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MIRKO TAVONI

Universit di Pisa

CHE COSA ERANO IL VOLGARE E IL LATINO


PER DANTE

(6 ottobre 2012)

1. Il concetto di volgare e il concetto di latino1

abbastanza comunemente noto che Dante, come tutti al suo


tempo, aveva unidea molto diversa dalla nostra su che cosa erano,
nella loro essenza, il volgare e il latino; e di conseguenza unidea
molto diversa dalla nostra circa il rapporto storico che intercorreva fra
luna e laltra lingua.
Dante era lontanissimo dal concepire ci che per noi ovvio, cio
che il latino era la lingua parlata da tutti, diciamo in Italia, nellanti-
chit; cos come il volgare (con ci intendendosi la somma dei volgari
esistenti allepoca) era la lingua parlata da tutti, in Italia, al tempo di
Dante; ovvero che entrambe le lingue, ognuna allepoca della propria
fioritura, erano, come diciamo oggi, lingue storico-naturali; e che il
volgare derivava dal latino, cio che risultava dal secolare processo di
trasformazione del latino come lingua parlata, gradualmente verifica-
tosi attraverso lininterrotto tramandarsi del linguaggio da una gene-
razione allaltra fra la Tarda Antichit e il Medioevo; il che siamo

1
Per un approfondimento delle idee qui sintetizzate mi permetto di rimandare
al mio commento al De vulgari eloquentia, in DANTE ALIGHIERI, Opere, edizione di-
retta da M. SANTAGATA, I, Milano, Mondadori (I Meridiani), 2011, pp. CCXI-
CCXXXV (Introduzione), 1067-1547 (Testo, traduzione e commento), e a un paio
di altri miei lavori: Volgare e latino nella storia di Dante, in Dantes Plurilingua-
lism: Authority, Knowledge, Subjectivity, Ed. by S. FORTUNA, M. GRAGNOLATI and
J. TRABANT, ICI Berlin Institute for Cultural Inquiry, 2-4 april 2009, Oxford, Le-
genda, 2010, pp. 52-68; e Il concetto dantesco di unit linguistica e le prime in-
tuizioni di una nazione italiana, in Pre-sentimenti dellUnit dItalia nella
tradizione culturale dal Due allOttocento. Atti del Convegno di Roma, 24-27 ot-
tobre 2011, Roma, Salerno Editrice, 2012, pp. 23-48.

Letture Classensi 41, giugno 2013


10 Mirko Tavoni

anche abituati a rappresentarci attraverso le metafore della lingua la-


tina come lingua-madre e del volgare come lingua-figlia (anche senza
spingerci alle metafore conseguenti, che pure ci sono familiari, per
cui diciamo che litaliano una lingua viva mentre il latino una lin-
gua morta).
Il primo capitolo del De vulgari eloquentia definisce nei termini se-
guenti, con estrema lucidit, le nozioni di latino e di volgare, nozioni
che erano condivise al tempo di Dante, ma che non troviamo focaliz-
zate con altrettanta nitidezza in nessun altro testo coevo. Ed evidente
che queste nozioni sono del tutto diverse dalle nostre (I i 2-5):

(2) Sed quia unamquanque doctrinam oportet non probare, sed suum
aperire subiectum, ut sciatur quid sit super quod illa versatur dicimus,
celeriter actendentes, quod vulgarem locutionem appellamus eam qua
infantes assuefiunt ab assistentibus cum primitus distinguere voces inci-
piunt; vel, quod brevius dici potest, vulgarem locutionem asserimus quam
sine omni regula nutricem imitantes accipimus. (3) Est et inde alia lo-
cutio secundaria nobis, quam Romani gramaticam vocaverunt. Hanc qui-
dem secundariam Greci habent et alii, sed non omnes: ad habitum vero
huius pauci perveniunt, quia non nisi per spatium temporis et studii as-
siduitatem regulamur et doctrinamur in illa.

(2) Ma, poich nessuna dottrina ha lobbligo di dimostrare lesistenza e


lessenza del proprio soggetto, bens quello di spiegarlo in tutti i suoi
aspetti, perch si sappia che cos ci di cui tratta la nostra dottrina di-
ciamo rapidamente che chiamiamo parlar volgare quello che i bambini
acquisiscono con luso da chi si prende cura di loro quando cominciano
ad articolare le parole; ovvero, come si pu dire pi in breve, definiamo
parlar volgare quello che assorbiamo, al di fuori di qualunque regola,
imitando la nutrice. (3) Abbiamo poi un altro linguaggio, di secondo
grado, che i Romani hanno chiamato grammatica. Questo linguaggio
di secondo grado lo possiedono i Greci e altri popoli, ma non tutti: pochi
infatti arrivano a padroneggiarlo, dato che non riusciamo a farne nostre
le regole e a divenirne esperti se non col tempo e attraverso uno studio as-
siduo.

Il volgare e il latino, come si vede, sono concepiti come due lingue


qualitativamente diverse, appartenenti a due tipi di linguaggio, ov-
vero due modi di espressione linguistica (locutio) ontologicamente
distinte. Il volgare appartiene alla locutio vulgaris, cio allespres-
sione linguistica naturale: la locutio vulgaris , semplicemente, il lin-
Che cosa erano il volgare e il latino per Dante 11

guaggio, facolt tipica ed esclusiva del genere umano. Il latino invece


appartiene alla locutio secundaria, artificialis, cio a un tipo di espres-
sione linguistica di secondo livello inventata dalluomo, fondata non
sullusus naturale ma sulla ratio, su una codificazione riflessa creata
da filosofi e grammatici. Il volgare viene appreso naturalmente dal
bambino, semplicemente stando immerso nel linguaggio della pro-
pria famiglia; il latino invece viene appreso attraverso lo studio di re-
gole artificiali: tanto che il termine gramatica indica sia la
grammatica, linsieme di queste regole artificiali, sia la lingua latina
stessa, che non lingua materna di nessuno ed la lingua il cui ap-
prendimento si identifica con lapprendimento di questo insieme di
regole artificiali. Data questa diversa natura delle due lingue, il volgare
instabile, destinato inevitabilmente a mutare nel tempo e nello spa-
zio; il latino, in quanto sottratto alluso, invece stabile nel tempo e
attraverso lo spazio.
dunque evidente che il volgare non pu derivare dal latino: que-
sto sarebbe stato un assoluto controsenso, nella logica degli uomini del
Medioevo. piuttosto vero il contrario: il latino stato costruito arti-
ficialmente da filosofi e grammatici, ovviamente sulla base del lin-
guaggio naturale, cio imponendo al volgare una griglia di regole
razionali esplicite, precisamente allo scopo di costruire una lingua che
resistesse alla intrinseca mutevolezza del linguaggio naturale e dun-
que funzionasse come un formidabile strumento di civilt, capace di
garantire la comunicazione a distanza, di conservare la memoria sto-
rica e di tramandare e sviluppare i saperi attraverso il tempo.
Date queste due definizioni contrastive, Dante opera uno straordi-
nario ribaltamento dei valori. Mentre nel primo libro del Convivio, com-
posto poco prima, aveva ripetuto lo scontato giudizio che il latino, che
sta allapice di questo percorso di costruzione linguistica della civilt,
pi nobile del volgare, di cui in effetti un raffinamento razionale (il
latino sovrano per nobilit, perch lo latino perpetuo e non cor-
ruttibile, e lo volgare non stabile e corruttibile, Cv I v 7), qui egli di-
chiara il volgare meno nobile del latino:

(4) Harum quoque duarum [sintende locutionum] nobilior est vulgaris:


tum quia prima fuit humano generi usitata; tum quia totus orbis ipsa per-
fruitur, licet in diversas prolationes et vocabula sit divisa; tum quia natu-
ralis est nobis, cum illa potius artificialis existat. (5) Et de hac nobiliori
nostra est intentio pertractare.
12 Mirko Tavoni

(4) Di questi due [sintende linguaggi], il pi nobile quello volgare: sia


perch stato usato dal genere umano per primo; sia perch ne fruisce il
mondo intero, per quanto sia diviso in diverse pronunce e in diverse pa-
role; sia perch ci naturale, mentre laltro , piuttosto, artificiale. (5)
di questo nostro linguaggio pi nobile che intendiamo trattare.

Linaudita audacia militante di Dante, a tal punto determinato a pro-


muovere il volgare, trova il suo fulcro, la leva per scardinare lassetto
linguistico costituito della cultura, nel concetto filosofico-teologico che
larte inferiore alla natura, perch la natura direttamente figlia di
Dio, mentre larte prodotto delluomo, il quale creatura di Dio
pi lontana da Dio: s che vostrarte a Dio quasi nepote, come dir
Dante in If XI 105.
Questa visione del rapporto storico fra il volgare e il latino, che do-
veva essere la visione comune allepoca di Dante, era del resto pre-
supposta gi in un passo della Vita nova (XXV 3-4; 16 3-4 ed. Gorni;
interpunzione mia):

(3) prima da intendere che anticamente non erano dicitori d amore


in lingua volgare, anzi erano dicitori d amore certi poete in lingua latina;
tra noi dico, avvegna forse che tra altra gente addivenisse e addivegna an-
cora, s come in Grecia, non volgari ma litterati poete queste cose tratta-
vano. (4) E non molto numero d anni passati, che apparirono prima
questi poete volgari; ch dire per rima in volgare tanto quanto dire per
versi in latino, secondo alcuna proporzione. E segno che sia picciolo
tempo, che se volemo cercare in lingua d oco e in quella di s, noi non
troviamo cose dette anzi lo presente tempo per CL anni.

Qui, infatti, Dante sente il bisogno di dire che anticamente non


cerano poeti damore in volgare in quanto d per scontato che il vol-
gare esisteva anche anticamente, poniamo al tempo di Virgilio. Anti-
camente, chi voleva scrivere poesia si trovava dunque davanti la stessa
opzione che si trovava davanti Dante stesso, cio di scrivere in lin-
gua volgare o in lingua latina, ponendosi nel primo caso come
poeta volgare, nel secondo come poeta litterato. In questo brano
si manifesta per la prima volta implicita ma inequivocabile la pre-
supposizione che la diglossia latino / volgare esisteva gi nellanti-
chit. La differenza che anticamente nessun poeta scelse di scrivere
in volgare (almeno nel mondo latino e in quello greco: forse fra altri
popoli questo avvenuto, ma Dante lo ignora). I primi che inaugura-
Che cosa erano il volgare e il latino per Dante 13

rono questa opzione (sintende nel mondo latino) furono i primi poeti
in lingua doc, 150 anni prima, per la nota motivazione:

(6) E lo primo che cominci a dire s come poeta volgare, si mosse per
che volle fare intendere le sue parole a donna, alla quale era malagevole
d intendere li versi latini. E questo contra coloro che rimano sopra altra
matera che amorosa, con ci sia cosa che cotale modo di parlare fosse dal
principio trovato per dire d amore.

Se la lingua volgare non fosse esistita anticamente accanto alla


lingua latina, il discorso non darebbe senso.

2. Italianit del latino, latinit del volgare

Richiamo lattenzione sulle parole di Dante, appena citate (VE I i 3),


Est et inde alia locutio secundaria nobis, quam Romani gramaticam
vocaverunt. In queste parole affiora per la prima volta luso termino-
logico, che ricomparir pi volte nel corso del trattato, di gramatica nel
senso di lingua latina.
Si tratta di un uso terminologico tipicamente, se non esclusivamente,
italiano, che ha origine allinterno della diglossia medievale, pi preci-
samente allinterno della parte volgare della diglossia, e riflette liden-
tificazione del latino, che non lingua materna di nessuno (tanto che si
persa memoria che mai possa esserlo stato), con lo studio scolastico
della prima arte del Trivio, nel quale consiste il suo apprendimento.
Pi precisamente ancora, questo uso terminologico nasce nellam-
bito eminentemente contrastivo dei volgarizzamenti, sia di testi lette-
rari, sia degli statuti cittadini dei Comuni toscani2. Cos negli Statuti
senesi del 1280-97: per li detti tre omini fussero fermati, di buona lt-
tara di testo, e non in grammatica; negli Statuti senesi del 1305: De
scrvare le dette Constituzioni per gramatica e per volgare debbiano s-
sare scritte in uno libro di carte di capretto, o vero di pecora, per gra-
matica; e in uno altro libro de semelliante carte debbia ssare scritto per
volgare; negli Statuti fiorentini del 1310-13: debiano fare asemplare

2
Tutte le citazioni sono desunte dalla banca dati del TLIO Tesoro della Lingua
Italiana delle Origini, presso lOpera del Vocabolario Italiano, consultabile online
(http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/), dalla quale si possono desumere le edizioni di riferimento
di ogni testo.
14 Mirko Tavoni

questo statuto in volgare, s che quelli che ignorano e non sanno gra-
matica possino tutti capitoli di questo constituto leggere e [int]endere
per volgare. Cos in una cronaca come il toscano Libro fiesolano,
1290-1342: a la prima furono due luoghi vi si puse nome in prulari e
chiamasi in gramatica Pise; per che Siena si tiene in gramatica
e dicesi el suo nome in plulari Sene.
E cos in vari volgarizzamenti fiorentini. Bono Giamboni, Orosio,
1292: Incominciasi lo libro primo di Paulo Orosio, raccontatore di
Storie, translatato della grammatica in volgare per Bono Giamboni;
il libro settimo delle Storie contra gli accusatori de cristiani si fini-
sce benavventuratamente; translatato della grammatica in volgare per
Bono Giamboni. Zucchero Bencivenni, Esposizione del Paternostro,
XIV in.: che elli parla a Dio patrolianto met in francesco, e met in
gramatica; cio una virtude bella e buona che luomo appella in
grammatica masuetudine, o benignitade, cio dolzore di cuore. An-
drea Lancia, Eneide volgarizzata, 1316: e io poscia, ad istanzia di te,
non molto lievemente, di grammatica in lingua volgare traslatai. Sette
arti liberali di Seneca volgarizzate, 1325 (?): utilit, e correzione di
tutti coloro, che in questo libro leggeranno, i quali non sanno grama-
tica. E in un volgarizzamento messinese: Giovanni Campulu, Libru
de lu dialagu de sanctu Gregoriu, 1302-37: si intitula Lib[ru] [de] lu
diala[gu] de sanctu Gregoriu, lu quali si esti traslatatu da
gra[m]at[ica] in vulgaru pir Frati Iohanni Campulu de Missina, de
[lordine de li] frati minuri.
quanto mai sintomatico che Dante attribuisca questo uso termi-
nologico, tipico frutto della diglossia del suo tempo, ai Romani anti-
chi, che ovviamente mai avrebbero potuto concepirlo. questa forse
la spia pi acuta della ipostatizzazione che Dante opera: cio lasso-
lutizzazione acronica, o almeno lamplissima, indefinita estensione
nel tempo, della diglossia in cui erano immersi Dante e gli uomini
della sua et.
Ed ecco come Dante descrive linvenzione della gramatica, cio
della lingua latina (VE I ix 11):

Hinc moti sunt inventores gramatice facultatis: que quidem gramatica ni-
chil aliud est quam quedam inalterabilis locutionis ydemptitas diversi-
bus temporibus atque locis. Hec cum de comuni consensu multarum
gentium fuerit regulata, nulli singulari arbitrio videtur obnoxia, et per
consequens nec variabilis esse potest. Adinvenerunt ergo illam ne, prop-
ter variationem sermonis arbitrio singularium fluitantis, vel nullo modo
Che cosa erano il volgare e il latino per Dante 15

vel saltim imperfecte antiquorum actingeremus autoritates et gesta, sive


illorum quos a nobis locorum diversitas facit esse diversos.

Da questo sono stati spinti coloro che hanno scoperto la facolt della
grammatica: la quale grammatica non altro che una sorta di inalterabile
identit della lingua attraverso tempi e luoghi diversi. Questa, poich
stata regolata per consenso comune di molte genti, non appare esposta al-
larbitrio individuale di nessuno, e di conseguenza non pu neanche es-
sere mutevole. Lhanno trovata, dunque, per evitare che, a causa del
variare della lingua, fluttuante secondo larbitrio dei singoli, non potes-
simo in alcun modo, o potessimo solo imperfettamente, attingere il sapere
e la storia degli antichi, ovvero di coloro che la diversit dei luoghi rende
diversi da noi.

Si soliti confrontare questo passo del De vulgari eloquentia con


questaltro del De regimine principum (II ii 7) di Egidio Romano, trat-
tato certamente noto a Dante, in cui il filosofo della Sorbona sembra
identificare il latino nella lingua internazionale dei dotti, potremmo
dire la lingua delle Universit e della Scolastica:

Videntes enim philosophi nullum idioma vulgare esse completum et per-


fectum, per quod perfecte exprimere possent naturas rerum, et mores ho-
minum, et cursus astrorum, et alia de quibus disputare volebant,
invenerunt sibi quasi proprium idioma, quod dicitur latinum, vel idioma
literale, quod constituerunt adeo latum et copiosum, ut per ipsum possent
omnes suos conceptus sufficienter exprimere.

Infatti i filosofi, vedendo che nessun idioma volgare era completo e per-
fetto, tale da poter esprimere attraverso di esso le leggi della natura, i co-
stumi degli uomini, il corso degli astri e gli altri argomenti di cui volevano
disputare, inventarono per s quasi un idioma proprio, che si chiama la-
tino, ovvero idioma grammaticale; e lo costruirono cos ampio e copioso
da poter esprimere adeguatamente, attraverso di esso, tutti i loro concetti.

A somiglianza di questa concezione di Egidio, anche la concezione


dantesca del latino, quale formulata nel De vulgari eloquentia, stata
assimilata a una sorta di esperanto (cum de comuni consensu mul-
tarum gentium fuerit regulata). Ma, cos estremizzando il carat-
tere artificiale e internazionale del latino, risulta difficile capire
laltissimo valore esemplare che Dante e per la prima volta proprio
nel De vulgari eloquentia (II iv 3, II vi 7) assegna ai poeti tragici
latini, Virgilio Ovidio Stazio Lucano: come pu avere risonanze emo-
16 Mirko Tavoni

tive cos vive, spessore culturale cos profondo, e cos alto magistero
stilistico, una poesia scritta in una lingua totalmente altra dal lin-
guaggio naturale che Dio ha donato alluomo come sua pi esclusiva
facolt?
Pi in particolare, se il latino un esperanto risulta contraddit-
toria litalianit del latino, espressa nel modo pi chiaro da Sordello
nel momento del suo incontro con Virgilio (Pg. VII 16-17):

e poi chin le ciglia,


e umilmente ritorn ver lui,
15 e abbraccil l ve l minor sappiglia.
O gloria di Latin, disse, per cui
mostr ci che potea la lingua nostra,
18 o pregio etterno del loco ondio fui,
qual merito o qual grazia mi ti mostra?.

Come pu, il latino, essere contemporaneamente la lingua interna-


zionale dei dotti e la lingua nostra, di noi Latini, cio di noi italiani?
Su questa presunta contraddizione ha fatto leva Gustavo Vinay3, so-
stenendo che la bizzarra idea di latino formulata nel De vulgari elo-
quentia sarebbe circoscritta a questopera, indotta dalla contingente e
strumentale volont di contrapporre nel modo pi netto volgare e la-
tino; e che in tutto il resto della sua produzione, compreso il Convivio,
Dante si sarebbe attenuto a una visione pi ragionevole delle cose, in
pratica coincidente con la nostra.
Questa teoria di Vinay sicuramente sbagliata. Lidea della deri-
vazione del volgare dal latino si far strada solo 130 anni pi tardi, e
faticosamente, nel diversissimo universo culturale degli umanisti ita-
liani4, e non era accessibile alla cultura dellet di Dante.
Lapparente contraddizione si risolve tenendo presenti i tre brani
del De vulgari eloquentia in cui Dante afferma che i tre volgari doc,
d ol e di s derivano da un unico idioma babelico (I viii 5); ribadisce
il concetto sottolineando il lessico comune dei poeti trilingui ro-
manzi (I ix 3); e, allinterno di questo nostro idioma divenuto triplice,

3
G. VINAY, Ricerche sul De vulgari eloquentia. 1. Lingua artificiale, naturale e
letteraria, Giornale storico della letteratura italiana, 136 (1959), pp. 236-274 e 367-388.
4
Per la prima volta nella discussione del 1435 fra gli umanisti Leonardo Bruni e
Biondo Flavio: Cfr. M. TAVONI, Latino, grammatica, volgare. Storia di una questione
umanistica, Padova, Antenore, 1984.
Che cosa erano il volgare e il latino per Dante 17

sottolinea il primato che viene al volgare di s dal fatto che gli in-
ventori del latino presero appunto s come base per coniare la parti-
cella affermativa del latino, sic (I x 1):
Totum vero quod in Europa restat ab istis, tertium tenuit ydioma, licet
nunc tripharium videatur: nam alii oc, alii ol, alii s affirmando locuntur,
ut puta Yspani, Franci et Latini. Signum autem quod ab uno eodemque
ydiomate istarum trium gentium progrediantur vulgaria, in promptu est,
quia multa per eadem vocabula nominare videntur, ut Deum, celum,
amorem, mare, terram, est, vivit, moritur, amat, alia fere
omnia (I viii 5).

Infine, tutto quanto resta in Europa al di fuori di questi due domini, lo


tenne un terzo idioma, bench oggi esso appaia diviso in tre: infatti alcuni
per affermare dicono oc, altri ol, altri s, come gli ispani, i francesi e gli
italiani. E il segno che i volgari di queste tre genti derivano da un solo e
medesimo idioma evidente, dato che essi denominano molti concetti
con le stesse parole, come Dio, cielo, amore, mare, terra, ,
vive, muore, ama, e quasi tutti gli altri.

***

Trilingues ergo doctores in multis conveniunt, et maxime in hoc vocabulo


quod est amor. Gerardus de Brunel: Si m sentis fezelz amics, / per ver
encusera amor; Rex Navarre: De fin amor si vient sen et bont; Do-
minus Guido Guinizelli: N fe amor prima che gentil core, / n gentil
<cor> prima che amor, natura (I ix 3).

I maestri delle tre lingue, dunque, concordano in molti vocaboli, e so-


prattutto in questo: amor. Giraut de Borneil: Si m sentis fezelz amics,
/ per ver encusera amor; il Re di Navarra: De fin amor si vient sen et
bont; messer Guido Guinizelli: N fe amor prima che gentil core, /
n gentil <cor> prima che amor, natura.

***

Triphario nunc existente nostro ydiomate, ut superius dictum est, in com-


paratione sui ipsius, secundum quod trisonum factum est, cum tanta ti-
miditate cunctamur librantes quod hanc vel istam vel illam partem in
comparando preponere non audemus, nisi eo quo gramatice positores in-
veniuntur accepisse sic adverbium affirmandi: quod quandam anteriori-
tatem erogare videtur Ytalis, qui s dicunt (I x 1).
18 Mirko Tavoni

Poich il nostro idioma oggi diviso in tre, come si detto sopra, allatto
di fare un confronto interno fra le tre variet nelle quali si differenziato,
procediamo con tanta esitazione a soppesarle che, comparandole, non
osiamo anteporre questa o quella o quellaltra parte, se non per il fatto che
i fondatori della lingua grammaticale hanno assunto sic come avverbio
affermativo: il che sembra assegnare un certo primato agli Italiani, che di-
cono s.

Nei primi due brani Dante dice che i tre volgari doc, dol e di s ri-
salgono allo stesso idioma babelico, perch altrimenti non si spieghe-
rebbero le tante concordanze lessicali che li uniscono. Nellesemplificare
con sette vocabula che sono eadem nei tre volgari, e particolarmente con
il lemma amor, nel momento in cui lautore espone questi lemmi nella
lingua del trattato, cio in latino, n lui stesso n il lettore possono fare
a meno di notare che non solo i tre volgari, ma anche il latino coincide
nelle stesse parole. Il latino certamente non la lingua madre dei tre vol-
gari, ma la sua base lessicale la stessa.
Il terzo brano dice che una ragione di superiorit del volgare di s su
quelli doc e dol che i positores della gramatica, cio della lingua la-
tina, quando si tratt di scegliere la particella affermativa (che in tutto il
trattato ha un particolarissimo valore identificante), scelsero sic cio la
parola grammaticale corrispondente al volgare s. Sintende che avreb-
bero invece potuto adottare una forma grammaticale corrispondente a
oc o a ol (che so, HOC, oppure HOC ILLUM), nel qual caso a potersene
gloriare sarebbero i provenzali (che Dante chiama Yspani) o i francesi.
La conclusione mi sembra alquanto evidente, e appunto a portata
di mano. La gramatica, sintende latina, cio la lingua latina, stata
inventata dopo la diversificazione forza incessante e inevitabile dopo
Babele, come spiega il cap. ix. Proprio questa la ragion dessere
della gramatica, quella di funzionare come rimedio alla variabilit,
come dice il passo di I ix 11 citato sopra. Dunque la gramatica latina
stata regolata de comuni consensu multarum gentium. Ma
Dante non vuol dire che sia stata regolata per consenso di tutte le
genti sulle quali il latino, ai suoi tempi, si estende come lingua di cul-
tura. LImpero era di l da venire, e cos i contatti con i Germani e gli
Slavi. La gramatica latina stata invece formata, prima di Terenzio,
Cesare, Cicerone ecc., entro i confini del solo idioma babelico ro-
manzo. Le molte genti di cui i positores hanno tenuto conto sono
solo loro cio siamo noi: la gramatica latina viene formata allin-
terno dellydioma tripharium che nostro, illud tantum quod nobis
Che cosa erano il volgare e il latino per Dante 19

est ydioma (I ix 1), triphario nunc existente nostro ydiomate (I x 1).


Dunque lesperanto, in realt, non affatto un buon termine di pa-
ragone. Gli uomini non hanno fatto nessun tentativo, attraverso la in-
ventio gramatice facultatis, di travalicare i confini di incomunicabilit
prodotti dal castigo babelico, non hanno tentato di costruire una lin-
gua artificiale diciamo interbabelica. Lartificialit della gramatica
deve essere intesa in senso limitato, perch ogni lingua grammaticale
stata inventata allinterno di un unico ceppo linguistico. Nel caso
dellidioma babelico romanzo, in particolare, Dante aveva una ot-
tima conoscenza sia delle tre lingue volgari in cui si era diversificato
sia della gramatica latina che era stata costruita come rimedio a tale
diversificazione; ed era in condizione di vedere, come ha visto, che la
base lessicale di queste tre lingue pi una era la stessa.
Se cos stanno le cose, il latino artificiale e, nello stesso tempo,
lingua nostra. Non c nessuna contraddizione e, a quanto risulta,
non c neanche nessuna evoluzione del pensiero di Dante su questo
tema. C, nel De vulgari eloquentia, una importantissima focalizza-
zione teorica, ma non c, dallinizio alla fine della storia intellettuale
di Dante, un cambiamento nella visione dei fatti storici riguardanti il
latino e il volgare.
Dunque Dante, che pure ha familiarit con Egidio Romano, non
condivide la sua visione scolastica-parigina del latino come idioma
dei filosofi. Lidea di Dante, cos precisata, si rivela invece molto vi-
cina, direi straordinariamente vicina, a un passo che si suole citare ac-
canto a quello di Egidio Romano a commento di VE I ix 11, cio la
versione versificata del Tresor di Brunetto Latini, che recita5:

1 Sicome dicono i saggi,


ne la latina parlaura diversi linguaggi:
uno linguaggio nno lItalici e un altro i Tedeschi,
e altro quelli dInghilterra e altro i Francieschi,
5 e tutti sono della parlaura latina comunemente.
E s addiviene delli Ebrei e dei Greci,
che nno fra lloro diversit di gente,
e diversi linguaggi nno tra lloro

5
A. DANCONA, Il tesoro di Brunetto Latini versificato, Roma, Tip. R. Accad. dei
Lincei, 1888 (Estratto da Memorie della R. Accad. dei Lincei, Classe di scienze
morali, storiche e filologiche, s. 4., vol. 4., pt. 1, a. 1887), pp. 125-26 ( mia la nu-
merazione dei versi).
20 Mirko Tavoni

e perci sono i Greci e li Ebrei sicome Latini costoro.


10 E perci i Latini antichi e saggi
per rechare inn uno diversi linguaggi,
che sintendesse insieme la gente,
trovaro la Gramatica comunemente;
e cos gli Greci e lli Ebrei in loro parlaura
15 trovaro loro gramatica e loro scritura.
Ciascuno trov sue figure e sua maniera.
Quella delli Hebrei fu la primiera
quella de li Greci fu la secondana,
quella de Latini fu la diretana.
20 E li Ebrei, secondo che trovo per scritto,
trovarono la loro gramatica in Egitto;
i Greci, secondo che lantica storia contiene,
trovarono la loro gramatica indAthene;
i Latini, secondo il loro ydioma,
25 trovarono la loro gramatica a Roma.

In questo Tesoro versificato da notare anzitutto lopposizione ter-


minologica linguaggi / parlara, omologa allopposizione dantesca lo-
cutio vulgaris / locutio secundaria (linguaggi = lingue volgari,
parlara = lingua comune, scritta, dotta, grammaticale, sovraordi-
nata). E i vv. 10-13 sono molto vicini alla formulazione del De vulgari
eloquentia: il ritrovamento della grammatica , come in Dante, an-
tico e coinvolge generalmente la popolazione (vv. 11-12); mentre in
Egidio ha i caratteri del latino internazionale della Scolastica. La gram-
matica viene costruita, come in Dante, unendo diverse lingue volgari
(v. 11); al v. 13 trovaro (ripetuto anche ai vv. 15, 21, 23, 25) richiama
adinvenerunt di I ix 11, e comunemente richiama de comuni consensu
multarum gentium, e gramatica que comunis est di I x 2. Infine, i
vv. 10-13 includono perfettamente il significato che Dante esprime con
la frase quam Romani gramaticam vocaverunt.
Del resto, questa percezione del latino come lingua nostra per-
vade in pieno anche il De vulgari eloquentia. Traspare infatti, indi-
rettamente ma con tutta forza, nel toponimo Latium adottato per
designare lItalia (3 occorrenze), nellaggettivo latius per identificare
il volgare italiano (7 occorrenze), e nellaggettivo latinus-Latini per
significare (esclusivamente) italiano-Italiani (8 occorrenze).
Questa marcata, originale strategia terminologica di Dante ha lo
scopo di accreditare il volgare di s come volgare strettamente affine
al latino e gli Italiani come eredi dei Romani, soprattutto ai fini dei
Che cosa erano il volgare e il latino per Dante 21

loro diritti imperiali. Anche nel De vulgari eloquentia, infatti, lideo-


logia imperiale perfettamente attiva: non c bisogno di aspettare il
IV del Convivio e la Monarchia. Basti pensare allelogio sperticato
dellimperatore Federico II e di suo figlio Manfredi nel cap I xii, e al
ruolo di fondatori loro attribuito per la nascita del volgare illustre.
Allo stesso tempo, nel De vulgari eloquentia Dante suggerisce for-
temente la latinit del volgare di s: lo fa attraverso la suddetta strate-
gia terminologica, appositamente inventata e sistematicamente
adottata per veicolare questa idea; lo fa sottolineando che i gramatice
positores, nel costruire la gramatica latina, hanno tenuto particolar-
mente presente il volgare di s (I x 1, passo citato e commentato
sopra); lo fa constatando, di conseguenza, che il volgare di s magis
videtur initi gramatice que comunis est (mostra di appoggiarsi di
pi alla grammatica che comune), I x 2.
Sostenere la latinit del volgare di s comporta sentire, per cos
dire, l italianit del latino. Del resto, tutta la poetica del De vulgari
eloquentia orientata allimitazione della poesia regolata latina: in
generale (Idcirco accidit ut, quantum illos proximius imitemur, tan-
tum rectius poetemur, Accade perci che, quanto pi ci avviciniamo
a quelli, tanto pi rigorosamente poetiamo, II iv 3), e in particolare
nella sintassi (utilissimum foret ad illam [la supprema constructio]
habituandam regulatos vidisse poetas, Virgilium videlicet, Ovidium
Metamorfoseos, Statium atque Lucanum, ecc., E forse sarebbe uti-
lissimo, per familiarizzarsi con essa, aver visto i poeti regolati, vale a
dire Virgilio, lOvidio delle Metamorfosi, Stazio e Lucano, ecc., II vi
7). Il che implica una percezione, anche piuttosto profonda, del latino
come lingua nostra.

3. Risonanze emotive del latino

Per finire, a questa sintetica presentazione del pensiero di Dante


circa il latino e il volgare affianco una riflessione sulluso espressivo
che Dante fa del latino allinterno della sua scrittura in volgare. O me-
glio, allinterno delle diverse tipologie di inserti latini che possono ri-
conoscersi nelle opere volgari di Dante, mi soffermer solo su un
aspetto, particolarmente carico di risonanze emotive, particolarmente
intimo, che credo si possa riscontrare in alcuni passi salienti della Vita
nova e in uno della Commedia. Cercher con ci di rilevare, accanto
22 Mirko Tavoni

allidea razionale di latino, una particolarissima connotazione psichica


ad esso associata in Dante scrittore.
Nel cielo di Marte, sede degli spiriti combattenti per la fede, Dante
incontra il proprio avo Cacciaguida, che qui gli rivela di essere stato ca-
valiere crociato e di aver subito il martirio in Terrasanta. Da un ante-
nato cos nobile, nel corso di un incontro entusiasmante che si protrae
dal XV al XVII canto del Paradiso, Dante riceve anzitutto unacco-
glienza solenne che lo solleva molto in alto: da troppo tempo lillustre
avo aspettava, avendola letta nel gran libro delluniverso, la visita del
suo discendente, nel quale Dio ha riversato una tale sovrabbondanza
della sua grazia da aprirgli da vivo le porte del Paradiso (Pd XV):

Quale per li seren tranquilli e puri


discorre ad ora ad or sbito foco,
15 movendo li occhi che stavan sicuri,
e pare stella che tramuti loco,
se non che da la parte onde saccende
18 nulla sen perde, ed esso dura poco:
tale dal corno che n destro si stende
a pi di quella croce corse un astro
21 de la costellazion che l resplende;
n si part la gemma dal suo nastro,
ma per la lista radal trascorse,
24 che parve foco dietro ad alabastro.
S pa lombra dAnchise si porse,
se fede merta nostra maggior musa,
27 quando in Eliso del figlio saccorse.
O sanguis meus, o superinfusa
gratia Dei, sicut tibi cui
30 bis unquam celi ianua reclusa?6.
Cos quel lume: ondio mattesi a lui;
poscia rivolsi a la mia donna il viso,
33 e quinci e quindi stupefatto fui;
ch dentro a li occhi suoi ardeva un riso
tal, chio pensai co miei toccar lo fondo
36 de la mia gloria e del mio paradiso.
Indi, a udire e a veder giocondo,
giunse lo spirto al suo principio cose,

6
O sangue mio, o sovrabbondante grazia di Dio, a chi come a te fu mai schiusa
due volte la porta del cielo?.
Che cosa erano il volgare e il latino per Dante 23

39 chio non lo ntesi, s parl profondo;


n per elezon mi si nascose,
ma per necessit, ch l suo concetto
42 al segno di mortal si soprapuose.
E quando larco de lardente affetto
fu s sfogato, che l parlar discese
45 inver lo segno del nostro intelletto,
la prima cosa che per me sintese,
Benedetto sia tu, fu, trino e uno,
48 che nel mio seme se tanto cortese!.
E segu: Grato e lontano digiuno,
tratto leggendo del magno volume
51 du non si muta mai bianco n bruno,
solvuto hai, figlio, dentro a questo lume
in chio ti parlo, merc di colei
54 cha lalto volo ti vest le piume.

Perch Cacciaguida esordisce parlando in latino (vv. 28-30)? Si


pensato che esibisca cos una solenne insegna del suo essere un cava-
liere crociato. Ma i crociati non parlavano latino fra di loro, semmai
francese, lingua franca, appunto, delle nazioni cristiane in Terrasanta.
Una ragione a favore dellesordio in latino il riprodurre alla lettera il
sintagma virgiliano sanguis meus, con cui Anchise si rivolge a Enea
quando lo riceve nei Campi Elisi (Eneide VI 835), molto importante
per sancire con un precedente sommo la parentela fra Dante e il suo
avo, e insieme ribadire il parallelismo fra Dante ed Enea, entrambi vi-
sitatori dellaldil per volont di Dio (cfr. If II 12-33). Ma, oltre a que-
sta ragione specifica, lesordio in latino in questo particolare contesto
cio in congiunzione con un sorriso paradisiaco di Beatrice, che fa
toccar lo fondo / de la mia gloria e del mio paradiso (vv. 31-36), e
prima che il discorso di Cacciaguida sprofondi in concetti incompren-
sibili per un mortale (vv. 37-42) ottiene un particolare effetto sugge-
stivo, come di lingua proveniente da una fonte soprannaturale, lingua
legata allarcano.
Assomiglia, in questo, alleffetto che accompagna diverse battute
in latino della Vita nova, sempre in bocca a spiriti gli spiriti dello
Stilnovo, che rendono la vita psichica uno psicodramma o diretta-
mente al dio Amore7. Cos, anzitutto, nella prima manifestazione psi-

7
Cfr. CH. SINGLETON, The Use of Latin in the Vita Nuova, Modern Language
Notes, 61, 1946, pp. 108-112.
24 Mirko Tavoni

chica premonitrice del destino che soggiogher Dante allamore per


Beatrice (VN II 4-7; 1.5-8 ed. Gorni):

(4) In quel punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale di-
mora nella secretissima camera del cuore, cominci a tremare s forte-
mente, che apparia nelli menomi polsi orribilmente; e tremando disse
queste parole: Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi!
[Ecco un dio pi forte di me, che venendo mi dominer]. (5) In quel
punto lo spirito animale, lo quale dimora nellalta camera nella quale tutti
li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominci a maravigliare
molto, e parlando spezialmente alli spiriti del viso, disse queste parole:
Apparuit iam beatitudo vestra [ apparsa ormai la vostra beatitu-
dine]. (6) In quel punto lo spirito naturale, lo quale dimora in quella
parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominci a piangere, e pian-
gendo disse queste parole: Heu, miser, quia frequenter impeditus ero
deinceps! [O me misero, che sar spesso impedito dora in poi]. (7)
D allora innanzi, dico che Amore segnoreggi la mia anima, la quale fu
s tosto a llui disponsata, e cominci a prendere sopra me tanta sicurtade
e tanta signoria per la vert che li dava la mia imaginazione, che me con-
venia fare tutti li suoi piaceri compiutamente.

Cos nel sogno in cui Amore si manifesta e annuncia a Dante lin-


staurazione del suo potere assoluto su di lui; e parla stando nellim-
pressionante postura di reggere in braccio Beatrice nuda avvolta in un
drappo sanguigno mentre tiene in mano il cuore di Dante sanguinante
(VN III 3-5; 1.14-16 ed. Gorni):

(3) E pensando di lei, mi sopragiunse uno soave sonno, nel quale map-
parve una maravigliosa visione. Che mi parea vedere nella mia camera
una nebula di colore di fuoco, dentro alla quale io discernea una figura
duno signore, di pauroso aspetto a chi la guardasse; e pareami con tanta
letizia, quanto a ss, che mirabile cosa era; e nelle sue parole dicea molte
cose, le quali io non intendea se non poche, tra le quali io intendea que-
ste: Ego dominus tuus [Io sono il tuo signore]. (4) Nelle sue braccia
mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in
uno drappo sanguigno leggieramente; la quale io riguardando molto in-
tentivamente, conobbi chera la donna della salute, la quale m avea lo
giorno dinanzi degnato di salutare. (5) E nell una de le mani mi parea che
questi tenesse una cosa la quale ardesse tutta; e pareami che mi dicesse
queste parole: Vide cor tuum [Guarda il tuo cuore].

Cos nel sogno, rielaborazione e conseguenza di un episodio diurno


Che cosa erano il volgare e il latino per Dante 25

del giorno precedente, in cui Amore ingiunge a Dante di abbandonare


la finzione delle donne dello schermo, accompagnando questa in-
giunzione con una similitudine che rimane inspiegata tanto a Dante ri-
svegliatosi quanto a noi lettori (VN XII 3-5; 5.10-12 ed. Gorni):

(3) Avenne quasi nel mezzo de lo mio dormire che mi parve vedere nella
mia camera lungo me sedere uno giovane vestito di bianchissime vesti-
menta, e pensando molto quanto alla vista sua, mi riguardava l ovio
giacea; e quando mavea guardato alquanto, pareami che sospirando mi
chiamasse, e diceami queste parole: Fili mi, tempus est ut pretermic-
tantur simulacra nostra [Figlio mio, tempo che si abbandonino i no-
stri simulacri]. (4) Allora mi parea che io il conoscesse, per che mi
chiamava cos come assai fiate nelli miei sonni mavea gi chiamato: e
riguardandolo pareami che piangesse pietosamente, e parea che atten-
desse da me alcuna parola. Onde io assicurandomi cominciai a parlare
cos con esso: Segnore della nobiltade, e perch piangi tu?. E quelli mi
dicea queste parole: Ego tanquam centrum circuli, cui simili modo se
habent circumferentie partes; tu autem non sic [Io sono come il cen-
tro del cerchio, a cui i punti della circonferenza si rapportano in modo
uguale, ma tu non sei cos]. (5) Allora, pensando alle sue parole, mi
parea che mavesse parlato molto oscuramente, s che io mi sforzava di
parlare, e diceali queste parole: Che ci, segnore, che mi parli con
tanta oscuritade?. E quelli mi dicea in parole volgari: Non dimandare
pi che utile ti sia.

La terzina in latino di Cacciaguida sembra proprio della stessa


stoffa di queste battute in latino degli spiriti e di Amore. Esse hanno
infatti queste caratteristiche comuni:
sono voci interiori o soprannaturali, che parlano a Dante in sogno
o in visione ovvero in uno stato di percezione profondamente alterata;
sono collegate alla presenza o alla figura di Beatrice;
emergono confusamente ( usatissimo il verbo parere per espri-
mere la faticosa messa a fuoco, onirica, della precisa immagine e delle
precise parole);
il latino vi emerge come lingua pregnante, la battuta in latino il
culmine della visione, il cuore del messaggio che la visione comu-
nica;
la battuta in latino cos pregnante proprio grazie al fatto di es-
sere in una lingua staccata dal tessuto linguistico circostante, rilevata
al di sopra di esso, connotata come lingua altra, nella quale si
esprime la fonte soprannaturale del messaggio;
26 Mirko Tavoni

le parole sono oscure, e necessitano di conseguenza di essere


chiarite in linguaggio pi semplice: il fatto che Amore scende a par-
lare in volgare simboleggia infatti lo scendere al livello della capacit
di comprensione di Dante.

Tutte queste caratteristiche si ritrovano nella battuta di esordio di


Cacciaguida. Anchessa, in particolare, oltre ad accompagnarsi al sor-
riso soprannaturale di Beatrice, collegata alla profondit-oscurit
del dettato, si stempera una volta sfogato larco dellardente af-
fetto (vv. 43-44), e si chiarisce in una prosecuzione del discorso in
volgare, abbassata inver lo segno del nostro intelletto.
Con ci essa, da una parte, pone un attacco alto, soprannaturale:
connota subito la fonte imperscrutabile del messaggio, e significa subito
che quanto del messaggio si capir solo parte di un concetto pi
ampio e profondo che al segno di mortal si soprapuose (vv. 41-42).
La voce di Cacciaguida dallinizio una voce divina, prima di caratte-
rizzarsi come una precisa voce storica.
Ma con ci, daltra parte, Cacciaguida parla come una voce interiore
di Dante. Questo secondo effetto probabilmente non un effetto vo-
luto. La tecnica desordio adottata, che potremmo chiamare la tecnica
del latino onirico-oracolare, come nella Vita nova, svela alla sorgente
nella voce di Cacciaguida il contrario di ci che essa vuol essere, e cio
non una voce storica ma una voce profondamente soggettiva di Dante.
E il discorso di Cacciaguida in effetti un concentrato di tutto ci che
pi profondamente Dante desidera sentirsi dire.
In che rapporto sta questo latino onirico, questa percezione psi-
chica del latino, quale emerge dalla Vita nova e dal Paradiso, con
lidea razionale di latino focalizzata nel De vulgari eloquentia? Na-
turalmente si tratta di fatti mentali di diversissimo ordine, non com-
mensurabili, almeno non direttamente, ma credo che due osservazioni
si possano fare.
La prima che questo confronto illumina la contrapposizione fra
la natura razionalista del De vulgari eloquentia, come del solidale
Convivio i due testi cardine della fase filosofica centrale nella sto-
ria intellettuale di Dante (anni 1303-1306) e la natura visionaria cos
dellesordio (Vita nova) come dellesito conclusivo (Paradiso) della
storia di Dante poeta.
La seconda che i due fatti mentali, nella loro radicale diversit,
hanno un tratto strutturale in comune, che il termine diglossia ap-
Che cosa erano il volgare e il latino per Dante 27

propriato a indicare. Fra le due lingue c infatti una differenza verti-


cale, un dislivello, come tale percepito da tutti nel sistema della cul-
tura in cui Dante inserito, una alterit di cui Dante filosofo il
teorico pi lucido. Questa percezione culturale coerente con la per-
cezione psichica del latino come lingua verticalmente altra, che ri-
suona da sopra (o da sotto) la lingua della normale comunicazione:
voce che parla, in sogno, dallaltezza di un nume oracolare, il dio
Amore; o, nello psicodramma della mente, dallaltezza di spiriti-dot-
tori che oscuramente diagnosticano la forza ineluttabile dellinnamo-
ramento; o, nellascesa oltremondana, dallineffabile altezza dello
spirito che suggella la missione visionaria del poeta. Ovvero, in tutti
questi casi, voce che parla dalla profondit psichica da cui scaturisce
lispirazione.