi luoghi per la ricerca che non siano turbati dal quotidiano affaccendarsi
dei comuni mortali. C di pi: gli scienziati tengono apposite riunioni per decidere
quali fra le scoperte realizzate possono essere rese note al pubblico e quali no. Si
impegnano, ove la decisione sia negativa, ad un giuramento di segretezza. Alcune
delle scoperte che decidono di mantenere segrete vengono rivelate allo Stato. Altre
vengono invece tenute del tutto nascoste al Potere.
Bacon, si visto, ritiene chele scelte che riguardano i valori siano di pertinenza
delletica e della religione. Relativamente al problema degli usi che possono essere
fatti delle scoperte scientifiche e tecnologiche non p affatto un ottimista. I sapienti
che decidono di tenere nascoste alcune loro scoperte "pericolose" non vivono
infatti nel nostro dissoluto e corrotto mondo, ma operano allinterno della
immaginaria civilt della Nuova Atlantide che oltremodo pacifica e tollerante.
Nel mondo contemporaneo quasi del tutto scomparsa la figura dello
scienziato-artigiano (un tempo cos frequente) che attinge ai suoi propri mezzi per
"ricercare ci che vuole". Per ogni ricercatore scientifico oggi necessario un
progetto di ricerca, ed necessario che quel progetto sia considerato degno di
essere perseguito (in vista di scopi teorici o di scopi pratici o di entrambi) da un
qualche comitato di esperti che rappresentano un governo o unistituzione
pubblica o privata, o unindustria (anchessa pubblica o privata). Alcune ricerche
vengono messe in moto e favorite, altre scoraggiate. Spesso i costi e i vantaggi dei
vari progetti non sono calcolati in relazione ai generici "interessi della scienza", ma
in relazione a interessi perseguiti da singoli paesi. Partecipare allo sviluppo
scientifico diventato, per tutti i paesi, una delle forme dellinvestimento
nazionale.
Chi valuta e chi decide sulla utilizzazione dei risultati della ricerca? Nella
civilt alla quale abbiamo dato vita coesistono in modo difficile e complicato due
opposte e contrastanti tendenze: lesigenza che le decisioni vengano prese da
persone competenti (che sono sempre assai poche di numero) e lesigenza del
controllo dei molti sulla decisioni dei pochi. La risposta a problemi di questo tipo
ha fatto certo minori progressi di quanti non ne abbiano fatti nei tre secoli che ci
separano dal Seicento, la scienza e la tecnologia.

L'ARTISTA
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La Francia di Colbert ha inventato il "classicismo" e ha etichettato


negativamente larte del periodo successivo al Rinascimento come "barocca"
Laltare di S. Andrea al Quirinale del Bernini illustra la funzione di "luogo" di
esercizio spirituale dei "composti" (tutte le arti sono fuse, pittura, scultura,
architettura) gesuitici del Bernini. Il novizio "conforma" lanima a quella che sente
palpitare nella rappresentazione barocca. Il risultato della conformazione un
momento, pi o meno intenso, di contatto con il Cristo, un momento di ricezione
della Grazia che i teologi dellepoca denominano "conformazione affettiva" per
sottolinearne il carattere essenzialmente passionale.
Nel Seicento laffetto il contrario dellazione: essere appassionato significa
essere agito da qualcuno, il che, nel caso della conformazione al Cristo, vuol dire
rinunciare alla propria volont per essere agito da lui.
Lopera religiosa barocca funziona in modo da offrire al credente gli strumenti
cognitivi, sensibili e passionali di una metamorfosi interiore, di una conformazione
affettiva al Cristo, che il percorso opposto a quello che conduce il cristiano del
Seicento a sentirsi radicalmente dissimile al suo Signore, a sentirsi un "nulla",
"pelle, ossa, concime, carogna", come scrive il poeta gesuita boemo Bedrich Bridel.

IL BORGHESE
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NellEuropa nordoccidentale un borghese o burgher, Brger, ecc.) era, in senso


stretto, chi risiedeva in una citt e godeva di certi privilegi e diritti. Lappartenenza
a questa categoria, spesso attestata dalla registrazione in una lista ufficiale, si
basava su un diritto di nascita o sulla residenza da lunga data nella citt, e sul
possesso di un minimo stabilito di ricchezze (che in genere comprendevano la casa o
altri beni immobili urbani). Fino al XVIII secolo bourgeois de Paris era "chiunque
avesse vissuto a Parigi per un anno e un giorno, non fosse impiegato come
domestico, non abitasse in un alloggio in affitto e pagasse le tasse ordinarie". In
alcuni paesi essere un borghese significava anche possedere un titolo legale indicante
un certo status e rango collegato con unattivit economica redditizia e con uno stile
di vita quasi nobiliare. In questo senso era una persona finanziariamente solida e
rispettabile, che apparteneva o era prossima alllite municipale.
Oggi per la maggior parte degli storici "borghese" sinonimo di "appartenente
al ceto medio", specialmente alle fasce pi elevate e pi in vista. Era la parte agiata
del Terzo Stato: gli artigiani pi ricchi, i negozianti, i mercanti, i professionisti, i
banchieri e i funzionari governativi (in genere gli appartenenti ai ranghi pi bassi
della burocrazia statale).

Esistevano notevoli differenze di rango e ricchezza, specie tra i membri meno


importanti (specialmente gli artigiani) e gli strati pi alti dei mercanti e dei
finanzieri.
Agli occhi dei contemporanei gli strati superiori, con i mercanti, i professionisti e
i membri della burocrazia, che costituivano llite cittadina non nobile
rappresentavano la vera borghesia dellepoca barocca, e in alcune parti dellEuropa
ci si riferiva ad essi proprio come "cittadini". A Venezia i "cittadini" erano proprio
lo strato intermedio tra "patriziato" e "popolo". Esisteva naturalmente una
borghesia rurale, ma meno significativa e certamente meno in vista di quella
urbana.

HOMO OECONOMICUS
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Gli appartenenti al ceto medio erano coinvolti in unampia gamma di attivit di


produzione. Di particolare importanza era il commercio. Cera anche lindustria,
dalla produzione su piccola scala artigianato minore allimpiego di un gran
numero di dipendenti. I liberi professionisti, giudici avvocati, medici, educatori e
altri operatori di successo del "mercato della cultura" fornivano alla borghesia un
consistente numero di reclute.
Tuttavia il principale desiderio del borghese era abbandonare lattivit
produttiva e "vivere di rendita". Strettamente connessa alla tendenza a staccarsi
dal commercio e dalle attivit produttive era la tendenza allacquisto di cariche
pubbliche, specie in Francia e Castiglia. Insomma: la borghesia non era
necessariamente capitalistica, n i capitalisti erano necessariamente borghesi, dal
momento che lo scopo a molto termine di molti cittadini ricchi era abbandonare
ogni ruolo economico attivo.
Nei consumi non aveva invece affatto uno stile passivo. Gli storici del XVII
secolo, marxisti e non, di solito prestano attenzione alla "nascita del capitalismo";
ma di recente hanno cominciato a prestare maggiore attenzione anche alla
comparsa e all'espansione della moderna societ dei consumi. E il borghese, che
nella sua inesorabile autogratificazione ebbe pochi rivali, appare molto
importante. Per tutto questo periodo egli spese somme considerevoli, in primis per
abitare meglio, utilizzando materiali pi durevoli e concedendosi i vetri alle
finestre. La sua abitazione conteneva poi pi oggetti. Lespansione coloniale fu allo
stesso tempo causa e conseguenza del nascente commercio di beni che prima erano
troppo costosi per essere consumati da chi on appartenesse alla societ urbana pi
ricca.

Le nuove abitudini prese dai nobili e dai borghesi cambiarono anche laspetto
della citt. Tra le altre cose le classi pi ricche tendevano a concentrarsi in alcune
zone della citt, soprattutto del centro.
"Le marchand acqure, lofficier conserve, le noble dissipe" coglie il ciclo
generazionale delle famiglie di maggior successo che cominciarono ad ascendere
nei ranghi dellaristocrazia.
Nel 1600 un po pi del 10% della popolazione europea viveva in citt di 5.000 o
pi abitanti, numero che aument nel corso del XVII secolo. Ma la percentuale
della popolazione urbana dotata dei requisiti per appartenere al ceto medio e in
particolare alle sue sfere pi ricche, non era altrettanto grande. I due terzi dei
maschi del centro commerciale di Anversa erano nullatenenti. E nel tardo Seicento
a Nordlingen la met dei cittadini possedeva il 4% della ricchezza, mentre una
fascia del 10% possedeva il 60% della ricchezza. Per questa distribuzione
asimmetrica, la grande massa di poveri dei centri urbani lasciava un piccolo,
prezioso spazio (o delle risorse) al modesto cittadino che viveva nel mezzo.
Condizioni simili caratterizzavano altre citt europee, in cui dalla met a due
terzi degli abitanti conducevano unesistenza prossima alla linea della povert o al
disotto di essa. A Rotterdam la minoranza abbiente era ancora pi ristretta e
distinta. In genere, un terzo faceva parte del ceto medio mentre la percentuale
appartenente alla lite civica si contraeva all1-2%. I borghesi vivevano allinterno
di una cerchia numericamente ristretta e socialmente esclusiva.

IL BORGHESE E LA CITTA'
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La citt costituiva il vero centro di esistenza del ceto medio. Non strano che
lepoca barocca abbia dato voce a un discorso enfatico in lode della citt come
luogo privilegiato per lattivit favorita della borghesia, cio il consumo: parlando
dei benefici materiali della vita urbana, molte descrizioni di citt di quellepoca
assumono toni lirici. Ad esempio nei fornitissimi negozi di Amsterdam si poteva
trovare ogni sorta di beni alimentari e non. Anche le abitazioni borghesi di
Amsterdam "erano colme di ninnoli come regge.
Ma non tutte le spese erano materiali: let barocca si dimostr
particolarmente fertile per lo sviluppo e lespansione di nuovi modelli di consumo
culturale. Il borghese, per quanto potesse essere inizialmente rozzo si raffinava
espandendo allo stesso tempo il suo ruolo di consumatore di cultura (soprattutto
prodotti tangibili: libri, opere darte, giornali) e assistendo a rappresentazioni di
ogni tipo (musica, opera, teatro, danza). Listruzione e il contatto regolare con la

parola stampata costituivano naturalmente gi da molto tempo una dimensione


cruciale nella vita delle classi medie urbane.
Luomo istruito divenne un ideale borghese di prestigio, perseguito per
principalmente dalla nobilt e dai pochi che vivevano di rendita del ceto medio
Ma secondo molti critici dellepoca (tra cui La Bruyre) non cera una vera
partecipazione alla (vera) vita intellettuale: il vistoso mondo del consumismo
urbano era unicamente artifizio e pubblica finzione. Per tutta lEuropa un potente
coro di critiche biasimava il nascente identificarsi della citt con lostentazione di
ricchezza e le abitudini oziose del ceto medio e alto; la vita cittadina era
considerata nel migliore dei casi apprezzabile. Ma nel complesso il borghese
trovava la sua citt molto pi da celebrare che da condannare. Nasce (Venezia e
Olanda) una pittura urbana che descrive minuziosamente lo stile della borghesia.
La citt rappresentava lorizzonte politico principale. Gran parte del tempo del
borghese era occupato da obblighi civici tra cui il servizio nella milizia urbana. I
ceti medi consideravano un diritto e un obbligo partecipare al quotidiano
funzionamento della citt
Di norma il governo locale era riservato al ceto medio pi abbiente o a una
nobilt urbana distinta, come nel caso di Venezia e Tolosa. In molte citt (es.
Norimberga) i pi grossi mercanti e banchieri tenevano sotto stretto controllo
lamministrazione civica, ma erano poche le citt che non riservassero almeno una
qualche forma di partecipazione alla vita pubblica in genere gli incarichi minori
ai membri degli strati inferiori della borghesia. E in alcuni casi (specialmente
nellImpero, nei Paesi Bassi e in Svizzera), i mastri artigiani potevano occupare
posti molto importanti nel governo municipale. Praticamente sempre, comunque, il
ceto medio svolgeva negli affari civici il ruolo pi attivo.
La borghesia reclamava anche un ruolo sempre pi importante allinterno
degli affari pubblici a livello regionale e nazionale. Sebbene la borghesia inglese
fosse pi fedele al re, e quindi non si potesse parlare di "rivoluzione borghese",
essa era coinvolta in modo crescente nella politica nazionale. La guerra civile e la
"Glorious Revolution" del 1688 hanno provocato la rimozione dei vincoli alla
libera impresa e il trionfo dell"individualismo proprietario". In Inghilterra e in
Olanda, nel momento in cui i membri pi ricchi del ceto medio, giocando sulla loro
preminenza economica, cominciavano a diventare protagonisti dellalta politica, i
mercanti e i finanzieri che operavano nelle citt pi grandi si legavano sempre pi
strettamente allinfluente ceto dei proprietari terrieri, non solo per via di un
comune interesse alla stabilit politica, ma anche attraverso legami pi diretti e
personali, incluso il matrimonio.
Ma allinterno delle monarchie assolute del continente prevalevano modelli
diversi, pi restrittivi dei diritti dei cittadini comuni ad aver voce nella politica
nazionale, se non addirittura in quella locale. Nondimeno possibile vedere la
borghesia affermare i suoi diritti durante lepoca barocca sia direttamente (si pensi
alla partecipazione dei ceti medi urbani alle rivolte delle tasse in Francia durante
gli anni 30 del Seicento e alla Fronda un decennio pi tardi) sia indirettamente.

Nel secondo caso molte milizie borghesi si rifiutarono di reprimere le rivolte


popolari dirette contro gli esattori delle tasse e gli odiati rappresentanti del
governo centrale, soprattutto durante la prima met del Seicento (ma fu pi
leccezione, perch si aveva paura della classi inferiori).
Un aspetto cruciale nel comportamento pubblico del borghese, quello che anzi
lo identificava, era il suo diritto ad intervenire negli affari locali. Che il suo ruolo
fosse importante o limitato dipendeva dalla sua ricchezza.

I VALORI PRIVATI
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Esiste una ricca vena letteraria di critica dei borghesi, dipinti come avidi e
arrampicatori rovinati dalla propria ambizione. Ma i borghesi si vedevano
diversamente. Una diversa letteratura mette in evidenza il contributo alla citt da
parte del borghese agiato. Questo ritratto poggiava sulla retorica dell"etica
protestante", che postula un rapporto eccezionalmente intenso tra la borghesia e le
virt sociali di devozione al lavoro, sobriet, austerit, purezza e procrastinazione
della gratificazione personale. Abbiamo visto che alcuni elementi di questa
congerie di virt si tenevano in piedi con molta difficolt: perfino i pi protestanti
tra i ceti medi protestanti, come quello inglese e quello olandese cedettero a volte
alle tentazioni del moderno consumismo. Ma le altre componenti di questa
ideologia, e soprattutto laccento sul contributo positivo,produttivo, di questo ceto
alla societ, assieme allinsistenza sulle virt di onest, sobriet, e sul valore
redimente del lavoro, facevano vibrare corde pi sonore. Non solo furono accolte
nei molti influenti panegirici del comportamento economico borghese, come Le
parfait ngociant di Savary (1675), ma le ritroviamo negli scritti privati di
commercianti e di altri borghesi. Fierezza nel lavoro, ferma credenza nella
honnet, devozione a una pi flessibile nozione delleconomia, che permettesse il
consumo nella misura in cui poteva essere sostenuto dalla produzione, piuttosto
che a un rigido ideale di austerit.
Durante il periodo barocco i borghesi di qualsiasi convinzione religiosa
cattolici, protestanti, ebrei concepivano il loro mondo e si riferivano ad esso
attraverso il linguaggio religioso. Espressioni sociali di comportamento giusto e
sbagliato e speranze e ambizioni personali si congiunsero, modellandosi in una
visione religiosa del mondo spesso molto sentita. Il carattere fortemente personale
era tuttavia ci che pi distingueva la vita spirituale della borghesia cittadina da
quella delle altre classi sociali. In ogni aspetto della vita religiosa, il borghese
tendeva ad accostarsi al divino in modo intellettualmente attivo e, in certa misura,
individualistico, imperniato sugli strumenti forniti dallistruzione, specialmente
sulla meditazione individuale, col supporto della lettura della Scrittura e di libri di

devozione. Questa personalizzazione della piet ebbe probabilmente grande


importanza nella esclusione dei borghesi dal mondo della religione popolare, molto
pi incline alle manifestazioni esteriori e allorganizzazione collettiva dellidentit
rituale e religiosa.
Secondo una teoria recente linizio dellera moderna, specie i secoli XVII e
XVII assistette al consolidarsi di uno nuovo modello di comportamento sociale
basato su una pi netta suddivisione dellesistenza nelle due sfere separate del
pubblico e del privato. Il ceto medio, che sempre pi cercava rifugio nel mondo
atomizzato dellio e nei suoi immediati dintorni (stretta cerchia familiare),
partecip intensamente a questa trasformazione. Non si arriv al punto in cui
"ogni persona, rinchiusa in se stessa, si comporta come se fosse estranea al destino
di tutti gli altri". Vi fu la costruzione di un ethos di classe improntato a egoismo,
una "crescita di individualismo", ma moderate. Il nuovo individualismo era
incentrato sulla famiglia, dove il borghese, stanco della scena della vita cittadina, si
ritirava. Diversamente dalla famiglia aristocratica, ossessionata dallonore e dagli
interessi di lignaggio (in genere patrilignaggio), la famiglia borghese faceva
riferimento allunit nucleare delle due generazioni di genitori e di figli. La
famiglia non era pi ununit economica alla cui riproduzione si doveva sacrificare
tutto. Non era pi una restrizione della libert individuale, un luogo in cui il potere
era controllato dalle donne. Divent ci che non era mai stata: un rifugio in cui la
gente fuggiva per sottrarsi allo sguardo indiscreto degli estranei; un centro della
vita emozionale; un luogo in cui, nel bene e nel male, i figli costituivano loggetto
principale delle attenzioni. Vi fu lascesa della famiglia nucleare. Diversamente
dalla virt eroica del passato aristocratico, la mentalit borghese si basava sulla
virt morale, esaltava la piet, la sobriet, la spontanea assunzione delle
responsabilit, creando cos anche una formula efficace che conciliava il conflitto
tra le esigenze del bene pubblico e il perseguimento dellinteresse privato.

IL BORGHESE DALL'INTERNO: SAMUEL PEPYS


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Per il ritratto dellio interiore del borghese disponiamo dei diari che Samuel
Pepys (1633-1703) scrisse dal 1660 al 1669. Pubblico funzionario solerte e
socialmente ambizioso. Da oscuro e secondario impiegato statale sal fino ai primi
ranghi della burocrazia, acquistando un potere e un prestigio sempre maggiori
nellamministrazione della marina reale. Era un vero e proprio arrampicatore
sociale, con lo scopo della stima sociale e dei soldi. Chiave del suo successo era per
lui la diligenza. Da 25 sterline il suo patrimonio, in dieci anni, arriv a 10.000
sterline, senza essere un funzionario troppo corrotto.

Pepys non perde occasione di divertimento, specie trattenimenti sociali e


consumismo. Nel decennio del diario ha relazioni con non meno di 50 donne. Il suo
fondo puritano gli fa giustificare il tutto dicendosi che ora che si in buona salute
che ci si pu divertire e non si deve perdere loccasione.

CONCLUSIONI
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I borghesi avevano un forte senso di distacco sia dalla nobilt che dalla plebe,
classe pericolosa che minacciava lordine e la propriet. Nei confronti dei nobili
erano consapevoli dei molteplici confini che la separavano perfino dai borghesi pi
ricchi, che avevano le migliori chances, ma che erano consapevoli dei limiti sociali
della loro condizione di non nobili.
Lattaccamento borghese allordine era legato a questa percezione di
mediocrit, di essere nel mezzo. Ma la mobilit sociale era perfettamente accettata
purch fossero riconosciute e rispettate le regole del gioco. Collegata alladesione
allordine e alla regola era la spiccata razionalit borghese, la fiducia nella ragione
e nei procedimenti logici, che precede di gran lunga la deificazione che ne fa
lilluminismo. Di qui anche il conservatorismo e il conformismo innati, linteresse
per la stabilit e la diffidenza per il rischio e linnovazione.
Il vero borghese non era un dinamico imprenditore capitalista, un fortunato
giocatore dazzardo, un precursore della modernit anche se spesso appartenevano
alla borghesia color (relativamente pochi( che in epoca barocca assunsero questi
ruoli. Al contrario apprezzava pi la sicurezza che la voglia di rischiare e preferiva
i percorsi familiari. Gli storici lo hanno accusato di "tradimento", di essere "ceto
fallimentare", "in via di sparizione" nel XVII secolo, specie nei paesi del
Mediterraneo.Si tratta di unesagerazione, che ha sottolineato troppo la fuga
collettiva verso la classe nobile da parte di una visibile ma esigua minoranza.
Anche il molto decantato spostamento nei modelli di investimento del ceto medio
dal commercio alla terra non significava necessariamente che il ceto stesse
voltando le spalle alle sue origini commerciali. Le propriet rurali spesso venivano
acquisite per ragioni molto pratiche, es. per accrescere la possibilit di ottenere
ipoteche o crediti di altro tipo. E innegabile che ricorrere a forme di investimento
di minor rischio e maggiore sicurezza era un comportamento molto razionale,
specie in periodi come il XVII secolo, in cui le maggiori difficolt economiche
rendevano meno redditizi i modelli tradizionali di commercio e produzione,
specialmente nelle pi mature economie urbane del Sudeuropa.
Cera una costante spinta borghese alla sicurezza. Il marchio di garanzia della
strategia borghese per la sopravvivenza e per leventuale avanzamento sociale era
la conformit alle aspettative del ceto dominante, e laristocrazia continu di fatto

a dominare le societ europee durante tutta let barocca. Sarebbe troppo


aspettarsi eroismo da una classe allora come oggi ben consapevole di avere a
differenza di quasi tutti gli altri gruppi sociali qualcosa da perdere.