Introduzione a

I 21 Giorni di un nevrastenico

romanzo di Octave Mirbeau

(Robin Edizioni, 2017)

Ventun giorni rappresentano il periodo minimo di una cura termale, e il
titolo allude così al breve periodo passato dallo scrittore nella stazione termale di
Luchon, per superare una malattia nervosa. In realtà il romanzo non è un diario,
ma il collage di cinquantacinque racconti di argomento diverso, già pubblicati su
giornali e riviste tra il 1887 e il 1901, introdotti come cornice da uno di quegli
stessi racconti che descrive appunto l’arrivo in una cittadina di cura. L’idea di
radunare elementi sparsi dentro una cornice non è nuova, ed era stata qualche
decennio prima sfruttata anche da Maupassant per i Racconti della Beccaccia,
dove le storie di caccia erano in realtà ben poche. Mirbeau però aveva in mente
altro: non era mosso da ragioni alimentari, e aveva lasciato altri romanzi
prolungarsi a puntate nelle riviste senza fare lo sforzo di raccoglierli. Alla base
della pubblicazione dei 21 Giorni bisogna immaginare un’intenzione unitaria nella
sua apparente dispersione, oltre che il tentativo di una sperimentazione in campo
narrativo.
In apparenza, niente di meno sorvegliato: la cornice permette e giustifica
una serie di incontri casuali e di conversazioni che tirano in ballo altri
personaggi, luoghi, e tempi che non hanno più niente a che fare con Luchon (il
cui nome, tra l’altro, non viene mai pronunciato). Pierre Michel, lo studioso che
ha dedicato la vita alle opere dello scrittore, nel raccogliere finalmente in volume,
sotto il titolo Racconti crudeli, tutti gli articoli rimasti imprigionati nei giornali, li
suddivide in categorie di crudeltà: per natura, situazione, società, abbrutimento
lavorativo e rapporto masochista con la donna1. I 21 Giorni di un nevrastenico
pescano da questo materiale: non dobbiamo quindi aspettarci altro nel romanzo
che la rappresentazione della crudeltà in tutte le sue forme, dal ghigno grottesco
all’assurdità insostenibile del potere cieco, come una successione di stridenti
arabeschi sulla nota tenuta dell’egoismo borghese, ottuso nel suo benessere.
Se Baudelaire, nella prima poesia dei Fiori del male, rivolta al lettore, ne
aveva descritto ogni vizio per concludere, all’ultimo verso “Ipocrita lettore, mio
simile, mio fratello”, la visione di Mirbeau non è diversa: Georges Vasseur, il
personaggio nevrastenico, sceso a Luchon per farsi curare, condivide col primo
vacanziere che incontra, Robert Hagueman, lo stesso fastidio per le montagne, la

1
Cfr. P. Michel, Préface, in : O. Mirbeau, Contes cruels, Paris, Les Belles Lettres 2000, 2° ediz. 2009, pp. 30-31.
1
noia per i ritmi monotoni della cura e per la banalità delle conversazioni. Robert
Hagueman, però, avverte Mirbeau, non è un individuo, ma una collettività.
Collettività dentro alla quale rientra evidentemente anche il narratore, borghese
tra i borghesi, nevrastenico tra i nevrastenici, la cui principale caratteristica,
quella di non sopportare nessuno, è la patologia appunto da curare.
Perché dovremmo aver voglia di leggere storie crudeli, dove non ci sono
personaggi positivi, dove la visione è disincantata e senza speranza? Perché
l’ironia, l’humour nero, lo sberleffo finale, lo stile modulato tra il sarcasmo e la
compassione trascinano per ricchezza di toni, e gli accostamenti tra i diversi
racconti, apparentemente casuali, sono governati da regole precise di sensibilità e
di gusto.
Il romanzo si apre su una storia di donne, seguendo il costume del
pettegolezzo erotico che costituisce la prima fonte di discorso in un gruppo di
uomini costretti a inerzia forzata e frequentazione continua. Ma non ce ne sono
molte nel romanzo, e la loro tonalità si fa nera: le donne, torturatrici
inconsapevoli, provocheranno quasi inavvertitamente la morte del loro amante,
proseguendo distratte nella loro carriera di banali femmes fatales. Tranne,
naturalmente, le vittime, come la ragazza scomparsa in Russia, o le quasi
bambine oggetto delle deviazioni erotiche di un serial killer ben protetto dalla sua
condizione sociale (Lagoffin) a cui, come allo zar, non verrà mai presentato il
conto. Sfogliando il romanzo, sembra di veder roteare una giostra di maschere di
crudeltà o stupidità: da un lato uomini politici che sanno come abbindolare il
popolo con lusinghe e false promesse, o uomini di guerra assetati di sangue, che
si beano di tappezzerie in autentica pelle di neri, dall’altro macchiette i cui nomi
stessi sono direttamente maschere: il giovanottone Clara Fistule, la marquise de
Parabole, il docteur Triceps, il docteur Fardeau-Fardat, il docteur Trépan, Jean
Loqueteux, Jean Guenille, M. Tarte, Tarabustin, ecc.
L’alternanza dei racconti lascia trasparire anche un’altra intenzione, che
costituisce forse il fondamento del romanzo. Il medico da cui il narratore Georges
Vasseur si fa curare alle terme è il dottor Triceps. Ma in un passo successivo
Georges va a trovare in manicomio un amico, che è proprio il dottor Triceps. I
discorsi di Triceps al manicomio non sono distanti dalle teorie lombrosiane alla
moda che Mirbeau odia tanto; altrettanto deliranti però sono le affermazioni di
Triceps nell’esercizio medico. I pazzi radunati nei cortili parlano come politici,
ma, avverte Mirbeau, sono solo “più pittoreschi”, mentre i discorsi dei politici
sembrano quelli di una manica di pazzi. Così le farneticazioni dei ministri e degli
uomini di potere, anziché risultare ormai prive di interesse, perché i loro nomi
non dicono più niente e la satira personale nei loro confronti non funziona più,
tornano ad acquistare un valore forte nel romanzo in quanto il delirio di egoismo
e onnipotenza è valido come un calendario perpetuo di follia.
La struttura dei 21 giorni suggerisce perciò la porosità tra il mondo dei sani
e quello dei folli, di cui Triceps è un visibile trait-d’union. Del resto, questa è la
visione di un nevrastenico, e che cosa ci si può aspettare da chi è insofferente

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all’ordine sociale, se non la sensazione di trovarsi in una gabbia di matti? La
stretta connessione tra alienati e borghesi è prevista nel titolo stesso del romanzo.
Tra i cinquantacinque racconti, ve ne sono alcuni dove l’indignazione di
Mirbeau si fa violenta fino a sfiorare il patetismo. Un paio sono ambientati in
Bretagna, come già diverse sue storie cupe, tra cui Diario di una cameriera;
mentre la Russia è la tela di fondo per un esempio di crudeltà gratuita e
selvaggia. Ma è all’interno di un’altra cornice che si accendono come fuochi
d’artificio le storie più terribili sui tormenti inferti alla povera gente. Il dottor
Triceps dà una cena in onore del dottor Trépan: ci sono dieci invitati, e ciascuno
racconta storie caratterizzate da particolare crudeltà, che il contrasto con la
sobrietà e l’apparente neutralità del tono rende ancora più forte. È come se
Mirbeau, attraverso questa nuova cornice, volesse mediare la sua indignazione
più vibrante pur dando sfogo a un lirismo di solito più smorzato dal ghigno.
Inoltre, si tratta di una cena di ricchi, che mangiano e bevono a sazietà
mentre raccontano le loro vicende strappa lacrime sui poveri. I poveri sono
oggetto del discorso, quando i ricchi vogliono un po’ commuoversi di fronte a un
bicchiere di vino. Quindi Mirbeau riesce nello stesso tempo ad alzare il tono della
sua indignazione e a riversare disprezzo verso i personaggi borghesi, trovando un
altro modo perfido di denunciare l’ipocrisia sociale.
Ma nel romanzo non c’è solo questo: come Nel Cielo, o nel Diario di una
cameriera, l’angoscia esistenziale del narratore è più volte messa in evidenza, per
una rappresentazione molto baudelairiana dello spleen. Nel cortile del manicomio,
il Poeta cerca la sua anima, inseguendo le farfalle nelle quali spera di ritrovarla.
Non perde la sua fede, perché è un poeta, ma soprattutto perché è un pazzo:
Georges Vasseur, invece, non è abbastanza folle da immaginare di avere
un’anima.
Ci sono altri Georges tra i personaggi dei romanzi di Mirbeau, e hanno tutti
in comune la visione della condizione umana come prigione senza uscita, sotto la
cappa di un cielo minaccioso di nuvole o di azzurro vuoto. “Per tutto il giorno un
vento aspro ha soffiato da Ovest; il cielo è rimasto basso e triste, e ho visto
passare corvi in volo…” aveva detto Georges, protagonista della Testa tagliata,
annunciando con questo presagio di morte il suo imminente gesto di follia. E
Georges, l’amico di Lucien/Van Gogh, nel romanzo Nel cielo, grida all’uomo che è
andato a trovarlo: “Il cielo!... Oh! il cielo!... Tu non sai come mi schiaccia, come mi
uccide!...”. Georges Vasseur è prigioniero dello stesso incubo: “E ho
quest’impressione di essere sepolto vivo, non in una prigione, ma in una
cripta…”. Secondo Mirbeau la sensazione è uguale per chi è dentro e chi è fuori
dal manicomio, perché in realtà intorno ai muri per gli alienati ci sono altri muri e
così via in una moltiplicazione vertiginosa che investe un’intera società
universalmente alienata. In mancanza di una fede religiosa, l’uomo potrebbe,
grazie alla solidarietà, trovare lo stesso una giustificazione per la vita (in piena
sintonia di pensiero con Mirbeau, Camus vorrà essere, più tardi, “solitario,
solidale”). Invece sembra che le regole del potere vogliano impedire a chiunque

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una serenità di spirito. Mirbeau è un anarchico libertario: non riesce a
immaginare un ordine che sostituisca l’ordine costituito, ma grida il suo sdegno e
la sua passione contro un sistema soffocante.

Dalle finestre dell’ospedale dei pazzi si vede «sempre lo stesso riquadro di
cielo vuoto», ma Georges Vasseur, mentre compie un percorso turistico
accompagnato dalla guida, non si sente in una posizione diversa: “Le vette non ci
sono mai... Quando si crede di aver raggiunto una vetta, ci si accorge che si è
ancora dentro una prigione, dentro una tomba… Davanti a sé i muri, più terribili,
più neri, di un’altra vetta... E, di vetta in vetta, è verso una quantità maggiore di
morte che si sale…”. È il cielo ad assestare il colpo finale alla depressione del
protagonista: “Nuvole pesanti, soffocanti, che cadono, cadono, coprendo le vette,
scendendo nelle vallate, arrampicandosi sui pendii che spariscono come le vette...
Sono il limbo... è il vuoto del niente... Più impenetrabile della roccia e dello scisto,
quel cielo, che non si apre ad alcun sogno, mi schiaccia... Mi parla solo di
disperazione, mi porta solo continui pensieri di morte...”. Forse Vasseur è a sua
volta pazzo, afflitto da mania depressiva? Mentre sale per le montagne con la
guida prova infatti allucinazioni acustiche come un alienato. Crede di sentire un
assordante rumore di grilli, e la guida gli risponde: “Non ci sono grilli… è il
sangue di Vossignoria che canta! ...” Ed è vero: quello che canta così, attorno a
me, è il grillo, il grillo spaventoso della febbre…”. Eppure anche la guida condivide
lo stesso stato d’animo: “Non c’è cielo nei suoi occhi… Solo il riflesso cupo e
vicino, e senza speranza, di questi muri tra cui camminiamo”. Lo spleen dei
personaggi di Mirbeau sembra declinarsi come una fuga musicale innescata dal
famoso componimento baudelairiano: Quando il cielo basso e greve pesa come un
coperchio, dove Baudelaire stesso paragona la terra a una prigione umida, in cui
la speranza va sbattendo come un pipistrello le sue ali contro soffitti marciti, e
finalmente si dà per vinta. Le storie raccontate nei 21 giorni di un nevrastenico
rappresentano appunto tanti modi di raccontare questa sconfitta. Georges
Vasseur immagina invece per sé una via d’uscita: “Ho informato la guida che deve
riportarmi verso gli uomini, la vita, la luce... Partirò domani all’alba...” annuncia
in conclusione. Paradossalmente, cercherà la cura proprio in quella società da cui
era fuggito.

Ida MERELLO

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