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GIROLAMO CARDANO

DE UTILITATE
EX ADVERSIS CAPIENDA
PRAEFATIO
Edizione critica a cura di
Raffaele Passarella

RIVISTA DI STORIA DELLA FILOSOFIA


Supplemento al n. 4/2008

FRANCOANGELI
INDICE

Introduzione, di Raffaele Passarella pag. 7


1. Manoscritti ed edizioni a stampa » 8
2. Questioni grafiche e ortografiche » 11
3. Punteggiatura » 15
4. Traduzione » 15
5. Note » 16

De utilitate ex adversis capienda. Praefatio, di Girolamo


Cardano » 19
Frontespizio dell’Editio princeps » 20
Frontespizio della Secunda editio » 21
Tabula librorum et argumentorum » 22
Tabula quaestionum » 25
Tabula librorum cum hoc argumento congruentium et
ordo » 27

Appendice » 51

Indice dei nomi » 61

5
INTRODUZIONE*
di Raffaele Passare Ila

Il D e utilitate ex adversis capienza è un lungo testo che Girolam o


C ardano scrisse a ll'e tà di s e s s a n ta n n i, a conclusio n e di una triste
vicenda giudiziaria, dalla quale il figlio Giovanni Battista, accusato di
uxoricidio, uscì condannato a morte. Si tratta di u n ’opera di genere
consolatorio, che si inserisce in una lunga sequenza di tradizione clas­
sica, tra cui meritano di essere ricordate almeno la consolatio cicero­
n ia n a e q u e lle s e n e c a n e , o l ’o r a z io n e fu n e b re p r o n u n c ia ta da
sant’Ambrogio per la morte del fratello Satiro. Accanto a queste non
vanno trascurati trattati quali il D e utilitate capienda ab inim icis di
Plutarco, che dovettero essere presenti al Cardano per affinità di tem a1.
In anni recenti gli studiosi hanno allargato il cam po delle indagini
sull’opera cardaniana, sondando non più e non solo il versante m ate­
m atico-scientifico, p er il quale il p restigio di C ardano è da tem po
am piam ente riconosciuto, ma anche il versante filosofico, quello m edi­
co, nonché quello filologico. L’Istituto di Storia del Pensiero Filosofico
di M ilano (IS P F - C N R ) si è fatto p ro m o to re d ella ‘rin a s c ita ’ di
Cardano e ha nel tem po prodotto una serie di volumi contenenti varie

* Vorrei dedicare queste pagine alla m em oria di G iovanni Orlandi, grande m aestro
e ispiratore dei criteri metodologici esposti in questa sede, che sono frutto di lunghe
discussioni con lui. Mi auguro che il m io scritto, che indegnam ente prende il posto di
quello che avrebbe steso lui, se una sorte più benigna glielo avesse concesso, possa
rendere m erito alla sua figura di studioso.
I. Si veda G uido C anziani, Le riscritture del De utilitate. Note preliminari, in
Girolamo Cardano. Le opere, le fonti, la vita, a cura di M arialuisa Baldi e Guido
C anziani, M ilano, FrancoA ngeli, 1999, pp. 105-127. Cfr. anche A lfonso Ingegno,
Saggio sulla filosofia di Cardano, Firenze, La Nuova Italia, 1980, pp. 318-339.

7
Raffaele Passarella

edizioni di testi cardàniani, che per la natura estremamente diversificata


dei testi stessi seguono criteri editoriali differenti, ciascuno attento ad
evidenziare le proprie peculiarità a discapito di una norma generalmen­
te e unanimemente condivisa dai singoli curatori2.
Tuttavia la riproposizione di un trattato cinquecentesco, composto,
com 'era d ’uso allora, in latino, invita ad alcune riflessioni sul metodo
da seguire per editarlo in una forma che possa consentire la massima
fruibilità da parte del lettore odierno, e credo che non sia del tutto privo
di rilievo sottoporre all’attenzione degli studiosi qualche considerazio­
ne di carattere generale (o anche particolare) su questioni pratiche che
inevitabilmente si devono affrontare. A tale scopo useremo gli spunti
che offre l’introduzione al De utilitate ex adversis capienda, che varrà
quindi come specimen di una serie di problemi che tenteremo di risol­
vere e spiegare con esempi tratti da lì.
N ell’ordine, vorrei affrontare i seguenti punti, che presento in
maniera schematica: 1. manoscritti ed edizioni a stampa; 2. questioni
grafiche e ortografiche; 3. punteggiatura; 4. traduzione; 5. note.

1. Manoscritti ed edizioni a stampa

Per quanto riguarda i manoscritti, si sa che di Cardano ben poco di


autografo è rimasto, poiché la maggior pane dei suoi scritti sono giun­
ti solo a stampa3. In particolare, il caso del nostro testo ci consente di
non occuparci della questione, dato che non si hanno notizie di copie
manoscritte del trattato, se non per i pochi fogli che corredano la copia
di Basilea, battezzata 'secunda editio' da Canziani: si tratta di un’edi­
zione del 1561, sulla quale sono stati effettuati alcuni interventi di
varia natura, nonché consistenza, che sem brano attestare le ultime
volontà di Cardano in merito al testo, ma che per qualche vicenda edi­
toriale, che a noi sfugge, non sono mai giunte alla stampa. L’esem-

2. Un elenco di quel che si è prodotto si trova in M. Baldi, Pubblicare Cardano. I


Contradicentium medicorum libri in DVD, in Edizioni e traduzioni di lesti filosofici.
Esperienze di lavoro e riflessioni, a cura di M. Baldi e Barbara Faes de Mottoni,
Milano, FrancoAngeli, 2006. pp. 119 nota 35.
3. Un solo testo fa eccezione, ossia il De consolatione, del quale possediamo sia il
m anoscritto che due edizioni a stampa, entrambe pubblicate quando l'autore era in
vita: cfr. M. B aldi, Il De consolatione. L ’opera e il m anoscritto, in G irolam o
Cardano. Le opere, le fonti, la vita. pp. 35-59.

fi
Introduzione

piare risale al 1563, ossia due anni dopo la prim a edizione, e contiene
non solo correzioni sulle pagine stam pate, m a co nserva an ch e alcuni
fo g li m a n o sc ritti in fra m m e z z a ti alle p a g in e ch e av re b b e ro d o v u to
andare a sostituire4.
U n ’edizione attuale del D e utilitate dovrebbe, pertanto, incorporare
nel testo i tratti di revisione che la copia di B asilea ha preservato d al­
l’oblio, ed è quello che, infatti, qui si presenterà5.
Q uanto alle edizioni a stam pa, la nostra opera ha goduto di una certa
a tten zio n e anche da p arte del filologo e m ed ico o la n d ese Jo h an n es
A ntonides van der Linden, il quale nel 1648 decise di riproporla non
solo epurata dalle num erose m ende tipografiche presenti nella prim a
edizione, m a anche m igliorata (a detta sua) dalle ‘b ru ttu re’ latine d el­
l’autore, che inficiavano il testo in m odo tale da renderlo oscuro e ine­
legante6. L’operazione di van der L inden, non priva di m eriti, ha però
gravato per secoli sulla conoscenza del D e u tilitate, dal m om ento che
la sua edizione ‘ripulita’ fu quella accolta da C harles Spon negli O pera
om nia lionesi del 1663, il che ha com portato, e tuttora com porta, la d if­
f u s io n e d i u n te s to c h e p e r ta n ti v e r s i c a r d a n ia n o n o n è.
C o nseguentem ente, ai fini d ella costitu zio n e di q u ello che dovrebbe
ra p p re se n ta re il te sto c o n te n e n te le u ltim e d ec isio n i d e ll’au to re al
riguardo, l ’edizione di van d er L inden risulterebb e del tutto priva di
validità. Tuttavia, data l’im portanza dovuta proprio alla diffusione d el­
l’opera cardaniana in questa nuova form a, vale la pena tenerne conto,
in prim is perché la correzione di errori m ateriali da lui già effettuata
m erita di essergli riconosciuta. Di nessun peso saranno, però, le m odifi­
che apportate dalla sua sensibilità di latinista a un testo che, p er quanto
b rutto possa essere, non deve subire ingerenze di stile. Vero è che a
volte il dettato di C ardano è ostico, m a dovrà essere p rem u ra di chi
cura la riedizione dei suoi testi far sì che le difficoltà si possano riso l­
vere in una piena com prensione.

4. P rudenzialm ente, in assenza di notizie più precise su lla figura d e ll’estensore


d elle pagine di B asilea, mi lim ito a definirle ‘m an o scritte’, sen za osare la dicitura
‘au to g rafe’, ch e al m om ento attuale m i pare azzardata.
5. P er questo lavoro mi sono avvalso di una prim a trascrizione del lesto cardania­
no, approntata da G uido C anziani e M arialuisa B aldi, ch e ringrazio per averm ela gen­
tilm ente fornita. Su di essa ha preso form a la presente edizione critica, frutto di una
revisione com p leta e d elle necessarie m odifiche.
6. Si veda infra, alla pagina 58. Su van der Linden cfr. G. Canziani, Le riscritture
del De utilitate, pp. 106-108.

9
Raffaele Passarella

Una scorsa all’apparato critico mostra quante volte i ‘buoni’ propo­


siti dell’olandese assumano i tratti dell’invadenza: per limitarci alle
prime pagine, osserviamo secundum quidem al posto del semplice
secundum, e analogamente secundis edam invece di secundis, per ren­
dere forse più evidente la correlazione non solum ... sed <etiam>\
oppure la ‘normalizzazione’ di certe forme verbali, quali transivisset al
posto di transissei (laddove peraltro l’altra forma adusata dai classici,
oltre a quella impiegata da Cardano, sarebbe transiisset), o ordinatamque
fuisse per il semplice ordinatamque (che può benissimo essere impiegato
da solo, stante l’uso latino di sottintendere l’infinito del verbo ‘essere’
nei tempi composti7).
In altri casi l’intervento riguarda l’ordine delle parole, come sunt
bonis invece di bonis sunt, o integritate probitateque per probitate inte-
gritateque; oppure il passaggio a magnitudine tantum da solum magni­
tudine con uso di un sinonimo.
A volte si tratta di sostituzioni di termini o costrutti, quali autem al
posto di vero, si al posto di ubi, tum ... tum in luogo della correlazione
e t ... ef, diverso il modo di esprimere il complemento di causa: ab duas
rationes invece di duobus rationibus; oppure ancora la scelta di sosti­
tuire con il genitivo Virgilii l’aggettivo virgilianum.
Più personale, e palesemente arbitraria, la decisione di sostituire
anima ad animus, con buona pace delle eventuali implicazioni filosofi-
che coinvolte.
Per contro va registrata la pertinenza di altri interventi, migliorativi,
quali la correzione, come dicevamo, di refusi tipografici (praeclaram ~
praeclara; scio ~ scif, scientia ~ sciam\ numeris ~ nostris, forse esiti
dello scorretto scioglimento di abbreviature).
L’elenco potrebbe continuare, ma credo che il materiale presentato
sia già sufficiente a mostrare le tipologie di intervento messe in atto da
van der Linden: l’editore che desideri oggi ripresentare l’opera di
Cardano dovrà necessariamente ripristinare il più possibile l’originale
cardaniano, tenuto però debito conto del lavoro filologico già esercitato
sul testo, che nella sua prima edizione circolava, per dirla con le parole
dell’olandese, innumeris ac fere insanabilibus mendis scatens.
Qualche anno fa, proprio nel contesto di un convegno su Cardano,
Conor Fahy, ricordando come nel ’500/’600 fosse possibile che nel­
l’àmbito di una stessa edizione i tipografi correggessero gli errori tipo­

7. Cfr. anche dirigendam esse al posto del semplice gerundivo dirigendam.

IO
Introduzione

grafici, in modo che le ultime copie stampate risultassero meno infarci­


te di refusi, propose quella che definì la “caccia agli esemplari", che
avrebbe consentito di verificare quali copie fossero effettivamente vitti­
me di un eccesso di errori, in quanto primi esemplari della tiratura, e
quali, invece, fossero in uno stato migliore8. Ovviamente, come si può
immaginare, una simile proposta, pur buona negli intendimenti, appare
piuttosto laboriosa: infatti, è da presumere che per un’opera delle
dimensioni del De utilitate (circa 1100 pagine a stampa nel formato in-
8°) la fatica sia tanto improba da essere solo parzialmente ricompensa­
ta dal risultato.
È però vero che ci sono casi in cui il reperimento di almeno un’altra
copia della medesima edizione consente di integrare quel che in un’edi­
zione può riuscire illeggibile per varie ragioni, non ultimo gli interventi
della censura: la copia braidense su cui si è basato il nostro lavoro di
trascrizione, ad esempio, presenta alla pagina c3r una radicale cancella­
tura, sotto la quale siamo riusciti a leggere il participio coactis solo
grazie a un’altra copia del De utilitate (nella fattispecie quella conser­
vata alla Wellcome Library di Londra). Coactis risultava anche nell’e­
dizione del 1648 e conseguentemente nello Spon, e il ritrovarlo poi
anche nella prefazione scritta a mano della secunda editio ha significa­
to l’intenzione di Cardano di non voler in nessun modo modificare il
testo in ossequio alle prese di posizione della censura testimoniate
dalla copia braidense. Resta il fatto che questo rappresenta un caso for­
tunato, in cui ogni stadio della ricerca sulle edizioni porta conferma dei
dati in nostro possesso posteriori all 'editio princeps. Ma se le edizioni
successive alla prima avessero portato tutte una lezione diversa, e non
avessimo avuto la possibilità di confronti con altri esemplari della
prima edizione, saremmo stati incapaci di risalire al testo rimasto
annullato da una cancellatura invasiva (l’inchiostro di fatto corrode la
carta), e non avremmo saputo se lo scritto presente nelle successive
edizioni fosse frutto di ripensamenti (dell’autore o di altri) o meno.

2. Questioni grafiche e ortografiche

Un serio problema pone la grafia del testo, per il quale si abbiano


più varianti nella scrittura delle parole. Ancora una volta dobbiamo

8. Conor Fahy, Bibliologia e filologia dei testi a stampa: la “caccia agli esempla­
r i”, in Girolamo Cardano. Le opere, le fonti, la vita, pp. 445-453.


Raffaele Passurella

dolerci di non possedere manoscritti autografi di Cardano, che ci avreb­


bero immediatamente esibito con estrema chiarezza gli usi linguistici
dell’autore, e ai quali saremmo dovuti ricorrere senza esitazione per
sciogliere ogni dubbio. Posto che l’esigenza fondamentale rimane quel­
la di facilitare il lettore, chiunque esso sia, nella fruizione dei testi di un
autore per certi versi scoraggiante di suo, si dovrà valutare l’opportu­
nità di adottare una grafia classica, in modo che ciascuno, dotato di uno
strumento come un buon dizionario di quelli comunemente in commer­
cio, possa gestire senza troppi ostacoli la propria lettura.
Cardano stesso, del resto, si occupò di ortografia latina con la ste­
sura di un breve trattato dal titolo Liber de orthographia, pubblicato
per la prima volta dallo Spon e ridato alle stampe nel 2003 in un’edi­
zione da me curata9. Quel che mi spinse alla lettura dell’operetta car-
daniana fu proprio il desiderio di vedere in che term ini Cardano si
fosse posto dei problemi je quali soluzioni proponesse di dare nei casi
equivoci. Purtroppo ne emerse un quadro piuttosto variegato, in cui
non sempre è facile riconoscere la linea da lui seguita, e soprattutto
non ne risulta una tendenza unitaria, anzi vi si legge chiaram ente
l’accettazione di una pluralità di soluzioni tutte adottabili. Non sem ­
pre, però, e questa è la ragione per cui in alcuni casi, come si vedrà,
si è deciso di seguire le sue indicazioni. Ad esempio, la scelta di van
der Linden di correggere nell’espressione maiore ex parte l ’aggettivo
maiore in m aiori, m odificando la desinenza, risulta arbitraria, dal
momento che Cardano stesso dice che nell’ablativo sono am messe
entrambe le forme in -i e in -e 10; anche la correzione di alioqui in
alioquin è inutile, perché egli dice che è indifferente scriverlo in un
m o do o n e l l ’a l t r o " ; o p p u re l ’im p ie g o d e lla fo rm a d e c lin a ta
Abrahamo rispetto ad Abraham , non declinata, suggerisce che l’olan­
dese appartiene al fronte che vorrebbe dotati di desinenza latin a

9. Cfr. Raffaele Passarella, Girolamo Cordono e il Liber de orthographia, in


Cardano e la tradizione dei saperi, a cura di M. Baldi e G. C anziani, M ilano,
FrancoAngeli, 2003, pp. 525-617. A questa edizione farò riferimento, richiamando la
pagina in cui si tratta il caso discusso.
10. Cfr. Cardano, De orth. Regula XIII (p. 562): "Secundum genus est in declina-
tione nominum, in scxto casu in i vel e, ut contumaci vel contumace, hospite sospite,
hospiti sospiri, pauperi ungui vel ungue et puupere, ignis quoque igne et ignii” (si noti
che la regola vale tanto per i sostantivi quanto per gli aggettivi).
11. Cfr. Cardano, De orth. Regula XIII (pp. 562-564): “Voco ancipites in quibus
utramvis scribas non refert (...] alioqui vel alioquin".

12
Introduzione

anche i nomi ebraici, mentre sappiamo che Cardano era schierato sul
fronte opposto12.
Riguardo alla questione ortografia ricordo lunghe discussioni con
Orlandi, che di fronte a ogni mia obiezione tornava a ribadire la neces­
sità della grafia classica, della quale alla fine sono convinto anch’io. Il
problema è che è piuttosto varia la casistica che le cinquecentine pre­
sentano: ad esempio, esse sono pressoché concordi nello scrivere il
numerale «quattro» nella forma quatuor con -/- scempia, a differenza
del classico quattuor con la consonante gem inata13; analogamente
l’avverbio imo prevale su immo, e le forme sydu s, syderis e simili
(consyderare; desyderium) con -y - dominano nettamente su quelle con
Se pertanto in questi casi pare legittim o domandarsi quanto sia
lecito ripristinare la grafia classica, piuttosto che mantenere le diffor­
mità, segnalando in una nota introduttiva i vocaboli che vi si discosta­
no, come regolarsi con le forme -a e-, -oe- ed -e- lunga, dal momento
che nell’età di Cardano esse spesso sono usate in modo intercambiabi­
le14? In questo caso la distinzione sarebbe richiesta dal fatto che in lati­
no parole come caedo e cedo non sono affatto varianti grafiche dello
stesso verbo, ma due verbi diversi; il problema però non si porrebbe,
ad esempio, con l’aggettivo felix , che si trova scritto anche come faelix
q fo elix 15: qui non c ’è possibilità di incorrere in ambiguità: nessuno,
infatti, avvertirebbe com e diversi in italiano gli allotropi ‘g io c o ’ e
‘giuoco’. Eppure tali forme non costituiscono a pieno titolo varianti
grafiche, in quanto i dittonghi spesso indicano sem plicem ente una
quantità lunga. E le voci terminanti in -tio e in -ciò (conditio ~ condi-

12. Cfr. Cardano, De orth. Regula XVI (p. 570): “Atque hic dubitatio emergit an
in finibus conveniat mutare finem dictionis, ut David Davidus, loseph Iosephus. In
horum secundo mutat Sebastianus Castellioneus. in primo nequaquam. In dubium
ergo merito vertitur an in barbaris dictionibus inde in Graecis, tum vero in communi-
bus et propriis desinentia dictionum mutari debeat. (...) In propriis autem non labora-
bitur, ut dixi, neque enim Bogud Latina dictio esse potest, cui nomen nullum simile
sit”. Se anche Cardano non sembra prendere posizione rispetto ai nomi ebraici, l’e­
sempio di Bogud afferma la sua propensione per l'indeclinabilità.
13. Nel Liber de orthographia Cardano mette in luce come il problema delle con­
sonanti scempie o geminate (ma anche di dittonghi e vocali semplici o di aspirazioni)
stia nel fatto che a volte scriviamo le parole in modo diverso da come le pronuncia­
mo, il che comporta che la pronuncia può indurre una grafia errata. Si vedano le
Regole VII, VIII, XVIII e XIX.
14. Cfr. Cardano. De orth. Regula XII (pp. 558-562).
15. Su felix in particolare si veda Cardano. De orth. Regula XII, pp. 560-562.

13
Raffaele Passarella

cio\ nuntius - nuncius), che spesso si avvicendano nel testo, dovrebbe­


ro essere norm alizzate16? R icordo u n 'illu m in an te osservazione di
Giovanni Polara, il quale, terminata la stesura di un contributo su orto­
grafia e interpunzione, rilevò di avervi impiegato 13 volte il vocabolo
‘pronuncia’ e derivati, 8 dei quali scritti con -z- e 5 con -c-; la cosa lo
fece riflettere sulla totale intercambiabilità delle forme per lui in quan­
to autore, e si convinse di non dover pensare di dare uniform ità al
testo17. In questo caso siamo certi di un uso linguistico vario che viene
dichiarato dall’autore stesso; ma senza poter valutare I'usus scrìbendi
di Cardano, data l’assenza di m anoscritti, rischierem m o di tenere
varianti, che di fatto riflettono più la pratica delle tipografie che quella
dell’autore, nonché finiremmo con l’avere forse un eccesso di eccezio­
ni. In una situazione come questa, insomma, la scelta più opportuna
sembra essere quella di evitare di com portarsi ambiguam ente nella
normalizzazione e di agire ibridamente secondo che la parola sia o no
equivoca.
L’adozione di grafia classica, inoltre, consente di facilitare la lem-
matizzazione delle parole, nel caso si pensasse di compilare un index
verborum che sia di corredo all’edizione o autonomo.
La posizione di Orlandi risulta, infine, assai sensata nell’ipotesi che
il testo di Cardano venga presentato privo di traduzione in lingua cor­
rente: se ne fosse corredato, si potrebbe indulgere sulle varianti grafi­
che, perché una traduzione faciliterebbe comunque il lettore nel tentati­
vo di orientarsi; diversamente le ambiguità grafiche renderebbero osti­
co anche il riconoscimento delle parole e il loro reperimento. Ma sulla
traduzione torneremo al punto 4.
Ovviamente non ha oggi più alcun senso riproporre le abbreviature
allora in uso, pertanto esse andranno tutte sciolte: così la & diventerà
« et» , l ’e n c litic a -q; « -q u e» , la p ta g lia ta (p ) «prò» e così via.
Analogamente i dittonghi x ed oe, nonché la e con cediglia (p) dovran­
no essere scritti con due lettere distinte ae o oe.

16. Sulle terminazioni in -ti- e -ci- cfr. Cardano. De orth. Regula XIII, p. 564,
Regula XXIII, p. 584 e Regula XXX, pp. 594-596.
17. Cfr. Giovanni Polara, Problemi di ortografia e di interpunzione dei testi latini
di età carolina, in Grafia e interpunzione del latino nel medioevo. Seminario interna­
zio n ale, R om a (2 7 -2 9 settem b re 1984), a cu ra di A. M aierù. R om a, E dizioni
dell'A teneo, 1987. pp. 31-51.

14
Introduzione

3. Punteggiatura

Per quanto riguarda la punteggiatura sembra nettamente preferibile


l’adozione di criteri odierni, dal momento che i sistemi interpuntivi dei
secoli XVI-XV1I non sono più condivisi dagli standards attuali, in par­
ticolare i due punti (:), che, oltre a introdurre discorsi diretti, venivano
impiegati con funzioni che noi oggi affideremmo al punto e virgola (;)
o alla semplice virgola. È questa una posizione che Orlandi ha più volte
sostenuto, e con particolare riferimento proprio a Cardano in una nota
dedicata all’edizione del De libris propriis, in cui il curatore Ian
Maclean dichiara di aver seguito il sistema dell’edizione Spon del
1663. Orlandi scrive che «per un lettore moderno l’interpunzione del
XVII sec. può dare un certo fastidio e talora causare difficoltà interpre­
tative», onde concludere che era «preferibile che l’editore si assumesse
in toto le sue responsabilità d’interprete dell’opera edita e desse all’in­
tera edizione una punteggiatura moderna, al più segnalando in nota
eventuali soluzioni alternative»18. Come si vede, l’obiettivo da tenere
sempre presente rimane la facilitazione del lettore nella fruizione del
testo.

4. Traduzione

La piena intelligibilità di un testo cinquecentesco è quanto di più


auspicabile per chi intenda riproporlo oggi, e la scrittura latina è solita­
mente l’ostacolo maggiore da superare, vuoi per la conoscenza in sé
della lingua, vuoi per la difficoltà che persino uno specialista incontra
nell'affrontare un latino che presenta caratteristiche piuttosto diverse
dal latino classico appreso a scuola. Per questo motivo ho sempre cre­
duto che un’operazione di edizione dovesse necessariamente contem­
plare l’idea di tradurre il testo originale.
Le ragioni della traduzione sono molteplici, e sicuramente in primis
il fatto che essa consente di raggiungere un pubblico più ampio e non
solo di specialisti, con l’indubbio vantaggio della conoscenza e diffu­
sione dell’opera e del pensiero dell’autore. Va però detto che costringe

18. Cfr. Giovanni Orlandi, Sincronia e diacronia. Su una recente edizione del De
libris propriis di Girolamo Cardano, “Rivista di storia della filosofia” 4 (2006), p.
954.

15
Raffaele Passa reIla

il traduttore19 a un lavoro di esegesi che altrimenti rimane affidata al


lettore, il quale, invece, ricaverebbe grande beneficio dall’essere guida­
to nella lettura dalla mano esperta di chi il testo lo ha studiato, analiz­
zato, penetrato a fondo. La consuetudine con la lingua di un autore
facilita la comprensione di passi ostici quanto a sintassi e lessico, sic­
ché l’esperienza che si acquisisce frequentandolo può bene (e forse
dovrebbe) essere messa a frutto con una traduzione più che con articoli
e saggi, che finirebbero ancora di dominio pressoché esclusivo di un
ristretto gruppo di ‘addetti ai lavori’.
Certamente un simile compito, oltre ad essere estremamente gravo­
so per il curatore, comporta anche una spesa quasi doppia per l’editore
che voglia affiancare alla traduzione il testo originale a fronte, che d ’al­
tronde non dovrebbe mancare in una edizione critica. Tuttavia lo stan­
dard adottato finora dalle pubblicazioni nell'àm bito del «Progetto
Cardano» - tranne il caso del De orthographia, di cui mi sono occupa­
to io stesso - non prevede traduzioni. Per questa ragione anche le pagi­
ne che seguono recheranno soltanto il testo latino20.

5. Note

L’edizione della prefazione cardaniana al De utilitate è corredata di


un duplice apparato di note: in quello che definirei ‘apparato critico’ ho
segnalato le diverse lezioni scartate, presenti nelle varie edizioni21, spe­
cificando se si trattasse di alternative o di correzioni (in questo caso
attribuendole al responsabile); vi si trovano anche le omissioni e le
aggiunte che la ‘secunda editio’ mostra rispetto alla princeps, o gli spo­
stamenti di capitoli, che rendono ragione di ripensamenti dell’autore
quanto alla distribuzione della materia.
Il secondo apparato, invece, è costituito da note esplicative, in cui
riporto gli estremi delle citazioni o delle allusioni che sono riuscito a
reperire, nonché notizie utili alla comprensione dei rimandi storici. Vi

19. Osservo en passant che il traduttore può essere il curatore stesso dell'edizio­
ne, laddove abbia le giuste competenze linguistiche, altrimenti ci si dovrà affidare ad
altri.
20. Osservazioni analoghe alle mie presenta G. Canziani. Tradurre Cardano, in
Edizioni e traduzioni di lesti filosofici, pp. 137-146 (in particolare pp. 138-140).
21. Si intende che rispetto alla prefazione di van der Linden gli unici interventi
sono i miei.

16
Introduzione

ho riportato anche gli interventi di censura presenti nella copia braiden­


se del 1561, perché potrebbero essere utili al fine di capire che tipo di
obiezioni venissero mosse all’opera di Cardano al momento della sua
prima circolazione.

Nel dare il lavoro alle stampe, desidero ringraziare quanti hanno


avuto la bontà di leggerne il manoscritto, in particolare Cesare Vasoli e
Germana Ernst, oltre a Maurizio Vitale, delle cui osservazioni ho potu­
to beneficiare. A loro, ma soprattutto a Isabella Gualandri e Giovanni
Orlandi il mio debito di gratitudine per avermi incoraggiato nello stu­
dio di un ostico latino rinascimentale, e per non essersi mai sottratti
alla condivisione con me delle difficoltà incontrate. Infine grazie anche
a Enrico I. Rambaldi, che ha costantemente sostenuto e stimolato que­
sta ricerca.

Segni diacritici impiegati


< ...> integrazione
[...] espunzione
| [...]] testo presente ne\V editioprinceps, ma non nella 'secunda editio’

Sigle
C editio princeps (1561)
Cj ‘secunda editio’ (1563)
L edizione curata da van der Linden (1648)
S edizione curata da Spon (1663)
add. addidit
corr. correxit
om. omisit

17
DE UTILITATE EX ADVERSIS CAPIENDA
PRAEFATIO
Cardano

FRONTESPIZIO DELL' EDITIO


PRINCEPS (C)

Hieronymi Cardani Mediolanensis medici. De utilitate ex


adversis capienda, libri IIII.
Ex quibus in omni fortuna, rebus secundis et adversis, dili-
gens lector mirabilem ad tranquille feliciterque vivendum
(quantum in hac misera miserorum mortalium condicione
fieri potest) utilitatem percipiet: praeterea magnam multa-
rum variarumque rerum scientiam, usum et prudentiam,
Theologus, Iureconsultus, Medicus et Philosophus, sibi
comparabit.

Defensiones eiusdem prò filio coram praeside provinciae et


senatu habitae.

Ioannis Baptistae Cardani Mediolanensis Medici, De absti-


nentia ab usu ciborum foetidorum libellus exiguus, quem
moriens explere non potuit.

Cum Caesaris maiestatis gratia et privilegio.

Basileae

20
De utilitate ex adversis capienda

FRONTESPIZIO DELLA SECUNDA


EDITIO (C,)

Hieronymi Cardani Mediolanensis Medici De utilitate ex


adversis capienda libri iiii.
Editio secunda cum in prima vix umbra pulcherrimi argu-
menti reluceret.

Eiusdem prò filio defensio

Ioannis Baptistae Cardani Medici Filii eiusdem Hieronymi


De Abstinentia ab usu fetidorum libellus.

Ad venerabilem antistitem Dominum Ludovicum Besutium


Praesidem libellorum Bon<on>iensium.

Indice versa pagina demonstrabit.

21
Cardano

TABULA LIBRORUM ET
ARGUMENTORUMa

Libri primi

1 De demonstratione
2 De fine bonorum
3 De praeparationeb
4 De vitae institutione0
5 De utilitate generaliter ex adversis capiendad

Libri secundi

6 De deformitate
7 De morbis
8 De dolore
9 De senectute
10 De morte
11 De caecitate
12 De surditate
13 De mutis
14 De oblivione
15 De impotentibus ad venerem
16 De claudis

a. Tabula ... argumenlorumj Ordo argumenlorum C.


b. In C i punii 2 e 3 si presentano in ordine inverso.
c. 4 De vitae institutioncl in C è l'ultim o punto del secondo libro.
d. ex adversis capienda] capienda ex adversis C.

22
De utilitate ex adversis capienda

17 De universali resolutione
18 De amore0

Libri tertii

19 De principumf incommodis
20 De paupertate
21 De humilitate generis
22 De contemptu
23 De otio in arte
24 De infamia
25 De invidia
26 De iniuria
27 De amicorum paucitate
28 De ingratis et perfidis
29 De dignoscendis8 hominum vitiis
30 De inimicis
31 De ira principum
32 De lite
33 De exilio
34 De solitudine
35 De publica calamitate
36 De tempo rum eth magistratuum pravitate
37 De servitute
38 De phratriis
39 De carcere
40 De multiplici taedio'
41 De spe abrupta et fortuitis calamitatibus1
42 De signis eximiae potentiae et gloriae
43 De ordine vitae ducendae
44 De cura morborum animi
45 De causis naturalibus

e. In C al punto 18 vi è il capitolo De generali vitae institutione (v.


nota c, p. 22).
f. principum] principium C.
g. dignoscendis] cognoscendis C.
h. et] ac C.
i. De multiplici taedio| De De (sic!) taedio multiplicii C.
j. fortuitis calamitatibus] calamitatibus fortuitis C.

23
Cardano

Libri quarti

46 De consanguineorum et amicorum calamitatibus


47 De servorum improbitate
48 De uxore ducenda
49 De uxore contumace
50 De uxore impudica
51 De filiorum cura
52 De filiorum miseria
53 De filiorum improbitatek
54 De filiis contumacibus
55 De filiis fugitivis
56 De filiis stultis
57 De luctu
58 De orbitate ubi de spuriis et1adoptivis
59 De filiis suppositis
60 De extremis miseriisra

k. filiorum improbitate] filiis improbis C.


I. et) add. C,.
m. 60 De extremis miseriis] add. C,.

24
De utilitate ex adversis capienda

TABULA QUAESTIONUM

1 An aliquod vitium possit esse utile


2 An malorum memoria sit iucunda
3 An spes futurorum bonorum memoria praeteritorum sit
iucundior"
4 An liceat mortis oblivisci
5 An liceat oblivisci doloris illius
6 An liceat cognoscenti non timere
7 An in morte sit dolor
8 An mors sponte subeunda
9 An qui se ipsos occidunt possint esse utiles reipublicae
10 An liceat amico occidere tyrannum
11 An post mortem non esse malum
12 An mors repentina terribilior
13 An ante mortem prodigia
14 An mors felicium sit miserior quam infelicium0
15 An maior dolor delicias non gustasse an amisisse
16 An caecitas surditate deterior
17 An amor sit dolor an voluptas
18 An et unde bonis calamitates
19 An praesentium bonorum possessio an futurorum spes
iucundior
20 An maior felicitas senis an iuvenis

n. In C i punti 2 e 3 (con l’inversione “bonorum futurorum”) si tro­


vano dopo l'attuale punto 17.
o. felicium sit miserior quam infelicium) felicium infelicium morte
miserior sit C.

25
Cardano

21 An ludus ad felicitatem pertineat


22 An musica utilis sit
23 De artium effectibus
24 Utilitates scribentium
25 De iniuria ferendap
26 An iniuria dissimulanda
27 An accepta iniuria a rege ulciscendaq
28 An deterius inferre iniuriam an pati
29 An maior iniuriar patris an filii
30 An deterior iniuria accepta in patre quam filio
31 An potius pater captivus redimendus quam filiuss
32 An bene sperandum
33 An infelicis vita durior quam mors felicis'
34 An in futuris spes utilior sit eventu11
35 An praesens sit similius futuro an praeterito
36 An amicus an frater an filius praeferendus
37 An liceat cum improbis amicitiam contrahere
38 An filius possit beneficio superare parentem
39 Filii cur aliis quam parentibus assimilentur
40 An coniunctio cum descendenti bus sit habitura finem
41 An plus debeamus patri an matri
42 An amor in filios dividatur
43 An molestius sit iuste perire quam iniustev
44 An orbus felicior eo qui numquam filios suscepit
45 An ab n ep o tes ex p lu rib u s filiis m agis sin t n o b is"
coniuncti quam quix ex uno
46 An abnepos filio charior
47 An melius sit relinquere filios improbos quam nullos

p. De iniuria ferenda] An iniuria fecunda C.


q. accepta iniuria a rege ulciscenda] acceptae iniuriae a regibus ulci-
scendae C.
r. iniuria) iactura C.
s. pater captivus redim endus quam filius] pater quam filius redi­
mendus C.
t. quam mors felicis] felicis morte C.
u. spes ulilior sit eventu] opinio rebus praestet C.
v. molestius sit iuste perire quam iniuste] melius iuste quam iniustc
perire C.
w. magis sint nobis) add. C,.
x. qui] add. C ;.

26
De utilitate ex adversis capienda

TABULA LIBRORUM CUM


HOC ARGUMENTO
CONGRUENTIUM ET ORDO

1 Auctoris De libris propriis


2 De consolatione
3 De utilitate capienda ex adversis
4 Encomium Neronisy
5 De pueri institutione
6 De Socratis studio
7 Theonoston
8 secretus liber7
9 Ciceronis Tusculanae quaestiones
10 De finibus bonorum8
11 De senectute
12 De amicitiab
13 Fragmenta
14 Ovidius De remedio araoris
15 Andreas Matheus Adriae princeps0 De utilitate capienda
ex adversis0
16 Plutarchus De differentia amici et adulatoris
17 De amicitia multorumc
18 De utilitate capienda ab inimicis

y. In C i punti 4, 5 e 6 mancano.
z. In C dopo Theonoston figurano In Thessalicum medicum e Lyssa.
a. 10 De finibus bonorum) add. C,.
b. In C tra De senectute e De amicitia compare il De officiis.
c. Adriae princeps) dux Adriae C.
d. ex adversis) ex adversa fortuna C.
e. De amicitia multorum) flepi noXu<|nA.ia<; C.

27
Cardano

19 De sera numinis vindicta


20 Praecepta convivalia
21 D egarrulitate
22 De curiositate
23 De liberis educandis
24 Alcyonius De exilio
25 Ioannes Boccatius Pino de Rubeis de eodemf
26 Ioannes Casa De potentiorum et tenuiorum mutuis8 offi-
ciis
27 Deh morum institutione
28 Seneca De beneficiis

Finis tabulae

f. 25 Ioannes Boccatius Pino de Rubeis de eodem] add. C,.


g. mutuis) inter se C.
h. De] Eiusdem De C.

28
De Militate ex adversis capienda

Hieronymi Cardani M ediolanensis Medici, in quattuor


libros de utilitate capienda ex adversis praefatio; ad vene-
rabilem antistilem Ludovicum Besutium Grammatophylacii
Bononiensis Praesidem praestantissimum. Praefatio'.
[[Tanta fuit maioribus nostris decoris et honesti cura,
Octaviane Cusane, urbisJ nostrae insigne omamentum, ut
Socrates, de vita periclitans Lysiae, rhetoris ea tempestate
primarii orationem luculentissimam et omnibus numerisk
absolutam aspematus sit1: testatus bonam quidem1 et prae-
claram"1orationem, sed minus tamen" sibi congruentem. Ea
ego quoque ratione, cum multa in nominis familiaeque tuae
laudem tum° operis atque argumenti conscribere possem,
aut facundia atque eloquentia ornare virtutem tuam ac facta,
aut utilitatem operis miris qui-[a5v]busdam modis prò more
extollere, malui sola proposita nuda veritate, velut decebat
philosophum gravem, ea hic proponere quae ad intellectum
operis ipsius facerent. Nam et eius dignitatem et tuam his
praeconiis indigere non existimo. Est enim operae superva-
caneae et inanis prorsus laboris ea, quae omnibus nota sunt
et per se clara. grandioribus verbis velie illustrare: nam si
verep sunt, frustra, si falseq, id adulatoris est improbi.]]
Cumr duo sint homini in hac vitas maxime necessaria,

i. H iero n ym i ... p r a e s ta n tis s im u m ] H iero n ym i C ardani


Mediolanensis Medici, in libros de utilitate ex adversis capienda ad
Octavianum C usanum lurisconsultum . P raefatio. C : Hieronymi
Cardani in libros de utilitate ex adversis capienda ad Octavianum
Cusanum lurisconsultum praefatio. L.
j. urbis] Urbis L.
k. numerisi corr. L nostris C.
!. quidem] quidem esse L.
m. praeclaramj corr. L praeclara C.
n. tamen] om. L.
0. tum] tum et L.
p. vere] scripsi verae C vera L.
q. si false] sin falsa !..
r. Cum] Cum ergo C.
s. in hac vita] add. Cr

1. Cfr. V alerio M assim o, F acta et d ieta m em orabilia 6 .4 .2 ;


Quintiliano, Institutio oratoria 2.15.30.

29
Cardano

habere quod velis, et his quae habes uti commode scire, hoc
secundum' in cuiusque potestate est, modo industriam,
curam, diligentiamque adhibeat; alterum non omnibus nec
prorsus, sed plerisque atque maiore11ex parte concessum est.
Horum igitur duorum causa quattuor hos libros conscripsi-
mus quam accurate per id tempus licuit, siquidem ante
medium cursum contigit mihi grave illud infortunium atque
calamitas, quae vel sapientissimum quemque de recta ratio-
ne deturbare potuisset. Et ut vera fatear, non tantum profue-
re hi libri in hu-[a6r]iusmodi dolore, quantum mihi profuit
scivisse mortem hanc iam multo ante praedictam ordinatam­
que'' certo iudicio divinae sapientiae quasi prodigio insignis
alicuius calamitatis. Necesse enim erat ut e iusti sanguine
aliquis publico indicio", velut in aliis excidiis, causa qua-
dam honestiore in nostro excidio plecteretur, quod quando
futurum sit, nec scio* nec scire cupio. Satis fuit mihi obsti-
tisse quantum potuerimy: non solum privatum affectum, sed
etiam tantum malum ab omnium capitibus averterem. Nam,
quod ad me attinet, quin perierim nihil abfuit, nisi divina
manus me sublevasset, primum monitu per somnium, dein­
de conscribendo libros illos admirabiles Theonosti', in qui-
bus affuisse mihi numen aliquod satis intellego: nam, subla­
to dolore omni luctus, me mihi restituii. Neque enim solum
scribendo, sed etiam legendo illos omnis calamita<ti>sa
memoria omnisque dolor abscedit ac tollitur. Illis ergo libris
non his opus est eis, quibus dici id iure potest Euripidis6:

(ò xA-finov, to<; o o i 8 \ja 4 > o p ’ e ì'p Y a o x a i k o l k ó ?.

t. secundum] secundum quidem L.


u. maiore] maiori L.
v. ordinatamque] ordinatamque fuisse L.
w. indicio] iudicio L.
x. scio| co n . L scit C C,.
y. potuerim] potui, ut L.
z. TheonostiJ Theognosti !..
a. calamitatis] corr. L calamitas C C(.
b. est eis ... Euripidis] est, quibus iure potest dici id Euripidis L.

2. Euripide, Hecuba 1085.

30
De utilitate ex adversis capienda

[aóv] Quic vero quae ferri possunt patiuntur et humana


quiqued curant ut quam felicissim e prò condicione sua
vivant, his lectionem horum librorum haud inutilem futu-
ram existimo, nec solum in adversis, sed in secundis6 rebus.
Secundis enim rebus si quis abutatur, ut quidam amare,
ambitiose. crudeliter, iniuste, libidinose, non iam secundae
dici possunt, sed adversae. Quod praeclare indicat illud vir-
gilianumf:

Turno tem pus erit, m agno cum optaverit em ptum


intactum Pallanta, et cum spolia ista diem que
oderii3.

Bona enim fortuna si quis male utatur, perinde est ac si


malam experiatur. Quot divitibus opes nihil aliud quam
luxum et morbos peperere? Quot viris uxoris pulchritudo
dedecori et exitio8 fuit? Vidimus Petrum citadinum \ cui
cum' esset piscina in hortis, suffocatus est in ea unicus
illiu s filiu s, septem annos natus. B ern ard o itid em
Scacabarotio deliciae hortorum abstulerunt unicum filium
annorum [a7r] quattuordecim. Qui vero artem adamantes
perforandi invenerat, et famam et lucrum adeptus-1 est;
verum cum ex eak in Graeciam transisset1, ausus perforare
adamantem principis Turcarum insignis magnitudinis et
pulchritudinis et immensi pretii, fallente successu seipsum
interemit, veritus graviorem mortem. Piena est nostra vita
huiusmodi exemplis, ut non minus necessaria sit haec ars, a

c. icccra. Qui] k(xi«x. Miser, quol ardua interis libi mala? Qui L.
d. possunt ... quique] possunt, quae humana sunt. patiuntur, quique
L.
e. secundis] secundis etiam L.
f. virgilianum] Virgilii L.
g. exitio] exitio non L.
h. citadinum] Citadinum L.
i. cum] cum oblectamento L.
j. adeptus] adeptus quidem !..
k. ea] Italia L.
I. transisset] transivisset L

3. Virgilio. Aeneis 10.503-505.

31
Cardano

nobis tradita, felicibus quam etiam miseris. Quod etsi tuto


etiam liceret inter tot pericula vivere, nihilominus saltem
propter usus scientiam"' utilis est. Sed cum disciplinarum
quaedam magis scientia" quam usu constent, ut Geometria,
Theologia, quaedam ex aequo, ut leges et medicina, haec
ex horum generum neutro est, sed ex tertio, in quo plus
valet exercitatio quam scientia. Parum enim prodest sapien­
za si quis stulte se gerat, ut ergo0 usum aliquis et exercita-
tionem adipiscatur, quoniam usus ratio trifariamp consistit,
in adipiscendo ipsum, in prompte exequendo, et in eius per-
fectione habendaq. Haec habentur [a7v] natura, arte, dili-
gentia, exercitatione, consuetudineque cum peritis in ea
atque expertis. Diligentia quidem ad perfectionem facit, ad
usum vero habendum aut promptitudinem parum aut nihil;
at natura ad promptitudinem plurim um confert, ad usum
vel eius perfectionemr parum admodum, vel prorsus nihil;
ars veros ad usus perfectionem plurimum conducit, et est
principium usus; ad promptitudinem autem operandi parum
aut om nino nihil. Rursus exercitatio ad prom ptitudinem
usus facit, ad perfectionem nihil, ad usum vero habendum
est maxime necessaria. Ipsa etiam consuetudo cum peritis
ad perfectionem usus plurimum facit, ad usum et prompti­
tudinem aliquid potest. Principio exom andus est animus,
corpus firmandum, munienda omnia bonis sunt1fortunae ad
excipiendos ictus adversos; inde cognoscere oportet quiu
finis sit noster, nisi enim finem nostrum noveris, velut
nauta qui quo cursum dirigat nescit, in incerto sem per
vagaberis, neque cognosces [a8r| quod vitae genus illi con-
veniat. Scire autem id non possumus, nisi natura nostra qua-
lis sit intelligamus. Sed quod ad naturam ipsam attinet, duo
sunt quae dubitemus, tertium vero peculiare est ipsi fini. Et

m. usus scientiam] usum, ipsius scientia L


n. scientia] curr. L sciam C scia C,.
o. ut ergo] Opus ergo, ut L.
p. quoniam ... trifariam] Cuius tota ratio sicuti in tribus L.
q. habenda] habenda: ita L.
r. perfectionem] perfectionem vero L.
s. vero] autem L
t. bonis sunt] sunt bonis L.
u. qui] quis L

32
De utilitate ex adversis capienda

ad naturarvi quidem illud primum, an ob obitu<m>v animus


poenae et praemii particeps sit futurus" eorum, quae in hac
egerit vita; secundum, an animi omnes eandem sint sortem
subituri*, solum magnitudine' et parvitate diversam. Ut si,
exempii gratia, omnes beati quidem futuri sint, sed alius alio
m agis aut m inus2, an vero3 etiam poenarum et dolorum
capaces erunt. Manifestum est autem in prima dubitatone
quattuor quaestiones includi: nam si animib poenas et prae-
mia subeuntc, am biguum non est quinJ supersint et sint
immortales, quodque singuli'seorsum maneant, nec in unum
confundantur, et quod eorumf quae hic aguntur in posterum
ratio habeatur. Quod si ita est, palam fit etiam nos omnes
nervos intendere debere, ut iuste, sancte, innocenterque
vivamus, omneque consilium, omnemque cogita-[a8v]tio-
nem nostram eo dirigendam8, ut post mortem beata illa vita
aetemaque fruamur, neque solum ut bonis illis tam immen-
sis potiamur, sed etiam ut poenas tam graves evitem us.
Verum si poenas non sumus subituri, sed solum futuri parti-
cipes praemiorum, poterimus tunc utrique vitae consulere,
eth futurae virtute ac probitate integritateque' morum, etJ
praesenti curando illius com m oda, valetudinem scilicet,
opes, filios, amicitias, famam, ceteraque id genus bonorum,
quae cum honestate coniuncta sunt. At tertium dubium non
circa rerum naturam versatur, sed in ipsius finis ratione tan­

v. ob obitum l correxi ob obitu C C, ab obitu !..


w. animus ... futurus] anima ... futura L
x. a n im i... subituri] animae ... subiturae L.
y. solum magnitudine] magnitudine tantum L
z. si ... minus] si sint exempii gratia. omnes beatae quidem futurae.
an aliae magis aliae minus L
a. vero] pari ratione L.
b. animi] animae L.
e. subeunt] corr. L suberunt C Ct.
d. quin] quin primo L
e. quodque singuli] tum etiam quod singulae L.
f. confundantur ... eorum] confundantur: denique quod futurum sit,
ut in vita eorum L
g. dirigendam] dirigendam esse L.
h. et] tum L
i. probitate integritateque] integritate probitateque L.
j. et] tum L.

33
Cardano

tum, atque id est an, ubik incertum sit de his, quae ad animo-
rum 1 pertinent im m ortalitatem suppliciaque ac praemia,
immo nihil quasi com perti sit, velut Epicurei existimant,
expediat sequi maiorem exspectationem, licet valde dubiam
ac paene desperatam, an potentibus™ inhaerere: nam quae
Aristoteles Stoicique produnt" de honesto, virtute, praecla-
raeque ill<a>e° de moribus disputationes, ac de iustitia,
praecipuep si spes meri-[br]torum ab obitu auferatur, tam
sunt frigidae, inanes et ridiculae, ut nihil magis. Quod si
praeter has dubitationes illud etiam scire liceat4, de quo
actum est in libris De arcanis aetemitatis, an mundus scili-
cet et hominum generatio finem aliquando habitura sint, an
non, tunc expedite de bonorum fine determinare possemus.
Filiorum enimr stirpis felicitas ad bona communias, non pro­
pria, pertineret', cum inter mortalia bona numeranda essentu;
alioquin aut prima futura ac principalis, longeque sapientia
maior atque virtute. Itaquev et Socrates et quicumque alii de
moribus tractarunt absque naturalium rerum determinatione,
“operam - ut dici solet - et oleum” perdiderunt4. Absurdius
tamen Aristoteles et Stoici egerunt, qui, ut dixi, sublata spe
praemiorum et poenarum ab obitu conati sunt virtutem esse

k. ubi] si L
1. animorum] animanim L.
m. an potentibus] quam praesentibus L.
n. stoicique produnt] et Stoici prodiderunt L.
o. illae] corr. L ille C C,.
p. virtute ... praecipue] atque virtute, quin et praeclarae illae de
moribus, ac de iustitia praecipue. disputationes L.
q. liceat] liceret L
r. enim] enim et L
s. communia] communia tunc L
t. penineret] pertinebit L.
u. essent] sit L.
v. itaque] Ideoque !..

4. A ttestata per la prim a volta in Plauto (Poenulus 332 oleum et


operam perdidi), l’espressione acquista tono proverbiale: cfr. Renzo
Tosi, Dizionario delle sentenze latine e greche, Milano, Rizzoli, 2000,
n. 472. Detto di lavori lunghi e faticosi che non ottengono il risultato
sperato.

34
De utilitate ex adversis capienda

bonam hominibus persuadere. Et essent quidem virtutes


hac ratione bonae, sed non omnes. Verum sola* prudentia,
constantia, continentia, fortitudine, atque tranquillitate ani-
mum muniemusx. Constantia quidem ad-[bv]versus calami-
tates quae iam nos opprimunt, idque duabus rationibusy:
prima quod aequa omnium mortalium futura sit condicio,
im m o m e lio r in fe lic iu m , q u o n ia m 2 m o rie n d o n ih il
amittent3, atque haec ratio omni maerori satisfacit, tametsi
apud quosdam non admodum firma esse videatur; altera
prorsus firma est, etsi non tam ampia, tanta tamen ut luc-
tum quem libet funditus evellere possit, et acerbissim os
dolores tollere. Desumpta est autem ea e Plotino5, omnes
videlicet iniurias, om nes luctus iuste nobis advenire et
inferri: licet qui inferunt iniuste nobis illas inferant. Itaque
si iuste nos subimus, etiam leniter ferendae sunt, quod vero
illas iuste subeamus, haud dubium esse debet, cum sint
praevisae; et si praevisae, ordinatae, atque ideo a Deo con-
stitutae. Quaecumque autem a Deo constituta sunt, iusta
om nino sunt. Neque enim vel sapientia vel potestas illi
defuit, aut invidia vel ira moveri potuit, quin omnia iuste et
etiam prò temporum ratione distribueret. Neque ergo dubi-
tandum est de tota ista oratione, nisi fonasse ab eius initio
quod est dictum , om nia [b2r] quae contingunt praevisa
esse. At hoc ostendunt tot P ythii A pollinis o racu la de
G ra e c ia e c a la m ita tib u s , de m o rte P h ilip p i re g is
Macedonum, tot ostenta de Caesarum obitu6. Sed omitta-
mus antiqua, et innitamur praesentibus solum ac visis a me
in nece filii, quam constat quattuor evidentibus prodigiis ita

w. Verum sola] Sola enim L


x. muniemus] munivisse per illam sufficeret L
y. duabus rationibus] ob duas rationes L.
z. quoniam] cum C L
a. amittent] amittant L.

5. Purtroppo non sono riuscito a trovare la fonte.


6. L'oracolo della Pizia relativo alle sventure della Grecia e alla
morte di Filippo è riportato da Plutarco, Vita Demosthenis 19-21; sui
prodigi legati, ad esempio, alla morte di Cesare si veda ancora Plutarco,
Vita Caesaris 63.

35
Cardano

praevisam, ut genus et dies latere non7 posset. Neque vero


existim andum est filium m eum aut me tanti fuisse, ut
nostra causa nova lex scientiae futuri sit constituta: quin
potius omnia aeque certa esse apud Deum, non tamen pro-
digiis ostendunturb. Nam ut luporum caedes iustae sunt ob
sedera, sic agnorum ob sacrificium. Sic ille obtuiit filiumc
suum, sed praesciens mortuus est; et quam parum abfuit, ne
unicum filium ab Abraham"1 ut im m olaretur reposceret8.
Quid ergo opus est ut metuas, ne casu in calamitatem inci-
deris, iniuriam acceperis, iniuste damnatus sis? Quod si ita
est, hac una ratione confirmaberis, modo aequi patiens et
amans fueris, ut animi intentionem haud remittas, aut in
posterum doleas atque evertaris. Simili ra-(.b2v]tione feres
fortiter incumbentia mala, non quia non terreant (ut stulti
quidam persuadere conantur) sed tamquam necessaria. Et
ne illoe assiduo metu evertaris, et universae vitae acta per-
turbes tristi cogitatione, nec ullam dulcedinem percipias:
continebis etiam te ab ira, cupiditate atque libidine, quibus
m alisf si succubueris, non evades e maximis infortuniis,
vixque etiam a periculis ingentibus, etiam si rex fueris.
Praestat ergo nihil amare immodice, quandoquidem huius-
modi amores aut magnos luctus, aut magna damna afferre
solent. Ad tranquillitatem autem plurimum facit considera­
no haec, quod quantumeumque possideas, id totum mini­
mum est totius terree comparatione: ipsa vero terra totius
orbis comparatione, ne puncti quidem instar est. Quid ergo
tam amplum est, ut partem aliquam possidere dici possis?
Eius vero quod habes nihil ferme tuum est, sed procurato-
rum , dispensatorum , fam ulorum , fictorum , am icorum ,

b. Deum ... ostenduntur] Deum, etsi tamen prodigiis non ostendun-


tur L.
c. ille ... filium] Ille ... Filium L.
d. Abraham] Abrahamo L.
e. ilio] corr. L ille C Ct.
f. quibus malis] His etenim malis L.

7. "non" cancellato, sostituito da “ vix” a margine nella copia di


Brera.
8. Cfr. Gen 22.1-19.

36
De utilitate ex adversis capienda

furum, si desint litigatores. Quin etiam qualis usus? Quanto


plures in culina, tanto plu-[b3r]res qui tussiunt, screant,
tractant cibaria iisdem sordidis m anibus quibus faeces
detergunt et stercoraria vasa deferunt8. Ipsa vero vita quam
brevis est, cuius initium fini cohaeret? Et in cuius principio
nihil certi habeas, in fine nihil supersit? Denique11ad te ipso
miseriores converte et laetus vives. Inspice triremium cala-
mitates, carceris duritiem, xenodochiorum foetidatem, sta-
bulorum inopiam, in quibus stipula et fimus prò vestibus
hominum sunt. Ceterum nudi iacent media hieme, squalore
illu v ie q u e o b liti, fam e , frig o r e , m o rb isq u e v a riis
conflictati', ut eorum multi ne manum quidem ad colligen-
dam stipem extendere valeant. Intuere illum qui iacet ad
urbis nostrae portam Ludovicam perpetuo in lecto, cuius
pedes percisij a reliquo corpore ante illum positi sunt.
Narrat Chrysostomus9, vidisse se Demophilum quendam
Claris parentibus ortum iam quindecim annis perpetuo tre-
mentem , in summ a paupertate, cum unico servo trahere
vitam. Alium nomine Aristophneum Bythinium convulsio-
nibus totum distortum, iam per sexennium in [b3v] maxima
omnium rerum inopia cum ancillak vixisse, cum nullus ob
foetoris magnitudinem illi appropinquare auderet. Converte
te deinde ad damnatos, ad metalla, ad lapidicinas captivos-
que Turcarum, ubi uxor filiique singuli diversis dominis
venduntur distrahendi et asportandi in longinquissim as
regiones, quorum nec nomina1 audire licebit. Filia et uxor
prostituuntur, filii in catenis impuberes ad foeda ministeria,
puberes ad fodiendam terram adiguntur, et tamen hi omnes

g. deferunt] efferunt L
h. Denique] Denique te L
i. conflictati] afflicti L.
j. percisi] praecisi L.
k. anelila] ancilla solum !..
I. quorum ... nomina] unde nec suoram nomina L

9. Cfr. Giovanni Crisostomo, A d Stagirium a daemone vexatum, PG


47, col. 489, II. 29 ss. e II. 46 ss. Sebbene tutte le edizioni siano concor­
di nel citare il nome del secondo personaggio come “Aristophneus”,
stando al Crisostomo si chiamerebbe “Aristoxenus”.

37
Cardano

vivere volunt, tu vero deploras tuam calamitatem. Quid de


privatis omnibus dicam, nulla domus m iseria1" caret: si
dives, insidiae, livor, discordia", si pauper, omnia desunt.
Inde morbi et metus omnia exagitant: haec cum tu conside-
rabis, in summa tranquillitate vives. Restat ut de prudentia
agamus, in qua facto magis quam verbis opus est. Peccatur
autem circa illam multis modis, primum ignorantia prae-
ceptorum quae hic traduntur; usu quoque, atque ob id con-
suetudines loci caliere oportet. Quod vero plurimum obest
huic virtuti [b4r] est improvisum consilium, seu° arte ini-
micorum vel tecum tractantium , seu quod rei natura et
praeceps occasio nihil tem poris det, seu stultitia tuap,
adversus primum et ultimum erroremq te exercebis diligen-
ter, si non umquam quicquam proferas aut deliberes, nisi
perfecte intellecta re, item re etiam intellecta, nisi consilio
peritorum in ea re adhibito. Nihil etiam arduum aggrediaris
nisi prius parentibus aut fratribus aut coniunctissimis adhi-
bitis in consultationem; responsum quoque in diem sequen-
tem differas, etiam in levibus negotiis, quae inchoaturus es.
Persaepe enim ex levibus initiis magnae in tota vita muta-
tiones eveniunt. Considera etiam cum quibus negotium
tractas, amici ne sint an inimici aut aemuli tui, item pruden-
tes an stulti, improbine an simplices, quae causa eos impel-
lat, ut te sollicitent. Semper vero ab his qui te urgent cave-
bis, et rem ipsam quo magis impellunt differes. Doli enim
pellis est celeritas, et, qui urget dolum armat, qui retardat et
remittit compedes illi iniicit. In repentinis autem casibus
[b4v] quantum potes, te retrahe et id saltem cognosce an
doli quicquam subsit. Id etiam cave, ne in irreparabilia
mala te conicias, deinde quos potes in conciliumr adhibe, et
Deum roga acs consule. Optimum est autem ut prius pericu-
lo occurras, quam vi ipsi rei, totique negotio' inconsultus ad
rem accedas. Casus quoque prudentiae consilia perturbat,

m. miseria] miseria aut cruce sua L


n. discordia] discordiae L.
o. seu] seu stultitia tua. seu L
p. seu stultitia tua] om. L
q. primum ... errorem] duos primos errores !..
r. concilium] consilium L.
s. roga ac] in primis roga atque L

38
De utilitate ex adversis capienda

audis falsa narrantem et assentiti melius estu quam conten­


dere, sed si potes, non audire melius est. Abstinebis etiam
scom m atib us, m em or eiu s quod accid it A ntiphonti a
D io n y s io 10 et P ertin acis filio a C aracalla, cum eum
Geticum, quod fratrem Getam occidisset, per iocum appel­
l a s s i 11. Statim enim occisi sunt ab illis, quos scommate
offenderantv. In universum autem m emineris maximam
stultitiae partem, immo totam ferme, in nimia de se ipso
existimatione consistere. Nam qui minus quam decet de se
pollicentur, hos timidos solemus nominare, qui etsi non ita
occasionibus utantur ut decet, securius tanto tamen vivunt.
At de se plus pollicentium tria sunt genera, quae omnia ad
insaniam pertinent. Pri-[b5r]mum tamen quod solum plus
scire sibi persuadet, ob frequentiam in stultorum numero
censeri non solet. Nam omnes hoc morbo ferme laboramus;
at maiora aut plura sperare quam habiturus sis, stulti piane
est, et inter stultos hi numerari solent. Verum plus posse
quam possis credere aut habere quam habeas, hoc non iam
stulti solum, sed insani atque perditae amentiae est. Itaque
ab hoc maxime, tum etiam a secundo genere cavendum est,
quod si etiam a primo te eximere potueris, magnam certe
calamitatum occasionem abrumpes atque effugies. Ceterum
virtutes hae animi sublata immortalitate etiamw nobis utiles
sunt, sed non tamen eis piene utendum: neque enim tempe-
rabimus ab aliena uxore, ax virgine, nec prò patria pugnabi-
mus, sed solum his ad commodum nostrum utemur; aliis
autem nullo modo, velut iustitia, fide, liberalitate, veritate,

t. ip s i... negotioj ipsius rei, totiusque negotii coactus atque L


u. perturbat ... est] ne perturbet. Si audis falsa narrantem, assentili
melius puta L.
v. offenderant] corr. L offenderat C C,.
w. sublata ... etiam] etiam sublata immortalitate L
x. a] aut a L.

10. Cfr. Filostrato, Vìtae sophistarum 1.15.3. Antifonte, poeta tragi­


co alla corte di Dionigi il vecchio, fu da questi messo a morte.
11. Cfr. Scriptores Historiae Augustae (Elio Sparziano), Antoninus
Caracalla 10.6 Helvius Pertinax, fìlius Pertinacis, dicitur ioco dixisse:
‘adde, si placet, etiam Geticus Maximus quod Getam occiderat fra ­
trem et Gothi Getae dicerentur.

39
Cardano

nisi quatenus ad nomen et gloriam captandam fallendum-


que hominemy utiles erunt. Ergo, ut ad rem redeam, cum in
libris Theonosti finem hunc nostrum animique [b5v] felici-
tatem ac poenas ita ostenderim, ut multi forsan dubitare2
velint, nulli possint quantumvis athci sint. Ob id omnia ea
auxilia praesentibus in libris praetermisi, quae nullo modo3
pravam tractationem atque usum converti possent, ne mini­
mo lucro m axim am iacturam facerem , aut facere alios
docerem. Circa usum autem diligenter observare oportet
res, opportunitates locorum , tem porum , personarum , ac
reliquarum condicionum . A m bitiosum honorabis, avaro
lucri spem propone, iuvenibus illecebras luxus et volupta-
tum ostende, iniuria affectis viam ulciscendi, ita non secus
ac aves piscesque tumb feras escis propriis allicies atque
captabis12. Animo diligenter praeparato ad corporis curam
te converte, recta victus ratione atque laboribus temperatis.
Inde fortunae auxilia quaeres, uxorem, filios, amicos, opes;
plurimum autem ad has confert versari cum probis, pruden-
tibus, bene fortunatis, iisque quibuscum tu fortunate aliquid
experiris, et contra eos devitare, quibuscum infelices even-
tus sor-[b6r]tiris. Neminem plus iusto amabis, nec prorsus
amabis qui te non am et13, praeter parentes, filios, fratres,
fratrumque filios, si contingat utc ab illis non ameris, nec
hos quidem, ubi alii sint ex his qui te ament. Nihil enim
infelicius eisd qui te non am ant, a u t' im m odice am are.
A equalis enim m olestia est, seu possideas, seu amittas.
P raeterea, cum felicita s nostra in tribus con sistat, re,

y. hominem] hom ines L.


z. dubitare] de eis dubitare L.
a. nullo m odo| ullo modo ad L
b. tum ] aut L
e. ut] ut et L
d. eis] quam eos L.
e. aut] om. L.

12. Ambitiosum ... captabis] testo a stampa cancellato a penna nella


copia di Brera.
13. noe prorsus ... amet] testo a stampa cancellato a penna nella
copia di Brera.

40
De utilitate ex adversis capienda

exspectationef, et opinione, qui his duabus ultimis pruden-


ter utitur, prima haud valde eget. Nam constare felicitatem
magis opinione quam re indicio est, quod si quis nondum
susceperit filios, aut unum habeat tantum, non dolet nec tri-
statur; idem cum quattuor susceperit, perieritque unus,
dolet ac lamentatur; rursus si quis non cogitet in maximo
etiam luctu constitutus, nihil mali sentit, perinde8 afficitur
ac si nihil incommodi passus esset, neque doleret umquam,
si numquam cogitaret. Nam dolorum corporis, qui nos
cogitare de se cogunt, alia ratio est: opinione igitur non re,
aut saltem magis consistunt humanae felicitates atque |b6v]
miseriae. Exspectatio autem quasi media est inter opinio-
nem et rem: re ipsa tenuior, opinione solidior. Verum nisi
animum ipsum praeparaveris, nullo horum trium modorum
beatus esse poteris, immo contra miser eris. Nam beatus
esse nullo modo potes, immo miser es, cum optatis non
frueris; at si animum et cupiditates non cohibueris, fieri non
potest, ut illis potiaris. Humana enim mens cum cupìditati-
bus in infinitum efferatur, numquam poterith satiari, cum
natura humana infiniti non sit capax, immo ne magnae qui­
dem cuiusdam partis eius quod optat: necesse est ergo ut si
quis non cohibeat cupiditatem et desideria, quamvis potens
fuerit et rex maximus quidam, ut1 miserrimus sit prorsus.
Quod si modum his posueris, facile feres adversa propria,
et si propria, etiam facilius aliena: filiorum, fratrum, uxoris,
amicorum assuetus enim patienter feres tua incommoda,
levius feres^ aliena. Facilius etiam curabis illa, modo hi
obtemperare velint. Ut enim medicus facilius alienos mor-
bos quam proprios curat, ita et sa-[b7r]piens ac prudens
adversa filiorum et uxoris quam propria: etk licet dicat
C hrysostom us1 “ suprem um m alorum sustinet"1 qui in

f. re, exspectatione] in re, in exspectatione L


g. perinde] et perinde L
h. potcrit] potest L.
i. ut] tamen L
j. feres] om. L.
k. et] Atque L.
I. dicat Chrysostomus] Chrysostomus dicat L
ni. sustinet] sustinere L

41
Cardano

metum incidit, ne sine filiis decedat” 14, hoc tamen supre-


mum malum, quod cogitatione augetur multis modis dissol­
vi potest. Si animus ad loca beata migrat, si generatio
humana aliquando finitur, si filii fratrum aut ex matribus,
sororibus patrueles" supersint: nam, si sint, perinde est0 ac
si filii superfuissentp. Demum illud cogita simile esse hoc
ac si doleres quod orbis terrarum monarcha natus non sis:
nam plures monarchae sunt quam ii, quorum stirps futura
sit sempiterna; quomodocumque autem et quandocumque
finemq habitura sit, perinde est prorsus ac si sine filiis obiis-
sent. His rationibus, si rationis compos es, tibi piane satis-
facies, etiamsi ad opinionem non rem respexeris. Illud
etiam animadvertens, quot homines sua sponte sine filiis
obire voluerunt', seu sacris initiati, seu etiam profani. Hoc
summo, ut videtur, malorum e medio sublato (ita enim
nostrum semper est institutum), alia omnia et minora aut
mediocria aut minima fa-[b7v]cile feres. Sunt vero et e
calamitatum genere quaedam quae suis natura bona pariunt,
ut labores, paupertas, inimicitiae: ut enim ex lilii herba gra-
viter olente nascuntur flores admodum iucundi odoris et
formae gratae, ita ex malis quibusdam peculiariter bona
oriuntur. In hoc genere sunt morbi qui assidue revertuntur:
hi enim temperantiam pariunt et continentiam, et1 mortis
timor hominem cautum facit, probum ac ad omnem occa-
sionem paratum. Similis rationis sunt lectiones et fabulae,
ac intemperies poètarum, in quibus etu si non ex malis bona
seliguntur, ex turpibus saltem pulchra excerpere licet. Sic

n. sororibus, patrueles] sororibusve, si patrueles L.


o. perinde est] est perinde L.
p. superfuissent] superessent L
q. finem] finem haec L
r. voluerunt] voluerint !..
s. sui] suapte L.
t. et] Sic L.
u. et] om. L.

14. Giovanni Crisostomo, A d Stagirium a daemone vexatum, PG 47,


col. 464. 11. 5-7: K£<l>àXo<iov ia>v koikcòv koù aùicx; iinénetve, tfji;
«itcnSta^ t ò v <])ópov.

42
De utilitate ex adversis capienda

etiam turpium imitatio delectat, ut in ectypis muscarum et


scarabeorum imaginibus et in histrionibus cum ebrios stul-
tosque fingunt. Luctus quoque delectant his inv rebus, quae
ex se horrorem pariunt. Pictura quoque horrendi excidii
delectat etiam illos qui in eo periculo fuerunt, velut apud
V irg iliu m , cum * A en e as T ro ia e ru in a m in p a rie te
miraretur*:

Sic aily atque animum pictura pascit inani'"'.

[b8r] Sed q u ia cum ea c e c id e ra n t to t am ici atq u e


coniuncti, subiicit poèta:

Multa gemens, largoque irrigai' flumine vultuml6.

Alii vero non ita, sed velut in tragoediis alienarum cala-


m itatum com m em oratione voluptatem capiunt. Utinam
ergo huiusmodi calam itates eveniant quarum meminisse
non pigeat, et ut alienis potius quam nostris exemplis fia-
mus sapientes3! Certe propterea quae ad usum necessaria
esse atque utilia docuimus exempla non levem vim habent,
utpote quae vivae cuiusdam instructionis rationem expri-
munt. Neque solum exempla calamitatum, sed etiam erro-
rum ac vitiorum longe magis persaepe nos movent quam
virtutis: vehementiusque com movem ur aspectu ebriorum
atque insanientium et eorum qui ex profusione15mendicant,
quam te m p e ra n tiu m , c o n tin e n tiu m a tq u e p arc o ru m .

v. in] om. S.
w. cum] om. L
x. miraretur] miratur L
y. Sic ait] om. L.
7.. irrigai] irrorat S.
a. sapientes] corr. L sapientis C C,.
b. ex profusione] ex pfusione C ex perfusione C, ob profusionem L.

15. Virgilio, Aeneis 1.464.


16. Virgilio, A eneis 1.465 (ma: Multa gemens. largoque umectat f lu ­
mine vultum).

43
Cardano

Minima ergo mutatio in animo velut in Hippomachoc causa


magnae diversi tati sd succedentium, affectionum et casuum:
si enim animus sit prudens ac fortis, tum continens, tempe-
ratus, atque tranquillus, paucae divitiae, honores modici,
non multi [b8v] filii et amici sufficient ad felicitatem; si
aestuet intus, nihil satis est. Non ames, quod facile te dese-
rere possete. Honestus ergo ac tutus est Dei amor, inde vir-
tutis, post divitiarum, et uxoris. Filios ama, sed non adeo
perdite, forsan te deserent. Fraeter haec, ama tamquam osu-
rus, ut sapiens ille dicebat17. Aliquif ex eorum discessu aut
voluntatis mutatione, sive am ici sint, sive amatores vel
domestici, non levem senties dolorem. Porro si in calamita-
tes iam decideris, quadrifariam contingit piene illis posseg
satisfieri. Primum si in eodem genere aliquid boni maius
oriatur ex ea calamitate, quod secus ortum non fuisset,
velut cuidam affini nostro seni contigit, cuius uxor cum
mortua esset, et ipsa cuius iuvenculam duxith, ex qua tres
filios masculos suscepit; alius et ipse affinis noster*, cum
filium unicum extulisset, atque ex eo amissa hereditas^
aliam duxit uxorem, ex qua septem filios habuitk, et nunc
felix vivit. Sic Caesari ex damnatione senatus accessit
imperium, multi ex [cr] oppugnationibus et accusationibus
inclaruere ignoti alioqui1. Deinde si ex malo maius bonum

c. Hippomacho] corr. L hipomocho C C,.


d. diversitatis] diversitatis est L.
e. posset] possit L
f. Aliqui) Alioqui L.
g. posse) om. L.
h. cuius ... duxit] cui uxoris mors occasionem fecit, ut aliam iuven­
culam duceret L.
i. noster] noster, viduus L.
j. amissa hereditas) spem transiturae ad suos haereditatis amisisset
L.
k. habuit] habet L.
I. alioqui] alioquin L.

17. Si tratta di un motto di Biante, uno dei sette sapienti: 8ei <J>itaiv
wojtep n io r ia o v ta , ^iioeiv Se tòarcep <t>iA.f|aovxa (cfr. R. Tosi,
Dizionario delle sentenze latine e greche, n. 1311).

44
De militate ex adversis capienda

alterius generis exoritur, quod evenit Themistocli18 qui exi-


liom factus est dominus quattuor urbium, cum domi haud
praedives esset. Sic Romulus expositus" et Cyrus magnae
gloriae ansam0 arripuerunt, etp paulo ante nostra tempora
Castrutius Castracanus19. Sic Hiero20 ex morbo et eruditus
et melior evasit. Ad haec si piene vindictam de his, qui
calamitatem intulerunt, sumere licuerit21. Postremo, si in
posterum exitium parari sibi intelleguntq, qui iniuriam intu-
lere, nec tamen interim quieti vivunf, quemadmodum ets
Christiani Iudaeos ulti sunt. Cavendum est autem ne nomi-
natim in hoc genere quemquam lacessas: periculosum enim
est tibi et illis gloriosum. Apparet enim et Caligulam et
Neronem et Erostratum22, multosque alios facinorosos
homines quaesisse1 famam ex flagitiis. Nolunt multi nomi­

ni. exilio] per exilium L.


n. Romulus expositus) expositi Romulus L.
o. ansam] ansam inde L.
p. et] ut et L.
q. intellegunt] intellegant L.
r. vivunt] vivant L
s. et] om. L.
t. quaesisse] quaesivisse L.

18. Non trovo notizia della signoria di Temistocle su quattro città.


Plutarco, Vita Themistoclis 29, riferisce che secondo la maggior parte
degli storici gli furono assegnate le rendite di tre città, cioè Magnesia,
Lampsaco e Miunte (cfr. anche Cornelio Nepote, Themistocles 10.3),
mentre altri ne aggiungono altre due, Percote e Palescepsi, il che porte­
rebbe il numero totale a cinque.
19. Castruccio Castracani (Lucca 1281 ca. - 1328), con la discesa
di Arrigo VII, potè rientrare dalFcsilio in patria nel 1314 e nel 1316 fu
acclamalo signore a vita di Lucca. Famosa è la sua biografia dal titolo
La vita di C astruccio C astracani da L u cca , o p era di N iccolò
Machiavelli del 1520.
20. Ierone (o Gerone) I, tiranno di Siracusa dal 478 al 466 a.C.,
celebrato da Pindaro nella Pitica I per la sua vittoria nella corsa dei
carri (470 a.C.). In quel carme si fa cenno alla sua scarsa salute (vv. 46
e 54-55).
21. Ad ... licuerit] testo a stampa cancellato a penna nella copia di
Brera.
22. Si tratta di un cittadino di Efeso, che nel 356 a.C. incendiò il
tempio di Artemide della sua città per rendersi famoso.

45
Cardano

nari, non ob dedecus, sed ob metum, ubi m etus desit, eam


in fam iam n o m in is [cv] a e te rn ita ti u tile m esse p u tan t.
Q uapropter familiam in odium posterorum in iniusto faci-
n o re , si u ltio te d e le c ta t, c o m m e m o ra sse s u f fic ia t23.
C eterum m axim ae calam itates sunt quae sincerae su n tu,
inevitabiles et ex quibus redire non licet, atque ideo' mors
sine dedeco re et cru c iatu his tam en qui dedecus m orte
m aius non esse existim ant. M ors etenim cum cruciatu et
d edecore, dum anim um d istra h it atque co n fu n d it, licet
astantibus saevior videatur, m agis tam en saeva est quam
sincera et brevis est. De corporis autem dolore aliud sta-
tuendum est: is ergow ostendit et in malis et in bonis nihil
m aiu s e sse c o g ita to n e . Q uod si ratio n ib u s p ra e d ic tis
m agnum anim i dolorem , si tristitiax sity ex praesentibus
atque p raeteritis, seu tim orem ob futura et incum bentia
levare non licet, m agni2 et novi dolores ac casus solent
curari auta potu vini, in quo radix mandragorae diluta sit, ut
docebat H ippocratesb, vel si brevis sit affectus croci0 orien-
talis. Vitiorum autem animi m axim orum qualia sunt alea,
am or im -[c2r]m odicus, pertinacia, stultitia, im potentiad,
inconstantia in aliis m edela est, si rationi non parent, nec
auxiliis vincuntur naturalibus tim or6 et tristitia m axim a ac
diuturna, acf desuetudo. In bonis autem adipiscendis maxi-

u. sunt] sunt, et L.
v. atque ideo] Q ualis est L.
w. ergo] enim L.
x. tristitia] tristitiam L.
y. sit] om . L.
z. magni] magni quidem L.
a. aut] om. L.
b. Hippocrates] corr. L hypocrates C hyppocrates C r
c. croci] crocus L.
d. im potenza] im potentia, aut L.
e. aliis ... timor] aliis, si rationi non parent, nec auxiliis vincuntur
naturalibus, m edela est tim or L.
f. ac] atque L.

23. Q uapropter ... sufficiat] testo a stam pa cancellato a penna nella


copia di Brera.

46
De utilitate ex adversis capienda

me curabis ut scnsim asccndas, ac quasi per gradus, undeg


si primum gradum amiseris, velut in scalis, postmodum
pedem non adeo extendere licebit, ut possis ascendere, sed
haerebis in imo. Ergoh primum hunc gradum quam celerri­
me poteris arripies. Quae vero plurimum valent ad persua-
dendum sunt honestum, utile exemplum, preces vel minae,
religio, et persona grata: considerandum est etiam, ut res
tanti aestimes dum habeas, quanti si iam amisisses1. Etenim
si homines sensum amissionis haberent dum possident,
nemo nisi vi et coactus in miseriam incideret, sed quoniam,
dum habemus, non sentimus, qualis futurus essetJ dolor, si
am itterem us\ turpiter in eum errorem incidimus: palam
enim est calamitates omnes atque miserias in amissione
atque privatione consistere. Nam dolor est amissio indolen-
tiae, et morbus [c2v] valetudinis, et luctus Christianorum1.
Ergo"' si filium, vel fratrem, vel fundum, vel domum, vel
pecuniam habeamus", ubi amiserimus, dolemus vehemen-
ter. Incuria ergo habentium causa est, et ludi et aliorum
errorum, ex quibus in ingentes calamitates incidimus: quis
enim est, qui si dolorem amissionis pecuniarum ex alea
antequam amitteret sentiret, in animum inducere posset, ut
ei se periculo nisi prorsus amens exponeret? Cavere igitur"
oportet ut diligenter dump habemus perspiciamus, et in
filiis quidem ac domesticis castigantesq, abstinentes, subve-
nientes, ne1 cogamus illos abscedere, aut nes improbos red-
damus; contra cum ulcisci improbum quempiam familia-
rem in animo est, nihil melius optima tractatione: nam

g. unde] Quia vero L.


h. Ergo] idcirco L.
i. quanti si iam amisisses] quanti faclurus, si amiseris L.
j. esset] sit L.
k. amitteremus] amittamus L.
I. Christianorum] amissorum !..
m. Ergo] Ita L.
n. habeamus] habemus C,.
o. Cavere igitur] Curare etiam L.
p. dum] quae L.
q. castigantesl ut ne castigantes L.
r. ne] om. L.
s. ne] om, L.

47
Cardano

postquam deseruerit nos, sentiens quantum amiserit gravi-


ter plectetur, dirum hoc poenae1genus, atque ut alias dixi a
cive nostro Lypithocho excogitatum. In his vero, quos dese-
rere cogimur, si ante nos fuerunt, naturae necessitatem pro-
ponere expedit, ut in parentibus, fratri-[c3r]bus maioribus.
Nam nisi illi prius te relinquunt“, omnino necesse est ut
illos relinquas tu pari dolore, et perverso naturae ordine. In
iis autem, qui post nos venerunt, ut fratribus minoribus,
filiis, aequis, si amiseris, cogita tempus, in quo nondum
habebas. Pari enim sorte nunc uteris, neque vero tum dole-
bas nec tristabaris, interiectum autem tempus, quo usum
illorum possedisti, quid est quod non id inter delicias et
fausta colloces, eorumque memoria quae tunc acta sunt
recreeris? In omnibus praeterea causis, quae hic non adeo
explicatae videntur, imitatione prov supplemento uteris,
velut in custodienda et coercenda im potenti fam ilia.
Exemplum duces a phratriis, ubi tot capita et tam diversis
moribus et condicionew adeo quiete continentur, fame, ver-
beribus*, carcere, duritie, ut cogantur ea maxime quae
nolint: deserere amicos, amplecti inimicos, uty omnia in
obsequio posita sint et voluntariis coactis24 actionibus.
Eademque ratio in sacris virginibus, atque has' perpetuo in
domo continemus, [c3v] illos non nisi impetrato discessu3
et comite adiecto, ne libere quicquam agere liceat. Eadem
ratione impotentes domesticos et petulantes domabimus.
His ergo armatus praesidiis quicumque ad hunc librum
legendum se contulerit, intelleget quantum utilitatis, deco-
ris, ac voluptatis sibi comparare ex eius lectione liceat.

t. dirum ... poenae] Equidem dirum est hoc poenae L.


u. relinquunt] relinquant 5.
v. prò] corr. L per C C;.
w. condicione] condicionibus L.
x. verberibus] uberibus S.
y. ul] utque L
z. has] has quidem L.
a. discessu] discessu egredi palimur L
b. philosophi] Philosophi, quod L.

24. coactis] parola cancellata a penna nella copia di Brera.

4$
De utilitate ex adversis capienda

Nam quae tanti magni philosophib, eorum pace dixerim, in


hoc genere scripserunt vix catulae mortuae luctum levare
posse videntur“\ ut in adversis non modo suppetias non ferant,
sed alia docentes, alia sentientes, ac agentes miseros suos
clientulos, aliorum iniuriae exponant ac detegant: quam-
obrem parce illorum lectione utendum est, quae necd pie-
tati satisfacit, adversisque* praeceptis atque ambiguis sen-
tentiis cum ea luctatur, nec utilitati hominum atque vulgari
opinioni, sed ipsos impotentes et pauperes ac contemptos
efficit, nec validisf rationibus levat miseriarum dolorem.
Nos vero tum hic humanitus, tum in Theonosto divinitus
docuim us eas rationes, quae om nino ge-[c4r]nus omne
calamitatis abunde levare possunt, sed tamen ita ut quae­
dam adeo acerbae sint8, ut piane enarratione eorum, quae in
Theonosto continentur, indigeant: ibi enim explicata non
so lu m a tq u e d ilu c id a est e n a rra tio im m o rta lita tis
animorumh, sed et coniunctionis illorum cum diis1 gloriae­
que immensae, tum splendoris ac voluptatis ineffabilis, qua
ab obitu' fruuntur. In cuius quidem libri confectione spera-
bam us aliquo adium ento futurum eum M arci A ntonini
librum, qui de illius vita nuper in publicum exiit25. Verum
seu illius non sit, quod magis arbitrar, seu m elior fuerit
princeps quam philosophus, seu felicior quam sapiens, nihil
deprehendi, quod ad meum usum possem traducere. Multa
enim cum essent non aspemanda, tam inordinate tamen et
concise et prorsus sine ulla demonstratione scripta erant, ut
alio Antonino expositore indigeant. [[Ceterum tibi, o flos
patriciac gentis urbis nostrae Octaviane Cusane, qui solus
in tanta calamitate me non aspematus es, sed cum despec-

c. videntur) videntur. Adeo I.


d. nec] neque L.
e. adversisque) sed adversi !..
f. validis] vaiidis denique L
g. quaedam ... sinl] quasdam adeo acerbas putemus !..
h. animorum] animarum L.
i. illorum cum diis] illarum cum Deo L.
j. qua ab obitu] quibus ab obitu seu abilu a torpore L.

25. Riferimento ai Pensieri di Marco Aurelio?

49
Cardano

tum me [c4r] prorsus ab om nibus existim arem , in ipso


acerbo iuctu munere etiamk egregio significasti, quantum si
licuisset voluisses, virtutemque apud bonos atque probos
v iro s, v irtu tisq u e o p in io n e m im m o b ile m esse. T ib i,
inquam, hoc totum debetur, debentque mortales, cuius sin-
gulari prudentia et probitate factum est, ut absolvi potuerit.
Quare munus hoc nostrum qualecumque accipe, vir splen­
didissime, meque tua in me beneficia testari honorificentius
non posse puta, quam cum me mihi per te unum restitutum
fuisse profiteor. Vale.
Ticini, xv. Kal. decembris, MDLX1.]]26

k. eliam) om. L.
I. Tra Praefatio e inizio L. I, C inserisce l'indice.

26. C (c ovviamente L) richiama in chiusura il primo dedicatario


dell'opera. Ottaviano Cusano.

50
APPENDICE

Introduzione al De utilitate ex adversis capienda


di Girolamo Cardano

Johannes Antonides van der Linden


Franeker 1648
Cardano

Nobili et magnifico viro D. Ulpiano ab Aylva Illustrium


ac Praepotentum Frisiae ordinum Deputato Novem-Viro
Praetori Wonferano Ioh. Antonides van der Linden Med.
Doct. et Prof, feliciter vivere.

Si quid votomm in rebus humanis animos hominum pos-


sidet, id est, quod tibi, nobilissime Domine, ex pieno debito-
que affectu sum precatus. In quo facile tamen est, ut vanus
audiam, adeo vani sunt plerorumque in ilio consequendo
conatus. Quod ex eo est haud dubie, quod pauci admodum
intelligant, in quo felicitas vitae huius consistat. Pessimus
veritatis interpres vulgus credit, in corporis et his potissi-
mum bonis esse, quae circa nos ex adventitio fulgent. De
quo ut dubitare non possimus, studia mortalium restantur.
Uspiamne illa promptius excitantur, intenduntur vehemen-
tius, pertinacius urgentur, quam ubi voluptates, opes, hono-
res, dignitates, civiles gratiae, favores potentum, aliasque id
genus persequenda proponuntur? Quibus quacumque ratio­
ne comparatis, quotusquisque se in beatorum numero non
censet? Quod si quos diu fortuna extulit secundis, postea
excalceatos et cernulatos redire ad staturam , ad caulam
suam cogit, statini se plangunt ceu nemo infelicior, nemo
miserior in terris vivat. Quaeso te,

Unde* fit, ut raro qui[s] se vixisse beatum


dicat. et exacto contentus tempore vitae
cedat, uti conviva satur?1

An non, quia plerisque vita brevis, cupiditas longa,


occasio praeceps, fortuna fallax, mors difficilis est? Sed et
usus ipse rerum, quas tantis laboribus, tantis periculis vix
tandem obtinent, multo pluribus iisque invitissimis exprimit
confessionem hanc, Omnia vanitas2. Quam sicuti vulgares

a. Undel correxi unae L.

1. Orazio, Satureie 1.117-119. Nelle edizioni critiche odierne la cita­


zione comincia con Inde e alla fine del v. 118 l’ablativo vita è preferito
al genitivo vitae, attestato da un altro ramo della tradizione.
2. Eccle 1.2.

52
Appendice

animae suspiriis, fletibus, querelis consuerunt effluire, sic


fortiores iactatione quadam insolenti produnt. Ego non ali-
ter Alexandri vocem alterum orbem sibi deposcentis audio,
non Caroli colum nas avaro superboque lem m ate “plus
ultra” inscriptas lego3. Et certe nimis ista bona, ad quae
turba consistit, quae alter alteri stupens monstrat, sollicite
possidentur, etiam si favente fortuna fuerint acquisita,
nimiumque dominis suis incumbunt gravia, quam ut per ea
feliciter vivere liceat. Immo vero pusilla nimis nimiumque
magnis et multis malis sunt cumulata, prae ut appellatio-
nem eam mereantur.
Quae cum philosophi olim et quotquot inter gentes vole-
bant supra vulgum sapere videri, habentur in com perto,
negabant hanc esse viam ad tuta vadenti. Neque sinebant
aliquem ex istis quos sericatos auratosque videmus, felicem
dici, non magis quam ex sordidatis, cui purpuram et scep-
trum et diadema fabulae in scena assignant. Neque bonum,
quod casu adimitur, aut datur, et saepe, immo plurimum, in
malos tribuitur, et quo illi male uti possunt. Nam divitiis,
form a, fama, nobilitate, m agistratu, viribus quam multi
m ale utuntur? N eque quod nostri arbitrii non sit. Nam
quale istud bonum meurn est, quod mihi non adscribam?
Q uod industria, scientia, ex ercitatio m ea non peperit?
Itaque quaerendum aliud bonum bene vivere volenti, et
quod nulla vis excutiat, nulla fraus subducat, et quidem
nulla in re alia, nisi in natura. Nam felicitatis fìnem aiebant,
consentienter naturae vivere. Hoc autem fieri, cum animus
semitam virtutis ingrediens, per vestigia ductumque rectae
rationis ambulat. Non esse autem quemquam gentis ullius,
qui ducem naturam nactus, ad virtutem non possit perveni­
re. Quia nulli non vitio natura conciliat, nos illa integros
liberosque genuit. Q uod si virtutum quasi igniculos et
sem ina, quae adolescere si liceret, ipsa nos ad beatam
vitam perducerent, contingat a pravis opinionibus, ceu spi-

3. Riferimento a Carlo V, che, quando nel 1517 lasciò i Paesi Bassi


per ascendere al trono di Spagna, aveva sulle vele della sua nave l’im­
magine delle colonne d'È rcole con in m ezzo la crocifissione e accanto
il motto “Plus uhm ".

53
Cardano

nis, succrescentibus suffocari4, sanabilibus aegrotamus


malis, ipsa nos in rectum genitos, si emendali velimus,
iuvat. Quare, si velimus? Quia si nostra voluntate libet esse
malis et infelicibus, licet; sin, possumus secundum virtu-
tem, hoc est, beate vivere. Et hactenus consensus fuit inter
omnes, si Epicureos et totum id genus excipias, quibus vel
auditu exitiabile erat hoc dogma; sed dissensus, quod ad
corporis et extema bona. Stoici, quae studebat fortis et viri-
lis secta audire, assidue iactabant sufficere virtutem ad bea-
tam vitam, nullo indigentem, nisi Socratico robore, hoc est
constante sapientia et sapiente constantia, ad viri illius
exemplar. Academici et Peripatetici, mitius aut mollius,
longe lateque felicitatis humanae terminos ponebant, et vir-
tuti ista alterum ad usum ceu palam necessaria aut certe
commoda et decora adiungebant. Nam sapientem sola qui­
dem virtute beatum fieri posse, non posse bona facere sine
instructo et apparatu. Multa enim, velut per organa facienda
esse, amicos, opes, civilem gratiam aut potentiam. Huc
Seneca inclinavit, an temperavit? “Beata est vita - ait -
conveniens naturae suae; quae non aliter contingere potest,
quam si primum sana mens est, et in perpetua possessione
sanitatis suae”5. Deinde, si fortis ac vehemens, tum pul-
cherrima et patiens, apta temporibus, corporis sui pertinen-
tiumque ad id curiosa, non anxie tamen: rerum quae vitam
instruunt, diligens, sine admiratione cuiusquam: usura for-
tunae muneribus non servitura.
Fallor, si non haec sententia est, quae etiam saeculi
huius sapientes pervasit et persuasiti cuique se in moribus,
actionibus, dictis, factis omnibus conformare satagunt quos
homines politicos ceu cum hominibus vivere aptos appel­
lane Quae tamen quantumvis foris pateat, introrsus foedis-
sima est et simillima cretatis sepulchris6, quae speciosa
videntur quidem, sed ossibus mortuorum atque omni impu-
ritate sunt piena. Quae enim natura humana? Quae virtus
nostra? Omnibus sui partibus corruptissima, ut quidquam

4. Richiamo non letterale della parabola del buon seminatore: cfr.


Mi 13.1-23; Me 4.1-20; Le 8.4-15.
5. Seneca, De vita beata 3.3.
6. Cfr. Mi 23.27 sepulchris dealbatis.

54
Appendice

boni neque cogitare possit neque velie. Immo fons putidis-


simus, ut nisi merum peccatum et mephitim eructare non
possit. Nam

ut infabrica, si prava est regula prima,


omnia mendose fieri, atque obstipa, necessum est7.

Unde qui propriam naturam sequuntur, eorum ne unus


quidem deprehenditur non refertus omni iniustitia, scorta-
tione, malitia, avaritia, vitio; plenus invidia, caede, rixis,
dolo, malignitate, susurro, obtrectator, osor Dei, contume-
liosus, superbus, vanus, inventor m alorum , parentibus
imm origerus, inconsideratus, perfidus, charitatis in suos
expers, irreconciliabilis, immisericors, serviens cupiditati-
bus et voluptatibus variis ac foedis. Q uod vel inprim is
verum esse de philosophis istis omnibus, facillim um est
probatu. Quid enim historiae suorum magis loquuntur? Ut
videantur in gloria habuisse, etiam si praeterea nihil, hoc
saltem veri reliquisse. Sed Iongum foret referre, quibus
quisque vitiis insignis, quibus foeditatibus abom inabilis
fuerit. Sufficit notasse, omnes dum se inprimis sapienter
agere opinarentur, stultos factos esse, atque inter simulatio-
nem virtutum amoremque vitiorum assidua iactatione fluc-
tuasse, tantummodo veram

virtutem doctos nescire et quae rere semper•*.

Neque minus hodie vani in ratiocinationibus suis repe-


riuntur isti, quorum conversationem mundus amat. Nam
multi, quos e longinquo si conspicis, ut sobrios, continen-
tes, m odestos, probos, iusti rectique tenaces, avaritiae
hostes, patriae patres, religionis antistites aestimas, obser-
vas, colis; si propius adire datur, si tractare, si familiari<s>
esse, pieni hypocrisis et iniquitatis deprehenduntur, atque
unum hoc sum m a vi niti, quem admodum affectibus suis

7. Lucrezio. De rerum natura 4.513 e 5 16.


8. Non sono riuscito a identificare l’esatta provenienza del verso,
che sem bra ispirarsi a Lucrezio. D e rerum natura 3.1058-1059 quid
sibi quisque velit n e s c ir e e t q u a e r e re sem per/com m utare locum ...

55
Cardano

faciant satis, neque tam caste omnia quam caute gerere.


Falluntur verum si se sperant Deo, corda et renes scrutanti9
imponere posse, immo et si hominibus. Quantumvis enim
speciose sibi suam personam imponant, sustineant compo­
site partesque omnes callide ex formula agant, tamen latere
n eq u eu n t. D ue in o cc asio n em , re d e u n t ad in g en iu m .
Murem videant, lucemam abiiciunt. Qui aliter non possunt,
laudationem fucis capiunt[ur]. Adeo namque indulgent sibi,
ut laudari velint in eo, cui contraria maxime faciunt.
Quando igitur nec hoc placet, in quo posita est vita beata?
Hoc eruamus, nec longe petendum est. Apostolus dicit, rcopi-
opò<; (léyac, ri eùoéPetoc |i£ tà Ctt)TapKe(a<;, Magnus quaestm
est pietas cum animo sua sorte contentol0. Sed hic

Stai contro ratio, et secretam gannii in aurem11

caeca hominum eorum sapientia, qui ventri serviunt et cor-


rum puntur in his, quae sensibus suis, ut brutae pecudes,
norunt. Attamen ilio quid aestimari verius potest? Siquidem
enim credimus (et o m iseros qui non credunt!) pietatem
habere prom issionem et futurae et huius vitae, om nino
magnus pietatis quaestus est. Certe primum eius lucrum in
hoc est, quod hic conciliet spem gaudii illius gloriosi, quod
ipsa natura etiam nescia anhelat, et cuius imaginem sibi in
tenebris suis finxerunt quaecum que genera gentilitatis:
quodque ista spe erigat, ut triumphare queamus prae pecu-
dibus et quotquot hoc unicum m etuunt, quod pecudum
instar non omnia ipsis in morte finire et penitus defungi
liceat; denique quod. postquam hinc abiecerimus, traducat
in portum speratum et vero anhelitu quaesitum vitae et
satietatis gaudiorum. Pro quibus etsi toto mundo carere et
omnia acerbissima pati indignum non esset, insuper tamen
necessaria praesenti vitae adiicit. Qua in parte se stultorum
sanna exercet, dum experitur et sapientes ét iustos aeque

9. Cfr. Ps 7.10; A poc22},.


10. I Tim 6.6.
11. Persio, Satureie 5.96. Le edizioni correnti al posto di gannii
(“mormora’', "brontola") presentano garrii (“chiacchiera").

.56
Appendice

mori atque iniustos et stultos, dum videt terram improbis


esse in manum datam, eosque et abundantioribus uti iis,
quibus sensus oblectantur, et plagis minus urgeri: contra
timentes Dei et veritatis tenaces paupertati, contradictioni-
bus, vexationibus obnoxios. Qui homines volentes ignorant,
Deum nihil hic proprium suis assignasse. Neque enim fieri
potest, ut omnibus voluptatibus suos saginet expleatque, et
simul sanctitatis suae faciat consortes. Ita est, olim speran-
tibus in se terrae particulam dederat hereditario iure possi-
dendam, sed non ad alendam carnis proterviam, verum
sustentandam et exercendam spem patriae caelestis. Pariter
ignorant, postquam Servator exhibitus est et coram omni­
bus populis in consummatione sua manifestatus, liberatam
esse hoc vinculo spem filiorum Dei, et paupertatem afflic-
tionesque ab eis sine horrore recipi.
Quod sapientiae divinae arcanum quibus vere innotuit,
in illis alterum lucrum est, quod non amant mundum hunc
et quae sunt in eo, sed sunt aùxàpicei^, hoc est satis habent,
quocumque in statu sint, neque requirunt quidquam cum
stomacho et impatientia Deo contenti cum paupertate et
vilitate, saepe etiam angustia. Atque istuc ipsum est, ad
quod Deus Israelitas totos quadraginta annos exercuit in
deserto12, ut desisterentb quidquam praeter Deum exposce-
re. Sine quo animi habitu quomodo haec vita transiri possit
iucunde non apparet. Fieri enim nequit, ut vel sapienti per-
suadeatur beatos esse, qui omnia faciunt, ut cupiditatem
expleant, vel etiam stultissimo, vitae huius casus cuiquam
per artem aut martem ullum esse evitabiles. Quamobrem et
caecissimi gentilium, quantum potè, operam dabant, ut in
omni statu animum quaqua ratione non tranquillarent, sed
obscurarent, stuporemque illi atque àv aia0 r|o (av induce-
rent. Nihilominus qui fuere inter ipsos circumspectiores,
interrogata natura, consultaque conscientia ac luce illa
rationis, quae in homine malo est reliqua, animadvertere ac
docuere omnes res duas habere ansas, tolerabilem unam,

b. desisterent] correxi destiterent L.

12. Cfr. Num 1.33-34.

57
Cardano

alterarci intolerabilem13, illaque prehendendas esse qua ferri


possent, non hac qua fatigarent.
Qua in parte cum Spiritus Sancti consilio nebulosae
mentis nostrae ratio suffragetur, peropportunum est demon-
strari, quaecumque rebus humanis adversa eveniunt videri
tantum horribilia non esse. Videri, inquam, pueris et inex-
pertis non esse prudentibus et pietate instructis; immo ne
illis quidem, si sit qui manuducat ad ea, quae istis a tergo
atque in obscuro sunt posita. Certe si sit qui doceat quid
mellis in rebus amarissimis, quid utilitatis in adversis insit,
sperandum est sponsionem divinam rationis et experientiae
ancillatione impetraturam, ut quod homo inaniter ex se et
sua cura quaerit patientiae roboramentum, id divino dono
per consolationem et consilium Spiritus Sancti facilius
obtineat. Cui fini, praeter alios, non inutiliter prò ea cogni-
tione quam habuit, Hieronymus Cardanus laborasse videtur.
Eum in vulgus rarum et innumeris ac fere insanabilibus
mendis scatentem dignum iudicavim us, quem detersis
maculis, quae a lectione eius nescio quem non absterrere
poterant, recudendum et in notitiam hominum edendum
traderemus. Ex omnibus enim, qui rationem patientiae et
prudentiae in usu rerum inque animo suo ac vitae condicio-
ne quaerere instituerunt, forte an praecipuus est noster. Ego
quidem non dubito, si quis eius lectionem divinis litteris
coniungat ac roboret, futurum ut inanis non reperiatur, qui
ad tranquillitatis quoque ac quietis portum promoveat. Hac
certe de caula dignum putavi, quem nobilissimo tuo nomini
inscriberem. Nec erit, arbitror, ingratum in alieno opere
arripuisse occasionem testandae gratitudinis quam et libi et
tuis ego ac mei debemus. Cuius ut publice monumentum
aliquod extaret, potius quam differrem quod iamdiu debeo
facere, volui hunc fructum mihi sumere ex alterius labore
prò meo, quem in A ugiae istud stabulum extergendo
pertuli14. Scio munus quod offero, per se haud magnum
esse, sed pondus ei faciet animus, in quo sicuti infixa sunt

13. Espressione proverbiale risalente a Epitteto, Enchiridion 43 n à v


jtp&7n a 8i>o exct Xa($a<;, ttiv pèv <K>piltr|v, tJ|v 8 è à<J>ópr|xov.
14. L’allusione alle stalle di Augia richiama la sesta fatica di Ercole.

5#
Appendice

beneficia vestra, ita et memoria erit ad agnoscendum illa et


praedicandum. Quod praeterea deest, benignitas tua, confi­
do, supplebit. Atque hac fiducia me tibi dico, Nobilissime
Domine, ac velut in manum trado, fidum vel cultorem, vel
clientem. Dabam Franekera Frisiorum, Kalendis Februariis,
MDCXLV11I.

59
INDICE DEI NOMI

Abramo, 12, 36 Cusano Ottaviano, 29,49, 50n


Accademici, 54
Alcionio Pietro, 28 Della Casa Giovanni, 28
Alessandro, 53 Demofi lo, 37
Ambrogio di Milano, 7 Dionigi il vecchio, 39, 39n
Antifonte, 39, 39n
Apollo, 35 Enea, 43
Aristophneus, 37 Epicurei, 34, 54
Aristotele, 34 Epitteto, 58n
Aristosseno, 37n Ercole, 58n
Arrigo VII, 45n Ernst Germana, 17
Artemide, 45n Erostrato, 45
Augia, 58, 58n Euripide, 30, 30n

Baldi Marialuisa, 7n, 8n, 9n, 12n Faes de Mottoni Barbara, 8n


Besozzi Ludovico, 21, 29 Fahy Conor, 10, 1In
Biante, 44n Filippo di Macedonia, 35, 35n
Boccaccio de’ Rossi Giovanni, 28 Filostrato, 39n

Caligola, 45 Gerone I (vedi Ierone I)


Canziani Guido, 7n, 8, 9n, 12n, 16n Geta, 39, 39n
Caracalla, 39, 39n Gualandri Isabella, 17
Cardano Giovanni Battista, 7, 20, 21
Cardano Girolamo, 7, 8, 8n, 9, 10, 11, Ierone I, 45, 45n
12, 12n, 13, 13n, 14, I4n, 15, 16, 17,Ingegno Alfonso, 7n
2 0 ,2 1 .2 9 ,5 1 ,5 8 Ippocrate, 46
Carlo V, 53, 53n Ippomaco, 44
Castracani Castruccio, 45, 45n
Cesare Caio Giulio, 35n Lipitoco, 48
Cicerone, 27 Lisia, 29
Ciro, 45 Luca evangelista, 54n
Crisostomo Giovanni, 37, 37n, 4 1 ,42n Lucrezio, 55n

61
Indice dei nomi

Machiavelli Niccolò, 45n Polara Giovanni, 14, 14n


Maclean Ian, 15
Marco Aurelio Antonino, 49, 49n Quintiliano, 29n
Marco evangelista, 54n
Matheus Andreas, 27 Rambaldi Enrico I., 17
Matteo evangelista, 54n Romolo, 45

Nepote Cornelio, 45n Satiro, 7


Nerone, 27, 45
Scaccabarozzi Bernardo, 31
Seneca, 28, 54, 54n
Orazio, 52n
Socrate, 27, 29, 34
Orlandi Giovanni, 7n, 13, 14, 14n, 15,
Sparziano Elio, 39n
15n, 17
Spon Charles, 9, 11, 12, 13, 17
Ovidio, 27
Stoici, 34, 54
Pallante, 31
Paolo apostolo, 56, 56n Temistocle, 4 5 ,45n
Passarella Raffaele, 12n Tosi Renzo, 34n, 44n
Peripatetici, 54
Persio, 56n Ulpian ab Aylva, 52
Pertinace Elvio, 39, 39n
Pietro, 31 Valerio Massimo, 29n
Pindaro, 45n van der Linden Johannes Antonidcs, 9,
Pizia, 35n 9n, 10, 12, 16n, 1 7 ,5 1 ,5 2
Plauto, 34n Vasoli Cesare, 17
Plotino, 35 Virgilio, 3 In, 4 3 ,43n
Plutarco, 7, 27, 35n, 45n Vitale Maurizio, 17

62