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Domenico Caruso

Uomini illustri
di
Calabria

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E’ vietato ogni tipo di adattamento o di riproduzione
senza il consenso dell’autore che, comunque, dovrà
essere sempre citato qualora si riprenda un brano del
libro.
I personaggi sono stati pubblicati sulle riviste “La
Piana” di Palmi (R.C.), “Calabria Letteraria” (Editore
Rubbettino), “Storicittà” di Lamezia Terme ed altre.

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Francesco Sofia Alessio

L’uso frequente logora anche le parole e i pensieri più


belli che diventano stereotipati, ma è tuttora valida la
massima evangelica Nemo propheta in patria, riferita a
Francesco Sofia Alessio di Taurianova (18/9/1873 -
14/4/1943).
I miei servizi sull’illustre poeta e umanista hanno
sempre dovuto scontrarsi con l’indifferenza di tanti
concittadini, ignoranti dell’opera di Alessio.
Soltanto i furbi e i mediocri sono sempre in mostra ed
hanno successo!
Alessio, come ha affermato nel 1924 Padre Giovanni
Semeria, «fa il maestro elementare ed è nato poeta
latino. Il mondo va così da noi. In un paese dove molti
professori di latino non sanno scrivere né un periodo né
un verso nella lingua di Cicerone e di Virgilio, era
giusto che uno scrittore inesauribile di bei versi latini
rimanesse confinato nei banchi di una scuola

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elementare. Nel paese della camorra F. Sofia Alessio
non ha appartenuto e non appartiene a nessuna cricca né
vecchia né nuova». Pertanto, è rimasto uno
sconosciuto! Dalle colonne de Il Tempo di Roma di
sabato 29 settembre 1973, lo scrittore don Domenico
Condoleo da Cessaniti (VV), che con Alessio intraprese
una lunga corrispondenza epistolare, denunciava la
mancata celebrazione del centenario di nascita del
poeta: «Altrove certe ricorrenze non vengono
trascurate: in Calabria non si ricordano le benemerenze
e le tre medaglie d’oro conseguite da uno dei suoi
migliori figli e che tanto onore ha saputo riportare
dall’Olanda in Italia coi suoi nutriti carmi in latino… Il
dovere di ricordare pubblicamente, e per sempre, una
figura tra le più illustri calabresi non era della sola città
natale, ma della regione Calabria, la quale, a tempo
opportuno, avrebbe dovuto additare un sì grande figlio
soprattutto ai giovani e richiamarlo alla memoria dei
contemporanei, i quali negli anni decorsi avevano
esultato nel sentirlo redimito di gloria immarcescibile
nella classica gara internazionale Hoeufftiana di
Amsterdam (Olanda) con ben tre medaglie d’oro, oltre
ad infinite benemerenze e segnalazioni internazionali,
persino in Cina… I non calabresi conoscono ed
apprezzano maggiormente il Vitrioli come il Sofia
Alessio: in Toscana abbiamo ricevuto dal prof. Enrico
Bianchi dell’Università Fiorentina lo stimolo a meglio
conoscere il nostro Sofia Alessio e presso la Biblioteca
Nazionale abbiamo potuto consultare le opere
nell’edizione olandese, mentre successivamente dallo
stesso poeta-autore abbiamo avuto in omaggio la

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raccolta di Musa Latina, edita da Elpis - Napoli 1929 -
ma altre sue pubblicazioni successive restano ignorate,
o quasi, dalla maggior parte di uomini che si dicono di
cultura». Anche se il Comune di Taurianova ha
provveduto, in seguito, a pubblicare l’opera di Alessio,
per la maggior parte di cittadini il poeta rimane uno
sconosciuto!
Dai preziosi scritti di Condoleo faccio rilevare la
particolare fisionomia dell’uomo che, senza aver
ricevuto alcuna preparazione accademica e senza aver
fatto parte di alcun cenacolo letterario, con duri sacrifici
riuscì ad apprendere il latino e a formarsi una solida
cultura umanistica. In un autografo Alessio ricorda:
«Rimasto orfano a quattro anni, fui educato da mia
madre Alessio Rosina e poi affidato per l’insegnamento
secondario alle cure del dotto Sacerdote Domenico
Barillari, valente oratore, versato in tutte le discipline:
nel latino, nel greco, ecc. Molte cose imparai quando
egli dettava a me le sue prediche. Ma si può dire che io
sono stato un autodidatta; mi procurai con i pochi
risparmi una piccola biblioteca, imparando a memoria i
migliori passi dei classici italiani e degli autori latini e
greci tradotti. Così mi procacciai un buon patrimonio di
lingua. A sedici anni incominciai lo studio del latino ed
essendo maturo il mio giudizio, tradussi gli autori
classici elegantemente in prosa e poesia. Mi esercitai
quindi lungamente nella composizione italiana e nella
poesia latina».
Per quanto riguarda gli ultimi lavori, precisa l’autore
all’amico Condoleo: «Attendo ora ad un Poema Italico,
in lingua italiana, in cui canto le glorie dell’Italia antica,

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medioevale e moderna...»; così nel marzo del 1937,
mentre nella sua lettera del 3 giugno dello stesso anno:
«Ho già iniziato il Poema Italico; è una trilogia. Manca
però per completare la prima parte e siamo nell’Anno
Augusteo (si riferiva al primo annuale dell’Impero dopo
la vittoria in Eritrea), e, potrebbe, entro il 1937 essere
pubblicata. Manca l’Editore. Ella potrebbe parlare con
una casa editrice di Firenze ed esporre i miei meriti non
convenientemente ancora conosciuti ed apprezzati». Il
pio poeta era conscio dei meriti acquisiti e non parlava
per superbia, ma si dimostrò modesto in ogni
circostanza. Sempre nella lettera del ’37, l’Alessio
continua le sue dichiarazioni scrivendo: «Ha ben
rilevato (riferendosi all’articolo de Il Nuovo Giornale)
che l’opera mia potrebbe stare accanto a quella del
Pascoli: la Regina Margherita, che ha studiato il latino
con Marco Minghetti della Scuola Bolognese, ha intuito
subito il mio merito, quando io Le feci l’esposizione
dell’argomento. (Il poeta si riferisce al carme
Sepulcrum Joannis Pascoli). Tre volte ho vinto la
medaglia d’oro e tre volte, il 4 marzo alle 5, ho fatto il
sogno della vittoria». E non è tutto. «Ora io ho tante
belle poesie italiane: canzoni, sonetti, versi sciolti e
vorrei pubblicarle», confida l’autore a Condoleo.
«Potrei mandargliene alcune, pubblicate già in diverse
riviste». «Io ho qualche pregio», prosegue l’Alessio,
«che non aveva il Pascoli. Io sono cattolico fervente
con la fede di Dante, amantissimo delle lettere. Ho
studiato con grande passione nella mia giovinezza, e...
io orfano proletario, umile maestro elementare,
autodidatta, continuo con fede e fervore l’opera mia:

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debbo completarla. Spero che Dio mi dia salute e regni
nell’Europa e nella nostra Italia quella pace necessaria
per lo sviluppo delle belle arti».
Il 2 ottobre 1937 scrive ancora: «Stimatissimo, ho
ricevuto la sua e quanto prima scriverò all’Editore
Vallecchi e gli proporrò la pubblicazione delle poesie
italiane: esse sono già riordinate, vi sono circa 20
sonetti; vi sono i Canti dell’Amore, della Famiglia,
della Natura, epigrammi di Nosside tradotti dal greco; i
canti della Fede, della Patria, l’ultimo è quello
dell’Impero. Il volume sarà intitolato Amore e Fede».
Alessio, dunque, ha lasciato molto materiale inedito e
sarebbe auspicabile che venisse rintracciato e diffuso.
Non dimentichiamo che è un poeta italiano ed europeo,
un cuore ardente che sprizza amore per la Patria e per la
Fede, un genio universale.
«La lampada dell’Umanesimo passa da Giovanni
Pascoli nelle mani di Sofia Alessio», ha affermato il
senatore prof. Luigi Rava. E il Fraccaroli: «Il
Sepulcrum Joannis Pascoli è la poesia moderna più
lirica, secondo il grande significato pindarico».
Affascinato dai suoi modi e dal suo dire, che danno ai
suoi versi un tono sublime, Padre Semeria ha appellato
Sofia Alessio «Il poeta francescano vivente». «E’ un
rapsodo, un aedo», ha scritto. «Canta e prega, perché il
suo canto è preghiera, l’espressione della sua fede... Nel
mondo della Fede egli ha sentito muoversi più libero il
suo volo di poeta. Francesco Acri fu un greco rinato fra
noi, Francesco Alessio è un latino. Acri pensava con la
testa di Platone. Sofia canta con la cetra di Orazio e di
Virgilio».

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Corrado Alvaro

«A cent'anni dalla nascita», ha affermato nel 1995


Padre Stefano De Fiores nel commemorare il suo
illustre concittadino, «Corrado Alvaro resta uno
scrittore sotto molti aspetti impenetrabile e da troppi
ancora sconosciuto. Rimane misterioso ed enigmatico
anche quando vuole comunicare per mezzo dei libri.
Mentre intende uscire dalla naturale scontrosità per
rivelarsi, proprio allora si cela nel suo mondo interiore
e nel travaglio angoscioso della sua coscienza».
«La vita, quando è stata dura e faticosa e sofferta, ci è
doppiamente cara;» - si legge nel diario di Alvaro - «è
una somma di esperienza che ci illudiamo di poter
trasmettere. Così ho sempre cercato di evitare la
prigione o di farmi uccidere, le occasioni più facili, mi
pare, che il nostro tempo offra agli uomini di cultura.
Ho cercato anche di non andare in esilio. Non posso
vivere lontano dal mio paese, e d'altra parte so che uno
scrittore esule va quasi sempre perduto. E ho cercato di
non avere onori ufficiali, di restare un irregolare, non
classificato, non tesserato». (Da: Quasi una vita -
Bompiani - 1950). La complessità dello scrittore
scoraggia persino gli esperti. E' lo stesso che precisa di
vivere come una doppia vita, quella normale della

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ferialità quotidiana e quella letteraria del racconto, che
inventa «sulla trama dell'esperienza e della memoria
una seconda vita che non conosce età». (Da: Ultimo
diario - Bompiani - 1959).
Nella poesia Il viaggio (1941) si può cogliere
l’immobilità del suo mondo, che presenta come
scenario il succedersi dei personaggi familiari:
Sono tornato al mio paese
e ho ritrovato tutto come prima.
Soltanto non c’era mio padre
né quelli del mondo di prima.

Ma c’erano altri che somigliavano:


i figli ai padri, io al padre mio,
sembrava che nulla fosse mutato,
tutto era giovane e pure finito.

Tutto era giovane, ma anche


velato dall’età che trascorre,
tutto era fisso, ma bianco
e sorridente nella morte.

Dalle sue opere si comprendono i misteri di San Luca,


suo luogo natale, come egli racconta: «Avevo passato
dieci anni in quel mucchio di case presso il fiume, sulla
balza aspra circondata di colli dolcissimi digradanti
verso il mare, i primi dieci anni della mia vita, e pure
essi furono i miei più vasti e lunghi e popolati. Il paese
era gramo e povero in confronto alla ricchezza del
mondo, e a me pareva il più ricco e il più vario». (Da: Il
viaggio - Falzea - 1999).

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E Mons. Giancarlo Bregantini, durante la sua visita
pastorale a San Luca, ha asserito ricordando Alvaro «il
figlio più illustre di questo borgo sofferto e tribolato,
ma vivacissimo e tenace:
Vi nasce nel 1895 (15 aprile) e vi resterà fino a
vent'anni. Poi gli studi e la sua attività di giornalista e di
scrittore lo porteranno per mezza Europa,
corrispondente di testate famose e critico letterario
acuto. Un uomo che molto ha pensato, molto ha
sofferto, molto ha scritto. Morirà a Roma nel 1956 (11
giugno), con una produzione letteraria notevole».
Ed ancora: «Con Alvaro, vi presento alcuni colori del
cuore di Calabria, che lui ha tratto dalla passione della
gente di San Luca, da quel balcone di casa che ha
accompagnato i suoi sogni di adolescente, dalle viuzze
del paese, dall'immensità di Polsi.
La madre, la donna. Ha avuto un peso immenso su di
lui. Come su ogni ragazzo di Calabria… Nel cuore
della madre, Corrado ha percepito il segreto del mondo
e ha trasformato in simbolismo universale ogni
frammento del cosmo…
La famiglia: ha un solo itinerario di salvezza: aprirsi
alla comunità. Da sola, chiude e paralizza. Schiaccia i
sogni dei figli, nell'attimo stesso che li vuol custodire…
La scuola è il futuro, come ha ben potuto scoprire
Corrado, per la tenacia invincibile del suo papà,
maestro elementare illuminato e preveggente. Ma
fatica, è astratta, parla un linguaggio lontano. Spesso
non è rispettata, talvolta è vandalizzata. Va modellata
sulla statura dei ragazzi del paese, come un abile sarto
che sa tagliare su misura i suoi abiti.

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La chiesa: è il luogo più tipico in cui è possibile
sperimentare già fin d'ora la Comunità».
Le considerazioni del Vescovo interpretano e
riassumono sapientemente il travaglio dell'uomo che ha
rinnovato il nostro Novecento letterario.
Lo scrittore stesso riconosce che il «cammino della sua
infanzia… era stato un viaggio attraverso la madre».
«La donna è il personaggio più importante e più
autentico per la Calabria. E' anche il lusso d'una natura
scabra, immiserita dagli uomini». (Da: Ultimo diario).
Nei saggi sulla Regione si mette in rilievo la struttura
familiare della nostra Terra: «La famiglia è la sua spinta
vitale, il campo del suo genio, il suo dramma e la sua
poesia». (Da: Itinerario italiano).
La fede in Dio, infine, è accertata dalle testimonianze
dei suoi diari: «Il sentimento della vendetta contro cui
ho lottato in questi mesi verso chi mi ha ingannato…
Attraverso questo ho meditato sul bene e sul male, e su
Dio». Ed ancora: «Sono andato in chiesa a ringraziare
Dio di avermi aiutato». (Da: Quasi una vita).
Sarebbe lungo elencare la produzione di Alvaro.
Dal romanzo L'uomo nel labirinto (1926) - che
evidenzia la crisi della borghesia all'indomani della
prima guerra mondiale, al capolavoro Gente in
Aspromonte (1930) - che ha dato alla cultura calabrese
una voce possente; dal racconto avventuroso, colorato
da luminosi squarci lirici L'uomo è forte (1938), che si
conclude con la speranza, a L'età breve (1946) - che
con Mastrangelina e Tutto è accaduto (opere postume)
costituisce la trilogia delle "memorie del mondo
sommerso", lo scrittore - mettendo a frutto la sua

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cultura europea - dalla nostra Terra allarga la sua
indagine al mondo intero.
Nell'opera postuma Belmoro (1957) si avverte come un
senso di profezia per le allucinanti novità del nostro
tempo. Il romanzo «riveste un'importanza decisiva» -
come ha rilevato Stefano De Fiores a Taurianova nella
sua conferenza dell'aprile 2001 - «in quanto costituisce
la verifica critica della civiltà industriale portata alle
ultime conseguenze… Annullati i vecchi canti, i
proverbi, le norme di vita, tutto quello che era
patrimonio degli analfabeti, domina nella città futura
un tipo di umanità (meglio, di disumanità) in cui
all'amore è sostituito il sesso, alla verità i corsi di
simulazione e menzogna, alla creatività la regolarità
ineccepibile. Si potrà avere un cuore di cellophane, le
donne saranno fecondate artificialmente, nasceranno gli
omoteri senz'anima, cioè ibridi di uomini e animali.
Sarà estirpato ogni sentimento». I numerosi saggi e i
diari rispecchiano l'impegno morale di Alvaro e la
nostra civiltà mediterranea. Basta ricordare: Calabria
(1931), Viaggio in Turchia (1932), Itinerario italiano
(1933), I maestri del diluvio (1938), Quasi una vita
(1950), Il nostro tempo e la speranza (1953), Ultimo
diario (1961 - postumo). «Non deve sembrare un
azzardo critico», ha dimostrato Walter Mauro,
«sostenere che il meglio di Alvaro è da reperirsi nei
racconti e nei diari, struggenti questi ultimi per
quell'ansia insopprimibile di partecipazione e di dolore
civile che questo scrittore visse e consumò sulla propria
pelle, senza mai indugiare a quella stanca retorica del
dolore meridionale sul quale tanti letterati hanno a

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lungo speculato, meritandosi da Carlo Bo l'appellativo -
che è tutt'altro che un complimento - di letteratura da
stato d'assedio». (Da Il Giorno dell'11 Agosto 1994).
«Letteratura e umanità non vanno mai disgiunte nella
sua opera, non vivono separate fra loro;» - ha scritto E.
Maizza - «esse entrano invece nel contesto, nella
descrizione, come un miraggio lontano, eppure sempre
presente, nel quale il tempo perde le sue relazioni
fisiche, e non è più né passato né presente né futuro, ma
è contemporaneo a tutti questi tre momenti. Ognuno di
noi - dice Alvaro - si porta dietro il suo passato; e forse
ogni momento della nostra vita è un riepilogo di quel
passato». Concludo con il documento di viaggio che
appare sempre come una mirabile evocazione della
nostra Terra, la quale se venisse ben conosciuta
riacquisterebbe l’antico splendore: «La primavera è
allo stesso modo sospesa sulla Calabria intera, nella
stagione che dura sessanta o settanta giorni… L’aria è
un profumo fluido che si respira come un’atmosfera
sensibile. Per questi due mesi l’anno, la terra più severa
e più scabra che sia in Italia sorride. E’ il tempo che
bisogna visitarla, varia, orientale e boreale,
mediterranea e interna. L’aria è trasparente e sonora,
trasmette a distanze enormi i rumori e i suoni;… perciò
tutto è popolato, sotto il cielo di cristallo che prolunga
la sera indefinitamente in una chiarità di altri mondi
lontani nel firmamento, di suoni e di voci, di scampanii
di pecore, di richiami e di canti, ed è tutto un esclamare
vago e diffuso, in un’eterna felicità di voci umane».
(Da: Itinerario italiano).
Tutto questo ed altro è la Calabria!

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Ugo Arcuri

Il professore e scrittore Ugo Arcuri nacque a Rizzìconi


(R.C.) il 19 aprile 1915 da Eduardo e da Amalia
Moricca. Dal genitore, antifascista, ereditò il carattere
libertario nonviolento ed il profondo senso di
solidarietà umana.
Non condivise, però, la professione di medico, come si
evince da “la carriera del fesso”, che prende spunto dal
“senario scontento del poeta dottor Fusinato”:

Io ricordo: dottore anche lui,


era andato mio padre in condotta,
in quell’arte sì misera e rotta
da avvilirlo ogni giorno di più.

Pertanto, come sostiene la satira:

Mi decisi: giammai nella vita


avrei fatto il mestiere paterno:
guadagnarsi magari l’inferno
ma non certo scontarlo quaggiù.

Fu così che con sommo diletto


intrapresi la via letteraria

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che sembravami libera e varia
e di gioia più ricca e virtù.

Ancor prima della laurea, infatti, iniziò la sua


esperienza di docente in una borgata di Palmi e dal
1934 al 1936 diffuse gli scritti giovanili comprendenti
quattro sillogi di “poesie”: Sotto la maschera, Foglie
d’autunno, Schizzi e ghiribizzi e Il canto del sacrificio. I
suoi interessi si concentrarono, quindi, sulla scuola e
sui problemi del Sud pubblicando diversi libri e
numerosi servizi su prestigiose riviste locali e nazionali.
Ha collaborato a: La Luce, Il Marc’Aurelio, Il Travaso,
Historica, Il Mulino, Il Merlo Giallo e ad altri periodici.
La semplicità e l’originalità del suo discorso,
l’immediatezza e l’anticonformismo della sua satira
hanno conquistato l’uomo della strada che ha scoperto
in Arcuri un amico e un difensore. Tutta la classe
politica è stata bersaglio del suo sarcasmo:
Riforme: devi crederli in parola.
Segni architetta la riforma agraria
e Corbellini quella ferroviaria;
Gonella s’accontenta della scuola.

Che democristi! Ma sarà poi vero


che da buoni cattolici ortodossi
ragionin quasi tutti con L’…utero?

Fra gli “studi e ricerche”, ricordiamo: Quattro uomini e


molti libri (1947); Introduzione allo studio della
filosofia e della pedagogia (1950); Intorno ad alcuni
problemi della pedagogia della scuola e

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dell’insegnamento primario (1960); Diomede Marvasi
e la sua requisitoria contro l’ammiraglio Persano
(1966); Così parlando onesto (1974) e Aldo Capitini
(1974).

Negli anni difficili del dopoguerra, essendo sorta a


Cittanova una sezione staccata del Liceo Ginnasio “T.
Campanella” di Reggio Calabria, s’impegnò per il
proficuo processo formativo della personalità giovanile
e nell’amata città della Piana fece ritorno dopo le
diverse peregrinazioni conseguenti ai concorsi vinti.
Oratore raffinato, le sue lezioni di storia e di filosofia
costituivano un sano nutrimento per la mente e un vero
godimento per lo spirito. A favore della scuola Arcuri
ha profuso le sue doti di cuore e d’intelletto, come
testimoniano coloro che hanno avuto la fortuna di
conoscerlo. Il sincero rispetto per la dignità dell’uomo e
per i valori della cultura lo rendevano grande maestro e
guida esemplare per tutti. Aperto alle problematiche
didattiche e pedagogiche più avanzate, ha saputo
cogliere l’essenziale dal mondo antico per innestarlo
alle esigenze del nostro tempo. Convinto che il
problema del Mezzogiorno va affrontato nell’ottica del
lavoro, dello sviluppo e della moralizzazione della vita
pubblica, s’impegnò sempre all’effettiva educazione
delle coscienze. Del socialismo fece sua l’esigenza
della giustizia sociale e la pienezza spirituale della
persona: «Il potere è di tutti e insieme è al servizio di
tutti. Questa è la sola via per conquistare una libertà che
non sia solo illusoria e fittizia». (Da: Aldo Capitini).
Domenico Di Moro, che per diversi anni fu

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collaboratore vicario del preside Arcuri, dopo aver
enumerato i meriti del filosofo - storico - maestro e
politico «ma di vecchio stampo, quando la politica non
aveva ancora inquinato le istituzioni», afferma d’aver
molto imparato da lui: «la prudenza nell’affrontare i
problemi del quotidiano vivere, la mediazione nelle
controversie, l’equilibrio e, soprattutto, l’amore per il
lavoro assiduo e onesto».
Ed il prof. Giuseppe Luccicano, che gli succedette
nella cattedra di storia e filosofia presso il Liceo
Classico di Cittanova, attesta: «Era, il preside Arcuri,
un educatore di stampo socratico-platonico che
privilegiava come metodo, nei rapporti interpersonali, a
scuola come nella vita, il dialogo, donde la sua
particolare attenzione alla filosofia di Guido Calogero.
Il dialogo era per lui lo strumento tipicamente umano
(gli uomini ragionano e dialogano, le bestie sibilano,
diceva agli studenti in sciopero che rifiutavano di
discutere, in occasione di qualche manifestazione
tumultuosa nel periodo più caldo della contestazione
sessantottesca), era il conversare, il domandare e il
rispondere tra persone associate dal comune interesse
per la verità».
Ma, sosteneva Terenzio: “Verǐtas odium parit”.
Nel dicembre 1955 Arcuri pagò ben cara la sua
polemica a difesa dei professori.
Il senatore Tomé, in quei giorni di rivendicazioni
economiche della categoria, aveva rivolto al Governo
un’interrogazione affinché, unitamente a quello dello
stipendio, fosse imposto un aumento di ore
d’insegnamento ai docenti. La lettera di protesta, che

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Arcuri inviò al parlamentare, gli procurò una denuncia
all’autorità giudiziaria. Il processo che ne seguì fu
perso, ma per la scuola costituì una delle prime
mobilitazioni sindacali. Un comitato di docenti,
mediante una sottoscrizione, raccolse il danaro per le
spese della causa sostenuta dal professore e con la
somma residuata furono istituite delle borse di studio a
favore degli alunni più bisognosi e meritevoli
dell’Avviamento Agrario di Cittanova.
Le vicissitudini e lo stress, purtroppo, causarono ad
Arcuri un infarto che lo costrinse a trasferirsi a Reggio
Calabria. Rientrato dopo un lustro al vecchio Liceo di
Cittanova, ormai divenuto autonomo, il preside
trascorse un periodo felice e denso di rapporti umani
grazie principalmente all’amicizia di Guido Calogero e
Aldo Capitini. Ma il 29 maggio 1979 aveva appena
completato la biografia di quest’ultimo, guida del
Movimento per la Pace, e il “campionario di articoli,
spunti e memorie: Così parlando onesto”, allorquando
improvvisa e inesorabile è sopraggiunta la morte.
L’opera estrema, una sorta di presago testamento
intellettuale, prima che ai cari nipotini - ha premesso
Arcuri, è dedicata «a quei giovani (o non più giovani)
incontrati ed amati nella mia lunga milizia scolastica. A
loro, infatti, devo la consolazione di un sempre
rinnovato lavacro di gioventù che mi ha consentito di
credere in una più giusta e più buona umanità». Ma non
finisce qui! «Questo romanzo continua», ha assicurato
il professore. «E’ uno di quei romanzi che continuano.
Sempre. Prima e dopo di questa puntata. Per il riassunto
delle puntate precedenti bisogna andare direttamente

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alle fonti: atto di nascita presso il Comune di Rizziconi,
attestato di prima comunione, verbale di espulsione
dalla scuola in quinta ginnasiale per gita in barca non
autorizzata. Questo e ben altro, amici, ben altro.
Purtroppo. Per le puntate seguenti chi può saperne
nulla? Bisognerà armarsi di pazienza e scorrere ogni
giorno il quotidiano locale fino a quando tra i necrologi
non compariranno sette righe dedicate a me e qua a là
non saranno affissi i rituali manifesti listati a nero col
mio nome. Per conto mio non ho fretta. Questo è un
romanzo che continua». Ancora a 64 anni, però, il
tempo l’ha tradito ed ora spetta a noi far proseguire
quel romanzo per un’imperitura memoria.

Bibliografia essenziale:
• Ugo Arcuri, Così parlando onesto, Tip. Meridionale, Cassano
delle Murge - BA, 1974;
• Ugo Arcuri (a cura), Diomede Marvasi e la sua requisitoria
contro l’Ammiraglio Persano, Ed. Scilla - RC, 1966;
• AA.VV., Testimonianze storico pedagogiche in ricordo di Ugo
Arcuri, Accademia Libera “Novi Albori”, Cittanova - RC, 1989;
• Rocco Lentini, Fascismo, Borghesia Agraria e lotte popolari in
Calabria: Rizziconi 1918- 1946, Jason Ed. - Reggio Cal., 1992.

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Antonino Basile

Sento il dovere di tributare la mia riconoscenza al


professore Antonino Basile per avermi esortato ad
intraprendere lo studio del nostro ambiente, dopo la
pubblicazione dei Proverbi di S. Martino (aprile 1959)
sulla rivista Folklore della Calabria di Palmi da lui
diretta.
Numerosi scrittori hanno plagiato il mio lavoro, ma
non me ne dispiace. Altri, come il Rohlfs e il Cucinotta
(rispettivamente con il Nuovo Dizionario Dialettale
della Calabria e Proverbi calabresi commentati)
l'hanno opportunamente valorizzato.
Avendo seguito le orme di Basile, uomo aperto e
sensibile ai problemi sociali e culturali, oggi anch’io
posso esprimere con Dante il ringraziamento rivolto a
Virgilio:
Tu se' lo mio maestro e il mio autore;
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.
(Inf. I, 85-87)
Fino alla morte, avvenuta nella cittadina natale il 9
febbraio 1973 - all'età di 64 anni, fui vicino all'illustre

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storico che al movimento contadino dedicò gran parte
della sua vita modesta e solitaria.
Era nato a Palmi il 12 aprile 1908 da Giacomo e da
Concettina La Capria, allorquando il tragico sisma del
28 dicembre lo colse in fasce condizionando la sua
infanzia, come pure durante il travagliato periodo della
ricostruzione si delineò la sua scelta politica.
«Il socialismo di Basile ebbe peraltro un carattere
eminentemente etico. Il suo popolo non si definiva in
senso classista e la società da lui vagheggiata era più
organica che conflittuale», ha sostenuto nella sua
premessa Gaetano Cingari. «La realtà che egli
indagava, e quella in cui viveva, gli proponevano forme
diverse e opposte dal modello concepito già negli anni
giovanili. Da qui il suo tormento interiore e il suo
solitario e fecondo itinerario intellettuale». (Da: Baroni,
contadini e Borboni in Sila di A. Basile - Gangemi ed. -
1989).
Dopo gli studi secondari del suo paese, Basile conseguì
nell'anno scolastico 1925/26 presso l'Istituto "Gulli" di
Reggio Calabria l'abilitazione magistrale.
Successivamente, avendo superato il relativo concorso,
iniziò l'insegnamento elementare. Nel 1926 intraprese
pure gli studi di filosofia e pedagogia al Magistero di
Messina, dove si diplomò con punti 60/60 e la lode
accademica discutendo la tesi: Il pensiero religioso di
Giuseppe Mazzini. Dal 1937 al 1942 si trasferì a
Messina per insegnare lettere negli Istituti Magistrali,
prima di passare a Reggio fino al 1950.
Nel 1949, sempre nella città dello Stretto, si laureò in
materie letterarie e per un anno insegnò a Napoli.

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La perdita del genitore lo richiamò a Palmi e, fino al
1961, fu preside incaricato presso il locale Istituto
Agrario Statale con l'insegnamento delle sue discipline.
Superato il concorso come preside di ruolo, per due
anni diresse l'Istituto Magistrale De Nobili di Catanzaro
e dal 1963 al 1972 quello della sua amata città.
E' merito dell'appassionato studioso aver fondato la
Società calabrese di etnografia e folklore, nonché nel
1955 - unitamente a De Rosa - il Museo di etnografia e
folklore intestato a Raffaele Corso.
L'istituzione, fra le più ricche e attrezzate del
Mezzogiorno - con oggetti e reperti della sapienza
popolare, sorge presso la Casa della Cultura di Palmi
ed è meta di turisti e studiosi.
Pure la rivista Folklore della Calabria - nata nel 1956
e condotta con grandi sacrifici personali fino al 1963 -
ha contribuito a diffondere le nostre tradizioni, un bene
inestimabile di cui dobbiamo essere orgogliosi se non
vogliamo perdere la nostra identità.
Possiamo essenzialmente suddividere l'opera del prof.
Basile in due sezioni: la storia e il folklore. Dal primo
filone rileviamo l'evolversi del Monachesimo in
Calabria, i moti contadini dal 1848 al 1870 e le lotte per
il possesso delle terre: un quadro drammatico della
questione silana che spiega la strutturale contraddizione
meridionale.
Nel folklore constatiamo l'ampio spazio dedicato ai riti
popolari legati ai vari momenti della vita, all'agiografia,
alle credenze e alle superstizioni. Il servizio con il quale
Basile esordisce nella rivista da lui fondata riguarda -
appunto - le apparizioni prodigiose e le istituzioni dei

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santuari nelle nostre tradizioni.
Qui il racconto della Madonna di Polsi coinvolge
emotivamente il lettore:

Miraculu di Ddeu ch'ija matina


ca lu massaru lu jencu circava
vaci e lu trova ad Aspromunti 'n cima
ch'an dinocchiuni la cruci adurava.

Dalla straordinaria sensibilità con cui il professore


interpreta il sacro, affermo che oltre a fare scoprire la
propria eccezionale dimensione filosofico-religiosa,
egli crede fermamente alle cose belle che provengono
dalla verità.
Gli argomenti che seguono nella rassegna, come
l'animismo, i Vangeli Apocrifi, i canti popolari, i detti e
proverbi costituiscono un materiale prezioso che ogni
calabrese dovrebbe conoscere.
A motivo dei suoi alti meriti culturali, nel 1957 il
professore fu nominato dal Presidente della Repubblica
socio effettivo della Deputazione di storia patria per la
Calabria e Lucania; nello stesso anno fu pure premiato
con la medaglia di bronzo quale benemerito della
scuola - della cultura e dell'arte.
Non va sottovalutato, infatti, lo studio di Basile per i
beni culturali della nostra Regione. Ricordo, a
proposito, una sua venuta a S. Martino di Taurianova
per l'attenta osservazione della pregevole statua della
Vergine col Bambino in braccio, realizzata a tutto tondo
in marmo bianco di Carrara e che si trova nella Chiesa
parrocchiale. Anche se non ho mai condiviso lo stile da

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lui assegnato a Giovanbattista Mazzolo, in quanto
perfino dai riquadri dello scannello si nota l'analogia
con l'immagine di Antonello Gagini del Museo
Nazionale di Messina e con quella della Chiesa di S.
Marco di Seminara, ne apprezzai l'interesse.
Ben documentato - invece - si rivela il giudizio nei
confronti della Madonna del Popolo, che si può
ammirare nel Duomo normanno di Tropea, opera della
bottega di Montorsoli - il frate fiorentino allievo di
Michelangelo. Il Capitolo della graziosa cittadina
tirrenica, probabilmente, nell'ordinare la statua si era
ispirato al modello della Madonna del Gagini esistente
nella Chiesa arcipretale di S. Leoluca di Vibo Valentia
e - prima della scoperta di Basile - si riteneva che anche
la scultura di Tropea appartenesse alla famosa scuola
siciliana.
Non è facile trarre una conclusione sulla poliedrica
personalità dell'uomo e dello scrittore, che ha osato
risalire agli autori classici nel riportare le nostre
tradizioni e ha fatto riferimento agli altri popoli nel
descrivere le nostre devozioni popolari.
Basile - pertanto - è un uomo di grande attualità, un
personaggio europeo proteso verso il mondo che - a 36
anni dalla scomparsa - ci corre l'obbligo di rivalutare in
modo adeguato. Non sono sufficienti l'intestazione di
una via e una lapide a ricordare un benemerito che per
la sua città ha speso l'intera esistenza.

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Lorenzo Calogero

Lorenzo Calogero, medico e poeta, nasce da famiglia


agiata a Melicuccà (Reggio Cal.) il 25 maggio 1910 e là
muore tra il 22 e il 25 marzo 1961. Prima di togliersi la
vita lascia un biglietto con la scritta: «Non seppellitemi
vivo». E’ l’estremo segno di timore per la sorte della
sua poesia, mentre esplode quella psicosi che non è mai
riuscito a superare - già avvertita ne “La fine del
mondo”:
Ho visto l’anima naufragare
pazza disperatamente.
Ho sentito dissotterrare
la storia grave della mia mente.
(Da: Parole del tempo - Ed. Maia, SI 1956).
«I giornalisti hanno fatto il loro giuoco provocando le
nostre confidenze, le nostre dichiarazioni», ha
affermato il concittadino Giuseppe Fantino, «e un po’ -
trattandosi del caso Calogero - le nostre ossessioni e
hanno scritto i loro articoli, tenendosi a mezzo tra la
realtà e la fantasia.
Hanno scritto, però, pezzi interessanti, almeno quelli
che ci è capitato di leggere; e alcuni, in pieno realismo,
hanno fatto di lui un poeta maledetto.

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Invece quello che appariva a prima vista era la stoffa
del buon figliuolo, e che il maudit esistesse in lui non
vogliamo negare, ma non era in quella parte che tutti
conosciamo». (Da: Appunti e saggi di critica letteraria
- Gastaldi, MI 1964).
Per comprendere il patetico nichilismo (o meglio il
misticismo, come sostiene Fantino) di Calogero è
necessario ripercorrere le tappe essenziali della sua
travagliata esistenza. I genitori, discendenti da
professionisti, dopo aver fatto frequentare al figlio la
scuola primaria del luogo e quella della vicina Bagnara,
nel 1922 si stabiliscono per un lustro a Reggio Calabria
al fine di seguire Lorenzo prima all’Istituto Tecnico e
poi al Liceo Scientifico. Nel 1928 passano a Napoli
dove, dopo un biennio di studi d’ingegneria, Calogero
s’iscrive in medicina e chirurgia laureandosi nel 1937.
Ha inizio pure l’opera giovanile, edita nel 1935 in Dieci
poeti, nonché la silloge Poco suono (Centauro, MI) -
ripubblicata nel 1956 unitamente a Venticinque poesie
nel volume Parole del tempo (Maia ed., MI). Nel 1938
consegue a Siena l’abilitazione all’esercizio della
professione, ma come medico (prima a Melicuccà e poi
in numerosi paesi della Calabria) è un fallimento. Tra il
1942 e il 1943 tenta il suicidio e l’anno successivo si
fidanza con un nulla di fatto a Reggio. Si richiude,
allora, in se stesso divorando libri su libri. Sono forse di
questo periodo le sillogi di liriche: Ma questo e Come
in dittici. Dietro insistenza della madre, alla quale
rimane sempre legato, nel 1954 partecipa e vince il
concorso come medico condotto incaricato a Campiglia
d’Orcia (Siena). Ma il lavoro gli riesce insopportabile e

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confida ai familiari il desiderio di lasciarlo. Fa stampare
nel 1955 Ma questo (Ed. Maia, Siena) e manda copia ai
critici del momento senza ottenere alcun esito positivo.
Dimesso dal posto per incapacità con delibera
comunale, invia a Leonardo Sinisgalli (1908-1981) la
silloge dattiloscritta Come in dittici, prima di pubblicare
Parole del tempo (1956). Passando da Roma, coglie
l’occasione di conoscere personalmente il noto poeta
che diverrà suo estimatore e protettore. D’ora in poi,
infatti, sarà Sinisgalli a difenderlo contro la sordità e
l’indifferenza di editori ed intellettuali:

Quale vergogna per voi


amici vittoriosi, splendenti,
quale scherno la vostra boria
la sfortuna, la miseria
d’un uomo inetto, innocente!
Lorenzo Calogero da Melicuccà
è venuto a chiedervi pietà
in nome della poesia.
Come un cane infetto
ha raspato alle vostre porte,
nessuno gli ha aperto.

Le precarie condizioni di salute costringono Calogero a


frequenti ricoveri presso la clinica per malattie mentali
Villa Nuccia di Catanzaro. Nel 1960 incontra nella
Capitale il critico Giuseppe Tedeschi, che gli
appronterà il primo volume delle Opere poetiche.
Trascorre da solo gli ultimi anni nel paese natale
nutrendosi di caffè, sigarette e sonniferi fino alla tragica

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fine che avrebbe dovuto richiamare ognuno alle proprie
responsabilità. Il biglietto abbandonato ripropone -
infatti - il disperato messaggio di Calogero che, in
cambio del riconoscimento della sua poesia, è disposto
a sacrificare la vita:

Datemi quel tanto che mi spetta


e me ne vada:
ho le labbra arse secche
schiume di cavalli.
Sono vano per troppo aspettare.
Sento la mia pupilla affogare
in un labile pianto.
Tendetemi la mano
ed accoglietemi nel grembo vostro:
mai desiderai la morte
come in questo momento.
(Da: Poco suono - Ed. Centauro, MI 1936).

Come ha rilevato l’amico Giuseppe Fantino: «Grande


interesse ha esercitato sulla stampa italiana e straniera
la vita e il destino di Lorenzo Calogero… Ma non
risulta che la critica ufficiale, cioè la critica delegata a
criticare, abbia cominciato l’esame della sua poesia;
anzi… aspetta che la poesia del Calogero «invecchi».
Crediamo, invece, ch’essa non invecchia. E’ troppo
sofferta, troppo legata a ciò che di più vivo fu in lui,
perché possa invecchiare. Egli amò, sofferse, cantò e
non poté del tutto invecchiare né del tutto morire».
(Da: Appunti e saggi di critica letteraria, op. citata).

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Calogero rappresenta il caso limite dell’uomo di
cultura calabrese, obliato ed incompreso. Io che sono
stato vicino ad altri personaggi (come Basile e Fantino)
nel momento in cui tutti si sono dimostrati indifferenti,
non posso trattenere una lacrima di fronte alla
purissima poesia del nostro conterraneo. Ma alla
commozione subentra la rabbia verso la società ottusa e
meschina che abbandona nel pericolo i suoi figli
migliori. Giuseppe Ungaretti (1888-1970), caposcuola
dell’ermetismo, parlando del nostro uomo e riferendosi
agli altri maestri del Novecento, ha convenuto:
«Lorenzo Calogero, con la sua poesia, ci ha diminuiti
tutti!». Mario Luzi ha sostenuto: «Credo che Calogero
sentisse il silenzio che si era abbattuto su di lui (o che
aveva cercato?) come una sciagura, anzi come la
somma delle sue sciagure: lo ascoltò, lo analizzò, lo
riempì tutto quanto di una fitta trama di sensi e
infrapensieri ai confini con la vertigine: ed erano essi
stessi doni o castighi di quel silenzio».
Concludo con le parole riguardanti Calogero di
Eugenio Montale (1896-1981), premio Nobel 1975:
«Egli non scriveva la sua poesia, la viveva in un modo
del tutto fisico e per lui l’attesa era qualcosa di
inimmaginabile. Se avesse potuto distaccarsi almeno
per un attimo dai suoi versi, sarebbe ancora vivo».
Bibliografia essenziale:
• Lorenzo Calogero, Antologia (proposta di lettura di R.
Meliadò), Falzea, RC 1996;
• G. Fantino, Scàmpoli (vol. II), Tip. Palermo, Palmi 1960;
• Giuseppe Fantino, Scàmpoli (3^ serie), Gastaldi Ed., MI 1963;
• La Provincia di Catanzaro, Anno II n. 4 (Luglio/Agosto 1983):
Speciale Calogero.

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Alberto Cavaliere

Fin dall'adolescenza seguii con ammirazione ne La


Domenica del Corriere i versi effervescenti de Il
cavaliere errante, a commento del fatto della settimana,
e con dispiacere appresi il 7 novembre 1967 la sua
tragica scomparsa. Il decesso avvenne a Milano, a
causa delle ferite riportate la settimana precedente a
San Remo, dove Alberto Cavaliere era stato investito
da un motociclista. Spesso, come un presentimento,
riaffiorava nell'ironia del popolare poeta il tema della
morte:
La vita fuggirà dalle mie mani
io l'amo, questo bene perituro,
questo tesoro che non son sicuro
di ritrovare all'alba di domani.
Laggiù, nella mia cassa solitaria,
non berrò più la luce del mattino
e delle stelle; gelido e supino,
non sentirò la musica dell'aria.
(Da: Reparto agitati).
Nato a Cittanova (Reggio Cal.) il 19 ottobre 1897 da
Domenico e da Marianna Fonti, Cavaliere studiò a
Montecassino e già dodicenne faceva saltare i nervi ai
docenti con le sue ingenue satire.

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Aderendo, quindi, al desiderio paterno che voleva fare
di lui un bravo farmacista si iscrisse all'Università di
Roma. Ma come lo stesso racconterà nell'introduzione
del suo libro Chimica in versi:

Da giovane studente, bizzarro e dissoluto,


non andai mai d'accordo col piombo e col bismuto;
anche il vitale ossigeno mi soffocava; il sodio,
per un destino amaro, sempre rimò con odio;
m'asfissiò forte a scuola, prima che in guerra, il cloro;
forse perfino, in chimica, m'infastidiva l'oro.
E di tutta la serie sí numerosa e varia
di corpi e d'elementi, sol mi garbava l'aria,
quella dei campi, libera, nel bel mese di luglio:
finché non m'insegnarono che anch'essa era un
miscuglio!
Così l'esame si era risolto con un grande fiasco:
Un vecchio professore barbuto, sul cui viso
crostaceo non passava mai l'ombra d'un sorriso,
un redivivo Faust, voleva ad ogni costo
saper da me la formula d'un celebre composto.
Non sapevo altre formule che questa: H2O;
e questa dissi: il bruto, senz'altro, mi bocciò.

Allora, da calabrese verace e tenace, durante l'afosa


estate si era ingegnato a rendere la chimica più viva,
traducendola in versi, e nel ripresentarsi ad ottobre
sbalordì tutti: - Mi parli del cloro…
"Il vecchio professore dalla barba irsuta e grigiastra
non degnò neppure di uno sguardo il candidato…che
sembrò esitare e reprimere a stento un sorriso.

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- Ha capito? Mi parli del cloro, via…
Sotto la spinta dell'intimazione imperiosa, Alberto
Cavaliere cominciò:
Composto trovasi,
puro non già,
per la sua massima
affinità.
Giallo verdognolo,
d'odor non grato,
è un gas venefico
che ci vien dato!
Proseguendo di tale passo, il giovane e nobile rapsodo
calabrese ottenne al medesimo tempo la laurea in
chimica e poesia. "D'allora egli si fece errante per il
mondo, e poiché non ebbe, o non riuscì a trovare altre
amiche che Madonna Povertà, tentò varia fortuna e arti
parecchie; via via, amanuense, attore drammatico,
giornalista". (Dalla prefaz. di G. Manacorda alla
Chimica in versi).
Infatti, dopo aver lavorato come chimico presso il
Ministero dell'Aeronautica, preferì la libera
professione. Il modo di vedere e di giudicare del nostro
arguto e versatile poeta non mutò neppure nella
legislatura 1953-1958, allorquando venne proclamato
deputato. Col suo spirito critico interveniva alla
Camera, toccando gli interessi degli uomini di partito e
di Governo per cui - alla scadenza del mandato - tanti
parlamentari tirarono un sospiro di sollievo per la sua
mancata rielezione. Una volta il Ministro della
Pubblica Istruzione accolse un ordine del giorno
dell'onorevole poeta, mirante ad una maggiore

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vigilanza sui libri di testo. Dopo essersi dichiarato
soddisfatto, Cavaliere concludeva:
Speriamo solamente che il progetto,
non se ne vada in fumo, anzi in fumetto!
Padrone perfetto del ritmo e di rara capacità di sintesi,
fu redattore de La Domenica del Corriere, del Travaso
delle idee, dell' Illustrazione italiana, di Bertoldo, del
Marc'Aurelio e del Becco giallo, oltre che
collaboratore di Stampa Sera e dell' Avanti!
Fra le numerose opere dell'illustre scrittore e umorista
ricordo la Storia di Roma in versi. Anche qui i
personaggi balzano vivi ed esuberanti con tutti i loro
difetti, come nel caso di Domiziano:
E' un tipo autoritario,
uomo di poco brio,
si fa, negli atti pubblici,
chiamar «Signore» e «Dio».
E dopo, ha un vizio, gravido
di conseguenze fosche:
un'ora al giorno dedica
ad ammazzar le mosche.

Non manca l'esaltazione delle virtù:


Marciando la vigilia,
aveva Costantino
veduto in ciel rifulgere
un simbolo divino:
la Croce, con le mistiche
parole: «In questo segno
tu vincerai». Massenzio,
l'imperatore indegno,

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fugge col rotto esercito,
cade nel fiume e annega.
Il fortunato libro si conclude con Odoacre e il
tramonto di Roma del 476 d. C.:
Ed a Costantinopoli
il barbaro guerriero
spedisce, vano simbolo,
le insegne dell'Impero.
Così cadeva, vittima
delle sue colpe stesse,
quella città magnifica
che tutto il mondo resse:
ma sopravvisse, splendida
ed immortal sovrana,
luce di tutti i popoli,
la civiltà romana.
Nei tipi e figure del Reparto agitati scopriamo le
debolezze e le stranezze della vita:
C'era un avvocatino,
povero avvocatino settantenne!,
con una chioma lunga, bianca bianca,
e una barba solenne
mi faceva un inchino,
m'accarezzava con la mano stanca.
Son qui da quarant'anni!
quando morrò, Gesù,
rispondi, il manicomio
c'è forse anche lassù? -
- Lassù? C'è un grande palazzo d'oro
pei derelitti di questa vita
tutto un giardino, tutto un tesoro,

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ed aria libera, luce infinita.-
- E donne, Cristo, donne, ne vedi? -
- Oh, bionde, brune, tutto un fiorire! -
L'avvocatino, curvo ai miei piedi,
mi supplicava: - Fammi morire!…-
Pur avendo scelto Milano come sua città adottiva,
Cavaliere non dimenticò mai le sue origini:
M'è cara la mia terra, e la ritrovo
come nel sogno d'un lontano aprile,
questa calabra terra aspra e gentile,
con il suo volto antico e sempre nuovo,
coi suoi brulli dirupi ermi e scoscesi,
scavati dalle indocili fiumare,
da dove ancor si specchiano nel mare
le fortezze angioine e aragonesi:
questa terra che fu, nei suoi begli anni,
la Magna Grecia e che sfidò, negli evi,
la ferocia d'Annibale, e gli Svevi
e i Saraceni e i Turchi ed i Normanni;
terra d'asceti, terra di pastori
e di guerrieri, dove, ad Amantea,
l'Italia trovò l'ultima trincea
contro l'audacia dei conquistatori.
Nella Villa Comunale della città natale, un bronzo
ricorda il legame affettuoso che univa Cavaliere alla
nostra Terra:
Mi piace Cittanova, il mio paese,
che vedo ormai soltanto in cartolina:
una ridente e mite cittadina,
alla buona, così, senza pretese…
L'aspirazione dell' esule poeta sarebbe stata quella di

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venire qui sepolto:
Senza fretta, s'intende, fra molti anni,
compiuto il lungo e inutile cammino,
penso sia dolce riposar vicino
ai genitori e al vecchio zio Giovanni.
(Dalla lirica: Cittanova).

Ma il volere del fato è imperscrutabile: così le spoglie


mortali si trovano a Milano, mentre a Cittanova una
piazza tramanda ai posteri l'amore di un uomo
coraggioso che, sfidando la mentalità del Nord ha
osato denunciare:

C'è chi ignora che molti ‹terron›


rinomanza, splendore e fortune
hanno dato alla patria comune,
nella lingua che Dante parlò:
Bernardino Telesio, Tommaso
Campanella, il divino Torquato;
e quel Vico, dal mondo acclamato,
e quel Bruno che il rogo affrontò.
(Da: Rataplan!!!).

Non ci rimane, ormai, che rinnovare la memoria del


nostro chimico-poeta: «La sua produzione andrebbe
quasi tutta trascritta e, comunque, riletta al focolare e
negli ozi dove, alla distensione mentale, i suoi versi
aggiungono quel tipico odore di museo che fa ritrovare
astrazioni narrative tra favola e morale». (D. Cara)

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Don Giulio Celano

Nel secolo scorso influì in modo determinante allo


sviluppo spirituale e morale del nostro paese don Giulio
Celano (quarto di 11 figli), nato a Polistena il 15
gennaio 1875, il quale condusse una vita esemplare di
zelo e di sacrificio.
Ordinato sacerdote nel Seminario Vescovile di Mileto
il 23 dicembre 1899, dal 1° gennaio 1900 coprì la
carica di economo curato a S. Martino, dove alla fine
dell’anno successivo istituì la Pia Associazione di
Maria SS. Immacolata. Nominato parroco il 1° aprile
1903, si prodigò per 45 anni per la salute anche fisica
dei suoi fedeli.
Pertanto, il 28 settembre 1945, allorquando una lunga
malattia lo costrinse a tornare alla Casa del Padre,
l'intera cittadinanza commossa gli tributò le estreme
solenni onoranze. Era già convinzione che il vuoto da
lui lasciato difficilmente sarebbe stato colmato. Anch’io
giovinetto, presente alla cerimonia, mi asciugai gli
occhi umidi di pianto. Nelle scuole elementari e alla

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catechesi avevo apprezzato la generosità di un tal prete,
che ad ogni incontro ripeteva il gesto di Gesù verso i
fanciulli esaltato dal Vangelo.
Il ricco patrimonio di tradizioni, tramandatoci dagli
avi, per opera di don Giulio veniva rivissuto in serena
letizia da tutta la comunità.
Durante la spensierata ricorrenza del Carnevale egli
addobbava a proprie spese con maschere e vestiti
sgargianti, confezionati magari con carta crespa, i
chierichetti e gli scolari più meritevoli e li mandava poi
a lanciare confetti e cioccolatini nelle modeste
abitazioni della nostra laboriosa gente.
I sammartinesi ammiravano e ricambiavano ogni suo
gesto spontaneo frequentando la chiesa e i sacramenti.
Il mio genitore, Rocco Caruso, gli fu organista in
chiesa.
Nell'imminenza della Settimana Santa, don Giulio
faceva costruire dai giovani gli strumenti di canna o di
legno (carìci e tocche) per invitare i fedeli alle
cerimonie sacre nei giorni in cui le campane
rimanevano legate. Al grido di noi adolescenti: - All'ura
all'ura, ca ’u Signuri è sulu! - tutti accorrevano ad
adorare il Santissimo Sacramento esposto sull'altare.
I riti risultavano così avvincenti da richiamare alla fede
anche i più scettici.
Per le tenebre del Mercoledì Santo consentiva a un
cittadino di battere in chiesa con una piccola scure la
base lignea dell'altare di Santa Lucia che, subito dopo la
Pasqua, veniva riparata da un falegname. Naturalmente,
nessuno trascurava di confessarsi e d’intraprendere un
percorso di perfezione spirituale ed i frutti della

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Resurrezione duravano per l'intero anno liturgico.
Nel mese di maggio trenta chierichetti venivano
preparati alla predica serale da tenersi a turno durante i
giorni feriali in chiesa. La domenica era riservata a don
Arcangelo Sorbara che con il suo eccezionale humour
ricreava un'atmosfera cordiale e sincera.
Si tornava a casa ripetendo le storielle spiritose, ma di
ineccepibile moralità, con le quali il reverendo
cittanovese intercalava le sue forbite omelie.
Malati ed anziani ricevevano l'aiuto e il conforto di don
Giulio. Avendo - infatti - studiato medicina e rinunciato
a detta scienza dopo l'autopsia di un cadavere, egli era
in grado di prestare il primo soccorso agli infermi al
tempo in cui si era carenti di medici sul posto. I suoi
consigli e le cure risultavano tanto efficaci da salvare
spesso la vita ai cittadini ricorrenti.
Pure la scarsità di scuole veniva compensata
dall'azione educativa di don Giulio che istruiva
gratuitamente giovani e analfabeti.
Dalle sue composizioni, raccolte da mio padre, ho
tratto L'inno di S. Martino (musica di O. Talenti) che
viene eseguita in chiesa per la novena del Santo
Patrono, i cui festeggiamenti si celebrano l'11
novembre. I contadini, infine, che costituivano la nostra
categoria principale, facevano benedire dal parroco
persino le coltivazioni dei campi e gli animali
domestici. In segno di gratitudine però, come
menzionato, tutti frequentavano la Chiesa che nei giorni
festivi era gremita fin sul piazzale antistante.
Don Giulio, per incrementare la fede, istituì negli anni
trenta l' Associazione femminile del Sacro Cuore e la

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Schola Cantorum. Il 30 novembre 1939, per merito suo,
nella parrocchia fecero ingresso le Suore Veroniche del
Volto Santo accompagnate dal fondatore Padre Gaetano
Catanoso (dal 2005 proclamato santo). In precedenza,
la domenica delle Palme del 1927 aveva dotato la
chiesa anche di un armonium. La stessa unica chiesa,
intitolata a Maria SS. della Colomba, che occupa
un'area di circa 270 mq., edificata nell'ultimo periodo
del XIX secolo dal rev. don Francesco Albanese nella
parte grezza di muratura e tetto, fu nel 1906 restaurata
da don Giulio Celano. Venne completata di soffitto, di
pavimenti, di decorazioni e stucchi lucidi, nonché del
palco di legno per la musica e la Schola Cantorum, per
un ammontare complessivo di £. 6.542,75. In seguito,
affinché venisse riparata dai danni subiti dal terremoto
del 1908, dietro richiesta del parroco, il Comune
deliberò un contributo. Oggi, dopo gli ulteriori restauri
effettuati da don Antonio Scordo e dal successore don
Antonio Iamundo, il sacro tempio è più che mai
all'ammirazione di tutti.
La straordinaria bontà e l'eccezionale cultura di don
Giulio sono ancora testimoniati da coloro che hanno
avuto la fortuna di conoscerlo. Negli anno ’80
l’amministrazione comunale di Taurianova (dietro la
proposta mia e di mio padre) ha intestato all’arciprete
Celano la via che quotidianamente egli percorse per
raggiungere la sua villetta. Ma non è abbastanza:
sarebbe l'ora di far meglio conoscere alle nuove
generazioni la figura e l'opera di questo illustre
religioso, vero benefattore del nostro ambiente.

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Giovanni Conia

L’abate Giovanni Conìa nacque a Gàlatro (Reggio C.)


nel 1752 da Francesco e da Rosa Siciliano, una famiglia
contadina con proprietà e pastorizia.
Nel 1777 fu ordinato sacerdote dal vescovo di
Nicotera; si perfezionò - quindi - a Roma negli studi
teologici, venendo in fama come valente oratore e
predicatore nella Cappella Sistina davanti al Papa Pio
VII. Anche a Reggio Calabria, si tramanda, dov’era
stato chiamato dall’Arcivescovo a tenere il pergamo nel
Duomo per la solenne ricorrenza della Madonna della
Consolazione, alla presenza delle più alte autorità e del
popolo, diede prova della sua eccezionale erudizione.
Presentandosi muto, infatti, a chi lo redarguì per
l’inspiegabile comportamento, l’abate rispose che stava
ad attendere l’argomento dell’omelia. Avutolo, fu di
una tale dottrina ed eloquenza da strabiliare tutti.
A motivo delle sue doti di oratore e umanista, don
Giovanni fu chiamato dal principe Filangelo Vibonese a
far parte dell’Accademia Florimontana di Monteleone
assumendo il nome di Floribo Elidonio.
«La cultura del Conia», ha scritto A. Piromalli, «è
istituzionalmente ecclesiastica negli anni che precedono
e seguono la Rivoluzione francese. I suoi studi sono

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fusi con le funzioni dell’istituzione: musica di organo,
canto, cerimonie ecclesiastiche, oratoria, teologia. Reso
idoneo a Roma ad curam animarum e approvato
confessore, Conia fu vicecurato nella parrocchia del SS.
Salvatore in Campo». Dopo tre anni di soggiorno nella
Capitale, durante il quale fu uno dei dodici catechisti
per l’approfondimento della dottrina cattolica, ritornò in
Calabria come economo curato a Rombiolo e dal 1782
per undici anni parroco di Orsigliadi. Fece poi il
parroco a Caridà, a Zungri, arciprete della ricettizia S.
Maria degli Angeli e S. Gregorio Taumaturgo a
Laureana di Borrello, canonico arciprete della
Cattedrale di Mileto nel cui Seminario svolse pure le
mansioni di rettore e professore di teologia. Nel 1824,
morto il Vescovo, Conia governò interinalmente la
Diocesi per invito dei capitolari.
Alla nomina del nuovo prelato, l’abate accettò l’invito
del Vescovo di Oppido e nel 1826 raggiunse per sempre
la nuova sede divenendo canonico protonotario,
convisitatore, promotore fiscale, esaminatore sinodale,
rettore del Seminario e cantore. Questa ultima dignità è
menzionata nell’atto che registra il suo trapasso
avvenuto - alla rispettabile età di 87 anni - il 6 febbraio
1839 nell’antica ed accogliente cittadina che custodisce
le sue spoglie mortali.
Superando le critiche mosse alla poesia del Conia,
riguardanti «l’affettazione di ingenuità e credulità
ammirativa e celebrativa, di sdegno in cui c’è tenerezza
e, perciò, mancanza di vera avversione al male:
un’affettazione, insomma, pretesco-arcadica», (come
rileva Piromalli), mi soffermerò, (con lo stesso letterato

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calabrese), ne «l’impasto linguistico giocoso-patetico»
che «rende Conia poeta nuovo che si incontra con le
peculiarità popolari in un ambiente realistico paesano
del quale egli canta la gioconda allegrezza, gli
avvenimenti scherzosi, le facezie».
Nel sonetto, che costituisce il prologo all’opera poetica
e che merita di venire riportato per intero, l’Autore
ammette d’aver composto le sue bagattelle (‘sti
‘nchiastri) insipide (dissapiti) soltanto per combattere
gli sbadigli (li hhasmi) e le affida così come sono alla
comprensione del lettore:
Amici nci ncappai: no’ mi cridìa,
ca mi attrappati mai ntra chisti riti,
‘sti nchiastri calavrisi eu li facìa,
mu cumbattu li hhasmi, o fami, o siti
ma mi passava mai pe’ fantasia,
mu stampu chisti versi dissapiti?
Viditi quanta cura nci tenìa,
chi mo no’ nd’appi nuju: lu criditi?
Vi li jivi cercando ad unu ad unu.
Eu stessu mi ndi fici meravigghia,
la rrobba mia mu vi la cercu in dunu.
Mutai?... Lu vecchiu a l’urtimu stortigghia:
mo si vi mancu, no’ nc’è cchiù perdunu;
varau la varca… duvi pìgghia pìgghia.
Per Conia l’Arcadia può fornire forme leziose che
accattivano l’animo popolare, ma non lascia spazio alla
poesia se priva di affetto, come appare nella
composizione al disciogliersi dell’adunanza:
Chissi versi hhiuruti, e mpinnacchiati (adornati)
no’ ndi valinu mancu nu tornisi:

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si no’ si sfà lu cori, su’ nchiastrati (cose ridicole).
La sola verità è «l’edificazione religiosa nella sua
struttura pedagogica della lotta tra il bene e il male».
Sarà il richiamo di Dio e la sua infinita misericordia a
salvare l’umanità:
Mi cridìa ca lu mundu è tuttu chianu:
mi la pigghiai cu Ddeu pe’ troppu pocu:
vi’ lu Demoniu ca mi jetta manu…
Sventura mia! mi sciful’a lu focu…
Nei quattro novissimi l’abate detta le norme per un
corretto vivere cristiano, dimostrando - dopo oltre un
secolo e mezzo - l’attualità di alcuni principi del
Catechismo della Chiesa Cattolica:
Veni lu puntu mu dicu, finivi.
Ma lu cori mi dici, mo chi vivi,
tu cu lu tempu ti voi fari amicu.
Spendilu beni, e poi non ti spagnari...

E st’anima quando esci duvi vaci?


Duvi vaci? quando esci vidi a Cristu.
Comu lu vidi? in tronu: e chi si faci?
Si esamina ogni fattu, o bonu, o tristu…

E si (non sia mai Ddeu) su’ cundannatu,


lu Diavulu mi acchiappa, e locu locu,
mi arrùmbula a lu Nfernu ntra lu focu:
ed esciu cchiù? lu casu è disperatu!…

Ma si la Leggi mi serviu di scorta,


Cristu mi abbrazza, l’Angelu mi pìgghia,
la Madonna mi accogghi comu fìgghia,

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San Petru lestu lestu apri la porta…
Dalla teologia alla satira per Conia il passo è breve.
Ad un canonico che benediceva le case, una cagna gli
lacerò il rocchetto; si rise dell’episodio ed alcuni
buontemponi idearono ricorsi in giudizio:
Su Judici sentiti la ragiuni:
vògghiu giustizia cuntra di ‘na cani;
Canonacu su eu, non su’ luntruni
benedicia li casi, ed a li mani
avia la sponza: jivi a la fujuni:
li mali attuffi li cridia luntani.
La questione della lingua, sempre aperta fin dalla
nascita del volgare, era di moda anche al tempo di
Conia al quale importa ben poco. Infatti, mentre il
dialetto rappresenta per lui un momento giovanile e gli
serve per intendersi con i compaesani, da uomo colto
usa l’italiano - il solo che unifica il popolo della
Penisola - per comunicare con i pari suoi. Non
convincono, pertanto, lo stupore del calabro idioma nel
notarsi gradito e l’elenco delle sue origini storiche:
Nci furu li Tudischi,
nci furu li Romani,
chi non fìciaru pani
a chistu Celu.
… Nui simu ntra l’Italia,
e fummu Greci puru:
e quanti nci ndi furu
genti strani.
… Nci furu Saracini,
nci furu li Normanni,
e pe’ tanti, e tant’anni

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li Spagnoli.
… Di tutti chisti lingui
mi ndi pigghiai ‘na picca
vidi quantu su’ ricca
di palori.
E’ lingua universali
la lingua Calavrisa:
ma vi’ ca pemmu è ntisa
nci vo’ testa.

Per quanto riguarda la bibliografia dell’opera poetica, è


importante il “Saggio dell’energia, semplicità ed
espressione della lingua calabra nelle poesie di
Giovanni Conia, canonico, protonotario della Cattedrale
di Oppido, con l’aggiunta di alcune poesie italiane dello
stesso”, volumetto pubblicato a Napoli dall’Autore nel
1834. Le composizioni dell’abate di Galatro vennero
ristampate, dapprima, nel 1878 - 1891, 1929 e 1955
rispettivamente a cura dello storico reggino Mario
Mandalari, Pasquale Creazzo e Giuseppe Marzano. Fra
l’altro, nel 1980, per le edizioni Parallelo 38 Raffaele
Sergio ha raccolto testimonianze e poesie del nostro
illustre conterraneo che ha tenacemente difeso il nome
dell’amata Calabria.
Bibliografia essenziale:
• Raffaele Sergio, L’Abate Giovanni Conia - Poeta dialettale
calabrese - Edizioni Parallelo 38, RC 1980;
• Antonio Piromalli, La letteratura calabrese - Vol. I - L.
Pellegrini Ed., CS 1996;
• Nicola Caporale, Nove poeti calabresi - Calabria Letteraria Ed.,
Soveria Mannelli (CZ) 1986

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Pasquale Creazzo

Nella nostra Regione, durante il periodo bizantino, era


in uso la lingua greca che nel Trecento necessita già di
traduzione. Pertanto la poesia calabrese nasce adulta,
anche se figurano antichi documenti come la Carta
rossanese scoperta nell’Archivio Vaticano che risale al
XII secolo. Trascorrerà quasi mezzo millennio prima
che il dialetto possa assurgere alla dignità d’arte.
Il prezioso patrimonio culturale dei singoli territori,
che si trasmette specialmente con il linguaggio,
costituisce la somma dei valori umani e spirituali che
caratterizzano l’identità di una nazione. La poesia
dialettale rappresenta l’espressione più immediata dei
nostri sentimenti e spesso manifesta un’aperta denuncia
dei mali della società presente.
Il prof. Antonio Piromalli sostiene che «il livello
autobiografico delle poesie dialettali di Pasquale
Creazzo è caratterizzato da una personalità risentita
moralmente, ricca di reazioni e profondamente radicata
in un ambiente di villaggio pedemontano calabrese
isolato, arretrato, greve ancora dei residui di servitù
feudale (il villaggio era stato feudo dei Caracciolo,
Pignatelli, Giffone, Cicala e Pescara)».

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Pier Paolo Pasolini nel suo saggio sulla poesia
dialettale del Novecento aveva notato che nella nostra
letteratura non v’è traccia di quel movimento della
società calabrese che nel primo cinquantennio del
secolo da feudale diviene moderna. Evidentemente, il
noto personaggio ignorava il nostro conterraneo la cui
opera per lo più inedita non aveva oltrepassato i limiti
dei luoghi in cui visse. Basta esaminare gli scritti
pubblicati per notare l’impegno, la ricerca minuziosa e
la conoscenza della storia, dell’etnografia e della
letteratura calabrese di Creazzo.
Tra le sue opere ricordiamo: Su la Divina Commedia -
(Cinquefrondi, 1929); Poesie complete di Giovanni
Conia - (Reggio Calabria, 1929); Il terremoto del 1908
- Episodio di Cinquefrondi - (Palmi, 1934); Poesie
dialettali - 1906/1936 - (Oppido M., 1979); Antologia
dialettale - (Cosenza, 1981). Ha collaborato pure a
numerosi quotidiani e periodici politici e culturali.
«Pasquale Creazzo», afferma Domenico Scafoglio,
«avrebbe potuto essere un poeta in lingua, partecipe
com’era della tradizione umanistica della cultura
calabrese (era un contadino-artigiano, che era stato
avviato agli studi postelementari, che aveva poi
continuato autonomamente e irregolarmente), ma non
volle, perché l’orizzonte della sua cultura più autentica
coincideva, in larga misura, con quello della cultura
dialettale-popolare».
Nato a Cinquefrondi (Reggio Cal.) l’8 marzo 1875 da
Federico e da Peppina Grande, famiglia borghese,
Creazzo maturò la coscienza di appartenere ad una
civiltà sommersa e abbandonata, quella contadina e

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meridionale che incita sempre al riscatto morale e
civile:
Jetta la zappa; pìgghia lu giornali:
Avanti! avanti! dici, o zappaturi…
La minditta arrivau di lu to’ mali!
Pe’ mmò, pìgghia ‘nu lapissi e grancija…
Difendi lu faccìgghiu cu’ la scheda!...
Nenti cchiù servi! nenti cchiù patruni:
avanti, è santa la rivoluzioni!...
(Da: Unità proletaria).
Per essere stato anarchico rivoluzionario e alfiere del
socialismo (per un periodo anche comunista), fu
sorvegliato e perseguitato dai governi prima e durante il
fascismo provando fin dagli anni giovanili il carcere
politico. Il dialetto gli servì come strumento di
conoscenza della vita contadina, per organizzare nella
Piana la lotta contro l’oppressione di classe che aveva
ridotto allo stremo della miseria e all’emigrazione il
nostro popolo. Fin dal 1927 padri e figli analfabeti si
ripetevano a memoria Lu zappaturi, il suo canto amaro
e disperato sulle tristi condizioni dei nostri lavoratori
della terra, un canto di denuncia contro li gnuri:
Zappu e mbiv’acqua ntra gozzi rutti…
mbivi a la gutti… cu’ mangia e agghiutti!
Avi tant’anni chi zappu terra
curvu abbuzzuni, comu crapuni.

Standu accirchiatu lu pettu serra


sempi pistandu cu’ ‘stu zappuni.
E scippa e chianta no’ pozzu cchiuni,
sempi cogghiendu pe’ lu patruni!

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Nella poesia La zappa e la sciabola, scritta il 16
novembre 1912 in occasione del conflitto libico, sono
messi a confronto i due tipi di strumento: quello
popolare e quello capitalista, il primo che costruisce e
l’altro che distrugge. La gioventù è rovinata dalla
guerra e l’esempio di questa tragedia lo troviamo nelle
due armi:
Nc’era ‘na zappa ‘mpendut’a ‘nu muru
di ‘nu catòiu niru e affumicatu,
china di rùggia, queta ‘ntra lu scuru,
cu’ ‘na lucenti sciàbula di latu.
La sciabola ‘nci dissi:
- Oh zappa strutta,
vattindi, esci di jocu pe’ favuri:
non è lu postu toi tamàrra brutta,
vicin’a mmia chi lustru di sbrenduri! -...
A tanta arroganza:
La zappa cchiù non potti risistiri,
e ‘ncissi: - Veramenti si’ ‘mprisusa…
m’a mmia non mi cumbinci lu to’ diri,
ca si’ potenti guappa e valurusa.

Lu vi’, pe’ ttia ‘sta casa è ruvinata;


spitu di ‘mpernu, facci di guccèri,
‘mpama, spaccuna, brutta sbuccazzata,
vattindi tu de ccà ca tu non meri.

Tu feti di peccati di sassìna,


tu lustri di dolùri, chianti e guai,
di sangu tu si’ lorda chiina chiina,
e tu smerdiji a mmia pecchì zappai?-

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La rappresentazione del demonio-borghesia (il drago)
che San Michele (il proletariatu) sconfigge richiama in
senso rivoluzionario la nostra leggenda popolare:

Arcangialu di paci,
sdarrùpa a Satanassu!
Tu si’ lu Socialismu,
iju lu riccu grassu!

Scafoglio rileva che non c’è mai nei versi di Creazzo


«l’anticlericalismo violento di tanta tradizione
socialista-massimalista: la demistificazione delle
imposture dei preti, la satira di certe forme di devozione
popolare strumentalizzata dall’alto non sono fatte da un
punto di vista irreligioso, ma, semmai, da un punto di
vista ereticale. La percezione stessa dello sfruttamento
avviene nei termini che erano più propri della più
autentica cultura contadina di protesta che
dell’ideologia degli intellettuali socialisti piccolo-
borghesi: i padroni sono ricchi epuloni, grassi e
leccardi; i politicanti (politicuni) sono vagabondi,
camorristi, ladri, mangioni; i preti sono imbroglioni che
si arricchiscono sull’ingenuità della gente».
Nel periodo elettorale del 1948 i religiosi, per
sostenere i potenti privilegiati, si schierarono contro la
lista politica del blocco popolare:
Lu préviti cumanda ‘ntra li casi,
puru se la mugghiéri hai pemmu’abbàsi!...
E quantu ntrusarii, ndai pemm’accucchi.
Mariti: Siti veri babacùcchi!...
Prima di denunciare la loro ingerenza politica, Creazzo

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elogia l’opera meritoria dei Mònaci:

Ccà vìnnau d’Orienti, Basiliani:


- éranu veramenti genti boni -
e formaru Cumménti a munti e chiani.
E pe’ l’aggricurtura? - Oh, chi culoni!...

‘Mportaru l’olivari ed atri pianti,


li voschi trasformaru a ‘nnu trisoru;
la providenza tandu jiv’avanti,
e si potìa chiamari età di l’oru.

Il nostro poeta contadino, deceduto all’età di 88 anni il


7 settembre 1963, mentre ammira l’incomparabile
bellezza del paesaggio calabro, si adopera senza sosta
per riscattare le masse dalla subalternità sociale e
culturale:
O maiu chi risbigghi la natura
e simini allegria cu’ suli d’oru;
tu chi d’amuri spandi grand’arsura
e di rosi e di hiuri ‘nu trisoru…

…Lu primu maggiu di rivoluzioni


dimenticau lu scopu e lu culuri
e di li caduti la mindicazioni…

C. Carlino ha notato che Creazzo «non ha operato


nessuna rivoluzione poetica ma ci ha dato buona
poesia».
Soltanto per questo meriterebbe un posto di rilievo
nella letteratura calabrese del Novecento.

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Vincenzo De Cristo

Tra gli ingegni più eruditi della nostra Regione, un


posto di primo piano spetta allo storico - educatore -
archeologo - giornalista - politico - poeta e letterato
Vincenzo De Cristo (n. 31 dicembre 1860 - m. 5 giugno
1928), capostipite di una fra le più prestigiose famiglie
di Cittanova (R.C.). Sotto la guida del genitore, Notar
Domenico - patriota e umanista, ha compiuto gli studi
classici. Appassionato ricercatore delle glorie passate,
ha costruito le memorie del suo paese natale esaltando
le figure del nostro Risorgimento e scoprendo ruderi e
monumenti della nostra amata Terra.

Ha affermato il nostro grande latinista Francesco Sofia


Alessio, che a De Cristo ha dedicato il Carme "Vita
rustica": «Vincenzo De Cristo era nato maestro e
scrittore, e fu di un'attività veramente fenomenale».
Ed ancora: «Nei tempi turbinosi, quando l'animo mio
era afflitto e scoraggiato per l'indifferenza e la
freddezza degli uomini, egli uomo di fede,
m'incoraggiò a bene sperare nell'avvenire».

Come per il pio poeta taurianovese, anche per De

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Cristo non c'è stato un adeguato riconoscimento nel
proprio paese se consideriamo l'eccezionale e ricca
produzione letteraria nonché la tenace attività nei più
importanti settori della vita pubblica.

Segnalo fra i suoi scritti opere storiche: Prime


memorie storiche di Cittanova; Cittanova nei fasti del
Risorgimento italiano; La caduta di Gioacchino Murat
e l'insurrezione della Calabria nel 1815; Cittanova nei
fasti del Risorgimento italiano dal 1799 al 1870;
biografie: Biografie di Luigi Chitti, di Placido Geraci,
di Romeo, di Cardone; opere archeologiche:
L'importanza della Piana di Calabria nell'archeologia;
opere folkloristiche: Tradizioni popolari ed origini del
Comune di Molochio e di Feroleto della Chiesa; La
scuola di S. Francesco d'Assisi e la Calabria; opere
letterarie: I crocifissori di Gesù Cristo; Il falsatore di
monete; La confessione del brigante Maddalena; opere
pedagogiche: Studio su Gregorio Gerard; Per il
riordinamento del corso popolare; opere varie: I
terremoti di Calabria del 1783, del 1894 e la scienza; I
cimeli di quel che fu il Duomo di Oppido Mamertina,
ecc.
Scriveva, a proposito, nel 1926 il colto meridionalista
Silvio Mollo su De Cristo: «Egli conta fino ad oggi
circa 100 pubblicazioni su soggetti vari, interessanti
quasi tutti gli angoli dello scibile umano: dai più
agevoli ai più astrusi!».

L'avv. Arturo Zito de Leonardis nella sua pregevole


opera Cittanova di Curtuladi (1986) ha scritto: «Volle

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con la sua storia rivendicare tutti i nostri diritti, e
Cittanova sopra tutte e prima di tutte, divenne in poco
tempo, mercé la sua instancabile attività, una patria
orgogliosa delle sue memorie e sicura del suo destino.
In fondo alla sua anima c'era la pietà per tutti e per tutte
le cose umane. Ogni cosa si comprende e si ama nel
palpito della sua anima. E per questo senso, questo bene
interiore dell'anima, Vincenzo De Cristo rivolgeva a
tutte le piccole cose, a queste cose che la mano
prepotente dell'uomo minaccia ed annulla».

Lo studioso Rettore dell'Università di Napoli, Raffaele


Corso, ha affermato: «Il folklore di Cittanova, e in parte
della Piana, ci è palese attraverso gli articoli dello
storico Vincenzo De Cristo, che seppe porgere
l'orecchio alle tradizioni del popolo con diligenza, con
acume e, talvolta, con intuito di filologo».
«La scuola fu l'oggetto dei suoi pensieri», ha sostenuto
l'avv. Filippo Raso, «la scuola ambiente sacro in cui
deve schiudersi l'anima umana. E nella scuola fu grande
innovatore: presentò ed applicò tutti i metodi moderni.
E primi in Calabria per opera sua sorsero un Museo
Didattico e una Biblioteca Scolastica». «Vincenzo De
Cristo», ha sottolineato ancora Raso, «ebbe un ingegno
versatile e non fu un eclettico, ma tutto seppe
approfondire. Fondò in Cittanova, fra l'altro,
l'Osservatorio di Meteorologia, e l'osservazione
meccanica illuminò con i suoi studi in sismologia e
scrisse un'opera I terremoti in Calabria e le scienze che
riscosse il plauso di Riccò e di Mercalli, per ricordare i
sommi».

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Concludo la mia breve carrellata di giudizi con Mons.
Bruno Palaja, erudito esegeta: «La Calabria doveva
essere alla testa non alla coda: questo lembo che emerse
prima, doveva essere valutato adeguatamente, diceva
De Cristo… Eravamo Magna Grecia e non dobbiamo
essere trattati da Ottentotti o da Zulù. Fummo i Bruzi
liberi e indomiti; e fa male i suoi conti chi ci piglia per
asini da basto. Son dolori? Siano e ben vengano. Ci
temprano, del resto, i dolori; ci spezzano, ma non ci
piegano: e anche così spezzati godiamo soddisfazioni
morali…».
Per verificare la sete di amore e di verità che De Cristo
ha nutrito per il nostro suolo benedetto, basta
soffermarsi a Il canto del pino.
Dall'alto dell'Aspromonte, così il poeta ha dato libero
sfogo alla sua fervida fantasia:

L'orizzonte azzurro
vasto del ciel con quello si confonde
del mare nostro e di Sicilia in tutto
il sorridente occaso che la vaga
cintura delle Eolie ha per confine.
Di là il verde dei monti giù discende
a stendersi nel piano immenso e vario
che l'Appennin circonda; che corona
di monti, colli e di valloni ombrosi
forma alla Piana; che, d'ogni bellezza
d'ogni ben produttrice, è annoverata
tra i luoghi più incantevoli d'Italia
di Calabria il più bello e il più fecondo,
che un tempo fu di quell'Italo regno

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ch'ebbe fortuna, o Italia mia, di dare
a te il gran nome che ti fa sì altera
e ai barbari dei boschi abitatori
le umane leggi che li fer civili.
Da quell'altura si contempla intera
la gran foresta degli annosi ulivi
dalle forme grandiose e dai contorti
rami che al ciel si adergon poderosi.

Non me ne voglia il lettore se dal nostalgico e soave


poemetto ho riportato pochi versi: anche il nostro Sofia
Alessio nella sua ode in morte di Vincenzo De Cristo ha
dovuto ammettere:
Per te s'accese di nova gloria,
questa ferace madre di popoli;
te le vetuste memorie,
riscintillano di nova luce.

Concediamoci - dunque - un momento di riflessione:


soltanto con la poesia, credetemi, si rinasce e «non
merita il nome di creatore se non Iddio e il Poeta!»
(T.Tasso).

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Giuseppe Fantino

Nemo propheta in patria. (Lc IV, 24).


Nessun grande ha fortuna in patria: io che conobbi
Giuseppe Fantino, sono pronto a testimoniarne la verità.
Negli Scàmpoli, contro ogni forma di omertà letteraria,
sarà soltanto egli stesso a fare l’autocritica!
Nato a Melicuccà (R.C.) il 28 giugno 1908, dopo aver
compiuto gli studi elementari fino al ginnasio nei paesi
del nostro Circondario, s’iscrisse al Liceo di Roma
ritornando con un’otite che gli procurò la sordità.
Conseguì la maturità classica a Reggio Calabria e nel
1933 si laureò in lettere classiche presso l’Università di
Catania. Fantino svolse - quindi - la sua carriera
d’insegnante in diverse scuole italiane concludendola a
Rimini - da dove rientrò molto infermo e, nonostante le
amorevoli cure del fratello Ernesto, morì il 20 febbraio
1975. Apprezzai il professore negli anni 60,
allorquando insegnava all’Istituto Tecnico di
Taurianova.
Il primo omaggio che in quell’occasione mi fece fu
Parole a Maria, che lo scrittore sostiene d’aver ricevuto
manoscritto e abbozzato - tra il 1946 e il ’48 - nei locali
della Biblioteca Nazionale di Napoli da un reduce di
guerra. La donna di cui si parla era forse un sogno o un

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incubo del povero amico ammalato, deceduto dopo
breve tempo. Ma, se in principio la protagonista appare
come un ricordo del passato, in seguito si parla di lei
come di una persona vivente.
Galvanizzati dalle romantiche espressioni che il
presunto innamorato rivolge a Maria, i giovani studenti
cercavano morbosamente nel libro qualcosa di più
personale riguardante l’autore. Pertanto, ebbi l’idea di
vergare in fondo all’opera le testuali considerazioni:

Ancora il cuore canta la sua pena / con voce roca e


con voce ardita; / per una donna l’anima è smarrita, /
per un’ingrata pace più non ha. // Canta e rimembra i
suoi felici voli, / le notti insonni, le segrete cure: /
pietoso trasse già dalle sozzure / colei che fu miraggio
e nulla più. // Le tormentate ore senza fine / passan
fugaci con malinconia, / ma le parole scritte per Maria
/ nessuno cancellare mai potrà.

A volte non è tanto il talento ufficiale, quanto qualche


aneddoto o particolare, a permetterci di scoprire l'io
profondo di un letterato o di un artista.
Il mio poetico giudizio estemporaneo - infatti - venne
gradito da Fantino, col quale intraprendemmo una
sincera amicizia, nonché una proficua frequenza per
tutto il suo periodo d'insegnamento nel nostro Comune.
Spesso, al termine delle lezioni a Taurianova,
s'incamminava verso casa ed io lo accompagnavo fino a
San Martino. Da qui, raggiungeva la vicina stazione
ferroviaria o quella di Amato, da dove prendeva la
littorina per Gioia Tauro e poi per Melicuccà. Si era,

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così, instaurata un'esperienza peripatetica fra me
giovane insegnante e il professore, esperto critico
letterario, che contribuì alla mia crescita culturale.
Appresi in anteprima dalle sue labbra quanto in seguito
ebbi modo di leggere nei suoi libri:
«La storia d'Italia è una ricca polifonia che canta il
dramma della complessa anima italiana. Il genio
d'Italia, oltre che politico, è genio poetico e profetico.
Nella sua misteriosa armonia esso abbraccia e illumina
ogni aspetto della vita. Non v'è ramo dello scibile in cui
l'italiano non abbia lasciato una traccia di sé. Esso
possiede tutte le volontà e tutte le possibilità. Ma
l'equilibrio non è tra i suoi doni».

Possiamo dividere l’opera di Fantino in tre sezioni:


1) Saggistica: Scàmpoli (4 volumi - 1958/1964);
Leopardi: Canti - Interpretazione e saggio introduttivo -
(1956); Saggio su Papini - (postumo - 1981).
2) Narrativa (due parti) - Novelle: Uno strano
smarrimento - (1960); La città incantata - (1961); Ho
baciato sette ragazze - (1962); E’ proibito sognare -
(1969). Romanzi: Parole a Maria - (1961); La
biografia di nessuno - (1970). 3) Teatro: Appunti per
sei drammi - (1972).

Fantino “è un pensatore che non è mai pervenuto a


compromesso con la propria fede, un uomo che non ha
mai prostituito il suo ingegno al potere né il suo animo
alla sventura”.
«Non c’è mestiere più inutile», si legge nell’
avvertenza del Saggio su Papini, «di chi si serve della

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penna a illuminare o ad ammaestrare il suo prossimo…
Chi pretende d’illuminare o di abbuiare l’umanità con
la parola scritta è nelle condizioni del bambino che
pretende di aumentare la potenza del sole o delle
tenebre accendendo o spegnendo un lumino da notte. Il
mondo s’accende o si spegne da sé e chi s’ illude di
aiutarlo in qualche modo nella bisogna è un ingenuo o
un furbo di tre cotte… Si scrive per un desiderio di
liberazione anche quando si scrive d’altri».
E, conclude l’autore: «Se, nello scrivere, ho male
impiegato il mio tempo, non chiedo scusa a nessuno,
perché non v’è errore più grave di quello che vuol farsi
perdonare speculando sull’educazione o sulla debolezza
degli altri».
A proposito di Scampoli, Fantino ribadisce nella quasi
prefazione:
«L’obiettività di giudizio, che caratterizza il saggio
storico, critico, estetico è cosa d’altri tempi. Oggi anche
lo sbadiglio è una forma di dichiarazione di guerra.
Guerra d’interessi, siamo d’accordo, e non di idee; ma
sempre guerra, e guerra ad oltranza. Unite venti italiani
in un caffè, in una sala da ballo, in un campo sportivo:
dopo cinque minuti li troverete scissi, dissidenti,
nemici. Prendete due libri storici che trattano il
medesimo soggetto: fanno a pugni anche loro. Leggete
due corsivi su uno scandalo di banca o due notizie di
cronaca nera: non c’è caso di raccapezzarsi neppure lì».
Nei servizi polemici del primo volume, come negli
altri che seguiranno, l’autore si prefigge di correggere
storture e di chiarire confusioni di giudizio.
«La Storia è o non è, secondo l’angolo visuale da cui si

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guardano i fatti da essa generati…». Gli scrittori tipici
delle epoche di decadenza e di crisi… «non la negano
nel suo sviluppo di lotta di classe, di conquista dei
mezzi di produzione, di urto tra capitale e lavoro, ma la
negano nella dialettica dei suoi contrari, nell’armonia
della sua struttura perché, mostrando la realtà umana
del lavoratore, dell’uomo della strada e via dicendo,
tentano di sopprimere l’altra realtà, quella superiore
dell’uomo artefice, del personaggio rappresentativo, del
creatore di valori religiosi o estetici. Non svuotano la
vita del suo significato, la riducono a un piano grigio e
uniforme. E ciò facendo, operano con ingiustizia perché
la Realtà - comunque la si possa guardare e giudicare -
adombra l’aspetto della Natura ed è perciò variegata,
multiforme e complessa.
Un’epoca storica è come l’affresco d’un paesaggio che
può essere, di momento in momento, bello o brutto,
mostruoso o incantevole, secondo l’angolo da cui si
guarda e le zone che si guardano: vedere in esso un solo
piano o una sola zona significa impoverirlo nei suoi
motivi, svuotarlo d’ogni sua ricchezza. Atene del V
secolo a.C. non è tutta nel Partenone, siamo d’accordo;
ma neanche l’Egitto dei Faraoni è tutto negli schiavi
che lavorarono a innalzare le Piramidi. Ogni civiltà è
sintesi di valori in contrasto. Raggiungere l’armonia
con la fusione di essi è opera del genio».
«Da che mondo è mondo», l’autore chiarisce nel 2°
volume di Scampoli, «gli scrittori si rimandano voci e
pensieri e la novità consiste, caso mai, nell’ignoranza o
nella durezza d’orecchio di chi legge… La novità c’è in
questi scritti ma è come l’araba fenice: che c’è ciascun

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lo sa, ma dov’è nessun lo dice. E siccome non lo dice
nessuno, mi prendo licenza di dirlo io, a costo di
sembrare immodesto».
Ne La biografia di nessuno riscontriamo l’autentica
personalità di Fantino, venuto alla luce in un piccolo
centro della Piana, emigrante e uomo di cultura fuori
corrente. Come afferma anche un suo illustre
concittadino: è stato «uno scrittore che consumò la sua
gioventù negli studi, per non essere assimilato ai
copisti». Alla domanda se c’è dell’autobiografia nei
suoi lavori, lo stesso Fantino risponde: «Non saprei. Ma
so che ogni opera d’arte è una forma di autobiografia,
com’è dei fendenti di Achille che Omero - essendo
cieco - probabilmente invidiava. Dunque, una forma di
autobiografia nostalgica, autobiografia alla rovescia».
(Da: Appunti per sei drammi).
Per il centenario della nascita di Fantino, il 28 giugno
2008 l’Amministrazione Comunale di Melicuccà
promosse una solenne manifestazione che coinvolse
l’intera cittadinanza. Anch’io fui chiamato a far parte
della commissione per l’esame degli scritti inediti che,
appena pubblicati, renderanno felici i numerosi fieri
ammiratori del professore. Soltanto così verrà,
finalmente, resa giustizia!

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Salvatore Giovinazzo

Numerosi poeti di Cittanova (Reggio Calabria) hanno,


in ogni tempo, levato il loro inno all’amore e alla
bellezza; ma nessuno come Salvatore Giovinazzo è
stato anche amico di Sorella Morte. La sua dolorosa
storia ha suscitato nell’ultimo dopoguerra il mio
interesse di studente aperto ai misteri della vita.
Come ha scritto Francesco De Cristo: «Nacque un
giorno l’amore tra il Poeta trascinante la sua pena
infinita sulla croce delle grucce, e la bella fanciulla
tredicenne dagli occhioni azzurri spalancanti lo stupore
dello zaffiro sotto una meraviglia di riccioli falbi.
La natura beffarda ne aveva fatto di lui il prototipo
dell’infelicità umana; grande cuore in corpo deforme.
Trascinava la sua pena strisciando per terra, quasi
dovesse rappresentare il continuo umiliarsi dell’anima
umana verso l’infinito che la opprime».

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Dall’opera postuma: Vampi…, considero il delicato
quadretto di spensierata giovinezza davanti alla
monumentale Chiesa di S. Rocco:

Chi vannu a fari?

Vorrìa mu sàcciu jeu chi vannu a fari


a Santu Roccu, a la secunda Missa,
certuni, chi non vògghiu nominari,
(oh terramotu pe’ mu li subissa!).

Pàrtinu di la casa allicchettati


comu quandu ca vannu a lu triatu,
cu’ li giubetti e li saji pressati
mu su’ viduti di l’annamuratu.

Pecchì dà tanti e tanti giuvanotti,


parati, allerti, avanti a lu portedu
a nzo cu trasi, comu pira cotti
càdinu ‘i ncodu - povaru cervedu! –

Pe’ chissu poi non nd’hannu senzu letu


mancu a li vanchi dassusu, seduti,
e si la fannu occhijandu pe’ d’arretu
- lu scornu lu perdiru ‘ssi tingiuti

fìmmani! - Quandu sagra, speciarmenti,


sunnu daveru cosi ‘i meravìgghia
videndu rivotati tanti genti
chi pàrinu li pècuri a mandrìgghia.

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Quandu nèscinu fora, atru baccanu!
Tutti li frischialepri, dà fermati,
fannu nzinghi cu’ l’occhi e cu’ la manu
mostrandu a l’atri li so’ innamurati.

No’ abbastava la Prisa e Marinedu


e la funtana di ntra lu cerdinu,
ca puru a Santu Roccu - me’ gioiedu! -
ndi fannu cchiù ‘i Guerinu lu Mischinu!

A la Missa si va cu’ divuzioni,


se no è mègghiu mu si dassa stari!
Chissi, chi vannu senza ntenzioni
di lu Signuri, chi nci vannu a fari?

Ancora con l’aiuto del Direttore Didattico De Cristo,


studioso di vasta cultura, ripercorro le tappe
fondamentali dell’infelice Poeta la cui «Musa non ha
accenti di gioia: volle cimentarsi alla fiamma
distruggitrice dell’amore e ci rimise le ali; è la solita,
l’eterna storia della falena, o, se più vi piace, della
farfalla che svolazza intorno al lume: storie e motivi
che si ripetono con esasperante monotonia da che
mondo è mondo».

Vorrìa pe mu mi scordu e ntantu cchiuni


ti haju avanti a l’occhi notti e jornu:
cercarìa no mi vegnu a ‘ssi puntuni
e inveci sempi docu rociu ntornu.

Comu a ‘na lapa chi ntornu a lu fiuri

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girija sempi pecchi nc’è lu meli:
jeu però ntornu a tia chinu i doluri
vegnu mu assàggiu sempi acitu e feli.

Ritrovo in Giovinazzo quel desiderio verso la donna


amata più volte riscontrato nel canto popolare, come
dall’esempio che riporto dal mio paese San Martino di
Taurianova:

Jeu di ‘sta strata ‘nci volìa passari


tricentu voti l’ura se potissi:
puru mu ‘nc’esti ‘na lingua di mari
sutt’acqua venarrìa comu ‘nu pisci,
pemmu ti cuntu li me’ peni amari
ca puru se non m’ami ciangiarrissi.

La sorte di Salvatore Giovinazzo è ormai segnata e le


sue invocazioni non giungono alla donna amata:

Mbatula chiamu!

Ad ogni ura ‘stu cori chiama a tia


pecchì non c’esti cchiù nud’atra cosa
chi appaciari mi poti l’arma mia
chi non trova ‘nu jazzu mu si posa.

Per mancanza di olio, quella del poeta è una lampa


astutata:

Ed avìa ‘n annu chi adumai ‘na lampa


pe’ no’ mu dassu ‘stu cori a lu scuru

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finu a chi Deu lu decretau mu campu
supa ‘stu mundu tantu crudu e duru.

Quando tutto svanisce, ha affermato nel 1930


Francesco De Cristo: «nell’anima deserta non rimane
che il nulla: Fumo è la vita…ed ecco, accorati accenni,
che richiamano i più tremendi momenti della passione
leopardiana…»:

Fumu è la vita

Pe’ quali fini la vita si campa


quandu non s’ àvi nenti di sperari?
Stu cori è comu ‘nu vacanti mari
di gralimi, asciucati di ‘na lampa.

La vita è bona finu a chi ‘na vampa


nc’è di speranza, chi fa stravisari
la cruda verità; ma a l’astutari
mi restau fumu chi chiuni no’ svampa.

Fumu è ‘sta vita?…E chi la campu a fari


cu’ l’anima vacanti funda e scura,
comu ‘nu vasu di ‘nvecchiata crita?

E’ mègghiu milli voti non campari,


ca stari a menzu a quattru nudi mura,
perdutu ntra lu veru di la vita!

Ma al cuore non si comanda, per quanto respinto


l’amore torna impetuoso:

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‘U suli cu’ la luna si cuntrasta;
chiù no’ mu m’ami non è cosa giusta:
ti tegnu comu rosa ntra la grasta,
comu ‘nu figurinu ntra la busta.

T’appi stampata sempi ntra lu cori,


ti vògghiu beni, no’ lu poi negari:
pe’ tia chist’arma spinna, suffri, mori,
e tu, crudili, mi voi abbandunari.

Ha scritto ancora De Cristo: «Il poeta, accasciato sotto


il peso del suo sogno svanito, ancora sotto l’urto della
tempesta che lo aveva stroncato, osa rialzare il capo e
sperare; osa riaccendere la lampada con l’olio pitoccato
alla pietà dei suoi simili!»:

Ritornai doppu a undi era posata


la vecchia lampa e l’inchìa china china
di l’ògghiu finu, ca era svacantata
e l’adumai di novu stamatina.

Ma ormai, come la fiamma:

Tuttu passa!
Passaru ‘i tempi bedi di l’astati,
passaru li jornati d’allegria,
e ntra ‘stu cori la malincunìa
mi ritornau.

E ttuttu affrittu ccani, sulu sulu,


cu’ lu ricordu ‘i chidi cari tempi

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di sogni d’oru, passati pe’ sempi,
dicu ntra mia:

“Quantu era bellu mu si trattenianu


chidi jornati di gioia, d’amuri,
di canti, di profumi, di sprenduri,
chi si ndi jiru!”.

Ma rifrettendu m’’ici ‘n atru senzu:


“Tu no’ lu sai ca nudu tempu dura?
Tuttu passa pe’ leggi di natura:
non c’è chi fari!

«E il dramma precipita: Ruit hora! E si risolve


nell’unico vero: la Morte» ha ricordato De Cristo.
«E morì.
In una gelida sera di dicembre.
Ed anche il sole era coperto da una tetra uniforme
cortina di nubi.
Breve era stata la malattia: breve ed inesorabile.
I medici, nella freddezza della loro diagnosi, la
chiamarono coi nomi strani che servono ad archiviare la
serqua di mali che sfociano nel grande mare.
No, uomini di scienza: Egli, attraverso l’Amore, giunse
alla Morte!
Privo dell’Amore, movente unico e supremo della vita,
morì». (Da: Il Poeta e la Morte di F. De Cristo,
riportato in Cittanova di Curtuladi di A. Zito de
Leonardis - 1986).

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Era il 29 dicembre del 1929 quando Salvatore
Giovinazzo, a soli 26 anni, ha reso la sua bella anima a
Dio!
Nella sua commemorazione Enrico Marvasi ha
sostenuto: «Lo spirito di lui non poteva costringersi
nell’arida volgarità del nostro misero mondo, non
poteva sorridere gioioso all’alba rosata del nuovo anno,
apportatore ineluttabile di nuovi dolori, di nuove
tristezze».
Come ultimo desiderio del poeta, la bara passò davanti
alla casa della divina monella che diè il colpo supremo
al povero cuore.

Ma non finiva così la storia del Poeta:

«La pallida, spettrale Selene non aveva compiuto due


volte il suo corso dacché il poeta riposava in grembo
alla Terra madre, che la fanciulla, colpita da male
inguaribile, chiudeva alla luce i suoi meravigliosi occhi
azzurri». (De Cristo)
L’aveva chiamata il Poeta?
Forse, un giorno, ne sveleremo il mistero!

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Francesco Jerace

«Polistena ha dato i natali a tanti uomini illustri, i quali


hanno contribuito con amore e intelligenza al suo
sviluppo sociale, artistico e letterario».
E’ quanto afferma mia figlia Adriana nella tesi
(riguardante le memorie artistiche dell’evoluta città
della Piana) che ha presentato nell’anno 1990/91, a
conclusione dei suoi studi presso l’Accademia di Belle
Arti di Reggio Calabria.
«Visitando le Chiese e la Biblioteca Comunale», lei
scrive, «ci siamo trovati di fronte ad opere di notevole
valore e, nell’ammirarne la bellezza, è sorto in noi
spontaneo il desiderio di conoscere meglio la vita di
quei protagonisti che le hanno create».
Primo fra tutti annoveriamo Francesco Jerace, che con
i suoi monumenti in marmo e in bronzo - statue sacre e
lavori vari sparsi per il mondo, ha onorato non soltanto

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il suo paese ma l’intera Regione.

L’insigne scultore e pittore nacque nel 1853 da


Fortunato e da Maria Rosa Morani, primogenita di
Francesco (nato nel 1804 e deceduto nel 1878).
Terzo di tre figli, ereditò dal padre la bottega d’arte,
punto di riferimento per artisti, intagliatori e scultori di
tutta la provincia.
Fin da piccolo rivelò le sue eccezionali capacità nel
modellare la creta e nel disegno presso il nonno
materno don Ciccio Morani.
Il genitore, preoccupato per il futuro familiare, avrebbe
desiderato che il giovane intraprendesse la carriera
ecclesiastica ma Francesco, ancora sedicenne, per
sfuggire a tale imposizione si recò a Napoli dove
risiedeva il prozio - il noto pittore Vincenzo Morani.
Non avendo ricevuto l’accoglienza dal congiunto,
Jerace riuscì ad entrare nel locale Istituto di Belle Arti.
Venne così a contatto con la cultura dell’epoca,
conobbe famosi artisti e frequentò la distinta famiglia
calabrese dei De Luca e quella dello storico letterario
Francesco De Sanctis.
Verso il 1870 nel basso del Parco Grifeo aprì lo studio,
si costruì la casa e lì fece ritorno durante la sua vita
movimentata, fino alla morte che lo colse il 18 gennaio
1937. Aveva 17 anni quando eseguì il pregevole
bassorilievo, un uomo barbuto di profilo, custodito
nella Biblioteca Comunale di Polistena.
E’ significativo ricordare un episodio che denota il
fermo carattere del Maestro non ancora ventenne.
La Principessa della Rocca narra che Jerace inviò alla

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promotrice del concorso del pensionato romano
Stanzani de’ Virtuosi del Pantheon due tele, firmando la
seconda con uno pseudonimo.
Essendo stata scartata la prima, l’autore si presentò
all’esposizione e con un temperino tagliò intorno alla
cornice l’opera rimasta, l’arrotolò e la portò via
canterellando, dopo aver così redarguito la
commissione: «Non avete voluto il quadro firmato col
mio nome ed io non voglio lasciarvi l’altro!»
Una commessa ufficiale del 1873, il monumento
funerario per la scrittrice Mary Somerville effettuata
dalla figlia Marta, oltre alla stima e alla cospicua
somma di danaro, segnò per Jerace l’inizio di una
fortunata carriera.
Sono stati realizzati, infatti, per l’imperatore del
Brasile e per alcune nobili famiglie del tempo, i busti
che hanno raggiunto Londra, Capo di Buona Speranza e
Odessa. Fu presente alla Mostra Universale di Parigi
del 1878 con il gruppo marmoreo di Eva e Lucifero e
per il Cimitero di Schiavonea in Calabria allestì
L’Angelo della tomba Compagna.
Nel 1880 con Victa, Marion e I Legionari di
Germanico, Jerace partecipò al triplice concorso
dell’Esposizione Nazionale di Torino ottenendo - oltre
al successo - l’elogio di Camillo Boito, Carducci, De
Zerbi e Panzacchi.
Non meno interessanti ed espressive si sono rivelate le
sculture di donna come Carmosina, Ercolanea, Eroica,
Fiorita, Hadria, Myriam, Nosside ed Era di maggio. I
ritratti degli uomini illustri come Beethoven, Gaetano
Cimarosa, Francesco Crispi, Gabriele Pepe e Umberto

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di Savoia hanno fatto segnare all’arte di Jerace una
svolta storica nella concezione del monumento.

«La composizione», sostiene Adriana Caruso, «non


s’impone nel contesto ambientale, ma diviene
completamento e parte integrante del luogo dove sorge.
Jerace applica accorgimenti che sconvolgono e
superano la rigidità architettonica degli schemi
monumentali della seconda metà dell’800.
A dimostrazione, basta osservare il monumento a
Francesco Fiorentino, nella Villa Trieste di Catanzaro,
in cui l’artista ha saputo saldare perfettamente il busto
con il basamento per poi inserirli armoniosamente nella
vegetazione…».
Ed ancora: «Nel marmo per Gaetano Donizetti del
1897, Jerace rivela tutta la sua passione per la musica.
L’incarico gli venne conferito dopo un regolare
concorso che gli permise di battere i colleghi e far
superare nel contempo l’antipatia dei settentrionali
verso i meridionali.
La musica guidò il Maestro nel completamento del
lavoro che fonde plasticamente e perfettamente i
concetti, le idee e la musica, regalando a Bergamo una
delle più suggestive e sentimentali opere d’arte».

«Una costante nella vita di Jerace», rileva infine


Adriana Caruso, «è l’amore verso la terra natia, la
Calabria, il suo tentativo di renderla grande di fronte al
resto d’Italia, l’amarezza per lo stato di abbandono in
cui si trovava e in cui veniva tenuta, il profondo affetto
e il riconoscimento verso nonno Ciccio (espresso in

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alcune lettere ai parenti) che gli fece apprendere la vera
arte. A testimonianza, in una figura del frontone
dell’Università di Napoli, il nipote ha ritratto il volto
del Morani».
«Semplice, fervente come un profeta», precisa pure
Alfonso Frangipane, «freme di sdegno quando trova la
vita del nostro paese ancora, purtroppo, maculata dal
secolare tarlo, e spesso focolaio di rinnegatori e di
dubitanti; e ne attraversa le zone misere e abbandonate
con dolore e rimpianto: ma benedice sempre ed onora
l’antica Madre, di cui egli vede la bellezza e la
grandezza dei futuri destini, al di là degli ultimi lembi
di tenebra.
Così il Maestro polistenese prosegue anche qui la
missione rischiaratrice dei suoi avi, di cui non ha
obliato gli ideali ed i canoni d’arte, anzi li ha onorati e
inghirlandati di alloro».
Nella Gipsoteca dell’Amministrazione provinciale di
Catanzaro oltre a ventidue gessi, che coprono l’intero
arco produttivo dell’artista, si trovano un busto in
marmo (Ercolanea) - il cui bronzo è nel Palazzo del
Quirinale - e due teste in terracotta (Giovanni Patari e
Beethoven). La statua in gesso del San Ciro per la
Chiesa del Gesù Nuovo di Napoli, invece, non fu mai
scolpita in marmo per il sopravvenuto decesso
dell’autore.
La Calabria, che Jerace ha fatto apparire sempre nobile
e grande, vanta numerose opere dell’artista.
A Polistena, oltre al citato bassorilievo, figurano un
Monumento ai Caduti (La Bellona) nonché l’Altare del
SS. Sacramento e il quadro L’Ultima cena situati presso

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la Chiesa di Santa Marina. A Reggio, a S. Ferdinando
(Monumento per il giovane sottotenente Vito
Nunziante), a Palmi (presso il Museo M. Guerrisi), a
Cittanova (Madonna col Bambino - di un
impressionante realismo, all’esterno in alto - sul
frontone della Chiesa del SS. Rosario - ma che l’autore
avrebbe desiderato vedere collocata in basso sulla
gradinata del tempio) e in tante altre località della
Regione si possono osservare altre pregevoli sculture
che riflettono il culto della classicità, quella intima virtù
latina che l’artista ha sempre perseguita ed insegnata
agli altri.
L’impegno per la Terra d’origine non è poco se
pensiamo al consenso internazionale ed al peso
determinante sullo stesso corso dell’arte che il
polistenese ha riportato in un periodo così denso di
fermenti innovatori.

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Diomede Marvasi

Diomede Marvasi, nato il 13 agosto 1827 a


Casalnuovo (ora Cittanova) dal notaio Tommaso e da
Girolama Guzzo - appartenenti a distinte famiglie del
luogo, ben presto diede prova delle sue eccezionali
capacità.
Dopo gli studi classici a Monteleone (oggi Vibo
Valentia), si trasferì all'Università di Napoli per la
laurea in giurisprudenza. In quella città maturò la sua
vocazione politica e frequentò la scuola del Puoti e del
De Sanctis (autore della Storia della Letteratura
Italiana, capolavoro della critica europea
dell'Ottocento).
Appena ventenne sperimentò, per le sue idee liberali, i
rigori del carcere.
Nel gennaio 1848 fu uno dei primi firmatari di un
Indirizzo al Borbone per il ripristino della Costituzione
del 1820 e, successivamente, nel propugnare coi
compagni la spedizione in Lombardia di volontari
napoletani venne colpito con una baionettata alla
coscia. Arresti e assoluzioni, prove di coraggio e
sacrifici si alternarono fin al 3 giugno 1853
allorquando, uscito dal carcere per essere mandato in
esilio, riuscì a sbarcare a Malta.

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Nel settembre dello stesso anno a Torino, con De Meis
e De Sanctis formò un triumvirato. Il 26 marzo 1856 i
due inseparabili amici accompagnarono De Sanctis al
Politecnico di Zurigo, dove il Professore aveva
accettato la cattedra di letteratura italiana. Nel gennaio
1857, ammesso dalla Corte di Torino all'esercizio del
patrocinio legale, Diomede Marvasi si distinse per la
sua alta professionalità.
Nel marzo 1860 fu chiamato all'insegnamento del
Diritto Costituzionale all'Università di Modena e,
alcuni mesi più tardi, s'incontrò con De Sanctis e De
Meis a Napoli per la collaborazione al Nazionale.

Ma la Calabria era sempre nel suo cuore e nel 1861


alle elezioni per l' VIII legislatura nel Collegio di
Cittanova, dopo l'annullamento di una precedente
prova, venne rieletto a maggioranza di voti. Dovette
però presto rinunciare all'incarico per incompatibilità
alla carriera nella Magistratura.
Nel 1862 sposò la contessa Elisabetta Miceli, vedova
Viollard, dal cui matrimonio nacquero sei figli.
Nell'aprile di quell'anno venne nominato Sostituto
Procuratore Generale e, ai primi del '63, destinato a
reggere la Procura Regia presso il Tribunale di Napoli.
Il 4 ottobre 1866 il principe Eugenio di Savoia
Carignano, Luogotenente Generale del Re, nominò
rappresentanti del Pubblico Ministero i Procuratori
Generali Trombetta, Nelli e Marvasi per giudicare
l'Ammiraglio Persano (responsabile della sconfitta di
Lissa).
Come si ricorderà, l'8 aprile 1866 la Prussia aveva

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proposto al nostro Governo un accordo che prevedeva il
passaggio del Veneto all'Italia in caso di vittoria
sull'Austria.
Mentre gli alleati giungevano trionfanti fino alle porte
di Vienna, il nostro esercito fu sbaragliato a Custoza e
la nostra flotta (31 navi di cui 12 corazzate) il 20 luglio
subì l'umiliazione di Lissa. Pur essendo numericamente
superiore - a causa del disordine - la nostra formazione
perse il Il Re d'Italia e la Palestro che affondarono; i
marinai morti furono 620 e i feriti 40. I caduti austriaci
furono soltanto 38 ed i feriti 138. Colpevole d'imperizia
e di inadempimento della missione venne accusato
Persano.

La requisitoria contro l'Ammiraglio Persano,


pronunciata dal Marvasi l'11 aprile 1867 davanti
all'Alta Corte di Giustizia di Firenze, è rimasta
memorabile. La voce dell'accusa si è tramutata «in voce
della coscienza italiana atterrita e sgomenta
all'annuncio della disfatta navale di Lissa», si è scritto.
Meritava di essere pubblicata: «Dare l'orazione di
Diomede Marvasi è prospettare in sintesi impeccabile
tutta la storia navale d'Italia, nell'alba dell'unità politica.
Ed è offrire alla buona volontà degli studiosi di cose
giudiziarie un documento indistruttibile di oratoria
forense». (Da: Cittanova di Curtuladi di A. Zito de
Leonardis, 1986).

Il 10 maggio 1868 Marvasi venne promosso


Consigliere presso la Corte di Cassazione di Napoli. Ma
ancora una volta lo assillò il mal di Calabria e nel 1870

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si candidò alle elezioni nel Collegio di Cittanova.
Purtroppo, al ballottaggio con Plutino del 27 novembre
venne sconfitto per soli 6 voti.
Napoli, quindi, tornò ad essere la sua patria ideale.
Qui nel 1870, assieme ad altri moderati, acquistò il
giornale La Patria e in seguito assurse alle più alte
cariche: R. Commissario Straordinario al Comune nel
1872, Procuratore Generale presso la Corte di Appello
l'anno successivo, Procuratore Generale alla Corte di
Cassazione nel marzo 1874 e nel mese di novembre -
tra il consenso generale - Senatore del Regno.
Ma i capricci del destino sono imprevedibili e la gloria
umana non è che un soffio di vento che cambia nome
col mutare di direzione:

Non è il mondan romore altro ch'un fiato


di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.
(Purg. XI, 100-102).

Nel 1875 Marvasi, oltre a perdere il diletto figlio


Guido, non poté inaugurare l'anno giudiziario per una
grave malattia di cuore che il 18 ottobre, a soli 48 anni,
lo spegnerà per sempre.
Le sue spoglie riposano al Cimitero monumentale della
città partenopea, nel recinto degli uomini famosi.
Sulla sua tomba, ornata da un mezzo busto del nostro
scultore Francesco Jerace, si legge l'accorata epigrafe
dettata dall'affezionato amico De Sanctis:

Qui accanto al suo piccolo Guido / riposa Diomede

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Marvasi / consunto innanzi tempo / dal foco dell'anima
/ che lui infiammava e ingrandiva / negli uffici alti della
vita / patriota scrittore magistrato.

Il 6 dicembre 1875 Marvasi venne commemorato al


Senato dal Presidente conte Serra:
«Grande ingegno, o signori, e cuore assai più grande
aveva sortito dalla natura. Saggio luminoso del primo
egli diede in tutti gli uffici pubblici che gli furono
confidati, sia di Procuratore del Re e di Consigliere di
Cassazione, sia di regio Commissario del Municipio di
Napoli e di Procuratore generale presso quella Corte
d'Appello; e splendide prove del suo gran cuore diede
nell'amor di figlio, di marito e di padre, nella costanza
della fede, nell'amicizia, nell'incrollabile amore alla
patria».
Pure il Comune di Cittanova, il 1° gennaio 1925 ha
scoperto delle lapidi in onore del suo cittadino che:
Senatore del Regno Procuratore Generale del Re /
nella sua brevissima vita / ovunque e sempre / sulle
barricate di Napoli / e nel Senato di Firenze / difese il
diritto d'Italia.

Per valutare la nobiltà d'animo e la fermezza di


carattere di Diomede Marvasi, merita di essere riportata
la lettera che il 7 nov. 1849 egli scrisse dalla sua
segregazione al fratello minore Vincenzo: «…Vedo con
grandissimo compiacimento…che hai belli e puri
sentimenti. Conservali sempre. Non tutti possono essere
grandi uomini, perché non tutti hanno avuto in dono
dalla natura un grande ingegno; ma tutti abbiamo il

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debito di sentire e di operare bene. Quando sarai entrato
più innanzi cogli anni, vedrai e saprai quanto male il
mondo rimerita i sentimenti virtuosi e le opere più belle
e più eroiche. Ma io sono certo che tu non ti sbigottirai,
e camminerai sempre dritto e fermo per la via che il
cuore t'addita. Avrai un mediocre esempio in me. Io ho
sempre operato secondo gli insegnamenti ispiratimi da
Papà nostro: e tu sai che Papà è un uomo virtuosissimo
e che non poteva ispirarmi sensi e pensieri cattivi».
L'integrità morale di Marvasi verrà confermata -
specialmente nei momenti più critici - dagli amici,
come De Meis e De Sanctis. Per quanto concerne la
professionalità e la qualità oratoria, il Professore ha
affermato: «A Diomede sovrabbondano il pensiero e
l'affetto, ma ebbe sempre poca dimestichezza con le
ombre e le astrazioni, e in una scuola di alte
speculazioni, assentiva talora, non era persuaso. Fidava
più nel suo buon senso e nella sua intuizione veramente
meravigliosa: Voleva vederci chiaro, diceva talvolta».
Se ogni magistrato seguisse le orme di Diomede
Marvasi la nostra società, a dir poco, diverrebbe
esemplare!

Bibliografia:
1 - U. Arcuri (a cura), Diomede Marvasi e la sua requisitoria
contro l'Ammiraglio Persano, Ed. Scilla (R.C.), 1966;
2 - D. Caruso, Storia e folklore calabrese, Centro Studi S.
Martino - S. Martino (R.C.), 1988;
3 - V. Marvasi, Diomede Marvasi (Patriota Scrittore Magistrato),
Rubbettino - Soveria M., 2001;
4 - A. Zito de Leonardis, Cittanova di Curtuladi, MIT - CS,
1986.

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Il Generale Vito Nunziante

Nato a Campagna (SA) da un’umile famiglia, Vito


Nunziante quarto di undici figli, dopo essere stato
avviato al sacerdozio da uno zio prete, ha dovuto
interrompere gli studi teologici per intraprendere la
carriera militare.
Le sue capacità fisiche e morali gli fecero ben presto
raggiungere i più alti gradi dell’esercito partenopeo e le
più ambite onorificenze.
Nel 1806, quando il re di Napoli Ferdinando IV di
Borbone fu costretto a rifugiarsi in Sicilia perché il
Regno veniva occupato da Napoleone Bonaparte, gli
venne affidato il comando di un reggimento a difesa di
Reggio. Sia in detta occasione che nelle successive
imprese, il coraggio di Nunziante ebbe la meglio sugli
avversari tanto da venire promosso Maresciallo di
Campo.
Nel 1815 guidò la Quinta Divisione Militare per la
Calabria e il 12 aprile dell’anno successivo gli furono
conferiti il titolo di Marchese per sé e i suoi
discendenti, la promozione a Tenente Generale con il
comando delle truppe in Calabria e l’incarico di
Commissario Civile per la Calabria e la Basilicata con
pieni poteri di alta polizia.

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Morto re Ferdinando i successori, tenuto conto delle
sue particolari capacità, da una promozione all’altra
hanno comportato a Nunziante «onori e grado di
Ministro di Stato».
Ma il generale fu anche un abile imprenditore nel
settore industriale e agricolo. Diede vita ad alcune
società, compì opera di mecenatismo nei confronti di
giovani dotati, bonificò il territorio di San Ferdinando
da lui fondato, contraendo la malaria che lo condusse a
morte all’età di 61 anni.
Dopo i solenni funerali tenutisi a Napoli, il suo corpo
venne imbalsamato e trasferito a riposare nella chiesetta
di S. Ferdinando.

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Il professore Francesco Pentimalli

Gli ultimi contadini di S. Martino di Taurianova, che


per lunghi anni coltivarono a viti e ulivi la proprietà
San Bartolo della famiglia Pentimalli, ricordano ancora
con gratitudine il celebre professore che durante il triste
periodo del secondo conflitto mondiale con generosità
era andato incontro a tutti i loro bisogni.
Si legge nell'epigrafe del presidio ospedaliero di Palmi:
Francesco Pentimalli - uomo di scienza - maestro di
vita - operò in silenzio - arricchendo di preziosi
contributi - l'arduo campo dell'oncologia.
Nato a Palmi il 28 Novembre 1885 da Luigi e da
Giuseppina Contestabile, dopo i primi studi compiuti
nella città natale, si trasferì a Napoli dove nel 1911 si
laureò brillantemente in medicina e chirurgia.
Fu, quindi, assistente ordinario nell'Istituto di Patologia
Generale della città partenopea dall'ottobre 1911 al
novembre 1912, fino a quando cioè , vinto il concorso
per la borsa di studio triennale Vitale, si recò a Freiburg
in Germania. Là frequentò l'Istituto di Patologia diretto
dal prof. L. Aschoff e quello di Farmacologia del prof.

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W. Straub. Rientrato in Italia nel 1914, nel gennaio
dell'anno successivo fu nominato Aiuto nell'Istituto di
Patologia Generale di Napoli.
La prima guerra mondiale lo vide impegnato dapprima
in Sanità e poi, su domanda, in Corpo combattente,
dall'ottobre 1915 al febbraio 1919.
Per l'attività profusa come medico e come soldato
meritò la medaglia d'argento al Valor Militare.
Dopo la vittoriosa conclusione bellica, dal marzo 1919
fu libero docente in Patologia Generale a Napoli e, alla
morte del prof. Galeotti, coprì la carica d'insegnamento
di detta disciplina dall'aprile 1921 all'ottobre 1922.
Vinto il concorso per la cattedra di Patologia Generale,
fu professore a Cagliari dal 1925 al 1927, a Perugia fino
al 1933, a Firenze fino al 1936, a Napoli fino al 1953 ed
a Roma fino al 1956.
Parecchie furono le cariche scientifiche coperte dal
prof. Pentimalli in Italia e all'Estero. Direttore
dell'Istituto G. Pascale di Napoli per lo studio e la cura
dei tumori dal 1937 al 1947; Direttore Generale
dell'Istituto Regina Elena di Roma per la stessa
specializzazione dal 1949 al 1958.
Nel 1927 lavorò al Kaiser Wilhelm - Institut fur
Biologie Berlin-Dahlem (prof. Warburg); nel 1928
presso i Laboratori Hilger di Londra e nel 1936
nell'Istituto di Chimica - Fisica di Upsala (Svezia) -
prof. The Swedberg.
Fu, ancora, socio dell'Accademia dei Lincei e della R.
Accademia d'Italia; membro della Società tedesca e di
quella ungherese di Patologia; socio del Comitato
viennese per lo studio del cancro; socio

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dell'Associazione francese per lo stesso studio; socio
della Società Leeuwenhoek di Amsterdam; socio
dell'Unione Internazionale contro il cancro.
La particolare attività del prof. Pentimalli si manifestò
in seguito alla famosa scoperta contemporanea di
Peyton Rous in America e di Fuijnami in Giappone dei
tumori a virus filtrabile del pollo: egli - con le sue
ricerche - precisò l'istogenesi del sarcoma di Rous,
identificandone l'agente in un virus proteina.
Di notevole rilievo fu, altresì, la sperimentazione di
alcuni fenomeni che intervengono nella malattia
leucemica.
Negli ultimi anni, Pentimalli s'impegnò soprattutto
nella chemioterapia dei tumori. Inoculava da sé le
sostanze nei topi e, quando fu colpito da una grave
alterazione cardiaca, si faceva portare i piccoli animali
accanto al letto per seguire direttamente gli sviluppi.
Tra i premi vinti dal professore ricordiamo: il premio
Cagnola dell'Istituto Lombardo di Scienze e Lettere; il
premio della R. Accademia dei Lincei sulla patogenesi
del cancro; il premio Balbi Valier del R. Istituto Veneto
di Scienze e Lettere; i premi internazionali Riberi e
Bocconi. Nel periodo della sua vita politica (fu deputato
nella XXIX legislatura) ed in ogni altra occasione, si
batté affinché lo Stato fosse garante della salute dei
cittadini. La sua attività scientifica è documentata in
cento pubblicazioni a stampa, quaranta delle quali
apparse in riviste straniere.
Dottore honoris causa dell'Università di Freiburg,
Pentimalli morì a Roma il 2 Dicembre 1958, due anni
dopo il suo collocamento a riposo.

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Il Sottotenente Livio Pentimalli

Dulce et decorum est pro patria mori. (E’ dolce e bello


morire per la patria).
Non ci sorprende se un componente della Famiglia
Pentimalli sia potuto giungere al sacrificio di se stesso,
dando ragione alla verità di Orazio!
Tra gli eroi del secondo conflitto mondiale, la nostra
generosa Terra annovera - infatti - il giovane Livio
Pentimalli.
Nato a Roma il 29 dicembre 1921 dal Generale Natale
e da Elisa De Pinedo (sorella del grande trasvolatore
atlantico degli anni 30), fin da studente aveva
manifestato il desiderio di diventare un buon soldato.
Dopo aver concluso con profitto gli studi classici nel
1939, Livio s’iscrisse alla facoltà di giurisprudenza
nell’Università della Capitale.
Chiamato alle armi, frequentò lodevolmente la Scuola
Allievi Ufficiali di complemento a Lucca e nell’estate
del 1940 venne assegnato come Sottotenente carrista
alla Divisione Ariete, avente come destinazione l’Africa
Settentrionale.

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Ma durante l’addestramento nelle campagne di Oria
(Brindisi), considerato che altri tre fratelli maggiori si
trovavano già in zona di combattimento, le Autorità
competenti avevano ritenuto giusto esonerare d’ufficio
Livio dall’obbligo militare. Colpito nel suo orgoglio da
tale decisione, il giovane si prodigò per essere
riammesso in servizio come volontario di guerra.
Ottenuto nel febbraio 1941 quest’onore e reintegrato
nel suo vecchio reparto, partecipò a tutte le battaglie
d’Africa distinguendosi particolarmente negli scontri di
Ain el Gazala contro le forze della Francia libera e di
Bir el Gobi contro l’VIII Armata britannica.
Il 21 giugno 1942 Pentimalli, nel corso della battaglia
per la riconquista di Tobruk, alla testa del suo plotone
irruppe dal forte Pilastrino nelle difese nemiche
comandate dal Gen. Klopper le cui truppe australiane
qualche ora più tardi si arrendevano.

Il destino avverso - però - non permise al nostro


Sottotenente di assistere alla disfatta del nemico, poiché
uno degli ultimi proiettili sparati dai difensori della
piazzaforte che stava capitolando colpì il suo carro
armato incendiandolo e uccidendo lui stesso.
Alla sua memoria fu decretata la Medaglia d’Oro al
Valore Militare sul campo con la motivazione che
segue: «Sottotenente carrista ventenne, due volte
volontario, rifiutava il congedo pur avendone diritto per
la presenza di tre fratelli alle armi. Entusiasta dei suoi
carri, esuberante di fede e di volontà, plasmava il suo
plotone forgiandone una agguerrita compagine
d’assalto. Di contro al nemico si offriva sempre per le

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azioni di maggior pericolo; impavido sotto i violenti
attacchi aerei, superava con ardimento e perizia campi
minati allo scopo di compiere la sua missione, attaccava
di iniziativa elementi corazzati anche di maggiore
potenza, mettendo sempre in luce doti bellissime di
coraggio e di capacità. Nella dura battaglia, per la
riconquista di una piazza fortificata, partecipava con il
suo plotone alle pericolose complesse operazioni per il
forzamento delle opere, riuscendo in tre distinti episodi
a distruggere con il suo plotone vari mezzi corazzati
nemici. Nell’ultimo, benché ripetutamente colpito nel
suo carro che veniva immobilizzato, ingaggiava un
aspro duello col nemico finché soffocato dalle fiamme
del carro stesso incendiato immolava la propria
esistenza. Fulgido esempio di eroismo e di
attaccamento al dovere».
(Got el Ualeb, 26 maggio 1942 - Tobruk, 21 giugno
1942).

Per tale gesto di abnegazione, l’Università di Roma ha


conferito alla memoria del glorioso combattente la
laurea Honoris causa in Giurisprudenza, mentre la città
di Palmi lo ha ricordato con l’intestazione della
piazzetta di fronte al Mausoleo del musicista Francesco
Cilea.
Il giovane meriterebbe ben altro, poiché richiama
ancora noi tutti a quegli ideali di cui l’odierna società è
carente affermando con Leopardi: Alma terra natìa, la
vita che mi desti ecco ti rendo!

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Il Generale Natale Pentimalli

Palmi, evoluta cittadina della Piana, perla del Tirreno,


è la patria di numerosi personaggi illustri che si sono
distinti in ogni ramo dello scibile umano. Nel nostro
caso, addirittura, alcuni componenti della stessa
famiglia, quella dei Pentimalli, ci hanno onorato sia nel
campo medico (con il professore Francesco, celebre
patologo) sia in quello militare.
A Palmi, infatti, il 28 novembre 1882 vide la luce il
Generale Natale Pentimalli, figlio di Luigi, stimato
medico della Scuola di Cardarelli e di Giuseppina
Contestabile di Settingiano.
Dopo aver compiuto gli studi liceali a Messina, attratto
dalla vita militare, entrò presto come allievo nella Regia
Accademia di Artiglieria a Torino, uscendone nel 1901
con i gradi di sottotenente. Frequentato, quindi, il corso
biennale della Scuola di Applicazione nel Capoluogo
piemontese per la nomina a tenente, iniziò il servizio
presso la truppa e, contemporaneamente, gli studi

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storici che proseguì per tutta la vita.
Ancora giovane apprese e approfondì la difficile lingua
russa, al punto che, dopo un severo esame presso lo S.
M., vinse una borsa di studio per il perfezionamento
della stessa. Inviato nel 1909 per sei mesi in Russia,
venne in possesso di un libro di memorie scritte dal
generalissimo Kuropatkin, capo Supremo dell’Esercito
zarista nella guerra russo-giapponese del 1905 e
comandante delle forze navali, nonché consigliere
tecnico dell’Armata rossa al termine della rivoluzione.
Analizzando le cause della sconfitta russa, il Pentimalli
sostenne che il tragico avvenimento storico può
«servire d’insegnamento a tutti, anche se non siano
militari, poiché oggigiorno non i soli soldati, ma tutti i
cittadini di una Nazione, concorrono all’esito di una
guerra; e non sarà male se noialtri italiani avremo
imparato una volta, anziché a spese nostre, a spese
altrui». Dal 1911 al 1913 frequentò la Scuola di Guerra
e, superati brillantemente gli esami, si classificò al
primo posto, divenendo uno dei più giovani ufficiali di
Stato Maggiore.
Con tale grado partecipò al primo conflitto mondiale
presso il Comando della 3^ Armata, guadagnandosi per
merito e coraggio due medaglie d’argento al Valor
Militare.
Nel 1917 fu mandato come membro della missione
interalleata in Russia, con lo scopo di evitare la pace
separata della Russia con la Germania. In tale occasione
la padronanza della lingua gli consentì di trattare senza
intermediari con i capi bolscevichi, vivendo da presso i
gravi eventi della rivoluzione.

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Rientrato in Italia fu inviato in Dalmazia, quale Capo
di S. M. delle Forze Armate italiche agli ordini
dell’Ammiraglio Millo.
Addetto militare a Berna, Pentimalli tradusse il libro
dello storico e teorico militare inglese B. H. Liddell
Hart: Un uomo più grande di Napoleone, Scipione
l’Africano.
La profonda conoscenza dei problemi politici e militari
gli permise di scrivere nel 1923 l’opera La Nazione
organizzata, con la quale, definita la guerra del futuro,
prevedeva una radicale trasformazione delle Forze
Armate.
Il libro, per le sue idee ardite e innovative, urtò contro
la mentalità conservatrice del tempo che non volle
staccarsi dalle vecchie strutture organizzative sin
d’allora superate.
La stessa sorte toccò al Generale Douhet per quanto
riguardava l’impiego dell’aviazione nel futuro. Dal
1936 fino alla morte, avvenuta a Roma il 30 aprile
1955, Natale Pentimalli studiò la vita del Principe
Eugenio di Savoia che, al servizio degli Asburgo,
giunse ben presto ai più alti gradi militari e politici,
conseguendo le famose vittorie di Petervaradino, Zenta
e Belgrado. Di ciò preparò un’opera, composta di vari
volumi, che gli eredi del Generale hanno consegnato
all’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito
per la pubblicazione.
Poiché le notizie essenziali del presente servizio sono
state da me ricavate in passato mediante la
corrispondenza con gli eredi del Generale residenti a
Roma e non ho potuto seguire gli eventi, sarebbe

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auspicabile che il Comune di Palmi facesse conoscere
al mondo l’eccezionale lavoro del valoroso figlio della
nostra Terra.
Dal matrimonio del Generale Pentimalli con Elisa De
Pinedo sorella di Francesco, il grande e sfortunato
trasvolatore atlantico degli anni 30, il 7 novembre 1921
nacque Livio, giovane eroe dell’ultimo conflitto
mondiale.

Il Generale Riccardo Pentimalli

Nato a Palmi il 29 Febbraio 1884, trascorre in famiglia


la sua adolescenza. Segue, quindi, le orme dei fratelli
maggiori Antonio e Natale, frequentando l’Accademia
di Artiglieria e Genio e la Scuola di Applicazione a
Torino.
Divenuto sottotenente di Artiglieria, dopo alcuni mesi
di normale vita di guarnigione, partecipa alla
spedizione di conquista della Libia, subalterno in una
batteria pesante campale. Contagiato dal colera, viene
rimpatriato. L’inizio del primo conflitto mondiale lo

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trova fresco sposo, padre e capitano.
Assegnato al Forte di Punta Corbin, a difesa della Val
d’Astico, passa successivamente agli ordini della IV
Armata seguendone le vicende di pilone di rotazione
del fronte, sia a Caporetto sia a Vittorio Veneto.
Il 3 Novembre 1918, con salvacondotto del Comando
Supremo Italico, a firma Badoglio, in automobile con
bandiera italiana al vento, parte da Abano per
raggiungere Vienna il giorno dopo, assolvendo così la
missione affidatagli.
Al Servizio di Stato Maggiore alterna il Comando del
V Reggimento di Artiglieria da Campagna e quello
della Scuola di Artiglieria di Bra. In Etiopia copre la
carica di Capo di Stato Maggiore del II Corpo
d’Armata.
Giungiamo al 1941 e con la Divisione Marche, in
Albania, assume il comando di un Raggruppamento
formato dalla sua Divisione, da Gruppi Carri della
Brigata Centauro, da reparti di Camicie Nere e, sulla
parte Nord, ottiene lo sfondamento del Fronte
Jugoslavo. Sono occupate Cattaro, Ragusa e Spalato.
Durante i combattimenti, si presenta al suo Comando
avanzato, preceduta da bandiera bianca, la Delegazione
Jugoslava per offrire la resa delle sue forze armate e la
cessazione delle ostilità.
Nell’occasione, Riccardo Pentimalli viene decorato di
medaglia d’argento al V.M. e promosso Generale di
Corpo d’Armata; il 30 Agosto 1943 ottiene il Comando
del XXIII Corpo d’Armata.
Nelle visite di presentazione ai suoi diretti superiori, il
Comandante del Gruppo Armate Sud (Umberto di

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Savoia) e quello di Armata (Gen. Arisio), non riceve
alcun avviso circa l’eventualità di un prossimo
armistizio.
Colto di sorpresa da tale evento, sposta il suo Comando
da Case Marciano, presso Napoli, al Capoluogo
partenopeo, vicino al preesistente Comando
Territoriale, per meglio svolgere il suo ruolo.
Il Comando gli si affievolirà in mano, ora per ora, sia
per la violentissima e feroce azione disgregatrice delle
preponderanti forze germaniche, sia per la stanchezza
psicologica dei militari ai suoi ordini, troppo provati da
una guerra che li aveva logorati, avviliti e disorientati.
Verrà arrestato nella primavera del 1944, mentre a
piedi dalla Marina saliva verso Palmi, con
l’imputazione della mancata difesa di Napoli.
Con sentenza dichiarata inappellabile dall’Alta Corte
di Giustizia è, quindi, condannato a vent’anni di
reclusione il 24 Dicembre 1944.
Avendo, in seguito, la Cassazione giudicato che le
Sentenze dell’Alta Corte erano inappellabili soltanto se
giuste, viene esaminato il ricorso di revisione
presentato contro il processo, il quale si conclude con la
richiesta del Pubblico Ministero di immediata
scarcerazione del Generale Pentimalli per non aver
commesso i fatti addebitatigli (Febbraio 1947).
Libero e integrato nel Grado, vive a Venezia gli ultimi
anni, nel ricordo dei suoi soldati, nell’oblio per i
transfughi del Baionetta, nella speranza del ritorno
d’Italia all’antica grandezza. E nella splendida Città
lagunare, patria di Daniele Manin e dei Fratelli
Bandiera, si spegne il 23 Maggio 1953.

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Leonida Rèpaci

Nato a Palmi (Reggio Cal.) il 5 aprile 1898, ultimo di


dieci figli e presto orfano del padre, Leonida Rèpaci
trascorse un'umile infanzia nella sua città fino al
catastrofico sisma del 28 dicembre 1908 che devastò
Messina, Reggio e le zone limitrofe.
Anche l'abitazione della sua famiglia andò distrutta.
Leonida fu allora mandato a Torino, dove il fratello
Francesco esercitava l'avvocatura.
Nel capoluogo piemontese il giovane poté proseguire
per quattro anni gli studi interrotti e iscriversi
all'Università in giurisprudenza.
Scoppiato il primo conflitto mondiale partì per il
fronte, divenendo ufficiale degli alpini. Per il coraggio
e l'ardimento dimostrati sul Monte Grappa, Rèpaci si
conquistò una medaglia d'argento al valor militare.
Passato, quindi, nei reparti d'assalto lanciafiamme, a
Malga Pez venne ferito.
Nel dicembre 1918 con l'influenza spagnola perdette
una giovane sorella e due fratelli, il primo capitano
d'aviazione pluridecorato e l'altro grosso esponente
politico.
Tornato a Palmi con la divisa di capitano, nel 1919
ripartì per Torino dove conseguì la laurea in Legge e

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l'anno seguente l'abilitazione alla professione che
esercitò per un biennio. L'amore per la narrativa e la
poesia lo portarono ancora ventenne a scrivere,
trascurando le discipline giuridiche.
S'interessò contemporaneamente di politica e si iscrisse
a Torino nel partito socialista, partecipando al
Movimento Operaio e collaborando ad Ordine Nuovo
con Gramsci. Dopo la marcia su Roma lasciò Torino
per Milano.
Nel 1924 collaborò fin dal primo numero a L'Unità e
per lo stesso giornale tradusse Il tallone di ferro di
London.
Nell'agosto 1925, durante la festa della Varia a Palmi,
venne ucciso un fascista con un'arma da fuoco. Rèpaci,
i fratelli ed altri amici furono accusati e imprigionati.
Dopo essere stato prosciolto, fece ritorno a Milano.
Nel 1927 perdette la madre.
La disavventura del carcere gli fece indossare la toga
per difendere a Milano un giovane anarchico. Nella
città lombarda ideò e realizzò il premio letterario
Viareggio (1929). In tale circostanza conobbe e sposò
pure Albertina Antonelli alla quale rimase fedele fino
alla morte di lei avvenuta nel 1984. Collaborò alla
Gazzetta del popolo e a La Stampa. Dopo il secondo
conflitto mondiale divenne partigiano a Roma. Qui
fondò con Angiolillo e fu per nove mesi condirettore de
Il Tempo, prima di passare alla direzione del quotidiano
L'Epoca, durato soltanto 14 mesi.
Nel 1948, dietro insistenza degli amici, Rèpaci decise
di candidarsi senza venire eletto al Collegio Senatoriale
di Palmi nella lista del Fronte Democratico Popolare.

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Nel 1950 fu membro del Consiglio mondiale della
Pace.
Nel 1970 vinse il Premio Sila e da tale periodo si
dedicò alla pittura, giungendo a tenere con successo
mostre personali a Roma e Milano.
Si spense a Pietrasanta (Lucca) il 19 luglio 1985.
L'opera di Rèpaci procede di pari passo con
l'esperienza diretta della vita.
Ad esempio, nel protagonista del romanzo di esordio
L'ultimo cireneo (1923) c'è il ferimento sulla cima del
Monte Grappa; nel libro In fondo al pozzo si narra dal
carcere la triste vicenda del 1925; ne La Pietrosa
racconta (1984) si rievoca l'amata Albertina.
La Storia dei Rupe - autobiografica, che gli valse il
Premio Bagutta nel 1932 e il Premio Villa S. Giovanni
nel 1958, comprende un intero ciclo: I fratelli Rupe
(1932), Potenza dei fratelli Rupe (1934) e Passione dei
fratelli Rupe (1937). A parte gli omnibus mondadoriani
con i tre volumi, la Storia dei Rupe prosegue nel 1969
(Principio di secolo e Tra guerra e rivoluzione), nel
1971 (Sotto la dittatura) e nel 1973 (La terra può
finire). Come si legge nella 3^ edizione del 1933 che il
dott. Bruno Zappone riporta in Uomini da ricordare -
Palmesi illustri - (AGE - 2000):
I fratelli Rupe è un libro dove egli stesso (Rèpaci)
esorta il lettore a non spaventarsi della mole dato che
quello che non si vede è assai più grande, e con il quale
si prefigge di «puntare l'obiettivo su una famiglia
italiana numerosa e fattiva della media borghesia
provinciale e condurla, per variar di casi e di
personaggi, ad attraversare le esperienze sociali,

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spirituali, psicologiche di questi primi trent'anni del
novecento ed esprimere il travaglio del tempo».
Sarebbe lungo soffermarsi sulla vasta produzione
letteraria di Rèpaci.
Basta ricordare: La carne inquieta (1930), da cui è stato
tratto l'omonimo film; Un riccone torna alla terra
(1954), per il quale romanzo due anni dopo gli fu
conferito il prestigioso Premio Crotone; Calabria
grande e amara del 1964, una carrellata di eventi tra il
1939 e il 1963; Compagni di strada (ritratti), del 1960.

Io che ho conosciuto ed apprezzato personalmente


Rèpaci durante la fondazione dell'Unione Culturale
Calabrese (Catanzaro - 1963) e il 28 ottobre 1984,
quando l'Amministrazione Comunale di Palmi gli ha
intitolato ufficialmente la Casa della Cultura, prima di
riportare due particolari di quelle occasioni, condivido
la definizione espressa da Antonio Altomonte (altro
illustre conterraneo scomparso) nel ricordarlo:
«Un combattivo, sempre disposto - come amava
dichiarare - a schierarsi in prima linea e puntualmente
riversava nel suo lavoro di scrittore le sue prese di
posizione, il suo impegno civile, i suoi amori e le sue
rabbie: con una partecipazione così accesa da far
pensare che la sua pagina domandasse di essere
giudicata non solo per la testimonianza che rendeva ma
anche per la temperatura in cui la rendeva».
Nel capoluogo calabrese, da uomo colto e galante
aveva voluto trascorrere un po' di tempo soltanto con
noi sposini (non si era sbagliato nel chiamarci così,
avendo osservato che io e mia moglie - sposi da pochi

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mesi - passeggiavamo indifferenti degli ammiratori che
l'assediavano!), mentre nella sua città natale - dopo il
ricordo dell'avvenimento di Catanzaro - ha scritto di
suo pugno in calce ad una mia poesia dialettale:
«Calabrisi sugnu anch'io. Il vecchio Leonida Repaci -
1984».
Era proprio vero! La mancanza di Albertina,
inseparabile compagna della sua vita, aveva reso triste e
vecchio il leone ruggente e a nulla era valso il tentativo
del noto giornalista Gianni Granzotto - presente alla
cerimonia - di distrarlo.

Concludo con un significativo evento che, ancora


Altomonte, riporta in Leonida Rèpaci: «La mia storia
dei Rupe finisce con un episodio realmente accaduto.
Una madre va in Tribunale perché ha una causa di
alimenti con il figlio.
Si presenta tutta vestita di nero, con una lampada in
mano, una “lumera” accesa. Il pretore che è calabrese le
chiede: - Cos'è questa lumera accesa? - E lei risponde:
- Vinni pe' illuminari la giustizia. - Il pretore rimane
sbalordito da questa affermazione e capisce di quali
lontananze, di quali sofferenze sono frutto quelle
parole. E allora dice al figlio: - Inginocchiati, chiedi
perdono a tua madre! - Il figlio ascolta queste parole, si
inginocchia. Allora lei, con un gesto quasi sacro, di
cadenza eschilea, spegne la lampada e dice al figlio: -
Ora ci 'ndi potimu jìri! - (Ora ce ne possiamo
andare!)».

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Pasquale Rombolà

Ricordare Pasquale Rombolà (23/7/1918 - 4/10/1991),


avvocato per professione e poeta per vocazione,
rappresenta per me un motivo di legittimo orgoglio.
Mi sento onorato, infatti, d’aver messo in luce fin dal
1985 (Storia e folklore calabrese - 1988) i pregi del
grande amico e “cultore delle tradizioni patrie che egli,
nobilmente, ha indagato e tenuto in vita”.
Mi limito, pertanto, a presentare una sintesi
dell’affresco Calabria mia - Poemetto in vernacolo -
che il Centro Studi Medmei di Rosarno ha pubblicato
nel 1982 e che rispecchia l’anima di un poeta che ha
vissuto intensamente la travagliata storia della nostra
Terra. Come per ogni innamorato, il primo pensiero di
Pasquale Rombolà si rivela un inno di tormento e
d’amore:

Terra mia bella, di sbrendori anticu,


Cristu cchiù bella no’ ti potìa criari:
lu suli ti calìa comu ‘nu ficu,
t’abbasanu e t’abbraccianu ddu’ mari.

Ed ancora:
Tu, cuntegnusa ‘nta lu to’ doluri,
arridi sempri ad ogni foresteri;
pingiri non ti poti ‘nu pitturi
ca hai culuri di milli maneri.

L’incanto che manifesta ad ogni mutar di stagione


spinse i popoli vicini a trovare rifugio in essa:

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La to’ bellizza fici gula a tutti,
li Greci “Mamma Randi” ti chiamaru.

Gli uomini illustri che la resero grande sono davvero


numerosi:

Milone, Ibicu, autri vincituri


quanti doni a la casa ti portaru!
Pitagora, Zaleuco, Alcameuni
‘ssa testa sempri d’auru ‘ncurunaru.

Le sue città, il suo prestigio, il suo nome furono


famosi:

Desti lu nomi a tuttu lu Stivali,


furnisti leggi puru a la latrona.

Ma le incursioni straziarono, in passato, le sue carni:

Venianu ‘i notti, a frotta, i Saracini


sempri assitati di sangu e rapina;
sbarcavanu queti queti a li marini,
facianu sempri la carneficina.

E dopo gli stranieri i movimenti tellurici; il Flagello


fece strage di cose e di persone:

Sutta a Rre Nandu primu di Borbona


‘nta l’annu setticentottantatrì,
lu cincu di frevaru all’ura nona,

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settantamila figghi t’agghiuttì.

Anche la Rivoluzione Francese impresse le sue tristi


conseguenze:

Stancu, affrittu, miseru e affamatu


lu populu non sapìa cchiù comu fari;
di lu Vangelu venìa cunortatu:
sulu ‘nta l’atra vita avìa a sperari.

La ventata di Libertà napoleonica non impedì altre


inaudite violenze sulla nostra martoriata Regione. Ma il
coraggio dei Calabresi è abbastanza noto:

Francisca Saffioti di so’ manu,


di la Bagnara coraggiosa fìgghia,
lu cori ‘nci mangiò a ‘nu capitanu
senza bisognu di vrasci e gravigghia.

Nemmeno l’Eroe dei due Mondi mutò le nostre sorti:

Poi vinni Garibardi all’urtimata


la Patria nostra pimmu faci unita;
‘nci nd’accorgimmu ca fu ‘na jajata:
facìa lu stessu sonu la pipìta.

Le vicende che ne seguirono furono sempre dolorose


per le nostre popolazioni, costrette alfine ad emigrare
oltre Oceano:
Era spartenza dolorusa e amara,
a luttu la famigghia rimanìa;

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ciangìa la vecchia mamma e la cotrara:
lu cori cchiù ‘mpetratu cummovìa.

Ma la nostalgia della propria Patria ebbe il


sopravvento:

Partianu sì, cu’ la speranza ‘ncori,


nissunu mai di tia poi si scordau:
quand’era vecchiu e prontu pemmu mori,
pemmu ti vidi ancora riturnau.

Altri, nel dopoguerra, trovarono accoglienza e


occupazione al Nord:

‘Nta l’Artitalia stannu grandi gnuri


chi di dinari ‘ndi ponnu accuppari:
cu’ chista ‘ggenti tu mangi e lavuri,
‘sti genti randi ti fannu campari.

Anche se le umiliazioni per la nostra gente non


cessarono mai, ricordiamoci l’insegnamento della
storia:
Cu’ jetta orgiu non ricogghi ranu:
chista è la fini di li tradituri.

Nella mia opera sopra citata ho riportato alcune


composizioni, nonché i proverbi più significativi, che
l’autentico poeta ha raccolto nella sua San Ferdinando
(Reggio Cal.). E’ un prezioso patrimonio che ogni
buon calabrese ha il dovere di conoscere e di
apprezzare.

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Raffaele Sammarco

Fra gli uomini illustri che onorano la nostra Terra


emerge la figura di Raffaele Sammarco - poeta,
scrittore, giornalista e maestro.
Della sua morte, avvenuta a Reggio Calabria l’8
giugno 1931 - dove riposano le spoglie mortali,
rimangono memorabili il dolore e le testimonianze
d’affetto.
L’epigrafe incisa nella lapide del cimitero sintetizza le
virtù del personaggio: «In dedizione assoluta agli
altissimi umani ideali insegnò che nella vita si opera in
umiltà al servizio del bene; luce perenne allo spirito
degli eletti doloranti, le virtù qui si sono date convegno
sussurrando ai passanti che la fiamma del suo grande
cuore e del suo grande intelletto arde robusta ancora e
sempre alimentata dal suo spirito immortale per la
famiglia, la scuola, la patria».
Nato a Varapodio (Reggio Cal.) il 14 ottobre 1866 da
Giacomo e Maria Annunziata Carbone, Raffaele
Sammarco intraprese gli studi sotto la guida degli zii
sacerdoti don Carmelo e don Giuseppe Sammarco.
Passò, quindi, nel Seminario di Oppido Mamertina
dove rivelò le sue doti di poeta e un comportamento

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esemplare che gli procurarono l’ammirazione e la
benevolenza di tutti. Tra questi, mons. Carmelo Puija
che sarà arcivescovo di Reggio Calabria. Lasciato il
Seminario, nel 1884 conseguì la licenza ginnasiale a
Monteleone (oggi Vibo Valentia) e nel 1886 quella
liceale a Reggio Calabria. A 20 anni conosceva già
cinque lingue: latino, greco, tedesco, inglese e francese.
Di tale periodo sono le poesie francesi e inglesi: Delicta
juventutis.
Nel 1888 prestò il servizio militare a Napoli, Verona e
Roma come allievo ufficiale, congedandosi nel 1891
col grado di sottotenente.
A Roma tentò di pubblicare un settimanale letterario
umoristico La macchietta, che fallì perché il
finanziatore sparì dalla circolazione.
Trasferitosi a Messina si iscrisse alla facoltà di
giurisprudenza, sostenendo nel 1895 ben sedici esami
speciali in unica sessione. Indossata la toga, difese
egregiamente la prima ed unica causa in Corte di
Assise. Nella città siciliana si dedicò pure al
giornalismo con il ruolo di redattore capo della
Gazzetta di Messina e delle Calabrie (1894);
successivamente fondò e diresse un quotidiano che
ebbe breve durata a causa del terremoto del 28
dicembre 1908. Alla laurea in legge, si aggiunse due
anni dopo nello stesso Ateneo quella di lettere -
divenendo professore (1897). Giovanni Pascoli, ivi
docente, lo definì il forte e pensoso Sammarco. Ottenne
un primo incarico d’insegnamento al Real Convitto
messinese Dante Alighieri, prima di divenire direttore
del Ginnasio e della Scuola tecnica annessa.

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Conferenziere applaudito nei teatri e nelle piazze,
fondò con Mandalari e Visalli l’Associazione Pro
Calabria con sede a Roma e rappresentanze nei
maggiori centri della nostra Regione.
S’impegnò con tenacia alla ricostruzione di Reggio e
Messina, distrutte dal sisma, tornando anche alla
Gazzetta che rivide la luce al sorgere delle prime
baracche. Le autorità di Messina - affinché riordinasse
le scuole - gli affidarono l’incarico di Provveditore agli
Studi. Vinse, quindi, il concorso per una cattedra di
lettere a Trapani (1913) e a Reggio (1914) ove rimarrà
fino alla morte. Ricoperse altre importanti cariche in
seguito allo scoppio della prima guerra mondiale e nel
1922 divenne a Roma segretario particolare del
Ministro delle Poste e Telegrafi.
Ma sia perché non era quella la sua tendenza sia perché
infermo, fece ritorno a Reggio dove la sua laboriosa
esistenza fu stroncata da un male incurabile.
Nella vita di Sammarco vanno considerati due
momenti: quello giovanile nel quale si rivela poeta e
scrittore e l’altro dell’età matura che lo vede filosofo e
maestro. Dei suoi scritti poetici segnaliamo: Poesie e
prose varie (in lunedì della Gazzetta sotto lo
pseudonimo di Hierros); Delicta Juventutis; Carmina
(versi in latino); Poesie (circa 70 sparse su diverse
riviste), raccolte dal fratello Gianfrancesco e pubblicate
a cura di Nicola Giunta. A giudizio di quest’ultimo,
quella di Sammarco è «poesia che nasce da
un’educazione classica e in cui è contenuto il fresco dei
suoi tempi, che potevano dirsi moderni, come fantasia e
sentimento: la poesia di un uomo che si diede

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ordinatamente una cultura e selezionatamente
un’educazione, passando dal rigore dei greci e dei latini
ai Maestri dell’ottocento...».
Nella lirica A se stesso si risente la dolorante pensosità
del Leopardi: «O mio cuore infelice, / datti pace
oramai. / Il tanto vaneggiar, dimmi, che giova? / O
cuore mio, non sai / il proverbio che dice: / bene
perduto più non si ritrova? / Nostro tempo felice /
passò. Giorni di sol, per sempre addio! / Candidi soli de
l’età mia nova, / su voi sceso è l’oblio».
Nel Primo amore, il poeta descrive con tenerezza la
sua donna: «Agile ell’era, giovinetta e bella, / viso di un
cherubino innamorato, / limpidi e neri gli occhi di
gazzella / e la bocca parea fior di granato; / onde dolce
e soave la favella / e il respiro ne usciva profumato, /
quando al nome gentile rispondea / de la più bella
giovinetta ebrea».
In Idillio esalta la generosità della natura: «O misero
colui che le dolcezze / dei campi ignora, e cosa indegna
estima / di cittadino abitator la terra / bella d’erbe
feconda e opimi còlti!».
Di Sammarco letterato ricordiamo: Mulini a vento (un
centinaio di servizi apparsi sulla Gazzetta sotto lo
pseudonimo Vice-Tristam Shandy); articoli politici,
economici, letterari pubblicati nell’Ora di Palermo, nel
Giornale d’Italia, in Calabria vera e in altre rassegne.
Per comprendere la grandezza di Sammarco basta
leggere le affermazioni di Nicola Giunta:
«La sovranità della mente, la forza del carattere,
l’indipendenza del giudizio avevano fatto di lui, più che
un insegnante, per quanto riguardava la tecnica, un

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educatore, un formatore di coscienze, un Maestro, per
cui egli era qui qualche cosa come la eretta sovrastante
colonna, la più alta e vivida fiamma, il maestro fra i
maestri, il primus inter pares».
Numerose iniziative furono promosse nel tempo per
ricordare il nome di Sammarco. Così, nel primo
anniversario della morte, a cura del Comitato reggino
dei giornalisti, venne inaugurato presso la Biblioteca
Comunale del capoluogo calabrese un mezzo busto del
nostro personaggio, opera del prof. Giovanni Calafiore.
Per l’occasione, In memoria di Raffaele Sammarco, fu
pubblicato anche un libro (1932) che raccoglie - fra
l’altro - i giudizi della stampa e delle personalità del
mondo politico, letterario e scientifico sul nostro poeta,
letterato e maestro; tre alte doti che, permeate da una
sentita umanità, da una grande bontà e da una profonda
umiltà, lo resero un “grande” nel vero senso della
parola. A tal proposito, come lo definì il prof. G. Ferrari
dell’Università di Bologna, Sammarco «fu un’alta
intelligenza e soprattutto un gran cuore. Il suo cuore fu
sempre vicino agli umili, ed egli fu umile nel senso
evangelico della parola. Onestà fu la sua umiltà, vivo
senso del dovere, desiderio di perfezionarsi e di
donarsi».
Bibliografia essenziale:
1 - Raffaele Sammarco, Poesie (con prefaz. di N. Giunta) -
Edizioni Febea, RC - 1956.
2 - Antonino De Masi, Varapodio ieri e oggi - (Fatti, personaggi
e costumi) - Amm. Comunale di Varapodio (RC), 1990.
3 - Dagli appunti gentilmente offertimi (con foto) dal nipote
Roberto Sammarco.

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Fortunato Seminara

Per comprendere un personaggio occorre studiare, in


primo luogo, le sue origini e l'ambiente che lo vide
crescere.
A presentarci il paese natio di Fortunato Seminara,
oggi piccola e attiva oasi della Piana sotto l'aspetto
amministrativo e sociale, è stato lo scrittore conterraneo
Antonio Piromalli:
«Questa nostra è la storia di un feudo di campagna
isolato su un dosso di collina, in territorio già
magnogreco e bizantino, uno spaccato italiano di storia
di dominatori e dominati: gloria di vendite, profitti e
usurpazioni appartengono ai Caracciolo, Ruffo,
Paravagna e Avati… Ma non esiste una storia soltanto
negativa e nel corso delle indagini abbiamo visto che
dalla popolazione sfruttata si sono sprigionati, oltre la
dura fatica quotidiana dei rurali e contadini, scintille di
umanità in laici e religiosi, patrioti e antifascisti,
scrittori di opposizione i quali hanno contribuito a
modificare l'antico assetto sociale feudale perdurato
fino a pochi anni or sono». (Dalla prefazione a
Maropati, Ed. Brenner - CS, 1978).

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Non una scintilla, ma una grande fiammata si è
sprigionata dallo scrittore Fortunato Seminara - nato a
Maropati (Reggio Cal.) il 12 agosto 1903 da Michele e
da Pasqualina Nasso, agricoltori benestanti.
Dopo aver completato le scuole elementari al suo
paese, seguì gli studi superiori in diverse località: nel
Seminario di Mileto, a Palmi, a Reggio Calabria, a
Napoli per concluderli con successo a Pisa.
Nella città toscana sostenne e superò da privatista gli
esami di licenza liceale. Per diciotto mesi, quindi,
prestò il servizio militare di leva a Siena e a Roma. Si
iscrisse e frequentò il primo anno alla facoltà di
giurisprudenza dell'università della capitale.
Trasferitosi - in seguito - a Napoli conobbe quella che
sarebbe stata presto la propria moglie, prima di
laurearsi nel 1927.
Dal legame matrimoniale, che si rivelò di breve durata,
nacquero due figli. Nel 1930, prima di passare in
Francia, emigrò in Svizzera dove esercitò l'attività
giornalistica aderendo al Partito Socialista e scrivendo
contro il fascismo.
Due anni dopo, tornato a Maropati, si isolava nella sua
campagna di Pescano per evitare rappresaglie politiche
e dedicarsi agli studi letterari. Richiamato alle armi nel
secondo conflitto mondiale, si congedò nel dicembre
1942.
Alla caduta della dittatura tentò di avvicinarsi alla vita
politica, ma presto se ne allontanò. E' rimasto
significativo l'episodio verificatosi mentre copriva la
carica di Sindaco a Galatro. Per aver denunciato di
illecito un Maresciallo dei Carabinieri fu prima

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arrestato e poi fatto liberare a furore di popolo. La sua
nomina del luglio 1944 a primo cittadino - in
sostituzione dell'allora podestà - era stata effettuata dal
Comitato di Liberazione provinciale di Reggio
Calabria.
Sempre nella tenuta di Pescano scrisse i suoi romanzi e
quando, nella notte di Natale del 1975 la sua casetta che
custodiva un prezioso materiale affettivo e culturale
venne incendiata da vili criminali, grande fu il suo
rammarico.
Pure la salute cagionevole di Seminara subì
conseguenze e il 1° maggio 1984 lo scrittore si spense a
Grosseto presso il figlio Oliviero.
Le sue spoglie riposano nel cimitero dell'amato paese
di Calabria.
Ne Le Baracche, che rappresenta un rione di Maropati,
il primo romanzo - scritto nel 1934 e pubblicato nel
1942 perché avversato dal fascismo, vi è tutta l'amara
realtà del Sud. «C'è un tono corale carico di fatalità e di
ineluttabilità», come ha sostenuto Antonio Piromalli,
«l'atmosfera lirica dei vinti della vita, il sentimento
della vita come scacco delle illusioni e della bontà nei
confronti della realtà fatta di miseria, ignoranza,
invidia, arretratezza spirituale e materiale, istintività
irrazionale».
Dieci anni più tardi, ne La Masseria - si assiste ad un
momento consapevole della lotta dei contadini contro
l'ingiustizia. Lo stesso Seminara, come ha ribadito
Piromalli, in altre pagine ha spiegato il proprio legame
con il mondo dei contadini e «con la loro vita penosa e i
loro dolori»: «Ho dato una voce alla secolare e oscura

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sofferenza delle masse contadine che sono la cosa più
seria, positiva e reale nella disgregata società
meridionale…Un frammento di villaggio calabrese ha
una carica atomica. E' una temperatura a cui pochi
resistono. Se lacrime e sangue si trovano nelle mie
opere, è perché costa lacrime e sangue vivere qui».
La trilogia del 1963 - che raccoglie le opere pubblicate
in precedenza: Il vento nell'oliveto, Disgrazia in casa
Amato e Il diario di Laura - rispecchia tutto l'ambiente
veristico calabrese. Nella lotta contro il vecchio mondo
baronale del primo romanzo, i contadini stretti attorno
alla bandiera rossa non bussano più alla porta del
padrone.
Diversi sono i soggetti sociali che si presentano in
Disgrazia in casa Amato, dove il maestro sfregiato -
anziché vendicarsi - denuncia il violento capraio ai
carabinieri.
Nel terzo romanzo, Laura si narra da sé. Quando la
donna non può più unirsi al suo forestiero, si toglie la
vita. E' la sconfitta anche della Calabria. Passerà -
infatti - ancora del tempo prima che il gentil sesso
possa vantare pari dignità dell'uomo.
Grazie alla Fondazione F. Seminara, istituita dal
Comune di Maropati dopo la scomparsa dello scrittore,
la grande eredità artistica e culturale da lui lasciata non
andrà perduta.
Ha affermato Pantaleone Sergi nel supplemento La
Repubblica del 16 dicembre 1997:
«Era irascibile Fortunato Seminara negli ultimi anni:
Le sue opere non trovavano editori. Il romanzo
d'impegno sociale, gli dicevano, non va più. Ne

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soffriva, inveiva, era sempre più ombroso. Ma
continuava a scrivere. Morì povero, lasciò carte, inediti
e diritti al proprio paese. Ora, a 13 anni dalla morte,
torna a parlare ai suoi lettori. Grazie alla Fondazione
che porta il suo nome, l'editore Pellegrini di Cosenza
pubblica il romanzo inedito L'Arca».
Al romanzo hanno fatto seguito le altre opere postume
nonché quelle edite introvabili. Interessanti iniziative si
sono verificate anche all'Estero, in Francia.
Ma non è tutto: siamo certi che la Fondazione
promuoverà la pubblicazione di ogni altro materiale
utile e continuerà a fare conoscere al mondo l'uomo e lo
scrittore che più di ogni altro ha difeso e amato la classe
operaia e la nostra Terra.
Ha scritto Seminara:
«Sentire decantare le bellezze naturali della Calabria
fino a qualche anno addietro, oltre che cagionarci un
senso di fastidio, ci faceva uno strano effetto: eravamo
nella condizione di chi, avendo bisogno di far valere
una sua buona qualità, mettiamo l'ingegno, non trova
alcuno disposto ad apprezzarla e invece da molti ne
vengono apprezzate altre, mettiamo la bellezza fisica e
la gentilezza, di cui lui quasi non si accorge e che ad
ogni modo non gli servono.
Aveva per noi, quasi sapore di beffa e ci amareggiava.
Avevamo bisogno di strade, di ospedali, di scuole, di
ferrovie, di porti, d'industrie e di tante altre cose
indispensabili al progresso delle nostra regione e al
benessere del nostro popolo; le reclamavamo da quasi
un secolo senza riuscire a farci ascoltare».
E concludeva: «Poi è accaduto un fatto nuovo: nelle

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regioni pletoriche d'industrie e fornite di strade, di
ferrovie, di porti e di tutto il resto, nelle città popolose e
ricche, che noi invidiavamo come privilegiate, si è
levato il grido affannoso dell'aria fumosa e carica di
sostanze nocive, delle acque inquinate, del cemento che
avanzava compatto come una frana, della distruzione
della natura…
Allora noi che abbiamo aria tersa e pura, acque pulite e
molto verde e una natura intatta, ci siamo accorti di
possedere dei beni inestimabili e di doverci considerare,
proprio noi, privilegiati.
Un privilegio amaro, perché tali beni sono inutili, se il
loro possesso rimane sterile e infruttuoso. La
popolazione della regione non vive di aria limpida, di
acqua pura e di verde: le delizie del regno della natura
sono favole dell'idillio pastorale, o invenzione di
qualche stravagante religione orientale».
Sono parole e sentimenti che hanno lasciato il segno e
che tutti condividiamo perché rispecchiano ancora una
triste realtà!
(Da: Calabria pianeta sconosciuto, Effesette - CS,
1991.

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Domenico Antonio Tripodi

E' bello e doveroso ripercorrere il faticoso ed


entusiasmante cammino che Tripodi ha compiuto per
onorare la Calabria nel mondo e assaporare, come in
una fiaba a lieto fine, le ineffabili soddisfazioni dello
spirito.
Nato nel 1930 a S. Eufemia, ridente cittadina alle falde
dell'Aspromonte, sesto su otto fratelli di una famiglia
dove pittura - scultura e musica sono pane quotidiano,
Domenico Antonio ben presto lasciò la bottega del
padre Carmelo per trasferirsi in Toscana. Come ha
scritto più tardi, i ricordi dell'infanzia l'accompagnano
dovunque:
«Nello specchio della mia anima s'inquadra la visione
dello Stretto di Messina e del Sant'Elia, al tramonto. Là,
ove ha fine il curvo volo degli astri, nel silenzio solenne
che invade e acquieta ogni cosa, la grande fiamma
divampa in un diluvio di porpora che tramuta in oro».
Dopo Livorno, Certaldo, Firenze e Siena passò a
Torino. Nella primavera del '55 a Milano trovò lavoro
nel campo del restauro e studiò pittura alla Scuola

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Superiore d'Arte del Castello Sforzesco e in altri Istituti
lombardi. Si dedicò, quindi, all'insegnamento e
collaborò con valenti Maestri.
Dal '95 si è stabilito a Roma per continuare l'opera
prestigiosa che si può ammirare in molte città italiane e
all'Estero.
La pittura di Tripodi si presenta varia nei temi e
complessa nella tecnica.
Un aspetto particolare riguarda il problema ecologico
per la sensibilizzazione dell'uomo sulla natura
nell'ambiente mediterraneo.
«…Tripodi sembra che canti inni alla bellezza della
natura mostrando i suoi meravigliosi animali come se
fosse un incitamento a difenderli dalla estinzione…»,
sostiene il critico nordamericano Neal Rear.
«Tripodi dipinge volentieri nature morte…», afferma
Rossana Bossaglia; per lui «l'animale rappresenta se
stesso, la propria sofferenza e la propria morte. Egli
getta lo sguardo su queste esistenze a noi
silenziosamente affiancate, di cui noi sentiamo in
qualche modo l'affratellamento e il mistero. La loro
rappresentazione è anche metafora della vita umana…».
E' una verità inconfutabile:
«Non possiamo comprendere la vita, se in qualche
modo non ci spieghiamo la morte. Il criterio direttivo
delle nostre azioni, il filo per uscire da questo labirinto,
il lume insomma deve venirci di là…». (Pirandello).
Mi piace rilevare come opere di Tripodi, raffiguranti
animali feriti o sacrificati, parlanti anche dopo la morte,
siano divenute oggetto di studio e dibattito ecologico in
diverse scuole italiane.

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Da qualche tempo l'artista cerca la luce e la potenza del
suo linguaggio espressivo studiando i grandi narratori
del passato: Omero, Virgilio, Seneca, Gioacchino da
Fiore, Milton. La sua attenzione, però, è rivolta a
Dante, il divino poeta che con il suo capolavoro
conduce alle supreme altezze e alla scoperta di noi
stessi.
Nella premessa del suo catalogo, Tripodi stesso
ammette:
«Cercando più intensamente nella mia anima il senso
del nascere e del morire, e del risorgere, al fine di
preparare bene e per tempo il mio più importante
viaggio, ho guardato con più viva attenzione alle
esperienze degli uomini saggi e sapienti d'ogni tempo.
Con maggiore intensità ho guardato a Dante, creatura
straordinaria, al quale il buon Dio, con un atto di
provvidenziale benevolenza, ha voluto fare, cospicuo e
fragrante, il dono della parola e della poesia. La parola
è già un miracolo; la poesia è il sublimato della parola
perché le dona verità e bellezza. Il genio di Dante è così
grande che quasi mortifica chi tenta di avvicinarlo».

Come sarebbe diverso il futuro del mondo se non si


arrecasse tristezza al Creatore e alle Anime beate con
azioni malvagie dirette al prossimo:

Quanto dolore allor nei grandi e puri


Spiriti eletti tra fulgente luce
al veder che gli umani, in terra, duri
sono nell'alma e, al mal che li seduce,
pronti all'abbraccio, ed alla vile intesa!

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(Dal poema medianico dantesco: Dalla Terra al Cielo -
XI, 67-71).
Scrive la dott. Anna Iozzino:
«Per Tripodi cercare Dante significa viaggiare dentro
di sé e rappresentare in maniera nuova per concezione
ed impostazione non luoghi fisici, ma come ha
precisato anche Giovanni Paolo II, stati dello spirito
dopo la morte, evocando con grande padronanza dei
mezzi tecnici i processi formativi della materia-colore
in una gamma cromatica sommessa e sapiente, capaci
di rendere visibili metafore ed archetipi in bilico tra la
coscienza individuale e l'inconscio collettivo».
L'opera pittorica Tripodi cerca Dante ovvero Il colore
nella Divina Commedia (circa 130 quadri), esposta in
molte città del mondo, continua a riscuotere un
successo strepitoso e l'unanime consenso di critici e
studiosi.
Ne Il Corriere di Roma del 15 aprile 2001 si sottolinea:
«C'è un filo diretto che lega Dante e Tripodi. Qualcosa
di mistico, talmente elevato da sfiorare
l'incomprensibile. Il pittore è modesto, schivo, gentile.
Non ha precisa idea di quanto giganteggi la sua arte. Di
quanto i tanti illustratori della Divina Commedia
debbano cedere il passo all'interprete che trasferisce
sulla tela versi sublimi dando loro apparenza, colore,
spiegandone il significato».

Fra le affermazioni all'Estero di Tripodi, ricordiamo il


Premio Mundial Salvador Dalì del 1989 di Figueras, in
terra di Spagna; il Premio Internazionale Van Gogh,
mostra itinerante, collettiva del 1990 (Amsterdam,

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Nuenen, Otterloo, Auvers sur Oise); il Premio
Internazionale Cristobál Colón di Siviglia del 1992.
Numerosi risultano i riconoscimenti in Italia.

Opere famose di Tripodi sono conservate in collezioni


pubbliche e private. L'opera Il filosofo è inclusa nella
Storia della filosofia e delle religioni (Enciclopedia Ed.
SAIE - Paoline); l' Ulisse che contempla la città di
Troia in fiamme si trova esposta nella Sala del Trono di
Innocenzo XII - Palazzo Pignatelli (Roma); Scilla la
mytique è inserita nella collana di carte postali Les
artistes et maîtres du XX siècle (Paris); l'opera Gesù
palestinese è esposta nella Archidiocesi di NewYork;
La Madonna dei Miracoli - (dipinto su tavola) - è in
Vaticano. Ed ancora: Angeli oranti in volo abbellisce la
Chiesa del S. Cuore a Briatico; L'uccello blu, Scilla
magica, Figura antica e altre immagini pittoriche
ornano copertine e volumi d'arte, di poesia e di
letteratura.
«Senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, anche se
avesse tutti gli altri beni». (Aristotele).

Non posso concludere la mia modesta esposizione


senza fare riferimento alla profonda stima che lega
Tripodi agli amici.
Sono lieto, pertanto, di far parte di tanta fortunata
compagnia.

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Carmelo Tripodi

In ogni tempo la nostra Terra è stata patria di uomini


capaci e volenterosi che hanno saputo cogliere gli
aspetti migliori della vita e i sentimenti più eletti per
trasmetterli ai posteri con letizia e generosità. I primi ad
usufruire del privilegio sono stati - naturalmente - i
diretti discendenti che hanno costituito, come nel caso
dei Tripodi, una vera dinastia d’arte. Sulle orme paterne
i figli Giuseppe, Graziadei e Domenico Antonio si sono
distinti, il primo nel campo musicale e gli altri in quello
artistico. Pertanto, dopo l’Aspromontano, ho ritenuto
opportuno risalire alle origini e trattare la vita e l’opera
del capostipite della famiglia, Carmelo Tripodi.
Nato a Sant’Eufemia d’Aspromonte (R.C.) il 28 aprile
1874 da Giuseppe e da Teresa Filardi (da Melicuccà),
ebbe come prima guida il valido pittore del luogo
Giosué Versace, nella bottega del quale eseguì alcune
opere come S. Rocco e gli appestati (Chiesa del
Suffragio di S. Eufemia) che - pur nella sua maniera
seicentesca - denota libertà di forma e di luce nonché
ricchezza di stimoli.
Desideroso di apprendere, si iscrisse e frequentò
l’Accademia di Belle Arti di Messina dov’era in auge
l’indirizzo verista e la poetica di fine Ottocento dei
grandi maestri Francesco Paolo Michetti e Domenico
Morelli.
Tornato al paese natale aprì uno studio di pittura e
perfezionò un forte e originale stile proprio che si rileva
specialmente nei ritratti e nei paesaggi.
Nel 1906 eseguì il suo capolavoro Galileo Galilei (olio

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su tela) e, unitamente al Sant’Antonio abate, lo presentò
alla Mostra Campionaria Internazionale di Palermo
conseguendo un meritato successo che l’impose nel
mondo ufficiale dell’arte. Fu l’inizio della sua ascesa
artistica: alla vittoria seguirono, infatti, le più alte
onorificenze e quattro prestigiosi premi. Nel 1912
venne eletto membro della giuria d’onore
all’Esposizione Internazionale di Parigi, ove per la sua
genialità gli venne conferita una medaglia d’oro.
Afferma Renato Civello: «Carmelo Tripodi riassunse
in chiave moderna, ma nel segno di una edificante
continuità e persistenza, i caratteri dell’umanesimo
integrale: rinacque in lui, contro la sterilità del
naturalismo accademizzante e la pretestuosa neofilia
d’improbabili equazioni, il Quidam mortalis deus di
Giannozzo Manetti e del Rinascimento in genere».
Il terremoto del 1908 distrusse molte opere del Tripodi,
compromettendo anche l’altare monumentale della
Chiesa di S. Maria delle Grazie del luogo (scomparso
negli anni ’70 con l’erezione del nuovo tempio), ma
fortunatamente di tale periodo ci rimane una sua
eccezionale documentazione fotografica. «Le immagini
che hanno fissato nello spazio e nel tempo, per sempre,
la immane tragedia... sono memoria dolorosa della
nostra storia, da conservare gelosamente in un museo
come lascito prezioso alle future generazioni», ha
sostenuto il figlio D. Antonio, «spiccando le stesse
come pietre miliari».
Di un’eccezionale potenza espressiva risultano pure i
ritratti che Tripodi ha trasposto sovente in disegno o in
pittura, consentendogli fra l’altro di portare avanti la

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numerosa famiglia di ben otto figli.
A titolo d’esempio ricordo l’olio su tela del padre, in
cui si rileva «il vigore del segno, la perfetta conoscenza
dell’anatomia facciale, e il precipuo e gioioso gioco del
rosa e gli azzurri».
In altri pregevoli dipinti (come si nota dagli autorevoli
giudizi) la dolcezza espressa nel volto rende eterea e
affascinante l’immagine di Gesù sulle acque; la serenità
che emana dal Monaco in meditazione fa dell’opera un
canto lirico; nella Testa di Gesù, dipinta come su una
roccia, gli occhi, il naso e la bocca, in assonanza,
esprimono un sentimento di vigile e affettuosa
protezione; gli stenti della vita nel Suonatore sulla neve
sono tutti condensati nello sguardo di quel barbone che,
avvolto nel pastrano, va a guadagnarsi da vivere.
La maggiore produzione del poliedrico artista si
conserva nei luoghi sacri e nei palazzi nobili della
nostra Regione e della Sicilia.
Così, nella Chiesa di Acquaro di Cosoleto troviamo tre
tele del 1910 (la quarta raffigurante l’Ultima cena andò
distrutta da un incendio): Il battesimo di Gesù, Abramo
sacrifica Isacco e Giuditta e Oloferne.
A Gioiosa Ionica, nel sacro tempio della Pietà
possiamo ammirare i pregevoli dipinti del 1922: Le Pie
Donne e Gesù portato al sepolcro.
L’opera La Madonna e Giovanni l’Apostolo venne
creata nel 1933 dall’instancabile pittore per l’attuale
Santuario dell’Addolorata di S. Procopio da collocare,
ai lati di un Crocifisso ligneo di circa 2 m., sopra un
altare laterale. Su commissione dell’abate Papalia,
Tripodi s’impegnò a lungo nel 1937 per una Via Crucis

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(14 pannelli) e poi per una Pala d’altare - raffigurante i
miracoli di S. Rita - da sistemare nella Chiesa del
Soccorso di Palmi.
Parecchie furono le opere eseguite in vari periodi per la
sua città, come i progetti per gli stucchi e le decorazioni
interne delle chiese del Suffragio (dove c’è anche una
Deposizione) e del SS. Rosario (1926/1929); le
decorazioni delle Sale del Podestà e della Segreteria del
Comune (1927); la Testa del Cristo, modellata su creta
e poi tradotta in cartapesta per essere impiantata su una
statua del Cuore di Gesù nella Chiesa di Sant’Eufemia
vergine e martire (1930); un Cristo alla colonna e un
Cristo morto in creta, cartapesta e tela per la medesima
Chiesa (1936).
Per Carmelo Tripodi, che concluse la sua laboriosa
esistenza a Sant’Eufemia il 31 marzo 1950, «l’arte è
stata ragione di vita, amore sincero e profondo», ha
osservato Alfonso Grassi.
Ed ancora: «Il suo naturalismo è nato dall’osservazione
diretta del vero... e dallo studio dei giganti della pittura
e della scultura... Libero dagli schemi accademici si è
sempre rinnovato conservando la sua originalità e
personalità...».
Se Carmelo Tripodi, come ha scritto il prof. R. Causa,
«al suo innegabile talento ha anteposto la sua smisurata
modestia», è giunto il momento di fare conoscere al
mondo ed in modo particolare ai calabresi questo
grande maestro, che nell’incomparabile fascino della
nostra Terra e nelle sembianze del Cristo incarnato
improntò la sua nobile arte che i figli hanno saputo
coltivare e rendere di viva attualità.

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Padre Catanoso, un Santo del nostro tempo

La proclamazione a Santo di Padre Gaetano Catanoso,


in un momento così drammatico per la nostra Terra, ha
segnato una data indelebile nella millenaria storia della
Chiesa reggina. Alla guarigione miracolosa di una
Suora Veronica, che il 4 maggio 1997 ha confermato
l’eroicità delle virtù del servo di Dio, è seguito l’altro
evento scientificamente inspiegabile della signora Anna
Pangallo, ristabilitasi dopo essere stata in coma per una
rara forma di meningite. Così, dopo la beatificazione
operata da Giovanni Paolo II Il Grande, il suo
successore Ratzinger ha decretato la canonizzazione di
Catanoso. Ritengo superfluo soffermarmi a lungo
sull’eccezionale figura del nostro conterraneo, assurto
all’onore degli altari a motivo della sua umiltà e della
totale dedizione di sé al prossimo, anche se per la prima
volta ad un semplice prete diocesano è stato
riconosciuto un carisma testimoniato e vissuto fin dalle
origini. Gaetano Catanoso nacque a Chorio di S.
Lorenzo (RC) il 14 febbraio 1879 e, compiuti gli studi
seminaristici, venne ordinato sacerdote agli inizi del

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secolo. Nel giorno della sua prima Messa, il 20
settembre 1902, ha reso noto nel ricordino (anche in
mio possesso) - distribuito a parenti e amici chiamati a
far parte della festa - il programma che avrebbe
osservato per tutta la vita: «O buon Gesù..., la gioia
ineffabile, che oggi inonda l’animo mio, non venga mai
meno, sì che io resti acceso del tuo divino amore, e mi
conservi sempre tuo degno ministro, sino alla morte».
Per due anni fu nominato Prefetto d’Ordine in
seminario, quindi parroco a Pentidattilo, zona molto
disagiata, dove rimase per 17 anni sino al maggio 1921.
Qui, come ricorda Mons. Aurelio Sorrentino nel
dimostrare la fermezza di carattere del Padre, si verificò
un caso di manzoniana memoria. Nella casa canonica si
presentò un delinquente per intimargli di non celebrare
all’indomani un matrimonio. Ma Catanoso sostenne che
avrebbe compiuto il suo dovere ad ogni costo e,
incredibile ma vero, la sera dello stesso giorno l’uomo
che lo aveva minacciato, vinto dal rimorso, tornò a
chiedere perdono.
Nel centro della zona ionica il sacerdote intraprese
un’intensa missione spirituale ed una lodevole opera di
promozione umana e sociale. Visitava e stava vicino
alle famiglie, senza pretendere nulla per i matrimoni e
le esequie; col catechismo insegnava ai bambini a
leggere e scrivere; per i giovani che non potevano
frequentare la scuola organizzò quella serale. Là
maturarono gli ideali ed i progetti che realizzerà con
sacrificio. Nel 1918 venne a conoscenza, tramite il
canonico Salvatore De Lorenzo, dell’Arciconfraternita
del Volto Santo di Tours in Francia che aveva come

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finalità la riparazione e l’anno successivo - autorizzato
dall’Arcivescovo di Reggio - anch’egli istituì
canonicamente la Pia Unione (o Confraternita) del
Volto Santo con sede a Pentidattilo e trasferita nel 1950
a Reggio Calabria. Le suore che vi fecero parte si
chiamarono, appunto, Figlie di S. Veronica -
Missionarie del Volto Santo. Le prime vestizioni
avvennero il 24 novembre 1939. Il Padre le esortava:
«Le figlie del popolo devono educare i figli del popolo,
perché solo tra i poveri si possono capire le reciproche
necessità». Catanoso volle, infatti, che le suore
raggiungessero i luoghi più sperduti per dedicarsi agli
asili, al catechismo e al servizio pastorale nelle
parrocchie. La vita della Congregazione fu tormentata e
si dovettero superare molte difficoltà, anche di carattere
economico, prima che si assaporassero i buoni frutti. A
cominciare dal 1935 sorsero nei paesi poveri e rurali le
prime scuole materne; i laboratori di cucito e ricamo,
come incontro della gioventù, svolsero nei paesi di
montagna una funzione di risveglio religioso e di
progresso civile. Anch’io, durante quegli anni, a S.
Martino di Taurianova, in una di quelle scuole materne
ho ricevuto dalle Suore Veroniche un’educazione
d’ispirazione evangelica. Pertanto oggi, con legittimo
orgoglio, ho gioito nell’assistere alla santificazione del
Padre che tante volte ho visto, ascoltato e toccato con
mano. I legami di Catanoso con il nostro laborioso
paese erano molto forti, poiché ben quattro sorelle
Galante sono state consacrate Suore del Volto Santo:
Melania (deceduta il 29/11/2000), Teresina (trapassata
da claustrale il 5/9/1973), Maria Benedetta (deceduta il

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24/6/2007) e Severina. Un’altra congiunta, Suor Maria
Giovanna, fa parte delle claustrali del Monastero della
Visitazione a Taurianova, mentre Suor Lucia del SS.
Sacramento - dopo la consacrazione ed i voti ottenuti il
1° ottobre 1996 - ha raggiunto il Cielo il 3 febbraio
1997. Gli incontri del Padre a San Martino furono
frequenti e talvolta il religioso trascorreva da noi
l’intera giornata pernottando in loco.
Dalla testimonianza della signorina Angelina Varone
ho ricostruito la prima visita di Catanoso a S. Martino.
Erano le ore otto del 30 novembre 1939 allorquando,
con l’autobus di linea, giunse nel paese il Padre
accompagnato dalla Superiora Suor Marianna, da Suor
Lucia e da Suor Domenica. Ad attenderli vi erano il
rev. Arciprete D. Giulio Celano e la nipote sig.na
Vittoria Celano, nonché le signorine Maria Molina e
Angelina Varone con la sorella Adele ancora bambina.
Catanoso si avviò subito in Chiesa a celebrare una
Messa solenne per i fedeli che gremivano già il luogo
sacro. Al termine, in compagnia del parroco don Giulio,
prese possesso della casa preparata per le sue suore che
diedero inizio al una proficua azione missionaria.
Dopo qualche tempo vennero aperti anche la scuola
materna per i bambini del paese e il laboratorio di
ricamo per le signorine. A maggiore sostegno fu
mandata da Reggio anche Suor Teresa, dalla quale io
ho appreso le prime conoscenze religiose. Di tanto in
tanto la Madre Generale, Suor Maria Gabriella,
giungeva dal capoluogo calabrese a salutarci con il suo
affabile sorriso. Il seme gettato cominciava a dare
copiosi frutti e sbocciarono pure le prime vocazioni.

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L’11 gennaio 1941 due postulanti del luogo
indossarono l’abito religioso e qualche mese dopo, il 21
marzo, direttamente dalle mani del Padre fra la
commozione generale le stesse ricevevano il velo
davanti all’altare. La suggestiva cerimonia ha lasciato il
segno nella nostra memoria collettiva.
Nel 1921 Padre Gaetano venne trasferito alla
parrocchia della Purificazione (Candelora) di Reggio
dove rimase fino al 1940. Ivi proseguì l’intensa attività
di evangelizzazione, prima che l’Arcivescovo Mons.
Montalbetti lo nominasse Canonico Penitenziere della
Cattedrale.
Trascorse gli ultimi anni, sofferente nel fisico ma lieto
in spirito, nella stanzetta che si può ammirare presso
l’Istituto delle sue suore al Rione Spirito Santo, dove si
spense il 4 aprile 1963 dopo aver rivolto le ultime
parole di ringraziamento al Signore: «In te, Domine,
speravi, Gesù, Maria, Giuseppe».
Padre Catanoso, una delle personalità più significative
della nostra Regione, si fece dunque sempre carico
delle sofferenze altrui, consapevole con S. Gregorio di
Nissa che: «L’uomo è il volto umano di Dio».
Tale è la verità ripetuta alle migliaia di fedeli
convenuti nella splendida Piazza S. Pietro da Giovanni
Paolo II il giorno della Beatificazione: «Avete avuto,
molti di voi, la fortuna di conoscere un Padre che
riempiva dei contenuti più alti questo termine. Quanti lo
incontravano sentivano in lui il profumo di Cristo».
Solo seguendo le orme della sua coraggiosa
testimonianza d’amore possiamo realizzare il nostro
riscatto morale e civile.

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Padre Stefano De Fiores

Nato a San Luca (R.C.) nel 1933 e battezzato l’anno


dopo a Polsi, dove la famiglia si trasferisce
temporaneamente per motivi di lavoro del padre,
appaltatore edile, Stefano De Fiores consolida in quel
Santuario un profondo anelito devozionale. Una mattina
del 1946 Padre Vittorio Berton, zelante monfortano,
mentre è intento a celebrare la Messa, osserva il
ragazzo tutto assorto nella viva atmosfera del sacro rito.
Nei giorni successivi ha la conferma degli autentici
sentimenti di Stefano, per cui gli propone di diventare
missionario della Madonna. La risposta immediata del
giovane è quella di volersi fare sacerdote. A questo
punto la madre, consapevole della vocazione del figlio,
è ben lieta della scelta e, all’età di appena 13 anni,
Stefano parte alla volta di Redona di Bergamo dove
intraprende gli studi ginnasiali.
«... Il cammino da Polsi a Loreto», scrive il Vescovo di
Locri - Gerace, «è stato segnato da una devozione
intensa alla Vergine Maria. E’ questa devozione che ci
dà la misura dell’individuazione di questi due luoghi, il
primo come punto di partenza e l’altro come approdo
significativo della vita, anche se non definitivo. Polsi è

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per P. Stefano la culla della devozione mariana, il luogo
dove Mamma Natalina, come fanno tutte le nostre
madri, ha insegnato al piccolo Stefano a scoprire
l’eccelsa e universale maternità di Maria e lo ha spinto
a legarsi ad essa con un vincolo d’amore, che avrebbe
poi dovuto sostituire quello della sua maternità
terrena... ».1
Superato lodevolmente ogni esame, Stefano svolge a
Castiglione Torinese il suo noviziato. Segue il percorso
liceale e teologico nonché la densa e lunga esperienza
comunitaria, vissuta all’interno della Compagnia di
Maria.
Il legame con San Luca, da apostolino, è rappresentato
dal ritorno ogni anno nel mese di luglio. «Padre Stefano
è orgoglioso della sua Terra, che s’identifica con la
prodigiosa Immagine di Maria SS. della Montagna».2
A Loreto, nella Basilica, il 21 febbraio 1959 è ordinato
sacerdote, ma decide di celebrare la prima Messa il 2
agosto 1960 nel paese natio.
Da allora, l’impegno professionale e culturale del
religioso è una continua ascesa: professore di storia
dell’Arte, Licenza in teologia presso la Pontificia
Università Lateranense, laurea in Teologia Spirituale
(1973) alla Gregoriana della capitale.
Pubblica, quindi: Maria nel mistero di Cristo e della
Chiesa, primo di una lunga serie di libri. Chiamato ad

1
Fondazione C. Alvaro, Da Polsi a Loreto con Maria nel cuore - Dalla
presentazione di P. Giuseppe Fiorini Morosini - Arti Grafiche Ediz.,
Ardore M. (RC), 2009. Dal libro ho tratto le note biografiche di S. De Fiores.
2
Domenico Caruso, Storia e folklore calabrese - Centro Studi “S. Martino” -
S. Martino (RC), 1988.

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insegnare Mariologia alla romana Pontificia Facoltà
Teologica Marianum, diviene famoso nel settore. Al
Vaticano, con Giovanni Paolo II, offre il suo valido
contributo nell’elaborare documenti.
I numerosi riconoscimenti, l’appartenenza alle più
prestigiose accademie mariane, le autorevoli
testimonianze dimostrano che Padre Stefano è Maestro
di profonda spiritualità.
Nella sua nota introduttiva, Antonio Strangio
sottolinea: «La vita di P. Stefano [...] ben s’intreccia
con quella altrettanto straordinaria dello scrittore
Corrado Alvaro, i due figli per eccellenza della nostra
comunità, guidati da un filo conduttore che ha portato
entrambi a sviluppare la loro straordinaria opera nella
città di Roma».3 Uno stesso sentimento familiare lega i
due conterranei.
Osserva De Fiores: «Il rapporto con la madre è una
dimensione costante e ispiratrice dell’opera alvariana.
La madre è per Alvaro la prospettiva, meglio il punto di
vista o la specola da cui egli scruta la realtà del creato e
della storia; per lui infatti la donna è il “fondamento del
mondo”. [...] Ma è soprattutto un focolare d’amore, che
ispira bontà, tenerezza, pace e speranza».4
Anche la Santa Vergine, per la quale a partire dal XIV
secolo si sono codificati i Sette dolori, è coinvolta
nell’esultanza della risurrezione al pari dei discepoli.
«Se percorriamo i Vangeli», osserva Padre Stefano,
«giungiamo alla costatazione che, al di là delle varie
3
Da Polsi a Loreto con Maria..., op. citata.
4
Stefano De Fiores, Itinerario culturale di Corrado Alvaro - Rubbettino Ed.,
Soveria Mannelli (CZ) - 2006.

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enumerazioni dei dolori di Maria, l’esistenza di Maria è
segnata dalla sofferenza e dalle difficoltà proprie della
condizione umana. Tuttavia, come per Gesù, anche per
Maria dobbiamo evitare la generalizzazione che dipinge
tutta la loro vita come croce e martirio. Essi hanno
conosciuto periodi o momenti di serenità e di gioia
intensa».5
La scelta religiosa di Stefano, orfano del genitore a 5
anni, rappresenta un sollievo morale e spirituale per la
madre. Gli interessi specie nel campo artistico e
letterario, raggiunto l’eccellente traguardo degli studi
teologici, risultano molteplici. In breve diviene una
delle figure più rappresentative nella sua
Congregazione, conseguendo prestigiosi e meritati
riconoscimenti.
Per quanto riguarda l’eccezionale rettitudine, si
apprende dalla testimonianza di Giuseppe Strangio che:
«Qualcuno del popolo, analogamente a quanto avveniva
per Corrado Alvaro, sostiene che è vero che Padre
Stefano è famoso in tutto il mondo e che ha scritto tanti
libri, ma, in concreto, per il suo Paese ha realizzato
poco o nulla. Gli viene (impropriamente) rimproverato
che pur essendo un autorevole studioso, che conta a
Roma, non si è adoperato per sistemare giovani laureati
di San Luca in posti pubblici, non ha trovato qualche
collocazione per giovani disoccupati, non ha portato
finanziamenti per il paese».6 Ma il prestigio che il

5
AA.VV., Il mistero della Croce e Maria - Atti del 4° Colloquio
internazionale di mariologia, tenutosi a Polsi - S. Luca nel settembre 1999 -
Ediz. Monfortane - Roma, 2001.
6
Da Polsi a Loreto..., op. citata.

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Padre ha dato alla Comunità sanluchese vale molto più
di un favore temporaneo: ben lo sanno coloro che
hanno a cuore il senso della giustizia.
Fra la ricca produzione teologica del Padre mi limito a
segnalare qualche grande opera: De Fiores - Goffi
(edd.), Nuovo dizionario di spiritualità - Ediz. Paoline -
Roma, 1999; De Fiores - Meo (edd.), Nuovo dizionario
di mariologia - Ediz. Paoline - Cinisello B., 1996;
Maria. Nuovissimo dizionario - Ediz. Dehoniane -
Bologna, 2008. Ed ancora, fra la produzione culturale,
non indicata nelle note: S. Luca. Memorie storiche a
400 anni dalla fondazione (1592) - Ediz. Monfortane -
Roma, 1989; Il beato Camillo Costanzo di Bovalino.
Con 17 lettere inedite dal Giappone e dalla Cina - Ed.
Qualecultura/Jaca Book - Vibo Valentia, 2000.

Come Francesco, fedele sposo di donna Povertà e che i


suoi seguaci affascina, anche Stefano realizza la sua
mistica unione con Madre Chiesa fino a festeggiarne
nel 2009 le nozze d’oro. Avrebbe detto il divino poeta:
«Oh ignota ricchezza! Oh ben ferace!» (Pd XI, 82)
«... dietro allo sposo, sì la sposa piace» (Pd XI, 84).

Ma, “Sic transit gloria mundi”, afferma l’Imitazione di


Cristo: il 14 aprile 2012 Padre Stefano è tornato alla
Dimora Celeste.
Grande è stata la commozione di quanti l’abbiamo
conosciuto.

In segno di gratitudine ho dedicato all’Amico sincero


la composizione che segue:

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Don Stefano, devoto di Maria,
l’ancella prediletta del Signore,
seguìto avendo voi la sua scia,
pace imploriamo per vostro favore.

Le vostre care mamme in armonia


gelose furon del vostro candore
e dalla Terra vi portaron via
per abbracciarvi fortemente al cuore.

Padre De Fiores, nostro orgoglio e vanto,


v’è grata Polsi con la gran Montagna
cui per il mondo diffondeste il rito.

Fateci scudo col divino manto


della Madonna e nostra fede magna
compenso avrà ad ogni giusto invito.

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Ricordo di Gerhard Rohlfs

Sono trascorsi 23 anni dal giorno in cui a Tubinga, in


Germania, concludeva la sua laboriosa esistenza
l’illustre studioso che, più di ogni altro, amò la nostra
Terra: Gerhard Rohlfs.
Era il 12 settembre 1986 ed in tutto il mondo si parlò
della scomparsa del grande maestro di grecanico, che
dal 1921 non tralasciò d’interessarsi del nostro glorioso
passato.
Lo conferma la dedica apposta dallo stesso nel Nuovo
Dizionario Dialettale della Calabria - (Longo Editore -
Ravenna, 1977), che riporto:
A VOI
FIERI CALABRESI
CHE ACCOGLIESTE OSPITALI ME STRANIERO
NELLE RICERCHE E INDAGINI
INFATICABILMENTE COOPERANDO
ALLA RACCOLTA DI QUESTI MATERIALI
DEDICO QUESTO LIBRO
CHE CHIUDE NELLE PAGINE
IL TESORO DI VITA
DEL VOSTRO NOBILE LINGUAGGIO.

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Tutti gli anni, ad eccezione della parentesi bellica,
Rohlfs raggiungeva i nostri paesi per approfondire la
conoscenza delle nostre tradizioni. Fu così che l’8
aprile 1979, presso la Biblioteca Comunale di Polistena,
avvenne il mio primo incontro.
D’allora gli amichevoli rapporti epistolari col celebre
glottologo, che aveva già incluso il mio nome nel suo
Dizionario, non vennero mai meno.
Diverse volte lo scrittore m’interpellò nei riguardi dei
suoi studi sul dialetto della nostra zona e per ogni opera
pubblicata mi fece dono in anteprima delle pregevoli
bozze di stampa. Ma ecco qualche cenno biografico.
Nato il 14 luglio 1892 a Berlino, giorno della festa
nazionale francese, Rohlfs interpretò questa data come
una predestinazione fatidica “per una futura carriera
romanistica”. Dal genitore, che possedeva uno dei più
vasti vivai di Berlino, Gerhard apprese la vocazione per
le piante prima che per le lingue straniere, avvenuta
verso i 17 anni. Il corso di studi medi a Coburgo fino a
detta età non era stato esemplare.
L’improvviso e rapido mutamento fu una vera fortuna
per i popoli di lingua neolatina: ormai primus omnium,
compiva splendidamente la sua formazione
universitaria. Dal 1914 ebbero inizio i grandi viaggi di
studio e furono cinquanta le giornate che il ricercatore
allora consumò nel visitare 170 paesi fra Svizzera e
Puglia: «Viaggiando per tre quarti a piedi, con lo zaino
sulle spalle, frequentando le strade battute dall’umile
gente, soffermandosi e familiarizzando nelle osterie e
nelle trattorie di piccoli paesi interni, dormendo in

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piccoli alberghi, sempre interessato alle parlate locali di
tutta l’Italia visitata».
Nascevano le sue prime scoperte e si formavano i suoi
primi convincimenti. Come lo stesso Gerhard ebbe ad
annotare: «Conversando con i contadini, fui sorpreso
dall’incredibile varietà dei dialetti italiani».
Nei suoi viaggi in Calabria, avvenuti a distanza di
tempo, Rohlfs individuò come motivo essenziale «la
necessità che la Regione venisse redenta attraverso la
riconquistata dignità di popolo a seguito della riscoperta
dei valori culturali regionali da parte dei suoi abitanti.
E lui, Gerhard Rohlfs, era felice di sentirsi il corifeo di
una tale rinascita».
Sono in molti, specialmente fra gli anziani, a ricordare
i giorni in cui il professore tedesco a dorso di mulo
raggiungeva i centri sperduti calabresi - come Roghudi
e Bova - per non fare disperdere le antiche usanze e la
parlata di quella gente.
Rohlfs difese sempre il prestigio della nostra Regione.
Nel 1921, ad esempio, dopo essere giunto nei pressi di
Cosenza, avendo potuto constatare il contrasto tra la
pessima fama e la reale situazione del vivere civile dei
calabresi, così scrisse in un articolo apparso in
Germania: «Calabria! Quali foschi e raccapriccianti
ricordi non si destano in Germania al pronunziare del
nome di questo estremo ed inaccessibile nido del
brigantaggio! Quale ripugnanza ed orrore non
persistono tuttavia, anche a Milano e a Roma, per
questa terra famosa, dolorante e malnata; così
miseramente ed ingiustamente dallo Stato negletta… In
questa Terra infiltrata della cultura di parecchi secoli, e

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in cui tante nazioni si avvicendarono l’una dopo l’altra,
ogni fiume, ogni pietra, ogni paesello annidato su di
una rupe rappresenta qualche cosa piena di memorie
storiche; e da tutta la superficie sua spira come un
soffio di antico e venerabile tempo».
La generosità di Rohlfs non ha mai avuto limiti; prima
di morire - infatti - aveva così pregato il dott. Salvatore
Gemelli di Anoia Sup.: «Mi saluti l’Italia. Mi saluti gli
amici della Calabria. Addio!».
E l’affezionato dottore, scomparso a Locri qualche
anno dopo il professore, ha voluto ricordare l’amico
con un’opera organica e carica di umanità.

Bibliografia: Salvatore Gemelli, Gerhard Rohlfs - Una vita per


l’Italia dei dialetti - Gangemi Ed., 1990.

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Giovanni Paolo II e la Calabria

Sarebbe superfluo aggiungere altro al fiume di


commenti e all’emozione universale che la scomparsa
di Giovanni Paolo II ha suscitato.
Tuttavia, sento la necessità di rendere una personale
testimonianza ed esprimere un modesto pensiero di
riconoscenza a Il Grande che con la sua presenza nel
1984 ha onorato anche la Calabria.
Ancor prima di visitare la Regione, egli aveva
manifestato il suo legame con Paola, patria del Santo
Fraticello che a somiglianza del Redentore amò il
prossimo più di se stesso.
Nella pubblicazione Storia e folklore calabrese del
luglio 1988 avevo dedicato cinque pagine all’autentico
Apostolo delle Genti che, dopo la sua venuta a Reggio,
ci aveva convocati a Roma. Successivamente, il 12
giugno 1988 - concludendo il XXI Congresso
Eucaristico Nazionale nel nostro capoluogo di
provincia, si era interessato ancora una volta dei gravi
ed annosi problemi meridionali.
Nel discorso del 1° giugno 1985 il Pontefice aveva
affermato: «Voglio sperare, che voi non mancherete di
rileggere la storia religiosa della vostra Regione, che ha
accolto il messaggio cristiano fin dal primo secolo, alla

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luce splendente dei Santi calabresi che hanno forgiato
generazioni di cristiani secondo lo spirito del Vangelo e
della Croce di Gesù Cristo. Come non rievocare alcune
figure emblematiche che ebbi occasione di venerare nel
corso della mia visita: S. Nilo e S. Bartolomeo, illustri
rappresentanti del Monachesimo Cenobitico; S. Bruno,
che diede impulso in Calabria al Monachesimo
Certosino, fondando quella splendida Certosa, che
ancora porto davanti al mio sguardo; S. Francesco di
Paola, il Santo dell’umiltà e della carità, sempre vicino
al cuore della gente!
Gli alti esempi di questi Santi luminosi e sempre attuali
devono costituire uno stimolo costante per quella
animazione cristiana e sociale della Calabria, oggi non
meno dei tempi passati, bisognosa di uomini e donne
che sappiano testimoniare con coraggio l’impegno per
una rinascita spirituale».
Ed ancora, così ribadiva il concetto: «Ma, i Santi
calabresi, soprattutto San Francesco di Paola, non
hanno disatteso l’impegno sociale, anzi non hanno
lasciato occasione per porsi a servizio e a sollievo dei
poveri, dei deboli, dei malati. Oggi il problema sociale,
che tocca la Calabria, va sotto il nome più vasto di
questione meridionale. Si tratta dei problemi
riguardanti le differenti condizioni di vita delle
popolazioni meridionali e quelle più specificamente
calabresi, gli aspetti relativi alla vita morale e religiosa,
ed alla coerenza nei comportamenti privati e pubblici,
le preoccupazioni sociali relative alla disoccupazione,
specialmente quella giovanile e intellettuale, ed il
problema di fondo di un più vasto ed omogeneo

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sviluppo economico, che riguarda non solo la Calabria
ma tutte le Regioni del Mezzogiorno d’Italia».
Seguiva l’analisi degli impegni, che ogni buon
cattolico avrebbe dovuto assolvere per la nostra
rinascita, e che si sarebbero concretizzati nel pieno
rispetto dell’uomo: un chiaro esempio egli l’ha
dimostrato con la sua condotta personale.
A prescindere da ogni singolare coincidenza e certi
che sia stato un premio divino, dobbiamo constatare che
Carlo Wojtyla è tornato alla Casa del Padre proprio il 2
aprile, ricorrenza di S. Francesco di Paola! Ad
attenderlo in Cielo vi era dunque, fra i tanti Beati, il
nostro taumaturgo che durante la sua lunga vita fu al
servizio dei poveri e dei lavoratori a quei tempi vittime
delle angherie dei baroni locali. (Mi si conceda di
aggiungere una nota personale: la devozione per il
Santo ha portato anche me a coronare il sogno d’amore,
nel 1963, presso il suggestivo Santuario di Paola).
Le occasioni d’incontro e le corrispondenze col
Grande Papa sono state diverse, ma mi soffermo a due
momenti significativi.
L’amore filiale verso la Madonna di Giovanni Paolo II
(Totus Tuus ego sum) era così profondo da consacrarLe
l’anno 1987, al fine di ricondurre al Suo Cuore
Immacolato di Madre il mondo inquieto.
Anch’io, sensibilizzato dall’eccezionale evento e
perché mi sono sempre sentito vicino alla Santa
Vergine, (la mia data di nascita, avvenuta a S. Martino -
R.C. - in un anno di giubileo straordinario, coincide con
il giorno memorabile dell’Incarnazione del Signore),
inviai al Sommo Pontefice copia del mio lavoro Maria

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nel Vangelo e nella pietà popolare calabrese.
La risposta non si fece attendere.
Il 14 marzo 1987, l’Assessore Mons. G. B. Re della
Segreteria di Stato del Vaticano mi comunicava: «E’
pervenuta al Santo Padre la cortese lettera che Ella, con
delicato pensiero, Gli ha indirizzato in data 2.03.1987, a
cui era unita in dono una sua apprezzata pubblicazione.
Sua Santità mi incarica di manifestarLe sinceramente
riconoscenza per il gentile omaggio e per i sentimenti di
filiale venerazione che l’hanno suggerito, mentre di
cuore Le imparte la Benedizione Apostolica,
propiziatrice della divina assistenza su di Lei e sui
familiari».
Nell’estremo messaggio ai fedeli del marzo 2005, in
cui si ricorda che è l’amore che dona la pace, il Papa ha
sottolineato: «La solennità liturgica dell’Annunciazione
ci spinge a contemplare con gli occhi di Maria
l’immenso mistero di questo amore misericordioso che
scaturisce dal Cuore di Cristo. Aiutati da Lei possiamo
comprendere il senso vero della gioia pasquale, che si
fonda su questa certezza: Colui che la Vergine ha
portato nel suo grembo, che ha patito ed è morto per
noi, è veramente risorto. Alleluia!». E sulla sua
semplice bara di cipresso l’8 aprile 2005 è stata
impressa la sigla mariana.
La presenza del Papa - nel 1990 - fra le miserie e le
ingiustizie partenopee, nonché la sua coraggiosa
denuncia della carenza di strutture e di servizi pubblici,
aveva stimolato i miei alunni a svolgere
spontaneamente un proficuo lavoro di gruppo. Al
termine scrissero al Vicario di Cristo: «Santo Padre,

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siamo gli alunni di 5^ A della scuola elementare di S.
Martino, in provincia di Reggio Calabria, e desideriamo
esprimere la nostra riconoscenza per la Vostra nuova
visita nel Meridione.
I problemi di Napoli sono gli stessi nostri problemi,
frutto di un secolare abbandono, di contrasti, ipocrisia
ed incomprensione.
La loro soluzione si presenta molto difficile poiché è
compito essenziale dello Stato modificare il sistema di
operare nel rispetto dei diritti di ogni cittadino.
Diversamente pure chi compie il proprio dovere finirà
con l’essere umiliato e sfruttato.
Noi crediamo nella grande autorità della Vostra parola
che potrà scuotere gli animi tiepidi e l’indifferenza
generale, invitando tutti a collaborare alla rinascita
della nostra tormentata società.
Le marce per la pace e le strette di mano senza un
perdono sincero ed un’autentica testimonianza di fede,
si riducono a pure formalità.
I nostri giovani migliori sono costretti ad abbandonare
la Terra d’origine, anche dopo una vita dedicata agli
studi, per le ingiustizie sociali e le raccomandazioni che
favoriscono chi s’impone con la violenza e chi è legato
ai carri politici.
Soltanto il pieno rispetto dell’uomo e un’effettiva e
onesta occupazione potranno riscattarci dai soprusi e
dalla barbarie.
Noi non vogliamo alcuna forma di assistenzialismo,
ma chiediamo la valorizzazione della tenace laboriosità
della nostra gente.
Gradiremmo che fedeli e religiosi diffondessero meglio

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l’esempio sublime dei Santi calabresi, come S.
Francesco di Paola e i Servi di Dio don Francesco
Mottola e Padre Gaetano Catanoso, nonché di quanti
hanno sacrificato la loro esistenza per l’amore del
prossimo.
Certi che il buon seme da Voi generosamente sparso
troverà un terreno pronto ad accoglierlo e che produrrà
quindi copiosi frutti, chiediamo l’Apostolica
Benedizione».
La lettera è stata anche pubblicata dal mensile del
Consiglio Regionale: Calabria (Anno XVIII - N.S. -
Dicembre 1990).
Il 29 novembre 1990 l’Assessore Mons. C. Sepe della
Segreteria di Stato del Vaticano rispondeva: «Cari
alunni, il Santo Padre ha accolto con sincero
gradimento la lettera che Gli avete indirizzato il 16
novembre corrente, per esprimergli sentimenti di
devoto affetto.
Nel manifestarvi la Sua riconoscenza per tale attestato
di ossequio, Egli augura a ciascuno di voi prosperità e
gioia nel quotidiano esercizio dell’amore verso Dio e
verso il prossimo, e di cuore vi imparte la Benedizione
Apostolica, che volentieri estende ai vostri familiari,
all’insegnante ed a tutte le persone che vi sono care.
Anch’io vi invio il mio saluto, auspicando ogni bene
nel Signore». Appare evidente come i problemi del
passato siano ancora di viva attualità!
Se - dunque - anche noi calabresi ci siamo mobilitati
per rendere omaggio alla salma del Papa, ciò ha
rappresentato un atto di doveroso omaggio da tutti
ammirato e condiviso

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Cenni biografici di Domenico Caruso

Nato nel 1933 a S. Martino di Taurianova (Reggio


Calabria), dove risiede,
per oltre quaranta anni ha insegnato, dedicandosi al
tempo stesso alla letteratura e allo studio della sua
Terra.
Ricoprì anche incarichi di prestigio nella società.
E’ autore di testi per canzoni, del sito
www.brutium.info (Storia e folklore calabrese), di libri
e servizi vari, ottenendo diversi premi nonché il
consenso di critica e di pubblico.
Collabora a riviste culturali della Regione, a siti
Internet, a Wikipedia.
Per “Il mio libro” ha scritto: 1) “Il dolore, la morte e la
speranza” (Il trittico dell’uomo) che alla 2^ edizione
riporta “Il processo di Gesù” e “I Grandi Temi della
vita”; 2) “Usi, tradizioni e costumi di Calabria”;
“Calabria da scoprire” - (Città della Piana di Gioia
Tauro).

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Doverose precisazioni

Non è stato semplice effettuare, fra la gran mole di


servizi sparsi in centinaia di giornali e riviste, una
prima scelta di personaggi. Così pure, non è stato
possibile rivedere le notizie che a volte, avendo
superato il mezzo secolo dalla pubblicazione, avrebbero
bisogno di aggiornamenti. Con il trascorrere del tempo
anche la lingua subisce cambiamenti.
Nel libro ho incluso il celebre filologo Rohlfs e
Giovanni Paolo II perché hanno contribuito, in modo
eccezionale, al progresso della nostra Regione.
In una seconda edizione darò spazio ai tanti altri
personaggi meritevoli di imperitura memoria.
Le illustrazioni, ricavate dagli originali in mio possesso
o da altre fonti (come Internet o riviste, in tal caso di
ridotte dimensioni) hanno soltanto uno scopo estetico e
didattico.
Chi ritiene di avere il diritto di proprietà può
comunicarmelo (troverà l’indirizzo nel mio sito
www.brutium.info) e provvederò a renderlo presente
su Facebook e nel mio blog.
Sono sempre disponibile ad ogni proficua
collaborazione per il decollo socio-culturale della
Calabria.

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Indice

Francesco Sofia Alessio pag. 3


Corrado Alvaro “ 8
Ugo Arcuri “ 14
Antonino Basile “ 20
Lorenzo Calogero “ 25
Alberto Cavaliere “ 30
Don Giulio Celano “ 37
Giovanni Conia “ 41
Pasquale Creazzo “ 47
Vincenzo De Cristo “ 53
Giuseppe Fantino “ 58
Salvatore Giovinazzo “ 64
Francesco Jerace “ 72
Diomede Marvasi “ 78
Il Generale Vito Nunziante “ 84
Il prof. Francesco Pentimalli “ 86
Il Sott. Livio Pentimalli “ 89
Il Generale Natale Pentimalli “ 92
Il Generale Riccardo Pentimalli “ 95
Leonida Rèpaci “ 98
Pasquale Rombolà “ 103
Raffaele Sammarco “ 107
Fortunato Seminara “ 112
Domenico Antonio Tripodi “ 118
Carmelo Tripodi “ 123
Catanoso, Santo del ns. tempo “ 127
Padre Stefano De Fiores “ 132
Ricordo di Gerhard Rohlfs “ 138
Giovanni Paolo II e la Calabria “ 142

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Cenni biografici di D. Caruso pag.148
Doverose precisazioni “ 149
Indice “ 150
Fonti iconografiche “ 151

Fonti iconografiche
Sono state riprodotte dagli originali in possesso
dell’autore le foto di: Francesco Jerace, prof. Francesco
Pentimalli, Sott. Livio Pentimalli, Gen. Natale
Pentimalli, Gen. Riccardo Pentimalli, Raffaele
Sammarco, Domenico Antonio Tripodi, Padre Stefano
De Fiores. Il Bassorilievo di Salvatore Giovinazzo è
dello scultore Giuseppe Loprevite.
Per le altre fonti leggere le “doverose precisazioni”.

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Centres d'intérêt liés