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Mario Tronti

Quod principem deceat…

Il titolo è da spiegare. Intanto, questo verbo, decet, che esiste solo alla terza persona
singolare: che cosa appartiene, che cosa conviene, che cosa si confà, che cosa si addice al
principe. Verbi diversi, che solo insieme configurano un campo di comportamenti.
Un’avvertenza, preliminare, e però regolativa, del discorso. Il Principe, per me, è la
Politica. L’individuo, l’attore, la personalità, è la personificazione di questa nuova sfera, o
spazio, o dimensione, dell’agire umano. Quindi si deve dire: che cosa appartiene, che cosa
conviene, che cosa si confà, che cosa si addice alla politica. E’ una forzatura, che limitiamo
all’ambito di questo discorso, perché serve a dire alcune cose.
E però c’è da osservare come un’autorità quale quella di Chabod affermi a un certo punto:
<< Il Principe è lo Stato, non come sarà più tardi in pieno assolutismo europeo, il primo
servitore dello Stato >>. Per cui la disputa tra machiavellici e antimachiavellici, tuttora
presente, sia pure ad infimi livelli, andrà a indicare, non tanto un particolare indirizzo di
pensiero, quanto un particolare modo di fare della politica attiva. Allora - continua Chabod -
<< era come se il Machiavelli avesse creato, non la teoria della politica, ma addirittura la
politica stessa >> ( F. Chabod, Scritti su Machiavelli, Einaudi, Torino 1964, pp. 214 e 230 ).
Perché spazio nuovo, dimensione nuova di attività? Perché si tratta qui non della politica
in generale, ma di quello specifico che è la politica moderna: nella sua ambiguità, nel suo
doppio, il soggetto agente e le leggi di movimento dell’azione. Libero il primo con la sua
volontà, determinate le seconde nella loro oggettività. Capacità e necessità, professionalità e
contingenza. Virtù e fortuna, dice Machiavelli.
Scrive Meinecke: << Virtù, fortuna e necessità sono tre parole che riecheggiano come
suono di bronzo in tutti i suoi scritti. Queste e il ritornello delle “armi proprie”, in cui
accentrò la somma delle sue esigenze di potenza militare e politica nello Stato, mostrano
come seppe concentrare la piena delle sue esperienze e dei suoi concetti e come il sontuoso
edifizio del suo spirito gravitava su pochi e semplici ma poderosi filoni >> ( F; Meinecke,
L’idea della ragion di Stato nella storia moderna, Sansoni, Firenze, 1970, p. 37 ).
Dimensione complessa, e spazio intenso - qui ha origine la politica come intensità - che
vogliono pensiero, un di più di pensiero, e soprattutto un pensiero specifico, uno
specialismo. Nel mondo antico, il filosofo aggiungeva al suo sistema la politca. Nel mondo
moderno nasce la figura del pensatore politico, il filosofo della politica. E questo molto
presto, scavalcato l’anno Mille, in una lunga gestazione, attraverso la figura del
giureconsulto, del partigiano o dell’Impero o della Chiesa, del defensor della pace, ma anche
della guerra.
Machiavelli compie il salto. Non conclude un’epoca, apre un’epoca. L’opera di
Machiavelli è uno dei grandi portali di accesso alla modernità. Il Moderno è il tempo della
politica. La politica fonda il Moderno. La crisi della politica - concluderò su questo, anticipo
qui il titolo - è la crisi del Moderno, è il progetto moderno che va in frantumi.
Ma avviciniamo i testi, per non allontanarci dal tema. Il Principe, Capitolo XIV: Quod
deceat principem circa militiam. Qui, troviamo il Niccolò maledetto, che non ha ingresso nel
Cortile dei Gentili o nella Cattedra dei non credenti. Udite: << debbe dunque uno principe
non avere altro obietto né altro pensiero né prendere cosa alcuna per sua arte, fuora della
guerra…., perché quella è sola arte che si aspetta a chi comanda….che, quando e’ principi
hanno pensato più alle delicatezze che alle arme, hanno perso lo stato loro >>.
Il principe deve essere “professore” nell’arte della guerra. O “professo”, come variante in
alcuni mss, tra cui il Laurenziano. Così si dice in nota nell’edizione che seguo, che è quella
dell’amico Giorgio Inglese ( N. Machiavelli, Il Principe, Einaudi, Torino, 1995, p. 97, n. 5 ).
Mai scostarsi dall’esercizio in quell’arte: nei due modi, con le “opere”, cioè con l’azione. e
con la “mente”, ossia con lo studio. Facile farlo quando sei nella guerra, difficile quando sei
nella pace. Un precetto che ritroveremo in von Clausewitz: in guerra non stancarti di operare
per la pace, nella pace non smettere di penser la guerre. L’aveva detto, molti secoli prima, il
dio Krishna al guerriero Arjuna, nella Bhagavadgita: con la pace nel cuore preparati alla
guerra. E dunque << mai ne’ tempi pacifici stare ozioso >> raccomanda il segretario
fiorentino a “uno principe savio”.
In mezzo, tra Il Principe e i Discorsi, bisogna mettere Dell’arte della guerra. Non tanto
cronologicamente, ma concettualmente. Nel Proemio a quest’opera, leggiamo: << Perché
tutte l’arti che si ordinano in una civiltà per cagione del bene comune degli uomini, tutti gli
ordini fatti in quelle per vivere con timore delle leggi e d’Iddio, sarebbono vani se non
fussono preparate le difese loro…..E così per il contrario i buoni ordini, sanza il militare
aiuto…si disordinano…>>. Come quei palazzi superbi e regali, ornati di gemme e d’oro,
che, se non fossero coperti da un tetto, non avrebbero difese contro la pioggia ( Letteratura e
vita civile. I classici del pensiero italiano, 1 , Machiavelli : Opere, Biblioteca Treccani, 2006,
p. 423 ).
La guerra non disordina, impedisce che gli ordini vengano disordinati. Allora, al principe,
ossia alla politica, appartiene, conviene, si addice, la guerra. Traduciamo, per i nostri
bisogni, a cinque secoli di distanza. Depuriamo la parola, salvando l’idea. Alla politica
appartiene, conviene, si addice, il conflitto. Il conflitto serve, o a conservare il vecchio
ordine, o a promuovere ordini nuovi. E’ difficile far capire oggi questo elementare concetto:
il conflitto non disordina, il conflitto ordina. Perché tiene insieme ciò che è separato, unifica
ciò che è diviso, fa in modo che i poli contrapposti, non si isolino, ma si rapportino. Questo
fa società, e società moderna. E di cui la politica, moderna, è appunto fondativa.
Insomma, ordine e conflitto non sono contraddittori, sono complementari. Questo ci dice
ancora il nostro consigliere politico, Machiavelli.
C’è una dimostrazione storica. La lotta di classe, in quanto conflitto centrale, ha ordinato
il capitalismo, che per sua natura è disordine, sociale e politico. Il conflitto tra le classi ha
tenuto insieme questa società divisa, perché ha espresso, ha rappresentato, ha praticato,
questa divisione. Non l’ha descritta passivamente, l’ha interpretata con una soggettivazione
dei processi. Il conflitto ha funzionato allora come il vero legame sociale. In questo, la
kantiana socievole insocievolezza dell’individuo moderno ha trovato il suo spazio/tempo,
non solo di esistenza ma di crescita, producendo sviluppo, progresso, e Zivilisation e Kultur.
Scomparsa la centralità della lotta di classe come guerra civilizzata, le società di oggi non
si tengono, si scompongono, si anarchizzano. Il capitalismo in crisi è la società che si
disordina. Non mancano i conflitti, ma sono ognuno rispetto all’altro marginali, non sono
guerra ma guerriglia, descrivono non interpretano, utili piuttosto a nascondere il conflitto
vero, la vera guerra, che c’è ancora ma non si deve dire che c’è, e la politica si ritrova ridotta
a drôle de guerre, machiavellica e antimachiavelliana.
Ma, dunque, per non precipitare nel fondo di una cattiva contingenza, torniamo al merito,
che ci riguarda. Capitolo XXI: si va oltre il circa militiam. Ed è bene così. Quello che
s’appartenga fare a uno principe, e quindi alla politica, ut egregius ( e allora possiamo dire
ut egregia ) habeatur. Stimata, reputata, la politica. Da quello che si vede, e si dice, in giro,
un’impresa titanica. << Nessuna cosa fa tanto stimare uno principe, quanto fanno le grandi
imprese e dare di sé rari esempi >>. In ogni sua azione dare di sé “fama di uomo grande e di
ingegno eccellente”.
E qui c’è un passaggio che, confesso, mi piace molto. << E’ ancora stimato uno principe,
quando egli è vero amico e vero inimico; cioè quando senza alcun respetto e’ si scopre in
favore di alcuno contro a uno altro >>. Il tanto riprovato “criterio del politico”
dell’amico/nemico viene da lontano e penso andrà lontano. L’exemplum che Machiavelli
trova nei suoi tempi è “Ferrando d’Aragona, presente re di Spagna”. La conferma della
buona scelta verrà più che un secolo dopo ( 1640 ) da un mirabile trattatelo, di Baltasar
Graciàn, El Politico don Fernando el Catolico: << Oppongo un re a tutti i re passati,
propongo un re per tutti i re che verranno: don Fernando il cattolico, quel gran maestro
dell’arte di regnare, l’Oracolo maggiore della ragion di Stato >>. Perché << l’eminenza
regale non consiste nel combattere, ma nel governare >> ( Baltasar Graciàn, El politico,
Bibliopoli, Napoli, 2003 ) .
Ecco il percorso del Principe/politica: dalla milizia al governo, dall’arte della guerra
all’ars regnandi. Dai precetti per la conquista del potere alle norme per la gestione del
potere. Dall’impeto al “rispetto”. Un concetto machiavelliano, questo, anch’esso molto
intenso. Secondo me, se capisco bene, vicino al weberiano disincanto. Abbiamo imparato da
Gianfranco Miglio a dare spazio alla psicologia politica. C’è nell’uomo un istinto oscuro al
potere, che in ogni epoca va razionalizzato con gli strumenti pratici e teorici offerti dal
tempo. Ma non è vero quanto dirà Max Scheler: << Tutti i suoi consigli [ in Machiavelli ] si
addicono soltanto al tipo di condottiero del suo tempo, non all’uomo di Stato responsabile di
uno Stato moderno >> M. Scheler, Il “Machiavelli-Problem”, in Rivista di politica, 02/2011,
p.178 ).
La politica moderna è un continuum che nessuna improbabile post-politica riesce a
mettere in crisi. La crisi della politica - questa è la mia lettura - è crisi dei soggetti politici,
non delle massime della politica. Il senso comune intellettuale dice oggi purtroppo il
contrario. Abbandona la politica moderna e va al traino di movimenti post-moderni. Anzi,
tutta intera la politica viene derubricata ad affaire del Novecento. Che è, come sappiamo,
una sentenza di condanna definitiva. In realtà, sono solo molto mutate le modalità, caduti gli
strumenti, estinti i soggetti, esaurite le forme, di applicazione di quell’agire/pensare. Ma
l’eterno ritorno del sempre uguale del principe, e della politica moderna, non solo c’è, è
piuttosto sempre bene che ci sia.
Ancora Capitolo XXI: << Né creda mai alcuno stato poter pigliare sempre partiti sicuri,
anzi pensi di avere a prenderli tutti dubi; perché si truova questo, nell’ordine delle cose, che
mai si cerca fuggire uno inconveniente che non si incorra in uno altro: ma la prudenza
consiste in saper conoscere le qualità delli inconvenienti e pigliare el men tristo per buono
>>. Nessuno che riguardi, dal di dentro o dal di fuori, la politica di oggi può negare verità a
queste parole.
Scriveva ancora Graciàn: << E’ la capacità seno della prudenza, senza la quale né
l’impiego, né l’esercizio, né gli anni fanno mai dei maestri. Con essa i giovani sono anziani,
e senza di essa gli anziani sono giovani >>. Del resto, parla l’autore di Oràculo Manual y
Arte de prudencia. Ricordo un bel numero di Filosofia politica ( 1987 ), che tra le prime voci
dei preziosi Materiali per un lessico politico europeo scelse proprio “Prudenza”. Dunque
conviene, appartiene, si addice, alla politica, la prudenza.
Ho voluto così sottolineare le polarità che il genio di Machiavelli consegna alla politica
moderna. Dopo di lui, e fino ad oggi, la politica si presenta come un agire e un pensare
polarizzati. Arte del conflitto e scienza della mediazione. Uso consapevolmente i termini di
arte e scienza. Perché nel conflitto c’è la passione, mai del tutto razionalizzabile, c’è
l’interesse, c’è l’appartenenza, ci può essere la fede religiosa come la credenza ideologica,
c’è il punto di vista, irriducibile all’altro punto di vista, c’è la volontà e la forza.
La mediazione è ragione, ragion di politica e ragion di Stato, è condizione storicamente
determinata, cioè è contingenza. E’ stato Althusser a vedere in Machiavelli il grande
pensatore della contingenza. L’altro nome della fortuna, è la necessità. Meinecke, sopra
citato, parlava di “necessità causale”, il dato che ti condiziona, nelle opere e nella mente,
nell’azione e nello studio.
Passione e realismo sono le due gambe con cui la politica, moderna, cammina. Se ne
manca una zoppica. Se mancano tutte e due, cade a terra. E’ quanto vediamo, oggi, ad occhio
nudo. Il movimento operaio è stato grande soggetto, collettivo, della politica moderna.
Geniale la definizione gramsciana del Partito/Principe. Da un lato lotta e organizzazione,
dall’altro, non uno, ma tanti compromessi storici. Esattamente, il lione e la golpe.
Torno all’inizio, per dire la fine. Se la Politica fonda il Moderno, la crisi della politica
fonda la crisi del moderno. Questa sessione del convegno porta il titolo: Prospettive
scientifiche e politiche. Sulle prime, lascio ad altri. Sulle seconde, dico solo una cosa.
Lo so che prevale la descrizione ottimistica: le nuove forme della politica, bella,
sostituiscono le vecchie forme della politica, brutta. Sciocchezze. Madornali sciocchezze.
C’è una rivolta antipolitica di massa, che può portare a tutto, tranne che al kantiano, e
illuministico, progresso verso il meglio. La crisi della politica è meno crisi di rappresentanza
e di più crisi di autorità. Autorità è direzione e decisione. Direzione dei processi e decisione
nello stato normale, visto che non è in atto né in vista alcuno stato d’eccezione. Autorità è
potere riconosciuto. Quando cade il concetto hegeliano di riconoscimento, cade la dialettica,
pratica, servo/signore. Cadono allora, insieme, conflitto e ordine. La fine del Novecento,
anticipata di molto - secondo me, anticipata agli anni Sessanta - non a torto è stata letta come
fine della storia, andava precisato, della storia moderna: che il Novecento aveva riassunto in
una grandiosa sintesi tragica. Dopo, in effetti, poteva esserci poco. E meno di poco c’è stato.
Ecco. Il Principe, dopo mezzo millennio, ci sferza ancora a pensare. Ad agire, non saprei,
a questo punto proprio non saprei.