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STUDI SULLA BIBBIA E IL SUO AMBIENTE

Romano Penna

I RITRATTI
ORIGINALI
DI GESÜ
IL CRISTO
Inizi e sviluppi
della cristologia neotestamentaría

II. Gli sviluppi

SAN PAOLO
STUDI SULLA BIBBIA E IL SUO AMBIENTE

Questo secondo volume del professore Romano Penna conti-


nua, amplia e conclude l'indagine sulla cristologia del Nuovo Testa-
mento. Seguendo il criterio storico, esso prende in considerazione
tutti gli sviluppi canonici sulla base dei due inizi, studiati nel primo
volume: la vita terrena di Gesü e la sua risurrezione. E in questo
secondo momento che propriamente si trovano moltiplicati i ritrat-
ti di Gesü il Cristo, come essi si ricavano da almeno sette fasi diver-
se, a cui corrispondono anche altrettanti complessi letterari:
1. il giudeo-cristianesimo palestinese
2. l'apporto geniale dell'apostolo Paolo
3. la sua prosecuzione nella tradizione paolina
4. Poriginale contributo della lettera agli Ebrei
5. le tradizioni sinottiche confluite in Mc-Mt-Lc
6. l'elaborazione della tradizione risalente al Discepolo prediletto
7. la prospettiva apocalittica di Giovanni a Patmos.
Viene cosi offerta una presentazione completa e critica della cri-
stologia neotestamentaria, attenta - da una parte - alie precom-
prensioni religioso-culturali del tempo, e - dall'altra - impegnata ad
aggiornare il lettore sulle odierne discussioni circa Gesü Cristo,
anche mediante riferimenti bibliografici specifici.
L'originaria molteplicitá delle ermeneutiche cristologiche
("i ritratti originali", appunto) mette bene in luce quanto la statura
personale di Gesü superi le nostre comuni comprensioni umane e
richiede un'onesta disponibilitá al suo mistero.

UNIVERSIDAD P ^ N F I C ^ E SALAMANCA

6501711964

ISBN 88-215-3880-X

9
€ 33,00
ROMANO PENNA, nato a Castiglione Tinella
(Cuneo) nel 1937, del presbiterio di Alba, é
ordinario di Nuovo Testamento presso la Pon-
tificia Universitá Lateranense. É autore di
numeróse pubblicazioni a carattere esegeti-
co, tra cui presso le Edizioni Paideia, Lo Spi-
rito di Cristo (1976), // "Mysterion" paolino
(1978); presso le Edizioni Dehoniane, Lettera
agli Efesini (1988), L'ambiente storico-cultu-
rale delle origini cristiane (19913); presso le
Edizioni Borla, Letture evangeliche (1989) e
infine presso le Edizioni San Paolo, L'aposto-
lo Paolo. Studi di esegesi e teología (1991),
Paolo di Tarso. Un cristianesimo possibile
(19942), Una fede per vivere (1992).
Romano Penna

I RITRATTI
ORIGINALI
DI GESÜ
IL CRISTO
Inizi e sviluppi
della cristologia neotestamentaria

II. Gli sviluppi

SAN PAOLO
r
Seconda edizione 2003 PREFAZIONE

A circa due anni di distanza dal primo, questo secondo volume


continua, amplia e conclude l'indagine sulla cristologia del Nuovo
Testamento. Seguendo lo stesso criterio storico, esso prende in con-
siderazione tutti gli sviluppi canonici, cresciuti sulla base dei due
inizi (la vita terrena di Gesù e la sua risurrezione), che furono ma-
teria del volume precedente. È in questo secondo momento che pro-
priamente si trovano moltiplicati i ritratti di Gesù il Cristo, come
essi si ricavano da almeno sette fasi diverse, a cui corrispondono
anche altrettanti complessi letterari: 1. il giudeo-cristianesimo pa-
lestinese; 2. l'apporto geniale dell'apostolo Paolo; 3. la sua prose-
cuzione nella tradizione che a lui si richiama; 4. l'originale contri-
buto della Lettera agli Ebrei; 5. le tradizioni sinottiche confluite
in Mc-Mt-Lc; 6. l'elaborazione della tradizione risalente al Disce-
polo prediletto; 7. la prospettiva apocalittica di Giovanni a Patmos.
La molteplicità delle interpretazioni di Gesù, a cui approda la
ricerca neotestamentaria, non fa che confermare il principio erme-
neutico formulato a suo tempo da L. Pareyson, secondo cui l'in-
terpretazione non solo è l'unica forma di conoscenza ma è anche
necessariamente molteplice; e questa pluralità, tutt'altro che rap-
presentare un difetto, è il segno più sicuro della ricchezza del pen-
siero umano (compresa la fede, aggiungiamo noi) e insieme del suo
oggetto, come preciseremo nella Conclusione generale. Certo, ciò
che valeva già per gli autori delle origini cristiane vale anche per
chi oggi fa di essi materia di studio; quindi, la nostra presentazio-
ne dei molteplici ritratti originali di Gesù non è esente essa stessa
da una propria interpretazione. Da questo circolo, del resto, non
si può uscire, se non rimandando continuamente all'oggetto stesso
dell'ermeneutica: noi ai testi, i testi a Gesù, e Gesù a Dio (cf. Gv
1,18)!
EDIZIONI SAN PAOLO s.r.l., 1999 Intento di questo studio, come già nel caso del primo volume,
Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo (Milano) è di offrire una presentazione critica della cristologia neotestamen-
www.edizionisanpaolo.it
Distribuzione: Diffusione San Paolo s.r.l. taria, che perciò insieme alla descrizione del suo sviluppo tenga pre-
Corso Regina Margherita, 2 - 10153 Torino sente due altre esigenze: da una parte, inserire il discorso neotesta-
6 PREFAZIONE

mentano, per quanto possibile, nel quadro delle precomprensioni I


religioso-culturali del tempo, e, dall'altra, aggiornare il Lettore sulle LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA
odierne discussioni in materia mediante riferimenti bibliografici spe- DI GERUSALEMME
cifici.
Ripeto qui i ringraziamenti già formulati all'inizio del primo vo-
lume, insieme all'auspicio che la fatica condotta a termine contri-
buisca almeno a far intravedere l'insondabile identità di colui che
ha segnato indelebilmente non solo la cosiddetta civiltà occidenta-
le ma soprattutto la vita concreta di numerosissimi suoi discepoli. Premesse

Pasqua 1998 Romano Penna Di una prima comunità cristiana formatasi in seguito ai fatti del
"terzo giorno" siamo chiaramente informati in pratica solo per
quanto riguarda Gerusalemme. Certo è del tutto verosimile che in
città e villaggi della Galilea esistessero già all'indomani della Pa-
squa dei gruppi di discepoli rimasti in qualche modo fedeli agli in-
segnamenti del Gesù terreno; lo si desume, sia dal fatto che Mt
28,16-20 e per accenno anche Me 16,7 (cf. pure Gv 21 [ma non
Le 24 né Gv 20]) ambientano le loro tradizioni sulle cristofanie pa-
squali proprio là, sia dalla particolare menzione in ICor 15,6 di
ben "500 fratelli" che vanno collocati probabilmente in quella re-
gione (essendo impossibile pensarli così numerosi in Giudea: cf.
At 1,15 [solo dopo la Pentecoste aumenteranno: At 2,41; 4,4]), sia
dal cenno fugace di At 9,31 ("la chiesa per tutta la Giudea e la
Galilea e la Samaria era in pace"), sia da posteriori ed esplicite fonti
tanto rabbiniche quanto cristiane1. Né si può negare l'esistenza di
piccole enclaves cristiane nelle regioni della Samaria e della Deca-
poli, che erano state luoghi di almeno un parziale ministero di Gesù.
Ma è a Gerusalemme che si ricostituisce poi il gruppo dei Dodici
(cf. le tradizioni raccolte da Le 24; At 1-7 e da Gv 20) ed è comun-

1
Sull'importanza della Galilea per il cristianesimo delle origini, cf. E. Lohmeyer,
Galilàa und Jerusalem, FRLANT, Vandenhoeck, Gòttingen 1936 (che per primo
cercò di descrivere l'esistenza di una proto-comunità cristiana in Galilea, indipen-
dente da quella di Gerusalemme); L.E. Elliott-Binns, Galilean Christianity, Lon-
don 1956; W. Marxsen, L'evangelista Marco. Studi sulla storia della redazione del
vangelo, Present. B. Maggioni, Piemme, Casale Monferrato 1994 (orig. ted., Gòt-
tingen 1956); H. Kasting, Die Anfànge christlicher Mission. Eine historische Un-
tersuchung, Munchen 1969; in particolare S. Freyne, Galilee from Alexander the
Great to Hadrian, Wilmington 1980, pp. 344-391; e C. Perrot, Jesus, Christ et Sei-
gneur des premiers chrétiens, Desclée, Paris 1997, pp. 93-96 (e pp. 119-124 sui due
gruppi dei Nazareni e degli Ebioniti). È documentata anche l'esistenza di nipoti di
Gesù, che ebbero responsabilità su chiese galilaiche alla fine del sec. I: vedi in pro-
posito la testimonianza di Egesippo circa l'indagine operata da Domiziano sui di-
scendenti di Davide (cf. Eusebio, H. E., 3,19.20,1-6).
8 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME PREMESSE 9

que su questa chiesa che abbiamo la documentazione maggiore2, sotto un unico comune denominatore, tanto diversificate sono le
anche se essa non si può separare dal più ampio cristianesimo pa- sue concezioni soprattutto se considerate su di un arco di tempo
lestinese (cf. le "chiese della Giudea" in Gal 1,22; lTs 2,14)3. Ciò piuttosto esteso. Un punto fermo è costituito dal fatto incontesta-
che però a noi interessa non è soltanto la collocazione geografica bile che il movimento di Gesù apparve fin dall'inizio come un fe-
dei primi cristiani post-pasquali, né la loro eventuale organizza- nomeno interno al giudaismo del tempo, anche se proteso a un suo
zione interna, quanto piuttosto le concezioni teologiche che li con- parziale superamento. Ma ciò che vale ovviamente per la fase ge-
traddistinguevano e in particolare quelle cristologiche. suana va detto anche per il primo cristianesimo postpasquale, non
A questo punto ci scontriamo con lo spinoso problema del solo in quanto geograficamente esso mosse i suoi primi passi al-
giudeo cristianesimo. Si tratta di un fenomeno storico non facile l'interno della terra di Israele, ma soprattutto in quanto i suoi pri-
da delimitare, soprattutto dal punto di vista dell'individuazione mi adepti non furono altro che degli ebrei e perciò esso dovette
delle fonti che ne permettano una precisa configurazione, e di con- essere condizionato da inevitabili precomprensioni di stampo giu-
seguenza anche per quanto riguarda una sua comprensiva definizio- daico. In questa sede, per quanto ci riguarda, noi intendiamo per
ne ideale. Gli studi in materia non fanno altro che rilevarne la "giudeo-cristianesimo" la prima manifestazione postpasquale del
complessità4, e forse occorre rinunciare a raccogliere il fenomeno movimento di Gesù, e lo esaminiamo perciò come fenomeno con-
trassegnato dai seguenti fattori:
2
Cf. L. Cerfaux, La communauté apostolique, Paris 31956; L. Schenke, Die - limitato cronologicamente ai primi due decenni successivi alla
Urgemeinde. Geschichtliche und theologische Entwicklung, Stuttgart-Berlin-Kòln morte di Gesù (cioè fino alla comparsa dei primi scritti epistolari
1990; D. Fiensy, The Composition o/the Jerusalem Church, in R. Bauckham, ed., di Paolo), ma calcolando la possibilità che per l'esplosione della
The Book ofActs in Its Palestinian Setting, "The Book of Acts in its First Century
Setting" 4, Eerdmans-Paternoster, Grand Rapids-Carlisle 1995, pp. 213-236. Per cristologia sia bastato un numero di anni molto inferiore;
estensione cf. E. Testa, La fede della chiesa madre di Gerusalemme, Roma 1995 - limitato geograficamente alla terra d'Israele, con una necessa-
(che però riguarda i secoli posteriori).
3
Cf. C.C. Torrey, The Aramaic Period of the Nascent Christian Church, ZNW
ria prevalente attenzione data alla chiesa di Gerusalemme;
44(1952/1953)205-223; L. Randellini, La Chiesa dei Giudeo-cristiani, SB 1, Brescia - caratterizzato in senso etnico, in quanto ristretto a cristiani di
1968; G. Theissen, Gesù e Usuo movimento. Analisi sociologica della comunità cri- provenienza ebraica (siano essi di origine giudaico-palestinese o
stiana primitiva, Torino 1979; B. Bagatti, Alle origini della chiesa -1. Le comunità
giudeo-cristiane, Città del Vaticano 1981; R.A. Pritz, Nazarene Jewish Christiani- giudaico-ellenistica) ;
ty. From the End ofthe New Testament Period Until Its Disappearance in the Fourth - caratterizzato a livello confessionale, in quanto si esprime con
Century, Jerusalem-Leiden 1988; L. Schenke, Die Urgemeinde, pp. 198-216; S. Heid, formulazioni di fede fondate su moduli di schietta origine giu-
DosHeiligeLand. Herkunft und Zukunft der Judenchristen, Kairos 34-35 (1992-1993)
1-26; B. van Elderen, Early Christianity in TransJordan, TyndBull 45 (1994) 97-117. daica5;
4
Cf. S.C. Mimouni, Le judéo-christianisme dans l'historiographie du XJXme e du - comunque giudicato positivamente come la prima, legittima
XXmesiede, RevEtudJuiv 151 (1992)419-428: l'A. esamina opere di studiosi tedeschi
(F.C. Baur, A. Hilgenfeld, G. Hoennicke, W. Bauer, H.J. Schoeps, L. Goppelt, G. Lu-
espressione del cristianesimo post-pasquale, che, se pur successi-
demann), inglesi (F.J.A. Hort, G. Dix), francesi (M. Simon, J. Daniélou), e italiani vamente soggetta a sviluppi, non va perciò affatto etichettata co-
(E. Testa, B. Bagatti, E Manns). Vedi inoltre: A.F.J. Klijn, TheStudy of Jewish Chri- me un fenomeno eresiologico6.
stianity, NTS 20 (1974) 419-431; S.K. Riegei, Jewish Christianity: Definitions and Ter-
minology, NTS 24 (1978) 410-415; M. Simon - A. Benoit, Giudaismo e cristianesimo, Per venire alla cristologia delle prime comunità giudeo-cristiane,
Roma-Bari 1978, specie pp. 236-254; F. Manns, Bibliographie du Judéo-Christianisme, dobbiamo riconoscere che gli studi globali in materia finora
StBiblFranc Analecta 13, Jerusalem 1979; J.E. Taylor, The Phenomenon of Early
Jewish-Christianity: Reality or Scholarly Invention?, Vigiliae Christianae 44 (1990)
313-334; S.C. Mimouni, Pour une définition nouvelle du judéo-christianisme ancien,
5
NTS 38 (1992) 161-186 (sul fenomeno posteriore al sec. I); G. Schille, Early Jewish Chri- In seguito il giudeo-cristianesimo non solo si estenderà su di un ampio arco
stianity, in ABD, voi. 1, pp. 935-938; e soprattutto C. Vidal Manzanares, Eljudeo- di tempo (fino almeno al secolo IV), ma raggiungerà anche zone al di fuori della
cristianismo palestino en el siglo I. De Pentecostés a Jamnia, Trotta, Madrid 1995. Per terra d'Israele (cf. per esempio Elchasai nella Partia), e dal punto di vista confes-
una sistematizzazione del dibattito, cf. J.-D. Kaestli, Où en est le débat sur le judéo- sionale potrà comprendere anche cristiani di origine gentile (sia che questi fossero
christianisme?, in D. Marguerat, ed., Le déchirement. Juifs et chrétiensau premier siede, precedentemente dei "timorati di Dio" o proseliti, sia che provenissero direttamente
"Le monde de la Bible" 32, Labor et Fides, Genève 1995, pp. 243-272. Vedi anche V. dal paganesimo in seguito a un influsso giudaico o a una missione giudeo-cristiana).
6
Fusco, Le prime comunità cristiane. Tradizioni e tendenze nel cristianesimo delle ori- Cf. J.-D. Kaestli, Où en est le débat, p. 272 (contro la posizione di A.
gini, "La Bibbia nella storia" 8, Dehoniane, Bologna 1997, pp. 13-29. Harnack).
10 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME PREMESSE 11

non solo sono scarsi, ma sono guidati da scelte metodologiche non che l'idea della preesistenza di Gesù, sia pur in forma provvisoria,
del tutto soddisfacenti. Mi riferisco in particolare alle opere di si sviluppò già in Gerusalemme in connessione con le speculazioni
Longenecker7, di Schenke8, e di Vidal Manzanares 9 . Di ciascuno sulla Sapienza proprie del giudaismo ellenistico. Non c'è dun-
di essi però accogliamo almeno una suggestione. Di Longenecker que un grosso spazio cronologico a disposizione per scaglionare
è accettabile l'affermazione, secondo cui l'incipiente chiesa di Ge- in fasi successive lo svolgimento della cristologia della comunità
rusalemme dal punto di vista socio-religioso doveva essere di com- primitiva" 11 . Per parte sua, Vidal Manzanares ha ragione di ri-
posizione marcatamente mista; infatti si annoverano tra i suoi mem- chiamare il fatto che già il primo giudeo-cristianesimo palestinese
bri tanto degli àmmé ha-àres (cf. At 4,13; 6,1) quanto anche dei attribuì a Gesù un vero culto, senza doversi rivolgere alle religioni
farisei (cf. At 15,5), dei sadducei (cf. At 6,7), degli ellenisti (cf. misteriche e senza dover attendere gli apporti cristologici paolini12.
At 6-7), e probabilmente pure degli esseni (cf. At 21,20), mentre In effetti, fin dall'inizio, già da sola l'inaudita proclamazione
appena al di là dei suoi confini confluivano anche dei samaritani della risurrezione di Gesù andava molto al di là di due altre possi-
(cf. At 8,5-25) e persino un centurione romano con la sua famiglia bili precomprensioni. L'una di queste consisteva nella concezione
(cf. At IO)10. Di Schenke invece riteniamo l'affermazione, secon- giudaica di un semplice rapimento al cielo di uomini santi (cf.
do cui la chiesa primitiva concentrò, accumulandole su Gesù, le Enoch, Elia, Mosè, ecc.), che semmai sarebbero dovuti poi torna-
più disparate concezioni del giudaismo contemporaneo su varie fi- re soltanto alla fine dei tempi: questo schema ora veniva di gran
gure ideali di salvatori o di mediatori, che là non erano integrate lunga superato non solo con l'annuncio della risurrezione corpo-
in alcun quadro unitario: fu lui a diventarne il loro punto storico rea di Gesù ma anche con quella di una sua sessione alla destra
di fusione. "In questo contesto bisogna anche considerare che lo di Dio. L'altra riguardava la verosimile attesa dell'instaurazione
sviluppo e il dispiegamento della cristologia della prima comunità immediata dell'universale regno di Dio, ampiamente predicata da
si compì in un lasso di tempo sorprendentemente breve. È proba- Gesù durante la sua vita: Dio però, invece di imporre questa rega-
bile che nelle sue componenti principali essa si sia dispiegata già lità, aveva risuscitato il suo annunciatore, attirando dunque su di
prima che gli ellenisti dovessero abbandonare Gerusalemme. An- lui la principale attenzione. Già da sola, dunque, la risurrezione
di Gesù racchiudeva in sé, sia pure «in nuce», l'intera cristologia.
7 Su questa base alcuni Autori ritengono che all'interno della pri-
Cf. R.N. Longenecker, The Christology o/Early Jewish Christianity, London
1970; l'A. esamina la cristologia giudeo-cristiana da uno spettro di fonti troppo ma comunità gerosolimitana, tenuto conto anche di una più sfu-
vasto, che comprende tre settori enormi: materiale giudaico non canonico (per le mata concezione dei rapporti tra giudaismo ed ellenismo (di cui il
affinità con Qumran; lEn 37-71; Test. XII Patr.), materiale giudeo-cristiano non
canonico (Vangeli-Atti-Apocalissi apocrife; Codici diNag Hammadi; Ps.-Clementine;
caso delle due componenti segnalate in At 6,1 sarebbe solo una va-
e poi lClem; Herma; e soprattutto Did., non esclusi il Giustino del "Dialogo con riante), si dovrebbe propriamente parlare non di cristologie diver-
Trifone", Papia di Gerapoli ed Egesippo), scritti canonici giudeo-cristiani (dove se ma solo di diverse accentuazioni cristologiche, coesistenti tra loro
si spazia da Mt e Gc fino addirittura a Gv, l-3Gv, Eb, lPt, comprese 2Pt-Giud
e Apoc), e poi Paolo (per aspetti presenti di riflesso) e At (prima parte); questo senza alcun problema 13 . In pratica ciò significa, per esempio, che
quadro è dovuto al fatto che l'A. non si limita a studiare una fascia di tempo ben
precisa come invece intendiamo fare noi. In una prospettiva piuttosto larga si col- 11
loca anche A. Vivian, Cristologia dei giudeo-cristiani, RivBibl 22 (1974) 237-256. L. Schenke, Die Urgemeinde, p. 121; l'A. a questo proposito fa propria la
8
Cf. L. Schenke, Die Urgemeinde, pp. 116-156 ("Die christologischen An- posizione di M. Hengel, Christologie und neutestamentliche Chronologie, in Neues
schauungen der àltesten Kirche"); accanto a suggestioni molto interessanti, l'A. adotta Testament und Geschichte: Oscar Cullmann zum 70. Geburtstag, edd. H. Baltens-
delle posizioni assai criticabili, come quando vede nella risurrezione di Gesù il vero weiler und B. Reicke, Mohr, Tubingen 1972, pp. 43-67. Anche M. Simonetti, Cri-
inizio della cristologia e perciò sostiene che le qualifiche di Messia e di Figlio dell'Uomo stologia giudeocristiana: Caratteri e limiti, August 28 (1988) 51-69, pur occupan-
attribuite a Gesù risalgono solo alla chiesa post-pasquale (cf. invece il nostro voi. I). dosi soprattutto degli sviluppi successivi, invita a studiare il periodo neotestamen-
9
Cf. C. Vidal Manzanares, El judeo-cristianismo palestino, pp. 245-277; l'A. tario e a puntare l'attenzione, più che su di una cristologia angelica (contro J. Da-
prende in considerazione solo una serie di titoli e locuzioni cristologiche (ben 19), niélou), sulle componenti di derivazione sapienziale.
12
e perdipiù pone tra di essi anche alcune espressioni giovannee (come "agnello", Cf. C. Vidal Manzanares, El judeo-cristianismo palestino, pp. 274-277.
13
"il primo e l'ultimo", e persino la formula "io sono"), che, se pur potessero spie- Cf. L. Schenke, Die Urgemeinde, pp. 118-119. Dopo che già H. Marshall,
garsi come giudeo-cristiane, appartengono però quasi sicuramente a un periodo po- Palestinian and Hellenistic Christianity: Some Criticai Comments, NTS 19 (1972-73)
steriore a quello iniziale che noi vogliamo qui esaminare. 271-287, aveva criticato come gratuita la contrapposizione tra una chiesa giudeo-
10
Cf. R.N. Longenecker, The Christology, p. 8. cristiana e un'altra ellenistico-cristiana (contro W. Heitmùller, F. Hahn, R.H. Fui-
12 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME PREMESSE 13

il modulo dell'intronizzazione regale non andrebbe considerato più particolare prospettiva cristologica, per cui la figura di Gesù viene
giudaizzante di quello della morte espiatrice oppure che una cri- considerata da un proprio, diverso angolo visuale16. Ma esistono
stologia della sapienza preesistente e inviata nel mondo non do- soprattutto due blocchi pre-redazionali, che più degli altri sono ben
vrebbe essere ritenuta più ellenizzante di una cristologia del giusto individuabili ed esprimono una specifica cristologia della comuni-
sofferente. Tutte queste concezioni infatti si radicano paritariamente tà tradente, di sicura origine palestinese: uno è // racconto pre-
nella tradizione giudaica, tanto essa è multiforme. Tuttavia una marciano della Passione, e l'altro è dato dalla fonte Q, che esami-
posizione del genere, che pure ha il merito di richiamare l'atten- neremo in dettaglio.
zione sulla comune radice giudaica della teologia cristiana e quin- - (2) La sezione di Atti 2-5 (e 15), che più direttamente concerne
di anche della cristologia, disconosce alcune cose importanti, co- la prima comunità di Gerusalemme, per quanto contrassegnata dalla
me sono per esempio la persecuzione scatenatasi a Gerusalemme redazione lucana, conserva certamente del materiale cristologico
soltanto contro la componente di origine giudeo-ellenistica della di tipo arcaico, che cercheremo di individuare e di mettere a frutto
chiesa (cf. At 8,1-4; 11,19-20)14 e il reale contrasto emerso poi tra separatamente.
Paolo (cristiano di origine giudeo-ellenistica) e Giacomo (cristiano - (3) Anche l'epistolario paolino ci ha conservato dei frammenti
di origine giudeo-palestinese)15. dell'originaria cristologia giudeo-cristiana, che l'Apostolo (a parte
Le fonti che ci permettono di analizzare l'incipiente cristologia il probabile ritocco in Rm 1,3b-4a; cf. volume primo) generalmente
della comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme non sono certo condivide. Parte di questo materiale l'abbiamo già studiato (cf. ib.,
molte. Alcune però ci riportano sicuramente agli anni più arcaici II, 5.1-2) e altro ancora lo riserviamo al capitolo della cristologia Pao-
del cristianesimo palestinese, dischiudendoci i primi tentativi di ri- lina come suo punto di partenza17. Ma alcuni elementi rientrano ot-
pensare la figura di Gesù in base sia alla sua storia terrena sia al- timamente nel presente stadio in esame: per non parlare della dimen-
l'evento del terzo giorno. Esse, a parte le confessioni di fede già sione espiatrice della morte di Gesù (cf. Rm 3,25 che probabilmente
analizzate nel volume primo per quanto riguarda la risurrezione, trasmette materiale tradizionale), mi riferisco in particolare all'in-
prendono forma essenzialmente in tre tipi di scritti: vocazione aramaica conservata in ICor 16,22 (Maranatha!) con la
- (1) in primo luogo ci sono le più antiche tradizioni sul Gesù cristologia che essa sottende, e alle informazioni che ne deduciamo
terreno rintracciabili nel loro stadio pre-redazionale all'interno del- circa il permanente valore della Legge accanto alla fede in Gesù.
l'attuale redazione dei Sinottici. L'esistenza di antiche raccolte par- - (4) Lasciamo da parte invece la lettera di Giacomo. Anche se
ziali del materiale gesuano, orali o scritte ma anteriori alla stesura alcuni Autori la considerano molto arcaica (scritta prima del con-
dei singoli vangeli, è oggi data per certa e la si può dedurre, per cilio di Gerusalemme), i più la ritengono pseudepigrafica e la col-
esempio, dall'impostazione a blocchi riscontrabile nel vangelo mar- locano nell'ultimo quarto del secolo I. Per la verità, la questione
ciano (cf. le cinque dispute in Me 2,1 - 3,6; la raccolta di parabole della sua paternità non dovrebbe ridursi alla semplice alternativa
in 4,1-34; la raccolta di miracoli in 4,35 - 5,43 ecc.); ciascuno di tra autenticità o inautenticità; infatti è del tutto possibile che essa,
questi tentativi, sia pure settoriale, comporta la messa in atto di una pur databile redazionalmente in periodo tardo e testimone tipico
di una visione giudeo-cristiana, tuttavia conservi e tramandi ele-
menti arcaici del primo cristianesimo palestinese18. In ogni caso,
ler), ora C.C. Hill, Hellenists andHebrews. Reappraising Division within theEar-
liest Church, Minneapolis 1992, sottolinea il fatto che anche tra gli "ebrei" e gli
"ellenisti" di Gerusalemme non si devono marcare eccessivamente le differenzia-
zioni teologiche come se gli uni fossero esclusivamente dei conservatori e gli altri 16
Cf. V. Fusco, La tradizione evangelica nelle prime comunità cristiane, in M.
solo dei «liberals». Laconi, a cura, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, "Logos. Corso completo
14
Vedi i commenti, per esempio C.K. Barrett, I, in ICC, Edinburgh 1994, p. 390. di studi biblici" 5, Leumann 1994, pp. 99-118.
15 17
La menzione di Giacomo ci dà modo qui di escludere la lettera canonica che Mi riferisco in particolare all'inno cristologico conservato in Fil 2,6-11 (per
porta il suo nome dalle fonti del primitivo giudeo-cristianesimo, contrariamente cui vedi sotto: cap. II, 3).
a ciò che pensano altri Autori (cf. le Introduzioni al N.T.). Sulla sua figura cf. W. 18
Oltre al citato W. Pratscher, cfr. A. Wikenhauser - J. Schmid, Introduzione
Pratscher, Der Herrenbruder Jakobus und die Jakobustradition, FRLANT 139, Gòt- al Nuovo Testamento, pp. 612-628, e B.S. Childs, The New Testament as Canon:
tingen 1987. An Introduction, SCM, London 1984, pp. 431-445.
14 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME IL RACCONTO PRE-MARCIANO DELLA PASSIONE 15

a parte gli interessi etici dello scritto, va riconosciuto che la sua pure se quello di Me ne rappresenti già un ritocco (così perlopiù) 22 , l'e-
cristologia è pressoché inesistente, riducendosi la menzione di Ge- sistenza di una narrazione del genere, almeno parziale, è comunque sug-
sù Cristo a due sole frasi contestualmente non rimarcate (1,1; 2,1), gerita da varie considerazioni.
1.1.1.1 Innanzitutto va richiamato il tenore del kerygma primitivo,
anche se vi è presente il titolo tradizionale di Kyrios19.
che normalmente concentra appunto la sua attenzione sulla morte di
Gesù: cf. ICor 15,3; e At 2,23; 3,13-15; 4,27-28; 5,30; 10,3%; 13,27-29
(un'eccezione è costituita solo da Rm l,3b-4a); evidentemente non si
1. Il racconto pre-marciano della Passione poteva parlare di lui senza riferirsi all'evento finale della sua vita, che
ne rappresentava non solo un episodio ma qualcosa di assolutamente
Com'è noto, il racconto della passione di Gesù è presente in tut- decisivo e degno di ogni considerazione 23 .
ti e quattro i vangeli canonici; anzi, nonostante il taglio proprio 1.1.1.2 Anche la presenza del racconto in tutti e quattro i vangeli
di ciascun evangelista, su di esso converge di fatto l'intera narra- canonici è eloquente, tanto più che esso offre la stessa successione
zione precedente: segno evidente del peculiare interesse che la pas- dei fatti in cinque momenti: l'ultima cena 24 , l'arresto nell'Orto degli
sione di Gesù suscitò sulle comunità dei suoi discepoli. A questo ulivi mediato dal tradimento di Giuda 25 , il processo davanti ai Giu-
dei con la condanna da parte del Sommo Sacerdote per bestemmia 26 ,
proposito è diventato giustamente celebre l'assioma di M. Kàhler,
il processo davanti ai Romani con la condanna da parte di Pilato per
secondo cui i vangeli non sono altro che "un racconto della Pas-
lesa maestà 27 , il viaggio al Calvario con la crocifissione, la morte e
sione con un'ampia introduzione" 20 . L'interesse per l'ultima la sepoltura.
drammatica vicenda di Gesù si espresse sicuramente prestissimo.
Il nostro interrogativo di partenza è questo: Me che, come vuole
la teoria delle due fonti, è stato il primo vangelo ad essere messo 22
Vedi R. Pesch, // vangelo di Marco, CTNT II/2, Paideia, Brescia 1982 (orig.
per scritto, ha forse composto autonomamente un tale racconto ted., Freiburg i.B. 1977, 21980), pp. 18-54 (l'A. addirittura fa iniziare la storia pre-
oppure lo ha già ricevuto dalla tradizione? e quindi: la cristologia marciana della Passione in Me 8,27-33 e la fa proseguire attraverso 9,2-13.30-35;
10,1.32-34.46-52; 11,1-23.27-33; 12,1-17.34-37.41.44; 13,1-2, fino a culminare in
che esso implica è soltanto marciana o già pre-marciana? Noi adot- 14,1-16,8); vedi anche G. Schneider, Das Problem einer vormarkinischen Passions-
tiamo la seconda di queste due possibilità, e per farlo procediamo erzàhlung, BZ 16 (1972) 222-244; J. Ernst, Die Passionserzàhlung des Markus und
per gradi. dieAporien der Forschung, TheolGl 70 (1980) 160-180; W. Reinbold, Das àlteste
Bericht tiber den Tod Jesu. Literarische Analyse und historische Kritik der Pas-
sionsdarstellung der Evangelien, BZNW 69, Berlin - New York 1993. Interessato
solo alla redazione marciana invece è J. Schreiber, Die Markuspassion. Eine re-
daktionsgeschichtliche Untersuchung, BZNW 68, Berlin - New York 1993 (U970);
1.1 Esistenza, estensione e origine di un racconto pre-redazionale G.W.E. Nickelsburg, Passion Narratives, in ABD 5, pp. 172-177. Si segnala a par-
te la posizione di J.D. Crossan, The Cross that spoke. The origins of the Passion
1.1.1 Esistenza. La questione è dibattuta e ha comunque molti Narratives, San Francisco 1988, secondo cui all'origine c'è nientemeno che l'apo-
crifo Vangelo di Pietro 9,35 - 11,49 (in proposito, cf. R.E. Brown, The Death of
risvolti 21 . A prescindere dal fatto se un tale eventuale racconto coinci- the Messiah, II, pp. 1317-1349).
da esattamente con quello attuale di Me (così soprattutto R. Pesch) op- 23
Cf.
6
già R. Bultmann, Die Geschichte der synoptischen Tradition, Gòttingen
1921,
24
1957, pp. 297-298.
Sia pure con un diverso trattamento nei Sinottici (istituzione dell'eucaristia)
19
Vedi i Commenti, in particolare H. Frankemòlle, Der Brief des Jakobus, I- e in25
Gv (lavanda dei piedi ai discepoli).
II, "Òkumenischer Taschenbuchkommentar zum Neuen Testament" 17/1.2, Gù- È nel contesto della preghiera di Gesù nel Getsemani che il solo Me riporta
tersloher Verlagshaus, Gùtersloh 1994 (inoltre: R. Fabris, G. Marconi, F. Mussner, l'invocazione Abbà (Me 14,36).
26
F. Schnider). Con rispettive variazioni: comparsa di Gesù davanti a una seduta notturna
20
M. Kàhler, Der sogenannte historische Jesus und der geschichtliche, biblische del Sinedrio (Mc-Mt) o davanti al solo Annas (Gv), e poi davanti a una seduta mat-
Christus, Leipzig 1892 (21896), riedito a cura di E. Wolf, Kaiser, Mùnchen 1961 tutina del Sinedrio stesso (Mc-Mt-Lc) o davanti al solo Caifa (Gv). In Gv non è
(trad. ital., D'Auria, Napoli 1993), p. 60 nota 3. formulata un'esplicita accusa di bestemmia (cf. 18,12-28), ma tutto il Quarto Van-
21
Vedi l'Appendice IX curata da M.L. Soards, The Question of a Premarcan gelo è in realtà un processo a Gesù, a partire dall'interrogatorio rivolto a Giovanni
Passion Narrative, in R.E. Brown, The Death of the Messiah, II, pp. 1492-1524, Battista (cf. 1,19) fino alla decisione finale di farlo morire (cf. 11,49-53).
27
dove vengono passate in rassegna le posizioni di ben 34 studiosi, i quali offrono Anche qui le variazioni di Mt (cf. l'episodio della moglie di Pilato), di Le (cf.
altrettante ricostruzioni di un possibile racconto pre-marciano ma con notevoli di- il rinvio Pilato-Erode-Pilato), e di Gv (cf. il dialogo Pilato-Gesù) si innestano su
vergenze reciproche. di una comune griglia narrativa di base.
16 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME IL RACCONTO PRE-MARCIANO DELLA PASSIONE 17
1.1.1.3 Particolarmente interessante è la qualità stessa del racconto; van- 11,23-25 nel contesto di una paradosi dell'ultima cena: l'espressione "nel-
no infatti notate queste caratteristiche: la notevole ampiezza (in Me esso la notte in cui veniva tradito" suppone di fatto una storia già esistente,
occupa più di 1/6 di tutto il vangelo), la ricchezza di dettagli (topografi- di cui viene data qui una scansione cronologica. L'altro consiste nella
ci, cronologici, prosopografici), il rapporto tra l'estensione letteraria e constatazione che in Me 14 (vv. 53.54.60.61.63) si parla del "Sommo
l'arco di tempo in cui si svolgono gli avvenimenti (questo è inversamente Sacerdote" (ó àpxtepeus) senza nominarlo mai 32 ; noi sappiamo da al-
proporzionale a quella: per un arco di tempo minimo [dalla sera al po- tre fonti che si trattava di Caifa (gr. Kata9oc<;), suocero di Annas o Anano
meriggio del giorno dopo] abbiamo la massima concentrazione di inte- e rimasto in carica negli anni dal 18 al 36 33 , ma evidentemente i primi
resse narrativo: caso unico), e il trattamento realistico dei personaggi che lettori o ascoltatori della storia non avevano bisogno che glielo si preci-
non subiscono alcuna eroizzazione (a parte il caso di Giuda, persino Pie- sasse, perché dovevano conoscere bene la situazione locale e lo stesso
tro tradisce ripetutamente Gesù, tutti gli altri discepoli fuggono, e lo stesso Caifa doveva essere ancora in funzione: egli era "// Sommo Sacerdo-
Gesù è più che mai presentato secondo uno spessore umano assai marca- t e " del momento. Il primo racconto quindi deve risalire agli anni com-
to [cf. l'agonia nel Getsemani e il grido di abbandono in croce]). presi tra la morte di Gesù e la deposizione di Caifa, cioè fra il 30 e il 36.
1.1.1.4 In particolare la redazione di Me tradisce dei segni di utilizza- La provenienza pertanto dev'essere sicuramente Gerusalemme. Lo di-
zione di un originale, autonomo racconto della Passione. Per esempio, mostrano anche i seguenti indizi: la conoscenza dei luoghi menzionati
in 14,43 si dice che Giuda, accompagnatore del gruppo che andava per (Betania, Betfage, Monte degli Ulivi, Getsemani, Golgota; casa del Som-
arrestare Gesù nel Getsemani, era "uno dei Dodici"; ma il lettore del mo Sacerdote, casa di Pilato o pretorio), i riferimenti a varie persone
vangelo non ha bisogno che gli venga detto questo, poiché lo sa già (cf. (Simone il lebbroso, Simone di Cirene con i figli Alessandro e Rufo,
3,19; 14,10): l'inutile ripetizione della qualifica (contraddistinta anche le donne di Galilea, Giuseppe di Arimatea), e le reminiscenze dell'origi-
dal fatto che qui non viene riportato l'epiteto di "Iscariota", che nei naria lingua aramaica (quali sono l'invocazione Abbà, che è presente
due passi anteriori era unito al nome di "Giuda") è quindi un probabi- solo in Me 14,36; e il grido in croce in 15,34, che in Mt tende a diventa-
le indizio che essa faceva parte di un insieme narrativo pre-esistente in re di pronuncia ebraica).
forma indipendente, che cominciava poco prima 28 .
1.1.1.5 La conclusione migliore, pertanto, è di ritenere che "Me usa
una fonte per scrivere il suo racconto della Passione. Tuttavia noi pos- 1.2 La cristologia
siamo conoscere questa fonte soltanto in quanto incorporata nello stes-
so Me. La grande sfida che ci si offre è di non separare la tradizione
1.2.1 II racconto in quanto tale. Una prima osservazione consi-
dalla redazione di Me (...). Piuttosto dobbiamo investigare i vari strati
di tradizione che incontriamo nella forma del racconto marciano" 29 . ste nel rilevare che la valenza cristologica di un simile racconto ine-
In concreto, lasciando da parte la pericope della cena (poiché in Gv es- risce già al suo semplice darsi. Evidentemente la fede nella risurre-
sa ha un trattamento troppo diverso), ci limitiamo a studiare l'insieme zione di Gesù, tutt'altro che distogliere l'attenzione dall'umiltà della
costituito dai seguenti quattro atti: i fatti del Getsemani, il processo da- sua morte per dimenticarne l'obbrobrio, ha invece concentrato pro-
vanti ai Giudei, quello davanti a Pilato e i fatti del Calvario 30 . Il testo prio su di essa l'attenzione più minuta e più accurata. È come se
preso in esame sarà quello di Me 14,32 - 15,47, che in ogni caso ci dà nulla dovesse andare perduto di quei momenti supremi. Piuttosto
la redazione più antica del racconto. si rinunciò a moltissimo materiale riguardante non solo la prece-
1.1.2 Data e luogo di origine. Una datazione arcaica è suggerita da dente vita privata ma anche e soprattutto la vita pubblica di Gesù,
Pesch sulla base di due indizi 31 . Il primo è offerto da Paolo in ICor
32
28
A differenza di Mt 26,3.57; Gv 11,49; 18,13.14.24.28; quanto a Le, la sua
Per una analisi dello stile, che in Me acquista ora delle connotazioni singola- menzione è già presente in 3,2 (cf. anche At 4,6).
ri, cf. R. Pesch, Me, II, pp. 21-25. 33
29
Vedi le notizie in FI. Giuseppe, Ant. 18,35 e 95; inoltre B. Chilton, Caiaphas,
M.L. Soards, The Question of a Premarcan Passion Narrative, pp. 1523-1524. in ABD 1, pp. 803-806. Recentemente nei pressi di Gerusalemme è stato scoperto
Vedi anche J.B. Green, The Death of Jesus. Tradition and Interpretation in the un ossuario con una iscrizione interpretata in riferimento al nome di Caifa: cf. Di-
Passion Narrative, WUNT 2,33, Tùbingen 1988. scovery of the Caiaphas Family Tomb, Jerusalem Perspectives IV/4-5 (1991); Z.
30
Cf. anche A. Vanhoye, Structure et théologie des récits de la Passion dans Greenhut, Burial Cave of the Caiaphas Family, BiblArchRev 18 (1992/5) 28-36 e
les évangiles synoptiques, NRT 89 (1967) 135-163; B. Maggioni, Iracconti evange- 76. Ma serie obiezioni a questa identificazione, specie di tipo linguistico, sono state
lici31della Passione, Assisi 1994. avanzate da É. Puech, È stata scoperta la tomba del sommo sacerdote Caifa?, Il
Cf. R. Pesch, Me, II, pp. 44-45. Mondo della Bibbia n. 21,5 (1994/1) 48-53.
18 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME IL RACCONTO PRE-MARCIANO DELLA PASSIONE 19

per non dire persino dei racconti concernenti le cristofanie pasquali, (Me 14,32 -15,47) rivela uno specifico taglio cristologico, che rap-
tanto diversificati e non facilmente conciliabili tra loro (cf. voi. I, presenta già una originale ermeneutica della Passione di Gesù da
cap. II). È invece nella passione e morte di Gesù che fin dall'inizio parte della prima comunità cristiana. La collaterale presenza di un
la chiesa fissò lo sguardo più interessato, scorgendovi il suo tesoro intento parenetico non disturba affatto il tentativo di fondo di com-
più prezioso. Proprio l'ampiezza narrativa è segno non solo di una prendere adeguatamente la figura di Gesù nei suoi momenti
maggiore verificabilità storica degli avvenimenti, ma anche di una supremi 38 . La dimensione cristologica del racconto è percepibile
specialissima attenzione ad essi34. doppiamente, a un livello negativo e poi soprattutto positivo.
In più va precisato che un tale racconto fu curato non certo per 1.2.2.1 Negativamente, rileviamo due assenze. - (1) In tutto il
motivi di propaganda o di apologetica, poiché non c'era nulla di racconto mancano confessioni cristologiche esplicite o comunque
particolarmente attraente o di raccomandabile nella sorte estrema di un certo rilievo, riconducibili direttamente al narratore. Al loro
subita da Gesù35. Alla base invece c'è sicuramente un'esigenza di posto abbiamo tre tipi di identificazione titolare di Gesù, inserite
memoria, comunque la si debba specificare, che è tutta interna al- nello sviluppo dell'azione. Innanzitutto, ci sono tre autoqualifi-
la comunità cristiana36. Ma soprattutto c'è il desiderio di capire, che personali sulla bocca di Gesù stesso: "pastore" (Me 14,27 =
non solo perché Gesù fosse morto a quel modo 37 , ma perché pro- Zc 13,7), con valore secondario finalizzato solo a spiegare la fuga
prio lui fosse morto così. Già qui dunque, tra le righe stesse del dei discepoli narrata poco dopo; "figlio", indirettamente presente
racconto, c'è un interesse cristologico. nell'invocazione di Dio come Abbà (14,36); e "figlio dell'uomo"
1.2.2 La elaborazione cristologica del racconto. Il racconto stesso escatologico (14,62: combinazione di Dn 7,13 e di Sai 110,1; cf.
anche 14,41), come correzione dell'ammissione della messianicità
34
D'altronde, come osserva acutamente M. Hengel, Jesus, the Messiah of Israel,
in risposta al Sommo Sacerdote. Il secondo e il terzo titolo sono
in Id., Studies in Early Christology, pp. 1-72, "nell'antichità, dato che gli scrittori importanti per l'autocomprensione del Gesù terreno, e noi li ab-
consideravano troppo disgustoso l'argomento, noi troviamo pochissime descrizio- biamo già esaminati più sopra (cf. volume primo). In secondo luo-
ni di una crocifissione, e il resoconto di Me 15,20-39, con il suo parallelo negli altri
tre vangeli, è di gran lunga il più esteso di tutti" (p. 48).
go, una particolare qualifica è presente nella proclamazione uffi-
35
Ne abbiamo una comprova molto netta nella reazione negativa testimoniata ciale del capo d'accusa, scritto come titulus appeso alla croce: "il
posteriormente, sia in campo giudaico (cf. Trifone in Giustino, Dial. 79,1-2: "Dis- re dei Giudei" (15,26; cf. "il re d'Israele" in 15,32); l'appellativo
se Trifone: Sappi che tutta la nostra razza attende il Cristo... Ma che il Cristo sia
stato così ignominiosamente crocifisso, di questo proprio non sappiamo risolver- domina tutto il cap. 15 (cf. vv. 2.9.12.18.32), ma, per modo di con-
ci"), sia in campo pagano (cf. Celso in Origene, Contra Cels. 2,17-44: "Qual dio, trasto, ricorre sempre in rapporto all'umiliazione e all'impotenza
o qual demone, o quale uomo intelligente, prevedendo che dovevano capitargli tali del protagonista 39 ; esso comunque non è accettato dalla chiesa
cose, non avrebbe fatto tutto il possibile per sfuggirle, ma si sarebbe lasciato sor-
prendere dai malanni che aveva previsto?... Chi vieta di credere che anche gli altri,
i quali sono stati condannati e hanno fatto una fine ancor più brutta, siano degli
angeli più grandi e più divini di lui?").
36 38
A suo tempo M. Dibelius, Die Formgeschichte des Evangeliums, Tùbingen Cf. J. Gnilka, Jesus Christus nach fruhen Zeugnissen des Glaubens, Mùri-
1919, 21933, pp. 21 e 285, ipotizzava che il racconto della Passione fosse stato com- chen 1970, pp. 97-101. L'intento parenetico si legge tra le righe prevalentemente
posto per le necessità della predicazione e della catechesi (cf. At 2,42). Altri invece nel cap. 14: la preghiera di Gesù nel Getsemani fonda l'ammonizione a vegliare
hanno pensato a un Sitz im Leben di tipo liturgico, forse per l'occasione della cele- e pregare nell'ora della prova (cf. 14,32-42); questa vale anche per i momenti suc-
brazione della Pasqua; cf. G. Schille, Das Leiden des Herrn. Die evangelische Pas- cessivi: sia per il momento in cui tutti i suoi discepoli fuggono mentre Gesù viene
sionstradition und ihr Sitz im Leben, ZTK 52 (1955) 161-205. Una serie di Leitmo- arrestato (cf. 14,50), sia per quando Pietro rinnega il suo Maestro, proprio nel mo-
tive era già stata elencata anche da R. Bultmann, Die Geschichte der synoptischen mento drammaticamente contemporaneo a quello in cui Gesù confessa audacemente
Tradition, pp. 303-308 (cioè: appoggio a predizioni veterotestamentarie, interessi la propria identità davanti al Sommo Sacerdote (cf. 14,66-72). Uno sviluppo più
parenetici e preoccupazioni dogmatiche, insieme a tratti puramente novellistici). ampio della cristologia nel racconto pre-marciano della Passione si trova in E.K.
37
È interessante la posizione di A. Yarbro Collins, From Noble Death to Cru- Broadhead, Prophet, Son, Messiah. Narrative Form and Function in Mark 14-16,
cified Messiah, NTS 40 (1994) 481-503, secondo cui già prima di Me s'impose ai JSNT SS 97, Sheffield 1994, ma in quanto il racconto è messo in connessione con
cristiani l'esigenza di spiegarsi perché Gesù, che pure (si) era considerato Messia, la strategia narrativa dell'intero vangelo.
39
non abbia avuto una "morte nobile" (tipo quella eroica di Achille o quella filoso- L'accusa di ribellione politica viene così contraddetta nei fatti (tutta un'altra
fica di Socrate o quella didattica dei martiri maccabei), e allora si ricorse alle Scrit- fenomenologia rivelano invece i vari Giuda, Simone e Atronge, secondo FI. Giu-
ture per rivendicarlo comunque come Messia a dispetto della sua morte ignominio- seppe, Ant. 17,271-272.278-281; Bell. 2,57-59) e si tramuta in una occasione di fe-
sa, inaugurando un nuovo genere di racconto di morte. de per il Lettore.
20 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME IL RACCONTO PRE-MARCIANO DELLA PASSIONE 21

primitiva come titolo cristologico40. Infine abbiamo la confessio- funzione salvifica; infatti non incontriamo mai formule del tipo
ne del centurione romano ai piedi della croce: "Veramente que- "per noi", "per gli uomini", o simili (nemmeno nei pronuncia-
st'uomo era figlio di Dio" (15,39). Questa confessione però non menti dello stesso Gesù, siano essi di istruzione ai discepoli, di pre-
va enfatizzata. Se essa segna certamente una notevole distanza tra ghiera nel Getsemani, di risposta all'interrogatorio nei due proces-
il centurione e i discepoli di Gesù, a favore del primo, il suo valore si, o sulla croce)44. Evidentemente il racconto non sviluppa nes-
cristologico va comunque contenuto a motivo delle seguenti osser- suna theologia crucis. Ciò non significa però che esso non implichi
vazioni: la confessione non riguarda la divinità di Gesù, né in sé né una «teologia della Passione», che anzi gli è propria, come vedia-
in quanto egli venga visto associato alla croce, ma il modo con mo subito45.
cui la sua morte avvenne ("vistolo spirare a quel modo"), cioè 1.2.2.2 Positivamente, osserviamo che il racconto implica una
accompagnata da fenomeni cosmici e dallo squarcio del velo nel sua cristologia specifica. Ed essa (a parte la confessione messiani-
Tempio41; il titolo "figlio di Dio" manca dell'articolo e quindi ca di 14,62) si può definire essenzialmente come cristologia del giu-
considera Gesù semplicemente come "un figlio di Dio"42; inoltre sto sofferente; il racconto quindi può essere etichettato come pas-
la qualifica è riferita al passato ("era") e non esprime una piena sio iusti46. Il tema è antico, ed è documentato tanto in Israele
fede pasquale. Proprio per questo tuttavia è verosimile che essa ci quanto fuori di esso47. Nel racconto della Passione, esso traspare
riporti allo stadio gesuano. A tutto ciò si aggiunga la prospettiva soprattutto dall'utilizzazione di alcuni Salmi di lamentazione, ol-
derivante da Sap 2,12-20; 5,1-7, su cui torneremo circa la compo-
nente positiva della cristologia del racconto. - (2) Un altro aspetto
è vistosamente assente dal racconto pre-marciano della Passione, 44
mentre sarà invece sviluppato altrove e anche molto presto (cf. ICor Ciò vale del resto per i Sinottici in generale; cf. H.-W. Kuhn, Jesus als Ge-
kreuzigter in der frùhchristlichen Verkiindigung bis zur Mitte des 2. Jahrhunderts,
15,3): la dimensione soteriologica delle sofferenze e della morte di ZTK 72 (1975) 1-46.
Gesù. Prescindendo dal brano concernente l'ultima cena e dalle pa- 45
Cf. D. Sànger, Die Verkiindigung des Gekreuzugten und Israel. Studien zum
role pronunciate sul calice (cf. Me 14,24), che probabilmente al- Verhàltnis von Kirche und Israel bei Paulus und im frùhen Christentum, WUNT
75, Tùbingen 1994, p. 223.
meno in parte riflettono già uno stadio successivo43, la descrizio- 46
A questo proposito vedi in particolare L. Ruppert, Jesus als der leidende Ge-
ne dei vari patimenti subiti da Gesù, a partire dall'agonia nel Get- rechte? Der Weg Jesu im Lichte eines alt- und zwischentestamentlichen Motivs, Stutt-
semani fino alla sua dolorosissima morte in croce, non fa mai rife- gart 1972 (in parziale polemica con E. Schweizer, Cristologia neotestamentaria: il
mistero pasquale, Bologna 1969 [orig. ted., Zùrich 1961], a cui aggiunge il motivo
rimento in alcun modo al fatto che egli sopportò tutto questo in del profeta perseguitato), e M.-L. Gubler, Diefruhesten Deutungen des Todes Je-
su, Freiburg/Schw.-Gòttingen 1977, pp. 95-205 ("Die Passion Jesu als Leiden des
Gerechten"). Vedi anche G. Barth, Il significato della morte di Gesù. L'interpreta-
40
zione del Nuovo Testamento, Torino 1995, pp. 44-50.
Molto diverso invece sarà il trattamento riservato dal Quarto Vangelo a que- 47
Già accennato per contrasto in Ger 12,2 ("Vorrei solo rivolgerti una parola
sta qualifica di Gesù nel suo dialogo con Pilato (cf. Gv 18,33-37; 19,19-22). sulla giustizia: Perché le cose degli empi prosperano?"; il profeta stesso è un giusto
41
Cf. R.H. Gundry, Mk, p. 974. Vedi anche la discussione di R.E. Brown, The perseguitato: cf. 11,19), esso è sviluppato nei Salmi di lamentazione (22; 31; 34;
Death of the Messiah, II, pp. 1160-1167. 37; 69; 140), nel libro di Sap ( cf. 2,10-20; 5,1-5), e negli scritti apocalittici (cf. lEn
42
Ci risulta anche da un confronto con ciò che Plutarco scrive della morte di 47,1-2; 95,7; 4Esd 8,27; 2Bar 48,48-50). Ma l'affermazione che il giusto deve sof-
Cleomene re di Sparta (nel 235-219 a . C ) , scuoiato e crocifisso per ordine di Tolo- frire è universale: cf. Platone, Apol. "ila. (Socrate: "Se c'è di mezzo la giusta cau-
meo IV Filopatore re d'Egitto: "Coloro che montavano la guardia al corpo croci- sa, io per paura della morte non saprei piegare la testa davanti a nessuno"); Gorg.
fisso di Cleomene videro un grosso serpente avvolgergli la testa nelle sue spire e 521b ("Non ripetere quello che tante volte mi hai già detto...: 'Un malvagio farà
coprirgli il volto, così che nessun rapace potesse beccarlo. Il re (Tolomeo) fu allora morire un buono' " ) ; Cicerone, Nat. deor. 80-85 (dopo aver fatto un elenco di per-
colto da superstizioso terrore, dicendosi che era stato soppresso un uomo caro agli sone buone perite tragicamente ["Perché Annibale uccise Marcello?... Perché Re-
dèi e di natura superiore all'umana. La gente di Alessandria poi prese a recarsi sul golo fu consegnato alla crudeltà dei Cartaginesi? Perché Africano non fu protetto
luogo e a rivolgersi a Cleomene come a un eroe, figlio di dèi (0«òvTOXÌ&X)"(Cleom. 39). dalle pareti di casa?"], come se gli dèi avessero eliminato ogni distinzione tra buo-
43
Se da una parte il brano viene visto come parte integrante del racconto pre- ni e cattivi, conclude: "Non voglio continuare, altrimenti sembrerebbe che io dessi
marciano della Passione (così R. Pesch, Dos Abendmahl undJesu Todesverstànd- licenza di peccare; e avresti ragione, se non fosse che la coscienza buona o cattiva
nis, in K. Kertelge, ed., Der Tod Jesu. Deutungen im Neuen Testament, Freiburg costituisce un valore in se stessa a prescindere da una spiegazione divina"); Lucia-
i.B. 1976, pp. 137-187), dall'altra c'è chi vi scorge già l'influsso del culto post-pasquale no, Iup. conf. 17 ("Perché i malvagi e i furfanti sguazzano fra tutte le felicità, e
(così J. Jeremias, Le parole dell'Ultima cena, Brescia 1973 [orig. ted., Gòttingen gli uomini buoni sono sbattuti qua e là, afflitti da povertà, da malattie, e da mille
4
1967], pp. 127-167). altri mali?").
22 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME IL RACCONTO PRE-MARCIANO DELLA PASSIONE 23

tre che da altri passi veterotestamentari 48 . Il tema è già preparato - 15,36 : "uno corse a inzuppa- - Sai 69,22: "quando avevo se-
nel cap. 14, ma è sviluppato soprattutto nel cap. 15. Qui di seguito re di aceto una spugna... e gli te mi hanno dato aceto";
ne diamo l'elenco delle ricorrenze. dava da bere"
-15,39: "quest'uomo era figlio - Sap 2,18: "se il giusto è figlio
-14,55: "cercavano di farlo mo-% - Sai 31,14: "insieme contro di di Dio" di Dio, egli l'assisterà"; 5,5:
rire" me congiurano, tramano di to- "egli è considerato tra i figli di
gliermi la vita"; inoltre, cf. Sai Dio" (cf. Sai 22,9).
37,32; 38,13; 54,5; 63,10; 70,3;
86,14; 109,16; Come si vede, gli accostamenti all'AT sono impressionanti, tanto
-14,56-57: "molti testimoniava- - Sai 27,12: "contro di me sono più che nessuno di essi viene introdotto mediante una esplicita
no il falso" insorti falsi testimoni"; cf. an- formula di citazione, essendo semplicemente integrati nel discor-
che Sai 35,11 49 ; so del narratore. Ma, per quanto ci si possa richiamare a storie
-15,24: "si divisero le sue vesti, - Sai 22,19: "si dividono le mie di singole figure veterotestamentarie (come Giuseppe in Egitto,
tirando a sorte su di esse" vesti, sul mio vestito gettano la Ester, Daniele, Susanna, forse Eleazaro)50, va osservato che nes-
sorte"; suno di quei racconti di giusti sofferenti viene ripreso nemmeno
-15,27: "con lui crocifissero an- - Is 53,12: "è stato annoverato per allusione. La prevalenza dei riferimenti a Sai 22 e in genere
che due ladroni"; + 15,28 (so- fra gli empi"; ai Salmi (oltre a Is 53 e Am 8), dove non si tratta di nessuna
lo nel textus receptus): "e si figura storica specifica, dice invece che nel caso di Gesù si tratta
adempì la Scrittura che dice: E della realizzazione di un tipo, ma in modo tale da far vedere
fu annoverato fra gli empi" che uno schema generale si compie in un personaggio singolare.
- 15,29: "i passanti lo insulta- - Sai 31,12s: "sono l'obbrobrio Infatti, il fatto che nessuna determinata figura dell'AT venga ri-
vano" dei mei nemici,...chi mi vede per chiamata dipende probabilmente dalla unicità del caso-Gesù, che
strada mi sfugge,...sono divenu- il narratore sa essere molto di più di tutti loro in quanto Messia,
to un rifiuto" (cf. Sai 109,3-5); Figlio dell'uomo e Figlio di Dio. Il tema del giusto sofferente
- ib.: "scuotendo il loro capo" - Sai 22,8: "mi scherniscono inoltre viene anche superato da un'altra considerazione di tipo
quelli che mi vedono, storcono storico: alla base del racconto non c'è solo l'affermazione che
le labbra, scuotono il capo" (cf. il giusto-Gesù ha sofferto, ma soprattutto c'è il dato oggettivo
Sai 109,25); che egli ha subito una morte infamante, maledetta dalla Legge.
- 15,33: "venuto mezzogiorno, - Am 8,9: "in quel giorno farò Ed è come se il narratore di fronte a ciò non disponesse ancora
si fece buio su tutta la terra" tramontare il sole a mezzodì e di una vera spiegazione; ma ha bisogno almeno di farne memo-
oscurerò la terra in pieno ria, nonostante tutto.
giorno"; Un'attenzione particolare, a questo proposito, merita il testo di
- 15,34: "Dio mio, Dio mio, - Sai 22,2 (cf. sotto); Me 15,34 dove si registra il grido d'abbandono di Gesù morente,
perché mi hai abbandonato?" derivante da Sai 22/21,2: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai ab-
bandonato?". Diamo qui un confronto sinottico di tutte le sue ri-
48
correnze nelle sei fonti diverse in cui è riscontrabile:
Cf. E. Flessman van Leer, Die Interpretation der Passionsgeschichte vom Al-
teri Testament aus, in H. Conzelmann e altri, Zur Bedeutung des Todes Jesu. Exe-
getische Beitràge, Gùtersloh 1967, pp. 79-96; H.D. Lange, The Relationship Bet-
ween Psalm 22 and the Passion Narrative, Concordia Theological Monthly 48 (1972)
610-621; J.G. Reumann, Psalm 22 at the Cross. Lament and Thanksgiving for Je-
sus, Interpr 28 (1974) 39-58. 5
P Cf. G.W.E. Nickelsburg, The Geme and Function of the Markan Passion
49
Entrambi questi passi si ritrovano in Mt, ma sono assenti in Le e in Gv. Narrative, HTR 73 (1980) 154-184.
24 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME IL RACCONTO PRE-MARCIANO DELLA PASSIONE 25

™ Tg LXX del Salmo 22, che sembra affermare da parte di Gesù la percezione
di una derelizione totale da parte di Dio.
"eli "eli 'elahi ó 0eòc ó 9eó? <xou, Ovviamente una simile dichiarazione pone uno speciale proble-
ma cristologico: quale fu in realtà o almeno come viene vista dal
c
lamah azabtani lemà'sebaqtani Yva TÌ èyxaxéXwcé? jie; narratore l'esperienza intima provata da Gesù in quel momen-
to? 53 . Da una parte è vero che il Sai 22 non è propriamente un Sal-
Me 15,34 mo di disperazione, ma implica atteggiamenti vari da parte dell'o-
eXcot eXan rante: lamento, ringraziamene, lode, e quindi anche fiducia54. Pe-
Xefxa aa[3ax6avi rò, se il testo evangelico pensasse solo a un atteggiamento di fidu-
= ó Geo? [xou ó 0eó<; [xoo, cia, avrebbe scelto qualche altro versetto del Salmo (dal v. 23 in
tic, TÌ èyxaxéXi7ré(j fxe; poi) 55 . Inoltre, è difficile pensare che il narratore volesse dire che
Mt 27,46 Gesù recitò di fatto l'intero Salmo, visto che il lamento non viene
T)Xi rjXt introdotto da alcuna formula di citazione ma semplicemente dalla
Xe|xa aa(3ax0avi frase: "Gesù gridò a gran voce". Evidentemente al narratore inte-
= Osé (xou 0eé [xou, ressa il grido in sé e per sé, come una parola propria di Gesù e non
watt fxe èyxaxéXiue<;; della Scrittura56. D'altra parte, va notato che Gesù si rivolge a Dio
Vangelo di Pietro 19 non con l'appellativo fiduciale di Abbà, che pur aveva impiegato
r\ Suvaptg [xou, r\ 8ÓVOC[JU<; (xou, nella preghiera del Getsemani (cf. 14,36): segno evidente che ora
xaréXet^à? fxe! egli prova un reale abbandono, espresso con forza e senza mezzi
termini. Sulla croce Gesù ha umanamente sperimentato quello che
oggi viene chiamato "il silenzio di Dio" 5 7 , cioè la sua apparente
Da questo quadro (senza tener conto delle varianti testuali dei assenza in una situazione di prova; invece di chiedere l'aiuto di Dio
due vangeli canonici) risulta la vicinanza di Me a una dizione ara- (per es. con le parole di Sai 27,9: "Non abbandonarmi, Dio della
maica, forse più arcaica51. Il problema posto dai seguenti vv. mia salvezza"), Gesù sa e dice che ormai Dio in questo momento
35-36, secondo cui alcuni dei presenti, ascoltando Gesù, dissero: invece di soccorrerlo lo consegna alla morte, anzi a una maledetta
"Ecco, chiama Elia" (Me 15,35), si può spiegare linguisticamente morte di croce. Siamo quindi di fronte a un'ulteriore espressione
richiamandosi a Sai 22,11 ("Dal grembo di mia madre il mio Dio della passio iusti, in cui il lamento stesso diventa paradossalmente
sei tu"). Quest'ultima frase in ebraico suona 'èli 'attùh (cf. anche
Sai 31,15; 63,2; 118,28; 140,7; aramaico: 'èlaht 'antàh) e gli astan- 53
Oltre ai Commenti, vedi in particolare G. Rosse, // grido di Gesù in croce:
ti potrebbero averla fraintesa in aramaico come 'elià' tà, "Elia, una panoramica esegetica e teologica, Roma 1984; L. Caza, "Mon Dieu, pourquoi
vieni!" 52 . Ma questa è una soluzione storicizzante, che prescinde m'as-tu
54
abandonné?", Montreal-Paris 1990.
dal fatto che il nostro racconto intende la frase di Gesù (subito tra- Cf.
6
G. Ravasi, // libro dei Salmi. Commento e attualizzazione, I, Bologna
1985, 1993, pp. 395-424.
dotta in greco) in un altro senso, cioè in quello del primo versetto 55
Del resto, la frase pronunciata da Gesù contrasta con una bella preghiera di
fiducia, che un manoscritto di Qumràn pone in bocca al patriarca Giuseppe prova-
to in Egitto: "Padre mio, Dio mio, non abbandonarmi (7 rzbny) nelle mani delle
51
II verbo aramaico sebaq corrisponde all'ebraico cùzab, "andarsene, abban- nazioni; fammi giustizia, perché non periscano i poveri e gli afflitti" (4Q372 1,16-17);
donare, lasciare". Ma, mentre ci sono commentatori che ritengono che Gesù si sia cf. E. Schuller, 4Q372 1: A Text About Joseph, RQ 55 (1990) 349-376.
56
espresso in aramaico (così M.-J. Lagrange, R. Pesch, R.H. Gundry, R.E. Brown; D'altronde questo grido viene omesso dalle redazioni di Le e di Gv, che lo
e M. Wilcox, Semitisms in the New Testament, in ANRW 11/25.2, pp. 978-102o! sostituiscono con altri versetti dello stesso Salmo 22, ma più 'positivi' e quindi con
qui 1004-1007), altri pensano piuttosto a una originale formulazione in ebraico (così significati del tutto diversi (cf. una Sinossi).
V. Taylor, P. Bonnard). 57
Esso è stato teorizzato a proposito di Auschwitz e dell'olocausto del popolo
52
Così X. Léon-Dufour, Di fronte alla morte: Gesù e Paolo, Torino 1982 (orig. ebraico durante la seconda guerra mondiale (cf. Cattedra dei non credenti, Chi è
frane, Paris 1979), pp. 160-161, riprendendo l'ipotesi che fu già di H. Sahlin (in come te fra i muti? L'uomo di fronte al silenzio di Dio, Lezioni promosse e coordi-
Bibl 33 [1952] 62-63) e di T. Boman (in StTh 17 [1963] 103-119). nate da Carlo Maria Martini, Garzanti, Milano 1993).
26 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME LA RACCOLTA DELLE PAROLE DI GESÙ: FONTE Q 27

una manifestazione di confronto soltanto con Dio e di autoconse- Essa comprende tutto quel materiale (di circa 230 versetti), che è
gna a lui58. comune a Mt-Lc ma che manca in Me.
1.2.3 In conclusione, possiamo dire che l'intero racconto della
Passione, tutt'altro che un resoconto neutrale e oggettivo, va letto
''non come una notizia di giornale, ma come «teologia narrati- 2.1 Esistenza, estensione e origine di Q
va»" 5 9 ; infatti esso reca i segni propri di un tentativo messo in atto
per scoprire sotto i nudi fatti la dimensione propria della morte Nonostante qualche tentativo in contrario 61 , oggi la quasi totalità de-
subita da Gesù. La cristologia qui dispiegata si potrebbe conside- gli studiosi ritiene che una forma di Q sia esistita prima della redazione
rare di basso profilo, se confrontata con altri e più ricchi sviluppi dei Vangeli. I motivi a favore sono di vario genere e traggono forza dalla
successivi, ma è comunque interessante e tipica di un'incipiente, loro cumulazione 62 .
attenta lettura della figura straordinaria di Gesù di Nazaret negli 2.1.1 Mt e Le hanno in comune una serie di passi, il cui tenore verba-
ultimi momenti della sua vita. le concorda strettamente: vedi per esempio la pericope delle tentazioni
nel deserto (Mt 4,1-11/Lc 4,1-13); ma cf. anche Mt 3,7-12/Lc 3,7-9.16-17
(predicazione del Battista); Mt 11,2-11.16-19/Lc 7,18-28.31-35 (legazione
del Battista e loghion sui bambini capricciosi); Mt 23,37-39/Lc 13,34-35
2. La raccolta delle parole di Gesù: fonte Q (lamento su Gerusalemme); la spiegazione più probabile è che entram-
bi abbiano usato una fonte comune. D'altra parte si constata che essi
Un altro, precoce tentativo di riflettere sulla figura di Gesù con- divergono in altro materiale comune (come la similitudine dell'uomo
sistette in una raccolta antologica dei suoi pronunciamenti orali; che costruisce la casa sulla roccia: Mt 7,21.24-27/Lc 6,46-49; e la para-
ipotizzata fin dalla fine del sec. XVIII, essa ricevette dal 1890 il bola dei talenti: Mt 25,14-30/Lc 19,11-27): perché dunque concordano
nome siglato Q (tedesco Quelle, "fonte [sottinteso: dei loghia]")60. su alcune tradizioni ma ne hanno rivisto delle altre? La risposta è che
essi abbiano utilizzato Q in stadi diversi della sua edizione.
58
2.1.2 Anche l'ordine della successione, in cui si trovano collocate in
Analogamente, cf. Gb 6,4; 7,20; 16,13 ("I suoi arcieri mi circondano, mi tra- Mt/Lc le tradizioni non-marciane, depone a favore di una fonte comu-
figge i fianchi senza pietà"). In ogni caso il grido di Gesù non è certo di disperazio-
ne, ma equivale alla domanda di un uomo che è comunque fedele a Colui del quale ne, non potendo il fatto essere puramente casuale. Questa infatti è la
non comprende l'agire: cf. J.-N. Aletti, Morì de Jesus et théorie du récit, RechSR situazione di almeno una parte della fonte nei due evangelisti: Mt
73 (1985) 147-160. 3,7-9/Lc 3,7-9 (predicazione penitenziale del Battista); Mt 3,11-12/Lc
59
G. Rosse, Il grido di Gesù, p. 52. Recentemente, per esempio, T.E. Schmidt, 3,16-17 (predicazione messianica del Battista); Mt 4,1-11/Lc 4,1-13 (ten-
Mark 15.16-32: The Crucifixion Narrative and the Roman Truiumphal Procession, tazioni di Gesù); Mt 5,3.6/Lc 6,20b-21 (le beatitudini dei poveri e degli
NTS 41 (1995) 1-18, ha proposto di vedere nella pericope di Me 15,16-32 (pretorio
e coorte, manto di porpora e incoronazione di spine, viaggio al Calvario, requisi- affamati di giustizia); Mt 5,11-12/Lc 6,22-23 (beatitudine della perse-
zione di Simone di Cirene, crocifissione, derisione con l'appellativo di Re d'Israe- cuzione e invito a gioire per la ricompensa); Mt 39b-42/Lc 6,29-30 ("chi
le) lo schema del corteo trionfale romano, presentato però come un "anti-trionfo" ti percuote sulla guancia,... chi ti toglie il mantello,... a chi ti chiede,
per suggerire che l'apparente scandalo della croce implica in realtà e paradossal-
mente una esaltazione di Cristo.
60
Diamo qui in proposito una bibliografia essenziale: S. Schulz, Q - Die Spruch-
61
quelle der Evangelisten, Zùrich 1972; J. Delobel, ed., Logia. Les paroles de Jesus Cf. M.D. Goulder, On putting Q to the Test, NTS 24 (1978) 218-234; Id.,
- The Sayings of Jesus. Mémorial J. Coppens, Leuven 1982; J. S. Kloppenborg, Is Qa Juggernaut?, JBL 115 (1996) 667-681 (sarebbe Le a dipendere da Mt); E.
The Formation ofQ, Philadelphia 1987; A.D. Jacobson, The First Gospel. An In- Linnemann, Is There a Gospel ofQ?, BibRev 11 (1995) 18-23 e 42-43 (le differenze
troduction to Q, Sonoma CA 1992; W.G. Dever, Q (Gospel Source), in ABD 5, tra i vangeli si spiegherebbero solo in base alle reminiscenze dei testimoni oculari!
pp. 567-573; D.R. Catchpole, The Questfor Q, Edinburgh 1993; B.L. Mack, The Analogamente Ead., The Gospel ofQ- Fact orFantasy?, TrinJourn 17 [1996] 3-18);
Lost Gospel. The Book ofQ& Christian Origins, San Francisco 1993; R.A. Piper, E. Powell, The Myth ofthe Lost Gospel. A layman's letter to the Jesus Seminar,
ed., The Gospel behind the Gospels. Current Studies on Q, Leiden 1995; C.M. Tuc- Symposium Books, Westlake Village CA 1995 (riproposizione dell'ipotesi Griesbach).
kett, Q and the History of Early Christianity. Studies on Q, Edinburgh 1996. Un 62
Cf. C.M. Tuckett, The Existence of Q, in R.A. Piper, The Gospel Behind
"International Q Project" è stato presentato da J.M. Robinson, A Criticai Text the Gospels, pp. 19-47 (leggermente ampliato in Q and the History of Early Chri-
ofthe Sayings Gospel Q, RevHistPhilRel 72 (1992) 15-22. Una collana 'Documen- stianity, pp. 1-39); G. Stanton, Gospel Truth? New Light on Jesus and the Go-
ta Q' sotto la direzione di J.M. Robinson, P. Hoffmann, J.S. Kloppenborg, è sta- spels, London 1995, pp. 63-76; V. Fusco, Le prime comunità cristiane, pp. 123-151.
ta inaugurata con il volume di S. Carruth e A. Garsky, Q ll:2b-4, Peeters, Leuven Vedi 2anche B. Corsani, Introduzione al Nuovo Testamento, 1. Vangeli e Atti, To-
1996. rino 1991, pp. 157-167.
28 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME LA RACCOLTA DELLE PAROLE DI GESÙ: FONTE Q 29

dà"); Mt 5,44-47/Lc 6,32-35 (l'amore per i nemici); Mt 5,48/Lc 6,36 di Gesù, e quindi, pur essendo questi di tipo gnostico, con esso può reg-
{loghion sull'imitazione di Dio perfetto/misericordioso); Mt 7,1-2/Lc gere il confronto anche una pur ipotetica Q 65 .
6,37-38 ("non giudicate..."); Mt 7,3-5/Lc 6,41-42 (la pagliuzza e la tra- Il materiale di Q si estende dalla predicazione del Battista (Le
ve); Mt 7,16-18/Lc 6,43-44 (dal frutto si conosce l'albero); Mt 7,21/Lc 3,7-9.15-18/Mt 3,7-12) fino alla promessa rivolta ai Dodici di sedere
6,46 ("non chi mi dice: Signore, Signore..."); Mt 7,24-27/Lc 6,47-49 su 12 troni per giudicare le 12 tribù d'Israele, pronunciato forse nel con-
(la casa sulla roccia); Mt 8,5-13/Le 7,1-10 (guarigione del servo del cen- testo dell'ultima cena (Le 22,29-30/Mt 19,28). Pertanto Q manifesta di-
turione); Mt 11,2-6/Lc 7,18-23 (legazione del Battista); Mt 11,7-11/Le sinteresse non solo per i racconti di miracolo (unica eccezione è la gua-
7,24-28 (testimonianza di Gesù sul Battista); Mt 11,16-19/Lc 7,31-35 rigione del servo del centurione), ma anche sorprendentemente per il
(similitudine dei bambini capricciosi). La parallela regolarità della suc- racconto della Passione.
cessione fa pensare a un modello unico, a cui si attinge ordinatamente. Quanto all'ordine del materiale e al suo tenore più originale, si tende
2.1.3 Un detto comune ai tre Sinottici (per es. "Chi ha gli sarà da- ormai a privilegiare la versione di Le per vari motivi, di tipo sia conte-
t o . . . " : Mc4,25/Mt 13,12/Lc8,18 [con anacoluto]) si trova a volte rad- stuale sia linguistico66.
doppiato in una forma non-marciana nei soli Mt/Lc (così: Mt 25,29/Lc La situazione socio-ecclesiale presupposta da Q è sostanzialmente quel-
19,26: "A chiunque ha sarà dato..." [senza anacoluto]) 63 . Questo tipo la di una comunità giudeo-cristiana, che mantiene la validità della Leg-
di doppioni suppone un'altra fonte oltre Me. ge (cf. Le 16,17/Mt 5,18), è povera soprattutto per scelta volontaria
2.1.4 L'ipotesi contraria, che sostiene una dipendenza di Le da Mt (cf. Le 9,57-60/Mt 8,18-22; Le 9,3-4 e 10,4/Mt 10,9-11), ed è impegna-
(annullando così l'esistenza di Q a favore del solo Mt) 64 è insostenibi- ta in una predicazione itinerante; questa poi è probabilmente limitata
le. Infatti: (1) se Le utilizzasse Mt, bisognerebbe dire che ne ha snatura- a Israele, verso cui ci si rivolge con forti accenti polemici: il rifiuto dei
to l'impostazione, poiché egli, visto che non organizza le parole di Ge- predicatori è modellato secondo uno schema deuteronomistico, secon-
sù in grandi unità didattiche ma le colloca in contesti narrativi diversi- do cui Dio manda i suoi profeti a Israele per richiamarlo alla conver-
ficati, avrebbe spezzato e sparpagliato i cinque discorsi matteani in tanti sione, ma la risposta è negativa e i profeti soffrono rifiuto e violenza
piccoli frammenti, snaturandone l'impostazione originaria (per esem- (cf. Le 11,39-52/Mt 23,23-25.6.27-28.4.29-36.13)67. Però il fatto che ci
pio Mt 10 si trova sparso in non meno di sette capitoli lucani); (2) se sia una disponibilità all'ingresso dei Gentili (cf. Le 13,28-30/Mt
Le utilizzasse Mt, ci aspetteremmo di trovare in lui anche qualche allar- 8,11-12.16) può significare che Q fu composta in un tempo in cui la con-
gamento di quelli che Mt ha operato nei confronti di Me (per esempio troversia sulla Legge non era ancora emersa. Tutto ciò ci riporta a un
le parole sul primato di Pietro a Cesarea di Filippo in Mt 16,17-19), originario Sitz im Leben, che non può essere altro che quello palestine-
ma ciò non avviene: dove Mt e Me hanno la stessa tradizione, Le opta se dei primi anni dopo la morte di Gesù 68 . Tuttavia, anche se è possi-
per la versione di Me e ignora quella di Mt; (3) se Le utilizzasse Mt,
dato che nella formulazione delle parole di Gesù ci sono immancabil-
65
mente delle variazioni, bisognerebbe sostenere che è stato sempre lui Ci si potrebbe anche richiamare a Paolo, il quale (almeno stando a ICor 7,10:
a cambiare la primitiva forma matteana della tradizione, mentre dob- "Ai coniugati ordino non io ma il Signore"; 7,25: "Quanto alle vergini non ho
un comando dal Signore") dà a intendere di conoscere tutte le parole di Gesù, an-
biamo supporre che anche Mt lo abbia fatto. La conclusione migliore, che se non possiamo pretendere che egli conoscesse Q. Per un'ampia documenta-
perciò, è che entrambi Mt e Le dipendano ciascuno per conto proprio zione sui possibili paralleli formali di Q, cf. J.S. Kloppenborg, The Formation of
da una fonte comune, utilizzata in vario modo da ciascuno dei due. Q, pp. 262-316 ("Q and Ancient Sayings Collections": si va dalle antiche Istruzio-
ni egiziane fino al Demonatte di Luciano).
2.1.5 La verosimiglianza storica di un documento che concentrasse 66
Cf. V. Taylor, The Originai Order ofQ, in H.J. Higgins, ed., New Testament
l'attenzione solo sulle parole di Gesù, senza narrazioni, è confermata Essays in Memory of T. W. Manson, Manchester 1959, pp. 246-269. Vedi anche le
dalla scoperta del "Vangelo di Tommaso" (rinvenuto tra i manoscritti Sinossi di Q, redatte da A. Polag, Fragmenta Q. Textheft zur Logienquelle,
copti di Nag Hammadi nel 1945); esso è solo una raccolta di 114 detti Neukirchen-Vluyn 1979; W. Schenk, SynopsezurRedenquellederEvangelien, Dus-
seldorf 1981; e soprattutto J.S. Kloppenborg, QParallels. Synopsis, Criticai Notes,
and Concordance, Sonoma CA 1988; F. Neirynck, Q-Synopsis. The Doublé Tradi-
tion Passages in Greek, Leuven 1988,21995. Ci sono anche commenti a Q: cf. T.W.
63
Cf. anche il detto "Chi mi vuole seguire rinneghi se stesso..." (Me 8,34s/Mt Manson, I 2detti di Gesù nei vangeli di Matteo e di Luca, Brescia 1980 (orig. ingl., Lon-
16,24s/Lc 9,23s): esso si ritrova in Mt 10,38s/Lc 14,27 + 17,33. don 1949, 1971); D. Zeller, Kommentar zur Logienquelle, Stuttgart 1984.
67
<H Cf. la cosiddetta "ipotesi-Griesbach", sostenuta per esempio da B. Orchard, Cf. soprattutto O.H. Steck, Israel und das gawaltsame Geschick der Prophe-
Matthew, Luke and Mark, Manchester 1976 (che si rifa a W.R. Farmer, 1964). Con- ten,68Neukirchen-Vluyn 1967; A.D. Jacobson, The First Gospel, specie pp. 253-255.
tro: C.M. Tuckett, The Revival of the Griesbach Hypothesis, Cambridge 1983; Id., Un'ambientazione in Galilea è sostenuta da J.S. Kloppenborg, Literary Con-
On the Relationship between Matthew and Luke, NTS 30 (1984) 130-142. vention. Self-Evidence and the Social History of the Q People, Semeia 55 (1991)
30 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME LA RACCOLTA DELLE PAROLE DI GESÙ: FONTE Q 31

bile che si debba calcolare con l'ipotesi di strati redazionali diversi 6 9 , nità di Q avrebbe identificato con Gesù. Questa comunità riprese
ciò non p u ò comunque comportare una eccessiva dissomiglianza cristo- la predicazione gesuana in proposito e la considerò ancora valida
logica con la fonte M e 7 0 . per annunciare Gesù, nonostante la sua morte. "Secondo questa
comunità, la passione e la risurrezione non erano ciò che andava
predicato, ma ciò che fondava la possibilità di predicare" 73 . La
2.2 La cristologia conclusione minimale è che Q va considerata un vero « vangelo »
e non solo un complemento secondario ad esso.
La cristologia di Q è un dato complesso. Possiamo farcene anti- Su questa base si sono sviluppati sostanzialmente due modi di
cipatamente un'idea anche solo sulla base di un semplice status considerare il genere letterario di Q, che hanno delle inevitabili ri-
quaestionis della storia della ricerca. cadute sulla sua cristologia.
L'affermarsi di un interesse cristologico per la fonte Q è un fat- Secondo alcuni, Q sarebbe un'opera di genere profetico, e il Ge-
to piuttosto recente: infatti risale soltanto al 195971. Prima di al- sù che ne emerge è appunto una figura di profeta impegnato nel
lora, poiché nella fonte è assente ogni interesse per la morte- rinnovamento del popolo di Israele74. Sulla base di questa prospet-
risurrezione di Gesù, da considerarsi come il cuore del kerygma e tiva viene sviluppata soprattutto la dimensione escatologica della
quindi dell'evangelo, Q era vista solo connotata da istruzioni di predicazione di Gesù secondo Q, ricuperando le componenti cri-
tipo etico e quindi aliena da ogni dimensione propriamente «evan- stologiche sia di inviato da Dio, sia di ammonitore di Israele, sia
gelica»72. Tòdt parla invece di due ambiti della tradizione, uno in- anche della qualifica di Figlio dell'uomo.
centrato sulla Passione e l'altro sui detti di Gesù: questo secondo
Secondo altri, Q sarebbe invece una composizione di tipo sapien-
ambito sarebbe in realtà il più antico, e in esso avrebbe preso for-
ziale. Messa in luce già da alcuni studi del passato (fin dagli anni '20),
ma la prima cristologia, che l'Autore vede essenzialmente imper-
ma senza una vera valorizzazione cristologica, questa prospettiva è
niata sulla figura escatologica del Figlio dell'uomo, che la comu-
stata ripresa e sottolineata soprattutto da alcuni Autori recenti. Ma
la dimensione sapienziale di Q viene vista a un doppio livello: sia come
77-102; Id., The Sayings Gospel Q: Recent Opinion on the People behind the Do- prosecuzione della tradizione didattica dei saggi d'Israele, special-
cument, Currents in Research: Biblical Studies 1 (1993) 9-34. Pensa invece a Gali- mente intesa come critica delle ricchezze, dell'arroganza, e dell'ipo-
lea e Siria H.O. Guenther, The Sayings Gospel Q and the Aramaic Sources: Re-
thinking Christian Origins, Semeia 55 (1991) 41-76. Quanto al suo autore, M. Hen- crisia, e qui sarebbe presente però un modello di tipo cinico75, sia
gel, Aufgabe der neutestamentlichen Wissenschaft, NTS 40 (1994) 321-357, ritiene
che si tratti soltanto della "testa di un teologo pensante, discepolo di Gesù" (p
336 nota 45)! 73
H.E. Tòdt, The Son of Man, p. 250.
69 74
Infatti, oltre all'ipotesi di una sola mano redazionale sia pur su tradizioni di- Cf. soprattutto M. Sato, Q und Prophetie. Studien zur Gattungs- und Tradi-
verse (D. Lùhrmann, 1969), c'è chi ne ipotizza due (S. Schulz, 1972) o tre (soprat- tionsgeschichte der Quelle, Tùbingen 1987 (vedine la discussione a opera di J.M.
tutto A. Polag, 1977; D. Zeller, 1982; J.S. Kloppenborg, 1987; e B. L. Mack, 1993) Robinson, in EvTh 53 [1993] 367-389); R.A. Horsley, Q and Jesus: Assumptions,
o anche più (cf. F.W. Horn, 1991; A.D. Jacobson, 1992). Lasciamo da parte altri Approaches, and Analyses, Semeia 55 (1991) 175-209; e C.M. Tuckett, Q and the
problemi concernenti, per esempio, la lingua originale del documento (probabil- History, pp. 139-163, 209-237, 325-354.
75
mente Lc/Mt lo utilizzano già in greco) e la sua forma orale o scritta (forse la se- Cf. J.M. Robinson, Logoi sophon: On the Gattung of Q, in H. Koester &
conda), per i quali cf. J.S. Kloppenborg, The Formation of Q, pp. 41-88. J.M. Robinson, Trajectories Through Early Christianity, Philadelphia 1971, pp.
70
Questa istanza è fortemente rivendicata da E.P. Meadors, Jesus the Messia- 71-113; F.G. Downing, Quite Like Q. A Genrefor 'Q': The Lives of Cynic Philo-
nic Herald of Salvation, Tùbingen 1995, che giunge anche a negare l'esistenza di sophers, Bib 69 (1988) 196-224; Id., A Genrefor Q and a Socio-Cultural Context
strati diversi in Q e ad affermare comunque la sua vicinanza al Gesù terreno. La for Q: Comparing Sets of Similarities with Sets of Differences, JSNT 55 (1994) 3-26;
dipendenza di Me da Q è affermata da H.T. Fleddermann, Mark and Q. A Study H. Koester, Ancient Christian Gospels. Their History and Development, London-
ofthe Overlap Texts, BETL 122, Leuven 1995. Philadelphia 1990, pp. 149-162; B.L. Mack, The Lost Gospel, p. 245; L.E. Vaage,
71
Di quell'anno infatti è l'importante volume di H.E. Tòdt, Der Menschensohn Q and Cynicism: On Comparison and Social Identity, in R.A. Piper, ed., The Go-
in der synoptischen Uberlieferung, Gùtersloh 1959; noi ci riferiamo all'edizione in- spel Behind the Gospels, pp. 195-229 (questo saggio è una risposta alla critica di
glese: TheSon ofMan in thesynoptic Tradition, Westminster, Philadelphia 1965. C.M. Tuckett, A Cynic Q?, Bib 70 [1989] 349-376). Anche secondo J.S. Kloppen-
72
Cf. per esempio T.W. Manson, I detti di Gesù, p. 232: "L'opera non rispec- borg, The Formation ofQ, pp. 244-245, "una collezione di discorsi e ammonizioni
chia il vangelo predicato nella chiesa primitiva, ma un supplemento al vangelo"; sapienziali costituì il dato iniziale nella formazione di Q, mentre gli oracoli di giu-
cf. p. 11: "L'insegnamento di Gesù era singolarmente atto a preparare la via al dizio profetico e gli apoftegmi sul conflitto di Gesù con 'questa generazione' sono
vangelo". secondari"; l'A. però precisa che questo suo giudizio è di tipo letterario, non
32 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME LA RACCOLTA DELLE PAROLE DI GESÙ: FONTE Q 33

anche come ripresa della figura della Sapienza personificata e ri- minare e orientare la vita presente del discepolo in questo mondo
gettata dagli uomini 76 . con i suoi annunci e con le sue istruzioni, nell'attesa dei tempi ulti-
Qui di seguito esamineremo questi due aspetti cristologici, a pre- mi. Non ciò che ha fatto, ma ciò che ha detto è perennemente vali-
scindere dalla questione della loro eventuale rispettiva priorità do; infatti chi ascolta le sue parole è simile a chi edifica la propria
redazionale77. Vi premettiamo però due altre considerazioni di ca- casa sulla roccia, pronta a sfidare ogni avversità (cf. Le 6,47-49/Mt
rattere fondamentale 78 . 7,24-27). Cosicché il suo insegnamento, di cui sono portatori i suoi
2.2.1 // Gesù di Q è l'uomo della parola. Le narrazioni sono ri- discepoli, è visto non tanto come un fatto del passato quanto co-
dotte a poca cosa (tentazioni nel deserto, guarigione del servo del me un valore continuo per il presente; e un loghion come quello
centurione); prevalgono invece i detti, anche se Q ce ne dà solo una di Le 10,16/Mt 10,40 lo rivela chiaramente: "Chi ascolta voi ascolta
raccolta antologica, che comunque è fortemente significativa79. me, chi disprezza voi disprezza me".
Gesù quindi è tramandato come colui che ha sempre qualcosa di 2.2.2 La passione-morte di Gesù. Questo argomento pone un pro-
importante da dire alla sua comunità, sia come maestro sia come blema, poiché esso è assente non solo come racconto, ma anche
profeta. In effetti Q rivela il culto della parola di Gesù; e questa come enunciazione di una prospettiva futura nei termini della tri-
è presentata secondo vari risvolti: da una parte, essa proietta la co- plice predizione sinottica. In passato, come abbiamo già accenna-
munità verso immancabili orizzonti escatologici (cf. Le 12,8-9/Mt to, questo fatto portava a concludere che Q non sarebbe un vero
10,32-33), e contemporaneamente ne configura la vita al suo inter- vangelo poiché ignorerebbe il dato del mistero pasquale, che è fon-
no (cf. Le 17,3-4/Mt 18,15.21-22), mentre la conforta anche di fron- damentale per la fede cristiana. Oggi però le cose vengono viste
te agli oppositori (cf. Le 6,22-23/Mt 5,11-12). Certo è che Q non in un modo un po' diverso. Il punto di partenza è la constatazione
presenta Gesù come un taumaturgo potente in cui confidare nei che in Q c'è una serie di testi, i quali considerano Gesù come un
momenti di bisogno80. Egli non è neanche visto come salvatore, profeta rifiutato dal suo popolo ed esposto a una fine violenta; ne
cioè come colui che è morto per i peccati degli uomini, poiché lo- diamo qui un elenco:
ghia di questo tipo mancano 81 . Egli è piuttosto colui che può illu- - la similitudine dei bambini insensibili ai suoni di lamento o di
gioia (Le 7,31-35/Mt 11,16-19);
tradizionale (cioè riguarda la messa per iscritto del materiale, non l'inizio della sua
- condanna delle città di Galilea, che non hanno accolto il mes-
trasmissione orale). saggio di Gesù (Le 10,13-15/Mt 11,21-23);
76
Cf. soprattutto F. Christ, Jesus Sophia. Die Sophia-Christologie bei den Sy- - "chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato" (Le
noptikern, Zùrich 1970.
77
Anzi, "la versione originale di Q deve aver incluso detti sapienziali tanto quan- 10,16b/Mt 10,40b);
to anche detti escatologici. Non si può dimostrare che all'origine Q presentasse Ge- - la sorte tragica dei profeti e dei giusti, da Abele a Zaccaria (Le
sù soltanto come maestro di sapienza senza alcun messaggio escatologico" (H. Koe- 11,47-51/Mt 23,29-36);
ster, Ancient Christian Gospels, p. 150).
78
Tralasciamo perciò l'impostazione 'evoluzionistica' di A. Polag, Die Cristo- - Gesù come causa di divisione, non di pace (Le 12,51-53/Mt
logie der Logienquelle, Neukirchen-Vluyn 1977, che distingue piuttosto gratuita- 10,34-36);
mente una "Primàrtradition" (dove Gesù è considerato nella sua funzione profeti-
ca di ultimo intervento salvifico di Dio; solo questo stadio ci darebbe l'autentica - la non conoscenza dei segni del tempo (Le 12,54-56/Mt 16,2-3);
pretesa di Gesù), una "Hauptsammlung" (qui confluiscono elementi sapienziali e - il lamento su Gerusalemme, che uccide i profeti e lapida gli in-
apocalittici, in cui la comunità riconosce Gesù come propria guida e salvatore), e
una "spàte Redaktion" (quando la riflessione cristologica sviluppa l'idea del rap-
viati (Le 13,34-35/Mt 23,37-39);
porto filiale di Gesù con Dio).
79
Una opportuna distinzione tra logia (pronunciamenti conservati dal passato) bile delle pecore non è neanche qualificato come "pastore" ma solo come "un uo-
e logoi (parole in cui è presente Gesù vivente), in favore di questa seconda designa- m o " (cf. S. Schulz, Q, p. 389: "Chiunque farebbe così"!), rivelando di fatto una
zione, è proposta da D. Lùhrmann, Q: Sayings of Jesus or Logia?, in R.A. Piper, preoccupazione che è piuttosto ecclesiologica o comunque di ricerca del peccatore
ed., The Gospel Behind the Gospels, pp. 97-116. e di invito alla conversione; la dimensione cristologica è presente soltanto in Le,
80
L'episodio della guarigione del servo del centurione (Le 7,1-10/Mt 8,5-13) è con- dato che qui il contesto (cf. Le 15,1-2) fa riferimento alla commensalità di Gesù
servato soprattutto per l'atteggiamento di grande fede dimostrato dal centurione stesso. con i peccatori: ma si tratta di un 'cappello' redazionale dell'evangelista (cf. J. Du-
81
Anche la parabola della pecorella smarrita (Le 15,4-7/Mt 18,12-14) in realtà pont, La parabole de la brebis perdue, in Id., Études sur les évangiles synoptiques,
non ha una vera dimensione soteriologica su base cristologica, poiché il responsa- II, Leuven 1985, p. 628 e nota 8).

L
34 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME LA RACCOLTA DELLE PAROLE DI GESÙ: FONTE Q 35

- il discepolo che non prende la sua croce non è degno di Gesù 2.2.3 La dimensione sapienziale della cristologia di Q. La figura
(Le 14,27/Mt 10,38: unica presenza del termine "croce" in Q; for- di Gesù viene ripensata da Q sotto un duplice profilo di tipo sa-
mulazione negativa rispetto a Mt 16,24/Mc 8,34/Lc 9,23). pienziale.
Lo studio di Steck del 1967 ha qualificato questo stato di cose co- 2.2.3.1 In primo luogo, egli appare come un saggio che propone
me schema deuteronomistico. Secondo questo schema la storia di e richiede ai suoi discepoli un comportamento etico particolare 85 .
Israele è dipinta come una sequenza di disobbedienze; di fronte ad Già il discorso inaugurale (Le 6,20-49)86 appare sostanzialmente
esse sta la pazienza di Dio, che si dimostra instancabile nell'invio un discorso sapienziale, a prescindere dalle Beatitudini che in più
di profeti con lo scopo di ammonire il popolo e invitarlo a ritornare implicano una evidente componente di ordine escatologico (cf. Le
al Signore; ma la risposta è negativa, e gli inviati vengono rigettati 6,20-26/Mt 5,2-12)87. Infatti, sapienziali sono le lunghe istruzioni
e persino uccisi; solo allora segue una manifestazione storica dell'i- che riguardano l'amore per i nemici (Le 6,27-36/), compresa la co-
ra di Dio (cf. per esempio 2Re 17,13-20; Ne 9,26-32)82. Questa pro- siddetta «regola aurea» (Le 6,31/Mt 7,12), e poi l'invito a non giu-
spettiva induce a vedere il livello cristologico di Q in modo assai di- dicare (Le 6,37-42/, con il mashal sulla pagliuzza e la trave), e in-
verso. Anche Gesù (analogamente pure Giovanni) di fatto è visto fine la similitudine sull'albero buono e l'albero cattivo (Le 6,43-45/)
come parte di una serie di profeti inviati da Dio per chiamare Israe- e quella sulla casa costruita sulla roccia o sulla sabbia (Le 6,46-49/).
le alla conversione, ma è destinato a scontrarsi con il rifiuto del po- Vi si possono aggiungere: il passo con le tre richieste di seguire Ge-
polo. Proprio questo tema può e deve essere considerato come un sù e gli altrettanti meshalim molto incisivi pronunciati da lui (Le
modo indiretto di spiegare la morte di Gesù. Questa però non può 9,57-62/Mt 8,18-22), le istruzioni sull'ascetismo dei predicatori (Le
essere considerata semplicemente come la sorte di un martire o di 10,2-16/Mt 9,37-38; 10,16.9-13.8.7.14-15) e quelle sulla preghiera
un profeta come tutti gli altri; infatti, se Q presenta Gesù come Fi- efficace (Le 11,9-13/Mt 7,7-11), le esortazioni a temere solo Dio
glio di Dio nelle tentazioni, se lo qualifica come Figlio dell'uomo, e non chi può uccidere il corpo (Le 12,2-7/Mt 10,26-31) e quelle
e se ritiene che egli si rapporti a Dio come al proprio Padre, la sua all'abbandono alla Provvidenza (Le 12,22-34/Mt 6,19-21.25-34).
morte non può essere omologata al destino tipico di qualunque al- In tutti questi passi Gesù appare come il maestro e la guida della
tro profeta83. In ogni caso Q ha una propria interpretazione di que- sua comunità, per la quale traccia le linee di uno specifico com-
sta morte, e, anche se essa non è di conio prettamente cristiano ma
piuttosto giudaico, permette però di inquadrare la sorte tragica di
Gesù in uno specifico piano divino di salvezza (offerta e rifiutata). 85
Cf. in specie R.A. Piper, Wisdom in the Q-Tradition. The Aphoristic Tea-
Pure in Q, dunque, a parte il fatto dell'impossibilità che un qua- ching of Jesus, SNTS MS 61, Cambridge 1989; l'Autore distingue cinque raccolte
fondamentali: Le ll,9-13/(sulla preghiera efficace); 12,22-31/(abbandono alla Prov-
lunque discepolo di Gesù ignorasse la sua morte, questa è comun- videnza); 6,37-42/(l'invito a non giudicare); 6,43-45/(il frutto si conosce dall'albe-
que presupposta come fondamento della fede84. ro); 12,2-9/(esortazione a temere Dio e non chi uccide il corpo); ad esse si aggiun-
gerebbero poi Le 6,27-36/Mt 5,44-48; Le 16,1-13, e aforismi sparsi fuori collezione
(Le 6,40/Mt 10,25a; Le 10,2/Mt 9,37-38; Le 10,7b/Mt 10,10b), di cui alcuni in an-
nunci escatologici (Le 17,37b/Mt 24,28; Le 3,9b/Mt 3,10b; Le 19,26/Mt 25,29).
82 86
Cf. O.H. Steck, Israel und das gewaltsame Geschick der Propheten, pp. 26-58, II parallelo con Mt rivela che questo evangelista ha sparpagliato il materiale
222-239; e A.D. Jacobson, The First Gospel, pp. 72-76. Vedine le correzioni in E.P. in oggetto in diversi luoghi della sua composizione; infatti a Le 6,20-49 corrispon-
Meadors, Jesus the Messianic Herald of Salvation, pp. 296-307. dono i seguenti passi: Mt 5,2-12.38-42; 7,12; 5,46-48; 15,14; 10,24-25; 7,35.18.16;
83
Cf. E.P. Meadors, Jesus the Messianic Herald of Salvation, p. 303; secondo 12,34-35; 7,21-27. Secondo H.D. Betz, TheSermon on theMount. A Commentary
questo Autore, la tradizione deuteronomistica non è comunque esclusiva di Q, poi- on the Sermon on the Mount including the Sermon on the Plain (Matthew 5,3 -
ché è attestata anche in Me 12,1-11 (parabola dei vignaioli omicidi) (cf. ib., pp. 7,27 and Luke 6,20-49), Minneapolis 1995, p. 88, si tratta di "due epitomi create
307-309). dal primitivo movimento di Gesù: uno (il discorso della montagna) per istruire i
84
Lo ammette persino un bultmanniano come H. Conzelmann, Teologia del convertiti dal giudaismo, e l'altro (il discorso del piano) per istruire quelli prove-
Nuovo Testamento, Brescia 1991 (orig. ted., Tùbingen 41987), p. 187. Quanto al- nienti da un ambito greco".
l'assenza del kerygma della risurrezione (che secondo P. Hoffmann, Studien zur 87
L'interconnessione è particolarmente evidente nel tema della persecuzione (che
Theologie der Logienquelle, pp. 139-142, sarebbe però presente nel loghion sull'a- in Mt 5,10 diventa argomento di una specifica beatitudine); esso infatti è caratteri-
pocalisse del Figlio [Le 10,21s/Mt 11,25-27]), cf. J.S. Kloppenborg, Easter Faith' stico sia della tradizione sapienziale (cf. Sap 2,12, e persino il Socrate di Platone,
and the Sayings Gospel Q, Semeia 49 (1990) 71-99, che lo vede sostituito dalla iden- Respubl. 361e-362a) sia di quella profetica (cf. lEn 95,7, e l'apocrifo Vitae pro-
tificazione funzionale di Gesù con la Sapienza. phetarum).
36 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME LA RACCOLTA DELLE PAROLE DI GESÙ: FONTE Q 37

portamento etico: la "regola aurea" è forse il testo che, sia pur senza confronti il tema polemico della chiusura ai saggi e agli in-
con un principio generale, maggiormente esprime la necessità di telligenti (cf. comunque Is 5,21; 29,14; Ger 9,22), anche se lo si
un concreto atteggiamento reciproco di rispetto e nello stesso tem- potrebbe far rientrare in quello del rifiuto della sapienza;
po più riecheggia un patrimonio sapienziale assai diffuso88. La ri- - la Sapienza invia i suoi messaggeri (Le 11,49-51/Mt 23,34-36):
chiesta del pane quotidiano, insieme a quella della venuta del Re- anche se questo tema non è chiaramente documentabile in ambito
gno come realtà egualitaria, ha persino indotto a pensare a Gesù sapienziale (cf. però Pr l,20ss; 8,lss; e soprattutto 2Cr 36,16; Ne
in termini di teologia della liberazione89. Va però osservato che, 9,26), è chiara tuttavia la dimensione divina della Sapienza (cf. Pr
se da una parte tutti questi concetti si radicano nella tradizione del- 8,22ss); la portata cristologica del loghion viene esplicitata dalla
l'insegnamento sapienziale, dall'altra se ne staccano per due moti- versione di Mt, che invece di "la Sapienza" legge " i o " (detto da
vi: perché le esigenze etiche sono molto più radicali e perché i de- Gesù);
stinatari di questo insegnamento non sono dei semplici individui - l'apostrofe rivolta a Gerusalemme (Le 13,34-35/Mt 23,37-39):
ma formano una comunità in cui è già presente il regno di Dio. sullo sfondo di questo rimprovero si intravede il tema della Sapienza
"Il comportamento che Gesù richiede è una dimostrazione della che abita nella città santa (cf. Sir 24,10-12), che ha tratti materni
presenza del regno, cioè di una società governata da nuovi principi (cf. Sir 15,2), e che come Legge di vita si occupa del benessere di
etici. Ciò non solo attribuisce una dimensione kerygmatica alle do- Israele, il quale viene ammonito a seguirla (cf. Pr 1,32-33; Sir 24,22;
mande etiche di Gesù, ma presenta Gesù stesso come un profeta Bar 4,1).
più che come un maestro di sapienza" 90 . Nello stesso momento in Il problema è di sapere se questi testi implichino una equazione
cui Q dimostra di essere in debito verso la tradizione sapienziale, diretta tra Gesù e la Sapienza oppure se Gesù venga semplicemen-
appare però qualcosa che la eccede. te inteso come inviato della Sapienza e quindi solo come suo
2.2.3.2 In secondo luogo, vediamo operarsi in Q una originale rappresentante 91 ; in ogni caso, la negazione della stessa esistenza
associazione tra Gesù e la Sapienza personificata, che tende a espri- di una vera cristologia sapienziale in Q mi sembra insostenibile92.
mere una cristologia comunque interessante. I testi in questione so-
91
no quattro: Nel primo senso va lo studio di F. Christ, Jesus Sophia, mentre la seconda
- il detto sulla giustificazione della Sapienza, al termine della ri- possibilità fa parte del consenso comune tra gli studiosi (a partire da S. Schulz, 1972;
fino a C.M. Tuckett, 1996); da parte sua J.S. Kloppenborg, Wisdom Christology
sposta di Gesù ai messi del Battista ("ma la Sapienza è stata giusti- in Q, Lavai Théologique et Philosophique 34 (1978) 129-147, sostiene che la di-
ficata da tutti i suoi figli": Le 7,31-35/Mt 11,16-19): come la Sa- mensione sapienziale di Q non ci riporta al Gesù terreno ma esprime soltanto l'au-
tocomprensione della comunità, i cui membri si considerano come i veri sapienti.
pienza (cf. Pr 4,lss), Gesù viene rifiutato dalla massa ma accolto Una continuità tra le due fasi pur diverse è comunque sostenuta da S. Vollenwei-
dai suoi "figli"; il testo sembra associare a Gesù anche il Battista, der, Christus als Weisheit. Gedanken zu einer bedeutsamen Weichenstellung in der
ma a quest'ultimo si può riferire Sap 7,27 secondo cui la sapienza frùhchristlichen Theologiegeschichte, EvTh 53 (1993) 290-310.
92
Contro E.P. Meadors, Jesus the Messianic Herald of Salvation, pp. 40-71. Se-
"forma amici di Dio e profeti"; condo questo Autore, il linguaggio sapienziale di Q sarebbe sulla linea di quella tra-
- il grido di giubilo (Le 10,21-22/Mt 11,25-27): anche se qui è dizione giudaica, in cui esso è collegato o con la sovranità di Dio sulla storia (Dio
rintracciabile qualche elemento di tipo apocalittico ("hai rivelato conduce il saggio Giuseppe al successo; nell'esodo si dimostra superiore alla sapien-
za umana; e nella sapienza di Daniele manifesta la propria superiorità sulle vicende
queste cose"), il parallelo con la tradizione sapienziale è comun- terrene) o con la persona del re (cf. Davide, Salomone, Ezechia) o con il tema del
que evidente nel tema dell'apertura ai semplici e agli stolti (cf. Pr regno di Dio (cf. Pr 8,14-16 ecc.) o con la figura del Messia (cf. Is 11,2; Ps.Sal. 18,8;
lEn 49,2b.3a; 51,3); pertanto, i passi sapienziali di Q non farebbero che rivelare il
1,22; 8,5; 9,4; Sir 51,23; Sai 19,8; HQPsal54: 18,3-8); è invece potere e l'autorità di Gesù nella sua unica relazione con Dio e vanno spiegati sulla
falsariga di una semplice caratterizzazione messianica (come sostituzione della qua-
lifica di "Cristo", che appunto in Q manca). A parte il fatto che Meadors dà sempli-
88
Cf. A. Dihle, Die Goldene Regel, SAW 7, Gòttingen 1962; Id., art. Goldene cemente un'etichetta diversa a un linguaggio riconosciuto comunque come sapien-
Regel, in RAC 11, coli. 930-940. ziale, egli in tutta la sua opera è preoccupato di dimostrare che la teologia di Q so-
89
Cf. J.M. Robinson, The Jesus of Q as Liberation Theologian, in R.A. Pi- stanzialmente non ha nulla di originale e quindi non si distingue da quella di Me e
per, ed., The Gospel Behind the Gospels, pp. 259-274 (vi si analizzano anche Le dei Sinottici in generale e come quelli non fa che ricondurci al Gesù terreno. Certo
10,6; 11,9; 12,22-31; 13,25-29/). è che anche Me conosce il tema del rifiuto degli inviati di Dio (cf. Me 12,1-12), ma
90
H. Koester, Ancient Christian Gospels, p. 160. esso è trattato in una prospettiva deuteronomistica e non sapienziale.
38 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME LA RACCOLTA DELLE PAROLE DI GESÙ: FONTE Q 39

Certo non è di tipo sapienziale l'affermazione che la Sapienza in- fatti la polemica nei confronti di quella che viene designata negati-
via dei suoi messaggeri, poiché secondo la tradizione giudaica è piut- vamente come "questa generazione" 96 . L'espressione ricorre alme-
tosto essa stessa ad essere inviata. Ma va osservato che il tema del no quattro volte (Le 7,31/: " A chi paragonerò gli uomini di que-
rifiuto di Gesù non è riconducibile soltanto allo schema deutero- sta generazione?"; 11,31.32.51/)97; essa, appunto, dà corpo a un
nomistico, di cui si è detto sopra, poiché fa parte integrante anche rimprovero rivolto al popolo, e, oltre a un ovvio valore generazio-
della tradizione sapienziale (cf. Pr 1,20-32: "La Sapienza grida per nale, ne ha soprattutto uno qualitativo di ordine morale: infatti
le strade... Vi ho chiamato e avete rifiutato..."), sicché esso si tro- ha sempre una valenza negativa, e in questo senso si spiega al me-
va alla confluenza dei due modelli. Da questo punto di vista, oc- glio sulla falsariga dell'antica generazione del deserto, di cui si leg-
corre riconoscere che in primo piano sta certo la presentazione di ge in alcuni passi dell'A.T. (cf. Sai 78,8: "Generazione ribelle e
Gesù come inviato, ma che in secondo piano si intravede pure una ostinata, generazione dal cuore incostante e dallo spirito infedele
sua qualche stretta associazione personale, non sviluppata, con la a Dio"; cf. 95,8-11; Nm 32,13; Dt 32,5.20; Ger 7,29: "Il Signore
stessa Sapienza personificata93. ha rigettato e abbandona^) la generazione che è oggetto della sua
2.2.4 La dimensione profetico-escatologica della cristologia di ira"; cf. anche Giub. 23,14-16.22). Nell'intenzione di Q, Gesù fa
Q è molto ben visibile. Per quanto Q si possa globalmente deter- fronte comune con Giovanni contro l'ostinazione dei suoi contem-
minare in base alla letteratura sapienziale, ciò non potrà mai spie- poranei, ma il fatto che i detti vengano tutti attribuiti a lui contri-
gare la presenza dei temi del Regno di Dio e del Figlio dell'uomo, buisce a ritagliare soprattutto la sua persona in conflitto con un
dato che essi non appartengono a questo genere. E si tratta degli consistente gruppo che lo osteggia e rifiuta il suo annuncio. È pro-
argomenti più trattati in Q. Il punto di riferimento in questo caso prio qui che emerge in particolare la sorte del profeta inascoltato
potrebbe essere piuttosto il libro di Daniele, nel quale la dimensio- e rifiutato. A questi detti si possono aggiungere alcuni solenni
ne sapienziale si fonde insieme a quelle della profezia, del Figlio "Guai!", rivolti sia alle città della Galilea (cf. Le 10,13/Mt 11,22),
dell'uomo, dell'escatologia e del linguaggio apocalittico 94 . sia agli scribi miopi e insopportabili (cf. Le 11,46/Mt 23,4; Le
2.2.4.1 La caratterizzazione profetica di Gesù appare non dal- 17,1/Mt 18,7), sia ai farisei che per osservare regole minute tra-
l'attribuzione a lui del titolo di "profeta", che di fatto manca, ma scurano i grandi comandamenti (cf. Le 11,42-44/Mt 23,23.6-7.
da altre proprietà 95 . A parte la sua chiamata durante il battesimo 27-28); questi pronunciamenti manifestano l'inconsueta autorità
nel Giordano (a cui si può allacciare il loghion sulla esclusiva co- di Gesù, anche per il fatto che insistono su di un rifiuto che unisce
noscenza del Padre: cf. Le 10,22/Mt 11,27), rileviamo in partico- insieme il suo messaggio e la sua persona. È come se egli volesse
lare la sua reazione all'atteggiamento di ostinazione dimostrato dalla dire che la mancata accettazione di lui significa lasciar cadere l'ul-
maggioranza del popolo d'Israele del suo tempo. È eloquente in- timo invito di salvezza rivolto da Dio al suo popolo; infatti il ma-
shal sui segni del tempo atmosferico (cf. Le 12,54-56/Mt 16,2-3)
suggerisce l'idea che il tempo presente, connotato dalla predica-
93
Cf. in particolare B. Witherington III, Jesus the Sage. The Pilgrimage of Wis- zione di Gesù, va letto intelligentemente come decisivo per la
dom, Edinburgh 1994, pp. 147- 208 ("Wisdom in Person: Jesus the Sage")- Vedi
anche M. de Jonge, Christology in Context, pp. 79-84, specie 73-76; qui l'A. mette salvezza.
in luce le differenze tra Gesù e Giovanni: pur essendo entrambi visti come inviati 2.2.4.2 Soprattutto Q, concordando in ciò con Me, sa che il te-
di Dio, tuttavia come si legge in Le 16,16/Mt 11,12, la Legge e i Profeti (cioè l'An- ma centrale della predicazione di Gesù è il regno di Dio. Esso è
tico Testamento) vanno fino a Giovanni, ma è da allora in poi cioè solo con Gesù
che il Regno viene evangelizzato.
94
Vedi la particolare accentuazione posta sul rapporto di Q con Dn da parte
96
di E.P. Meadors, Jesus the Messianic Herald of Salvation, pp. 97-123. In proposito vedi la discussione in C.M. Tuckett, Q and the History, pp.
95
La monografia di M. Sato, Q und Prophetie, pp. 96-196, fondandosi soprat- 196-207.
tutto sul libro di Isaia, identifica quattro maggiori caratteristiche profetiche: uno 97
Probabilmente anche Le ll,50/("perché sia chiesto conto a questa genera-
speciale intervento di Dio sul chiamato, l'allocuzione diretta a un uditorio specifi- zione del sangue di tutti i profeti") appartiene alla stessa fonte. L'uso della locu-
co, l'intreccio fra presente e futuro escatologico, e collegamento con la tradizione zione in Q è molto più omogeneo che non in Me (8,12.38; 9,19; 13,30): infatti, mentre
profetica (evidenziata dall'uso di "Mikrogattungen" o piccole forme letterarie, uso in Q essa è sempre al genitivo, in Me ricorre sia al nominativo sia al dativo. Cf.
di immagini particolari, e riferimento a profeti precedenti). A.D. Jacobson, The First Gospel, pp. 120-121.
40 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME
LA RACCOLTA DELLE PAROLE DI GESÙ: FONTE Q 41
98
oggetto di almeno undici detti . Esaminiamone brevemente un
tanto presenziale, in quanto è Gesù che ha già inaugurato la sal-
paio, rispettivamente di timbro diverso, che possono rappresenta-
vezza escatologica sperimentabile nell'oggi della sua azione e della
re la duplice dimensione inerente al tema. L'uno è la domanda del
sua sequela102, quanto anche futura, in quanto egli proietta Dio
Pater: "Venga il tuo regno" (Le 11,2/Mt 6,10). Da questa formu-
e se stesso nel futuro, quando non solo verrà in pienezza il regno
lazione, che non ha paralleli nella letteratura giudaica circa l'asso-
ma verrà egli stesso come Figlio dell'uomo 103 .
ciazione del regno con il verbo "venire", appare comunque la di-
2.2.4.3 Giungiamo così a vedere quali sono i titoli cristologici
mensione futura del regno stesso. La domanda richiama quei te-
caratteristici di Q. A parte il fatto che alcuni sono sorprendente-
sti, in cui si prospetta la venuta escatologica di Dio in persona (cf.
mente assenti (come "Cristo" e "Profeta"), se ne possono enu-
Is 35,4: "Dite agli smarriti di cuore: Coraggio! Non temete; ecco
merare cinque o al massimo sei.
il vostro Dio,... egli viene a salvarvi") 99 . Essa pertanto invoca l'u-
Il primo è "il figlio dell'uomo", di gran lunga il più usato (al-
niversale e definitiva manifestazione della signoria salvifica di Dio.
meno dieci volte)104; di esso abbiamo già parlato nel primo volu-
L'altro testo è inserito nella controversia circa i rapporti di Gesù
me a livello gesuano (cf. pp. 134-143). La sua frequenza dice da
con Beelzebul: "Se io scaccio i demoni con il dito [Mt: con lo spi-
sola che non solo Q ritiene Gesù ben diverso dalle tradizionali ca-
rito] di Dio, allora è giunto per voi il regno di Dio" (Le 11,20/Mt
ratterizzazioni messianiche, ma anche che egli è considerato molto
12,28)100; la formulazione lucana è probabilmente quella origina-
più di un profeta. Dei tre gruppi di contesti, distinti a suo tem-
le (per l'antropomorfismo del dito di Dio, cf. Es 8,15). Il detto espri-
po da R. Bultmann (venuta futura, ministero terreno, contesto di
me chiaramente la presenzialità del regno nel ministero esoreistico
passione), manca totalmente il terzo. Il secondo gruppo è con-
di Gesù, come risulta sia dall'impiego del verbo (lett. "arrivare pri-
nesso con il tema già accennato del rifiuto da parte di "questa
ma, anticipare") 101 , sia dal complemento pronominale "per voi",
generazione" 105 . Più caratteristica è la sua associazione con il te-
sia dal contesto della controversia. Quindi, a prescindere dalla sua
ma della venuta finale. A questo proposito è degno di nota, per-
accettazione, il regno è già presente in Gesù.
ché unico nel suo genere, un certo modo di esprimersi che fa leva
Per spiegare la tensione inerente alla coesistenza di queste due sul "giorno del Figlio dell'uomo" (cf. Le 17,24.26.30/). Con que-
dimensioni apparentemente opposte, non è necessario ipotizzare sti termini si opera una fusione tra il titolo e l'antica locuzione pro-
due diversi strati redazionali di Q. Questa fonte può aver benissi-
mo registrato un'antinomia, che è insieme di origine gesuana e ine-
rente al tema in se stesso. In ogni caso Q vede il regno di Dio come 102
Quindi Q 11,23 ("Chi non è con me è contro di me e chi non raccoglie con
una realtà dinamica, che caratterizza doppiamente l'intervento di me disperde") non si riferisce soltanto alla raccolta escatologica,, a cui sono asso-
Dio, sia nel ministero di Gesù, sia nel tempo escatologico. Per quan- ciati i collaboratori di Gesù (così A.T. Jacobson, The First Gospel, pp. 163-164),
ma vuole porre già oggi il lettore di fronte a un'opzione per Gesù nel riconoscimen-
to riguarda la sua portata cristologica, essa ripete questa dualità, to del suo ruolo unico al servizio del Regno (così J. Schlosser, Q 11,23 et la cristo-
ma resta comunque di impronta escatologica, in un doppio senso: logie, p. 223).
103
Cf. G. Segalla, La cristologia escatologica della «Quelle», Teologia 3 (1979)
119-177.
104
Questa è l'enumerazione: (1) Le 6,22/Mt 5,11; (2) Le 7,34/Mt 11,19; (3) Le
98
Cf. la tabella offerta da E.P. Meadors, Jesus the Messianic Herald ofSalva- 9,58/Mt 8,20; (4) Le 11,30/Mt 12,40; (5) Le 12,8/Mt 10,32; (6) Le 12,10/Mt 12,32;
tion, p. 150. I detti sono questi: (1) Le 6,20b/Mt 5,3s; (2) Le 7,28/Mt 11,11; (3) (7) Le 12,40/Mt 24,44; (8) Le 17,24/Mt 24,27; (9) Le 17,26/Mt 24,37; (10) Le
Le 10,9/Mt 10,7; (4) Le 11,2/Mt 6,9a.l0a; (5) Le 11,20/Mt 12,28; (6) Le 12,31/Mt 17,30/Mt 24,39; (11) infine Le 22,28 viene integrato solo da Mt 19,28 con la men-
6,33; (7) Le 13,18s/Mt 13,31.32; (8) Le 13,2-21/Mt 13,33; (9) Le 13,28/Mt zione del titolo, e in questa forma appartiene probabilmente a Q (cf. J.S. Kloppen-
8,12b.llb.l2a; (10) Le 13,29/Mt 8,Ila; (11) Le 16,16/Mt 11,12. borg, QParallels, p. 202; W. Schenk, Synopse, pp. 129-130). Ricordiamo che in
99
Ma si possono citare anche Is 40,9-10; Zac 14,5; lEn 1,3-9; 25,3; Giub 1,22-28; Me esso è presente 14 volte. Sulla problematica inerente al titolo in Q soprattutto
Test. Lev. 5,2; Ass. Mos. 10,1-12; Tg Zac 2,14-15. dal punto di vista della sua autenticità gesuana, cf. E.P. Meadors, Jesus the Mes-
100
La controversia è presente anche in Me (cf. 3,22-27), ma il detto è esclusivo sianic Herald of Salvation, pp. 124-145.
105
di Q. Nonostante che questo tipo di occorrenza sia limitato di fatto a sole tre vol-
101
L'aoristo in più precisa il verificarsi puntuale dell'azione, di cui si dice non te (cf. Le 6,22/; 7,34/; 9,58/), esso è ritenuto addirittura centrale da G. Stanton,
solo che è avvenuta, ma che è avvenuta in un momento o in momenti determinati On the Christology of Q, in B. Lindars & S.S. Smalley, edd., Christ and Spirit
(cf. anche C.H. Dodd, Le parabole del regno, SB 10, Brescia 1970, pp. 44s). in the New Testament. In Honour ofC.F.D. Moule, Cambridge 1973, pp. 27-42
qui 39.
42 LA CHIESA GIUDEO-CRrSTIANA DI GERUSALEMME LA RACCOLTA DELLE PAROLE DI GESÙ: FONTE Q 43

fetica concernente "il giorno del Signore" come momento del giu- mo a livello gesuano (cf. pp. 143-153). Esso esprime una relazione
dizio finale106. A parte il loghion del riconoscimento davanti agli speciale e unica con il Padre; ma la sua rarità dice che non è tipico
angeli di colui che lo riconoscerà davanti agli uomini (Le 12,8/Mt diQ.
10,32)107, egli appare sostanzialmente come figura di giudice più In quinto luogo abbiamo il titolo di "Signore" (reduplicato in
che di salvatore. Comunque la doppia dimensione, presente e fu- Le 6,46 + 13,26-27a/Mt 7,21-23a). Esso unisce insieme etica ed esca-
tura, di questa figura (corrispondente all'uso del titolo in rappor- tologia, poiché suppone che la sua pronuncia non basta per entra-
to al ministero di Gesù e alla sua venuta escatologica) è omogenea re nel regno, se non è connessa con l'esecuzione della volontà di
a quella duplice del regno di Dio, già iniziato eppure ancora da Dio109.
compiersi. Un ultimo caso potrebbe essere l'implicito titolo di "Sapienza"
Il secondo titolo è ó èpxófxevos, lett. "colui che viene" (solo Le (Le 7,35/Mt 11,51), di cui abbiamo già detto sopra.
7,19/Mt 11,3); la sua forma assoluta è particolarmente solenne. Tutti questi titoli hanno di fatto una portata escatologica, sia
Esso si trova in bocca ai messi del Battista come interrogativo sul- essa futura o presenziale: l'incontro con Gesù è comunque connesso
l'identità di Gesù, e, in base a possibili testi veterotestamentari di con Yéschaton, poiché ha in sé qualcosa di definitivo! Tutti poi
sfondo, potrebbe essere visto in riferimento a una figura o di pro- hanno in primo piano un carattere funzionale ed esprimono quin-
feta (cf. Dt 18,15.18: "Io susciterò loro un profeta in mezzo ai tuoi di la missione propria di Gesù come giudice finale (il 1°), come
fratelli") oppure di messia (cf. Sai 118,26: "Benedetto colui che consumatore delle attese (il 2°), come investito di potenza divina
viene nel nome del Signore"), dato che entrambi i titoli mancano (il 3°), come rivelatore (il 4°), come guida della comunità (il 5°).
in Q108. Certo la locuzione allude all'inauguratore di una nuova Solo indirettamente si può rilevare, soprattutto in "il Figlio" (e
fase storico-salvifica, anche se la risposta di Gesù non è conforme "Sapienza"), una dimensione di trascendenza.
alle aspettative di Giovanni. 2.2.5 Conclusione. Le due componenti fondamentali della cri-
Un terzo titolo è quello di "figlio di Dio" (senza articolo: Le stologia di Q, quella sapienziale e quella escatologica, sembrereb-
4,3.9/Mt 4,3.6), ricorrente solo nell'episodio delle tentazioni nel bero a prima vista inconciliabili a motivo della loro notevole di-
deserto e quindi privo di una particolare accentuazione, se non in versità contenutistica. La tradizione sapienziale, infatti, di norma
rapporto a un concetto di potenza prodigiosa. Esso comunque, stan- riflette sul comportamento in questo mondo, mentre l'escatologia
te lo schema dell'esodo soggiacente alla pericope, allude per con- si proietta sul futuro ultimo. Per risolvere l'apparente dilemma,
trasto al popolo d'Israele, che non è stato figlio autentico e obbe- non è necessario pensare a strati redazionali diversi, ricorrendo così
diente nelle prove. a una soluzione di tipo estrinseco. È molto meglio invece valutare
Il quarto titolo è semplicemente "il Figlio" (due volte in Le lo schema deuteronomistico interno a Q, di cui abbiamo parlato.
10,21-22/Mt 11,25-27), che abbiamo già esaminato nel volume pri- Esso infatti combina insieme il presente con una prospettiva storico-
salvifica, che si estende dall'esemplarità del passato al giudizio fu-
106
turo sulla generazione disobbediente110. Così in Q: l'interesse di
Cf. A.D. Jacobson, The First Gospel, p. 237; ma la supposizione che si tratti Gesù per il presente si scorge non solo nell'insegnamento circa la
di una figura simbolica per il popolo fedele a Dio, che in base a un senso di frustra-
zione proprio della comunità di Q giudicherebbe gli altri (cf. ib., p. 238), non risul- vita interna della comunità dei discepoli, ma anche nella predica-
ta fondata nei testi.
107
zione del regno, parzialmente già realizzato, e nel rimprovero per
Questa formulazione va probabilmente ritenuta originale rispetto a quella si-
nottica di Me 8,38/Mt 16,27/Lc 9,26 (cf. S. Schulz, Q, pp. 66-76). "La profezia
proclama la benedizione e la maledizione su coloro che, nella comunità, confessa-
109
no il Cristo o lo rinnegano, nell'atto che stabilisce in essa io jus talionis escatologi- II passo di Le in questo caso è molto più cristologizzato, perché ciò che in
co" (E. Kàsemann, Proposizioni di diritto sacro nel Nuovo Testamento, in Id., Saggi Mt è "la volontà del Padre mio" qui diventa "quello che dico (io)". Comunque
esegetici, introd. M. Pesce, "Dabar" 3, Marietti, Genova 1985, pp. 69-82 qui 79). la sua valenza in Q è quella di un "authoritative teacher" (C.M. Tuckett, Q and
108
Ricordiamo che il significato del participio presente di un verbo oscilla tra the History, p. 215).
110
il presente continuo e il futuro; l'uso dell'articolo poi allude a un personaggio og- Cf. P.J. Hartin, The Wisdom and apocalyptic layers of the Sayings Gospel
getto di una precisa attesa (la locuzione è diversa da ó néXXwv gpxeoOai, "colui che Q: What is their significance?, Hervormde Teologiese Studies [Pretoria] 50 (1994)
dovrà venire", detto di Elia in Mt 11,14 solo in rapporto al futuro). 556-582 (contro J.S. Kloppenborg).
44 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME ALTRE FONTI DELLA PRIMITIVA CRISTOLOGIA 45

l'ostinazione di Israele; su questa base si sviluppa la prospettiva attribuito a tutta la comunità (4,24-30, dopo la liberazione di Pie-
futura, che è quella di un giudizio sull'incredulità della generazio- tro e Giovanni). È comunque fuor di dubbio che in questi passi
ne presente. In questa confluenza di temi la figura di Gesù gigan- esiste una prospettiva cristologica elementare, non sviluppata113.
teggia come quella di chi appunto è "più di Salomone" e insieme Ciò risulta non solo dall'assenza di un linguaggio di incarnazione
anche "più di Giona" (Le 11,31-32/Mt 12,41-42). che implichi quindi la divinità di Gesù (cf. 2,22: "uomo approva-
to da Dio per voi con potenze e prodigi e segni, che Dio operò me-
diante lui in mezzo a voi")114, ma anche dall'assenza della dimen-
3. Altre fonti della primitiva cristologia giudeo-cristiana sione salvifica sia della sua morte che della sua risurrezione. Que-
ste infatti sono viste rispettivamente solo come effetto di una co-
Ci sono ancora almeno due altri luoghi, da cui possiamo dedur- spirazione dei giudei insieme ai gentili (cf. 4,25-27) e come rivendi-
re elementi cristologici caratteristici del primo giudeo-cristianesimo: cazione e intronizzazione di Gesù da parte di Dio (cf. 2,24-36;
Atti 2-5 e ICor 16,22. Li esaminiamo separatamente a motivo del- 5,30-31). Tuttavia, l'inserimento della morte di Gesù all'interno di
le diverse questioni metodologiche che essi pongono, non foss'al- un prestabilito disegno di Dio (cf. 2,23; 3,18; 4,28) le conferisce
tro perché il primo è di composizione molto più recente rispetto una particolare valenza soteriologica, che permette almeno di su-
al secondo. perare lo scandalo da essa suscitato.
Per la verità, questi elementi appartengono sostanzialmente an-
che agli altri discorsi degli Atti, e si possono quindi considerare
3.1 La cristologia di At 2-5 propri della redazione lucana115.
Ma ci sono alcuni altri fattori che ci riportano con ogni proba-
Che questa sezione degli Atti (certo insieme ad altre) conservi bilità a un arcaico stadio pre-redazionale. Li distinguiamo in tre
tradizioni arcaiche è comunemente ammesso, anche se non è facile momenti.
individuarle con precisione111. Infatti, se qualcuno ha ipotizzato 3.1.1 Titoli cristologici esclusivi. Alcuni titoli cristologici sono
che la cristologia degli Atti in generale è pre-paolina, altri hanno esclusivi di questi capitoli, in quanto non ricorrono altrove né ne-
sostenuto al contrario che essa è anti-paolina (e quindi post- gli Atti né soprattutto nel resto del NT, e che perciò si possono
paolina), mentre è possibile anche ritenere che in realtà sia l'auto- ricondurre con più probabilità alla primitiva comunità gerosolimi-
re stesso del libro ad esprimersi ancora negli anni 80-90 del secolo. tana. Se ne incontrano tre.
I negli stessi termini di chi rifletteva su Gesù già negli anni 30112. (1) riats 0eou (aikou): 3,13.26; 4,27.30. In base alla doppia seman-
I testi in cui si potrebbe esprimere la cristologia della prima chiesa tica del primo sostantivo in greco, l'espressione si potrebbe tradurre
di Gerusalemme sono i cinque discorsi contenuti in questi capitoli: doppiamente sia con "servo di Dio" sia con "figlio di Dio". Il
quattro attribuiti a Pietro (2,22-36, come parte del discorso di Pen-
tecoste; 3,12-26, davanti al popolo nel portico di Salomone; 4,8-12,
davanti al Sinedrio; 5,29-32, di nuovo davanti al Sinedrio) e uno 113
Vedi in genere i Commenti; in particolare, cf. S. Sabugal, Los kérygmas de
Pedro ante el Sanedrin judaico (Act 4,8-12; 5,29-32). Anàlisis histórico-tradicional,
Estudio Agustiniano [Valladolid] 25 (1990) 3-14.
111 114
Cf. G. Lùdemann, Das fruhe Christentum nach den traditionen der Apo- Si noti la sottolineatura della totale umanità di Gesù (il termine greco per
stelgeschichte. Ein Kommentar, Vandenhoeck, Gòttingen 1987, pp. 27-28. Per una " u o m o " , àvT|p, allude propriamente alla mascolinità di Gesù, non all'umanità in
discussione sulle fonti di At 1-15, cf. G. Schneider, Gli Atti degli Apostoli, I, CTNT senso generale), il quale da Dio è solo "approvato" e opera prodigi non a titolo
V / l , Paideia, Brescia 1985 (orig. ted., Freiburg i.B. 1980), pp. 117-122; e in parti- proprio ma solo per virtù di Dio.
115
colare su At 1-5: J. Dupont, Etudes sur les Actes des Apótres, LD 45, Du Cerf, Vedi almeno i grandi discorsi: di Stefano (cf. 7,52), di Pietro davanti a Cor-
Paris 1967, pp. 33-40. nelio (cf. 10,39-40), di Paolo ad Antiochia di Pisidia (cf. 13,27-30). Però nel di-
112
Cf. C.K. Barrett, The Acts of the Apostles, pp. 131-133 (con riferimenti ri- scorso di Paolo all'Areopago la morte di Gesù è assente e la sua risurrezione è vista
spettivamente a P. Vielhauer e a W. Schmithals): è possibile che quando il libro solo come un'abilitazione al giudizio escatologico (cf. 17,22-31). Cf. in generale
fu scritto ci fossero ancora dei cristiani (compreso lo stesso Luca) che predicavano H.C. Kee, Good News to the Ends of the Earth. The Theology of Acts, London-
ancora nei termini di una cristologia elementare arcaica. Philadelphia 1990, pp. 6-27.
46 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME ALTRE FONTI DELLA PRIMITIVA CRISTOLOGIA 47

primo significato è qui il più verosimile, poiché più conforme a un parirà il Giusto al cospetto dei giusti"]; 53,6 ["Dopo di ciò, il Giusto
contesto giudaico116. Peraltro, solo nel primo passo è visibile sullo e l'Eletto mostrerà la sua casa"]). D'altronde in At solo "il Giu-
sfondo il quarto canto del Servo sofferente di Yhwh (cf. Is 52,13-53, sto" occorre in forma separata altre due volte (cf. 7,52; 22,14).
12), poiché la frase presente in At 3,13 ("Dio glorificò il suo servo Esso indica, da una parte, una particolare condizione di vicinanza
Gesù...") richiama con sufficiente chiarezza Is 52,13 LXX ("Il mio a Dio, e, dall'altra, una sorte di sofferenza subita da parte dei
servo sarà esaltato e glorificato molto"). Tuttavia tale designazione, malvagi120.
almeno negli altri passi, non si può ridurre a questa sola dimensione. (3) "La guida alla vita" (ó àpxnyòt; xr\<; CCOTJI;): questa originale
Infatti, da una parte, essa nell'AT vale sia per Abramo (cf. Gen 18,3.5) e suggestiva designazione cristologica si trova solo in At 3,15 (in
che per i profeti (cfr. Is 20,3; Ger 42 [TM 35],15; Bar 2,20), e, dall'altra, contrasto con l'affermazione: "Voi lo avete ucciso, ma Dio lo ri-
in At 4,25 essa è usata anche in riferimento a Davide117. Quindi non suscitò dai morti") 121 , e mai altrove nel Nuovo Testamento. I si-
è escluso che nei nostri testi acquisti addirittura una sfumatura se- gnificati possibili del primo sostantivo in greco (capo, autore, fon-
mantica di tipo regale e che come tale, cioè come "figlio" messiani- datore; origine, protettore; sovrano) derivano il loro valore dal si-
co, sia stata intesa in alcuni strati della tradizione (giudeo-ellenistica?). gnificato aggettivale, che resta determinante: "colui che inizia, che
(2) "Il santo e (il) giusto" (TÒV aytov xaì Sixatov)118: solo in At origina" 122 . Il titolo perciò allude fondamentalmente non a una
3,14 occorre questa coppia di aggettivi in forma assoluta con valo- mediazione nella erezione primordiale, ma al fatto che Gesù Cri-
re di designazione personale (altrove essi sono spaiati: il primo in sto recò storicamente la vita nel mondo, originando così una nuo-
4,27.30 [ma come qualificativo di ITOCI?], e il secondo in 7,52; 22,14 va era; o forse meglio: egli è colui che con la sua risurrezione ha
[in forma assoluta]). Non è chiaro se si debbano intendere entram- iniziato per sé una nuova vita e ad essa come leader conduce anche
bi in senso forte come designazioni messianiche (così E. Haenchen i suoi fedeli. Infatti in 2,28 egli proclama con le parole del Salmi-
e R. Pesch), oppure in senso puramente morale per esprimere con- sta: "Mi hai fatto conoscere le strade della vita, mi riempirai di
testualmente un contrasto con Barabba qualificato invece come "as- gioia alla tua presenza" (= Sai 15,11 LXX) 123 .
sassino" (così G. Schneider), oppure se sia stato Luca a spostare 3.1.2 At 2,36. Il discorso di Pietro a Pentecoste si conclude con
su di un piano morale dei concetti originariamente messianici (così una solenne dichiarazione, che letteralmente suona così: "Sappia
H. Conzelmann), oppure ancora se a monte si debba attribuire una con certezza tutta la casa di Israele che 'e Signore e Cristo' Dio lo
portata diversa a ciascuno dei due termini (così A. Wikenhauser ha costituito, questo Gesù che voi avete crocifisso" (2,36). L'arcai-
e C. K. Barrett). Quest'ultima posizione sembra la migliore. Infat-
ti, mentre non è attestata nel giudaismo una tradizione messianica 120
Si può anche rilevare che in Ps. Sai. 17,32-41 si trova pure sviluppata l'asso-
a proposito de "il Santo" (ci sono solo fonti cristiane: Me 1,24/Lc ciazione del tema della giustizia con il titolo di Unto del Signore (certo sulla linea
4,34; Gv 6,69; lGv 2,20; Ap 3,7), il titolo de "il Giusto" gode di di Is 11,4-5). Il valore sostanzialmente ontologico di questi titoli, accostati alla cri-
una certa attestazione (cfr. Is 53,11 119 ; lEn. 38,2 ["Quando ap- stologia funzionale di At 3,13, è affermato da H.F. Bayer, Christ-Centered Escha-
tology in Acts 3:17-26, in J.B. Green & M. Turner, edd., Jesus of Nazareth: Lord
and Christ. Essays on the Historical Jesus and New Testament Christology.
Eerdmans-Paternoster, Grand Rapids-Carlisle 1994, pp. 236-250, qui 242.
121
116
Solo in un più accentuato contesto ellenistico l'espressione dev'essersi svi- L'occorrenza del solo termine à^yr^óc, privo di specificazioni in 5,31 (però
luppata nel senso di 'figlio'; cf. E. Lohse, Compendio di teologia del Nuovo Testa- in coppia con aco-nf)p) esprime probabilmente una sfumatura diversa, condizionata
mento, Brescia 1987, pp. 72-73. dal secondo titolo (la stessa Bibbia CEI rende 3,15 con "autore" e 5,31 con "capo").
122
117
Cf. in generale W. Zimmerli - J. Jeremias, art.TOÙCGeoC, GLNT IX, coli. Cf. P.-G. Mùller, APXHrOE THS ZQHS. Der religionsgeschichtliche und
275-440 (ma Jeremias estende e maggiora eccessivamente il titolo). Vedi anche E. theologische Hintergrund einer neutestamentlichen Christuspràdikation, Europ.
Krànkl, Jesus der Knecht Gottes. Die heilsgeschichtliche Stellung Jesu in den Re- Hochschulschr. 23, Teol. 28, Lang, Bern 1973. Invece G. Johnston, Christ as Ar-
den der Apostelgeschichte, BU 8, Pustet, Regensburg 1972. chegos, NTS 27 (1981) 381-385, preferisce scorgervi una dimensione messianica e
118
La presenza di un solo articolo davanti ad entrambi i termini li congiunge stret- intenderlo come 'principe' (con rimando a Nm 13,2-3; 16,2; Gdc 5.15B; lCr 26,26;
tamente e non permette di scorgervi un'allusione a due distinti indirizzi cristologici. Ne 2 [12],9; Is 30,4).
119
In questo testo è notevole la discrepanza tra il TM ("Il giusto mio servo giu- 123 Vedi anche At 26,23: Paolo afferma "che il Cristo sarebbe morto e che, pri-
stificherà molti") e i LXX (il Signore "vuole giustificare il giusto che ha reso un mo tra i risorti da morte, avrebbe annunziato la luce al popolo e ai gentili" (così
buon servizio a molti"): solo nel primo caso il termine ha valore titolare, anche infatti H. Conzelmann commenta l'espressione in 3,15: "àpxTiyó? è parafrasato in
se non in forma assoluta. 26,23 come «primo dalla risurrezione»").
48 LA CHIESA GIUDEO-CRiSTIANA DI GERUSALEMME ALTRE FONTI DELLA PRIMITIVA CRISTOLOGIA 49

cita pre-lucana di questa affermazione non è condivisa da tutti 124 , primi cristiani era inevitabile e, inoltre, che essa avvenne con l'ap-
ma un paio di motivi ci portano in questa direzione. L'uno è che plicazione a Gesù di moduli già esistenti nel giudaismo e solo rein-
Luca, come risulta dal suo vangelo, sa già per conto suo che Gesù terpretati. A proposito poi della qualifica di "Signore", la sua di-
è Cristo-Messia fin dalle origini della sua vita terrena (cf. Le 2,11) mensione divina probabilmente qui non va eccessivamente sottoli-
e quindi non solo a partire dalla sua risurrezione. L'altro è che la neata. Infatti il Salmo 110,1, appena citato da Pietro nel prece-
cristologia del nostro passo, di tipo tendenzialmente adozionista, dente v. 34 ("Disse il Signore al mio signore"), utilizza il medesi-
coincide di fatto con quella dell'arcaica confessione di Rm l,3b-4a mo titolo in due sensi diversi. Perciò, nonostante il possibile richia-
(cf. voi. I, pp. 201-208). Si ripropone dunque qui, da parte della mo fatto sopra al Sai 2,2, esso va visto probabilmente come coor-
comunità gerosolimitana, una cristologia fondata sul motivo bi- dinato a quello di "Cristo". Ma, anche se di questo rappresenta
blico della intronizzazione regale, quale è attestato in alcuni passi solo una specificazione, "Signore" ha comunque un valore ten-
veterotestamentari (cf. Sai 2,7; 89,27-28; 110,1). La cosa nuova è denzialmente forte a motivo della possibile ideologia antica che gli
che, invece del titolo "figlio di Dio" (certamente messianico), ab- sta a monte 126 (vedi anche sotto, a proposito dell'invocazione
biamo qui due altri titoli: "Signore e Cristo". La loro congiunzio- "Maranatha").
ne potrebbe derivare dal Salmo 2,2, dove si legge: "Insorgono i 3.1.3 At 3,19-21. Nel discorso di Pietro davanti al popolo pres-
re della terra e i prìncipi congiurano insieme contro il Signore e so la porta del Tempio detta Bella (in 3,12-26), l'apostolo così esorta
contro Usuo Cristo". È importante però notare che, mentre i due i suoi ascoltatori:
titoli là presenti si riferivano a due persone diverse (rispettivamen-
te a Dio e al re), qui invece essi sono entrambi associati a definire "Pentitevi dunque e convertitevi, perché siano cancellati i vostri pec-
una sola persona, Gesù in quanto risorto. Analogo però è il conte- cati e così possano giungere i tempi del refrigerio da parte del Signore
sto di sofferenza, per cui la proclamazione di Pietro va vista nel- {pTziàC, av eXGcoatv xatpoì àvacc|>ó£eco<; ànò 7rpoacÓ7roo -eoo xupiou) ed egli
l'ottica di un marcato contrasto, e cioè come l'affermazione di una mandi quello che vi aveva destinato come Messia, Gesù (xocì àTcoaxetXT)
xòv Tzpoxtxtipio[i.i\>ov ufjuv xpwròv 'Ir]aoGv): egli dev'essere accolto in
rivendicazione divina del crocifisso umiliato.
cielo (ov Sei oupocvòv [xèv 8é£oca9ai) fino ai tempi della restaurazione di
Quanto alla portata delle due qualifiche cristologiche, va osser- tutte le cose (axpi yjpóvoìv à^oxaxaaxàaeax;rcàvToov),come ha detto Dio
vato quanto segue. A proposito di quella di "Cristo", esiste comun- fin dall'antichità per bocca dei suoi santi profeti" (3,19-21).
que una novità rispetto al suo impiego a livello gesuano (cf. voi.
I, pp. 122-133). Infatti la cosa sorprendente è che essa viene ora at- Il passo, già a livello puramente formale, presenta vari proble-
tribuita a uno che è stato condannato alla pena più infamante. Era mi di traduzione, sui quali qui non ci soffermiamo (cf. i commen-
più facile pensare alla messianicità di Gesù, o comunque sperare ti). Piuttosto è a livello ermeneutico che appare la sua maggiore
in essa, finché egli non fosse morto, soprattutto di una morte di complessità. In passato ci fu addirittura chi intese questo testo in
croce (cf. la delusione di Giuda e forse anche di Pietro). Ma dire assoluto come la più arcaica espressione della cristologia127, in
che un crocifisso era il Messia andava contro tutte le precompren- quanto qui si attesterebbe la fede più antica della chiesa primitiva,
sioni possibili in campo giudaico e, se ciò da una parte supponeva
un fatto nuovo che giustificasse l'enorme svolta (la risurrezione),
126
dall'altra esigeva comunque un notevole ardire nel proclamarlo 125 . Infatti, non va dimenticato che in antico al re di Gerusalemme potevano es-
sere riconosciuti anche degli attributi divini, come avviene esplicitamente in Sai 45,7
Tuttavia va anche riconosciuto che la stessa sua proclamazione in ("Il tuo trono, o dio, dura per sempre [...]. O dio, il tuo Dio ti ha consacrato con
base a un evento come la risurrezione era senza confronto alcuno. olio di letizia..."); 12 ("Al re piace la tua bellezza; egli è il tuo Signore: prostrati
Si vede bene qui che una rilettura dell'evento-Cristo da parte dei a lui"), ma anche con altre metafore come "soffio vitale" e "albero della vita"
(entrambe presenti in Lam 4,20). Sul tema-problema dell'ideologia regale nell'an-
124
tico Israele, cf. i Commenti ai testi rispettivi e in particolare la sintesi di K.W. Whi-
È ritenuta pre-lucana per esempio dai commenti di E. Haenchen, R. Pesch, telam, King and Kingship, in ABD 4, pp. 40-48.
127
C.K. Barrett, mentre è considerata redazionale da H. Conzelmann, G. Schneider. Così J.A.T. Robinson, The Most Primitive Christology ofAll?, JTS 7 (1956)
125
Vedi infatti il concetto di 7rappT)ata, "libertà di parola, ardire, fiducia", che 177-189 (la prospettiva del testo è stata definita come "cristologia pre-messianica");
scandisce il racconto in At 2,29; 4,13.29.31. sulla sua linea si collocano anche le cristologie di F. Hahn e di R.H. Fuller.
50 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME ALTRE FONTI DELLA PRIMITIVA CRISTOLOGIA 51

secondo cui Gesù sarebbe stato dichiarato Messia solo nel futuro che perdipiù negli altri inviti alla conversione presenti negli Atti
escatologico al momento della parusìa (quindi egli né avrebbe pen- non ritorna più. Perciò, i temi sia del refrigerio sia della 'conser-
sato di essere tale durante la sua vita terrena [come si suppone nei vazione' sia della funzione 'restauratrice' di Elia si possono consi-
Sinottici], né sarebbe stato proclamato tale a partire dalla risurre- derare elementi arcaici, visto pure che in questi termini non ricor-
zione [come appare da At 2,36]), mentre nell'attuale periodo in- rono altrove negli scritti più recenti del Nuovo Testamento 131 .
termedio egli vivrebbe in una condizione di pura inattività. A que- Quanto poi alla tesi di Carrón, va invece osservato che secondo
sto assunto si sono opposte due diverse interpretazioni principali. Luca la 'conservazione' di Gesù in cielo è un dato non del passato,
L'una consiste nel dimostrare che il testo del discorso è caratteriz- ma attuale, in quanto egli ha già raccontato fin dall'inizio degli
zato da vari lucanismi e che quindi la sua cristologia in realtà è Atti la sua ascensione al cielo (cf. At 1,9-11). D'altronde, il parti-
di tipo redazionale e cioè lucana128. Un'altra soluzione consiste nel cipio perfetto 7ipoxexeip«J(xévov significa letteralmente "che è stato
ritenere che il passo non si riferisca alla venuta futura di Cri- reso pronto (ad agire in un determinato modo)", cioè è stato po-
sto ma alla sua prima venuta storica, e che quindi 1"'accoglienza sto in una condizione tale da essere disposto a intervenire come Mes-
in cielo" riproponga semplicemente l'idea giudaica della 'pre- sia132. Luca tuttavia sa già e crede che Gesù è Messia fin dalla sua
esistenza' del Messia anteriormente alla sua apparizione tra gli nascita (cf. Le 2,11); e la chiesa primitiva, da parte sua, connette
uomini 129 . Su queste due tesi occorre fare alcune semplici consi- questa qualifica perlomeno alla risurrezione (cf. At 2,36; Rm l,4a),
derazioni. ma, data l'inverosimiglianza religionista di un inizio assoluto di que-
Quanto alla redazionalità del testo, certo parzialmente innega- sto titolo solo in quel momento, essa suppone certamente che Ge-
bile, va osservato che tanto Lohfink quanto Barbi annotano come sù si considerasse e fosse tale già durante la sua vita terrena (cf.
indubitabile la presenza di alcuni elementi provenienti dalla tradi- più sopra). Il parallelismo con il giudaismo apocalittico, dove si
zione giudaica, in quanto si rifanno all'ambito dell'apocalittica: afferma il nascondimento del Figlio dell'uomo fin da prima della
così è, oltre all'idea del "refrigerio", anche il tema della 'conser- creazione del mondo (cf. lEn. 48,2-3.6; 62,7) e ancor più la con-
vazione' del Messia per il tempo della sua manifestazione futura servazione del Messia "per la fine dei giorni" (4Esd 12,32; cf.
e quello della funzione escatologica di Elia130. D'altronde, se il te- 13,26), non rappresenta che un background di conferma per la di-
sto si dovesse spiegare soltanto sulla base della preoccupazione lu- chiarazione di Pietro, con la differenza che ciò che là valeva per
cana di fornire a Israele una ulteriore occasione di salvezza (consi- la prima venuta del Messia qui vale per la seconda.
stente nella predicazione della chiesa, dopo l'occasione persa della Orbene, la funzione escatologica di Gesù, che condurrà con sé
predicazione di Gesù), non si comprende perché l'autore debba "i tempi del refrigerio" 133 , cioè darà inizio al tempo messianico
estendersi così tanto su di una prospettiva cristologico-escatologica, del riposo e della liberazione da ogni affanno, è fondamentalmen-
te descritta come "restaurazione di tutte le cose". Questa idea nel-
128
Vedi in particolare G. Lohfink, Christologie und Geschichtsbild in Apg
3,19-21, BZ 13 (1969) 223-241: egli legge il testo secondo la preoccupazione pro-
pria di Luca di far vedere che Israele, rifiutando Gesù, ha perso l'occasione della 131
"L'insieme va considerato come arcaica tradizione cristiana sulla conversio-
sua salvezza ma Dio gli offre un'altra possibilità di conversione prima dell'ultima ne [dei Giudei], situata in una comunità giudeo-cristiana dalla fede fortemente orien-
venuta del Messia. Su posizioni analoghe si pone A. Barbi, // Cristo celeste presen- tata verso il futuro" (G. Lùdemann, Dos friihe Christentum, p. 59).
te nella Chiesa. Tradizione e redazione in Atti 3,19-21, AB 64, PIB, Roma 1979 132
"Il perfetto suggerisce che egli ora è pronto ad agire così, e non dice in qua-
(cf. p. 143: "La cristologia dei versetti esaminati [...] riflette chiaramente una pro- le momento egli diventò pronto cioè divenne Messia, eccetto che ciò dev'essere in
spettiva lucana"). un tempo anteriore a quello in cui Pietro sta parlando. Ciò può essere stato alla
129
Cf. J. Carrón, Jesus, elMesias manifestado. Tradición literaria y trasfondo risurrezione, al suo battesimo, o al momento della sua nascita" (C.K. Barrett, Acts,
judio deHch 3,19-26, Studia Semitica Novi Testamenti, Ciudad Nueva, Madrid 1993. p. 204).
130 133
Annotiamo qui che l'idea origeniana della 'apocatastasi' universale, con i suoi Cf. l'accurata analisi di questo sintagma in A. Barbi, // Cristo celeste, pp.
ascendenti nello stoicismo (per una informazione sommaria, cf. P. Siniscalco, Apo- 46-68 (con rimando a una serie di passi di 4Esd e di 2Bar). Va inoltre segnalata
catastasi, in A. Di Berardino, a cura, Dizionario Patristico e di Antichità Cristia- la posizione del citato H.F. Bayer, Christ-Centered Eschatology, che in tutta la se-
ne, Marietti, Casale Monferrato 1983, voi. I, pp. 273-274), oggi non è più accolta zione At 3,17-26 vede l'escatologia fortemente influenzata dalla cristologia (non
nell'interpretazione del nostro passo. viceversa).
52 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME ALTRE FONTI DELLA PRIMITIVA CRISTOLOGIA 53
l'apocalittica è ben espressa con i concetti di trasformazione e di testo epistolare dell'invocazione richiama un probabile, originario
rinnovamento del mondo, quindi di nuova creazione alla fine dei ambito liturgico (eucaristico?) pre-paolino, all'interno del quale essa
tempi (cf. lEn. 45,4s; 91,16; Giub. 4,26; 4Esd. 7,75; 2Bar. 50,3; veniva pronunciata136.
57,2; Or. Syb. 5,273)134. Ma non bisogna perdere di vista anche Esiste una discussione sull'esatta lettura del termine, che nei ma-
il possibile nesso con la funzione escatologica riconosciuta ad Elia noscritti si presenta come un solo vocabolo, ma che è composto
in MI 3,23-24 LXX, dove si riscontra l'uso dello stesso etimo lessi- sicuramente di due parole137. Mentre alcuni vi leggono la dichia-
cale: "Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno razione Maran 'àta\ con il senso di "Il Signore nostro viene (cioè:
grande e terribile del Signore, perché converta (TM wehèStv, LXX è qui presente) [oppure: è venuto]", altri più giustamente scom-
bq àrcoxaTacrcTiaet) il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli pongono la locuzione in Murano' to'138 con il seguente significa-
verso i padri" (cf. anche Sir 48,10). In base a questo insieme di to: "Signore nostro, vieni!". Nel primo caso, ci si riferirebbe al
prospettive, la chiesa primitiva crede che con la venuta escatologi- momento forte del culto per confessarvi la presenza attuale del
ca di Gesù il mondo verrà ripristinato, non solo nella sua dimen- Signore139. In questa direzione sembrerebbe andare un testo, che
sione cosmologica ma anche in quella etico-interpersonale, al di offre la stessa traslitterazione direttamente dall'aramaico, e che si
là di ogni tipo di corruzione. trova nello scritto giudeo-cristiano Did. 10,6 al termine di una pre-
ghiera eucaristica: "Venga la grazia e passi questo mondo! Osan-
na al Dio di David! Chi è santo si avvicini, chi non lo è si converta.
3.2 L'invocazione "Maranatha!" (ICor 16,22) e il titolo di Maranatha. Amen". Nel secondo caso, invece, si tratterebbe di una
"Signore" invocazione di tipo escatologico, orientata verso la venuta della pa-
rusìa. In questo senso essa trova un parallelo significativo in Ap
Al termine della sua prima lettera canonica ai Corinzi Paolo ci 22,20, che reca la medesima invocazione, certo in lingua greca ma
fa la sorpresa di riportare quella che sicuramente è la più antica con un chiaro imperativo, al termine del libro: "Colui che attesta
attestazione dell'uso del titolo di "Signore" in riferimento a Gesù queste cose dice: Sì, vengo presto. Amen. Vieni, Signore Gesù
Cristo: "Se qualcuno non ama il Signore sia anatema. Maranatha" (epxou> xupte 'iTjaoG)". Del resto, lo stesso Paolo poco prima in ICor
(16,22). La sua formulazione in lingua aramaica (che suppone la 11,26 aveva scritto a proposito del mangiare il pane e del bere il
traslitterazione di un originale consonantico mrn'f) all'interno di calice nella cena eucaristica: "Ogni volta (...) voi annunziate la mor-
una lettera scritta a una comunità di lingua greca dice da sola quanto te del Signore finché egli venga". Quest'ultimo passo suggerisce
veneranda l'espressione fosse sentita. La sua provenienza infatti di non disgiungere come alternative le due possibilità, poiché può
non può che essere dall'area siro-palestinese, che era sostanzial- ben essere stato in contesto eucaristico che l'invocazione della pa-
mente l'unica in cui nel secolo I si parlasse ancora l'aramaico135.
E non si può che pensare alle prime comunità cristiane di questa 136
Oltre ai Commenti, cf. soprattutto l'analisi di P.-É. Langevin, Jesus Seigneur
zona, appunto di lingua almeno parzialmente aramaica, all'inter- et l'eschatologie. Exégèse des textes prépauliniens, "Studia" 21, Desclée, Bruges-
no delle quali l'Apostolo aveva mosso i suoi primi passi di conver- Paris 1967, pp. 179-194.
137
Una buona discussione in materia si può trovare in K.G. Kuhn, |zapavoc6<4,
tito (Damasco, Gerusalemme, Antiochia). Del resto, anche il con- in GLNT VI, coli. 1249-1266, e in P.-É. Langevin, Jesus Seigneur et l'eschatolo-
gie, soprattutto pp. 168-178 (però qui, a p. 170 in alto, la distinzione tra la forma
134
dell'imperativo e quella del perfetto va invertita). Vedi anche S. Schulz, Marana-
È possibile che a questo ambito di idee appartenga anche l'affermazione pre- tha und Kyrios Jesus, ZNW 53 (1962) 125-144.
sente nei manoscritti di Qumràn, secondo cui agli eletti "spetterà tutta la gloria 138
In questo caso la forma ta' sarebbe abbreviata in quanto presenterebbe una
di Adamo" (1QS 4,23). Da parte sua G. Ferraro, «Kairoi anapsyxeos»: Annota- elisione del primo aleph e della sua vocale; infatti, la forma normale dell'imperati-
zioni su Atti 3,20, RivBibl 23 (1975) 67-78, colloca l'espressione sullo sfondo del vo dovrebbe essere 'età'.
riposo sabbatico di Es 23,12 ed Eb 3,7 - 4,13. 139
135
Di minor credito gode comunque l'ipotesi, secondo cui si tratterebbe di una
Solo da questa zona (estendentesi dall'alto corso dell'Eufrate fino alla Na- semplice invocazione del Signore perché egli si renda presente a confermare l'ester-
batea) provengono infatti i testi scritti, epigrafici e letterari, del Medio-Aramaico nazione della maledizione immediatamente precedente ("Se qualcuno non ama il
(ca. 200 a.C. - ca. 250 d . C ) ; cf. S.A. Kaufman, Aramaic (Languages), in ABD Signore sia anathema!"); cf. C.F.D. Moule, A Reconsideration ofthe Context of
4, pp. 173-178 (con bibliografia). Maranatha, NTS 6 (1959-60) 307-310.
54 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME ALTRE FONTI DELLA PRIMITIVA CRISTOLOGIA 55

rusìa si facesse più pressante. Inoltre, sulla stessa linea della for- stro signore" 143 . Su questa linea si pone anche Dn 4,17.21 ("mio si-
mula Maranathà come invocazione escatologica, si p u ò forse leg- gnore", detto nei confronti di Nabucodònosor). Ma pure a Qumràn lo
gere tanto la confessione paolina " I l Signore è vicino" (Fil 4,5: stesso appellativo è testimoniato come rivolto da una moglie allo sposo
ó xupios iyyuq) q u a n t o quella analoga del giudeo-cristiano Gc 5,8: (cf. lQapGen 2,9.13), da un figlio al padre (cf. ib. 2,24), da un suddito
al re (cf. ib. 20,25), e persino dal re di Sodoma ad Abramo (cf. ib. 22,18).
" L a parusìa del Signore è ormai vicina" (rj roxpouatoc TOU xupiou
In particolare il significato regale dell'epiteto aramaico è testimoniato
riyytxev)140. Da una parte, dunque, vediamo che il titolo di " S i - più volte a proposito dei re nabatei 144 . In questo senso lo si trova an-
g n o r e " in funzione cristologica è ben consolidato nell'uso cristia- che in Filone Al., In Flaccum 39; qui, narrando del passaggio di Erode
no; dall'altra, constatiamo che esso conosce c o m u n q u e un impie- Agrippa II ad Alessandria nell'estate del 38 d . C , diretto a ereditare la
go particolare in prospettiva escatologica 1 4 1 . Cosa p u ò significa- tetrarchia di Filippo donatagli da Caligola, il sovrano giudeo viene can-
re tutto ciò? zonato dagli alessandrini: "Dalla folla circostante risuonò un grido stra-
3.2.1 L o sfondo culturale-religioso del titolo. Certo nel giudai- no, Marin ($or\ TU; OLIOTZOS, Màptv), poiché dicono che in Siria si chiami
smo la qualifica di " S i g n o r e " non è di tipo messianico. Il Messia così il sovrano (xòv xuptov); sapevano infatti che Agrippa era di razza
non viene mai designato con questo titolo. Quindi a b b i a m o nel ca- siriana e che una parte importante della Siria era quella su cui doveva
regnare" 145 . Infine, nel rabbinismo esso è usato a volte nei confronti
so di Gesù una vera novità. M a vediamone l'uso nel dettaglio, par-
di un maestro in segno di grande rispetto (cf. y.Peah 8,21b), a volte
tendo dalla formulazione aramaica del nostro passo.
come sinonimo di cittadino (cf. Gen. R. 58,6: lett. "padrone di casa"),
e persino in senso ironico (cf. TgN Gen 37,17: detto di Giuseppe "mae-
In aramaico il sostantivo "Signore" ha varie forme lessicali, a secon- stro di sogni").
da delle fonti in cui viene attestato (bibliche, qumraniche, rabbiniche, per Ma il termine vale anche come appellativo religioso nei confronti di
non dire di quelle epigrafiche e papiracee): mare' [stato assoluto singola- Dio (rarissimamente però nella letteratura rabbinica). Così già in Dn
re; stato costrutto singolare e plurale], mòra' [stato assoluto; stato enfa- il Dio d'Israele è qualificato come "il Signore dei r e " (2,47: mare' -
tico], maràh, mar, mar142. I suoi corrispettivi linguistici sono: in ebrai- malkin) e "il Signore del cielo" (5,23: marè'-semayya'). Ma in partico-
co 'adòn, in greco xópto?. Il senso del vocabolo è fondamentalmente quello lare a Qumràn esso è attestato come epiteto divino, sia in forma assolu-
di "superiore, sovrano, padrone", e viene impiegato a vari livelli. ta (cf. HQtgJob 5,1 [su 21,20]: "l'ira del Signore"; lQapGen 20,13:
Un uso profano dell'appellativo aramaico è attestato fin dai papiri di "Tu sei Signore e padrone ['nth mrh wsly] su tutto e hai potere di fare
Elefantina del secolo V a . C , dove un'autorità amministrativa può esse- giustizia a tutti i re della terra"; 4QEn b ar 4,5), sia anche e soprattut-
re designata sia come mr'y, "mio signore", sia come mr'n, "no- to in quanto specificato da aggettivi o stati costrutti: "Mio Signore"
(4QTLevi*ar 1,10; 2,6; lQapGen 20,12.14.15), "Signore eterno" (1Q20
fr. 2,5), "Signore grande" (lQapGen 2,4), "Signore del cielo" (ib. 7,7),
140
Anche Giud 14s ("Profetò per loro Enoch, settimo dopo Adamo, dicendo: "Signore di tutti i re della terra" (ib. 20,15s), "Signore dei secoli" (ib.
Ecco, il Signore è venuto [^XOev xupio?] con le sue miriadi di angeli per fare il giudi-
zio contro tutti...") è stato accostato alla nostra invocazione da M. Black, The Ma-
ranathà invocation and Jude 14,15 (I Enoch 1:9), in B. Lindars & S.S. Smalley,
edd., Christ and Spirit. InHonourofC.F.D. Moule, Cambridge 1973, pp. 189-196. 143
Questo testo rappresenta una ripresa di lEn 1,9 ("Ed ecco: Egli è venuto con 10.000 Cf. rispettivamente le lettere 3,5; 4,2; 10,1-2 (in G.R. Driver, Aramaic Do-
santi, per far giustizia su loro..."; trad. L. Fusella), e l'aoristo greco, che ha co- cuments of the Fifth Century B.C., University Press, Oxford 1957, pp. 23s e 33),
munque un riferimento al giudizio finale e quindi al futuro, dovrebbe rendere un e la lettera 27, (recto)!. 11 .(versó)2\ .23 (in A. Cowley, Aramaic Papyri of the Fifth
originale perfetto aramaico 'àta'con valore di futuro (perfectumpropheticum), equi- Century
144
B.C., Univ. Press., Oxford 1923, pp. 99-100).
valente a: "Il Signore verrà...". Cf. H. Merklein, Marano ("unser Herr") als Bezeichnung des nabatàischen
141
Forse si possono rapportare al nostro discorso anche quei testi paolini, nei Kònigs. Eine Analogie zur neutestamentlichen Kyrios-Bezeichnung?, in R. Hoppe
quali il sintagma cristologico 'nostro Signore' appare in contesto escatologico (cf. & U. Busse, edd., Von Jesus zum Christus. Christologische Studien. Festgabefùr
ICor 1,9; Fil 3,20; lTs 1,3); ma qui si tratta certo di uno sviluppo rispetto all'invo- P. Hoffmann zum 65. Geburtstag, de Gruyter, Berlin - New York 1998, pp. 25-41:
cazione aramaica, di cui stiamo parlando. l'Autore dà il testo di 24 iscrizioni nabatee comprese tra il secolo I a.C. e il secolo
142
Cf. M. Jastrow, A Dictionary of the Targumim, the Talmud Babli and Ye- I d.C.
145
rushalmi, and the Midrashic Literature, New York (1903) 1985; anche J.A. Fitz- La vocalizzazione Marin potrebbe corrispondere a un'effettiva terminazio-
myer & D.J. Harrington, A Manual of Palestinian2 Aramaic Texts (Second Centu- ne pronominale, testimoniata anche in una iscrizione religiosa ad Hatra (vedi sot-
ry B.C. - Second Century A.D.), PIB, Roma 1978, 1994, e C. Perrot, Jesus, Christ to). Si noterà comunque la sua eguaglianza consonantica con Maran di ICor 16,22,
et Seigneur, pp. 244-249. comprendente il pronome di prima persona plurale.
56 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME ALTRE FONTI DELLA PRIMITIVA CRISTOLOGIA 57

21,2), "Signore del cielo e della terra" (ib. 22,16.21). Una testimonian- te l'imporsi e il diffondersi post-pasquale dell'appellativo cristo-
za interessante riguarda alcune divinità siriane: il titolo infatti è usato logico.
per il dio Melqart già su di una stele del secolo IX a.C. (da Bredsch, La designazione di Gesù come "Signore", dunque, a differenza
7 km N di Aleppo) e poi per almeno altre tre divinità sul muro di un degli altri grandi titoli cristologici (profeta, messia, figlio dell'uo-
tempio dei secoli M I d.C. (ad Hatra, 50 km NW di Assur); in quest'ul- mo, figlio di Dio), è sostanzialmente di origine post-pasquale, de-
timo caso, si tratta addirittura di una triade divina, di cui ciascun mem- rivando dalla fede della chiesa. Il fatto è messo bene in luce, oltre
bro è rispettivamente chiamato: mrn ("nostro Signore" = Hadad, equi-
che dal già citato At 2,36, soprattutto da quella sezione del cosid-
valente di Zeus), mrtn ("nostra Signora" = Atargatis), e br mryn ("il
detto inno cristologico (pre-paolino) Fil 2,9-11, dove si dichiara
figlio di nostro Signore" = Simios, l'equivalente di Asclepio o
Hermes) 146 . apertamente che solo al crocifisso risorto Dio concesse la qualifica
di Kyrios ("il nome che è sopra ogni altro nome"). Noi esaminere-
Il titolo quindi all'origine non è specificamente religioso. Con mo più avanti questo passo importante (cf. sotto: cap. II, 3.6); ma
esso piuttosto si riferiscono a Dio delle qualità derivanti fondamen- in proposito occorre subito notare almeno che appartengono alla
talmente da ambiti profani, che si compendiano tutte nell'idea di coscienza più antica della chiesa due cose: da una parte, esiste una
"sovrano", inteso sia come proprietario sia anche come giudice. connessione strettissima tra la "Signorìa" di Gesù e la sua nuova
In base a questa constatazione si può capire perché i primi cristia- condizione di glorificato; dall'altra, la dimensione di "Signore"
ni potevano qualificare Gesù come Maran o Muraria', "Signore da lui acquisita dopo la sua vita terrena comporta una semantica
nostro", senza con ciò urtare direttamente il monoteismo giu- molto forte.
daico 147 ; e lo si vedrà bene nella distinzione che farà Paolo a pro-
Circa l'origine del titolo cristologico, oggi è di fatto abbandonata la
posito dell'esistenza di "un solo Dio" e insieme di "un solo Si-
tesi dello studioso tedesco W. Bousset (1913), passata poi ampiamente
gnore" (cf. ICor 8,6; vedi sotto). nella scuola bultmanniana, secondo cui il titolo sarebbe nato soltanto
Tuttavia, il titolo implicava necessariamente anche una dimen- nelle chiese di lingua greca come adattamento cristologico di un appel-
sione divina, che non poteva comunque non imporsi. Ed è a que- lativo originariamente rivolto a divinità cultuali di tipo pagano 149 . As-
sto punto che possiamo porre il problema storico concernente an- solutamente precaria è anche la teoria di F. Hahn (1962), secondo cui
che l'origine del titolo greco di Kupio? attribuito a Gesù. già le chiese palestinesi avrebbero usato il titolo per Gesù, non però in
3.2.2 La valenza cristologica del titolo. Come sappiamo, esso rapporto alla sua divinità ma solo nel significato di "Maestro" (in base
prenderà sempre più piede nelle chiese di lingua greca. Il fatto de- al linguaggio sinottico); secondo Hahn, inoltre, l'appellativo di Dio co-
me Mari, "Mio Signore", sarebbe di recente attestazione, addirittura
ve avere una sua spiegazione poiché, da una parte, in queste co-
post-tannaitica, mentre solo l'ellenismo contemporaneo alle origini cri-
munità non poteva facilmente imporsi il barbaro termine aramai-
stiane testimonierebbe il valore divino dell'appellativo Kyrios e solo da
co, e, dall'altra, non è documentabile un uso titolare di questo ge-
nere a livello gesuano (se non forse, tutt'al più, in senso estenuato
come appellativo di cortesia)148, che possa spiegare adeguatamen- le di nuovo possessore messianico in conformità ai testi di Gn 49,11 e Zc 9,9; in
più, nel successivo 14,14 gli stessi discepoli si rivolgono al padrone della casa in
cui mangeranno la Pasqua dicendo soltanto: "Il maestro dice..." (cf. R. Pesch,
146 Me, II, pp. 275-276; e R.H. Gundry, Mk, pp. 627s).
Cf. H. Donner - W. Ròlling, Kanaanàische und aramàische Inschriften, voi. 149
II riferimento è sia a divinità misteriche specie di origine egiziana, come Isi-
II, Harrassowitz, Wiesbaden 1964, 21968, rispettivamente Nr. 201 (pp. 203s) e Nr. de e Serapide, sia anche al culto ellenistico dei sovrani e poi a quello dell'imperato-
246 (pp. 298-299); il titolo è ancora detto di Hadad nel Nr. 245 e altre quattro volte re (ma già in Pindaro, Isth. 5,52 Zeus è cantato come óTOXV-CCOVxópto?, "il Signore
dell'intera
147
triade ai Nrr. 247, 248, 251, 256. di tutti [o: di tutte le cose]"). Cf. W. Bousset, Kyrios Christos. Geschichte des Chri-
Cf. P.-É. Langevin, Jesus Seigneur et l'eschatologie, p. 178. stusglaubens von den Anfàngen des Christentums bis Irenaeus, Gòttingen 1913, pp.
148
Così in Me 7,28 (da parte della donna siro-fenicia). Un altro problema sem- 91-101; così anche R. Bultmann, Theologie des NT, Tùbingen 1958,51965, p. 127.
bra posto dal testo di Me 11,3 in cui i discepoli di Gesù dicono al proprietario del- Una buona confutazione di questa tesi si può trovare in D.B. Capes, Old Testa-
l'asinelio requisito per il solenne ingresso in Gerusalemme: "Il Signore ne ha biso- ment Yahweh Texts in Paul's Christology, WUNT 2.47, Tùbingen 1992, pp. 20-31.
gno, ma lo rimanderà qui subito" (versione CEI); ma che la designazione non ab- Contro di essa si pone anche un post-bultmanniano come G. Strecker, Theologie
bia valore divino risulta dalla costruzione greca della frase, che esigerebbe quest'altra des NT, Hrsg. F.W. Horn, De Gruyter, Berlin - New York 1996, pp. 91-98.
versione: "Il suo padrone ne ha bisogno", cioè Gesù esercita qui il suo diritto rega-
58 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME ALTRE FONTI DELLA PRIMITIVA CRISTOLOGIA 59

qui deriverebbe il senso forte che esso assume poi negli autori cristiani gna tenere presente che: (1) questa teoria è basata su di un uso non uni-
a partire da Paolo 150 . A confutare questo assunto sono bastati i ma- forme, visto che almeno in un frammento di 2Re 23,34 scoperto nella
noscritti di Qumràn (e in particolare lQapGen; cf. sopra), dove la va- Geniza del Cairo, il greco reca un'abbreviazione di xupto<;; (2) non sap-
lenza divina del titolo mr' (mrh) è ampiamente attestata. piamo come questi passi venissero letti ad alta voce nelle sinagoghe del-
Più sottile è l'obiezione avanzata per esempio da H. Conzelmann con- la diaspora di lingua greca, ma è ragionevole pensare che il nome divi-
tro l'argomento, secondo cui l'uso cristiano greco di definire Gesù co- no fosse sostituito da un termine greco; (3) di fatto già nel Nuovo Te-
me Kupio? deriverebbe dalla prassi dei LXX di rendere con questo tito- stamento tutti gli autori quando citano l'Antico Testamento sostitui-
lo greco il tetragramma divino ebraico YHWH 151 . Egli ricorda che ta- scono il tetragramma sacro con Kupio<;.
le prassi è testimoniata solo dai molti manoscritti di età cristiana, men- Quest'ultima osservazione vale analogamente anche per Filone Al.,
tre quelli giudaici (sia pre-cristiani, sia di Aquila, Simmaco, Teodozio- che attesta il medesimo uso (cf. in particolare Abr. 121: "Il padre del-
ne), anche se pochi, o non traducono il tetragramma lasciandolo in ebrai- l'universo è chiamato 'colui che è' [...] La potenza regale è detta Ky-
co o ne danno una semplice traslitterazione greca (tipo IAQ) oppure rios, poiché è giusto che colui il quale ha fatto ciò che è lo governi e
lo rendono curiosamente con le lettere greche n i n i 1 5 2 . Quindi sareb- 10 domini") 154 . Quanto a Flavio Giuseppe, va osservato il fatto seguen-
be del tutto inusuale anche nell'ambito del giudaismo ellenistico desi- te. Egli impiega Kupto? soltanto una volta per designare Dio (cf. Ant.
gnare Dio come "Signore". Tuttavia, come fa notare Capes 153 , biso- 13,68), ma solo in una citazione di Is 19,19 ("In quel giorno ci sarà un
altare dedicato al Signore in mezzo al paese d'Egitto") che perdipiù ri-
150
Cf. F. Hahn, Christologische Hoheitstitel, pp. 74-91 e 118s: secondo questo sulta ritoccata rispetto ai LXX (non solo -co> xupuo, ma più compiuta-
A. nella fase gesuana la qualifica di kyrios equivaleva semplicemente a quella ebraica mente xupteo TW Geco); altrimenti egli come equivalente di Yhwh usa il
di rabbi (greco didaskalos), "maestro" (cf. Me 10,51: paP(3ouvi/Lc 18,41: xupte), e termine 8earò$T7K (cf! Ant. 1,20.72; 2,270; 4,40; 5,41.93; 11,64-65; 8,111);
in questo senso profano essa sopravvisse anche dopo la Pasqua, assumendo solo 11 motivo può essere che lo storico ebreo volesse evitare di attribuire
poco per volta il significato forte di titolo divino in contrapposizione all'uso dello
stesso titolo nei culti misterici e nel culto dell'imperatore (per un riferimento a que- al Dio d'Israele lo stesso titolo che al suo tempo, almeno a partire da
sto culto, cf. anche O. Cullmann, Lafoi et le eulte de l'église primitive, Delachaux, Nerone, si erano assunti gli imperatori romani o almeno era stato loro
Neuchàtel 1963, pp. 56-66). Ma una tale posizione dimentica o sottovaluta alcune attribuito. D'altra parte, notiamo invece che i LXX impiegano rarissi-
cose: il valore di svolta cristologica decisiva inerente alla Pasqua, l'uso religioso- mamente questo termine (solo in Is 1,24; Pr 29,25; in Gio 4,3 i due vo-
divino dell'aramaico mar attestato già ai tempi del NT, e il fatto che l'acclamazio-
ne xupto; Kataap è attestata solo nel secolo II in Mart. Polyc. 8,2 (mentre il titolo caboli sono associati: 8éa7roxa xupi&); il loro normale ricorso a Kupio?
viene ancora rifiutato da Augusto [cf. Svetonio, Aug. 53] e s'impone mano a mano dipende forse dal fatto che al tempo della versione questo termine non
solo da Nerone in poi, quando il cristianesimo ha già almeno vent'anni di vita; cf. era ancora invalso come diffuso epiteto pagano delle divinità 155 : certo
W. Foerster, in GLNT V, coli. 1382-1391). è che nei LXX per designare Dio non si trova mai l'appellativo ava!;,
151
Cf. H. Conzelmann, Teologia del NT, pp. 132-133. Da parte sua G. Howard,
The Tetragram and the New Testament, JBL 96 (1977) 63-83, ipotizza addirittura "signore, padrone, capo", che veniva impiegato già fin dai tempi ome-
che i primi autori del Nuovo Testamento abbiano collocato il tetragramma nelle rici per designare gli dèi (cf. //. 3,351; in Eschilo, Suppl. 524, Zeus è
loro citazioni o allusioni all'Antico Testamento e che solo i copisti abbiano poi uti- cantato come òcvoclj àvàxtoov, "Signore dei signori").
lizzato
152
in un secondo tempo il greco!
Se ne può vedere una documentazione in: Psalterii Hexapli Reliquiae, cura et
studio lohannis Card. Mercati - 1 . Codex Rescriptus Bibliothecae Ambrosianae O La conclusione, dunque, è molteplice: (1) l'uso cristiano di desi-
39 SVP., Bybliotheca Vaticana 1958: tavola 3 riga 34, tavola 5 righe 5 e 28; P.W. gnare Gesù come " S i g n o r e " è già di origine semitica, siro-pale-
Skehan, The Divine Name at Qumran, in the Masada Scroll, and in the Septuagint,
Bulletin of the International Organization for Septuagint and Cognate Studies 13 stinese, come dimostra l'invocazione aramaica presente in ICor
(1980) 14-44; Pietersma A., Kyrios or Tetragram: A Renewed Questfor the Originai
LXX, in A. Pietersma - C. Cox, edd., De Septuaginta. Studies in Honour of J. W.
Wevers, Benben Publications, 1984, pp. 85-101; E. Tov, The Greek Minor Prophets
Scrollfrom NaalHever(8HevXIIgr), DJD 8, Clarendon, Oxford 1990, p. 77; P.W. 154 Yedi in particolare J.R. Royse, Philo, Kyrios, and the Tetragrammaton, in
Skehan - E. Ulrich - J.E. Sanderson, Qumran Cave 4 - IV, DJD 9, Clarendon, Ox- D.T. Runia, ed., The Studia Philonica Annual. Studies in Hellenistic Judaism, III,
ford 1992, pp. 169-172, 174, 176; P.-M. Bogaert, Septante et versions grecques, in Scholars, Atlanta 1991, pp. 167-183; secondo l'Autore, anche se per Vit.Mos.
DBS fase. 68, Paris 1993, coli. 536-676 + 677-692 specie 661-663. Vedi anche F. Vat- 2,114.132 si deve supporre che Filone abbia letto il tetragramma nella sua Bibbia,
tioni, // tetragramma divino nelPFuad inv. 266, Studia Papyrologica 18 (1979) 17-29. tuttavia nella sua abitudine costante di ricorrere al nome Kyrios per tradurre i testi
Sui più antichi testimoni della LXX, cf. Passoni Dell'Acqua A., Versioni antiche dell'A.T. abbiamo la prova più antica e sicura di questa forma scritta.
155
e moderne della Bibbia, in R. Fabris e altri, Introduzione generale alla Bibbia, "Lo- Così ipotizza W. Foerster, in GLNT V, col. 1451. Ma vedi anche la voce omo-
gos" 1, LDC, Leumann (Torino) 1994, pp. 347-372, specie 350s. nima in C. Spicq, Note di lessicografia neotestamentaria, I, GLNT Suppl. 4, Bre-
153
Cf. D.B. Capes, Old Testament Yahweh Texts, pp. 40-43. scia 1988, pp. 925-937.
60 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME ALTRE FONTI DELLA PRIMITIVA CRISTOLOGIA 61

16,22156; (2) questa invocazione non può avere una semantica este- Il titolo, peraltro, nel suo uso corrente è sempre espressione di
nuata di tipo profano nel senso di "maestro", sia perché l'uso divi- una celebrazione altrui 161 . Esso infatti esprime non un'autocom-
no della medesima è già ampiamente attestato nell'aramaico del tem- prensione personale da parte di Gesù, che nella sua vita terrena non
po, sia perché sarebbe stato incongruo rivolgersi al Gesù risorto con se lo è mai attribuito 162 , ma una convinzione propria di altri, cioè
un epiteto che valeva pienamente solo per la sua vita terrena157, tan- di chi sa di stare con lui in un rapporto di dipendenza e di affida-
to più in un contesto eucaristico; (3) anche il titolo greco Kupio? dato mento: un "signore", a meno che non sia un tiranno oppressore,
a Gesù ha quindi un precedente palestinese158, e questo all'interno lo si sceglie liberamente in base ad alcuni dati oggettivi e lo si con-
dello stesso movimento cristiano. Qui esso può valere come versio- fessa poi come tale. Non per nulla, l'arcaica designazione aramai-
ne dell'aramaico Mare', con cui egli veniva già designato; ma non ca Maranatha parla di Gesù non in assoluto come di un "Signo-
si può non pensare anche a una ripresa della prassi dei LXX, le cui re" {Mare'), ma in senso relativo come del "Signore nostro"
Scritture venivano abitualmente lette anche nell'ambito del culto cri- (Marano'o Marari), dove cioè risulta per così dire costitutiva della
stiano, e in esse il titolo vale come traduzione del tetragramma divi- Signoria di Gesù la dimensione ecclesiale dei credenti in lui. La co-
no Yhwh, oltre che del ricorrente titolo Adonay detto spesso di munità dei battezzati quindi è in qualche modo co-essenziale a que-
Dio 159 . Sicché l'innovazione capitale del Nuovo Testamento, a par- sta Signoria, di cui costituisce l'altro polo: è tra di loro che essa
tire già dalla comunità giudeo-cristiana palestinese, consiste proprio realizza appieno la sua natura.
nell'applicare a Gesù di Nazaret una qualifica, che non appartene- L'orientamento escatologico dell'invocazione ci riporta alla te-
va certo alla tradizione messianica, ma che più di ogni titolo messia- matica di un passo come quello di At 3,19-21, esaminato sopra.
nico comportava un riferimento alla sua dimensione divina160. La dimensione della speranza e dell'attesa in senso cristologico ap-
pare quindi in primo piano come un dato arcaico della fede cri-
156
Che il titolo Mare' in questo passo designi specificamente Gesù e non gene- stiana; essa sarà riformulata ben presto anche da Paolo (cf. lTs
ricamente Dio, risulta sia dall'uso del titolo Kyrios nella ICor (già in 1,2 i destina- 1,10: "...attendere dai cieli il Figlio suo") e diventerà poi tradizio-
tari sono qualificati come "coloro che invocano il nome del Signore nostro Gesù
Cristo", e in 8,6 Paolo distingue fra "un solo Dio" e "un solo Signore Gesù Cri- nale (cf. 2Tm 4,8 dove i cristiani sono definiti come "coloro che
sto"), sia dal contesto eucaristico dell'invocazione (cf. Did. 10,6), sia dal parallelo attendono con amore la sua epifania"). Il probabile nesso con la
Apoc 22,20 ("Vieni, Signore Gesù"). celebrazione eucaristica implica anche un richiamo a quei passi si-
157
Sull'ipotesi che il titolo aramaico fosse già usato nei confronti di Gesù du-
rante la sua vita terrena come mero sinonimo di Rabbi e che dopo la Pasqua si sia nottici, secondo cui Gesù durante l'Ultima cena operò un riferi-
caricato di un senso forte, cf. sopra: nota 148.
158
mento essenziale al banchetto del regno futuro (cf. Me 14,25 p a m ;
Contro l'antica tesi di W. Bousset su di una origine extra-palestinese, cf. gli Le 22,15-16). È anche possibile che l'invocazione implichi una fun-
argomenti addotti da D.B. Capes, Old Testament Yahweh Texts, pp. 20-31: (1) non
bisogna separare fittiziamente un giudaismo ellenistico da uno palestinese; (2) l'u- zione giudiziale-condannatoria connessa con la venuta di Gesù, te-
so cristologico del titolo non è equivalente al suo uso pagano a motivo della strut- nuto conto che essa è collocata immediatamente a ridosso di una
tura della fede cristiana; (3) il problema posto dall'uso forte del titolo al monotei-
smo ebraico non è sentito come un dramma né da Paolo e nemmeno dai suoi oppo-
esecrazione ("...sia anathemal")163. Tuttavia, i paralleli segnalati
sitori giudeo-cristiani. con ICor 11,26; Ap 22,20; Did. 10,6 ci impediscono di restringere
159
II greco Kupio? infatti nella LXX traduce 6.156 volte il tetragramma YHWH la sua interpretazione entro queste maglie negative. In quanto tale
e 439 volte l'appellativo divino àdonay; cf. G. Quell, in GLNT V, col. 1392; e C.
Westermann, Dizionario teologico dell'Antico Testamento, I, col. 28. il grido aramaico può ben leggersi anche come espressione di quel-
160
Cf. già A. Deissmann, Licht vom Osten, pp. 298-304 (vedi p. 298: "Si può
dire con certezza che al tempo delle origini cristiane Signore era un appellativo di-
161
vino, comprensibile come tale in tutto il Mediterraneo orientale"). Per quanto ri- Cf. la documentazione di tipo comparatistico a livello religioso, offerta da
guarda l'ambito latino, si può aggiungere che la dimensione divina del titolo è atte- C. Spicq, Note di lessicografia neotestamentaria, I, pp. 929-932 (a proposito di dèi
stata da fatti come i seguenti: Augusto rifiutò sempre con modestia l'appellativo e sovrani in età ellenistica e imperiale).
162
di Dominus "come un'ingiuria e un obbrobrio (...) una adulazione indecorosa" Circa l'eccezione che potrebbe costituire Me 11,3 vedi sopra: nota 148.
163
(Svetonio, Aug. 53); e dopo la morte di Domiziano (che negli atti ufficiali aveva Come tale, quasi come un'apposizione all'esecrazione, è stata storicamente
arrogantemente preteso di essere qualificato come Dominus ac deus noster; cf. Sve- compresa per esempio dal Concilio di Toledo del 733, di cui un canone, contro chi
tonio, Dom. 13) il poeta Marziale scriverà con sollievo nei confronti del più umile si fosse opposto a quegli statuti, così minaccia: "Qui contra nane definitionem prae-
successore Nerva: "Non dirò più «Nostro dio e signore» (...) Qui non c'è un Si- sumpserit, anathema maranatha, hoc est perditio in adventu domini sit" (citato in
gnore, ma solo un imperatore" (Epigr. 10,72,3.8). P.-E. Langevin, Jesus Seigneuret l'eschatologie, p. 204). Vedi anche sopra: nota 139.
62 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME GESÙ CRISTO E LO SPIRITO SANTO 63

la " e s u l t a n z a " segnalata in At 2,46 come caratteristica delle prime ce così sostituita nei LXX: e di pietà]; si compiacerà del timore di Yhwh.
celebrazioni liturgiche. (...) Giudicherà con giustizia i miseri (...). Colpirà il violento con la verga
In ogni caso, che non si tratti di una semplice fuga in avanti ri- della sua bocca e con lo Spirito delle sue labbra ucciderà l'empio". Que-
sulta proprio dalla qualifica di "Signore nostro". Già oggi la co- sto passo, che ha dei paralleli nel testamento di Davide in 2Sam 23,1-7,
munità confessa che Gesù è suo Signore a pieno titolo; e l'invoca- dipinge il re davidico dotato in pienezza di una potenza divina, che gli
permette un governo totalmente giusto dalle caratteristiche persino
zione della sua venuta (ultima) non deve nascondere il fatto che
paradisiache 165 . Il passo eserciterà uno straordinario influsso sulla suc-
i cristiani nel loro insieme vivono fin d ' o r a una speciale comunio- cessiva tradizione giudaica (a livello di messianologia) e anche su quella
ne con lui. T u t t ' a l più la chiesa confessa in questo m o d o la pro- cristiana (a livello di cristologia) 166 .
pria certezza di essere, anche al m o m e n t o del giudizio escatologi- Ne troviamo gli echi in Ps. Sai. 17,37 ("Dio lo ha reso forte con uno
co, al riparo da ogni sentenza condannatoria, poiché il suo Signo- spirito santo" [ó 0eò<; xaxeipyàaaxo aùxòv Suvaxòv èv 7rv£U{jLaxi àyito],
re garantisce per lei 164 . e contesto); 18,7 ("Beati coloro che vivranno in quei giorni... sotto il
bastone della correzione dell'Unto del Signore nel timore del suo Dio,
con ammaestramento di spirito e di giustizia e di forza"); lEn. 49,3 ("In
4. Gesù Cristo e lo Spirito Santo lui alberga lo spirito di sapienza e lo spirito che rende intelligenti, lo
spirito di dottrina e di forza, lo spirito di coloro che dormono nella giu-
stizia. Ed egli giudica le cose nascoste..."); 62,2 ("E il Signore degli
Un capitolo a parte della cristologia giudeo-cristiana, e di un certo spiriti stava sul trono della sua Gloria e lo spirito di giustizia scorreva
rilievo, è sicuramente quello che riguarda il nesso tra la persona su di Lui e la parola della sua bocca uccideva tutti i peccatori e tutti
di Gesù e lo Spirito Santo. Per la verità, è difficile a questo p r o p o - i perversi"); Test. Lev. 18,7 ("La gloria dell'Altissimo sarà pronuncia-
sito rifarsi a un preciso tipo di fonti, poiché se ne parla un p o ' in ta sopra di lui e lo spirito di intelligenza e di santità riposerà su di lui
tutti gli scritti del Nuovo Testamento. La difficoltà concerne la pos- [sull'acqua]"); Test. Jud. 24,2.5-6; lQSb 5,24s ("Con lo spirito delle
sibilità di determinare cronologicamente l'arcaicità palestinese della tue labbra ucciderai gli empi [...] e con la forza eterna, con lo spirito
loro stesura o almeno delle loro concezioni in materia. Ciò che c'in- della conoscenza e del timore di Dio"); HQMelch 2,18 ("E il messag-
teressa infatti non è il tema in quanto tale; esso, per esempio, rice- gero è l'unto dello spirito..."; qui il richiamo è piuttosto a Is 61,1, ma
verà in Paolo degli sviluppi peculiari e interessanti: m a a p p u n t o forse si potrebbe già considerare questo passo come una rilettura di Is
11,1-4). Da parte sua il Targum tradurrà parafrasando così Is 11,1: "E
di sviluppi si tratta. La cosa importante invece è di stabilire quali
un re uscirà dai figli di lesse, e il Messia sarà esaltato dai figli dei suoi
sono gli elementi pre-paolini, proto-cristiani e possibilmente già pa- figli" 167 .
lestinesi di questo specifico tema.
Una particolare dotazione pneumatica, ma non di tipo messianico,
U n a cosa è certa: nella tradizione giudaica di sfondo (biblica ed è testimoniata a Qumràn a proposito dell'autore degli Inni, il Maestro
extrabiblica) la dotazione pneumatica del Messia è ben documen- di giustizia. Così leggiamo per esempio in 1QH 12,11-13: " E io, l'Istrut-
tata, e qui ne offriamo i dati principali. tore, ti ho conosciuto, mio Dio, per lo spirito che mi hai dato, ho ascol-
tato fedelmente il tuo segreto meraviglioso grazie al tuo santo spirito"
A parte l'affermazione di ISam 16,13, secondo cui dopo la sua un- (trad. C. Martone; vedi anche 1QH 7,6; 9,32; 13,19; 14,25; 16,11; 17,17).
zione "lo Spirito di Yhwh entrò in Davide da quel giorno in poi", il Ma questa mah termina esclusivamente nella persona dell'orante e non
testo più importante a questo riguardo nei libri canonici è sicuramente si fa promotrice di alcun intervento né giudiziale né salvifico al di fuori
Is 11,1-4: "Un germoglio nascerà dal tronco di Isai, un virgulto germo-
glierà dalle sue radici. Su di lui riposerà lo Spirito \rùah\ di Yhwh, Spi-
rito di sapienza e d'intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spiri- 165 vedi per esempio L. Alonso Schòkel e J.L. Sicre Diaz, IProfeti, Boria, Ro-
to di conoscenza e di timore di Yhwh [questa sesta caratteristica è inve- ma 1984, pp. 182-185.
166
Vedi M.-A. Chevallier, L'Esprit et le Messie dans le Bas-Judaisme et le Nou-
veau Testament, PUF, Paris 1958, e R. Penna, Lo Spirito di Cristo, pp. 59-144.
164 167
È su questa linea che andrà letta la rassicurante affermazione di Paolo, se- Nel Nuovo Testamento se ne trovano numerosi echi: del v. 1 (in Mt 2,23;
condo cui alla parusìa "andremo incontro al Signore nell'aria, e così saremo sem- Eb 7,14; Ap 5,5), del v. 2 (in Mt 3,16; Gv 1,32; Ef 1,17; lPt 4,14; Ap 1,4), e del
pre con il Signore" (lTs 4,17). Più ampi sviluppi alle pp. 154-156. v. 4 (in 2Ts 2,8; Ap 19,15.21).
64 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME GESÙ CRISTO E LO SPIRITO SANTO 65
di lui, il quale appare quindi come esponente di una spiritualità propria Spettò alla riflessione cristologica della prima comunità giudeo-
di tutta la comunità che si considera erede dello Spirito escatologico di
Dio168. cristiana operare finalmente un nesso esplicito tra Gesù e lo Spiri-
to. Ciò avvenne in rapporto a tre momenti dell'esistenza di Gesù.
Se da questi ambiti passiamo alla figura storica di Gesù, stando
ai Sinottici, sorprende constatare che egli non si richiama mai allo
Spirito di Dio né per fondare il suo comportamento né per conva- 4A La risurrezione
lidare le sue parole. Infatti nel loghion della fonte Q Le 11,20 /
Mt 12,28, la versione lucana ("Se io scaccio i demoni con il dito Il primo e più certo concerne la sua risurrezione. Infatti nell'ar-
di Dio...") ha tutti i titoli per essere considerata quella originale caica confessione di fede riportata in Rm l,3b-4a si dichiara che
rispetto alla variante matteana "con lo Spirito di Dio" 169 . Più si- Gesù "fu costituito figlio di Dio in potenza secondo lo Spirito di
gnificativo è il loghion circa il peccato contro lo Spirito Santo (cf. santità dalla risurrezione dei morti" (cf. voi. I, pp. 201-208). L'e-
Me 3,28 parr.: il contesto è la controversia su Beelzebul), che di spressione "Spirito di santità", unica nel suo genere in tutto il Nuo-
fatto va spiegato come un peccato contro Gesù stesso, in quanto vo Testamento, è, tra altri, un indizio chiaro di pre-redazionalità,
lo si accusa di essere guidato da uno "spirito impuro" invece che che ci riporta a un linguaggio palestinese. Infatti, la sua formula-
dallo Spirito di Dio (vedi i Commenti); il detto suppone comun- zione greca (uveGu,a àyicaauvr)?) trova un parallelo letterale nell'apo-
que in Gesù la coscienza di una specialissima dotazione pneumati- crifo Test. Lev. 18,11 ("Darà da mangiare dell'albero della vita
ca, anche se questa non viene propriamente tematizzata. Del re- ai santi e su di essi starà lo spirito di santità"), ma è un semplice
sto, la non infrequente definizione di Gesù come "profeta" nelle calco dell'ebraico ruah haqqódes che è testimoniato sia nel TM (cf.
narrazioni evangeliche (cf. Me 6,4.15; 8,28; Mt 21,11; Le 4,18; 7,16; Is 63,10.11; Sai 51,13) sia a Qumran (cf. 1QS 9,3; 1QH 16,3; 17,26;
24,19; Gv 6,14; 7,40) esprime la persuasione delle prime comunità CD 2,12), e significa semplicemente "Spirito santo". L'afferma-
sul fatto che in Gesù "Dio ha visitato il suo popolo" (Le 7,16)170. zione di Rm l,4a può essere letta a un doppio livello, a seconda
Se le redazioni evangeliche hanno rispettato la sostanziale reti- che si vincola lo Spirito con due diversi elementi della frase: (1)
cenza di Gesù in materia, ciò è avvenuto per due motivi fondamen- un primo vincolo può essere visto in una connessione sintattica di
tali: (1) Gesù nella sua vita terrena non si è dimostrato quel Messia questo tipo: "Fu costituito...secondo (xoc-cà) lo Spirito Santo"; in
potente atteso dalla tradizione giudaica, secondo cui appunto lo questo caso, il nesso inteso è quello che corre tra l'atto divino del-
Spirito è una dotazione di forza irresistibile; non per nulla egli è la risurrezione di Gesù e lo Spirito, come a dire che quell'evento
condotto nel deserto dallo Spirito (cf. Me 1,12 parr.) solo per su- è riconducibile soltanto allo Spirito di Dio171 (analogamente a ciò
perare delle tentazioni che avrebbero voluto persuaderlo a esibi- che dirà Paolo in Rm 6,4: "Cristo fu risuscitato dai morti median-
zioni di potenza; (2) la chiesa primitiva sa che la connessione di te [Sta] la gloria del Padre"; cf. 2Cor 13,4: "egli vive per [ex] la
Gesù con lo Spirito è un dato pasquale, e nessuno come Gv 7,39 potenza di Dio"); ciò che balza in primo piano è la dimensione
lo dichiarerà tanto apertamente: "Lo Spirito non era ancora stato teo-logica dell'evento 172 . (2) Ancor più evidente è un altro vinco-
dato, poiché Gesù non era ancora glorificato". lo, quello che connette lo Spirito santo con il Risorto stesso. Infat-

168
Cf. A.E. Sekki, The Meaning of Ruah at Qumran, SBL DS 110, Scholars, 171
Sullo sfondo allora si potrebbero vedere almeno due testi veterotestamenta-
Atlanta 1989. ri, che connettono l'azione dello Spirito con due momenti decisivi e fondamentali:
169
Oltre ai Commenti, cf. C.K. Barrett, The Holy Spirit and the Gospel Tradi- la creazione del mondo (cf. Sai 104,30; Gen 1,2) e la ri-creazione di Israele dopo
tion, SPCK, London 1966 (U947), pp. 62-63. l'esilio (cf. Ez 37: visione delle ossa aride; cf. v. 14: "Farò entrare in voi il mio
170
A questo proposito occorre non maggiorare la portata di quei testi giudaici spirito e rivivrete").
che sembrano affermare l'estinzione dello Spirito Santo in Israele dopo la morte 172
Vedi anche Ap 11,11 : "Dopo tre giorni e mezzo, un soffio di vita proceden-
di Aggeo, Zaccaria e Malachia (cf. soprattutto t.Sota 13,2-4; e poi Sai 74,9; IMac te da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi". In questo senso si può ricordare la
4,46; 9,27; 14,41; 2Bar 85,3; FI. Giuseppe, C. Ap. 1,37-41); vedi in merito J.R. preghiera liturgica ebraica delle Diciotto Benedizioni, di cui la prima suona così:
Levison, Did the Spirit Withdraw from Israel? An Evaluation of the Earliest Je- "Sii tu benedetto, YHWH, che vivifichi i morti" (accostabile a un testo come Rm
wish Data, NTS 43 (1997) 35-57. 4,17: "Dio vivifica i morti e chiama all'esistenza le cose che non esistono").
66 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME GESÙ CRISTO E LO SPIRITO SANTO 67

ti il complemento modale (parallelo al precedente del v. 3b: "Nato ti e tre i Sinottici (e affermato dal quarto evangelista in Gv 1,32-34)
dal seme di Davide secondo la carne") concerne primariamente la depone certamente a favore dell'arcaicità del racconto, tenuto conto
figura stessa di Gesù e in particolare connota la sua nuova condi- anche del fatto che "il cristianesimo primitivo si inscrive fonda-
zione di "figlio potente". Proprio come si dice in Ps. Sai. 17,37 mentalmente nel campo dei movimenti battistici giudaici" 175 . Il
(cf. sopra), lo Spirito Santo è ciò che rende potente il Risorto; o dato storico del battesimo di Gesù, per molti versi risultante
meglio: tutta la nuova potenza del Risorto consiste essenzialmente problematico 176 , non poteva non originare una specifica riflessio-
nello Spirito Santo. Questa prospettiva è gravida di conseguenze ne da parte della prima comunità giudeo-cristiana. Ne è segno elo-
cristo-soteriologiche. Ciò significa non solo che Gesù ora è stato quente lo scenario che segue il fatto essenziale dell'immersione nel-
investito dallo Spirito così da essere innalzato a un nuovo tipo di l'acqua, composto da: la visione dei cieli aperti, la simbologia del-
esistenza, ma pure che egli ora dispone personalmente dello Spiri- lo Spirito che scende come colomba, e la frase pronunciata da una
to, che lo rende in grado di intervenire costantemente per il bene voce proveniente dall'alto. Senza addentrarci qui nei dettagli del
(cioè la santità) dei suoi discepoli. È possibile, invece, che l'affer- racconto teofanico (tutti d'impronta fortemente giudaica), possia-
mazione secondo cui Gesù dona lo Spirito stesso si fondi su di una mo fare sostanzialmente nostra la proposta, secondo cui è possibi-
successiva fase di riflessione. Su questa linea infatti si spiega la frase le scorgere in questa teofania un tentativo ermeneutico, di conio
di Pietro nel discorso di Pentecoste: "(Gesù) innalzato dalla de- antico, per spiegare non tanto il rito in se stesso quanto piuttosto
stra di Dio 173 , e ricevuto dal Padre lo Spirito Santo della promes- l'identità di Gesù177. Infatti, "il suo forte contenuto cristologico
sa, lo ha effuso come voi vedete e udite" (At 2,33; cf. 1,4). Non compensa nella mente dei lettori la sconcertante umiliazione del
si può dire che questa formulazione sia stata coniata al momento battesimo" 178 . In ogni caso, dire che lo Spirito scese su Gesù si-
dei fatti, ma l'idea ivi espressa sviluppa semplicemente una conce- gnifica affermare che egli è stato chiamato e inviato da Dio come
zione tipica già della primitiva comunità giudeo-cristiana. Se la po- suo figlio e suo servo dalle particolari connotazioni profetiche (che
tenza del Risorto consiste tutta nella sua nuova dotazione pneu- Le 4,16-30 espliciterà chiaramente).
matica, se ne poteva dedurre logicamente che il suo stesso dono
pasquale, che egli era stato messo in condizione di comunicare, fosse
anch'esso di tipo pneumatico 174 . 175
K. Berger, Theologiegeschichte des Urchhstentums, p. 106.
176
II problema posto dal battesimo di Gesù consiste, da una parte, nel fatto che
egli vi si sottopone benché non sia un peccatore bisognoso di conversione, e, dal-
l'altra, nel fatto che egli è il Messia, "il più forte" (Me 3,11; cf. Gv 1,15), che cio-
4.2 II Battesimo al Giordano nonostante si confonde anonimamente tra la gente accorsa da Giovanni. Il proble-
ma è percepito esplicitamente da Mt 3,14-15 e dall'apocrifo Vangelo secondo gli
L'attenzione si sposta poi al battesimo, avvenuto al Giordano Ebrei (in Gerolamo, C. Pel. 3,2: alla madre e ai suoi fratelli che gli dicono di anda-
re da Giovanni che "battezza per la remissione dei peccati", Gesù ribatte in modo
per mano di Giovanni Battista. Il fatto che esso sia narrato da tut- un po' sibillino: "Che peccati ho fatto io, per andare a farmi battezzare da lui?
A meno che proprio ciò che ho detto sia frutto di ignoranza"). Persino il quarto
vangelo ha voluto togliersi dall'imbarazzo tralasciando addirittura la narrazione
173
Questa traduzione è preferibile a quella che dice "Innalzato alla destra di del battesimo e limitandosi a una generica dichiarazione del Battista sul dono dello
Dio" (CEI, Haenchen, Conzelmann, Schneider, Pesch); infatti il complemento TTJ Spirito a Gesù (cf. Gv 1,32-34). Altrettanto problematico è il fatto che Gesù duran-
8egi? xoG 0eoG si intende al meglio come strumentale (cf. At 2,32 e 5,31; così anche te il suo ministero non battezza (probabilmente egli appartenne al movimento bat-
BJ, Stàhlin, Wikenhauser, Barre») sulla falsariga di Sai 118,15b-18 LXX: "La de- tista di Giovanni, dal quale poi si staccò; cf. C.H. Dodd, Historical Tradition in
stra del Signore ha compiuto una meraviglia, la destra del Signore mi ha innalza- theFourth Gospel, University Press, Cambridge 1963, pp. 251-301) e che nella sua
t o " (cf. la metafora del braccio teso in Es 6,6; Dt 4,34). vita terrena non c'è alcun loghion che raccomandi ai suoi discepoli di amministrare
174
È anche per questo che R. Pesch, Die Apostelgeschichte (Apg 1-12), I, il battesimo.
177
EKKV/1, Zùrich-Einsiedeln 1986, scorge nel discorso di Pietro a Pentecoste la cri- Vedi F. Lentzen-Deis, Die Taufe Jesu nach den Synoptikern. Literarkritische
stologia più antica (cf. pp. 126-128). Del resto, tutta la pneumatologia degli Atti und gattungsgechichtliche Untersuchungen, Knecht, Frankfurt a.M. 1970.
178
è di tipo pre-paolino; infatti lo Spirito vi è presentato non tanto come un principio S. Legasse, Alle origini del battesimo. Fondamenti biblici del rito cristiano,
interiore di vita nuova quanto piuttosto come una forza propulsiva che spinge e San Paolo, Cinisello Balsamo 1994, p. 63. In sintesi, sui problemi posti dall'origi-
sostiene nei compiti della testimonianza, della predicazione, e della missione (cf. ne storica e dai significati propri del battesimo, cf. L. Hartman, Baptism, in ABD
J.H.E. Hull, The Holy Spirit in the Acts of the Apostles, Lutterworth, London 1967). 1, pp. 583-594.
68 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME GESÙ CRISTO E LO SPIRITO SANTO 69

4.3 // concepimento comunque sempre di un intercorso carnale, quindi propriamente


di un concepimento non verginale. I due testi evangelici invece in-
Con un passo ulteriore si giunge a connettere l'intervento dello tendono proprio questo. Il testo più forte è quello di Le 1,35 dove
Spirito Santo con il concepimento stesso di Gesù. I testi in propo- si leggono due frasi in parallelismo sinonimico: "Lo Spirito Santo
sito sono solo due: Mt 1,20 e Le 1,35179. Anche se recano i segni verrà (è7reXeuarixai) su di te e la potenza dell'Altissimo ti adombre-
di una redazione propria di ciascuno dei due evangelisti (quindi tar- rà (Ì7cicjxtà<jei)". È evidente anzitutto la corrispondenza tra Spirito
divi), non si può dubitare che essi raccolgano una tradizione pre- e dynamis, come del resto si nota spesso anche altrove (cf. Le 4,14;
redazionale che in ultima analisi è di tipo giudeo-cristiano. Oltre At 1,8; 6,8.10; 10,38; Rm l,4a; 15,13.18; ICor 2,4; 5,4; lTs 1,5;
tutto il resto, la menzione stessa dello Spirito ci porta in questa 2Tm 1,7). Quanto ai due verbi, il primo richiama un testo come
direzione. Essa distanzia il caso-Gesù sia dai racconti di concepi- Is 32,15 LXX ("Verrà su di noi uno Spirito dall'alto"), dove si
mento straordinario propri della tradizione biblica, dove si tratta parla della trasformazione escatologica del deserto in un giardino;
sempre di donne sterili (di cui si suppone comunque che siano fe- il secondo invece richiama l'idea biblica della nube che, come me-
condate dal marito; cf. Sara, madre di Isacco; la moglie di Ma- tafora della presenza di Dio, riempiva la Tenda del Convegno du-
noach, madre di Sansone; Anna, madre di Samuele; ed anche Eli- rante l'esodo nel deserto (cf. Es 40,35: "La nube dimorava [TM:
sabetta, madre di Giovanni), sia dai parallelismi con le storie di Mkan\ LXX: Ì7teaxtaCev] su di essa e la gloria del Signore riempiva
concepimenti avvenuti per l'unione di un dio con una donna mor- la Dimora"). Anche se il testo suggerisce una interessante mario-
tale, presenti nella mitologia greca (cf. per esempio Perseo, Era- logia, va precisato che il suo intento primario è di sottolineare non
cle, Asclepio, i Dioscuri), oltre che in alcune notizie su determinati tanto la grandezza della madre quanto quella del figlio suo: "Co-
personaggi storici (come Alessandro Magno e Ottaviano Augu- lui che nascerà santo sarà chiamato Figlio di Dio" (Le l,35b)182.
sto)180. In tutti questi casi non si parla mai di un intervento dello Risulta comunque chiaro che la pneumatologia ha già le sue ra-
Spirito. Né fa eccezione la notizia fornitaci da Plutarco, secondo dici nel giudeo-cristianesimo palestinese, e che un suo settore spe-
cui "gli egizi fanno una distinzione, comunemente accettata, se- cifico, forse il più antico a livello di attestazione, riguarda proprio
condo la quale non è impossibile che lo spirito di un dio (7cveGfxa il rapporto dello Spirito con la persona di Gesù. Se la prima comu-
GeoG) avvicini una donna e deponga in lei i germi di una generazio- nità considerava il Gesù terreno passivamente condotto dalla for-
ne, mentre è impossibile l'unione e il rapporto carnale di un uomo za dello Spirito, alla maniera degli antichi profeti, essa ora vede
con una dea"181. Come si vede, sia qui sia nei casi suddetti si tratta in lui come Risorto il depositario messianico e quindi il dispensa-
tore attivo del medesimo. Quest'ultimo aspetto però non è svilup-
179
pato; spetterà soprattutto a Paolo, e poi a Giovanni, enuclearne
Oltre i commenti, vedi in proposito R.E. Brown, La nascita del Messia se- tutte le virtualità183.
condo Matteo e Luca,Cittadella, Assisi 1981 (orig. ingl., New York 1977, 21993),
rispettivamente pp. 173-181 e pp. 417-424; R. Laurentin, Les évangiles de l'Enfan-
cedu Christ, Desclée, Paris 1982 (trad. ital., Paoline, Cinisello Balsamo 1985), ri-
spettivamente pp. 321-323 e pp. 189-194, con una sintesi alle pp. 470-505. (al pari di Licurgo e di altri sovrani legislatori), "dovendo muovere moltitudini im-
180
Per Alessandro, cf. Plutarco, Vit. Alex. 2-3 (qui però si registrano racconti petuose e restie a introdurre grandi innovazioni nei loro Stati, finsero di godere
diversi, riguardanti non solo il concepimento [secondo alcuni la madre Olimpiade della stima di Dio" (come a dire che il racconto dell'unione con Egeria era solo
sarebbe rimasta incinta da un fulmine o da un serpente], ma anche sull'atteggia- un «instrumentum regni»)!
mento di Olimpiade verso il figlio [secondo alcuni scrittori essa avrebbe confidato 182
Cf. S. Zedda, "Colui che nascerà santo sarà chiamato Figlio di Dio". I. Breve
ad Alessandro il segreto del suo concepimento, mentre secondo altri essa ripudiava storia dell'esegesi recente, RivBibl 33 (1985) 29-43; //. Questioni sintattiche ed ese-
tutte queste credenze!]). Per Augusto, cf. Svetonio, Aug. 94,3-5 (secondo cui la gesi, ib. 165-189.
madre Atia sarebbe stata messa incinta da Apollo durante una notte passata da 183
lei nel tempio del dio). Dei due tipi di formula, che F.W. Horn, Dos Angeld des Geistes, pp. 62-65,
181 considera più tipiche per esprimere la partecipazione allo Spirito (cioè: "Dio ci ha
Vit. Num. 4; l'affermazione è fatta per sottolineare l'eccezionalità di Numa, dato lo Spirito" [At 5,32; 15,8; Rm 5,5; 11,8; 2Cor 1,22; 5,5; lTs 4,8; 2Tm 1,7;
secondo re di Roma, il quale al contrario, pur essendo un mortale, si unì a una lGv 3,24; 4,13] e "Voi avete ricevuto lo Spirito" [Gv 7,39; 14,17; 20,22; At 2,33.38;
dea, la ninfa Egeria, da cui trasse anche ispirazione per stendere la legislazione fon- 8,15.17.19; 10,47; 19,23; Rm 8,15; ICor 2,12; 2Cor 11,4; Gal 3,2.14; lGv 2,27]),
damentale per la città. Tuttavia, è interessante osservare che poco dopo lo stesso la prima è da considerarsi più antica dell'epistolario paolino, forse anche perché
Plutarco accetta come possibile una ipotesi per così dire 'laica', secondo cui Numa non fa alcun riferimento a una mediazione cristologica nel dono.
70 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME IL TEMPIO E LA LEGGE 71

5. II Tempio e la Legge icasticamente nell'annotazione sinottica (di timbro giudeo-cristiano)


secondo cui alla morte di Gesù "il velo del Tempio si squarciò in
Verso due delle componenti fondamentali del giudaismo la pri- mezzo da cima a fondo" (Me 15,38//): è come dire che Dio ormai
ma generazione cristiana adottò atteggiamenti diversi. non è più là, ma sulla croce189. Vi si legge una soteriologia impli-
cita, che comporta evidentemente anche un giudizio su Gesù e sul-
la sua funzione salvifica. Anche se questo collegamento con il Tem-
5.1 // Tempio pio troverà poi solo in Eb la sua massima esplicitazione cristologi-
ca, l'indicazione non va trascurata a motivo della direzione in cui
A seguito della critica pur parziale già condotta da Gesù, la pri- essa è già decisamente orientata.
ma comunità di Gerusalemme prese le distanze dalle liturgie sacri-
ficali del Tempio, apparendo in ciò piuttosto vicina agli esseni e
ai battisti. Il Tempio resta luogo di preghiera (cf. At 2,46; 3,1)184 5.2 La Legge
e tutt'al più luogo deputato per lo scioglimento di un voto (cf.
At 21,26). Ma per Stefano e il suo gruppo è fatto oggetto di forte Ma è soprattutto nel settore della Legge che si gioca maggior-
critica (cf. At 6,13; 7). Ormai "per le comunità primitive Tem- mente la comprensione del ruolo di Gesù e la sorte del vincolo che
pio e sinagoga erano soprattutto luoghi di predicazione e di lega la chiesa a Israele, poiché ancor più del Tempio essa sta nel
missione"185, tant'è vero che il momento forte dell'espressione re- cuore della rivelazione di Dio al suo popolo. Ebbene, detto subito
ligiosa avviene con "lo spezzare il pane nelle varie case" (At in termini generali, i primi cristiani vogliono evitare due opposti
2,46.42), in ambito familiare, dove si raduna l'assemblea cristiana poli di una falsa cristologia: da una parte, sganciare Gesù e se stes-
(cf. Fm 2)186. Questo superamento del concetto di luogo sacro, de- si dalla matrice giudaica e, dall'altra, nascondere lo scarto provo-
putato ai riti di espiazione, raggiungerà il suo culmine in Paolo, cato dalla sua figura e dalla propria fede. Ora, le più antiche fonti
che definirà sorprendentemente la comunità stessa "tempio di Dio" giudeo-cristiane non tematizzano l'argomento; anzi, esse offrono
(ICor 3,16-17), e nel Quarto Vangelo, che dichiarerà decaduto ogni indizi di una varietà di posizioni anche contrastanti. Così, per esem-
luogo di culto (cf. Gv 4,20-24) identificandolo ormai nel corpo di pio, mentre la fonte Q non presenta una vera valutazione negativa
Cristo (cf. 2,21)187. Ma il primo passo di questo cammino venne della Legge190, ancora una volta Stefano e il suo gruppo sono in-
intrapreso già dalla comunità di Gerusalemme188, ed è espresso vece piuttosto critici (cf. At 6,13-14)191; da parte sua, Mt sottoli-

gerosolimitano a quello della chiesa. Qualcosa di analogo avveniva già nella co-
184
In questo senso va anche la notizia di Eusebio, H.E. 2,23,6, secondo cui so- scienza degli uomini di Qumràn, come si legge per esempio in 1QS 8,7-10 (cf. G.
lo a Giacomo era permesso di entrare nel Santuario e là stava "in ginocchio a im- Gàrtner, The Tempie and Community in Qumran and the New Testament, SNTS
plorare perdono per il popolo, al punto che le ginocchia gli si erano fatte dure co- MS 1, University Press, Cambridge 1965).
189
me quelle di un cammello per il continuo prosternarsi a Dio in adorazione e chiede- Cf. C. Perrot, Jesus, Christ et Seigneur, p. 165. Vedi anche l'ottimo com-
re perdono". Comunque queste notizie, che sanno di agiografia popolare, manca- mento di S. Legasse, L'évangile de Marc, II, LD Commentaires 5, Cerf, Paris 1997,
no nel passo in cui FI. Giuseppe, Ant. 20,197-203, ci parla di lui e della sua morte. pp. 976-979.
185 190
F. Hahn, // servizio liturgico nel cristianesimo primitivo, SB 20, Paideia, Bre- Lo si vede in Le 16,16.17/Mt 11,12; 5,18. A questo proposito già S. Schulz,
scia 1972 (orig. ted., Stuttgart 1970), p. 47. Q, pp. 114-116 e 261-264, commentava il doppio loghion nel senso che tra il tempo
186 vedi in merito H.-J. Klauck, Hausgemeinde und Hauskirche imfruhen Chri- della Legge e il tempo del Regno non c'è alternativa ma solo successione in quanto,
stentum, SBS 103, Katholisches Bibelwerk, Stuttgart 1981. se nel tempo della Legge e dei Profeti il Regno non era una presenza di salvezza,
187
Questo atteggiamento negativo verso il Tempio e i suoi sacrifici proseguirà ora però nel tempo del Regno la Legge e i Profeti continuano il loro ruolo. Sulla
non solo in ambito anti-giudaico (cf. Ep. Barn. 2,6: "Dio ha abolito tutti questi stessa linea ora vedi anche W.R.G. Loader, Jesus' Attitude towards the Law. A
[sacrifici]"), ma anche nella tradizione giudeo-cristiana (cf. Ps.-Clemente, Ricogn. Study ofthe Gospels, WUNT 2.97, Mohr, Tubingen 1997, pp. 390-431.
1,64: "Noi sappiamo con certezza che Dio è esasperato per i sacrifici che voi offri- 191
Per quanto il racconto di At 6-7 sia segnato dalla redazione lucana (enfatiz-
te, e tanto più ora che è finito il tempo dei sacrifici"; in 1,55 ai sacrifici viene con- zata da S. Legasse, Stephanos. Histoire et discours d'Etienne dans les Actes des
trapposto il battesimo). Apótres, LD 147, Cerf, Paris 1991), non si può negare che Luca sia stato vincolato
188
Cf. C. Grappe, D'un Tempie à l'autre. Pierre et l'Église primitive de Jéru- da determinate tradizioni in materia (cf. C.K. Barrett, Acts, p. 321, e C. Perrot,
salem, EHPR 71, PUF, Paris 1992, che studia appunto il passaggio dal Tempio Jesus, Christ et Seigneur, p. 101 nota 1).
BÓÉÉÉ

72 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME IL TEMPIO E LA LEGGE 73

nea esplicitamente il valore positivo della Legge fin nei suoi detta- lemme, di cui è emanazione, resta fermamente ancorata a una spi-
gli (cf. Mt 5,17-19). Certo è che, se dobbiamo retroproiettare alla ritualità della Legge. Il suo testo è comprensibile sulla base di Lv
prima generazione il posteriore giudizio espresso dagli Ebioniti, 17-18 (che si rivolge sia agli israeliti sia ai gherim o "stranieri" che
dobbiamo credere che i giudeo-cristiani "consideravano indispen- vivono con loro) e in particolare del suo Targùm (che ne precisa
sabile la stretta osservanza della legge mosaica, poiché credevano e attualizza il contenuto)195. Esso in sostanza vuole applicare sia
che la sola fede in Cristo e la vita ad essa conforme non sarebbero ai giudeo-cristiani sia ai cristiani di provenienza gentile le stesse re-
bastate a salvarli"192! Del resto, la frequente polemica paolina su gole di purità allo scopo di fare partecipare anche i secondi all'u-
questo punto (cf. tutta la lettera ai Galati) ci informa indirettamente nico popolo di Dio, secondo un modello che sarà poi esplicitato
sulla consistenza e sul peso che il giudeo-cristianesimo nomista della in Ef 2,11-22: "Non siete più estranei né forestieri, ma siete con-
prima ora aveva persino fuori di Gerusalemme. cittadini dei santi e familiari di Dio" (v. 19). Ciò che emerge in
Un apporto alla questione ci può venire anche dal cosiddetto « de- primo piano quindi è una ecclesiologia, che riflette sulla parteci-
creto apostolico», che, rappresentando un compromesso pastora- pazione dei gentili alla 'santità' originaria dei giudeo-cristiani. Ma
le tipicamente giudeo-cristiano (circa la comunione tra cristiani pro- c'è una fondamentale differenza con il giudaismo che ammette nel
venienti dal giudaismo e quelli provenienti dal gentilesimo), può proprio seno dei gentili definiti con la categoria di Proseliti: la lo-
indirettamente gettare luce anche sulle concezioni cristologiche dei ro piena partecipazione alla comunità giudaica è vincolata alla cir-
primi cristiani gerosolimitani, di matrice giudaica. Lasciando da concisione e alla totale osservanza della Torah. Invece qui la liber-
parte alcune questioni di contorno193, se ne possono trarre in bre- tà dalla circoncisione, concessa ai cristiani di origine gentile, rispec-
ve le seguenti conclusioni sulla scorta del più recente studio in chia il fatto decisivo che "la comunione tra i cristiani di origine
materia194. Il decreto dimostra anzitutto che la chiesa di Gerusa- giudaica e quelli di origine gentile non si basava primariamente sul-
l'ideale dell'obbedienza alla Legge, ma sulla confessione di Gesù
192
come Messia del Dio d'Israele"196. Se questo atteggiamento ha un
Eusebio, H.E. 3,27,2; secondo Eusebio, furono già i primi cristiani a imporre risvolto liberale e comporta il notevole vantaggio di non livellare
loro il nome di "ebioniti" (dall'ebraico 'ebyón, "povero, indigente") "poiché ave-
vano idee povere e meschine su Cristo" (ib. 3,27,1). Vedi anche analogamente Ire- le differenze tra le due componenti della comunità cristiana, esso
neo, Adv. haer. 1,26,2 ("si fanno circoncidere e conservano le consuetudini della però dimostra pur sempre l'alta considerazione della Legge da parte
legge e il modo di vivere dei Giudei"); e Origene, C. Cels. 2,1 ("i Giudei che credo-
no in Cristo non hanno affatto abbandonato la patria legge"). Anche gli Elcasaiti
giudeo-cristiana197. Ed è proprio questa seconda componente del-
già in età traianea facevano gran conto della Legge giudaica (cf. L. Cirillo, Eletta- la loro identità che Paolo non accetterà, così come si opporrà a
seli e gli elchasaiti. Un contributo alla storia delle comunità giudeo-cristiane, Mar- Pietro nel cosiddetto incidente di Antiochia (narrato in Gal 2,11-14).
ra, Cosenza 1984, pp. 79-84). Del resto, l'ammonimento di Ignazio, AdMagn. 8,1 Egli infatti intravedeva in un simile comportamento compromis-
("se vogliamo vivere secondo la regola del giudaismo [xaxà VÓJJLOV TouSaiafióv], con-
fessiamo di non aver ricevuto la grazia"), suppone chiaramente che al suo tempo
alcuni settori del cristianesimo su questo punto erano giudaizzanti. Una particola-
re valorizzazione della Legge è testimoniata poi dallo Ps.-Clemente, come si legge
per esempio in Ricogn. 1,35 (dove la Legge data al Sinai è definita "la nuova legge dire che questa è la prima monografia sull'argomento dal 1912; poiché egli si misu-
di vita"); 2,55 ("Fantasticano assurdità contro Dio coloro che non leggono la Leg- ra con le posizioni dei maggiori studiosi in materia, vi si potrà trovare anche tutta
ge come viene trasmessa dai maestri"); cf. L. Cirillo, L'antipaolinismo nelle Pseu- la bibliografia specifica.
195
doclementine, RSB 1 (1989/2) 121-137. Per esempio, Lv 17,7 ("Essi non offriranno più i loro sacrifici ai satiri") di-
193
Esse riguardano la datazione (durante il concilio di Gerusalemme secondo venta in TPsJ: "Essi non offriranno più i loro sacrifici agli idoli, che sono equipa-
At 15,20.29? Oppure dopo, quando ad Antiochia si presenta il problema della co- rabili ai demoni"; e a proposito di Lv 18,17 circa la proibizione di rapporti sessuali
munione di mensa dei giudeo-cristiani con i pagano-cristiani, secondo Gal 2,11-14? con parenti stretti si impiega il termine "prostituzione", aram. zenù (= z'nùtà',
Meglio la seconda possibilità), la redazione (la sequenza delle quattro clausole in ebr. zenùt), a cui corrisponde altrove nei LXX il grecorcopvelapresente nel decreto.
At 15,20 [idoli, impudicizia, soffocato, sangue] è preferibile a quella di At 15,29; Cf. J. Wehnert, Die Reinheit, pp. 209-238.
196
21,25 [idolotiti, sangue, soffocato, impudicizia]), e il successivo impatto (per esempio J. Wehnert, Die Reinheit, p. 250.
197
in Ps.-Clemente, Hom. 7,8,1-2; 8,19,1; Recogn. 4,36,4, l'elenco è allungato a 7-8 Anche se il decreto ha proprio la funzione di evitare l'incomunicabilità tra
clausole). i due gruppi, superando la drastica raccomandazione che si legge per esempio in
194
Cf. J. Wehnert, Die Reinheit des "christlichen Gottesvolkes" aus Juden und Giub. 22,6: "Separati dai pagani, non mangiar con loro, non agir come loro e non
Heiden. Studien zum historischen und theologischen Hintergrund des sogenannten esser loro amico poiché le loro azioni sono impure e tutto il loro modo di vivere
Aposteldekrets, FRLANT 173, Vandenhoeck, Gòttingen 1997: l'Autore ci tiene a è immondo" (trad. L. Fusella)!
74 LA CHIESA GIUDEO-CRISTIANA DI GERUSALEMME CONCLUSIONE 75

sorio un attacco alla purezza dell'evangelo, secondo cui i gentili mente connotato. Infatti: la passione di Gesù ha un valore esem-
vanno accolti senza alcuna condizione, perché Gesù Cristo e la Leg- plare per i suoi discepoli; le sue parole di sapiente normano co-
ge sono alternativi (cf. Gal 2,16.21). Proprio la loro coesistenza, stantemente la loro vita attuale; e la sua risurrezione gli dà la pos-
invece, è caratteristica del giudeo-cristianesimo fin dalle sue origini. sibilità di operare con forza in favore della sua comunità. In parti-
colare la sua qualifica già arcaica di Signore, fondata sulla risurre-
zione (cf. At 2,36 e soprattutto Fil 2,9-11), pone la chiesa in uno
6. Conclusione stretto rapporto di dipendenza e di appartenenza esclusiva nei suoi
confronti.
La prima cristologia giudeo-cristiana, partendo dall'annuncio del- 6.4 In rapporto a Israele, Gesù Cristo è considerato certamente
la risurrezione, si concentra prevalentemente su due momenti con- come Messia e quindi in una dimensione ulteriore sia al Tempio
cernenti la figura di Gesù. sia alla Legge. Ma, se questa concezione rivela una considerazione
6.1 II primo riguarda la sua passata vita storica, all'interno del- altissima della persona e del ruolo soteriologico di Gesù (ma non
la quale si rivela comunque l'identità personale di Gesù. Per quan- è sicuro che si professasse esplicitamente la sua divinità), essa però
to possiamo giudicare dalle fonti, questo livello cristologico pren- coesiste in particolare con una sopravvivente estimazione della Leg-
de forma almeno con la stesura di un racconto della sua passione, ge, che tende a vincolare la giustificazione del peccatore all'osser-
con la raccolta dei suoi detti e anche con la tradizione del suo bat- vanza dei suoi precetti (cf. Ps.-Clemente, Ep. a Giacomo 9: è at-
tesimo, se non anche della sua nascita. Al di fuori di questo mate- traverso le opere dell'amore del prossimo che "voi vi comprate la
riale di ascendenza gesuana, impastato comunque con una rifles- felicità eterna").
sione su Gesù, la cristologia si esprime in modo più autonomo con
la creazione di alcuni titoli cristologici, di cui alcuni hanno anche
un riferimento alla fase gesuana (cf. "servo di Dio", "il giusto e
il santo").
A questo livello, Gesù viene considerato essenzialmente come il
Giusto per eccellenza (cf. il racconto della passione), inserito nella
serie storico-salvifica degli inviati di Dio, dei quali condivide la sorte
drammatica (cf. Q); in particolare, si delinea la figura complessa
di un saggio maestro di vita e di un profeta ultimo della regalità
di Dio (cf. Q). Nel suo accostamento alla personificazione israeli-
tica della Sapienza traspare anche la dimensione profonda di una
sua associazione alla divinità; e in questo senso va pure l'attenzio-
ne alla qualifica di Figlio (di Dio).
6.2 II secondo centro d'interesse è di tipo escatologico e guarda
verso il futuro. Questo livello cristologico si esprime particolarmente
nell'attenzione alla qualifica gesuana di Figlio dell'uomo (cf. Q).
Essa però si sviluppa nella concezione del suo futuro invio dai cieli
come restauratore universale (cf. At 3,19-21). La stessa invocazio-
ne della sua venuta come Signore (cf. il Maranatha) proietta la co-
munità credente verso gli orizzonti ultimi dell'incontro con lui al
momento della parusia.
6.3 Tuttavia, anche il presente della chiesa, tutt'altro che essere
un tempo di assenza, neutro e insignificante, risulta cristologica-
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Z
tungm°mTntarZUm L 8ienquelle
° > Katholisches Bibelwerk, Premesse
All'interno del cristianesimo delle origini Paolo di Tarso, com'è
noto, occupa un posto di primaria importanza. Anzi, dal punto
di vista documentaristico egli è il personaggio più rimarcato, poi-
ché abbiamo di lui una serie di lettere, documenti di prima mano,
in cui egli presenta in prima persona se stesso e il suo pensiero1.
Precisiamo subito che in questo capitolo prendiamo in considera-
zione il pensiero soltanto del cosiddetto Paolo storico, non della
tradizione paolina (a cui riserviamo il capitolo successivo); perciò
la nostra ricerca si limita per ora all'ambito delle sette lettere che
oggi sono comunemente ritenute autentiche: Rm, l-2Cor, Gal, Fil,
lTs, Fm2.
Gli studi globali e autonomi sulla cristologia paolina, anche se
non mancano e qualcuno è meritatamente celebre, tuttavia non sono
molti3. In particolare, il classico volume di Cerfaux si presta ad

1
È appena il caso di ricordare che una fortuna del genere non è toccata nean-
che a Gesù (che noi conosciamo solo per testimonianze altrui; cf. voi. I, cap. I),
per non dire della rimanente letteratura canonica, che ci si presenta o come anoni-
ma (Sinottici-At, Gv, Eb, l-3Gv) o come pseudepigrafica (lettere cattoliche), a parte
l'Apocalisse di Giovanni.
2
Cf. per esempio J. Becker, Paolo l'apostolo dei popoli, presentazione di R.
Penna, "Biblioteca Biblica" 20, Queriniana, Brescia 1996; e soprattutto R.E. Brown,
An Introduction to the New Testament, Doubleday, New York-London 1997, p.
419; da parte sua, J.D.G. Dunn, The Theology of Paul the Apostle, T&T Clark,
Edinburgh 1998, aggiunge anche Col e 2Ts.
3
Ogni "Teologia del NT" ha ovviamente un capitolo su Paolo, all'interno del
quale si tratta anche la sua cristologia; lo stesso si dica per le presentazioni globali
della figura di Paolo stesso. Quanto alle monografie specifiche, vedi soprattutto
quella di L. Cerfaux, // Cristo nella teologia di san Paolo, AVE, Roma 1969 (orig.
frane, Paris 21954); inoltre: S.G. Sinclair, Jesus Christ according to Paul. The
Christologies ofPaul's Undisputed Epistles and the Christology o/Paul, Bibal Press,
Berkeley CA 1988 (pagine 150; un sommario della cristologia di ciascuna delle set-
te lettere autentiche, con un capitolo finale di sintesi); J.B. Reid, Jesus: God'sEmp-
tiness, God's Fullness. The Christology o/Paul, Paulist Press, New York-Mahwah
1990 (pagine 145; impostato su di un confronto tematico tra Col 1,19; 2,9 [pléro-
ma] e Fil 2,5-8 [kénosis]).
90 L'APOSTOLO PAOLO PREMESSE 91

alcune critiche, che sminuiscono in parte la consistenza storica della lo studio stesso della teologia e in specie della cristologia di Paolo
sua ricostruzione4. sarebbe materialmente impossibile se non si operasse un continuo
Ma prima di iniziarne l'esposizione è importante dibattere almeno rimando a contrappunto con la letteratura giudaica, sia con quella
brevemente alcune questioni metodologiche introduttorie. canonica sia con quella extracanonica. Sarà quindi l'esposizione
Una prima questione riguarda l'eredità teologica da lui ricevu- stessa della materia a documentare il debito dell'Apostolo verso
ta. È vero infatti che egli è forse il pensatore più creativo delle ori- questo versante.
gini cristiane5. Tuttavia, gran parte di ciò che costituisce il conte- Una seconda questione potrebbe riguardare un eventuale sviluppo
nuto e l'espressione del suo pensiero egli la deriva da una doppia cristologico all'interno del pensiero paolino. Va subito detto che
matrice: il giudaismo di origine e il cristianesimo a lui anteriore. non è facile ricostruirne uno 7 . È vero, per esempio, che in lTs non
Sul secondo ritorneremo più sotto. Sul primo, che richiederebbe si trovano ancora le cosiddette « formule di missione » di Gal 4,4
una trattazione qui impossibile6, ci accontentiamo di osservare che e Rm 8,3, che presuppongono l'idea di una pre-esistenza. Ma van-
no fatte in proposito due osservazioni. L'una è che la presenza in
4
Egli imposta l'insieme in tre parti, secondo tre temi di fondo che corrisponde-
lTs di alcuni titoli cristologici forti (come "Figlio" in 1,10 e "Si-
rebbero ad altrettanti gruppi di lettere cronologicamente successivi (escluse le Pa- gnore" specie in 1,6 e 5,9), insieme alla formula d'impronta 'mi-
storali): 1. Il Cristo come autore della salvezza (sulla base di l-2Ts e ICor 15: l'e- stica' "in Cristo" (in 2,14; 4,16; 5,18), lascia intuire che Paolo fin
scatologia fondata sulla risurrezione di Gesù); 2. Il dono del Cristo (sulla base di
l-2Cor, Gal, Rm: la soteriologia in quanto imperniata sull'evento della croce e sul- dall'inizio pensava al Cristo in termini molto alti. L'altra osserva-
la partecipazione del cristiano alla vita del Risorto); 3. Il mistero di Cristo (sulla zione è che egli era già fornito di un bagaglio concettuale forte,
base di Fil, Col, Ef: qui l'interesse si concentra sull'identità personale di Cristo, derivante non solo dalla chiesa primitiva (come diremo più sotto),
compresa la sua divinità). Le critiche possibili, oltre al fatto che Cerfaux non mette
a parte 2Ts, Col, Ef come pseudepigrafiche, riguardano soprattutto l'imposizione ma anche dalla sua matrice giudaica in cui era ampiamente svilup-
di uno schema preconcetto, che di fatto non riesce a isolare nei tre momenti tutto pata la speculazione su tutta una serie di intermediari anche
ciò che è ritenuto caratteristico di ciascuno: per esempio, già nel primo ci sono espres-
sioni di tipo "mistico" che starebbero meglio nel secondo o nel terzo (cf. lTs 1,1;
celesti8. D'altronde, come vedremo, già l'inno pre-paolino di Fil
2,14); nel secondo momento, poi, si anticipano delle espressioni cristologicamente 2,6-11 implica la fede nella pre-esistenza di Cristo.
già molto forti (come le formule di missione in Gal 4,4; Rm 8,3); nel terzo, infine,
a parte il fatto che il concetto di "mistero" è inteso in senso ontologico più che
apocalittico (e comunque in Ef ha una valenza piuttosto ecclesiologica), Fil è in in L'apostolo Paolo. Studi di esegesi e teologia, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo
una posizione forzata anche perché l'Autore non ritiene pre-paolino il testo di 2,6-11. 1991, pp. 436-469; C D . Stanley, Paul and the language ofScripture. Citation tech-
Ma ci sarebbe da ridire anche sul fatto che la cristologia è trattata come un dato nique in the Pauline Epistles and contemporary literature, SNTS MS 69, Universi-
oggettivo a prescindere dalla decisiva valenza ermeneutica svolta dall'esperienza per- ty Press, Cambridge 1992; T. Sòding, Heilige Schriftenfùr Israel und die Kirche.
sonale di Paolo sulla strada di Damasco. Die Sicht des "Alten Testamentes" bei Paulus, MTZ 46 [1995] 159-181).
5 7
Senza voler ripetere ciò che scrisse A. Schweitzer, secondo cui "Paolo ha assi- Cf. M. Casey, Chronology and the Development of Pauline Christology, in
curato per sempre nel cristianesimo il diritto di pensare" (Die Mystik des Apostels M.D. Hooker & S.G. Wilson, a cura, Paul and Paulinism. Essays in honour of
Paulus, Mohr, Tùbingen 1930, p. 365), è vero ciò che scrive O. Kuss: "Egli è sem- C.K. Barrett, SPCK, London 1982, pp. 124-134; S. Schulz, Derfrìihe undderspà-
pre 'per strada', sempre pronto ad affrontare nuove situazioni dal centro della sua te Paulus. Uberlegungen zur Entwicklung seiner Theologie und Ethik, TheolZeit
fede, senza alcun modello di appoggio, senza la conferma di un regolamento adat- 41 (1985) 228-236; J.D.G. Dunn, Prolegomena to a Theology ofPaul, NTS 40 (1994)
to alle varie circostanze. Il suo compito è di aprire nuove vie dappertutto, lascian- 407-432 qui 424; H.D. Betz, art. " P a u l " , in ABD 5, pp. 186-201 specie 196-199.
do ad altri le vie normali; naturalmente egli risolve non pochi problemi, ma al con- È sintomatico che U. Schnelle, Wandlungen im paulinischen Denken, SBS 137, Ka-
tempo ne suscita altrettanti" (Paolo. La funzione dell'Apostolo nello sviluppo teo- tholisches Bibelwerk, Stuttgart 1989, tra gli argomenti giudicati in corso di assesta-
logico della Chiesa primitiva, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1974, p. 341). mento in Paolo (cioè: soprattutto escatologia, Legge, Israele, ma pure antropolo-
6
Come bibliografia maggiore, cf. W.D. Davies, Paul and Rabbinic Judaism, gia, etica, missione) non comprenda anche la cristologia. Analogamente S. Kim,
SPCK, London 1958; Id., Paul and the People of Israel, NTS 24 (1977) 4-39; M. The Origin of Paul's Gospel, WUNT 2.4, Mohr, Tùbingen 1981, pp. 100-268, po-
Barth, St. Paul - A Good Jew, Horizons in Biblical Theology 1 (1979) 7-45; G. ne già nell'esperienza di Damasco la concezione di Cristo come "immagine di Dio";
Lùdemann, Paulus und das Judentum, "Theologische Existenz Heute" 215, Kai- anche lo studio di C.C. Newman, Paul's Glory-Christology: Tradition and Rheto-
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211-236; E.P. Sanders, Paolo e il giudaismo palestinese, "Biblioteca teologica" 21, sco l'origine della cristologia paolina, la quale vede in Cristo la rivelazione della
Paideia, Brescia 1986 (orig. ingl., London 1977); Id., Paolo, la legge e il popolo gloria di Dio, cioè "the place where the divine presence of God is (now) to be found"
giudaico, SB 86, Paideia, Brescia 1989 (orig. ingl., Philadelphia 1983). Apparten- (p. 222).
8
gono a questa tematica anche tutti gli studi sull'uso paolino dell'Antico Testamen- Cf. P.G. Davis, Divine Agents, Mediators, and New Testament Christology,
to (cf. per esempio R. Penna, Atteggiamenti di Paolo verso l'Antico Testamento, JTS 45 (1994) 479-503.
92 L'APOSTOLO PAOLO PREMESSE 93

Un'ulteriore questione consiste nel chiedersi se in generale la teo- se questa non è esposta sistematicamente, è comunque presente in
logia (e in particolare la cristologia) di Paolo possa essere studiata modo risolutivo. Spetta appunto a noi allora ricavarla dai testi ed
globalmente per sintesi oppure lo debba essere analiticamente let- enuclearla sinteticamente con precisione.
tera per lettera. In questo secondo senso non mancano vistosi ten- Un'altra questione ancora si fa luce quando ci si chiede se la teo-
tativi recenti9. Essi però partono dal presupposto un po' pessimi- logia di Paolo abbia un suo punto focale, un centro organizzato-
stico, secondo cui nelle lettere il pensiero di Paolo non rivelerebbe re, e quale esso sia12. Una prima soluzione, com'è noto, è quella
alcuna coerenza interna e anzi comporterebbe delle vere contrad- della tesi luterana classica, secondo cui il centro del paolinismo con-
dizioni. Qui occorre fare un'osservazione importante. Se ci confi- sisterebbe nel tema di tipo 'giuridico' della giustificazione per fe-
nassimo alle singole lettere vi troveremmo soltanto una teologia de, interpretato in senso più o meno individualistico (cf. ancora
controversistica, ma non il pensiero globale di Paolo che invece sta R. Bultmann, E. Kàsemann, P. Stuhlmacher)13. Essa però nel no-
alle loro spalle10. In effetti, l'Apostolo nei suoi scritti non tratta stro secolo è stata sottoposta a critica da vari Autori (cf. W. Wre-
mai appositamente a parte la sua cristologia, facendone oggetto de, A. Schweitzer, W.D. Davies, E.P. Sanders), secondo i quali
d'interesse per se stessa. I suoi enunciati su Cristo sono sempre in- al centro della teologia paolina sta piuttosto il tema della parteci-
seriti nel contesto di altri temi, che sono affrontati più diffusamente, pazione 'mistica' alla morte e alla vita di Cristo14. Altri vedono
siano essi di controversia o di semplice istruzione. Persino l'inno il punto decisivo del paolinismo nella chiamata di Paolo a svolgere
di Fil 2,6-11 è posto all'interno di una parenesi e al suo servizio una missione dal carattere universale, volta particolarmente ad an-
(cf. sotto). Risulta perciò evidente che "la cristologia è la premes- nunciare l'evangelo ai Gentili15. C'è anche chi rivendica l'impor-
sa indiscussa e persino ovvia, dalla quale vengono sviluppate altre tanza della dimensione teocentrica16, dimenticando forse che essa
questioni, soprattutto di tipo soteriologico"11. Tuttavia va detto
che, se è pur vero che la cristologia entra nel discorso paolino solo
12
come premessa delle sue argomentazioni, essa però proprio per que- Cf. H.W. Boers, The Foundations ofPaul's Thought: A Methodological In-
vestigation - The Problem of the Coherent Center ofPaul's Thought, StTheol 42
sto rappresenta il fattore fondamentale, costante e ineliminabile (1988) 55-68 (con preferenza per l'antitesi fede-opere); D.G. Reid, Did Paul Have
delle argomentazioni stesse, il loro essenziale punto di riferimen- a Theology? Reconstructing the story that unites the apostle's letters, Christ Today
to. Paolo quindi, anche se non dedica appositamente pagine intere 39 (1995) 18-22; R. Penna, Introduzione al paolinismo, in L'apostolo Paolo. Studi
di esegesi e teologia, Paoline, Cinisello Balsamo 1991, pp. 13-29 qui 21-26; e so-
a trattare di Gesù Cristo in forma diretta, ha evidentemente una prattutto C.A. Davis, The Structure ofPaul's Theology. "The Truth Which Is the
sua cristologia. Se egli parte da Cristo per risolvere le varie que- Gospel", Mellen Biblical Press, Lewiston-Lampeter-Queenston 1995, pp. 1-15.
13
stioni postegli (cf. per esempio ICor 1,18-2,16 circa il problema Vedi per esempio H. Hubner, Pauli Theologiae Proprium, NTS 26 (1980)
445-473; J. Reumann, "Righteousness" in the New Testament, with responses by
delle fazioni a Corinto) o se semplicemente si rifa a lui per spiega- J.A. Fitzmyer - J.D. Quinn, Fortress/Paulist, Philadelphia/New York 1982, pp.
re i tratti tipici dell'identità cristiana (cf. per esempio Rm 3,21 - 41-125. L'impostazione bultmanniana, pur essendo di tipo antropologico ("L'uo-
5,21 circa la giustificazione per fede o Rm 6,1-11 circa la parteci- mo prima della pistis" e "L'uomo sotto \apistis"), rientra di fatto in questa pro-
spettiva.
pazione del cristiano alla morte e risurrezione di Cristo), è segno 14
Vedi particolarmente E.P. Sanders, Paolo e il giudaismo palestinese. Studio
non solo che Gesù Cristo è per lui il dato determinante del discor- comparativo su modelli di religione, BT 21, Paideia, Brescia 1986 (orig. ingl., Lon-
don 1977), specie pp. 595-606. Da parte sua, anche J.C. Beker, Paul the Apostle.
so ma che esiste pure una precisa concezione su di lui. Anche The Triumph ofGod in Life and Thought, T&T Clark, Edinburgh 1980; Id., Re-
casting Pauline Theology. The Coherence-Contingency Scheme as Interpretative Mo-
del, in J.M. Bassler, ed., Pauline Theology, pp. 15-24, condivide fondamentalmente
questa impostazione, ma sottolineando la dimensione apocalittica del pensiero paolino
9
Cf. J.M. Bassler, ed., Pauline Theology -I. Thessalonians, Philippians, Ga- come suo substrato e universo simbolico (che egli preferisce chiamare "coherence"
latians, Philemon, Fortress, Minneapolis 1991; D.M. Hay, ed., Pauline Theology piuttosto che "center"), in quanto con la morte-risurrezione di Cristo è stata inau-
- IL 1 and 2 Corinthians, Fortress, Minneapolis 1993, e il già citato H. Hubner, gurata una nuova età di cui il cristiano è entrato a far parte.
15
Biblische Theologie des Neuen Testaments - 2. Die Theologie des Paulus und ihre Cf. K. Stendahl, Paolo tra ebrei e pagani, e altri saggi, introduzione di P.
neuiestamentliche Wirkungsgeschichte, Gòttingen 1993. Ribet, "Piccola collana moderna" serie teologica 74, Claudiana, Torino 1995, pp.
10 21-45 ("L'apostolo Paolo e la coscienza introspettiva dell'Occidente": orig. ingl.
Cf. J.D.G. Dunn, Prolegomena to the Theology of Paul, pp. 415-423.
11
H. Hubner, Biblische Theologie des Neuen Testaments - 2. Die Theologie des in Harvard Theological Review 66 [1963] 199-215).
16
Paulus und ihre neutestamentliche Wirkungsgeschichte, pp. 324s. Cf. J. Plevnik, The Center of Pauline Theology, CBQ 51 (1989) 461-478.
94 L'APOSTOLO PAOLO PREMESSE 95

era propria già del fariseo Saulo. A mio parere non se ne esce fin- lettere, seguita da Cerfaux, che in proposito legge in esse uno svi-
ché non si scorge proprio in Gesù Cristo il motore propulsore di luppo tematico eccessivo e in parte arbitrario. Anche un'imposta-
tutto il pensiero dell'Apostolo, sia che lo si intenda nel senso onto- zione che privilegi un tema centrale, tale da reggere tutti gli altri,
logico della divinità (cf. la tradizionale posizione cattolica; in spe- sarebbe comandata da una preoccupazione tendenzialmente pre-
cie L. Cerfaux) o in quello funzionale della soteriologia (cf. Me- suntuosa di sintesi dogmatica 20 . D'altronde, sarebbe altrettanto e
lantone e la tradizionale posizione protestante) o ancora in quello inevitabilmente monca, ancorché preziosa, una trattazione per so-
piuttosto kerygmatico dell'annuncio della morte-risurrezione (per li titoli cristologici, poiché questi rappresentano soltanto dei filoni
esempio R. Schnackenburg)17. A ragione Barrett individua comun- settoriali ma non possono racchiudere in sé l'intera concezione Pao-
que nel solus Christus il principio fondamentale del pensiero di lina in materia 21 .
Paolo 18 ; da parte nostra, rimandiamo all'ultimo paragrafo di que- Un'osservazione fondamentale ci permette finalmente di entra-
sto capitolo. Certo è che, senza Gesù Cristo, Paolo non solo non re fin dentro la cristologia di Paolo. Essa riguarda il fatto che l'A-
avrebbe intrapreso la sua impegnativa attività missionaria, ma non postolo non specula in astratto su verità teoriche ed eterne, come
avrebbe neanche ripensato e risistemato il suo patrimonio religioso- potrebbe fare qualche filosofo a tavolino. Egli, infatti, ha davanti
culturale di fariseo osservante. a sé non tanto dei concetti da chiarire, quanto piuttosto una storia
Questa osservazione ci conduce a formulare un'ultima questio- da interpretare, materiata da queste tre componenti di fondo: l'e-
ne. Quale dev'essere il punto di partenza per una esposizione della vento oggettivo della morte-risurrezione di Gesù, la personale espe-
cristologia di Paolo? Secondo quale angolo visuale essa va studia- rienza sulla strada di Damasco e la situazione vissuta delle varie
ta? Noi scartiamo una serie di impostazioni, che riteniamo insuffi- chiese a cui si rivolge. Forse più che mai vale per Paolo l'oltrepas-
cienti e improprie. Così si dica innanzitutto di una impostazione samento di una metafisica disincarnata e l'applicazione del princi-
sistematica, che non solo colloca la cristologia all'interno di una pio secondo cui "l'essere non si dà se non nell'evento" 22 . Non che
cornice di tipo dogmatico ma che tratta la medesima secondo un il suo pensiero si risolva tutto superficialmente in soteriologia, quasi
rigoroso quanto anacronistico sistema catechistico19. Lo stesso va- che non implicasse anche un'ontologia cristologica. Tutt'altro. Però
le per l'impostazione fondata sulla successione cronologica delle egli parte di fatto dall'esistenza storica concreta, e perdipiù sa di
essere personalmente coinvolto nelle tematiche trattate. "Una teo-
logia separata dalla vita di ogni giorno non sarebbe una teologia
17
Giustamente J. Plevnik fa osservare che non bisogna confondere ciò che è di Paolo" 2 3 . Ciò risulta già dal fatto che le nostre fonti del suo
specificamente paolino con ciò che è centrale: così, essendo la giustificazione per
fede l'effetto della morte di Cristo (cf. Rm 3,21-26) e lo scopo della sua risurrezio-
ne (cf. Rm 4,25-26), ne consegue che la morte e risurrezione di Cristo hanno valore
20
primario rispetto alla giustificazione per fede (cf. The Center ofPauline Theology, Questo vale per J. Bonsirven, // vangelo di Paolo, Ed. Paoline, Roma 1963
p. 476). Ma la stessa cosa vale anche per le categorie di tipo partecipativo (come (orig. frane, Paris 1946), imperniato sul concetto di mediazione. Qualcosa di ana-
"essere in Cristo", ecc.). logo, anche se più critico, ha fatto per il tema dell'incarnazione J.D.G. Dunn, Chri-
18
Cf. C.K. Barrett, Paulus. An Introduction to His Thought, G. Chapman, stology in the Making. A New Testament Inquiry into the Origins of the Doctrine
London 1994 (trad. ital., San Paolo, Cinisello Balsamo 1996), p. 174: "Solus Chri- ofthe Incarnation, SCM, London 1980, che peraltro riguarda l'intero NT e quindi
stus è l'essenza della teologia di Paolo, e la giustificazione per fede è la sua lama stempera il caso-Paolo all'interno di una trattazione più globale.
21
tagliente". Un importante contributo al tema è quello di C. A. Davis, The Structu- Cf. il classico W. Bousset, Kyrios Christos. Geschichte des Christusglaubens
re ofPaul's Theology, che individua come centro coerente di tutta la teologia Pao- von den Anfangen des Christentums bis Irenaeus, Vandenhoeck & Ruprecht, Gòt-
lina quattro idee fondamentali: A. la morte di Cristo; B. la risurrezione e la vita tingen 1965 ('1913), pp. 104-154; W. Kramer, Christos Kyrios Gottessohn. Vnter-
escatologica di Cristo; C. la morte dei cristiani con Cristo; D. la risurrezione e la suchungen zu Gebrauch und Bedeutung der christologischen Bezeichnungen bei Pau-
vita escatologica dei cristiani con Cristo; attorno ad essi si coagulano tutte le altre lus und den vorpaulinischen Gemeinden, Zwingli, Zùrich/Stuttgart 1963.
22
componenti del pensiero teologico dell'Apostolo, suddivise in quattordici temi. Come È il principio heideggeriano ripreso per esempio da G. Vattimo, La traccia
si vede, anche qui è Gesù Cristo l'elemento organizzatore dell'intera teologia Paoli- della traccia, in J. Derrida e G. Vattimo, a cura, Annuario Filosofico Europeo -
na, sia nelle sue dimensioni oggettive (A. la morte di Cristo; B. la risurrezione di La religione, "Biblioteca di cultura moderna" 1082, Laterza, Roma-Bari 1995, pp.
Cristo), sia nei suoi risvolti soteriologici (C. la morte dei cristiani con Cristo; C. 75-89 qui 79.
la risurrezione dei cristiani con Cristo). 23
J.D.G. Dunn, Prolegomena to a Theology of Paul, p. 412. Forse a questo
19
Cf. per esempio D.E.H. Whiteley, The Theology o/St. Paul, Fortress, Phi- proposito si potrebbe opportunamente parlare di "fusione di orizzonti", secondo
ladelphia 1964, pp. 99-154. il linguaggio di H.G. Gadamer. Da parte sua H. Merklein, Der Theologe als Pro-
96 L'APOSTOLO PAOLO L'INCONTRO PERSONALE CON CRISTO 97

pensiero sono delle semplici lettere, strumenti diretti di una comu- che tale in passato egli fosse considerato anche da lui, che era sta-
nicazione immediata e viva, in dialogo con i suoi destinatari. E d'al- to un giudeo quanto mai rigoroso. Analogamente, se in Gal 3,13
tronde, come abbiamo accennato, il suo discorso su Cristo non è egli cita il passo di Dt 21,23 secondo cui "è maledetto chiunque
mai fine a se stesso, ma rappresenta sempre un risvolto (quello ba- sia appeso al legno", è evidente che il testo biblico deve essergli
silare!) delle sue riflessioni sulla giustificazione del singolo, sulla servito già prima come motivo di rifiuto e di condanna del croci-
storia della salvezza, sull'esito escatologico e sui rapporti intra- (ed fisso Gesù. C'è poi il passo problematico ma significativo di 2Cor
extra-) ecclesiali. 5,16b25, che però a volte viene tradotto male (così la CEI: "An-
In conclusione, per sapere chi è veramente il Cristo secondo Paolo che se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo co-
noi prenderemo come punto di partenza il suo personale incontro nosciamo più così"), dando l'idea che Paolo affermi di avere sto-
con lui sulla strada di Damasco. ricamente conosciuto il "Cristo secondo la carne", cioè il Gesù ter-
È questo che sta all'origine della sua nuova identità di cristiano, reno, mentre invece non abbiamo nessuna informazione circa un
di missionario e di pensatore. L'Apostolo infatti, anche se aveva incontro tra il fariseo Saulo e Gesù di Nazaret 26 . In realtà, il testo
sicuramente sentito parlare di Cristo anche prima di allora, solo Paolino dovrebbe essere tradotto letteralmente in questo mo-
in quell'evento riuscì a rendersi conto della decisività di quella per- do: "Anche se abbiamo conosciuto secondo la carne Cristo, ora
sona, non solo nel quadro generale della storia della salvezza, quan- non lo conosciamo più così". Il complemento "secondo la carne",
to soprattutto (per cominciare!) nel quadro della sua stessa vita. cioè, va unito al verbo "abbiamo conosciuto" e non al nome
Solo su questa base si potranno poi comprendere le varie dimen- "Cristo" 27 ; proprio questo infatti è il tenore del v. 16a (lett.: "Noi
sioni che la cristologia assume nel suo pensiero e che noi potremo d'ora in avanti nessuno conosciamo secondo la carne"). Evidente-
di volta in volta enucleare. mente i verbi sinonimi qui impiegati eidénai e ginóskein, "cono-
scere", significano in questo caso "giudicare, considerare, valuta-
re, stimare" (come in lTs 5,12). L'Apostolo vuole dire che, se pre-
1. L'incontro personale con Cristo cedentemente egli ha giudicato Gesù Cristo alla maniera puramen-
te umana come privo di ogni spessore particolare di tipo cristolo-
1.1 I precedenti gie©, ora invece non la pensa più così28. In sostanza abbiamo qui
l'ammissione di una considerazione non cristiana di Cristo, che ca-
Certo Paolo aveva sentito parlare di Gesù anche prima di Da-
masco. Lo possiamo dedurre non soltanto dal fatto che egli con-
25
dusse una fiera persecuzione nei confronti della comunità dei suoi Vedi la buona discussione del passo in J.W. Fraser, Paul's Knowledge of Je-
sus: II Corinthians V.16 once more, NTS 17 (1971) 293-313.
discepoli (cf. Gal 1,13-14; e At 8,3)24, ma anche da quei passi del- 26
Si potrebbe forse ipotizzare che in occasione della Pasqua dell'anno 30, quan-
le lettere in cui si può intravedere un riferimento autobiografico do Gesù venne condannato a morte, a Gerusalemme ci fosse anche Saulo di Tarso,
sufficientemente chiaro alle sue concezioni su Gesù anteriori all'e- data la prescrizione della Torah: "Tre volte l'anno (cioè, per le feste di Pasqua,
Pentecoste e Tabernacoli) ogni tuo maschio comparirà alla presenza del Signore
vento damasceno. Per esempio, se in ICor 1,23 egli dichiara che Dio" (Es 23,7; 34,23; vedi anche J. Jeremias, Gerusalemme al tempo di Gesù. Ri-
Gesù crocifisso è "scandalo per i Giudei", possiamo ben ritenere cerche di storia economica e sociale per il periodo neotestamentario, Dehoniane,
Roma 1989 [orig. ted., Gòttingen 31962], pp. 130-142: "Excursus. Il numero dei
pellegrini in occasione della Pasqua"). Ma non si può dire nulla di più; anzi, pur
se Paolo fu allora presente a Gerusalemme, egli dev'essere stato totalmente estra-
phet. Zur Funktion prophetischen Redens im theologischen Diskurs des Paulus, neo al fatto di quella condanna, come uno dei tanti membri della folla anonima
NTS 38 (1992) 402-429, sottolinea il fatto che la teologia di Paolo è più che non convenuta nella Città santa.
27
un semplice sviluppo del kerygma, poiché egli parla anche come un profeta che si II complemento modale denota il nome solo quando lo segue (come in Rm
colloca tra il dato kerygmatico tradizionale e la situazione viva delle varie comunità. 9,5; cf. anche Rm 1,3; 4,1; ICor 1,26; 10,18), non quando lo precede come nel
24
Cf. M. Hengel, Il Paolo precristiano, SB 100, Paideia, Brescia 1992 (orig. nostro caso.
28
ingl., London 1991), pp. 153-192 ; B. Wander, Trennungsprozesse zwischen fru- Cf. V.P. Furnish, II Corinthians, "Anchor Bible" 32A, Doubleday, Garden
hem Christentum und Judentum im 1. Jahrhundert n. Chr., "Texte und Arbeiten City 1984, pp. 311-315 e 329-331, e soprattutto M.E. Thrall, The Second Epistle
zum neutestamentlichen Zeitalter" 16, Francke, Tùbingen-Basel 1994, pp. 146-167. to the Corinthians, I, ICC, T&T Clark, Edinburgh 1994, pp. 412-420.
98 L'APOSTOLO PAOLO L'INCONTRO PERSONALE CON CRISTO 99

ratterizzò Paolo prima della sua conversione, la quale però ha ope- fare con quell'evento sono i seguenti: ICor 9,1; 15,8; 2Cor 4,6;
rato in lui un ribaltamento dei giudizi di valore concernenti la fi- Gal 1,12.15-16; 2,20; Fil 3,7-10.12. Di questi prendiamo brevemente
gura di Gesù. in considerazione con un esame più ravvicinato il testo di Gal 1,15s,
che in modo più completo espone il significato della cristofania che
allora si verificò32. Esso suona così:
1.2 L'evento di Damasco "Quando Colui, che mi mise a parte fin dal seno di mia madre
e mi chiamò per la sua grazia, si compiacque di rivelare /'/ Figlio
Con l'evento di Damasco le cose subirono un drastico capovol- suo in me, perché lo evangelizzassi tra le genti e c c . " .
gimento. L'importanza di ciò che successe allora va valutata non Qui emergono chiaramente alla coscienza di Paolo le tre com-
solo oggettivamente in rapporto al cristianesimo in generale (tanto ponenti fondamentali di quell'evento. (1) La prima è di carattere
che un discepolo come Luca lo racconta per ben tre volte nel suo teologico: Dio è menzionato fin dall'inizio come il primo respon-
libro degli Atti degli Apostoli), ma anche soggettivamente come sabile ed è presentato in rapporto non solo alla personale esperien-
punto di svolta nella vita di Paolo e come riassestamento di tutto za di Paolo stesso (= "mi mise a parte", "mi chiamò", "rivelare
ciò che costituiva il suo mondo ideale29. A noi perciò, più che il in me"), ma anche alla qualifica di Gesù come Figlio "suo"; l'e-
racconto lucano, interessano i passi autobiografici delle sue lette- vento perciò è radicalmente connotato dalla "grazia" di Dio e dal
re. Qui egli non obiettiva mai l'evento in una narrazione distacca- suo libero, insondabile "beneplacito"33. Questa dimensione è pre-
ta, ma lo ricorda e lo propone nella sua decisività esistenziale, an- sente altrove solo in 2Cor 4,6 dove, richiamandosi addirittura a
dando dritto al significato di ciò che allora in modo tanto sorpren- Gen 1,3 ("Sia la luce!"), si afferma che "Dio stesso rifulse nei no-
dente esperimentò30. Da quel momento infatti egli parla di Cristo stri cuori per illuminare la conoscenza dello splendore divino sul
non più per sentito dire, ma perché lo ha personalmente incontra- volto di Gesù Cristo"; ciò significa che, se Paolo ha scoperto in
to sulla propria strada, anzi si è scontrato con lui; e, più che subir- Cristo una insospettata profondità divina, egli lo deve quasi a un
ne il fascino, ne è stato letteralmente conquistato (cf. Fil 3,12: "sono atto di luminosa creazione di Dio stesso34. (2) La seconda compo-
stato ghermito"!). La cristologia di Paolo ha dunque un punto di nente, quella centrale, è di carattere cristologia): tutto ciò che av-
partenza non dottrinale, ma vissuto; ed è di qui che si spiega la venne allora consistette appunto nel disvelare a Paolo l'identità di
freschezza del suo dire e in certo senso l'impeto profetico del suo
discorso, che differenzia l'Apostolo da tutti gli altri scrittori del
Nuovo Testamento31.
32
Bisogna infatti distinguere tra la cristofania in se stessa e l'interpretazione che
Paolo ne dà; egli offre ben pochi dettagli circa la prima, mentre espone quasi solo
I passi epistolari che direttamente o indirettamente hanno a che il significato che essa ebbe per lui. Cf. C.C. Newman, Paul's Glory-Christology,
pp. 64-183, dove si recuperano al tema anche altri passi paolini come Rm 10,2-4;
ICor 9,16-17; 2Cor 5,16-17; Ef 3,1-13, e quei testi in cui si fa ricorso al termine
29
Sull'evento e la sua importanza, cf. G. Lohfink, La conversione di San Pao- X<ipu;, "grazia", unito all'aoristo di BtSwfii, "dare", come Rm 1,5; 15,15; ICor 3,10;
lo, SB 4, Paideia, Brescia 1969 (orig. ted., Stuttgart 1965); J. Blank, Paulus und 15,10.
Jesus. Eine theologische Grundlegung, SANT 18, Kòsel, Mùnchen 1968, pp. 184-248 33
Sul senso esatto di eùSoxéw-eùSoxia, cf. C. Spicq, Note di lessicografia neote-
("Die Berufung des Paulus als offenbarungshafter Grund seines Christusverhàlt-
stamentaria, voi. I, GLNT Suppl. 4, Paideia, Brescia 1988, pp. 668-678. Sulle forti
nisses, seines Apostolats und seiner Theologie"); S. Kim, The Origin ofPaul's Go-
spel; C. Dietzfelbinger, Die Berufung des Paulus als Ursprung seiner Theologie, risonanze veterotestamentarie presenti nel passo paolino, cf. J. Blank, Paulus und
WMANT 58, Neukirchener, Neukirchen-Vluyn 1985. Jesus, pp. 224-229.
34
30
Va annotato peraltro che il suo caso è uno dei pochi nell'antichità, che ven- II passo, dato il suo contesto, intende certamente anche riferirsi all'illumina-
gano esplicitamente attestati in più fonti e diffusamente raccontati; cf. R. Penna, zione arrecata dal ministero apostolico di Paolo e dei suoi collaboratori mediante
Tre tipi di conversione raccontati nell'antichità: Polentone di Atene, Izate dell'A- l'annuncio dell'evangelo, ma essa non va sottolineata al punto da mettere in om-
diabene, Paolo di Tarso, in L. Padovese, a cura, Atti del IV Simposio di Tarso bra (come tende a fare V. P. Furnish, / / Corinthians, pp. 250-251) il riferimento
su S. Paolo apostolo, Pont. Ateneo Antoniano, Roma 1996, pp. 73-92. alla personale conversione di Paolo stesso (così bene R. Bultmann, Der zweite Brief
31
Nessuno infatti degli altri redattori neotestamentari, di cui ci sfugge persino an dieKorinther, Meyer Kommentar, Vandenhoeck, Gòttingen 1976, p. I l i , e so-
l'identità anagrafica (come gli evangelisti), ci testimonia alcunché sugli inizi della prattutto K.O. Sandnes, Paul - One of the Prophets? A Contribution to the Apo-
propria esistenza cristiana e quindi nessuno scrive con tanto pathos da coinvolgere stle's Self-Understanding, WUNT 2.43, Mohr, Tùbingen 1991, pp. 131-145), an-
manifestamente se stesso in ciò che comunica. che se in Gal 1,15 l'immagine preferita non è quella dell'illuminazione ma quella
della rivelazione, che del resto sono analoghe.
100 L'APOSTOLO PAOLO L'INCONTRO PERSONALE CON CRISTO 101

Gesù come "Figlio" di Dio. È vero che questo titolo da solo non giudeo, perse del tutto la funzione di mediatore tra l'uomo e Dio,
dice tutta la ricchezza cristologica e soteriologica del pensiero del- essendo sostituita in ciò dalla persona vivente del Cristo. La chia-
l'Apostolo (anche perché, come vedremo, esso non è poi molto fre- ra percezione che "Cristo è il termine della Legge" (Rm 10,4), pri-
quente nel suo epistolario); ma l'uso che ne vien fatto nella stessa ma che venisse giocata su scala storico-salvifica generale (come ap-
Gal lascia intendere che possiamo ben connettere ad esso i vari punto in Rm), fu sperimentata individualmente da Paolo come con-
aspetti del discorso paolino su Cristo e persino sull'impatto antro- creta alternativa esistenziale37. Su ciò torneremo più avanti.
pologico della sua opera salvifica, come si vede in 2,20 ("...vivo
nella fede al Figlio di Dio..."), in 4,4 ("Dio mandò il Figlio suo,
nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare..."), e 4,6 ("Dio 1.3 Conversione o chiamata?
mandò lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori..."). È questa la
dimensione costante di tutti i passi citati sopra, sia che essa venga Ci si potrebbe chiedere a questo punto (e la cosa ha pure un ri-
espressa mediante concetti, che si rifanno al dato oggettivo dell'e- svolto cristologico) se l'esperienza vissuta da Paolo a Damasco pos-
vento, come quelli di visione (in ICor 9,1) o di apparizione (in ICor sa essere definita con la tradizionale categoria di «conversione»
15,8), sia che ne venga colta maggiormente la risonanza e l'espe- o se invece sia più appropriata la definizione di «chiamata». Que-
rienza interiore mediante concetti di tipo 'mistico' o partecipati- sta seconda sarebbe più pertinente, stando al giudizio di alcuni ese-
vo, come quelli del "Cristo in me" (in Gal 2,20) o di "io nel Cri- geti, dato che l'Apostolo per illustrare il proprio caso non fa mai
sto" (in Fil 3,9). Quest'ultimo passo in particolare fa vedere quan- ricorso allo specifico vocabolario di conversione (come [xexavoetv,
to forte e sconvolgente sia stato l'impatto di Cristo nell'esistenza "pentirsi", o èiciorp^etv, "rivolgersi, tornare") ma utilizza voca-
dell'Apostolo, fino al punto da fargli considerare una perdita e spaz- boli di altro tipo (come xocXetv, "chiamare", àcpopiCeiv, "mettere a
zatura tutto ciò che prima era stato per lui guadagno e ragione di parte, scegliere", e &7coxocXuirceiv, "rivelare"), che insistono meno
vita35. (3) La terza componente è di carattere missionario e pro- sul livello antropologico dell'evento e più su quello propriamente
mana dalle due precedenti, dando corpo allo scopo della chiama- teologico; perciò, il caso-Paolo viene accostato a quello degli anti-
ta: la predicazione dell'evangelo tra i Gentili (cf. Rm 11,13); si ve- chi profeti come Isaia e Geremia, di cui appunto non si può dire
de di qui che teologia e cristologia non sono fine a se stesse, ma che si siano convertiti ma solo che sono stati chiamati38.
vengono pensate in funzione di un universalismo che superi ogni A questo proposito vanno messe in luce due componenti tipiche
restrizione storica e culturale (cf. Rm 10,12-13)36.
dell'esperienza paolina.
Il Cristo dunque diventa d'ora in poi per Paolo l'unica ragione 1.3.1 Ciò che avvenne sulla strada di Damasco rappresenta qual-
di vita. È sintomatica in Gal 1,15s (e negli altri passi, anche se in cosa di più di una normale vocazione profetica, per il fatto che la
Fil 3 vi è un richiamo contestuale) l'assenza di ogni riferimento al- figura di Cristo là manifestatasi non è identificabile né con il Dio
la Legge, con la quale peraltro l'Apostolo polemizza poi a lungo invisibile né con un semplice uomo sia pur redivivo. Le testimo-
nel corpo della lettera. Ciò significa che a partire da allora essa,
che pure per il fariseo Saulo costituiva il dato centrale del suo essere-
37
Cf. C. Dietzfelbinger, Die Berufung des Paulus, pp. 90-125; e particolarmente
35 T.L. Donaldson, Zealot and Converti The Origin ofPaul's Christ-Torah Antithe-
Andrebbe letto l'intero passo di Fil 3,7-11, dove si contemperano bene i due
aspetti: 'mistico' (espresso dall'idea della comunione di Paolo con Cristo) e 'giuri- sis, CBQ 51 (1989) 655-682; inoltre: R. Penna, Infrazione e ripresa del rapporto
dico' (espresso dall'idea della giustificazione per fede); cf. E.P. Sanders, Paolo e Legge-Sapienza in Paolo, in L'apostolo Paolo, pp. 519-549.
38
il giudaismo palestinese, p. 667. Vedi anche più sotto: 5.3. In questo senso cf. soprattutto K. Stendahl, Paolo tra ebrei e pagani, pp. 55-76
36 (cf. p. 59: "Ci troviamo di fronte a una chiamata alla missione, non a una conver-
Cf. R. Penna, Aperture universalistiche in Paolo e nella cultura del suo tem-
po, Ricerche Storico-Bibliche 10 (1998); T.L. Donaldson, Paul and the Gentiles. sione"); al suo seguito si pongono vari commentatori di Gal. Vedi anche G. Pani,
Remapping the Apostle's Convictional World, Fortress, Minneapolis 1997, di cui Vocazione di Paolo, o conversione?, in L. Padovese, a cura, Atti del I Simposio
però è problematica l'attribuzione a Paolo dell'idea del pellegrinaggio dei popoli di Tarso su S. Paolo apostolo, Pont. Ateneo Antoniano, Roma 1993, pp. 47-63;
a Sion (cf. R. Penna, Le collette di Paolo per la chiesa di Gerusalemme, in PSV Id., Conversione di Paolo o vocazione? La documentazione della lettera ai Roma-
31, Dehoniane, Bologna 1995/1, pp. 179-190). ni, in Id., a cura, Atti del II Simposio di Tarso..., ib. 1994, pp. 73-88.
102 L'APOSTOLO PAOLO L'INCONTRO PERSONALE CON CRISTO 103

nianze personali dell'Apostolo, come rilevano alcuni Autori39, fan- za di Paolo potrebbe addirittura essere indirettamente sottintesa
no invece pensare che questi abbia interpretato l'evento secondo anche in un passo come 2Cor 3,16, dove nel contesto di una rifles-
categorie mistico-apocalittiche, che hanno la loro matrice ultima sione sul velo che perdura sul cuore di Israele egli finalmente si au-
nella visione del 'carro' (merkavah) di Ez 1, specie là dove si legge: gura: "Quando ci sarà la conversione al Signore (èàv è7ctarpécj>ri 7tpò<;
"Apparve... su questa specie di trono, in alto, una figura dalle sem- xupiov), quel velo sarà tolto". Anche se qui il titolo di Kyrios ha
bianze umane (ófxouofjux o><; dho<; àv0pcÓ7cou)... Tale mi apparve l'a- probabilmente un valore strettamente teo-logico42, non è affatto
spetto della gloria del Signore (rj opocau; ó(xouó[Aon;o<; hó^r\<; xupioo)" impossibile scorgervi una tacita estensione alla figura di Gesù; ma
(Ez 1,26-28 LXX; cf. 8,2). Questo collegamento tra divinità e aspet- allora vi si leggerà anche un personale riferimento di Paolo alla
to d'uomo40 caratterizza appunto la percezione paolina della cri- propria esperienza di conversione, almeno nel senso che per lui "il
stofania di Damasco. Ed è su questa linea che vanno letti anche Signore" ormai non è più soltanto il Dio d'Israele ma anche Gesù
l'esclusivo appellativo cristologico paolino di "Signore della glo- di Nazaret; e ciò è ben lontano dal ridurre l'Apostolo al piano del:
ria" (ICor 2,8) o l'espressione circa "l'evangelo della gloria di Cri- le antiche vocazioni profetiche.
sto" (2Cor 4,4) per non dire di quella riguardante "il corpo della 1.3.2 La seconda osservazione concerne la discontinuità verifi-
sua gloria" (Fil 3,21). La figura umana del Cristo risorto, dunque, catasi nella biografia dell'Apostolo, sia nel senso che egli da perse-
viene vista accanto a quella di Dio stesso come partecipe dello splen- cutore divenne un evangelizzatore, mettendo in atto quindi un cam-
dore di lui. Sullo sfondo di questa concezione è forse possibile, da biamento di non poco conto, sia soprattutto nel senso che ciò che
un punto di vista giudaico, scorgere già un abbozzo di quella 'ere- prima era per lui un guadagno e un vanto e cioè l'onore tribu-
sia' circa i "due poteri in cielo" (Seté reMyòt baSSamayim), che sa- tato alla Legge divenne poi, come abbiamo visto, perdita e
rà successivamente combattuta dal rabbinismo ma che traspare già spazzatura43. Ciò non avviene in nessuno dei profeti, i quali anzi
addirittura in Filone Alessandrino41. In questa luce l'esperien- impostano di regola la loro predicazione proprio sul tema del ri-
torno all'osservanza della Torah come espressione dell'amore di
39
Vedi soprattutto C.C. Newman, Paul's Glory-Christology. Tradition and Rhe- Dio. Dunque, è giusto dire che, "se questi radicali mutamenti non
toric, NT Suppl. 69, Brill, Leiden 1992, e anche A.F. Segai, Paul the Convert. The equivalgono a una conversione, allora è difficile sapere in che cosa
Apostolate and Apostasy o/Saul the Pharisee, Yale University Press, New Haven
1990, specie pp. 34-71. essa debba consistere. Ciò tuttavia non deve indurci a eliminare
40
Esso del resto ha poi una sua storia che continua nel giudaismo anche dopo o a sottovalutare l'elemento di vocazione"44, che resta comunque
Ez: così soprattutto Dn 7,13, ma anche 1 En. 14,18b-21; 45,1-3; 55,3-4; 61,8; 62,1-
6; 69,29; Test. Lev. 35; 2 En. 22,7 ecc. (cf. C.C. Newman, Paul's Glory-Christology,
caratteristico45.
pp. 79-153). È comunque chiaro dal caso di Paolo che propriamente non ci
41
I testi rabbinici in proposito sono stati raccolti e commentati da A.F. Segai, si converte né ad una dottrina né ad una istituzione ma ad una per-
Two Powers in Heaven. Early rabbinic reports about christianity and gnosticism,
SJLA 25, Brill, Leiden 1977, e i principali sono: Mek. Ex. 20,2 ("«Io sono il Si- nio Dio"] col precisare: "La Scrittura non vuole dare una occasione ai popoli del
gnore tuo Dio»: da ciò si può trarre una confutazione degli eretici [minìm] che di- mondo di dire: Esistono due poteri, ma dichiara: Io sono il Signore, tuo Dio"),
cono: «Ci sono due poteri»"); SifreDt. 32,39; Si/reNum. 15,30; m.Meg. 4,9. Lo
stesso Autore studia anche i passi di Filone Al., per es. Somn. 1,228, dove a propo- cf. F. Manns, L'Israele di Dio. Sinagoga e Chiesa alle origini cristiane, Dehoniane,
sito del passo di Gn 31,13 LXX ("Io sono il Dio che ti è apparso nel luogo di Dio"; Bologna 1998, pp. 261-276.
TM: "Io sono il Dio di Betel") si commenta: " È un bellissimo motivo di vanto 42
Cf. R. Penna, Lo Spirito di Cristo, pp. 187-205.
per un'anima il fatto che Dio la giudichi degna di apparirle e di intrattenersi con 43
Sul tema della Legge in rapporto alla cristologia paolina, cf. sotto il § 6.
essa; però non sorvolare sul linguaggio impiegato, ma esamina a fondo se davvero 44
C.K. Barrett, The Acts of the Apostles, I, ICC, T&T Clark, Edinburgh 1994,
ci sono due dèi, poiché è detto 'Io sono il Dio che ti è apparso' non nel mio luogo p. 442.
ma 'nel luogo di Dio', come se fosse il luogo di un altro" (e Filone continua preci- 45
Si deve avere presente infatti che proprio in Gal 1,15 l'espressione "mi ha mes-
sando che la prima ricorrenza del termine " D i o " ha l'articolo, mentre la seconda so a parte fin dal seno di mia madre" richiama necessariamente il tema della chia-
no); in Quaest. in Gen. 2,62 Filone poi nega che "alcun mortale possa essere fatto mata, presente con frase analoga sia in Is 49,1 sia in Ger 1,5; entrambi questi testi,
a immagine dell'unico Dio Altissimo e Padre dell'universo, ma solo a immagine perciò, suggeriscono di vedere espresse nella coscienza di Paolo due componenti
del secondo Dio che è il suo Logos". Vedi anche Id., The Risen Christ and theAn- complementari circa il suo apostolato: quella di essere un particolare "servo" del
gelic Mediator Figures in Light of Qumran, in J.H. Charlesworth, ed., Jesus and Signore (infatti Is 49,1-6 costituisce il secondo Canto del Servo nel deutero-Isaia)
the Dead Sea Scrolls, Doubleday, New York-London 1992, pp. 302-328. Inoltre, a e quella di essere "profeta delle nazioni" (come dice appunto Ger 1,5 e come si
proposito di Mek. Ex. 15,1 (che commenta Es 20,2 ["Io sono il Signore, legge anche in Is 49,1).
104 L'APOSTOLO PAOLO IL DEBITO VERSO LE TRADIZIONI GESUANE 105

sona, così da stabilire con essa una relazione viva e totalizzante. ebreo 4 8 , forse motivato dal fatto che ai suoi occhi Paolo risulta or-
Nient'altro che questo significa l'Apostolo quando scrive: "Non mai irrecuperabile per il giudaismo.
sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20) o quando
dice: "Per me vivere è Cristo" (Fil 1,21); cioè: la persona di Cristo A questo proposito bisognerebbe in primo luogo discutere il concet-
è ormai la vera ragion d'essere e costituisce tutto il senso della vita to stesso di "redenzione" per vedere se quello di Paolo collima davve-
ro con quello delle religioni misteriche. Ma non possiamo anticipare già
di Paolo dopo l'incontro con lui.
qui tutto ciò che diremo in seguito. Ci accontentiamo per ora di qual-
Infine va osservato che la cristofania di cui egli fu beneficiario che cenno; altri più specifici si troveranno più sotto nel § 3.3 (a propo-
è considerata tanto personale che ne parla solo per difendere il pro- sito di Fil 2,6-11). Certo è che gli studiosi di storia delle religioni, e in
prio apostolato, ma non vi ricorre mai per fondare il contenuto particolare dell'antica religione greca, oggi non parlerebbero tanto a cuor
della sua teologia46. Essa infatti resta il motore segreto della sua leggero di parallelismo tra i due versanti, anche se il problema del com-
attività, e non viene addotta come prova delle sue tesi né cristolo- paratismo esiste e va affrontato 49 . Per esempio su ABD, tra i possibili
giche né altro. Essa, cioè, offre a lui e solo a lui la precomprensio- sfondi concettuali del concetto neotestamentario di redenzione si enu-
ne di fondo di tutto il suo agire e di tutto il suo pensare, che per- merano il vocabolario della LXX, la teologia del martirio, e la prassi
tanto ne rimangono connotati fin nelle loro profondità anche se della manomissione degli schiavi, ma non si accenna neppure ai culti
non viene confessato. misterici50. Il fatto è che la rispettiva soteriologia diverge anche trop-
po. Da una parte, il concetto di peccato, centrale nel cristianesimo (e
non solo nel paolinismo!), è del tutto assente nei culti misterici51. Dal-
l'altra, è totalmente assente nella concezione cristiana l'idea, centrale
2. Il debito verso le tradizioni gesuane

2.1 Un secondo fondatore del cristianesimo? 48


Vedi l'eloquente titolo di H. Maccoby, The Mythmaker. Paul and the Inven-
tion ofChristianity, Harper & Row, New York 1986, il quale nega persino che Paolo
Ha pesato a lungo sugli studi delle origini cristiane, e in parte fosse un Fariseo (cf. p. 16: "Il mito centrale della nuova religione fu quello di una
pesa ancora su certi esponenti della cosiddetta cultura laica, l'as- morte espiatrice di un essere divino. [...] Paolo derivò questa religione da fonti el-
lenistiche" [con particolare riferimento al culto di Attis], amalgamando il tutto con
sioma formulato all'inizio del sec. XX dall'esegeta luterano tede- le tradizionali Scritture di Israele e ricavandone così un ibrido inconsueto). Va pe-
sco Wrede, secondo cui "Paolo va considerato come il secondo fon- rò ricordato che altri ebrei parlano di Paolo in toni ben diversi, come per esempio
datore del cristianesimo", in quanto avrebbe "trasformato il cri- R.L. Rubenstein, My brother Paul, Harper & Row, New York 1972 (cf. pp. 114-143
sul fatto che Paolo non cessò mai di considerarsi un buon giudeo; in più, egli viene
stianesimo in una religione di redenzione", non prevista da psicanaliticamente lodato perché "risolse il conflitto tra esperienza e tradizione a
Gesù47. Lo stesso giudizio vale ancora per qualche raro studioso vantaggio del preminente valore della sua propria esperienza" [p. 6]); cf. anche il
già citato A.F. Segai, Paul the Covert. Più in generale, cf. D.A. Hagner, Paul in
Modem Jewish Thought, in D.A. Hagner & M.J. Harris, edd., Pauline Studies.
46
Si può vedere in ciò un parallelo con la prassi rabbinica che rifiuta di fonda- Essayspresented to Prof. F.F. Bruce, Paternoster, Exeter 1980, pp. 143-165; e so-
re una halakah o direttiva di comportamento su di una qualche bat-qòl o voce dal prattutto S. Meissner, Die Heimholung des Ketzers. Studien zur jùdischen Aùsein-
cielo, che è ritenuta valida solo per dare conferma del valore di un Maestro in gene- andersetzung mit Paulus, WUNT 2.87, Mohr, Tùbingen 1996.
49
rale (cf. t.Sot. 13,2-4). Cf. B.M. Metzger, Methodology in the Study of the Mistery Religions and
47 Early Christianity, in Historical and Literary Studies: Pagan, Jewish, and Christian,
W. Wrede, Paulus, Halle 1904, pp. 104 e 103 (riprodotto in K.H. Rengstorf,
ed., Das Paulusbild in der neueren deutschen Forschung, "Wege der Forschung" NTTS 8, Brill, Leiden 1968, pp. 1-24; A.J.M. Wedderburn, Baptism and Resur-
24, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 1969, pp. 1-97 qui 96 e 95). Del rection. Studies in Pauline Theology against Its Graeco-Roman Background, WUNT
resto, l'opposizione tra Paolo e Gesù è tipica di vari autori del secolo XIX, tra cui 44, Tùbingen 1987, pp. 90-163.
50
E. Renan (Saint Paul, Paris 1969, p. 569: "Non è più l'epistola ai Romani a riassu- Cf. G.S. Shogren, Redemption (New Testament), in ABD 5, pp. 654-657. Vedi
mere il cristianesimo, ma è il Discorso della montagna...") e F. Nietzsche (L'Anti- anche R. Penna, Salut (Théologie biblique), in J.-Y. Lacoste, ed., Dictionnaire cri-
cristo, Adelphi, Milano 1987, pp. 55 e 90: "In Paolo si incarna il tipo antitetico tique de Théologie, PUF, Paris 1998, pp. 1049-1052.
alla 'buona novella', il genio nell'odio, nella visione dell'odio, nella spietata logica 51
Si potrebbe semmai richiamare l'orfismo e il suo mito della "colpa preceden-
dell'odio. Che cosa non ha sacrificato all'odio questo disangelista? Innanzitutto te", che pone tutti gli uomini in uno stato di punizione da cui occorre liberarsi;
il redentore: lo inchiodò alla sua croce... Questo falsario..."). Vedi anche V. Mac- ma il tema è essenzialmente riferito alla drammatica contrapposizione antropolo-
chioro, Orfismo epaolinismo, Bastogi, Foggia 1982 [prima ediz. 1922] (cap. I: "L'o- gica fra il corpo e l'anima (cf. U. Bianchi, Prometeo, Orfeo, Adamo. Tematiche
rigine orfica della cristologia paolina", pp. 7-112). religiose sul destino, il male, la salvezza, Ateneo & Bizzarri, Roma 1976, pp. 55-70).
106 L'APOSTOLO PAOLO IL DEBITO VERSO LE TRADIZIONI GESUANE 107

invece nei misteri, del sacrificio dell'essere divino che garantisce l'ordi- nere dovrebbe essere evidente. Tuttavia, anche se Paolo non si spiega
ne esistente, avendo la "funzione di momento fondante di un certo ti- mediante un ricorso all'ambito pagano, occorre ancora vedere se egli
po di attualità dalla quale non si può in nessun modo evadere" 52 . Lo è in sintonia con Gesù.
si vede in particolare proprio nel culto di Attis, associato a quello di
Cibele, dove "si rievoca una vicenda divina in cui il dio è soggetto a Certo P a o l o non è stato un discepolo del Gesù terreno. Forse
prove, scomparsa e morte, ma anche alla 'sopravvivenza' nella sua ca- è anche per questo che egli si distingue per l'originalità della sua
pacità di garante della fertilità vegetale. (...) L'abbondanza di benedi- riflessione cristologica. Essa però, onestamente, va verificata in due
zioni a livello terreno e collettivo può essere considerato il beneficio mag- direzioni: prima nei confronti di Gesù e poi anche nei confronti
giore, cercato attraverso la celebrazione del culto" 5 3 . Ricordiamo qui
della chiesa primitiva. Infatti, come diremo ancora, tra Gesù e Pao-
due caratteristiche di questo culto, che non possono comunque aver in-
fluito su Paolo: (1) l'una è il titolo di crcoxrip testimoniato al femminile lo non c'è il vuoto. P a o l o , cioè, storicamente non si aggancia (o
per Cibele (acótetpa) anche in rapporto alla salvaguardia dei valori mo- si sgancia?) direttamente a Gesù, m a alla comunità cristiana che
rali; nelle lettere autentiche di Paolo non si trova mai questo titolo per lo precede e che sta in mezzo ad entrambi e perciò costituisce il
designare Gesù (eccetto in Fil 2,20, dove però è giudaicamente riferito loro trait-d'union. Sicché, l'eventuale problema richiamato da Wre-
al momento escatologico); (2) inoltre, va tenuto presente che il celebre de dovrebbe porsi in primo luogo n o n circa i rapporti intercorrenti
taurobolium ebbe in un primo tempo una valenza solo pubblica prò sa- tra Paolo e Gesù, bensì circa i rapporti che intercorrono tra la chiesa
lute dell'Imperatore e altre autorità, e solo a partire dal secolo III ac- primitiva e Gesù. Il problema della continuità o discontinuità si
quistò anche una dimensione privata per il bene dell'individuo (come pone già a m o n t e , e concerne la relazione tra la chiesa gerosolimi-
bagno rinnovatore nel sangue del toro è attestato in congiunzione con
tana e Gesù. Q u a n t o a P a o l o , d u n q u e , non c'è solo la questione
il culto di Cibele-Attis solo a partire dalla metà del secolo II d . C ) : il
caso di un tauroboliatus che si proclama in aeternum renatus è appena della sua fedeltà a Gesù, m a anche e prima ancora quella concer-
dell'anno 376 (cf. CIL VI,5IO)54. In buona sostanza, la soteriologia dei nente il suo vincolo e quindi la sua fedeltà alla chiesa tradente 5 6 .
vari culti misterici consiste doppiamente: in questa vita come semplice A questo argomento dedicheremo il prossimo paragrafo. Infatti,
protezione dai malanni di ogni genere, e dopo la morte come preserva- dato che all'origine di tutta la vicenda cristiana c'è il Gesù terreno,
zione da supplizi infernali o da reincarnazioni punitive e dolorose, quindi è di qui che cominciamo la nostra verifica. Gli interrogativi che
in una vita beata 55 . Ma la distanza da Paolo e dal cristianesimo in ge- d a n n o corpo alla questione sono i seguenti: Paolo rappresenta dav-
vero un prolungamento omogeneo con l'insegnamento di Gesù di
Nazaret? È possibile stabilire che egli non ha costruito u n a sua au-
52
I. Chirassi Colombo, Il sacrificio dell'essere divino e l'ideologia della salvez- t o n o m a immagine di Gesù m a che conosceva il materiale gesuano
za nei tre più noti sistemi misterici dei primi secoli dell'Impero, in U. Bianchi - M. J. e lo ha fatto valere nel suo sistema di pensiero? Quali sono allora
Vermaseren, edd., La soteriologia dei culti orientali nell'Impero Romano. Atti del
Colloquio Internazionale di Roma 24-28 settembre 1979, EPRO 92, Brill, Leiden le componenti della vicenda di Gesù, in azioni e parole, che so-
1982, pp. 308-330 qui 314 (i culti presi in considerazione, dopo alcuni cenni su Eleusi, pravvivono in lui?
Dionisismo e Orfismo, sono: Mitraismo, Iside-Osiride, e Attis-Cibele).
53
G. Sfameni Gasparro, Soteriology and Mystic Aspects in the Cult ofCybele Gli articoli come studi settoriali in materia non mancano 5 7 . An-
and Attis, EPRO 103, Brill, Leiden 1985, p. 84; l'Autrice ritiene superata la for-
mula "dying and rising gods" coniata a suo tempo da J.G. Frazer (cf. ib., pp. XV- 56
XVI, 29-30) e preferisce quella di "mystic gods" in quanto figure sopra-umane in La sua cristologia è il risultato della convergenza di questi due fattori: cf. P.
stretto rapporto con gli uomini, la cui nuova condizione viene definita in virtù del- Stuhlmacher,
57
Zur paulinischen Cristologie, ZTK 74 (1977) 449-463.
la loro partecipazione al culto che celebra la vicenda del dio (sulla dimensione sopra- Tra i più recenti, cf. D. Dungan, The Sayings of Jesus in the Churches of
umana di Attis, cf. ib., pp. 29-43). Vedi anche M.J. Vermaseren, Cybele and Attis. Paul, Blackwell, Oxford 1971 (sui testi di ICor 7,10-11 e 9,14); T.J. Keegan, Paul
TheMyth and the Cult, with 112 illustrations, Thames and Hudson, London 1977. and the Historical Jesus, Angelicum 53 (1975) 302-339, 450-484 (Paolo era familia-
54 rizzato con la tradizione su Gesù, ma per lui era più importante la sua presente
Cf. R. Duthoy, The Taurobolium. Its Evolution and Terminology, EPRO 10,
Brill, Leiden 1987, p. 18; M.J. Vermaseren, Cybele and Attis, pp. 101-107; G. Sfa- relazione con il Signore risorto); D.G. Allison, The Pauline Epistles and the Sy-
meni Gasparro, Soteriology, pp. 107-118. noptic Gospels: The Pattern ofParallels, NTS 28 (1982) 1-32 (distinguendo tra ci-
55 tazioni, allusioni e paralleli, stabilisce che la tradizione su Gesù è più importante
Cf. R. Turcan, Les cultes orientaux dans le monde romain, Les Belles Let-
tres, Paris 1989, pp. 14 e 31. Vedi anche S.G.F. Brandon, ed., The Saviour God. per Paolo di quanto possa apparire); F. Neirynck, Paul and the Sayings of Jesus,
Comparative Studies in the Concepì of Salvation, presented to E.O. James, Man- in A. Vanhoye, ed., L'apótrePaul: Personnalité, style et conception du ministère,
chester 1963; W. Burkert, Antichi culti misterici, Laterza, Roma-Bari 1989. BETL 73, Leuven 1986, pp. 265-321 (non si può dimostrare che Paolo facesse uso
108 IL DEBITO VERSO LE TRADIZIONI GESUANE 109
L'APOSTOLO PAOLO

zi, finalmente disponiamo anche di una estesa monografia curata di temi e atteggiamenti di fondo, che possono essere ancor più de-
da Wenham58. Ma va subito detto che in questa materia occorre cisivi della presenza di detti anche ove questi mancassero. Quindi
una molteplice messa in guardia. La prima riguarda la quantità delle procediamo secondo una triplice suddivisione.
parole di Gesù riscoperte nelle lettere paoline: la prudenza non de-
ve mai farci maggiorare i testi (come dire: pochi ma buoni piutto-
sto che molti ma incerti). La seconda si basa sulla constatazione 2.2 Riferimenti evidenti a Gesù
che Paolo, quando sembra rifarsi alla tradizione gesuana, non im-
piega mai il nome proprio di "Gesù" ma usa sempre la qualifica In primo luogo rileviamo che l'Apostolo è a conoscenza di alcu-
di "Signore": ciò significa che ci possono essere anche molte allu- ni fatti riguardanti la vicenda terrena di Gesù. Egli sa bene che Ge-
sioni alla vicenda di Gesù ma questa non è mai considerata per se sù era veramente uomo (cf. Gal 4,4; Fil 2,7), discendente dai pa-
stessa bensì solo attraverso il prisma della fede pasquale. La terza, triarchi di Israele (cf. Gal 3,16; Rm 9,5) e di origine davidica (cf.
più importante, riguarda il fatto che i rapporti di Paolo con Gesù Rm l,3b), aveva alcuni "fratelli" (ICor 9,5; Gal 1,19), celebrò l'ul-
non si misurano soltanto in base a eventuali, singoli detti gesuani tima cena della sua vita nella notte in cui veniva tradito (cf. ICor
riportati o allusi dall'Apostolo, ma soprattutto per la consonanza 11,23). Soprattutto Paolo sa benissimo che Gesù morì crocifisso;
anzi, è proprio su questo dato che costruisce gran parte della sua
cristologia, come vedremo più avanti. Possiamo aggiungere che
di detti di Gesù così come essi sono stati conservati nei vangeli sinottici); S.J. Pat- Paolo è al corrente sia del gruppo dei Dodici (di origine gesuana:
terson, Paul and the Jesus Tradition: It is Time for Another Look, HTR 84 (1991) cf. ICor 15,5) sia della funzione preminente di Cefa al loro inter-
23-41 (rifacendosi al Vangelo di Tommaso, si sostiene che Paolo rifiutò la tradizio-
ne dei detti di Gesù perché, nella forma da lui incontrata a Corinto, essa era di no (cf. Gal 1,18; 2,11-14). Poiché queste notizie sono tutto ciò che
tipo esoterico e non si interessava alla morte di Gesù); S. Kim, Jesus (Sayings of), abbiamo del Gesù terreno in Paolo, va subito notata l'estrema scar-
in G.F. Hawthorne - R.P. Martin - D.G. Reid, edd., Dictionary of Paul and His sità del suo interesse per la storia gesuana, essendo evidenti le forti
Letters, InterVarsity, Grand Rapids-Leicester 1993, pp. 474-492 [trad. ital.: San
Paolo, Cinisello Balsamo 1998] (Paolo conobbe certamente la tradizione su Gesù, lacune in materia.
ma non può essere paragonato a un rabbino o a un filosofo ellenista che citano In secondo luogo, per quanto riguarda le parole di Gesù, non
il loro maestro); J.M.G. Barclay, Jesus and Paul, in ib., pp. 492-503 (non si pos-
sono negare le differenze, ma ci sono sufficienti prove per dire che Paolo semplice- siamo molto più fortunati. A rigor di termini, le volte in cui l'A-
mente sviluppò il senso fondamentale della vita e della morte di Gesù); J.D.G. Dunn, postolo si rifa esplicitamente e con certezza a qualche suo pronun-
Jesus Tradition in Paul, in B. Chilton & C.A. Evans, edd., Studying the Historical ciamento sono soltanto tre, e sempre nella ICor: 7,10 (circa l'in-
Jesus. Evaluation of the State of Current Research, Leiden 1994, pp. 155-178 (una
certa libertà è dimostrata da Paolo anche nei confronti dell'A.T.; la tradizione su dissolubilità del matrimonio: cf. Me 10,11-12)59; 9,14 (circa la ne-
Gesù doveva essere ben presente nella memoria delle comunità cristiane [oltre che cessità che chi annuncia l'evangelo venga mantenuto dalla comu-
non essere ancora ben fissata], così da non essere necessaria una sua utilizzazione nità: cf. Le 10,7)60; e 11,24-25 (circa le parole dell'ultima cena sul
su vasta scala); J.P. Arnold, The Relationship of Paul to Jesus, in J.H. Charles-
worth & L.L. Johns, edd., Hillel and Jesus. Comparisons of Two Major Religious pane e sul vino: cf. Mt 26,26-28//)61. Altri tre casi, in cui egli sem-
Leaders, Fortress, Minneapolis 1997, pp. 256-288 (il collegamento di Paolo con Gesù bra rifarsi direttamente a una parola del Signore, sono discutibili.
è sicuro, sia pur con la mediazione della prima comunità cristiana). Vedi anche J.D.G.
Dunn, The Theology of Paul, pp. 182-206 ("Jesus the man"), Il primo è lTs 4,15-17: qui sono certo riferibili a Gesù secondo Mt
58
Cf. D. Wenham, Paul: Follower of Jesus or Founder of Christianity?, Eerd- 24,30-31 alcuni elementi dello scenario escatologico (la venuta dal
mans, Grand Rapids-Cambridge 1995. Più settoriale era lo studio di E. Jùngel, Paolo cielo, il suono della tromba, l'intervento angelico, la riunione de-
e Gesù. Alle origini della cristologia, Paideia, Brescia 1978 (orig. ted., Tùbingen
1962, 41972), che confronta il tema paolino della giustificazione e la predicazione gli eletti), ma non è riconducibile a lui l'affermazione centrale del
gesuana del Regno e del Figlio dell'uomo. Altri temi vengono confrontati o solo
accostati dal già citato J. Blank, Paulus und Jesus; da E.E. Ellis - E. Gràsser, edd., 59
Jesus und Paulus. Festschrift W.G. Kummel, Gòttingen 21978, e da H. Merklein, Ma vi si aggiunge subito una eccezione, che è nota sotto il nome di «privile-
Studien zu Jesus und Paulus, WUNT 43, Tùbingen 1987. Interessante è pure la rac- gio paolino»: ICor 7,12-16.
60
colta di studi in A.J.M. Wedderburn, ed., Paul and Jesus. Collected Essays, JSNT Ma nel contesto Paolo afferma di non attenersi a questa norma, poiché pre-
Suppl. 37, JSOT, Sheffield 1989 (si ipotizza che Paolo ricorra poco all'insegna- ferisce mantenersi con il lavoro delle proprie mani.
mento di Gesù perché al suo tempo esso era « in mani nemiche », cioè usato in sen- 61
Ma va notato che la trasmissione di queste parole concorda più con la tradi-
so legalistico dai suoi avversari giudaizzanti).
zione propria di Le che non con quella di Mc-Mt.
110 L'APOSTOLO PAOLO IL DEBITO VERSO LE TRADIZIONI GESUANE 111

passo, e cioè che nell'ultimo giorno risorgeranno prima i defunti menti che furono in Cristo Gesù"64. A questo proposito, dobbia-
e poi i viventi superstiti si assoderanno a loro per unirsi tutti insie- mo constatare che Paolo, per descrivere il rapporto suo e del cri-
me al Signore62. Il secondo passo si trova in Gal 6,2 ("Portate stiano nei confronti di Gesù, non impiega mai né il verbo "segui-
i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo"; cf. re" (àxoXouGéw) né il sostantivo "discepolo" (\icf.Br\vf\^), che invece
anche ICor 9,21); a questo proposito è ormai abbandonata la tesi, sono tipici delle tradizioni gesuane (cf. Sinottici e Gv). Egli invece
secondo cui Paolo intenderebbe una nuova Torah emanata dal fa uso dei termini "imitare-imitatore" (\ii\iio\ioi.i-[ii[i.r\xr\<;), che pe-
Gesù terreno, rinvenibile soprattutto nel Discorso della montagna rò, pur con una terminologia di diversa origine, hanno di mira lo
di Mt 5-7 (cf. W.D. Davies e C.H. Dodd); in alternativa, i com- stesso dato di una fedele adesione a Cristo. Sullo sfondo c'è sicu-
mentatori rimandano normalmente al comandamento dell'amore ramente un riferimento al Gesù terreno: ma non per proporre la
inteso come compendio di tutta l'etica gesuana (cf. F. Mussner, ripetizione dettagliata di tutti i suoi singoli comportamenti (per
J.D.G. Dunn); tuttavia, sono possibili anche altre interpretazioni, esempio, Paolo stesso non lo imita nel fatto che lavora con le pro-
così da pensare: o alla stessa legge mosaica in quanto compendiata prie mani), bensì per richiedere di adottare come metro di misura
da Gesù nel precetto dell'amore e osservabile mediante la fede della propria vita sia la netta conformazione alla volontà di Dio
in Gesù (cf. E.P. Sanders, A. Pitta, J.L. Martyn), o alla legge e sia soprattutto l'attenzione alle esigenze degli altri, la ricerca del
dello Spirito dato da Gesù perché la vita cristiana porti frutti (cf. vantaggio altrui (cf. Rm 15,2-3!)65.
B. Corsani), o al fatto che Gesù stesso è diventato legge per il
cristiano in quanto ha dato se stesso per gli altri (cf. O. Hofius,
R.B. Hays). Il terzo testo infine è Rm 14,14 ("So e sono persuaso 2.3 Allusioni alla tradizione sinottica
nel Signore Gesù che nulla è impuro per se stesso"), dove parreb-
be echeggiare una halakah come quella che leggiamo in Me Molto più frequenti sono invece i casi, in cui è possibile sentire
7,14-23/Mt 15,10-20 ("Non c'è nulla che entri nell'uomo e possa risuonare almeno indirettamente elementi della tradizione gesua-
contaminarlo..."); ma si pone il problema di sapere se Paolo si na. Senza voler esagerare66, sono almeno una ventina i passi delle
fondi su una reale tradizione gesuana (cf. Cranfield, Moo), oppu- lettere paoline (autentiche), in cui possiamo legittimamente pensa-
re se la sua concezione derivi semplicemente dal fatto di vivere re che l'Apostolo sia debitore di detti risalenti a Gesù67. Ci accon-
in Cristo (risorto) così da essere illuminato da Lui (cf. Kàsemann, tentiamo qui solo di fare qualche esempio. Ciò che leggiamo in lTs
Schlier, Dunn, Byrne)63. Il risultato è che l'aggancio di questi tre 5,2 ("Voi sapete molto bene che il giorno del Signore viene come
testi alla tradizione gesuana appare perlomeno problematico; ma un ladro di notte") non si spiegherebbe solo con un rimando alle
basterebbero i primi tre a dimostrare che comunque Paolo ne era
a conoscenza. 64
Così la versione CEI e la maggior parte dei Commentatori (cf. P.T. O'Brien,
In terzo luogo, ricordiamo quei passi in cui Paolo si propone Commentary on Philippians, NIDTC, Eerdmans, Grand Rapids 1991). Altri inve-
come imitatore di Cristo (o invita i suoi lettori a fare altrettanto). ce, per il fatto che il complemento "in Cristo Gesù" in Paolo designa sempre una
qualità della condizione cristiana, preferiscono tradurre più letteralmente: "Abbiate
Così per esempio leggiamo in ICor 11,1: "Siate miei imitatori co- tra di voi i sentimenti che (conviene avere) in Cristo Gesù" (cf. per esempio J. Gnilka,
me io lo sono di Cristo"; in lTs 1,6: "Voi siete diventati imitatori La lettera ai Filippesi, CTNT X/l, Brescia 1972). La prima versione sembra però
miei e del Signore"; e in Fil 2,5: "Abbiate fra di voi gli stessi senti- la migliore poiché l'inno cristologico che segue propone appunto la vicenda di Ge-
sù come paradigma di umiltà per il comportamento cristiano.
65
Cf. W. Michaelis, ^néo^ai XTX, in GLNT VI, coli. 253-298; H.D. Betz, Nach-
folge und Nachahmung Jesu Christi im Neuen Testament, BhT 37, Tùbingen 1967;
62 J.B. Webster, The Imitation of Christ, TyndBull 37 (1986) 95-120, e l'esegesi di
Da parte sua, T. Holtz, Der erste Brief an die Thessalonicher, EKK XIII,
Zùrich-Neukirchen 1986, p. 184, pensa che si possa trattare di un vero detto di Ge- ICor 11,1 in G. Barbaglio, La prima lettera ai Corinzi, SOC 7, Bologna 1996, p. 504.
66
sù altrimenti sconosciuto. Invece P. lovino, La prima lettera ai Tessalonicesi, SOC Per esempio A. Resch, Der Paulinismus und die Logia Jesu im ihren gegen-
13, Bologna 1992, p. 223 nota 176, preferisce pensare a un generico rimando di seitigen Verhàltnis untersucht, Leipzig 1904, credeva di poter computare addirittu-
tipo apocalittico all'autorià del Signore. ra un migliaio di paralleli fra i Sinottici e le lettere paoline!
63 67
In questo secondo senso vanno anche i commenti di J. Ziesler, L. Morris, P. Vedi l'utile tabella proposta da S. Kim, Jesus (Sayings of), p. 481, che ne com-
Stuhlmacher, J.A. Fitzmyer; incerto invece si dimostra U. Wilckens. puta 26 (più 5 nelle deuteropaoline Col, Ef, 2Ts).
112 L'APOSTOLO PAOLO IL DEBITO VERSO LE TRADIZIONI GESUANE 113

profezie veterotestamentarie; infatti, se è di qui che proviene in ul- valore della Legge, sull'identità profonda di Gesù, e sulla portata
tima analisi l'idea del giorno del Signore, tuttavia l'esempio del la- salvifica della sua morte. A questo proposito va metodologicamente
dro nella notte si trova soltanto in un passo della fonte Q (Mt osservato che in Paolo è possibile rilevare consonanze del genere,
24,43/Lc 12,39), che del resto sta all'origine di una tradizione rin- anche se non vi si riscontra lo stesso vocabolario o la stessa fraseo-
venibile anche altrove68; in più, il riconoscimento che i destinata- logia gesuana. Infatti può accadere che si intendano le stesse cose
ri "sanno bene" di cosa si tratta suppone che essi siano familiariz- pur servendosi di termini diversi. Ed è proprio a questo livello che
zati con l'immagine addotta. Inoltre, l'affermazione di ICor 1,27-28 si può notare la maggiore e più decisiva continuità tra Gesù e Pao-
("Dio ha scelto le cose stolte di questo mondo...") riecheggia l'in- lo. Qui di seguito presenteremo tre di questi casi.
segnamento gesuano sui poveri e sui semplici come veri destinatari 2.4.1 Regno di Dio e giustificazione per fede10. Come abbiamo
dell'annuncio (cf. Mt 5,3; 11,25; 19,30; Le 14,21). In 2Cor 12,12 visto nel volume I (cf. pp. 102-113), l'annuncio gesuano del Regno
("Si sono realizzati tra di voi i segni dell'apostolo [...] con segni, (o regalità) di Dio è strettamente connesso con due dati di fondo,
prodigi e miracoli") si riattualizza la consegna di Gesù quando chia- peraltro connessi tra di loro. L'uno è la richiesta di una pura di-
mò i Dodici e, mandandoli a predicare, "diede loro potere sugli sponibilità nei suoi confronti, scevra da pretese condizionanti, che
spiriti immondi" (Me 6,7; 3,14; 16,17s). L'accenno all'obbedien- corrisponda alla totale gratuità con cui il Regno viene offerto; in-
za di Gesù in Fil 2,8 ("...facendosi obbediente fino alla morte") fatti, quando si dice che esso è riservato a coloro che sono come
non può non richiamare, oltre il comportamento concreto di Ge- i bambini (cf. Mt 18,1-4//; 19,14), si intende dire che omogenei
sù, anche suoi detti specifici che esaltano il valore della totale sot- al Regno sono solo i poveri, quelli che si fanno piccoli davanti a
tomissione alla volontà di Dio (cf. Mt 6,10; Me 3,35; 14,36; Gv Dio perché sanno di non avere nulla da offrirgli al di fuori della
4,34). Infine, nella parenesi di Rm 12,9-21 ("Amatevi gli uni gli propria nuda accettazione. L'altro fattore è che il Regno, di con-
altri... Non maledite... Vivete in pace con tutti... Vinci con il bene seguenza, viene accolto da coloro che non hanno alcun merito da
il male...") risuonano molti detti gesuani sull'amore fraterno e sulla accampare come titolo di vanto davanti a Dio, cioè dai peccatori
non-violenza, riscontrabili nel Discorso della montagna (cf. Mt (cf. Mt 21,31: " I pubblicani e le prostitute vi precedono..."; e la
5,23s.39.44)69. parabola del fariseo e del pubblicano in Le 18,9-14); è con essi in-
fatti che Gesù pratica più volentieri la commensalità, suscitando
le critiche dei benpensanti orgogliosi di sé (cf. l'episodio della pec-
2.4 Consonanze tematiche tra Paolo e Gesù catrice perdonata in Le 7,36-50; e l'intero Le 15 introdotto al v.
2 con l'annotazione che i farisei e gli scribi mormoravano disap-
Ciò che abbiamo visto finora riguarda di fatto solo riporti o echi provando che egli accogliesse i peccatori e mangiasse con loro).
di singoli insegnamenti di ordine pratico. Più importante sarebbe Se ora confrontiamo questo tipico tratto gesuano con la dottri-
poter constatare la ripresa di dottrine di fondo, per esempio sul na di Paolo, vediamo delle coincidenze sorprendenti, che resisto-
no anche al di là della differenza di linguaggio. Certo l'Apostolo
parla molto poco del Regno di Dio, e lo fa quasi esclusivamente
68 in contesti parenetici (cf. Rm 14,17; ICor 4,20; 6,9-10; 15,24.50;
L'immagine si ritrova anche in 2Pt 3,10; Ap 3,3; e Vangelo di Tommaso 21.
69
Più problematico mi sembra dover ricondurre a Gesù ciò che Paolo dice in Gal 5,21; lTs 2,12). Viceversa, Gesù non ragionava in base al con-
ICor 3,16 e 6,15 sulla comunità come Tempio di Dio e sui cristiani come membra cetto di "giustizia (di Dio)", che è invece tipico di Paolo 71 ; anzi,
di Cristo (così E.E. Ellis, Tradiiions in 1 Corinthians, NTS 32 [1986] 481-501 spe-
cie 485-490), poiché far valere il detto gesuano sulla distruzione del Tempio di Ge-
rusalemme non è sufficiente, tanto più che questo era ancora in piedi mentre l'A- 70
postolo scriveva la ICor. Più interessante, anche se non del tutto convincente, è Cf. E. Jùngel, Paolo e Gesù, pp. 29-89, 313-338; D. Wenham, Paul, pp.
il tentativo di altri Autori di collegare 2Cor 5,1 (circa la dimora àxeipo7roiT)-co<;, "non 34-103.
fatta da mani d'uomo", che attende il cristiano nei cieli) con il detto gesuano di 71
Ricordiamo qui che il termine SixatoouvT), presente ben 34 volte nella sola Rm,
Me 14,58 dove abbiamo il medesimo aggettivo concernente la ricostruzione del Tem- si trova soltanto 7 volte in Mt, mai in Me, una sola volta in Le (ma non in bocca
pio identificato con il Cristo risorto (cf. A. Feuillet, La demeure celeste et la desti- a Gesù), e due volte in Gv. Viceversa, alle 8 ricorrenze di "regno (di Dio)" in Pao-
née des chrétiens. Étude de II Cor, VJ-10, RcSR 44 [1956] 161-192, 360-402). lo corrispondono le 51 ricorrenze in Mt, 14 in Me, 38 in Le (e solo 2 in Gv).
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114 ^ L'APOSTOLO PAOLO IL DEBITO VERSO LE TRADIZIONI GESUANE 115

dove esso appare in Mt soprattutto 5,20 designa giudaicamente la Paolo, abbiamo già detto sopra. L'importante è vedere almeno se
osservanza della Legge72. Inoltre, Gesù connetteva l'irruzione del i titoli cristologici gesuani si ritrovino in Paolo (pur riservando a
Regno già con la sua parola e la sua azione terrene, pur riservan- questo argomento un apposito paragrafo più avanti). L'Apostolo
done il compimento nel futuro escatologico (cf. voi. I, pp. 102-113); non conosce la qualifica di Figlio dell'uomo77, mentre in più im-
Paolo invece, che comunque concorda sulla piena dimensione fu- piega il titolo forte di "Signore" che non proviene certo da Gesù
tura della salvezza (cf. Rm 5,9-10; 8,24), collega la giustificazione ma dalla prima chiesa post-pasquale (cf. sopra: cap. I, 3.2). Tut-
del peccatore con la fede nel Cristo morto e risorto (cf. Rm 4,25; tavia lo spessore divino di Gesù è ugualmente espresso in entram-
5,18; 8,32). Ma, se non c'è esatta corrispondenza di vocabolario, bi, sia pur in maniera discreta. Così il titolo di "Figlio (di Dio)",
corrisponde invece molto bene la tematica di fondo. Infatti, l'in- raro in bocca a Gesù (appena tre volte: cf. voi. I, pp. 150-153),
segnamento paolino circa la giustificazione per fede senza le opere è altrettanto raro nelle lettere di Paolo (appena 15 volte contro le
della Legge comporta la stessa gratuità del dono, da una parte, e quasi 300 del titolo-nome di "Cristo"). È vero poi che l'invoca-
la stessa immeritata accettazione dall'altra73. Cosicché, l'esigenza zione aramaica 'Abba è ora attestata in bocca ai cristiani e non
che per Gesù si esprimeva ancora con il concetto di "conversio- più in bocca a Gesù (cf. Rm 8,15; Gal 4,6); però l'Apostolo è co-
ne", in Paolo acquista la nuova designazione di "fede"74. Il fat- sciente che essa proviene loro dallo "Spirito del Figlio" (Gal 4,6)
to è che "l'esperienza di Gesù divenne il convincimento cristologi- e quindi costituisce un'assimilazione a lui, per il quale essa vale in
co di Paolo: che cioè la salvezza è ormai venuta con Gesù"75. senso pieno. D'altronde, l'espressione di conio paolino che desi-
L'accordo dunque è nel fondo delle cose, dove le parole cedono gna Dio come "padre del signore nostro Gesù Cristo" (Rm 15,6;
il passo alla realtà significata. Constatazioni analoghe si potrebbe- 2Cor 1,3; 11,31) suppone un rapporto particolarissimo di lui con
ro fare circa il valore della Legge: in entrambi i casi si dimostra Dio Padre78; esso è ulteriormente evidenziato dal fatto che il con-
un atteggiamento di grande libertà nei suoi confronti (cf. le infra- cetto esclusivamente paolino di "filiazione adottiva" (uìoGeawc: Rm
zioni di Gesù: voi. I, pp. 74-86) eppure qua e là ne viene fatto 8,15.23; 9,4; Gal 4,5) è riservato solo ai cristiani in modo tale da
l'elogio76. distinguerli nettamente dal tipo di filiazione che caratterizza Gesù,
2.4.2 L'identità di Gesù. Sull'identità umana di Gesù secondo "figlio" senza limitazioni.
2.4.3 // valore della morte di Gesù. Questo è forse uno dei punti
più discussi circa la continuità tra Gesù e Paolo. Dato che sul tema
72
Cf. G. Barbaglio, Paolo e Matteo: due termini di confronto, RSB 1 (1989) ritorneremo in seguito, ci accontentiamo qui solo di qualche cen-
5-22.
73
Le parabole matteane del servo spietato (cf. Mt 18,23-35) e degli operai nella no fondamentale79. Il pensiero di Paolo in materia non è del tut-
vigna (cf. Mt 20,1-16) esprimono in termini narrativi esattamente ciò che Paolo di- to omogeneo: a volte egli pensa alla morte di Gesù come a un sa-
ce in termini più teologici a proposito dell'assoluto primato della grazia di Dio (cf. crificio espiatorio in base al quale noi veniamo perdonati (cf. Rm
Rm745,8; 9,15-16; Gal 2,21). Vedi A.J.M. Wedderburn, Paul and Jesus, pp. 102-110.
Cf. R. Penna, Pentimento e conversione nelle lettere di San Paolo: la loro
scarsa rilevanza soteriologica confrontata con lo sfondo religioso, in Id., a cura,
Vangelo, religioni e cultura. Miscellanea di studi in memoria di mons. P. Rossano, 77
San75 Paolo, Cinisello Balsamo 1993, pp. 57-103. L'equiparazione stabilita da D. Wenham, Paul, pp. 126-129, tra questo tito-
D. Wenham, Paul, p. 51. Inevitabilmente quindi, "non ci può essere fede in lo e la dimensione cristologica di Adamo secondo Paolo sarebbe convincente solo
Dio che non passi per Gesù Cristo" (E. Jùngel, Paolo e Gesù, p. 326). Del resto, se l'espressione avesse un semplice significato creaturale e non derivasse da Dn 7,13;
le stesse realtà paoline di giustizia, pace, gioia, libertà, vita ecc., sono implicate ma come abbiamo visto nel voi. 1, pp. 134-143, ciò è impossibile, e anche il tentati-
nella predicazione gesuana del Regno e sono ora rese disponibili mediante la morte vo di vedere in Fil 2,7 una combinazione di "Adamic and Danielic ideas" è una
di Gesù; "perciò il fatto che il vangelo gesuano del Regno sia sostituito dal vangelo forzatura.
paolino della morte e risurrezione di Gesù non significa alcuna discontinuità tra 78
Va infatti osservato che essa ricorre in contesto di euloghia; in questo senso
Gesù e Paolo. È vero piuttosto il contrario: esso doveva essere sostituito in questo è analoga a quella giudaica che dice per esempio: "Sii benedetto, Signore Dio di
modo" (S. Kim, Sayings, p. 483). Israele, nostro padre, ora e sempre" (lCr 29,10; e la seconda benedizione che pre-
76
D'altronde, in entrambi i casi le molteplici esigenze della Legge vengono ri- cede la recita dello Sh'ma0): l'idea qui espressa di paternità-filiazione a dimensio-
dotte all'unico comandamento dell'amore, come si rileva dal confronto fra Me ne collettiva, intesa come unica nel suo genere, si ritrova in senso individuale nel
12,28-34// e Rm 13,8-10; Gal 5,14 (anche se in Gesù ci sono i due comandamenti caso di Gesù.
dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo, mentre in Paolo c'è solo il secondo). 7
» Cf. D. Wenham, Paul, pp. 138-164.
116 L'APOSTOLO PAOLO IL DEBITO VERSO LE TRADIZIONI GESUANE 117

3,24-26), altre volte invece essa è presentata come un atto al quale 2.5 Conclusione
anche noi partecipiamo per morire e vivere insieme a lui (cf. Rm
6,1-11)80. Alla base c'è un diverso concetto di peccato. Il primo La questione del rapporto di Paolo con Gesù è complessa, poiché
modo è più tradizionale, mentre il secondo è più tipicamente Pao- ha due facce. Il rischio è di farne prevalere una sola sull'altra. L'una,
lino. Ma non va dimenticato che a volte l'Apostolo lega la salvez- forse la più evidente a prima vista, consiste nella novità del genio teo-
za del cristiano alla semplice confessione della risurrezione di Ge- logico dell'Apostolo, che non è un mero ripetitore ma rielabora per-
sù, senza riferimenti alla sua morte (cf. Rm 10,9-10), ricordando sonalmente e originalmente i dati ricevuti così da dare l'impressione
in più che nel passo pre-paolino riportato e condiviso da Paolo in di ricominciare le cose da capo. L'altra, più nascosta ma reale, è quella
Fil 2,6-11 (cf. sotto) alla morte di Gesù non è connesso un esplici- della fedeltà di fondo ai dati ricevuti, che fa dire con onestà al diret-
to valore salvifico. In ogni caso, l'Apostolo considera la morte di to interessato di considerarsi uno "schiavo di Cristo" (Rm 1,1 ecc.)
Gesù non come un incidente della storia, ma come un evento esca- e non certo un suo usurpatore. Perciò non è possibile accostare le due
tologico che è ritenuto punto centrale del piano divino di salvezza figure nello stile delle Vite parallele di Plutarco. Prima c'è Gesù Cri-
per il mondo, in quanto implica la redenzione degli uomini dalla sto, e poi solo a una certa distanza viene Paolo di Tarso, che, se tra
loro situazione peccaminosa, e che perciò sta all'origine di tutta i cristiani del secolo I è certamente quello dai contorni biografici e
l'esistenza cristiana. ideali più risentiti, non per questo però cessa di essere totalmente al
Orbene, c'è sicuramente un linguaggio soteriologico paolino che servizio di Gesù, che un giorno lo ghermì sulla strada di Damasco83.
non troviamo in Gesù: così il concetto cultuale di iXacrtriptov ("luogo Altra questione è chiedersi se il materiale gesuano sia centrale
o strumento di espiazione": Rm 3,25) e quello più partecipazioni- o periferico alla teologia paolina e in specie alla sua cristologia84.
sta oufxcpuToi TOU BavdcTou atkou ("connaturati alla sua morte": Rm La risposta non può che essere bilanciata. Al centro del pensiero
6,5), oltre a quelli di liberazione, riconciliazione, giustificazione di Paolo c'è indubbiamente la figura di Gesù, così come egli l'ha
ecc. Tuttavia, anche qui, la consonanza va ben oltre il lessico. ricevuta dalla tradizione ecclesiale. Però la sua dimensione storica
Come abbiamo visto nel volume I, è innegabile anche in Gesù ancorché reale è piuttosto sfumata; anche il materiale gesuano delle
una soteriolgia almeno implicita. Da una parte, egli ha considera- parole (dato che quello delle azioni, a parte la morte considerata
to tutto il proprio ministero pubblico come l'espressione della però più come evento che come un fatto, è pressoché inesistente)
misericordia divina in favore dei peccatori (cf. Me 2,17: "Non sta piuttosto sullo sfondo che non in primo piano. Il motivo è che
sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori"). Dall'altra, il egli incontrò nella propria vita non il Terreno ma il Glorificato.
detto tramandato da Me 10,45/Mt 20,28 ("Il Figlio dell'uomo Ed è a questi che Paolo attribuisce persino delle parole ignote ad
non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita altri (cf. 2Cor 12,8-9: "...e mi disse: Ti basta la mia grazia, poiché
in riscatto per i molti") e le parole pronunciate sul pane e sul la forza si perfeziona nella debolezza").
vino nell'ultima cena ("...il mio corpo dato per voi... la nuova Scopriamo dunque un tratto essenziale del Gesù di Paolo. A dif-
alleanza nel mio sangue": ICor 11,24-25/Lc 22,19-20)81 espri- ferenza degli evangelisti che invece vi annettono molta importan-
mono con sufficiente chiarezza la cosciente intenzione di Gesù za, Gesù per l'Apostolo non è né un taumaturgo né un maestro85.
di conferire alla propria morte una destinazione salvifica in favo-
re degli uomini82. 83
"Paolo sarebbe inorridito all'idea di essere il secondo fondatore del cristia-
nesimo. Per lui la sorgente della teologia era Gesù: sia quello che incontrò sulla
strada di Damasco, sia quello della tradizione cristiana. Naturalmente egli identifi-
cò i due. Paolo vide se stesso come lo schiavo di Gesù Cristo, non come il fondato-
80
Cf. G. Barth, // significato della morte di Gesù. L'interpretazione del Nuovo re del cristianesimo" (D. Wenham, Paul, pp. 409-410).
84
Testamento, Claudiana, Torino 1995, pp. 155-174. Nel primo senso, cf. D. Wenham, Paul, pp. 399-400; nel secondo senso cf.
81
È indifferente osservare che la tradizione Paolo-Lc attribuisce un valore sal- N. Walter, Paul and the Early Christian Jesus-Tradition, in A. J.M. Wedderburn,
vifico a entrambi, mentre la tradizione Mc-Mt lo riconosce solo al vino (cf. Me ed., Paul and Jesus, pp. 51-80.
14,22-24/Mt 26-28). 85
82
Paolo non rimanda mai a nessuno dei miracoli compiuti dal Gesù terreno,
Cf. il volume I, rispettivamente pp. 74-86 e 153-166. ma accenna appena a "segni e prodigi" compiuti dal Risorto (cf. Rm 15,18-19).
118 L'APOSTOLO PAOLO L'EREDITÀ CRISTOLOGICA PRE-PAOLINA 119

Il punto decisivo sta qui: Gesù per Paolo non è un personaggio nosce personalmente in modo chiaro quando scrive ai Corinzi: "Vi
del passato, ma è oggi "nostra sapienza da Dio e giustizia e santi- ho trasmesso ciò che anch'io ho ricevuto" (ICor 15,3). Paolo quin-
ficazione e redenzione" (ICor 1,30). Con lui non c'è un rapporto di, tutt'altro che un iniziatore, appare chiaramente come un anel-
estrinseco, distaccato: non certo commemorativo ma neppure di lo della catena della tradizione. Per quanto vistoso questo anello
semplice esemplarità. Il Gesù di Paolo non sta davanti a noi, di- possa sembrare, è solo sulla tradizione che egli innesta e sviluppa
verso da noi, ma sta dentro di noi, parte viva di noi, anzi propul- gli apporti originali del suo pensiero, anche se è ipotizzabile che
sore della nostra vita (cf. Gal 2,20: "Non sono più io che vivo, della tradizione egli selezioni proprio ciò che è più conforme alla
ma Cristo vive in me"). Egli non è tanto una parallela che corre propria ermeneutica dell'evangelo87.
accanto al cristiano quanto piuttosto una perpendicolare che inve- Si pone però il problema di sapere quale chiesa abbia concreta-
ste in pieno la sua identità e la sua esistenza. Il Gesù terreno sta mente influito sulla formazione cristiana dell'Apostolo, sapendo
alla base di tutto ciò, ne è l'imprescindibile punto di partenza, è che i suoi primi anni di 'convertito', anteriori alla prima missione,
lo zoccolo duro dell'aggancio con la storia. E Paolo lo sa. Ma egli egli li trascorse all'interno del triangolo geografico Damasco-
respira con altri polmoni, che non sono quelli dello storico bensì Gerusalemme-Antiochia di Siria88. Certo è a questa regione che ri-
quelli del 'mistico'. Non è comunque un altro Gesù quello che egli mandano per esempio le invocazioni aramaiche Maranathà (ICor
annuncia. Il fatto è che Gesù stesso conosce almeno due fasi di esi- 16,22), Abbà (Rm 8,15; Gal 4,6), e l'appellativo Kephà (ICor 1,12,
stenza: una storica e una metastorica, che hanno il loro punto di 9,5; 15,5; Gal 1,18; 2,9.11.14). Quanto a Damasco, la menzione
coincidenza nella sua morte-risurrezione. Se per la prima vale la dell'oscuro Anania in At 9,10-17 (cf. 22,12-16) allude discretamente
memoria, la seconda assicura una presenza. Paolo è ancorato a al primo evangelizzatore di Paolo, anche se di quel giudeo-cristiano
quella, ma si libra interamente nell'atmosfera di questa86. Tutto e della sua opera non sappiamo altro. Quanto a Gerusalemme, Pao-
ciò andrà ulteriormente verificato in seguito. lo deve avervi imparato davvero molto; ma per questo rimandia-
mo a quanto abbiamo già scritto nel capitolo precedente. Resta da
considerare Antiochia, dove si era formata una comunità cristiana
3. L'eredità cristologica pre-paolina vivace e aperta, all'interno della quale Paolo trascorse almeno un
anno (cf. At 11,26) prima della sua attività missionaria; egli ne di-
3.1 77 triangolo Damasco-Gerusalemme-Antiochia venne anche uno dei suoi esponenti principali (cf. At 13,1-2), tan-
to da poter essere chiamato "missionario e teologo antiocheno"89.
Come abbiamo accennato sopra, tra Gesù e Paolo non c'è il vuo- Agli stimoli provenienti da questa chiesa egli deve forse alcuni aspet-
to, ma è presente la primitiva chiesa dell'area siro-palestinese. Né ti decisivi del suo pensiero, compresi alcuni aspetti della cristolo-
si può dire che Paolo, il quale non fu discepolo del Gesù terreno, gia, alla cui formulazione peraltro dobbiamo pensare che egli ab-
abbia derivato l'intero suo patrimonio ideale di cristiano dall'in- bia cooperato in prima persona90.
contro folgorante con il Risorto sulla strada di Damasco. Fu ap-
punto la chiesa a fare da concreta mediazione storica tra il Naza- 87
Cf. K. Wengst, Der Apostel und die Tradition. Zur theologischen Bedeutung
reno e l'Apostolo. È da lei che gli provengono i tratti fondamenta- urchristlicher Formeln bei Paulus, ZTK 69 (1972) 145-162. Vedi anche R. 2Penna,
li della sua fede cristologica, o almeno è nel suo seno che egli ha Paolo di Tarso. Un cristianesimo possibile, San Paolo, Cinisello Balsamo 1994,
la possibilità di formulare il contenuto della nuova fede. Lo rico- pp. 37-52.
88
Vedi ora in proposito lo studio complessivo di M. Hengel e A.M. Schwemer,
Paul
89
Between Damascus and Antioch. The Unknown Years, SCM, London 1997.
90
J. Becker, Paolo l'apostolo dei popoli, pp. 89-129.
Così egli non impiega mai a suo riguardo la qualifica né di Rabbi né di Maestro Vedi in particolare L. Schenke, Die Urgemeinde, pp. 317-347; E. Rau, Von
(il titolo di BiBàoxaXo? è usato solo per designare una funzione ministeriale all'inter- Jesus zu Paulus. Entwicklung und Rezeption der antiochenischen Theologie im Ur-
no della chiesa: cf. ICor 12,28-29). christentum, Kohlhammer, Stuttgart-Berlin 1994; e A. Dauer, Paulus und die christ-
86
Cf. J. Becker, Paolo l'apostolo dei popoli, p. 384: "Nell'Apostolo la cristo- liche Gemeinde im syrischen Antiochia, BBB 106, Beltz Athenàum, Bonn 1996. Cf.
logia entra in questione solo e sempre in quanto contenuto di quel Vangelo che ora anche R.E. Brown, Antiochia e Roma. Chiese-madri della cattolicità antica, Citta-
viene annunciato nella forza dello Spirito". della, Assisi 1987, specie pp. 41-60. Per un inserimento della città nell'ambito
L'EREDITÀ CRISTOLOGICA PRE-PAOLINA 121
120 L'APOSTOLO PAOLO

Rilevare all'interno dell'epistolario paolino i testi pre-redazionali non na; 15,3-5 sui fatti pasquali) rimandano inequivocabilmente ad eventi ve-
è cosa facile91. Ancor più difficile è stabilire da quale ambito ecclesiale rificatisi proprio a Gerusalemme o in Giudea. Del resto, da Gerusalem-
essi provengano, e quindi non stupisce che gli Autori in materia possa- me provengono i primi importanti collaboratori di Paolo, come Barnaba
no divergere. Così Schenke e Dauer non sono d'accordo sull'ambienta- e Sila/Silvano. In più, avendo incontrato per vari giorni Cefa proprio a
zione di testi come Rm l,3b-4a e Rm 3,25, che il primo fa risalire a Ge- Gerusalemme (cf. Gal 1,18), l'Apostolo stesso può dichiarare con sicurezza
rusalemme, mentre il secondo li riporta ad Antiochia. In generale però la propria comunione di fede con quella chiesa: "Sia io che loro così pre-
essi concordano (cf. anche Becker) nell'attribuire alla chiesa antioche- dichiamo e così avete creduto" (ICor 15,11). Tutto ciò non si può negare.
na non solo il concetto di euanghelion, comprendente la riflessione su In ogni caso, c'è un punto che va tenuto presente e che favorisce l'i-
di una missione ai Gentili libera dall'obbligo della circoncisione, ma an- dea di un apporto determinante di Antiochia all'elaborazione del pen-
che per quanto interessa a noi più da vicino: siero di Paolo. È la notizia fornitaci da Luca, secondo cui "ad Antio-
- la concezione di un epocale superamento della Legge da parte di chia cominciarono a parlare anche ai Greci [cioè ai Gentili], predican-
Cristo (cf. Rm 10,4); do l'evangelo del Signore Gesù" (At 11,20)93. Ciò avrà delle conseguen-
- l'attribuzione a Gesù del titolo di "Signore" non tanto nella sua ze notevoli anche sulla cristologia per quanto riguarda il rapporto tra
formulazione aramaica Mar-Mar' (cf. cap. I, C, 2) quanto soprattutto Gesù e la Legge. Poiché gli sviluppi in materia ci sono testimoniati solo
in quella greca di Kyrios (presente in formule come Rm 10,9; ICor 8,6; dalle lettere di Paolo, li consideriamo caratteristici della sua cristologia
12,3 e Fil 2,9-11); (e li tratteremo più sotto: cf. § 6).
- gran parte delle confessioni di fede (come quelle presenti in Rm 4,25;
8,32; ICor 15,3-5); D u n q u e , i debiti di Paolo nei confronti della cristologia primiti-
- le dichiarazioni sull'autodonazione di Cristo (cf. Gal 1,4; 2,20); va sono indubitabili, in qualunque direzione ecclesiale essi possa-
- sulla sua morte "per" (cf. Rm 5,8); no essere ricondotti. Noi abbiamo già preso in esame due determi-
- sulla sua missione come preesistente (cf. Rm 8,3; Gal 4,4); nanti confessioni di fede della chiesa primitiva, che non a caso ci
- e quelle sulla Parusìa e sulla sua configurazione (cf. lTs 4,16-17). sono conservate proprio dalle lettere di Paolo (cf. Rm l,3b-4a; ICor
Tuttavia Hengel92 mette fortemente in guardia dal rischio di un "pan- 15,3-5) 94 . Esse vanno richiamate in questa sede dal Lettore per
antiochenismo", che finisce per enfatizzare oltre il dovuto la funzione avere un q u a d r o più completo della situazione. Ora invece, qui di
storico-teologica della chiesa antiochena. Secondo Hengel, infatti, le
seguito, per non frammentare eccessivamente l'esposizione adden-
componenti essenziali della fede cristiana (come il titolo di "Signore",
l'idea della preesistenza, e persino quella sulla mediazione nella crea- trandoci in piccole locuzioni del discorso paolino (su cui peraltro
zione) si sono formate tutte già nella chiesa di Gerusalemme. Fu là che ci soffermeremo nei successivi paragrafi della ricerca), dedichia-
avvenne l'esplosione cristologica, e il gruppo degli "Ellenisti" ne favo- m o la nostra attenzione a un unico b r a n o , che spicca per la sua
rì anche un ripensamento alla greca. Perciò fu di là che Paolo portò ampiezza e omogeneità, oltre che per la sua importanza: Fil 2,6-11.
questo patrimonio con sé ad Antiochia. Così i testi pre-paolini sia di
Rm sia di ICor sono riconducibili solo alla chiesa palestinese per vari
motivi. Da una parte, la chiesa di Roma era stata fondata a partire da 3.2 Pre-redazionalità e struttura di Fil 2,6-11
Gerusalemme e Paolo, che su di essa era stato informato dai giudei ro-
mani Aquila e Prisca, voleva ingraziarsela riportando affermazioni cri-
L'attuale stato della ricerca in materia deve registrare che la quasi
stologiche ad essa ben note (cf. Rm l,3b-4a; 3,25; 4,25; 8,32). Dall'al-
tra, i testi chiaramente tradizionali di ICor (cf. 11,23-27 sull'ultima ce- totalità degli studiosi concorda sul fatto che in Fil 2,6-11 Paolo

93
È vero che questa notizia non si accorda bene con il precedente episodio del
della Siria, cf. R. Tracey, Syria, in D.W.J. Gill & C. Gempf, edd., The Book of battesimo del pagano Cornelio (cf. At 10), ma proprio perché stride con l'imposta-
Acts in Its Graeco-Roman Setting, "The Book of Acts in Its First Century Setting" zione storiografica lucana essa va considerata tradizionale (cf. G. Lùdemann, Das
2, Eerdmans-Paternoster, Grand Rapids-Carlisle 1994, pp. 223-278 specie 236-239. frùhe Christentum, p. 142). Ad Antiochia perciò "inizia una nuova epoca nella storia
91
L. Schenke enumera otto criteri, in base ai quali poter isolare materiale di ti- della missione cristiana, in un certo senso quella più importante" (E. Haenchen,
po "formulare", risalente a uno stadio anteriore alla composizione scritta (cf. Die Apg, p. 310), e ciò è almeno indirettamente riconosciuto anche da Hengel-Schwemer,
Urgemeinde, pp. 326-327). Paul Between Damascus and Antioch, p. 183.
94
92
Cf. Paul Between Damascus and Antioch, pp. 279-300. Cf. volume I, pp. 196-210.
122 L'EREDITÀ CRISTOLOGICA PRE-PAOLINA 123
L'APOSTOLO PAOLO

riporta una composizione precedente alla scrittura della lettera 95 . liò" se stesso)98, oltre che sulla testimonianza nel mondo (cf.
I motivi principali, in ordine crescente, sono i seguenti: 2,12-18). Invece, i seguenti vv. 9-11 non hanno alcuna immediata
- (1) si riscontrano alcuni hapax legomena paolini, a livello sia ricaduta contestuale, visto che essi non sono funzionali a fondare
lessicale ((jiopcpT), l'aoc, àproxypiói;, u7tepoc|)óco, xaxaxOóvio?) sia di fraseo- la fede o la speranza nella risurrezione dei destinatari, né in se stessa
logia ("stimare una rapina", "essere uguale a Dio", "svuotò... né come ricompensa a una vita di prove 99 . Questa osservazione fa
se stesso", "gli fece grazia del nome"); chiaramente intendere che qui è stato collocato di peso un brano
- (2) si tratta di una lunga composizione cristologica che rompe che a rigor di logica, per adattarsi meglio al discorso circostante,
vistosamente il contesto, il quale ha un tutt'altro interesse di tipo avrebbe dovuto essere scomposto; essendo invece stato preso in
pareneiico (e il v. 5 rappresenta un trait-d'union tra le due pro- blocco, anche se non tutto serve agli scopi contestuali, è segno che
spettive); all'origine esso faceva un tutt'uno come composizione autono-
- (3) il modello cristologico umiliazione-esaltazione non ha con- ma 100 .
fronti in Paolo, poiché dove l'Apostolo ricorre al binomio morte- Quanto alla struttura del testo, le proposte fatte dagli Autori van-
risurrezione non fa menzione della pre-esistenza (cf. per esempio no da un massimo di sei strofe101 a un minimo di due 102 . Mi pare
Rm 4,25; 2Cor 13,4), e viceversa dove allude alla pre-esistenza non
giunge a parlare di risurrezione (cf. Gal 4,4; Rm 8,3)96; 98
In questo senso è molto pertinente il titolo della monografia di J. Heriban,
- (4) la menzione della croce al v. 8 è contestualmente collegata Retto <ppovew e xévwau;. Studio esegetico su Fil 2,1-5.6-11, LAS, Roma 1983. Vedi
solo con un inusuale valore di esemplarità nell'obbedienza, non con anche S.E. Fowl, The Story of Christ in the Ethics of Paul. An Analysis of the
i concetti paolini della sua dimensione salvifica (cf. Rm 4,25; 5,6-8) Function ofthe Hymnic Material in the Pauline Corpus, JSNT Suppl. 36, Jsot Press,
Sheffield 1990, pp. 49-101.
né tantomeno con quello di una partecipazione da parte dell'apo- 99
II rimando a Fil 3,10-11 ("...reso conforme alla sua morte perché possa an-
stolo (cf. 2Cor 13,3-4; 4,10)97; che condividere la sua risurrezione dai morti") sarebbe improprio, sia perché è troppo
- (5) infine e soprattutto si vede bene che la dimensione semanti- lontano dalla parenesi del cap. 2, sia perché si riferisce solo a Paolo e non ai desti-
natari (per non dire che, secondo alcuni Autori, apparterrebbe a un'altra lettera).
ca del brano eccede notevolmente quella del suo contesto. Infatti Altrettanto improprio è il richiamo a Fil 3,20-21 (lett.: "egli trasformerà il corpo
solo i vv. 6-8 hanno una vera funzione contestuale in quanto sono della nostra umiltà per conformarlo al corpo della sua gloria secondo il potere che
ordinati a fondare la parenesi sui rapporti comunitari, presente nei ha di sottomettere a sé tutte le cose"), dato che qui c'è una prospettiva escatologica
che100là è del tutto assente.
precedenti vv. 1-5 con l'esortazione a evitare ogni vanagloria e a Quanto al suo genere letterario, non si tratta certo di un "inno" in senso
ricercare l'umiltà nei comportamenti vicendevoli (vedi infatti la cor- stretto, dato che di strettamente poetico c'è ben poco al di fuori di un certo ritmo
della prosa (cf. H. Riesenfeld, Unpoetische Hymnen im Neuen Testament? Zu Phil
rispondenza tra la xa7reivo9pcoauv7], "umiltà", richiesta ai destina- 2,1-11, in J. Kilunen et al., ed., Glaube und Gerechtigkeit. In Memoriam R. Gyl-
tari nel v. 3 e il rimando esemplare a Cristo che IxowceCvwaev, "umi- lenberg, Helsinki 1983, pp. 155-168). Possiamo però accettare questa definizione
generale: "È proprio dell'essenza dell'inno una forte concentrazione sulla persona
95
di colui al quale esso è indirizzato; perciò riteniamo come inno l'enumerazione ce-
II primo proponente di questa tesi fu E. Lohmeyer in uno studio del 1927 e lebrativa e lodante delle gesta o delle proprietà di una divinità" (R. Deichgràber,
poi nel suo commento a Fil del 1930 (cf. Meyer Kommentar, Gòttingen 61964). Per Gotteshymnus und Christushymnus in derfruhen Christenheit. Untersuchungen zu
un breve ma documentato status quaestionis, vedi A. Dauer, Paulus und die christ- Form, Sprache und Stil derfrùhchristlichen Hymnen, Gòttingen 1967, p. 22; su
iiche Gemeinde, pp. 106-108 + 248-250: tra i pochi negatori della pre-redazionalità Fil 2,6-11 : ib., pp. 118-133). E in questo senso che possiamo ricordare la prassi pro-
vanno aggiunti E. Lupieri, La morte di croce. Contributi per un'analisi di Fil. 2,6- tocristiana testimoniata da Plinio il Giovane sui cristiani di Bitinia che si riunivano
11, RivBibl 27 (1979) 271-311; e ora R. Brucker, 'Christushymnen'oder 'epideikti- a questo scopo: Carmen Christo quasi deo dicere secum invicem (Epist. 10,96,7).
101
sche Passagen '? Studien zum Stilwechsel im Neuen Testament und seiner Umwelt, Così già E. Lohmeyer e poi soprattutto R.P. Martin, Carmen Christi. Phi-
Vandenhoeck, Gòttingen 1997, pp. 308-320. lippians ii.5-11 in Recent Interpretation and in the Setting ofEarly Christian Wor-
96
Un'eccezione è rappresentata da Rm 1,3-4 dove risulta una cristologia a tre ship, Cambridge 1967, 21983, pp. 36-37. Questo tentativo, che è basato sulla rico-
stadi (pre-esistenza, nascita davidica, risurrezione), ma: da una parte, la nascita non struzione di una serie di dodici paia di stichi suddivisi appunto in sei unità (vv.
è intesa come una umiliazione; dall'altra, non si parla affatto della morte; e so- 6ab.7ab.7bc.8ab.9ab.l0a + Ila), purtroppo comporta un ritocco del testo con l'e-
prattutto siamo in presenza di una confessione pre-paolina che assume una diversa liminazione dei vv. 8c ("e alla morte di croce"), lOb ("di ciò che è in cielo e sulla
prospettiva nel nuovo contesto epistolare (cf. voi. I, pp. 201-208). terra e sottoterra"), llb ("a gloria di Dio Padre").
97 102
Anzi è curioso osservare che, mentre non si dice affatto che la morte di Cri- Così i citati H. Deichgràber e J. Heriban (oltre ai commenti di J. Gnilka,
sto sia avvenuta "per noi" (o simili), in 1,29 si afferma al contrario che ai filippesi R. Fabris, P.T. O'Brien), secondo questo schema semplicissimo: (1) vv. 6-8: umi-
è stato dato di "soffrire per Cristo" (cf. anche 2Cor 12,10)! liazione; (2) vv. 9-11: esaltazione. Questa divisione rispetto alla precedente ha il
L'EREDITÀ CRISTOLOGIA PRE-PAOLINA 125
1Z4 - L'APOSTOLO PAOLO

però che una articolazione in tre strofe103 renda meglio ragione de- netto con l'affermazione precedente, cosicché tra il v. 6 ("forma
gli altrettanti momenti, che scandiscono l'incomparabile itinera- di Dio") e il v. 7 ("forma di schiavo") viene a darsi una vera con-
rio percorso dal Cristo, cioè rispettivamente: A. la preesistenza (v. trapposizione, sulla quale non si può sorvolare facendo finta di
6); B. la kenosi fino alla croce (vv. 7-8); C. la glorificazione (vv. niente.
9-11). Il testo pertanto risulta tradotto così:

A " 6 I1 quale, pur essendo in condizione di Dio, 3.3 Lo sfondo culturale


non ritenne un privilegio geloso l'essere come Dio,
7 Le due affermazioni fondamentali dell'inno circa il doppio pas-
B ma spogliò se stesso
assumendo una condizione di schiavo, saggio, l'uno da una condizione divina a una condizione umana
diventando partecipe degli uomini, e l'altro dalla condizione mortale a una gloriosa, hanno dei paral-
e, trovato all'apparenza come uomo, leli nelle antiche letterature greca e giudaica105. Vi accenniamo al-
8
umiliò se stesso meno in breve per notare affinità e divergenze.
diventando obbediente fino alla morte
e a una morte di croce. 3.3.1 Ambiente greco. Addirittura Giustino nel secolo II osserverà
C 9
Perciò Dio lo sovraesaltò che nel caso della nascita verginale, della morte in croce, della risurre-
zioe e dell'ascensione di Gesù Cristo "nulla di nuovo diciamo rispetto
e lo gratificò del nome che è superiore a ogni altro
a coloro che presso di voi parlano dei figli di Zeus" (I Apol. 21,1; con
nome, correzione circa la croce in 55,1-7). In effetti possiamo trovare delle ana-
10
perché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio logie in tre ambiti diversi.
di ciò che è nei cieli e sulla terra e sottoterra, A proposito degli dèi olimpici, la mitologia ci racconta i casi di una
n
e ogni lingua confessi che «Signore» è Gesù Cristo, serie di divinità, che si sottopongono a metamorfosi di vario genere per
a gloria di Dio padre". avere contatti con gli uomini; ne ricordiamo quattro. (1) Zeus si unisce
a donne mortali per fecondarle, sia sotto forme non umane (come ci-
Come si può notare, è vero che il passaggio da A a B sintattica- gno con Leda, da cui nascono Elena e i Dioscuri; come pioggia d'oro
mente non è così rimarcato come quello tra B e C 104 . Ma l'avver- su Danae, da cui nasce Perseo; come toro con Europa, da cui nasce Mi-
sativa che inizia il B segna comunque uno stacco tematico molto nosse ecc.) sia sotto forma umana (con Semele di Tebe, da cui nacque
Dioniso; con Alcmena moglie di Anfitrione, da cui nacque Eracle). (2)
Apollo si unisce a Coronide, da cui nasce Asclepio. In più, per aver uc-
vantaggio di non essere soltanto formale, ma di mettere in luce due centri tematici ciso i Ciclopi costruttori del fulmine (con cui Zeus aveva fatto morire
fondamentali dell'inno. Una proposta di A. Feuillet (cf. RB 72 [1965] 352-380, Asclepio dietro preghiera di Ade che si vedeva sottratti i sudditi per i
481-507) in quattro strofe (vv. 6-7a: spoliazione; 7b-8: umiliazione fino alla morte; successi del dio della medicina), Apollo fu cacciato dal cielo e venne
9: esaltazione e dono del nome; 10-11: sottomissione dell'universo) lascia da parte ridotto a far da bovaro per un anno al servizio di Admeto, re di Fere
lo stadio
103
della preesistenza e scompone indebitamente il momento della glorificazione. in Tessaglia (cf. Luciano, De sacrif. 4: àv0pco7itvTi xp^ófievoi; vbyrù-
Così J. Jeremias, Zur Gedankenfùhrung in den paulinischen Briefen, in J.N.
Sevenster-W.C. van Unnik, edd., Studia Paulina in Honorem J. de Zwaan, Haar- (3) Atena nell'Odissea si sottopone a una decina di metamorfosi, non
lem 1953, pp. 146-154 qui 152-154, e anche E. Lupieri, La morte di croce, p. 275, sempre umane, per entrare in rapporto con Telemaco e altri, tanto che
che parla opportunamente di Tesi, Antitesi, e Sintesi; vedi pure A. Spreafico, Omero esclama: "È difficile, o dea, riconoscerti quando t'incontra un
0EO2/ANePQriO£. Filippesi 2,6-11, RivBibl 28 (1980) 407-415. Nel caso di Jere- mortale, anche se è molto avveduto; tu infatti ti rendi simile a chiun-
mias bisogna però rinunciare alla sua pretesa di leggere già nel v. 7a (iauxòv ixévw-
aev) un riferimento alla morte di croce con allusione a Is 53,12 (cf. NT 6 [1963] que" (13,312s); e Odisseo che si presenta in incognito tra i Proci suscita
182-188), poiché tra il v. 6 e il v. 7 ci sarebbe un passaggio troppo brusco.
104
Qui infatti al v. 9 la congiunzione consecutiva Sto, "perciò", segna maggior- 105
mente lo stacco sintattico con i vv. anteriori (tanto che viene fatta precedere da un La proposta di D. Seeley, The Background ofthe Philippians Hymn (2:6-11),
punto). Invece al v. 7 la congiunzione avversativa àXXà, "ma", segna un passaggio Journal of Higher Criticism 1 (1994) 49-72, che suggerisce una combinazione di
all'interno dello stesso periodo (tanto che viene fatta precedere da una semplice tre elementi diversi (Is 45, racconti di giusti sofferenti, e il culto greco-romano dei
virgola). sovrani), è insufficiente.
L'EREDITÀ CRISTOLOGIA PRE-PAOLINA 127
126 L'APOSTOLO PAOLO

l'interrogativo: " E se fosse un èTioupàvio? Geo??" (17,484-487). (4) Dio- innegabile dimensione mitica, cioè astorica (tanto che non ne esiste al-
niso, che ritorna a Tebe per instaurarvi il proprio culto, oltre che per cuna tomba) 110 .
vendicare contro Penteo la morte della madre, secondo Euripide dice: A proposito di tutte queste figure di divinità e di eroi, bisogna asso-
" H o mutato il mio aspetto in una natura d'uomo" (Bacc. 54: fjiop<pT]v lutamente aver presente che esse appartengono alla mitologia, e cioè sono
T'èfxriv fxexé(3aXov tic, àvSpò? <póatv; cf. anche il v. 4); ma il re opponen- patrimonio della sola poesia. Sono i poeti infatti che danno forma ai
dosi a lui come uomo "combatte contro dio" (45: Oeofxocxei). miti e celebrano le rispettive figure che ne sono protagoniste; in quanto
Ci sono poi i cosiddetti dèi in vicenda, il cui mito sta all'origine di mitografi essi svolgono un ruolo costitutivo nell'ambito della religione
un rito che dà forma ai rispettivi culti misterici. Essi sottostanno a pro- greca. Ma ciò significa che né la storiografia né la filosofia s'interessa-
ve di sofferenza e di morte, per poi rivivere in qualche modo di nuovo. no di queste "storie". Anzi Platone dedica un'ampia sezione della Re-
Il caso più antico è quello di Persefone (spesso detta semplicemente Kore, pubblica per confutare le favole dei poeti come inadatte all'educazione
"la ragazza"), figlia di Demetra: rapita da Ade, essa è destinata ad abi- dei giovani, soprattutto per motivi morali (cf. 376e-383c); così per esem-
tare negli Inferi per un terzo dell'anno e gli altri due terzi con gli Im- pio in 377cd si legge: "Dobbiamo ripudiare la maggior parte delle fa-
mortali; il suo mito è già celebrato negli Inni Omerici e sta alla base vole,... che ci hanno raccontato Omero, Esiodo e gli altri poeti". Resta
del culto di Eleusi 106 , che celebra il dato stagionale del grano e delle comunque il valore comparatistico di vari elementi messi in luce sopra.
messi. Ricordiamo appena di sfuggita la serie delle altre divinità miste- 3.3.2 Ambiente giudaico. Ci sono vari filoni della tradizione giudai-
riche: Iside-Osiride, Adone, Attis, che stanno al centro di una vicenda ca, che possono costituire degli interessanti paralleli con le affermazio-
di morte e reviviscenza. Per tutte queste figure, oltre a ciò che abbiamo ni centrali del nostro inno.
già detto più sopra (cf. 2.1), vale ciò che scrive nel secolo IV il filosofo In primo luogo, va ricordato il tema del servo sofferente di Is 53. Un
Salustio Secondo Saturnino: "Queste cose non avvennero mai, ma so- parallelismo potrebbe basarsi sul fatto che anche qui è celebrato chia-
no sempre" 107 . ramente il doppio momento dell'umiliazione (cf. 53,2-10a.llb.l2b) e
Infine menzioniamo il caso degli eroi, che nella grecità occupano una della susseguente esaltazione (cf. 53,10b-lla.l2a) di una misteriosa fi-
posizione intermedia tra gli dèi e i mortali; essi non preesistono co- gura di cEbed Yhwh (cf. voi. I, pp. 163-164), anche se richiami lingui-
me divinità, ma rappresentano l'ideale massimo dell'uomo che viene di- stici veri e propri non sono possibili111. Tuttavia, si devono rilevare due
vinizzato108. L'esponente maggiore di questa categoria è indubbiamente differenze importanti: da una parte, in Is 53 manca del tutto l'idea di
Eracle, che, dopo aver espletato tutta una serie di dodici gravose fati- una preesistenza del Servo, che in più non è certo una figura divina,
che e infine dopo una morte dolorosa, viene finalmente glorificato, co- come invece risulta in Fil 2,6; dall'altra, in Fil manca del tutto la di-
me canta un anonimo poeta: "Ora egli è un dio, è uscito da tutte le mensione della sofferenza espiatrice-vicaria, che invece è ripetutamen-
sofferenze, e vive dove hanno dimora gli altri abitanti dell'Olimpo, im- te presente in Is 53,4-6.8b. IOa. 1 lb. 12b. Il tema si amplia nella tradizio-
mortale e senza invecchiare (àGàvato? xaì àyépo?), insieme a Ebe figlia ne giudaica mediante il paradigma del giusto sofferente, variamente gio-
del grande Zeus e di Era" (P.Oxy. XVII, 2075.16-19)109. I possibili ac- cato nei testi post-esilici (cf. Sai 34,19-20; 49,16; 69,8-10; Gb 12,4;
costamenti alla figura di Cristo sono evidenti, a parte il fatto della sua 16,12-14; 19,25-27; 30,20a; Sap 2,10-20; 5,1-7; 1QH 5,5-18; Filone Al.,
Leg. ad C. 196)112.

110
106
Cf. Inni 2,401-403: "Ogni volta che la terra si coprirà dei fiori odorosi, / Cf. F. Pfister, Herakles und Christus, Archiv fùr Religionswissenschaft 34
multicolori, della primavera, allora dalla tenebra densa / tu sorgerai di nuovo (a- (1937) 42-60.
111
vei, lett. : « fai salire, produci »), meraviglioso prodigio per gli dèi e gli uomini mor- Contro J. Jeremias e R.P. Martin, che nella frase èautòv èxévwaev di Fil 2,7
tali" (trad. F. Cassola). scorgono una dizione equivalente a quella di Is 53,12b LXX (7tap£&ó0T] et? Oàvaxov
107
De diis et mundo 4,9: T<XUT<X 8è èyéve-co (xèv oùSércoTe, eoxt hi àe£! fi 4>i>xf| aikou, "la sua anima fu consegnata alla morte"): da una parte infatti l'acco-
108
Cf. K. Kerényi, Gli Dei e gli Eroi della Grecia, Garzanti, Milano 1984, voi. stamento è troppo stiracchiato; dall'altra esso anticipa indebitamente in Fil 2,7a
II, pp. 11-31. ciò che verrà detto a pieno titolo solo in 2,8c.
109 112
II papiro è del tardo secolo II d.C, ma si ispira a Esiodo: "Beato, compiuta Cf. K.T. Kleinknecht, Der leidende Gerechtfertigte. Die alttestamentlich-
la grande impresa, fra gli Immortali dimora, esente da dolore e senza invecchiare jùdische Tradition vom "leidenden Gerechten" und ihre Rezeption bei Paulus,
per sempre" (Theog. 954-955). Così anche Ovidio canta la sua morte sulla pira in WUNT 2.13, Tubingen 1984; il tema nel giudaismo riceve questi trattamenti: Yhwh
Tessaglia e poi la sua glorificazione: "Il padre onnipotente ( = Giove), avvoltolo interviene in questa vita e oltre la morte; la sofferenza ha un valore pedagogico;
con nuvole dense, lo rapì e con un cocchio tirato da quattro cavalli lo portò tra essa ha anche un valore espiatorio, sia per l'individuo (cf. Sai. Salom. 10,1- 2; 13,8-10)
gli astri radiosi" (Metam. 9,271-272: Quem pater omnipotens Inter cava nubila rap- sia per il popolo (cf. Is 53; 2Mac 7,37; 4Mac 6,28-29; 17,21-22); su Fil 2,6-11 cf.
tum / quadriiugo curru radiantibus intulit astris). ib., pp. 189s, 311-312.
128 L'APOSTOLO PAOLO L'EREDITÀ CRISTOLOGICA PRE-PAOLINA 129

Un tema analogo anche se più generale è quello dell'abbassamento- cazioni. E anche se Filone l'Ebreo giunge a dire che "è più facile che
esaltazione, espresso nella sentenza di tipo sapienziale: "Ciò che è bas- Dio si trasformi in un uomo che non un uomo in dio" (Leg. ad C. 118),
so sarà elevato e ciò che è alto sarà abbassato" (Ez 21,31; cf. Gb 22,29; ciò va spiegato in base al contesto storico della frase, scritta in polemi-
Pro 3,34; Sap 4,14; e Mt 23,12; Le 14,11; 18,14; lPt 5,5). Alcuni Auto- ca con la pretesa di Caligola di farsi dio. Per il resto vale come regola
ri vogliono spiegare Fil 2,6-11 sulla base di questa tematica 113 ; essa è l'assioma formulato in Qo 5,1: "Dio è in cielo e tu sei sulla terra", co-
certamente importante, ma la sua insufficienza appare dal fatto che in me a dire che non bisogna mai confondere i ruoli o invertire le parti! 115 .
Fil si presuppone la preesistenza (come in nessun giusto), cosicché l'u-
miliazione sta già nella kenosis, anteriormente all'obbedienza.
Va fatto riferimento anche alla tradizione sapienziale, che conosce 3.4 La preesistenza (A)
bene la personificazione della Sapienza, di cui si enumerano due mo-
menti di esistenza. L'uno è quello di una figura preesistente; così in Pro
"Pur essendo in condizione di Dio, non reputò un tesoro geloso
8,23: "Dall'eternità sono stata costituita, fin dal principio, dagli inizi
della terra"; secondo Sap 8,3 è "in comunione di vita con Dio", e in l'essere come Dio". Che questa affermazione, così tradotta, intenda
9,9 si confessa: "Con te (o Dio) è la sapienza che conosce le tue opere, riferirsi a uno stadio di preesistenza divina è comunemente ammesso
che era presente quando creavi il mondo". L'altro momento è quello dagli studiosi116. Pochi altri però la interpretano in riferimento al-
di una sua abitazione storica in seno a Israele; così in Sir 24,8-11: "Al- l'esistenza terrena di Gesù, soprattutto sulla base di due supposi-
lora il creatore dell'universo... mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e zioni: nel v. 6a l'espressione [xop^ GeoG alluderebbe in generale al-
prendi in eredità Israele. Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi creò... l'uomo come immagine di Dio (secondo ciò che si dice di Adamo
e mi sono stabilita in Sion, nella città amata mi ha fatto abitare ecc."; in Gn 1,27), e nel v. 6b l'essere uguale a Dio sarebbe stata una ten-
e anche in Bar 3,29.38 si legge: "Chi è salito al cielo per prenderla e tazione del Gesù terreno (conformemente a quella di Gn 3,5), alla
farla scendere dalle nubi?... È apparsa sulla terra e ha vissuto fra gli
uomini". Come si vede, un parallelismo con Fil 2,6s è possibile. Ma
quale però egli non avrebbe ceduto117. Esaminiamo perciò breve-
va precisato che in Sir e Bar la Sapienza che si fa vedere tra gli uomini mente le due parti della frase.
è identificata con la Torah; inoltre, nei testi sapienziali non c'è alcun
cenno alla morte e di conseguenza neanche a una successiva esaltazione. 115
Un discorso a parte meriterebbe il celebre "Inno della perla" in Atti di Tom-
Anche la tradizione apocalittica potrebbe essere richiamata, per quanto maso 108-113 (che può risalire al secolo II), dove si narra di un principe il quale, per
riguarda la figura del Figlio dell'uomo. A parte Dn 7,13 ("Ecco appa- andare in cerca di una perla preziosa, lascia il suo palazzo regale, veste abiti sporchi,
rire sulle nubi del cielo uno simile a un figlio d'uomo"), è soprattutto va in Egitto, dove però dimentica la sua missione; allora il re gli scrive una lettera
per ricordargli il suo compito, ed egli, trovata la perla, ritorna al palazzo dove rive-
il cosiddetto "Libro delle parabole" di lEn 37-73 che tratteggia questa ste i suoi abiti sontuosi. Il passo potrebbe ben essere letto come una rielaborazione
figura secondo due stadi: quello di un nascondimento presso Dio pri- di Fil 2,6-11 (anche se solo in funzione dell'apostolo); ma cf. sotto: cap. VI, nota
ma della creazione del mondo e poi quello della sua manifestazione per 82. Diversa invece è la mitologia gnostica del più tardo Corpus Hermeticum; qui in
la salvezza e per la condanna (cf. 48,2-3.5-6). 1,12.14.15 leggiamo: "Il Nous, Padre di tutti gli esseri, essendo vita e luce, generò
un Uomo simile a lui (aùxtò taov), di cui si invaghì...; infatti era bellissimo, in quanto
Altri filoni potrebbero essere ricordati, come quello dell'"angelo del riproduceva l'immagine del Padre. Infatti Dio si invaghì realmente della propria forma
Signore" e in genere di vari arcangeli che appaiono in forme ben visibi- (TT|<; ì8ias |i.op<pf|<;)... Allora l'Uomo si chinò attraverso la compagine [delle sfere co-
li in contesto umano 114 . smiche] e mostrò alla Natura sottostante la bella forma di Dio (TT)V xaXrjv xoù 6eoG
!xop<pr|v).. .Visto in essa questa forma simile a sé riflessa nell'acqua, egli la amò e volle
Ma nel giudaismo, a prescindere dai frequenti antropomorfismi (già abitare là; il suo volere divenne subito realtà, e venne ad abitare la forma senza ra-
nella storia della creazione), si tratta sostanzialmente di mere personifi- gione (xaì wxTjae XT)V àXoyov (jiop^v)... e si unirono... È per questo che l'uomo, unico
fra tutti gli esseri che vivono sulla terra, è doppio (BITCXOG?), mortale per il corpo, im-
mortale per la parte essenziale' '. Come si vede, siamo soltanto di fronte a un tentati-
113
vo di spiegare miticamente il dualismo antropologico.
116
Cf. E. Schweizer, Erniedrigung und Erhòhung bei Jesus und seinen Nach- Vedi per esempio L.D. Hurst, Re-enter the Pre-existent Christ in Philippians
folgern, Zwingli, Zùrich 21962 (trad. hai., Dehoniane, Bologna 1969, pp. 117-127); 2.5-11?, NTS 32 (1986) 449-457; J. Habermann, Pràexistenzaussagen im Neuen Te-
F. Manns, Un hymne judéo-chrétien: Philippines [sic!] 2,6-11, Euntes Docete 29 stament, Europ. Hochschulschriften 23 Theol. 362, Lang, Frankfurt a.M.-New York
(1976) 259-290; C.C. Marcheselli, La celebrazione di Cristo Signore in Fil 2,6-11, 1990, pp. 91-157 specie HOss; P.T. O'Brien, The Epistle to the Philippians, NTGTC,
Asprenas 25 (1978) 361-379. Grand Rapids 1991, pp. 263-268.
114 117
Vedi in proposito C.H. Talbert, The Myth of a Descending-Ascending Re- Cf. J. Murphy-O'Connor, Christological Anthropology in Phii, II, 6-11, RB
deemer in Mediterranean Antiquity, NTS 22 (1976) 418-440 specie 422-430. 83 (1976) 25-50; J.D.G. Dunn, Christology in the Making, London 1980, pp. 114-
130 L'APOSTOLO PAOLO L'EREDITÀ C R I S T O L O G I A PRE-PAOLINA 131

(1) Il senso di fxopcpr] 0eoG. Il primo sostantivo, pur significando gine121. Addirittura c'è chi ha proposto di vedere nella frase del
lett. "forma, figura, apparenza", in realtà dice più di <r/r\\ia., "aspet- v. 6a un riferimento alla filiazione divina di Gesù, per il doppio
to esteriore", anche se meno di oGatoc-tpucns, "essenza-natura". Es- motivo che il termine fxopcpri può essere impiegato per esprimere la
so può valere tanto "fattezze, lineamenti" in quanto sono propri somiglianza verso i genitori (cf. 4Mac 15,4; Filone Al., Leg. ad C.
di un essere e lo contraddistinguono, quanto anche più astratta- 55) e perché lo stesso nostro inno culmina con la menzione di "Dio
mente "condizione, modo d'essere", senza riferirsi necessariamente Padre" (v. 11)122.
a ciò che è percepito dai sensi. Infatti Platone così polemizza con- (2) Il v. 6b cambia di significato a seconda del senso che si dà al
tro i miti che descrivono le varie metamorfosi degli dèi: "È impos- raro termine àp7caffxó<;123. È vero che lessicalmente esso è un nome
sibile anche a un dio di voler mutare se stesso (OCUTÒV àXXotoGv); ma attivo e letteralmente vuol dire "raptus, atto di rapina, furto, usur-
invece... ognuno di essi, bellissimo e ottimo com'è quanto più pos- pazione"; ma questo va escluso, poiché nel nostro caso non fa sen-
sibile, resta sempre semplicemente nella propria forma (piévei àeì so. Il senso invece va dedotto dall'intera frase "non ritenne un àp-
àrcXax; èv tri auxoG (jtop<p^)"118. Una buona indicazione per intende- nciLy\i.ó<; l'essere come Dio" (cioè: non ritenne che l'essere uguale a
re la semantica del termine è anche quella fornita da Kàsemann Dio fosse un cupncny\ió<;), che implica una dimensione oggettiva. Al-
a proposito del greco ellenistico119, dove l'etimo del verbo \itxcf.- lora, cosa non infrequente nel greco ellenistico, esso va inteso in sen-
(oppure au(x-) jjioptpoGaGou, "tras-(o con-)formare", significa un mu- so passivo (come ocproxffAa), ma con due diverse possibilità: o come
tamento che non è soltanto di apparenza ma riguarda una più pro- res rapienda, quindi "rapina ancora da compiere, bene desiderabi-
fonda dimensione dell'esistenza120. Che invece il concetto di eìxwv, le, cosa a cui tendere perché se ne è privi", o al contrario come res
"immagine", nel nostro caso sia inadeguato risulta dalla doppia rapta, quindi "rapina già compiuta" e per estensione "bottino, te-
constatazione che proprio esso e non [xopcpri viene impiegato dai LXX soro, bene proprio, privilegio da conservare gelosamente, condizione
per tradurre l'ebraico selem in Gn 1,26-27 ("...a immagine di Dio da cui trarre vantaggio' '. Che questa seconda possibilità sia da pre-
[xocT'etxóvoc 0eoG] lo fece") e che nel successivo v. 7 l'espressione ferire risulta dal semplice fatto che tale è il normale significato del
"fxopcpr) di schiavo" non intende certo riferirsi solo a una imma- termine in greco124; in più, si può trovare una costruzione simile in
Rm 15,3 dove leggiamo che "Cristo non piacque a se stesso, ma...";

125; M. Rissi, Der Christushymnus in Phil. 2,6-11, in ANRW 11/25/'4 (Berlin-New


121
York 1987), pp. 3314-3326. Da parte sua J. Heriban, Retto 9poveìv, pp. 269-274 Inoltre C. Spicq, Note di lessicografia neotestamentaria, II, pp. 191-197, nota
(specie con l'appoggio di P. Grelot, in Bibl 53 [1972] 495-507), riferisce il versetto che nei papiri e nelle iscrizioni è proprio della ixop<pri modificarsi, mentre l'immagi-
alla condizione terrena di Gesù soprattutto per il fatto che l'originale greco taoc non ne resta immutabile. Interessante sembrerebbe intendere \i.op<?r\ come sinonimo di
è un aggettivo (come è per esempio in Saffo 31,1: "Mi sembra che quell'uomo sia Bólja, "gloria", così da leggere Fil 2,6a in parallelo a Gv 17,5: "La gloria che io
uguale agli dèi, tao? 0éoiatv") ma un avverbio (in forma di neutro plurale, come in avevo presso di te prima che il mondo fosse" (cf. J. Behm, in GLNT VII, coli.
Omero, Od. 15,520: "Ora gli Itacesi guardano a lui come a un dio, -còv vuv iaa 0eà>... 477-532); tuttavia, l'equivalenza non tiene già più nel seguente v. 7 dove si parla
etaopócoai..."), che non indicherebbe uguaglianza di natura ma semplice corrispon- della "forma dello schiavo", la quale non implica certo un'idea di splendore.
122
denza di condizione ( = ó>s); perciò in Fil 2,6 si vorrebbe dire che Gesù nella sua Cf. C.A. Wanamaker, Philippians 2.6-11: Son of God or Adamic Christo-
vita terrena non rivendicò i diritti e i privilegi derivanti dalla sua condizione divina logy?, NTS 33 (1987) 179-193; di conseguenza egli intende il v. 6b in questo modo:
(ma si umiliò, come si legge in Gv 13,1-13 sulla lavanda dei piedi). Ma, a parte tutti "il Figlio di Dio non ritenne che l'uguaglianza con Dio fosse qualcosa da rapire",
gli altri casi, presenti anche nei LXX (cf. Gb 5,14; 13,12.28), quando l'avverbio ma in senso subordinazionista in quanto il Figlio non volle diventare uguale al Pa-
viene usato specificamente a proposito di un dio o degli dèi c'è da dubitare che esso dre. L'Autore comunque ha buon gioco nel dire che, pur nell'ipotesi che (jiop<pT) ed
dica qualcosa di meno dell'aggettivo, come si può vedere nel confronto fra i passi tbcwv volessero dire la stessa cosa, ciò non significherebbe ancora che Fil 2,6 si rife-
citati di Saffo e di Omero. risca solo all'esistenza umana di Gesù; infatti sia in Sap 7,26 (a proposito della Sa-
118
Resp. 38le; cf. anche 380d: "Credi tu che il dio sia un ciarlatano capace di pienza) sia in Filone Al. (a proposito del Logos divino: cf. Leg. alleg. 1,43; 3,96;
apparire a piacimento ora secondo un aspetto ora secondo un altro (èv àXXocu; tSéai?), Conf. ling. 62.164; Somn. 1,238-240) "immagine" è detto di realtà divine.
mutando la sua apparenza (J8o?) in molte forme (eì? %ok\kc, piopcpài;)... o che invece 123
Vedi in particolare N.T. Wright, ' Apvxx.y[iò<; and the Meaning of Philippians
sia semplice...". 2:5-11, JTS 37 (1986) 321-352.
119
Cf. E. Kàsemann, Kritische Analyse von Phil. 2,5-11, in Id., Exegetische Ver- 124
Così nel greco dei LXX (17 volte; cf. Lv 5,23: "Il ladro... restituirà la rapi-
sitene und Besinnungen, I, Gòttingen 1960, pp. 51-95. na") e in quello extrabiblico (cf. Plutarco, Mor. 330d: "Alessandro non attraversò
120
In questo senso vedi anche Paolo in Rm 8,29; 12,2; 2Cor 3,18; Gal 4,19; Fil l'Asia come un brigante né pensò di lacerarla e saccheggiarla come se essa fosse
3,10.21. bottino e preda (àpua-fixa xai Xàcpupov) proveniente da una fortuna insperata".
132 L'APOSTOLO PAOLO L'EREDITÀ CRISTOLOGICA PRE-PAOLINA 133

cioè: egli non godette narcisisticamente della propria condizione, aev) essendo ricco"128. Il paradosso è ancor più evidente in 2Cor
ma andò oltre se stesso e sostenne la sofferenza. Quindi, l'idea di 5,21: "Colui che non ha conosciuto peccato Dio lo fece peccato
preesistenza è la più confacente al testo: appartiene all'identità del (àfxapxtav èrcoiTjaev) per voi". Sono tutte espressioni di timbro poe-
Cristo una originaria eguaglianza con Dio, che però egli non con- tico, dove il senso letterale non può essere sostenuto se non da una
siderò come qualcosa da usare a proprio vantaggio. lettura miope. Del resto, va tenuto presente il genere della compo-
sizione che è di tipo celebrativo, non narrativo, ed è quindi al suo
livello che va inteso il linguaggio impiegato129. In ogni caso, l'af-
3.5 La kenosi (B) fermazione forte è che ora ciò che appare in primo piano non è
un dio ma uno "schiavo". Per intendere esattamente l'idea di BoG-
I vv. 7-8 rappresentano la vera antitesi del precedente v. 6 e spie- Xo<; bisogna aver presenti due caratteristiche, proprie dei suoi due
gano in che senso il Cristo Gesù non trasse vantaggio dalla sua egua- sfondi culturali possibili: da una parte, c'è la radicale opposizione
glianza con Dio. Ciò viene spiegato in due momenti. che la figura dello schiavo evoca nei confronti della divinità, la quale
(1) Innanzitutto egli éocuxòv èxévcoaev, lett. "svuotò se stesso". È nelle concezioni religiose comuni è l'essere glorioso e libero per ec-
l'affermazione fondamentale dell'inno e dà senso ai due estremi, cellenza, non sottoposto ad alcuno; dall'altra, c'è l'idea semitico-
sia della preesistenza così da far intendere quanto enorme sia stato biblica, secondo cui il servo-schiavo può essere una figura di gran-
il passo compiuto verso il basso (A), sia della susseguente glorifi- di responsabilità in quanto viene impiegato per svolgere missio-
cazione che perciò apparirà come sollevazione e promozione da una ni di assoluta fiducia (cf. Gn 24 e Is 42,1-7; 49,1-6; 50,4-10; 52,13
assoluta insignificanza (B)125. Occorre però stare attenti a non tra- - 53,12). Nel nostro testo però, anche se la seconda componente
scurare il valore metaforico della frase, quasi si volesse dire che non va trascurata, è la prima ad essere sottolineata, poiché si ri-
il Cristo abbandonò totalmente la propria divinità126. In realtà l'e- marca la completa condivisione dell'umanità nel v. 7b, sia come
spressione va intesa come espressione grafica di una completa ri- affinità di base (cf. il concetto di ó|Aotcon<x)130 sia come apparenza
nuncia ed equivale a "si privò, si spogliò", come a dire che egli esterna (cf. il concetto di oxfjiia)131.
occultò il suo modo d'essere divino rinunciando a imporre la pro- (2) Il secondo momento (è-ca7mv<oaev éauxóv, lett. "si abbassò, si
pria precedente fxop<pr|. Infatti l'affermazione viene propriamente fece piccolo") consiste nell'ulteriore umiliazione, a cui il Cristo si
spiegata, non col dire che il Cristo abbandonò qualcosa che aveva, sottopose durante la sua vita terrena. L'affermazione perciò si ag-
ma col precisare che egli assunse qualcosa che non aveva, cioè la giunge alla precedente circa la condivisione della condizione uma-
fxop<pr)v SouXou, "una condizione di schiavo"127. Allora la frase si na, anche se in qualche modo ne rappresenta pure una pre-
può accostare a quella di 2Cor 8,9: "Voi conoscete la bontà del
signore nostro Gesù Cristo, poiché per voi si fece povero (è7rcó>xeu-
128
II verbo va inteso in senso traslato come in Rt 1,21 dove Noemi si lamenta:
"Ero partita piena e il Signore mi fa tornare vuota. Perché chiamarmi Noemi ( =
graziosa), quando il Signore mi ha umiliato?".
129
Esso perciò non è neanche di tipo metafisico, come invece lo intendevano
125
Cf. R. Penna, / gradi della kenosi del Figlio di Dio secondo il Nuovo Testa- sia Hegel (col dire che il movimento kenotico è interno alla stessa divinità, per cui
mento, in G. lammarrone et al., Gesù Cristo, volto di Dio e volto dell'uomo, Sera- "Dio stesso è morto") sia Schelling (col dire invece che la kenosi non tocca affatto
phicum, Herder, Roma 1992, pp. 7-34. il divino perché Cristo è solo intermedio tra Dio e l'uomo); cf. X. Tilliette, // Cri-
126 Del resto, il verbo viene sempre usato d a P a o l o in senso metaforico (cf. R m sto dei non-credenti e altri saggi di filosofia cristiana, a cura di G. Lorizio, RdT
4,14; I C o r 1,17; 9,15; 2Cor 9,3). P e r u n a esposizione e confutazione teologica del- books 8, AVE, Roma 1994, pp. 122-141; M. Cacciari, Dell'inizio, Adelphi, Mila-
la teoria kenotica dell'incarnazione, cf. L. lammarrone, La teoria chenotica e il no 1990, pp. 202-208.
130
testo di FU 2,6-7, Divus Thomas 82 (1979) 341-373. Cf. U. Vanni, 'Oiioto^a in Paolo (Rm 1,23; 5,14; 6,5; 8,3; FU2,7). Un'in-
127
II participio aoristo Xajitóv, "assumendo", indica la contemporaneità con l'in- terpretazione esegetico-teologica alla luce dell'uso deiLXX, Greg 58 (1977) 321-345,
dicativo del verbo principale, e potrebbe addirittura essere considerato pleonasti- 431-470.
co, equivalente alla semplice preposizione "con" (cf. BDR § 419,1); quindi: lo svuo- 131
Ricordiamo che il sostantivo greco deriva dal verbo ix*u ed equivale esatta-
tamento o spoliazione avvenne appunto mediante una nuova assunzione, che risul-
ta contrastante e stridente con la condizione precedente. mente al latino habitus nel senso di "portamento, aspetto esteriore" (da cui "abi-
tudine").
134 L'APOSTOLO PAOLO L'EREDITÀ CRISTOLOGIA PRE-PAOLINA 135

cisazione132. L'autoumiliazione viene specificata ancora una vol- 3.6 L'esaltazione (C)
ta mediante una frase participiale: "facendosi obbediente"
(yivó\itvo<; ùnrixooq). È nell'obbedienza che si opera l'abbassamento La congiunzione 8ió che apre la terza strofa (vv. 9-11) indica chia-
del Cristo. A questo proposito vanno fatte un paio di osservazio- ramente una conseguenza, che, posta la condizione dell'umiliazio-
ni. L'accenno all'obbedienza avviene in forma assoluta: non si di- ne precedentemente esposta, è ritenuta quasi necessaria e che co-
ce a chi egli abbia obbedito; l'attenzione è attirata sul dato del- munque spiega il valore per così dire esplosivo, insito nell'umilia-
l'obbedienza in se stessa come valore assoluto della vita di Gesù. zione stessa (come per esempio in Is 53,12: "Egli si addosserà la
In primo piano tuttavia, pur senza dimenticare ciò che si legge cir- loro iniquità;perciò io gli darò in premio le moltitudini"; o in Sap
ca i rapporti con i genitori (cf. Le 2,51), si deve pensare a quelle 4,14: "La sua anima fu gradita al Signore; perciò egli lo tolse in
tradizioni evangeliche che si riferiscono alla piena obbedienza alla fretta di tra i malvagi").
volontà di Dio Padre (cf. Me 3,35 parr.; 14,36; Mt 6,10; Gv 4,34: Appare qui un nuovo soggetto, "Dio", prima assente, che agi-
"Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato"; ed sce in prima persona. A lui sono riferiti i due verbi "sovra-esaltò"
Eb 10,7-8). Inoltre, questa obbedienza si estende su tutto l'arco della e "gratificò", che esprimono la sua risposta al dato dell'umilia-
vita di Gesù fino a inglobare la morte, che perdipiù è una morte zione; ed è una risposta che consiste in un intervento sorprenden-
di croce (Gavàxou 8è axaupoG). Questa però non rappresenta soltan- te, tale da ribaltare letteralmente la situazione. Il primo verbo (urcep-
to un estremo cronologico, in quanto fine dell'esistenza terrena di ucjxoaev) richiama inevitabilmente un testo come ISam 2,7-8 LXX:
Gesù, ma soprattutto un estremo assiologico, come a dire: Ecco "Il Signore rende poveri e arricchisce, umilia ed esalta (TOCTCSIVOI xal
fin dove giunse l'umiliazione! È il tipo di morte che viene eviden- àvu<I>oi)... Solleva dalla polvere il misero e dall'immondizia innalza
ziato, come risulta dall'assenza dell'articolo davanti a "croce". Di il povero per farli sedere con i capi del popolo e assegna loro un
fatto, quindi, non è la specifica croce di Cristo che il testo intende trono di gloria". Ma la preposizione del verbo composto allude
ricordare e celebrare, ma il tipo di morte ignominiosa e infamante a qualcosa di straordinario, che va oltre le comuni aspettative ine-
da lui subita133. L'inno non contiene nessun cenno alla dimensio- renti alla tradizionale teologia del giusto o del servo sofferente. In-
ne salvifica di quella morte, la quale invece viene considerata solo fatti il secondo verbo (èxapkaxo, lett. "fece grazia, concesse")135
nella sua valenza esemplare di autoabbassamento, di rinuncia, co- si riferisce al dono e quindi al conferimento di un nome specialissi-
me "il gradino più basso della scala"134. L'inno quindi celebra ciò mo, "il nome superiore ad ogni altro nome".
che l'obbedienza di Cristo significò non per noi ma per lui.
Dietro questa frase c'è la teologia veterotestamentaria del Nome, ebr.
sèm, che sta per lo specifico Dio d'Israele, r/iw^-Kupio?. Di questo No-
me, oltre che ha stabilito la propria dimora nel tempio di Gerusalemme
132
(cf. Dt 12,5.11.21; IRe 8,29), si legge che va conosciuto (cf. Is 52,6:
Anzi, come giustamente osserva L.W. Hurtado, Jesus as Lordly Example in "Il mio popolo conoscerà il mio nome"), amato (cf. Sai 5,12: "In te
Philippians 2:5-11, in P. Richardson & J.C. Hurd, edd., From Jesus to Paul. Stu-
dies in Honour ofF. W. Beare, Wilfrid Laurier Univ. Press, Waterloo Ont. 1984, si allieteranno quanti amano il tuo nome"), invocato e celebrato (cf.
pp. 113-126, la stessa affermazione della kenosi avvenuta a partire dalla condizio- Sai 8,2: "Quanto grande è il tuo nome su tutta la terra!"; Dn 3,52: "Be-
ne divina invisibile è condizionata da ciò che storicamente Gesù ha vissuto e quindi nedetto il tuo nome glorioso e santo") 1 3 6 . In particolare vanno ricor-
da ciò che il cristianesimo primitivo sapeva e tramandava circa la sua vita terrena, dati quei testi, che proprio in y/iw/i-Kupio? individuano il Nome per
cosicché sarebbe addirittura il v. 8 a comandare ciò che viene detto nei vv. 6-7. eccellenza di Dio: "Signore è il suo nome" (TM Yhwh sèma, LXX xupio?
133
Sulla pena della crocifissione nell'antichità, di cui oggi mancano le precom-
prensioni adeguate per intenderla nella sua valenza socialmente disonorante, cf. M.
Hengel, Crocifissione ed espiazione, pp. 31-129. 135
134
R.P. Martin, Carmen Christi, p. 221. "È precisamente sotto l'aspetto del- Ricordiamo qui che questo è l'unico caso in tutto il Nuovo Testamento, in
l'infamia e del disonore che la morte in croce viene considerata segnando il punto cui136
si affermi una "grazia" data a Cristo.
più profondo dell'umiliazione di Cristo e presentando nello stesso tempo l'estremo Cf. E. Jenni - C. Westermann, Dizionario Teologico dell'Antico Testamen-
contrasto con la dignità, i diritti e i privilegi provenienti dal suo status divino, ai to, a cura di G.L. Prato, Marietti, Casale Monferrato 1982, 21990, coli. 845-869.
quali Cristo durante la sua esistenza terrena liberamente rinunciò" (J. Heriban, Retto Nel rabbinismo poi la semplice dizione "il Nome" tende a sostituire sempre più
ippoveìv, p. 314). la lettura del tetragramma sacro (cf. H. Bietenhard, in GLNT VIII, coli. 753-755).
136 L'APOSTOLO PAOLO IL CROCIFISSO RISORTO 137

ó Geo? ó ^avxoxpàxcop 6vo[jia OCÙTCÒ: Am 5,8; 9,6; più semplicemente Sai rata da due punti di vista: a parte ante come preesistenza del Cri-
68,5 LXX ha xupxo? òvo(xa aÒTcò); inoltre: "Io sono il Signore: questo sto "in forma di Dio", za parte post come innalzamento dell'uo-
è il mio nome" (Is 42,8), "Sapranno che il mio nome è Signore" (Ger mo Gesù al livello divino di "Signore". (2) L'uso di confessioni
16,21), "Sappiano che tu hai nome 'Signore', tu solo sei l'Altissimo su
tutta la terra" (Sai 83,19) ecc.
di fede, di inni e acclamazioni a Gesù come Kyrios (da confronta-
re anche con ICor 16,22; 12,3; 1,2; e Rm 10,9-13) dice che il cri-
Sono questi passi che spiegano l'inusitata affermazione di Fil stianesimo primitivo praticava un vero culto nei suoi confronti, qua-
2,9-11, che attribuisce a Gesù il nome divino di "Signore"137. Qui lunque forma esterna esso comportasse; certo sono rarissime le pre-
dunque si celebra il fatto che il Crocifisso-Risorto è stato gratifi- ghiere indirizzate direttamente a lui (cf. 2Cor 12,8; lTs 3,12-13),
cato della stessa elevatezza del Dio d'Israele, in un doppio senso: poiché prevale la sua funzione mediatrice (cf. sotto), ma egli è co-
sia come dignità personale, per così dire ontologica, sia come fun- munque oggetto di venerazione. (3) Per quanto riguarda il proble-
zione da svolgere in rapporto al cosmo intero che gli è sottomesso. ma posto al monoteismo dei primi cristiani di origine giudaica, par-
Ciò è tanto più evidente in quanto le due frasi "ogni ginocchio si ticolarmente emergente nella formula 'binitaria' di ICor 8,6 (cf.
pieghi... e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è Signore" richia- più sotto), esso viene spiegato in due modi: o collocando la figura
mano necessariamente il passo di Is 45,23b LXX, dove Dio stesso di Gesù sullo sfondo di quelle dei vari agenti-rappresentanti divini
proclama: "Davanti a me si piegherà ogni ginocchio e ogni lingua presenti nella letteratura giudaica del tempo140, oppure, visto che
confesserà a Dio...". Inevitabilmente perciò "la linea di demarca- Gesù di fatto non è solo considerato un rappresentante di Dio ma
zione tra i due diventava fluida"138. Il fatto poi che proprio in viene equiparato a Dio stesso, ripensando il monoteismo stesso nella
questo contesto venga ricordato il nome anagrafico di "Gesù" (vv. sua modalità pre-rabbinica come una realtà molto composita, ca-
10.11: uniche sue ricorrenze in tutto l'inno) dice che non si perde pace di prendere forma in vari modi e tale da ridurre lo stesso Yhwh
affatto di vista il concreto riferimento storico di tutto il discorso, a uno dei molti Figli dell'Altissimo, identificabile con lo stesso
come a sottolineare che è proprio l'uomo-Gesù, con tutta la sua Messia141. Si deve comunque ricordare che il problema risale già
drammatica vicenda di abbassamento, ad essere stato innalzato a ai comportamenti e alle parole del Gesù terreno, che aveva posto
un tale incomparabile traguardo139. le basi necessarie per la fede post-pasquale.

3.7 Conclusione 4. Il Crocifisso risorto

L'esame di Fil 2,6-11 ci porta ad alcune conclusioni interessan- Il dato che più chiaramente Paolo ha derivato dalla tradizione
ti, che brevemente accenniamo. (1) Già il giudeo-cristianesimo pre- è l'antitesi morte-risurrezione di Gesù. Lo si vede bene in specie
Paolino credeva alla divinità di Gesù, che perdipiù veniva conside- nella confessione di fede di ICor 15,3-5 e nell'inno cristologico di

140
Cf. L.W. Hurtado, One God, One Lord. Early Christian Devotion and An-
137
Sull'origine e la portata di questo titolo, rimandiamo a quanto già detto so- cient Jewish Monotheism, SCM, London 1988. L'A. distingue tre categorie mag-
pra: pp. 52-62 sull'invocazione aramaica Maranatha. giori di "divine agencies": attributi divini personificati (come Sapienza e Logos),
138
D.B. Capes, Old Testament Yahweh Texts in Paul's Christology, p. 166; per patriarchi glorificati (come Enoch e Mosè), angeli (come Michele, Yahoel, e anche
quanto ciò comporti che Gesù sia considerato molto di più che un semplice uomo, Melchisedek); Gesù sarebbe stato considerato come il "Chief Agent" di Dio, che
mi sembra però un po' forzato dire che Paolo "credeva che Cristo fosse in un certo in più rispetto agli altri venne fatto oggetto di culto.
141
senso Yahweh stesso" (ib., p. 164). Cf. D.B. Capes, Old Testament Yahweh Texts, pp. 169-183 (molta enfasi
139
Evidentemente quindi, nonostante l'apparenza del v. IOa ("perché nel no- viene posta sull'Apocalisse di Abramo e sulla figura dell'angelo Yahoel, che è iden-
me di Gesù..."), il nome donato non è quello di Gesù, poiché viene a lui conferito tificato con Dio stesso); e soprattutto M. Barker, The Great Angel. A Study ofisrael's
solo con la sua esaltazione. Perciò si potrebbe anche intendere il genitivo del v. IOa Second God, SPCK, London 1992, secondo cui Gesù fu riconosciuto come Figlio
in questo modo: "Nel nome (nuovo) che appartiene a Gesù, cioè nel nome di Si- di Dio, Messia e Signore, in quanto manifestazione di Yhwh Figlio di Dio. Vedi
gnore che ora è proprio di Gesù" (così P.T. O'Brien, Philippians, p. 240). anche sopra: nota 41.
138 L'APOSTOLO PAOLO IL CROCIFISSO RISORTO 139

Fil 2,6-11 (dove lo stadio della preesistenza in pratica è preparato- -TOxpaSiBóvai,"consegnare (alla morte)": 4 volte, di cui 2 con Dio
rio alla celebrazione innica della suddetta antitesi). M a questo da- come soggetto (Rm 4,25; 8,32), 1 con Gesù stesso come soggetto (Gal
to viene rielaborato e sviluppato dall'Apostolo su vasta scala, con- 2,20), e 1 volta col soggetto indeterminato (ICor 11,23: Dio, Gesù, Giu-
da, o altri); cf. 2Cor 4,11 (+ Ef 5,25);
ducendoci a delle constatazioni molto interessanti 1 4 2 .
- TWcBrifiocTa, "sofferenze": 2 volte (2Cor 1,5; Fil 3,10 + Col 1,24);
Tuttavia dobbiamo renderci conto che Paolo a volte sembra sot-
- à7toxxeivetv, "uccidere": lTs 2,15;
tolineare più il primo e a volte più il secondo aspetto. Così, rivolto
- véxpcoats, "il morire": 2Cor 4,10;
persino agli stessi destinatari, da una parte, possiamo leggere che - xpefxàvvofxi, "appendere": Gal 3,13 (= Dt 21,23);
egli non ritenne di sapere nulla tra i Corinzi " s e non Gesù Cristo - 0à7cxetv, "seppellire": ICor 15,4;
e questi crocifisso" (ICor 2,2); dall'altra, egli proclama fortemen- - Ó7tT|xoo<;, "obbediente": solo in Fil 2,8;
te che " s e Cristo non è risuscitato allora è vana la nostra predica- - va poi ricordato l'aggettivo vexpó<;, "morto", che ricorre ben 14 volte
zione e vana anche la vostra f e d e " (ib. 15,14; cf. v. 17). Forse egli ma sempre al plurale e nella formula stereotipa "risuscitato dai morti'''
è indeciso sulla centralità da attribuire a ciascuno dei due momen- (es. Rm 1,4 + altre 4 volte nelle Deuteropaoline);
ti? Un'analisi del linguaggio impiegato ci fa capire bene a quale - a parte ricordiamo anche i verbi èxévcoaev, "spogliò", eTa7tetva>aev,
componente vada la sua preferenza. "umiliò", èTCxcóxeuaev, "si fece povero": il loro valore è generico ma
certo essi S;i riferiscono allo stadio di umiltà anteriore alla risurrezione.
4.1.2 II secondo momento invece è riferito con un vocabolario che
4.1 La terminologia abbiamo già analizzato 143 e che qui semplicemente ricordiamo veloce-
mente secondo i tre tipi di linguaggio là evidenziati:
Presentiamo qui innanzitutto uno spoglio completo del vocabo- (a) - èyeipco, "risuscitare": è il verbo più usato (mai il sostantivo),
lario impiegato dall'Apostolo rispettivamente circa la morte e la ma bisogna distinguere: 10 volte all'attivo con Dio come soggetto gram-
risurrezione di Gesù. maticale (cf. Rm 4,24: "Colui che ha risuscitato dai morti Gesù Cristo
nostro Signore") ( + Col 2,12; Ef 1,20); 5 volte al passivo con Dio co-
4.1.1 II primo momento viene riferito, in ordine decrescente quanto me agente (cf. Rm 4,25: "Fu risuscitato per la nostra giustificazio-
a frequenza, con questi termini: ne") 1 4 4 ; 7 volte al medio-passivo sempre al perfetto (quindi con la dop-
- àTToGvriaxeiv, "morire": 15 volte (Rm 5,6-8; 6,8.9; 8,34; 14,9.15; pia possibilità semantica "fu risuscitato" o "risuscitò"; solo in ICor
l C o r 8 , l l ; 15,3; 2Cor 5,14.15bis; Gal 2,21; lTs 4,14; 5,10 + Col 2,20); 15,4.12.13.14.16.17.20 + lTm 2,8);
- Oàvaxo?, "morte": 8 volte (Rm 5,10; 6,3.4.5; ICor 11,26; Fil 2,8bis; - àvt<rcr||ju, "risorgere": solo in lTs 4,14 ("Gesù è morto e risorto");
3,10 + Col 1,22); - àvàoraat.;, "risurrezione": 2 volte (Rm 1,4; Fil 3,10; cf. ICor 15,21);
- cjTOcupó?, "croce": 7 volte (ICor 1,17.18; Gal 5,11; 6,12.14; Fil 2,8; - àva-forfeiv ex vexpwv, "ricondurre dai morti": solo in Rm 10,7;
3,18 + Col 1,10; 2,14; Ef 2,16); (b) - Ù7tepuc|>óoù:, "sovraesaltare": solo in Fil 2,9 (cf. sopra);
- crcocupouv, "crocifiggere": 6 volte (Rm 6,6; ICor 1,23; 2,2.8; 2Cor - èv Seijta TOG 9eoG, "alla destra di Dio": solo in Rm 8,34 ( + Col
13,4; Gal 3,1; cf. ICor 1,13; Gal 5,24; 6,14); 3,1; Ef 1,20);
-ocV«, "sangue": 5 volte (Rm 3,25; 5,9; ICor 10,16; 11,25-27 + Col (e) - Càw, "vivere": 5 volte (Rm 6,10bis; 14,9; 2Cor 13,4; Gal 2,20);
1,10; Ef 1,7; 2,13); - CWTJ, "vita": 3 volte (Rm 5,10; 2Cor 4,10.11).

Se facciamo un conto puramente materiale della frequenza dei


142 rispettivi vocabolari nelle lettere autentiche, troviamo sorprenden-
Sul valore insieme letterario e teologico delle antitesi in Paolo, si possono
leggere ancora con interesse le osservazioni di A. Brunot, Le genie littéraire de Saint temente che il primo (senza contare l'aggettivo plurale vexpoi, che
Paul, LD 15, Paris 1955, pp. 28-41; quanto all'origine del suo diffuso impiego nel-
le lettere paoline, viene citata, oltre l'educazione retorica, l'esperienza di Damasco
che ha rivelato all'Apostolo la centralità del Crocifisso maledetto diventato il Ri-
143
sorto trionfante. In generale sull'uso stilistico e teologico dell'antitesi in Paolo, cf. Cf. voi. I, pp. 190-195.
N. Schneider, Die rhetorischeEigenart derpaulinischen Antithese, HUTh 11, Mohr, 144
A questo uso passivo appartiene anche il participio aoristo ópiotìévToi;, "co-
Tùbingen 1970. stituito (Figlio di Dio)", in Rm 1,4.
140 IL CROCIFISSO RISORTO 141
L'APOSTOLO PAOLO

per il sintagma in cui appare può appartenere anche all'altro campo mo di questi tre significati sia quello prevalente risulta dall'uso che
semantico) gode di ben 54 attestazioni, mentre il secondo ne ha ne vien fatto nei vari contesti, come diremo fra poco. Per ora va
solo 36. Se è vero che le parole sono il veicolo del pensiero di notato che l'Apostolo amplifica molto questo dato tradizionale.
un autore, la differenza di un terzo tra le due costellazioni se-
mantiche, a favore di quella concernente la morte di Gesù, deve Da una parte, infatti, egli ripete ed estende la costruzione "morire
voler dire qualcosa di particolare. È un chiaro indizio che Paolo, per (con ùnip e il genitivo)", dovendo però distinguere: unitamente a
"peccati" ricorre soltanto una volta (in Gal 1,4); normalmente invece
nonostante qualche nostra affrettata precomprensione, attribui-
egli personalizza la formula con le seguenti locuzioni: "per noi-voi" (Rm
sce un valore maggiore all'evento della croce, che per lui quindi 5,8; 8,31; ICor 1,13; 2Cor 5,21; 11,24; lTs 5,10), "per noi tutti" (Rm
non è affatto risucchiato dalla gloria della risurrezione, ma resta 8,32), "per tutti" (2Cor 5,15bis), "per me" (Gal 2,20; 3,13), "per gli
assolutamente primario. Vediamo dunque di dettagliare il signifi- empi" (Rm 5,6), "per il quale" (Rm 14,15)148.
cato che ciascuna delle due componenti ha per la cristologia del- Dall'altra, egli ricorre anche ad altre formulazioni per esprimere la
l'Apostolo. stessa idea. Così egli usa la preposizione 8ià con l'accusativo, "a moti-
vo di" (compresa una sfumatura finale: "allo scopo di"), in Rm 4,25
("per le cadute"); ICor 8,11 ("per il quale fratello]"); 2Cor 8,9 ("per
4.2 // valore fondamentale della morte di Gesù145 voi"). Inoltre usa pure la preposizione ntpi con il genitivo, "riguardo
a, in rapporto a", in Rm 8,3. Però l'interpretazione di questo testo
("Dio... mandando il proprio Figlio in una carne di peccato e in vista
Paolo s'interessa della morte di Gesù, non per descriverla nar- del peccato condannò il peccato nella carne") è discussa. Secondo al-
rativamente come fanno gli evangelisti, ma per riflettere sulle sue cuni commentatori l'espressionercepìàfxapxia? deriverebbe esattamen-
dimensioni per così dire «profetiche», cioè sulla sua intenzionali- te dal greco dei LXX di Lv 5,6-7.11; 16,3.5.9; Nm 6,16; 7,16 ecc. (dove
tà profonda 146 . Riservando al paragrafo seguente la sua specifica traduce l'ebraico lehattàt) nel senso cultuale tecnico di "sacrificio per
portata soteriologica, ne mettiamo qui in luce due aspetti particolari. il peccato" e quindi alluderebbe alla morte sacrificale di Gesù (così E.
4.2.1 Un riscatto di amore. Paolo si aggancia chiaramente alla Kàsemann, U. Wilckens, J.D.G. Dunn, D. Moo, B. Byrne). Secondo
tradizione, quando riporta la confessione secondo cui "Cristo morì altri invece si tratterebbe soltanto di un'allusione generica alla condi-
per i nostri peccati" (ICor 15,3). La preposizione greca wrép unita zione umana peccaminosa condivisa da Gesù nell'incarnazione, come
al genitivo, come qui, può avere più significati (escludendo quello risulterebbe dal tema dell'invio del Figlio da parte di Dio (così C.K. Bar-
rett, C.E.B. Cranfield, L. Morris, J.A. Fitzmyer). Infatti nei LXX il
locale di "sopra" che qui non fa senso): "a favore di", per espri- suddetto complemento è sempre accompagnato da verbi di tipo cultua-
mere una finalità di vantaggio; "al posto di", per esprimere una le (soprattutto "espiare" e "condurre-presentare" [cioè la vittima, avente
rappresentatività (= "a nome di") più che una sostituzione il sacerdote come soggetto]: ii*-iXàaxea0ai, 7tpoa-9épeiv, 7tpoaàyeiv), che qui
vicaria147; e "a motivo di", per esprimere una causalità. Che il pri- mancano del tutto. Probabilmente però non si possono scindere le due
prospettive: se è vero che la locuzione può richiamare i testi sacrificali
145
dell'AT, è anche vero che il contesto non prepara affatto una dichiara-
Cf. G. Delling, Der Kreuzestod Jesu in der urchristlichen Verkùndigung, Van- zione sulla morte di Gesù come sacrificio, mentre semmai è la sua inte-
denhoeck, Gòttingen 1972, pp. 17-26; H.-W. Kuhn, Jesus als Gekreuzigter in der ra esistenza nella carne che è rivolta alla condanna del peccato;
frùhchristlichen Verkùndigung bis zur Mitte des 2. Jahrhunderts, ZTK 72 (1975)
1-46; G. Friedrich, Die Verkùndigung des Todes Jesu im Neuen Testament, Neu-
kirchen 1982; A.T. Hanson, The Paradox ofthe Cross in the Thought o/St. Paul,
JSNT Suppl. 17, Sheffield 1987; M. Gourgues, Le Crucifié. Du scendale à l'exalta-
tion, Bellarmin, Montreal 1988; M.D. Hooker, Not Ashamed of the Gospel. New trovandosi solo in Me 10,45/Mt 20,28, e in lTm 2,6 (e fuori del NT in 4Mac 6,29);
Testament Interpretations of the Death ofChrist, Eerdmans, Grand Rapids 1995, ad essa si accosta anche il concetto di 'àsàm in Is 53,10 ("offrirà la sua vita in espia-
pp. 20-46; J.D.G. Dunn, The Theology of Paul, pp. 207-233. zione/risarcimento'
148
')•
1 46 Sul rapporto storia-profezia, vedi il celebre libro di O. Cullmann, Cristo e Su questa preposizione va osservato che con tutta probabilità, a proposito
il tempo. La concezione del tempo e della storia nel Cristianesimo primitivo, Il Mu- della morte di Cristo, essa non implica alcun riferimento di tipo cultuale, dato che
lino,147 Bologna 1965, 3 1967 (orig. ted., Zùrich 1946), p p . 120-133. nei LXX non ricorre mai nei testi sui sacrifici di espiazione, dove invece ricorre
Questa viene propriamente espressa dall'uso della preposizione àvxt con il ge- semprercepi(cf. Lv 16,3.6.7.9.17.24.25.27.30.33; Nm 29,11); anche in Is 53 si trova
nitivo, "invece di, in cambio di". Essa però non viene mai impiegata da Paolo, sia uept (vv. 4.10) sia 8ià (vv. 5bis.l2), ma mai órcép.
142 L'APOSTOLO PAOLO IL CROCIFISSO RISORTO 143

in ogni caso, qui Paolo sembra unire insieme la theologia crucis con nella sua bocca"; vedi anche Sai. Salom. 17,36). Ma un riferi-
la theologia incamationis, così che la prima rappresenta l'inevitabile pun- mento al concetto cultuale di "sacrificio per il peccato" secondo
to d'arrivo della seconda (così W. Schmithals). il libro del Levitico (cf. Lv 4,8.20.24.29.33.34, dove questo è
il significato del semplice sostantivo "peccato" sia in TM che
L'importante nella nostra interpretazione di Paolo è di evitare in LXX) è assai improbabile. Infatti: il verbo "fare" con seman-
la concezione giuridica della sostituzione penale, come se egli af- tica cultuale in Lv ricorre in una costruzione diversa (solo in
fermasse che Dio abbia voluto castigare in Cristo tutti i peccatori, Lv 9,7.22:TCOIEIVXÒrcepìx9]c, à^apTia?, lett. "fare ciò che riguarda
ricevendo così soddisfazione per gli oltraggi da loro ricevuti. I te- il peccato", cioè il sacrificio previsto); d'altronde, il contestuale
sti infatti dicono che Cristo ha preso su di sé non una maledizione concetto paolino di riconciliazione (cf. 2Cor 5,18bis. 19bis.20) nel-
o un castigo, ma semplicemente i nostri peccati. Anche se in Is 53 l'AT non ricorre mai a proposito dei sacrifici per indicare il
c'è l'idea di un castigo del Servo per i peccati altrui (cf. Is 53,5b: loro effetto di perdono; inoltre, e analogamente, l'effetto positi-
lett. "la punizione [TM musar; LXX 7cou8eta] per la nostra pace vo del sacrificio per il peccato né in Lv né nell'intero AT viene
fu su di lui"), il caso di Gesù va ben oltre, e non solo perché Isaia mai espresso con la famiglia lessicale della "giustizia" come in-
non viene affatto citato. vece avviene qui; infine, va preso atto del linguaggio iperbolico
È vero che in Gal 3,13 si legge che "Cristo ci ha riscattati dalla e antitetico proprio di Paolo, che al contrario gli fa dire in ICor
maledizione della Legge, diventando maledizione per noi (ónèp rjfxwv 1,10 che Cristo divenne "per noi giustizia". Il senso dunque,
xocxàpoc), come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno". Biso- come in Rm 8,3, è che Cristo ha condiviso la condizione dell'u-
gna però stare attenti a non maggiorare lo schema di sostituzione, manità peccatrice in generale, sottomettendosi al Peccato come
che sta alla base della frase, fino a dire che Cristo assunse su di potenza dominante al fine di ottenerne un risultato contrap-
sé l'identità del maledetto. Infatti, a proposito della frase "diven- posto 149 . Qui lo schema di una mera sostituzione non funziona,
tando maledizione per noi" vanno fatte due osservazioni. L'una e doppiamente: (1) esso normalmente punta solo sul dato di una
è che il "diventare maledizione" allude semplicemente al fatto sto- pena da subire a ogni costo, senza tener conto di chi sia il puni-
rico della morte di Gesù in croce (con citazione di Dt 21,23; analo- to, mentre invece qui Gesù è innocente e non corrisponde alla
gamente, a Qumràn si stabilisce di seppellire i crocifissi il giorno clausola di Dt 21,22 ("Se un uomo avrà commesso un delitto
stesso della pena, "poiché sono maledetti da Dio e dagli uomini degno di morte...") [quanto all'idea del capro espiatorio, vedi
coloro che sono appesi al legno" [11QT 64,12]): quindi la maledi- più sotto]; (2) una sorta di «benedizione» si realizzò prima di
zione di Gesù non si spiega affatto come assunzione di un castigo. tutto nello stesso Gesù, in quanto egli non rimase nella maledi-
L'altra osservazione è che il "per noi" (con la preposizione hypér zione ma anzi la sua morte sfociò nella sua risurrezione (cf.
e non ariti) esprime soltanto l'impatto salvifico di quella morte e Fil 2,8-9); in questo processo ciò che risulta determinante è che
non una sostituzione: quindi la maledizione di Gesù è soltanto fun- egli visse la maledizione, sia in conformità alla volontà di Dio
zionale a togliere una maledizione di altro genere, cioè quella com- e non in opposizione a lui (cf. Gal l,4b), sia nella solidarietà
minata ai trasgressori della Legge (secondo Dt 27,26 citato poco con gli uomini invece che nel disinteresse nei loro confronti (cf.
prima in Gal 3,10). Gal 2,10). Si vede bene quindi che l'importante non è la morte
subita come pena, ma è l'elemento-amore che la informa dal di
Un'allusione all'idea di una punizione sostitutiva si potrebbe an-
che intravedere in 2Cor 5,21 : "Colui che non conobbe peccato (Dio)
lo fece peccato per noi (urcèp Tjfxcòv àfiocpTtocv inoir\ozv), affinché noi
diventassimo giustizia di Dio in lui". La concezione circa Cristo 149
Su Gal 3,13 cf. soprattutto M. D. Hooker, Interchange in Christ, in Id.,
"senza peccato" probabilmente deriva a Paolo dalla tradizione (cf. From Adam to Christ. Essays on Paul, University Press, Cambridge 1990, pp. 13-25
anche Eb 4,15; 5,7-9; IPt 1,19; 3,18) e in ultima analisi potrebbe specie 14-16 ( = JTS 22 [1971] 349-361); A. Vanhoye, La lettera ai Galati. Seconda
parte, Ad uso degli studenti, Editrice P.I.B., Roma 1989, pp. 81-91; A. Pitta, Gal.
supporre l'affermazione di Is 53,9 ("Gli si diede sepoltura con gli p. 192. Su 2 Cor 5,21 cf. K. Kertelge, «Rechtfertigung» bei Paulus, pp. 99,107;
empi..., sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno V.P. Furnish, 2Cor, pp. 340 e 351; M.E. Thrall, 2Cor, pp. 439-442.
144 L'APOSTOLO PAOLO IL CROCIFISSO RISORTO 143

dentro e che sempre dall'interno svuota il principio negativo della tato"; Dt 7,7: "Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti... perché
Legge punitrice150. t il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto
La chiave ermeneutica della donazione di Cristo sulla croce si ai vostri padri"; Is 63,8b-9 LXX: " E divenne per loro una salvez-
può considerare fornita da un doppio schema veterotestamenta- za da ogni tribolazione. Non un inviato né un angelo, ma il Signo-
rio, dove si mettono in luce due diverse dimensioni dell'amore. L'u- re stesso li salvò perché li amava e ne aveva compassione; egli li
no è lo schema dell'offerta di Isacco da parte di Abramo (cf. Gn riscattò e li sollevò e li innalzò per tutti i giorni del tempo"), così
22 = la caqedah): l'amore di obbedienza, esercitato sia dal pa- > ora egli, nel Cristo immolato come nuovo agnello pasquale (cf. ICor
triarca nei confronti di Dio sia da Isacco nei confronti di Abramo, 5,7) è intervenuto "riconciliando a sé il mondo" (2Cor 5,19) con
diventa in Paolo amore di donazione sia da parte di Dio, che con- la dimostrazione del "suo amore verso di noi perché, mentre an-
segna il figlio Gesù (cf. Rm 4,25; 5,8; 8,32), sia da parte di Gesù cora eravamo peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,8).
stesso soprattutto nei confronti dell'uomo (cf. Gal 2,20; in LAB La morte di Gesù dunque fu essenzialmente un atto di amore
1
32,3 Isacco dice: "Che sarebbe successo, se non fossi nato per es- personale: sia da parte di Dio (cf. Rm 8,31b-32: "Se Dio è per noi,
sere offerto in sacrificio a colui che mi ha fatto?"). A tutto ciò chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio fi-
soggiace la categoria di un sacrificio sui generis, totalmente infor- glio [come Abramo: cf. Gn 22], ma lo ha dato per tutti noi, come
mato dall'amore (cf. Filone Al., Abr. 196: "Chi offre il solo figlio non ci donerà ogni cosa insieme con lui?"), sia da parte di Gesù
che ha da amare compie un atto superiore a ogni parola"). L'altro , stesso (cf. Gal 2,20: "Mi amò e diede se stesso per me"), che si
schema è quello dell'esodo: come allora Dio agì sovranamente e trovano perfettamente fusi insieme (cf. Rm 8,39: "Nessuna crea-
liberamente, intervenendo per puro amore verso il suo popolo (cf. tura potrà mai separarci dall'amore di Dio in Cristo Gesù nostro
Es 15,13: "Guidasti con il tuo favore questo popolo che hai riscat- Signore") 151 .
Ci sono tre concetti che più di altri permettono a Paolo di espri-
' mere e riassumere questa visione delle cose.
150
Tutto ciò va detto contro la tesi di B.H. McLean, The Cursed Christ. Medi- (1) Uno è quello di "riscatto" (da è^ayopàCeiv, "comperare"; in
terranean Expulsion Rituals and Pauline Soteriology, JSNT Suppl. 126, Academic ICor 6,20; 7,23; Gal 3,13; 4,5) con i suoi sinonimi "redenzione" (da
Press, Sheffield 1996. Egli parla di "cristologia apotropaica", rifacendosi ad anti- àrcoXueiv, "slegare, rilasciare, liberare, affrancare", col derivato à-
chi rituali greci di espulsione dalla città di animali (capri, vitelli, maiali) o uomini
(schiavi, criminali, poveri) denominati pharmakoi, designati come vittime per al- , TroXikpcoat*;, "redenzione"; in Rm 3,24; 8,23; ICor 1,30) e "libe-
lontanare la minaccia o la realtà di un pericolo (peste o altro): in questi casi, la razione" (da èXeuGepoGv, "liberare"; in Rm 6,18.22; 8,2; Gal 5,1)152.
vittima assumeva totalmente su di sé il male da rimuovere e con l'espulsione (l'uc-
cisione si praticava solo per gli animali), purificava e liberava la comunità dal male Tutti e tre provengono dall'ambito dei rapporti commerciali, sia
stesso (cf. i testi riportati alle pp. 88-100 e in specie T. Livio 10,28-29). Ma le diffe-
renze, per limitarci ai pharmakoi umani, sono troppo rilevanti: (1) normalmente
151
la vittima viene scelta; (2) solo raramente la vittima si offre spontaneamente (così Sull'insieme cf. K. Romaniuk, L'amour du Pére et du Fils, 1961; W. Pop-
Gio 1,12), probabilmente perché essa viene ricompensata con vestiti e abbondante * kes, Christus Traditus, 1967. In particolare sulla caqedah vedi R. Penna, // moti-
nutrimento (testimonianza sulle città della Ionia e su Marsiglia), a volte anche con vo della " c aqedah" sullo sfondo di Rm 8,32, in Id., L'apostolo Paolo, pp. 171-199.
denaro; (3) la vittima viene scelta o viene accettata tra coloro che sono già social- Sull'importanza di questo modello biblico vedi anche J.D. Levenson, The Death
mente marginalizzati; (4) inoltre essa riceve una investitura solenne, trattandosi quindi and Resurrection of the Beloved Son. The Transformation of Child Sacrifice in
di un vero rito pubblico e contemplato dalla tradizione; (5) quasi mai viene uccisa Judaism and Christianity, Yale University Press, New Haven-London 1993; alla
(solo il grammatico bizantino Tzetzes dice che il pharmakós veniva bruciato su di p. 230 l'A. fa notare la differenza con la parabola sinottica dei vignaioli omicidi
una pira; ma la cosa è discussa). Tutto ciò è ben lontano dal caso-Gesù, per il quale • (cf. Me 12,1-12 parr.), secondo cui il proprietario manda il figlio senza alcuna in-
in più Paolo fa riferimento a un dato esclusivamente giudaico come la Legge, il tenzione di offrirlo: qui, a differenza di Paolo, l'attenzione cade non sulla bontà
cui trattamento rientra in un'ottica esclusivamente paolina: ciò che l'Apostolo dice del padre ma sulla malvagità dei vignaioli (= i Giudei, che l'Apostolo invece non
in Gal 3,10 (che cioè Gesù "divenne maledizione") o in 2Cor 3,21 (che cioè egli menziona mai nel contesto della morte di Gesù [eccetto lTs 2,15 che è ritenuto una
"divenne peccato") non si riscontra nei casi riportati da McLean, dove semmai la interpolazione]). Vedi anche M. Perez Fernàndez, TheAqedah in Paul, in F. Manns,
vittima diventa pharmakós, cioè "rimedio". Se quest'ultimo concetto si ritrova ap- ed., The Sacrifice of Isaac in the Three Monotheistic Religions, Franciscan Prin-
parentemente anche in Paolo a proposito di Gesù (cf. maledizione — benedizione; i ting Press, Jerusalem 1995, pp. 81-94.
152
peccato — giustizia), vanno comunque notati i nomi astratti, che suggeriscono piut- Cf. S. Lyonnet - L. Sabourin, Sin, Redemption, and Sacrifice. A Biblical
tosto un'esperienza di solidarietà e di partecipazione, non solo di Gesù con gli uo- andPatristic Study, AB 48, PIB, Rome, rispettivamente pp. 104-119 e 79-103; S.
mini ma anche e soprattutto, come risultato, degli uomini con Gesù. Vollenweider, Freiheit als neue Schòpfung. Eine Untersuchung zur Eleutheria bei
146 L'APOSTOLO PAOLO IL CROCIFISSO RISORTO 147

che si debba sottintendere o meno la pratica della manomissione già all'origine un atteggiamento di benevolenza con cui viene ri-
degli schiavi o quella della liberazione dei prigionieri o forse me- mosso l'ostacolo del peccato dell'uomo e perciò equivale a un pu-
glio lo schema veterotestamentario della liberazione d'Israele ro atto dell'amore e della grazia di Dio stesso.
dall'Egitto 153 . Essi perciò descrivono l'operato di Cristo come una (3) Il terzo concetto è quello di "espiazione", che in Paolo ri-
sottrazione a una precedente proprietà. Questa poi non è mai desi- corre solo una volta nell'espressione "strumento o luogo di espia-
gnata come il Diavolo, ma di volta in volta come la carne, la legge, zione" (iXoccroripiov: Rm 3,25; con ogni probabilità abbiamo a che
il peccato, la maledizione, la paura: non proprietari personali, ma fare qui con una formulazione giudeo-cristiana di tipo tradizio-
condizioni negative che schiavizzano l'uomo. A questo ambito se- nale155). Esso potrebbe derivare da un ambito cultuale giudai-
mantico si riconducono anche affermazioni come queste: "Voi non co 156 , anche se mediato dalla concezione del valore espiatorio
appartenete più a voi stessi" (ICor 6,19), "Per la libertà Cristo della morte dei martiri secondo l'apocrifo 4Mac 17,22 ("Mediante
ci ha liberati" (Gal 5,1), e "Voi siete stati messi a morte quanto il sangue di quei giusti e l'espiazione attuata con la loro morte [oià
alla Legge mediante il corpo di Cristo per appartenere a un altro" xoG a!'|i.ocTo<;... xaì xoG IXaaxripiou xoG Gavàxou aùxcòv] la divina provvi-
(Rm 7,4). denza salvò Israele, che prima era oppresso") 157 . In ogni caso vi
(2) Il secondo concetto è quello di "riconciliazione" (xaxocXXocyri, è insita una critica al culto del Tempio: il luogo della presenza di
da xocxaXXàaaeiv; in Rm 5,10bis.ll; 2Cor 5,18bis.l9bis.20)154. Evi- Dio che espia i peccati ormai non è più né il Santo dei Santi né
dentemente esso proviene dall'ambito delle comuni relazioni inter- un altro luogo sacrale o gesto rituale, ma è il sangue di un Croci-
personali di amicizia, che secondo Paolo vanno ristabilite perché fisso. Anche se l'affermazione dovesse essere interpretata a pre-
si suppongono infrante. È interessante osservare che nel greco extra- scindere dallo specifico concetto di sacrificio espiatorio 158 , resta
biblico questo vocabolario, non solo non viene mai attestato in am-
bito religioso (e in questo senso nei LXX si trova solo in 2Mac 1,5; 155
5,20; 7,33; 8,29), ma là dove occorre (tralasciando come non per- Oltre ai Commenti, cf. W. Kraus, Der Tod Jesu als Heiligtumsweihe. Eine
Untersuchung zum Umfeldder Sùhnevorstellung in Rómer3,25-26a, WMANT 66,
tinente al nostro caso l'idea [all'attivo] che una persona ne ricon- Neukirchen 1991, specie pp. 92-167 (discutibile però è la sua tesi, secondo cui la
cili altre due tra di loro) implica sempre che ad essere riconciliato morte di Cristo sarebbe in rapporto diretto non con i peccati degli uomini ma con
la purificazione del Tempio escatologico). Più in generale vedi anche S. Lyonnet-
(al passivo) sia colui che è irritato perché offeso o che sia lui a "ri- L. Sabourin, Sin, Redemption, and Sacrifice, pp. 120-184; R. Penna, Il sangue di
conciliarsi" cioè a dimostrarsi placato (al medio); quindi "ricon- Cristo nelle letterepaoline, in Id., L'apostolo Paolo, pp. 395-417.
156
ciliare" significa "placare". Invece in Paolo ad essere riconciliati Normalmente ci si richiama al rito specifico dello Yòm kippùr (cf. Lv 16,
dove il termine traduce l'ebraico kapporet: coperchio dell'arca dell'alleanza nel Santo
siamo noi (cf. Rm) oppure è il mondo (cf. 2Cor), mai Dio; ciò si- dei Santi), ma è possibile anche pensare che ci si riferisca più genericamente a un
gnifica, non solo che l'iniziativa della riconciliazione appartiene solo luogo di espiazione (cf. Ez 43,14.17.20, dove esso traduce l'ebraico czàrah: piat-
a Dio, ma che essa (tutt'altro che "placare o propiziare") implica taforma dell'altare dei sacrifici). Per un puntuale riassetto delle questioni lettera-
rie, cronologiche, e teologiche, afferenti ai testi biblici dello Yòm Kippùr, cf. G.
Deiana, Il giorno dell'espiazione. Il kippur nella tradizione biblica, RivBibl Suppl.
30, Bologna 1995.
157
Paulus und in seiner Unwelt, FRLANT 147, Vandenhoeck, Gòttingen 1989. Osser- II valore sacrificale della morte dei martiri, paragonata a un rito di purifica-
viamo che il termine (àv-u)Xu-cpov, propriamente "prezzo del riscatto", ricorre solo zione, è sostenuto da A. O'Hagan, The Martyr in the Fourth Book of Maccabees,
fuori di Paolo in Me 10,45/Mt 20,28; lTm 2,6 (il verbo in Le 24,21; Tt 2,14; lPt StudBiblFranc 24 (1974) 94-119. Vedi anche D. Seeley, The Noble Death. Graeco-
1,18); però vedi ICor 6,20; 7,23. Roman Martyrology and Paul's Concept of Salvation, JSNT Suppl. 28, Sheffield
153
In quest'ultimo senso, cf. W. Haubeck, Loskauf durch Christus. Herkunft, 1990. Proprio il concetto giudeo-ellenistico di martirio sarebbe stato il tramite er-
Gestalt und Bedeutung des paulinischen Loskaufmotivs, Giessen 1985. Su tutto il meneutico per interpretare la morte di Gesù in senso espiatorio secondo W. Zager,
problema, vedi il breve ma pertinente status quaestionis in G. Barth, Il significato Wie kam es im Urchristentum zur Deutung des Todes Jesu als Sùhnegeschehen?,
della morte di Gesù, pp. 106-110. ZNW 87 (1996) 165-186.
154 158
Cf. C. Breytenbach, Versòhnung. Eine Studie zur paulinischen Soteriologie, Così B.H. McLean, The Absence of an Atoning Sacrifice in Paul's Soterio-
WMANT 60, Neukirchen 1989; Id., Versòhnung, Stellvertretung und Suhne. Se- logy, NTS 38 (1992) 531-553 (con riferimento a G. Fitzer, Der Ort der Versòhnung
mantische und traditionsgeschichtliche Bemerkungen am Beispiel der paulinischen nach Paulus. Zu Froge des «Sùhnopfers Jesu», TZ 22 [1966] 161-183), che inter-
Briefe, NTS 39 (1993) 59-79. Questo tema è stato addirittura proposto come chiave preta lo hilastérion solo come luogo della presenza di Dio e il riferimento al sangue
per tutta la teologia e l'attività missionaria di Paolo da R.P. Martin, Reconcilia- come mera allusione al dono della vita. Certamente comunque non si può pensare
tion. A Study of Paul's Theology, Atlanta-London 1981. che il rito del Kippur comportasse l'idea della sostituzione vicaria dell'offerente con
148
" L'APOSTOLO PAOLO IL CROCIFISSO RISORTO 149

comunque il fatto che il passo di Rm 3,25 richiama il dato della la presunzione religiosa della sapienza umana. Più che mai qui cri-
totale offerta di sé fatta da Cristo per i peccati degli uomini159. stologia e teologia si toccano e si sovrappongono162. Tutto ciò che
4.2.2 Scandalo e stoltezza come potenza e sapienza di Dio. In si pensava di Dio come supremamente bello e potente viene con-
un solo ma celebre passo delle sue lettere (ICor 1,18-25) Paolo espri- traddetto dall'umiliazione del Crocifisso. In lui si infrangono sia
me una originale dimensione della croce di Cristo160. Il punto di la richiesta di segni gloriosi da parte dei Giudei, per cui egli diven-
partenza del suo discorso è propriamente l'annuncio evangelico del- ta uno scandalo-inciampo alla loro fede, sia la ricerca di una sa-
la croce più che non la croce stessa come evento. Tuttavia evento pienza intellettualmente appagante da parte dei Greci, per cui egli
e parola finiscono per identificarsi, tanto che i concetti paralleli diventa una incomprensibile follia. Se Dio si rivela nella croce di
di scandalo e stoltezza investono paritariamente entrambi i momen- Cristo, allora bisogna proprio ammettere che di lui prima non si
ti. Perciò, se da una parte la predicazione come "parola della cro- sapeva nulla163. In definitiva, infatti, "ciò che occhio mai non vi-
ce" (v. 18) condivide la medesima stoltezza della croce, questa a de né orecchio udì né mai salì in cuore d'uomo" (ICor 2,9) riguar-
sua volta risulta "evento di 'apocalisse' divina: Dio vi si disvela da proprio questa forma di rivelazione e il tipo di Dio che ne risul-
per quello che è"161. Ciò che si rivela nella croce di Cristo è ap- ta: un Dio che la ragione umana in quanto tale (cf. 1,20: "il ricer-
punto un Dio umanamente inimmaginabile, che mette in scacco catore di questo mondo") fa fatica a incasellare nei propri schemi,
ma che si dimostra felicemente sorprendente per la sua imprevedi-
bilità. Egli perciò è anche colui che trasforma un evento umana-
la vittima (cf. G. Deiana, Il giorno dell'espiazione, p. 182 e G. Barth, Il significato mente inteso come stoltezza e scandalo in un evento di potenza e
della morte di Gesù, pp. 76-84); sul fatto che esso invece valesse come vero sacrifi- di sapienza, nella misura in cui vi annette una possibilità di salvez-
cio espiatorio per i peccati, e non solo come rito di purificazione per la contamina-
zione del Tempio (così J. Milgrom, Leviticus, I, AB 3, Doubleday, New York-London za prima ignorata164. E se la croce di Cristo è la strada di Dio, in-
1991, pp. 253-258), cf. G. Deiana, Il giorno dell'espiazione, p. 180 (con rimando sospettata ma comunque l'unica possibile (cf. Is 55,8: "I miei pen-
a N. Kiuchi, The Purification Offering in the Priestly Literature. Its Meaning and sieri non sono i vostri pensieri..."), allora il prendere posizione di
Function, JSOT Suppl. 56, Sheffield 1987, pp. 65-66).
159
Quanto alla dibattuta questione se riconciliazione ed espiazione siano coin- fronte al Crocifisso finisce necessariamente per comportare un'an-
cidenti e se quindi le categorie cultuali siano determinanti per comprendere la ticipata discriminazione escatologica tra "coloro che si perdono e
morte di Gesù secondo Paolo (risponde negativamente ad entrambi gli interroga-
tivi G. Friedrich, affermativamente invece P. Stuhlmacher), vedi la documentata coloro che si salvano" (1,18).
e bilanciata risposta di C. Breytenbach, Versòhnung, specie pp. 193-215. Questo
A., tendenzialmente favorevole a Friedrich, nega l'interpretazione cultuale della
morte di Cristo sia nelle formuìe-hypér sia in Rm 3,25; 8,3; 2Cor 5,21; in più
egli ritiene che già la comprensione pre-paolina della morte di Cristo non fosse
di tipo cultuale; sicché nel NT l'idea della morte di Cristo come "sacrificio"
sarebbe presente solo in ICor 5,7; Ef 5,2; e in Eb (ma si dovrebbero aggiungere
testi come IPt 1,2.19; IGv 1,7; le tradizioni sull'Ultima cena; e forse anche Ap 162
"Di fronte alla croce di Gesù è di Dio che si parla" (H. Weder, Das Kreuz
5,6.12; 7,14; 13,8). Jesu bei Paulus. Ein Versuch, ùber den Geschichtsbezug des christlichen Glaubens
160
Oltre ai Commenti, cf. soprattutto K. Miiller, IKor 1,18-25. Die nachzudenken,
163
FRLANT 125, Gòttingen 1981, p. 139).
eschatologisch-kritische Funktion der Verkùndigung des Kreuzes, BZ 10 (1966) L'apparente contraddizione con Rm 1,18-23, dove si afferma che gli uomini
246-272; H.K. Nielsen, Paulus' Verwendung des Begriffes Dynamis. Eine Replik hanno conosciuto Dio pur senza venerarlo come tale, si risolve dando significati
zur Kreuzestheologie, in S. Pedersen, ed., Die paulinische Literatur und Theolo- diversi non tanto allo stesso verbo "conoscere" (che in ICor 1,21 significherebbe
gie, Aros-Vandenhoeck, Arhus-Gòttingen 1980, pp. 137-158; H. Merklein, Die Weis- "riconoscere"), ma al sostantivo "Dio": infatti "il testo di Rm 1,19-21 è in pro-
heit Gottes und die Weisheit der Welt (IKor 1,21), in Id., Studien zu Jesus und spettiva cosmologica e afferma l'effettiva raggiungibilità di Dio...; invece ICor 1,18ss
Paulus, pp. 376-384; R. Penna, Logos paolino della croce e sapienza umana (ICor si pone in prospettiva soteriologica e afferma la non raggiungibilità del tipico Dio
1,18 - 2,6), in I. Sanna, ed., Il sapere teologico e il suo metodo, Dehoniane, Bolo- cristiano, quale si rivela nella croce di Cristo" (R. Penna, Dialettica tra ricerca e
gna 1993, pp. 233-255. scoperta di Dio nell'epistolario paolino, in Id., L'apostolo Paolo, pp. 593-629, qui
161
G. Barbaglio, La prima lettera ai Corinzi, SOC 7, Dehoniane, Bologna 1996, 609 nota 38).
164
p. 135. Nel contesto, il concetto di stoltezza non riguarda solo la forma disadorna Perciò la cosiddetta theologia crucis non deve intendere il rapporto debolezza-
della predicazione (v. 18: "la parola della croce") ma anche la croce come suo con- potenza solo come un paradosso; esso invece "va inteso come dialettica, nel senso
tenuto (v. 23: "il Cristo crocifisso"); cf. D. Litfin, St. Paul's Theology ofProcla- che la debolezza per così dire provoca un vuoto, che la potenza di Dio può riempi-
mation. 1 Corinthians 1-4 and Greco-Roman rhetoric, SNTS MS 79, University Press, re" (H.K. Nielsen, Paulus' Verwendung, pp. 156-157, con opportuno rimando a
Cambridge 1994, pp. 193-201. 2Cor 12,10: "Quando sono debole, allora sono potente").
150 L'APOSTOLO PAOLO IL CROCIFISSO RISORTO 151

4.3 La portata della risurrezione tro. Non è senza significato che in Paolo, come abbiamo visto, il
vocabolario della morte supera di un terzo quello della risurrezio-
Se nel brano paolino appena citato Cristo viene qualificato co- ne. Il fatto è che "finalmente la croce, mediante la risurrezione,
me "potenza di Dio", ciò significa certamente che la predicazione diventa dicibile come luogo della potenza di Dio" 167 . La risurre-
del Crocifisso è causa di conversione e di santificazione per i cre- zione, cioè, rivela e insieme rende accessibile la profonda virtuali-
denti; ma, in più, vuol anche dire che proprio in lui si è dispiegata tà salvifica della croce, che senza di quella sarebbe rimasta nasco-
la potenza di Dio con il suo intervento di risurrezione165. È ciò che sta e infruttuosa. È questo che vuol dire Paolo quando scrive: Cri-
leggiamo in 2Cor 13,4: "Egli fu crocifisso per la sua debolezza, sto "fu consegnato per le nostre cadute e fu risuscitato per la no-
ma vive per la potenza di Dio"; e, stante un certo parallelismo tra stra giustificazione" (Rm 4,25). La ripetizione retorica della me-
questo passo e Rm 6,4 ("Cristo fu risuscitato dai morti mediante desima preposizione nelle due parti della frase (8tà, "per", con l'ac-
la gloria del Padre"), viene a darsi un accostamento semantico tra cusativo) suppone comunque due valori diversi, causale nella pri-
i concetti di potenza e di gloria (infatti in ICor 2,8 leggiamo: "Se ma e finale nella seconda, segnando anche un leggero crescendo
l'avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della glo- verso il concetto di giustificazione. Infatti, la frase immediatamente
ria"), che in più si concretizzano in Cristo stesso. Egli "non è solo seguente (Rm 5,1: "Giustificati dunque per la fede siamo in pace
un mezzo per la dimostrazione della potenza e della sapienza di con Dio") riprende e ribadisce la stessa idea di giustificazione, che
Dio, poiché personalmente pure le incorpora in sé" 166 . Perciò egli perciò viene strettamente collegata con la risurrezione di Gesù. Si
in persona è "potenza di Dio". La risurrezione di Gesù come atto spiega allora l'affermazione perentoria che leggiamo in ICor 15,17:
di questa potenza rappresenta l'esatto risvolto della sua impoten- "Se Cristo non è risuscitato, vana è la vostra fede: siete ancora
za come crocifisso. Non per nulla è ad essa che già la tradizione nei vostri peccati". Quindi, la giustificazione è saldamente radica-
pre-paolina, come abbiamo visto, collega le fondamentali qualifi- ta nella croce, ma è resa possibile dalla risurrezione, che rende la
che cristologiche di "Signore" (cf. Fil 2,9-11) e addirittura di "Fi- croce feconda applicandone i frutti.
glio di Dio" (Rm l,4a). Anche qui, allora, parlare del Risorto si- Su questa linea si può parzialmente interpretare l'originale defi-
gnifica inevitabilmente parlare di Dio; è significativo infatti nota- nizione cristologica di Gesù come "ultimo Adamo diventato Spi-
re che Paolo, nel contesto di un discorso sulla risurrezione di Cri- rito vivificante" (iweGfxoc Ctoorcoiouv: ICor 15,45). L'esame del con-
sto e dei cristiani, per confutare coloro che sembrano negarla dice: testo mostra che la definizione va primariamente intesa in senso
"Alcuni dimostrano di non conoscere Dio" (ICor 15,34)! Ci sono risurrezionistico-escatologico, non soteriologico-presenziale: cioè,
poi tre caratteristiche del discorso paolino sul Risorto che merita- essa dice che il Risorto, superando di gran lunga Adamo, non è
no di essere sottolineate. soltanto diventato "vivente" ma in più ha acquisito la prerogativa
4.3.1 Accessibilità al valore salvifico della croce. Insieme a Pao- divina di "vivificare" i morti alla fine dei tempi (vedi: il richiamo
lo bisogna innanzitutto stare attenti a non enfatizzare l'evento pa- di ICor 15,22; il rimando a Gn 2,7; il parallelismo climatico con
squale al punto da mettere in ombra la croce. Questa non è solo il primo Adamo diventato 'anima vivente'; l'assenza di ogni voca-
un momento di passaggio, quasi che sia stata cancellata dallo splen- bolario amartiologico) 168 . Tuttavia, anche se solo per estensione,
dore della risurrezione e perciò debba essere dimenticata. Tutt'al- si può pure scorgere nel sintagma "Spirito vivificante" un'allusio-

167
H. Weder, Das Kreuz Jesu bei Paulus, p. 140, dove si continua: "Detto al-
165
Cf. K. Muller, / Kor 1,18-25, p. 268; R. Penna, Il vangelo come "potenza trimenti: nella risurrezione di Gesù l'evento storico della sua morte non viene sor-
di Dio" secondo ICor 1,18-25, in Id., L'apostolo Paolo, pp. 281-294; S. Virgulin, passato, al contrario Dio stesso si impegna talmente su quell'evento che esso pro-
La croce come potenza di Dio in ICor 1,18.24, in Aa.Vv., La sapienza della croce prio in quanto contingente riceve un valore infinito".
168
oggi, I, Elle Di Ci, Leumann (Torino) 1976, pp. 144-150. Vedi anche J.D.G. Dunn, Oltre ai Commenti, cf. M. Teani, Corporeità e risurrezione. L'interpretazione
The Theology of Paul, pp. 234-265. di 1 Corinti 15,35-49 nel Novecento, "Aloisiana" 24, Gregorian University-
166
W. Schrage, Der erste Brief an die Korinther, I, EKK VII/1, Zùrich- Morcelliana, Roma-Brescia 1994; R. Penna, Cristologia adamica e ottimismo an-
Neukirchen 1991, p. 188. tropologico in ICor 15,45-49, in Id., L'apostolo Paolo, pp. 240-268.
152 IL CROCIFISSO RISORTO 153
L'APOSTOLO PAOLO

ne alla funzione salvifica globale del Risorto. Ciò può fondarsi sul rezione rappresentano le due facce della stessa medaglia, che è Ge-
fatto che C<*>o7rotoGv in quanto participio presente non ha di per sé sù. L'una non può stare senza l'altra. Egli è definito da entrambe.
alcuna funzione temporale, ma indica solo la qualità dell'azione Nella croce di Cristo c'è il thesaurus ecclesiae, e nella sua risurre-
e definisce il soggetto in quanto "vivificante": il Risorto già lo è zione è data la possibilità di attingervi171.
diventato e tale certamente sarà in futuro, ma non si può escludere Il racconto giovanneo del Risorto che offre a Tommaso le mani
che egli lo è anche adesso. Una conferma proviene dallo sfondo e il costato tuttora piagati (cf. Gv 20,27) potrebbe essere il com-
di alcuni passi biblici che sembrano andare in questo senso; così mento migliore a questo insieme di cose; lo stesso si dica dell'im-
infatti il Salmista riconosce con gratitudine: "Mi hai fatto provare magine dell'Agnello dell'Apocalisse, che sta ritto in piedi pur es-
molte e brutte tribolazioni, ma ripensandoci mi hai vivificato e di sendo sgozzato (cf. Ap 5,6). Facciamo questi accostamenti solo per
nuovo mi hai tratto dagli abissi della terra" (Sai 70,20 LXX; cf. mettere in luce che i maggiori teologi del Nuovo Testamento con-
Sai 40/39,3); e a proposito della Sapienza si legge che essa "vivifi- vergono sul dato di fondo della complementarità tra la morte e la
cherà chi è dalla sua parte" (Qo 7,12 LXX). D'altronde, l'affer- risurrezione di Gesù. Ma Paolo è il primo scrittore a tematizzare
mazione paolina, secondo cui il Risorto è "alla destra di Dio e in- l'argomento, non mediante racconti o immagini, bensì con l'elo-
tercede per noi" (Rm 8,34), esprime un'attuale, incessante funzio- quenza di una riflessione e di un vocabolario propri, con cui prov-
ne soteriologica di Cristo, che da una parte mette il cristiano al si- videnzialmente si fanno emergere i vari aspetti di una ricchezza al-
curo da ogni possibile condanna (cf. Rm 8,31-39) e dall'altra gli trimenti insondabile.
garantisce positivamente un intervento attivo in suo favore. 4.3.2 Presenza del Signore alla sua chiesa. La risurrezione di
Resta il fatto che la risurrezione rimanda inevitabilmente alla cro- Gesù fonda ed è garanzia del fatto che egli ormai è costantemente
ce. È impossibile parlare della risurrezione per se stessa, senza ri- presente alla sua comunità, come del resto Paolo stesso ne aveva
chiamare la croce; sarebbe, come si dice, filare per la tangente, cioè fatto l'esperienza sulla strada di Damasco. Ci accontentiamo qui
svignarsela a buon mercato per non affrontare ciò che sembra du- di accenni, dato che il tema è talmente centrale che in parte lo
ro ma in realtà è decisivo. Un celebre saggio di Kàsemann a suo abbiamo già incontrato e in parte lo riprenderemo in seguito.
tempo sottolineò molto bene questo rapporto, negando che la teo- Infatti, abbiamo visto sopra come già per la tradizione pre-paolina
logia della croce possa diventare un semplice capitolo di una teo- fosse fondamentale la qualifica di Gesù come Kyrios legata alla
logia della risurrezione169. Certo "il Risorto è colui che assume la sua esaltazione in Fil 2,9-11 (cf. sopra: 3.6). Ma questo titolo
signoria. Ma la croce non diviene la via per giungervi e il prezzo non ha soltanto una portata strettamente cristo-logica, poiché,
che bisogna pagare: rimane invece il contrassegno del Risorto. Que- se è vero che esso riconosce a Gesù una dimensione divina, è
sti non avrebbe un volto (...) se non fosse quello del Crocifisso. altrettanto vero ed è importante avere ben presente che esso defi-
(...) Solo il Crocifisso è risorto, e oggi la dominazione del Risorto nisce anche Gesù nei suoi rapporti con il cristiano e con la chiesa.
giunge fin dove si serve il Crocifisso" 170 . Dunque, croce e risur- Come vedremo più sotto (cf. 7.2), infatti, il battezzato vive "nel
Signore", cioè in un aggancio diretto con il Risorto che è accol-
169
Cf. E. Kàsemann, // valore salvifico della morte di Gesù in Paolo, in Id.,
Prospettive paoiine, SB 18, Paideia, Brescia 1972 (orig. ted., Tùbingen 1969, 21972).
170
E. Kàsemann, // valore salvifico, pp. 88-89 (cf. anche p. 85: "Il contrasse-
gno che distingue la sua signoria da quella di altri fondatori di religioni è senza catena, sia pure il più importante. Piaccia o non piaccia, in questo caso la croce
dubbio unicamente la croce"). Il punto di partenza è la feconda posizione di Lute- rimane all'ombra della risurrezione e degli eventi salvifici. Allora però la sezione
ro là dove scrive: Cruxsola est nostra theologia (WA 5,176; cf. B. Gherardini, Theo- di ICor 1-2 è pura retorica" (E. Kàsemann, ib., p. 77).
171
logia crucis. L'eredità di Lutero nell'evoluzione teologica della Riforma, Paoiine, "La risurrezione non è l'annullamento ma il frutto della morte di maledi-
Roma 1978). "In generale, i sostenitori di una teologia della risurrezione e dei fatti zione patita sulla croce. Anche la risurrezione dei cristiani non costituisce un nuo-
salvifici non intendono eliminare la teologia della croce, ma inserirla in un conte- vo tipo di salvezza che si aggiunga a quella fondata nella morte di Cristo, ma non
sto più ampio. Non vedono così che la teologia della croce viene livellata, relativiz- è altro che il suo dispiegamento; si potrebbe anche dire: La risurrezione non è che
zata e praticamente contestata nell'intenzione originaria. Crux nostra theologia si la conseguenza della giustificazione in rapporto alla corporeità dell'uomo" (H. Merk-
può dire solamente se così si designa il tema centrale, e in certo senso unico, della lein, Die Bedeutung des Kreuzestodes Christifùr die paulinische Gerechtigkeits- und
teologia cristiana. Dirlo diviene retorica, se la croce rappresenta un anello in una Gesetzesthematik, in Id.., Paulus und Jesus, pp. 1-106 qui 56).
154 L'APOSTOLO PAOLO IL CROCIFISSO RISORTO 155

to e confessato come il punto di riferimento determinante per ne dei morti"; cf. voi. I, p. 203) e nell'arcaica qualifica cristologi-
la sua vita. Le stesse esortazioni morali di Paolo tendono a sug- ca àpxrrfòs TTJC Cani? (cf. sopra: cap. I, 3.1.1). Ma Paolo sviluppa
gerire ai destinatari come sia possibile "piacere al Signore" (ICor l'idea definendo esplicitamente il Risorto come "primizia (àrcapxTi)
7,10.32) nella concreta vita quotidiana; addirittura il cristiano vi- dei dormienti" (ICor 15,20 e 23): Gesù, tutt'altro che un caso iso-
ve e muore per lui (cf. Rm 14,8). Ed è frequentissimo in Paolo lato, è destinato ad essere soltanto il primo anello di una catena.
parlare del "Signore nostro" (in prosecuzione già dell'aramaico Così Paolo sottolinea il fatto che con la risurrezione di Gesù Yé-
Maran: cf. ICor 16,22)172. Con ciò appare all'evidenza, da una schaton è già iniziato e noi viviamo alla "fine dei tempi" (ICor
parte, che la Signorìa di Gesù si esercita fondamentalmente nel 10,11). In terzo luogo, e soprattutto, la stessa salvezza escatologi-
vincolo che lo lega alla sua ekklesia e, dall'altra, che il cristiano ca è legata al fatto che il Cristo è vivo per poter intercedere in no-
sa di dovere tutta la sua identità al rapporto di adesione a lui stro favore nell'ultimo giudizio (cf. Rm 5,9-10; 8,1.34; lTs 1,10;
(cf. ICor 12,3: "Nessuno può dire 'Gesù Signore', se non nello 5,9).
Spirito Santo"). D'altronde è in quanto risorto che Gesù viene
invocato (cf. Rm 10,12-13; ICor 1,2) e a lui, sia pur con rare Anche nel giudaismo contemporaneo era viva in varie forme la di-
attestazioni, viene anche rivolta la preghiera (cf. 2Cor 12,8) che scussione circa la presenza di un intercessore nel giudizio escatolo-
invece viene normalmente rivolta a Dio173. Soprattutto il linguag- gico175. (1) Una corrente affermava fiduciosamente un ruolo del ge-
gio pneumatologico circa "lo Spirito di Cristo" (Rm 8,9), "del nere, sia pure svolto da personaggi diversi, che avrebbero dato soste-
Figlio" (Gal 4,6), "di Gesù Cristo" (Fil 1,19) evidenzia al massi- gno al defunto davanti al tribunale di Dio. Così in HQMelch 2,6 si
mo appunto la presenza attiva del Risorto fin nel cuore del singo- legge di Melchisedek che, come in un nuovo giubileo, "proclamerà
per loro la liberazione, affrancandoli (dal peso di) tutte le loro iniqui-
lo cristiano (cf. anche Rm 5,5), così come l'attribuzione allo Spi- tà". Soprattutto in Apoc. Sof. 11,1-4 vediamo che i patriarchi Abra-
rito dei vari carismi che fanno la diversità all'interno della comu- mo, Isacco e Giacobbe pregano per coloro che sono già nei tormenti,
nità (cf. ICor 12,4-11) dice quanto il Risorto sia in stretta con- da cui quindi si spera che la misericordia di Dio li libererà. Altrettanto
nessione con la sua chiesa. in Test. Abr. 14,5-8 Abramo dice a Michele: "Offriamo una preghiera
4.3.3 Parusia e intercessione escatologica. La risurrezione di Gesù in favore di quest'anima e vediamo se Dio vi presta attenzione. (...)
ha anche degli inevitabili riflessi escatologici. In primo luogo, essa Ed essi offrirono suppliche e preghiere e Dio prestò loro attenzione".
rende possibile la parusia, cioè la venuta pubblica, gloriosa e fe- Un'intercessione di Mosè è affermata in Test. Mos. 11,17; 12,6. Anche
in 2Enoch 64,5 si dice di Enoc: "Il Signore ti ha scelto per porti (come)
stosa di Gesù alla fine dei tempi 174 ; la prima lettera ai Tessaloni- colui che toglie i nostri peccati", ma con tutta probabilità si tratta di
cesi è lo scritto neotestamentario che ne parla di più (cf. 2,19; 3,13; un'idea popolare, che l'autore del libro non condivide. (2) Infatti in
4,15; 5,23; inoltre ICor 15,23). In secondo luogo, essa anticipa ma 2Enoch 53,1 si fa questa raccomandazione: "Non direte, mieifigli:'No-
anche inaugura la risurrezione generale dei morti; il tema è già pre- stro padre è con il Signore e intercederà per noi per il (nostro) pecca-
sente nella confessione pre-paolina di Rm l,4a ("dalla risurrezio- to'". Allo stesso modo in LAB 33,5 leggiamo: "Finché è in vita, l'uo-
mo può pregare per sé e per i suoi figli, ma dopo la morte non potrà
pregare (...) Così non sperate nei vostri padri. Essi non vi serviranno
172
Si noti che il possessivo "nostro" unito a Signore si trova 12 volte in Rm, a niente, a meno che cerchiate di rassomigliare a loro". Il più radicale
12 volte in ICor, 3 in 2Cor, 1 in Gal, 6 in lTs, mentre fuori di Paolo è presente è 4Esd., poiché a una precisa domanda ("Mostrami... se nel giorno del
solo1732 volte in At!
Cf. G. Lohfink, Gab es im Gottesdienst der neutestamentlichen Gemeinden
eine Anbetung Christi?, BZ 18 (1974) 161-179: la documentazione maggiore si tro- 175
va fuori di Paolo (cf. soprattutto Mt, Le, Ap) o negli inni (cf. Fil 2; Col 1; lTm Cf. in generale D.S. Russell, The Method and Message of Jewish Apoca-
3; Gv 1), e comunque "nel NT la proskynesis davanti al Cristo glorioso in definiti- lyptic 200 BC-AD 700,Westminster Press, Philadelphia 1964 (trad. ital., Paideia,
va non è un'adorazione isolata della persona di Cristo, ma adorazione del Dio che Brescia 1991), pp. 360-361; R. Le Déaut, Aspects de l'intercession dans le Judai-
si rivela
174
in Cristo" (p. 178). sme ancien, JSJ 1 (1970) 35-57. Vedi anche P. Volz, Die Eschatologie der jtidi-
Cf. C. Spicq, Note di lessicografia neotestamentaria, II, pp. 331-333; R. Pen- schen Gemeinde im neutestamentlichen Zeitalter, Georg Olms, Hildesheim 1966
na, L'ambiente, pp. 170-172, e soprattutto J. Plevnik, Paul and the Parusia. An (= Tùbingen 1934), pp. 288-304; P. Sacchi, L'apocalittica giudaica e la sua sto-
Exegetical and Theological Investigation, Hendrickson, Peabody 1997. ria, pp. 152-153.
156 L'APOSTOLO PAOLO LA PARTECIPAZIONE DEL PECCATORE 157

giudizio i giusti potranno intercedere per gli empi") si dà una netta ri- neficia gli effetti. A questo proposito è possibile constatare la coe-
sposta: "Il giorno del giudizio è rigoroso (...) Nessuno pregherà per un sistenza di due concezioni diverse, di cui la prima si fonda su cate-
altro in quel giorno, né uno passerà il suo fardello al suo compagno, gorie di tipo tradizionale (proprie sia del giudaismo sia del giudeo-
perché tutti porteranno ciascuno la sua rettitudine o la sua iniquità (...) cristianesimo), mentre l'altra rappresenta piuttosto il punto di vi-
Allora, perciò, nessuno potrà avere compassione di colui che sarà sta originale di san Paolo.
stato vinto in giudizio, né sopraffare chi sarà risultato vittorioso"
(7,102.104-105; analogamente 2Baruch 85,12: "Non vi sarà più luogo
per la penitenza [...] né suppliche per le colpe né invocazioni di padri 5.1 Concezione di partenza: l'assoluzione
né preghiera di profeti né aiuto di giusti"). Su questa linea si porrà an-
che il detto mishnico di R. Eliezer ben Jaqob in PirqéAbot 4,11: "Chi Bisogna riconoscere che tanto la categoria del riscatto quanto
compie un precetto si procura un avvocato (peraqlèt = paràkletos), ma quella dell'espiazione (cf. sopra), pur essendo fondamentali, rischia-
chi commette una trasgressione si procura un accusatore; conversione no di favorire una interpretazione della morte di Gesù in senso me-
e buone opere sono uno scudo di fronte al castigo". ramente sostitutivo o di soddisfazione vicaria. In tal caso il rap-
porto Gesù-peccatore viene a configurarsi in senso puramente estrin-
Secondo Paolo, fa parte essenziale della fede cristiana il fatto seco, nel senso che, se Gesù è soltanto morto "al mio posto" o
che il Cristo risorto assolverà proprio a una decisiva funzione di ha "pagato per me", allora a me viene soltanto applicata dall'e-
intercessore escatologico: "Noi attendiamo dai cieli il Figlio suo, sterno una dichiarazione di assoluzione, come se mi venisse conse-
che (Dio) risuscitò dai morti, Gesù, il quale ci libera dall'ira ventu- gnato un certificato liberatorio175bls. Paolo conosce bene questo ti-
r a " (lTs 1,10); "la nostra cittadinanza è nei cieli, da cui attendia- po di soteriologia, in quanto lo ha ereditato dalla prima chiesa pa-
mo come salvatore il signore Cristo Gesù" (Fil 3,20); "se infatti lestinese (cf. ICor 15,3; Rm 3,25). Infatti in Rm 4,7-8 egli ripete
essendo nemici siamo stati riconciliati con Dio mediante la sua mor- con il Salmista: "Beati coloro, le cui iniquità sono state perdonate
te, quanto più essendo riconciliati saremo salvati nella sua vita" e i cui peccati sono stati ricoperti; beato l'uomo, il cui peccato il
(Rm 5,10). È anche su questa base che Paolo gioiosamente procla- Signore non computa più" (Sai 32/31,1-2).
ma: "Non c'è più dunque nessuna condanna per coloro che sono All'origine di questa concezione c'è un paio di dati determinanti
in Cristo Gesù" (Rm 8,1; cf. 8,31-39). La vittoria del Risorto sulla che dobbiamo mettere bene in chiaro. Si tratta di due caratteristi-
morte si è tramutata nella vittoria del cristiano su ogni tipo di ac- che fondamentali della soteriologia propria del giudaismo del Se-
cusatore. È probabilmente a questa luce che si dovranno leggere condo Tempio, che hanno caratterizzato anche la soteriologia del
anche quei testi in cui si parla del "tribunale di Cristo" (2Cor 5,10) cristianesimo primitivo (e non solo di quello). L'uno riguarda i mez-
e di una sua funzione giudiziale (cf. Rm 2,16; ICor 4,5). zi considerati validi per la cancellazione dei peccati, e l'altro riguar-
da il concetto stesso di peccato che vi sta a monte.

5. La partecipazione del peccatore alla morte 5.1.1 / mezzi per la cancellazione dei peccati. Il primo e più impor-
(e risurrezione) di Cristo tante di essi nel giudaismo del Secondo Tempio consiste nella prassi
rituale-liturgica dei sacrifci espiatori, basati perlopiù sul sangue, rego-
lamentati e interpretati dalle prescrizioni levitiche (cf. Lv 4-5 e 16) e com-
Fa parte integrante della cristologia paolina una tipica concezione piuti nel Tempio di Gerusalemme176. In questa prospettiva una vitti-
dell'impatto antropologico della morte (e risurrezione) di Gesù. Si
tratta di un aspetto assolutamente proprio e peculiare della sote-
nsbis Qualcosa di analogo si intravede in Col 2,14-15 con l'immagine dell'an-
riologia, che va evidenziato a parte. È qui infatti che più che mai nullamento del documento del nostro debito, inchiodato da Dio alla croce di Cri-
si deve dar ragione a Melantone, quando afferma che conoscere sto (ma l'immagine è integrata contestualmente da categorie partecipative: cf. 2,12);
Cristo significa soprattutto conoscere i suoi benefici. vedi il capitolo seguente. Vedi anche Is 43,25: "Io, io cancello i tuoi misfatti, per
riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati".
Ciò che è propriamente in ballo nel discorso sulla redenzione è 176
Cf. R. De Vaux, Le Istituzioni dell'Antico Testamento, Marietti, Casale
il nesso intercorrente tra la morte di Gesù e il peccatore che ne be- Monferrato 1964, pp. 404-441; J. Maier, Sunne und Vergebung in der judischen
158 L'APOSTOLO PAOLO LA PARTECIPAZIONE DEL PECCATORE 159

ma animale muore, se non proprio in sostituzione del trasgressore offe- cita di fare la volontà del Signore (cf. Ger 24,7; Ez 36,26) 179 . Il risulta-
rente (cf. sopra: nota 158), certo in favore della sua purificazione (cf. to è solo quello di essere di nuovo considerati puri (o giusti) da parte
Lv 4,35: "Il sacerdote farà per lui il rito espiatorio per il peccato com- di Dio 180 .
messo e gli sarà perdonato"; 5,26: "Il sacerdote farà il rito espiatorio 5.1.2 Alla base di queste concezioni c'è una precisa idea di peccato.
per lui davanti al Signore e gli sarà perdonato, qualunque sia la man- Esso è considerato come una trasgressione nei confronti delle singole
canza di cui si è reso colpevole"; lo stesso vale per il popolo nel suo prescrizioni della Legge in quanto norme stabilite dalla volontà di Dio
insieme: cf. 4,20). Altri mezzi previsti sono il pentimento personale del (cf. Sai 51,6: "Contro di te, contro te solo ho peccato; quello che è ma-
trasgressore e il digiuno. Il primo, che deve comunque accompagnarsi le ai tuoi occhi io l'ho fatto"). La loro infrazione, provocando l'ira di
all'offerta di un sacrificio (cf. IRe 8.35.38)177, è inteso fondamental- Dio, colloca l'uomo in una condizione di colpa e di impurità, che ap-
mente dai profeti secondo la categoria del "ritorno", che viene richie- punto viene eliminata con i mezzi richiamati sopra. Certo nell'Antico
sto come mezzo adeguato per il conseguimento della misericordia divi- Testamento è attestata l'idea di una universale presenza del male (cf.
na: "Ritorna, Israele ribelle... Non ti mostrerò la faccia sdegnata per- Qo 7,20: "Non c'è sulla terra un uomo così giusto, che faccia solo il
ché io sono pietoso, dice il Signore... Ritornate, figli traviati, io risane- bene e non pecchi"), come del resto si rileva anche nella letteratura del-
rò le vostre ribellioni" (Ger 3,12.22); a questo ambito appartiene anche l'Antico Vicino Oriente 181 . Ma è assente una vera riflessione sull'ori-
il tema deuteronomistico della "circoncisione del cuore" (cf. Dt 10,16; gine del male nel mondo. Il racconto del peccato di Adamo in Gn 3
30,6; IRe 8,47-48; Ger 4,4; Giub. 1,23). Il digiuno è una prassi piutto- viene inteso in senso più paradigmatico che eziologico182, e comunque
sto secondaria, ritenuta però necessaria soprattutto durante il Yòm Kip- a esso non viene collegata l'origine del male (se non nel tardivo Sir 25,24
pùr (cf. Lv 16,29; 23,27-32; Nm 29,7; e la semplice denominazione di ma in quanto denigrazione di Eva nel quadro di una contrapposizione,
questo giorno come "il Digiuno" ancora in Filone Al., Spec. leg. tra la donna malvagia e la donna virtuosa). Quindi il peccato è sostan-
1,186-187: ri vrj<rce£a). zialmente sempre un atto personale compiuto liberamente, di cui per-
Per quanto ciò possa essere già motivo di liberazione e anche di gioia ciò si è individualmente responsabili 183 (cf. l'immagine del peccato ac-
(cf. Sai 51,9-12: "Purificami con issopo e sarò mondo; lavami e sarò covacciato alla porta in Gn 4,7). Questa idea in Israele al tempo delle
più bianco della neve... Distogli lo sguardo dai miei peccati... Crea in origini cristiane è particolarmente rappresentata dal fariseismo, che non
me, o Dio, un cuore puro"), il procedimento rituale lascia però l'indi- per nulla FI. Giuseppe paragona allo stoicismo (cf. Ant. 18,13; Vita 12).
viduo nella sua mera dimensione umana, la quale, se pur viene toccata Ed è a questo punto che si può misurare l'originalità della prospettiva
nell'intimo con un intervento rinnovatore dall'alto, non sperimenta pe- Paolina per quanto riguarda il modo di concepire sia il peccato sia il
rò alcun tipo di comunione mistica con Dio 178 . Tutt'al più si ristabili- suo superamento.
sce il rapporto di alleanza tra Dio e l'uomo, per cui l'uno appartiene
di nuovo esclusivamente all'altro e l'uomo acquisisce una nuova capa- 179
Cf. G. Ravasi, // libro dei Salmi, II, p. 51.
180 y a comunque notato che la terminologia della giustificazione non si trova
mai nei testi della Torah che trattano dei sacrifici e della connessa remissione dei
Liturgie, JBT 9 (1994) 145-171; I. Cardellini, Manuale dei sacrifici a uso dei sacer- peccati; qui si trova piuttosto il lessico della purificazione (xaGaptCttv, xaGapiajjió;,
doti nell'Antico Testamento. Uno studio sulla normativa sacrificale nel Levitico, xaGapó?; cf. Lv 16,19.20.30; Es 30,10). Quest'ultimo invece in Paolo di fatto non
San Paolo, Cinisello Balsamo (di prossima pubblicazione). ricorre mai (cf. solo Rm 14,20 e 2Cor 7,1, dove peraltro né si tratta della remissio-
177 ne dei peccati né si fa alcun cenno a procedimenti rituali, ma è in questione solo
Cf. J. Milgrom, Cult and Conscience. The ASHAM and the Priestly Doc-
trine of Repentance, SJLA 8, Brill, Leiden 1976: è il sacerdozio ad accomunare una181purezza interiore di tipo generale).
il pentimento con il culto, mentre il profetismo lo ritiene sufficente da solo per can- Vedi per esempio un testo accadico di incantesimo: "Chi non ha commesso
cellare il peccato. una trasgressione contro il suo dio? Chi mai ha sempre osservato un comandamen-
178 to? Gli uomini, in quanto vivono, sono perciò stesso sottomessi alla trasgressione"
Se è vero che il rito dell'imposizione della mano sulla vittima del sacrificio
significa "una comunione dell'offerente con la vittima" (G. Deiana, Il giorno del- (da M.-J. Sex, Hymnes et prières aux dieux de Baby Ione et d'Assyrie, LAPO 8,
l'espiazione, p. 182; cf. anche E. Cortese, Levitico, Marietti, Casale Monferrato Du Cerf, Paris 1976, p. 207). Persino un filosofo romano come Seneca riconosce:
1982, p. 149: è sempre il peccatore che "paga di persona" con la sua offerta, e "Cominciamo col persuaderci che nessuno di noi è senza colpa... Chi può dichia-
quindi l'idea di espiazione riparatrice fatta non dal peccatore ma da un'altra perso- rare182di non avere mai violato una legge?" (De ira II, 28,1-2).
na esula dal concetto di sacrificio, tanto che l'idea del riscatto compiuto da un ter- 183
Cf. C. Westermann, Genesis, I, BK 1/1, Neukirchen-Vluyn 1974, p. 377.
zo non appartiene al culto), è pur vero che il gesto non implica comunque alcun Giustamente tuttavia J. Maier, Judisches Grundempfinden von Sùnde und
tipo di comunione con Dio, neanche quando si trattasse della tipologia specifica Erlòsung in frùhjùdischer Zeit, in H. Frankemòlle, ed., Sùnde und Erlòsung im
del cosiddetto sacrificio di comunione descritto in Lv 3 e 7,11-36 (cf. J. Milgrom, Neuen Testament, QD 161, Herder, Freiburg i.B. 1996, pp. 53-75, ricorda che il
Leviticus 1-16, AB 3, Doubleday, New York-London 1991, p. 221: "That this sa- peccatore è sempre parte del popolo eletto e la sua responsabilità va misurata an-
crifice implied a mystic union with the deity must be categorically rejected"). che nei suoi confronti.
LA PARTECIPAZIONE DEL PECCATORE 161
160 L'APOSTOLO PAOLO

Con questa concezione delle cose è connesso il tema della fede. siamo "giustificati nel suo sangue" (Rm 5,9). Con la morte di Cri-
È la fede infatti la risposta adeguata e omogenea alla morte sacri- sto, infatti, Dio "rivela la sua giustizia nel tempo presente per es-
ficale di Gesù, che vale come definitivo pronunciamento di assolu- sere egli giusto e giustificante colui che si basa sulla fede in Gesù"
zione o remissione dei peccati. In questo senso è sintomatico che (Rm 3,26). L'atto di fede perciò rappresenta propriamente il " s ì "
in Rm 3,25, dove si parla di Gesù come "strumento di espiazione" umile e gioioso del peccatore al gesto misericordioso e assolutorio
(iXocaxrjpiov), tra questa qualifica e la specificazione "nel suo san- di Dio in Cristo; con esso il peccatore accoglie nudamente l'inter-
gue" si trovi inserito il complemento "mediante la fede" (Sta xr\q vento divino a lui favorevole e viene così reso giusto davanti a Lui.
Tzioizox;, sia che esso si debba ritenere un'aggiunta paolina a una Si comprende quindi che, come in una immediata successione di
formulazione tradizionale oppure no) 184 . Il dato di fondo è che dichiarazioni, si legga subito dopo in Rm 3,28: "Riteniamo infatti
che l'uomo venga giustificato per fede, senza opere della Legge"
(cf. 3,21; Gal 2,16)185.
184 Ovviamente riteniamo che il concetto di fede (analogamente al genitivo m'art?
XptaxoG ricorrente sette volte: Rm 3,22.26; Gal 2,16bis; 2,20; 3,22; Fil 3,39) si rife-
risca all'atteggiamento fiducioso del credente nei confronti di Cristo, e non al com- 5.2 Concezione di arrivo: la partecipazione
portamento di Cristo in quanto fedele al Padre fino alla morte. Questa seconda
opzione esegetica è sostenuta da vari Autori, a partire da G. Howard, On the "Faith
ofChrist", Harvard Theological Review 60 (1967) 459-465, fino almeno a B.W. Paolo però va molto oltre il predetto modo di vedere le cose,
Longenecker, in Romans3.25: NeglectedEvidencefor the "Faithfulness o/Christ"?, che pur rappresenta un elemento costitutivo della sua soteriologia.
NTS 39 (1993) 478-480, che parlano di genitivo soggettivo invece che oggettivo. Con-
tro questa comprensione delle cose, tuttavia, si possono far valere le seguenti ra- Egli giunge fino a considerare il rapporto Cristo-peccatore in ter-
gioni: (1) Il senso oggettivo del sintagma genitivale in questione, anche se non ri- mini di tipo 'mistico'. Questo rapporto si può cogliere in tutta la
corre nei LXX, è però documentato non solo nel NT (cf. Me 11,22; At 3,16; Fil
1,27; Col 2,12; 2Ts 2,13; Gc 2,1; vedi anche l'espressione TI yvwai? XpiaroG 'iTjaoG sua verità, solo se si considera prima il diverso concetto di peccato
in Fil 3,8), ma anche nella grecità extrabiblica (cf. la "fede negli dèi", TÙV 0EG>V, che vi sta alla radice.
in Euripide, Med. 413; Filodemo, Philos. 6,6; cf. Plutarco, Mor. 167e, detto del- 5.2.1 II tipico pensiero paolino sul peccato diverge da quello che
l'incredulità). (2) Oltre al supposto impiego del sostantivo, l'obbedienza-fedeltà di
Cristo a Dio non viene mai qualificata né con il verborciorEueive neanche con l'ag- abbiamo esposto sopra 186 . L'Apostolo conosce certamente l'idea
gettivo ;u<rcó<;, "fedele". (3) Poiché il centro d'interesse per Paolo sta nel precisare tradizionale di peccato come violazione di una norma da parte del
come si possa essere giustificati, e poiché ciò non vale certamente per la figura di
Cristo, il genitivo "fede di Abramo" (Rm 4,16) si spiega solo mediante la ripetuta
singolo187. Tuttavia, come appare soprattutto dalla lettera ai Ro-
citazione di Gn 15,6 ("Abramo credette e gli venne computato a giustizia"), sicché mani, egli si caratterizza per la elaborazione di tre aspetti diversi
il medesimo genitivo è in parallelo non con "la m'ari? di Cristo" ma con "la vostra e complementari, (a) L'universalità. Secondo Paolo, l'umanità in-
KIOTI?", cioè con la fede del cristiano. (4) La portata oggettiva del genitivo dovreb-
be essere evidente nelle due occorrenze di Gal 2,26, dato che esse sono intervallate
dall'affermazione che "noi abbiamo creduto in Cristo Gesù", per cui è il cristiano
(non il Cristo!) che oppone la propria fede alla propria osservanza delle opere della
legge. (5) Una osservazione che mi pare importante riguarda la ripetuta citazione >85 Sul tema della fede in Paolo, cf. specialmente W. Mundle, Der Glaubensbe-
di Ab 2,4 (in Gal 3,11 e Rm 1,17: ó hi Sixatcx; exrciaretosCr^eTai): se è vero che Paolo griff des Paulus, Wiss. Buchgesellschaft, Darmstadt 1977 (= Leipzig 1932); A. von
usa normalmente l'AT secondo la versione greca, è interessante notare che nel ri- Dobbeler, Glaube als Teilhabe, WUNT 2.22, Mohr, Tùbingen 1987; G. Helewa,
porto del testo profetico tratto dai LXX (ó 8è SCxato? ex ma-cecói; JXOU Cr^etai) e g ij \a. Obbedire a Cristo Signore: un aspetto primario della fede secondo San Paolo, Te-
scia cadere proprio l'aggettivo possessivo, che evidenzia la dimensione di fedeltà resianum 42 (1991) 381-412. Sulla questione se il sintagma TUOTI? XpioroG-'IriaoG debba
assicurata da parte di Dio al giusto perseverante; evidentemente l'Apostolo, se ha essere inteso come un genitivo oggettivo ( = fede in Cristo) o soggettivo ( = fede
di mira una prospettiva soggettiva quando ragiona di fede, essa connota non Dio di Cristo), cf. anche J.-N. Aletti, La lettera ai Romani e la giustizia di Dio, Boria,
o Cristo ma nient'altro che il credente e ciò che lo caratterizza, sicché la fede è quella Roma 1997, pp. 104-108 (= genitivo di qualificazione: "fede nel Dio che ha per-
del credente in quanto implica come oggetto specifico la persona e l'opera di Cri- donato in Gesù Cristo").
186
sto. (6) Infine, va osservato in generale che nei passi in cui ricorre il genitivo in Vedi soprattutto R. Penna, Apocalittica enochica in s. Paolo: il concetto di
questione, a Paolo importa non descrivere o narrare l'operato di Cristo ma tratteg- peccato, RSB 7 (1995) 61-84; H. Merklein, Paulus und die Sùnde, in H. Franke-
giare l'importanza salvifica dell'operato di Cristo; quindi, non tanto il Gesù terre- mòlle, ed., Sùnde und Erlòsung im Neuen Testament, QD 161, Herder, Freiburg
no in quanto tale è proposto come fondamento della fede, ma piuttosto l'evento- i B. 1996, pp. 123-163, e J.D.G. Dunn, The Theology of Paul, pp. 111-127.
187
Cristo globalmente inteso pure nel suo spessore teologico, in quanto vi ha giocato Cf. il sostantivo al plurale "peccati" in ICor 15,3.17; lTs 2,16; Gal 1,4; Rm
un ruolo decisivo anche la consegna che Dio stesso ha fatto di lui (cf. Rm 8,32: 4,7 (= Sai 32,1); 11,27 (= Is 27,9) e il verbo "peccare" (che indica il compiersi
"lo ha consegnato per tutti noi"). di un'azione) per esempio in Rm 2,12; 5,12; ICor 6,18; 8,12.
162 L'APOSTOLO PAOLO LA PARTECIPAZIONE DEL PECCATORE 163

tera prima e fuori di Cristo è segnata da un marchio peccaminoso: 7,24: "chi mi libererà da questo corpo di morte?") 190 ne fa una
"Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio" (Rm 3,23; realtà diffusa e onnicomprensiva; infine la stessa immagine della
cf. 5,12); a questo livello non c'è alcuna differenza tra il Giudeo sua universale tirannia, non applicata invece alla Legge, suggeri-
e il Greco (cf. 3,9.22; 10,12), poiché tutti hanno trasgredito qual- sce di vedervi un dato antecedente o comunque indipendente da
che norma morale: "Non c'è un giusto, neanche u n o " (3,10 = Qo essa. Il peccato dunque non solo etichetta singoli atti di trasgres-
7,20). (b) La personificazione. Sulle 58 occorrenze del termine "pec- sione, ma contrassegna uno status individuale e collettivo assolu-
cato" nelle sue lettere autentiche, Paolo lo impiega ben 51 volte tamente anteriore ad essi. Esso caratterizza una situazione, è un
al singolare (àfjuxpTtoc) e ne parla in modo tale da tratteggiarne dei fattore di base, che mi condiziona fin là dove "io non voglio" (Rm
lineamenti personificanti. Del peccato infatti si dice che entra nel 7,19-20). Il risultato è che esso provoca e fa sperimentare una sor-
mondo (5,12)188, dove regna (5,21; 6,12) e signoreggia (6,14) non ta di alienazione, che inevitabilmente precede e insieme infirma la
solo come un carceriere (Gal 3,22; Rm 3,9; 11,32) ma come un ti- responsabilità individuale dei discendenti di Adamo.
ranno che rende gli uomini schiavi (6,6.17.20) e venduti a esso (7,14)
così da riceverne un salario che è la morte (6,23); è persino para- Se poi volessimo chiederci di dove Paolo possa aver derivato una con-
gonato a un inquilino che abita 'a casa mia' privandomi dei miei cezione del genere, non potremmo limitarci né all'Antico Testamento191
diritti di proprietario (7,17.20), inganna e uccide (7,11), ma infine né eventualmente alla grecità pagana192. Come abbiamo già ricordato,
è oggetto di una sentenza di condanna (8,3). Nessuno mai prima neanche il racconto del peccato di Adamo era di fatto utilizzato nel giu-
di Paolo aveva parlato del peccato in questi termini, e se dovessi- daismo del Secondo Tempio per spiegare l'origine del male nel mondo.
In questo senso, l'unico confronto possibile sarebbe con l'apocrifo Vi-
mo cercare una spiegazione di questo linguaggio potremmo tro-
ta di Adamo ed Eva (cf. 44, dove Adamo dice ad Eva: "Hai attirato
varla, come vedremo più sotto, soltanto nella figura di Cristo che una grave calamità e peccati su tutta la nostra discendenza") e la paral-
lo ha detronizzato, (e) L'indipendenza dalla Legge. Ciò che più col- lela Apocalisse di Mosè (cf. 32, dove Eva esclama: "Tutto il peccato
pisce per originalità e radicalità nella concezione paolina del pec- che ha coinvolto la creazione è avvenuto per causa mia"), che però so-
cato è che esso preesiste alla Legge e quindi all'atto della sua tra- no sostanzialmente contemporanei di Paolo stesso. Ancor più esplicite
sgressione. Questa caratteristica appare chiaramente dalle seguen- saranno le apocalissi di fine secolo I, 2Bar. (cf. 56,6: "Quando Adamo
ti affermazioni: il peccato era nel mondo già prima della Legge (Rm trasgredì... la grandezza dell'umanità fu umiliata e la grazia si seccò";
5,13-14); esso è presente e sonnecchia nell'uomo come morto, ma ma in 54,19 si precisa: "Non è Adamo la causa, se non per sé solo. Noi
si risveglia e diventa omicida in base allo stimolo del comandamento
(Rm 7,8-10); la concupiscenza è un dato non previo ma conseguente 190
Qui "corpo di morte" è una semplice variazione di "corpo di peccato" (Rm
al peccato (Rm 7,8, dove è sintomatica la differenza con Gc 6,6), mentre il concetto di morte ci riporta alle funeste conseguenze indotte dal peccato
1,14-15); anche la prossimità semantica con il concetto negativo (ib. 7,10-11.13).
191
di carne (cf. Rm 8,3: "la carne del peccato") 189 e di morte (cf. Rm Tutt'al più si possono richiamare alcuni rari testi, che comunque con Gn 3
non hanno nulla a che fare, come Gn 8,21 ("L'istinto del cuore umano è incline
al male fin dall'adolescenza"); Gb 4,17 ("Può il mortale essere giusto davanti a
Dio o innocente l'uomo davanti al suo creatore?"); Is 6,7 ("Il tuo peccato è espia-
188
Cf. in proposito J.A. Fitzmyer, The Consecutive Meaning o/ècp'a> in Romans to"); essi però sull'origine del male non forniscono una spiegazione adeguata. Cf.
12.8, NTS 39 (1993) 321-339, che al celebre complemento preposizionale attribui- P. Sacchi, Sacro profano, impuro puro: una categoria ebraica perduta, in Aa.Vv.,
sce un significato non causale ("poiché tutti peccarono") né condizionale ("posta I segni di Dio. Il Sacro-Santo: valore, ambiguità, contraddizioni, San Paolo, Cini-
la premessa che tutti peccarono"), ma consecutivo ("with the result that ali have sello Balsamo 1993, pp. 25-53 specie 31-35.
192
sinned"), che tra l'altro, oltre ad essere ben fondato filologicamente, sembra an- I miti di Prometeo e di Pandora evocano soltanto l'origine del dolore e del-
che più conforme alla tradizionale dottrina del peccato originale. la morte (cf. Esiodo, Op. 42-105); analogo è il mito delle cinque età decrescenti
189
Questa espressione è vicina a quella qumranica sód besar càwel, lett. "sodali- (cf. ib. 106-201). Quanto alla "sciagura primigenia" di cui parla Eschilo in Agam.
zio della carne della malvagità" (trad. C. Martone: "malvagia assemblea di carne"), 1192 (rtpcÓTapxo? &TT|), essa concerne soltanto la famiglia degli Atridi. Più pertinen-
che in 1QS 11,9 è semplice apposizione di 'àdàm rifràh, "umanità empia", e addirit- te sembrerebbe il mito orfico della "colpa precedente" che pone tutti gli uomini
tura di sód rimmàh, ' 'assemblea dei vermi", di cui l'autore riconosce di far parte con in stato di punizione, ma esso è essenzialmente riferito alla fatale contrapposizione
le sue colpe, i suoi peccati, le sue ribellioni e con la perversione del suo cuore (1QS 11,9-10; tra l'anima e il corpo (cf. U. Bianchi, Prometeo, Orfeo, Adamo, pp. 55-70); pro-
cf. anche 1QM 4,3; 12,11-12). Vedi E. Brandenburger, Fleisch und Geist. Paulus und babilmente è su questa linea che si deve anche leggere Filone AL, Vit. Mos. 2,147:
die dualistische Weisheit, WMANT 29, Neukirchen-Vluyn 1968, pp. 100-101. "il peccare è connaturale" («rufiepuè? xò à^apxàvetv iaxiv, sott. "all'uomo").
164 L'APOSTOLO PAOLO LA PARTECIPAZIONE DEL PECCATORE 165

tutti, ognuno di noi è divenuto Adamo per se stesso") e 4Esd. (cf. 7,118: vizzante e lo tiene invischiato nella ragnatela della carne come sfera
"Cos'hai fatto, Adamo! Se infatti peccasti, la rovina non è stata solo opposta a Dio e al suo Spirito (cf. Rm 8,1-11; Gal 5,16-24). Ciò non
tua, ma anche di tutti noi che siamo discesi da te!"); ma questi scritti significa affatto che l'Apostolo incorra in forme di dualismo radi-
sono posteriori all'Apostolo193. Resta soltanto la possibilità di ricorre- cale, se non altro perché la sua concezione del peccato non è asso-
re alla tradizione apocalittica di tipo enochico, che fa capo al "Libro lutamente inserita in un quadro demonologico; anzi è interessan-
dei Vigilanti" in lEn. 1-36, certamente anteriore al secolo II a.C.194.
Qui si narra di un altro peccato, quello degli angeli (cf. anche Gn 6,1-4) tissimo notare che la sua trattazione in materia prescinde del tutto
guidati da Azazel e da Semeyaza, che hanno contaminato tutto il crea- da prospettive del genere: proprio là dove l'argomento è tematizza-
to e l'intera umanità: "Tutta la terra si è corrotta per aver appreso le to (cf. Rm 1,18 - 3,20; 5,12-21; 6,12 - 7,24) non c'è mai alcuna mi-
opere di Azazel ed ascrivi a lui tutto il peccato!" (10,8). Su questa linea nima allusione al demonio o a un qualche principio del male ester-
si collocano anche Giub. (cf. 5,2) e soprattutto i manoscritti del Mar no all'uomo 196 ! L'unico principio,-che poi è una personificazione
Morto. A Qumràn infatti è vivissima l'idea del peccato come dato basi- e quindi in definitiva lascia l'uomo solo con se stesso, è appunto //
lare e pervasivo, tanto che l'autore degli Inni esclama: "Io non sono Peccato, che in ogni caso è molto di più della semplice somma di
che... un insieme di ignominia e una fonte di impurità, una fornace di tutti i singoli peccati. Come uscire da questa situazione?
iniquità e una struttura di peccato, uno spirito di errore e perverso"
5.2.2 La partecipazione a Cristo. Se il peccato è la potenza di cui
(1QH 1,21-22; cf. anche il già citato 1QS 11,9-10).
abbiamo detto, allora non solo nessuno può uscirne con le proprie
forze, ma non sono adeguati neppure i tradizionali mezzi né dei sa-
L'operazione di Paolo consistette di fatto nell'applicare al pec-
crifici cultuali né del pentimento o del digiuno o delle opere buone.
cato di Adamo le conseguenze disastrose di quello degli angeli. Ciò
Infatti, non può valere il criterio dell'assoluzione quando il peccato
che è senza paragone nel Medio Giudaismo (a parte i deboli cenni
che mi caratterizza non dipende da me ma è pre-dato, anteriore a ogni
in Apoc. Mos.-Vit. Ad. etEv.) non è tanto il fatto della corruzio-
mia responsabile trasgressione. Se io vi sono invischiato già "dal-
ne universale, che anzi nelPessenismo giunge a sminuire il valore
l'utero di mia madre" 197 , allora per liberarmene non basta che una
della libertà del singolo195, ma è il fatto che una tale corruzio-
qualche vittima muoia al mio posto o comunque in mio favore, poi-
ne venga fatta risalire ad Adamo. L'Apostolo privilegia questa
ché questa è una logica rituale che vale tradizionalmente solo per i
figura per motivi cristologici: solo in Adamo infatti egli trova
peccati intesi come personali violazioni della Legge.
il perfetto antonimo di Cristo, poiché il complesso tematico disob-
bedienza-peccato-condanna che caratterizza il progenitore corri- L'importante invece è che anch'io muoia personalmente con la
sponde esattamente al complesso obbedienza-grazia-giustificazio- vittima del sacrificio, che cioè io stesso sia coinvolto nell'offerta
ne che è connesso con il redentore (cf. Rm 5,12-21). sacrificale a Dio. Se il peccato mi connota alla radice, è necessario
che alla radice io venga sottratto alla sua signoria. Questo scopo
L'uomo dunque secondo Paolo è caratterizzato da un asservi-
non viene ottenuto da una morte che avvenga solo fuori di me; bi-
mento totale al peccato, che lo signoreggia come una potenza schia-
sogna che io stesso muoia. È necessario quindi un mio coinvolgi-
mento, una mia partecipazione all'evento sacrificale198. Deve in-
193
Cf. J.R. Levison, Portraits o/Adam in Early Judaism. From Sirach to 2 Ba-
ruch, JSP Suppl. 1, J S O T , Sheffield 1988, dove si esaminano nell'ordine: Sir, Sap, 196
Filone Al., Giub., FI. Giuseppe, 4Esd., 2Bar., Apoc. Mos.-Vit. Ad. et Ev. Ricordiamo invece a Qumràn il cosiddetto "Trattato sui due Spiriti" in 1QS
194 c f p Sacchi, // problema del male nella riflessione ebraica dall'VIII sec. 3,13 - 4,26, secondo cui l'umanità è deterministicamente suddivisa tra il dominio
a.C. al I d.C, PSV 19 (1989) 9-27; M . C . de Boer, Paul and Jewish Apocalyptic del Principe delle Luci e quello dell'Angelo delle Tenebre. Sul problema in genera-
Eschatology, in J. Marcus - M . L . Soards, edd., Apocalyptic and the New Testa- le, cf. M. Hengel, Judentum und Hellenismus, pp. 418-442; P . Sacchi, Storia del
ment. Essays in Honor ofJ.L. Martyn, JSNT Suppl. 24, Sheffield 1989, pp. 169-190; Secondo Tempio, pp. 302-329; C. Martone, La "Regola della Comunità", pp. 81-88.
197
E. Lupieri, Il problema del male e della sua origine nell'apocalittica giudaica, in Così si esprime significativamente un inno di Qumràn: "Egli (l'uomo) è nel-
C. Gianotto, a cura, La domanda di Giobbe e la razionalità sconfitta, " L a b i r i n t i " la colpa fin dall'utero di sua madre e fino alla vecchiaia è nell'iniquità della mali-
11, 195
Dipart. Se. Filol. e Stor. Università degli Studi, Trento 1995, p p . 31-51. zia; e io ho capito che all'uomo non appartiene la giustizia e che al figlio dell'uomo
In materia cf. anche la notizia di FI. Giuseppe, Ant. 13,172: "Il fato è si- non appartiene la perfezione" (1QH 4,29-31).
198
gnore di ogni cosa e all'uomo non succede nulla che non sia in accordo con il suo È interessante osservare che anche a questo livello si dà una analogia con la
decreto". comunità di Qumràn. Qui a proposito del peccatore si afferma a chiare lettere:
166 L'APOSTOLO PAOLO LA PARTECIPAZIONE DEL PECCATORE 167

fatti verificarsi un cambiamento radicale di appartenenza, un tra- ve per Dio. [10] Così anche voi ritenete di essere morti (vexpou?) al pec-
sferimento di proprietà, una sostituzione di signoria199. Paolo lo cato e di vivere (Ccòvra?) per Dio in Cristo G e s ù " .
dice, anche se a proposito della Legge, con l'efficace paragone di
una donna sposata: "Finché vive il marito, essa è considerata adul- Rileviamo in questo passo alcuni elementi, che sono decisivi per
tera se passa a un altro uomo; ma se il marito muore, è libera dalla la comprensione dell'argomento in questione201, e li ampliamo ac-
legge. Così, fratelli miei, anche voi siete stati messi a morte me- costandoli ad altri testi.
diante il corpo di Cristo perché possiate appartenere a un altro, Innanzitutto va osservato che in primo piano c'è una catechesi
a colui che è risuscitato dai morti" (Rm 7,3-4; cf. 2Cor 5,15)200. non tanto sul battesimo quanto sulla dimensione salvifica della mor-
Il testo fondamentale in cui l'Apostolo tratta questo tema è Rm te di Cristo 202 . Paolo infatti non fa che applicare al battesimo (e
6,1-11, che vale la pena di riportare almeno in parte: solo qui, poiché l'altro solo passo è Col 2,12-13, probabilmente
pseudepigrafico) una terminologia e una concettualità che altrove
"[3] Forse ignorate che quanti siamo stati battezzati in (et?) Cristo e ripetutamente gli serve solo per esprimere la sufficienza salvifica
Gesù siamo stati battezzati nella (et?) sua morte? [4] Dunque siamo sta- della croce di Cristo, come si vede in 2Cor 5,14b ("uno è morto
ti consepolti (ouveTa^fxev) con lui mediante il battesimo nella (et?) morte, per tutti, dunque tutti sono morti"); in Gal 2,19 ("sono stato cro-
affinché come Cristo fu risuscitato dai morti mediante la gloria del Pa- cifisso con Cristo"); 5,24 ("quelli di Cristo hanno crocifisso la car-
dre, così anche noi camminiamo in novità di vita. [5] Se infatti siamo ne"); 6,14 ("mediante la croce del Signore nostro Gesù Cristo, per
diventati connaturati (cjófxcpuToi ye-j*óva[xev: sott. "a lui") mediante la me il mondo è stato crocifisso e io per il mondo"). Lo si vede an-
condivisione della sua morte (TW ó|j.oi<ó|j.aTi -eoo Gavdc-cou atkou), lo sa- che nella stessa Rm, dove gli accenni alla virtualità soteriologica
remo anche della risurrezione. [6] Questo sappiate: il nostro uomo vec- della morte di Cristo sono numerosi, anche senza alcun accenno
chio (ó 7rocXouò<; T)[ACÒV avOpomoi;) è stato concrocifisso (auvecjTaupcóBr)), al battesimo: "strumento di espiazione nel suo sangue... per la re-
affinché venisse eliminato (xamp-priGri) il corpo del peccato così che non
serviamo più al peccato. (...) [8] E se siamo morti con (à7re0àvo[xev ouv) missione dei peccati passati" (3,25), "giustificati per il suo sangue"
Cristo, crediamo che anche vivremo con (ouCrjaofxev) lui. (...) [9] Egli, (5,9), "per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uo-
morendo, morì al peccato una volta per sempre (itpàna.%), e vivendo vi- mini la giustificazione che dà vita" (5,18), "siete stati messi a mor-
te... mediante il corpo di Cristo" (7,4), "è morto ed è tornato in
vita per essere signore dei morti e dei vivi" (14,9).
"Chiunque si rifiuti di entrare nel patto di Dio per procedere nell'ostinazione del Di conseguenza, è probabile che Paolo si agganci, sì, alla tradi-
suo cuore (...) non sarà giustificato a causa della trasgressione del suo cuore osti- zione, ma che sia tutta sua l'interpretazione circa l'intima associa-
nato (...). Non si purificherà grazie alle espiazioni, né sarà purificato dalle acque
lustrali, né sarà santificato da mari o fiumi, né sarà purificato da tutta l'acqua del- zione alla morte di Cristo 203 . Il dato tradizionale si intravede nel
le abluzioni. Impuro, impuro sarà finché rifiuterà i precetti di Dio, senza venire v. 3a ("quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù"), la cui for-
istruito dalla comunità del Suo consiglio. Le vie dell'uomo infatti — cioè le sue mulazione abbrevia l'espressione concernente il battesimo "nel no-
colpe — sono espiate per mezzo dello spirito del veritiero consiglio divino affinché
possa contemplare la luce della vita; e l'uomo è purificato da tutte le sue colpe per
mezzo dello spirito di santità dato alla Comunità grazie alla Sua verità" (1QS 2,25
- 3,9). Ad espiare i peccati, dunque, non soltanto non sono sufficienti le ripetute 201
abluzioni rituali (che a Qumràn equivalevano alle assenti liturgie sacrificali), ma Oltre ai Commenti, cf. R. Penna, Battesimo e partecipazione alla morte di
non vale propriamente neanche la mera osservanza della Legge; l'elemento decisi- Cristo in Rm 6,1-11, in Idi., L'apostolo Paolo, pp. 150-170; S. Legasse, Étre bapti-
vo invece è la partecipazione alla comunità, che non per nulla si definisce come sé dans la mort du Christ. Étude de Romains 6,1-14, RB 98 (1991) 544-559, e più
"nuova alleanza" (CD 6,19; 8,21; 19,33-34; 20,12); in più lQpAb 8,3 aggiunge ad- in generale R.C. Tannehill, Dying and Rising with Christ. A Study in Pauline Theo-
dirittura la "fede nel Maestro di Giustizia". logy, ZNT Bh. 32, Tòpelmann, Berlin 1967.
199 202
Cf. le belle pagine di E.P. Sanders, Paolo e il giudaismo palestinese, pp. Così già pensava Origene, Commento alla lettera ai Romani Vili ( = 1039
634-647 (dove si parla apertamente di transfer); inoltre H. Merklein, Paulus und D), a cura di F. Cocchini, Marietti, Casale Monferrato 1985, I, p. 281.
203
die Sùnde, pp. 150-154, e G. Barth, Il significato della morte di Gesù, pp. 110-123. Cf. S. Legasse, Alle origini del battesimo. Fondamenti biblici del rito cri-
200
Si noti che il tema della morte nei due versetti subisce un significativo slitta- stiano, San Paolo, Cinisello Balsamo 1994, pp. 133-139. Vedi anche il buon qua-
mento di applicazione: prima viene riferito alla persona del marito-legge (-peccato) dro sulla fenomenologia del battesimo nel giudaismo e nelle origini cristiane forni-
e poi a quella degli stessi cristiani, come a dire che la morte dell'uno non basta se to da K. Berger, Theologiegeschichte des Urchristentums, pp. 106-128 (pp. 118-120
non c'è anche quella dell'altro. su Rm 6).
168 L'APOSTOLO PAOLO LA PARTECIPAZIONE DEL PECCATORE 169

me di (= ebr. lesèm, "in conto di") Gesù" (At 2,38; 8,16; 10,48; to che l'uso del perfetto greco dice che la connaturalità in questio-
19,5; cf. ICor 1,13.15); con essa già si esprimeva un'assegnazione ne ebbe, sì, un inizio nel passato ( = la morte di Gesù e il nostro
del battezzato alla proprietà e alla signoria di Cristo. Ma la nuova battesimo), ma poi non venne mai revocata e quindi tuttora per-
e più breve formulazione paolina "si presta a un significato locale dura sempre funzionante come caratteristica di base che definisce
figurato, dando così un senso più intrinseco e meno formale del- il cristiano.
l'unione tra il battezzato e Cristo. Paolo sottolinea in modo carat- La profondità e l'oggettività del discorso paolino risulta dal fat-
teristico che il Cristo, con cui si è stati uniti nel battesimo, non è to che l'Apostolo intende sottolineare nel battezzato una qualità
altri che il Cristo morto in croce" 204 ; ed è appunto questa morte stabile tale da connotare una nuova ontologia del cristiano. Ciò
che viene evocata in primo piano (tanto che nei soli vv. 2-11 la si viene confermato da vari motivi.
richiama con vari lemmi ben 14 volte)205. Su di essa si innesta e Una prima osservazione, di carattere negativo, consiste nel rile-
si nutre la nuova vita del cristiano (cf. il paradosso di Rm 6,11:
vare un'assenza: in Rm 6,1-11 manca vistosamente il tema della
"morti... e viventi"), la quale si dispiega a tre livelli: mistico, per
fede e quello parallelo della giustificazione, che riguardano la sog-
l'unione intima con Cristo (cf. Rm 6,3.5a.llb), morale, per il nuovo
gettività del credente208.
comportamento che essa richiede (cf. Rm 6,4b), ed escatologico,
Soprattutto però occorre richiamare in questo ambito il tema pa-
perché la risurrezione di cui si parla riguarda il futuro (cf. Rm 6,8).
rallelo, e oggettivo, della "nuova creatura" (xoctvf) xxfeis)209. È signi-
Il fattore essenziale, quello della partecipazione, è doppiamente
ficativo che entrambe le sue occorrenze (2Cor 5,17: "Se qualcuno
espresso: lessicalmente con la frequenza delle preposizioni auv,
è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate, ec-
"con" (quattro volte: vv. 4.5.6.8), che appunto esprime l'idea del-
co, altre nuove sono sorte"; Gal 6,15: "Non la circoncisione né il
l'associazione, ed tlq, " i n " (moto a luogo figurato, tre volte: vv.
prepuzio contano qualcosa, ma la nuova creatura") si trovino im-
3bis.4), che esprime l'idea di una introduzione e anzi di una immer-
mediatamente collegate nel contesto con il tema della morte di Cri-
sione in Cristo e nella sua morte; e poi concettualmente soprattutto
sto (cf. 2Cor 5,14b-15: "Uno solo morì per tutti, dunque tutti sono
con i verbi "consepolti, connaturati, concrocifisso" e con il sostan-
morti; e morì per tutti, affinché coloro che vivono non vivano più
tivo "condivisione". Tra questi evidenziamo in particolare la frase
per se stessi..."; Gal 6,14: " A me non avvenga di gloriarmi se non
aufjt4>oTot yeyóvafxev, "siamo diventati congeniti, connaturali" (v. 5),
nella croce del Signore nostro Gesù Cristo..."). Si può discutere sul
che più di ogni altra espressione evoca il dato di una fusione inti-
valore attivo o passivo di xxtai? ("creazione" o "creatura"); l'im-
ma tra due soggetti omogenei206. Essa sottintende il complemento
portante è che comunque con questo termine viene evocato un in-
pronominale " a lui, con lui" (come nel v. 4), così che il comple-
mento seguente "per la condivisione della sua morte" va inteso co- negamento né il battesimo del cristiano avviene per crocifissione, ma soprattutto
me un dativo non sociativo ma strumentale 207 . In più va osserva- sul significato filologico del sostantivo ó{iouona, che in base al suo uso nei LXX
si tradurrebbe meglio con "affinità (ontologica), condivisione, partecipazione" (cf.
U. Vanni, '0(xoiw(jia in Paolo, che alle pp. 445-454 intende il battesimo stesso come
204
"espressione percettibile" della morte in Cristo). Perciò, la sepoltura di cui si parla
A.J.M. Wedderburn, Baptism and Resurrection, p. 60. al v. 4 ha tutt'al più un valore metaforico, ma non simbolico (cf. L. Àlvarez Ver-
205
Analogamente Paolo sul dato del battesimo "in Cristo" innesta altrove la des, El imperativo cristiano en San Pablo. La tensión indicativo-imperativo en Rm
metafora del rivestimento di Cristo come un nuovo abito avvolgente e distintivo 6. Analisis estructural, Institución San Jerónimo, Valencia 1980, p. 167).
(cf. Gal 3,27; Rm 13,14; ripresa poi in Col 3,10; Ef 4,24). 208
206
La frase presente in 6,7 ("Chi è morto è ormai libero [BtBixaiwxai] dal pec-
Vedi per esempio, per analogia, come si esprime Aristotele: "Gli amanti per cato") viene perlopiù ritenuta dai commentatori come una sorta di proverbio gene-
il loro fortissimo amore desiderano fondersi in un'unica natura (oufKptkaOat) e di- rale (cf. Sifr. Nm. 112 su Nm 15,31: "Chiunque muore ottiene l'espiazione me-
ventare di due una sola persona" (Po/. 2,4,6, 1262 b 13: riporto di una sentenza diante la morte"), quindi non specificamente cristiana né paolina (cf. H. Schlier,
di Aristofane). Cf. C. Spicq, Note di lessicografia, II, pp. 605-608. U. Wilckens, W. Schmithals, J.D.G. Dunn, B. Byrne). Essa comunque rappresen-
207
Ciò significa che la frase "siamo diventati connaturati" non si collega diret- ta un aggancio fra il tema della partecipazione e quello dell'assoluzione.
tamente con l'idea di ocotona, quasi che si alludesse a una somiglianza tra la morte 209
Cf. B. Rey, Créés dans le Christ Jesus. La création nouvelle selon saint Paul,
di Cristo e il rito dell'immersione battesimale (così si interpreta a partire dalla fine LD 42, Du Cerf, Paris 1966; P. Stuhlmacher, Erwàgungen zum ontologischen Cha-
del secolo IV con le Costituzioni Apostoliche 3,17,3: "L'immersione significa il mo- rakter der xaivri x-ciai<; bei Paulus, ET 27 (1967) 1-35; U. Meli, Neue Schòpfung.
rire insieme, l'emersione il risorgere insieme"). Questa esclusione si fonda non so- Eine traditionsgeschichtliche und exegetische Studie zu einem soteriologischen Grund-
lo sulla non pertinenza della presunta somiglianza, dato che né Cristo morì per an- satz paulinischer Theologie, ATANT 47, De Gruyter, Berlin-New York 1989.
170 L'APOSTOLO PAOLO LA PARTECIPAZIONE DEL PECCATORE 171

ter vento divino che cambia le cose alla radice. L'idea è presente in te- Un ultimo concetto paolino rientra in questa semantica e, pur
sti giudaici di varia provenienza, dove però l'idea riguarda soltanto definendo la nuova antropologia del cristiano, in realtà si spiega
il futuro rinnovamento escatologico210. Dove invece si tratta della solo in base alla cristologia: è il concetto di "adozione filiale"
conversione di un proselito211, essa di fatto non viene interpretata co- (utoGeata: Rm 8,15.23; Gal 4,5; e poi solo Ef 1,5)215. Pur essendo
me un'anticipazione escatologica. Eppure è proprio questo che Paolo il termine assente dal greco dei LXX e pur essendo ignorato l'isti-
vuole dire: chi è unito a Cristo già realizza in sé la novità dell'éschatonl tuto giuridico in Israele, è qui che si trovano i suoi precedenti, da-
Si comprende così tutto il valore dell'espressione èv Xpiotcò, "in Cri- to che in Grecia l'adozione è conosciuta ma non nel senso religio-
sto" (almeno 40 volte nelle lettere autentiche: cf. Rm 6,11; ÌCor 4,15; so traslato. Come Israele afferma la propria filiazione nei confronti
2Cor 5,17; Gal 3,28; Fil 3,14; lTs 5,18; Fm 9)212. Essa è esclusiva del- di Dio in quanto espressione della sua grazia (cf. Es 4,22; Dt 33,6;
l'apostolo Paolo e diventa sotto la sua penna una formula standard Os 11,1; Is 1,2; 63,16; Paolo stesso gliela riconosce in Rm 9,4),
per significare ciò che è tipico dell'identità e della vita cristiana, il così ora è per i cristiani. L'idea esplicita di adozione (che nei testi
fatto cioè che Cristo ne è l'origine, lo strumento, il connettivo, l'at- dell'AT è solo implicita) comporta due nozioni importanti e com-
mosfera. Ad essa corrispondono altre espressioni equivalenti: "es- plementari: da una parte, si evidenzia tutta l'iniziativa e la libertà
sere di Cristo" (Rm 8,9; ÌCor 6,15; 2Cor 10,7; Gal 5,24), "nel Signo- di un atto divino, che non si fonda su alcun diritto dell'adottato,
re" (ÌCor 7,39; Fil 4,1.2), e soprattutto la formulazione inversa "Cri- e, dall'altra, si esprime il carattere soltanto indiretto della filiazio-
sto in me, in voi" (2Cor 13,3.5; Gal 2,20; 4,19). Quest'ultima in par- ne ottenuta. Figlio di Dio a titolo pieno, infatti, è solo Gesù (cf.
ticolare, per così dire, chiude il cerchio vitale che viene a stabilirsi tra più avanti), sicché ancora una volta viene a trovarsi in primo pia-
Cristo e il cristiano: si evidenzia così la loro mutua compenetrazio- no il fatto della partecipazione. È lo Spirito (di Dio e insieme di
ne, che, pur con le debite precisazioni, non è improprio definire di Cristo) che lega entrambi in un vincolo comune, come significati-
tipo mistico213. Sicché il cristiano o è un mistico o non è214. vamente si deduce dal fatto che di esso si parla proprio nei testi
che affermano l'adozione a figli (Rm 8,9-15; Gal 4,5-6).
210
Cf. Is 43,18-19; 65,17; 66,22 ("i nuovi cieli e la nuova terra che io farò"); e poi
Giub. 4,26; lEn. 72,1; 1QH 13,11-12; e infine 4Esd. 7,75; 2Bar. 32,6; 44,12; 57,2. Una questione a parte è quella che riguarda le possibili analogie, se
211
Cf. Gius, e As. 15,4 ("Ecco, a partire da oggi sarai rinnovata e riplasmata non addirittura i condizionamenti culturali, della concezione paolina
e rivivificata [àvaxatvi<j9T)(rr) xaì àva7iXaa0r|aT) xat àva£coorcoiT]()T|(y7]])"; ma l'intento è circa la partecipazione alla morte e alla vita di Cristo. Si può scartare
solo quello di dire che con la conversione al giudaismo ci si innalza a persone di
prima categoria (cf. U. Meli, Neue Schòpfung, pp. 226-249). Nel rabbinismo si trova tutta una serie di proposte, che potremmo variamente denominare
addirittura l'espressione beriyyàh hadàsah, "una creatura nuova" (cf. Ber. R. 39,14 così216: la misterica (per la mancanza della terminologia basata sulla
su Gn 12,5: "Chi avvicina un pagano e lo converte, è come se lo avesse creato"), preposizione syn); la politica (nel senso di un'affermata unità tra i sud-
ma da una parte essa ricorre in testi non anteriori al secolo IV, dall'altra si tratta diti e il loro sovrano, almeno perché non si parla della loro unione alla
solo di un paragone, e soprattutto l'espressione non ha alcuna valenza escatologica
(cf. U. Meli, Neue Schòpfung, pp. 182-185). sua morte); la gesuana (concernente il tema sinottico della sequela, che
212
Cf. R. Penna, Lo Spirito di Cristo, pp. 248-257; L. Klehn, Die Verwendung però storicamente non portò affatto i discepoli a morire con Gesù e co-
von èv Xpiarcò, bei Paulus. Erwàgungen zu den Wandlungen in der paulinischen munque è ignorato da Paolo); la escatologica (come se l'unione a Cri-
Theologie, Biblische Notizen 74 (1994) 66-79; M. RiSkovà, "Jetzt gibt es keine Ve- sto nel battesimo derivasse dall'idea dell'associazione a lui nella paru-
rurteilung mehrfùr die, welche in Christus sind". Eine bibeltheologische undfun-
damentalethische Untersuchung zum paulinischen en Christo-Gebrauch, EOS, St. sìa, mentre invece l'unione è già anticipata alla sua morte); l'adamica
Ottilien 1994. Per le sue connessioni con il concetto di nuova creatura, cf. le buone (come se Paolo presupponesse per contrasto il rapporto Adamo-Cristo
pagine di M.E. Thrall, / / Cor., pp. 425-429.
213
di Rm 5,12-21, mentre egli parla già di una concrocifissione con Cristo
Oltre a R. Penna, Problemi e natura della misticapaolina, in Id., L'aposto-
lo Paolo, pp. 630-673, vedi anche J.D.G. Dunn, The Theology ofPaul, pp. 390-412.
Per una derivazione di questa prospettiva dal giudaismo ellenistico (mediata dalla
diffusa concezione antica della possibile presa di possesso di un uomo da parte di comprendre Gal. 2,19-21, Anal. Greg. 253, PUG, Roma 1988, pp. 233-282, anche
una divinità), espresso soprattutto da Filone Alessandrino, cf. G. Sellin, Die reli- se l'A. maggiora la portata autobiografica dell'"io" in questo passo.
215
gionsgeschichtlichen Hintergrunde der paulinischen "Christusmystik", TQ 176(1996) Cf. T.J. Burke, The Characteristics of Paul's Adoptive-Sonship (Huiothe-
8-27 specie 15-18. sia) Motif, Irish Biblical Studies 17 (1995) 62-74, che ne sottolinea la dimensione
214
Sul celebre passo di Gal 2,20 ("Non sono più io che vivo, ma Cristo vive escatologica.
216
in me"), oltre ai Commenti, cf. E. Farahian, Le "je"paulinien. Étudepour mieux Cf. A.J.M. Wedderburn, Baptism and Resurrection, pp. 342-356.
172 L'APOSTOLO PAOLO LA PARTECIPAZIONE DEL PECCATORE 173

in Gal 2,19; 6,14 dove Adamo è del tutto assente); e quella sociologica menti comparatistici lo suggeriscono. (1) Un frammento di Aristotele
(o della personalità corporativa, con il richiamo di Abramo, "nel qua- afferma che nello stadio finale dei misteri non c'è più un apprendi-
le" i discendenti sono benedetti: cf. Gal 3,8-9; ma, stante l'analogia della mento (jiaGeiv) ma un'esperienza (TOX0£IV), che ridefinisce l'intera per-
solidarietà e della rappresentatività, i termini con cui Paolo parla del sona dell'iniziato (8ta-ce6f)vai); in questo senso un retore testimonia
rapporto di Cristo con i peccatori è di ben altro genere, per quanto ri- questa sensazione da parte dell'iniziato a Eleusi: "Uscii dalla sala dei
guarda sia la loro morte sia la loro vita in lui). Da parte nostra abbia- misteri sentendomi straniero a me stesso" (Sopatro, in Rhet. Gr. Vili,
mo anche già escluso qualsiasi riferimento alle liturgie sacrificali del Tem- 114s). (2) Una lamina aurea da Turi dei secoli IV-III a.C. reca queste
pio di Gerusalemme, le quali non comportano alcun tipo di comunione parole: "Sii felice di aver patito i patimenti che non hai patito prima"
con il dio d'Israele, Yhwh (cf. sopra). (cf. O. Kern, Orphicorum fragmenta, Berlin 1922, 32s); "sfuggii al
Il Wedderburn da parte sua 217 propone di rifarsi alla tradizione giu- cerchio, che dà pesante dolore,... e mi immersi nel grembo della si-
daica della Pasqua, così com'è testimoniata in m.Pes. 10,5: "In ogni gnora, regina sotterranea" (Orfici, Frammenti, scelta di G. Arrighet-
generazione ciascuno deve considerarsi come se egli stesso fosse uscito ti, Boringhieri, Torino 1968, n. 36). (3) Dei misteri di Iside si legge
dall'Egitto...", a cui la Haggadàh aggiunge: "Non solo i nostri padri che "fanno rinascere... nella forma di una morte volontaria e di una
il Santo liberò, ma anche noi liberò insieme con loro (cimmahem); per- salvezza ottenuta pregando" (Apuleio, Metamorf. 11,21,1). (4) Infi-
ciò è nostro dovere ringraziare, lodare, celebrare, glorificare, esaltare, ne, ricordiamo appena le posteriori attestazioni circa il bagno di san-
magnificare colui che fece per i nostri padri e per noi questi prodigi: gue nel taurobolium del culto di Mitra e il conseguente appellativo
ci trasse dalla schiavitù alla libertà, dalla soggezione alla redenzione, di renatus per l'iniziato 220 .
dal dolore alla gioia, dal lutto alla festa, dalle tenebre a una fulgida lu-
ce". Per quanto suggestivo possa essere questo richiamo, va osservato
che Paolo differisce dalla tradizione rabbinica, i cui testi sono comun- 5.3 Conclusione
que posteriori, in due punti tutt'altro che secondari: l'uno è che egli non
si riferisce a un evento politico-religioso come l'esodo ma a una morte Diciamo solo u n a parola sulla vexata quaestio del r a p p o r t o tra
profana sia pur interpretata in senso sacrificale; l'altro è che la parteci-
la concezione giuridica e quella mistica della redenzione secondo
pazione in oggetto riguarda l'adesione a un singolo, Cristo, e non a un
il pensiero di P a o l o , che noi a b b i a m o etichettato come "assolu-
gruppo di 'padri' (per cui la dimensione collettiva concerne semmai so-
lo i 'discendenti' ma non il termine della partecipazione). z i o n e " e " p a r t e c i p a z i o n e " . La prima linea costituisce la posizione
classica del protestantesimo (da Lutero fino agli anni recenti), men-
Perciò, data per scontata l'originalità paolina di fondo 218 , un qual-
che collegamento con i culti misterici ellenistici non è da escludere del tre la seconda ne rappresenta storicamente una contestazione (di
tutto, almeno come remota precomprensione di Paolo 219 . Quattro ele- cui ricordiamo almeno A . Schweitzer ed E . P . Sanders) 2 2 1 .
U n a loro contrapposizione non è onestamente sostenibile. La
217 esclude un testo come Fil 3,9-11 dove Paolo esprime il desiderio di
Cf. A.J.M. Wedderburn, Baptism and Resurrection, pp. 343-345; vedi an-
che Id., The Soteriology o/the Mysteries and Pauline Baptismal Theology, NT 29
(1987) 53-72. "[9] essere trovato in lui (Cristo), non con una mia giustizia (&V
218
In questo senso, una stretta analogia con i misteri non è possibile per alme- xatoouvri) derivante dalla Legge ma con quella che è mediata dalla fede
no due motivi che contrastano fortemente con essi: il primo è che la morte di Cri- (Sia -crjc 7tiaxeco<;), la giustizia che viene da Dio basata sulla fede, [10]
sto, e quella associata del cristiano, riguarda il peccato (il termine in Rm 6,1-11
ricorre sette volte ed è centrale in tutto l'evento a cui si riferisce), e il secondo è per conoscere ( = sperimentare) lui e la potenza della sua risurrezione
che questa morte, tutt'altro che ripetersi, è avvenuta una volta sola (èipdmai-: 6,10). e la comunione (xoivcovtoc) dei suoi patimenti, conformandomi (ou^x-
Entrambi, a diverso titolo, sono del tutto estranei ai culti misterici. Cf. G. Wa- u,op<ptCóu.£vo<;) alla sua morte, [11] così che possa giungere alla risurre-
gner, Pauline Baptism and the Pagan Mysteries. The Problem of the Pauline Doc- zione dai morti".
trine of Baptism in Romans VI.1-11, in the Light of its Religio-Historical "Paral-
lels", Oliver & Boyd, Edinburgh-London 1967 (orig. ted., Zurich 1962).
219
A questo proposito, vedi le ottime pagine di W. Burkert, Antichi culti mi- 220
sterici, pp. 119-134. Piuttosto restio si presenta S. Legasse, Paul et les mystères, Cf. R. Duthoy, The Taurobolium, its Evolution and Terminology, EPRO,
in J. Schlosser, ed., Paul de Torse, LD 165, Cerf, Paris 1996, pp. 223-241, che pe- Brill, Leiden 1969: però il rito non appare prima della fine del secolo II d.C. e l'ap-
rò non considera i testi avanzati da Burkert. Assolutamente superficiali e impro- pellativo si trova per la prima volta in una epigrafe dell'anno 376 (cf. ib., p. 18, n. 23).
221
prie si presentano invece le affermazioni massimaliste di H. Maccoby, Paul and Per maggiori precisazioni anche bibliografiche, cf. R. Penna, // tema della
Hellenism, SCM, London 1991, pp. 54-89. giustificazione in Paolo, pp. 49-60.
174 L'APOSTOLO PAOLO CRISTO E LA LEGGE 175

Come si vede, i concetti di giustizia e di fede, da una parte, e cosmiche. Questi infatti sono dati universali, che riguardano tra-
quelli di comunione e conformazione, dall'altra, si fondono per- sversalmente l'umanità intera e che comunque sono negativamen-
fettamente insieme. I primi costituiscono la premessa di ciò che gli te considerati come un male da tutti i popoli, compreso Israele.
altri esprimono in pienezza222. Anzi, i due aspetti si richiamano a La Legge invece è un dato religioso-culturale di prim'ordine e ben
vicenda a gran voce. Non è possibile partecipare alla morte di Cri- preciso, nel quale si riconosce positivamente la tradizione di un in-
sto, senza che i peccati vengano perdonati e quindi senza la fede tero popolo, quello giudaico. Va infatti precisato che ó vó[xo?, "la
nella grazia di Dio. D'altronde, data l'incombenza oppressiva del legge", di cui parla Paolo è fondamentalmente quella mosaica, non
peccato come potenza, non è sufficiente venire assolti, se ciò non un vago e generale principio legalistico di autoaffermazione225.
comportasse anche un trapasso di signoria con una piena parteci- Perciò, trattare del rapporto Cristo-Legge significa inevitabilmen-
pazione al destino stesso di Cristo. È vero, dunque, che "ora non te trattare del rapporto Cristo-Israele; il discorso allora si fa subi-
c'è più nessuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù" (Rm to storico.
8,1): assoluzione e vita in Cristo vanno di pari passo per costituire Va tuttavia precisato bene il tema di questo capitolo. Qui non
insieme la libertà radicale e la piena realizzazione del cristiano223. è in gioco l'intero problema del rapporto tra Paolo e la Legge, che
richiederebbe un ben diverso spazio226. Ciò che c'interessa invece
è di stabilire quale nesso intercorra per Paolo tra la figura di Cri-
6. Cristo e la Legge sto e le sue tesi negative circa la Legge. Cominciamo quindi di
qui227.
Un capitolo peculiare della cristologia paolina è dato dal rap-
porto che l'Apostolo stabilisce fra queste due grandezze. Nes- 225
Questa seconda interpretazione, di marca luterana e sostenuta ancora dalla
sun altro scrittore delle origini cristiane tematizza tanto l'argo- scuola bultmanniana, si può dire oggi abbandonata soprattutto per merito degli
mento224, poiché nessun altro percepisce così acutamente il pro- studi di E.P. Sanders. Il riferimento a Israele è ben stabilito da M. Winger, By What
Law? TheMeaning o/Nó(xo? in the Letters ofPaul, SBL DS 128, Scholars, Atlanta
blema che un tale rapporto suscita. Qui più che mai si coglie la 1992. Tuttavia, un più generale riferimento alle "opere" come espressione di un
diastasi tra paolinismo e giudeo-cristianesimo. E Paolo vi insiste tentativo di salvezza non solo di tipo giudaico è presupposto nelle deuteropaoline
ampiamente, soprattutto nelle due grandi lettere ai Galati e ai Ef e Pastorali e può avere degli agganci anche nel Paolo storico, come sostiene I.H.
Marshall, Salvation, Grace and Works in the La ter Writings in the Pauline Cor-
Romani. pus,226NTS 42 (1996) 339-358.
Una importante osservazione preliminare è che la Legge non si Quanto alla bibliografia degli ultimi vent'anni, cf. soprattutto E.P. Sanders,
Paolo e il giudaismo palestinese (cit.); Id., Paolo, la legge e il popolo giudaico, SB
può porre semplicemente sul piano delle varie entità detronizzate 86, Paideia, Brescia 1989 (orig. ingl., Philadelphia 1983); H. Hubner, Das Gesetz
da Cristo, come sono il peccato, la carne, la morte, o le potenze bei Paulus. Ein Beitrag zum Werden der paulinischen Theologie, FRLANT 119,
Vandenhoeck, Gòttingen 1977, 31982 (trad. hai., SB 109, Paideia, Brescia 1995);
H. Ràisànen, Paul and the Law, WUNT 29, Mohr, Tùbingen 1983; S. Westerholm,
222
Non si può quindi sostenere che "la soteriologia del passo (esser trovati in Israel's Law and the Church 's Faith. Paul and His Recent Interpreters, Eerdmans,
Cristo, soffrire e morire con lui, raggiungere la risurrezione) avrebbe potuto essere Grand Rapids 1988 (con esame di altri tredici Autori); B.L. Martin, Christ and the
scritta senza che comparisse affatto il termine 'giustizia' " (E.P. Sanders, Paolo Law in Paul, NT Suppl. 62, Brill, Leiden 1989; R. Penna, Il problema della Legge
e il giudaismo palestinese, p. 691). Piuttosto, come fa notare il commento di P.T. nelle lettere di San Paolo, in Id., L'apostolo Paolo, pp. 496-518; T.R. Schreiner,
O'Brien, anche se la menzione della "giustizia" fosse dovuta soltanto a intenzioni The Law and Its Fulfillment. A Pauline Theology of Law, Baker, Grand Rapids
polemiche nei confronti di giudei o giudeo-cristiani, ciò non si spiegherebbe se in 1993; F. Thielman, Paul & the Law. A Contextual Approach, InterVarsity, Dow-
qualche modo il concetto non costituisse un motivo-chiave della teologia paolina ners Grove 1994. Vedi anche E.J. Christiansen, The Covenant in Judaism and Paul.
(Phil., p. 416). Lo stesso Sanders, tuttavia, in seguito precisò le cose fino a scrivere A Study of RitualBoundaries asIdentity Markers, AGAJU 27, Brill, Leiden 1995.
che " 'essere giustificati per fede' e 'essere in Cristo' indicano la stessa realtà, men- Resta comunque vero che "la concezione paolina della Legge è il capitolo più com-
tre le categorie di 'partecipazione' servono a definire quelle 'giuridiche' " (Paolo, plicato della sua teologia" (H.J. Schoeps, Paulus. Die Theologie des Apostels im
la legge e il popolo giudaico, p. 24 nota 15). Lichte der jùdischen Religionsgeschichte [Mohr, Tùbingen 1959], Wiss. Buchge-
223
Opportunamente V. Koperski, The Knowledge of Christ, pp. 225-226, com- sellsch.,
227
Darmstadt 1972, p. 174).
bina insieme i due aspetti parlando di "participatory character of righteousness", Diamo per scontato ciò che andrebbe premesso a tutto il discorso, cioè il va-
e al testo di FU 3,7-11 associa quelli di 2Cor 5,21; ICor 1,30; 6,11; Gal 2,17.19- lore enorme che la Legge aveva per il giudaismo del Secondo Tempio come incor-
21;224
3,25-29; Rm 8,9-10, tutti uniti dal primato della prospettiva cristologica. porazione dell'assoluta volontà di Dio (Paolo stesso riconosce che per il giudeo "in
Neanche Gesù l'aveva fatto: cf. voi. I, pp. 74-86. essa prende forma la conoscenza e la verità": Rm 2,20). Cf. M. Limbeck, Die
176 C RISTO E LA LEGGE
177
L'APOSTOLO PAOLO

6.1 // giudizio negativo sulla Legge 6.2 La motivazione cristologica

A più riprese l'Apostolo si esprime sulla Legge in termini pesan- Per spiegare come l'Apostolo sia pervenuto a sostenere queste
ti, che sarebbero comunque impensabili sotto la penna di qualun- inaudite posizioni, si è fatto ricorso ad alcuni motivi231. Uno, pri-
que altro ebreo228. Essa è variamente definita come potenza del vilegiato in passato, consisterebbe in una amara esperienza perso-
peccato (ICor 15,56), causa di maledizione invece che di giustifi- nale dello stesso Paolo, che con la conversione si sarebbe finalmente
cazione (Gal 3,10-13.21s), pedagogo nel senso deteriore di tiranno liberato di un dramma interiore derivante dall'impossibilità di os-
e carceriere (Gal 3,23-25; 4,1-5), occasione per conoscere e com- servare la Legge. Questa interpretazione psicologizzante si basa su
mettere il peccato (Rm 3,20; 5,13.20; 7,7-11.13), quindi stimolo di una lettura autobiografica di Rm 7,7-25, che però oggi è sostan-
dell'ira di Dio (Rm 4,15); addirittura in Gal 3,19 se ne mette in zialmente abbandonata232, anche perché nel passo sicuramente au-
questione l'origine divina. Quanto ai giudizi più positivi che si pos- tobiografico di Fil 3,6 egli dichiara apertamente di essere stato "ir-
sono leggere in Rm 7,12.14.16 ("la legge è santa..., spirituale..., reprensibile" nella sua osservanza. Un'altra spiegazione, di tipo
e buona"), mi pare che si debbano spiegare retoricamente come sociologico, sostiene che Paolo deluso per i suoi insuccessi come
una mera concessione all'avversario229. In più, Paolo riduce tutta missionario tra i Giudei passò a fondare delle comunità di Gentili,
la Legge al solo comandamento dell'amore, anche se non fa nean- nelle quali la Legge di fatto non aveva più alcun valore233. Ma, ol-
che parte del Decalogo (cf. Lv 19,18 citato in Gal 5,14; Rm 13,8-10). tre al fatto che le lettere non tradiscono alcun senso di delusione
Inoltre, quando deve richiamare i suoi destinatari a compiere la in Paolo, bisogna ricordare che egli attribuisce a Israele una fun-
volontà di Dio, egli non li invita a cercarla nella Torah ma sempli- zione storico-salvifica fortemente positiva (cf. Rm 9-11).
cemente a discernere, al di fuori di ogni codice scritto, "ciò che Se invece partiamo da due passi sicuramente autobiografici, ve-
è buono, a lui gradito e perfetto" (Rm 12,2; cf. Fil 1,9-11)230. diamo che le cose stanno diversamente. In Gal 1,15-16 l'Apostolo
ricorda l'evento decisivo della strada di Damasco e ne individua
Ordnung des Heils. Untersuchungen zum Gesetzesverstàndnis des Fruhjudentums, doppiamente il significato nella rivelazione di Gesù come Figlio di
Patmos, Dusseldorf 1971; E.P. Sanders, Jewish Lawfrom Jesus to the Mishnah, Dio e nella missione di annunciarlo tra le genti; ma nulla è detto
SCM, London 1990. Sui suoi rapporti con la Sapienza, cf. E.J. Schnabel, Law and della Legge, che viene dimenticata proprio nel momento in cui egli
Wisdomfrom Ben Siro to Paul, WUNT 2.16, Mohr, Tùbingen 1985 (che identifica
le due realtà come entrambe preesistenti); G. Boccaccini, The Preexistence of the trapassa da un atteggiamento di persecutore zelante nelle tradizio-
Torah: A Commonplace in Second Tempie Judaism, or a Later Rabbinic Develop- ni dei padri a un'adesione incrollabile al Cristo. In Fil 3,7-11, in-
ment?, Henoch 17 (1995) 329-350 (che considera la loro identificazione in Sir 24
come puramente funzionale sul piano storico, mentre di preesistenza della Torah vece, dove viene interpretato il senso esistenziale del medesimo tra-
si parla solo nel rabbinismo a partire dal TgN su Gn 3,24). passo, la Legge viene menzionata, ma per dire paradossalmente che
228
L'unico confronto potrebbe farsi con le parole violente pronunciate da Zimri essa prima era per Paolo "un guadagno" (xépSTj), mentre poi di-
(ucciso poi da Pincas) nel deserto dell'esodo secondo FI. Giuseppe, Ant. 4,145-149
(con riferimento al racconto di Nm 25): "Osservale tu, o Mosè, queste leggi che venne "una perdita" (C*ipuoc); anzi, con accenti emotivi che tradi-
sei stato impaziente di emanare,... per procurare a noi l'inganno e a te il comando scono l'incisività dell'esperienza vissuta, egli confessa: "Tutto or-
con il pretesto di leggi addirittura di Dio, sottraendoci la dolcezza della vita e la
decisione personale...".
229
Cf. R. Penna, Legge e libertà nel pensiero di S. Paolo, in J. Lambrecht, ed.,
The Truth of the Gospel (Galatians 1:1-4:11), Monogr. Ser. "Benedictina", Bibl.- ze") non vanno maggiorati, dato che in entrambi i casi l'affermazione viene limita-
Ecum. Sect. 12, St. Paul's Abbey, Rome 1993, pp. 249-276 qui 253. Per una valu- ta in funzione di Israele (cf. LAB 11,1 : "... e glorificherò il mio popolo più di tutte
tazione più positiva, ma a mio parere difficilmente difendibile, cf. J.M. Diaz-Rodelas, le nazioni"; 2Bar. 48,40: "... e non conobbero la mia legge per il loro orgoglio").
231
Pablo y la ley. La novedad de Rm 7,7-8,4 en el conjunto de la reflexión paulina Accenniamo appena che non basta richiamarsi né al Gesù terreno (che Pao-
sobre la ley, Verbo Divino, Estella 1994. lo non cita mai per fondare le sue tesi) né al caso-Stefano (che riguarda soprattutto
230
Discutibile è la posizione di K. Finsterbusch, Die Thora als Lebensweisung il valore del Tempio).
232
fùr Heidenchristen. Studien zur Bedeutung der Thora fiir die paulinische Ethik, II punto di svolta è segnato da W.G. Kummel, Ròmer 7 und die Bekehrung
SUNT 20, Vandenhoeck, Gòttingen 1996, secondo cui la Legge sarebbe stata data des Paulus, "Untersuchungen zum Neuen Testament" 17, Hinrichs, Leipzig 1929.
anche per le nazioni: occorre infatti rilevare che i testi addotti da LAB 11,1 ("Darò 233
Cf. F. Watson, Paul, Judaism and the Gentiles. A Sociologica! Approach,
la luce al mondo,... stabilirò la mia alleanza con i figli degli uomini") e da 2Bar. SNTS MS 56, University Press, Cambridge 1986 (recensione critica di W.S. Camp-
48,40 ("Ciascuno degli abitanti della terra sapeva, quando commetteva scelleratez- bell, in ScottJournTheol Al [1989] 457-467).
178
L'APOSTOLO PAOLO CRISTO E LA LEGGE 179

mai reputo una perdita a motivo della sovraeminente conoscenza mandate (su cui cade comunque un giudizio positivo), non giunse
di Cristo Gesù mio signore, a causa del quale tutto è andato in per- in realtà a ottenere ciò per cui essa era stata data, cioè la vita piena
dita e ritengo spazzatura, per guadagnare lui ed essere trovato in con Dio, non solo perché la considerò a un livello troppo naziona-
lui, non avendo come mia giustizia quella che viene dalla Legge listico (così Dunn) ma anche perché la concentrazione sulle opere
ma quella che è mediata dalla fede in Cristo"234. gli precluse quella prospettiva di fede (cf. Rm 9,32a; 3,27) che in-
Come si vede, punto di partenza per la svolta della sua vita non vece trionfa appieno nell'evento-Cristo e nell'adesione a lui. Ecco
è né una riflessione sui limiti della Legge e la sua insopportabilità perché, a differenza dei Gentili, i Giudei "inciamparono nella pie-
né un ripiegamento su di sé e sulle proprie insufficienze nell'osser- tra d'inciampo" quale per loro appunto si rivelò il Cristo (Rm
varla. C'è invece la persona di Gesù Cristo. Evidentemente secon- 9,32b-33 con citazione di Is 28,16; 8,14)237. Per l'Apostolo infatti
do Paolo è stato lui a mettere in scacco la Legge e a proporsi come resta verissima l'audace espressione di Isaia: "Sono stato trovato
la sua vera alternativa. Secondo il fortunato slogan di Sanders, per da coloro che non mi cercavano" (Rm 10,20 = Is 65,1). Dio infat-
Paolo "la soluzione precede il problema" nel senso che "non v'è ti in Cristo ha dimostrato di percorrere "sentieri ininvestigabili"
ragione di pensare che Paolo sentisse il bisogno di un salvatore uni- (Rm 11,33; cf. ICor 1,19-21), per conoscere i quali occorre una
versale prima di essere convinto che Gesù lo era"235. Detto in ter- disponibilità totale e non prevenuta all'inatteso.
mini astratti, la suddetta critica paolina alla Legge non si basa né Si comprende allora l'assioma lapidario di Rm 10,4: "Fine della
su di una toralogia né su di una antropologia, ma nient'altro che Legge è Cristo per la giustizia di chiunque crede". Per quanto si
sulla cristologia. In concreto ciò significa che Paolo non trova nulla discuta se il termine greco xiXoc, vada inteso come "la fine" piutto-
da ridire sulla Legge in quanto tale; essa all'origine è davvero "buo- sto che come "il fine", il senso generale della frase è sufficiente-
na, spirituale e santa" (Rm 7,12.14.16), poiché i suoi comanda- mente chiaro: Cristo e la Legge non stanno insieme238. Dove arri-
menti sono dati "per la vita" (Rm 7,10) e per la "giustificazione" va l'uno, l'altra deve cedere il passo; come principi salvifici essi
(Rm 9,31). Ma essa non regge il confronto con Cristo! Solo alla sono alternativi, così come sono alternativi i loro corrispettivi, fe-
luce feconda della fede in lui e della partecipazione alla sua morte de e opere (cf. Gal 2,16; Rm 3,28)239. Ed è probabile che quando
e alla sua vita, appare evidente a Paolo che lo scopo della Legge Paolo parla della Legge la intenda in senso globale, appunto come
era irraggiungibile (cf. Rm 8,3: TÒ àSuvaxov TOG vóyiou, "l'incapacità principio di giustificazione, senza adottare la distinzione tra pre-
della Legge")236. La frase sibillina che si legge in Rm 9,31 (lett.: cetti morali e cerimoniali, che è solo tardiva e non di matrice
"Israele, perseguendo una legge di giustizia, non pervenne alla leg- giudaica240. Del resto Paolo si era già ripetutamente espresso in
ge") è scritta secondo una precomprensione cristiana: Israele, pur
venerando la Legge e sforzandosi di osservare le opere da essa co-
237
Cf. W. Reinbold, Paulus und das Gesetz. Zur Exegese von Róm 9,30-33, BZ
38 (1994) 253-264.
238
234
Analogamente in 2Cor 3,4-18 all'Antica Alleanza Paolo riconosce un suo Cf. R. Badenas, Christ the End of the Law. Romans 10.4 in Pauline Per-
splendore proprio (8ó?a), che però in Cristo e solo in lui viene superato. Vedi V. spective, JSNT Suppl. 10, JSOT Press, Sheffield 1985; B.L. Martin, Christ and
Koperski, The Knowledge of Christ Jesus my Lord. The High Christology ofPhi- the Law, pp. 129-134; S.R. Bechtler, Christ, the T£Xo<; of the Law: The Goal of
lippians 3:7-11, "Contributions to Biblical Exegesis and Theology" 16, Kok Pha- Romans 10:4, CBQ 56 (1994) 288-308; A. Gignac, Le Christ, xéXos de la Loi (Rm
ros, Kampen 1996. 10,4); une lecture en termes de continuité et de discontinuité, dans le cadre du pa-
235
E.P. Sanders, Paolo e il giudaismo palestinese, pp. 606-613, qui 608. radigme
239
paulinien de l'élection, Science et Esprit 46 (1994) 55-81.
236
L'espressione paolina riguarda l'incapacità della Legge non a promuovere Parafrasando dai Vangeli il detto della fonte Q, in cui Gesù afferma: "Qui
un comportamento etico, ma a dare la giustizia e la vita; in questo senso va anche c'è più di Salomone... più di Giona" (Le 11,31-32/Mt 12,42.41), o quello mattea-
il connesso sintagma TÒ 8txaiw[xa xou vó(Aou, "il giusto intento della Legge" (Rm 8,4), no in cui egli dichiara: "Qui c'è qualcosa più grande del Tempio" (Mt 12,6), si
che solo lo Spirito di Cristo porta all'attuazione; cf. R. Penna, Legge e libertà, pp. potrebbe
240
dire analogamente che per Paolo Gesù è "più grande della Legge".
265-267; N.T. Wright, The Climax of the Covenant. Christ and Law in Pauline In favore della distinzione, cf. B.L Martin, Christ and the Law, pp. 32-34
Theology, T&T Clark, Edinburgh 1991, p. 202. Inaccettabile invece è l'esegesi di (con altri Autori). Contro: E.P. Sanders, Judaism: Practice and Belief, 63 BCE-
K. Finsterbusch, Die Thora als Lebensweisung fiir Heidenchristen, pp. 174-176, 66CE, SCM Press, London 1992, p. 194; R. Penna, L'apostolo Paolo, pp. 501-502.
che non tiene esattamente conto del testo, secondo il quale il "compimento" della L'intangibilità di tutta la Legge, anche a costo della vita, è ben espressa dagli enco-
Legge non è operato da noi ma avviene in noi, e quindi è un fatto di grazia. mi che ne fa FI. Giuseppe, Contro Ap. 1,42-43, ecc.; e nell'apocrifo 4Mac 5,20-21
è detto con chiarezza a proposito dei cibi impuri: "Trasgredire la Legge in cose
180 181
L'APOSTOLO PAOLO I TITOLI CRISTOLOGIA

termini molto generali e onnicomprensivi: "Non voglio annullare la blema che lo riguarda è che esso tende ormai a perdere il suo origi-
grazia di Dio, poiché se la giustizia viene attraverso la Legge, allora Cri- nario valore titolare di «Messia» e a diventare sempre più un sem-
sto è morto invano" (Gal 2,21); "Non siete più sotto la Legge ma sot- plice nome proprio di persona, non solo quando è accostato in cop-
to la grazia" (Rm 6,14); "La legge dello Spirito e della vita ti ha libe- pia a quello anagrafico di "Gesù" (cf. Rm 1,1 ecc.) ma anche da
rato dalla legge del peccato e della morte" (Rm 8.2)241. Ed è in que- solo (evidente in ICor 1,12). Questo processo iniziò sicuramente
sta luce che assume tutto il suo rilievo l'incisiva enunciazione di Gal già prima di Paolo, poiché il suo comportamento in materia è tal-
5,1: "Per la libertà Cristo ci ha liberati! State dunque saldi e non sot- mente massiccio da far pensare che egli abbia ereditato una prassi
toponetevi di nuovo al giogo della schiavitù". È come dire che la li- già consolidata. Infatti è rarissimo che si possano individuare dei
bertà cristiana, la quale consiste nell'essere sottratti al principio con- casi, in cui il termine conservi un evidente valore di titolo: proba-
dizionatore della Legge (cf. Gal 3,23ss), degli "elementi del mondo" bilmente soltanto in Rm 9,5 ("...dai quali proviene il Cristo se-
(Gal 4,8-9), della carne (cf. Gal 5,13-24), e del peccato (cf. Rm 8,2), condo la carne") e forse in ICor 10,4 ("la pietra che li seguiva era
ha una tipica radice cristologica. Ciò che dicevamo più sopra circa il il Cristo")243. Va comunque fatta una doppia osservazione: se è
riscatto (cf. 4.2.1) va ricordato qui: Cristo ci ha affrancati da tutto ciò vero, da una parte, che Paolo non afferma mai esplicitamente che
che pretende di umiliare la dignità e la responsabilità dell'uomo242. Gesù è il Cristo-Messia promesso nei testi dell'Antico Testamen-
to, dall'altra è pur vero che egli probabilmente presuppone comun-
que l'originario valore titolare del termine per il fatto che non scri-
7. I titoli cristologia ve mai "Signore è Cristo" ma soltanto "Signore è Gesù" (Rm 10,9;
ICor 12,3; o "Signore è Gesù Cristo" in Fil 2,11; o "il Signore
Constatiamo innanzitutto che in Paolo mancano alcuni titoli spe- nostro Gesù Cristo" o simili)244.
cifici della tradizione gesuana: maestro, profeta, figlio dell'uomo, Per comprendere appieno la semantica del titolo-nome è impor-
(e servo). L'Apostolo invece desume dalla tradizione cristiana pri- tante avere presenti i suoi ambiti di ricorrenza245. Esso si trova in
mitiva soltanto tre titoli fondamentali, che sono anche i più usati connessione con:
nelle sue lettere; ad essi si aggiunge poi una serie di altre qualifiche - formule di fede nelle loro varie enunciazioni, sempre associa-
cristologiche esclusivamente sue.
te ai cosiddetti Heilsbegriffe, o concetti pertinenti all'evento salvi-
fico, come sono la croce, i patimenti, la risurrezione, il corpo-
sangue, lo Spirito, l'agape, la gloria, la liberazione, la riconcilia-
7.1 Reimpiego dei titoli tradizionali
243
Questa in sostanza è la conclusione dell'analisi condotta da W. Kramer, Chri-
7.1.1 Cristo (Xpicrcós). È l'appellativo più frequente (ca. 270 vol- stos Kyrios Gottessohn. Untersuchungen zu Gebrauch und Bedeutung der christo-
logischen Bezeichnungen bei Paulus und den vorpaulinischen Gemeinden, ATANT
te, a cui se ne aggiungono 114 nelle lettere deuteropaoline). Il pro- 44, Zwingli, Zùrich/Stuttgart 1963, pp. 203-214.
244
piccole o grandi ha lo stesso peso ({aoSóvajxóv ioriv) perché in ambedue i casi la Leg- Cf. M. Hengel, Erwagungen zum Sprachgebrauch von Xpurtó? bei Paulus und
in der "vorpaulinischen" Uberlieferung, in M.D. Hooker e S.G. Wilson, edd., Paul
ge risulta disprezzata in uguale misura (ó[ioiùì<;)" (cf. C. Kraus Reggiani, 4 Macca- and Paulinism. Essays in honour ofC.K. Barrett, SPCK, London 1982, pp. 135-158
bei, Marietti, Genova 1992, pp. 95-96). qui 138-139. Questo comportamento va confrontato con l'uso giudaico della for-
241 mula "l'Unto del Signore" (Lm 4,20; Ps. Sai. 17,32; cf. Ap 12,10), che in Le 2,11
In quest'ultimo testo il termine "legge" va probabilmente inteso in senso ge- diventa addirittura "l'Unto Signore"! Altrove nel Nuovo Testamento l'associazio-
nerale come "principio, criterio": cf. H. Ràisànen, Paul and the Law, pp. 50-52 ne dei due titoli si trova solo in lPt 3,15 ("Santificate nei vostri cuori il Cristo co-
(contro H. Hùbner e altri). me Signore", che è rilettura di Is 8,13); in ib. 2,3 la citazione di Sai 33,9 LXX ("Gu-
242
Sul tema, cf. K. Niederwimmer, Der Begriff der Freiheit im Neuen Testa- state come è buono [ys>f\<rz6<;] il Signore") è stata variata in molti codici per un sem-
ment, TBT 11, Tòpelmann, Berlin 1966; A. Gùemes, La libertad en San Pablo, plice fenomeno di iotacismo: "Gustate come Cristo lxpt<reó<;] è il Signore"! Una
Universidad de Navarra, Pamplona 1971; F. Stanley Jones, "Freiheit" in den Briefen buona discussione di tutta la problematicafilologicae storica inerente al titolo-nome
des Apostels Paulus. Eine historische, exegetische und religionsgeschichtliche Stu- (compresa la variante Chrestós) si può trovare in M. Karrer, Der Gesalbte. Die Grund-
die, GTA 34, Vandenhoeck, Gòttingen 1987; S. Vollenweider, Freiheit als neue lagen des Christustitels, FRLANT 151, Vandenhoeck, Gòttingen 1991, pp. 48-81.
Schòpfung (cit.); H. Ràisànen, Freiheit vom Gesetz im Urchristentum, ST 46 (1992) 245
55-67; R. Penna, Legge e libertà, pp. 263-270. Riprendiamo a grandi linee le analisi di W. Kramer, Christos Kyrios Gottes-
sohn, pp. 131-148.
182 183
L'APOSTOLO PAOLO I TITOLI CRISTOLOGICI

zione, la giustificazione, la fede; per esempio, non si dice "i pati- 7.1.2 Signore (xupio<;)248. Lo spoglio statistico di questo titolo fa
menti del Signore, ò del Figlio" ma "i patimenti di Cristo" (2Cor problema quanto alla sua semantica, poiché delle 190 occorrenze
1,5; Fil 3,10) ecc. Dunque "Cristo" designa la persona dell'evento nelle lettere autentiche (altre 82 sono nelle deuteropaoline) una buo-
salvifico; na parte si riferisce direttamente a Dio, conformemente del resto
- locuzioni ecclesiologiche, siano esse di tipo individuale (cf. apo- alla tradizione giudaica da cui proviene249.
stolo, servo, diacono: sempre "di Cristo") o comunitario (tipico Gli impieghi cristologici innegabili sono quelli in cui il titolo è
è il sintagma "corpo di Cristo"; ma cf. chiamati, eredi, voi [per unito o al nome di Gesù o a quello di Cristo o a tutti e due insieme.
indicare appartenenza, come "quelli di Cristo": ICor 15,23]) an- In questo senso, disponiamo solo di 64 casi assolutamente sicuri
che in riferimento al costitutivo della vita cristiana (cf. "in Cristo"); (per esempio Rm 14,14: "Io so e sono persuaso nel Signore Ge-
- espressioni parenetiche; in questo caso possiamo avere il co- sù"; ICor 9,1: "Non ho io visto il Signore Gesù?"; 2Cor 8,9: "Co-
siddetto 'schema di conformità' (cf. Rm 15,2-3.7: "Accoglietevi noscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo"; lTs 3,13: "Nel-
gli uni gli altri come Cristo accolse voi"), dove appare con chia- la parusìa del Signore nostro Gesù"). Ad essi però ne vanno certa-
rezza che l'etica ha un fondamento cristologico, consistente nel- mente aggiunti altri, che individuiamo in base ad alcuni criteri.
l'opera salvifica di Cristo; il rapporto individuale con lui come senso - (1) Il riferimento cristologico risulta inevitabile dalla frase in
di tutta la vita è ben espresso sia nella frase di tipo mistico "non cui è inserito, come per esempio: "...non avrebbero crocifisso il
sono più io che vivo ma Cristo vive in me" (Gal 2,20) sia in quella Signore della gloria" (ICor 2,9); "Dio risuscitò il Signore" (ICor
di tipo impegnato "per me vivere è Cristo" (Fil 1,21); 6,14); "ordino non io ma il Signore" (ICor 7,10, con riferimento
- la parusìa (solo in ICor 15,23; cf. anche "il giorno di Cristo": al precetto gesuano sul matrimonio indissolubile; così analogamente
Fil 1,6.10; 2,16). 7,12.25 e 9,14); "il calice del Signore" (ICor 10,21; ll,27a); "il
Il termine, come si vede, viene caricato di uno spessore semanti- corpo e il sangue del Signore" (ICor 11,27b); "annunciate la mor-
co straordinario, che non ha nessuna corrispondenza con la prassi te del Signore" (ICor 11,26); "i fratelli del Signore" (ICor 9,5 e
linguistica messianica del giudaismo (da cui esso pur proviene)246. Gal 1,19). Lo stesso vale per l'intera pericope Rm 14,6-9 dove il
Dire "Cristo", o da solo o unito al nome "Gesù", significa far titolo è presente ben sei volte ed è condizionato dal tema pasquale
riferimento al protagonista concreto degli eventi salvifici e di con- del morir e-vivere di Cristo: da lui come Signore prende senso an-
seguenza all'oggetto essenziale della fede e al dato distintivo dell'i- che la vita e la morte del cristiano.
dentità cristiana che da lui dipende247. Esso riassume in sé gli - (2) Il frequente sintagma èv xopuo, "nel Signore" (ben 30 volte;
aspetti funzionali fondamentali della persona di Gesù nell'evento cf. Rm 16,2; ICor 7,22; 2Cor 2,12; Gal 5,10; Fil 1,14; lTs 3,8;
della salvezza. Fm 16), quasi certamente va ritenuto cristologico; infatti, nono-

248
246
II problema storico di sapere come mai un ex fariseo come Paolo, che non Sulla sua origine storica, cf. sopra: cap. I, 3.2.1. Più in generale, cf. W. Kra-
solo era abituato fin da sempre a usare il termine soltanto in senso titolare ma che mer, Christos Kyrios Gottessohn, pp. 61-103 e 149-181; L.W. Hurtado, Lord, in
addirittura aveva perseguitato la prima comunità cristiana proprio perché non sop- G.F. Hawthorne - R.P. Martin, Dictionary of Paul and His Letters, InterVarsity,
portava lo scandalo di un Messia crocifisso, possa dispiegare nelle sue lettere un Downers Grove 1993, pp. 560-569.
impiego di questo genere, si può spiegare solo pensando anche a una sua forte 'con- 249
Ciò è ben evidente là dove si fa riferimento a un passo biblico con la formu-
versione linguistica', resa possibile dall'evento di Damasco e dalla viva eredità del- la "dice il Signore" (cf. Rm 14,11; ICor 14,21) o dove il titolo ricorre nello stesso
la chiesa siro-palestinese; del resto, solo la distanza cronologica tra Damasco e le testo della citazione biblica (cf. Rm 15,11 con Sai 117,1: "Lodate genti tutte il Si-
lettere (ca. vent'anni) può dar conto del fatto che questa nuova prassi linguistica gnore"; ICor 3,20 con Sai 95,11: "Il Signore sa che i pensieri dei sapienti sono
si sia imposta fino al punto da diventargli completamente familiare. vani" ecc.) o viene riecheggiato un testo biblico (cf. lTs 4,6: "Il Signore è vindice
247
Non per nulla i suoi seguaci sono stati detti (da altri!) "cristiani", xpi<"ia- di tutte queste cose", che richiama Dt 32,35 e Sai 94,1-2; così ICor 1,31 e 2Cor
voi, e non «gesuani» o altro. Cf. O. Montevecchi, Nomen christianum, in R. Can- 10,17 richiamano Ger 9,23: "Chi si vanta si vanti nel Signore"). Cf. L. Cerfaux,
talaméssa e L.F. Pizzolato, a cura, Paradoxos politela. Studi patristici in onore di Kyrios dans les citations pauliniennes de VAncien Testament, ETL 20 (1943) 5-17
G. Lazzari, Vita e Pensiero, Milano 1979, pp. 485-500; M. Karrer, Der Gesalbte,
pp. 48-87; J. Taylor, Why were the Disciplesfirst called "Christians" at Antioch? ( = Recueil Cerfaux, I, Gembloux 1954, pp. 173-188. Notiamo a parte che solo un
(Acts 11,26), RB 101 (1994) 75-94. paio di volte il termine ha valore religioso-pagano o profano (cf. Rm 14,4; ICor
8,5; Gal 4,1).
185
184 L'APOSTOLO PAOLO
I TITOLI CRISTOLOGICI

In altri casi il significato sembra oscillare tra una portata teo-


stante che un paio di volte sia una ripresa veterotestamentaria (cf.
ICor 1,31 e 2Cor 10,17, che richiamano Ger 9,23), esso non solo logica in senso stretto e quella più propriamente cristologica. Per
è parallelo a "in Cristo" (cf. sopra), ma almeno una volta si trova esempio, ci si può chiedere che valenza abbia il titolo in frasi come
specificato "nel Signore Gesù" (lTs 4,1). queste: "servite il Signore" (Rm 12,11), "consapevoli del timore
del Signore" (2Cor 5,11), "il Signore vi faccia crescere e abbonda-
- (3) In alcune citazioni bibliche il titolo appare addirittura in-
terscambiabile tra Dio e Gesù Cristo. Ciò è evidente in Rm 10, do- re nell'amore" (lTs 3,12) ecc. Tuttavia, il contesto cristologico delle
ve prima si richiama la confessione di fede "Gesù è Signore" (v. ricorrenze favorisce una prevalenza di questo tipo di lettura, che
9) per dire che essa è fatta "per la salvezza" (v. 10) e poi si cita comunque sulle 190 attestazioni è certamente maggioritario.
il testo profetico di Gioele 3,5: "Chiunque invocherà il nome del La portata cristologica del titolo appare evidente e addirittura
Signore sarà salvo" (v. 13); evidentemente in quest'ultimo verset- stridente là dove esso è accostato ma distinto dal riferimento a
to il titolo, che all'origine ha solo significato teo-logico, passa sor- " D i o " (cf. per esempio ICor 6,14). Lo si vede bene nella dichiara-
prendentemente a qualificare la persona di Gesù. Lo stesso vale zione fondamentale di ICor 8,6:
per i testi di: (a) Ger 9,23 in ICor 1,31; 2Cor 10,17; (b) Is 40,13
in ICor 2,16; (e) Sai 24,1 in ICor 10,26. Si tratta di un vero tra- "Per noi c'è un solo Dio, il Padre,
passo semantico, che suggerisce inevitabilmente una cristologia da cui provengono tutte le cose e noi siamo per lui;
«alta» 250 . e c'è wn solo Signore, Gesù Cristo,
- (4) Il sintagma di origine veterotestamentaria rjuépa xuptou, "gior- mediante il quale sono tutte le cose e noi siamo mediante lui".
no del Signore" (cf. yòm yhwh in Am 5,18.20; Sof 1,14; GÌ 3,4; A monte di questa confessione252 è inevitabile scorgere lo Semcf,
Is 2,12; Ez 30,3), pur mantenendo qualche volta l'originario senso la confessione fondamentale della fede ebraica: "Ascolta, Israele:
teo-logico (cf. Rm 2,5: "giorno dell'ira e della manifestazione del il Signore nostro Dio è un Signore unico" (Dt 6,4 LXX: xupux; ó
giusto giudizio di Dio"; anche 2,16), acquista ormai una evidente Beò? TIIXWV xópux; et? iaxiv). Come abbiamo già intravisto in Fil 2,11
connotazione cristologica nell'espressione "giorno del Signore no- (cf. sopra: 3.6, C), l'enorme e scandalosa novità cristiana consiste
stro Gesù Cristo" (ICor 1,8; cf. 2Cor 1,14) o più semplicemente nello spezzare in qualche modo il ferreo monoteismo ebraico, in-
"giorno di Cristo" (Fil 1,6.10; 2,16); perciò, anche quando resta troducendo una inedita distinzione tra le qualifiche di "Dio" e "Si-
la dizione tradizionale "giorno del Signore" (ICor 5,5; lTs 5,2.4) gnore", che invece là coincidono perfettamente. Una confessione
siamo in diritto di scorgervi una dimensione cristologica. Ciò si con- analoga si potrebbe reperire in Filone Alessandrino, quando scri-
ferma sia nell'uso del termine parousia (detta "di Cristo": ICor ve di onorare "come padre Colui che ha generato il mondo e co-
15,23; "del Signore Gesù": lTs 2,19; 3,13; 5,23; "del Signore": me madre la Sapienza mediante la quale è stato compiuto l'u-
lTs 4,15) sia nelle frasi circa la sua venuta futura (cf. ICor 4,5: niverso" 253 . Le affinità, sia nella costruzione bimembre sia nelle
"Non giudicate prima del tempo finché venga il Signore"; 11,26:
"Annunciate la morte del Signore finché egli venga"; Fil 4,5: "Il 252
Oltre ai Commenti (soprattutto quelli di W. Schrage, C. Wolff, G. Barba-
Signore è vicino"; lTs 4,17: "Saremo rapiti nelle nubi per anda- glio), cf. A. Feuillet, Le Christ Sagesse de Dieu d'après les épitres pauliniennes,
re incontro al Signore nell'aria, e così saremo sempre con il Si- EB, Gabalda, Paris 1966, pp. 59-85; J.Murphy-O'Connor, / Cor 8.6: Cosmology
or Soteriology, RB 85 [1978] 253-267); J.D.G. Dunn, Christology in the Making,
gnore") 251 . pp. 179-183. A questa formulazione andrebbero accostati i saluti iniziali di quasi
tutte le lettere (cf. Rm 1,7b: "Grazia a voi e pace da Dio padre nostro e dal Signore
Gesù Cristo"; ICor 1,3; 2Cor 1,2; Gal 1,3; Fil 1,2; Fm 3); lo stesso vale per le deu-
teropaoline (con l'eccezione di Col 1,2 che menziona solo Dio e di Tt 1,4b che inve-
250 p e r l'analisi di tutti questi casi, vedi D.B. Capes, Old Testament Yahweh
Texts in Paul's Christology, pp. 115-145, e anche C. J. Davis, The Name and Way ce di "Signore" ha il titolo "Salvatore").
253
of the. Lord. Old Testament Themes, New Testament Christology, JSNT Suppl. Det. pot. 54 (rcorcépa (xév xòv -yevvtaav-ta xòv xóa[iov, (iTytépa 8è rr)v aocpiav, 8i'rj?
129, Academic Press, Sheffield 1996. òmeteXéaOr) xòrocv).In altri passi Filone Al. definisce il Logos addirittura come 8tuxepo<;
251 9tó?, come quando dice che "nulla di mortale può essere fatto a somiglianza dell'u-
Vedi L. J. Kreitzer, Jesus and God in Paul's Eschatology, JSNT Suppl. 19, nico Altissimo e Padre dell'universo ma (solo) a somiglianza del secondo dio che
JSOT Press, Sheffield 1987 (cf. p. 116: "a conceptual overlap between God and
Christ"). è il suo Logos" (Quaest. in Gen. 2,62) e a lui attribuisce il titolo di " d i o " ma senza
186 L'APOSTOLO PAOLO I TITOLI CRISTOLOGICI 187

funzioni dei rispettivi soggetti, portano a ritenere che Paolo qui 208)257. Ma, come abbiamo visto, Paolo corregge contestualmen-
intenda il titolo cristologico di Signore alla luce dell'ipostasi della te questa concezione poiché ritiene che Gesù sia Figlio da sempre;
Sapienza. Come Signore perciò Gesù Cristo, che tuttavia non è so- lo si vede bene in lTs 1,10: benché questo sia l'unico altro caso
lo una personificazione ma una vera persona, sulla linea della tra- in cui il titolo è connesso con la risurrezione, tuttavia colui che Dio
dizione sapienziale acquista una interessante connotazione di pree- "risuscitò dai morti" è già connotato come "Figlio suo"!
sistenza (contro Dunn, che sottolinea solo la sua signoria presen- Da parte sua, oltre al citato contesto di risurrezione, l'Apostolo
te); in più, gli viene riconosciuta una mediazione che non è solo orchestra l'uso del titolo su diversi registri.
soteriologica ma anche cosmologica (contro Murphy-O'Connor). - Formule di missione. Nei due testi di questo tipo (Gal 4,4;
In definitiva è proprio il tema della mediazione a impedirci di pen- Rm 8,3) si possono rilevare tre costanti: (a) essendo Dio l'invian-
sare che venga infranto il monoteismo della fede israelitica254. te, si desume un accenno discreto alla preesistenza del Figlio; del
La semantica cristiana del titolo si coglie meglio se notiamo i con- resto, i verbi usati sia in Gal 4,4 (ifc-cécntetXev) sia in Rm 8,3 (7téjx-
testi in cui esso occorre. Sono sostanzialmente due: le acclamazio- CJNXC) richiamano quelli che si trovano in Sap 9,10.17 dove si chie-
ni, con le quali il cristiano manifesta nel modo più semplice la sua de l'invio della Sapienza dai cieli258; (b) lo scopo dell'invio ha
identità riconoscendo Gesù come Signore suo e del mondo (cf. Rm a che fare con la redenzione dalla Legge, anche se in Rm 8,3
10,9; ICor 8,6; 12,3; 16,22; Fil 2,11); e le espressioni parenetiche, essa è aggravata dalla sua connessione con il peccato; (e) il risul-
da cui risulta che, al di fuori del Cristo, il battezzato non ha altri tato è comunque quello di costituire i beneficiari nella insperata
'signori' a cui rendere omaggio, ma vive tutta la sua esistenza in condizione di "figli adottivi" (Gal 4,6; Rm 8,15)259. Si può sup-
immediato rapporto con lui (cf. ICor 7,10.32: "come piacere al porre che l'impiego del titolo in questi contesti sia la totale fidu-
Signore") 255 . cia riposta nel "figlio" in quanto tale e quindi nella certezza che
7.1.3 Figlio di Dio (utò? GeoG). Curiosamente questo titolo, a dif- egli avrebbe ottenuto l'effetto desiderato (cf. analogamente l'in-
ferenza dei precedenti e a dispetto della sua portata apparentemente vio del figlio nella parabola sinottica dei vignaioli omicidi: Me
molto forte, è rarissimo; infatti si riscontra solo 15 volte (Rm 12,6 parr.).
1,3.4.9; 5,10; 8,3.29.32; ICor 1,9; 15,28; 2Cor 1,19; Gal 1,16; 2,20; - Formule di donazione. Esse integrano le precedenti, in quan-
4,4.6; lTs 1,10; inoltre: Col 1,13; Ef 4,13)256. Il suo impiego nel- to si evidenzia la dimensione di benevolenza insita sia nel gesto
la chiesa pre-paolina è testimoniato soprattutto da Rm l,3b-4a, della missione sia nel suo scopo. L'atto del donare può avere
dove è impiegato nell'ottica di una cristologia 'adozionista' legata come soggetto Dio (Rm 5,10; 8,32; qui si può intravedere lo schema
alla risurrezione come intronizzazione regale (cf. voi. I, pp. 201-
257
Non è affatto certo invece che anche il testo di lTs 1,9-10 ("vi siete conver-
articolo determinativo, che è riservato al Dio unico (cf. Somn. 1,227-233). Contro titi a Dio dagli idoli, per servire il Dio vivo e vero e per attendere /'/ Figlio suo dai
analoghe correnti di pensiero, che possono anche parlare di un Angelo o di altre cieli, che egli risuscitò dai morti, Gesù, che ci libera dall'ira ventura") appartenga
figure divine (come il Metatron e la Merkabah), polemizza poi la letteratura rabbi- alla tradizione protocristiana, come qualcuno vorrebbe (E. Best, U. Wilckens); in-
nica quando rifiuta l'esistenza di "due poteri nel cielo" (setè r'sùyót bàiiamayim); negabile piuttosto è la presenza di un linguaggio d'impronta giudaica (cf. T. Holtz,
cf. sopra: nota 41. Der erste Briefan die Thessalonicher, EKK XIII, Benziger-Neukirchener, Zurich-
254
Cf. R. Penna, Infrazione e ripresa del rapporto Legge-Sapienza in Paolo, Neukirchen 1986, pp. 54-62; P. Iovino, La prima lettera ai Tessalonicesi, SOC 13,
in Id., L'apostolo Paolo, pp. 519-549 specie 535-538. Dehoniane, Bologna 1992, pp. 107-114; vedi anche R. Penna, Pentimento e con-
255
"Qui non entra in considerazione l'evento salvifico del passato, ma il vin- versione, pp. 87-88).
colo esistente fra gli atti concreti del presente e il Kyrios... In tutti gli ambiti 258
II testo suona così: "Inviala (è&xmóoTeiXov) dai cieli santi e mandala (rcé|A(|>ov)
della vita la comunità o il cristiano si trovano confrontati con il Kyrios, al quale dal trono della tua gloria... Il tuo consiglio chi lo ha conosciuto, se tu non gli hai
essi appartengono totalmente" (W. Kramer, Christos Kyrios Gottessohn, pp. 168 dato la sapienza e non hai mandato (tnt\i^a.c;) il tuo santo spirito dall'alto?".
e 180). 259
Cf. M. Hengel, Il figlio di Dio. L'origine della cristologia e la storia della
256
Circa il suo impiego gesuano e il suo sfondo culturale cf. voi. I, pp. 143-153. religione giudeo-ellenistica, SB 67, Paideia, Brescia 1984 (orig. ted., Tubingen
In generale, cf. W. Kramer, Christos Kyrios Gottessohn, pp. 105-125 e 183-193; 2
1977), pp. 32-38; E. Schweizer, Was meinen wir eigentlich, wenn wirsagen "Gott
L.W. Hurtado, Son ofGod, in Dictionary of Paul and His Letters, pp. 900-906; sanate seinen Sohn..."?, NTS 37 (1991) 204-224; M. Adinolfi, L'invio del Figlio
M. Theobald, 'Sohn Gottes' als christologische Grundmetapher bei Paulus, TQ 174 in Rm 8,3, in Id., // Verbo uscito dal silenzio. Temi di cristologia biblica, Dehonia-
(1994) 185-207.
ne, Roma 1992, pp. 95-117.
188 L'APOSTOLO PAOLO 1 TITOLI C R I S T O L O G I A 189

giudaico della caqedah: cf. più sopra) o Cristo stesso (Gal 2,20)260. 7.2 Titoli nuovi
- Contenuto dell Evangelo. In quattro testi è in qualità di Figlio
di Dio che Gesù appare come contenuto dell'annuncio, tra cui quel- Andando oltre la tradizione ricevuta, pur già elaborata con ori-
lo concernente il fondamentale evento di Damasco (Gal 1,16; e poi ginalità, Paolo ha occasione di designare Gesù con una titolatura
Rm 1,3.9; 2Cor 1,19). propria. Ne ricordiamo tre forme262.
- Connotazione della novità antropologica. La "comunione del 7.2.1 "Ultimo Adamo" (ò eoxaxo.; 'ASà^x: ICor 15,45b)263. Pao-
Figlio suo", anche se avrà una piena realizzazione escatologica lo sviluppa una originale tipologia antitetica Adamo-Cristo in due
(ICor 1,9), connota già l'esistenza storica del cristiano ed è con- contesti e con due angolature diverse e complementari, (a) In ICor
nessa con il dono dello Spirito del Figlio nel battesimo (Gal 4,6); 15,21-22.45-49 l'attenzione s'incentra sul fatto rispettivamente della
è a questo titolo che si connette il tema dell'adozione filiale dei bat- morte (fisica) e della risurrezione di tutti gli uomini, (b) In Rm 5,12-
tezzati: essi costituiscono una sola famiglia di figli di Dio tra i quali 21 invece la prospettiva è amartiologica e riguarda l'antitesi tra l'in-
Gesù ha il ruolo del primogenito (Rm 8,29)261. vischiamento nel peccato e la redenzione da esso (cf. sopra). In en-
- Contesto di parusìa. Anche in quanto venturo alla fine dei tem- trambi i casi il punto di partenza ermeneutico non è una autono-
pi, Gesù conserva questa qualifica; essa comprende due aspetti di- ma adamologia ma la cristologia. Va anche osservato che Paolo,
versi: l'uno concerne la permanenza di una comunione (ICor 1,9) stabilendo una tipologia con Adamo (e mai con Mosè!), pensa a
tale da garantire il cristiano di fronte all'ira di Dio (lTs 1,10); l'al- livello universalistico e mai nazionalistico.
tro, in quanto riguarda la sottomissione escatologica del Figlio al 7.2.2 "Immagine di Dio" (etxwv 0eou). In 2Cor 4,4 Cristo è esplì-
Padre, sottolinea il teoarchismo e il teotelismo di tutto il processo citamente definito come tale (e Col 1,15 lo ripeterà in un altro con-
di salvezza (ICor 15,28): Gesù non è solo "per noi", egli è anche testo: cf. sotto); il fatto che la metafora non venga spiegata sup-
per Dio. pone che fosse già nota ai destinatari 264 . A monte di questa defi-
Più di ogni altro, questo titolo esprime la vicinanza e l'affinità
di Gesù Cristo con Dio; il suo infatti non è un rapporto di adozio- 262 Accenniamo appena alla qualifica di "roccia (nlxpaì)" che leggiamo in ICor
ne ma di generazione. Con ciò non è detto che solo questo titolo 10,4b: con riferimento all'acqua che dissetava Israele nel deserto (cf. Es 17,1-7; Nm
affermi la divinità di Gesù; se così fosse, sarebbe sorprendente che 20,1-13), Paolo reinterpreta l'episodio col dire che "bevevano da una roccia spiri-
tuale che li accompagnava e quella roccia era il C r i s t o " . Due componenti di questa
essa venga dichiarata tanto raramente, essendo il titolo usato mol- frase hanno paralleli non nella Bibbia m a nel giudaismo del tempo: l'uno riguarda
to poco. Come abbiamo visto, invece, è il titolo Kyrios che impli- il fatto che la roccia "seguisse" il popolo e lo si trova nell'esegesi rabbinica (cf.
ca e suggerisce l'equiparazione di Gesù con Dio. Il titolo di Figlio, tos.Suk. 3,11: " L a roccia saliva con essi sulle montagne e scendeva con essi nelle
valli"; Strack-Billerbeck III, p . 408); l'altro riguarda rallegorizzazione della roc-
in più, esprime il concetto di una relazione che unisce talmente Gesù cia, che è testimoniata in Filone Alessandrino (cf. Leg. 2,86: " L a roccia dura è la
a Dio da impedire che egli come Signore venga considerato un se- Sapienza di Dio..., da cui egli abbevera le anime che amano D i o " ; cf. Sir 15,3).
condo Dio. L'originale rilettura cristologica di Paolo, oltre a confermare la prospettiva sapien-
ziale della sua riflessione su Cristo, manifesta anche l'idea che egli si faceva dell'in-
tima unità fra i due Testamenti (cf. A . Feuillet, Le Christ Sagesse de Dieu, p p .
87-111).
260 Anche qui non si può escludere lo schema della caqedàh, poiché in alcuni testi 263
Cf. R. Penna, Cristologia adamica e ottimismo antropologico in ICor
giudaici del secolo I, a diversità del silenzio di Isacco in Gn 22, questi parla della 15,45-49, in là., L'apostolo Paolo, p p . 240-268; Id., Il discorso paolino sulle origi-
sua totale disponibilità al sacrificio: cf. LAB 32,3-4 ( " C h e sarebbe successo, se non ni umane alla luce di Gen 1-3 e le sue funzioni semantiche, in RSB 6 (1994) 223-239
fossi nato nel m o n d o per essere offerto in sacrificio a colui che mi ha f a t t o ? " ; in specie 229-237.
40,2 la figlia di Jefte dice al padre: " N o n ti ricordi di ciò che accadeva al tempo 264 Oltre a F . W . Eltester, Eikon im Neuen Testament, BZNW 23, Tòpelman,
dei nostri patriarchi, quando il padre disponeva il proprio figlio per l'olocausto e Berlin 1958, e J. Jervell, Imago Dei. Gen. 1,26/. im Spàtjudentum, in der Gnosis
questi non fece obiezioni ma gli obbedì nella gioia?") e FI. Giuseppe, Ant. 1,232 und in den paulinischen Brie/en, F R L A N T 76, Vandenhoeck, Gòttingen 1960, cf.
(Isacco "esclamò: ' N o n sarebbe servito a nulla essere nato, se rifiutassi la decisio- anche C. Spicq, Note di lessicografia neotestamentaria, I, pp. 474-483; H.-J. Klauck,
ne di Dio e del padre mio e non fossi pronto a consegnare me stesso [rcapéxetv aó-róv] Erleuchtung und Verkùndigung. Auslegungsskizze zu 2 Kor 4,1-6, in L. De Loren-
ad entrambi' ...; e si slanciò verso l'altare e verso l'immolazione"). zi, a cura, Paolo ministro del Nuovo Testamento (2Co 2,14 - 4,6), Serie Monogr.
261
Cf. D. Von Allmen, Lafamille de Dieu. La symbolique familiale dans lepau- " B e n e d i c t . " , Sez. Bibl.-Ecum. 9, Abbazia di S. Paolo, Roma 1987, p p . 267-297
linisme, OBO 41, Édit. Univers./Vandenhoeck, Fribourg en S.-Gòttingen 1981, p p . specie 284-286. Va esclusa dalla concezione paolina l'idea platonica secondo cui
166-175.
immagine di Dio è il m o n d o intero (cf. Platone, Tim. 92c).
190 L'APOSTOLO PAOLO LA CRISTOLOGIA COME STRUTTURA DEL PENSIERO PAOLINO 191

nizione si intravedono tre filoni diversi: il primo è il testo di Gn dossologia a Dio (non a Cristo!), che conclude la serie delle pre-
1,26 ("Facciamo l'uomo a nostra immagine e secondo la nostra rogative di Israele enumerate nel v. precedente (cf. anche Rm
somiglianza"; cf. Gn 9,6); il secondo è la definizione della Sapien- 1,25). Il testo allora si dovrebbe leggere così: "il quale è sopra
za come "riflesso della luce perenne, specchio senza macchia del- ogni cosa. Dio (sia) benedetto nei secoli. Amen"; oppure: "Dio,
l'attività di Dio, e immagine della sua bontà" (Sap 7,26); il terzo che è sopra ogni cosa, (sia) benedetto nei secoli. Amen"; o forse
è la prassi orientale ed ellenistica di onorare anche religiosamente meglio: "Colui che è sopra ogni cosa, Dio, (sia) benedetto nei
il sovrano come immagine della divinità265. Il titolo perciò espri- secoli. Amen" (così Thùsing, Kuss, Kàsemann, Wilckens, Dunn,
me un insieme di cose: Cristo non è tanto una copia quanto il rap- Stuhlmacher, Schmithals, de Jonge, Byrne; tra le versioni, la RSV
presentante vivente di Dio; è l'uomo perfetto che inaugura una nuo- e la cattolica New American Bible). L'Apostolo, infatti, non solo
va umanità (cf. 2Cor 5,17); come la Sapienza, egli condivide la stes- non attribuisce mai altrove a Cristo la qualifica secca di " d i o " ,
sa natura di Dio (cf. 2Cor 4,6); infine è degno di un culto di ado- ma in ICor 8,6 distingue chiaramente tra "un solo Dio" (= il
razione religiosa (anche se raramente attestato in Paolo; cf. 2Cor Padre) e "un solo Signore" ( = Gesù Cristo); con ciò egli non
12,8-9). E quando l'Apostolo scrive dei cristiani che sono chiama- nega affatto la divinità a Gesù, ma la afferma in altri modi, allu-
ti ad essere "conformi all'immagine del Figlio suo" (Rm 8,29), in- dendovi piuttosto con i titoli di Kyrios, di Figlio e di Immagine
tende parlare di una effettiva partecipazione alla filiazione di Cri- (vedi sopra) 268 .
sto e ricorda loro l'unico punto di riferimento possibile sul quale
normare la propria identità, non solo in questa vita ma anche in
quella futura (cf. ICor 15,49; Fil 3,21)266. 8. La cristologia come struttura fondamentale del pensiero paolino
7.2.3 "Dio"? In Rm 9,5, secondo le traduzioni correnti, si leg-
gerebbe così: " 5 a Da essi [= gli Israeliti] proviene Cristo secondo Senza l'incontro con Cristo e la riflessione su di lui, non esi-
la carne, 5begli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. sterebbe alcuna specifica teologia paolina. Non lo studio delle
Amen" (CEI, BJ, TOB, la Einheitsùbersetzung; inoltre: Cullmann, Scritture da sole né tantomeno la semplice considerazione della
Leenhardt, Schlier, Morris, Fitzmyer)267. Grammaticalmente, in- storia o dell'umana natura fornirono all'Apostolo la base su
fatti, è possibile riferire a Cristo la qualifica di " D i o " . Ma se, in- cui sviluppare le sue meditazioni. C'è invece in Paolo un cristo-
vece di isolare il testo assolutizzandolo, lo si considera all'interno centrismo che è decisivo non solo come punto di partenza ma
di tutto il linguaggio paolino e in specie della sua cristologia, la soprattutto come elemento coagulante degli sfaccettati aspetti
cosa migliore da fare è di disgiungere il v. 5a ("dai quali proviene del suo pensiero. Esso soltanto infatti è la chiave ermeneutica
il Cristo secondo la carne") dal v. 5b (ó tov ini TCÓCVTOOV 9eò<j tù\o*fr\xò<; dei vari capitoli del suo patrimonio ideale, sia di quelli derivanti
efc TOÙC oùwvocs), così da vedere in quest'ultima frase una normale
268 Del resto in Rm 15,6 Paolo parla del "dio e padre del Signore nostro Gesù
Cristo", riservando il concetto di 9eó<; a quello di "padre" di Gesù Cristo, il quale
invece da parte sua vi si rapporta al genitivo con i concetti di Figlio e di Immagine.
265 Un altro forte argomento contro la lettura cristologica in Rm 9,5 è che l'immediata
Lo troviamo detto per esempio di Artaserse I (464-424 a . C ; cf. Plutarco,
Themist. 21 A, in cui il vizir del re dichiara: "Voi, elleni, si dice che ammiriate par- connessione della qualifica di Geo? con il Cristo xarà aàpxa (cioè il Terreno! cf. Rm
ticolarmente la libertà e l'uguaglianza; a noi invece la consuetudine più bella fra l,3b) appare insopportabilmente stridente, senza una qualche spiegazione, dato che
tante pare questa: di onorare il re e inginocchiarsi ad adorarlo come se fosse una in questo senso l'Apostolo preferisce definire Gesù con l'idea di filiazione (cf. Rm
immagine di quel Dio che a tutto provvede") e di Tolomeo Epifane (204-180 a . C ; 1,3; 8,3; Gal 4,4). Vedi un'ampia trattazione della questione in O. Kuss, La lettera
cf. la pietra di Rosetta in OGIS 90,3: "Immagine vivente di Zeus, figlio del Sole"). ai Romani, III, pp. 94-110. In generale, sul valore strettamente teologico del titolo
266
Cf. W. Thùsing, Per Christian in Deum. Studien zum Verhàltnis von Chri- 0£Ói; nel NT come qualifica del Padre, cf. K. Rahner, Theos nel Nuovo Testamen-
stozentrik und Theozentrik in den pauiinischen Hauptbriefen, NA, Aschendorff, to, in Id., Saggi teologici, Paoline, Roma 1965, pp. 467-585 (l'Autore riconosce
Mùnster i. W. 1965 (31986), pp. 122-125. valore cristologico al titolo in Rm 9,5; Gv 1,1.18; 20,28; lGv 5,20; Tt 2,13; ma
267
Su questa linea si colloca anche M. J. Harris, Jesus as God. The New Testa- è già sospetto il fatto che Rm 9,5 sia l'unico testo del genere nelle lettere paoline
ment Use of "Theos" in Reference to Jesus, Baker, Grand Rapids 1992, pp. 143-172, autentiche, mentre la cosa non stupisce né nella tradizione paolina [accanto a Tt
che però si appoggia a motivi prevalentemente grammaticali-sintattici, e non tanto 2,13 andrebbe collocato anche Col 2,9] né tantomeno nella tradizione giovannea;
di ermeneutica paolina globale. cf. più sotto).
192 ^ L'APOSTOLO PAOLO LA CRISTOLOGIA COME STRUTTURA DEL PENSIERO PAOLINO 193

dalle precomprensioni giudaiche sia di quelli originati dalla fede Anche per l'accesso a Dio è ora determinante la mediazione di Gesù
cristiana 2 6 9 . Cristo. Lo si vede chiaramente nell'uso del sostantivo 7tpoaaycoyri, che
Qui di seguito dettagliamo brevemente questi vari capitoli, evi- in tutta la Bibbia greca ricorre solo in Paolo (Rm 5,2: "Giustificati dun-
denziando a p p u n t o per ciascuno di essi la centralità dell'ottica cri- que per la fede, siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro
stologica. Gesù Cristo, mediante il quale abbiamo ottenuto l'accesso a questa grazia
nella quale stiamo saldi"; e poi Ef 2,18; 3,12)273. Nella grecità, a se-
conda dei contesti, il termine può significare "approdo" (di una nave
a un porto), "ammissione" (all'udienza di un re), "comparizione" (da-
8.1 Dio
vanti a un giudice), "presentazione" (di un'offerta all'altare). Sempre
comunque implica un avvicinamento, cioè il superamento di una distanza
Dio, pur rimanendo fondamentalmente quello dello Sem(f e del- e in senso personalistico l'ottenimento di un faccia a faccia. È così che,
la fede ebraica, è ora concepibile non più soltanto come padre di mediante Gesù Cristo, viene superata alla radice quella condizione di
Israele (cf. Es 4,22; Dt 32,6; Ger 3,4.19; Os 11,1 ) o del Messia (cf. lontananza e di estraneità che normalmente affligge l'homo religiosus
voi. I, pp. 147-149) o più genericamente come " p a d r e n o s t r o " (ICr di fronte al tremendum della inarrivabile maestà divina. In Cristo or-
29,10; Is 63,15; Semoneh cesreh; Qaddis; Mt 6,9), m a soprattutto mai a ogni cristiano è concesso di guardare, senza più alcun timore, Dio
come " P a d r e del Signore nostro Gesù C r i s t o " (Rm 15,6; 2Cor 1,3; negli occhi! Resta il fatto che si accede a Dio, non a Cristo; ma è Cristo
11,31) 270 . Egli è ora definito da una speciale relazione con lui, che che introduce.
è "figlio s u o " (cf. sopra). Lo ha inviato (cf. Rm 8,3; Gal 4,4), lo
ha dato senza risparmio (cf. Rm 8,32), lo ha presentato in espia-
zione (cf. Rm 3,25): non per compiere atti marginali ma per realiz- 8.2 L o Spirito
zare l'evento decisivo della redenzione. Non vale più quindi la tra-
dizione isaiana, confluita neh"Haggadah pasquale (e basata su Dt Anche lo Spirito, che tradizionalmente era detto " d i D i o " o
26,8) 2 7 1 , che pensa a Dio come salvatore in proprio, senza l'aiuto " S a n t o " , ora viene originalmente qualificato come " d i Cristo" (Rm
di alcun mediatore. L'uso della preposizione Sia, " m e d i a n t e , at- 8,9), "del Figlio" (Gal 4,6), " d i Gesù C r i s t o " (FU 1,19)274. Ricor-
traverso, per mezzo d i " (con il genitivo), testimonia massicciamente diamo qui che persino l'augurio trinitario in 2Cor 13,13 inizia con
la funzione mediatrice di Cristo, espressa in vari contesti: a p r o p o - " l a grazia del Signore Gesù C r i s t o " , come a dire che solo alla sua
sito della sua morte (cf. Rm 7,4 + 5,15-21), della sua vita di Ri- luce si possono comprendere appieno " l ' a m o r e di Dio p a d r e " e
sorto (cf. Rm 5,10-11), della predicazione (cf. Rm 10,17; 1 Cor 1,21; " l a comunione dello Spirito S a n t o " .
2Cor 5,18), dello stato attuale e stabile del cristiano (cf. Rm 5,1-2),
della preghiera di ringraziamento e di lode (cf. ICor 15,57; 2Cor
1,20; cf. Rm 16,27) e della salvezza dall'ira futura (cf. lTs 8.3 L a croce
1,10) 272 .
La croce secondo Paolo ha sempre e soltanto una dimensione
269 cristologica (cf. sopra: 4.1.1). Sarebbe impossibile per lui dire in
Vedi in merito il concetto di "cristologizzazione diffusa" come fattore strut-
turante delle lettere paoline in J.-N. Aletti, Gesù Cristo: unità del Nuovo Testa- termini antropologici che bisogna " p o r t a r e la propria c r o c e " (co-
mento?, Boria, Roma 1995 (orig. frane, Paris 1994), pp. 28-72. me si legge in Mt 10,38 e 16,24 parr.). La croce infatti è solo quella
270
L'espressione ricorre solo più in Col 1,3; Ef 1,3; lPt 1,3, ed è quindi tipica-
mente paolina.
271
Cf. M. Pesce, Dio senza mediatori. Una tradizione teologica dal giudaismo
al cristianesimo, Paideia, Brescia 1979. 273
Mentre i LXX usano solo il verbo xpocàfeiv (perlopiù in senso cultuale), Paolo
272
In generale, vedi J. Schlosser, Théologie et cristologie dans les lettres de mediante il sostantivo denota una riflessione non sull'atto episodico dell'accesso
Paul, in ACFEB, Paul de Torse, LD 165, Du Cerf, Paris 1996, pp. 331-359, che ma274sulla natura e sull'importanza dell'accesso medesimo.
fa vedere bene come la figura di Gesù stia al punto d'incrocio tra l'orientamento Le analoghe formulazioni di At 16,7 e lPt 1,11 sono di ascendenza paolina.
dell'uomo verso Dio (linea ascendente) e il cammino percorso da Dio verso l'uomo Sull'insieme vedi R. Penna, Lo Spirito di Cristo (cit.), dove tra l'altro di 2Cor 3,16
(linea discendente). ("lo Spirito del Signore") si dà un'interpretazione teo-logica.
194 L'APOSTOLO PAOLO LA CRISTOLOGIA COME STRUTTURA DEL PENSIERO PAOLINO 195

di Cristo: solo in essa si può avere fede, e solo essa è fonte di re- avrebbe un senso specificamente cristiano, se non si fondasse prio-
denzione. È questa croce che non va svuotata di senso (cf. ICor ritariamente su questo dato cristologico276.
1,17), sia perché è quella di Cristo, sia perché essa non fu affatto
una metafora! La partecipazione del cristiano ad essa avviene a un
duplice livello: innanzitutto e fondamentalmente come immersio- 8.5 // cristiano
ne del peccatore nella morte redentrice di Cristo (cf. sopra: 5.2),
e solo secondariamente come condivisione dei patimenti di Cri- Il cristiano stesso, come abbiamo visto, ottiene la sua vera fisio-
sto da parte del sofferente. In questo secondo senso, l'unione a lui nomia non dal sostenere determinati valori astratti ma dal vivere
avviene essenzialmente nel campo delle sofferenze apostoliche "in Cristo Gesù" e corrispondentemente dal fatto che "Cristo vi-
sostenute a causa dell'evangelo (cf. 2Cor 4,7-15; 6,3-10; 11,21- ve in m e " (cf. sopra: 5.2.2).
12, IO)275.

8.6 L'ultimo giorno


8.4 La chiesa
Anche Y ultimo giorno, sulla falsariga del veterotestamenta-
La chiesa stessa viene ora originalmente definita come "corpo rio "giorno del Signore" ( = Yhwh), viene detto "del Signore"
di Cristo" (ICor 12,27; cf. Rm 12,4-5). Tralasciamo qui due im- (= Gesù risorto; lTs 5,2) o "di Gesù Cristo" (ICor 1,8; FU 1,6);
portanti questioni esegetiche: (1) se la definizione comporti solo analogamente "il tribunale" del giudizio finale, oltre che essere di
un paragone, così che l'equazione più importante sarebbe quella Dio (Rm 14,10) è pure di Cristo (2Cor 5,10).
tra chiesa e corpo, oppure se essa implichi una sorta di identifica- Altri concetti, tradizionalmente riservati a Dio, sono ora appli-
zione, così che l'equazione si giocherebbe tra chiesa e Cristo; (2) cati a Cristo: la grazia (cf. Gal 1,6), l'agape (cf. Rm 8,35), la dy-
quale sia l'origine storico-culturale-religiosa di questa interessante namis (cf. 2Cor 12,9), e persino la Legge (cf. Gal 6,2).
definizione (la concezione stoica del cosmo e della società? l'idea
della divinità suprema come figura umana gigantesca? il linguag-
gio eucaristico? la teoria moderna della personalità corporativa? 8.7 Conclusione
una prospettiva gnostica?). Ciò che qui importa notare è che la chie-
sa non esiste senza un rapporto vitale con Cristo, ma riceve solo Tutto questo trapasso semantico di concetti teologici era inevi-
da lui la propria identità; neanche la definizione di "popolo di Dio" tabile, dal momento che per Paolo la figura di Gesù Cristo veniva
ad assumere, all'interno della costellazione dei tradizionali conte-
nuti di fede, un ruolo di catalizzatore tale da attrarre, modificare
275
e risistemare i vari elementi costitutivi della fede stessa (di quella
Su questa linea si porrà la deuteropaolina Col 1,24, la cui traduzione cor-
rente (cf. CEI: "Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella ebraica e di quella cristiana). Se questo ruolo era stato storicamen-
mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la te imprevisto, esso però si rivelava necessario a motivo dell'inau-
chiesa") andrebbe corretta così: "...e completo quello che manca ai patimenti di dita statura misterica propria di Gesù.
Cristo nella mia carne...". Infatti la costruzione della frase nel testo originale la-
scia intendere che, se c'è una mancanza, questa riguarda non i patimenti di Cristo,
ma la mia carne; cioè: quello che manca concerne non l'oggettiva passione di Cri- 276
Tuttavia H. Merklein, Derpaulinische Leib-Christi-Gedanke, in Id., Studien
sto, che è in sé completa e sufficiente, ma la mia soggettiva partecipazione a essa. zu Jesus und Paulus, pp. 319-344, fa osservare che il discorso di Paolo in materia,
È "la mia carne", cioè la mia esistenza storica, la mia vita, che è chiamata a corri- stante il contesto, non è tanto a servizio della cristologia quanto piuttosto della di-
spondere esattamente, pur nelle sue immancabili manchevolezze, alla totale auto- mensione ministeriale della comunità cristiana. In più, oltre a E. Kàsemann, Il pro-
dedizione di Cristo per la chiesa fino alla morte. Tra i Commenti, cf. J.- N. Aletti, blema teologico del motivo del corpo di Cristo, in Ib., Prospettive paoline, pp.
Col., pp. 121-123. Più in generale, vedi P. Iovino, Chiesa e tribolazione. Il tema 149-174, vedi anche H.-W. Park, Die Kirche als "Leib Christi" bei Paulus, TVG
della 0XtcjH<; nelle lettere di S. Paolo, Facoltà teologica di Sicilia "Studi" 1, Palermo Monographien und Studienbucher 378, Brunnen, Giessen-Basel 1992, che si richia-
1985. ma alla tipologia Adamo-Cristo.
196 L'APOSTOLO PAOLO

Tuttavia, se è vero che Paolo ripensa la teologia dal punto di BIBLIOGRAFIA


vista della fede cristologica, va pur sempre ricordato che "la sua
cristologia è teocentrica"277. La figura di Cristo, per quanto ideal-
mente gigantesca, non solo non risucchia in sé tutta la divinità pos-
sibile, ma non è neanche quella di un «secondo dio»278. Certo egli
è caratterizzato da una inconfondibile e forte ontologia personale;
questa però è posta al servizio di una funzione che consiste nel ri-
condurre l'uomo a una nuova comunione con Dio. C'è un passo
in Paolo che sembra addirittura declassare Gesù a servitore tem- Adinolfi M., L'invio del Figlio in Rm 8,3, in Id., // Verbo uscito
poraneo della gloria di Dio, là dove si dice che "quando sarà la dal silenzio. Temi di cristologia biblica, Dehoniane, Roma 1992,
fine egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nul- pp. 95-117.
la ogni principato e ogni potestà e potenza;... e quando tutto gli Aletti J.-N., La Lettera ai Romani e la giustizia di Dio, Boria, Ro-
sarà sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che ma 1997 (orig. frane, Paris 1991).
gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti" (ICor —, Lettera ai Colossesi, SOC 12, Dehoniane, Bologna 1994.
15,24.28). Certamente il contesto prossimo e remoto non lascia al- —, Gesù Cristo: unità del Nuovo Testamento?, Boria, Roma
cun dubbio che non si tratta affatto di un'abdicazione dell'identi- 1995 (orig. frane, Paris 1994).
tà di Figlio di Dio e che non viene meno la comunione con lui (cf. Allison D.G., The Pauline Epistles and the Synoptic Gospels: The
ICor 1,9; 15,49; Rm 8,29). Del resto, anche l'esercizio storico del- Pattern of Parallels, NTS 28 (1982) 1-32.
la signoria di Gesù è chiaramente ordinato "a gloria di Dio Pa- Àlvarez Verdes, El imperativo cristiano en San Pablo. La tensión
dre" (Fil 2,11). In questo senso l'Apostolo scrive che "Cristo è di indicativo-imperativo en Rm 6. Anàlisis estructural, Institución
Dio" (ICor 3,23), e addirittura altrove egli dice che i cristiani stes- San Jerónimo, Valencia 1980.
si "regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo" (Rm Arnold J.P., The Relationship of Paul to Jesus, in J.H. Charles-
5,17). Quindi la successione presente nel passo citato (prima la re- worth & L.L. Johns, edd., Hillel and Jesus. Comparisons of Two
galità di Cristo e poi quella di Dio) evidenzia soltanto in termini Major Religious Leaders, Fortress, Minneapolis 1997, pp.
icastici il fatto che la signoria di Cristo è il mezzo privilegiato per 256-288.
realizzare compiutamente la signoria di Dio nel mondo279. Badenas R., Christ the End of the Law. Romans 10.4 in Pauline
Dall'insieme dunque si deduce che il cristiano non è un cristola- Perspective, JSNT Suppl. 10, JSOT Press, Sheffield 1985.
tra nel senso negativo del termine. Cristo non occupa tutto lo spa- Barbaglio G., La prima lettera ai Corinzi, SOC 7, Dehoniane, Bo-
zio del divino, ma è mediatore tra Dio e l'uomo, inverando in sé logna 1996.
entrambi i poli. Perciò è "a Dio che rendo culto nel mio spirito, Barker M., The Great Angel. A Study of Israel's Second God,
annunciando il vangelo del Figlio suo" (Rm 1,9). SPCK, London 1992.
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277
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Questo esplicito sintagma sarà proprio di Numenio di Apamea e della lette- na, Torino 1995.
ratura ermetica; cf. A. Magris, La logica del pensiero gnostico, Morcelliana, Bre-
scia2791997, pp. 129s. Barth M., St. Paul - A Good Jew, Horizons in Biblical Theology
Oltre ai Commenti, cf. W. Thusing, Per Chrìstum in Deum, pp. 238-254. 1 (1979) 7-45.
Più in generale, vedi R. Penna, Dialettica tra ricerca e scoperta di Dio nell'episto-
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LA TRADIZIONE PAOLINA

Premesse

Paolo non rimase un gigante isolato all'interno delle origini cri-


stiane. Egli 'fece scuola'. Oggi, infatti, per quanto si debba con-
statare che nell'età subapostolica un certo gruppo di scritti lo ignori
del tutto (così la Didaché, il Pastore di Herma, le opere di Papia
e di Egesippo) e altri ne dimostrino un influsso solo parziale (così
Clemente Romano e Ignazio di Antiochia), tende a farsi sempre
più strada l'opinione che alcune lettere del suo epistolario canòni-
co siano in realtà il prodotto di vari suoi discepoli, che le hanno
scritte dopo la sua morte. Le lettere in questione sono sei: 2Ts, Col,
Ef, e le tre Pastorali (l-2Tm, Tt). Su di esse non manca una speci-
fica e abbondante bibliografia1. A queste lettere noi accorpiamo
anche la lPt che, pur recando come mittente il nome dell'apostolo
Pietro, oggi viene perlopiù considerata uno scritto di eredità pao-
lina, almeno per quanto riguarda alcuni suoi temi importanti2.

1
Vedi soprattutto H.-M. Schenke, Das Weiterwirken des Paulus und die Pfle-
ge seines Erbes durch die Paulus-Schule, NTS 21 (1975) 505-518; U.B. Mùller, Zur
frùhchristlichen Theologiegeschichte. Judenchristentum und Paulinismus in Klein-
asien an der Wende vom ersten zum zweiten Jahrhundert n. Chr., Mohn, Gùters-
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e le origini cristiane, Cittadella, Assisi 1985, pp. 267-314.
2
Oltre alle Introduzioni (come quelle di H.-M. Schenke e K.M. Fischer, Gùters-
loh 1978, pp. 199-216; H. Koester, Berlin 1980, pp. 731-733), cf. l'ampia discussio-
ne in R.E. Brown & J.P. Meier, Antiochia e Roma, chiese-madri della cattolicità
antica, Cittadella, Assisi 1987, pp. 163-169. Ricordiamo qui solo tre dettagli di cor-
nice: la euloghia di 1,3 è chiaramente formulata in base a 2Cor 1,3 ed Ef 1,3; il
nome di Silvano in 5,12 ci riporta inevitabilmente a un collaboratore della cerchia
paolina (cf. lTs 1,1); il nome di Babilonia come luogo di origine della lettera ri-
216 H A TRADIZIONE PAOLINA L'ANNIENTAMENTO ESCATOLOGICO DELL'EMPIO 217

La sottrazione di queste lettere alla paternità dell'autore dichiarato 1. L'annientamento escatologico dell'Empio (2Ts)
nel prescritto non è altro che una presa d'atto del fenomeno della
cosiddetta pseudepigrafia, abbastanza praticato nell'antichità sia in La seconda lettera ai Tessalonicesi spicca all'interno del Nuovo
ambito semitico sia in quello greco (non in ambito latino)3. A mon- Testamento per una pagina particolarmente intrigante anche se di
te di questa prassi nel Nuovo Testamento, tutt'altro che l'intenzione non facile interpretazione (cf. 2,1-12). L'argomento di fondo ri-
di falsificare e mettere in cattiva luce il personaggio in nome del guarda il ritardo della parusìa, che distanzia questo scritto dalla
quale si scrive, c'è il desiderio di appoggiarsi a lui e attualizzare
la sua presenza in nuovi contesti storico-ecclesiali che richiedono un prima lettera. Infatti, mentre là Paolo affermava la possibilità che
autorevole intervento risolutore. Perciò le nuove lettere sono in realtà lui e i suoi destinatari potessero essere ancora in vita al momento
un omaggio nei suoi confronti (in questo senso, vedi ciò che nel della seconda venuta di Cristo (cf. lTs 4,15; ma vedi anche Rm
secolo III d.C. scriverà il filosofo platonico Giamblico, Vit. Pyth. 13,11; ICor 15,51), qui invece si invitano i lettori a non lasciarsi
158, a proposito dei molti pitagorici che avevano scritto sotto il nome facilmente confondere o ingannare "né da pretese ispirazioni, né
del grande Maestro: "Nobile cosa che essi attribuissero tutto a Pita- da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi
gora e assai di rado si procurassero una gloria personale per le loro che il giorno del Signore sia imminente" (2,2). Il divario fra le due
scoperte: onde sono assai pochi coloro dei quali si conoscono gli posizioni è evidente, e in più si ricava netta l'impressione che l'au-
scritti propri"). Oltre tutto, questa prassi costituisce un segno elo- tore intervenga per correggere la sensazione suscitata dalla prima
quente di continuità della tradizione. Le ragioni per ritenere pseude- lettera come se a scriverla non fosse la stessa persona 4 . Va anche
pigrafico uno scritto sono normalmente di tre tipi: letterario (in quanto
il lessico e lo stile non collimano con quelli delle altre lettere), storico detto che la nuova presa di posizione viene fatta con un linguaggio
(in quanto esse e gli avvenimenti riferiti mal si combinano con il debitore dell'apocalittica, che non solo accetta il tradizionale cal-
quadro biografico dell'Apostolo), e contenutistico (in quanto la te- colo apocalittico del tempo ma accentua anche la distanza esisten-
matica trattata rappresenta una variazione rispetto a quella delle let- te tra il presente e il futuro mediante l'inserimento di fasi interme-
tere autentiche). die (cf. 2,3: "prima dovrà avvenire l'apostasia"; 2,6-7: qualcosa
finora la ostacola, ma sarà tolto di mezzo; 2,8: "solo allora...") 5 .
Quanto alle deuteropaoline, bisogna certo riconoscervi la pre- La fine ultima viene descritta con lo scenario di una lotta senza
senza di un innegabile paolinismo di fondo; ma ciò che vi si nota quartiere tra due contendenti, ciascuno dei quali dispiega tutta la
di nuovo rispetto alle grandi lettere dell'Apostolo, oltre a un cam- forza di cui dispone. Da una parte, c'è un personaggio variamente
biamento di stile sul piano formale, è un originale slittamento te- etichettato come "l'uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui
matico, che riguarda una serie di argomenti come la giustificazio- che si contrappone e s'innalza sopra ogni essere che viene detto Dio
ne per fede, l'ecclesiologia, la parenesi e l'escatologia. o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando
Anche il modo di esprimere la fede in Cristo conosce delle inte- se stesso come Dio" (2,3-4). Egli si manifesterà "nella potenza di
ressanti variazioni, che occorre onorare considerandole a parte. Ne satana con ogni sorta di portenti, di segni e prodigi menzogneri
rileviamo sei. e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina"
(2,9-10)6. Dall'altra, c'è "il Signore Gesù che lo distruggerà con

4
chiama la città di Roma, che dopo l'anno 70 viene così qualificata nella letteratura Cf. G.S. Holland, "A Letter Supposedly from Us": A Contribution to the
apocalittica (cf. Ap 14,8; 16,19; 17,5; 18,2.10.21; 2Bar 11,1; 67,7; Or. Syb. Discussion about the Authorship of2 Thessalonians, in R.F. Collins, ed., The Thes-
5,143.159), e quindi una chiesa segnata dalla corrispondenza e dalla presenza di salonian Correspondence, BETL 87, University Press, Leuven 1990, pp. 394-402;
Paolo. Vedi sotto: §7. e più in generale R.F. Collins, Letters That Paul Did Not Write, pp. 209-241.
3 5
Sull'argomento cf. R. Penna, Anonimia e pseudepigrafia nel Nuovo Testamen- Cf. H. Koester, From Paul's Eschatology to the Apocalyptic Schemata of 2
to: comparatismo e ragioni di una prassi letteraria, RivBibl 33 (1985) 319-344; D.G. Thessalonians, in R.F. Collins, ed., The Thessalonian Correspondence, pp. 441-458.
6
Meade, Pseudonymity and Canon. An Investigation into the Relationship o/Au- Cf. J. Ernst, Die eschatologischen Gegenspieler in den Schriften des Neuen Te-
thorship and Authority in Jewish and Earliest Christian Tradition, WUNT 39, Mohr, staments, BU 3, Pustet, Regensburg 1967, pp. 24-79. Su un piano più divulgativo,
Tùbingen 1986. cf. B. McGinn, L'Anticristo, Corbaccio, Milano 1996.
218 LA TRADIZIONE PAOLINA "IL DILETTO" 219

il soffio della sua bocca e lo annienterà all'apparire della sua ve- cilmente la sconfitta con ciò che c'è di più fragile e inconsistente,
nuta" (2,8)7. "lo spirito della sua bocca", un soffio, paradossalmente diventa-
L'Empio, per quanto venga descritto in termini personali, è stret- to irresistibile. A monte di questo linguaggio c'è il classico testo
tamente collegato con il mistero dell'iniquità diffusamente presen- messianico di Is 11,4 LXX ("Colpirà la terra con la parola della
te nel mondo8. Egli è soprattutto un anti-Dio, come risulta dai ri- sua bocca, e con lo spirito delle sue labbra toglierà di mezzo l'em-
mandi agli oppositori di Yhwh nell'Antico Testamento (cf. Dn 11,36 pio"), che qui viene caricato di una inedita valenza cristologica11.
[su Antioco IV Epifane]; Ez 28,2 [contro il re di Tiro]; Is 14,13 La cristologia della nostra lettera, dunque, si distingue per la sua
[sulla morte del re di Babilonia]); perciò contro di lui il Signore impronta non tanto escatologica quanto apocalittica, nel senso che
Gesù interviene fondamentalmente per incarico di Dio stesso9. Ma al Signore Gesù viene riconosciuto un risolutivo intervento vitto-
l'Empio finisce per essere anche inevitabilmente un anti-Cristo, se rioso nello scontro finale con il mistero dell'iniquità (cf. Ap
non altro perché lo scontro avviene appunto tra l'Empio e Gesù 19,11-21; 20,7-10). Ma non si tratta soltanto di un duello isolato.
ed è questi che lo sconfigge. Anzi, mentre la comparsa dell'Empio Secondo la nostra lettera i due attori principali coinvolgono nelle
avviene "nella potenza (xa-c'èvépyeiav) di satana", dimostrandosi proprie sorti l'intera umanità, provocandone la spaccatura: dietro
con ciò alle sue dipendenze, l'intervento di Gesù non è detto avve- l'Empio stanno "quelli che si perdono" (2,10b-12), mentre con il
nire "nella potenza" di nessuno, dando l'impressione che egli agi- Kyrios ci sono i cristiani (di Tessalonica) che "Dio ha scelto fin
sca in proprio; dunque già qui, ancor prima che nella sua azione dall'inizio (àTt'àpxris; oppure àrcapxriv, 'come primizia') per la sal-
vittoriosa, si intravede la grandiosa statura di questo trionfatore. vezza" (2,13-14). È propriamente questo tema che all'autore della
Infatti, è sorprendente rilevare l'estrema diversità di comportamento lettera sta a cuore di affrontare, sia per esortare i destinatari alla
delle due figure antagoniste. Mentre il primo mette in atto un pom- saldezza spirituale (cf. 2,15; 3,6) sia per assicurarli che sono amati
poso dispiegamento di forze come se si trattasse di una inattacca- dal Signore, il quale "ci ha dato una consolazione eterna e una buo-
bile dimostrazione di superiorità10, il secondo invece ne ottiene fa- na speranza" (2,16). Sicché in definitiva la cristologia è posta al
servizio della pastorale.
7
Tra i due contendenti si frappone una terza figura o una terza forza, detta sia
al neutro sia al maschile xò/ó xaxéxov/cov (2,6.7), "ciò/colui che trattiene (sott. l'e-
vento escatologico)". La sua interpretazione, nonostante abbia fatto scorrere i classici 2. "Il Diletto" (Ef 1,6)
fiumi d'inchiostro, resta problematica; vedi l'ampia trattazione di C.H. Giblin, The
Threat to Faith. An Exegetical and Theological Re-examination o/2 Thessalonians Nella euloghia iniziale della lettera agli Efesini si celebra, tra l'al-
2, AB 31, PIB, Rome 1967, pp. 167-242 (cf. anche Id., 2 Thessalonians 2 Re-read
as Pseudepigraphal: A Revised Reaffirmation of 'The Threat to Faith ', in R.F. Col- tro, l'elargizione di un'abbondante grazia da parte di Dio, avve-
lins, The Thessalonian Correspondence, pp. 459-469). Mentre Giblin lo identifica nuta "nel Diletto (èv xw T^O.TO\\LÌ^), nel quale abbiamo la reden-
negativamente con un movimento pseudocarismatico all'interno della stessa comu-
nità tessalonicese, i più vi scorgono l'allusione a una qualche realtà positiva (sia zione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati" (Ef 1,6).
essa il piano divino di salvezza, la predicazione del vangelo, l'impero romano, o Il senso di questa affermazione viene parzialmente spiegato in un
addirittura il ritardo stesso della parusìa: in quest'ultimo senso, cf. W. Trilling, passo parallelo della lettera ai Colossesi, dove leggiamo che Dio
Der zweite Brief, p. 94).
8
Un particolare parallelismo si può notare tra queste espressioni e il manoscrit- "ci strappò dal potere delle tenebre e ci traspose nel regno del Fi-
to di Qumràn 1Q27, detto anche "Libro dei misteri", su cui vedi l'ampia trattazio- glio del suo amore (ó uìò? vr\<; àyó.Tzr\s ocù-cou), nel quale abbiamo la
ne in C.H. Giblin, The Threat to Faith, pp. 168-176.
9
C'è chi ha sostenuto che almeno in 2Ts 1,12 Gesù riceva l'appellativo di "Dio"
(cf. J.A. Bailey, Who wrote II Thessalonians?, NTS 25 [1978-79] 131-145, p. 139:
questo sarebbe un argomento in più contro l'autenticità paolina); la formula però minaccia del grande Dio si avvicina e una forza bruciante viene attraverso il mare
va letta piuttosto sulla falsariga del saluto nel precedente 1,2 (cf. i Commenti). verso terra, essa brucerà anche Beliar e tutti gli uomini prepotenti, quanti pongono
10
È interessante il parallelismo con Or. Syb. 3,63-74: "Allora Beliar verrà dai fede in lui" (cf. J.J. Collins, Sybilline Oracles, in J.H. Charlesworth, ed., The Old
'Sebastenoi' [- probabile allusione a Nerone, discendente della linea di Augusto; Testament Pseudepigrapha, I, p. 360).
11
cf. Asc. Is. 4], ed egli... compirà molti segni per gli uomini. Ma essi non avranno Sulla fortuna del testo isaiano nel giudaismo, cf. M.-A. Chevallier, L esprit
conseguenze per lui. Però svierà uomini e svierà molti credenti, ebrei scelti, e anche et le Messie dans le Bas-judaisme et le Nouveau Testament, PUF, Paris 1958; in
altri senza legge che non hanno ancora ascoltato la parola di Dio. Ma quando la particolare, vedi R. Penna, Lo Spirito di Cristo, pp. 173-186.
220 LA TRADIZIONE PAOLINA "CAPO" 221

redenzione, la remissione dei peccati" (Coi 1,13-14). In quest'ulti- Il tema dell'amore di Dio verso gli uomini in genere e verso i
mo passo, a parte l'interessante concezione secondo cui i credenti- cristiani in specie è diffuso nel Nuovo Testamento (cf. per esem-
battezzati sono già oggi collocati nel Regno (cf. anche 2,12; 3,1-2), pio Gv 3,17; e Rm 8,37), ma il testo di Ef 1,6 (e Col 1,13) resta
notiamo che la locuzione cristologica è letterariamente un semiti- singolare per dire che l'amore con cui Dio è legato a Gesù Cristo
smo e si può ben tradurre "Figlio suo diletto". non ha confronti. Indirettamente i cristiani stessi sono invitati a
La formulazione di Ef 1,6, costruita con un participio perfetto, ritenere che essi, in quanto tali, non sono amati da Dio se non in
è unica nel suo genere. Essa si differenzia dal più ricorrente agget- quanto compresi nell'amore incomparabile che egli ha per colui che
tivo verbale àyaizr\-zó<; (solo nei Sinottici: Me 1,11//[battesimo al è Figlio suo nel senso più pieno del termine.
Giordano]; Me 9,7/Mt 17,5 [trasfigurazione]; Me 12,6/Lc 20,13
[parabola dei vignaioli omicidi]), in un doppio senso. Innanzitut-
to, a differenza di questo, essa insiste non tanto sul fatto oggettivo 3. "Capo" (Col-Ef)
dell'amore di Dio nei confronti di Cristo quanto soprattutto sul
fatto che questo amore è vivo e perdurante nel tempo12; ed è inte- Il titolo cristologico di xt<?xkr\ è presente solo nelle lettere gemel-
ressante osservare che la stessa forma verbale serviva ai LXX per le ai Colossesi e agli Efesini16. Qui esso viene impiegato a un dop-
tradurre il vezzeggiativo ebraico yesurun, con cui nell'Antico Te- pio livello metaforico: in senso fisiologico con funzione vitale, co-
stamento si qualifica il popolo d'Israele come il prediletto di Dio me è la testa per il corpo umano; e in senso politico con funzione
(cf. Dt 32,15; 33,5.26; Is 44,2)13. Il titolo, dunque, esprime una di preposto, come è il leader di un gruppo. Esaminiamo separata-
relazione di particolare intimità paterna tra Dio e Gesù. In secon- mente entrambe le valenze.
do luogo, va notato il contesto della sua occorrenza, che è quello
dell'effusione del sangue e quindi della passione (appena alluso nella
suddetta parabola sinottica)14, con la connessa remissione dei pec- 3.1 Capo della chiesa
cati. Sullo sfondo si intravede lo schema veterotestamentario della
Aqedah o sacrificio di Isacco in Gn 22, dove Dio chiede ad Abra- C'è un passo parallelo nelle due lettere, che è fondamentale. Il
mo di sacrificargli "il figlio unico che ami" (così TM; invece i LXX suo contesto è una esortazione a vivere nella chiesa da adulti, e quin-
hanno: "il figlio diletto che ami")15. In questo modo si suggeri- di se ne deduce che la fede in Cristo è necessariamente orientata
sce, caso unico nel Nuovo Testamento, che l'amore di Dio accom- al vissuto comunitario del cristiano.
pagnò il Figlio fin nel dramma della sua passione e morte, anche
se sarebbe forse eccessivo vedere qui un commento della chiesa pri- Il testo ha rispettivamente una formulazione negativa in Col 2,18-19
mitiva al grido di abbandono emesso da Gesù sulla croce secondo ("Nessuno vi defraudi... senza afferrarsi al capo, dal quale tutto il corpo
Me 15,34/Mt 27,46. riceve sostentamento e coesione per mezzo di giunture e legami, realiz-
zando così la crescita secondo il volere di Dio") e positiva in Ef 4,15-16
("Dicendo la verità con amore [oppure: amandoci nella verità], cresciamo
sotto ogni aspetto verso di lui che è il capo, Cristo, a partire dal quale
12
tutto il corpo, compatto e unito per ogni giuntura, garante della forza
II tema esplicito dell'amore di Dio nei confronti di Gesù è presente poi solo propria di ciascuna componente, cresce integralmente edificandosi nel-
in Gv 3,15; 10,17; 15,9; 17,24.26.
13
Nulla prova che "il Diletto" fosse un titolo messianico per gli ebrei, mentre l'amore").
probabilmente lo diventò per i primi cristiani come risulta da Ignazio, ad Smyrn.
incipit; Barnaba, Epist. 3,6; 4,3.8 (cf. A.T. Lincoln, Ephesians, WBC 42, Word
Books, Dallas TX 1990, pp. 26-27). 16
14
Vedi anche Gv 10,17: "Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia In ICor 12,21 il termine è presente all'interno dell'apologo sul corpo umano
vita...". ("non può il capo dire ai piedi: Non ho bisogno di voi"), al quale Paolo paragona
15 l'articolazione ministeriale della comunità cristiana, ma non ha alcuna valenza cri-
Filone Al. integra i due aggettivi dicendo che Abramo donò a Dio "il figlio
unico e diletto" (DeAbr. 196); analogamente FI. Giuseppe scrive che Abramo "ama- stologica. Questo può essere uno dei motivi per affermare che Col-Ef sono deute-
va appassionatamente (Ù7t6pr)Yà7ta)" Isacco in quanto "unigenito" {Ant. 1,222). ropaoline.

I
222 LA TRADIZIONE PAOLINA "CAPO" 223

Nel testo colossese è da notare la pregnante espressione xpaxóòv È interessante osservare che, mentre Paolo attribuiva la moltepli-
T7]v xt<pa.Xr\v, "afferrarsi al capo, tenere saldamente il capo". Essa cità dei ministeri allo Spirito (cf. ICor 12,7.11), qui il solo donato-
esprime molto bene la necessità di agganciarsi a un sicuro punto re è il Cristo risorto ("colui che ascese al di sopra di tutti i cieli":
di appoggio per non cadere nel vuoto o meglio per non perdersi Ef 4,10a); inoltre, mentre al v. 7 si parla di un dono di grazia fatto
in inutili esteriorità. Contestualmente infatti (cf. Col 2,16-23) l'au- a ciascuno, nel v. 11 sono i ministeri ad essere considerati essi stes-
tore invita pressantemente i lettori a non far consistere la propria si dei doni alla chiesa19. Dicendo che il Risorto è stato innalzato
identità cristiana in questioni di cibo e di bevanda (vv. 16a.21) o "per riempire il tutto" (4,10b), si vuol sottolineare che i suoi doni
in questioni di feste e tempi sacri (v. 16b) o peggio in un'abnorme non sono un suo surrogato sostitutivo, ma un suo modo di presen-
venerazione di angeli (v. 18). Tutto ciò è tacciato di ombra (v.l7a), za viva e dinamica. Se poi osserviamo che i doni ministeriali elen-
vano orgoglio di una mente carnale (v. 18), prescrizioni di uomini cati non sono tanto quelli riconducibili alla fase del Gesù terreno
destinate a scomparire (v. 22), espressioni di una religiosità affet- ma provengono dalla sua condizione gloriosa, ne risulta che « fon-
tata (v. 23). Il fatto è che al di fuori di Cristo non ci sono né prati- datore » della chiesa non è soltanto colui che patì sotto Ponzio Pi-
che religiose né potenze intermedie che possano fare da surrogato lato ma anche colui che ora siede alla destra di Dio. Ciò significa
alla sua unica e sufficiente funzione salvifica. Se tutto il resto è che il cristianesimo e la chiesa soggiacciono a una perenne rifon-
ombra, egli solo è la realtà corposa a cui potersi aggrappare17. Ma, dazione, cosicché, tutt'altro che vivere per forza d'inerzia, essi so-
poiché il concetto di corpo richiama inevitabilmente la chiesa di no incessantemente e attualmente vivificati dal Cristo risorto.
cui egli è il capo (cf. Col 1,18), a lui si può saldamente aggrappare Il passo di Ef 5,22-33 evidenzia a suo modo questo rapporto sem-
solo chi partecipa alla comunità cristiana. pre fresco mediante la metafora dell'unione sponsale tra Cristo e
È il contesto efesino a sviluppare più ampiamente i risvolti ec- la chiesa20. Qui l'idea di capo è congiunta a quella di salvatore21
clesiologici del titolo. Infatti, tenendo presente che il discorso ri- e, pur supponendo una specifica concezione del rapporto matri-
guarda il Risorto, vi vengono esplicitate due funzioni complemen- moniale, culturalmente condizionata (cf. ICor 11,3-10: l'uomo capo
tari di Cristo-capo. L'una è che ciascuno nella chiesa ha in dono della donna)22, è per così dire temperata dal tema dell'amore del-
da lui una misura di grazia ("secondo la misura del dono di Cri- lo sposo verso la sposa (cf. vv. 25.28-29.33). La frase "Cristo amò
sto": Ef 4,7; cf. Rm 12,6; ICor 12,7.27; lPt 4,10), cosicché ogni la chiesa e diede se stesso per lei" è enunciata quasi come un assio-
battezzato ha una propria funzione da svolgere all'interno della co- ma che, da una parte,.suppone già note le modalità concrete di que-
munità cristiana con piena responsabilità e dignità di adulto. L'al- sta dimostrazione di amore (cf. 5,2), e, dall'altra, attribuisce alla
tra è che a Cristo va ricondotta anche una serie di ministeri quali- chiesa-comunità il ruolo di un partner personificato, oggetto delle
ficati, poiché "egli diede alcuni come apostoli, altri come profeti,
altri come annunciatori, altri come pastori e maestri" (Ef 4,11)18. 19
Cf. A.T. Lincoln, Ephesians, p. 241.
20
Essa va oltre il passo di 2Cor 11,2 ("Vi ho promessi a un unico sposo come
17
L'opposizione formulata in Col 2,17 tra axtà e acòfia (cf. le diverse traduzioni vergine casta da presentare a Cristo"), dove la frase non solo è pronunciata di pas-
del v. 17b: "la realtà è Cristo" [CEI, Einheitsubersetzung], "la realtà è il corpo saggio ed è priva di qualunque sviluppo, ma è detta della sola chiesa corinzia; in
del Cristo" [BJ, Peretto], "la realtà è del Cristo" [Aletti], "il corpo è di Cristo" Ef, invece, abbiamo un'intera sezione epistolare dedicata al tema e soprattutto la
[Lohse], "la réalité relève du Christ" [TOB], "the reality belongs to Christ" [New ekklesia di cui si parla è quella universale (secondo una semantica che inizia appun-
American Bible]) è di timbro platonico (cf. ombra-immagine in Eb 10,1) e trova to con Ef).
21
equivalenti lessicali sia in Filone Al. (cf. De decal. 82, dove a proposito del secon- La frase del v. 23 ("Cristo è capo della chiesa, essendo egli salvatore del cor-
do comandamento si dice che "il nome viene al secondo posto dopo l'oggetto, pro- po") si spiega in definitiva, non secondo improbabili concezioni gnostiche, ma ri-
prio come l'ombra che si accompagna al corpo") sia in FI. Giuseppe (cf. Bell. 2,28 conoscendo che il secondo titolo spiega di fatto il primo: Cristo ha acquisito la qua-
a proposito di Archelao che, poco dopo la morte di Erode, si presenta ad Augusto lifica di capo solo perché ha salvato la chiesa sacrificandosi per essa, come l'autore
"per chiedere al despota l'ombra di quella potestà regale di cui già aveva usurpato ha già detto in 5,2 e ripeterà poco dopo in 5,25-27 (cf. R. Penna, Lettera agli Efesi-
la sostanza"). Sulle sue ascendenze platoniche, cf. W.C. Vergeer, Sxtà and ow|xa. ni, SOC 10, Dehoniane, Bologna 1988, p. 232).
22
The strategy of contextualisation in Colossians 2:17. A Contribution to the guest Ma evidentemente in Ef, stando all'affermazione di 5,23, "l'origine della re-
for a legitimate contextual theology today, Neotest 28 (1994) 379-393. lazione si colloca fuori da considerazioni di tipo antropologico, sociale o morale"
18
Cf. H. Merklein, Das kirchliche Amt nach dem Epheserbrief, SANT 33, Kò- (M. Bouttier, L'Épìtre de Saint Paul aux Éphésiens, CNT IXb, Labor et Fides, Ge-
sel, Mùnchen 1973, pp. 235-392. nève 1991, p. 242), essendo invece di ordine squisitamente cristologico.
224 LA TRADIZIONE PAOLINA "CAPO" 225

cure premurose di Cristo. A monte di una simile concezione ci so- cipati e le potestà, ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo
no sicuramente delle precomprensioni di provenienza non tanto trionfale di Cristo")24 e soprattutto dalla sua risurrezione (cf. Ef
pagana23 quanto biblica; infatti il tema dell'amore sponsale è trat- 1,21: "al di sopra di ogni principato e potestà, di ogni potenza e
tato nelle Scritture, sia per descrivere la comune esperienza del rap- signoria e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel
porto tra un uomo e una donna (cf. Gn 2,24; Sai 45; Pro 30,19d; secolo presente ma anche in quello futuro"); anche se possono an-
Ct), sia per qualificare il rapporto di Yhwh con Israele (cf. Os 1-2; cora insidiare l'esistenza storica del cristiano (cf. Ef 6,12: "la no-
Is 54,5-8; Ez 16,8-14), per non dire della sua proiezione escatolo- stra lotta infatti non è contro creature fatte di carne e di sangue,
gica a proposito della Gerusalemme celeste (cf. Ap 21,2). Ma s'im- ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo
pone l'originalità del nostro passo, che in termini inediti riferisce mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle re-
il mistero del matrimonio "a Cristo e alla chiesa" (5,32). Nel no- gioni celesti")25, occorre però che la chiesa indirizzi anche a loro
stro passo si intrecciano inestricabilmente tre livelli: uno antropo- l'annuncio della multiforme sapienza di Dio manifestatasi in Cri-
sociologico che parla di matrimonio come esperienza naturale- sto (cf. Ef 3,10: "ai principati e alle potestà"). Che si tratti di for-
creaturale, uno ecclesiologico che intende globalmente la comuni- ze avverse è chiaramente detto già nel passo paolino (cf. ICor 15,25:
tà cristiana come sposa e quindi come unica amata, e uno cristolo- "Bisogna infatti che egli regni, finché abbia posto tutti i nemici
gie© che scorge in Cristo il principio di una gratuita e generosa ini- sotto i suoi piedi", con chiara allusione a Sai 110,1); anzi, esse so-
ziativa di amore, rivolta alla chiesa non perché essa abbia già una no affini al potere della morte, che sarà "l'ultimo nemico ad esse-
sua propria nativa bellezza ma al contrario per donargliela ex no- re annientato" (ICor 15,26; cf. Ef 2,2)26.
vo e quindi renderla finalmente bella, senza macchie né rughe (cf.
5,26-27). Sullo sfondo di questo tema cristologico si possono intravedere vari
schemi ermeneutici, che possiamo elencare così: (1) l'immagine del Dio
guerriero nell'AT (cf. soprattutto il Sai 68; e poi anche Gn 14,19-20;
Gdc 5,4-5; Is 19,1; 1QM 11,4-5) con il sottotema dello herem o stermi-
3.2 Capo del cosmo e delle potenze angeliche
nio a cui vengono votati i nemici d'Israele (cf. Dt 13,16; Gs 10,40; ISam

Le due lettere Col-Ef sviluppano anche una originale concezio-


ne circa il ruolo di Pantokràtor esercitato dal Cristo risorto sul-
24
l'intero mondo creato; esso, in particolare, viene specificato in rap- A proposito di questo testo osserviamo che qualche Autore vuole tradurre let-
teralmente il participio medio ÒOTE.x8uaà[i£vo(;, non all'attivo "avendo spogliato", ma
porto a tutte quelle potenze che, in alternativa a Cristo stesso, pos- come un riflessivo "essendosi spogliato" (sott. "nella morte") per dire che solo
sono pretendere di esercitare un dominio alienante sull'uomo. Per in questo modo Cristo smascherò i suoi avversari (così R. Yates, Colossians 2.15:
chiarezza, ma anche per maggiore fedeltà ai testi, distinguiamo i Christ Triumphant, NTS 37 [1991] 573-591); ma poiché il participio è immediata-
mente seguito dall'accusativo "i principati e le potestà", è meglio intenderlo come
due ruoli, cominciando dal secondo. il complemento oggetto di un verbo attivo (cf. J.-N. Aletti, Col., p. 157).
25
3.2.1 Già Paolo aveva parlato della sottomissione a Cristo di Ma già Rm 8,38 affermava con sicurezza che "né morte né vita, né angeli né
principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcu-
"ogni principato e ogni potestà e potenza" (ICor 15,24), ma solo n'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù signore
in prospettiva escatologica ("quando consegnerà il regno a Dio pa- nostro".
26
dre"). Ma Col-Ef ne parlano in una prospettiva molto diversa: qui Più discutibile è il senso degli "arconti di questo mondo" (ICor 2,6.8), di cui
Paolo dice che se avessero conosciuto la gloria che ci era riservata non avrebbero
si tratta di realtà che già sono in qualche modo sottoposte a Cristo crocifisso il Signore della gloria. A fronte di una interpretazione di tipo demonolo-
fin dalla creazione (cf. Col 1,16: l'elenco comprende "troni, signo- gico (cf. J.L. Kovacs, The Archons, the Spirit, and theDeath of Christ, ìnApoca-
rie, principati e potestà") e che poi sono state definitivamente scon- lyptic and the New Testament. FSL. Martyn, Sheffield 1989, pp. 217-236; W. Schra-
ge, Der erste Briefan die Korinther (lKor 1,1-6,11), EKK VII/1, Zùrich/Neukir-
fitte dalla sua morte (cf. Col 2,15: Dio, "avendo spogliato i prin- chen Vluyn 1991, pp. 250 e 253-254), forse più probabile, ce n'è un'altra che invece
storicizza questi esseri in rapporto ai capi terreni giudaici, responsabili della morte
di Gesù (cf. M. Pesce, Paolo e gli arconti a Corinto. Storia della ricerca (1888-1975)
23
Cf. l'excursus sullo hieròs gàmos o "nozze sacre" tra gli dèi in H. Schlier, ed esegesi di ICor 2,6.8, Paideia, Brescia 1977; G. Barbaglio, La prima lettera ai
Efesini, pp. 325-342. Corinzi, SOC 7, Dehoniane, Bologna 1995, pp. 169s e 172s).
226 LA TRADIZIONE PAOLINA "CAPO" 227

15,3-20 ecc.)27; (2) il tema del re davidico che deve trionfare dei suoi naccia di un alternativo "culto degli angeli" (Col 2,18), che stor-
nemici fino ad averli come sgabello sotto i piedi (cf. Sai 110,1; Dn 7,14); nava l'attenzione dalla centralità di Cristo e che aveva certo a che
(3) il tema di Adamo, sotto i cui piedi Dio ha posto tutte le cose (cf. fare con i principati e le potestà (cf. Col 2,6-10). Si potrà discutere
Sai 8,6); (4) e infine lo schema del trionfo celebrato dai generali romani sulla specifica configurazione di questa concezione delle cose, che
al Campidoglio (la cui descrizione maggiore è forse quella fornitaci da gli studiosi definiscono come «eresia colossese»31. L'importante
Plutarco, Aem.Paul. 32-34, che riguarda il trionfo del console Lucio è osservare che appunto questi esseri sono dotati di un potere, il
Emilio Paolo dopo la vittoria sulla Macedonia a Pidna nel 168 a.C; quale svanisce di fronte a quello di Cristo; quindi, se per natura
vedi anche il trionfo di Vespasiano e Tito in F. Giuseppe, Bell. 7,121-157).
essi possono incutere timore all'uomo, il cristiano però sa che il
Ci si potrebbe chiedere quale sia la differenza fra le varie desi- loro è un potere debole poiché Cristo ha trionfato su di loro. Una
gnazioni, almeno fra quelle più ricorrenti che sono "i principati reinterpretazione in chiave moderna potrà leggere in essi una me-
tafora di tutte quelle strutture culturali, politiche, religiose, socia-
e le potestà"28, e quindi quale sia la loro natura29. Intanto biso-
li, ideologiche, e persino psichiche, che rischiano di condizionare
gna notare alcune caratteristiche: essi non sono né nomi propri (co-
in qualunque modo e in definitiva di schiavizzare l'uomo32. Ma
me Belial e simili) né semplici nomi astratti (come Inganno, Pecca-
una demitizzazione di queste potenze è già presente in Paolo stes-
to ecc.), inoltre ricorrono normalmente al plurale (riferendosi per- so, in quanto esse sono ormai depotenziate e quindi in linea di prin-
ciò a intere categorie di esseri), forse implicano una scalarità o ge- cipio ormai inoffensive per chi si attiene saldamente a Cristo-
rarchizzazione interna (poiché ciascuno di essi fa parte di una se- capo33. Solo in lui si trova ora la propria pienezza (cf. Col 2,10).
rie), e infine sono ritenute come entità oggettive (infatti non abita- 3.2.2. Ma il dominio di Cristo risorto si estende al cosmo intero,
no negli esseri umani o negli idoli) e non sotterranee (infatti il loro come leggiamo in Ef 1,10.22. Qui si fa un'affermazione fondamen-
ambito d'azione è detto spazialmente «il cielo e la terra» oppure tale, che riguarda l'intestazione (anakefaldiosis) di tutte le cose in
temporalmente «questo eone»). Ebbene, queste osservazioni ci ri- Cristo, quelle nei cieli e quelle sulla terra. L'esegesi del testo34 ci
mandano a degli esseri angelici, ben configurabili su di uno sfon- conduce a individuare alcuni suoi punti-forza. Il raro verbo impie-
do giudaico30. Infatti nella chiesa di Colosse c'era almeno la mi- gato, àvocxecpaXoucóaaaGai, suggerisce due idee importanti e comple-
mentari. L'una viene dal suo significato di "ricapitolare, compen-
27
diare, sintetizzare", ma nel senso non di ridurre a un breve rias-
Cf. T. Longman, The Divine Warrior: The New Testament Use of an Old
Testament Moti/, WestTheolJourn 44 (1982) 290-307. sunto bensì di "raccogliere elementi sparsi" e quindi "unificare".
28
1 due termini, in greco, ricorrono quasi sempre uniti; cf. rispettivamente per Cristo cioè riconduce a unità ciò che nel cosmo appare non solo
il primo: Rm 8,38; ICor 15,24; Col 1,16; 2,10.15; Ef 1,21; 3,10; 6,12; e per il se- frammentato ma anche diviso e lacerato. Egli assolve così alla stessa
condo: ICor 15,24; Col 1,16; 2,10.15; Ef 1,21; 2,2; 3,10; 6,12.
29
Oltre ai Commenti, cf. in particolare H. Schlier, Principati e potestà nel Nuo-
vo Testamento, Morcelliana, Brescia 1967; i quattro volumi di W. Wink, Naming
the Powers. The Language of Power in the New Testament, Fortress, Philadelphia ecc.". Cf. anche 2En 20,1: "Là (= nel settimo cielo) vidi una luce molto grande
1984; Unmasking the Powers. The Invisible Forces That Determine Human Exi- e tutte le milizie di fuoco dei grandi arcangeli e degli incorporei, delle Virtù e delle
stence, ib., 1986; Engaging the Powers. Discernment and Resistance in a World Dominazioni, dei Principati e delle Potenze, Cherubini e Serafini, Troni e angeli
of Domination, ib., Minneapolis 1992; Cracking the Gnostic Code. The Powers dai molti occhi, dieci falangi, gli Ofanim che stavano brillanti..." (una recensione
in Gnosticism, SBL MS 46, Scholars, Atlanta 1993; e poi: W. Carr, Angels and più breve parla solo di "tutte le milizie di fuoco degli angeli incorporei e gli Ofanim").
31
Principalities. The Background, Meaning and Development ofthe Pauline Phrase Tra la vasta bibliografia in materia, cf. almeno lo studio di L.T. Stucken-
"hai archai kai hai exousiai", SNTS MS 42, University, Cambridge 1992; C E . Ar- bruck, Angel Veneration and Christology. A Study in Early Judaism and in the
nold, Powers ofDarkness: Principalities and Powers in Paul's Letters, InterVarsi- Christology of the Apocalypse of John, WUNT 2.70, Mohr, Tùbingen 1995, pp.
ty, Downers Grove 1992; D.G. Reid, Principalities and Powers, in G.F. Hawthor- 111-119, dove si trova un buono status quaestionis. Da parte sua J.D.G. Dunn,
ne & R.P. Martin, edd., Dictionary of Paul and His Letters, InterVarsity, Dow- The Colossian Philosophy. A Confident Jewish Apologia, Bibl 76 (1995) 153-181,
ners Grove/Leicester 1993, pp. 746-752. pensa che si tratti di una posizione dei giudei di Colosse che intendevano denigrare
30
Cf. in particolare lEn 61,10: "(Quando) Egli chiamerà tutte le schiere del cielo i cristiani locali per la loro pretesa di partecipare alla eredità d'Israele.
32
e tutti i santi dall'alto e l'esercito di Dio, allora i Cherubini, i Serafini, gli Ofanim Cf. M. Barth, Ephesians 1-3, AB 34, Doubleday, Garden City 1974, pp.
e tutti gli angeli della potenza, quelli delle Signorie, l'Eletto e l'altra potenza che 170-183 specie 174-175; H. Berkhof, Christ and the Powers, Herald, Scottdale 1977.
33
è sulla terra e sul mare, in quel giorno prenderanno una voce e benediranno, Cf. W. Wink, Naming the Powers, pp. 50-53.
34
magnificheranno, loderanno ed esalteranno con spirito di fede, di sapienza Cf. R. Penna, La lettera agli Efesini, pp. 98-100 e 118-120.
228 LA TRADIZIONE PAOLINA LA CREAZIONE IN CRISTO 229

funzione che nello stoicismo ha la figura del Logos e che nella Bib- 4. La creazione in Cristo (Col 1,15-20)
bia ha la Sapienza: elemento agglutinante e armonizzante, oltre che
nobilitante, delle molteplici e multiformi realtà cosmiche. L'altra Già nelle lettere autentiche di Paolo si afferma l'originale me-
idea è suggerita dall'imparentamento etimologico del verbo con il diazione di Cristo nell'apparire di tutte le cose all'esistenza (cf. ICor
concetto di "capo": Cristo non è spersonalizzato nel cosmo come 8,6, su cui vedi quanto abbiamo già detto nel capitolo precedente
una diffusa anima mundi, ma vi sta di fronte e anzi sopra come al 7.2); ma in proposito bisogna fare alcune osservazioni: innanzi-
suo preposto e suo leader. Anzi, propriamente parlando, l'infinito tutto si tratta di un caso unico36; inoltre l'affermazione è secca e,
aoristo medio del verbo orienta a intendere la frase nel senso che nonostante la sua portata straordinaria, non viene affatto svilup-
tutte le cose tendono a convergere verso di lui come verso il pro- pata; in più la formula in cui essa si trova è verosimilmente di tipo
prio punto di raccolta. tradizionale pre-paolino37; e infine manca palesemente in essa ogni
Questa idea è confermata da Ef 1,22 che dovrebbe essere tra- verbo di creazione, oltre all'idea di una creazione "in" Cristo.
dotto così: "(Dio) sottopose tutte le cose sotto i suoi piedi e lo die- Ben diverso è il caso di Col 1,15-20, che non solo tematizza il fatto
de come capo su tutte le cose alla chiesa {xtyoXrp ÓTuèproxvxoc-cf] della mediazione di Cristo nella creazione primordiale, ma anche lo
èxxXrjata), che è il suo corpo". Si noti il parallelismo sinonimico celebra con toni forti che stanno tra la confessione di fede e la compo-
inverso tra "porre tutto sotto i suoi piedi"35 e "porre lui come ca- sizione innica38. Accettiamo la suddivisione corrente del testo in due
po su tutto", il cui effetto è di evidenziare al massimo l'idea della strofe a seconda del doppio ruolo di mediazione esercitato da Cristo:
universale sottomissione a Cristo ribadita con quella inversa del nella creazione (w. 15-17) e nella redenzione (w. 18-20). Ne diamo una
suo dominio universale. La cosa nuova è il dativo "alla chiesa". traduzione strutturata e su di essa faremo un'analisi di tipo globale.
Il significato fondamentale di questa precisazione è: il Cristo che
Dio ha consegnato alla chiesa è un pantokràtor, il signore di tutte "15Egli è l'immagine (etxwv) del Dio invisibile,
le cose; e la chiesa deve esserne cosciente. Ciò implica un paio di primogenito (TCPCÙTÓ-COXOS) di ogni creatura,
16
sfumature interessanti e complementari: (1) la chiesa non può pre- poiché in lui (èv atkw) furono create (èxxia0Ti)
tendere di far combaciare il Cristo esattamente con i propri confi- tutte le cose nei cieli e sulla terra,
ni, poiché egli è più grande di lei; la chiesa perciò deve umilmente le visibili e le invisibili,
riconoscere che al di fuori di sé non esiste né il vuoto né l'inferno, sia i troni sia le signorie sia i principati sia le potestà:
ma si estende il raggio d'azione del Cristo e ferve la convergenza tutto è stato creato (ex-ciaxai) mediante lui (oi'aù-coG)
di tutte le cose verso di lui; (2) però soltanto nella chiesa ci può e per lui {de, OCUTÓV);
17
essere la piena consapevolezza di questa signoria universale di Cri- ed egli è prima di ogni cosa (rcpò uàvxwv)
sto, poiché soltanto ad essa Dio lo ha consegnato in proprio; del e tutto sussiste in lui (ev aù-ccò auvécro)xev)".
resto, non il cosmo ma solo la chiesa è il corpo di Cristo! Infatti,
36
il rapporto di Cristo-capo con la chiesa è fisiologico, cioè vivo e Ciò è tanto vero che non la seconda metà cristologica trova un parallelo, ma
solo la prima, che è teo-logica, come si vede in Rm 11,36.
omogeneo: egli la innerva dal di dentro (cf. Ef 4,15); invece il suo 37
Questa tesi è fortemente sostenuta da W. Schrage, Der erste Brief an die Ko-
rapporto con il cosmo è di tipo 'politico', di guida, e quindi piut- rinther, EKK VII/2, pp. 221-225 e 241-245; vedi anche C. Wolff, Der erste Brief
tosto estrinseco, ancorché di forte portata cristologica. des Paulus an die Korinther, THNT 7, Evangelische Verlagsanstalt, Berlin 1996,
pp. 172-176; G. Barbaglio, La prima lettera ai Corinzi, pp. 400-404.
38
Sull'insieme, cf. J.-N. Aletti, Colossiens 1,15-20. Geme et exégèse du texte.
Fonction de la thématique sapientielle, AnBi 91, Biblical Institute Press, Rome 1981;
Id., Lettera ai Colossesi, SOC 12, Dehoniane, Bologna 1994, pp. 83-107. Inoltre:
L.L. Helyer, Cosmic Christology and Col 1:15-20, JETS 37 (1994) 235-246; J.
35
L'affermazione ripete quella del Sai 8,7, che però riguarda l'uomo in genera- Murphy-O'Connor, Tradition andRedaction in Col 1:15-20, RB 102 (1995) 231-241;
le di cui si celebra la superiorità su tutte le cose; in Ef abbiamo dunque una inedita F.J. Monroy Rodriguez, Jesucristo y el universo: Colosenses 1,15-20. Un himno
rilettura cristologica del Salmo che propriamente non corrisponde al testo origina- al Sehor Jesus: Origen, destino, fundamento y salvación del cosmos, Mayeutica
le (lo stesso avviene in Eb 2,5-9). In più si può anche percepire l'eco del Sai 110,1 21 (1995) 61-119; C. Gunton, Atonement and the Project of Creation: An Inter-
(= collocazione dei nemici come sgabello sotto i piedi del re-messia). pretation of Colossians 1:15-23, Dialog 35 (1996) 35-41.
230 LA TRADIZIONE PAOLINA LA CREAZIONE IN CRISTO 231

18
Ed egli è il capo (xe9<xXr|) del corpo, la chiesa, lo precedente al 7.4.2), ma qui esso assume una coloritura specifi-
essendo principio (àpxrj), primogenito dei morti, ca a motivo dei richiami sapienziali suggeriti dal contesto creazio-
così da essere lui primo in tutto (èv nàcsw upcoxeucov), nale (per cui si esclude un rimando a Gn 1,26).
19
poiché in lui (Dio) si compiacque
di far abitare tutta la pienezza (itàv xò TcXrjptofxa xaxoixfiaai) In tal senso si possono addurre in parallelo due passi chiarificatori.
20
e mediante lui riconciliare (à7rox<xTaXXà£at) tutte le cose, per lui, Nell'uno (Sap 7,26), la celebrazione della sapienza come "immagine della
pacificando (etpr)vo7rotriaa?) mediante il sangue della sua croce bontà di Dio" fa parte di una serie di definizioni encomiastiche, pre-
senti in ib.t vv. 25-29: una emanazione della potenza di Dio, un efflu-
sia le cose sulla terra sia quelle nei cieli".
vio della sua gloria, un riflesso della luce perenne, uno specchio senza
macchia dell'attività di Dio, più bella del sole, sebbene unica essa può
Una prima decisiva osservazione riguarda il fatto che non vi si tutto; in 8,6 essa è esplicitamente detta xtyy'\.x\.<;, "artefice", e in 9,9 si
dice nulla di Dio, se non solo in obliquo nel genitivo del v. 15, nei dichiara che essa era presente (roxpoGaoc) quando Dio creava il mondo41.
due passivi del v. 16, e come sottinteso nel v. 19. Al centro dunque Nell'altro (Filone Al., Leg. alleg. 1,43.44), si legge: "La sapienza ha
campeggia assolutamente la figura di Cristo (la cui ultima menzio- dei nomi molteplici (TTOXOÓ>VU[AOV ouaocv), poiché egli l'ha chiamata 'prin-
ne era "figlio del suo amore" nel v. 13) e tutto converge sulla rela- cipio' e 'immagine' e 'visione di Dio'; di essa, in quanto archetipo
zione tra lui e "tutte le cose" 39 . Inoltre, l'impiego di molteplici (àpxTrcu7to<;), è imitazione la sapienza terrena... Ma il mondo intero non
preposizioni (èv [vv. 16a.l7b], Sta ed et? [v. 16e]) evidenzia una in- sarebbe un luogo e un soggiorno degni di Dio, poiché egli stesso è il
suo proprio luogo ed egli è riempito di se stesso ed egli è sufficiente a
sistenza sulla mediazione, tale da ribadire fuor di ogni dubbio che se stesso; le altre cose, essendo povere e solitarie e vuote, le riempie e
tutti gli esseri senza eccezione dipendono da Cristo a tutti i livelli40. le contiene (TCXTIPWV xocìrcepiéxtov)lui, ma egli non è contenuto da nien-
Facciamo poi una distinzione fra attributi e funzioni in ciascuna t'altro, essendo lui uno e il tutto (et? xocì TÒrcàvaùxó<;)".
delle due strofe. Nella prima il v. 15 contiene due attributi cristo-
logici (immagine e primogenito), che fondano le due funzioni In questo contesto, definire Cristo come immagine del Dio invi-
espresse nei vv. 16-17 (la creazione primordiale e la coesione di tutte sibile significa esprimere una funzione mediatrice, che approssima
le cose in lui). Nella seconda si attribuisce a Cristo la qualifica mul- al creato il Dio trascendente e inaccessibile rendendolo in qualche
tiforme di "capo-principio-pienezza" nei w . 18-19, a cui si aggancia modo visibile e percepibile, senza suggerire con ciò che essa faccia
la funzione di riconciliatore universale nel v. 20. Tra i due fattori parte delle cose create 42 .
c'è un mutuo condizionamento ermeneutico.
"Primogenito di ogni creatura". Tenuto conto che il greco
7rpcoT<koxo(; significa letteralmente "generato per primo", si pone
la vexata quaestio se si debba ritenere Cristo come parte della crea-
4.1 Gli attributi zione, sia pure come la prima delle creature (senso inclusivo)43, op-
pure se egli debba essere considerato come anteriore ad essa e per
Quanto al primo, "immagine di Dio", va ricordato che era già così dire fuori-serie (senso esclusivo). Onestamente non si può ne-
un titolo cristologico impiegato da Paolo in 2Cor 4,4 (cf. il capito-
39 41
Questa dimensione universale cosmica è evidenziata al massimo nelle forme Cf. il commento di G. Scarpat, Libro della Sapienza, III, pp. 78-80, 147,
del distributivo "ogni creatura" (v. 15), nel neutro plurale tà 7tàvxa (quattro volte 217-219, 225-232.
42
come soggetto [vv. 16bis.17.20]; due volte nei complementi preposizionali "prima Cf. U. Vanni, Immagine di Dio invisibile, primogenito di ogni creazione (Col.
di tutte le cose" [v. 17] e "in tutto" [v. 19]), nelle espressioni universalistiche "nei 1,15), in Aa.Vv., La cristologia di Paolo. Atti della XXIII Settimana Biblica, Pai-
cieli e sulla terra" (vv. 16.20), "le visibili e le invisivili" (v. 16c), e nella enumera- deia, Brescia 1976, pp. 97-113; E. Lohse, Le lettere ai Colossesi e a Filemone, CTNT
zione delle potenze celesti (v. 16d). In questo modo non solo non si lasciano dubbi XI/1, Paideia, Brescia 1979 (orig. ted., Gòttingen 1968), pp. 110-111.
43
in materia, ma anche non si lascia più alcuno spazio per altre eventuali signorie, In questo senso, vedi ciò che si dice della Sapienza in Pro 8,22 LXX: "Il Si-
che sono pertanto escluse. gnore mi ha creata all'inizio della sua attività"; e Sir 1,4: "Prima di ogni cosa fu
40
Cf. J.-N. Aletti, Lettera ai Colossesi, p. 89. Sul tema della pre-esistenza in creata la sapienza"; 24,9: "Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi creò". Que-
questo testo, cf. J. Habermann, Pràexistenzaussagen im Neuen Testament, Europ. sto d'altronde sembra essere il senso dello stesso termine poco dopo in Col 1,18b,
Hoschulschriften 23 Theol 362, Lang, Frankfurt a.M.-New York 1990, pp. 225-266. "primogenito dai morti", anche se il referente qui è il Risorto.
232 LA TRADIZIONE PAOLINA LA CREAZIONE IN CRISTO 233

gare una certa ambiguità di significato, che si ritrova poi anche nel 67,17LXX: "il monte, sul quale Dio si è compiaciuto di abita-
v. 17a ("egli è prima di ogni cosa"): si vuole forse suggerire solo la re") 47 ; ma la pienezza in questione non è tanto quella della
preminenza di Cristo su tutte le cose oppure anche la sua pre- divinità48 quanto piuttosto quell'insieme di grazia e di potenza vi-
esistenza?44. Ciò che invita a preferire la seconda alternativa è una vificante di cui il Cristo risorto dispone per santificare la chiesa
doppia considerazione. L'una è che l'aggettivo "primogenito" im- e riconciliare il mondo (su questa linea cf. anche Gv 1,14: "Dalla
plica l'idea di una generazione, che nelle pagine bibliche non viene sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia").
mai applicata al creato in quanto tale, poiché suppone un rapporto
specialissimo con Dio che il cosmo non ha45; del resto, già in Col
1,13 il Cristo è stato definito "figlio dell'amore" di Dio. L'altra ri- 4.2 Le funzioni
guarda il contesto, nel quale le idee di preminenza e di pre-esistenza
non solo non si escludono a vicenda ma sono intimamente intrecciate Le tre qualifiche suddette, che propriamente riguardano la rela-
così che l'una si spiega con l'altra: il Cristo è sopra tutte le cose per- zione di Cristo con Dio, fondano la possibilità di una sua peculia-
ché è generato da Dio, e proprio questa generazione lo colloca in una re relazione con il cosmo, di cui si parla nei successivi vv. 16-17.
posizione di differenza qualitativa oltre che di superiorità. Ed è qui che si esprime la maggiore originalità di ciò che viene det-
"Capo-principio-pienezza',46. Uniamo insieme queste molteplici to di lui.
attribuzioni dei vv. 18-19 poiché qui il discorso si sposta ad una "In lui tutto è stato creato"*9. Questa affermazione è incentra-
prospettiva soteriologica; questa però è complessa, poiché consi- ta sul complemento "in lui", dove la preposizione "in" non può
dera insieme il rapporto di Cristo sia con la chiesa sia con il co- essere ridotta a semplice valore strumentale. Infatti lo stesso v. 16
smo. (1) "Capo" della chiesa, agganciandosi alla strofa preceden- distingue chiaramente le tre preposizioni iv, 8ià, eì?, che richiama-
te, vuol dire che nessuna delle potenze celesti può rivendicare una no quelle di origine stoica ex, 8ià, et? (presenti in Rm 11,36), dove
qualche autorità sul corpo dei credenti, i quali dunque non aderi- ognuna ha il suo significato specifico50: mentre la seconda espri-
scono ad altri se non a Cristo. (2) "Principio" va probabilmente me davvero una causalità strumentale e la terza lo scopo dell'azio-
unito al seguente "primogenito dei morti", che grammaticalmen- ne, la prima invece suggerisce l'idea che l'attività creatrice di Dio
te ne è apposizione; il senso però è che Gesù va considerato non (il passivo rimanda comunque a lui) è stata impregnata dalla pre-
solo temporalmente come l'inizio di una catena, ma anche e so-
prattutto come un vertice eminente, di cui appunto si dichiara che 47
Si esclude perciò un aggancio con lo gnosticismo, che solo in testi tardivi op-
dev'essere "primo in tutto"; egli infatti propriamente non è parte pone dualisticamente il pléroma divino al kénoma del mondo. Lo stesso si dica di
della chiesa ma è sopra di essa o comunque è suo responsabile che quei testi in cui si parla del Pléroma come unico Dio che permea il Tutto (cf. C.H.
la innerva e la vivifica (cf. Col 2,19). (3) La frase sulla "pienezza" 16,3).
48
che abita in lui, nonostante i problemi esegetici che pone, si risol- Questo invece è il senso di Col 2,9 ("In lui abita somaticamente tutta la pie-
nezza della divinità"), la cui differenza semantica rispetto a 1,19 era già notata da
verà al meglio richiamando affermazioni analoghe dell'AT dove Tommaso d'Aquino. Comunque si voglia interpretare la portata dell'avverbio o<o(ia-
si parla dell'abitazione di Dio nel Tempio di Gerusalemme (cf. Sai •cutòx; (pienamente [Girolamo]? realmente [Agostino]? nel corpo dell'Incarnato? nella
chiesa come corpo di Cristo [Crisostomo]? nell'universo come suo altro corpo [Teo-
doro di Mopsuestia]?), non si può non scorgere qui un riferimento al Risorto, nel
quale soltanto finalmente Dio riversa la propria pienezza.
44 49
Ricordiamo che anche della Sapienza si dice che esiste "dall'eternità" (Pro Oltre ai Commenti, cf. in particolare A. Feuillet, Le Christ sagesse de Dieu
8,23 LXX: npò xoG <xìà>vo<;), "prima di ogni cosa" (Sir 1,4:7tpoxépa 7càv-co)v), ma ri- d'après les épitrespauliniennes, pp. 202-213; Id., Christologiepaulinienne et tradi-
spettivamente in quanto Dio "l'ha fondata (iOefxeXiwoev)" o in quanto "è stata creata tion biblique, pp. 48-70, dove alle pp. 56-65 si riassume la cristologia di tutto l'in-
(txTi<rcai)". no in quattro aspetti: il Cristo è (1) la causa esemplare del cosmo nel v. 16a, (2)
45
Nell'AT LXX, per indicare una generazione divina, il titolo è applicato solo la sua causa finale nel v. 16b, (3) il suo principio di coesione interna nel v. 17b,
a Israele (in Es 4,22; Ger 38/31,9) e al re (in Sai 88/89,27). Filone Al. impiega il (4) e il riconciliatore universale nel v. 20.
50
sinonimo np<aióyovo<; a proposito del Logos come figlio di Dio (cf. Conf. ling. 146; Invece ICor 8,6 tiene distinte le funzioni di Dio e del Signore Gesù nella crea-
Somn. 1,215). zione delle cose: al primo si collegano le due preposizioni ix e eì; ( = origine e sco-
46
Sull'insieme, cf. l'esegesi di J.-N. Aletti nei due volumi citati sopra (nota 38) po), mentre al secondo soltanto la preposizione Sia ( = strumentalità, mediazione);
e A. Feuillet, Le