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La guerra in Russia: il Regio Esercito, le ”scarpe di cartone” e altri

miti

Roma, 6 lug – Quante volte abbiamo sentito, a scuola, all’università, in


documentari televisivi o dalla voce di persone di nostra conoscenza, frasi
come queste: “I nostri soldati avevano le scarpe di cartone!”, “Il nostro
esercito era male armato!”, oppure “Noi avevamo il fucile 91, del 1800!”, o
letto nelle classiche memorie del fronte russo di Nuto Revelli o Rigoni Stern:
“Noi avevamo i muli, i tedeschi i carri armati” e persino recentemente
l’autolesionismo patrio, in una Fiction riguardante uno degli eroi veri
dell’Italia, Salvo d’Acquisto, è arrivato a un… “Guarda, i tedeschi hanno pure i
caschi coloniali, e noi no!”, quando in realtà i soldati tedeschi dell’Afrika Korps
preferivano le divise tropicali italiane o quelle inglesi catturate alle loro.

“I nostri soldati avevano le scarpe di cartone!”. In realtà gli scarponcini


militari italiani erano in cuoio e pelle di buona qualità, certamente quando si
devono fare indumenti in milioni di esemplari si prendono delle scorciatoie
produttive: quindi si usano fibre artificiali, etc. Gli stessi tedeschi già dal 1939
accorciarono i loro famosi stivali per risparmiare cuoio, dal 1941 distribuirono
alle reclute solo degli scarponcini bassi da portare con le ghette, e iniziarono
presto a usare filati artificiali come il rayon nei capi d’abbigliamento e a usare
bachelite, carta pressata e resine per fare bottoni o parti di equipaggiamento.
Lo stesso equipaggiamento invernale italiano, consistente in cappotto in
panno, guanti in lana, etc., seppur purtroppo inadeguato per l’inverno russo,
era esattamente pari a quello tedesco del 1941; solo nell’inverno successivo
la Wehrmacht introdusse delle tenute imbottite per i suoi soldati. Di nota
anche il fatto che al Btg. Monte Cervino, inviato in Russia, furono consegnati
scarponi dotati delle modernissime suole in gomma VIBRAM, altro che
“cartone”!

Corollario: “Avevamo le pezze da piedi e le fasce mollettiere”. Le pezze


da piedi erano considerate dai veterani come migliori e più durevoli delle
calze, le fasce mollettiere erano, all’inizio guerra, adottate da molti dei
contrapposti eserciti! “Noi avevamo il fucile 91, del 1800!” Una delle
frasi dimostranti maggiore malafede: il fucile 91 fu in effetti adottato nel

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1891… ma d’altronde i fucili usati nella seconda guerra mondiale delle altre
nazioni erano molto più recenti? Vediamo: Germania, Mauser K98k, adozione
1898, Inghilterra, Lee Enfield, 1900, Russia, Moisin-Nagant, 1891, Giappone
Meiji-Arisaka, 1897, USA, Springfield 1903… 1903! Il “vecchio” 91 era
decisamente in buona compagnia!

“Il nostro esercito era male armato!”. Certamente dopo il 1942-1943 il


divario tecnologico e industriale con le potenze Alleate o la Germania si
ampliò effettivamente in modo irreparabile per il sistema industriale-militare,
sociale e politico italiano ma sino al 1941-1942, se per esempio compariamo
armi e mezzi italiani con quelli inglesi in Nord Africa, uno dei teatri che videro
il maggior impegno delle FFAA italiane nella seconda guerra mondiale,
troveremo delle sorprese: nelle armi individuali sostanziale parità, e se gli
inglesi avevano una eccellente mitragliatrice leggera, il Bren, noi schieravamo
una ottima mitragliatrice pesante, la Breda 37. Una nota dolente riguarda poi
il famoso moschetto automatico Beretta MAB 38 A, eccellente arma da fuoco
automatica camerata per una potente munizione da 9 mm: prodotta in decine
di migliaia di esemplari già nei primi anni di guerra, fu però distribuita solo a
pochi reparti e in pochissimi esemplati a causa della mentalità retrograda
degli Uffici Armi del Regio Esercito che vedevano nella celerità di tiro
dell’arma solo uno “spreco di munizioni”. Il risultato fu che prima della
Repubblica Sociale Italiana il MAB finì in numeri maggiori nelle mani
dell’Esercito Rumeno (che ne acquistò molti esemplari) e della Wehrmacht
che ne requisì a magazzini interi dopo l’8 settembre 1943 controllandone poi
la produzione che in quelle dei militari regi italiani. Nei corazzati, se noi
allineavamo le giustamente vituperate “scatolette di latta”, i piccoli carri L3,
anche gli inglesi non scherzavano con le loro “bare di fuoco”, i vari modelli di
Light Tank (carri leggeri) armati di mitragliatrici; nei carri medi i
nostri M13/40 e modelli M successivi tenevano bene, con il loro pezzo da 47
mm, contro il 40 mm dei carri Cruiser e Valentine inglesi, il cui cannone
peraltro poteva sparare solo granate perforanti e non anche quelle esplosive,
essenziali per ingaggiare a distanza i cannoni anticarro e la fanteria
trincerata. I Matilda, carri pesanti inglesi, benché dotati di una massiccia
corazzatura, erano pochi e lenti. E ad ogni modo, nelle azioni tattiche di
corazzati sia gli italiani che gli inglesi sembrano dei novizi imbranatissimi al

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confronto dei tedeschi, capaci di sfruttare flessibilmente i loro Panzer
appoggiati da aliquote di fanteria meccanizzata, artiglieria, genio e aviazione
di supporto: anche in questo caso il confronto Italia-Inghilterra è quindi…
pareggio! In effetti, quando inglesi e italiani si scontrarono in Nord Africa in
condizioni di parità numerica, e senza i tedeschi di mezzo a rubare la scena,
anche i Carristi italiani colsero degli allori, come la Divisione Ariete a Bir el
Gobi il 19 novembre 1941, quando i suoi 130 carri M batterono i 150 carri
Crusader della potente e esperta 22° Brigata Corazzata inglese,
distruggendone 42 e perdendone 30. Sicuramente il nostro Esercito era però
notevolmente inferiore nelle artiglierie controcarro, nelle comunicazioni, nella
logistica e nelle forze meccanizzate, anche se in Nord Africa una buona parte
delle unità di fanteria fu comunque dotata di automezzi, come pure le nostre
Grandi Unità inviate in Russia con lo CSIR, che poteva allineare alcuni dei
migliori reparti del Regio Esercito e dei Battaglioni M. Analizzando le
performance di aerei e navi spesso arriviamo a un giudizio di non inferiorità
dei nostri mezzi, per esempio anche l’utilizzo della Royal Navy del Radar e
della decrittazione (non efficientissima, peraltro) dei messaggi italo-tedeschi
nella guerra navale nel Mediterraneo, non deve mascherare gli incredibili
errori tattici e la pavidità strategica degli Ammiragli italiani nel 1940-1943.
Passando all’Aeronautica gli inglesi non avevano poi solo gli splendidi Spitfire:
nel 1940-1941 i nostri antiquati biplani CR-42 erano coetanei dei biplani
inglesi Gladiator, e gli Hurricane, una volta tropicalizzati per l’utilizzo in Nord
Africa, avevano le stesse prestazioni dei nostri Macchi MC 200 Saetta… poi le
famose “otto mitragliatrici” dei caccia inglesi, se paragonate alle sole due dei
nostri caccia, potevano risultare superiori solo a chi non osservasse che le
armi inglesi erano di piccolo calibro, 7.7 mm, mentre quelle dei nostri aerei
erano le potenti Breda-SAFAT da 12.7 mm, sparanti proiettili incendiari di
peso quadruplo rispetto ai proiettili inglesi. Il nostro Macchi MC 205 Veltro,
inoltre, benché consegnato ai reparti in pochi esemplari nel giugno 1942,
aveva caratteristiche pari ai più moderni aerei avversari.

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“Noi avevamo i muli, i tedeschi i carri armati”. Considerando che la
Wehrmacht schierò contro la Russia nel 1941 più di centotrenta Divisioni e di
queste solo una ventina erano Corazzate o Motorizzate, e tutte le altre
appiedate e ippotrainate come nelle Campagne Napoleoniche… affermazioni
come queste si possono spiegare solo con il ruolo “di parte” di scrittori come
Revelli e Rigoni Stern nel dopoguerra. Le cattive prove di talune unità italiane
nel periodo 1940-1942 non vanno quindi ricercate tanto nell’inferiorità dei
materiali, ma nello scarso addestramento e coesione tra militari di truppa
provenienti da regioni diverse, e non resi affiatati dai propri Ufficiali del Regio
Esercito, i quali spesso si consideravano come superiori non solo di grado, ma
anche di… casta, quindi incapaci di vincere il rispetto e guadagnarsi la fedeltà
dei propri uomini. Inoltre gli Ufficiali Superiori stessi, spesso anziani,
applicarono tattiche risalenti alla prima guerra mondiale in un contesto di
guerra di movimento molto diverso, e invece di aggiornare le loro conoscenze
d’arte militare preferirono dare la colpa dei loro fallimenti ai soldati o alle loro
armi!