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LOSSERVATORE ROMANO

sabato 12 settembre 2015

Messa del Pontefice a Santa Marta

Rischio ipocrisia
Se si trovasse una persona che
mai, mai, mai ha parlato male di
unaltra si potrebbe canonizzare subito: con unespressione forte
che Francesco ha messo in guardia
dalla tentazione ipocrita di puntare il dito sempre contro gli altri.
Invitando, piuttosto, ad avere il
coraggio di fare il primo passo riconoscendo i propri errori e le proprie debolezze e accusando se stessi. il consiglio spirituale, centrato
su perdono e misericordia, che il
Pontefice ha suggerito nella messa
celebrata venerd mattina, 11 settembre, nella cappella della Casa Santa
Marta. Perch lipocrisia ha
ammonito un rischio che corriamo tutti, incominciando dal Papa in gi.
In questi giorni ha fatto subito notare Francesco la liturgia ci
ha fatto riflettere tante volte sulla
pace, sul lavoro di pacificare e di riconciliare che ha fatto Ges, e anche sul nostro dovere di fare lo
stesso e cio fare la pace, fare la
riconciliazione. Inoltre, ha proseguito il Papa, la liturgia ci ha fatto
anche riflettere sullo stile cristiano,
soprattutto su due parole, parole
che Ges ha messo in atto: perdono e misericordia. Ma, ha insistito
Francesco, dobbiamo realizzarle
anche noi.
E cos ha proseguito in
questi giorni, la liturgia ci ha portato a pensare questo, a riflettere su
questa strada della misericordia, del
perdono, dello stile cristiano con
quei sentimenti di tenerezza, bont,
umilt, mansuetudine, magnanimit. Lo stile cristiano, infatti, consiste nel sopportarci a vicenda,

ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Questa, ha


spiegato Francesco, stata misericordia. Paolo dice di se stesso
cosa era, un bestemmiatore, ma chi
bestemmiava era condannato alla
lapidazione, alla morte. Paolo era
dunque un persecutore di Ges
Cristo, un violento, un uomo che
non aveva pace nella sua anima n
faceva la pace con gli altri. Ed ecco che oggi Paolo ci insegna ad
accusare noi stessi.
Nel passo evangelico di Luca (6,
39-42) il Signore, con quellimmagine della pagliuzza che nellocchio di tuo fratello e della trave che
nel tuo, ci insegna lo stesso: fratello, togli prima la trave dal tuo
occhio, prima accusa te stesso; e allora ci vedrai bene per togliere la
pagliuzza dallocchio del tuo fratello. Dunque il primo passo :
accusa te stesso.
Cos Francesco ha suggerito anche un esame di coscienza quando
a noi vengono i pensieri su altre
persone, del tipo: Ma guarda
questo cos, quello cos, quello fa
questo, e questo.... Proprio in quei
momenti opportuno domandare a
se stessi: E tu che fai? Cosa fai?
Io cosa faccio? Io sono giusto? Io
mi sento il giudice per togliere la
pagliuzza dagli occhi degli altri e
accusare gli altri?.
Per queste situazioni Ges sceglie
la parola ipocrita che, ha fatto
notare il Papa, usa soltanto con
quelli che hanno doppia faccia,
doppia anima: ipocrita!. Luomo e
la donna che non imparano ad accusare se stessi diventano ipocriti.
Tutti, eh! Tutti! Incominciando dal

Amir Yeke, Dintorno allipocrisia (2011)

luno laltro: un atteggiamento che


porta allamore, al perdono, alla
magnanimit. Perch proprio, lo
stile cristiano magnanimo,
grande.
Il Signore ha spiegato il Pontefice ci ha poi detto che, con
questo spirito grande, c anche
unaltra cosa: quella generosit, generosit del perdono, generosit
della misericordia. E ci spinge a
essere cos, generosi, e a dare: dare
tutto da noi, dal nostro cuore; dare
amore, soprattutto. In questa prospettiva, ha aggiunto, ci parla della ricompensa: non giudicate e
non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati.
Questo, dunque, ha affermato
Francesco, il riassunto del Signore: perdonate e sarete perdonati; date e vi sar dato. Ma che
cosa vi sar dato? Una misura buona, pigiata, colma, traboccante
ha ricordato il Papa vi sar versate nel grembo, perch con la misura
con la quale misurate sar misurato
a voi il cammino. Insomma se tu
hai una grande misura damore, di
misericordia, di generosit, sarai
giudicato cos; altrimenti, secondo
la tua misura.
Cos il riassunto del pensiero
della liturgia in questi giorni ha
fatto presente il Pontefice. Tutti
noi, ha commentato, possiamo dire: Questo bello, eh! Ma, padre,
bello, ma come si fa, come si incomincia questo? E qual il primo
passo per andare su questa strada?.
Proprio nella liturgia, la risposta suggerita dal Papa, vediamo
questo primo passo, sia nella prima lettura sia nel Vangelo. E il
primo passo laccusa di se stessi,
il coraggio di accusare se stessi, prima di accusare gli altri. Lapostolo
Paolo, nella prima lettera a a Timoteo (1, 1-2.12-14), loda il Signore
perch lo ha eletto e rende grazie
perch gli ha dato fiducia mettendo al suo servizio me, che prima

Papa in gi: tutti!. Infatti, ha proseguito, se uno di noi non ha la


capacit di accusare se stesso e poi
dire, se necessario, a chi si devono dire le cose degli altri, non cristiano, non entra in questopera
tanto bella della riconciliazione,
della pacificazione, della tenerezza,
della bont, del perdono, della magnanimit, della misericordia che ci
ha portato Ges Cristo.
Perci, ha affermato il Pontefice,
se tu non puoi fare questo primo
passo, chiedi la grazia al Signore di
una conversione. E appunto il
primo passo questo: io sono capace di accusare me stesso? E come si
fa?. La risposta in fondo semplice, un esercizio semplice.
Francesco ha suggerito questo consiglio pratico: Quando mi viene in
mente di pensare ai difetti degli altri, fermarsi: Ah, e io?. Quando
mi viene la voglia di dire agli altri i
difetti degli altri, fermarsi: E
io?.
Bisogna avere anche il coraggio
che ha Paolo nello scrivere di s a
Timoteo: Io ero un bestemmiatore, un persecutore, un violento.
Ma, ha domandato il Papa, quante cose possiamo dire di noi stessi?. E allora risparmiamo i commenti sugli altri e facciamo commenti su noi stessi. E cos facciamo davvero il primo passo su questa strada della magnanimit. Perch chi sa guardare soltanto le pagliuzze nellocchio dellaltro, finisce
nella meschinit: unanima meschina, piena di piccolezze, piena di
chiacchiere.
Prima di proseguire la celebrazione, il Pontefice ha invitato a chiedere nella preghiera al Signore la
grazia questo anche il coraggio
di Paolo di seguire il consiglio di
Ges: essere generosi nel perdono,
essere generosi nella misericordia.
Tanto che, ha concluso, per riconoscere santa una persona c tutto
un processo, c bisogno del miracolo, e poi la Chiesa la proclama
santa. Ma se si trovasse una persona che mai, mai, mai avesse parlato
male dellaltro la si potrebbe canonizzare subito. bello, eh?.

pagina 7

di HERMANN GEISSLER
In un discorso su La santit come
criterio esemplare del principio cristiano, John Henry Newman approfondisce alcuni pensieri. Come
per lui usuale, parte dalla coscienza,
da quellistinto del cuore che suggerisce alluomo la differenza tra il
bene e il male e costituisce il criterio
per valutare i pensieri e le azioni
(Sermoni cattolici, 57). La luce della
coscienza ci data per guidare lanima nel suo cammino verso il cielo,
per additarci il nostro dovere in
ogni circostanza, per istruirci in particolare intorno alla natura del peccato, per renderci atti a giudicare tra
tutte le diverse cose che ci si propongono, e sceverare il prezioso dal
vile; per impedire che fossimo sedotti da ci che ha unapparenza grata
e piacevole; per dissipare i sofismi
della nostra ragione (ibidem, 58).
Per essere in grado di compiere
questa missione, la coscienza ha bisogno di essere guidata e sostenuta;
lasciata a se stessa, anche se, in un
primo momento, si esprime secondo
verit, tende in seguito a farsi incerta, ambigua e falsa. Per mantenersi
sulla via del dovere, ha bisogno di
buoni maestri e di buoni esempi
(ibidem, 57). Ora la tragedia, secondo Newman, sta nel fatto che questi
necessari maestri ed esempi spesso ci
mancano. Anche in Paesi che si vantano di essere cristiani, la luce nel
cuore di tante persone si fatta fioca e impotente, perch non hanno
pi unidea chiara di Dio e di ci
che vero, buono e bello. Per caratterizzare queste persone, Newman
impegna unimmagine forte: assomigliano a uomini che vivono in caverne sotterranee: Laggi lavorano,
laggi prendono i loro piaceri, laggi forse muoiono (ibidem, 58). Esse non vedono mai la luce del giorno e, sebbene abbiano occhi come
tutti, non possono formarsi unidea
esatta dello splendore radioso del
sole, dei bei cieli inarcati, degli spazi azzurri, dei monti impervi, del
verde ridente dei prati. E poich
non possono rimanere nelle tenebre,
si creano delle proprie luci. Esse, infatti, per un bisogno della loro natura, devono poter levare lo sguardo
verso qualche cosa di alto e, se non
sanno nulla di Dio e dei suoi santi,
si creano degli idoli che diventano
oggetto della loro adorazione (cfr.
Sermoni cattolici, 61).
Una prima luce-idolo, da tanti
adorata e venerata, la ricchezza
terrena. Scrive Newman: Il loro
dio mammona. Badate: non voglio
dire, con questo, che ciascuno di loro si dia pena e saffanni per arricchire, ma che tutti sinchinano di
fronte alla ricchezza. infatti alla
ricchezza che la gran maggioranza
degli uomini rende un omaggio
istintivo (ibidem, 61). Molti sanno
bene che non possono mai diventare
ricchi, ma misurano la felicit dalla
ricchezza, ritengono rispettabili i ricchi, cercano amici tra i ricchi, pensa-

John Henry Newman e la speranza nella vita cristiana

Buoni maestri
no che la ricchezza possa fare ogni
cosa.
Newman menziona ancora una seconda luce-idolo. La ricchezza
cos afferma il primo idolo del
nostro tempo. La notoriet il secondo (ibidem, 62). I moderni mezzi di comunicazione hanno aperto
nuove possibilit per gli uomini di
guadagnare prestigio e di farsi importanti agli occhi del mondo. Oggi, la notoriet, la fama giornalistica
sono, per la gran maggioranza,
quello che leleganza e lo stile (per
usare il linguaggio mondano) sono
per coloro che appartengono pi o
meno intrinsecamente agli ambienti
pi elevati. La notoriet diventata
per la massa una specie di idolo,
adorato di per se stesso (ibidem,
62). Certo, non tutti possono arrivare alla notoriet, ma giudicano il valore di una persona a partire dalla
sua notoriet, dalla sua fama pubblica, dal suo prestigio nel mondo.
Di fronte a queste luci-idolo, Newman esclama pieno di dolore:
Questi sono i tuoi dei, o Israele
(cfr. Esodo, 32, 4). Ohim! Questo
grande e nobile popolo, nato per
tendere a cose grandi, nato per venerare ci che elevato, guardatelo,
ora, come saggira alla luce di torce
nella caverna, o insegue i fuochi fatui delle paludi, incapace dintendere se stesso e il proprio destino, la
propria contaminazione, la propria
miseria, perch privo della luce dei
grandi luminari del cielo (Sermoni
cattolici, 63). Ricchezza e notoriet
non sono mali in s, ma diventano
mali se vengono venerati e adorati,

se diventano idoli per gli uomini


che vivono nelle caverne sotterranee
e non conoscono la vera luce.
Ora, che cosa capita se gli uomini, per un intervento della provvidenza di Dio, giungono alla soglia
della caverna e vedono la luce del
giorno? Quale mutamento per essi
scrive Newman quando, per la
prima volta, gli occhi della loro anima si dissuggellano e, con la vista
che d la grazia, cominciano a contemplare il sole di giustizia, Ges, i
cieli di angeli e arcangeli ove egli ha
la sua dimora, la risplendente stella
del mattino, che la madre sua benedetta, le continue cascate e i fiotti
di luce che si riversano sulla terra e
nel toccarla si trasformano in un arcobaleno dinfiniti colori, che sono i
suoi santi, e il mare sconfinato che
limmagine della divina eternit! E
poi, ancora, la placida luna notturna
che figura della sua Chiesa, e le
stelle silenti, come pii e santi viandanti, che viaggiano in solitario pellegrinaggio verso il loro eterno riposo (ibidem, 64).
Una simile esperienza di Tabor
fanno coloro che sono disposti a
uscire dalla caverna del pensiero
mondano, egocentrico, autosufficiente e si aprono alla luce meravigliosa di Dio. Riconoscono che i veri criteri per valutare il bene non sono n la ricchezza, n linfluenza sociale, n il rango elevato, ma la
santit e i beni che laccompagnano:
la santa purezza, la santa povert, la
fortezza eroica, la pazienza, il sacrificio di s per amore degli altri, la
rinuncia al mondo, i favori del cielo,

la protezione degli angeli, il sorriso


della beata Vergine, i doni della grazia, gli interventi straordinari del
miracolo, la comunione dei meriti
(ibidem, 65).
Uomini di questo genere mirano
ad alti ideali. Essi, forse, non sono
sempre capaci di mettere in pratica
ci che buono, vero e giusto. Per
conoscono quello che vero, sanno
che cosa pensare, sanno come giudicare; hanno un modello che fornisce
loro un criterio per giudicare dei
principi di condotta, e, questo modello, limmagine del santo a formarlo nella loro mente (ibidem, 65).
Certo, i santi non cadono dal cielo,
essi conoscono le tentazioni del
mondo, ma combattono la buona
battaglia della fede, vivono della
grazia di Dio e vincono contro il
male. I santi manifestano alle moltitudini quel che Dio capace di
operare, quel che luomo capace di
essere (ibidem, 69). Ci sono santi in
tutti gli strati della societ, nei vari
stati di vita e nei pi diversificati
compiti nella Chiesa e nel mondo.
I santi sono molto diversi tra loro
e spesso hanno ricevuto dei doni
particolari. Non sempre possono essere un esempio per noi, restano
per in ogni caso il nostro modello
del giusto e del bene. Sono stati cos innalzati per essere un memoriale
e un insegnamento: ci fan memoria
di Dio, ci introducono nel mondo
invisibile, ci apprendono che cosa
Cristo ami, tracciano per noi la strada che conduce al cielo. Rappresentano, per noi che li contempliamo,
quello che la ricchezza, la fama, il
rango, il nome, significano per la
moltitudine che vive nella caverna:
sono loggetto della nostra venerazione e del nostro omaggio (ibidem,
70). I santi, nei quali brilla la luce
di Dio, sono un sicuro punto di riferimento per la nostra coscienza affinch possiamo distinguere il giusto
dallingiusto, il bene dal male e lo
Spirito di Dio dallo spirito del mondo. I santi, inoltre, ci spingono a
compiere il bene, con il sostegno
dellaiuto di Dio.
Benedetto XVI, nella sua enciclica
sulla speranza cristiana, ha sottolineato limportanza dei santi. Scrive
infatti: Le vere stelle della nostra
vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono
luci di speranza. Certo, Ges Cristo
la luce per antonomasia, il sole
sorto sopra tutte le tenebre della
storia. Ma per giungere fino a Lui
abbiamo bisogno anche di luci vicine di persone che donano luce
traendola dalla sua luce ed offrono
cos orientamento per la nostra traversata (Spe salvi, n. 49). Se la nostra coscienza incerta e non sa come agire in una situazione concreta,
cerchiamo di pensare a una persona
santa. Se riusciamo a far sorgere in
noi un tale pensiero, quasi sempre
riceviamo la luce e la forza per compiere il prossimo passo, sul nostro
cammino di pellegrinaggio verso
Dio e la vita eterna, la vita vera nella comunione dei santi.

Per la dedicazione della nuova cattedrale

Il cardinale Vingt-Trois inviato papale a Crteil


Lo scorso 8 agosto stata pubblicata
la nomina del cardinale Andr Vingt-Trois,
arcivescovo di Parigi, a inviato speciale
di Papa Francesco alla celebrazione eucaristica
col rito della dedicazione della nuova cattedrale
della diocesi di Crteil (Francia), in programma
il 20 settembre. Di seguito la lettera
pontificia di nomina.

Venerabili Fratri Nostro


ANDREAE S.R.E. Cardinali
VINGT-TROIS, Archiepiscopo Metropolitae
Parisiensi
Sacrarum Scripturarum verba meditantes:
Ego autem in multitudine misericordiae tuae
introibo in domum tuam; adorabo ad templum sanctum tuum in timore tuo (Ps 5, 8),
grato laetoque animo nuper accepimus proxime Christoliensi in urbe novum cathedrale

templum sollemni modo consecratum iri. Illo


die istius dioecesis presbyteri et christifideles
laici gratias omnipotenti Deo agent ob tanta
Eius beneficia quae superiores per annos toti
inibi christianae communitati largiri est dignatus. Eodem enim tempore quo sacra illa aedes
extruebatur, Synodum dioecesanam cui titulus
est Cum Iesu Christo alter alterius onera portate et cum omnibus Evangelii gaudium communicate (cfr. Gal 6, 2) tota dioecesana communitas celebravit atque, diligenti Sacro Praesule Venerabili Fratre Michaele Santier moderante, precibus et meditatione Sacrarum Scripturarum nec non per consideratam missionem
in mundo nostrae aetatis solide se ad hanc celebrationem paravit.
Quam ob rem memoratus Episcopus humanissime Nos rogavit ut aliquem eminentem virum mitteremus, qui Nostras vices Cristolii gereret Nostramque erga istum gregem dilectionem manifestaret. Ad Te ergo, Venerabilis Frater Noster, qui gravissimum munus Archiepiscopi Metropolitae Parisiensis exerces, mentem
Nostram vertimus Teque hisce Litteris Missum
Extraordinarium Nostrum nominamus ad consecrationem dictae ecclesiae, quae die XX proximi mensis Septembris in memorata urbe perficietur.
Sollemni praesidebis Eucharistiae cum ritu
consecrationis atque omnes adstantes sermone
tuo ad diligentiorem usque Christi imitationem
cohortaberis: oportet enim ut novis viribus no-

voque studio peculiarem dilectionem Evangelii


et Ecclesiae demonstremus atque cotidiana in
vita fidei virtute ardeamus.
Rogamus Te etiam ut Nostram omnibus ibi
congregatis salutationem afferas, Episcopo nominatim Christoliensi ceterisque sacris Pastoribus, presbyteris, religiosis viris ac mulieribus
christifidelibusque laicis. Exoptamus denique
ut verba Nostrae benevolentiae etiam ad civiles
auctoritates nec non aliarum religionum asseclas extendas et ad omnes qui Ecclesiae missionem, libertatis religiosae condicionem atque
sincerum personae humanae bonum studiose
fovent.
Nos autem Te, Venerabilis Frater Noster, in
tua missione implenda precibus ferventer comitabimur. Denique Benedictionem Nostram
Apostolicam libentes Tibi impertimur, signum
Nostrae erga Te benevolentiae et caelestium
donorum pignus, quam omnibus celebrationis
participibus rite transmittes, dum a vobis preces expostulamus, ut pergrave Petrinum munus secundum divinam voluntatem diligenter
exercere valeamus.
Ex Aedibus Vaticanis,
die XI mensis Augusti,
in memoria S. Clarae, virginis,
anno MMXV, Pontificatus Nostri tertio.