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Socrate

(Σωκράτης 470-399)
1. Una vita degna di essere vissuta

Stando a quanto ci racconta Platone, Socrate - difendendosi dalle accuse


durante il processo che dovette affrontare 1- pronunciò le seguenti parole, che
appaiono come una sintesi del suo compito filosofico:

[...] dico che per un uomo il bene più grande è discorrere quotidianamente della virtù ( ἀρετή2)
e di quegli altri argomenti sui quali mi avete udito discutere ed esaminare me stesso e gli altri,
e che una vita senza esame non merita di essere vissuta.

(Platone, Apologia, 37 e - 38 a)

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1. Secondo Diogene Laerzio (vissuto nel II-III sec. d.C.), il capo di imputazione completo era il seguente: «[…] questo ha sottoscritto e
giurato Meleto figlio di Meleto, del demo Pito, contro Socrate figlio di Sofronisco, del demo Alopece: Socrate è colpevole di non riconoscere
come dei quelli tradizionali della città e di introdurre divinità nuove; è anche colpevole di corrompere i giovani. Pena: la morte.» (Diogene
Laerzio, Raccolta delle vite e delle dottrine dei filosofi, II, V, 40.)
2. Il termine ἀρετή, comunemente tradotto con “virtù”, non ha in questo contesto un significato moralistico e va inteso come la capacità di
un ente qualsiasi di essere veramente quello che è, realizzando appieno il suo scopo e la sua funzione.
2. Ritratti di Socrate

Alcibiade, uno dei protagonisti del Simposio di Platone, ci offre la


seguente immagine di Socrate:
[...] quando lo ascolto, molto più che ai coribanti il cuore mi salta dentro e mi prendono
le lacrime per effetto delle sue parole e vedo che anche moltissimi altri provano la stessa
emozione.
(Platone, SImposio, 215 d - e)

E Nicia nel Lachete, un altro dialogo di Platone, sostiene che


[...] chiunque avvicina Socrate ed entra in discorsi con lui, qualunque sia l’argomento di cui si
sia preso a ragionare, trascinato dalle parole di costui, non riesce in alcun modo a liberarsene
se prima non caschi a rendergli conto di sé medesimo, come viva ora e come abbia vissuto
anteriormente; e che, quando l’altro ci sia cascato, Socrate non se lo lascia sfuggire dalle mani
prima di aver indagato tutte queste cose bene e minutamente.
(Platone, Lachete, 187 c - 188 a)

Queste descrizioni lasciano intravedere come Socrate fosse una


presenza capace non solo di scuotere emotivamente il proprio interlocutore,
ma anche di indurlo a una profonda, e talvolta sofferta, ricerca interiore.
3. Conosci te stesso Delfi: rovine del tempio dedicato ad Apollo.

Socrate, forse dopo essersi interessato


in gioventù alla filosofia della natura sotto
l’influsso di Anassagora, nella maturità
orientò invece la sua indagine nel campo
dell’etica, ricercando - attraverso il dialogo
con i suoi interlocutori - cosa sia il bene e
la felicità per l’uomo.
Nell’Alcibiade I, Socrate discorrendo con Alcibiade sottolinea che se questi vorrà
essere un buon politico dovrà in primo luogo rendere migliore se stesso e realizzare la
propria ἀρετή. Ma c’è solo un modo per attuare tale obiettivo: conoscere se stessi.

[...] mio buon amico, da’ retta a me e al precetto delfico “Conosci te stesso” (γνῶθι σεαυτόν) [...]
(Platone, Alcibiade I, 1241)

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1. L’attribuzione di Alcibiade I a Platone è controversa e non c’è consenso unanime tra gli studiosi. Potrebbe essere un’opera giovanile o
anche uno scritto di qualche allievo di Platone (tesi avanzata da W. Jaeger [1923], p. 219, n. 1).
E più avanti Socrate solleva i seguenti quesiti:

[...] potremmo noi conoscere quale arte renda migliori noi stessi, senza sapere che cosa siamo noi stessi?
[...] Ed è cosa facile conoscere se stesso ed era forse uno dappoco chi pose quell’iscrizione nel tempio
di Delfi, o è cosa difficile e non da tutti?
(Ibidem, 129)

Il prosieguo del dialogo conduce al risultato che la conoscenza di se stessi non


consiste nel conoscere il corpo - il quale è solo uno strumento di cui l’uomo si serve per i
suoi scopi terreni - bensì la parte più profonda dell’essere umano, ossia la sua anima.
L’anima deve guardare in se stessa e nella sua parte più elevata e perfetta vedrà,
come in un specchio, il divino e la saggezza conoscendo, nello stesso processo, sé
medesima. Conoscere se stessi attraverso l’anima è conoscere quindi la saggezza, che
è così la vera ἀρετή dell’anima e dell’uomo a cui essa appartiene. Questa vera
conoscenza di se stessi consentirà non solo di divenire dei buoni politici (che era il
problema iniziale di Alcibiade), ma costituirà il fondamento di ogni attività umana e della
felicità stessa (cfr. Ibidem, 129 - 135).
Excursus
Conosci te stesso
Sappiamo già che la sentenza Conosci te stesso (γνῶθι σεαυτόν) è direttamente connessa con
il culto di Apollo e il tempio dedicatogli a Delfi. Vediamo, ora, di approfondirne le origini e il
significato.
Plutarco riporta che, nel dialogo perduto Sulla filosofia, Aristotele sosteneva che

[...] tra le iscrizioni che si trovano a Delfi, quella più ispirata dal dio sembra essere il “conosci te stesso”,
che a Socrate dette il punto di partenza del suo dubitare e il suo ricercare.

(Aristotele, Sulla Filosofia, framm. 1; in Plutarco, Adversus Colotem, 20 p.1118 c)

In un passo di Porfirio - che però pare echeggiare quanto Aristotele esponeva proprio nel
dialogo Sulla Filosofia - troviamo ulteriori dettagli:

che cosa mai era e di chi l’ingiunzione sacra di Pito1, che prescrive a coloro che volgono le loro richieste
al dio di “conoscere se stessi”?...ma sia che sia stata Femonoe o Fanotea...sia che sia stata un’offerta di
Biante o Talete o Chilone...sia che si debba invece dare credito piuttosto a Clearco, il quale afferma che
l’esortazione è del dio pitico e che fu resa a Chilone che chiedeva quale fosse per gli uomini la cosa
migliore da apprendere; sia infine che, già prima di Chilone, essa fosse iscritta nel tempio costruito dopo
quello alato e dopo quello bronzeo, come disse Aristotele nei libri Della Filosofia.

(Aristotele, Sulla Filosofia, framm. 3; da Porfirio, Sul “Conosci te stesso”, in Stobeo III 21, 26)
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1. Pito (Πῦθώ o Πῦθών, forse da πύθω, faccio imputridire, puzzo; riferito ai gas che provenivano dal terreno?) era l'antico nome del santuario di Delfi.
Numerose sono quindi le ipotesi di Porfirio sull’origine dell’esortazione delfica. Vediamole con
ordine:

i) La massima potrebbe essere stata formulata da Femonoe, che fu Pitia e poetessa, oppure da
Fenotea (di entrambe si dice siano state le inventrici dell’esametro);

ii) un’altra possibilità è che essa sia stata creata da uno dei sette sapienti, Biante o Talete oppure
Chilone;

iii) ma forse, se si deve credere a Clearco1, la sentenza proviene direttamente da Apollo in risposta
al quesito posto da Chilone su che cosa fosse per l’uomo la cosa più importante da apprendere;

iv) un’ultima spiegazione potrebbe essere che l’esortazione venisse iscritta sul fronte del tempio
quando questo fu ricostruito (il passo citato, interpretato restrittivamente, parrebbe suggerire che
questa fosse la specifica indicazione fornita da Aristotele2).

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1. Clearco di Soli (IV-III sec. a. C.), filosofo peripatetico.

2. Cfr. E. Berti [1997], pp. 268 ss., nelle quali si segnala anche che secondo Clemente Alessandrino Aristotele avrebbe attribuito il Conosci te stesso alla Pitia.
Vedremo più avanti che Platone, nell’Apologia, fa raccontare a Socrate di come fu un responso
ottenuto dal suo amico Cherefonte, recatosi a interrogare la Pitia, ad aver determinato i suoi legami
con la sapienza oracolare e orientato la sua metodologia di ricerca.
Ma, Socrate andò mai personalmente a Delfi? Se dobbiamo tener conto di un passo di Diogene
Laerzio, che pare conservarci un frammento del citato dialogo Sulla filosofia di Aristotele,
sembrerebbe di sì:

Aristotele dice che Socrate si recò a Pito.

(Aristotele, Sulla Filosofia, framm. 2; in Diogene Laerzio, Vitae, II 23)

Sulla scorta di queste informazioni e all’interno di una sua ricostruzione e interpretazione di


Sulla filosofia, Jaeger [1923], pp. 170 ss., ritenne di poter scorgere un chiaro nesso tra l’antico
motto delfico (γνῶθι σεαυτόν), la visita diretta di Socrate al tempio e la genesi della sua nuova
modalità di ricerca etica.
Socrate diventa il rinnovatore del principio etico della religione apollinea, anzi, come Aristotele cerca
di dimostrare con la visita di Socrate a Delfi, ha ricevuto proprio nella sede dell’antico oracolo l’impulso
esterno per le sue indagini analizzanti ogni esigenza morale del suo tempo.(p. 171)

Ora, il passo di Diogene Laerzio è l’unico appiglio che abbiamo per affermare che Socrate
abbia personalmente fatto visita al santuario di Delfi. Come mai Platone non dà questa
informazione nell’Apologia, dove Socrate fa esplicito riferimento ai suoi legami con la sapienza
apollinea (cfr. 4.1 per ulteriori dettagli)? E inoltre, nel Critone, uno dei dialoghi socratici di Platone
e per certi versi un completamento dell’Apologia, dove si parla delle rare occasioni in cui Socrate
ebbe modo di allontanarsi da Atene, per quale motivo non c’è alcun accenno ad una eventuale
andata a Delfi?
Vediamo a proposito il passo dove Socrate dialoga idealmente con le Leggi le quali, a un
certo punto, dicono quanto segue:

Tu infatti non ti sei allontanato dalla città mai, né per andare ad una solennità pubblica, fuorché una volta sola
all’Istmo1; nè per recarti altrove, se non per adempiere il tuo dovere di soldato2; né per viaggiare, come di solito
fanno gli altri, né per desiderio di conoscere altre città e altre leggi [...]
(Platone, Critone, 52 b)

Questi interrogativi senza risposta non possono che consigliare cautela sulla questione di una
andata o meno di Socrate a Delfi. Del resto tale cautela non sminuisce l’interesse
dell’interpretazione di Jaeger: possiamo benissimo pensare agli aspetti apollinei presenti
nell’orientamento filosofico di Socrate senza che ciò implichi necessariamente un suo personale
pellegrinaggio al tempio di Delfi3.
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1. L’Istmo di Corinto, dove nel VI sec. a. C. era stato costruito un grande tempio dedicato a Apollo.
2. Socrate, grosso modo tra i 40 e i 50 anni, combatté a Potidea (433 a.C.), Anfipoli (424-422) e Delio(424 a.C.). Cfr. Platone, Apologia, cit., 29 e; per
Socrate soldato, cfr. anche Platone, Simposio, 219 - 221.
3. Per una ulteriore discussione sull’argomento, consiglio vivamente i commenti di M. Untersteiner, in Aristotele, Della Filosofia, pp. 74-77.

Fine dell’Excursus
4. Il metodo di Socrate
Vediamo ora un quadro di insieme dell’impostazione di fondo e delle
varie tecniche utilizzate da Socrate nel corso della sue indagini filosofiche.

4.1. La agnosia e il sapere di non sapere

L’opera di Platone Apologia di Socrate che riporta, probabilmente con


una certa fedeltà, il discorso tenuto in tribunale da Socrate per difendersi
dalle accuse che gli venivano mosse, può essere utile anche per una
ricostruzione di alcuni aspetti della sua metodologia filosofica.

Innanzitutto va notato l’episodio di Cherefonte (Χαιρεφῶν, V-IV sec. a.C.)


che si reca a Delfi per interrogare l’oracolo:

Cherefonte, penso, voi lo conoscete. Questi era un mio amico fin da giovane
[...] E sapete com’era Cherefonte: impetuoso in ogni sua impresa. Sicché un giorno,
andato a Delfi, osò interrogare l’oracolo su questo [...] e domandò dunque se ci
fosse qualcuno più sapiente di me. Ebbene, la Pitia (Πυθία) rispose che più sapiente
non c’era nessuno.
(Platone, Apologia di Socrate, 20 e - 21 a)
John Collier, Priestess of Delphi
(1891). Sebbene trasfigurato dalla
Intimamente convinto di non essere sapiente, Socrate accolse con fantasia dell’artista, il soggetto del
dipinto conserva echi delle descrizioni
perplessità il responso, ma dato che il dio non può mentire incominciò a plutarchee.
chiedersi quale fosse il suo significato recondito.

Difatti io, udito ciò, cominciai a pensare: che cosa vuol mai dire il dio e a che allude con le sue parole?
Perché, quanto a me, io ho coscienza di non essere sapiente né molto né poco. Che cosa dunque vuol
dire, quando afferma che io sono più sapiente di tutti? Che menta, non può essere, perchè non gli è
lecito.
(Ibidem, 21 b)

Il passo pone in rilievo la cosiddetta ignoranza (ἀγνωσία, il non-sapere) di Socrate, vero punto
di partenza - e, si potrebbe anche sostenere, d’arrivo - della sua indagine.
Socrate non era certo privo di conoscenze e sguarnito dal punto di vista logico e argomentativo.
Cosa intende, dunque, con questa sua ricorrente dichiarazione di ignoranza? Forse la sua
convinzione a riguardo era che per quante cose possa sapere un uomo, per quanto estesa possa
essere la sua competenza scientifica e tecnica, sarà facile mostrare che egli non solo incontrerà
difficoltà a individuare i fondamenti ultimi delle sue conoscenze ma che, oltretutto, poco o nulla
saprà del suo essere e del suo destino.
Per tentare di chiarire a se stesso cosa avesse veramente voluto dire l’oracolo di Delfi, Socrate
iniziò a interrogare quelli che erano ritenuti veri sapienti, pensando di riuscire a cogliere in fallo il
vaticinio e poter così dire all’oracolo “Questi è più sapiente di me, e tu dicevi che ero io” 1

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1. Ibidem, 21 c
Ma Socrate dovette rendersi conto che i politici, i poeti o gli artefici (χειροτέχνης, artigiano,
esperto) che interrogò confermavano quanto aveva scoperto già dai primi casi esaminati:

Esaminando dunque a fondo costui, [...] era un uomo politico, mi sembrò che quest’uomo paresse sapiente
a molti altri e soprattutto a se stesso, ma non lo fosse. Perciò cercai di dimostrargli che si riteneva sapiente,
ma non lo era. E così diventai odioso a lui e a molti dei presenti. Sicchè, andandomene, tra me e me dicevo:
"Di quest’uomo son più sapiente io. Poichè nessuno dei due sa nulla di buono, ma lui pensa di sapere
qualcosa senza sapere nulla, mentre io non credo di sapere anche se non so. E però forse io sono almeno
in questo, per poco che sia, più sapiente di lui: che ciò che non so, non credo neppure di saperlo. Mi recai
Poi da un altro di quelli che passavano per essere anche più sapienti del primo, e la mia conclusione
fu la stessa.
(Ibidem, 21 c - e)

Quanti assistevano a queste interrogazioni, erano propensi a credere che Socrate in realtà
sapesse le cose che i suoi interlocutori mostravano di non conoscere. Ma Socrate era di ben altro
avviso e finì per convincersi che il vero sapiente è il dio, il quale con il suo responso ha voluto
mostrare che

la sapienza umana vale poco, anzi niente; e sembra chiaro che non intenda parlare di me Socrate, ma
si valga del mio nome a mo’ di esempio, quasi volesse dire che “O uomini, il più sapiente tra voi è chi, come
Socrate, abbia riconosciuto di non valere in fatto di sapienza assolutamente nulla”.
(Ibidem, 23 a - b)
Così Socrate, come investito da una missione affidatagli dal dio,
continuò ad applicare questo metodo su qualunque persona gli
apparisse interessante da esaminare.

E perciò questa ricerca e questa indagine, secondo l’ordine del dio, io vado
intorno tuttora a farla su chiunque, cittadino o forestiero, io creda sapiente; e
ogni volta che non mi appaia tale, venendo in aiuto al dio dimostro che
sapiente non è.
(Ivi)

4.2. Il dialogo

A partire da questi presupposti, Socrate sviluppò un metodo di


indagine fondato sul dialogo che egli instaurava con i suoi vari
interlocutori. È nel contesto del dialogare comune che si acquisirà la
consapevolezza di non sapere, e perciò il desiderio di conoscere, ed è
suo attraverso esso che si potrà provare a individuare quella verità che,
solo in forma provvisoria e parziale, è alla portata dell’uomo.
A riguardo, la posizione di Socrate non è relativista, cioè non nega
che esistano delle verità universali in grado di andare oltre il
soggettivismo di tipo, per esempio, protagoreo. Per Socrate la verità va
comunque cercata, nonostante sia difficile scoprirla e conoscerla nella
sua assolutezza. Apollo Parnopios, copia romana di un originale risalente
con probabilità a Fidia (V sec. a. C.)
.

Dialogo (gr. διάλογος, da διαλέγομαι, converso, discorro, ragiono, discuto, spiego):


conversazione alternata tra due o più persone.

4.3. L’ironia

All’interno del contesto generale del dialogo, un


momento caratterizzante è quello dell’ironia.
Il termine deriva dal greco εἰρωνεία, dissimulazione,
finzione, e indica uno degli atteggiamenti tipici di Harry Bates (1850-1899), Socrates Teaching the People in the Agora (1883)
Socrate, ossia quello di sottovalutare se stesso e le sue
sue capacità filosofiche rispetto al suo interlocutore, di cui elogia, invece, la sapienza. Con modi
scherzosi e come coperto da questa maschera, Socrate inviterà ed incoraggerà l’interlocutore,
spesso con domande incalzanti1 , ad esporre le sue soluzioni al problema oggetto di indagine. Ma
su queste, dopo averle sostenute, il dialogante dovrà infine ricredersi, perchè Socrate lo porterà a
rendersi conto della loro contraddittorietà. Tutta la sapienza e l’abilità dell’interlocutore finirà così
per sgretolarsi, lasciando talvolta in lui un senso di imbarazzo o di vergogna per la pochezza delle
tesi avanzate. Questa fase, che sembra molto distruttiva, svolge in realtà la funzione positiva di
liberare il dialogante dai suoi pregiudizi e dal peso della sua presunzione.
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1. La tecnica dialettica di Socrate si fonda sulla brachilogia (βραχύς, breve, corto e λόγος, discorso), con scambi brevi e concisi. Opposta ad essa è la macrologia (μακρός,
.lungo, grande, prolisso), con discorsi lunghi e stilisticamente elaborati, tipica della retorica sofistica.
εἴρων
Ironia (gr. εἰρωνεία, dissimulazione, finzione): il termine ha legami con il teatro greco. In particolare
nella commedia, l’ εἴρων (da εἴρομαι, interrogo, chiedo, domando; il dissimulatore, l’ironico, ovvero chi
interroga facendo finta di essere ignorante e dicendo meno di quello che realmente pensa) è il personaggio
che dissimula, che indossa la maschera dell’ingenuo e dello sprovveduto e la indossa per smascherare l’
ἀλαζών, il ciarlatano, lo spaccone, l’impostore, tutto tronfio delle sue conoscenze, ma al fondo inconsapevole della
vacuità di questo pseudo-sapere.

Famoso è il passo della Repubblica di Platone in cui a un certo


punto, nel corso della discussione sulla giustizia, Socrate afferma:
Io ritengo che l’indagine è al di là delle nostre possibilità e che voi che
siete bravi dovete avere pietà di noi piuttosto che arrabbiarvi con noi.

E Trasimaco, uno dei dialoganti, ribatte:


Ecco la solita ironia di Socrate.
(Platone, Repubblica, 336 e - 337 a)

Piuttosto puntuale è anche l’osservazione di Cicerone:


Nella disputa Socrate spesso abbassava se stesso e innalzava quelli che
voleva confutare; e così, parlando diversamente da come pensava,
adoperava volentieri quella dissimulazione che i Greci chiamano ironia.
Attore che si toglie la maschera dopo lo spettacolo (o che la
(M.T. Cicerone, Academica I, 5,15) osserva prima di indossarla). Frammento di cratere, IV sec. a. C.
Ma vediamo ora come Heinrich Maier, in un suo noto studio [1913] I, p.78), descrive la
ragnatela sottilmente scherzosa che Socrate tesse attorno al personaggio con cui dialoga per
raggiungere il fine, molto serio e decisivo, di indurlo a porre in discussione il suo sapere e finanche
se stesso:
Nello scherzo Socrate prende a parole o a fatti una qualche maschera, mostra d’essere sviscerato amico dell’
interlocutore, d’ammirarne le capacità e i meriti, di chiedergli consiglio o ammaestramento e così via. Ma
nello stesso tempo ha cura che, per chi osserva più a fondo, la finzione sia trasparente.
Insomma, l’ironia socratica è sempre metodica perché in funzione di un intento serio. Nelle simulazioni
ironiche Socrate fingeva addirittura di accettare i metodi dell’interlocutore e giocava a ingrandirli fino al
limite della caricatura, per rovesciarli e inchiodarli nella contraddizione.

4.4. La confutazione

Un altro aspetto del dialogo socratico, correlato strettamente con la fase ironica, è la
confutazione (ἔλεγχος, prova, mezzo di prova in part. per confutare; confutazione). Si tratta di un
procedimento logico che prende le mosse dalla soluzione che l’interlocutore fornisce al problema
oggetto di discussione1, assumendola come ipotesi da saggiare attraverso le sue conseguenze e
mostrando che queste ultime si rivelano tra loro contraddittorie. Ma, proprio la scoperta di tali
contraddizioni, comporta che l’ipotesi da cui derivano non è in grado di superare il vaglio del
ragionamento e della prova e, risultando confutata, è perciò necessario respingerla.
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1. Un esempio tra i tanti potrebbe essere quello dell’Ippia Maggiore, dove Socrate chiede al protagonista del dialogo che cosa è il bello (cfr. 286 b e ss.)
Utilizzando i simboli della logica contemporanea, la confutazione può essere rappresentata nel modo seguente:

α α

β ¬β
¬α
Come interpretare lo schema precedente

I simboli:

α = una qualunque ipotesi assunta come base del ragionamento;

¬ = simbolo di negazione (possiamo leggerlo come “non”);


β = una conseguenza derivata (ossia, ricavata) dall’ipotesi assunta.

Il funzionamento della confutazione:

Se dalla assunzione α, svolgendo il ragionamento, ricaviamo una conseguenza β ma anche la sua

contraddittoria ¬β, allora la presenza di tale contraddizione ci autorizzerà a negare la validità

dell'assunzione di partenza, per cui ¬α.


4.5. La maieutica

L’ anima del dialogante, liberata dai vincoli delle false convinzioni, ora può aprirsi in maniera più determinata
e avveduta alla ricerca di quelle verità, sempre parziali e frammentarie, cui l’essere umano può volta per volta
aspirare. Questo compito, che caratterizza la seconda parte del dialogo, sarà affrontato anch’esso sotto la guida di
Socrate che, coerente con la sua professione di ignoranza, non insegnerà direttamente ma aiuterà il dialogante a
partorire da se stesso una propria opinione. Socrate, ricollegandosi esplicitamente al mestiere di ostetrica della
madre Fenarete1, chiama questa sua metodologia arte maieutica (μαιευτική [τέχνη],[arte] ostetrica; ostetricia; da
μαῖα, mamma; levatrice). Nel Teeteto di Platone, che presenta Socrate impegnato in un serrato confronto con il
giovane protagonista del dialogo, l’arte maieutica è descritta come segue:

(Socrate) Tu hai le doglie, Teeteto, perché non vuoto sei, ma pregno. [...] non hai sentito dire che io sono figlio di una levatrice assai
brava e autorevole, Fenarete? [...] Ora, la mia arte maieutica, per il resto analoga a quella esercitata dalle levatrici, ne differisce in
ciò, che si applica agli uomini, non alle donne, e si prende cura non dei corpi bensì delle anime che sono in procinto di partorire.
Ma il pregio più grande della mia arte è che essa è in grado di stabilire con assoluta certezza se la mente del giovane genera una
parvenza menzognera di realtà, oppure prole reale e vitale. Quanto al resto, anche per me vale quel che ho detto delle levatrici (cfr.
n.1): io non genero sapienza. L’accusa che molti mi hanno lanciata, cioè che io interrogo gli altri, ma nulla so dire per parte mia su
nessun soggetto, perché non c’è in me stilla di sapienza, è verissima. Ed ecco il motivo di questo: il dio mi impone di aiutare gli
altri a partorire, ma vieta a me di generare. Quindi, io, per me, non sono affatto sapiente [...] e non c’è invenzione che sia nata
dalla mia anima.
(Platone, Teeteto, 148 e - 151 a)

______________________
1. Al tempo di Socrate le ostetriche o levatrici erano donne che, pur essendo madri, a causa dell’età erano divenute sterili. Potevano però, in base alla loro esperienza,
aiutare le giovani gestanti a partorire.
4.6. Induzione

Aristotele sostiene che Socrate sarebbe stato lo scopritore dei ragionamenti induttivi, ma
limitatamente al campo etico, ossia all’indagine su cosa sia la ἀρετή.

[...]Socrate mise completamente da parte l’indagine sulla natura e si dedicò a studiare con impegno il mondo
dell’etica e a cercare [...] in questo l’universale e a fermare per primo la sua attenzione sulle definizioni.

(Aristotele, Metafisica, A 987 b)

Socrate si impegnò a studiare le virtù etiche e cercò per primo di darne la definizione in senso universale [...]
con criteri logici, cercava il “che cos’è” (τί ἐστιν) [...] e, invero, due sono i meriti che si potrebbero attribuire
giustamente a Socrate: i ragionamenti induttivi e la definizione universale.

(Ibidem, M 1078 b)
Probabilmente Socrate non era giunto a una tematizzazione così chiara ed esplicita
dei suoi procedimenti, come la ricostruzione aristotelica vorrebbe dare ad intendere.

Comunque, osservando Socrate in azione nei dialoghi platonici, possiamo dire che la
sua metodologia prendeva le mosse dal cercare “che cos’è”(τί ἐστί) una determinata
cosa (nei casi più tipici la ἀρετή) e procedeva da una definizione iniziale e provvisoria a
una più adeguata, sebbene mai definitiva.

Socrate, insieme con i suoi interlocutori, analizzava diversi casi particolari relativi al
problema indagato per cercare di raggiungere una definizione (o, in altri termini, una
espressione linguistica capace di circoscrivere il concetto universale relativo a una
determinata classe di oggetti ) che comprendesse TUTTI i casi del problema medesimo.

In tal modo, si tentava di individuare quei tratti caratteristici, quelle proprietà costanti
che l’oggetto sotto esame, in qualunque circostanza, non poteva non avere.
Questo passaggio dall’esame di casi particolari alla scoperta di un concetto universale
- che, mediante le parole, può essere espresso in una definizione - è ciò che viene
denominato induzione (ἐπαγωγή).

Concetto universale

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C, C1, C2, C3, C4, C5, C6……….... Cn

Esame di una serie di casi particolari


Riferimenti bibliografici (ho modificato lievemente le traduzioni laddove mi è sembrato opportuno)

Platone, Tutte le opere, a cura di G. Pugliese Carratelli, trad. di E. Martini et alii, Sansoni, Firenze 1974

Aristotele, Della Filosofia, introduzione, testo, traduzione e commento esegetico di M. Untersteiner, Edizioni di storia e
letteratura, Roma 1963.

Aristotele, Frammenti, trad. it di G. Giannantoni, in Aristotele, Opere, vol. 11, Laterza, Roma-Bari 1982.

Aristotele, Metafisica, trad. di A. Russo, in Aristotele, Opere, vol. 6, Laterza, Roma-Bari 1982

W. Jaeger [1923], Aristoteles. Grundlegung einer Geschichte seiner Entwicklung. Berlin, Weidmann; trad. it. di G. Calogero,
Aristotele. Prime linee di una storia della sua evoluzione spirituale, La Nuova Italia, Firenze 1935

H. Maier [1913], Sokrates. Sein Werk und seine Stellung. Tübingen 1913; trad. it. di G. Sanna, Socrate. La sua opera e il suo
posto nella storia, La Nuova Italia, Firenze 1943; 2 voll.

E. Berti [1997], La filosofia del primo Aristotele, Vita e Pensiero, Milano.

W.D. Ross [1955], Aristotelis fragmenta selecta, Oxonii.


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Ideato e realizzato

da

Renato Curreli
Filosofia e storia
Liceo Classico G. Siotto Pintor - Cagliari

Nota: Tutti i testi sono produzioni originali dell’autore. Laddove ci si trovi in presenza di citazioni, si riporta la fonte e si rimanda alla
eventuale bibliografia. Ugualmente produzioni dell’autore sono gli schemi grafici e le mappe concettuali. La fonte delle immagini è invece
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ha fatto uso per puri e soli scopi didattici.