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Enrico Iachello

IL TERRITORIO DELLA SICILIA


E LE SUE RAPPRESENTAZIONI
XVI-XIX SECOLO

BONANNO EDITORE
Proprietà artistiche e letterarie riservate
Copyright © 2010 - Gruppo Editoriale s.r.l.
ACIREALE - ROMA

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INDICE

INTRODUZIONE PAG. 7

IMMAGINI DEL TERRITORIO

La costruzione politico-amministrativa dello spazio ,, 11


Prospettive urbane ai piedi del vulcano ,, 27

L’ISOLA DELLA LETTERATURA

Viaggiatori a Catania ,, 69
Spazio e società ne Il Gattopardo ,, 103

5
INTRODUZIONE

Questo libro è anche una sfida: tentare nell’ambito modesto di questi


brevi saggi di veicolare un’immagine della storia siciliana diversa da
quella esportata da tanta letteratura (di grande livello per carità e pro-
prio per questo tanto più forte della storia nell’imporre un’immagine
della Scilia) e invalsa negli anni soprattutto nei paesi anglosassoni a
partire da approcci sociologici e antropologici quasi a caccia di eso-
tismo ai confini d’Europa. Sembra paradossale, ma se nel corso del
’700 e dell’800 il legame tra i viaggiatori del grand tour e le élites siciliane
produsse un’immagine “moderna” e appunto europea dell’isola, sia
pure con tante contraddizioni (e qualche inevitabile traccia esotica),
nel corso del novecento letterati siciliani e sociologi anglossassoni
hanno prodotto stereotipi quasi rovesciati rispetto ai precedenti e in
parte ancora presenti nella ricostruzione storica delle vicende isolane.
Si pensi alla categoria del familismo amorale che spiegherebbe la
mafia, o alla separatezza dell’isola (in quanto appunto isola) che la
renderebbe custode di tratti identitari metastorici.
Ad un approccio minimamente rigoroso questi luoghi comuni
non resistono, ma permangono nell’opinione pubblica media o
anche “colta” e quel che peggio sono ancora in gran voga tra gli in-
segnanti delle scuole in Sicilia. La Sicilia sempre “conquistata” (nella
caricatura politico-culturale che continua purtroppo a persistere) ri-
schia così di essere “sequestrata” effettivamente. Potere delle rappre-
sentazioni, ancor più rischioso in congiunture “post-post moderne”
che sembravano invitare a sganciarsi dalla realtà.
Si capisce subito da queste parole che l’insistenza nei contributi
qui presentati sulle rappresentazioni non è un’acquiescenza alla
moda, ma al contrario il tentativo di accettare proprio sul loro ter-
reno la sfida per una storia che tenga conto degli effettivi processi
e dei percorsi concreti delle vicende isolane. Immagini (la cartogra-
fia, le vedute) e descrizioni (i racconti di viaggio) sono così interro-
gati a partire dalle motivazioni e dagli usi che li contestualizzano, li
spiegano e li rendono intellegibili e utilizzabili oggi dallo studioso

7
per cogliere il formarsi o il deformarsi di identità che nei processi
concreti trovano sede, spiegazione e trasformazione. Senza rimuo-
vere la sfida della grande letteratura, qui esemplificata dal romanzo
che per eccellenza (ma anch’esso paradossamente, descrivendo in
effetti tutt’altro, la fine di un’epoca) ha simboleggiato il luogo co-
mune di una inesistente Sicilia immobile, Il Gattopardo di Tomasi di
Lampedusa. Si è provato a ricavarne non tanto un’altra storia, ma i
modi complessi di rappresentazione dei rapporti spazio-società.
Mi rendo conto che l’invito a riprendere per questa via i rapporti
con la letteratura richiede scavi ulteriori e il confronto con almeno
due autori per aspetti diversi importanti, De Roberto e Sciascia. Il
primo per la sua spietata analisi dei meccanismi del potere banalizzati
nella vulgata in denuncia del connaturato trasformismo della classe
dirigente isolana; il secondo per la provocazione e la penetrazione
sin dentro i temi e le sedi propri degli storici.
Lo storico che con più lucidità e acume ha accettato da tempo il
confronto e che mi sembra aver raccolto efficacemente la sfida è
stato (anche recentemente1) Giuseppe Giarrizzo. Non vorrei sem-
brare arrogante se affermo che sulla sua scia ho tentato di muovere
i miei passi.

1
G. Giarrizzo, Leonardo Sciascia: la politica, la storia in “Il Giannone”, numero
speciale Leonardo Sciascia vent’anni dopo, a cura di Antonio Motta, nn. 13-14,
2009, pp. 119-133.

8
IMMAGINI DEL TERRITORIO
LA COSTRUZIONE POLITICO-AMMINISTRATIVA DELLO SPAZIO

Nel 1817 la geografia politico-amministrativa dell’isola viene ridise-


gnata con tratti destinati a durare per più di un secolo e a costituire
il punto di riferimento per le ulteriori modifiche che ancor oggi, in
parte e grosso modo, resistono. La precedente partizione nei tre valli
di Mazzara, Demone e Noto (carta n. 1), con cui tutte le descrizioni
della Sicilia dopo Fazello1 esordiscono, era da tempo più che una
effettiva suddivisione amministrativa (a parte la dislocazione delle
Compagnie d’armi) un comodo appiglio e una formula fortunata
che permetteva di accostare l’immagine dell’isola a tre punte alla tri-
partizione amministrativa.
Ben diversa la suddivisione del 1817 (carta n. 2) che creava, sul
modello francese, sette intendenze sancendo politicamente la fisio-
nomia urbana dell’isola e il suo carattere policentrico. La carta delle
intendenze fa emergere accanto ai due grandi centri che in età mo-
derna si erano contesi il primato nell’isola (Messina e Palermo), il
nuovo polo di Catania, che già nel corso del ’700, ma ancor più nel-
l’Ottocento, sostituiva Messina quale asse di gravitazione della parte
orientale dell’isola. Oltre ad essa si delineavano i poli intermedi co-
stieri di Trapani ad ovest, Siracusa ad est (poi sostituita dopo le vi-
cende politiche del 1837 con Noto). La costa sud occidentale era
articolata attorno a Girgenti e l’interno affidato a Caltanissetta. Con
il prevalere della Sicilia costiera nella individuazione dei capoluoghi
delle intendenze (sei su sette, essendo anche Agrigento a pochi chi-
lometri del mare cui era collegato tramite il suo caricatore, il futuro
Porto Empedocle) la struttura amministrativa accoglieva come cri-
terio discriminante nell’individuazione dei nodi della sua armatura il
ruolo economico delle città di mare, centri commerciali da cui di-
pendeva in gran parte l’economia isolana: la via del mare era la via di
accesso ai grandi traffici internazionali nei quali l’isola era inserita.

1
Cfr. G. Giarrizzo, La Sicilia dal Cinquecento all’Unità d’Italia, in V. D’Ales-
sandro - G. Giarrizzo, La Sicilia dal Vespro all’Unità d’Italia, Storia d’Italia UTET,
XVI, Torino 1989, pp. 99-100.

11
1

2
Ma se la scelta dei capoluoghi fa propria, in parte, la logica eco-
nomica, la definizione dell’estensione di ciascuna intendenza, come
disegnata nella carta n. 2, rivela il tentativo di una ripartizione politi-
camente equilibrata tra le tre città maggiori al fine di evitare conflitti:
Antonino Della Rovere, il funzionario che nella delineazione delle
intendenze aveva svolto un ruolo di rilevo, in un suo memoriale suc-
cessivo riferisce che il distretto di Caltagirone fu smembrato, asse-
gnandone parte a Siracusa, per evitare le “proteste di Messina”, gelosa
dell’estensione che la provincia di Catania avrebbe altrimenti avuto2.
La geografia amministrativa si svincola così da quella fisica e ri-
vela la sua natura eminentemente politica: una logica di identifica-
zione dello spazio dotata di una sua autonomia che non sempre
coincide con altre logiche di definizione delle spazio, con le quali
anzi spesso confligge.
Nella seconda metà degli anni ’20 il regime borbonico tenterà di
ridurre il numero delle intendenze, cercando ad esempio di abolire
quella di Agrigento, ma invano. Nel 1826 la “Commissione Tempo-
ranea per lo esame degli articoli d’esito dello Stato Discusso della Te-
soreria Generale”, presieduta dal già citato Della Rovere, di fronte
alla necessità di introdurre risparmi nel bilancio statale, osserva che
“un solo passo facilissimo che si potrebbe ora dare senza niente al-
terare i sistemi… è questo la riduzione delle sette valli moderne alle
tre antiche”3. La suddivisione in sette valli viene allora presentata
come una misura di transizione, perché “invece di essere una uni-
formazione alla divisione territoriale de’ Reali Domini del continente,
non era che una prudente deviazione della stessa. I suddetti Reali
Dominj che contengono 1757 comuni erano stati… divisi in quindici
province colla legge del 3 maggio 1816. La Sicilia dunque, che con-
tiene circa 360 comuni, allora sarebbe stata divisa in modo uniforme
a quello dei Reali Domini del continente quando si fosse composta
di tre valli e non di sette”. Con un’operazione ardita, i tre antichi valli
vengono presentati come mai aboliti, perché utilizzati per “la com-
petenza delle tre principali Compagnie di Capitani di armi e per le

2
Memoria che si presentò a Napoli per la divisione della Sicilia in sette valli. 1817,
Palermo, s.d., in Archivio di Stato di Palermo (d’ora in poi A.S. Palermo), Mi-
scellanea. Collezione Della Rovere, b. 100.
3
Memoria della Commissione temporanea per lo esame degli articoli d’esito dello Stato
discusso della Tesoreria Generale, Palermo 1 novembre 1826, in A.S. Palermo, Mi-
scellanea. Collezione Della Rovere, b. 102.

13
amministrazioni provinciali del Regio Lotto e per qualche altro ramo
di amministrazione pubblica”4. Tutto il discorso ritaglia così strumen-
talmente lo spazio in base alle nuove esigenze finanziarie dell’ammi-
nistrazione centrale. “La suddivisione delle sette valli minori –
conclude la Commissione – fu operata per piantare più facilmente
le nuove istituzioni… oggi sono scorsi nove anni. Le nuove leggi
si conoscono universalmente, il loro linguaggio è diventato l’e-
spressione comune… Qual più bella occasione dunque di minorare
gli operaj, di far cessare la circoscrizione transitoria e di ritirare i tutori
provinciali delle cose pubbliche ai tre soli posti ordinarj, cioè Palermo,
Messina e Catania, che sono stati loro riservati dalla legge?”5.
Nessun centro era però ormai disposto a perdere la “risorsa”
politico-amministrativa di cui nel 1817 era stato dotato: la riparti-
zione amministrativa, definita dall’apparato statale per meglio radi-
carsi localmente, era divenuta ormai identità “locale”, di cui appunto
le classi dirigenti locali, che in quella suddivisione avevano altro
modo di acquisire nuova legittimazione, nonché occasione di pro-
mozione, non vogliono né possono fare a meno. I tentativi del re-
gime sono destinati a cadere nel vuoto.
La capacità di “resistenza” da parte dei centri minori (rispetto
alle tre metropoli) è spia della complessa articolazione territoriale di
cui la carta delle intendenze non può però dar conto. Conviene al-
lora cambiare scala ed esaminare la carta dei distretti (carta n. 4), ul-
teriori suddivisioni amministrative all’interno delle intendenze.
Il “vuoto” che la geografia delle intendenze disegna nell’interno
dell’isola, la gravitazione costiera della rete urbana siciliana, ma al
contempo la sua complessa articolazione di terra di città, trovano qui
ulteriori elementi di riflessione. La riforma amministrativa del 1817
recuperava, infatti, dall’attività di riorganizzazione dell’apparato statale
dei cosiddetti anni inglesi la creazione di questo organismo costituito
all’epoca al posto delle antiche comarche, a scopi fiscali, giudiziari (i
capoluoghi avrebbero dovuto ospitare le corti di appello), ed elettorali
(il distretto era collegio elettorale per la elezione dei parlamentari se-
condo quanto previsto dalla costituzione del 18126).

4
Ibidem.
5
Ibidem.
6
Cfr. E. Iachello, Centralisation étatique et pouvoir local en Sicile au XIX siècle, in
“Annales E.S.C.”, 1994, 1, pp. 241-266.

14
3

4
Per meglio comprendere la portata della suddivisione, conviene
leggere insieme la carta dei distretti con quella delle antiche comar-
che (carta n. 3). Le comarche, istituzioni di carattere fiscale ridefinite
nel XVI secolo, individuavano nelle città demaniali le sedi “ovvie”
delle secrezie e attorno ad esse raggruppavano i centri feudali ai fini
della riscossione delle imposte. Si disegna così un reticolo fiscale che
poggia, per la scelta “demaniale”, sul prestigio e l’antichità del centro
urbano: in altri termini le comarche sono la consacrazione della tra-
dizionale visione delle città, la cui importanza era data dalla sua an-
tichità e dalle mura (nell’interno, ma non solo, si tratta in gran parte
di città fortezze). Anche così le sedi delle comarche rivelano comun-
que l’antico carattere “urbano” dell’insediamento come tratto forte
dello spazio isolano. Anche l’interno dell’isola rivela allora il suo
volto urbano, sia pure ancorato ad elementi destinati a scomparire
nel corso del XVIII secolo. Nella delineazione delle reti delle co-
marche la logica dell’amministrazione sembra però del tutto succube
agli equilibri e ai tradizionali rapporti tra centro e singole Università,
retto dalla “logica del privilegio”; per non far torto a nessun centro
demaniale tutti, anche quelli più piccoli e contigui, sono eretti a sede
di segrezie, sia pure senza territorio: è il caso di Carlentini che fa co-
marca da sola, così come Monte S. Giuliano, Marsala, Pizzo di Gotto,
Santa Lucia, Rametta, Mineo e Agosta.
I vincoli cui il potere centrale era sottoposto non erano del resto
facilmente eludibili; spesso l’Università o i privati avevano com-
prato la Regia Segrezia ed era quindi gioco forza designarla come
capocomarca se non si voleva aprire un dispendioso contenzioso.La
frammentazione della geografia amministrativa ha allora a volte
esiti paradossali: la comarca di Milazzo ha una enclave, compren-
dente i comuni di Calatabiano, Castro Rao, Motta di Camastra,
Francaviglia, Castiglione, da cui la separa la comarca di Castroreale,
tra i territori delle comarche di Linguaglossa, Randazzo, Tortorici,
Patti e Taormina.
La creazione dei distretti, nel mentre prende atto delle trasforma-
zioni del reticolo urbano, si libera dai vincoli delineati dai rapporti di-
retti tra il centro e le singole città, delinea un quadro nuovo che non
è il semplice prodotto della riduzione, pur consistente, dei centri di
riferimento da 44 a 23, ma il frutto di un mutamento radicale del rap-
porto apparato statale/territorio. La esplicitazione dei criteri di fondo
per la definizione di ogni distretto e l’individuazione del suo capoluogo

16
rivela l’affermarsi di nuove logiche di identificazione dello spazio
(anche se in alcuni casi semplicemente giustapposte alle precedenti),
ma soprattutto l’emergere di una nuova concezione della città.
L’identificazione degli spazi, l’individuazione dei confini, è la
prima operazione. L’obiettivo di fondo era stato così enunciato: “Il
commercio interno difficile e mal sicuro; le sequele dei ladri più fu-
neste alle Popolazioni dei ladri medesimi, la mancanza di Magistra-
ture da cui ottener giustizia senza recarsi nella Capitale, l’esazione
de’ tributi complicata e quindi onerosa allo Stato, sono, non v’ha
dubbio, non piccola parte de’ gravissimi mali che attualmente af-
fliggono la Sicilia”7.
Si tratta di principi di razionalizzazione dell’apparato statale che
ubbidiscono a più esigenze: al primo posto è collocato un problema
economico (il commercio), ricondotto però ad una questione di “si-
curezza”; ed è essenzialmente a questioni di controllo e difesa del
territorio da parte dello stato che si rifanno i sei criteri posti a base
dell’individuazione delle circoscrizioni, criteri che privilegiano, nel
ritagliare una unità amministrativa, la rapida comunicazione tra il
capo distretto e il suo territorio così che possa essere vigilato da un
Capitano d’armi e dodici uomini, lasciando nelle zone di confine i
punti più pericolosi, “in modo che facilmente un Capitano possa
colà chiamare man forte dal vicino”.
Accanto a questo criterio, in qualche modo ad esso artificiosa-
mente collegato per evitare di rendere troppo pesante l’attacco al po-
tere nobiliare, è posto poi quello della “vicinanza” dello stato che
serve in effetti ad attaccare la tradizionale suddivisione dello spazio
da parte dell’aristocrazia tramite i suoi possedimenti, ora definiti la-
tifondi e negativamente connotati. I latifondi – si afferma – vanno
divisi per evitare che il colono “che vorrà recarsi al Capoluogo”
debba percorrere “quelle vaste solitudini formate dall’unione di molti
feudi, lagrimevoli testimoni di una barbara mal intesa cupidigia”8:
feudo contro presenza dello stato, la contrapposizione è esplicita.
L’eliminazione del feudo come elemento di definizione ammi-
nistrativa del territorio, non esaurisce il problema dell’individuazione
dei confini delle nuove unità. Si ricorre allora ad un elemento appa-
rentemente semplice: i confini naturali. La giustificazione/legittima-

7
Divisione della Sicilia in 23 distretti, Palermo 1813.
8
Ibidem.

17
zione offerta dal dato naturale dovrebbe mettere al riparo dalle ine-
vitabili contese locali, o comunque privarle di validità politica, ri-
conducendosi appunto la questione alla conformazione geografica
dell’isola. Non a caso, insiste su questo tema, sottolineando che si è
ripartita l’isola in 23 distretti o Comarche, “quante naturalmente ne
presenta il suo continente”9.
Tuttavia neanche i confini naturali sono però in grado di risolvere
tutti i problemi. Nello stesso preambolo si deve infatti riconoscere
che “i fiumi in un coi monti non offrono un’uguale estensione nei
distretti”, aprendo così di nuovo la porta alle valutazioni politiche
in cui si inseriranno le proteste e le richieste locali. Basti un solo e
breve esempio, quello di Catania che insorge tramite i suoi rappre-
sentanti sentendosi defraudata dalla mancata aggregazione al suo
del distretto di Modica e per la sottrazione di Acireale alla compe-
tenza dei tribunali catanesi. Il marchese di San Giuliano si incarica,
tra gli altri, in quell’occasione di esprimere il malcontento della città
osservando che in tal modo essa è “ridotta ad una condizione quasi
eguale ad altri meschini borghi divenuti capoluoghi” e definisce
“contro tutte le regole della ragione e contro l’esperienza di tutti i
secoli e di tutti i luoghi” la suddivisione in 23 distretti10.
Alla fine del preambolo, in effetti, l’artificiosità della ripartizione
(cioè l’impossibilità di poggiarla esclusivamente su indiscutibili dati
naturali) viene riconosciuta: si sta tirando grosso modo una “linea”.
“È però da avvertirsi – conclude il preambolo – che questa linea
spesso tagliando in due e feudi e territori, il feudo o territorio così
diviso apparterrà per intero alla comarca in cui trovasene la maggior
parte”. Si ripresenta così il peso delle vecchie suddivisioni (feudi,
territori) che non possono essere del tutto ignorate.
Altrettanto se non più delicata l’individuazione del capoluogo di
ciascun distretto, per cui il legislatore dà per scontate “lagnanze e
clamori”. La cultura politico-amministrativa isolana, in una situa-
zione di policentrismo che acuisce le rivalità, si trova di fronte alla
necessità di aggiornare la sua visione della città per costruire e legit-
timare una nuova gerarchia politica urbana.
Il primo elemento preso in considerazione è allora la dimensione
della città (“popolazioni più cospicue”) cui segue il “favore dalle cir-
9
Ibidem.
10
Supplica del Marchese di San Giuliano al Vicario Francesco, s.d. (ma 1812) in
A.S. Palermo, Real Segreteria Incartamenti, b. 5424.

18
costanze locali”. Si individuano così alcuni centri che “non possono
non farsi capoluoghi” (tra cui, ovviamente le tre città più importanti,
Palermo, Messina, Catania), e si procede poi a selezionare i “paesi
verso i quali è stabilita e decisa l’affluenza delle Popolazioni e i rap-
porti commerciali come le Città Vescovili e i principali Caricatori”.
Il funzionalismo che costituisce la base della “moderna” definizione
della città (ruolo svolto nei confronti del territorio circostante) di-
viene così criterio per la scelta dei capoluoghi, nettamente contrap-
posto alla vecchia visione che fondava sulla tradizione il primato
urbano. È possibile, si sostiene, che “alcune Città” si lamenteranno
“perché… cadute dall’antica grandezza di cui godevano presso i
greci e presso i Romani non sono state considerate”. “Ma si rifletta
– si osserva – che non sono le vecchie pergamene, né le mal fondate
pretensioni o le vedute particolari che possono formare la felicità
della Sicilia”. La “tradizione” (le vecchie pergamene) è così rimossa,
ma nello stesso tempo si cerca di delegittimare qualsiasi protesta tra-
ducendola nei termini di “vedute particolari”, di municipalismo. Le
funzioni che il preambolo indica sono quindi l’“attrazione” nei con-
fronti della popolazione, espressione che rinvia ai servizi che un
centro è capace di offrire, e la ricchezza economica (i “rapporti com-
merciali”). Per individuarle si è però costretti a esemplificare tramite
istituzioni non propriamente “moderne”, il vescovado e i caricatori.
I riferimenti erano in qualche modo obbligati, soprattutto il primo:
ripudiando le vecchie suddivisioni giuridico-amministrative non le
si poteva più chiamare in causa per spiegare l’affluenza delle popo-
lazioni. Le sedi vescovili, permettendo l’inclusione di alcuni centri
minori, restano l’unico riferimento “amministrativo” plausibile. Plau-
sibile, ma non effettivo, perché i 9 vescovadi in cui era articolato lo
spazio ecclesiastico nell’isola, non potevano certo esaurire il quadro
dei capoluoghi, né costituire motivazione forte ed esclusiva per i
nove centri capodiocesi, tra cui figuravano le tre metropoli, Siracusa
e Girgenti. Dei restanti quattro centri, Mazzara, Patti e Cefalù, saranno
capodistretti, ma erano già capocomarche, mentre Monreale, troppo
a ridosso di Palermo, non potrà essere presa in considerazione.
Sarà vero semmai il contrario, e cioè sarà l’organizzazione terri-
toriale della chiesa ad adeguarsi, in qualche modo, a quella ammini-
strativa.Le nuove diocesi sorgeranno nel corso dell’ottocento in gran
parte nei centri sedi di intendenze (Caltanissetta, Trapani) o capo-
luoghi di distretto (Nicosia, Piazza, Caltagirone, Noto, Acireale) (cfr.
carte nn. 5 e 6).

19
5

6
Se sovrapponiamo le carte dei distretti e quella delle comarche
(carta n. 7) le novità appaiono alla fine consistenti: scomparsa la di-
stinzione/contrapposizione demaniale-feudale, la ripartizione non
si è limitata a ridurre il numero dei capoluoghi aggregando i territori
delle comarche soppresse: questo è vero solo per il distretto di Tra-
pani, che assorbe il territorio delle comarche di Monte San Giuliano
e Marsala. Se prima il territorio immediatamente ad est di queste era
ripartito tra Mazzara e Salemi, ora la geografia amministrativa ridi-
segna completamente l’area ripartendola tra la prima e Alcamo, cen-
tro emergente vicino alla costa: è la logica dei centri costieri cioè a
prevalere. Rispetto ad essa i capoluoghi che ora si vedono defene-
strati reagiscono invocando i loro antichi privilegi, contrapponendo
una rappresentazione dello spazio ancorata alla “tradizione”.Così i
giurati di Salemi riproponendo l’inattuale distinzione tra città dema-
niale e feudale osservano che “il già tenuto estraordinario Parla-
mento forse involontariamente recò due letali pregiudizi alle antiche
e grandi giurisdizioni delle medesima. Il primo… che fu castrato a
detta città il Mero e Misto imperio senza verun compenzo…; il se-
condo che invece di seguitare la suddetta Città ad essere Capo di
comarca come da tanti secoli è stata, e malgrado di aver comprato…
la Regia Segrezia… fu la medesima…, una delle più insigni e privi-
legiate colonne del Demanio, nella pretesa riforma posposta alla
terra baronale chiamata Alcamo”11. A volte il capocomarca deluso
tenta di adeguare il suo linguaggio ai nuovi criteri, così Castrogio-
vanni insiste sul fatto che “tutte le circostanze in lei concorrono (per
essere scelta quale capo distretto). È posta in centro dell’isola, in
luogo elevato e d’un clima salubre… ha una corona di vicinissime
terre e città” che dispongono “per loro commodo” di “una strada
rotabile dall’alto al basso dall’una all’altra estremità della Città”12. Ma
nell’esporre le ragioni contrarie al centro rivale si appellano alla storia
che mostra Piazza “rubbelle… giammai… riputata degna di reg-
gere”, laddove Castrogiovanni “dai tempi di Cerere Legislatrice sino
ai nostri giorni è stata reputata degna di governare”.
Tuttavia il richiamo alla corona dei comuni che le stanno intorno
(elencati nella supplica), mostra ormai il definitivo affermarsi non
solo della nuova concezione della città, ma dell’articolazione dello

11
Supplica dei Giurati di Salemi a S.R.M., s.d. (ma 1812), ivi.
12
Memoriale dell’Università di Castrogiovanni, s.d. (ma 1812), ivi, b. 5423.

21
7
spazio a partire da esse in termini di reticoli urbani. La città è centro
di un reticolo, anche per i luoghi che da questa nuova logica sono
penalizzati. È alla rete di comuni che ad essa fanno riferimento che
fa appello Vizzini per contrastare la scelta di Caltagirone, mobili-
tandoli direttamente: così Francofonte, Licodia, Palazzolo scrivono
che il capoluogo per loro più adeguato è Vizzini, più vicina, più fun-
zionale per “la più spedita amministrazione”13.
Ed è tra i comuni dell’interno che si registrano le più consistenti
variazioni: la comarca di Castronovo scompare inglobata in parte da
quella di Termini, e in parte nel nuovo distretto di Bivona, cui si ri-
taglia uno sbocco al mare a spese dei distretti di Sciacca e Girgenti.
Scompaiono dall’elenco dei capoluoghi gran parte delle antiche città
fortezze dell’interno, emergono nel sud dell’isola centri prima non
presenti nell’elenco, quali Terranova e Modica: la fine della feudalità
consente di riconoscere loro, anche a livello amministrativo, il ruolo
che da tempo, soprattutto Modica, si erano conquistate nella rete ur-
bana isolana. Leggere però in termini di esclusiva razionalizzazione
la carta dei distretti sarebbe errato: “equilibri politici” spesso sono
presenti nel delineare i territori, come si è visto ammesso esplicita-
mente per il caso del distretto di Caltagirone. La carta che sovrappone
distretti e comarche non si limita a fotografare la situazione, ma aiuta
a individuare ipotesi e porre problemi, possibili percorsi di ricerca,
diventando in tal modo strumento di ricerca. Tra gli interrogativi che
sembrano emergere, ai quali nella carta non è possibile trovare rispo-
sta, è la scelta tra Licata, più popolosa, e Terranova, tra Castrogio-
vanni e Piazza, che hanno una popolazione equivalente.
La carta dei circondari (carta n. 8), che la riforma giudiziaria in-
troduce nel 1819, consentendo di cambiare ancora scala può costi-
tuire allora una base per delineare meglio il complesso reticolo
dell’urbanesimo urbano, ponendo i capoluoghi di distretto quali
“luoghi centrali” (la definizione è dell’epoca, nonostante l’ugua-
glianza con una celebre teoria moderna dell’organizzazione territo-
riale) di reti che proprio per la loro molteplicità e consistenza (ogni
circondario racchiude almeno 10 mila abitanti) sono destinate spesso
a competere: il territorio allora presenta “regioni” che emergono a

13
Memoriale del Comune di Francofonte, s.d.; Memoriale del Comune di Licodia al
Re, Licodia 1 settembre 1812; Supplica del Comune di Palazzolo al Re, Palazzolo,
13 agosto 1812; ivi.

23
8
discapito di altre (ad esempio il versante ionico-etneo che gravita su
Riposto a discapito di Acireale, Modica e il ragusano a discapito
dell’area netina etc.). La struttura reticolare delinea un meccanismo
in tensione più che in equilibrio.

25