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NOTE E DISCUSSIONI

SINCRONIA E DIACRONIA.
SU UNA RECENTE EDIZIONE
DEL DE U B R IS PROPRI1S DI GIROLAM O CARDANO

di Giovanni Orlandi

Alla tecnica editoriale classica, mirante a ricostruire un unico stadio compositivo


originario variamente corrotto da successivi interventi non autentici, sempre più tende
a contrapporsi una tecnica moderna, avente per oggetto testi di secoli più vicini, dove
il problema non sta tanto nel ricostruire quanto nel rappresentare diverse fasi elabora­
ti ve per lo più autentiche, nate da revisioni o rifacimenti del testo iniziale approntati
dallo scrittore per corrispondere a nuove situazioni o a nuovi interessi. Di ciascuna
fase si conserva in genere un testimone manoscritto o a stampa ad essa coevo, spesso
curato direttamente dall’autore e pertanto non bisognoso se non di minime ed elem en­
tari cure; la difficoltà consiste piuttosto nel dare al lettore un’idea adeguata del rap­
porto tra una fase e l’altra. Le revisioni formali d ’autore in opere letterarie, com ’è
noto, hanno da tempo dato luogo a edizioni che offrono un unico testo, riflettente un
singolo stadio elaborativo, e un apparato che rappresenta gli altri stadi, siano antece­
denti (apparato genetico) ovvero successivi (apparato evolutivo) rispetto alla redazio­
ne assunta a testo. Questa soluzione, mentre è perfettamente adeguata al compito di
descrivere nel singolo passo il mutamento o il ripensamento dell’autore, presta il fian­
co all’obiezione di non rappresentare ciascuna redazione nel suo complesso, nel suo
significato autonomo: di offrire il versante paradigmatico (ovvero le scelte fatte dal­
l’autore in questo o quel punto), non quello sintagmatico (ovvero le conseguenze del­
le scelte nel complesso del testo all’interno della singola fase elaborativa). Si com­
prendono in tale prospettiva i tentativi per separare, in un apparato genetico o evoluti­
vo, in fasce distinte le distinte redazioni dell’opera1, favorendo così le ricerche sull’w-
sus scribendi nell’ambito di ciascuna di esse; così pure, per rifacimenti più profondi,
i) porre a fronte le redazioni tra loro come testi distinti, con l’avvertenza di usare se­
gni o caratteri speciali per richiam are l’attenzione sui tratti dove sono presenti i muta­
menti.
Simili questioni tornano a galla all’uscita di un’edizione di alto valore quale quella
recente, curata da Ian Maclean, del De libris propriis di Girolamo Cardano, nella col­
lana, diretta da Guido Canziani, Filosofia e scienza n e ll’età moderna (Franco Angeli,
Milano 2004): edizione che, per opera di un benemerito indagatore del pensiero del ri-
nascimento, rende un servizio importante alla consultazione e all’uso storiografico del

1. Emblematico il caso di G. Leopardi, Canti, edizione critica e autografi a cura di D.


De Robertis, Milano, Il Polifilo, 1984.

Rivista di storia della filosofia, n. 4, 2006


950 Giovanni Orlandi

D e libris propriis m ediante un com m ento capillare alle sue sei redazioni, uscite tra il
1538 e il 1576. Più precisam ente si tratta dei tre testi principali usciti con questo titolo
(1544, 1557, 1562), più uno stadio interm edio tra il prim o e il secondo (1550) rim asto
m anoscritto e pubblicato solo in anni recenti2; li incorniciano un prim o elenco di opere
m enzionate nel privilegio di stam pa (datato 1538) accluso a ll’edizione della Practica
arithm etice (1539) e il capitolo X LV , L ibri a m e conscripti, del D e p ropria vita liber
(1576, m a stam pato per la prim a volta nel 1643) che costituisce cronologicam ente l’ul­
tim a redazione del D e libris propriis, sebbene non più com e opera a sé stante. Non si
tratta, com e a prim a vista potrebbe apparire, di un catalogo della biblioteca del C arda­
no, ma di un elenco ragionato dei suoi scritti che, chiarendone le epoche di com posi­
zione, i contenuti e le finalità, tende a configurarsi com e u n ’autobiografia intellettuale.
Q uattro di questi stadi redazionali (1544, 1557, 1562, 1576) erano da tem po reperi­
bili nel volum e I d ell’edizione seicentesca delle opere di C ardano3; m a lo strum ento
ora approntato da M aclean è di tale valore da segnare, si può ben dirlo, una svolta ne­
gli studi sull’itinerario filosofico e scientifico di Cardano, provvisto co m ’è, tra l’altro,
di un catalogo cronologico delle sue opere (pp. 4 3 -1 11) il quale, con l’apparato erudi­
to che lo sostiene, è punto costante di riferim ento per la lettura dei testi contenuti nel
volume.
Scontati dunque l’utilità del lavoro e il rigore scientifico che lo caratterizza, scopo
della presente nota è di porre il problem a della sua piena fruibilità: se cioè le potenzia­
lità insite nello strum ento così approntato siano tutte alla portata del lettore, specialista
e non, di questo libro. La risposta è che, con tutta probabilità, la struttura stessa di un
libro in quanto tale, con quel tanto di rigidità che lo qualifica, im pone inevitabilm ente
certe scelte, che com portano altrettanto inevitabili rinunce. C om e si diceva poco fa cir­
ca le edizioni di opere tram andate in distinte redazioni d ’autore, anche M aclean si sarà
trovalo di fronte a due possibili soluzioni: o privilegiare ciascuna redazione com e or­
ganism o a sé, che rappresenta un m om ento specifico nella carriera intellettuale di Car­
dano (versante sincronico), o privilegiare gli elem enti singoli in com une o in contrasto
nel passaggio tra redazioni diverse, delincando nel m odo più evidente possibile questo
versante diacronico con espedienti quali l’uso di quadri sinottici per colonne affiancate
o di sistem i di rinvio tra un testo e l’altro. L a scelta è ovviam ente condizionata dai ma­
teriali: quanto più radicali e quantitativam ente rilevanti appaiono i cam biam enti tra
uno stadio e l’altro, tanto più consigliabile sarà la prim a soluzione, e viceversa. M ac­
lean in effetti ha im boccato la prim a strada, optando per l’edizione delle sei fasi reda­
zionali ciascuna per sé, dato che sono di consistenza e struttura m olto diverse; ma non
ha rinunciato a segnalare i lunghi tratti com uni alle due fasi più vicine tra loro (1557 e
1562) e parte delle relative varianti, m ediante opportuni rinvii dalla seconda alle pagi­
ne della prim a. Dove era il caso, inoltre, in apposite note a piè di pagina nel catalogo
cronologico delle opere ha posto a confronto ciò che di ogni opera si dice nelle diver­
se redazioni del D e libris p ro p riis, attuando occasionalm ente quel sistem a di quadri si­
nottici cui si è fatto cenno.
Il com prom esso adottato è ragionevole e fino a un certo punto condivisibile; ma
non possiam o nasconderci quanto in questo modo va inevitabilm ente perduto. G iac­

2. Marialuisa Baldi e Guido Canziani, Una quarta redazione del De libris propriis, «Ri­
vista di storia della filosofia» 53 (1998), pp. 767-798.
3. Cardano. Opera omnia, a cura di Charles Spon, Lione, Huguetan e Ravaud, 1663; ri­
stampa anastatica, Stuttgart - Bad Cannstatt, Frommann e Holzboog, 1966. Le quattro re­
dazioni sono stampate rispettivamente nel voi. I alle pp. 55-59, 60-95, 96-150, 40-43.
Su una recente edizione del De libris propriis di Girolamo Cardano 951

ché, se anche ci lim itiam o ai rapporti tra le stam pe 1557 e 1562, un confronto puntua­
le chiarisce subito che la notazione delle varianti non configura un apparato sistem ati­
co di riscontro; né poteva essere diversam ente, data la struttura di un libro che, per
m antenere un m inim o di accessibilità per un pubblico di non filologi di professione,
non poteva m oltiplicare le fasce di apparato a piè di pagina e tanto m eno rinviarne
qualcuna in fondo al volum e stesso. È anzi da sottolineare l’opportunità di mantenere
quelle note in calce alla pagina del testo cui si riferiscono, per non vanificarne di fatto
l'uso. Si ram m enti, per contrasto, la scelta poco felice fatta per u n ’edizione ariostesca
- quella m ondadoriana delle Satire a cura di C esare Segre ( I984)4 - che può ben qu a­
lificarsi un capolavoro filologico-esegetico; ove tuttavia, lasciando a piè di pagina l'a p ­
parato delle varianti e rinviando quello delle note esplicative in fondo al volum e, si è
reso pressoché illeggibile il testo. Per il lettore d ’oggi è im possibile com prendere un
verso qualsiasi - non si dice un intero passo - delle Satire dell’A riosto senza una nota
che chiarisca qualche oscura circostanza cui esso allude; il chiarim ento nel com m enta­
rio si trova sem pre, fornito, con la ben nota concisione e precisione, nelle note, m a l’e ­
sercizio m eccanico di spostam ento d ell’occhio tra una parte e l’altra del volum e si ri­
vela in breve, alm eno per il presente lettore, fatica im proba. Per leggere e capire senza
troppo patire bisogna ricorrere al com m ento dello stesso Segre, a piè di pagina m a sen­
za apparato critico, per il volum e delle O pere m inori d e ll’A riosto nella nota serie della
Ricciardi (1954)5.
Se dunque si è fatto bene, per il De libris p ropriis, a convogliare in un solo corpus
di note a piè di pagina i com m enti esplicativi e i riscontri testuali tra due delle redazio­
ni, dev’essere chiaro che la soluzione adottata ha com portato che di questi ultim i si
desse una selezione più o m eno decisa, e lim itata ai tratti testualm ente coincidenti tra
le redazioni stesse. Se si vuole avere u n ’idea precisa e com plessiva dei mutamenti in­
trodotti dal C ardano da u n ’edizione all’altra del suo lavoro, occorre in pratica sobbar­
carsi a una ricollazione delle sue diverse fasi: com pito gravoso com e pochi altri. Certo,
la m enzione di ciascun’opera nelle rispettive redazioni del De libris propriis si può tro­
vare, coi relativi brani com parativam ente riferiti, nel catalogo cronologico dei testi car-
daniani collocato in testa al volum e; e di lì si può partire per notare presenze e assenze
oltre al mutare delle prospettive da cui l’opera è presentala edizione per edizione. M a
una visione sinottica com plessiva, dove il discorso sul singolo testo sia inserito nel
quadro biografico, per forza di cose manca per chiunque si risolva a una lettura conti­
nua di una qualsiasi redazione.
In tal senso sarebbe auspicabile, ove il libro pervenisse a una nuova edizione, l’a­
dozione generalizzata di un sistem a di rinvii tra una redazione e l’altra del De libris
propriis che consentisse un confronto il m eno laborioso possibile (sim ilm ente a quan­
to è già notato per la redazione 1562 in confronto con quella del 1557). Il confronto
appare possibile anche là dove le form ulazioni o l’im postazione stessa del discorso va­
riano profondam ente; esso è anzi in certo senso più proficuo, perché m eglio ne risulta­
no i mutam enti, le trasposizioni, le aggiunte e le soppressioni introdotte d all’autore.
Citiam o ad esem pio, nelle sole tre prim e redazioni, la narrazione degli inizi dell’atti­
vità letteraria e scientifica del Cardano.

4. L. Ariosto, Tutte le opere, III, Satire, Erbolato. Lettere, a cura di C. Segre, G. Ron­
chi, A. Stella, Milano, A. Mondadori, 1984 (I classici Mondadori), pp. 13-85, 579-615.
5. L. Ariosto, Opere minori, a cura di C. Segre. Ricciardi, Milano-Napoli 1954 (La let­
teratura italiana. Storia e testi, 20), pp. 499-579.
952 G iovanni O rlandi

1544 1550 1557

Iiaque curri adhuc A nnum igitur agens Annum agebam , ni fallor, decimimi octa-
cphebus essem, morte xix, dum fu n u s efferre- vum, Geometri am solum sub patre edoclus,
Nicolai Cardani iuve- tur hom inis vulgaris. cum aliquando cum comitatus, ipsoque do-
nis territus COEPl DE c o e p i d e v i t a e nostrae mum quandam ingresso, et me foris expec-
VFTAE BRF.VITATE COGI­ b r e v i t a t e ac servitute tante (haerebam autem planae trabi, ita diem
TARE ac quaerere QUO- in quarn constitutus illum memoria teneo) funus efferretur. Ita-
NAM PACTO ALIQUID eram conqueri. Territu- que subiit mortis vehemens cogitatio et soli-
MEMORIA DIGNUM pO- sque discedens, q u o ­ citudo quaedam, cum adolescentulus mihi
steris relinquere p o s - mortem ipsam lanquam praesentem, aut sal-
nam PACTO ALIQUID
tem omnibus necessariam, proponerem. Id
sem . Sed cum in patris MEMORIA DIGNUM effi-
quoque mihi durum videbatur sic vixisse;
servitute et absque lin­ cere po ssem c o g it a -
lanquam nunquam vixissem. Seu vero id nu-
gua L atina forem b a m , ut me a m ortalità-
mine quodam impellente acciderit, seu iuve-
m athem aticarum tan ­ tis vinculo quoquomo- nili impetu, non facile dixerim. Hoc unum
tum peritus, libcllum do vindicarem. Succes- sat scio: ab ineunte aetate me inextinguibili
composui in quo doce- sit paulo post mors N i­ nom inis imm ortalis cupiditate flagrasse.
bam quonam pacto, colai Cardani acqualis Quamobrem eo ardore stimulatus, quod so­
cognita longitudine ac mei, quae me ad scri- lum reliquum erat coepi libellum velie con-
latitudine duarum ci- bendum impulit. Seri- scribere de locorum distantia per longitu-
vitatum aut duarum p si igitur libellum, nec dinem latitudinem que invenienda. Erat
stellarum , veram illa- eum perfectum. de d i­ enim mihi liber quidam antiquus de triangu-
rum distantiam habere stantia locorum digno- lis, H ebri Hispani, cuius auxilio. ut dixi, li­
possem us. Erat liber scenda (nam nihil aliud bellum de dignoscenda locorum distantia
exiguus ac. per capita poteram ), qui m o r t e conscribere adortus sum: quem tamen perfi-
divisus, rem probe ab- Augustini Lavizarii Co- cere non potui. quaedam enim deerant. quae
solvebat: nam tunc for­ mensis amici nostri in- postea M onteregium docuisse animadverti.
te in manus rncas inci­ tercidit. Demum puerili Hunc autem , qualiscum que fuit. lingua
derai G ebri H ispani studio (adeo form ida- Benvensium polius quam I-atina conscrip-
liber, cu iu s au xilio bam inieritum) libellum tum, tradidi Augustino Lavisano Comensi
non parum adiutus edidi de im m ortaliate, a senato* libellis am ico paterno. Paulo post
decrevi liberius in gymnasio literis operam
sum. Hunc igitur cum quem gaudeo eiusdem
dare. A tque ita precibus m atris et amici
A ugustino L avizario am ici opera periisse,
praedicti, minisque meis, ut qui omnino abi-
C om ensi com m odas- quod nihil sani contine-
re quoquo destinaveram, discessum in A ca­
sem, ilio ex peste prae- ret. Anno sequenti, cum demiam sequenti anno impetravi. Succeden­
ter opinionem m o r t u o me in Academiam Tici- ti autem professus sum dem en ta geometrica
amisi nec ulla diligen- nensem contulissem , publice Papiae, tertio anno Mediolani mansi
tia recuperare potui. com m entaria in quin- bello impeditus, quo, ne Academia frequen-
(...) A nno igitur eo- que prim os lextus pri­ taretur, prohibitum est. Interim mortuus est
dem cum sequente mi Posteriorum scripsi. N icolaus C ardanus iuvenis, annum forte
duos libros scripsi, quae, cum O ctaviano agens trigesimum, quem cum vidissem ani-
comm entaria super po- Scotto ACCOMODASSEM. mam efflantem. adeo exterritus sum. ut toto
steriorum primum Ari- periere, nec doleo, ta- triduo vix mente constarem. Atque ea cogi­
stotelis, m agnitudine metsi magna satis es- ta ta n e meditatus sum, exemplo illius philo-
Salustii, attam en non seni. sophi Galenici, librum de im m ortaliate pa-
absolvi: ea cum Octa- randa: conscripsi igitur dedique amico ei-
viano S coto c o m m o - dem. Cum vero succedenti anno Patavium
d a s s e m , tum aliis, ne- me contulissem, ob bellum, ut dixi, pestis
scio quom odo excide- maxima Mediolani saeviit, ex qua mortuus
rint. puto tam en ab­ est amicus il le noster: et cum eo, ut fieri so-
sque dubio superesse. let in his casibus, libelli mei bona quadam
fortuna periere. [...] Anno quoque eodem
scripsi folia quinquaginta commentariorum
in quinque prim as sectiones primi Posterio­
rum, quae mutuo cum dedissem Octaviano
Scoto, nescio quo casu, amissa sunt.
Su una recente edizione del De libris propriis di Girolamo Cardano 953

Si troveranno in m aiuscoletto i tratti verbalm ente com uni alle redazioni del ’44 e
del ’50, in corsivo quelli com uni a ’50 e ’57, in grassetto quelli com uni a ’44 e ’57.
G ià questo sem plice espediente basta a m ettere in luce tutte le novità introdotte nella
redazione del '5 7 rispetto alle altre due: per esem pio la minuta am bientazione della
scoperta della m orte, nella sua onnipervasività, fatta a un funerale cui l’autore diciot­
tenne aveva per caso assistito (anche l’età d ell’autore viene precisata nel testo del ’57
al diciottesim o anno anziché al diciannovesim o); o l’indicazione della guerra e della
pestilenza com e cause della perdita di alcune opere; o i contrasti a ll’interno della fam i­
glia sulla sua carriera. A ltre innovazioni consistono in spostam enti di materiali: così se
nel ’44 e nel ’50 il De distantia locorum sem bra scritto in conseguenza della m orte di
N icolò Cardano, nel '5 7 q uest’ultim a è trasferita più giù, insiem e con l’aggettivo terri-
tus/exterritus, com e occasione d ell’opera D e im m ortalitate; altra dislocazione interessa
la m orte delFam ico com asco A gostino Lavizzari, trasform ato per di più, nella stam pa
del ’57, in Lavisanus, evidentem ente per un errore di lettura del tipografo (alm eno la
desinenza - arius, corrotta in -a n u s, avrebbe dovuto essere ripristinata d all’editore). E
così via. Le distinzioni tipografiche bastano per rilevare un certo num ero d ’innovazio­
ni introdotte nella versione m anoscritta del '5 0 , poi recepite e sviluppate nella succes­
siva: com e l’accenno al funerale anonim o che sarebbe stato a ll’origine della vocazione
filosofica del C ardano, o la m enzione d ell’opera De im m ortalitate, assente nel ’44, o la
qualifica di ‘am ico’ applicata al suo dedicatario, etc. Più interessante la frequenza del­
le concordanze tra ’44 e ’57 contro ’50: com e la franca am m issione del suo scarso do­
m inio della lingua latina al tem po della com posizione del D e distantia locorum digno-
scenda6, o l’indicazione d ell’opera di Jabir ibn Aflah (G eber o H eber H ispanus) com e
fonte del trattato. Poiché la collocazione cronologica di quest’ultim a redazione è stata
dim ostrata oltre ogni dubbio ragionevole, si possono fornire diverse spiegazioni di
queste concordanze che in apparenza contraddicono lo sviluppo nel tem po delle diver­
se versioni: o quella del ’50 non ci è giunta nella form a originale m a in una copia po­
steriore, magari non autentica, che ha m utato il testo in più punti; ovvero più probabil­
mente C ardano nel '5 7 è ripartito da una co p ia della stam pa del ’44 tenendo anche
conto del m anoscritto del ’50 (donde una conflazione tra i due testi che a volte concor­
da con ’44, a volte con ’50).
Insom m a, di là dai confronti tra quanto il C ardano dice su ciascuno dei suoi scritti
nelle distinte fasi del D e libris propriis - sinossi cui M aclcan ben provvede nelle note
alla serie cronologica degli scritti stessi - , sem bra provata l’opportunità di fornire al
lettore qualche strum ento per paragonare gli sviluppi, visibili fase per fase, nella collo­
cazione di essi scritti nel contesto generale d e ll’opera e nei loro reciproci rapporti. A n­
che senza ricorrere ai m ezzi grafici più sopra utilizzati, sarebbe consigliabile estendere,
com e si diceva, a tutte le altre redazioni il sistem a di rinvìi utilizzato d all’editore per le
corrispondenze tra ’57 e ’62, istituendo una tram a di riscontri che m etta il lettore, ove

6. Nel ’57 in proposito si dice che quel testo era stato scritto lingua Benvensium potius
quam Latina; su di che l’editore non ha potuto, a nostro avviso, trovare una spiegazione
persuasiva (p. 172 n. 6). La grafia della stampa dev’essere Benuensium, donde, tenendo pre­
sente la facilità con cui i nessi ri (si rammenti il nome Lavizarius corrotto in Lavisanus) e
anche rr nelle scritture corsive potevano leggersi come «, si può forse risalire a berruen-
sium, da connettere (astraendo dalla desinenza topografica -ensis) con il termine berroarius
o berruarius (italiano antico ‘berroviere’) indicante un appartenente a milizie irregolari,
predone etc. (cfr. L.A. Muratori, Antiquitates Italicae medii aevi, II, Milano 1739, col. 530).
Insomma, ‘lingua da malandrini’, ‘gergo da teppisti”? Naturalmente anche questo tentativo
di spiegazione appare quanto mai dubbio.
954 Giovanni Orlandi

lo desideri, in condizione di seguire punto per punto il C ardano nel suo processo riela-
borativo. Riscontri, intendo, lim itati a pagine e righe, anche senza la notazione di va­
rianti, da lasciare all’attenzione di chi consulta; anche perché la selezione qui appron­
tata di varianti ‘significative’ tra ’57 e ’627 ha qualcosa di arbitrario e non sem bra sem ­
pre del tutto coerente8.
L ’altro aspetto che m erita discussione riguarda la veste grafica e la punteggiatura.
Sul terreno della norm alizzazione grafica l'ed ito re correttam ente elenca tutte le misure
adottate (p. 41) per rendere l’opera leggibile, entro certi lim iti, anche ai non specialisti
della letteratura del ’500. Sotto questo profilo l’edizione si raccom anda p er avere con­
tenuto i m utam enti al m inim o indispensabile (j > r, u intervocalica e consonantica > v;
svolgim ento delle abbreviature e dei m onogram m i; soppressione degli accenti), per il
resto accettando le oscillazioni ortografiche tra una stam pa e l’altra e anche a ll’interno
della singola stam pa. Q uanto all’interpunzione e a ll’uso di m aiuscole e m inuscole,
M aclean dichiara invece di avere seguito il sistem a d ell’edizione Spon (1663), sistem a
che, «sebbene non identico a quello delle edizioni originarie, è più chiaro e più coe­
rente» (ivi). In buona sostanza, la nuova edizione avrà adottato gli O pera om nia del
1663 com e base su cui collazionare la veste grafica delle rispettive editiones principes
delle diverse redazioni, m a la collazione non si è estesa alla punteggiatura e a ll’uso
delle lettere iniziali delle parole.
C irca la tesi di una m aggiore coerenza di quella stam pa rispetto ad altre non è faci­
le discutere, sebbene anche in essa venga fatto di osservare oscillazioni; il punto è che
per un lettore m oderno l’interpunzione del X V II sec. può dare un certo fastidio e talo­
ra causare difficoltà interpretative. Soprattutto non si vede la ragione di rispettare quel­
la punteggiatura anche là dove sem bra inquinata da qualche inavvertenza: At, ut dixi
duplex ratio ab hac alea a d id me im pulit... (p. 231). Che il tipografo del '5 0 0 o del
’600 abbia o no sentito l’esigenza di racchiudere l’inciso ut d ixi tra due virgole, l’ed i­
tore m oderno farebbe bene a supplire la seconda, che qui manca. Q uanto alle maiusco­
le, non vedo lo scopo di stam pare: ... redii in patriam , A nno trigesimotertio aetatis:
pauper, invisus om nibus (p. 232), anche perché in questo caso l’edizione Spon stampa
anno con la m inuscola (in m aiuscola sarà stato n ell’editio princeps del ’62). Per un
qualsiasi lettore degli ultim i secoli sarebbe stato m eglio trovarsi davanti una frase così
configurata: ... redii in patriam anno trigesim otertio aetatis, pauper, invisus omnibus.
Inoltre, poiché alm eno una delle sei redazioni (quella del ’50, com e si è detto) non
figura nella stam pa degli O pera om nia, anzi non è m ai giunta alle stam pe prim a del
1998, tra la veste interpuntiva di questa e quella delle altre viene a crearsi una discre­
panza editoriale. A gusto nostro era preferibile estendere a tutti gli altri testi i criteri
adottati esem plarm ente da B aldi e C anziani nel pubblicare quello del ’50 e accolti da
M aclean per questa sola redazione. Era cioè preferibile che l’editore si assum esse in
toto le sue responsabilità d ’interprete d ell’opera edita e desse all’intera edizione una
punteggiatura m oderna, al più segnalando in nota eventuali soluzioni alternative. È
questa un’osservazione, ben s ’intenda, che, com e tutte q uelle più sopra esposte, ha l’u­
nico fine di perfezionare un lavoro egregio, i cui m eriti per lo studio del C ardano e d el­
la cultura del X VI sec. sono invero cospicui.

7. «Significant textual differences»: p. 236 n. 32.


8. Basti il caso del titolo di un capitolo del De fa to che nel ’57 suona (p. 237): Quantum
intersit interpone re fatum et negare liberum arbitrium; mentre nel ’62 interponere è stato
ovviamente corretto in inter ponere (banale errore della stampa precedente). La variante è
ben poco interessante, tant’è vero che l’editore stesso ha provveduto alla correzione nel suo
testo della redazione ’57 (p. 175).

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