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227 Relazione circolo prc, Reggio Emilia, 5 maggio 2000 *

PROUDHON E IL COMUNISMO
per una critica marxista del prekeynesismo
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La negazione della scientificit del marxismo ci cui hanno sempre mirato tutti gli intellettuali
timorosi del loro stesso progressismo. Da costoro le classi non sono pi caratterizzate per i rapporti di
propriet, ricorrendo piuttosto a una descrizione non esplicativa in termini di possesso e direzione (alla
Parsons) o di reddito (alla Sylos). Gi un secolo fa, sottolineava Antonio Labriola, Discorrendo di socialismo
e di filosofia, il socialismus vulgaris che veget per lEuropa (e specialmente in Francia), si alimentava
principalmente delle dottrine e assai pi dei paradossi di Proudhon. E considerava tale tendenza un
assurdo economico, se si ha in mente di sopprimere la variabile disoccupazione (tra le tante altre bestialit).
Oggi, sempre pi, una simile negazione accompagnata politicamente da un paio di circostanze, che
confluiscono luna nellaltra. Anzitutto, si muove da una crescente subordinazione culturale alla teoresi
borghese, s che lautonoma caratterizzazione teorica di classe proletaria del marxismo venga via via
affiancata e sostituita dallopposta connotazione di classe capitalistica dellideologia dominante. Dalla
rivoluzione borghese in avanti, essa sempre cos stata e si presentata, senza che occorra definirla oggi
come pensiero unico. Il marxismo sempre stato espunto da qualsiasi confronto con codesta ideologia.
Solo per il marxismo, e non per altre tesi progressiste, lideologia dominante della classe dominante
sempre stata esclusiva ed escludente, e, in tal senso, unica.
Con una ragione che non pi tale priva di concetto e caotico sincretismo senza princpi fin troppo
facile cercare di innestare sul marxismo corpi teoretici del tutto spuri rispetto a esso (kantismo, positivismo,
empiriociticismo, strutturalismo, fino alle tesi giuridiche e sociologiche kelseniane e weberiane, al
keynesismo e allo sraffismo, per non dire del marginalismo nel revisionismo secondinternazionalista). Tutto
servito per svilire il marxismo di Marx, Engels, Lenin e di quanti lo abbiano saputo seguire su serie basi
scientifiche, rabbassandone a un tempo linnegabile matrice dialettica hegeliana, proprio perch si distorto
il pensiero di Hegel stesso.
Senonch, laltra circostanza, infida quanto stravagante, che molti nuovisti pretendono, non si sa
perch, di dirsi marxisti. Tutti i socialsciovinisti non ridete! sono oggi marxisti scriveva Lenin in
Stato e rivoluzione. Per far ci, utilizzano tutto intero il bagaglio ideologico borghese, e provano in
continuazione a ibridare Marx con chicchessia, proseguendo instancabilmente a dichiararsi marxisti. Per
loro, assai pi semplice risalire direttamente allepoca di Marx, saltando cos sia il marxismo del
novecento, sia anche il marxismo scientifico dello stesso Marx. Le mte che essi si pongono sono ben
diverse dallanalisi scientifica della critica delleconomia politica e della lotta di classe, e dalla societ
fabiana vanno avanti nel tempo verso il laburismo, Keynes e il new deal e indietro fino a Pierre Joseph
Proudhon. Perci, di grande in/at-tualit conoscere e criticare le idee di questultimo.
Tra i comunisti c chi desidera ri-tornare a Marx e chi ambisce ri-partire da Marx. Ma ci dovrebbe
significare che si vuole considerare e riflettere sulla sua analisi scientifica, economica e politica, su quella di
Engels, e su quella del secolo seguente, principalmente di Lenin, nella misura in cui concetti e categorie del
marxismo vi siano rispettati e sviluppati. Non significa tornare invece allepoca di Marx, per ripartire da
Proudhon (o da Bakhunin, Lassalle, Comte e Dhring, Webb e Keynes, Parsons e Sraffa, Braudel ecc.). Gi
Marx prima, e i marxisti poi, hanno conosciuto e si sono dovuti togliere di torno simili mestatori: a ci si
riducono le belle novit, gli approfondimenti del marxismo! Con certi intellettuali e politici pervicaci
detrattori del marxismo (pur se in buona fede) non questione di confronto.
Purtroppo, invece, sempre pi frequente un simile marxismo dei non-marxisti, in quella che fu la
sinistra di classe. In tale maniera si pretende di legittimare un riferimento pluralista, in nome di un
ennesimo approfondimento del marxismo, senza che si siano analizzati doverosamente gli impianti teorici
e analitici, la concezione del mondo dei vari Proudhon e Bakhunin, o Stirner, per giungere pi
recentemente a Braudel, Ramonet, Bihr, oltre ai soliti Sraffa e Keynes. Non certo un caso che molti
nuovi pseudo-marxisti si siano trasformati in quadri organici del capitale, con un intento regolatore vlto

a espellere il conflitto sociale, in una forma del postfordismo denominata nuova struttura sociale
dellaccumulazione.
Marx, accentuando il significato da lui dato al carattere di merce della forza-lavoro, asseriva in generale:
i. la separazione di tutta la propriet (di classe) delle condizioni oggettive della produzione dai lavoratori
stessi; ii. la riproduzione delle classi sociali dellepoca moderna; iii. lo scambio equo tra lavoro morto e
lavoro vivo, per un suo uso iniquo; iv. la trasformazione del denaro in capitale, essenzialmente differente dal
denaro come reddito; v. linfinitatio del capitale nella produzione per la produzione, con necessaria
sovraproduzione di valore (produzione di plusvalore); vi. la ricorrente degenerazione di tale eccesso di
sovraproduzione del plusvalore in crisi, con diminuzione del tasso generale di profitto e aumento della
composizione del capitale su scala mondiale; vii. la peribilit del modo di produzione capitalistico stesso,
come ogni forma storica determinata, di contro allideologizzazione borghese della sua eternit. E tutto ci
non implica soltanto la mera forma economica, bens il modo di vita.
Ecco invece che, a cominciare dal salario che deriva dal valore dellunica merce di propriet della
classe proletaria i nuovi marxisti non ne comprendono pi il significato di sussistenza sociale, globale
per lintera classe lavoratrice al livello storico del mercato mondiale (e ci va gi parecchio al di l della
busta-paga individuale, considerato ormai come mito). Tale confusione possibile poich non si
comprende la trasformazione del denaro, che valore, in capitale, che un rapporto sociale, dato che non si
capisce neppure il significato del consumo differito di classe, in quanto salario sociale non individuale. La
confusione sul salario della forza-lavoro tale da far reputare il salario quale un semplice nome (come gi
faceva il proudhoniano papalino Pellegrino Rossi prima dei marginalisti, di Keynes e di Sraffa) dato al
reddito del capitale umano e della capacit lavorativa.
Per travisare Marx in questo modo, ovvio che si predichi la necessit del superamento dellideologia
del lavoro-merce. Ideologia!? cos si esprimono molti oltremarxisti. Se per costoro lo sfruttamento
deriva esclusivamente dal rapporto giuridico (senza che sia dato il bene di sapere da che cosa derivi a sua
volta tale rapporto giuridico!), essi ritengono di aver svelato il trucco: basta sostituire un contratto dopera al
posto di un contratto di lavoro (e magari il salario con buoni di lavoro, come ha loro insegnato Proudhon).
E non si accorgono che proprio questo ci che fanno gi i padroni, oggi col lavoro ir/regolare, ma in
prospettiva quale sperimentazione per tutto il lavoro salariato cottimizzato, cos da dissimularlo
definitivamente come forma paritetica e partecipata di relazionalit formalmente indipendente, racchiuso
solo in regole istituzionalistiche. Si tratta infatti di funzioni lavorative, ancorch estremamente precarie,
sottopagate e segnate appunto dalla massima irregolarit, che caratterizzano in maniera rilevante la dinamica
interna e internazionale del proletariato. Ecco la bella prospettiva del capitale umano immateriale,
racchiuso nellintelletto generale trasposto individualmente nel cervello del singolo lavoratore!
La teoria fondante di tutti gli economisti quella marginalistica, della pluralit dei cosiddetti fattori
della produzione. In essa, accanto al lavoro, ci sono capitale e terra; e, quindi, profitto industriale e commerciale, interesse e rendita, sono separati originariamente e attribuiti a cause e contributi affatto diversi: s che
la prima coppia sia riferita ai capitalisti buoni, quelli che meriterebbero ricompense per il loro lavoro, e
la seconda a quelli cattivi, che da speculatori parassiti sono considerati come la sola classe di puri
proprietari tagliacedole. Per quanti non volessero dar credito alla critica che sottolinea la continuit ideale e
ideologica tra le vecchie mistificazioni e le scoperte nuoviste, basterebbe prendersi la briga di sfogliare
qualche vetusto manuale deconomia borghese per ritrovare, nella volgarit del proudhonismo, le fonti di
tutto questo guazzabuglio.
Proudhon gran maestro occulto di Keynes imit, dunque, il riformismo delleconomia borghese. Cos,
con la sua teoria daccatto, cadde nellequivoco di far perdere alla societ capitalistica nel momento stesso
in cui la considerava speciosamente in blocco, come falsa totalit, nella sua vuota parvenza unitaria e
semplicemente mercantile proprio il suo specifico carattere storico economico, ovvero la sua articolazione
con-traddittoria tra molti capitali, la sua contrapposizione al lavoro salariato dipendente e la sua tendenza
allin-cessante produzione per laccumulazione, anzich per il consumo immediato e il godimento. Non
nuovo limbroglio di considerare uneconomia capitalistica come qualcosa di armonico, il cui scopo sarebbe
la produzione e il consumo finale di valori duso, come una famiglia, o bene che vada come una azienda:
le premesse teoriche del corporativismo sono tutte racchiuse in codesta concezione.
I presupposti teorici keynesiani, fin qui appena scandagliati, si sono mostrati atti solo a mistificare il
rapporto di capitale come semplice rapporto di scambio, occultandolo sotto le mentite spoglie di una
circolazione monetaria storicamente indeterminata. Dal momento che le categorie utilizzate non rispondono
al vero, loggetto da riformare, lo stato da rendere sociale, rappresentato gi nellimmagine di un qualcosa
daltro, sostituito cos da una sua metafora mistificata. Le parole stesse di Keynes illustrano la totale
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inconciliabilit della sua teoria col comunismo, e quindi col marxismo. Le sue dirette opinioni sul marxismo
sono della stessa rilevanza, a questo fine, della deriva proudhoniana del socialismo antimarxista di Gesell
[cfr. dopo].

Il postkeynesismo o meglio il prekeynesismo postdatato ha tuttavia la parvenza della socialit, a


causa delle concessioni ottenute dal proletariato. Ma gi Engels le considerava solo un acconto per il quale non ci sentiamo debitori della minima riconoscenza. Del resto, lord Keynes defin la sua teoria moderatamente conservatrice, per cui non c necessit alcuna di un sistema socialista di stato. Per lui, lindividualismo la miglior salvaguardia della libert, e perci occorre procedere senza una rottura nelle tradizioni generali della societ, in quanto sua opinione che il socialismo e il sindacalismo siano il
microbo del malessere della civilizzazione: il keynesismo-di-sinistra o il keynesomarxismo sono un
improbabile assurdo.
Gorz naviga a vista su quel proudhonismo che Marx definiva ironicamente nuove rivelazioni del
socialismo. Quando Gorz scopre la possibilit di vendere tutta la forza-lavoro alla stato commette tre
errori insieme: anzitutto, perch non sa che gi nel concetto stesso di forza-lavoro come merce che insita
lalie-nazione complessiva dellunica ricchezza del proletariato allintera classe borghese; poi perch il
salario gi sociale in quanto esso corrisponda al valore della forza-lavoro dellintera classe, senza alcuna
interposizione dello stato; infine, perch se lo stato comprasse collettivamente la forza-lavoro (in una sorta di
mega-caporalato per gestire lavoro in affitto), il proletariato perderebbe la piena e libera disponibilit della
merce di sua propriet. La societ, di nuovo, approderebbe diritta sulle sponde armoniche del
neocorporativismo. Con il che il concerto gorziano suona piuttosto alla Bottai che alla Lenin.
Il riformismo che cos ne risulta deriva da un concorso di eventi e cause, evidenziato nella subalternit allideologia borghese, emblematicamente rappresentata dalla sostituzione di Proudhon o Keynes a Marx e
Engels, di Kelsen o Dahrendorf o Bobbio a Lenin, e cos con Weber, Parsons, Arendt, Sraffa, Habermas, fino
a Gorz e compari. Esso completamente diverso quasi lopposto della lotta rivoluzionaria per le riforme,
che sempre allordine del giorno, ancor prima della presa di potere. Oggi, in un ricorso tragicomico della
storia, allattestazione nel campo liberale dei socialisti borghesi, fa riscontro lo schieramento dei riformisti
dellasinistra che, sotto la maschera di un populismo velleitario e verboso, ripetono assai malamente le
caricature, da un lato, dellutopismo piccolo borghese proudhoniano, dallaltro, dello statalismo da apparato
lassalliano. Ma purtroppo, lideologia dominante, che vigliaccamente fa leva sullinsopprimibile spinta alla
solidariet umana tra poveri, permeata cos a fondo nelle file del proletariato e delle sue organizzazioni da
vanificarne, consensualmente, il carattere antagonistico in favore di una armonia religiosa, cos bene
rappresentata in Italia (e altrove) dalla chiesa cattolica. Il risultato di rivolgere le azioni del proletariato
contro se stesso, peggiorandone le condizioni generali di vita con le sue stesse mani.
Cos, anche lantimarxismo dei fabiani, come quello di ogni altro riformismo borghese, era parte
integrante del loro impianto culturale. Non certo per caso si compiacevano, non si sa su quali basi, di
attribuire a Marx una sua buona dose di fatalismo liberale! Per i fabian-laburisti il nemico pubblico no.1, in
quanto proveniente dallozio e non dal lavoro, era individuato nella rendita, fondiaria e finanziaria,
accuratamente separata dal profitto industriale (che viceversa era presentato sempre come buono e giusto). Il
famigerato patto tra produttori, ultimo figlio della democrazia economica e industriale, di antica schiatta.
E cos pure la keynesiana eutanasia del rentier (gi divisata in embrione da Proudhon) si mostra come il
risultato della tassazione della rendita [sic]. La tassazione della rendita diviene il vero deus ex machina del
socialismo democratico fabiano: si gabella codesto tipo di provvedimento come la pi importante rata di
socialismo, grazie alla quale avverrebbe la progressiva e inesorabile espropriazione della terra e del denaro,
cosicch gli oziosi proprietari privati di questi patrimoni si estinguano in un lento processo indolore.
Scriveva Shaw che Proudhon era pieno di proposte: una di queste, il salario minimo, risulta di
primissima importanza adesso che Sidney e Beatrice Webb lhanno fondata su una base inconfutabile di
teoria economica. Fin dallinizio del nuovo ampliamento delle industrie municipali sorger la questione del
salario. Bisogner fissare un salario minimo; per evitare un afflusso sfrenato di aspiranti allimpiego, questo
dovr essere troppo esiguo per tentare i lavoratori decentemente occupati a lasciare il posto e correre alla
municipalit. La municipalit dovr pagare ai suoi organizzatori, dirigenti e operai specializzati
eventualmente necessari, il prezzo pieno di mercato delle loro capacit. Il salario minimo dei lavoratori
influir sensibilmente su tale mercato del lavoro. Lorganizzatore del lavoro, il datore di lavoro,
limprenditore non subir danno. Nella divisione del prodotto la sua parte rimarr costante; mentre
crescer la parte del salariato laborioso, e diminuir quella dellozioso proprietario [cfr. Saggi fabiani, Ed.
Riuniti, Roma 1990, pp.192, 230].
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La linea fabiana ha dunque preso una sua precisa coerenza teorica. Lanalisi economica e politica di Marx
teorie di valore e plusvalore, crisi, classi e lotta di classe, stato dai fabiani ripudiata. I loro riferimenti
teorici per non dir di Proudhon, Comte, Spencer, ecc. sono quelli dianzi ricordati del marginalismo
(come per i revisionisti), tali da svuotare perfino la rendita differenziale ricardiana, interpretata come sovrappi di reddito rispetto al prezzo di mercato di equilibrio (Stuart Mill, Jevons, Marshall, Sidgwick). Tutti
gli obiettivi fabiani ora ricordati tassazione della rendita, lavori socialmente utili, salario minimo, ecc.
sono conseguenza logica di tale impianto ideologico marginalistico, non del marxismo. In ci, quindi,
costoro sono coerenti, i marxisti no. Per dirla con Marx, in tali casi si tratta di un siste ma che diventa
infine conservatore-progressista. Baster indicare la contraddizione che si cela sotto questa teoria che a
prima vista sembra avere qualche cosa di seducente, di pratico, di razionale. Stupefacente contraddizione!.

La conflittualit di interessi tra industria (capitale produttivo) e speculazione (capitale monetario,


fittizio ancor pi di quello reale) non significa affatto la separazione e contrapposizione tra profitto e rendita,
come vorrebbe lasinistra keynesiana, di matrice fabiana e proudhoniana. Anzi, piuttosto ci implica esattamente il contrario, ossia la necessit per il capitale di ricondurre le forme pi indirette di appropriazione
capitalistica entro lunica e comune fonte del plusvalore. Spremere plusvalore dal lavoro altrui, vuol dire
per il capitale non lasciare ammuffire il denaro nella forma di reddito e trasformarlo, appunto, in capitale.
Oggi, come allepoca della grande rivoluzione industriale o agli albori dellimperialismo, per far questo
occorre individuare le strade di una divisione internazionale del lavoro che sia sempre capace di adeguarsi
ora alle esigenze dellesportazione del capitale, concatenato in filiere finanziarie transnazionali, ora a quelle
della speculazione borsistica, senza alcuno iato. In tale quadro rientra, perci, la vastissima diffusione di
forme di lavoro irregolare. Queste ultime non possono essere affrontate con regolazioni fabiane o
keynesiane, fingendo di far fronte alla disoccupazione. Anzi, basandosi su tale categoria illusoria che
oggi keynesiana, ma di cui gi Labriola evidenziava linsidiosa erroneit nulla pu essere realmente
risolto. Il lavoro nero, variamente sommerso o falsamente emerso nella sedicente utilit sociale, cos
premurosamente fatto oggetto dellassistenzialismo keynesiano (pre e post), teso a garantire reddito
(minimo o comunque misero), attiene ad attivit fatte realmente e assai proficue per il capitale.
Marx individu, quale forma della sovrapopolazione relativa pi peculiare al capitalismo industriale
moderno, la componente stagnante dellesercito industriale di riserva che costituisce una parte dellesercito
attivo, un serbatoio inesauribile di forza-lavoro disponibile. Le sue condizioni di vita e di lavoro, al di sotto
del livello medio normale della classe lavoratrice, rappresentano direttamente sul mercato, analogamente a
quanto fa indirettamente il cosiddetto salario minimo garantito il livello di concorrenza coercitivamente
introdotto dal capitale tra le file del proletariato. In effetti, le caratteristiche di questa componente del lavoro
irregolare sono il massimo tempo di lavoro e, appunto, il minimo di salario che funzionano da regolatori di
riferimento per lintera classe (ecco, appunto, dove va a finire la bella trovata liberal-social-democratica
proudhonian-keynesiana del salario minimo!).
Simili confusioni logiche keynesiane come prodromi del cosiddetto stato sociale provengono
direttamente dal socialismo anti-marxista del proudhoniano bavarese Silvio Gesell e dal fabianesimo
lib-lab di Sidney Webb e Beatrice Potter-Webb, che propugnarono per primi sistematicamente
lassistenzialismo pubblico; indirettamente dal cattolicesimo (prima eretico di Ozanam, poi sociale di
Leone XIII), dal so-cialismo statalista di Lassalle, e dallo stato etico militarizzato proto-corporativo di
Bismarck . E la meta-fora dello stato sociale serve oggi, innanzitutto, per rimuovere il discorso marxiano
sullindeterminatezza in s e per s della giornata lavorativa (di cui una sola parte pu costituire il lavoro
necessario). La sua determinabilit pratica costituisce unantinomia, perci cos procedendo si sopprime di
fatto la lotta non sul salario, valore di scambio della forza-lavoro, ma sul suo uso tra il capitalista
collettivo, cio la classe dei capitalisti, e il lavoratore collettivo, cio la classe operaia.
Rabbassandola unicamente a qualcosa di anti-sistema, e non immanente allintero sistema stesso si
rimuove dalla coscienza delle masse, la lotta di classe della borghesia, quella che essa spietatamente conduce
ogni anno, ogni giorno, ogni minuto, senza tregua contro il proletariato mondiale. Ma questa confusione,
purtroppo, comune anche alla maggior parte della vulgata marxista. Cos, a es., il rapporto che Engels indica tra centralizzazione statale e autonomie locali ha come punto di partenza e di ritorno la totalit, di cui i
singoli elementi, nella loro autodeterminazione, costituiscono larticolazione dialettica, la contraddizione
prima e il fondamento poi. Un tal rapporto nella formazione dello stato stesso, che nel suo divenire, in
quanto momento che racchiude in s entrambe quelle determinazioni, non pu perci risolversi per Engels e
per Marx nellautonomismo anarchico individualista alla Proudhon, bens implica la dittatura del
proletariato, che appunto forma della massima democrazia possibile in una societ di classe.
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Il caso del novello Carneade di lord Keynes, il vate Silvio Gesell, curioso. La sua oscura, per non
dire inesistente, fama richiede unesposizione critica un po pi circostanziata, ma non inutile per il mondo
presente. Grazie a lui, infatti, loperazione tanto cara alla sinistra postmoderna di raccordare Keynes a
Proudhon, in nome di un socialismo liberale e libertario, cessa di essere una giustapposizione estrinseca.
infatti al Gesell della filosofia sociale che si ispirato Keynes, proclamando stentoreamente che il futuro
dovr apprendere pi dallo spirito di Silvio Gesell che da quello di Marx e che la risposta al marxismo va
trovata tra le righe della prefazione del libro di Silvio Gesell, Lordine economico naturale, il cui scopo,
nel suo complesso, pu essere ricercato nellelaborazione di un socialismo anti-marxista. Tra quelle righe
c il proudhonismo tutto intero, e c tutta quella filosofia sociale geselliana richiamata da Keynes: essa si
appella al cosiddetto darwinismo sociale, alleugenetica, alla giustificazione sociale dellegoismo, allincrollabile fede nella propriet privata delle condizioni della produzione, allesaltazione dello zelo sacrificale
del lavoro, non pi salariato [sic!], allinvocazione imperativa della pace sociale. Ce n abbastanza,
allora, per capire dove finisca la grande scoperta di un nuovo socialismo antimarxista cui agognava il lord:
del resto tutte le novit del postmodernismo sono vecchie pi del cucco.
Keynes prese senza esitazioni il suo posto nella propria classe la borghesia colta, alla cui lotta ha
dichiarato sempre di aderire scegliendo una collocazione politica che evitasse sgradevoli confusioni nella
testa e nellavversa lotta dei comunisti. Ma c ancra oggi chi prova a sostenere pubblica mente la tesi che
Keynes, cos come i suoi profeti, da Proudhon a Gesell, non fosse quel viscerale e arrogante anticomunista
qual era, tipico aristocratico carico dodio demolitore per qualsiasi cosa gli sembrasse tinta di rosso. Silvio
Gesell fece stampare la traduzione francese, Lordre conomique naturel, del suo libro a Besanon, patria di
P.J. Proudhon, proprio perch il riferimento a Proudhon e di qui il legame pericoloso con Keynes!
esplicito. Dalla cronologia biografica del soggetto prorompe prepotentemente lignoranza e la cialtronesca
visionariet del punto di vista piccolo borghese che lo caratterizza. Errori, ovviet, banalit e fantasticherie
da senso-comune-delluomo-medio sono profuse a ogni pie sospinto. Ma ci quanto servito per
affascinare Keynes. Se il lord lo ha eletto a suo profeta negletto, tanto ci basta per giudicare anche il
messia.
E si possono anche rintracciare, senza per soffermarcisi, i riferimenti a ritroso, in Gustav Landauer,
teorico antimarxista dellanarchismo tedesco, nellimmediato primo dopoguerra della prima repubblica dei
consigli di Baviera; in tienne de La Botie, umanista francese della met del XVI sec., sodale di Montaigne,
che contro il feudalesimo di Carlo IX anticip in qualche modo lautonomia del politico, lesodo e le autoproduzioni con lavori-socialmente-utili, ecc. (ed ispir perci anche Calvino, Marat, Babeuf e
Lammennais); nel barone belga Jean Hyppolyte de Colins, che si dichiarava antimaterialista, autore nel
1813 di un libro, Il patto sociale, precursore della tassazione della rendita e del reddito minimo da
trasformare in pic-colo capitale; ecc. Insieme a un po di Saint-Simon e di Comte, tutti quanti per
smussare la lotta di classe e conciliare i contrasti diceva Marx da Proudhon fino a Keynes e al terzo
settore rimangono in attesa messianica dellavvento del regime mutualista.
Questi sono gli ascendenti del prekeynesiano Gesell, o del geselliano Keynes. Non per caso in entrambi, o
in un Colins, come in Proudhon loro oracolo, si pu rilevare attrazione e disprezzo della moneta.
Capovolgendo il mondo nelle proprie intenzioni (sincere o false che fossero), tutti codesti riformatori della
societ in provetta per lasciarla sostanzialmente com, secondo lintuizione del socialismo borghese e
linsegnamento del dr. Dhring hanno capovolto anche causa ed effetto. Pensano di rimuovere le cause
reali dei fatti economici agendo sugli effetti monetari, come tutti i meteorologi delleconomia borghese.
Cos, il capovolgimento tra interesse monetario e profitto fa s che qualunque manovra arbitraria sul primo
sia ritenuta capace di determinare il secondo. Ingenuit o imbroglio? O nuova economia? Man mano che
queste idee, da Proudhon a Keynes via Gesell, sono venute sviluppandosi, limbroglio sembra sempre pi
prevalere sul-lingenuit: ma allora i comunisti che vengono dopo Keynes, restandone affascinati, chi
sono? che cosa sono?
Le dabbenaggini del keynesiano Gesell sono indescrivibili, ma assai significative nella loro
premonizione postkeynesiana, che si rivela quanto mai attuale. Quella pi famosa la cosiddetta moneta
libera, ossia una moneta deperibile o a tempo. Linvenzione di una simile moneta, pi pazza del gi
ordinariamente pazzo denaro, fa da sfondo alla pia e sciocca illusione keynesiana delleutanasia del rentier
ossia alla relativamente rapida fine (una ventina danni per luno, una generazione per laltro) della scarsit
di capitale pro-duttivo dinteresse.. Gi nel profeta Gesell, tutti sono considerati esplicitamente lavoratori:
dal contadino al re, passando per commessi e preti! Sicch neppure il salario ritenuto una forma necessaria
delleconomia politica del capitale, riprendendo le note posizioni del proudhoniano Pellegrino Rossi, contro
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cui Marx polemizz con estrema chiarezza e precisione, come ricordato, gi nel 1847. In effetti, una tale
derubricazione del salario quale categoria inessenziale uno dei nerbi di sostegno anche del keynesismo
(dopo del marginalismo e prima e insieme allo sraffismo).
Se il lavoro non considerato nella sua riduzione a forma di merce forza-lavoro, e se la forma del
rapporto viene semplificata nella pura e semplice vendita del prodotto del lavoro, non si ha, n si pu
avere propriamente, salario, ma soltanto prezzo del servizio o del prodotto fornito. Infatti, per Gesell come
per Proudhon, la via da seguire per attaccare il capitale in maniera adeguata e per abbatterlo era lavorare
senza tregua [sic], con zelo e precisione. Solo tale zelo sarebbe riuscito a colpire i parassiti della rendita,
fino a farli affondare nella sovraproduzione di capitali (da non confondere con la sovraproduzione di merci
ci mancherebbe altro, dopo che Marx ha cercato di spiegarne lequivalenza, fino alla nausea, confondere
i due fenomeni!
Le concezioni economiche di Marx si ispirano a una teoria del valore. Il valore una chimera, un puro
prodotto dellimmaginazione. Lastrazione di Marx inafferrabile dice Gesell, anticipando di gran lunga
non solo Keynes e i keynesiani, ma anche tutti coloro che, oggi, straparlano del valore come di qualcosa di
assolutamente astratto e immaginario: che altra gran novit! Quel primo burino venuto di Marx (cos lo
etichetta Gesell) considera il capitale come una cosa tangibile; per Proudhon, invece, il plusvalore non il
prodotto di beni tangibili, ma di una situazione economica. Il situazionismo alle porte: non solo, ma
lanticipazione su Keynes secondo cui lerrore di Marx consisterebbe nel sostenere che il plusvalore debba
essere invariabilmente positivo, mentre per Proudhon ci sarebbe anche la possibilit di un plusvalore
negativo: il plusvalore positivo dal lato dellofferta, ossia dei capitalisti; il plusvalore negativo a
vantaggio della domanda, ossia dei lavoratori merita una rapida rammemorazione. Non nuova neppure
la comica asserzione di lord Keynes (tratta dalloscuro McCracken e paragonata allaltrettanto oscuro Major
Douglas), secondo cui gli eterodossi autentici, al contrario di Marx, vittima del plusvalore, considerano,
per lappun-to, D-D a volte positivo e a volte negativo, ma in media nullo!
Qui cade a pennello la considerazione gesellian-keyensiana secondo cui per lavoratore sintende
qualsiasi persona che viva del suo lavoro. Contadini, artigiani, operai, artisti, preti, soldati, re, sono tutti
lavoratori. Nel sistema economico attuale in antitesi al lavoratore c solo [sic] il rentier, il cui reddito
consiste unicamente di interessi e che vive esclusivamente del lavoro altrui. Mentre tutti gli altri,
ovviamente, a cominciare dai padroni capitalisti [ma che vuol dire questo nome?], vivrebbero del
proprio lavoro, e non del-lo sfruttamento del lavoro altrui. Non azzardato rintracciare qui i presupposti
di nefaste e ridicole tesi qua-li quello del piccolo bello, della cosiddetta autoproduzione (che Gesell
qualifica di organizzazione dello scambio reciproco, ecco tutta la scienza sociale). Dunque, aveva ragione
Proudhon conclude Gesell quando si ostinava a sostenere che se il mezzo di scambio, il denaro, non fosse
un capitale, tutti gli scambi si effettuerebbero senza alcun onere di interessi. Poich la moneta libera rende le
crisi impossibili, occorre ricercare necessariamente la causa delle crisi nella differenza tra la moneta libera e
la moneta tradizionale. Insomma, se mio nonno ci avesse le ruote ... con quel che segue. Ma invero assai
strano che da allora di crisi nonostante linvasione keynesista ce ne siano state a josa, e che quella in
corso dura da pi di tren-tanni!? Misteri.. Grazie Gesell!

Lintangibilit forse uno dei cavalli di battaglia che, pi vigorosamente, gli spasimanti della
virtualit postfordista hanno cercato disperatamente di resuscitare. Senonch sono i rapporti di propriet,
ossia rapporti di classe, e non i modelli tecnici organizzativi, che definiscono la metamorfosi
neocorporativa de-gli assetti operativi del grande capitale monopolistico finanziario di controllo, dalla forma
nazionale statuale di questultimo alla sua fase superiore transnazionale. Ma tutti codesti assetti intangibili
e virtuali, anche negli abiti istituzionali che indossano, fondati sulla propriet privata moderna, sono
appunto solo forme, storicamente necessarie nel loro succedersi, del medesimo modo di produzione
capitalistico non gi di uno diverso, come vorrebbero invece i sostenitori del postfordismo immutato,
cio, nella sua determinazione concettuale.
Un riscontro immediato di ci si ha nel processo di proletarizzazione su scala mondiale, caratterizzato da
una polarizzazione di classe, che con lideologia postfordista e postkeynesiana non si pu spiegare: tant
vero che da essa viene recisamente negato. Per essa incomprensibile che due terzi dello sviluppo siano
ancora dovuti allestensione della base produttiva di capitale e lavoro: riproduzione allargata e plusvalore
assoluto, diremmo con Marx. Viceversa, a dispetto del maggior peso economico mondiale che il proletariato
riceve at-traverso il processo di centralizzazione del capitale, durante e dopo le crisi, da Touraine a Gorz, tutti
i sociologi postmoderni pentiti insistono senza prove sulla tesi della sparizione del proletariato. Da qui,
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costoro predicano a fortiori linutilit della lotta di classe, in un nuovo ordine che sarebbe basato solo
sullesclu-sione dal processo di lavoro e di vita.
Gorz ritiene opportuno insistere ancra! sulla diatriba, peraltro stanta e da sempre malintesa, tra
liberazione dal lavoro e del lavoro. Il riferimento pi immediato della deriva neosoggettivista al socialismo
e sindacalismo rivoluzionario che in Italia, dopo il primo novecento, passato armi e bagagli al fronte
della grande borghesia finanziaria e agraria nella costruzione del fascismo corporativo. Sono espliciti gli
ascendenti francesi, da Proudhon a Sorel, con il socialismo mutualistico del primo e la tesi del la
minoranza rivoluzionaria del secondo (che rimandava alla pratica dellaction dircte propagandata da
Bakhunin e al palingenetico sciopero generale di massa quale mito del socialismo). E non mancano
neppure i richiami al-lo stesso anarchismo bakhuniniano incuneatosi in diverse esperienze dellestremismo
di sinistra e di azio-ne diretta fino alleclettismo pansindacalistico degli americani Iww.
Gorz prova ad andare anche oltre le semplici considerazioni economicistiche: il lavoratore post-fordista
anche luomo post-marxista, il quale deve percepire il post-economico [testualmente!]. E ci pu farlo solo
immediatamente, in quanto individuo senza necessit di una classe, che anzi gli impedirebbe la scoperta
Unica (stirneriana e proudhoniana) della nuova libert: post-libert, forse? Un simile uomo, anzi Uomo,
deve poter fare soggettivamente e volontariamente la storia, senza star l ad aspettare il libero sviluppo dellindividuo come esito storico della dinamica delle classi sociali, ossia delle forme strutturali dei rapporti di
propriet. Non affatto una coincidenza il fatto che lideologia del postfordismo si affidi alle tesi di
autonomia di politica ed etica. Si tratta qui di un nuovo atto della volont nellalchimia sociale
dellintellighen-tsia francofona, per affrontare la questione sociale quella frasetta giornalistica
lassalliana, come diceva Marx ai socialdemocratici di Gotha..
Oggi, aver finalmente sancito landata oltre il marxismo significa giocare con la confusione tra valore
duso e valore, con la fuga arbitraria dalla merce e dal denaro, e, in essa, con la presuntuosa derubricazione
della forza-lavoro stessa, che si disdegna dal vedere come merce qual , onde assumere una pretesa
riappropriazione del lavoro. Ma significa anche la trasposizione moralistica nella distribuzione
dellineguaglianza materialistica data dai rapporti di produzione; lequivoco di un ripudio e di unevocazione
a un tempo del ruolo protettivo e super partes dello stato (con un pizzico di Lassalle, perci); lillusoria
fandonia della possibilit della piena occupazione (qui con un parallelo recupero postdatato del
protolaburismo fabiano e di Keynes), stante il regime capitalistico. O significa far credere che sia possibile,
da sbito, una virtuale e immateriale riappropriazione del general intellect della societ, ipostaticamente
sottratto alla sua forma storicamente determinata di capitale fisso. Senza rivoluzione.

Tutti i guai vengono fatti ricadere sulla cattiva distribuzione. Non sorprenda questa novit. Da
Proudhon a Dhring, fino a Keynes e a Sraffa, passando per tutti i socialsentimentalisti [per dirla con la
sferzante terminologia di Marx], sempre stata la solita solfa: il modo di produzione capitalistico va bene e
pu continuare a esistere, mentre il modo di distribuzione capitalistico del maligno e deve sparire, era il
commento sarcastico di Engels [cfr. Antidhring, II.1, III.4], gi pi di un secolo fa, contro la nuova
socialit fantasticata da Dhring, il quale trasferisce cos tutta la teoria della distribuzione dal campo
economico a quello della morale e del diritto, cio dal campo dei fatti materiali, che sono ben saldi, a quello
delle opinioni e dei sentimenti che pi o meno oscillano. Quindi non ha pi bisogno di indagare o di
dimostrare, ma solo di continuare allegramente a declamare senza tregua, e pu esigere che la distribuzione
dei prodotti del lavoro non si regoli secondo le sue cause reali, ma secondo ci che a lui, Dhring, appare
morale e giusto. E con lui, di poi, morale e giusto appaia ai postdatati Aznar, Gorz, Latouche, Negri & co.
E lui, in anticipo per loro, configura una situazione in cui proseguendo con Engels vuol conservare la
vecchia divisione del lavoro in tutti i suoi rapporti essenziali, e perci a stento ha da dire una sola parola
anche riguardo alla produzione in seno alla sua comunit economica. La produzione certo un campo in cui
si tratta di fatti concreti e in cui perci la fantasia razionale pu dare solo poco spazio al colpo dala della
sua anima libera, perch il pericolo di fare una figuraccia troppo vicino. Per contro la distribuzione che,
secondo il modo di vedere di Dhring, non ha assolutamente nessun rapporto con la produzione e che,
secondo lui, non determinata dalla produzione, ma da un puro atto della volont, la distribuzione il campo
predestinato della sua alchimia sociale. Ecco dunque in che cosa consiste, in generale, latto della volont
della nuova alchimia sociale.
Ma il protokeynesismo post-lib-post-lab impone categoricamente di andare oltre il mercato e oltre lo
stato, in una totale ignoranza di analisi della dominanza delle forme economiche: quasi che il mercato e lo
stato, anzich conseguenza causale di rapporti reali e fondati su fatti concreti e materiali ben saldi, fossero
istituzioni artificialmente e convenzionalmente costruite dalla societ civile e stabilite per legge con un atto
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di volont che, pertanto e in quanto tale, la societ stessa pu scavalcare e revocare quando voglia. Il
divenire storico preso a calci. Cosicch i nuovisti possano proporre libridazione tra economia privata,
pubblica e associativa non monetaria, rinverdendo fasti e nefasti delle utopie proudhoniane di fuga oltre il
denaro, in quello che hanno battezzato terzo settore (o economia solidale). [Il marxismo-polanyismo [sic] di
OConnor (innanzitutto, preservare!), o la versione yankee del gorzismo fatta da Rifkin (riduzione dorario
di lavoro, attivit extramercantili, di cura e via solidarizzando: tutte prestate gratuitamente, o sottoposte allefficienza dello sfruttamento basato sullorganizzazione capitalistica del lavoro), e trovate simili, rientrano
tutte nel medesimo crogiolo di ignoranza e illusioni].
Si sa che la richiesta dabbene di un salario minimo, in stile proudhoniano, fu avanzata anzitutto dalle
gentili dame fabiane per non disonorare la nostra societ con scene di povert. Su una base
sostanzialmente analoga, i moderni intellettuali-di-sinistra propugnano la corresponsione di un reddito
minimo garantito, sostenuta dallidea di una cittadinanza nuova, senza far capire in che consista una tal
novit (a parte la secolare battaglia piccolo borghese contro qualsiasi concezione di classe e di lotta di
classe, non solo quel-la di parte proletaria ma anche quella di parte grande borghese). Le nuove forme di
reddito minimo garantito dovrebbero essere tali da suscitare autostima nei beneficiari: i quali, con tutta
evidenza, potranno cos affidarsi esclusivamente alla loro individualit e al loro individualismo, scrollandosi
di dosso il fastidioso peso dellappartenenza a una classe,
A parere di coloro che hanno riproposto il reddito minimo garantito, non vi sarebbe nessun ostacolo
morale, economico, finanziario e tecnico. Morale a parte, e sorvolando pure sul lato tecnico, misterioso
come si faccia ad affermare che non vi sono neppure ostacoli economici e finanziari. un mistero per quanti
sappiano fare quattro semplici conti sul valore aggiunto o sul pnl. Immancabilmente, anche il finanziamento
del reddito minimo non pu che venire dalla massa salariale, mediante il trasferimento diretto con flessibili
forme contrattuali e col sistema fiscale di tasse e imposte, o indiretto attraverso il debito pubblico (i cui oneri
alla fine sempre sulla fiscalit per i redditi da lavoro vanno a gravare al novanta per cento). Ma i proponenti
di codesta alchimia proclamano che la questione sociale risolta demblai se se ne coglie lurgenza e la
necessit (si noti limpersonalit del soggetto chiamato a cogliere la drammaticit della questione).
Senonch, osserv Marx, ogni lavoratore spinto a fare concorrenza a se stesso in quanto membro della
classe operaia. Si capisce cos la ragione per cui il marxismo considerasse unassurdit piccolo-borghese la
rivendicazione di un salario minimo garantito. Anche codesta trovata perlopi di provenienza francese; e,
ieri come oggi, facile rintracciarla nelle varie apparizioni del proudhonismo, vecchio e nuovo,
imperversante, fino allanarcosindacalismo. Ma lassistenzialismo filantropico e assai interessato alla
salvezza della societ borghese del proudhonismo ha trovato terreno fertile anche tra i riformisti socialisti e
liberal-laburi-sti nella patria dellimperialismo.
Lo sviluppo antimarxista del liberismo fabiano e del laburismo fino a Keynes lo testimonia. Si visto che
tale richiesta viene avanzata nella forma diretta di reddito. Sicch si parli di reddito di cittadinanza o di
reddito politico; come cera e c ancora, e perfino il papa giunto a tanto, chi rivendica il salario alle
casalinghe. La caratteristica di tale reddito di essere svincolato dallattivit lavorativa e, soprattutto, dalla
forma di merce della forza-lavoro: con la bella conseguenza di trasformare cos un elemento antitetico e
conflittuale del proletariato lunico nella sua immediatezza in un affidamento, appunto, alla filantropia
del capitale e allassistenzialismo statale. Marx avversava tutto ci decisamente, osservando come tali
circostanze si rivelassero quali tempi doro per i padroni, in quanto i lavoratori erano costretti a morire di
fame o a lavorare a qualsiasi prezzo che fosse pi vantaggioso ai borghesi: e i Comitati dassistenza erano i
loro cani da guardia.

Il prepostmarxismo nella fase dellimperialismo mostra come, sempre pi spesso, anche tra comunisti e sindacalisti, si abbia limpressione di uno sbandamento che fa ripiombare indietro nei secoli, in
unepoca prescientifica (e premarxista), nella quale la confusione sul salario della forza-lavoro totale.
Ricapitolando, fu Proudhon tra i primi che, per sottrarsi alla conseguenza fatale del fatto che il minimo del
salario il prezzo naturale e normale della forza-lavoro viva, al fine di non accettare lo stato attuale della
societ, pretese che la forza-lavoro stessa non fosse una merce, ossia che non avesse un valore. Sulla sua
strada ci si sono messi in tanti, nel socialismo piccolo borghese di ieri e di oggi come nel filantropismo utopico e mistico della borghesia.
Osserva Marx: Proudhon vuole librarsi come uomo di scienza al di sopra dei borghesi e dei proletari, e
non che il piccolo borghese, al di sotto degli economisti e al di sotto dei socialisti, poich non ha n
sufficienti lumi n sufficiente coraggio, sballottato costantemente tra il capitale e il lavoro, tra leconomia
politica e il comunismo. Se Proudhon fosse finito l, nei suoi anni di met ottocento, non ci interesserebbe
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pi di tanto, ma oggi la conflittualit di interessi tra industria (capitale produttivo) e speculazione (capitale
monetario, fittizio ancor pi di quello reale) pi forte di prima.
Dalla dialettica di tale contraddizione, tra valori duso concreti e forme di valore contenenti plusvalore,
emerge lazione storica del capitale per soddisfare bisogni esistenti e creare nuovi bisogni. Ovviamente, a codesti caratteri basilari del modo di produzione capitalistico, Proudhon non sapeva dare risposta; ma non
lhanno saputa dare neppure i suoi posteri keynesiani, per interpretare i caratteri di fondo anche delle attuali
societ in trasformazione, sia quelle trainanti, sia quelle in qualsiasi maniera subordinate. Ma se quei diversi
valori (e in particolare il valore in quanto tale) si dipingono come cos errati da essere negativi, il
sistema si caratterizzerebbe proudhonianamente e keynesianamente (lo si visto) per la presenza di un
antisfruttamento.
Il ridicolo e il comico continua a non avere limiti. E c da aspettarsi di peggio, a sguito dellantiesodo
operaista, con il ritorno di Antoine Negr. Cos, dopo non aver capito assolutamente nulla della teoria del
valore, si passa al plusvalore, cancellato pertanto con un colpo di spugna. Cacciato dai luoghi della scienza,
lo sfruttamento pu felicemente tornare ad albergare nei meandri delletica, come sempre hanno preteso i
socialisti borghesi e Proudhon, riformisti, revisionisti, Croce e Mondolfo, e tutte le anime belle del
liberalismo, anche lab e schierate asinistra, prima dei moderni oltre-marxisti di nietzschiana ascendenza.
La gran novit consiste nella bella (ri)scoperta (pre)antimarxista secondo cui il lavoro non merce [e
nemmeno si osa parlare di forza-lavoro, di cui si disconosce la peculiare entit]. Daltronde, al pari di diversi
male avventati sognatori dellasinistra, ancora il papa a predicare tale sciocchezza, pur continuando a
parlare, come gli altri, di mercato del lavoro: un mercato senza merce misteri della fede! Il trucco c, e
si vede; soppressa la forza-lavoro e il suo concetto specifico, sparisce la sua stessa duplicit contraddittoria:
lo scambio equo che pone e presuppone il suo uso iniquo, su precise basi economiche, non pi riconosciuto
perch non pi riconoscibile.
Ergo, dice da sempre il pensiero dominante nellepoca del capitale, non si d nessuno scambio, ma
semplicemente e direttamente un rapporto di prestazione, un contratto dobbligo stabilito su basi
istituzionali: il contratto di lavoro. Il do ut des, do ut facias, del diritto romano: che Marx analizz
criticamente riconducendolo, demistificandolo, al rapporto di propriet sulla base del comando del capitale
sul lavoro salariato; laddove la lezione pre-volgare di Say gi configurava la confortevole apologia del
servizio produttivo.
Siccome tale contratto, proseguono, il risultato di un rapporto di forza (immediata e primigenia, diceva
Dhring, prestando tale sua scoperta a Sraffa & co.), in esso che si dovrebbero vedere assommati tutti i
mali del capitalismo. Lo sfruttamento, quindi, ci sarebbe solo perch cattivo il contratto, mediante il quale
si avrebbe direttamente lalienazione della libert. Perch mai ci dovrebbe avvenire, in un contesto in cui
non si riconosce lalienazione ossia la vendita ad altri della forza-lavoro come merce, laddove gli altri
non sono pi considerati in quanto caratterizzati dalla propriet, rimane quel ricordato mistero
scientificamente inspiegabile, finch la dilagante confusione rende impossibile comprendere la
trasformazione del denaro, che valore, in capitale, che un rapporto sociale, di contro alla merce forzalavoro.

Lesatta considerazione nel contesto di fine XIX sec. assume perci oggi un rilievo quanto mai
significativo. Si trattava, allora, della fine di unepoca. La prolungata prima crisi di portata mondiale del
capitalismo classico inglese era sfociata nella centralizzazione monopolistica e nellavvio della fase
superiore dellimperialismo. John A. Hobson, da buon liberale inglese, se ne avvide prima e con maggior
pregnanza dei marxisti della socialdemocrazia tedesca. E codesta visione del contesto internazionale
costitu il grande vantaggio di Hobson sui suoi contemporanei fabiani, chiusi nello splendido isolamento
britannico, e sul suo seguace Keynes (la teoria keynesiana del risparmio interno, a es., ebbe chiare origini
hobsoniane). Cio-nondimeno, mancava a lui quanto ai socialdemocratici revisionisti, la forza teorica di
ammettere consapevolmente il carattere immanentemente contraddittorio del modo di produzione
capitalistico. Fu da l che derivarono tutti i differenti escamotages per tentare vanamente di sanare gli
errori di un sistema per ogni altro verso ritenuto sano e buono: panacee utopiche e sentenziose (per non
dire dei bassi trucchi) che, da Proudhon a Dhring, sono proseguite fino a Webb e Keynes, e ancora oltre.
Giulio Pietranera ha dedicato gran parte delle sue migliori risorse intellettive a presentare Hilferding,
criticandone le contraddizioni. Ma Pietranera, a differenza di Hilferding e di tanti altri frettolosi economisti
illuminati, ha compreso appieno i caratteri del sistema monetario e creditizio nel modo di produzione
capitalistico, soprattutto nella sua forma monopolistica, tanto, per cos dire, nella loro filogenesi, quanto
nella loro ontogenesi. E dunque, ancora una volta, ritorna attuale la sua critica verso quei sedicenti marxisti
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incapaci di comprendere i nuovi caratteri del capitale, affidandosi alla pratica. Engels proprio a
conclusione di unaspra polemica con il praticume dei socialisti proudhoniani piccolo-borghesi dei suoi
tempi precis che nella classe operaia si forma il concetto che non c nulla di meno pratico di queste
soluzioni pratiche belle e pronte, buone per tutti i casi, e che il socialismo pratico consiste invece in una
corretta conoscenza del modo di produzione capitalistico in tutti i suoi vari aspetti [Engels, La questione
delle abitazioni, III].
La prevalenza della forma finanziaria del capitale da Hobson a Hilferding dunque, con un ruolo
affatto nuovo della banca integrata allindustria, non complicata da capire, ma richiede una grande
precisione nel definire il contesto generale, la totalit, in cui opera il capitale imperialistico. Altrimenti si
rischia di restare fermi alla concezione della banca, non solo nella sua tipologia dellepoca del capitalismo
concorrenziale, ma addirittura a quella della forma mercantile semplice: lanticipar moneta o cambiali per
agevolare la circolazione delle merci. da l, dalla mera crematistica confinante con lusura, strettamente
apparentata con la rendita fondiaria signorile, che provengono tutte le dabbenaggini sulla presunta
separazione e contrapposizione tra profitto e rendita (o interesse), tra produttori buoni e speculatori
cattivi, cos cara ai ricardiani come ai proudhoniani, ai fabiani come ai keynesiani.
Ma, se le tesi evoluzionistiche di allora, di Hilferding e Kautsky, sono state abbandonate perch
vistosamente datate, non altrettanto pu dirsi per il motivo ispiratore del loro riformismo. In effetti, i
riformisti loro successori hanno continuamente ripresentato quelle stesse tesi. La chiave interpretativa di tutte
quante codeste posizioni sempre da ricercare nella separazione tra produzione e distribuzione, tra
produzione e circolazione, tra produzione e propriet stessa. Ecco perch di importanza discriminante il
riferimento centrale alla produzione, che Pietranera ha sempre rivendicato al marxismo. Non altro che
unultima versione di codesto riformismo, impossibile, la tesi del cosiddetto capitalismo diffuso di oggi,
che supererebbe nien-temeno che la propriet del capitale, ossia il rapporto di capitale stesso. Ma ancra oggi
dato sentire teorici sedicenti comunisti, i quali, in nome di una presunta definitiva saturazione e cessata
concorrenzialit del mercato capitalistico, ne sognano una qualche variamente differenziata fuoriuscita in un
sistema o sub-si-stema non mercantile, insieme con leutanasia del rentier a interesse zero, in un
improbabile e onirico sottomondo di valori duso sottratti allo scambio e al dominio del denaro.
Con il che i riformisti posteri di Hilferding e consorti, nostri moderni post-keynesiani-di-sinistra, trovano
la loro giusta collocazione, quali tardi epigoni del proudhonismo della pi bellacqua. E magari, nel caso in
cui lo stato borghese fosse cos corrotto da essere ritenuto inutilizzabile (almeno momentaneamente, in attesa
di una grande riforma istituzionale e morale!), molti di costoro, in un gesto di ulteriore trasformismo
falsamente libertario, sarebbero lieti di fare provvisoriamente a meno dello stato: retrocedendo fino
allipotesi, agognata da maestro Proudhon, di un cosmico regime mutualistico che, a ben guardare, altro
non , se non limpossibile generalizzazione del recente mito del ricordato terzo settore, tra capitale e stato.
Ma, paradossalmente, lo stato, per quanto borghese esso sia, che in prospettiva la Lassalle
rappresenta la panacea del profeta. In luogo della esistente lotta di classi, subentra una formula da
giornalista: la questione sociale. Lorganizzazione socialista di tutto il lavoro sorge dallaiuto dello stato.
Credere che si possa costruire una societ nuova per mezzo di sovvenzioni dello stato come si costruisce una
nuova ferrovia, degna presunzione di Lassalle [Marx, Critica del programma di Gotha, III, 1875]. Sicch,
proprio a cominciare da Proudhon i fautori del reddito garantito o politico hanno respinto la tesi
marxiana per cui il prezzo normale della forza-lavoro viva gi il minimo del salario cancellando nella
loro ideologia la considerazione che la forza-lavoro stessa sia una merce. In tale oscura gena di tanti piccoli
alchimisti sociali, pronti a risolvere i problemi dei poveri da assistere, non si trova alcun comunista, e tanto
meno un marxista (per non dir di Marx), ma solo piccoli disarmati profeti laici o religiosi di stampo
borghese.

Per concludere, la trasformazione in atto delle societ in cui predomina il modo di produzione
capitalistico mostra quale sia la contraddittoriet dellazione storica del capitale stesso, a partire dalla sua
specifica base economica in una corretta dialettica tra struttura e sovrastruttura e non fondandosi su
presunti elementi extraeconomici alla Proudhon. Perci curioso e preoccupante che troppo spesso,
anche da sinistra, si accetti quella raffigurazione che sottovaluta la contraddizione immanente del capitale
(affidandosi quasi residualmente allantagonismo estrinseco del proletariato). Che un atteggiamento
ideologico, come questo, centrato sulla rappresentazione della potenza del capitale unitaria e ridotta a
mera capacit dacquisto monetaria contraddistingua la volont mistificatoria borghese, lo si capisce
bene: a un tempo realistico e tragico. Diventa ridicolo e insensato quando lo si mutua a sinistra, tanto
pi che i precedenti storici non mancano.
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Il socialismo rivolto contro il capitale produttivo dinteresse come forma fondamentale del capitale
quindi non solo impigliato fin sopra i capelli nellorizzonte borghese. Ma nella misura in cui la sua polemica
solo un attacco e una critica male intesi, oscuramente diretti contro il capitale stesso che per esso
identifica esclusivamente con quella sua forma derivata questa non altro che una pressione, camuffata da
socialismo, in favore dello sviluppo del credito borghese. Quindi, essa esprime unicamente la situazione di
sottosviluppo dei rapporti nel paese in cui tale polemica si atteggia a socialismo. Non che un sintomo
teorico dello sviluppo capitalistico, bench queste aspirazioni possano assumere forme da far rizzare i
capelli, come quelle derivanti dal proudhonismo e dal saintsimonismo.
Il mitico compagni, parliamo dei rapporti di propriet!, esclamato da Brecht rivolto ai deboli pensatori
intellettuali dei suoi tempi bui, risuona ancora alto come allora, ma come allora vano per chi, bellamente, non
alla separazione tra proprietari e non proprietari, ma ad arbitrio e sopruso che sopraffanno giustizia e bont,
attribuisce le condizioni di vita del proletariato (o dei cittadini poveri, come essi preferiscono supporre).
Per costoro, come spiegato, lo sfruttamento deriverebbe esclusivamente dal rapporto giuridico (nella forma
di lavoro autonomo, eterodiretto, che essi preferiscono chiamar parcella con partita Iva) a salario ridotto
(gi di per s rattrappito in mera retribuzione diretta individuale), propongono esattamente una cosa che, sotto gli scudi del neocorporativismo portata avanti dai padroni.
La pace sociale di baronale memoria la Colins un obiettivo di fondo del capitalismo, e per
ricordare ci basterebbe risalire anche a Babbage o Proudhon. Ma nella sua storia il potere borghese ha
prevalentemente represso anzich rimosso il conflitto cercando tuttavia anche in tale forma il consenso di
larghi strati della popolazione, soprattutto in chiave antioperaia e antiproletaria. Ma il neocorporativismo ha
oggi teso tutte le proprie forze a superare la modalit nazifascista di violenza indiscrimina ta. Il potere
capitalistico ha percepito che la coercizione del consenso, e lannullamento del conflitto sociale di parte
proletaria, era perseguibile sviluppando i contenuti economici del fascismo nella demagogia populista e
soprattutto nelle vesti democratiche del new deal e dello stato sociale del benessere, ratificati
ideologicamente dalle varie tendenze del keynesismo. Sicch anche la repressione, qualitativamente e
sostanzialmente non minore, potesse divenire selettiva e chirurgicamente mirata.
Linteresse di vedere e capire i presupposti di questultima tendenza si pu ricercare in alcune precise
circostanze di concreta attualit. Le primitive insorgenze del moderno corporativismo ottocentesco sorsero e
si svilupparono in risposta allavvio delle lotte di classe, prima agli albori del socialismo utopistico, borghese
e piccolo borghese, poi, pi massicciamente, con laffermarsi del movimento operaio nel socialismo
scientifico e nel comunismo. Cos il rinnovato corporativismo novecentesco si pone come reazione alla
rivoluzione dottobre e alla lunga crisi che ha compreso le due guerre mondiali imperialistiche. La diversit
dei regimi che lhanno attuato servita come laboratorio per individuare la migliore direzione quella della
democra-zia autoritaria, non pi parlamentare e rappresentativa, ma formalmente contraria allassolutismo
dispotico, pur entro sistemi maggioritari e presidenziali che il capitale avrebbe dovuto prendere al fine di
consolidare e trasformare il proprio potere.
La determinazione comune che necessario cogliere, quindi, sta nella rappresentazione comunitaristica e
solidaristica che il socialismo del capitale cerca di dare alla sua organizzazione materiale e istituzionale di
tipo neocorporativo. Tale determinazione fondamentale proviene precisamente dallassunzione, estrinseca e
falsa, di temi e modalit del socialismo di fronte a un movimento socialista in crisi entro il mo do di
produzione capitalistico stesso. Di contro, nel medesimo periodo che era di grande crisi mondiale del
processo di accumulazione e di contraddizioni internazionali, una differente captazione del consenso si
radicava sempre pi nelle forme del socialismo di stato, che gi celava crescenti caratteri, per cos dire, di
quel neocor-porativismo di sinistra, l di stampo lassalliano, qua di tipo fabiano, che i partiti socialdemocratici nordeu-\ Perci assai importante dar conto di codeste differenti matrici di mistificazione del
sociali-smo che il neocorporativismo racchiude. Se il capitale nega se stesso in quanto negazione della
socialit effettiva, non pu che cercare di riproporre una falsa coscienza di tale socialit, e presentare in
questa forma capital-socialista la sua inevitabile tendenza alla barbarie.
Dopo il capitalismo lalternativa al socialismo paventata da Engels pu cos essere proprio la barbarie del
neocorporativismo del duemila.

BIBLIOGRAFIA MARXISTA ESSENZIALE SU PROUDHON


Friedrich Engels, Critica dellIdea generale della rivoluzione nel XIX sec. di Proudhon [1852]
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- - , La questione delle abitazioni [1872]


- - , Levoluzione del socialismo dallutopia alla scienza [1878-80]
Friedrich Engels - Karl Marx, Manifesto del partito comunista [1848]
-- -- , Lettere [8-21 agosto 1851, 16 settembre 1846] (le nuovissime rivelazioni del socialismo)
Vladimir I. Lenin, Quaderni filosofici, I,1 (la sacra famiglia) [1895]
Karl Marx, Lettera a Pavel V. Annenkov [28 dicembre 1846]
- - , La miseria della filosofia [1847]
- - , Lineamenti fondamentali, Q.II,8-12, 18 (denaro e scambio semplice); III,20-21 (capitale fruttifero);
IV,25-27 (sovraproduzione); VI,17-18, 27-29 (capitale fisso); VII,48-49 (credito) [1857-58]
- - , Teorie sul plusvalore, III.Add.6 [1861-62] (interesse e socialismo volgare)
- - , Lindifferenza in materia di politica, in La plebe, Lodi 1873
____________________________________________________
* Il presente testo, preparato per il seminario di Reggio Emilia, una versione ridotta di un pi ampio scritto (lungo
circa il doppio) sullin/attualit prekeynesiana del proudhonismo, di prossima pubblicazione.

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