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Il ritorno della fabbrica Appunti su territorio, architettura, operai e

capitale
euronomade.info/

Redazione 24/1/2017

di PIER VITTORIO AURELI.

Nella storia del Movimento Operaio, la fabbrica ha avuto un ruolo fondamentale e per certi versi epico nel coagulare sia lo
sfruttamento degli operai, sia la lotta di questi ultimi contro la loro condizione. Per questo lapparente scomparsa della
fabbrica quale punto avanzato del capitalismo nel mondo cos detto sviluppato stata spesso interpretata come una vera e
propria sparizione della classe operaia quale blocco importante della societ. Se questa interpretazione segue la realt
della tendenza industriale degli ultimi quaranta anni, ovvero il passaggio dallegemonia del lavoro materiale a quella del
lavoro immateriale, ha anche dato luogo ad una visione della fabbrica come spazio chiuso in se stesso, come luogo
specico della produzione di merci materiali. Eppure il marxismo degli anni Sessanta, nella fattispecie dellOperaismo, fu,
tra le altre cose, anche la riscoperta della fabbrica come campo esteso che inevitabilmente ingloba nel suo funzionamento
tutta la societ.

Operai e capitale di Mario Tronti sicuramente un libro dicile da staccare dallo sfondo della fabbrica fordista-taylorista,
eppure anche questo tipo di fabbrica, sin dalla sua invenzione allinizio del secolo scorso, eccedeva il proprio conne
perch per funzionare, cio per subordinare chi vi lavorava doveva ramicarsi in tutti gli ambiti sociali: la casa, la scuola, la
cura medica, il tempo libero. proprio nel cogliere questo passaggio che il libro di Tronti ebbe una certa risonanza nella
cultura architettonica in Italia tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta. Le tesi del libro inuenzarono tra gli altri il progetto
critico e storiograco di Manfredo Tafuri e il lavoro del collettivo Archizoom. Inoltre tra gli stessi militanti operaisti vi furono
sociologi, architetti e urbanisti come Romano Alquati, Claudio Greppi, Alberto Magnaghi, Paolo Deganello che proprio in
quegli anni misero a tema il ruolo delle lotte nello sviluppo urbano individuando nel territorio attorno alla fabbrica ovvero la
citt fabbrica il campo allargato dello sfruttamento capitalistico e dello scontro di classe1.

Per quanto Operai e capitale fu pubblicato allapice dello sviluppo della fabbrica fordista-taylorista in Italia, cui poco dopo le
lotte operaie metteranno in crisi lassetto, il modo nel quale il libro concettualizza il rapporto fabbrica-societ eccede la
sequenza netta fordismo/post-fordismo con cui stato descritto lo sviluppo delle forme di lavoro.

Anche se Operai e capitale fu letto allora nel segno della centralit della fabbrica in quanto luogo della produzione, nel libro
la fabbrica teorizzata come apparato che lega il lavoro alla res extensa della valorizzazione sociale, vale a dire la fabbrica
come dispositivo attraverso il quale tutta la societ viene messa al lavoro. Partendo da questa interpretazione delle tesi di
Tronti propongo di rileggere la lunga storia del territorio che va dalla metropoli moderna allurbanizzazione planetaria,
cercando di individuare nel concetto di fabbrica un paradigma (ancora) utile per leggere la condizione urbana
contemporanea.

1. Nel libro Grostadt Architektur, pubblicato nel 1927, larchitetto tedesco Ludwig Hilberseimer sosteneva che con lavvento
del capitalismo la citt rompeva risolutamente con la sua storia millenaria e si presentava come qualcosa di completamente
nuovo: la Grostadt appunto, la grande citt, la metropoli2. Rispetto a questo tipo di citt ogni continuit con il passato per
Hilberseimer impossibile. Il capitale impone alla citt non tanto un salto di scala, ma una diversa congurazione che la rende
incompatibile con forme urbane tradizionali.

Si pu dunque sostenere che lavvento del capitalismo pone ne alla citt quale entit politica sovrana (la civitas), e la
sostituisce con una macchina economica in cui citt e territorio, dentro e fuori sono integrati in un sistema totalizzante. Certo
la citt come centro sopravvive ma solo come feticcio, come simbolo, al massimo come leva per la rendita.

Prima di Hilberseimer stato lingegnere spagnolo Ildefonso Cerd, lautore del celebre piano urbanistico di Barcellona del
1859, a sostenere che, con lavvento dello sviluppo industriale, il concetto di citt in quanto civitas era oramai anacronistico.
Nella sua importante opera Teoria generale dellurbanizzazione pubblicata lo stesso anno de Il capitale di Marx nel 1867,
Cerd riteneva gi che il termine citt dovesse essere sostituito con il neologismo urbanizzazione, vale a dire spazio in cui
circolazione di merci e persone prendeva il sopravvento su qualsiasi altro aspetto dello spazio abita to3. Ci che caratterizza
la teoria urbanistica di Cerd la centralit che egli dava allo studio della popolazione a partire dalle condizioni di
produzione-riproduzione della forza lavoro. Cerd il primo urbanista a fondare il progetto urbano su fonti statistiche,
ottimizzando cos la riforma urbana in base alle condizioni di vita della societ e alla sua capacit di produrre. Per questo,
come ha notato Andrea Cavalletti, lingegnere urbanista spagnolo erede di tutto quel sapere urbano che si sviluppa nel

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segno della Polizeiwissenschaft in cui sicurezza, medicina ed economia si fondono nelle pr atiche di governo del territorio4.

Teorie come quella di Cerd postulavano che la citt come entit dierenziata dal territorio cessasse di esistere, sostituita
da un sistema dislocato, senza pi un fuori, potenzialmente estendibile allinnito la cui funzione non pi quella di produrre
una forma, bens di essere processo, macchina funzionante che lega, dentro il medesimo apparato, circolazione e
abitazione. interessante notare come in un testo che la storiograa architettonica ha sempre letto come la magna carta
dellurbanistica classica, ovvero la Carta dAtene redatta nellambito del Congresso di Architettura Moderna (CIAM) nel 1933
e di fatto scritta da Le Corbusier, vi sia una grande enfasi sul nesso produzione-vita come principale obbiettivo del progetto
urbanistico.

Certo la Carta di Atene proponeva la divisione delle funzioni circolazione, lavoro, abitazione, tempo libero ecc. ma tale
separazione era strumentale a una maggiore e pi eciente integrazione di questi momenti verso un sistema urbano in cui
tutti gli aspetti della vita urbana diventassero il medesimo processo di riproduzione sociale.

Per Le Corbusier, come per Cerd e Hilberseimer, lorganismo urbano non poteva essere pi concepito nelle forme
tradizionali della citt, intesa come un centro opposto al suo intorno la campagna o la periferia ma si costituiva come una
nuova entit, ovvero come territorio urbano.

Pur rimanendo dentro lorizzonte riformista, che pretende di domare le forze della grande metropoli, dentro lutopia
razionalista del piano, questi approcci al territorio mettono a tema qualcosa che gi allora eccedeva la ragione del piano,
ovvero un paesaggio nuovo, inedito, sempre mobile e dunque spiazzante. Questo paesaggio lurbanizzazione intesa
come processo incontenibile, e dunque privo di una forma denitiva. Lesperienza soggettiva di questo paesaggio fu
compresa solo da coloro che avevano fatto i conti con il pensiero negativo della metropoli moderna, ovvero Georg
Simmel e la sua relazione tra circolazione del denaro e esperienza dello spazio urbano; Max Weber, con lanalisi della citt
come macchina per laccumulazione del potere politico ed economico; Walter Benjamin e la sua analisi dellarchitettura
della grande metropoli dellOttocento come fantasmagoria che nasconde, misticandolo il conitto di classe. Ci che
accomuna questi pensatori e le loro letture della metropoli lo sforzo di dare forma ad una soggettivit disincantata, un
modo di essere che sia allaltezza della metropoli del capitale.

2. Oggi siamo portati a vedere queste scoperte della metropoli capitalista come delle ovviet. Metropoli o Grostadt
suonano come termini desueti, vintage, tant che siamo abituati a ben altre categorie dello spazio urbano come citt
diusa, slums, urbanizzazione planetaria, capitalocene. Eppure nellambito del pensiero urbano pochi studiosi sono riusciti
a tematizzare il rapporto tra capitale e forma urbana, al di l dei fenomeni pi vistosi e ovvi come la speculazione, la rendita
e la gentricazione. Lideologia borghese delle scienze sociali ha talmente impregnato lurbanistica che la storia della citt
stata per lo pi letta nei termini di un inesorabile progresso tecnologico, unespansione inevitabile dellurbano, esito
naturale dello sviluppo delle forze produttive, piuttosto che come un sommovimento strutturale che cambia la composizione
sica sociale e politica di ci che continuiamo a chiamare citt. Sommovimento qui vuol dire rivoluzione e non evoluzione,
perch ed bene ricordarlo la metropoli del capitale nasce non dal proprio spirito imprenditoriale come molte storie della
citt moderna ci hanno raccontato, ma dalle lotte, dai tumulti degli oppressi e dalla controparte di questi ultimi ovvero dalle
contro-rivoluzioni, dagli stati di eccezione politici ed economici che il capitale ha messo in atto per mantenere il suo
paradossale ordine delle cose, vale a dire un ordine fondato sul disordine. Il disordine della metropoli capitalista non
quindi un errore del processo, una condizione di default come teorizzava lurbanistica riformista. Il disordine della citt
capitalista lesito dello stato di guerra permanente che necessario al capitale per controllare e costringere al lavoro i
propri subalterni.

qui che la tesi centrale di Operai e capitale di Mario Tronti prima le lotte, poi lo sviluppo si applica anche alla nascita e
allo sviluppo della citt moderna: prima le lotte, poi la citt, il suo progetto, le sue trasformazioni e la sua architettura. Il
progetto della citt moderna non altro che la risposta, da parte del capitale, al conitto di classe. Le Corbusier lo aveva
capito bene quando poneva les autorits di fronte al dilemma: architettura o rivoluzione 5.

La rivoluzione paventata da Le Corbusier era lo spettro della rivoluzione bolscevica del 1917, che di l a poco avrebbe
costretto i capitalisti a ripensare la composizione politica del comando sul lavoro dando cos vita al welfare state. Ma in
fondo la rivoluzione che evocava Le Corbusier altro non era che la minaccia della forza lavoro di ribellarsi al proprio
sfruttamento, una minaccia che come sosteneva Tronti era dentro lo sviluppo del capitale perch questultimo non era altro
che sfruttamento del lavoro vivo. Da parte dei governi e dei capitalisti la rivoluzione di classe era, dunque, qualcosa da
scongiurare ma anche da utilizzare a proprio vantaggio, visto che, dai tumulti delle citt comunali del Trecento alle
rivoluzioni nelle grandi metropoli dellOttocento, lo scontro di classe aveva sempre segnato linizio dei grandi progetti di
trasformazione urbana.

Non dunque per brama tecnocratica che larchitettura della fabbrica diventa per gli architetti del Movimento Moderno come
Le Corbusier, Hilberseimer, ma anche per Ludwig Mies van der Rohe, il paradigma architettonico da cui estrarre la nuova
architettura. Per gli architetti moderni la fabbrica non semplicemente la metafora dellepoca macchinista ma una vera e

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propria miniera di soluzioni tecniche da estendere a tutta larchitettura della citt. Luso del ferro e del cemento armato, la
standardizzazione e prefabbricazione degli elementi costruttivi, tecniche messe appunto nellarchitettura della fabbrica tra
Ottocento e Novecento, vengono riprese dagli architetti moderni in tutti gli ambiti della citt e del territorio: dallabitazione alle
infrastrutture, dagli edici pubblici al design di interni. Si pensi ad esempio a come larchitetto austriaco Margarete Schtte-
Lihotzky disegna la celeberrima cucina di Francoforte, attraverso lapplicazione dei criteri di misurazione e coordinamento
del lavoro in fabbrica al lavoro domestico.

La metropoli e il suo territorio diventano cos una catena di montaggio di fatti sociali per parafrasare il titolo della No-Stop
City, il celebre progetto del 1970 con il quale il gruppo Archizoom sviluppava le tesi di Operai e capitale. Ben prima che si
iniziasse a parlare di fabbrica diusa e di operai sociali, la metropoli moderna aveva da tempo esteso la fabbrica a tutta
la societ.

3. La fabbrica dunque non soltanto un luogo specico della citt moderna ma un concetto che fa perno sullidea della
metropoli come organismo territoriale essibile ed estendibile allinnito, il cui compito riprodurre e organizzare il lavoro
vivo. Originariamente la parola fabbrica signica edicio, non tanto nel senso di forma delledicio quanto di congegno,
macchina, artizio.

Il senso comune intende fabbrica come un luogo circoscritto in cui avviene la produzione di determinate merci. Il pensiero
politico ha inteso la fabbrica come il passaggio al capitalismo maturo che segna la ne delle forme tradizionali di manifattura
e lo sostituisce con un sistema macchinico in cui gli operai non usano le macchine, ma sono queste ultime ad usare gli
operai. In realt la fabbrica ha una storia molto pi complessa e irriducibile agli stereotipi che hanno tentato di
rappresentarne levoluzione. La fabbrica non un edicio e nemmeno un luogo; la fabbrica piuttosto un insieme di
macchine, un diagramma spaziale la cui funzione quella di adeguare lo spazio sico alla composizione tecnica che rende
possibile il lavoro produttivo e il suo sfruttamento. La fabbrica dunque non ha una forma denitiva, ma piuttosto un
processo in continua trasformazione che, da un centro di volta in volta strategicamente rilocalizzato, innerva e organizza il
territorio. Se c una fabbrica c una rete logistica che coordina macchine, trasporti, ussi di persone, materie prime, merci:
il campo dapplicazione della fabbrica sempre il territorio.

In principio le factories erano strutture leggere, anonime, posizionate lungo rotte militari e traci commerciali per facilitare la
colonizzazione di terre indigene. Come ha notato Carl Schmitt, diversamente dal colonialismo spagnolo e portoghese
basato sulla conquista e la spartizione di grandi spazi, il colonialismo inglese fu un processo capillare di appropriazione,
costituito dalla realizzazione di infrastrutture, canalizzazioni, strutture logistiche, trattati commerciali, e che eseguiva
accurate mappature e misurazioni di risorse naturali da sfruttare 6.

Per quanto la fabbrica identicata con il passaggio dalla manifattura allindustria, la natura profondamente logistica della
fabbrica ha origine proprio nella colonizzazione e gestione del territorio agricolo. Il termine factory proviene dal latino facere,
fare e in origine il factorium (da cui viene anche il termine fattoria) ovvero il frantoio, ma anche la postazione dei fattori
incaricati dal proprietario terriero di gestire il territorio agricolo. Nel medioevo la factory un luogo di raccolta per mercanti, e
uomini daari in viaggio in terre straniere, e come tale dotato di magazzino e mercato7.

Letimologia del termine ci fa capire che il concetto di fabbrica investe subito il territorio come spazio da mettere
strategicamente sotto controllo, in modo da possederlo. Ma nella fabbrica questo possesso non soltanto militare come nel
castrum o nel forte, ma essenzialmente logistico ed estrattivo. In fondo il termine stesso t erritorium come scrive Cicerone
indica il possesso della terra, larea di inuenza di unistituzione o comunit. Il colonialismo allarga questa inuenza dalla
terra al mare facendo di questultimo il paradigma geograco della modernit per antonomasia. Nei Lineamenti per una
losoa del diritto Hegel sosteneva che la storia della civilt europea poteva essere letta come un conitto tra terra e mare,
vale a dire un conitto tra la stanzialit della famiglia e la citt e il campo aperto, mobile ed incerto del commercio
marittimo8. Lethos del mare lindustria nel senso originale del termine, vale a dire destrezza, sollecitudine, capacit di
innovazione per far fronte a situazioni avverse ed incerte. Il colonialismo degli ultimi cinque secoli stato cos un laboratorio
di tecniche di appropriazione che con la nascita della grande industria stato riversato sul territorio dei colonizzatori. Non
un caso che il capitalismo industriale nasce proprio in Inghilterra ovvero la prima nazione che aveva fatto del mare il proprio
ambito di espansione imperialista. La cos detta rivoluzione industriale non stata altro che un processo di colonizzazione
interna del continente europeo, una colonizzazione che per funzionare ha dovuto da subito mettere al lavoro non solo gli
operai ma tutta la societ.

4. Nel concettualizzare il dispositivo fabbrica e non relegarlo a feticcio tipologico o tecnologico, Operai e capitale ci ore un
quadro categoriale ancora ecace. Nel capitolo La fabbrica e la societ (pubblicato dapprima nel 1962, nei Quaderni
Rossi), Tronti scrive che se nel processo lavorativo il capitale comando sul lavoro, solo nel processo di valorizzazione
vale a dire allinterno della societ che il capitale sviluppa il suo potere di coercizione che forza i lavoratori a consegnarsi
allo sfruttamento9. Il capitale riesce a cogliere, in un modo suo proprio scrive Tronti lunit di processo lavorativo e
processo di valorizzazione: e tanto pi riesce a coglierla quanto pi si sviluppa la produzione capitalistica e quanto pi la
forma capitalistica della produzione si impadronisce di tutte le altre sfere della societ, invade lintera rete dei rapporti
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sociali10. Ci che in questo passaggio viene messo in evidenza il processo di fabbrichizzazione della societ: la
fabbrica si lega indissolubilmente al territorio e dunque alle sue forme di vita.

Come ricorda Tronti, Marx fa risalire il processo di messa a lavoro della societ al passaggio cruciale della regolamentazione
della giornata lavorativa, quando si passa dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo. Incalzato dalle lotte operaie, il
capitale non pu semplicemente sfruttare il lavoro cos come lo trova ma deve plasmare il processo lavorativo a sua
immagine e somiglianza, cio colonizzando ogni momento della vita sociale, determinandone i tempi e i luoghi.

La regolamentazione della giornata lavorativa dunque uno dei modi in cui stato, societ, pubblico, privato, lavoro, vita,
tempo e spazio si fondono allinterno del capitale no a costituire il continuum dello sfruttamento. per questo che il
territorio si fa come aerma Tafuri in Per una critica dellideologia architettonica macchina per lestrazione del plusvalore
da tutti i rapporti sociali11. Strade, case, ferrovie, parchi, attrezzature per il tempo libero, ma anche pianicazione,
rendite, speculazione immobiliare, opere pubbliche, infrastrutture di ogni tipo, sono messi in opera sia come momenti del
processo produttivo ma anche come apparati di cattura e organizzazione della vita umana. Eppure proprio nel momento in
cui il capitale realizza questo rapporto tra le cose sempre pi organico e totalizzante che riesce anche a misticarlo e a
renderlo per cos dire invisibile. Tronti osserva che nel momento in cui lintera societ sussunta dalla produzione
capitalista, la fabbrica paradossalmente scompare, ed a questo punto che si realizza appieno lideologia borghese, ovvero
lipostatizzazione del sociale come qualcosa in cui la potenza del lavoro considerato soltanto un momento della vita
sociale12.

La scomparsa della fabbrica dalla societ, nel momento in cui tutta la societ si fabbrichizza, non consiste solo in ci che
sarebbe avvenuto poco dopo Operai e capitale, ovvero nella rilocazione della fabbrica e nellinformatizzazione del comando
sul lavoro, ma anche e soprattutto loccultamento da parte del capitale di ci che loperaismo femminista den qualche
anno dopo luscita del libro di Tronti come larcano della riproduzione, ovvero lo sfruttamento del lavoro riproduttivo e
aettivo necessario alla formazione della classe operaia13. Insomma dentro la fabbrica che diventa societ non ci sono solo
gli operai (maschi) ma, come scriveva Leopoldina Fortunati, anche le casalinghe e le prostitute il cui lavoro stato per secoli
nascosto e sfruttato dentro quella formidabile invenzione borghese che la casa come rifugio privato quale luogo del
non-lavoro.

5. Riposizionato in questo contesto Operai e capitale coglie un passaggio fondamentale che ancora oggi spiazza la
scansione netta tra fordismo e post-fordismo su cui tanto ha insistito la tradizione operaista e post-operaista. La
fabbrica sociale, la messa al lavoro della societ a partire dalla sua stessa riproduzione, lunit sempre pi organica tra
processo di lavoro e processo di valorizzazione e il ruolo delle lotte come energia propulsiva di questi processi, non hanno
fatto altro che raorzarsi nel cos detto post-fordismo ma sono gi presenti in nuce nei processi di urbanizzazione che a
partire dal Medioevo hanno dato forma al territorio europeo e poi allintero pianeta. Ci che chiamiamo Rinascimento (un
termine inventato, non a caso, dalla cultura borghese dellOttocento per misticare lorigine conittuale del proprio potere di
classe) non altro che linizio di quella grande contro-rivoluzione capitalista il cui obbiettivo era di costringere masse di
persone a diventare operai salariati. Ne Il capitale Marx raccont il momento originario il peccato originale di questo
processo, disvelando la violenza dellaccumulazione primitiva, ovvero lappropriazione della terra comune da parte dei primi
proprietari terrieri che costrinse masse di persone a vendere la propria forza lavoro in citt. in questo violento passaggio
storico che si forma il proletariato, costituendosi questultimo storicamente prima del sistema capitalistico. Come scrive
Tronti: prima il proletariato, poi la forza lavoro; prima gli operai politicamente come classe, poi lo sviluppo capitalista.

Operai e capitale ci ricorda che il rapporto di classe tra chi vende e chi compra forza lavoro il fondamento del rapporto
capitalistico. Questo rapporto prende forma nel Medioevo quando gli operai espropriati iniziano a minacciare non solo i
padroni ma anche i governi municipali e le arti che difendono i diritti degli operai-imprenditori, i futuri padroni. Le arti
maggiori, ovvero le prime istituzioni politiche della borghesia, attaccavano i magnati che minacciavano il potere democratico
dei Comuni, ma reprimevano il nuovo proletariato urbano, la vera forza lavoro necessaria alla formazione del capitale. Cosa
altro linvocazione dellantica Roma che tanto anima la grande arte del Rinascimento se non la creazione del mito della
Pax Romana contro i tumulti operai barbari che sconvolgono lordine della civitas medievale?

Scienza, cultura, civilizzazione rinascono nel XV secolo non nel segno dellumanesimo ma come conseguenza
dellantagonismo tra la classe dei capitalisti e la classe operaia. Di fronte a questo antagonismo la classe dei capitalisti non
ha scelta: la citt e il territorio devono essere concepiti come un sistema. La citt ideale rinascimentale con le sue piazze
geometriche e le sue strade diritte non altro che esorcizzazione del conitto e sublimazione ideologica della necessit di
un controllo esteso dello spazio.

Entrano in scena dispositivi sociali il cui compito quello di catturare e mettere al lavoro il corpo sociale. Gi nel
Cinquecento Sebastiano Serlio include nel suo trattato sulle abitazioni il Libro VI, Sulle habitationi di tutti li gradi de gli
huomini modelli di case non solo per tiranni o ricchi professionisti ma anche per poveri contadini e artigiani, questi ultimi
essenziale forza lavoro che occorreva strappare al vagabondaggio e inchiodare alla routine domestica e alla propriet
privata della casa.
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Vi poi linvenzione della prospettiva che frutto non tanto della volont di rappresentare scienticamente lo spazio
tridimensionale nella supercie bidimensionale dellimmagine dipinta, ma della volont di possedere nella sua estensione
totale lo spazio dellesperienza, dando ad esso una misura certa e scientica. La rappresentazione prospettica, infatti,
presuppone il rilevamento topograco del territorio che possibile soltanto attraverso una concezione matematica dello
spazio tra le cose. In fondo lastrazione reale del denaro come equivalente universale nel quale tutte le cose diventano
merce nasce dalla stessa astrazione dello spazio prospettico in cui tutto deve essere potenzialmente conoscibile da un
sistema generale e certo come se tutto dovesse essere immesso nella logica del valore di scambio.

Come ha osservato lo storico dellarte Marvin Trachtenberg, levoluzione della scienza prospettica nel Medioevo riceve un
impulso decisivo dai tentativi di riforma dello spazio urbano avanzati dalle autorit delle citt comunali contro linstabilit
sociale che minacciava lecacia del loro governo 14. Non un caso che Firenze tra il XIV e il XV secolo diviene lepicentro
di questa rivoluzionaria concezione dello spazio e del territorio: fu qui che nel Trecento si susseguirono vorticosamente
conitti sociali come il famoso Tumulto dei Ciompi del 1378, la prima rivolta operaista della storia proprio perch, come ha
scritto Ernesto Screpanti, essa fu un grandioso esempio di rivoluzione proletaria moderna scoppiata nel punto pi alto dello
sviluppo capitalista di allora 15.

In questo contesto conittuale larchitettura svolge un ruolo fondamentale facendosi disciplina al servizio del governo
urbano, distinguendosi cos dalla attivit artigianale del costruire e investendo il proprio sapere verso il calcolo e il progetto.
Se da una parte larchitettura progetto di monumenti che servono a manifestare lideologia del potere, dallaltro anche
pratica di riforma e controllo dello spazio urbano in cui luso della geometria, il calcolo, il rilevamento topograco, larte
militare si fondono verso una concezione del potere non pi simbolica ma spaziale. Si pensi a come il progetto architettonico
in quanto pratica distinta dallarte del costruire sviluppa il proprio arsenale di tecniche di rappresentazione dello spazio sotto
limpulso di progetti di infrastrutturazione del territorio nel quale arte civile e arte militare sono sempre meno ambiti operativi
distinti. Gli architetti rinascimentali come Filippo Brunelleschi o Francesco di Giorgio Martini progettano macchine che
servono a fare la guerra ma anche a organizzare la vita civile e soprattutto a far lavorare gli operai come nel caso delle
innumerevoli macchine progettate da Filippo per il turbolento cantiere della Cupola di Santa Maria del Fiore dove un celebre
sciopero degli operai del duomo aveva minacciato di fermare i lavori. da questi eventi che nasce un sapere sempre pi
rivolto alla gestione della citt come processo sociale. La fabbrica dunque la visione della citt come insieme di macchine
il cui sviluppo dipende dallintensit del conitto che esse devono fronteggiare.

6. La fabbrica fordista impensabile senza il processo di trasformazione della citt e del territorio in macchina sociale. Il
celebre assunto del post-operaismo che la moltitudine sta alla citt come gli operai stanno alla fabbrica, per quanto utile e
suggestivo rischia per di ipostatizzare la fabbrica come una struttura rigida e immobile, rischia cio di non farci cogliere
come il territorio urbanizzato sia dal principio la vera fabbrica. Peraltro lidea della fabbrica fordista-taylorista come una
struttura rigida contro lapparato uido del lavoro immateriale contemporaneo una concezione di quel tipo di fabbrica
troppo semplicistica e per certi versi fuorviante. Come la storia delle grandi fabbriche del Novecento ci dimostra la fabbrica
fordista poteva resistere alla continua insubordinazione operaia soltanto innovandosi continuamente, trasformando il
proprio assetto tecnico e sociale in modo compulsivo. Non un caso che la fabbrica fordista assume quale suo principio
spaziale la pianta tipica, ovvero lo spazio vuoto in cui le strutture di sostegno sono ridotte al minimo. interessante notare
come lo stesso dispositivo venga oggi utilizzato negli uci, nei musei (che spesso occupano fabbriche dismesse), ma
anche nelluniversit e perno nelle abitazioni.

Come ha osservato Francesco Marullo, questa concezione dello spazio architettonico come spazio essibile altro non che
lapprossimazione spaziale della vera natura del lavoro vivo, vale a dire lavoro in potenza e dunque non riducibile a forme
spaziali denitive16. Inoltre, come aveva gi messo in evidenza Alquati, negli anni Sessanta, anche nella fabbrica fordista il
capitale si appropriava del sapere e non soltanto dei muscoli delloperaio17. Di contro, nellambito del cos detto lavoro
immateriale delloperaio cognitivo vi una crescente e neanche pi nascosta (o nascondibile) pesante fabbrichizzazione
del lavoro come ormai palese, ad esempio, nei grandi open oors degli uci di compagnie come negli uci Facebook a
Menlo Park dove pi di mille persone lavorano dentro quella che ormai conosciuta come la pi grande stanza del
mondo. Qui non solo riappare letteralmente larchitettura della grande fabbrica con i suoi spazi astratti ma il lavoro stesso
compulsivamente misurato e controllato nella sua totalit. Non un caso che molte di queste compagnie estendono il
proprio controllo fuori dalla fabbrica iniziando progetti di housing annessi agli uci e organizzando un capillare sistema di
trasporto per i dipendenti, come sta accadendo a San Francisco, la Detroit 4.0. Per non parlare della cos detta architecture
of fullment la controparte logistica del commercio online (Amazon ecc.), fatta di luoghi in cui lo sfruttamento della forza
lavoro raggiuge livelli impensabili in passato18.

In fondo lesplosione delle app come Uber non sono altro che la logica continuazione dellestensione della fabbrica sulla
societ: uberizzazione dello spazio non altro che il prosieguo accelerato dellurbanizzazione. Andrebbero presi pi sul
serio i tentativi di sublimare questa realt attraverso il feticcio della factory come accade in molti luoghi del lavoro creativo e
non. Proprio in Operai e capitale Tronti metteva in guardia verso la tendenza del pensiero marxista a denire tutto quello che
avviene nel campo avverso come apparenza ideologica. In realt proprio lutilizzo compulsivo da parte di molte

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compagnie del lavoro 2.0 del termine factory (come fun factory, creative factory, knowledge factory, food factory,
art factory) a tradire lethos stakanovista che si fa sempre pi fatica a nascondere: work hard, have fun, make history
recita una scritta che campeggia allingresso dei centri Amazon.

un errore per credere che siccome lo sfruttamento del lavoro produttivo ovunque, la fabbrica scompare. La fabbrica,
come al principio della sua storia, si articola mediante luoghi strategici che animano la macchina territoriale urbana e
rispetto a essa funzionano come dei colli di bottiglia. Il collo di bottiglia non ostruisce ma regola il usso, ne indirizza la forza
e ne regola la potenza. Allo stesso tempo il collo di bottiglia proprio perch crea attrito sempre in procinto di essere ostruito
e di bloccare il usso. interessante notare come molte delle occupazioni di spazi recenti come ad esempio le proteste di
Piazza Tahrir in Egitto o quelle della Pearl Roundabout in Bahrain, sono avvenute non in piazze tradizionali come potrebbe
essere piazza Navona a Roma, ma in roundabouts, rotatorie del traco, un tipo di piazza nata con la citt industriale che
serviva a regolare in modo ecace il traco19. Loccupazione di questi spazi sembra reclamare dunque stanzialit politica
proprio dove il capitale ha trasformato la citt in un sistema di ussi. La fabbrica deve essere dunque pensata come un
sistema macchinico che mette insieme molte cose apparentemente disomogenee come i trasporti, la logistica, i sistemi
algoritmici della nanza ma anche risorse naturali e territori agricoli.

Nella fabbrica contemporanea ci sono meno di sei gradi di separazione tra gli algoritmi della nanza, la start-up di San
Francisco, il land-grabbing in Asia e Africa. Certo, dentro la fabbrica c anche il debito, il consumo, la rendita, le nuove
forme di ascesi che il capitale utilizza per disciplinare i propri subalterni. Ma tutte queste cose devono essere lette come un
ulteriore sviluppo di quel sistema coercitivo, di quella forma di accumulazione primitiva permanente ed estesa sul territorio
con il quale il capitale comanda e sfrutta il lavoro vivo. Separare le forme di sfruttamento e coercizione come se fossero
capitoli a s stanti e vederli come salti di paradigma in cui il nuovo mette fuori il vecchio a mio avviso un errore non
solo tattico, ma soprattutto strategico.

Il ritorno della fabbrica dunque una provocazione per riscoprire e ricostruire la geograa della fabbrica contemporanea e il
suo rapporto simbiotico con la societ. Di questa fabbrica occorre ricostruirne la genealogia come si tentato di fare in
modo succinto in queste brevi riessioni, ma occorre anche saperla individuare nel territorio urbano contemporaneo. Forse
dobbiamo uscire dalla retorica dei ussi delle molteplicit disincarnate con cui sono state lette le lotte contemporanee.

Le recenti lotte dei lavoratori nei centri logistici della TNT, di Amazon, dellIKEA, ma anche le lotte dei No-Tav in Val di Susa
contro la linea dei treni ad alta velocit, dei NoDAPL a Standing Rock nel North Dakota contro il passaggio delloleodotto,
dei ciclo-trasportatori a Milano contro lo sfruttamento del lavoro al tempo delle app, ci hanno mostrato una nuova possibile
geograa concreta della fabbrica contemporanea, dei suoi luoghi sici e dei suoi contti.

Questo articolo stato pubblicato su OperaViva Magazine il 31 dicembre 2016

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