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I modelli tragici Il suicidio

Medea, Euripide:
()pi che il senno pu la passione, che di gran mali pei mortali causa!()
Romeo e Giulietta, Shakespeare:
()occhi miei, guardatela per lultma volta! Braccia, serratevi nellultimo abbraccioe voi, oh
labbra, che siete la porta del respiro, sigillate con un legittimo bacio il contratto senza termine con
la Morte divoratrice!()
Dante, Inferno V 61-62:
(...)Laltra colei che sancise amorosa, e ruppe fede al cener di Sicheo()
Virgilio, Eneide, IV 321-323:
()te propter eundem
Exstinctus pudore et, qua sola sidera adibam,
fama prior()
()per te, per te solo
ho distrutto il pudore e la fama di prima
per la quale soltanto io salivo alle stelle()
Didone una creatura poetica originale, che riassume in s tutte le grandi eroine classiche, che non
teme il paragone con la Medea di Apollonio Rodio n con la Medea di Euripide, che pure Virgilio
ebbe ben presenti. Didone personaggio complesso e altamente drammatico: maestosa quando
dirige la costruzione della nuova citt, pietosa quando accoglie gli sventurati naufraghi troiani e ne
ascolta le dolorose vicende, appassionatamente donna nellamore, inteso come dedizione assoluta,
ed anche quando, resasi conto dellinganno della partenza di Enea, che le brucia pi della partenza
stessa, lo accusa di perfidia con toni che passano dalla supplica alla furia allo sdegno alla
maledizione. Didone dignitosamente regina quando, in considerazioni poliche, ricorda lodio
pericoloso dei tiranni e dei Tiri, suscitato proprio a causa di Enea; quando ferma nei suoi propositi
di suicidio; quando, non tollerando pi la vista di colui che ha infranto il patto damore, tronca
tempestosamente il colloquio, ed anche dopo, quando, nelloltretomba, non gli rivolge nemmeno
uno sguardo.
Ella non riesce a raggiungere la libert da questo amore nemmeno con l'atto estremo del suicidio,
perch nella maledizione che lancia all'eroe si augura di essergli vicino anche come fantasma per
tormentarlo: nemmeno dopo la morte accetta di stare lontana dal suo amato.
In tutti i tempi Didone rimane lemblema di una donna che umanamente vive sospesa tra
razionalit e sentimento e che non riesce a risolvere questo conflitto in un altro modo che non sia
quello della liberazione per mezzo della morte. Ma la Didone virgiliana anche il simbolo di quella
passionalit e di quella intensit emotiva da sempre attribuite ad un campo dazione prettamente
femminile.
Il discorso di Didone secondo Ovidio
()Tu crudele
Non puoi contro di me essere a lungo.
Vorrei che tu vedessi quale fosse
Limmagine di me mentre ti scrivo!
Scriviamo, e sopra il grembo ho il Troico brando,
E per le guance cadono le lacrime
Sul brando stretto, che ormai sar tinto,

Invece che di lacrime, di sangue.


Oh, quanto conveniente al mio destino
Questo tuo dono! Tu il nostro sepolcro
Con unesigua spesa ci prepari.
Non per la prima volta ora il mio petto
E ferito da unarma: quello il luogo
Che di un tremendo amore ha la ferita.
Anna sorella mia, mia sorella Anna,
Tu, che conosci la mia colpa, gli omaggi
Estremi alle mie ceneri offrirai.
E quando il rogo mi avr consumata
Non porter la mia iscrizione :Elissa,
la sposa di Sicheo; ma questo carme
Sopra il marmo del tumulo sar:
Enea forn causa di morte e spada;
Didone cadde di sua propria mano.()
Sostanzialmente la figura di Didone si pu riassumere in questi punti:
Nel IV libro dellEneide ci appare una Didone afflitta che vaga per la citt, in preda allamore,
che qui si presenta in tre modi:
1. Lamore come fiamma, che consuma le membra della bella regina, era stato gi incontrato
nel brano riguardante il discorso tra le due sorelle regali, ma qui si ripresenta come una
dolce fiamma che divora le midolla.
2. Lamore come ferita vede Didone protagonista di una similitudine, che la paragona a una
cerva ferita dallarco di un pastore, che si trascina per i boschi senza riuscire a levarsela.
Questa passione dunque la pi pericolosa delle ferite, poich invisibile e non curabile.
3. Infine sincontra lamore come furor, perci la follia e il delirio. Come una Menade, infatti,
la sovrana invasata, cio posseduta dal dio. Questo tipo di amore si svilupper durante lo
scontro con Enea.
Tre sono anche i principali sentimenti che assalgono Didone durante il suo addio alla vita.
1. Dapprima rimpiange di non essersi vendicata dellempio amante, ed accecata dalla rabbia,
immagina ogni pi sanguinosa ipotesi di vendetta sul Troiano, e lancia contro di lui tre
maledizioni dinfelicit e disgrazie. In queste sono contenute diverse anticipazioni sulla
storia a venire (guerre Puniche): si assiste qui a un esempio di eziologia.
2. Poi giunge la follia, e libera il tumulto che le agita il cuore; rabbia, vergogna, dolore,
frustrazione la invadono, e la bella regina perde il senno.
3. Ora pronta al suicidio, brandisce la spada lasciata nella stanza da letto da Enea, e
pronuncia le sue ultime parole. Queste per hanno un sapore amaro: una nota di malinconia
avvolge Didone nel suo estremo saluto alla luce.
E cos, con una pugnalata al petto finisce la vita di una grande regina, che ebbe la sfortuna di
un Fato avverso. Questa la ragione che giustifica il suo epiteto fisso: infelix, non triste ma
sventurata.
Anche il celebre filosofo ateniese Platone, allievo di Socrate e maestro a sua volta di Aristotele,
nella sua opera intitolata Simposio fa abilmente riferimento a modelli tragici esponendo una sua
tesi:
() Soltanto gli amanti accettano questo, non solo gli uomini, ma anche le donne. La figlia di
Pelia, Alcesti, ha dato ai Greci un esempio chiarissimo di ci che dico. Soltanto essa acconsent a
morire per il suo sposo, che pure aveva un padre e una madre. La sua figura si eleva cos in alto su
di loro per la forza nata dal suo amore da farli apparire estranei al loro stesso figlio, senza altro
legame con lui che il nome. Avendo agito in questo modo, il suo gesto sembrato bellissimo, non

solo agli uomini ma anche agli di. Essi concedono davvero a pochi il privilegio di richiamare in
vita la loro anima dal fondo dell'Ade, una volta morti. Ebbene fra tanti eroi, autori delle pi belle
azioni, concessero questo privilegio proprio ad Alcesti ricordandosi del suo gesto che avevano tanto
ammirato. A tal punto gli di onorano la dedizione e il coraggio al servizio dell'Eros. Al contrario
essi mandarono via dall'Ade Orfeo, figlio di Eagro, senza ottenere nulla: gli mostrarono soltanto
un'immagine della donna per la quale era venuto, senza concedergliela. La sua anima, infatti,
sembrava loro debole, perch altri non era che un suonatore di cetra; non aveva avuto il coraggio di
morire, come Alcesti, per il suo amore, ma aveva cercato con tutti i mezzi di penetrare da vivo nel
regno dei morti. E' certamente per questa ragione che essi gli hanno inflitto questa punizione e
hanno fatto in modo che morisse per mano delle donne.
Ecco dunque, io lo dichiaro, l'Eros tra gli di il pi antico e il pi degno, ha i maggiori titoli per
guidare l'uomo sulla via della virt e della felicit, sia in vita che nel regno del'aldil"
LAlcesti lopera pi antica di Euripide che ci giunta. Fu rappresentata nel 438 come quarto
dramma di una tetralogia, composta da Cretesi, Alcmeone a Psofide e Telefo.
Brevemente la trama:
Apollo ha concesso ad Admeto, re di Fere, di evitare la morte a patto che qualcuno si sacrifichi al
suo posto. Tutti sembrano rifiutare e sar Alcesti, la sua sposa, a sacrificarsi e a morire. Admeto
avr salva la vita. Nel finale della tragedia Eracle, dopo essere sceso allAde, riconsegner Alcesti
ad Admeto, ma lei rimarr coperta da un velo e in silenzio.
Nell'"Alcesti" Euripide riesce a creare un mondo femminile idealizzato, dove la donna diventa
eroina di fronte alla morte. Alcesti cede alla debolezza del marito, e con uno sconvolgente atto di
fermezza, non indugia a sacrificare la propria gioia per il bene dell'uomo.
Nella tragedia d'Euripide la scena pi signficativa di questo sacrificio femminile quando Alcesti
lascia la terra chiedendo al marito solo di conservare indelebile nel suo cuore il proprio ricordo e di
non amare in futuro altre donne, in una scena struggente davanti al palazzo reale che marca ancor
pi l'evidente contrapposizione tra coraggio femminile e debolezza maschile.
Innanzitutto Alcesti non una vergine, anzi ha dei figli, una posizione e dei privilegi importanti.
Alcesti sceglie il sacrificio perch le richiesto socialmente, lo sceglie perch la norma lo prevede.
La vicenda di Alcesti va dunque interpretata sempre tenendo ben presente la netta dicotomia del
rapporto uomo/donna che si evidenzia nellAtene del V secolo. Vita fuori di casa per luomo e vita
chiusa tra le mura domestiche per la donna. Spazi e opportunit, contrapposti a limitazioni e divieti.
Il teatro, a volte, permette di accorciare questa distanza, dar voce al dissenso, permette alle donne di
entrare in un terreno che nella vita quotidiana gli precluso. Se si analizza con attenzione la
tragedia, sembra quindi emergere un preciso tentativo da parte di Euripide di modificare gli
equilibri di questo rapporto, smontandone e rovesciandone le caratteristiche fondamentali, di
deviare, attraverso la tragedia, il modo di pensare comune. Se il principio del sacrificio la
distruzione, come avevamo detto allinizio, in questo caso non si tratta solo della distruzione della
persona di Alcesti, ma della relazione che ha con suo marito.
La vicenda di Alcesti si risolve, come in una favola, con il classico lieto fine in cui il bene trionfa su
un destino che in questo caso tanto malvagio non , dimostrando come l'ostinata volont di una
donna possa riuscire a commuovere anche la fredda morte.
Orfeo e Euridice
Il mito, composto dal famoso poeta romano elegiaco Ovidio, compare nella sua opera intitolata
Metamorfosi e grazie a questo, lautore approfondisce il tema delleros e dei modelli tragici:
Perch Orfeo si volta? Per quale ragione, pur avendo avuto una concessione cos straordinaria ed
essendo ormai sul punto di vedere coronato da successo uno sforzo che lo ha condotto ai limiti
dell'umano, per quale ragione egli si volta? Che cosa lo induce a un gesto che pu apparire appunto

solo un gesto di 'furor'(follia), di 'subita dementia' (improvvisa follia), di insania? Le interpretazioni


per lo pi hanno cercato di concentrarsi su questo aspetto, tentando di individuare le ragioni di ci
che non ragionevole, di ci che non riconducibile a razionalit: se vero che il comportamento
di Orfeo , come la stessa Euridice afferma, una espressione di 'furor', non si pu chiedere ragione
di ci che per definizione alla ragione si sottrae. Pu essere allora - anche sulla scorta del resoconto
ovidiano - pi utile spostare l'attenzione dalla analisi delle ragioni irragionevoli del comportamento
di Orfeo ad un altro aspetto, che invece gli studiosi e gli interpreti hanno trascurato e che pu essere
invece particolarmente significativo per comprendere anche la valenza filosofica di questo mito, e
cio spostare l'attenzione all'analisi della natura del patto, e cio all'analisi delle condizioni poste da
Plutone e Proserpina per il rilascio di Euridice. Apparentemente la condizione posta - che Orfeo non
si volti a guardare Euridice prima di averla ricondotta alla luce - sembra essere tale da potere essere
agevolmente soddisfatta. Anzi. Se vero che ogni patto, ogni forma di negoziato prevede una
equivalenza delle condizioni, una simmetria tra ci che gli attori del patto devono concedersi
scambievolmente, qui si potrebbe perfino osservare che esiste una dissimetria, uno squilibrio tutto a
favore di Orfeo: egli pu ottenere ci che nessun essere vivente mai riuscito ad ottenere, e cio il
ritorno alla luce di chi gi era stato assunto nel regno delle tenebre, e pu guadagnare qualcosa di
cos incalcolabilmente grande e importante soltanto a condizione di sospendere temporaneamente lo
sguardo, di non guardare per una fase, un periodo assai limitato quale quello dell'itinerario di
ritorno. Quindi la condizione posta sembra essere molto facile da soddisfare, anzi talmente facile da
sembrare fin troppo squilibrata in favore di Orfeo. Ma forse proprio questo il punto, questa
apparente ovviet sulla quale occorre esercitare invece il rigore della problematizzazione filosofica.
Vi sono delle leggi che governano e organizzano l'Ade, di cui Plutone e Proserpina sono
esclusivamente i custodi. Se Orfeo avesse potuto davvero ricondurre fuori dagli inferi Euridice
queste leggi sarebbero state violate. Euridice che ritorna dal mondo delle ombre nel mondo della
luce, Euridice che ritorna alla vita infrange un 'ksmos', compromette una organizzazione legale alla
quale non solo Euridice e Orfeo, ma le stesse divinit sono sottomesse. Se questo vero, allora
evidente che la condizione posta ad Orfeo doveva essere tale da non potere essere rispettata. E che
cosa si chiede in effetti ad Orfeo? E' davvero cos elementare la parte del patto che egli deve
rispettare? E' davvero cos semplice il rispetto di questa condizione? Si chiede a Orfeo di non
guardare Euridice, si chiede ad Orfeo amante di non guardare l'amata, si chiede in altri termini a
Orfeo di amare senza conoscere. Questa indicazione, questo comando, questa richiesta sono
impossibili: non possibile scindere l'amore dalla conoscenza: Orfeo amante pu essere tale solo a
condizioni di conoscere e quindi di guardare Euridice. La richiesta impossibile, non ammesso,
non concesso a Orfeo di rispettare questa condizione. La scissione di amore e conoscenza richiesta implicita nel patto - non possibile; occorrerebbe che si realizzasse una contraddizione,
occorrerebbe che Orfeo, amante, non amasse, allo scopo di poter portare fuori Euridice. Ma
appunto questo il paradosso che segna anche l'esito tragico di questo epilogo. La condizione di
amante non un dato acquisito una volta per tutte, una condizione che va confermata nel proprio
modo di essere e di comportarsi, e solo un paradosso avrebbe potuto consentire a Orfeo di riportare
alla luce Euridice; quell'Orfeo che spinto dall'amore va fino agli inferi per recuperare la sposa
perduta, avrebbe dovuto, per poterla portare alla luce, non amarla pi, avrebbe dovuto poter
scindere amore e conoscenza.
I due miti sopracitati sono chiari esempi di due ben diverse reazioni ad un dramma che dalla
letteratura stato considerato il tema pi empatico mai raccontato (leros).
Un altro modello tragico significativo si rispecchia nella figura della Medea euripidea, l'eroina
greca che, per amore di Giasone, accetta di abbandonare la sua terra e la sua famiglia e di
accompagnarlo nelle sue peregrinazioni. Anch'ella talmente succube dell'amore per Giasone che,
quando lui la lascia, uccide i suoi figli per vendetta, in modo tale da non avere nulla che lo
ricordasse e perch da sola ha paura di non riuscire a sopravvivere.

Nella Medea le azioni e le reazioni dei personaggi sono dettate dai sentimenti, dalle passioni, da
interessi economico-sociali (Giasone che vuole sposare la figlia di Creonte) ma molto poco sono
influenzati da una volont superiore come possono essere gli dei o il destino.
Medea rappresenta lirrazionalit contrapposta alla cultura dello Stato ateniese: donna apolide,
senza patria e cittadinanza, preferisce infatti le armi e la guerra al dolore del parto: Preferirei stare
3 volte dietro lo scudo che partorire una sola volta.
Medea veramente umana nella complessit del suo carattere. La molteplicit dei gesti il risultato
del diverso e mutevole rapporto di forze tra esigenze razionali e istanze emotive col quale si
spiegano bene anche quegli atteggiamenti che appaiono in un primo momento contraddittori o
impossibili in una unitaria struttura psichica. Medea: donna di straordinaria razionalit ma anche di
estrema passionalit. Per l'amore di Giasone, in cui ha fissato tutta la sua energia esistenziale, ha
travolto ogni coscienza di bene e di male, ha ucciso. Nella ricerca di una vendetta precisa Medea
dimostra la sua lucidissima razionalit posta in questo caso al servizio della passionalit frustrata.
Euripide ha rappresentato l'indicibile e l'irrappresentabile del cuore umano nelle sue pieghe pi
profonde e nelle sue parti pi oscure e riposte, dove istinto e intelletto, passione e ragione si
mescolano e si confondono senza che sia possibile separarle, dove la logica, divenuta paralogismo,
salva l'onore perch salva le apparenze, ma obbedisce alle ingiunzioni di una forza oscura, dove
l'assoluto smarrimento si coniuga con la lucidit estrema. Di fronte al dramma di Medea si subisce
il peso della sua sofferenza e della sua vendetta la quale, paradossalmente, dimostra, in una totale
assenza degli dei, il senso dell'impotenza e della debolezza, pur nel contesto di una furia scatenata
della natura, di fronte a condizioni dolorosamente irrimediabili di ingiustizia suprema.
Il canto tredicesimo dell'Inferno di Dante Alighieri si svolge nel secondo girone del settimo
cerchione, ove sono puniti i violenti contro se stessi.
Incipit:
Canto XIII, ove tratta de lesenzia del secondo girone ch nel settimo circulo, dove punisce
coloro chebbero contra s medesimi violenta mano, ovvero non uccidendo s ma guastando i loro
beni.
Dante e Virgilio si ritrovano in un bosco tenebroso. Non ci sono piante verdi, ma di colore scuro,
non rami dritti ma nodosi e contorti, nessun frutto ma solo spine avvelenate. Qui, dice il poeta, le
Arpie fanno i loro nidi. Dante le sente e le vede, ma parla come se ce le stesse descrivendo senza
guardare, a prescindere dalla percezione. Questa foresta mostruosamente intricata e il poeta si
sofferma nel descrivere i dettagli pi angoscianti.
Dante "coglie" un ramicello da un grande arbusto e viene sorpreso dal grido "perch mi laceri?
Eravamo uomini e ora siamo piante, perci la tua mano dovrebbe essere pi clemente". Al che
Dante impaurito lascia subito il ramo. Si tratta quindi di uomini trasformati in piante, un
decadimento verso una forma di vita inferiore, pena principale dei dannati di questo girone. Essi
hanno rifiutato la loro condizione umana uccidendosi e per questo non sono degni di avere il loro
corpo. (La figura dell'albero sanguinante ripresa dal III canto dell'Eneide, dove si narra
dell'episodio di Polidoro: Enea, sbarcato sulle rive del mare di Tracia, vuole preparare un'ara e
strappa alcuni rami da una pianta, ma dal legno troncato esce sangue, seguito, dopo alcuni tentativi,
dalle parole di Polidoro, l'ultimogenito di re Priamo.)
Pierre de la Vigne
Il tronco, adescato dalle dolci parole, non pu tacere e spera di non annoiarli se li "invischier" un
po' con i suoi discorsi. L'anima finalmente si presenta: egli fece contro di s ingiustizia sebbene
fosse nel giusto. Dante stesso colpito da una forte piet verso il dannato, tanto che non riuscir a
porgergli alcuna domanda e dovr farlo Virgilio per lui. Il poeta inoltre ribadisce la sua innocenza,

anche se da un punto di vista teologico questa costituisce un'aggravante al suicidio, perch


uccidendosi egli ha tolto la vita a un innocente.
Virgilio, su richiesta di Dante, chiede quindi come le anime si trasformino in piante e se alcuna di
esse si divincoli mai da tale forma. Di nuovo il tronco soffia prima forte e poi da quel "vento"
tornano le parole: (parafrasi) "Brevemente vi sar risposto: quando l'anima feroce del suicida si
separa dal corpo dal quale essa stessa si distaccata con la forza, Minosse (il giudice infernale), la
manda al settimo cerchio, dove cade nella selva a caso, dove la fortuna la balestra. L nasce un
ramoscello, poi un arbusto: le Arpie mangiando le sue foglie gli arrecano dolore e il dolore si
manifesta in lamenti.
Poi Pier delle Vigne racconta come, dopo il Giudizio Universale, le loro anime trascineranno i corpi
alla foresta e li appenderanno ciascuna al suo tronco, senza riunirsi con essi poich non giusto
riprendere ci che ci si tolti.
Dante tollera il suicidio di Catone e punisce invece quello di Pier de la Vigne perch Catone, come
Ges, morto per la libert, considerata un bene supremo, mentre latto di de la Vigne considerato
vigliaccheria, incapacit di accettare ed affrontare la sua situazione.
Come si potuto dunque notare, sono molteplici i modelli tragici che in tutta la storia della
letteratura sia greca che latina si sono voluti descrivere.
Molti altri sono i testi pervenutici , ma ci che si voluto dichiarare, comparando queste diverse
visioni e reazioni contrapposte allEROS, il diverso e, sotto certi aspetti, simile pensiero che
caratterizza il mondo greco e romano. Ognuno reagisce a modo suo motiva la critica odierna. Ci
che vi di somigliante nei modelli volutisi citare il tomento che porta poi alla disgregazione
sociale e mentale dellio. Sotto certi aspetti dunque questa visione si collega alla visione tragica e
fatalistica di Guido Cavalcanti, sostenitore di una politica avversa alleros inteso come
sublimazione (concetto presente nella filosofia dantesca).
In breve lamore e leros vero e proprio sono concetti predominanti dallo sviluppo delle prime
forme di letteratura sino ai giorni odierni. Lamore, inteso come tema oscuro e accattivante stato il
modello di molti ed importanti tragediografi e per questo degno di una rispettabile storiografia.