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APPUNTI DI

ELETTRONICA APPLICATA I

Alessandro Bonaudo e Ricchiardi Fausto

Ottobre 1995-Febbraio 1996


SOMMARIO GENERALE

CAPITOLO 1: Introduzione

1.1 Definizioni di segnale analogico e segnale discreto


1.2 Panoramica sui circuiti analogici più diffusi
1.3 Panoramica sui circuiti digitali
1.4 Problematiche di progetto
1.5 Considerazioni termiche

CAPITOLO 2: Segnali e circuiti logici - famiglia TTL

2.1 Definizione di segnale logico


2.2 Temporizzazione
2.3 Famiglia TTL e sue derivate
2.4 Osservazioni finali sulla famiglia TTL

CAPITOLO 3: Segnali e circuiti logici - famiglia CMOS

3.1 Famiglia logica CMOS e due derivate


3.2 Esempi di circuiti sequenziali

CAPITOLO 4: Memorie

4.1 Classificazione edlle memorie elettroniche


4.2 Struttura generale di una memoria
4.3 Temporizzazioni

CAPITOLO 5: Introduzione agli amplificatori

5.1 Concetti di linearità e non linearità


5.2 Modello del transistore per piccolo segnale
5.3 Polarizzazione del transistore
5.4 Possibili configurazioni per il piccolo segnale (transitori bipolari)
5.5 Possibili configurazioni per il piccolo segnale (transitori CMOS)
5.6 Calcolo di gm e rπ

CAPITOLO 6: Risposta in frequenza degli amplificatori

6.1 Funzioni di trasferimento, modulo e fase


6.2 Un esempio importante: il partitore compensato
6.3 Curve di risposta degli amplificatori
6.4 Introduzione di poli e zeri
6.5 Effetto Miller
6.6 Esempio di disaccoppiamento in continua
6.7 Effetti della temperatura
6.8 Stadio differenziale
6.9 Derive e offset: prime considerazioni

CAPITOLO 7: Amplificatori operazionali

7.1 L’amplificatore operazionale


7.2 I 4 tipi di amplificatore
7.3 Derive e offset nell’amplificatore operazionale
7.4 Esempi di applicazione dell’amplificatore di tensione e di transresistenza

CAPITOLO 8: Concetti sulla reazione

8.1 Alcune definizioni


8.2 Amplificatori reazionati
8.3 Caso di studio: anello di reazione su amplificatore
8.4 Risposta in frequenza degli amplificatori reazionati

CAPITOLO 9: Stabilità delle reazioni

9.1 Criteri di stabilità


9.2 Compensazione in frequenza
9.3 Considerazioni sull’oscillazione

CAPITOLO 10: Oscillatori e comparatori di soglia

10.1 Oscillatori
10.2 Comparatori di soglia

CAPITOLO 11: Generatori d’onda e alimentatori

11.1 Generatore di onde quadre e triangolari


11.2 Alimentatori
APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 1- Introduzione

CAPITOLO 1

INTRODUZIONE

1.1. Definizioni di segnale analogico e segnale discreto (o digitale)

Durante il corso verranno trattati soprattutto segnali elettrici che sono quei segnali presenti su un filo tra 2 connettori, dove
andiamo a manipolare correnti, tensioni e potenze (le tre grandezze fondamentali per l’elettronica); i segnali elettrici possono
essere generati da diversi tipi di sorgente, per esempio da trasduttori (microfono, termocoppia, ...):

Se Se’ Su

Segnale di Entrata
(non elettrico)
Fig 1.1

La più semplice e banale elaborazione di un segnale elettrico è l’AMPLIFICATORE (che vedremo in dettaglio durante il
corso).

I segnali possono essere esaminati secondo 2 punti di vista: il punto di vista analogico e il punto di vista digitale. Dello
stesso segnale (che è una grandezza comunque e sempre continua) possono interessarci solo certi valori ben definiti,
oppure tutti i valori che esso assume nel tempo.

Prendiamo in considerazione il seguente segnale: Questo segnale può essere considerato un


segnale analogico in quanto può assumere
infiniti valori (cioé TUTTI i valori tra il suo
massimo e il suo minimo). Se invece prendo in
S
considerazione soltanto alcuni valori o alcune
fasce di valori (ad es. i valori compresi nelle 2
fasce tratteggiate) questo segnale può essere
considerato un segnale discreto, perché assume
solo 2 valori per me significativi. Quindi ogni
fenomeno può essere trattato sia dal punto di
vista analogico che dal punto di vista digitale;
per esempio possiamo dire che in aula la luce è
accesa oppure è spenta (analisi digitale) ma
possiamo anche dire che in aula è presente una
t determinata quantità di luce e di ombra (analisi
Fig 1.2
analogica).

1.1.1. Conversione analogico - digitale

Per passare da una descrizione analogica di un segnale ad una digitale è necessario avere infiniti segnali digitali;
questa affermazione ci porta a pensare che il passaggio da analogico a digitale sia impossibile. In realtà tutte le grandezze
fisiche sono note a meno di un errore ε; di conseguenza non serviranno più infiniti segnali digitali per descrivere un segnale
analogico, ma sarà sufficiente un numero di segnali tale per cui l’errore di discretizzazione che si commette è minore
dell’errore di approssimazione:

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1 N = numero di segnali digitali


N
= εd < ε εd = errore di discretizzazione
2 ε = errore di misurazione

Per esempio, se voglio un errore non superiore all’ 1%, mi bastano 7 segnali digitali per rappresentare il segnale analogico:
N=7 → 27 = 128 εd = 1 / 128 < ε = 1/100
Se invece voglo un errore non superiore all’un per mille, mi bastano 10 segnali digitali:
N=10 → 210 = 1024 εd = 1 / 1024 < ε = 1/1000

Nella pratica si utilizzano 12 oppure 16 bit che sono più che sufficienti per discretizzare qualunque segnale analogico.

I circuiti che manipolanosegnali elettrici devono mantenere la qualità del segnale in uscita pari a quella del segnale in
ingresso. Se all’ingresso ho un errore dell’ 1%, all’uscita devo ancora avere la stessa precisione. Per i segnali analogici, la
fedeltà dipende dalla qualità del circuito; nel caso di segnali digitali non c’è più questo problema, perché i valori che il
segnale può assumere sono noti e definiti, quindi possono essere facilmente riprodotti in uscita. D’altro canto occorrono più
circuiti digitali per fare lo stesso lavoro di un solo circuito analogico. Inoltre, un circuito analogico è, in teoria, istantaneo,
mentre per il circuito digitale occorre del tempo per fare le 2 conversioni di segnale (analogico→digitale,
digitale→analogico), e in pratica fenomeni con frequenza più grande del kiloHz sono difficilmente trattabili in digitale.

Riassumendo:

DIGITALE ANALOGICO
+ Semplice da realizzare - Semplice
- Costoso + Costoso
+ integrazione più facile - Integrazione meno facile
- Veloce + Veloce

1.2. Panoramica sui circuiti analogici più diffusi

1.2.1. Amplificatori

Scopo: l’amplificatore è quel circuito che modifica l’ampiezza del segnale secondo una certa legge o caratteristica.
Sono dei circuiti nei quali entra un segnale Se in ingresso e dai quali esce un segnale Su, con la stessa forma di Se (fedele)
ma amplificato.
Un amplificatore non fedele produce un segnale distorto.

Se ci troviamo di fronte un amplificatore lineare, la legge che


lega il segnale di uscita Su con quello di entrata Se sarà la
seguente:
circuito
Se Su
Su = K * Se con K costante

Fig 1.3

Ad esempio, se in ingresso abbiamo una sinusoide:

Se = A * sen ωt ⇒ Su = KA * sen ωt

Se su un grafico poniamo in ascissa l’ampiezza di Se e in ordinata l’ampiezza di Su, siccome K è costante otteniamo una retta,
teoricamente di lunghezza infinita, il cui coefficiente angolare è appunto K (fig 1.4).

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Su

Se

Fig 1.4

In realtà la retta non è infinita, perché il circuito è limitato sia verso il basso che verso l’alto (fig 1.5).

Come indicato in figura, l’intervallo tra


Su
le due linee tratteggiate orizzontali è
chiamato dinamica del segnale
d’uscita, l’intervallo tra le due linee
tratteggiate verticali è chiamato
Dinamica di Su dinamica del segnale d’ingresso.
Se

Dinamica di Se Fig 1.5

Questo significa che un amplificatore reale ha una zona di linearità limitata e definita, all’interno della quale il segnale è
amplificato secondo la legge lineare con coefficiente K.

Ovviamente non tutti gli amplificatori hanno una caratteristica lineare. Esistono amplificatori con caratteristica quadrata,
logaritmica (ad es. per compattare un segnale), non lineare (utili per linearizzare un sistema in cui un componente, per es. un
sensore, non è lineare).
Finora abbiamo sottinteso che il valore di K fosse indipendente sia dalla pulsazione ω che dall’ampiezza A, ma questo non è
vero nella realtà. Possiamo ottenere che il valore di K sia indipendente da ω per un campo ristretto di frequenze (quindi ci
troviamo di fronte ad un amplificatore selettivo o Tuned) oppure per un campio molto ampio di frequenze (e quindi abbiamo
gli amplificatori non selettivi o Untuned ).
Il valore di K, che dipende dalla frequenza, lo si può esprimere come una funzione: K(ω); questa è detta funzione di
trasferimento, e ne studieremo la forma e le caratteristiche. Inoltre, il legame tra K e ω viene studiato mediante la curva di
risposta in frequenza, che esprime appunto il comportamento di K al variare di ω.

Visto che gli amplificatori hanno in ingresso un segnale a cui è associata una determinata potenza e che in uscita hanno un
segnale a cui è associata una potenza maggiore di quella del segnale di ingresso, deve esistere nel circuito una sorgente di
potenza (non posso entrare con 1 W e uscire con 10W!)(fig 1.6).

Val La sorgente di potenza è di solito un alimentatore (componente di


cui studieremo le caratteristiche). Le tensioni di alimentazione
sono quelle che introducono quelle limitazioni −inferiore e
superiore− nella dinamica dei segnali amplificati (vedi Fig.1.5).
Inoltre l’alimentatore ha il compito di polarizzare (to bias) i
dispositivi che costituiscono l’amplificatore in modo da farli
Fig 1.6 funzionare correttamente (cioé in linearità).

1.2.2. Filtri

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 1- Introduzione

Scopo: possiedono una determinata e precisa risposta in frequenza.


Si suddividono in:

• filtri passivi: sono circuiti realizzati solo con elementi passivi (resistori, condensatori, trasformatori, induttori, ....), quindi
non hanno bisogno dell’alimentazione.

• filtri attivi: hanno al loro interno anche elementi attivi (amplificatori) e questo implica la presenza dell’alimentazione.

Con i componenti attivi posso ottenere le stesse leggi di funzionamento dei componenti passivi, ma con il vantaggio di non
utilizzare induttanze e trasformatori, che sono difficili da realizzare e molto imprecisi.
Nei filtri si vuole realizzare un ben preciso legame tra funzione di trasferimento e frequenza, cioé si vuole un determinato
valore di amplificazione a una determinata frequenza; ciò implica un comportamento in frequenza del filtro estremamente
preciso; mentre negli amplificatori ciò non è necessario, infatti è sufficiente che la frequenza non dia fastidio.

1.2.3. Circuiti non lineari

Tra tutti i possibili circuiti non lineari, consideriamo quelli che presentano 2 stati di funzionamento (fig 1.7).

Su
stato 2

stato 1 Se

Fig. 1.7

Esempio tipico è il comparatore di soglia, che vedremo nei dettagli più avanti.

1.2.4. Generatori di forme d’onda

I circuiti con una caratteristica non lineare come quella vista ora, sono i mattoni base per la realizzazione dei generatori di
segnale o di forme d’onda. I generatori più diffusi sono quelli che creano onde quadre, sinusoidali, triangolari, a dente di
sega.

1.2.5. Alimentatori (Power Supply)

Scopo: Trasformano una sorgente di energia primaria in una fonte di energia adatta ad alimentare i vari circuiti elettronici.

Caratteristiche:

• hanno un buon rendimento (consumano poca potenza rispetto a quella prelevata dalla sorgente).
• mantengono sufficientemente costante il segnale in uscita, indipendentemente da:

a - le variazioni del carico


b - le variazioni della sorgente primaria
c - le variazioni della temperatura

Quelli che si comportano così sono chiamati alimentatori stabilizzati.

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1.3. Panoramica sui circuiti digitali


I circuiti digitali sono quei circuiti che trattano e manipolano segnali digitali. Si possono suddividere in base alla tecnologia
con cui sono stati costruiti in:

- BIPOLARI (più adatto a circuiti analogici)


- MOS
- CMOS
- BCMOS

e in base alla funzione che svolgono in:

- combinatori (l’uscita segue l’ingresso istante per istante)


- sequenziali (le variazioni dell’ingresso e dell’uscita sono scandite con una certa frequenza)

I circuiti più diffusi sono:

- Microprocessori
- Microcontrollori
- Memorie

1.3.1. Sistemi misti (analogici - digitali)

Sono sistemi in cui coesistono circuiti analogici e circuiti digitali. Tali circuiti sono separati in tutto tranne nell’alimentazione.

I sistemi più diffusi sono:

- Sistemi di conversione Analogica digitale (ADC)


- Sensori
- Synchro, LVDT, RVDT

I circuiti analogici richiedono un’alimentazione diversa da quella digitale (fig 1.8).

+ 15 v Problemi:

- 15 v analog
• i circuiti analogi, dovendo essere precisi, devono avere
AGND alimentazioni stabili (variazioni di ± 1 mV)
• l’assorbimento di potenza nei circuiti analogici è più o meno
costante, mentre in quelli digitali, specialmente nei
+5V digit
sequenziali, avviene in modo impulsivo (in quanto
DGND richiedono corrente in modo impulsivo)

Fig 1.8

Infatti:
V = L (di/dt) dove di è dell’ordine degli Ampere
dt è dell’ordine dei nanosecondi

quindi V subisce variazioni dell’ordine dei Volt

Sulle piste dei circuiti digitali esistono disturbi molto elevati: una pista può essere vista come una piccola induttanza.

Per risolvere questi problemi il primo accorgimento consiste nello separare i percorsi di massa. In altre parole dobbiamo
evitare la situazione descritta in fig 1.9.

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+ 15 V

+5V
Analogico
Digitale Digitale

Fig 1.9

Nello schema di fig 1.9 la corrente del 5 V si accoppia con quella del 15 V verso massa.

NOTA: il riferimento di massa deve essere lo stesso per i due circuiti, altrimenti non possono assolutamente comunicare.

Quidni la situazione corretta è la seguente, dove le masse convertono in un solo punto:

+ 15 V

AGND

Punto di unione delle masse

DGND

+5V

Fig 1.10

Se i punti di contatto fossero 2 otterrei una maglia (anello di massa), e questa situazione provoca disturbi e occorre evitarla
(anche se in certi casi non è possibile agire altrimenti).

1.4. Problematiche di progetto


I componenti sia attivi che passivi possono essere in 2 forme:

- discreta: ogni componente del circuito è un singolo componente elettronico: una resistenza, un condensatore,
un induttore, ecc. collegati tra loro tramite fili e piste; la progettazione di circuiti discreti è ancora
utlizzata in due settori: la potenza e l’iperfrequenza.
Per dare un’idea, siamo in zona di potenza quando lavoriamo con correnti di decine e centinaia di
Ampere. Ci troviamo in questa situazione soprattutto nelle zone di interfaccia verso gli attuatori. Nelle
applicazioni per iperfrequenze la lunghezza d’onda del segnale è comparabile alle dimensioni dei
componenti elettronici (il modello a parametri concentrati non vale più e occorre utilizzare il modello a
parametri distribuiti).

- integrata: su un unico supporto di silicio (ad alte frequenze si utilizza l’Arseniuro di Gallio: GaAs) sono integrati
moltissimi componenti. Sono presenti solo resistori e piccoli condensatori, più facili da realizzare e da
integrare. Ovviamente se devo inserire induttanze o trasformatori torno ai circuiti discreti.

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Sugli integrati è possibile impaccare tantissimi transistor, ma esistono difficoltà ad inserire resistenze con valori molto diversi
tra loro, in quanto la tecnologia usata per fare una resistenza di 1KΩ è diversa da quella usata per una resistenza di 1MΩ,
perciò occorre inserire resistenze tutte dello stesso ordine di grandezza.
Inoltre ci sono grossi problemi nella realizzazione di resistenze di valore preciso e predeterminato; quindi è meglio lavorare
sui rapporti tra resistenze perchè è molto semplice, lavorando sui parametri geometri della resistenze, fare una resistenza di
valore multiplo di un’altra:

l
R=ρ
A

dove ρ è la resistività del materiale, l è la lunghezza e A è l’area. Lavorando su l e A (parametri geometrici) ottengo resistenza
tra loro proporzionali con elevatissima precisione.

Per fare il nostro progetto possiamo utilizzare:

- circuiti standard: componenti come contatori, amplificatori, ...., che portano ad un basso costo di
realizzazione ma comportano un elevato numero di collegamenti, saldature, componenti
da collegare.

- circuiti integrati dedicati: sono poco flessibili (full custom).

- circuiti semidedicati: sono circuiti abbastanza generici programmabili dall’utente (PAL, macrocelle, ALTERA,
XILINX).

1.5. Considerazioni termiche


Cosideriamo il circuito di fig 1.11.

Se sono in corrente continua, la potenza che entra nel circuito sarà: P = V ⋅ I. Per
Vcc effetto Joule questa potenza viene convertita in calore, quindi la temperatura del
I dispositivo cresce, e le variazioni di temperatura provocano gravi disturbi a
qualunque tipo di circuito.
Il problema è particolarmente sentito nei semiconduttori (silicio); gli effetti della
temperatura possono essere di 2 tipi:

• cambiamento delle caratteristiche di funzionamento del dispositivo (derive


termiche o drift)
Fig 1.11 • effetto distruttivo: se la temperatura supera certi valori il dispositivo si
danneggia in modo irreparabile

La temperatura limite di funzionamento Tj (temperatura di giunzione) varia a seconda del materiale:

- Silicio: 200°C per circuiti semplici


175°C per circuiti più complessi
150°C per CPU, memorie, ...

- Arseniuro di Gallio: 150°C per tutti i componenti

- Germanio: 125°C per tutti i componenti (non si usa più)

Se la temperatura del componente supera il valore Tj , il componente si danneggia irreparabilmente.


Esistono alcuni range di temperatura standard, cioè intervalli di temperatura ambientali in cui i dispositivi rispettano le
specifiche; i principali sono:

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RANGE COMMERCIALE: 0°C - 70°C

RANGE MILITARE: -55°C - 125°C

range industriale: a metà tra i due precedenti (ad es. -20°C - +100°C)

I primi due sono standard, l’ultimo no.

Analizziamo ora nei particolari la temperatura che


Ambiente
circonda i vari componenti; prendiamo in
considerazione un componente generico raffigurato
qui a sinistra.
Per capire il legame tra la potenza dissipata e la
pin differenza di temperatura mettiamoci in condizioni
Giunzione Contenitore (CASE)
ideali (fig 1.12).

Giunzione J Ambiente A

Tj TA

Parete di separazione omogenea


Sorgente di Potenza P

Fig 1.12

La sorgente di potenza P modella il circuito che si trova dentro il case. La parete omogenea modella la parete del case che
separa i due ambienti.
Ipotizziamo che la distanza tra P, considerata puntiforme, e la parete sia tale che dal punto di vista della sorgente P la parete
sembri infinita; sotto questa ipotesi il legame tra la temperatura di giunzione Tj e la temperatura ambiente TA è lineare:

Tj − TA = K jA P

1
dove K jA è la resistenza termica (in alcuni casi si ha la conduttanza termica ϑ jA = ).
K jA
La resistenza termica K jA dipende dalla forma del case e dal metariale di cui è costituito; la potenza dissipata dipende dal
circuito posto all’interno del case; in generale, più è piccola K jA e migliore è la dissipazione.

Vediamone l’equivalente elettrico (fig.1.13).


Modello elettrico:
Tj Potenza → Corrente
K jA Temperatura → Tensione
P Resistenza termica → Resistenza elettrica

Nota: la temperatura TA è rappresentata da un generatore di tensione


TA perché è una variabile indipendente, cioè siamo noi (o le condizioni
esterne) a stabilirne il valore; la temperatura TJ invece ci è data dalle
specifiche e non è modificabile.

Fig 1.13

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 1- Introduzione

Alcune considerazioni:

• Tj è un dato fisso fornito dal costruttore (ad es. 150°C)


• TA può essere un vincolo (la temperatura ambiente mi è imposta) oppure una variabile (in base alle altre variabili calcolo
la temperatura ambiente massima)
• P dipende dal circuito:frequenza, dimensioni, ecc...
• K jA è la resistenza termica in aria libera (free air); il suo valore cambia in presenza di dissipatori (ventole, refrigeranti...).
Il valore KJA calcolato da noi tramite la formula deve risultare uguale o superiore al valore KJA fornito dal costruttore,
altrimenti occorre un dissipatore.

Siccome i valori TJ e P sono fissi, forniti dal costruttore, noi possiamo fare solo due cose:
1. Utilizzare il valore K jA del dispositivo per calcolare la massima temperatura ambientale TA alla quale il dispositivo stesso
è in grado di funzionare (questa deve risultare comunque maggiore di 25 °C)
2. Utilizzare la temperatura ambientale alla quale il dispositivo dovrà lavorare per calcolare il valore di K jA che dovrebbe
avere. In questo secondo caso, se ottengo un valore di K jA inferiore al valore di K jA del dispositivo, allora è
necessario introdurre un dissipatore, perché in aria libera il dispositivo non è in grado di funzionare.
Per modellare la presenza del dissipatore, si divide il valore di K jA in due componenti: K jC e K CA (fig 1.14).

quindi K jA = K jC + K CA
K jC K CA
dove KCA rappresenta il dissipatore; scegliendo
opportuni valori di KCA possiamo modificare il valore
K jA di KJA.
Fig 1.14

I fornitori ci danno indicazioni su K jA e su K jC in questa forma:

La potenza dissipabile @ 25°C di TA con Tj = 150°C è di 50°C/W [quindi K jA = 50 °C/W]

La potenza dissipabile @ 25°C di temperatura del case con Tj = 150°C è di 10°C/W [quindi K jC =10 °C/W]

Se calcolo un valore di K jA maggiore del K jA fornito allora non occorre un dissipatore.

Se calcolo un valore di K jA maggiore del K jC fornito e minore del K jA fornito allora occorre un dissipatore.
Se calcolo un valore di K jA minore del K jC fornito non c’è modo di far funzionare il dispositivo, con nessun dissipatore;
devo cambiare i parametri di progetto:

- cambio TA
- cambio la potenza (al posto di andare a 50 Mhz vado a 25 Mhz)
- cambio il Case

1.5.1 Esempio

Vediamo ora un esercizio utile per la comprensione ed il calcolo della resistenza termica.
Prendiamo in considerazioni 2 contenitori tipici per dispositivi di potenza:

K jA K jC
TO3 45°C/W 5,5°C/W

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 1- Introduzione

TO220 65°C/W 5°C/W

[Altri esempi:
DIL (plastico) 100°C/W 30°C/W40°C/W
DIL (ceramico) 50°C/W 5°C/ W - 10°C/W]

Supponiamo di avere Tj = 150°C e che Pd (potenza dissipata) sia 2 Watt.


1 - A che temperatura posso andare in aria libera?

Dobbiamo cercare TA senza la presenza di dissipatori.

TO3: 150°C - TA = 45°C/W *2W ⇒ TA = 60°C

TO220: 150°C - TA = 65°C/W * 2 W ⇒ TA = 20°C

Nel primo caso il dispositivo funziona bene in aria libera perché normalmente la temperatura ambiente non arriva a
60 °C. Nel secondo caso, invece, la TA ottenuta è più bassa della temperatura ambiente fissata per convenzione a
25 °C, quindi il TO220 non va bene per l’applicazione in aria libera, ma necessita di un dissipatore.

2 - Se la specifica mi impone TA = 90°C, calcolare il valore della resistenza termica che deve avere il dissipatore.

Dalle specifiche ambientali (90°C) e da quelle circuitale (2 W di potenza) otteniamo:

150°C - 90°C = K jA *2 ⇒ K jA = 30°C/W


[Siccome il K jA ottenuto è minore del K jA di entrambi i case, occorre per entrambi un dissipatore]

A questo punto ricordando che K jA = K jC + K d abbiamo:

TO3: 30°C/W = 5°C/W + K d ⇒ K d = 25°C/W

TO220: 30°C/W = 5,5°C/W + K d ⇒ K d = 24,5°C/W

Kd non può superare il valore 25°C/W nel primo caso e il valore 24,5°C/W nel secondo caso, ma può avere un valore
inferiore, e ciò significa utilizzare un dissipatore più potente.

Per concludere, ricordiamo che la valutazione di quanta potenza utilizza una scheda o un componente è di fondamentale
importanza. Infatti:

1. esistono problemi di temperatura: la potenza in qualche modo DEVE essere dissipata


2. l’alimentatore deve essere in grado di fornire la potenza necessaria (ho così dei vincoli sulle “dimensioni” del Power
Supply)

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 1- Introduzione

CAPITOLO 1

SOMMARIO

1.1. Definizioni di segnale analogico e segnale discreto (o digitale)..................................................................................................... 1


1.1.1. Conversione analogico - digitale.................................................................................................................................................. 1
1.2. Panoramica sui circuiti analogici più diffusi....................................................................................................................................... 2
1.2.1. Amplificatori.................................................................................................................................................................................... 2
1.2.2. Filtri.................................................................................................................................................................................................. 3
1.2.3. Circuiti non lineari.......................................................................................................................................................................... 4
1.2.4. Generatori di forme d’onda............................................................................................................................................................ 4
1.2.5. Alimentatori (Power Supply)........................................................................................................................................................ 4
1.3. Panoramica sui circuiti digitali.............................................................................................................................................................. 5
1.3.1. Sistemi misti (analogici - digitali).................................................................................................................................................. 5
1.4. Problematiche di progetto..................................................................................................................................................................... 6
1.5. Considerazioni termiche........................................................................................................................................................................ 7
1.5.1 Esempio ............................................................................................................................................................................................. 9

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 11


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 2 - Segnali e circuiti logici - Famiglia TTL

CAPITOLO 2

SEGNALI E CIRCUITI LOGICI - Famiglia TTL

2.1. Definizione di segnale logico


Riferendoci a circuiti logici che lavorano fondamentalmente in 2 stati, cerchiamo di capire in che modo si definisce l’1 logico
e lo 0 logico, ossia il vero ed il falso.
La grandezza che normalmente si utilizza per individuare uno stato logico, dal punto di vista esterno del componente, è un
livello (o una fascia di livelli) di tensione.
Quasi tutti i sistemi logici hanno una sola alimentazione che normalmente è positiva (fig 2.1).
+ Val

[DGND = Digital Ground]

DGND Fig 2.1

L’unica eccezione è la famiglia logica ECL che ha un’alimentazione a -5,3 V; questo logica è però utilizzata per circuiti
analogici. Più precisamente, la logica ECL è non saturata, mentre la logica che vedremo noi è saturata.

2.1.1. Assegnazioni logiche, logica positiva e negativa

Se si associa all’1 logico la tensione di alimentazione (Val) e allo 0 logico la tensione di riferimento (DGND), allora si parla di
LOGICA POSITIVA; in caso contrario si parla di LOGICA NEGATIVA. Noi, salvo avviso contrario, lavoreremo sempre in
logica positiva. Nota: per evitare ambiguità, sui data sheet non compaiono 1 logico e 0 logico, ma H (High) e L (Low), in
riferimento al livello di tensione.

Val
} fascia dell’1 logico

LOGICA POSITIVA

} fascia dello 0 logico


DGND
Fig 2.2

Val
} fascia dello 0 logico

LOGICA NEGATIVA

} fascia dell’1 logico


DGND Fig 2.3

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 2 - Segnali e circuiti logici - Famiglia TTL

ATTENZIONE: non bisogna confondere i termini logica positiva e logica negativa con i termini segnale attivo basso e
segnale attivo alto; infatti quando un segnale è attivo basso significa che la funzione che questo svolge viene eseguita se
sulla linea esiste uno 0 logico:
In fig. 2.4 è raffigurato un esempio di segnale attivo basso.

RESET Tipicamente i segnali più importanti sono attivi bassi (Interrupt request,
Bus request, Reset, ..).

Fig 2.4

I valori tipici della tensione di alimentazione Val sono i seguenti:

5V: nella stragrande maggioranza dei casi (TTL e CMOS)


15 V: tipico dei CMOS della serie 4000 (unici omologati spazio)
3,3 V : tensione nuova (1992); logica CMOS a basso livello ditensione (Low Voltage CMOS) per ridurre la
potenza.

2.1.2. Definizione delle fasce e dei margini dell’uno e dello zero logico

Oltre ai valori di alimentazione è importante definire le fasce dell’1 e dello 0 logico, in ingresso e in uscita, al fine di
permettere la compatibilità (per la tensione) tra i componenti che devono comunicare. In pratica il valore logico in uscita da
un componente deve essere riconosciuto dal componente che si trova a valle.

Per esempio consideriamo un INVERTER (elemento in grado di fare la funzione NOT), rappresentato in fig 2.5.

A A

Fig 2.5

Ora mettiamo in cascata 2 inverter alimentandoli con una tensione Ve ed andiamo a misurare la tensione in uscita dal primo
inverter, cioé Vu (fig 2.6).

Vu
VOH
Ve Vu

V0 L
Ve
VIL VIH
Fig 2.6

VOH = Valore della tensione di uscita quando in ingresso c’è uno 0 logico
VOL = Valore della tensione di uscita quando in ingresso c’è un 1 logico
VIL = Valore massimo della tensione di entrata per cui l’inverter riconosce uno 0 logico
VIH = Valore minimo della tensione di entrata per cui l’inverter riconosce riconosce un 1 logico

In questo modo si individuano due fasce di riconoscimento:

0 < Vi < VIL affinché l’inverter riconosca uno 0 logico, la tensione in ingresso deve essere minore
di VIL

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 2 - Segnali e circuiti logici - Famiglia TTL

Vi > VIH affinché l’inverter riconosca un 1 logico, la tensione in ingresso deve essere
maggiore di VIH

Inoltre, affinché i due inverter possano comunicare, occorre rispettare le seguenti condizioni:

VOH > VIH la tensione in uscita dal primo inverter corrispondente all’1 logico deve essere maggiore della sogli
di riconoscimento dell’1 logico da parte del secondo inverter
VOL < VIL la tensione in uscita dal primo inverter corrispondente allo 0 logico deve essere minore della soglia
di riconoscimento dello 0 logico da parte del secondo inverter

Non tutti i componenti avranno gli stessi identici valori di VOH , VIH , VIL e VOL , quindi le condizioni sopra scritte vanno
migliorate in questo modo:

VOH MIN > VIH MAX Vu


VIL MIN > VOL MAX
VOH
min

Si definiscono:

VOH - VIH : margine dell’1


V0 L
VIL - VOL : margine dello 0 max Ve
VIL VIH
min max
Fig 2.7

margine dello 0 fascia di rumo re margine dell’1

VOL MAX VIL MIN VIH MAX VOH MIN


Fig 2.8

Per esempio, per la famiglia TTL, abbiamo questi valori:

margine dello 0 400 mV


Le condizioni che abbiamo visto per la compatibilità delle tensioni NON
margine dell’1 400 mV SONO SUFFICIENTI. Per esempio, le famiglie TTL e CMOS sono
VOL 0,4 V compatibili dal punto di vista della tensione, ma questo non significa che si
VIL 0,8 V possano utilizzare insieme in un circuito senza badare alle correnti in gioco;
così facendo il circuito non funzionerebbe. Occorre infatti considerare
VOH 2,4 V
anche le correnti che i componenti sono in grado di assorbire e di erogare.
VIH 2V

Consideriamo di nuovo due inverter in


cascata (fig 2.5), e vediamo le definizioni e
IOH IIH le condizioni da rispettare relative alle
correnti.
Seguendo la convenzione dei bipoli,
consideriamo positive le correnti entranti
negli inverter, IOL e IIH , e negative le
IOL IIL correnti uscenti, IOH e IIL .
Fig 2.9

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 2 - Segnali e circuiti logici - Famiglia TTL

ATTENZIONE: a prima vista si potrebbe subito dire che , IOH = IIH e , IOL = IIL , ma non è così, perché la definizioni di queste
correnti sono diverse.
IOH : è la corrente che il componente è in grado di erogare rispettando il margine dell’1 logico.
IOL : è la corrente che il componente è in grado di assorbire rispettando il margine dello 0 logico.
IIH : è la corrente che il componente richiede quando ha in ingresso un 1 logico.
IIL : è la corrente che il componente fornisce quando ha in ingresso uno 0 logico.

Devono essere rispettate le seguenti condizioni:

| IOH | > | IIH |


in questo modo il componente a monte è in grado di pilotare il componente a valle
| IOL | > | IIL |

E’ possibile calcolare quanti componenti a valle è in grado di pilotare il componente a monte:

 IOH IOL 
FAN OUT = min  , 
 IIH I IL 

NOTA BENE: calcolare il fan out in questo modo ha senso solo in un sistema con componenti della stessa famiglia (e che
quindi hanno gli stessi valori di corrente). Altrimenti occorre vedere caso per caso quali componenti collego tra loro e di che
quantità di corrente hanno bisogno.

2.2. Temporizzazioni
Le caratteristiche di tensione e corrente viste ora sono caratteristiche STATICHE. Altre caratteristiche importanti sono
quelle DINAMICHE, cioé relative al tempo, e sono fondamentali per il corretto funzionamento di un circuito.

2.2.1. Tempo di salita / tempo di discesa (Rising time, Fall time)

Se un segnale varia tra due livelli di tensione (o di corrente) e se


chiamiamo ∆ la differenza tra i 2 livelli, allora si definisce tempo di salita il
tempo che il segnale impiega per passare da un valore pari a 0.1∆ a un
∆ valore pari a 0.9∆, indipendentemente dal modo in cui il segnale sale (fig
2.10). Analogamente il tempo di discesa è il tempo che il segnale impiega
per passare da un valore pari a 0.9∆ a un valore pari a 0.1∆.

Fig 2.10

Consideriamo per esempio il circuito di fig. 2.11b. R

V1
V1
V2
A
C

Fig 2.11a Fig 2.11b

L’alimentatore V1 eroga una tensione con l’andamento temporale raffigurato nel grafico di fig 2.11a. Noi vogliamo calcolare
l’andamento della tensione V2 e il suo tempo di salita. Nel grafico in fig. 2.12 è rappresentato l’andamento di V1 e di V2.

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V1 Scriviamo l’equazione che ci da V2 in funzione del tempo:

−t
A  
0.9A V 2 = A 1 − e 
RC
 
− t1 −t 1
 
V2 0.1A = A 1 − e RC  → e RC = 0.9
0.1A  
t1 t2  −t 2
 −t 2
0.9 A = A 1 − e  → e RC = 01
RC
.
Fig 2.12  

Dividendo la seconda equazione per la terza, e chiamando t r = t 2 - t1 :

tr

e R C = 9 → t r = RC log 9

1 0.35
Se chiamo f = ottengo tr ≅ .
2πRC f

Conoscendo R e C possiamo calcolare il tempo di salita e da questo la massima frequenza che il sistema può sopportare. Per
avere un piccolo tempo di salita occorrono resistenze piccole e basse capacità. Ma resistenze piccole significa avere correnti
elevate, e dunque potenze elevate. Per avere invece capacità piccole occorre migliorare la tecnologia di costruzione.

2.2.2. Tempo di propagazione (Propagation time o Delay time)

La definizione data prima è del tutto generale, mentre questa e quelle che seguono si applicano ai segnali LOGICI.

Consideriamo un componente logico, per esempio un inverter,


Se Su con un segnale di entrata Se e un segnale di uscita Su. Le
variazioni di Su seguono le variazioni di Se con un certo
ritardo. Questo ritardo è il tempo di propagazione: t p o t d .

Con riferimento alla figura 2.13:


0.5∆V
Se ∆V
tpHL: tempo di ritardo della transizione H→L
dal punto di vista dell’USCITA.
tpLH: tempo di ritardo della transizione L→H
Su ∆V
dal punto di vista dell’USCITA.
0.5∆V

tpHL Fig .2.13

tpHL + tpLH
Se non specificato, si intende tp = .
2
I tempi di di propagazione t pHL e t pLH sono normalmente diversi perché all’interno del componente sono due diversi circuiti a
essere coinvolti (fig 2.14).

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Val swH aperto, swL chiuso : U= 0


swH chiuso, swL aperto : U= 1
swH Questo circuito rappresenta una semplificazione didattica di uno stadio finale
di un circuito logico reale. Nella transizione 0→1 viene coivolto un circuito
U
logico differente da quello coinvolto nella transizione 1→0, e questo spiega i
tempi di commutazione differenti.
swL

Fig 2.14

Oltre al semplice tempo di propagazione t p , esistono altri due valori significativi per le famiglie logiche:

• Power gate: potenza media consumata per gate


• tp ⋅ P : tempo di propagazione per Power gate

Entrambi i valori devono essere il più possibile piccoli.

2.2.3. Tempo di setup, tempo di hold

Supponiamo di avere un circuito con due ingressi, S1 e S2 . Il segnale S2 è un clock e il suo andamento è raffigurato in fig.
2.15a.

S2
Supponiamo inoltre che il circuito venga attivato ad ogni fronte di salita
del clock S2. L’andamento del segnale S1 è quello mostrato in figura 2.15b.
t Possiamo individuare due tempi importanti legati al segnale S1 e alla
temporizzazione tramite S2.
Fig 2.15a Il primo si chiama tempo di setup, tSU , ed è il tempo in cui il segnale deve
S1 rimanere stabile prima del fronte di salita che attiva il circuito.
Il secondo si chiama tempo di hold, t H, e ha due definizioni. Nel caso in cui
tSU tH ci si riferisca ai flip flop, è il tempo minimo in cui il segnale deve rimanere
stabile dopo il fronte di salita; nel caso in cui ci si riferisca alle memorie,
t questo temp o è imposto dalle specifiche, ed è il tempo in cui il dato viene
mantenuto stabile dalla memoria (rivedremo meglio queste definizioni).
Fig 2.15b

2.3. Famiglia TTL e sue derivate

2.3.1. Introduzione

La prima famiglia logica che vediamo è la TTL (Transistor Transistor Logic), famosa e diffusissima, il cui componente base è
la porta NAND. Come vedremo, nella famiglia CMOS il componente base è una porta NOR.
I componenti TTL hanno un nome con questo formato:

7 4 x x x N N N ...
5 4 x x x N N N ...

Il primo nome denota la serie commerciale, il secondo la serie militare. Al posto delle x ci sono due o tre lettere che
caratterizzano il tipo di famiglia, mentre al posto delle N c’è un numero progressivo che indica il modello.

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nessuna è il modello base che ormai non esiste più


lettera
L Low Power
H High speed
S Schottky
LS Low Power Schottky
AS Advanced Schottky
ALS Advanced Low Power Schottky
F Fast

L e H: queste famiglie sono uguali al modello base eccetto che nel valore delle resistenze (10 volte più grandi nel caso della
L, 10 volte più piccole nel caso della H)
S, LS: si differenziano come prima per il valore delle resistenze, ma in più compare il diodo Schottky
AS, ALS, F: sono circuiti totalmente riprogettati

2.3.2. I modelli 5400 e 7400

Analizziamo le caratteristiche dei seguenti modelli: 5400 e 7400.

Note varie dalla lettura dei data sheet:

• Il diodo Schottky è rappresentato con questo simbolo:

• Absolute maximum ratings: 7V è la massima tensione di alimentazione al di sopra della quale il costruttore non garantisce
l’integrità del circuito.

Vu
• Dalla fig. 2.16: nota che IOH e IOL hanno
VOH =2.4 valori molto diversi:
min IOH = -0.4 mA (negativa perché
uscente)
IOL = 16 mA (positiva perché entrante)
Questa asimmetria è tipica delle logiche
TTL. Una TTL può pilotare bene altri
componenti con lo 0 logico in uscita,
perché il tal caso assorbe una corrente
V0 L =0.4 molto più grande.
Vi
max
VIL =0.8 VIH =2 Fig 2.16
• Nota la presenza di una colonna intitolata test conditions. I risultati dei test dipendono fortemente dalle condizioni in cui
sono stati eseguiti. Quando si fa un progetto occorre mettersi sempre nelle condizioni peggiori possibili.
• Il valore di VOH dipende dalla tensione di alimentazione e deve rispettare un valore minimo. Le condizioni di test sono le
peggiori: alimentazione minima e corrente erogata massima.
• |IOH | / |IIH |= 0.4 / 0.04 mA = 10 |IOL| / | IIL | = 16 / 1.6 = 10 → FANOUT=10
(Se i due valori fossero differenti, si considererebbe il minimo valore tra i due)
• II è la corrente in ingresso quando la tensione di ingresso è la massima possibile, cioé 5.5 V.
• ICCH è la corrente che entra nel piedino dell’alimentazione (e che alimenta le 4 porte del dispositivo) quando la tensione in
ingresso VI = 0.
• Il valore di Power/gate per questa famiglia è circa 10 mW/gate
• Caratteristiche dinamiche: il valore che si può considerare come riferimento è di 10 ns.
• Di conseguenza il valore del prodotto P⋅tP è pari a circa 100 pJ.

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2.3.3. I modelli 54LS00 , 74LS00

Note varie dalla lettura dei data sheet:


• Nota che la corrente IOL vale 4 mA per la 54LS00 e 8 mA per la 74LS00. Questo significa che, una 54LS00 è in grado di
pilotare solo 2 porte 5400 (una 75LS00 può pilotare 5 porte 7400). Però una 54LS00 è in grado di pilotare 10 porte 54LS00
(una 74LS00 può pilotare 20 porte 74LS00).
• Il valore di VOH è un po’ più alto, vale 2.7 V invece di 2.4, e questo migliora il margine di errore, che passa da 400 mV a 700
mV.
• ICCH è più basso rispetto a prima, e questo significa che consuma meno corrente
• I tempi di commutazione sono paragonabili con quelli della famiglia 5400-7400
• Il Power/gate vale 2 mW e questo valore conferma il minor consumo della famiglia LS
• Il prodotto P⋅tP vale 20 pJ

2.3.4. I modelli 54S00, 74S00

Note varie dalla lettura dei data sheet:


• IOH = -1 mA, IOL = 20 mA : le correnti sono superiori rispetto al modello LS
• IIH = 0.05 mA, IIL = -2 mA : anche qui le correnti hanno valori più grandi
• |IOH | / | IIH | = 1 / 0.05 mA = 20 |IOL | / | IIL | = 20 / 2 mA = 10 → FANOUT = 10
• ICCH il consumo di corrente è superiore rispetto alle due famiglie già viste
• Il valore del Power/gate = 20 mW, cioé consuma parecchio di più
• Però i tempi di commutazione sono più corti (intorno ai 3 ns)

2.3.5. I modelli 54ALS00, 74ALS00

Note varie dalla lettura dei data sheet:


• Il valore della VOH è legato al valore dell’alimentazione dalla relazione VOH = VCC - 2; siccome il minimo raccomandato è VCC
= 4.5 V, il minimo valore di VOH risulta essere pari a 2.5 V.
• Il FANOUT per l’1 logico è pari a 20, per lo 0 logico è pari a 40-80; quindi il FANOUT è 20.
• Il consumo di corrente è piuttosto basso (ICCH = 0.5 mA)
• Il Power/gate è di 1,2 mW/gate
• I tempi sono dell’ordine dei 5 - 7 ns

2.3.6. I modelli 54AS00, 74AS00

Note varie dalla lettura dei data sheet:


• Nota la corrente IOL = 20 mA, più grande della ALS ma come la S. La corrente IOH = -2 mA è molto grande.
• Power/gate = 8 mW/gate

2.3.7. I modelli 5403, 54LS03, 54S03: open collector outputs


Val Lo stadio finale (cioè l’uscita) di un dispositivo
logico si chiama TOTEM POLE quando è simmetrica,
swH cioé quando si può modellare con due interruttori
(fig. 2.17a). Se invece manca il primo interruttore, e
U U quindi si ha l’output libero, si ottiene un uscita di tipo
OPEN-COLLECTOR (fig.2.17b).
swL swL

Fig 2.17a Fig 2.17b


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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 2 - Segnali e circuiti logici - Famiglia TTL

Le famiglie viste finora presentavano le uscite totem pole (vedi diagrammi sui data sheet); invece le famiglie 5403, 54LS03 e
54S03 presentano un uscita open-collector. Sui diagrammi l’uscita è rappresentata come in figura 2.18.

OUTPUT
Nella terminologia bipolare l’ouput è detto collettore (quindi abbiamo gli open
collector), nella terminilogia CMOS è chiamato drain (quindi abbiamo gli open
drain).

Fig 2.18

Quando SW L= ON, cioé chiuso, sull’output c’è una tensione pari al ground,
U quindi U=0; quando SW L = OFF, cioé aperto, sull’output c’è una tensione
indefinita, fluttuante (Fig. 2.19).
swL Si usa allora collegare l’uscita all’alimentazione tramite una resistenza di
PULL-UP, in modo che U assuma un valore definito e costante (Fig. 2.20).

Fig 2.19

VCC
Il puntino sopra alla porta è una notazione NON STANDARD
che useremo per indicare l’uscita open-collector (fig . 2.21).

Fig 2.20

Vediamo due applicazioni importanti dell’uscita open-collector. La prima consiste nel pilotare tramite una porta TTL open-
collector un carico che necessita di una tensione maggiore di 5 Volt, ad esempio una bobina di un relais:

VCC=15 V

Fig 2.21

La seconda applicazione consiste nel realizzare il wired-OR. Questo è una tecnica per connettere vari componenti a una linea
comune in modo tale che se almeno un componente commuta a 0, la linea va a 0; dal punto di vista logico si comporta come
un OR: VCC

Fig 2.22a Fig 2.22b

Un componente logico come quello in fig. 2.22a è irrealizzabile, specialmente se il numero di fili ingresso è elevato. Con la
struttura raffigurata in fig. 2.22b si realizza invece l’OR cablato: è sufficiente che una qualunque delle porte commuti a 0
affinché la linea assuma potenziale 0, e rimane tale anche se altre porte commutano a 0. Questo comportamento sarebbe
impossibile con l’uscita totem pole, perché con una porta a 0 e contemporaneamente una porta a 1 si avrebbe corto circuito.

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 2 - Segnali e circuiti logici - Famiglia TTL

2.3.8. I modelli 54LS240-41-44, 54S240-41-44: octal buffers and line drivers

Buffer: è un dispositivo che separa e unisce due mondi con caratteristiche diverse. Per svolgere questo compito i buffer
hanno bisogno di avere un comportamento a tre stati, tri-state, e devono essere in grado di erogare/assorbire una quantità
di corrente superiore al normale.Questo significa che consumano molta corrente e scaldano molto.
Line drivers: sono dispositivi che svolgono il compito di buffer (quindi possono andare in tri-state) e devono essere in
grado di pilotare grandi carichi capacitivi, e quindi sono capaci di erogare/assorbire quantità di corrente superiori alla norma.

Il terzo stato è uno stato di alta impedenza all’uscita comandabile tramite un segnale logico (fig 2.23).

Val
Quando il componente va in tristate si apre il terzo switch,
swH che isola il componente dal suo carico (questo è sempre n
modello puramente didattico).
U

swL

Fig 2.23

Note varie dalla lettura dei data sheet:

• Il comportamento a isteresi in ingresso è molto importante (lo vedremo meglio) e serve in questo caso per rendere
insensibile il dispositivo ai disturbi sulla linea. In generale, un dispositivo che si comporta come un buffer deve avere in
ingresso un comportamento a isteresi.
• Nota che le correnti in uscita hanno valori più simmetrici: IOH = -12 e IOL = 12 (nella 54). In particolare è stato aumentato il
valore di IOH .
• IOZH e IOZL sono correnti di perdita che esistono nello stato di alta impedenza. Idealmente in questo stato la porta si
dovrebbe comportare come un circuito aperto, ma in pratica c’è sempre una corrente di perdita.
• Nota che il FANOUT è alto: 12 / 0.02 mA = 600 , 12 / 0.2 = 60 → FANOUT = 60
• I buffer consumano in generale molta corrente appunto perché sono in grado di erogarne molta. ICC = 17-32 mA (nota:
assorbimento dell’intero componente, non di ogni singolo gate del componente).
• Normalmente il tempo di attacco (t PZL o t PZH) è maggiore del tempo di stacco (t PLZ o t PHZ). In questo modo ci si assicura
che in nessun istante due porte siano collegate contemporaneamente alla linea. Invece avere la linea staccata, fluttuante,
è un problema che si può risolvere (lo vediamo tra poco).
• Nota che i tempi si commutazione sono piuttosti elevati

Una linea a cui sono collegati vari componenti con uscita tri-state deve essere sempre “terminata”.

Quando entrambe le porte sono in alta impedenza, la tensione


alla quale si trova la linea è ignota e fluttuante, perché raccoglie
moltissimi disturbi (fig 2.24). Per ovviare a questo problema
posso mettere una resistenza di pull-up verso l’alimentazione,
oppure, ancora meglio, fare un partitore (fig 2.25).

Fig 2.24
Le resistenze che formano il partitore hanno valori bassi,
per esempio 180 ohm per la resistenza di pull-up e 330
ohm per la resistenza di pull-down.
Comunque, il valore di tensione della linea deve essere
sempre noto e la linea deve avere un basso valore di
impedenza. Infatti una linea con alta impedenza raccoglie
facilmente una marea di disturbi e li trasmette ai vari
Fig 2.25 componenti ad essa collegata.

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 10


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 2 - Segnali e circuiti logici - Famiglia TTL

2.4. Osservazioni finali sulla famiglia TTL


1) Una TTL è composta normalmente da 3 stadi:

ingress intermedio uscita


o

I primi due stadi sono sempre alimentati, quindi la logica TTL consuma corrente indipendentemente dal suo stato. Lo stadio
di uscita è rappresentabile con due interruttori (vedi fig. 2.17a) che si aprono e si chiudono determinando l’1 o lo 0 logico.
Durante la commutazione c’è un istante in cui entrambi gli interruttori sono chiusi; durante questo brevissimo tempo la TTL
assorbe corrente: si tratta si un assorbimento impulsivo (fig 2.26).

corrente
Questo comportamento provoca disturbi che devono
tensione essere filtrati mediante un condensatore di by-pass posto
nelle immediate vicinanze del circuito.

Fig 2.26

2) Vediamo meglio la caratteristica ingresso-uscita di una porta TTL:

Nel punto indicato dalla freccia (fig 2.27a) avviene un fenomeno


di reazione positiva (in entrambi i sensi). Questo significa che
una volta iniziata la transizione, questa procede rapidamente
alla conclusione senza possibilità di tornare indietro. La
reazione positiva facilita la transizione portando il sistema fuori
dalla linearità. Questo è il motivo della notevole velocità di
questa famiglia logica.

1V Fig 2.27a
Invece per la famiglia CMOS la caratteristica presenta una
zona di linearità (fig. 2.27b). Questo significa che la tensione
di uscita può mantenere qualunque valore tra l’1 e lo 0 logico.
Non avviene nessuna reazione positiva.

Fig 2.27b

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 11


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 2 - Segnali e circuiti logici - Famiglia TTL

CAPITOLO 2

SOMMARIO

2.1. Definizione di segnale logico ............................................................................................................................................................... 1


2.1.1. Assegnazioni logiche, logica positiva e negativa ..................................................................................................................... 1
2.1.2. Definizione delle fasce e dei margini dell’uno e dello zero logico ........................................................................................... 2
2.2. Temporizzazioni...................................................................................................................................................................................... 4
2.2.1. Tempo di salita / tempo di discesa (Rising time, Fall time)....................................................................................................... 4
2.2.2. Tempo di propagazione (Propagation time o Delay time)......................................................................................................... 5
2.2.3. Tempo di setup, tempo di hold ..................................................................................................................................................... 6
2.3. Famiglia TTL e sue derivate ................................................................................................................................................................. 6
2.3.1. Introduzione .................................................................................................................................................................................... 6
2.3.2. I modelli 5400 e 7400....................................................................................................................................................................... 7
2.3.3. I modelli 54LS00 , 74LS00............................................................................................................................................................... 8
2.3.4. I modelli 54S00, 74S00 .................................................................................................................................................................... 8
2.3.5. I modelli 54ALS00, 74ALS00......................................................................................................................................................... 8
2.3.6. I modelli 54AS00, 74AS00.............................................................................................................................................................. 8
2.3.7. I modelli 5403, 54LS03, 54S03: open collector outputs.............................................................................................................. 8
2.3.8. I modelli 54LS240-41-44, 54S240-41-44: octal buffers and line drivers .................................................................................. 10
2.4. Osservazioni finali sulla famiglia TTL............................................................................................................................................... 11

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 12


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 3 - Segnali e circuiti logici - Famiglia CMOS

CAPITOLO 3

SEGNALI E CIRCUITI LOGICI - Famiglia CMOS

3.1. Famiglia logica CMOS e sue derivate

3.1.1. Considerazioni generali sulla famiglia CMOS

I circuiti CMOS (Complemetary MOS) sono composti da circuiti pMOS e nMOS (vedi esercitazioni). Sono stati pensati per
consumare poca corrente in condizione statica e per avere flessibilità nel valore della tensione di alimentazione.

Per semplicità didattica, possiamo pensare a un circuito CMOS come al solo stadio finale di una TTL (fig 3.1).

Val Non accade MAI che entrambi gli interruttori siano chiusi, e questo
significa che non c’è assorbimento statico di corrente (vedremo che il
carico si comporta come un condensatore). Durante la commutazione
invece si ha un assorbimento di corrente,e si può dimostrare che la
potenza utilizzata da un CMOS cresce proporzionalmente con la
frequenza di commutazione.
Fig 3.1
P Come si vede da grafico di fig. 3.2, la potenza dissipata da una porta
CMOS diventa paragonabile con la potenza dissipata tipicamente da
TTL
una porta TTL quando la frequenza raggiunge i 4-6 Mhz; oltre al
questa frequenza la CMOS consuma più potenza della TTL.
Al contrario, un CMOS che non commuta non consuma
f praticamente nulla. In un sistema, mediamente, molti circuiti sono
fermi, cioé non commutano, quindi, in definitiva, un sistema
4-6Mhz composto da CMOS consuma meno di un sistema equivalente
composto da TTL.
Fig 3.2

Un dispositivo CMOS (ma vale anche per MOS e FET) all’ingresso si


presenta come un condensatore (fig 3.3). Questo significa che un
CMOS CMOS, per pilotarne un altro, deve essere in grado di pilotare un
condensatore, quindi deve caricarlo e scaricarlo. Al fine del calcolo
della potenza consumata da un CMOS, posso utilizzare il seguente
modello semplificato rappresentato in fig. 3.4.
Fig 3.3

Val Poniamo che la commutazione avvenga con una frequenza f=1/T


(T=periodo). Quando sw1 è chiuso e sw2 aperto, avviene il
sw1 carica caricamento del condensatore: il suo potenziale aumenta fino al
valore Val. Quando viceversa sw1 è aperto e sw2 è chiuso, avviene la
scarica del condensatore: la corrente fluisce verso massa e il
sw2 potenziale del condensatore va a zero.

scarica

Fig 3.4

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Se Q è la carica che si accumula sul condensatore in un tempo pari al periodo T di commutazione, la corrente MEDIA è:
Q CV
Im = cioè Im =
T T

dove V, la tensione sul condensatore quando ha la massima carica, è praticamente uguale alla tensione di alimentazione (le
resistenze del componente sono piccole quindi nel tempo T il condensatore si carica praticamente fino alla sua capacità).
Nota bene: la potenza va calcolata moltiplicando una tensione CONTINUA con una corrente CONTINUA; non posso
moltiplicare tra loro grandezze non omogenee. In questo caso considero la corrente media calcolata prima, perché il valore della
corrente durante la commutazione non è costante:

P = Val ⋅ Im = Val 2 ⋅ C ⋅ f
Da qui vediamo come la relazione tra potenza assorbita e frequenza sia LINEARE.

Per quanto riguarda il calcolo del FANOUT, non basta considerare semplicemente il rapporto tra corrente in uscita e in ingresso,
ma occorre considerare anche il carico capacitivo. Staticamente i CMOS hanno un FANOUT “infinito”, nel senso che, non
consumando corrente, posso collegare un CMOS ad un numero qualunque di CMOS senza problemi. Ma quando commutano le
cose cambiano: siccome il CMOS in ingresso si presenta come una capacità da caricare e scaricare, un dispositivo CMOS che
deve pilotarne un altro deve essere in grado di pilotare delle capacità, e quindi deve essere in grado di erogare sufficiente
corrente e dunque potenza, che abbiamo visto essere proporzionale alla frequenza.
Nei datasheet, come vedremo, viene fornito un valore di capacità equivalente che modellizza il comportamento dell’intero
componente (in altre parole l’intero componente, ai fini del calcolo della potenza, viene visto come un condensatore). Tale
valore è quello da inserire nella formula appena vista per calcolare la potenza assorbita da un CMOS.

3.1.2. CMOS della serie 4000

La serie 4000 è stata la prima famiglia CMOS ed è nata in origine per applicazioni di tipo spaziale (ancora adesso è l’unica
qualificata spazio). Infatti è stata concepita per avere un basso consumo e grande flessibilità sui valori della tensione di
alimentazione (in modo da poter essere alimentata da fonti instabili, come le batterie).

Note varie dalla lettura dei datasheet:

• Nota la grande flessibilità sulla tensione di alimentazione (da -0.5V a 18 V)


• La potenza dissipata massima (cioè quando la frequenza è massima) è di 400 mW
• Il valore di Tj è pari a 150 °C (non c’è sul datasheet)
• Il valore minimo di funzionamento per la tensione di alimentazione è 3 V. Tra i 2 e i 3 Volt non funziona ma mantiene
l’informazione
• Guardando le caratteristiche elettriche quando all’alimentazione abbiamo 5 V, vediamo come i valori di tensione non siano
compatibili TTL: VIH = 3,5; questo significa che una TTL non è in grado di pilotare un CMOS, perché la TTL potrebbe
scrivere un 1 logico e il CMOS non riuscirebbe a interpretarlo correttamente. Al contrario un CMOS4000 potrebbe pilotare
una TTL per quanto riguarda le tensioni, ma ci sarebbe il problema delle correnti: allo 0 logico la TTL assorbe 16 mA e il
CMOS può erogarne 0,8-1 mA.
• Nota la maggior simmetria tra i valori di IOL e IOH (ma anche il il loro valore più basso rispetto alle TTL).
• La caratteristica ingresso-uscita di un CMOS ha una forma diversa rispetto alla caratteristica TTL.

A differenza della TTL, la transizione nei CMOS è lineare (fig 3.5). Inoltre la
transizione avviene sempre ad una tensione pari alla metà di quella di
alimentazione, mentre nelle TTL avviene circa al valore di 1 V. Nel caso
dell’alimentazione a 5 V, la transizione avviene a 2,5 V e le soglie dello 0 e 1 logico
sono 1,5 e 3,5 V.

Val/2 Fig 3.5

• Nota come il valore di VOH sia molto vicino al valore di VAL e il valore di VOL sia vicino a 0

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• Il valore CIN è la capacità d’ingresso, cioè il valore della capacità che modelizza l’intero componente. Pilotare questo
CMOS4000 significa pilotare una capacità pari a 7,5 pF.
• Nota come il valore di CIN rimanga costante all’aumentare della tensione di alimentazione (5, 10, 15V). Infatti questo valore
dipende solamente dalle caratteristiche geometriche del circuito. In compenso aumentano le correnti in uscita, e questo
comporta una maggiore capacità di caricare/scaricare le capacità dei CMOS a valle, e quindi una maggiore velocità di
commutazione. In conclusione, per aumentare la frequenza occorre aumentare la tensione di alimentazione.
• Questo discorso si evidenzia nei grafici che riportano i tempi di propagazione in confronto alla tensione di alimentazione. Si
vede come questi tempi diminuiscano al crescere di VDD. Comunque si possono notare dei tempi abbastanza superiori a
quelli della TTL.
• Inoltre si può notare la relazione esistente tra i tempi di propagazione e la capacità di carico, cioè la capacità pilotata.
• La figura 7.5 mostra la caratteristica ingresso uscita, e si può notare come la transizione avvenga sempre alla tensione Val/2
• La figura 7.6 è importante perché mostra la dissipazione di potenza in relazione alla frequenza. Qui si vede come alla
frequenza di qualche Mhz la potenza dissipata sia pari a 10 mW, paragonabile alla TTL.
• Nella globalità, una CMOS4000 ha un valore di P⋅tp peggiore della TTL.

3.1.3. CMOS della serie HC, HCT

Per costruire logiche più veloci ma sempre a basso consumo sono state progettate le famiglie HC e HCT; in queste famiglie
troviamo reimplementati i componenti della serie 4000 e i componenti TTL della serie 74.
La famiglia HC è compatibile CMOS, la serie HCT è compatibile, a livello di tensione, con la TTL.
Per ottenere questa compatibilità queste famiglie hanno dovuto rinunciare alla flessibilità sul valore della tensione di ingresso,
che ora è fissata a 5 V (o,meglio, può variare tra 2 e 6 V).

Note varie dalla lettura dei data sheet (54HC00 e 74HC00):

• Nel paragrafo Operating Conditions compare la dicitura: Input Rise or Fall Time; questo è il tempo massimo consigliato in cui
deve avvenire la transizione della porta. Durante la transizione, infatti, il dispositivo è in linearità, quindi consuma corrente.
Logicamente, al crescere della tensione di ingresso (da 2V a 6 V), il consumo di corrente aumenta e infatti sono indicati dei
tempi di transizione decrescenti.
• La tensione VIH è pari a 3.5 V, quindi non è compatibile così com’è con una uscita TTL. Se, tramite una resistenza di pull up,
si alza la tensione di uscita della TTL, allora si può ottenere la compatibilità con questa CMOS
• Sia quando l’uscita è all’1 logico che allo 0 logico la corrente in uscita (IOUT) è abbastanza elevata, sufficiente per pilotare altri
dispositivi
• La simmetria dell’uscita porta ad avere gli stessi tempi di propagazione da 0 a 1 e da 1 a 0. Inoltre questo tempo (8 ns) è
paragonabile a quello delle TTL.
• La capacità CPD è una capacità equivalente che modellizza l’intero dispositivo e tiene conto delle reali capacità interne.
Quindi possiamo calcolare la potenza dissipata dal componente singolo con la formula:

P = f ⋅ Val 2 ⋅ CP D

• Se lo stesso componente deve pilotarne altri dello stesso tipo, dissipa un ulteriore quantità di potenza, calcolabile con la
stessa formula, ma ponendo la quantità CIN , che è la capacità vista dal pilotante:

P = F ⋅ Val 2 ⋅ Cin

Quindi, sommando i vari consumi di potenza, e tenendo conto della potenza (trascurabile) assorbita dal CMOS durante lo stato
di riposo, abbiamo:

n
VccIcc + fA ⋅ Val ⋅ CPD + ∑ fBi ⋅ Val 2 ⋅ CINi
2

i= 1

I dispositivi HCT, essendo leggermente più complessi, sono un po’ più lenti e presentano un valore CPD un po’ più alto.
Caratteristiche principali degli Advanced CMOS:
• miglioramento correnti in uscita

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• bassi consumi e bassa capacità d’ingresso


• tempi molto vicini alla logica TTL
• versione AC e ACT

La tecnologia BICMOS utilizza sia circuiti bipolari che circuiti CMOS. Per esempio i buffer della Texas Instruments sono realizzati
in tecnologia BICMOS.
Buffer tristate: questi particolari buffer cercano di ovviare al problema della terminazione della linea (vedi più indietro). Quando
tutti i dispositivi collegati al bus sono in tristate, la linea assume un potenziale non noto. Per evitare il problema, questi buffer
hanno al loro interno la terminazione per il bus, e non occorre più terminare la linea esternamente (fig 3.6).

BUS

Buffer Buffer
Fig 3.6

Infine, alcuni modelli hanno un meccanismo interno per cui, all’accensione, vanno nello stato di alta impedenza.

3.2. Esempi di circuiti sequenziali

3.2.1. Flip flop di tipo elementare

E’ possibile realizzare un flip flop con 2 porte NAND (fig 3.7).

M N U1 U2
M U1 1) 0 0 1 1
3) 0 1 1 0
3) 1 0 0 1
4) 1 1 memoria
U2
N

Fig 3.7

Nella configurazione M=1, N=1, il flip-flop mantiene le uscite precedenti, in particolare:

se passo dalla configurazione 2 alla 4, U1=1 e U2=0;


se passo dalla configurazione 3 alla 4, U1=0 e U2=1;

ma se passo dalla configurazione 1 alla 4, il risultato è impredicibile, perché dipende dalla diversa velocità delle due porte NAND.
Quindi la configurazione 1 è quella vietata.
Un applicazione dei flip flop è nei circuiti “anti-rimbalzo”, dove occorre ignorare i rimbalzi di tensione dovuti a interruttori,
switch, deviatori,ecc.

Invece delle porte NAND è possibile impiegare anche 2 porte NOR (fig 3.8).

M M N U1 U2
U1 1) 0 0 memoria
2) 0 1 1 0
3) 1 0 0 1
4) 1 1 0 0
U2
N
Fig 3.8

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In questo caso la configurazione vietata è la 4.

Flip flop SR (implementato con porte NOR)

S R Q S Q
0 0 mem
1 0 1
0 1 0 R Q
Fig 3.9

3.2.2. Flip flop sincronizzati con il segnale di clock

Non tutti i circuiti hanno lo stesso tempo di propagazione, quindi è praticamente impossibile sincronizzare tra loro i vari circuiti.
Se invece tutti i circuiti che compongono il sistema obbediscono a un segnale di temporizzazione comune, è possibile riuscire a
coordinare il loro comportamento. Si fa in modo che nel momento in cui scatta il segnale di temporizzazione tutti i possibili ritardi
dei vari circuiti siano sicuramente esauriti. Il clock è un segnale a due valori con una frequenza nota che attiva i circuiti in
corrispondenza dei suoi fronti. Il più semplice circuito attivato dal clock è appunto il flip flop.

simbolo del simbolo del simbolo di un circuito simbolo di un circuito


fronte di salita fronte di discesa attivato da fronti di salita attivato da fronti di discesa

In fig. 3.10 vediamo uno schema (puramente didattico) che illustra la struttura master-slave:

UC U3
M A U1 C
1 3

U2 U4
N 2 UD 4
B D

clock

Fig 3.10

Se CLOCK=0:
nelle porte NAND C e D entra uno 0, quindi UC=1 e UD=1; di conseguenza il flipflop costituito dalle porte 3 e 4 si trova in
configurazione di memoria; nelle porte A e B entra un 1, quindi U1= M e U2= N (vedi tabella di verità del flip flop).
Il primo stadio contiene un informazione che dipende dalle variazioni dell’ingresso, mentre il secondo stadio è bloccato sul
valore memorizzato e dunque insensibile alle variazioni di M e N.

Se CLOCK=1:

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 3 - Segnali e circuiti logici - Famiglia CMOS

nelle porte A e B entra uno 0, quindi U1=1 e U2=1; di conseguenza il flipflop costituito dalle porte 1 e 2 si trova in configurazione
di memoria; nelle porte C e D entra un 1, quindi U3= U1 e U4= U2. Il primo stadio è bloccato sul valore presente su M e N al
momento della transizione del clock, mentre il secondo stadio assume il valore che era presente nel primo stadio.

Questo significa che, da un punto di vista esterno, l’uscita segue l’ingresso ad ogni fronte di salita del clock (fig 3.11).

clock

ingresso

uscita

Fig 3.11

Il segnale di ingresso deve essere stabile per un certo intervallo prima del fronte di salita (tempo di setup) e per un certo
intervallo di tempo dopo il fronte di salita (temop di hold). In questo modo si evitano problemi dovuti ai ritardi intrinseci dei flip
flop. Infatti, se l’ingresso M e N cambiasse proprio in corrispondenza del fronte di salita, lo stato finale del flipflop risulterebbe
indeterminato.

Un segnale che attiva i circuiti in corrispondenza dei suoi livelli (e non dei fronti), si chiama ENABLE o STROBE. Il più semplice
circuito attivato dall’enable è il latch. Quando il latch è abilitato, si comporta come una porta “trasparente”, nel senso che
l’uscita segue l’ingresso in modo continuo; nel momento in cui il latch viene disabilitato, congela il valore presente al suo
ingresso. Lo schema di principio è rappresentato in fig. 3.12.

interruttore Il segnale di enable controlla l’interruttore; quando


l’interruttore è chiuso la tensione sul condensatore segue
C la tensione di ingresso; quando viene aperto, il
enable condensatore mantiene l’ultima tensione.
Fig 3.12

3.2.3 Tipi di flipflop

3.2.3.1 Tipo Set/Reset

preset I segnali di PRESET e CLEAR sono asincroni e servono per


S Q fornire un valore iniziale (1 o 0) al FF.

CK

R notQ

clear

3.2.3.2 Tipo JK
preset
J Q Q
J
CK

K notQ
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clear
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CK MASTER
SLAVE
K
notQ

Con questa configurazione, quando J=1 e K=1, l’uscita commuta, da Q a not Q.

3.2.3.3. Tipo D

preset
Nota: questo è uno schema didattico che va
Q
bene per far capire il principio di
funzionamento; nella realtà il flipflop D non
CK viene realizzato in questo modo.
notQ

D
clear

3.2.4 Contatori

Un esempio in cui vengono utilizzati il flipflop D è il contatore. Questo componente hanno lo scopo di contare, ad esempio, i
fronti di salita del clock. Allo stesso modo è possibile realizzare divisori di frequenza (fig 3.13).

clock

D Q
Q
not Q

Fig 3.13

Con questa configurazione realizzo un divisore di frequenza per 2.

Mettendo in cascata i flip flop posso realizzare un divisore di frequenza per 16 (fig. 3.14).

D D D D

not Q not Q not Q not Q

A B C D
Fig 3.14

not A not B not C not D contatore


0 0 0 0 0
1 0 0 0 1
0 1 0 0 2
1 1 0 0 3
0 0 1 0 4
1 0 1 0 5
0 1 1 0 6

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1 1 1 0 7
0 0 0 1 8
... ... ... ... ...
1 1 1 1 15

Leggendo il contenuto delle celle da destra a sinistra si ottiene il valore crescente del contatore, da 0 a 15. Questo tipo di
contatore di chiama RIPPLE COUNTER, ed è asincrono, infatti il clock no nè comune a tutti. Occorre modificare questa
configurazione e complicarla un po’ per ottenere un contatore sincrono.
In commercio esistono contatori chiamati DECADI e contatori ESADECIMALI, realizzati con 4 flip flop collegati in modo
sincrono. Ognuno di questi componenti può essere collegato in cascata con altri, in modo da realizzare contatori di modulo più
elevato.
I contatori più completi possono essere inizializzati con un valore, ne si può impostare la direzione di conteggio (UP O down) e il
modulo.
Esiste anche il contatore FREE RUNNING della Motorola, che non si ferma mai; è possibile impostare il suo modulo tramite uno
schema raffigurato in fig. 3.15.

CONTATORE
FREE RUNNING Nel latch impostiamo il valore al quale il contatore
deve arrivare per ottenere il segnale di OUT.

COMPARATORE OUT

LATCH

Fig 3.15

3.2.5. Shift register

In fig. 3.16 è rappresentato lo schema di principio dello shift register.

D Q D Q D Q D Q

Fig 3.16
Ad ogni colpo di clock l’informazione presente su un flipflop viene trasferita al flip flop che segue; è molto importante che i flip
flop abbiano una struttura master-slave, cioè introducano un ritardo noto e determinato, altrimenti, non appena introduciamo
un’informazione nel primo flipflop, tutti gli altri ricevono quell’informazione. I segnali di Preset e Clear servono per inizializzare il
registo con un valore.

Le applicazioni degli shift register sono diverse:


• introduce un ritardo noto al propagarsi dell’informazione
• può essere utilizzato come moltiplicatore o divisore per potenze di 2
• può essere utilizzato come memoria veloce di piccole dimensioni (registro interno)
• è utilizzato per le conversioni parallelo-seriale e viceversa

3.2.5.1. Conversioni seriale-parallelo e parallelo-seriale


La conversione parallelo - seriale (fig 3.17) trova applicazione in quelle situazioni in cui occorre trasferire tramite collegamento
seriale (RS232, coll. Video, via satellite...) informazioni memorizzate alla sorgente in modo parallelo.

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 3 - Segnali e circuiti logici - Famiglia CMOS

Affinché il trasferimento sia possibile, occorre che il clock della sorgente e della destinazione sia il medesimo, in ogni caso deve
essere possibile sincronizzare il trasmettitore con il ricevitore (fig 3.18).

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 3 - Segnali e circuiti logici - Famiglia CMOS

Pi

Parallel IN - Serial OUT (PiSo)


Si So Serial IN - Parallel OUT (SiPo)
Parallel IN - Parallel OUT (PiPo)
Serial IN - Serial OUT (SiSo)

Po
Fig 3.17

PiSo
SiPo Spesso non è possibile avere un segnale di clock
comune ai due dispositivi, in particolare quando la
distanza è troppo grande. In questi casi si trasmette il
segnale di clock direttamente sulla linea seriale, insieme
clock ai dati.
Per realizzare questa trasmissione ci sono diversi modi.
Fig 3.18

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 3 - Segnali e circuiti logici - Famiglia CMOS

CAPITOLO 3

SOMMARIO

3.1. Famiglia logica CMOS e sue derivate ........................................................................................................................................................1


3.1.1. Considerazioni generali sulla famiglia CMOS....................................................................................................................................1
3.1.2. CMOS della serie 4000 ..........................................................................................................................................................................2
3.1.3. CMOS della serie HC, HCT ..................................................................................................................................................................3
3.2. Esempi di circuiti sequenziali.......................................................................................................................................................................4
3.2.1. Flip flop di tipo elementare ...................................................................................................................................................................4
3.2.2. Flip flop sincronizzati con il segnale di clock....................................................................................................................................5
3.2.3 Tipi di flipflop..........................................................................................................................................................................................6
3.2.3.1 Tipo Set/Reset.................................................................................................................................................................................6
3.2.3.2 Tipo JK .............................................................................................................................................................................................6
3.2.3.3. Tipo D..............................................................................................................................................................................................7
3.2.4 Contatori ..................................................................................................................................................................................................7
3.2.5. Shift register...........................................................................................................................................................................................8
3.2.5.1. Conversioni seriale-parallelo e parallelo-seriale ........................................................................................................................8

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 4 - Memorie

CAPITOLO 4

MEMORIE

4.1. Classificazione delle memorie elettroniche


Una memoria è un insieme strutturato costituito da elementi in grado di conservare un’informazione; nel nostro caso si tratta di
informazioni memorizzate in forma elettrica.
Vediamo alcuni criteri si classificazione delle memorie.

A - In base al supporto

- Elettroniche: flip flop, condensatori


- Magnetiche: dischi magnetici, nastri
- Ottiche: compact disc, dischi ottici
- Altro

B - In base alla volatilità (rispetto alla tensione di alimentazione)

- Volatili: perdono il contenuto quando manca l’alimentazione


- Non volatili: mantengono il contenuto in assenza di alimentazione

C - In base all’organizzazione dei dati

- Ad accesso seriale (o sequenziale): tempo di accesso al dato dipendente dalla sua posizione
- Ad accesso casuale (o random): tempo di accesso al dato indipendente dalla sua posizione

Noi ci occuperemo di memorie elettroniche, random, volatili e non volatili.

Tempo di accesso: tempo necessario per reperire un’informazione; nel caso di accesso casuale tutte le informazioni vengono
reperite nello stesso tempo indipendentemente dalla posizione fisica in cui esse sono allocate, mentre nel caso di accesso seriale
il tempo di accesso dipende da dove l’informazione é allocata.

Memorie elettroniche ad accesso casuale:

- Volatili:

- RAM Statiche (SRAM); sono basate su flip-flop


- RAM Dinamiche (DRAM); sono basate sulla carica di un condensatore

- Non volatili:

- ROM sono anche dette ROM a maschera; l’informazione contenuta non può essere modificata
- PROM (Programmable ROM); sono a fusibili: il contenuto può essere scritto una sola volta
- EPROM (Eresable Programmable ROM): sono cancellabili tramite luce ultravioletta
- E2PROM (Electrical Eresable Programmable ROM): sono cancellabili elettricamente

Le RAM nel linguaggio corrente sono le Read and Write Memories ossia memorie dove il tempo necessario per scrivere e per
leggere è identico.
Per le ROM (Read Only Memories) non esiste una definizione assoluta ma possiamo dire che il tempo di lettura è molto più
piccolo del tempo di scrittura.

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 4 - Memorie

4.2 Struttura generale di una memoria

Vcc
Nella matrice di fig 4.1 i fili NON si toccano fra di loro; essi
possono essere messi in contatto tramite un componente,
la cui natura dipende dal tipo di memoria (nel disegno il
componente è raffigurato tramite un rettangolino). In ogni
caso, tale componente può comportarsi come un corto
circuito o come un circuito aperto. Nel primo caso la
colonna a cui è collegato assume potenziale zero (0
logico), nel secondo caso assume, a parte la caduta di
tensione sulla resistenza, il potenziale dell’alimentazione
(1 logico).
Per conoscere lo stato di un componente ben preciso,
quindi di una cella di memoria, occorre scegliere la riga e la
colonna, cioè indicare un indirizzo.

Fig 4.1

ADX

DATA
CS

OE R /W

Fig 4.2

In riferimento alla fig 4.2, i segnali di controllo principali sono il Chip Select (CS), che serve a selezionare il chip di memoria;
l’Output Enable (OE), che abilita i buffer di ingresso e uscita della memoria; il Read/Write (R/W), che controlla la direzione dei
dati.

Le memorie statiche sono organizzate normalmente per 8 bit, mentre le memorie dinamiche sono organizzate per 1 bit.

4.3. Temporizzazioni
tSU Prima di iniziare qualunque operazione, le linee di indirizzo devono essere
stabili; devono quindi essere rispettati i tempi di setup (fig 4.3). Inoltre gli
ADD indirizzi devono rimanere stabili per tutto il tempo del ciclo (di lettura o
scrittura); alcune memorie hanno dei latch che memorizzano l’indirizzo per
CS mantenerlo stabile.

Fig 4.3

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 4 - Memorie

4.3.1. Esempio di ciclo di lettura

tsu tH
ADD
Il ciclo è chiuso dal primo segnale, tra CS e OE, che torna a 1.
Nel momento in cui uno di questi due segnali torna a 1
CS avviene la lettura del dato.
La linea R/W rimane alta per tutto il ciclo.

La memoria deve presentare i dati stabili un certo tempo


OE
prima del fronte che chiude il ciclo; dopo questo momento i
dati rimangono stabili ancora per un tempo di hold. Questo
tempo è imposto dalla memoria e non c’è modo di modificarlo.
DATA

R/W

tempo di accesso

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 4 - Memorie

CAPITOLO 4

SOMMARIO

4.1. Classificazione delle memorie elettroniche ............................................................................................................................................... 1


4.2 Struttura generale di una memoria .............................................................................................................................................................. 2
4.3. Temporizzazioni............................................................................................................................................................................................ 2
4.3.1. Esempio di ciclo di lettura .................................................................................................................................................................... 3

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap.5 - Introduzione agli amplificatori

CAPITOLO 5

INTRODUZIONE AGLI AMPLIFICATORI

5.1 Concetto di linerità e non linearità


Un circuito si dice lineare se la relazione tra le grandezzze di ingresso e quelle di uscita è lineare.
Nella realtà, nessun circuito è davvero lineare: imponendo certe limitazioni è possibile approssimare il comportamento
reale di un circuito ad un comportamento lineare. Vedremo quindi come si linearizza un sistema, approssimando con un
modello il comportamento reale.
Un circuito lineare può essere schematizzato come in fig 5.1.

A sen(ωτ ) k KA sen(ωτ + ϕ )

Fig 5.1

Il segnale di ingresso viene riportato in uscita, eventualmente amplificato e/o sfasato, senza che venga introdotta
distorsione.

Come primo esempio didattico vediamo un diodo che, essendo un bipolo, ci permette di disegnare facilmente il piano
tensione-corrente (fig 5.2a e 5.2b).

Id

Id
Vd

Vd

Fig 5.2a Fig 5.2b

VD
ηVT KT
con I d = IS (e − 1) dove VT = ≅ 25 − 26mV a temperatura ambiente (T=25°C), IS=corrente inversa di
q
saturazione, η=1 per il Silicio.
Come si può vedere, la caratteristica del diodo non è lineare. Possiamo però approssimare la funzione tramite lo sviluppo
in serie di Taylor, fermandoci al termine di primo grado; per fare ciò è necessario definire il punto in cui si calcola la serie.
Dal punto di vista circuitale ciò significa stabilire un certo valore di corrente nel diodo o un certo valore di tensione sul
diodo (stabilita una grandezza, l’altra è fissata di conseguenza). Consideriamo il circuito di fig. 5.3a e tracciamo sul piano
tensione-corrente la curva del diodo e la retta di carico (fig. 5.3b).

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap.5 - Introduzione agli amplificatori

Id
Vr
E/R
retta di carico
Id
R

Vd Q
E
Vd

Fig 5.3a Fig 5.3b

E Vd
E = Vr + Vd = IdR + Vd ⇒ Id = − equazione della retta di carico
R R
Il punto Q in cui la caratteristica del diodo interseca la retta di carico si chiama punto di polarizzazione o punto di
funzionamento a riposo. A questo punto corrispondono un certo valore di tensione sul diodo e un certo valore di
corrente nel diodo (Vq, Iq).

Possiamo approssimare la curva nel punto Q con la tangente alla curva in Q (derivando la curva esponenziale Id(Vd) nel
punto Q si ottiene il coefficente angolare della retta tangente alla curva in Q). In un certo intorno del punto Q non c’e’
differenza tra la tangente e la caratteristica reale, pertanto in questo intorno, si può approssimare la caratteristica del
diodo a una retta. Questa approssimazione sarà buona se la tensione Vd non varia “troppo”.
In generale, se la variazione della tensione nell’intorno di Q genera un errore che è inferiore ai limiti stabiliti per quella
applicazione, la variazione è un piccolo segnale, e la linearizzazione del componente comporta un errore accettabile. In
generale un segnale è una qualunque variazione dal punto a riposo.

Il circuito equivalente in condizioni di piccolo segnale sarà quello rappresentato in fig. 5.4a.

Id E/R
caratterist. linearizzata
diodo
R
Vrd
E rd
Vd retta di carico

V1 V1 E

Fig 5.4a Fig 5.4b

Il diodo si comporta come una resistenza in serie a una differenza di tensione:

I d = Vrd ⋅ rd = (Vd − V1 ) rd = Vd rd − V1rd

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap.5 - Introduzione agli amplificatori

Se supponiamo di avere una variazione del generatore (fig 5.5a), otterremo un’oscillazione della retta di carico (fig. 5.5b).

Id Id
R E/R
E retta di carico
rd
Vd

∆E V1 ∆Id
Vd

-∆E E +∆E
Fig 5.5a Fig 5.5b ∆Vd

Abbiamo rappresentato un generatore variabile tramite due generatori: uno costante e l’altro che rappresenta la
variazione rispetto alla costante. Non è importante il valore assoluto di corrente e tensione sul diodo, ma piuttosto la
relazione tra la variazione di Vd e la variazione di E:
∆Vd
∆E

Nota che, dopo la linearizzazione del circuito, questo rapporto diventa lineare e quindi, se ∆E tende a 0, si tratta di una
derivata prima.
Come si vede dal grafico sulla destra, la variazione di E porta ad una traslazione della retta di carico, di conseguenza si ha
uno spostamento del punto di funzionamento a riposo e della tangente in quel punto.
“Derivando” il circuito rispetto al tempo spariscono le componenti costanti E e V1 (fig 5.6).

dVd
Si definisce resistenza differenziale rd = ( Q)
∆Id dId
R Calcolare la derivata di Vd rispetto a Id nel punto Q significa
calcolare l’inverso del cofficiente angolare della tangente.
Quindi il valore della resistenza differenziale rd dipende dalla
∆E rd
∆Vd posizione del punto Q:
Vd

dI d I e
η VT
I d (Q ) 1
( Q) = S ( Q) = =
dVd η VT η VT rd
Fig 5.6

Avremo che:
rd
∆Vd = ∆E
R + rd
E’ importante ricordare ancora che il modello per piccolo segnale di un dispositivo dipende dal punto di funzionamento a
riposo.
In generale, il modello di un bipolo sarà sempre una resistenza il cui valore dipende dal punto di funzionamento.

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5.2. Modello del transistore per piccolo segnale

I1 I2

V1 V2
.

I1 I2 Fig 5.7

In generale un doppio bipolo è noto se sono note le relazioni tra le 4 grandezze rappresentate, quindi se si può scrivere
un sistema del tipo:

V1 = R11 ⋅ I 1 + R12 ⋅ I 2 V2 = H11 ⋅ V1 + H 12 I 1


 oppure 
V2 = R21 ⋅ I 1 + R22 ⋅ I 2  I 2 = H 21 ⋅ V1 + H 22 I 1

Qualunque coppia di grandezze può essere espressa in funzione dell’altra coppia.


Lo stesso discorso fatto sul diodo può essere ripetuto sul doppio bipolo: fisso il valore a riposo fissando i valori di due
grandezze scelte, e di conseguenza delle altre due grandezze; i parametri Rij o Hij hanno dimensioni che dipendono dalle
grandezze scelte come indipendenti (possono avere la dimensione di una resistenza, di una conduttanza o essere
adimensionati); derivando la rete questi parametri diventano differenziali, come succedeva nel diodo alla resistenza rd:

V1 = r11 ⋅ I1 + r12 I 2



V2 = r21 ⋅ I1 + r22 I 2
Le applicazioni che vedremo in cui compaiono doppi bipoli sono essenzialmente amplificatori; lo scopo è quello di
realizzare amplificatori unidirezionali, cioè non si vuole che l’uscita influenzi l’ingresso.

Ora cerchiamo di trovare un modello per il transistore nelle condizioni di piccolo segnale.

Il transistore può essere visto come un tripolo (fig 5.8).

C Noi consideriamo anche la massa e abbiamo una


IC porta d’ingresso caratterizzata dalle grandezze IB e VBE
IB e una porta di uscita caratterizzata dalle grandezza IC e
B VCE .
VCE
VBE
Fig 5.8
E

Il modello del transistore per il piccolo segnale è il seguente (le lettere minuscole stanno a indicare che i segnali variano
nel tempo):

MODELLO del
 v1 = h11 ⋅ i 1 + h12 v 2 TRANSISTORE per

i 2 = h21 ⋅ i1 + h22 v 2 PICCOLO SEGNALE

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mentre l’equivalente elettrico è rappresentato in fig. 5.9.

i1 i2
h11

v1 v2h12 1/h22 v2
h21i1
Fig.5.9

Come già detto, noi vogliamo che l’uscita non influenzi l’ingresso, ossia vogliamo che sia trascurabile il generatore
pilotato di tensione v2h12 : nel caso del transistore v 2h 12 dipende dall’ effetto Early.

Otteniano così il modello a parametri ibridi (a parametri H), rappresentato in fig. 5.10.

i1 i2
h11

v1 1/h22 v2
h21i1
Fig.5.10

Un altro modello del transistore è il modello π , in fig 5.11.

i1 i2
ry ru

v1 vπ rπ gmvπ 1/rd v2

Fig.5.11

Il circuito equivalente del transistore a parametri ibridi risulta di facile impiego finchè i parametri sono espressi da numeri
reali indipendenti dalla frequenza; a frequenze elevate questa assunzione non è accettabile perchè gli effetti reattivi
interni del BJT non possono essere ignorati.
Per il funzionamento a frequenze elevate si preferisce pertanto ricorrere ad un circuito equivalente del transistore per
piccoli segnali più aderente alla struttura fisica, che presenti parametri indipendenti dalla frequenza in un campo molto
esteso. Il modello che si utilizza è il modello π appena visto. Inoltre il circuito π è più adatto a studiare le capacità parassite
(condensatori tratteggiati). Se consideriamo ru un circuito aperto otteniamo un doppio bipolo unidirezionale in cui l’uscita
non influenza l’ingresso.

Il modello del transistore è indipendente dal fatto che il transistore sia PNP o NPN (come topologia la corrente e la
tensione sono inverse). Il modello può essere pilotato in tensione o in corrente, ma attenzione: il dispositivo fisico reale è
controllato sempre in tensione.

Riprendendo l’ultimo sistema di equazioni visto, calcoliamo i coefficienti h ij :

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v1 v1 i2 i2
h11 = h12 = h 21 = h 22 =
i 1 v 2 =0 v2 i 1=0 i 1 v2 =0 v 2 i 1=0

Attenzione: quando scriviamo v2=0, significa che sul modello, all’uscita, c’è un corto circuito, ma sul dispositivo si ha un
uscita costante: ricorda infatti che le grandezze presenti sul modello (H o π) sono derivate nel tempo, e la derivata di un
valore costante è zero.
Calcoliamo h 11 basandoci sul modello π, ricordandoci che all’uscita c’è un corto circuito:

v1 rπr u
= ry + ≅ ry + rπ (infatti ru è molto grande, al limite infinita)
i1 r π + ru

h12 = (ru è molto grande, quindi h 12 risulta molto piccolo, al limite trascurabile)
rπ + ru
gmvπ gm ⋅ rπi π gm ⋅ rπ ru ru
h 21 = = = i1 = gm ⋅ r π ≅ gmrπ (infatti ru è molto grande, al limite infinita)
i1 i1 i1 rπ + ru rπ + ru
h 21 coincide con il coefficiente β del transistore, e visto che ru è molto grande, possiamo dire che β=gmrπ .

h 22 ≅ rd (considerando ru infinita, nella maglia sinistra non passa corrente)

5.3. Polarizzazione del transistore


Abbiamo visto 2 modelli per piccolo segnale, ma non abbiamo ancora studiato la polarizzazione.
La polarizzazione del transistore dipende dalla polarizzazione delle 2 giunzioni presenti al suo interno (giunzione collettore
- base, giunzione base - emettitore), le quali non sono altro che un diodo (polarizzato direttamente o inversamente).

E’ possibile polarizzare il transistore in zone diverse:

• Zona di Interdizione

Il transistore non conduce; in pratica si comporta come un circuito aperto

• Zona di Saturazione

Il transistore conduce; in pratica si comporta come un corto circuito.

• Zona di Linearità

Il transistore può essere usato come un amplificatore

In realtà oltre a queste 3 zone esiste ancora un’altra zona detta di conduzione inversa . In questo caso si considera il
transistore scambiando collettore ed emettitore; ovviamente il comportamento non è simmetrico in quanto il drogaggio è
diverso. Questa applicazione è usato soprattutto con FET e MOS in quanto sono simmetrici.

Come ottenere le tre zone di funzionamento:

Giunzioni Interdizione Saturazione Linerità


Base - Collettore polarizzazione inversa polarizzazione diretta polarizzazione inversa
Base - Emettitore polarizzazione inversa polarizzazione diretta polarizzazione diretta

In generale, per polarizzare un transistore è possibile utilizzare il circuito di fig. 5.12.

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Per calcolare i valori di VB , VC , RB e RC occorre


B n RC scegliere un modello del transistitore da piazzare nel
p circuito qui sopra.
Per il transistore bipolare valgono queste 2 relazioni:
RB n VBE
Ie = I ees V T Ic = β IB

oppure
VB VCC Ic = αFIE

E β (o h fe ) è detto fattore di guadagno, e α è legato alla


ricombinazione elettroni-lacune nella base.
Fig 5.12

I E = IC + IB
I C = α F ( I C + IB ) = α F ( βIB + IB )
β
βI B = α F ( β + 1) IB ⇒ α F =
1+ β

Il valore di αF è legato alla geometria del transistore e quindi può essere controllato con buona accuratezza; nella pratica è
un valore molto prossimi a 1.
αF
β= di conseguenza il valore di β è molto grande ma soprattutto molto incerto, perchè piccole variazioni di
1−αF
αF inducono grandi variazioni di β. Possiamo solo dire che β è molto grande ma non possiamo in pratica conoscerne il
valore. Nel modello del transistore per la polarizzazione la corrente IC è modellata tramite un generatore di corrente
pilotato dalla corrente IB (fig 5.13a); invece la differenza di tensione VBE è praticamente costante (0.6-0.7V), quindi è
modellata con un generatore di tensione costante (fig 5.13b).

C B

VBE
βIB

E Fig 5.13b
IC E Fig 5.13a

Sostituiamo il modello del transistore (ricorda: valido per la polarizzazione e quando il transistore è in linearità) nel circuito
visto prima, otteniamo il circuito di fig 5.14.
C
IC

B
RC
βIB
IB

RB IE
VBE

VBB
VCC
E
Fig 5.14

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5.3.1. Esempio

RC Consideriamo il circuito in fig. 5.15.


VCC RA Prima di calcolare alcune grandezze, modifichiamo il
VCC
A circuito calcolando l’equivalente Thevenin della parte che
B C si trova a sinistra dei punti A e B.
E RARB RB
Re q = Ve q = VCC
RB
RE RA + RB RA + RB

B Abbiamo calcolato la resistenza e la tensione equivalenti, e


possiamo ridisegnare il circuito (fig 5.16), sostituendo
Fig 5.15 anche il transistore con il modello per la polarizzazione.

collet. Siccome:
base
Req
VCE
RC I E ⋅ RE = ( I B + I C) RE = ( IB + βIB) RE =
VBE = (1 + β ) IBRE
IB emett. IC

Veq VCC l’equazione della maglia sinistra risulta:

Veq = I B ⋅ Re q + VBE + (1 + β ) IBRE


RE
IE

Fig.5.16
Da quest’ultima equazione otteniamo:

Veq − VBE Ve q − VBE


IB = IC = β
Re q + (1 + β ) RE Re q + (1 + β ) RE

Da queste fornule possiamo vedere che, grazie alla presenza di RE, siccome β è molto grande possiamo scrivere:

V eq − VBE
IC ≅
RE

Se invece RE non ci fosse, la corrente IC dipenderebbe dal valore di β.


Scriviamo ora l’equazione della maglia destra:

VCE ≅ Vcc − IcRc − ( IC + IB) RE

A seconda dei valori delle resistenze, VCE potrebbe anche risultare negativa: questo vorrebbe dire che il transistore non
lavora in linearità (vedi zone di funzionamento spiegate precedentemente), e di conseguenza il modello utilizzato per il
transisitore non è più valido.

Nei circuiti discreti la polarizzazione viene fatta fissando un valore di tensione, invece nei circuiti integrati avviene
imponendo il valore di corrente.

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5.4. Possibili configurazioni per il piccolo segnale (transitori bipolari)


Abbiamo visto che il transistore, sotto le condizioni di piccolo segnale, può essere studiato mediante un doppio bipolo.
A seconda delle grandezze che si considerano come uscita e ingresso, abbiamo 4 possibili configurazioni.

5.4.1. Stadio Common Emitter

iC In fig. 5.17 è rappresentato lo stadfio common emitter.


C Per studiare la relazione tra ingresso e uscita
utilizziamo il modello π, ipotizzando infinita (circuito
iB aperto) la resistenza ru e la resistenza 1/rd.
B RC Inserendo tale modello nel circuito di fig. 5.17
otteniamo il circuito di fig. 5.18.
Il nostro scopo è quello di calcolare l’impedenza di
Rs uscita ingresso e l’impedenza di uscita, cioè l’impedenza
vista dal generatore Vs (esclusa la sua resistenza
ingresso iE interna Rs) e l’impedenza vista dal carico Rc.
Calcoleremo inoltre il guadagno a vuoto, cioè
vs ignorando la resistenza RS.

E Fig.5.17

ib ic

Rs
rb
gmvπ
vπ rπ Rc
vu
vs Fig 5.18
E

Calcolo dell’impedenza di ingresso Rin, del rapporto v u/v s:

vs − ibRs L’impedenza di ingresso è pari alla serie di


Rin = = rb + r π resistenze rb e rπ.
ib L’impedenza di uscita è infinita perchè,
vsr π immaginando di applicare un generatore di
vπ = i br π =
Rs + rb + rπ tensione al posto dell’uscita e annullando il
generatore indipendente, il generatre dipendente
gmvsrπRc vu gmrπRc
vu = − gmvπRc = − ⇒ =− si annulla (v π va a zero) la maglia destra si apre.
Rs + rb + r π vs Rs + rb + r π Il rapporto tra uscita e ingresso, cioè il guadagno,
Rout = infinita è negativo, e questo significa che il segnale in
uscita è sfasato di 180°; inoltre tale rapporto
dipende dai valori delle resistenze rb e rπ
(escludendo Rs perchè parliamo di guadagno a
vuoto).
Quindi lo stadio common emitter permette di amplificare un segnale, ma lo amplifica invertito.

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5.4.2. Stadio Common Collector

Nel circuito di fig. 5.19 è rappresentato lo stadio common collector; sostituendo il modello π otteniamo il circuito di fig.
5.20.

E iE
iB + iC = iE
ib rb
iB
B
Rs rπ gmvπ
Rs
vu
C vπ
ingresso IC
iC RE

vs ie vu
vs re

5.19 Fig 5.20

Calcolo Rin (considerando la maglia sinistra, l’unica significativa):

vs = ib( Rs + rb + rπ ) + (ib + gmv π ) Re = ib( Rs + rb + rπ + Re + Re gmrπ )


Rin = (rb + rπ + Re + Re gmrπ )

nota che l’impedenza di ingresso dipende dalla quantità (1+g m rπ)Re , e che gm rπ = β del transistore che ha un valore
elevato; questo significa che l’impedenza di ingresso ha un valore elevato confrontata a quella dello stadio Common
Emitter. Avendo un’alta impedenza di ingresso, l’effetto della resistenza Rs diventa trascurabile, e questo significa che il
comportamento dell’amplificatore (la sua capacità di amplificazione) diventa indipendente dal generatore.

ie = i b + gm(ibrπ )
vu = Re i e = Re(i b + gmibrπ ) = Re( i b(1 + gmrπ ) ) = Re ib(1 + gmrπ )
vu Re ib(1 + gmrπ )
=
vs ( Rs + rb + rπ + (1 + gmrπ ) Re) ib

In questo caso il guadagno è positivo (segnale in uscita in fase), ma sempre minore di 1; al crescere di (1+g m rπ) il
guadagno si approssima a 1, per questo motivo questo stadio è chiamato anche emitter follower.

Calcolo Rout immaginando di applicare un generatore di tensione al posto del carico e annullando il generatore
indipendente (fig 5.21):
V rπ
ib rb Rout = vπ = − V
I rπ + rb + rs
Rs rπ gmvπ V
ib = −
Rs + rb + rπ

I g m rπ V
iE ic = −
rπ + rb + Rs
ie vu V
re
Fig.5.21

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Quindi:

I = ie − ib − ic
V V rπ
I = + +V gm
re Rs + r b + rπ Rs + rb + rπ

V V (1 + gmrπ ) 1 1 + gmr π 
I = + =V + 
re Rs + rb + rπ  re Rs + rb + r π 
Rs + r b + rπ
Rout = re parallelo con
1 + gmrπ

L’impedenza di ingresso aumenta della stessa quantità di cui diminuisce l’uscita : (1+g m rπ).
Quindi questo stadio ha una bassa impedenza di uscita, e ciò significa che l’amplificazione è indipendente dal carico RL
(fig 5.22).

Rs Rout
Avendo un valore alto di Rin e un valore basso di Rout si
Rin rende l’amplificazione indipendente dal generatore vs e
vi RL dal carico RL. Questo è il comportamento tipico degli
vu
Av i amplificatori di tensione.
vs

Fig 5.22

5. 4.3. Stadio Common Base

Nel circuito di fig. 5.23 è rappresentato lo stadio common base; sostituendo il modello π otteniamo il circuito di fig. 5.24.

i gmvπ iC
iE C iC
E
Rs
Rs

B vu rπ
iB RC rc vu
Vs iB

rb
vs

Fig 5.23 Fig 5.24

Calcolo Rin considerando la maglia sinistra (l’unica significativa):

vs = iRs + i B ( rπ + rb) = iRS + (i + gmvπ )( rπ + rb) = iRS + irπ + irb + gmvπ ( rπ + rb)
− irπ
vπ = −(i + gmv π )r π ⇒ vπ =
(i + g r )m π

infatti: v π + g m rπ vπ = −irπ → v π (1 + g m rπ ) = −irπ

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap.5 - Introduzione agli amplificatori

vs = i ( Rs + rπ + rb ) + ( gmvπ )( rπ + rb) = i ( Rs + r π + rb) −


gmirπ
( rπ + rb)
(1 + gmr π )
vs ( rπ + rb)  gmr π   1 
= ( Rs + rπ + rb ) − gmrπ = Rs + ( rπ + rb)  1 −  = Rs + ( rπ + rb)  
i (1 + gmr π )  1 + gmrπ   1 + gmrπ 
( rπ + rb )
Rin =
1 + gmrπ

L’impedenza di ingresso è bassa e dipende sempre dalla solita quantità.

Calcoliamo il guadagno a vuoto v u/v s, scrivendo l’equaz. alla maglia sinistra (ignorando la resistenza Rs):

rπ rπ
vu = − gmvπRc vπ = −vs ⇒ vu = gmvs Rc
rπ + rb rπ + rb
vu rπ
= gm Rc
vs rπ + rb

L’impedenza di uscita è infinita per gli stessi motivi già discussi per il Common Emitter. Avere impedenza bassa in
ingresso e alta in uscita è tipico degli amplificatori di corrente (fig 5.25).

Rs Rin RL
Rout
vi
vu
Aii
Is
Fig 5.25

Si definiscono i 4 tipi di amplificatore (che vedremo in dettaglio) sulla base delle loro impedenze di ingresso e di uscita:

Ingresso Uscita Rin Rout Nome amplificatore


tensione tensione ∞ 0 tensione
corrente corrente 0 ∞ corrente
corrente tensione 0 0 trans-resistenza
tensione corrente ∞ ∞ trans-conduttanza

5.5. Possibili configurazioni per il piccolo segnale (transitori CMOS)

Questo è il modello per piccolo segnale del transitore CMOS (G=Gate,


D=Drain, S=Source). Non lo studiamo in dettaglio come abbiamo fatto per
G D
il transistore bipolare; è sufficiente dire che non esiste lo stadio
equivalente del Common Base e che l’impedenza di ingresso è sempre
Vgs rd infinita, mentre l’impedenza di uscita dipende dalla configurazione (studio
analogo a quello appena fatto per i bipolari).
Considerando come ingresso la tensione Vgs, se come uscita considero la
tensione sul source ottengo l’equivalente dell’emitter follower, se
S considero come uscita la tensione sul drain ottengo l’equivalente del
common emitter.

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap.5 - Introduzione agli amplificatori

5.6. Calcolo di g m e r π
Ritornando al transistore bipolare e alla sua polarizzazione, abbiamo già visto che le correnti e le tensioni nel transistore
sono legate da queste relazioni:

VBE V BE
Ie = I ees V T Ic = β IB oppure Ic = α FIE = αF IESe VT

Abbiamo anche detto che vale la seguente uguaglianza:


gmrπ = β

I valori gm e rπ dipendono singolarmente dal punto di funzionamento fissato, mentre β ne dipende molto poco.
Quando abbiamo visto l’esempio del diodo, abbiamo calcolato la resistenza differenziale derivando la tensione sul diodo
rispetto alla corrente nel diodo; ora calcoliamo gm come la derivata della corrente di collettore rispetto alla tensione VBE
(in altre parole calcoliamo il coefficiente angolare della tangente alla curva esponenziale IC (VBE) nel punto di
funzionamento):

VBE

αFIESe VT
V BE
dIc 1 Ic q
gm = dIc = αFIESe VT
⋅ gm = = (Icq = corrente a riposo)
dVBE VT VT VT
βVT βVT
rπ = VB E
=
Icq
αFI ESe VT

In queste relazioni si può vedere come gm e rπ dipendano dalla corrente Icq che si ha nel punto di funziomento a riposo
Q.
Esiste un altro parametro importante: la frequenza di transizione del transistore; si indica con il simbolo fT ed è legato
alle capacità parassite del transistore (vedi modello π ):

gm
Cπ + Cu =
2πfT
Il modello del transistore che abbiamo visto è a parametri concentrati, e vale solo in un certo campo di (basse) frequenze.
In particolare, la teoria dice che il modello è valido per frequenze inferiori a fT/3, anche se in pratica il modello offre buoni
risultati se la frequenza non supera fT/10. Il parametro fT non dipende dal punto di funzionamento, è un valore costante
fornito dal costruttore.

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 13


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap.5 - Introduzione agli amplificatori

CAPITOLO 5

SOMMARIO

5.1 Concetto di linerità e non linearità.................................................................................................................................................. 1


5.2. Modello del transistore per piccolo segnale................................................................................................................................ 4
5.3. Polarizzazione del transistore ......................................................................................................................................................... 6
5.3.1. Esempio ...................................................................................................................................................................................... 8
5.4. Possibili configurazioni per il piccolo segnale (transitori bipolari).......................................................................................... 9
5.4.1. Stadio Common Emitter............................................................................................................................................................ 9
5.4.2. Stadio Common Collector...................................................................................................................................................... 10
5. 4.3. Stadio Common Base............................................................................................................................................................ 11
5.5. Possibili configurazioni per il piccolo segnale (transitori CMOS)......................................................................................... 12
5.6. Calcolo di g m e rπ............................................................................................................................................................................. 13

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 6 - Risposta in frequenza degli amplificatori

CAPITOLO 6

RISPOSTA IN FREQUENZA DEGLI AMPLIFICATORI

6.1. Funzioni di trasferimento, modulo e fase

Definiamo funzione di trasferimento


F(s) il legame esistente tra la
trasformata di Laplace del segnale di
F(s) uscita e la trasformata del segnale in
ingresso (fig 6.1).

SU(s)
SE(s)
Fig 6.1

La funzione F(s) è indipendente dal tipo di segnale applicato, ma dipende solo dalla costituzione del sistema, quindi
siamo in grado di individuare e caratterizzare il comportamento del sistema stesso studiando tale funzione.
Nota: si tratta di una funzione complessa di variabile complessa, in altre parole F(s) è un numero complesso x+jy e la
variabile s è un numero complesso σ + jω.

Esempio 1

R 1
VU ( s) sC = 1
F ( s) = =
1/ sC VU(s) VE ( s ) R + 1 1 + sCR
VE(s) sC

Fig 6.2
La funzione F(s), raffigurata in fig. 6.3,
jω presenta un polo nel semipiano negativo di σ

-1/RC
(polo) σ

Fig 6.3

Esempio 2
VU ( s) R sCR
F ( s) = = =
1/ sC VE ( s ) R + 1 1 + sCR
sC
VU(s)
VE(s) R

Fig 6.4

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 1


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 6 - Risposta in frequenza degli amplificatori

La funzione F(s), raffigurata in fig.6.5, presenta un polo e uno zero:

-1/RC s=0
(polo) (zero) σ
Fig 6.5

Normalmente abbiamo la seguente sequenza di operazioni:

Segnale di ingresso ⇒ L ⇒ ×F( s ) ⇒ L−1 ⇒ Segnale di uscita


esempio: VE ( t ) ⇒ VE ( s ) ⇒ VE ( s ) ⋅ F( s ) ⇒ VU ( s ) ⇒ VU ( t )

Noi, invece, ci limiteremo a “estrarre” da F(s) il comportamento della rete in regime sinusoidale; uso le informazioni
presenti in F(s) (posizione dei poli e degli zeri) per capire come si comporta la rete in regime sinusoidale, in modo da poter
tracciare la CURVA DI RISPOSTA.

In regime sinusoidale, la variabile s contiene solo la parte immaginaria: s= jω, per cui studieremo la funzione complessa
F(jω), in altre parole studieremo la sua fase e il suo modulo (che dipendono da ω):

 F ( jω )
F ( jω )
∠F ( j ω )

Se in ingresso ho uno stimolo sinusoidale, vista la linearità delle reti che consideriamo, anche in uscita avrò la stessa
sinusoide, a meno di differenze sull’ampiezza e sulla fase:

RETE
fe(t)=Asin(ωt) F(jω) fu(t)=|F(jω)|Asin(ωt+ϕ)

(dove ϕ=fase di F(jω))


Come possiamo osservare, non cambia la frequenza della sinusoide di ingresso, ma il modulo della funzione di
trasferimento va a modificare l’ampiezza della sinusoide mentre la fase della funzione di trasferimento va a modificare la
fase della sinusoide.
NOTA: ω=2πf [w=rad/sec e f=1/sec=Hz].

Esempio:

f e ( t ) = A ⋅ sen(2 ⋅ π ⋅ 1KHz ⋅ τ )
f u ( t ) = F ( j ⋅ 2 ⋅ π ⋅ 1KHz) A ⋅ sen(2 ⋅ π ⋅ 1KHz ⋅ τ + ∠F ( j ⋅ 2 ⋅ π ⋅ 1KHz ))

6.1.1 Andamento del modulo e della fase in funzione di ω (o di f)

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 2


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 6 - Risposta in frequenza degli amplificatori

Questi diagrammi si chiamano CURVE DI RISPOSTA e vengono disegnati su diagrammi di Bode; nei diagrammi di Bode,
all’asse x è applicata una scala logaritmica in base 10, sull’asse y è applicata una scala in decibel per quanto riguarda il
modulo (fig 6.6), una scala normale per quanto riguarda la fase (fig 6.7).

MODULO: dB Vu
|F(jω)| o
Ve

scala logaritmica
0 dB
f [Hz] o ω [rad⋅Hz]
1 10 100 1000
Fig 6.6

NOTA: in dB si esprimono solo rapporti e non grandezze singole. Definizione di decibel:

PU
Definizione originale: ndB = 10 log10 (Pu,Pe=Potenza in uscita, entrata)
PE
VU
Definizione per le tensioni: ndB = 20 log 10 (Vu,Ve=tensione in uscita, entrata)
VE
Esempi:

VU VU
se =1 allora 0 dB se = 10 allora 20 dB
VE VE

VU VU
se = 2 allora 3 dB se = 100 allora 40 dB
VE VE

VU
se = 1 allora -3dB
VE 2

Se il modulo del rapporto è inferiore ad 1 avremo in dB un valore negativo, altrimenti, se il modulo del rapporto è maggiore
di 1, avremo in dB un valore positivo. Nota che ad ogni aumento di 20 dB, il modulo si decuplica.

FASE:

rad
fase di F(jω)

π/2 o 90°

π/4 o 45°
scala logaritmica

1 10 100 1000 f [Hz] o ω [rad⋅Hz]


-π/4 o 45°
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-π/2 o 90° Fig 6.7

Una generica F(s) è una funzione razionale fratta propria:

PN
F ( s) =
PD

dove il grado del polinomio al numeratore è sicuramente inferiore, al più uguale, al grado del polinomio al denominatore,
quindi il numero di zeri è minore o uguale al numero dei poli. Inoltre, per una condizione di fisica realizzabilità, i poli si
devono trovare nel semipiano negativo di σ.
I polinomi possono essere rappresentati come prodotti di termini di 1° grado, per esempio:

x 2 + −2 ⋅ x + 1 = ( x − 1) ⋅ ( x + 1)
quindi, in generale, avremo che F(s) si presenta in questa forma:

∏ (s − a ) i
F ( s) = k ⋅ i =0
n

∏ (s − α j )
j= 0

con m ≤ n.
Le soluzioni ai ed αi posssono essere reali o complesse; nel secondo caso, siccome i polinomi sono a coefficienti reali,
queste soluzioni sono complesse coniugate. Per cui potrò avere solo poli e zeri del primo o del secondo ordine che si
presenteranno in queste forme:

primo ordine:
( s − ai )
secondo ordine:
( s 2 − bs + c)

Per ora limitiamoci ad osservare i termini del 1° ordine.

6.1.2 Tracciamento del modulo e della fase


1 1
Per quanto detto, la F(jω), per quanto riguarda i poli, è il prodotto di tanti termini del tipo oppure ; queste
1+ sα s+a
due forme sono equivalenti perché posso passare da una all’altra facilmente:

1
1 1 1 1 1
=a⋅ = ⋅ = α ⋅⋅
s+a 1 s+a a s 1 + s ⋅α
+1
a a
dove α entra nel valore di k.
Fare il prodotto di tanti termini significa fare la somma dei loro logaritmi: graficamente, sul diagramma di Bode, significa
che posso sommare i vari grafici corrispondenti ai vari termini elementari per ottenere il grafico della funzione F(s).

Comportamento di un singolo polo

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1 1
F ( s) = ⇒ F ( jω ) = (abbiamo detto che s = jω )
1 + sα 1 + jωα
1
F ( jω ) = e ∠F ( j ω ) = − arctg(ωα )
1+ω α
2 2

Graficamente possiamo vedere l’andamento del modulo in fig 6.8.

dB Guardando la formula ottenuta per il


|F(jω)|
modulo di F(s), possiamo analizzare il
grafico dividendolo in due zone:
• se ωα << 1 allora |F(jω)| tende ad 1,
1/α scala logaritmica cioè a 0 dB
0 dB
ω • se ωα >> 1 allora |F(jω)| tende ad
-3 dB [rad*Hz] 1/ωα; esprimendo questa quantità in
dB, otteniamo -[20log(ω)+20log(α)]
-[20log(ω)+20log(α)]
dB.

Fig 6.8

Quindi quando ωα >> 1 |F(jω)| = -[20log(ω)+20log(α)], relazione che può essere vis ta come una retta del tipo:
y=-x+c che incontra l’asse y=0 dB quando ω=1/α.
La pendenza della retta a cui tende asintoticamente il modulo è di −20dB/decade.

In definitiva l’unico valore veramente interessante è α, perchè così sappiamo dove posizionare la curva; α lo si legge
direttamente in F(s).

Passiamo ora tracciare la fase di F(jω).


Se ωα = 1 allora la fase sarà:
fase di F(jω)
π/4 o 45° -arctg(1)=-45°=-π/4.
1/α
scala logaritmica Si tratta di disegnare un arcotangente
0 dB “stirata” per via della scala logaritmica
ω
adottata: a sinistra tenderà a zero, a
rad*Hz
destra tenderà a -π/2 (fig 6.9).
-π/4 o 45°

-π/2 o 90°
Fig 6.9

Comportamento di un singolo zero

F ( s) = 1 + s β F ( jω ) = 1 + ω 2 β 2 ∠ F ( jω ) = arctg(ωβ )

In relazione al grafico in fig.6.10, possiamo


come prima individuare in due zone:
• Se ωβ << 1 allora |F(jω)| tende ad 1,
cioè a 0 dB
• Se ωβ >> 1 allora |F(jω)| tende ad ωβ,
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che espresso in dB è pari a
[20log(ω)+20log(β)] dB.
|F(jω)|

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3 dB
scala logaritmica
0 dB
1/β ω
[rad*Hz]
[20log(ω)+20log(α)]

Fig 6.10

Quindi |F(jω)| tende asintoticamente alla retta [20log(ω)+20log(β)] dB che incontra l’asse y=0 dB quando ω=1/β.
La pendenza della retta è 20dB/decade.

Anche in questo caso l’unico valore intressante è β, perchè così sappiamo dove posizionare la curva; β lo si trova
direttamente in F(s).

Vediamo ora l’andamento della fase in fig 6.11.

dB
π/2 o 90° fase di F(jω)

π/4 o 45°

scala logaritmica
0 dB
1/β ω
rad*Hz

-π/4 o 45° Fig 6.11

Come accennato prima, siccome F(s) è il prodotto di molti termini, graficamente F(s) può essere ottenuta sommando i
grafici ottenuti dai singoli termini. L’importante è che ogni grafico elementare sia posizionato in modo opportuno.

Vediamo due casi particolari:

1
- zero nell’origine: F(s)=ks F( s ) = kω F( s ) = 1 → ω =
k
k
- polo nell’origine: F(s)=k/s F( s ) = F( s ) = 1 → ω = k
ω

Non possiamo posizionare un polo o un zero nello “ZERO” del diagramma di Bode, perchè dovremmo disegnarlo a -∞; ma
ciò significa che qualunque frequenza noi scegliamo, sarà sempre molto più grande della frequenza a cui si trova il polo o
lo zero. Graficamente, quindi, disegnamo solo la parte asintotica del grafico. In fig. 6.12a è rappresentato l’andamento di
F(s)=ks, in fig 6.12b è rappresentato l’andamento di F(s)=k/s.

dB dB
|F(jω)| POLO |F(jω)| ZERO

k
1/k
0 dB 0 dB
ω ω
rad*Hz rad*Hz

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Fig 6.12a Fig 6.12b

Vediamo ora l’esempio di uno zero e di un polo:


sRC
F ( jω ) =
1 + sRC

Con riferimento alla fig 6.13, il contributo dello zero nell’origine consiste nella retta B di pendenza 20dB/decade che taglia
l’asse X in (1/RC); il contributo del polo in -1/RC consiste nella curva A. Il risultato di questi due contributi consiste
nella curva segnata in grassetto.
1/RC

A B

-3 dB

Fig 6.13

6.2. Un esempio importante: il partitore compensato

C1 Lo schema del partitore compensato è presentato


in fig. 6.14. Calcoliamo la funzione di
trasferimento.
R1
C2 R2
Ve Vu

Fig 6.14
1
Ri
Z2 sCi Ri
F ( s) = dove Zi = =
Z1 + Z2 1 1 + sCi Ri
Ri +
sC i

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R2
1 + sC 2 R 2 R 2 ⋅ ( 1 + sR 1C1 )
F( s ) = =
R2 R1 R1 + sR 1R 2 C 2 + R 2 + sR 1 R 2 C1
+
1 + sC 2 R 2 1 + sC 1 R 1

R2 1 + sC 1 R 1 1 + sα
F( s ) = ⋅ = k⋅
R 2 + R1 R 1R 2 1 + sβ
1 + s ⋅ ( C1 + C 2 ) ⋅
R2 + R1
Possiamo ora analizzare la posizione relativa del polo rispetto allo zero; si presentano due casi:

|F(jω)| |F(jω)|
caso 1

1/β

zero polo
1/α

|F(jω)|
|F(jω)|
caso 2

1/β
polo
zero
1/α

Le curve disegnate sono puramente qualitative; occorre stabilire con maggior precisione la loro altezza e la loro ampiezza.
Possiamo vedere che in continua (frequenza zero) i condensatori scompaiono, viceversa a frequenza infinita scompare il
contributo delle resistenze:
R2
quando ω → 0 F ( jω ) =
R2 + R1
R2 C1 R1 C1
quando ω → ∞ F ( jω ) = ⋅ =
R2 + R1 R2 R1 C1 + C2
( C1 + C2 )
R2 + R1

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La posizione relativa dello zero rispetto al polo dipende da quale delle seguenti disuguaglianze è vera:

R2 C2
1- < zero a sinistra del polo
R2 + R1 C2 + C1
R2 C2
2- > zero a destra del polo
R2 + R1 C2 + C1
R2 C2
3- = ; sotto questa condizione il polo e lo zero coincidono e il comportamento del partitore diventa
R2 + R1 C2 + C1
indifferente alla frequenza.

6.3. Curve di risposta degli amplificatori


Analizziamo la curva di risposta di un amplificatore a larga banda (untuned) rappresentata in fig. 6.15.

|Vu/VS|dB

3 dB {

A0

fL 1 10 100 fH f

Fig 6.15

Se, per semplicità, assumiamo che le 2 rette abbiano pendenza 20dB/decade, la f.d.t. sarà:

s 1 fL=a
F ( s) = A0 ⋅ ⋅ fH=1/α
s + a 1 + sα

dove A 0, se espresso in dB, è pari all’altezza della zona piatto del diagramma.

Dal grafico possiamo notare che tutte le frequenze centrali sono trattate allo stessso modo mentre all’inizio ed alla fine il
guadagno tende a diminuire (diminuisce di un fattore 10 ogni volta che la frequenza aumenta/diminuisce di un fattore 10).
Individuiamo 2 frequenze: fL e fH dette frequenze di taglio, frequenze a cui il guadagno è sceso di 3dB rispetto ad A 0 e
dove la fase è in anticipo o ritardo di 45° rispetto alla banda passante. Nota: frequenza di taglio non vuol dire che tutte le
frequenze maggiori o minori vengono eliminate, ma solo attenuate.
Un amplificatore per essere non selettivo (untuned) deve avere la banda passante maggiore od uguale a 3 decadi; se la
banda passante è più stretta non posso parlare di amplificatore non selettivo. Se la banda passante è strettissima ho un
amplificatore selettivo.
Se mi limito guardare la zona piatta posso dire che il guadagno è indipendente dalla frequenza, cioè l’amplificatore in
questa zona di frequenza si comporta come una rete puramente resistiva, cioè che non contiene condensatori (né
induttori) che tagliano le frequenze basse e alte. Per capire meglio possiamo dividere idealmente il diagramma e la
funzione F(s) in due parti, la parte alle basse frequenze (L) e la parte alle alte frequenze (H):

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F ( s) = A0 ⋅ L ⋅H
s 1
F ( s) = A0 ⋅ ⋅
s + a 1 + sα

• alle basse frequenze avremo:


s
F( s ) = A 0 oppure, più in generale:
s+a

∏ (s )
n

j + bj
j =1
FL ( s) = A0 n

∏ (s i + ai )
i =1

Questa funzione rappresenta il comportamento alle basse frequenze; quando s→∞ FL(s) tende ad A 0 (per questo motivo
numeratore e denominatore devono avere lo stesso grado).

• alle alte frequenze avremo:


1
F( s ) = A 0 oppure, più in generale:
1 + sα

∏ (1 + b s )
m

j j
j =1
FH ( s) = A0 n

∏ (1 + a s ) i i
i =1

Questa funzione rappresenta il comportamento alle alte frequenze; quando s→0 FH(s) tende a A 0 (inoltre deve essere m<n
ossia il numero di zeri inferiore al numero di poli, afficnché, quando s→∞, FH (s) tenda a 0, cioè −∞ dB).
Da un punto di vista circuitale, alle basse frequenze l’effetto dei condensatori provoca un’attenuazione
dell’amplificazione; questa attenuazione va diminuendo al crescere della frequenza, e ciò significa che quei condensatori
tendono a comportarsi come corto circuiti, quindi tendono a “scomparire” dalla rete. A frequenze superiori a fL non
hanno più influenza. Analogo discorso per le alte frequenze, dove i condensatori esercitano la loro influenza attenuando
l’amplificazione; se si scende verso frequenze più basse questi condensatori tendono a comportarsi come circuiti aperti,
quindi tendono a “scomparire” dalla rete (si potebbero rifare le stesse considerazioni per gli induttori).

Vediamo ora un amplificatore senza frequenza di taglio inferiore:

1
F ( s) = A0 ⋅
1 + sα

La curva di risposta rappresentata in fig. 2.16 è quella degli amplificatori operazionali detti anchi amplificatori per
continua.

|Vu/VS|dB

3 dB {

A0
1
α
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1 10 100 fH f
APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 6 - Risposta in frequenza degli amplificatori

Fig 6.16

A questo punto è possibile analizzare il comportamento di un amplificatore che presenta in ingresso un segnale
periodico; in particolare vogliamo calcolare modulo e fase della funzione di trasferimento (nella realtà gli amplificatori
servono anche per segnali non periodici, ma a noi basta vedere un esempio).

f (t) = f (t + T ) T = periodo Un qualunque segnale periodico può essere sviluppato in


∞ ∞
serie di Fourier secondo la formula riportata qui a sinistra.
a0
f (t) = + ( ∑ ai ⋅ cos(i ωt ) +∑ bi ⋅ sen(i ωt ))
2 i =1 i =1 Il primo termine della serie è detto armonica fondamentale,
2 T mentre i termini successivi sono detti semplicemente
a i = ∫ f ( t ) ⋅ cos( iωt )dt armoniche.
T 0
dove
2 T
bi = ∫ f ( t ) ⋅ sen(iωt ) dt
T 0

ricordiamo ω = 2πf =
T

Ricordiamo ancora 2 definizioni:

- se f(t)=f(-t) allora la funzione si dice pari (es. coseno)


- se f(t)=-f(-t) allora la funzione si dice dispari (es. seno)

Lo sviluppo di una funzione periodica pari conterrà solo coseni mentre lo sviluppo una funzione periodica dispari
conterrà solo seni.
Vediamo cosa succede se una funzione f(t) come quella appena descritta entra all’interno di uno “scatolo” con f.d.t.
classica (ossia banda passante e frequenze di taglio sia inferiore che superiore).
Chiaramente ciò che esce non sarà uguale a ciò che entra, perché ci saranno armoniche (cioè frequenze) che verranno
trattate (cioè amplificate) in modo diverso dalle altre; questo significa che avremo sempre distorsione in frequenza (cioè
non fedeltà di trasferimento del segnale).

Supponiamo di avere in ingresso un’onda quadra:

1
e supponiamo di mandarla in una rete con un solo polo ;
1+ sα
quelle armoniche con frequenza elevata saranno attenuate,
mentre le armoniche a bassa frequenza saranno mantenute.

Se derivo l’onda quadra ottengo:

+∞

0
-∞
Se derivo lo sviluppo di Fourier (supponendo per semplicità di avere solo termini seno) ottengo:

d
bi sen(iωt ) ⇒ i ⋅ ω ⋅ bi ⋅ cos(i ωt )
dt
Analizzando la derivata possiamo osservare che:

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- ω è la pulsazione quindi è fissa e non posso modificarla


- il coseno è una quantità limitata tra -1 ed 1
- b i per definizione di integrale definito è un numero finito

Derivando l’onda quadra ottengo valori infiniti, ma derivando la rispettiva serie di Fourier non riesco a ottenere quantità
infinite, a meno di non considerare i termini con i molto grande (i→∞), cioè le armoniche ad alta frequenza; ma sono
proprio queste le armoniche attenuate dal polo, quindi in uscita non riesco ad avere i fronti ripidi.
Quindi le armoniche ad alte frequenze costituiscono i fronti mentre le armoniche di bassa frequenza costituiscono i
livelli.Se taglio le basse frequenze significa che taglio i livelli. Se tengo solo le armoniche alte passsano solo i fronti.

In conclusione, per ottenere un’onda quadra anche in uscita devo far passare almeno una decina di armoniche oltre alla
fondamentale.

Se è presente la fL sicuramente non passa la componente continua, cioè l’armonica a frequenza zero.
Inoltre, nota che qualunque amplificatore reale ha sempre una frequenza di taglio superiore, cioè aumentando la
frequenza, prima o poi, inizia ad attenuare il segnale (circuitalmente è sempre presente un condensatore verso massa).
Per ottenere una ben determinata curva di risposta dobbiamo essere in grado di inserire poli e zeri ha nostro piacimento in
modo da modellare la curva di risposta.

6.4. Introduzione di poli e zeri

Introduzione di un polo del 1° ordine


Come rappresentato in figura 6.17,
introduciamo un polo aggiungendo un
Ro condensatore in parallelo al segnale;
infatti:
1
1/sC ⋅R
Ri sC i
Vi
1
AV1 + Ri
Vi = sC ⋅ AV1
1
⋅ Ri
Ro + sC
1
Fig 6.17
+ Ri
sC

Vi Ri 1
= [= k ]
AV1 Ri Ro C 1 + sα
( Ro + Ri ) ⋅ (1 + s )
Ri + Ro

Introduzione di uno zero nell’origine

Ru 1/sC

Ri
Vi
AV1

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Fig 6.18
Vi Ri sRi C sα 1
= = [= zero nell’origine, polo in ]
AV1 1 ( Ri + Ru ) sC + 1 1 + sβ β
Ri + Ru +
sC

Metto un condensatore in serie al segnale che impedisce il passaggio di frequenze basse (fig 6.18). Se metto uno zero
nell’origine, a basse frequenze il modulo della funzione di trasferimento si abbassa molto.
Questo è uno dei metodi più semplici per accoppiaree 2 stadi separandoli dal punto di vista della polarizzazione.
Sono disaccoppiati in continua o accoppiati in alternata.

Per avere un polo e uno zero, quindi per realizzare l’amplificatore ad ampia banda, devo avere 2 condensatori, uno in
parallelo e uno in serie al segnale, ma con costanti di tempo diverse: una deve essere almeno a 3 decadi dall’altra
(condizione minima per parlare di larga banda).
Consideriamo il circuito di fig 6.19.

Ro

R
Ri
Vi
Vo
1/sC

Fig 6.19

L’impededenza vista dallo stadio di sinistra è:

1
Ri ⋅ ( R + )
sC Ri ⋅ (1 + sCR)
Z= =
1 ( Ri + R ) ⋅ sC + 1
Ri + ( R + )
sC

Nota : se s→0 allora Z→Ri ( il condensatore diventa un circuito aperto); se s→∞ allora Z→R//Ri (il condensatore
diventa un corto circuito).

A questo punto calcoliamo la f.d.t.:

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R i ⋅ ( 1 + sCR )
Vi Z 1 + sC( R + R i ) R i ⋅ ( 1 + sCR )
F( s ) = = = = =
Vo Z + R o (1 + sRC ) R i ( R o ( 1 + sC ( R + R i )) + ( 1 + sRC) R i
( Ro +
1 + sC( R + R i )
R i ⋅ ( 1 + sCR )
=
R o + R i + sC( R o R + R o R i + RR i )
 RoRi 
ma R o R + R o R i + RR i = R o R i + R( R o + R i ) = ( R o + R i ) R + 
 Ro + Ri 
R i ⋅ ( 1 + sCR ) 1 + sα 1 1
quindi F( s ) = [= k β >α → < ]
 Ro Ri  1 + sβ β α
( R o + R i )1 + sC( R + )
 Ro + Ri 

Considerazioni:

• lo zero dipende solo da R e da C (vedi numeratore)


• il polo dipende da R, Ri, Ro e da C
• la frequenza del polo è più bassa di quella dello zero (fig 6.20)

1 1
β α

Fig 6.20
polo zero

• il valore dello zero lo posso decidere variando R e C


• con la coppia resistore-condensatore inserisco un polo ed uno zero con il polo a frequenza più bassa
• utili per fare compensazione zero-polo
• per fare un polo a basse frequenze (ordine dell’Hz) sarà necessario avere R dell’ordine del MΩ e C dell’ordine dei µF,
cioè resistenze e condensatori di valore molto alto, ma questi valori sono incompatibili con le tecniche di integrazione
dei componenti; il trucco consiste nel’ottenere una apparente capacità elevata, sfruttando l’effetto Miller.

6.5. Effetto Miller


Sia data una rete N con due punti A e B collegati tramite un’ impedenza Z:

Z
I1 I2

A B
IA IB
N
VA
VB
Fig. 6.21

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GND

Vediamo sotto quali condizioni il circuito di fig. 6.21 è equivalente al circuito di fig 6.22:

VA VB
A B
IA IB

N I2’
I1
Z’ Z’’
Fig 6.22
GND

Determiniamo quale legame sussiste tra le impedenze della seconda rete e l’impedenza della prima. Innanzitutto i due
circuiti sono equivalenti se le tensioni e le correnti di ingresso/uscita della rete N sono uguali; questo implica che I1=I1’ e
che I2=I2’:

VA V A − VB
I 1' = e I1 =
Z' Z
V A VA − VB 1
quindi: = cioè Z' = Z
Z' Z V
1− B
VA
VB VB − VA
I 2' = e I2 =
Z '' Z
VB
VB VB − V A VA
quindi: = cioè Z '' = Z ⋅
Z '' Z VB
−1
VA
Concentriamoci sull’espressione trovata per Z’ :

VB
se << 0
VA

otteniamo un valore di Z’ molto piccolo (impedenza di ingresso del secondo circuito molto piccola); se Z è un
condensatore, chiamando G=-(VB/VA), otteniamo:

1
Z' =
sC (1 + G)

Così si vede chiaramente che se G è molto grande, l’impedenza di ingresso del secondo circuito diventa un condensatore
di capacità elevata pari a C(1+G). Otteniamo in tal modo che il condensatore visto all’ingresso è molto più grande di
quello collegato fisicamente; tale trucco si utilizza in tecnologia integrata dove non si possono realizzare grandi capacità.
Sfruttando l’effetto Miller è possibile introdurre dei poli a basse frequenze; infatti, come visto prima, valori alti di capacità
implicano alti valori delle costante di tempo e quindi poli molto vicini all’origine.

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 15


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6.6. Esempio di disaccoppiamento in continua


Consideriamo un generico stadio (fig 6.23).
Questo condensatore posto in
serie disaccoppia in continua il
prossimo stadio.
Questo condensatore posto in
serie disaccoppia in continua lo
stadio dal generatore.

Fig 6.23

Il punto di funzionamento a riposo non viene influenzato dall’aggiunta dei condensatori, perché questi, per quanto
riguarda la polarizzazione, si comportano come circuiti aperti. Se invece accoppio direttamente un generatore e/o un altro
stadio, il punto di funzionamento cambia, perché tiene conto della presenza del generatore, della sua resistenza interna e
della presenza dell’altro stadio (fig 6.24).

Fig 6.24

Utilizzare i condensatori in questo modo è molto utile per disaccoppiare in continua gli stadi; ma questa tecnica taglia la
continua, cioè il segnale a frequenza zero, e quindi non va bene se si vuole che questo non accada.

6.7. Effetti della temperatura (cenni)


Riprendiamo lo stadio appena visto, ma un po’ semplificato (fig 6.25).

C All’interno della maglia troviamo la Veq del segnale


ma anche la VBE del transistore; quest’ultima
B tensione è uno dei tre parametri principali di un
transistore bipolare che subiscono l’influenza della
E temperatura:
VBE
Req • La VBE ≅ (25 mV / °C)
• Il β ≅ (1% / °C)
BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto • La ICB raddoppia ogni 10°C (corrente di 16
Veq saturazione inversa)
APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 6 - Risposta in frequenza degli amplificatori

Fig 6.25

Le variazioni di temperatura inducono variazioni nella tensione VBE , variazioni che modificano il punto di funzionamento a
riposo e sono indistinguibili dalle variazioni indotte dal generatore Veq. Possiamo infatti rappresentare le variazioni
indotte dalla temperatura con un generatore di tensione posto in serie all’emettitore e supporre ideale l’emettitore (fig
6.26).
Come posso separare le variazioni indotte dalla temperatura da quelle indotte dal generatore Veq?
La variazione della VBE rispetto alla temperatura è un fenomeno lento (< 1Hz). Una soluzione poterebbe essere quella di
inserire una frequenza di taglio inferiore in modo tale da attenuare fortemente i segnali a bassa frequenza, e quindi quelli
dovuti alla temperatura.
Se non è possibile mettere la frequenza di taglio inferiore (ossia il segnale che serve ha anche frequenze lente), per
esempio nel caso si debba misurare una temperatura, la nostra unica speranza è separare i due segnali in ampiezza; ma
questa soluzione non va bene perché le ampiezze dei due segnali sono del tutto paragonabili (entrambe molto piccole).

Conclusione: con un solo transistore non riesco a


risolvere il problema di amplificare i segnali che
contengono anche basse frequenze.
La soluzione consiste nel mettere nella maglia qualcosa
che si opponga all’effetto termico e lo compensi.
emettitore ideale
Facciamo una modifica circuitale dove nella maglia sono
presenti 2 elementi che si comportano allo stesso modo
Req ∆VBE/∆T ma che circuitalmente sono connessi in modo tale da
annullare i loro effetti: vediamo lo stadio differenziale.

Veq Fig 6.26

6.8. Stadio differenziale


E’ quella configurazione che serve per amplificare con basse derive, ed è in grado di amplificare anche la continua.. Ha
avuto un notevole sviluppo con i circuiti integrati perchè prima si avevano costi elevati.

VCC Questo stadio si basa sulla bontà dei 3 elementi


IC1 IC2 che lo costituiscono:
• - 2 transistori “uguali” (il più possibile)
R1 R2 • - 1 generatore di corrente con elevata
impedenza in uscita
VC1 VC2
In riferimento alla fig. 6.27:
IB1 IB2
T1 T2 • I0 è un generatore ideale di tensione (eroga
corrente costante indipendentemente dalla
tensione presente ai suoi capi)
V1 VBE1 • V1, V2 generatori ideali di tensioni (non c’è la
IE1 Fausto
BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI IE2 VBE2 V2 17
resistenza in serie)
• La tensione VEE è negativa perché il
transisitore è fatto con transistori e deve
funzionare anche con segnale nullo
I0 • Lo stadio è polarizzato in corrente (I0)
-V
APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 6 - Risposta in frequenza degli amplificatori

Fig 6.27

• Nell’ipotesi di transistori idealmente identici, abbiamo che IE1 = IE2


• Se V1 e V2 sono nulli oppure se V1 = V2 in ogni ramo ho una corrente pari a I0/2.

Scriviamo l’equazione alla maglia riportata in fig. 6.28.

IB1 IB2
T1 T2
V1 = VBE1 − VBE 2 + V2
(1)
V1 VBE1 V1 − V2 = VBE 1 − VBE 2 = Vd
IE1 IE2 VBE2 V2

Fig 6.28
Siccome abbiamo supposto identici i due transistori, le variazioni di VBE1 dovute alla temperatura sono identiche alle
variazioni di VBE2 , ma quest’ultime hanno segno opposto, quindi gli effetti dovuti alla temperatura si annullano. In realtà,
succede che tanto più i 2 transistori sono uguali tanto più l’effetto di compensazione è marcato.

Facciamo ora l’equazione al nodo riportato in fig 6.29.

( 2) I E 1 + I E 2 = I 0
IE1 IE2
oppure
I C1 + I C 2 = α F I 0 infatti : I c = αFI E
VB E
I0
Fig 6.29 ( 3) I E = I ES ⋅ e VT

Se le tensioni V1 e V2 non sono uguali la corrente non si divide più in modo uguale sui 2 rami; studiamo il legame tra la Vd
e le correnti. Riprendiamo la (2):

I C2 αF ⋅ I0 αF ⋅ I0
I C1 ⋅ (1 + ) = α F ⋅ I 0 → IC1 = e, analogamente I C2 =
IC1 I C2 IC1
1+ 1+
IC1 I C2
dalla (3), siccome IC=αFIE , otteniamo:

VBE 1 VBE 2

I C1 = α F ⋅ I ES ⋅ e VT
I C 2 = α F ⋅ I ES ⋅ e VT

V V
I C1 d
I C2 − d
(VBE 1 −VBE 2 )/VT (VBE 2 −VBE 1 )/ VT
=e =e VT
=e = e VT
IC2 IC1

Combinando queste ultime equazioni con quelle trovate poco sopra otteniamo:

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 6 - Risposta in frequenza degli amplificatori

α F ⋅ I0 α F ⋅ I0
I C1 = V
I C2 = Vd
− d
1+ e VT
1 + e VT
L’andamento delle 2 correnti in funzione della tensione differenziale è rappresentato in fig. 6.30.

IC1, IC2
α FI0

IC1

α FI0/2
Fig 6.30
IC2

-2VT 2VT
Vd

Osservazioni:
• Se V1 >> V2 allora tutta la corrente è IC1 (tutta la corrente passa nel ramo sinistro)
• Se V2 >> V1 allora tutta la corrente è IC2 (tutta la corrente passa nel ramo destro)
Questo è un comportamento binario dello stadio differenziale che infatti viene sfruttato dalle porte ECL.

A questo punto se R1= R2= RC abbiamo:

VC 1 = VCC − I C1 ⋅ RC
VC 2 = VCC − I C 2 ⋅ RC

se aumento V1 (ossia aumenta Vd) avrò:

VC 2 in fase

VC 1 sfasato 180°

Andiamo ora a studiare il tutto per il piccolo segnale; per fare ciò dobbiamo prendere un punto di funzionamento a riposo
P, fare la derivata della funzione e calcolarla in P. Sostituiamo così alla curva le tangenti alla curva nel punto P; come
punto di funzionamento a riposo prendiamo il punto in Vd=0, sul grafico il punto (0,α FIO/2):

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 6 - Risposta in frequenza degli amplificatori

 dI C1
 g m1 = V
dVd α F ⋅ I0 − d
gm = C ⇒ 
dI dI C 1 1
=− ⋅ e VT
⋅ (− )
dVd  dI C 2 dVd  − d 
V
2
VT
 g m2 =  1 + e VT 
 dVd  
 
che calcolata in P(Vd = 0)
α F ⋅ I0 α F ⋅ I0
g m1 = e g m2 = −
4 ⋅ VT 4 ⋅ VT
I due valori ottenuti sono i coefficienti angolari delle due rette tangenti che linearizzano lo stadio; scriviamo l’equazioni
complete di tali tangenti:

 α F I0 α F I 0 α F I0
 I C1 = g m1 ⋅Vd + 2 = 4 ⋅ V ⋅ Vd + 2
 T

•  se I C1 = 0 ⇒ Vd = −2 ⋅VT ∩ asse Vd
 se I = α I ⇒ V = 2 ⋅V ∩ asse α I
 C1 F 0 d T F 0

 dI C 2 α F I0
 dV = − 4 ⋅V
 d T

 α F I0 α I α I
•  I C 2 = g m2 ⋅ Vd + = − F 0 ⋅ Vd + F 0
 2 4 ⋅ VT 2
 se I C 2 = 0 ⇒ Vd = 2 ⋅VT ∩ asse Vd

 se I C 2 = α F I 0 ⇒ Vd = −2 ⋅VT ∩ asse α F I 0

In base alle considerazioni svolte, otteniamo il grafico in fig 6.31.

IC1, IC2
α FI0

IC1

α FI0/2
Fig 6.31
IC2

-2VT 2VT
Vd

Ora è possibile calcolare l’errore relativo, nel punto Vd=VT, causato dalla sostituzione della curva con la retta tangente
passante per P:

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 6 - Risposta in frequenza degli amplificatori

α F I0 α I 3
curva tan gente I C1 = ⋅ VT + F 0 = ⋅α F I 0
4 ⋅ VT 2 4
α F I0
curva reale I C 1 = Vd
= 0.73 ⋅ α F I 0

1+ e VT

L’errore che si commette è pari a 2/75, cioè circa il 2,6 %.

6.9. Derive e offset: prime considerazioni


Definizione di deriva: scostamento di una certa grandezza in funzione di un’altra; si tratta di un effetto dinamico, per
esempio la variazione della tensione rispetto alla variazione della temperatura.
Definizione di offset: scostamento costante di una certa grandezza rispetto ad un valore di riferimento; si tratta di un
effetto statico, ad esempio la differenza di tensione tra due generatori che dovrebbero essere uguali.

Nel caso dello stadio differenziale, se il transistor T1 e il transitor T2 non sono perfettamente uguali, le due correnti IE1 e
IE2 , anche con V1=V2=0, sono diverse e quindi ho un offset di corrente.
Le derive possono essere viste come variazioni di offset rispetto a una certa grandezza; per esempio le due tensioni VBE1
e VBE2 sono diverse (offset di tensione) e variano con il variare della temperatura (deriva).
L’offset è recuperabile perchè una volta che è noto lo posso compensare con un generatore di segno opposto:

A e B sono i due ingressi dello stadio differenziale;


A
∆VBE o VOFF rappresenta lo scostamento tra VBE1 e VBE2.
∆VBE
B

Per quanto riguarda le correnti, per studiare l’effetto delle derive e degli offset occorre riprendere il circuito dello stadio
differenziale aggiungendo però le resistenze in serie ai generatori V1 e V2; poniamo per semplicità che V1=V2=0 e quindi
nel disegno di fig 6.32 sono scomparsi i due generatori.

VCC
IC1 IC2
R1 R2

VC1 VC2
IB1 IB2
T1 T2
RB2
RB1 VBE1
IE1 IE2 VBE2

I0 Fig 6.32
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-VEE
APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 6 - Risposta in frequenza degli amplificatori

Scriviamo l’equazione alla maglia:

I B1 R B1 + VBE1 − VBE 2 − I B2 R B2 = 0

Nell’ipotesi di idealità, IB1 = IB2 e VBE1 = VBE2 quindi, affinché l’equazione sia vera, deve essere RB1 = RB2. Questo significa
che per limitare gli offset, le due resistenze poste agli ingressi devono essere il più possibile uguali.
Nell’ipotesi realistica che i due transitori siano leggermente diversi, avrò che IB1 ≠ IB2 e dunque, pur avendo RB1 = RB2
non riesco ad eliminare l’asimmetria. Per ottenere questo risultato dovrei eliminare le resistenze, ma siccome questo non è
praticamente possibile, cerco di mettere le resistenze più piccole possibili. In questo modo

IB1 RB1 − IB2RB2 diventa trascurabile rispetto a VBE1 − VBE2 e posso considerare come unico offset significativo
quest’ultimo:

R
A

∆VBE
B R

Quindi agli ingressi metto due resistenze uguali e molto piccole.

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 22


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 6 - Risposta in frequenza degli amplificatori

CAPITOLO 6

SOMMARIO

6.1. Funzioni di trasferimento, modulo e fase...................................................................................................................................... 1


6.1.1 Andamento del modulo e della fase in funzione di ω (o di f) .............................................................................................. 2
6.1.2 Tracciamento del modulo e della fase..................................................................................................................................... 4
6.2. Un esempio importante: il partitore compensato......................................................................................................................... 7
6.3. Curve di risposta degli amplificatori.............................................................................................................................................. 9
6.4. Introduzione di poli e zeri.............................................................................................................................................................. 12
6.5. Effetto Miller................................................................................................................................................................................... 14
6.6. Esempio di disaccoppiamento in continua................................................................................................................................. 16
6.7. Effetti della temperatura (cenni)................................................................................................................................................... 16
6.8. Stadio differenziale........................................................................................................................................................................ 17
6.9. Derive e offset: prime considerazioni.......................................................................................................................................... 21

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 23


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

CAPITOLO 7

AMPLIFICATORI OPERAZIONALI

7.1. L’amplificatore operazionale


Consideriamo un circuito con due ingressi e un’uscita (fig 7.1). Supponiamo che questo sistema sia in linearità (se è fatto
con transistori allora è stato polarizzato). Abbiamo che:

Vu=f (V1,V2)

V1 Definiamo segnale di tipo differenziale la grandezza:


Vu
Vd=V1 − V2
V2
e segnale di modo comune la grandezza:
Fig 7.1
V1 + V2
Vc =
2
Sommando le due equazioni ricaviamo queste due relazioni:

Vd Vd
V1 = Vc + V2 = Vc −
2 2

Possiamo rappresentare circuitalmente queste due relazioni tramite dei generatori di tensione opportuni (fig 7.2a).

Vd/2
V1
Vu Vu
Vd/2
V2 Vc

Fig 7.2a Fig 7.2b

Nel circuito in fig 7.2b:


se Vc =0 ⇒ V1 - V2 = Vd : la differenza di tensione tra i due morsetti è pari a Vd
se Vd=0 ⇒ a entrambi i morsetti è applicata la tensione Vc

Questi dircorsi valgono per qualsiasi circuito con due ingressi, se presenta una topologia di questo tipo.
Nell’ipotesi di sistema lineare, possiamo utilizzare la sovrapposizione degli effetti, e quindi scriviamo:

Vu = AdVd + AcVc

dove A d è il guadagno differenziale o di modo differenziale, e A c è il guadagno di modo comune.

Definiamo inoltre il Common Mode Rejection Ratio:

Ad
CMRR =
Ac dB

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

Se un sistema ha due ingressi, possiamo esprimere l’uscita in funzione della differenza dei due segnali di ingresso e della
loro media aritmetica. Grazie all’ipotesi di linearità posso dire che l’uscita è esprimibile tramite una combinazione lineare di
Vd e Vc .
Facciamo qualche considerazione sui valori di Ad, A c e CMRR.
Un amplificatore a due ingressi è un’amplificatore differenziale ideale se A c =0.
Nel caso reale invece deve essere vera la condizione:
A c << A d (non significa necessariamente che A d debba essere grande) ossia CMRR >> 1.

Un amplificatore operazionale :
• è un amplificatore differenziale
• A d >> 1 (A d deve essere elevato, A d ≈ 106)
• è un amplificatore per continua, quindi non presenta frequenza di taglio inferiore
• deve possedere basse derive termiche

Nota: un amplificatore che abbia Ad=1 e AC=0 può essere classificato come amplificatore differenziale ma non come
amplificatore operazionale.
Il simbolo circuitale è rappresentato in fig 7.3.

V+ +
VU=AdVd
- Vd
V
-
Fig 7.3

Un amplificatore operazionale ideale dovrebbe presentare le seguenti caratteristiche elettriche:

• guadagno di tensione A d infinito

Ad = ∞

C’è da notare che l’errore che si introduce approssimando ad ∞ il guadagno A è minore dell’errore commesso sugli
elementi di “contorno”, ad esempio la tolleranza sui componenti.

• Tensione differenziale nulla

Vd = 0

Questa caratteristica deriva dalla precedente ricordando che la tensione in uscita è data dal prodotto del guadagno
per la tensione differenziale. Siccome la tensione in uscita è limitata (non può essere infinita!) ne consegue che Vd
deve essere uguale a zero. Quindi è come se all’ingresso ci fosse un corto circuito.

• Corrente assorbita dagli ingressi nulla

id = 0

Questo deriva dall’affermazione precedente: se la tensione differenziale è nulla, qualunque valore finito abbia
l’impedenza di ingresso, ne consegue che la corrente in ingresso è nulla. Quindi è come se all’ingresso ci fosse un
circuito aperto.
Date le ultime due caratteristiche si dice che il circuito di ingresso di un amplificatore operazionale ideale è un
CORTO CIRCUITO VIRTUALE (o massa virtuale).

Nota: nei morsetti d’ingresso può passare una corrente qualunque ma si tratta di corrente di polarizzazione e non di
segnale. E’ quest’ultima che è nulla nei morsetti.

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 2


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

• Resistenza di ingresso infinita

Ri = ∞

Si assume infinita, in tale modo non vi sono effetti di carico sullo stadio precedente.

• Resistenza di uscita nulla

Ro = 0

Si assume nulla, in tale modo l’uscita può pilotare un numero infinito di altri dispositivi.

• Larghezza di banda B infinita

B=∞

in modo tale che un segnale di frequenza da 0 ad ∞ Hz possa essere amplificato senza subire nessuna attenuazione.

• Rapporto di rigetto di modo comune infinito

Ad
CMRR = =∞
AC dB

in modo tale che la tensione di uscita di modo comune sia nulla.

• Slew Rate infinito

SR = ∞

in modo tale che la tensione di uscita vari con le variazioni della tensione di ingresso senza nessun ritardo.

L’amplificatore operazionale ideale è un amplificatore di tensione in quanto l’impedenza di ingresso è infinita e quella di
uscita è nulla.
L’equazione fondamentale di un amplificatore operazionale è

VU = AdVd

e può essere rappresentata graficamente come in fig 7.4.

VU Si nota che la tensione di uscita non può superare il valore


della tensione positiva e negativa di saturazione che
coincidono con le tensioni di alimentazione.
Ciò significa che la tensione di uscita è direttamente
proporzionale alla tensione di ingresso finchè non
Vd raggiunge il valore delle tensioni di saturazione, dopo di
chè la tensione di uscita rimane costante. Tale curva viene
detta CARATTERISTICA DI TRASFERIMENTO IDEALE
Fig 7.4
DI TENSIONE: ideale in quanto si suppone la tensione di
offset di uscita nulla.

Tale caratteristica descrive l’andamento della tensione di uscita in funzione della tensione differenziale di ingresso
quando l’amplificatore operazionale lavora ad ANELLO APERTO, vale a dire quando non esiste connessione tra
l’ingresso e l’uscita.

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

7.2. I 4 tipi di amplificatore

7.2.1. Amplificatore di tensione

Supponiamo di utilizzare un amp lificatore operazionale ideale e studiamo il circuito rappresentato in fig 7.5.

R2
Risolviamo il circuito il corto circuito virtuale:

R1 R1
VU V + = VS = V − = VU ⋅
- R1 + R2
Vd VU R
+ = 1+ 2
VS R1
VS
Quindi il guadagno dipende solo dalle resistenze
interne. La resistenza di ingresso dello stadio coincide
Fig 7.5
con la resistenza di ingresso dell’amplificatore
operazionale; si ha pertanto Ri=∞.

La resistenza di uscita dello stadio, vista dal carico, è data da:

Rout = RO / /( R1 + R2 )

la quale, essendo RO=0, sarà nulla.

R2
Abbiamo così ottenuto le carateristiche di un
amplificatore operazionale di tensione: impedenza di
ingresso idealmente infinita e impedenza di uscita
Ri Vi RO Vu idealmente nulla.

R1 +
Lo stadio analizzato equivale al circuito di fig. 7.6.

VS AVi

Fig 7.6

7.2.1. Amplificatore di transresistenza


i2 R2 Risolviamo il circuito di fig 7.7.
VS VU
i1 = i2 = −
R1 R1 R2
- Vu visto che i2 = i1
i1 VU R
VS + =− 2
VS R1
Fig 7.7
BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 4
APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

Per rendersi conto che tale stadio non è un amplificatore di tensione è sufficiente andare a calcolare le resistenze di
ingresso ed uscita. A tale scopo è conveniente utilizzare il circuito di fig.7.8.

equivalente Norton i2 R2

ii
- Vu
i1
R1 +
IS

Fig 7.8

I S = i1 + i 2 + i i
i1 = 0 perché ai capi di R 1 non c'è differenza di tensione
e i i = 0 perché non entra corrente nell' operazionale
per cui VU = −i 2 ⋅ R2 = − I S ⋅ R2

L’impedenza di ingresso risulta essere nulla, così come l’impedenza di uscita:

VS Vd
Ring = = =0 Rout = RO / /( R1 + R2 ) = 0
IS IS

Questi valori di impedenza caratterizzano un amplificatore di transresistenza.

7.2.3. Amplificatore di transconduttanza

+ Risolviamo il circuito di fig. 7.9.

VS
- VR = I L ⋅ R
IL
RL VS = VR = I L ⋅ R
IL 1
=
VS R
VR R
Fig 7.9

Possiamo subito notare che l’amplificazione non dipende né dall’amplificatore né dal carico RL (è indipendente dalla
particolare applicazione). L’impedenza di ingresso è elevata (la corrente in ingresso è nulla); per quanto riguarda
l’impedenza di uscita, per calcolarla occorre considerare l’amplificatore operazionale “reale” (fig 7.10), applicare un
generatore di corrente al posto del carico e calcolare il rapporto (V1-V2) /I. Assumiamo la resistenza Ri di ingresso elevata
(praticamente un circuito aperto) e calcoliamo quanto vale ROUT.

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

V1 − V2
ROUT =
I
RO V1 se Ri → ∞ V2 = − I ⋅ R
+
altrimenti V2 = − I ⋅ ( R / / Ri )
Ri
Vd AVd V1 = A ⋅Vd + I ⋅ RO
- I
Vediamo quanto vale Vd e calcoliamo la ROUT,
cioè l’impedenza di uscita dell’intero circuito.
V2
Vd = −V2 = I ⋅ R
A ⋅ I ⋅ R + RO ⋅ I + I ⋅ R
R ROUT = =
I
Fig 7.10
= R ⋅ (1 + A) + RO

Si può già vedere che l’impedenza di uscita è molto alta perché A è un valore alto.
A questo punto sarebbe sufficiente, ma per capire meglio ristudiamo il tutto facendo l’equivalente Norton (fig 7.11).

Non occorre rifare tutti i calcoli precedenti; le


uniche modifiche sono le seguenti:
+
V1
V1 = ( I + GV d ) Ro = IR o + GV d Ro
Ri VdG
Vd
ponendo A=RoG otteniamo la stessa espressione
- RO I precedente.

ROUT = R ⋅ (1 + RO G ) + RO
V2
ROUT = R + RRO G + RO = R + (1 + GR) RO

R
Fig 7.11

In questo modo ci siamo ricondotti in una “forma canonica” dove l’impedenza di uscita è data dall’impedenza d’uscita del
sistema morto, RO, moltiplicata per una quantità, 1+GR, detta guadagno d’anello o desensitivity.
Le stesse cose le avremmo potute ottenere applicando le regole di un sistema ad anello chiuso in reazione negativa
(vedremo più avanti cosa significa).
In conclusione la ROUT è molto elevata (al limite se A→∞ ROUT→ ∞), quindi la corrente che passa nel carico viene
mantenuta indipendentemente dal valore del carico.
Il problema di questa configurazione è il fatto che il carico è fluttuante (ossia la resistenza RL non ha riferimento a massa).

NOTA: I carichi pilotati in corrente sono quelli di tipo induttivo (motori, relais, lettori floppy, ..).

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

7.2.4. Amplificatore di corrente


Studiamo il circuito di fig 7.12 applcando le
+ condizioni di amplificatore ideale.
Dal fatto che Ii=0 (corrente entrante nel -) abbiamo:
-
IL I S + I1 = 0 ⇒ − IS = I1
RL
R2 IL R1
IS I1 = I L ⋅ = −I S ⇒ = −( 1 + )
R1 R1 + R2 IS R2
I1
R2
L’impedenza di ingresso è nulla (perché Vd=0),
mentre l’impedenza di uscita è elevata (potremmo
Fig 7.12
rifare lo stesso calcolo già fatto con l’amplificatore di
transconduttanza).

Abbiamo così trovato la f.d.t. di un amplificatore di corrente; come per gli altri amplificatori, la f.d.t. dipende dal rapporto
delle resistenze e non dai loro valori assoluti. Attenzione: bisogna ricordarsi che nella realtà l’amplificatore non è
ideale;questo significa che non possiamo mettere resistenze di valore qualunque, perché esistono:

• non linearità in ingresso (corrente di polarizzazione, offset, derive)


• non linearità in uscita (massima corrente erogabile)

Un amplificatore generico può erogare in uscita una corrente di ±10 mA.

7.3. Derive e offset nell’amplificatore operazionale


Analizziamo con maggiore profondità lo stadio di ingresso. Mettiamo in evidenza le non idealità tramite generatori
esterni, mentre l’amplificatore operazionale rimane ideale (fig 7.13).

no corrente La tensione di offset Voff di ingresso, che modella


IB1 la differenza di tensione esistente tra i due ingressi,
− è il valore della tensione di ingresso che deve
essere applicato fra i 2 ingressi per portare a zero la
Vd tensione di uscita.
Ri Per modellare le correnti di polarizzazione presenti
ai due terminali di ingresso utilizziamo due
generatori di corrente IB1 e IB2 e definiamo la
+ corrente di polarizzazione di ingresso IB:
Voff
no corrente I B1 + I B2
+
IB =
IB2 2
Fig 7.13

Per modellare la differenza di corrrente presente ai due terminali di ingresso definiamo la corrente di offset di ingresso
Ioffset come la differenza tra le 2 correnti di polarizzazione:

I offset = I B2 − I B1

Possiamo ridisegnare il circuito (fig 7.14) facendo comparire IB e Ioffset.

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 7


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

Ioffset/2 Il vantaggio di questa forma del circuito è che i


no corrente valori Voff , IB e Ioffset sono quelli forniti dai
costruttori.
IB

Quello che abbiamo disegnato è il circuito
equivalente per gli offset. Derivando le
Vd Ri grandezze che abbiamo definito rispetto alla
variazione di temperatura otteniamo il circuito
equivalente per le derive (con la stessa
+ topologia).
Voff Per avere il circuito equivalente per le derive
facciamo le seguenti sostituzioni:
no corrente
+
IB
Ioffset/2
Fig 7.14
∆I offset
I offset →
∆T
∆I B
IB →
∆T
∆Voff
V off →
∆T

Studiamo il comportamento dell’operazionale con offset e derive. In fig. 7.15 compare l’operazionale con tutti i generatori
che modellano gli offset e le derive.

R2

Ioff/2
R1

IB

Vd Ri
RO
+ A dVd VU
Voffset
RS

+ IB
VS Ioff/2

Fig 7.15

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

Valuto ora l’effetto di tali grandezze sulla tensione di uscita VU considerandoli alla stregua di effetti esterni e
considerando ideale l’amplificatore operazionale.
Suppongo di operare in linearità in modo da poter applicare la sovrapposizione degli effetti; analizziamo passo per passo i
contributi sulla tensione di uscita dei vari generatori:

• Contributo del generatore VS (in RS non passa corrente, quindi non c’è caduta di tensione)

 R 
VU = VS ⋅ 1 + 2 
 R1 

• Contributo della tensione di offset Voff:

 R 
VU = Voff ⋅  1 + 2 
 R1 

Infatti è come se la tensione Voff fosse applicata nel punto in cui è presente VS e quindi si comporta come un ingresso
ad un amplificatore di tensione.

• Contributo della corrente di polarizzazione IB sul morsetto −

VU = − R2 ⋅ I B
infatti, essendo l’amplificatore ideale, la corrente non può entrare in Ri , e siccome su R1 non c’è differenza di
tensione, va tutta su R2.

• Contributo della corrente di polarizzazione IB sul morsetto +

 R 
VU = I B ⋅ RS ⋅  1 + 2 
 R1 

La corrente IB entra tutta sulla resistenza RS (l’amplificatore è ideale); la tensione su questa resistenza viene
amplificata al pari di una tensione di ingresso.

• Contributo della corrente Ioffset sul morsetto −

I offset
VU = R2 ⋅
2

Essendo l’amplificatore ideale, la corrente Ioff /2 va tutta sulla resistenza R2.

• Contributo della corrente di Offset Ioffset sul morsetto +

I offset  R 
VU = RS ⋅ ⋅ 1+ 2 
2  R1 

La corrente fluisce tutta su RS e la tensione che sui crea viene amplificata come se fosse un ingresso dell’amplificatore
di tensione.

In conclusione avremo:

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 9


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

 R   R   R  I offset I offset  R 
VU = VS ⋅ 1 + 2  + Voffset ⋅  1 + 2  − I B ⋅ R2 + I B ⋅ RS ⋅ 1 + 2  + ⋅ R2 + ⋅ RS ⋅ 1 + 2 
 R1   R1   R1  2 2  R1 

Da questa espresione si può subito notare che le correnti di polarizzazione IB danno contributi di segno opposto. Per fare
in modo che tali contributi si annullino a vicenda, nell’ipotesi che le due correnti di polarizzazione siano uguali, è
sufficiente porre

 R  RR
R2 = RS ⋅  1 + 2  ⇒ RS = R1 / / R2 = 1 2
 R1  R1 + R2

In generale per minimizzare gli effetti delle correnti di polarizzazione è sufficiente fare in modo che l’impedenza vista
dall’ingresso non invertente (+) coincida con l’impedenza vista dall’ingresso invertente (−); in poche parole le impedenze
viste dai due morsetti devono coincidere.

Imponendo tali condizioni si ottiene:

 R  I offset   R  
VU = (VS + Voffset ) ⋅ 1 + 2  + ⋅  RS 1 + 2  + R2 
 R1  2   R1  

Sostituendo Rs con il parallelo di R1 e R2 otteniamo:


 R  I   R + R2  R1 R2 
VU = (VS + Voffset ) ⋅ 1 + 2  + offset ⋅  R2 +  1  
 R1  2   R1  R1 + R2 
 R 
VU = (VS + Voffset ) ⋅ 1 + 2  + I offset R2
 R1 

Nel caso peggiore il contributo della corrente di offset si somma al contrinuto di Voff. Comunque, per minimizzare l’effetto
di Ioffset bisogna limitare R2. In pratica si sceglie R2 in modo tale che si abbia:

I offset ⋅ R2 << Voffset

∆I offset ∆Voffset
⋅ R2 <<
∆T ∆T

L’unico effetto che non è possibile controllare è quello di Voffset.

Conclusione: per minimizzare gli effetti della temperatura occorre:

• I due morsetti dell’amplificatore operazionale devono vedere la stessa impedenza


• Tale impedenza deve essere piccola.

D’altro canto abbiamo visto che la corrente in uscita dall’amplificatore operazionale può essere ±10mA; questo significa
che, se per esempio vogliamo avere in uscita una dinamica di ±10V, la resistenza globale vista dall’uscita dovrà essere di
almeno 1 KΩ. Affinchè la maggior parte della corrente vada sul carico, dovremo mettere R2 intorno ai 10 KΩ (ricorda che
R2 e il carico sono in parallelo rispetto all’uscita). Ecco che abbiamo una limitazione inferiore al valore delle resistenze R1 e
R2.

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 10


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

E’ necessario quindi raggiungere un compromesso., ricordando sempre che più le resistenze sono piccole meno le derive
influiscono.

7.4. Esempi di applicazioni dell’amplificatore di tensione e di


transresistenza

7.4.1. Voltage follower

E’ un caso particolare dell’amplificatore di tensione, in cui R1 è un circuito aperto e di conseguenza R2 diventa ininfluente
(fig 7.16).
Siamo nel caso di un amplificatore di tensione, quindi
normalmente
 R 
- VU VU = VS ⋅ 1 + 2 
Vd  R1 
+
ma noi abbiamo supposto R1=∞ e a questo punto il valore di R2 è
VS ininfluente, quindi consideriamo R2=0.
Fig 7.16

VU  R1  RO RO
=1 Ring = Ri ⋅ 1 + A ⋅  = Ri (1 + A) ROUT = =
VS  R1 + R2  R1 ( 1 + A)
1+ A⋅
R1 + R2

E’ un amplificatore di tensione con la massima impedenza di ingresso e la minima impedenza di uscita possibile. E’ quindi
il buffer ideale o meglio è il miglior buffer di tensione che ci sia. Il segnale in uscita segue il segnale di ingresso perché il
guadagno è 1.

7.4.2. Integratore

Prendiamo un amplificatore di transresistenza e sostituiamo la resistenza R2 con un condensatore di impedenza Z2 (fig.


7.17).
Risolviamo il circuito: (i1=i2)
i2 Z2=1/sC
VU Z 1
=− 2 =−
R VS R sCR
- Vu
Ci troviamo così di fronte ad una f.d.t. con un
i1 + polo nell’origine.
VS Vediamo perché questo circuito si comporta da
integratore:
Fig. 7.17

dVc 1 vS 1
⇒ VC = ∫ idt
RC ∫ S
iC = C i= VC = v dt
dt C R

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

1
RC ∫
VC = −VU ⇒ VU = − v S dt

Questo circuito così come l’abbiamo disegnato non può funzionare. Infatti l’amplificatore operazionale avrà sempre la sua
Voff e la sua Ioffset. Questo significa anche queste quantità saranno integrate: anche se VS è nulla, la Ioffset pian pianino
carica il condensatore fino a quando VU non raggiunge il valore massimo (o minimo), dopodichè il circuito è saturo.
Da un altro punto di vista, questo circuito non è stabile perché presenta un polo nell’origine, e ciò significa che a fronte
di un ingresso limitato, otteniamo un’uscita illimitata.
Riusciamo a far funzionare l’integratore se lo inseriamo in un anello.
A volte per evitare l’anello si mette in parallelo al condensatore un interruttore, aprendolo solo se è necessario integrare il
vero segnale.

NOTA: finora abbiamo sempre visto il collegamento tra ingresso ed uscita sul morsetto negativo, in quanto reazionando
sul morsetto positivo (reazione positiva), il modello del transistore visto perde la sua validita’, o meglio, vale solo per un
piccolissimo transitorio.

7.4.3. Instrumentation amplifier

E’ un amplificatore ideale di tensione di tipo differenziale: ha due ingressi e l’uscita dipende dalla differenza dei due
ingressi:
Vu=K(V1 - V2)

Vediamo ne la struttura procedendo per passi. Iniziamo con il circuito di fig. 7.18.

R Siccome il circuito è in linearità, si può utilizzare il


principio di sovrapposizione degli effetti:

R1
- Vu  R  R 
VU = V1  1 + 2  − V2  2 
+
 R1   R1 
V2
Noi vogliamo ricondurci a una formula del tipo Vu=K(V1
V1 - V2), quindi i fattori che moltiplicano V1 e V2 devono
essere uguali, in modo da poterli raccogliere in un’unica
Fig 7.18
costante.

Facciamo un passo avanti e passiamo al circuito di fig. 7.19.

 RB   R  R 
VU = V1    1 + 2  − V2  2 
 R A + RB   R1   R1 
Ponendo RB = R2 e RA = R1 ottengo che i due
coefficienti di V1 e V2 sono uguali, e in questo modo
risolvo anche un altro problema: le impedenze viste
dai due morsetti sono diventate uguali e,come
abbiamo visto, questo attenua gli effetti di offset e
derive.
Un problema che però rimane da risolvere è la bassa
impedenza di ingresso: V2 vede R1 e V1 vede R1 + R2
. Questo significa che l’amplificatore non è
BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto indipendente dalla resistenza interna dei generatori 12
di tensione.
R1
APPUNTI DI ELETTRONICA
- Vu
R APPLICATA I
A
Cap. 7 -Amplificatori operazionali

V2 +

V1 RB
Fig 7.19

L’ulteriore passo è rappresentato dal circuito di fig 7.20.

R2

R1
+ -
Vu
V2 R1
+ +
In questo modo i generatori di tensione
V1 R2 diventano ideali, nel senso che la resistenza
interna non ha più influenza sul comportamento
degli amplificatori.
Fig 7.20

Con questa configurazione, per variare il guadagno K, devo cambiare i valori delle 4 resistenze; esiste però una
configurazione più comoda (quella che si trova in commercio) rappresentata in fig. 7.21.
R2
+
V2
RA R1

VU’ - Vu
R I
+
’’
RA VU
R1
+
R2
V1 Fig 7.21

La resistenza R è modificabile facilmente perché è esterna al circuito; nota inoltre come il funzionamento
dell’instrumentation amplifier si basi sul rapporto tra le resistenze e non sui loro valori assoluti.

VU =
R2
R1
(
VU − VU
'' '
)

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

VU = V2 + IR A VU = V1 − IR A VU − VU = V1 − V2 − 2 IR A
' '' '' '

V2 − V1
V2 − V1 = IR ⇒ I
R
(V2 − V1 )  2RA 
VU − VU = V1 − V2 − 2 RA = (V1 − V2 ) 1 +
'' '

R  R 
R   2RA 
quindi : VU =  2  (V1 − V2 ) 1 + 
 R1   R 

Scegliendo opportunamente valori di R posso variare il guadagno dell’amplificatore.

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

7.4.4. Sommatore
Il circuito di fig. 7.22 somma le correnti in
R ingresso. Ai capi di ogni resistenza Ri c’è una
tensione Vi e quindi, per come funziona
l’amplificatore, ottengo all’uscita la somma
R1 delle tensioni:
- Vu
R2  R  R  R
VU =  − V1 +  −  V2 +... − Vn =
+  R1   R2   Rn 
n n
Vi
= −R∑ = − R∑ GiVi
Fig 7.22 i =1 Ri i =1
Rn
Come tensione di uscita si ottiene una somma pesata (secondo le
resistenze) delle tensioni di ingresso. Un’applicazione importante del
sommatore è il convertitore digitale-analogico, rappresentato in fig.
7.23.

R
 sw0 sw1 sw 2 swn 
VU = − R + + +...+ n  VREF
 R1 2 R1 4 R1 2 R1 
sw0 R1 dove sw i = 0 o 1 (interruttore aperto o chiuso)
- Vu n
swi
sw1 2R1 VU = − RVREF ∑
+ i =0 2 i R1
swn
Questa soluzione è nella pratica irrealizzabile se il numero di bit supera 10,
+ 2n R1 perché la differenza di valori tra le resistenze che compongono il circuito è
troppo elevata.
VREF Si utilizzano allora i cosiddetti ladder o reti R-2R, dove compaiono solo
resistenze di valore R e 2R (fig 7.24). Nota: la rete che vediamo qui è
comunque diversa da quella esistente in commercio.

R
sw0 I deviatori swi possono scattare in due posizioni,
2R collegando le resistenze a massa oppure alla
Vu tensione VREF .
-
R
Il ris ultato è:
sw1 2R + RF VREF
VU =
R 8
R
sw2 2R

+ 2R Fig 7.24
VREF

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

In commmercio si trovano convertitori che escono in corrente (composti dalla sola rete ladder) e in tensione (rete
ladder+amplificatore) . Inoltre nei DAC moltiplicativi la VREF è fornita esternamente.
La conversione digitale→analogica è praticamente istantanea, invece la conversione inversa ha dei ritardi intrinseci.

7.4.5. Sommatore generico (con segni diversi)

Il circuito del sommatore generico è rappresentato in fig. 7.25.

R0

R1
-

R2 +

Fig 7.25
Rn
’ ’ ’
R1 R2 Rm
V1
+

V2
V1’ V2’ Vm’

Vn

Sovrapposizione degli effetti:

n
Vi / / n R + R0
VU = − ∑ ⋅ R 0 + V + i= 1 n i [il simbolo // rappresenta il parallelo]
i= 1 Ri / / i=1 R i
1
siccome / / in=1 R i = n possiamo scrivere:
∑Gi1

1
n + R0 m

n
V ∑G i ∑V' R ' i

VU = − ∑ i ⋅ R 0 + V + i =1 i =1 i
teorema di Millman: V + = m Vi'
1
i= 1 R i
n ∑ 1R '
∑G
i =1
i
i =1 i

Quindi:

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

1 1
+
m n
G0 n m
 n

n
Vi ∑ V ' R ' ∑G
i
i ∑VG i i ∑ V ' G '  ∑G
i i i 
VU = − ∑  i=1 + 1 =
i =1 i i =1 i =1 i =1
⋅ R0 + ⋅ =− +
m
1 m
 G0 
∑ 1R ' ∑
i= 1 Ri G0
G i'  
 
n

∑G
i =1 i i =1
i
i= 1
n m n

∑VG
i =1
i i ∑ V ' G ' ∑G
i =1
i i
i= 0
i
=− + m ⋅
∑G '
G0 G0
i
i =1

m
1  n
n m

Se ∑ G i' = ∑ G i ⇒ VU =  − ∑ G i Vi + ∑ G i' Vi' 
i =1 i= 0 G 0  i=1 i =1 

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 7 -Amplificatori operazionali

CAPITOLO 7

SOMMARIO

7.1. L’amplificatore operazionale........................................................................................................................................................... 1


7.2. I 4 tipi di amplificatore ..................................................................................................................................................................... 4
7.2.1. Amplificatore di tensione ........................................................................................................................................................ 4
7.2.1. Amplificatore di transresistenza ............................................................................................................................................. 4
7.2.3. Amplificatore di transconduttanza......................................................................................................................................... 5
7.2.4. Amplificatore di corrente......................................................................................................................................................... 7
7.3. Derive e offset nell’amplificatore operazionale............................................................................................................................ 7
7.4. Esempi di applicazioni dell’amplificatore di tensione e di transresistenza ............................................................................ 11
7.4.1. Voltage follower...................................................................................................................................................................... 11
7.4.2. Integratore ............................................................................................................................................................................... 11
7.4.3. Instrumentation amplifier....................................................................................................................................................... 12
7.4.4. Sommatore ............................................................................................................................................................................... 15
7.4.5. Sommatore generico (con segni diversi)............................................................................................................................. 16

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

CAPITOLO 8

CONCETTI SULLA REAZIONE

8.1. Alcune definizioni

I Consideriamo il sistema di fig 8.1, con un ingresso e un’uscita;


U
l’uscita viene riportata tramite una anello all’ingresso e quindi
va a sommarsi (o sottrarsi) all’ingresso. In questo modo
l’uscita contribuisce a modificare l’ingresso e il nuovo ingresso
produce una nuova uscita; si instaura quindi un anello di
reazione.
Fig 8.1

Se +− Si Su In fig. 8.2 compare la classica rappresentazione a


blocchi di una reazione in cui il blocco G trasforma
G l’ingresso in uscita e il blocco H riceve l’uscita e la
Sf riporta al nodo di somma (sottrazione) presente
all’ingresso.
Facciamo ora alcune assunzioni (peraltro temporanee):
1) Il sistema è lineare
H 2) G e H sono costanti e positivi
Fig 8.2

A seconda del segno, valgono queste due relazioni:

Si= Se + Sf Si = Se - Sf

In prima approssimazione possiamo associare mentalmente la somma al concetto di reazione positiva e la sottrazione al
concetto di reazione negativa.

Definiamo la funzione di trasferimento ad anello chiuso o guadagno di anello chiuso il rapporto tra uscita e ingresso
prima del nodo:

Su
close loop gain GF =
Se

Definiamo guadagno di anello aperto il rapporto tra uscita e ingresso dopo il nodo:

Su
open loop gain =
Si

Nel caso particolare degli amplificatori, G rappresenta il guadagno dell’amplificatore base.


Vediamo di calcolare il guadagno di anello chiuso in funzione di G, nei due casi di nodo di somma e di sottrazione:

nodo di somma:

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 1


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

S u = GSi Si = Se + Sf S f = HS u ⇒ S u = G ( Se + HS u ) = GS e + GHS u
G Su G
S u ( 1 − GH ) = GSe ⇒ Su = S ⇒ = = GF
( 1 − GH ) e Se 1 − GH

L’ultima espressione rappresenta il guadagno di anello chiuso espresso in funzione di G e H.

nodo di sottrazione:

S u = GSi Si = Se − Sf S f = HS u ⇒ S u = G ( Se − HS u ) = GS e − GHS u
G Su G
S u ( 1 + GH ) = GSe ⇒ Su = S ⇒ = = GF
( 1 + GH ) e Se 1 + GH

Nota bene: come vedremo, nei circuiti non è affatto semplice individuare i blocchi G e H, ma esiste un metodo per
calcolare direttamente la quantità GH, che quindi risulta molto più importante dei singoli G e H.
Il blocco GH viene definito normalmente guadagno di anello.

Il guadagno di anello chiuso GF , nel caso della sottrazione, ha lo stesso segno di G ed è minore di G (viste le assunzioni
fatte precedentemente).
Nel caso della somma, abbiamo tre sottocasi:
GH=1: teoricamente il guadagno è infinito (utilizzato negli oscillatori)
GH<1: GF > G e concorde in segno con G (utilizzato nei comparatori di soglia)
GH>1: l’uscita cambia segno ad ogni ciclo (sistema instabile)

Supponiamo ora di ragionare su una reazione con nodo di sottrazione.


Immaginiamo che Se rimanga costante e che ci sia una variazione positiva di Su; di conseguenza si ha una variazione
positiva di Sf e dunque una variazione negativa di Si. Il risultato è intuitivo: la reazione negativa si oppone alle
variazioni,cioè tende a stabilizzare il sistema perchè minimizza i cambiamenti dell’uscita. La reazione positiva, al contrario,
tende ad esaltare le variazioni, ingigantendole.
Calcoliamo la variazione del guadagno di anello chiuso GF in rapporto alla variazione del guadagno G:

dGF 1 + GH − GH 1 G 1 GF
= = = = quindi
dG (1 + GH ) 2
(1 + GH )(1 + GH ) G (1 + GH )(1 + GH ) G(1 + GH)
dGF GF dG F dG 1
= ⇒ =
dG G(1 + GH ) GF G (1 + GH )

In altre parole, una variazione nel guadagno G induce una variazione di GF , ma divisa per la quantità (1+GH), quantità
chiamata desensitivity. Questo significa che, come abbiamo già detto, nella reazione negativa una variazione di G ha un
effetto molto trascurabile sul guadagno di anello chiuso (perché la quantità (1+GH) è normalmente grande, specialmente
se parliamo di amplificatori).
Per fare un esempio, poniamo che il guadagno G possa variare da x a 10x, cioè dG/G=10, che siano G=25000 e H=0,1;

dGF 1 10
= 10 = ≅ 0,4%
GF 1 + GH 1 + 2500

Si può vedere che più G è grande e meglio l’anello minimizza la variabilità di G. Quindi se abbiamo incertezza sul valore di
G, ma G è abbastanza grande, otteniamo un valore di GF più piccolo ma ne conosciamo il valore con maggior precisione.

8.1.1. Definizione di guadagno di anello e di reazione positiva/negativa

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 2


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

Vediamo ora la definizione vera e formale del guadagno di anello.


Dato un sistema ad anello chiuso con Se =0, si definisce all’interno dell’anello un taglio, mantenendo invariati i livelli di
impedenza; si applica da un lato del taglio un generatore di tensione S$ e si misura la tensione S all’altro lato del taglio
(fig. 8.3).

Su La definizione che si trova in letteratura è la seguente:


Si
S
Ga = −
Sf S S$
taglio
Ma noi utilizzeremo la seguente definizione che differisce
S$ solo per il segno:
S
Fig 8.3 Ga =
S$

A questo punto siamo in grado di dare la vera definizione di reazione positiva e negativa:
una reazione è positiva quando il rapporto S/ S$ è positivo, è negativa quando tale rapporto è negativo.

Come promesso, vediamo ora il metodo che si adotta per calcolare il guadagno di anello.
Consideriamo ad esempio il circuito di fig 8.4.

R2
Passi:
R1
1) Si elimina il generatore indipendente
Vi 2) Si trasforma il generatore dipendente in indipendente
3) Si calcola Vi (grandezza pilotante) in funzione di V$i .
AV$i
Fig 8.4

 R1  V  R1 
Vi = − AV$i   ⇒ Ga = $i = − A 
 R1 + R2  Vi  R1 + R2 
V
siccome i < 0 ⇒ reazione negativa
V$i
In questo esempio (amplificatore di tensione), A coincide con il blocco G e la parentesi coincide con il blocco H.
Se noi consideriamo invece l’amplificatore di trans-resistenza (identico al precedente ma il generatore di tensione si trova
sul ramo con R1), otteniamo come guadagno di anello lo stesso valore, ma in questo caso non è vero che A coincide con
G e la parentesi con H.
Comunque, come già detto, a noi non interessa individuare sul circuito i blocchi G e H, ma solo il metodo per calcolare Ga .

8.2 Amplificatori reazionati


I concetti di reazione visti, ci interessano solo relativamente alla loro applicazione sugli amplificatori. Vediamo dunque più
in dettaglio un anello di reazione quando esso rappresenta un amplificatore (fig 8.5).

Se +− Si Su Se=tensione, corrente o (raramente) potenza


G Su=tensione, corrente, potenza
G=amplificatore base
Sf H=blocco di reazione
BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 3

H Si presentano due problemi:


1) come facciamo a prelevare la grandezza in uscita
2) come facciamo a sommare le grandezze in ingresso
APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

Fig 8.5

Supponiamo che i due blocchi siano dei doppi bipoli (fig 8.6).

amplificatore

ZL
carico
generatore

blocco di reazione
ipotesi: i blocchi sono
monodirezionali (nella realtà
questo non è vero, ma qui ci
semplifica le cose)

Fig 8.6

Nota: i due blocchi disegnati non devono avere per forza come funzioni di trasferimento i valori G e H, perché abbiamo
già detto che negli amplificatori questi due blocchi sono difficilmente individuabili.

Cosa significa prelevare una tensione o una corrente? Significa misurare la tensione SUL carico e la corrente NEL carico.
Infatti sono importanti queste grandezze solo se relative al carico, e non ad un qualche altro punto della reazione.

Leggere la tensione

Per prelevare la tensione sul carico metto l’ingresso


ZL del blocco H in PARALLELO al carico (fig 8.7);
questa operazione è valida indipendentemente dal
fatto che il circuito sia rappresentato tramite
Thévenin o tramite Norton.
In teoria la resistenza in ingresso al blocco H (Ri)
dovrebbe avere valore infinito, cioè presentarsi come
Ri un circuito aperto, in modo da non alterare la misura.
In pratica occorre che la resistenza abbia un valore
molto alto.

Fig 8.7

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 4


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

Leggere la corrente

Per prelevare la corrente nel carico metto l’ingresso


del blocco H in SERIE con il carico (fig 8.8); anche
ZL qui, l’operazione è valida indipendentemente dal
fatto che il circuito sia rappresentato tramite
Thévenin o tramite Norton.
Iin teoria la resistenza in ingresso al blocco H (Ri)
dovrebbe avere valore nullo, cioè presentarsi come
un circuito chiuso, in modo da non alterare la
Ri misura.In pratica occorre che la resistenza abbia un
valore molto piccolo.

Fig 8.8

Spostiamo la nostra attenzione sul punto di somma che si trova a sinistra dello schema a blocchi G-H. Circuitalmente,
cosa significa sommare (sottrarre) correnti e tensioni? In linea generale, per sommare due tensioni occorre avere una
maglia e una serie, per sommare due correnti occorre avere un nodo e un parallelo.

Sommare la tensione

Tensione Abbiamo creato in questo modo una maglia


che pilota G in cui compare la tensione VS di ingresso, la
tensione in ingresso a G e la tensione in
VS
uscita da H (fig 8.9). Quest’ultima, sommata a
VS, fornisce la tensione in ingresso a G.
L’impedenza di uscita di H dovrebbe essere
nulla per non infuenzare il valore della
tensione in uscita da H.
Tensione in
uscita da H Ri

Fig 8.9

Sommare la corrente

Abbiamo creato in questo modo un nodo


(uno dei due) in cui si sommano la corrente
proveniente dall’ingresso con quella
VS
proveniente dal blocco H (fig 8.10). Il risultato
è la corrente che entra nel blocco G.
L’impedenza di uscita di H dovrebbe essere
infinita per non influenzare il valore della
corrente in uscita.

Ri

Equivalente Norton
Fig 8.10
dell’uscita

Abbiamo visto due configurazioni all’uscita (prelievo di tensione e di corrente) e due configurazioni all’ingresso (somma
di tensioni e di correnti); con le 4 configurazioni possibili che otteniamo possiamo realizzare i 4 tipi di amplificatori che
abbiamo già visto.

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 5


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

R2 Regola: immagino di sostituire il carico con un circuito aperto: se


Vf l’anello di reazione non si apre, in uscita si ha un prelievo di tensione,
R1 se l’anello si apre, ho un prelievo di corrente (viceversa se immagino
di sostituire il carico con un corto circuito).
Vd In questo caso (fig 8.11) l’anello di reazione non si apre, quindi ho
all’uscita un prelievo di tensione.
VS All’ingresso ho una somma di tensioni e la maglia è composta da Vd,
da VS e dalla tensione Vf su R1: Vd=Vs-Vf
Questo tipo di reazione viene chiamata REAZIONE TENSIONE-
Amplificatore di tensione Fig 8.11 SERIE.
La prima parte del nome si riferisce alla grandezza prelevata in uscita, la seconda parte alla grandezza sommata in ingresso
(ricorda: somma di tensione=serie, somma di correnti=parallelo).

If R2
In riferimento alla fig 8.12, in uscita viene prelevata una tensione (vale
il discorso di prima), mentre in ingresso vengono sommate delle
correnti nel nodo indicato.
Vd Questo tipo di reazione si chiama REAZIONE TENSIONE-
PARALLELO.
IS
Ii=Is-If

Amplificatore di trans-resistenza Fig 8.12

In riferimento alla fig 8.13, in uscita viene prelevata una corrente


VS Vd (mettendo un circuito aperto al posto del carico si apre l’anello di
reazione); in ingresso si sommano le tensioni VS , Vd e Vf . Questa
reazione prende il nome di REAZIONE CORRENTE-SERIE.
Vd=Vs-Vf
Vf

Amplificatore di trans-conduttanza Fig 8.13

In riferimento alla fig 8.124,in uscita viene prelevata una corrente


(vale il discorso precedente); in ingresso sono sommate delle correnti
nel nodo indicato.
IS Questa reazione prende il nome di REAZIONE CORRENTE-
If PARALLELO.
Ii=Is-If

Amplificatore di corrente Fig 8.14

Possiamo a questo punto dimostrare che le impedenze di ingresso e di uscita dei 4 amplificatori dipendendono dalla
desensitivity. Per far comparire questo termine nelle equazioni occorre scegliere opportunamente il modello con cui
rappresentiamo l’amplificatore di base.
Nei calcoli che seguono supponiamo che il blocco di reazione sia unidirezionale e che abbia impedenze di ingresso ideali
(infinite o nulle a seconda dei casi).

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

8.2.1. Amplificatore di tensione


Ii
Vi =VS - Vf (reazione negativa)
Ro
VS Vi Ri AVi RL

Vf

HVu Vu

Fig 8.15

Impedenza di ingresso:
RL
HAVi + Vi
VS V f + Vi HVu + Vi Ro + R L
Ring = = = =
Ii Vi Vi Vi
Ri Ri Ri

(
quindi Ring = Ri 1 + A ' H )dove A ' = A
RL
Ro + R L

Impedenza di uscita:
per calcolarla, come al solito sostituisco il carico con un generatore di tensione V, annullo il generatore indipendente VS e
poi determino il rapporto V/I:
Ii I
V

Vf = − Vi Vf = HVu = HV (infatti Vu = V)
V V − AVi
R out = = I= (sovrapp. degli effetti)
I Ro
VR o VR o VR o Ro
R out = = = =
V − AVi V + AVf V + AHV 1 + AH

Sia l’impedenza di ingresso che quella di uscita dipendono da un fattore 1+AH che è la desensitivity.

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

8.2.2. Amplificatore di corrente

IL

Ii
IS If AIi Ro RL
Vi Ri

HIL IL

Fig 8.16

Impedenza di ingresso:
Vi
Ring = I f = HI L Vi = I i Ri I S = I f + Ii
IS
IR I i Ri I i Ri Ri Ro
Ring = i i = = = avendo posto A ' = A
I f + Ii HI L + I i Ro HA + 1
'
Ro + R L
HAIi + Ii
Ro + R L

Impedenza di uscita:
per calcolarla, sostituisco il carico con un generatore di corrente e tolgo il generatore di corrente indipendente, poi
calcolo il rapporto V/I:

V = ( I + AIi ) Ro
V
Rout = I f = − I i = HI L = − HI ( I L = −I )
I
( I + AIi ) Ro ( I + AHI ) Ro
Rout = = = (1 + AH ) Ro
I I

Nota: come già detto prima di iniziare i calcoli, il blocco (1+AH) compare in tutti i risultati non casualmente, ma grazie ad
un’opportuna rappresentazione del blocco amplificatore (tramite Thévenin o Norton).
Se provassimo a rifare i calcoli prendendo in esame una reazione positiva, nel caso in cui la quantità AH che compare
nelle impedenze fosse minore di 1, troveremmo risultati analoghi ma opposti; se la quantità AH fosse invece maggiore di
1 otterremmo resistenze negative, e ciò significa semplicemente che il sistema sarebbe instabile (i poli si trovano nel
semipiano positivo delle sigma) oppure oscillante.

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 8


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

8.3. CASO DI STUDIO: anello di reazione su amplificatore


Faremo alcuni calcoli “formali” e vedremo le differenze tra i risultati teorici e la realtà. Le regole della reazione servono
durante la fase di progetto, non nel calcolo della rete, dove si utilizzano le regole dell’elettrotecnica.
Prendiamo in considerazione l’amplificatore di tensione e utilizziamo il metodo dei nodi.

R2
Vi R2
R1 V1 V2
VU
1 2
Ro Ri
Ri Vi R1
Ro
AVi VS

VS AVi

Fig 8.17a Fig 8.17b

Il circuito di fig 8.17a è la solita rappresentazione dell’amplificatore di tensione; il circuito di fig 8.17b è del tutto
equivalente: è stato solo ridisegnato cambiandone solo la forma.

Vi = VS − V1
VS − V1 V1 V1 − V2  R R R
(eq. al nodo 1) = + VS = V1  1 + i + i  − i V2 (1)
Ri R1 R2  R1 R2  R2
V1 − V2 V2 − A(VS − V1 )  R   R 
(eq. al nodo 2) = AVS = V1  A − o  + V2 1 + o  ( 2)
R2 Ro  R2   R2 

Le equazioni (1) e (2) formano un sistema con due incognite: VS e V2 . Utilizziamo il metodo di Kramer per calcolare V2:

 Ri Ri   R 
1 + +  AVS −  A − o VS
 R1 R2   R2 
V2 =
 Ro   Ri Ri  Ri  Ro 
1+ 1 + + + A− 
 R2   R1 R2  R2  R2 
V2 Ro R1 + ARi ( R1 + R2 )
=
VS ARi R1 + Ri ( R1 + R2 + Ro ) + R1 ( R2 + Ro )

Siccome V2 coincide con l’uscita VU , il rapporto trovato rappresenta il guadagno GF dell’amplificatore di tensione; ora
modifichiamo un po’ questa espressione in modo da far comparire una quantità di tipo (1+XY); a questo scopo
modifichiamo il denominatore:
V2 Ro R1 + ARi ( R1 + R2 )
=
 
[R (R ]
VS ARi R1
+ R2 + Ro ) + R1 ( R2 + Ro )  1 + 
Ri ( R1 + R2 + Ro ) + R1 ( R2 + Ro ) 
i 1

Riorganizziamo la seconda grande parentesi del denominatore:

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

V2 Ro R1 + ARi ( R1 + R2 )
= =
VS  
[ ]
Ri ( R1 + R2 + Ro ) + R1 ( R2 + Ro )  1 +

ARi R1

Ro ( R1 + Ri ) + R2 ( R1 + Ri ) + R1 Ri 
Ro R1 + ARi ( R1 + R2 )
=
 RR 
 A i 1 
Ri + R1
[R (R
i 1 + R2 + Ro ) + R1 ( R2 + Ro ) ] 1+


R1 Ri 
 ( Ro + R2 ) + R + R 
 i 1

Ri R1
A
Ri + R1
Ga = La quantità che abbiamo messo infine in evidenza è riportata qui a sinistra.
RR
( Ro + R2 ) + 1 i
Ri + R1

Questa quantità, a parte il segno che dipende dalla definizione scelta, coincide con il guadagno di anello Ga.
Operiamo ancora una trasformazione al denominatore, questa volta sulla parentesi quadra a sinistra:

V2 R o R 1 + AR i ( R 1 + R 2 )
GF = = =
VS [ ]
R i ( R 1 + R 2 + R o ) + R 1 ( R 2 + R o ) (1 + Ga )
R o R 1 + AR i ( R 1 + R 2 )
=
  Ri R1  
( R1 + R i ) R 2 + R o +   (1 + Ga )
  Ri + R1  
In questa forma possiamo mettere in evidenza due termini:

Ro R1
AD =
 Ri R1 
( Ri + R1 ) Ro + R2 + 
 Ri + R1 
ARi ( R1 + R2 )
AO =
 Ri R1 
( Ri + R1 ) Ro + R2 + 
 Ri + R1 

A D è detto guadagno del sistema “morto”, cioè senza amplificatore; è come se avessimo messo a zero il generatore
pilotato (Avi=0); in una reazione teorica questo implicherebbe annullare anche l’uscita, ma in un sistema reale i blocchi
non sono unidirezionali e quindi un contributo di guadagno lo vediamo comunque. Tale contributo è tanto più
trascurabile quanto è più grande il secondo termine A O , che dipende dal valore di A; siccome A negli amplificatori è un
valore molto grande, il contributo di A D è effettivamente trascurabile rispetto ad A O.
A O rappresenta invece il guadagno dell’amplificatore di base (in altre parole il blocco G nello schema a blocchi).
Vale la seguente relazione:

AOL = AD + AO

Il guadagno ad anello aperto (A OL) è dato dalla somma del guadagno del sistema morto (senza amplificatore) con il
guadagno intrinseco dell’amplificatore. Dividendo A OL per la quantità (1+Ga) si ottiene infine il guadagno ad anello
chiuso.

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

AD + AO
GF =
1+ Ga

8.3.1. METODO GENERALE PER LA SOLUZIONE DI SISTEMI REAZIONATI CON 1


ANELLO

Prendiamo in considerazione il circuito appena studiato (fig 8.18).

R2 L’ipotesi che facciamo è di considerare indipendente il


R1 generatore di tensione dipendente. Individuiamo le variabili
indipendenti e dipendenti di questo sistema:

Ro Vo
Ri Vi variabili dipendenti: grandezza in uscita xo (Vo)
grand. Di pilotaggio xi (Vi)
$
AVi variabili indipendenti: grandezza in ingresso xS (VS)
VS grandezza pilotata x$ i ( V$i )

Fig 8.18

x o = t 11 x S + t 12 x$i
x i = k 21 x S + k 22 x$ i

Abbiamo espresso le variabili dipendenti in funzione di quelle indipendenti tramite opportuni coefficienti.
Ora ricaviamo x$ i dalla prima:
xo x S
x$ i = − t 11
t 12 t 12
Sostituiamo tale espressione nella seconda equazione e rinomianiamo le costanti:

x o = t 11 x S + t 12 x$i
x i = t 21 x S + t 22 x o

Imponiamo ora l’equazione di vincolo: x i = x$ i (infatti circuitalmente la tensione pilotante e quella pilotata hanno lo
stesso valore); ora sostituiamo x$ i nella prima espressione del sistema :
x o = t 11 x S + t 12 ( t 21 x S + t 22 xo )
x o (1 − t 12 t 22 ) = x S (t 11 + t 12t 21 )
x o t 11 + t 12t 21
=
xS 1 − t12 t 22
Quest’ultima espressione fornisce il rapporto tra uscita e ingresso, cioè il guadagno del sistema; nota la somiglianza di
questa espressione con quella trovata nel caso di studio precedente.
La quantità t 12 t22 è il guadagno di anello; invece, nel caso dell’amplificatore, la quantità t 12 t 21 è il guadagno
dell’amplificatore. Infine, t 11 è il guadagno del sistema morto.
Calcoliamo i coefficienti t ij :

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

xo xo
t 11 = t 12 =
x S x$ = 0 x$ i xS = 0
i

xi xi
t 21 = t 22 =
xS x = 0 xo x = 0
o S
Applichiamo queste formule al circuito in esame:
R2
t11: R1
Vo
VS $ Ro Vo
Vi = 0 Ri Vi
Vo R1 Ro
=
VS R1 + Ri R1 Ri
Ro + R2 +
R1 + Ri VS
Questa quantità è il guadagno del sistema morto A D

t12:
Vo R2
R1
V$i V = 0
S

 RR  Ri Vi
Ro Vo
A R2 + 1 i 
Vo  R1 + Ri 
=
V$i RR
Ro + R2 + 1 i
AVi
R1 + Ri

t21: R2
R1
Vi
VS Vo
Vo = 0 Ro
Ri Vi
Vi Ri
=
VS RR
Ri + 1 2 AVi
R1 + R2

t22:
Vi R2
R1
Vo V = 0
S

 R1 Ri  Ro Vo
  Ri Vi
Vi  R1 + Ri  R1 Ri
=− =−
Vo RR  RR  AVi
R2 + 1 i
R1 + Ri
( R1 + R2 ) Ri + 1 2 
 R1 + R2 

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Nota: con questo metodo formale otteniamo gli stessi risultati che possiamo ottenere con i calcoli visti precedentemente.

8.3.2. FORMULA DI BLACKMAN (doppio bipolo reazionato)

La formula di Blackman è utile per calcolare l’impedenza di ingresso di un doppio bipolo reazionato.
Per calcolare l’impedenza di ingresso di un doppio bipolo posso applicare ai morsetti di ingresso un generatore di
tensione V, misurare la corrente I che eroga e calcolare il rapporto V/I (fig 8.19a). Oppure, al contrario, applico un
generatore di corrente e trovo l’inverso dell’impedenza di ingresso calcolando il rapporto I/V (fig 8.19b).

Immaginando di considerare una delle due


I
grandezze come l’ingresso del sistema e
V I
l’altra come l’uscita, V/I o I/V rappresentano
V le funzioni di trasferimento del sistema:

Fig 8.19a Fig 8.19b

V=ingresso, I=uscita: I=f(V) I=ingresso, V=uscita: V=f(I)

Siccome parliamo di doppi bipoli reazionati, tale funzione avrà una forma di questo tipo (trovata precedentemente in via
teorica):

t11 + t 12 t 21
1 − t 12 t 22

Basandosi sulle considerazioni precedenti, la formula di Blackman permette di calcolare l’impedenza di ingresso:

1 − TSC
RI F = R ID
1 − TOC

dove RIF=impedenza di ingresso, RID=impedenza del sistema morto,

S S
TSC = TOC =
S$ shortcircuit S$ opencircuit

Per capire meglio, vediamo un esempio; consideriamo il circuito di fig 8.20.

Ri R2 RIF è l’impedenza vista dal generatore di tensione VS, che


rappresenta l’ingresso del sistema. RID è l’impedenza vista da VS
VS Vi Ro quando A=0.
R1 R1 ( R2 + Ro )
RI D = Ri +
AV$i R1 + ( R2 + Ro )

RIF Fig 8.20

Per calcolare TOC sostituiamo l’ingresso VS con un circuito aperto (fig 8.21) e calcoliamo:

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V
TOC = $i = 0
Vi
Ri R2
Per calcolare TSC sostituiamo l’ingresso VS con un corto
Vi Ro circuito (fig 8.22) e calcoliamo:
R1
Ri R1
AV$i V R1 + Ri
TSC = i = −A
Fig 8.21 $
Vi RR
Ro + R2 + i 1
Ri R2 R1 + Ri

Vi Ro
R1
quindi possiamo calcolare l’impedenza di ingresso:
AV$i

Fig 8.22

 R 1 (R 2 + R o )  RiR1 
R IF =  R i +  1 + A =
 R 1 + R 2 + R o   (R o + R 2 )(R 1 + R i ) + R i R 1 
R i (R 1 + R 2 + R o ) + R 1 (R o + R 2 )
= +
R1 + R2 + Ro
R i (R 1 + R 2 + R o ) + R 1 (R o + R 2 ) AR i R 1
+ ⋅ =
R1 + R2 + Ro R i ( R 1 + R 2 + R o ) + R 1( R o + R 2 )
R i (R 1 + R 2 + R o ) + R 1 (R o + R 2 ) AR i R1
= + =
R1 + R2 + Ro R1 + R 2 + R o
R1 ( R o + R 2 ) AR i R1
= Ri + +
R 1 + R 2 + R o R1 + R 2 + R o

Allo stesso risultato si arriva calcolando l’impedenza di ingresso con i metodi “tradizionali”.

8.4. Risposta in frequenza degli amplificatori reazionati


Vediamo la risposta in frequenza di tre amplificatori base quando vengono posti in reazione; i tre sono rappresentati in
fig. 8.23a, 8.23b, 8.23c.

1)amplificatore larga banda 2) amplificatore operazionale 3) amplificatore operazionale


compensato

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

Fig 8.23a Fig 8.23b Fig 8.23c

8.4.1. Amplificatore larga banda

La funzione di trasferimento è

s 1
G = G0
s + a 1 + sα

dove Go rappresenta l’altezza della parte piatta, a è il polo a minor frequenza e α è il polo a maggior frequenza.
Posso studiare l’effetto della reazione separando la zona di bassa frequenza e quella di alta frequenza.
Bassa frequenza:

G0 s
G = G0
s
⇒ GF = s+a GF =
G0 s
GF =
G0 s
s+a G Hs s + a + G 0 Hs 1 + G0 H a
1+ 0 s+
s+a 1 + G0 H

La curva di risposta si modifica: si abbassa della


quantità 1+G0H (diminuzione di guadagno) e il
polo si sposta verso lo zero della stessa quantità;
lo zero invece non si sposta (nella realtà si sposta
poco). Lo spostamento è raffigurato in fig. 8.24.
a
Fig 8.24

Alta frequenza:
G0
⇒ G F = 1 + sα =
1 G0 G0 1
G = G0 =
1 + sα G H 1 + s α + G0 H 1 + G0 H α
1+ 0 1+ s
1 + sα 1 + G0 H

La curva di risposta si modifica: si abbassa della quantità


1+G0H (diminuzione di guadagno) e il polo si sposta verso
infinito della stessa quantità (fig 8.25).

1
Fig 8.25
α
L’effetto complessivo consiste in una diminuzione del guadagno e in un allargamento della banda.

8.4.2. Amplificatore operazionale

L’amplificatore operazionale compensato internamente presenta due poli, quindi è un sistema del secondo ordine (fig
8.26).

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

G0 G0 1 1
G= α= β=
(1 + sα ) (1 + s β ) ω2 ω1

1 1
β α Fig 8.26

ω1 ω2

Poniamo che un sistema di questo tipo venga chiuso in un anello di reazione (con blocco di reazione costante):
G0
(1 + s α )(1 + s β ) G0 G0 1
GF = = =
1+
G0 H (1 + sα )(1 + sβ ) + G0 H 1 + G0 H 1 + s(α + β ) + s 2αβ
(1 + sα )(1 + sβ ) 1 + G0 H 1 + G0 H

Come si può vedere, la relazione che esprime il guadagno di anello chiuso è composta da una prima parte che indica
l’abbassamento di guadagno per la solita quantità 1+G0H, e da una seconda parte che presenta due poli, che possono
essere complessi coniugati o reali.
Il denominatore di questa seconda parte può essere scritto in altre due forme:
s2 s 1 s2 s
+ +1 + 2k +1
ω0 ω0 Q ω0 ω0
2 2

dove Q è detto fattore di qualità e k fattore di smorzamento.


Si può dimostrare che:
1
• per k< G F ( jω ) presenta un massimo e ha soluzioni complesse e coniugate
2
• per k>1 ha soluzioni reali
1
• per < k < 1 ha due soluzioni complesse e coniugate ma non presenta un massimo
2

Un caso particolare ma molto importante è il seguente.


Assumiamo che valga la seguente relazione:

ω2
β = αG 0 H [ω 1 = ]
G OH

cioè assumiamo che la distanza tra i due poli coincida con il guadagno di anello in bassa frequenza.
Riprendiamo la formula di prima aggiungendovi questa condizione:
G0 1
GF =
1 + G0 H sα (1 + G 0 H ) s 2α 2 G 0 H
1+ +
1 + G0 H 1 + G0 H

ipotizzando che 1 + G 0 H ≅ G 0 H , la formula precedente si semplifica:

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

G0 1 G0 1
GF = oppure GF =
1 + G0 H 1 + sα + s 2α 2 1 + G0 H s 1 s2
1+ +
ω 0 Q ω 20

1
dove ω0 = è la frequenza di oscillazione non smorzata. Il polo più a destra ha la stessa pulsazione della frequenza di
α
oscillazione non smorzata (questo è il polo “naturale” dell’amplificatore operazionale, mentre l’altro è il polo
compensato;(vediamo più avanti come si compensa).
Risultano:
1
Q =1 ⇒ k=
2
1
e siccome k< GF ( jw) presenta un massimo (fig 8.27).
2

1,25 dB

Riassumendo, sotto la condizione


β = αG 0 H , realizziamo un anello chiuso
con Q=1, k=1/2 e ω0=1/α.

Fig 8.27

Se invece:
• β>4αG0H G F ( jw) presenta due soluzioni reali
• β>=2αG0H G F ( jw) presenta due soluzioni complesse coniugate ma non presenta un massimo
• β<2αG0H G F ( jw) presenta due soluzioni complesse coniugate e un massimo

Un sistema del secondo ordine di questo tipo può essere realizzato anche tramite una rete simile a quella di fig 8.28.

R
V1 sL R 1/sC V2 sC
1
R+
sC
V2 = V1 ⇒
R
Fig 8.28
sC
sL +
1
R+
R sC
V2 1 + sRC = R 1
= =
s RLC + sL + R
2
V1 R L
sL + s 2 LC + s + 1
1 + sRC R

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

Abbiamo ottenuto una funzione di trasferimento del secondo ordine, molto simile a quella che abbiamo trovato
precedentemente applicando un anello chiuso all’amplificatore compensato. Questo tipo di risultato è caratteristico di
una rete LRC oppure di una rete RC chiusa in un anello di reazione.
Questo significa che tramite resistenze e condensatori posso realizzare gli stessi effetti di una rete contenente induttanze;
le induttanze sono molto difficili da realizzare e da utilizzare, quindi questo risultato è molto importante.

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 8 - Concetti sulla reazione

CAPITOLO 8

SOMMARIO

8.1. Alcune definizioni............................................................................................................................................................................ 1


8.1.1. Definizione di guadagno di anello e di reazione positiva/negativa................................................................................... 2
8.2 Amplificatori reazionati.................................................................................................................................................................... 3
8.2.1. Amplificatore di tensione ........................................................................................................................................................ 7
8.2.2. Amplificatore di corrente......................................................................................................................................................... 8
8.3. CASO DI STUDIO: anello di reazione su amplificatore.............................................................................................................. 9
8.3.1. METODO GENERALE PER LA SOLUZIONE DI SISTEMI REAZIONATI CON 1 ANELLO..................................... 11
8.3.2. FORMULA DI BLACKMAN (doppio bipolo reazionato)................................................................................................ 13
8.4. Risposta in frequenza degli amplificatori reazionati.................................................................................................................. 14
8.4.1. Amplificatore larga banda ..................................................................................................................................................... 15
8.4.2. Amplificatore operazionale.................................................................................................................................................... 15

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 19


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 9 - Stabilità delle reazioni

CAPITOLO 9

Stabilità delle reazioni

9.1. Criteri di stabilità


In generale, dato un sistema che presenta una funzione di trasferimento F(s), dove s=σ+jω, condizione necessaria
affinché il sistema sia stabile è che i poli di F(s) non compaiono nel semipiano positivo (zero compreso) delle σ (fig 9.1).


Limitando il discorso agli amplificatori,
vediamo ora un criterio per determinare la loro
stabilità.

Fig 9.1

9.1.1. Criterio di Nyquist

Il sistema che prendiamo in analisi presenta dunque un anello di reazione e una funzione di trasferimento con questa
forma:

G G( s)
GF = =
1 + GH 1 + G( s) H( s)

Facciamo l’ipotesi che i blocchi G e H siano in partenza stabili, in altre parole non abbiano poli per σ≥0.
Questo significa che neanche il denominatore di GF

M ( s) = 1 + G( s) H ( s)

presenta dei poli.


Immaginando di scomporre M(s) in numeratore N(s) e denominatore D(s), abbiamo che, per le ipotesi fatte, D(s) non
presenta poli per σ≥0. Quindi non resta che stabilire se N(s) presenta degli zeri, oppure, equivalentemente, se M(s)
presenta degli zeri.
In conclusione si ha stabilità quando 1+GH non presenta zeri (né poli per ipotesi) per σ≥0.

Per determinare il numero e la posizione dei poli possiamo utilizzare un risultato della teoria delle funzioni analitiche che
mette in relazione il comportamento di F(s) con il numero dei suoi zeri e dei suoi poli.

Im[F(s)] F(s) jω s poli

zeri

Re[F(s)]
σ

Fig 9.2a D Fig 9.2b

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 1


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 9 - Stabilità delle reazioni

Con riferimento alle fig. 9.2a e 9.2b, la quantità num. poli − num. zeri è uguale al numero di inviluppi di F(s) intorno
all’origine (il verso di rotazione dipende da quale delle due quantità è maggiore). Se il dominio D scelto non comprende
poli e zeri, oppure se il numero dei poli è uguale al numero degli zeri, F(s) non inviluppa l’origine (inviluppare
l’origine=compiere un giro completo intorno all’origine).
Per le considerazioni precedenti, sappiamo che la nostra F(s) non presenta poli per σ≥0; di conseguenza, qualunque
contorno contenuto nel semipiano σ≥0 noi consideriamo, la nostra F(s) non dovrebbe inviluppare l’origine. Se ciò accade
significa che esiste almeno uno zero nel semipiano σ≥0 e quindi il sistema è instabile. Il contorno più grande che
possiamo considerare è quello che contiene tutto il semipiano σ≥0, quindi:

D: σ ≥ 0; −∞ < jω < +∞

In definitiva, noi dobbiamo studiare la quantità 1+G(s)H(s) nell’intorno dell’origine; se questa funzione contorna l’origine
il sistema è instabile, altrimenti è stabile.
Equivalentemente, ed è quello che faremo, possiamo studiare la funzione G(s)H(s) nell’intorno di 1. Inoltre, siccome
G(s)H(s) è a coefficienti reali, è simmetrica rispetto all’asse reale, quindi possiamo limitare lo studio all’intervallo [0,+∞).
Per fare questo utilizziamo un diagramma polare (fig 9.3b), su cui disegniamo, al variare di jω da 0 a +∞, il modulo e la fase
di GH.

GH(jw) diagramma polare

ω=∞ ω=0 GH fase


1
stabile |GH| modulo

instabile
Fig 9.3a Fig 9.3b

In figura 9.3a compaiono due forme tipiche di GH(jω) per gli amplificatori. Vediamo che la curva che passa tra 0 e 1 (non
contorna l’1) indica un sistema stabile, mentre la curva che passa oltre l’1 indica un sistema instabile.

9.1.1.1. Margine di guadagno e di fase

Il criterio che abbiamo visto è teorico. Nella pratica occorre avere un margine maggiore per decidere se un sistema è
stabile oppure no.

1
Consideriamo la fase di GH quando |GH|=1;
B GH(jw) nell’esempio di fig 9.4, la curva che passa internamente
a 1 interseca la circonferenza di raggio 1 nel punto A, e
qui la fase α1 vale circa 225°; la curva che passa
esternamente a 1 interseca la circonferenza nel punto B,
e qui la fase α2 vale circa 135°.
1

Fig 9.4

Definizione: Margine di fase = fase di GH (quando |GH|=1) - 180°


Nell’esempio il margine di fase della prima curva è 225°-180°=45°, il margine di fase della seconda curva è 135°-180°=-45°.
Il criterio teorico, tradotto secondo il margine di fase, dice:

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 2


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 9 - Stabilità delle reazioni

• se margine di fase > 0 ⇒ sistema stabile


• se margine di fase < 0 ⇒ sistema instabile

Il criterio pratico dice:


• se margine di fase ≥ 45° ⇒ sistema “ingegneristicamente” stabile
• se margine di fase < 45° ⇒ sistema “ingegneristicamente” instabile

Definizione: Margine di guadagno (in dB) = − |GH| quando fase di GH=180°


Nell’esempio, quando la fase è 180°, la prima curva ha modulo <1, quindi il margine di guadagno è >0, la seconda ha
modulo >1, quindi il margine di guadagno è <0.
Il criterio teorico, tradotto secondo il margine di guadagno, dice:
• se margine di guadagno > 0 ⇒ sistema stabile
• se margine di guadagno < 0 ⇒ sistema instabile

9.1.2 Criterio di Bode

Il criterio di Bode discende da quello di Nyquist ma è più semplicistico. Nonostante questo, per noi va benissimo, perché
limitiamo il nostro studio agli amplificatori.

|GH|
-45°
-90°
-135° -180°

-180°

|GH|=1 cioè |GH|=0 dB -135° -45°

Fig 9.4a Fig 9.4b -90°

Esiste una precisa corrispondenza tra il grafico di fig 9.4a e quello di fig. 9.4b. A destra abbiamo il comportamento
modulo/fase di GH al variare di jω, tracciato su un diagramma polare, a sinistra abbiamo il comportamento del modulo di
GH, tracciato su un diagramma di Bode. Al diminuire della fase (da -45° a -180°) il modulo diminuisce fino a diventare
minore di 1: questo accade a destra quando la curva interseca la circonferenza unitaria, a sinistra quando la curva passa
al di sotto dell’asse X (0 dB).
Il criterio di Nyquist ci dice che una curva di questo tipo (fig 9.4b) indica instabilità del sistema. A sinistra (fig 9.4a)
osserviamo che la curva taglie l’asse X con una pendenza di -40dB/decade.

|GH|

-45°
-180°

-90°

|GH|=1 cioè |GH|=0 dB -135° -45°


-135°
Fig 9.5b -90°
Fig 9.5a

In questo secondo caso il criterio di Nyquist ci dice che il sistema è stabile, perché la curva non contorna l’1. In fig 9.5a
osserviamo che la curva taglia l’asse X (cioè |GH| diventa minore di 1, o minore di 0dB) quando la sua pendenza è pari a -
20dB/decade. In fig. 9.5b notiamo che la curva taglia la circonferenza unitaria con un margine di fase maggiore di 45°,
viene quindi rispettato la condizione “pratica” di stabilità.

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 9 - Stabilità delle reazioni

Da queste considerazioni si può dedurre che la curva del modulo di GH non deve tagliare l’asse X con un’inclinazione
superiore a -20 dB/decade, altrimenti il sistema è (praticamente) instabile. Il caso estremo si ha quando il margine di fase è
proprio 45°, cioè quando la curva a destra taglia la circonferenza unitaria proprio a -135° (cioè a 225°). Questo caso è
rappresentato dai grafici di fig 9.6 a e 9.6b; a sinistra abbiamo che l’inclinazione della curva cambia proprio nel punto di
intersezione con l’asse X.

|GH|

-45°
|G0H|
-180°
-90°

|GH|=1 cioè |GH|=0 dB -135° -45°


-135°

Fig 9.6a Fig 9.6b -90°

Chiamando α il polo a sinistra e β il polo a destra, quando si verifica questa condizione abbiamo che la seguente relazione
è vera:

β = G0 Hα

Infatti il segmento di curva che unisce i due poli ha un’inclinazione di -20dB/decade, cioè è inclinata di 45 gradi, quindi la
distanza che separa i due poli sull’asse X è pari alla distanza che li separa sull’asse Y, distanza pari a G0H.
Abbiamo visto in precedenza che quando questa relazione è soddisfatta il sistema presenta i seguenti valori:
Q=1, k=1/2 e ω0=1/α.

9.2. Compensazione in frequenza


Consideriamo uno dei quattro amplificatori, per esempio l’amplificatore di tensione, rappresentato in fig. 9.7.

Come sappiamo, per calcolare il guadagno di anello dobbiamo


R2
eliminare il generatore esterno ed esprimere v i in funzione di v$ i :
R1

vi R1 R1
Vi Ga = = −A oppure G a = A
v$i R1 + R2 R1 + R2
(a seconda di quale definizione di Ga si utilizza)
AV$i
Fig 9.7

La curva di risposta in frequenza di un amplificatore operazionale ha il tipico andamento raffigurato in fig. 9.8.

|A| Questo è l’andamento tipico della curva di risposta di un


amplificatore operazionale non compensato; essa presenta 3 poli
naturali.
Ora vogliamo disegnare la curva di risposta dell’amplificatore di
tensione, considerando quindi l’effetto della reazione. In altre
parole vogliamo disegnare l’andamento di |Ga |.
f

Fig 9.8

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 9 - Stabilità delle reazioni

Guardando la formula che ci fornisce Ga , possiamo vedere che l’andamento di |Ga | è graficamente pari alla somma degli
R1
andamenti di |A| e di . In fig 9.9 sono rappresentati separatamente i grafici relativi a queste due quantità.
R1 + R2
Nota che:
|A|
R1
< 1 , quindi la retta oizzontale che
R1 + R2
rappresenta questa quantità rimane sotto l’asse a 0
f 0 dB dB.
R1
R1 + R2
Fig 9.9

Sommando i due grafici otteniamo il grafico di fig 9.10,


|G a | che è uguale al grafico di |A| ribassato di una quantità
|A| pari al partitore delle resistenze. Se il partitore valesse 1
(=0dB), non ci sarebbe nessuna modifica all’andamento;
|Ga | più il partitore ha un valore vicino a zero, maggiore è
l’abbassamento. Se l’abbassamento è sufficientemente
grande, il sistema diventa stabile, perché la curva taglia
l’asse 0dB con un’inclinazione di -20dB/decade; se
Fig 9.10
l’abbassamento è insufficiente, il sistema è instabile.

Un modo per stabilizzare l’anello è quello del polo dominante. In generale occorre inserire un blocco di compensazione C
all’interno dell’anello di reazione (fig 9.11)

G C

H Fig 9.11

|G a | Come rappresentato in fig 9.12, si tratta di inserire un


-20dB/dec polo ad una frequenza molto bassa, in modo da ridurre la
pendenza della curva.
G0H -20dB/dec
-40db/dec f1 : primo polo naturale
45 fc : polo di compensazione
fc f1
Fig 9.12 In questo modo la curva taglia l’asse 0dB con una
pendenza di -20dB/decade e il sistema è stabile.

Nota che vale la seguente relazione:


f1
= G0 H
fc

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 9 - Stabilità delle reazioni

Infatti, visto che un’inclinazione di 20dB/decade significa un’inclinazione di 45°, la distanza che separa i due poli è pari
all’altezza massima della curva.
Inserendo il polo di compensazione otteniamo un sistema con 4 poli, ma i due poli naturali più a destra si trovano molto
sotto all’asse 0 dB e quindi sono trascurabili (ricorda che a 0dB il guadagno è pari a 1).

Riassumendo: l’abbassamento dovuto al partitore e il polo di compensazione sono due fattori concomitanti che portano il
sistema alla stabilità. Se l’abbassamento è grande, il polo di compensazione può essere messo a una frequenza più
grande; se l’abbassamento è piccolo, al limite nullo, il polo di compensazione deve essere messo a una frequenza molto
bassa.
La curva dell’amplificatore compensato risultante è rappresentata in fig 9.13.

Indicativamente, il polo di compensazione cade a una frequenza intorno


a 1 Hz, mentre il polo naturale si trova generalmente intorno ai 50-100
kHz. Per inserire il polo di compensazione occorre mettere un
condensatore in parallelo al segnale; negli amplificatori operazionali il
condensatore utilizzato ha un valore di circa 10 pF sfrutta l’effetto
1 Hz Miller (vedi su slide il valore C0).
Fig 9.13

Un polo a così bassa frequenza apparentemente non comporta nessun problema. In realtà il guadagno di anello inizia ad
abbassarsi già a basse frequenze, e tutti vantaggi legati all’avere un alto guadagno subiscono una diminuzione: il
comportamento dell’anello non è più efficace come prima (insensibilità ai rumori, valore preciso nel guadagno di anello...).

Un’altra soluzione consiste nell’introduzione di una coppia polo-zero. Immaginiamo di avere un sistema instabile avente
la curva di risposta rappresentata in fig. 9.14.

|Ga |
Sul grafico compare anche l’eventuale polo di
compensazione, ad una frequenza molto bassa.
fc Proviamo ora ad inserire uno zero alla stessa
frequenza del primo polo naturale (quello a
frequenza minore), annullo quel polo e la curva
si modifica come descritto in fig. 9.15.

Fig 9.14

|Ga |

dopo Otteniamo una curva traslata a destra, dove


fc prima quello che era il secondo polo è diventato il
primo polo. Se a questo punto vogliamo inserire
il polo di compensazione, possiamo metterlo più
a destra rispetto alla situazione precedente, in
modo che il guadagno rimanga alto per un
campo di frequenze più ampio.
Fig 9.15

Abbiamo già visto in precedenza che per piazzare una coppia polo-zero occorre inserire in parallelo al segnale una coppia
resistenza - condensatore; la posizione dello zero dipende dai valori di R e C, quindi posso piazzare lo zero con grande
precisione.
Quelle che abbiamo visto sono le uniche due tecniche applicate agli amplificatori operazionali.

9.2.1 Compensazione dell’integratore


C
R Consideriamo il circuito integratore di fig. 9.16 e calcoliamo il
guadagno di anello Ga con la solita procedura:
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Vi V R sRC
Ga = i = − A = −A
V$ i R+
1 1 + sRC
AV$i sC
APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 9 - Stabilità delle reazioni

Disegniamo sul diagramma di Bode il grafico dell’andamento di |A| (classica curva a tre poli dell’amplificatore
sRC
operazionale) e dell’andamento di (fig. 9.17).
1 + sRC
La curva a tratto sottile rappresenta l’andamento
di |A|, mentre la curva a tratto spesso rappresenta
|A| sRC
l’andamento di .
1 + sRC
Come si può vedere, quando s→∞, la seconda
curva tende a 0dB (cioè a 1).
Se adesso sommiamo graficamente le due curve,
1 otteniamo il grafico di fig. 9.18.
2πRC

Fig 9.17

|Ga |

Si vede chiaramente (criterio di Bode)


che il sistema è instabile.
Se applichiamo ora il metodo del polo
dominante, otteniamo il risultato
presentato in fig. 9.19.

Fig 9.18

|Ga | Nonostante l’introduzione del polo di


compensazione, il sistema è ancora
C instabile. Infatti, in questo caso, il punto da
prendere come polo di compensazione non
è l’intersezione tra la curva di risposta C e
la retta R con pendenza −20dB/decade che
parte dal primo polo naturale.
R

fc Fig 9.19

Il polo di compensazione va invece inserito


|Ga | all’intersezione tra la retta R di pendenza -20
A O dB/decade e la curva originale O
C dell’amplificatore operazionale (nel punto A sul
disegno). In questo modo la curva finale che
otteniamo indica un sistema stabile. Nota che il
polo di compensazione si trova molto a sinistra,
R quindi il guadagno decresce molto in fretta.
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fc
Fig 9.20

9.2.2. Compensazione del derivatore

R Consideriamo il circuito derivatore di fig 9.21 e immaginiamo


C che l’amplificatore operazionale impiegato sia compensato
internamente (quindi ha un polo dominante).
Calcoliamo il guadagno di anello:
Vi
V 1 sC 1
Ga = $i = − A = −A
AV$i Vi R + 1 sC 1 + sRC
Fig 9.21 Disegniamo separatamente la curva di |A| e di
1
(fig 9.22). Componendo i due grafici otteniamo la
|A| 1 + sRC
curva di fig 9.23.

Questa curva indica un sistema instabile.


Fig 9.22
Una regola pratica da seguire è la seguente:
l’amplificatore operazionale compensato internamente va
bene se la rete in cui è inserito è solo passiva. In caso
|A| contrario bisogna mettere un amplificatore da
compensare e lo adatto alla rete.

Fig 9.23

9.2.3. Un altro esempio


Prendiamo in esame il circuito di fig 9.24. L’idea
R2
(sbagliata) è quella di inserire un condensatore con
R1
l’intenzione di eliminare un po’ di rumore
sull’uscita. Nota: l’amplificatore operaz. In
Vi questione è compensato internamente.
In questo caso teniamo conto anche di Ro che,
C
Ro anche se piccola, fa sentire la sua influenza.
Calcoliamo dunque Ga:
AV$i
Fig 9.24

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1 sC R1 1 R1(1 + sRo C )
Ga = − A = −A =
1 sC + Ro Ro 1 + sRo C ( R1 + R2 )(1 + sRoC ) + Ro
R1 + R2 +
1 + sRo C
R1
= −A
( R1 + R2 )(1 + sRoC ) + Ro
Il guadagno di anello presenta un polo, quindi la curva del sistema (che senza condensatore è stabile) si trasforma nel
modo descritto in fig. 9.25.

Con l’introduzione del nuovo polo, dovuto alla


presenza del condensatore, il sistema diventa
senza condensatore instabile.

instabile

polo
introdotto Fig 9.25

9.3. Considerazioni sull’oscillazione


Quando un sistema non è stabile, lo si chiama generalmente “sistema oscillante”, ma qual è la causa di tale oscillazione?
La rotazione di fase introdotta nell’anello (dovuta a poli e zeri) può modificare il verso della reazione; in particolare, se la
rotazione è di 180°, la reazione cambia di segno ad ogni ciclo (da positiva diventa negativa e viceversa).
Esisterà una frequenza particolare alla quale la rotazione di fase è tale da invertire il verso della reazione; se il guadagno di
anello è maggiore di 1, a quella frequenza l’uscita aumenta (in modulo) ad ogni giro; se invece il guadagno è uguale a 1,
l’ampiezza del segnale non viene modificata mentre il verso si inverte ad ogni giro. Siccome questo fenomeno avviene ad
una sola e ben precisa frequenza, in ingresso e in uscita devo una sinusoide.
Le condizioni alle quali avviene questo fenomeno sono dette condizioni di Barkhausen:

• rotazione di fase complessiva = 0


• modulo del guadagno di anello = 1

Vu Se il guadagno è maggiore di 1, la sinusoide in uscita avrà


un’ampiezza crescente. Ma siccome la dinamica non è infinita
zona di linearità (fig 9.26), la tensione di uscita Vu non può crescere all’infinito.
Ad un certo punto il sistema esce dalla zona di linearità e si
Ve ottiene un’oscillazione “sporca” (fig 9.27).

Vu
Fig 9.26

Per ottenere un’oscillazione “pulita” devo fare in


modo che il sistema rimanga in linearità.
Fig 9.27

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 9 - Stabilità delle reazioni

Ma il problema è un altro; abbiamo visto che per attivare l’oscillazione occorre avere una precisa frequenza che soddisfi
le condizioni di Barkhausen; ma questo significa avere in ingresso una sinusoide pulita, che è quella che non abbiamo e
che vogliamo ottenere in uscita.
Nei circuiti reali c’è sempre del rumore, composto da un gradissimo numero di frequenze, e tra queste ci saraà quella
particolare frequenza che innesca l’ocillazione. Però inizialmente il guadagno dovrà essere maggiore di 1, in modo da
raggiungere una certa ampiezza; una volta che la sinusoide si è creata, occorre rimettere il guadagno a 1, in modo da
stabilizzare la reazione e fissare l’ampiezza della sinusoide. Questa operazione di controllo è svolta da un circuito che si
chiama appunto: circuito di controllo dell’ampiezza.

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 10


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 9 - Stabilità delle reazioni

CAPITOLO 9

SOMMARIO

9.1. Criteri di stabilità .............................................................................................................................................................................. 1


9.1.1. Criterio di Nyquist.................................................................................................................................................................... 1
9.1.1.1. Margine di guadagno e di fase....................................................................................................................................... 2
9.1.2 Criterio di Bode .......................................................................................................................................................................... 3
9.2. Compensazione in frequenza.......................................................................................................................................................... 4
9.2.1 Compensazione dell’integratore .............................................................................................................................................. 6
9.2.2. Compensazione del derivatore................................................................................................................................................ 8
9.2.3. Un altro esempio ....................................................................................................................................................................... 8
9.3. Considerazioni sull’oscillazione..................................................................................................................................................... 9

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 10 - Oscillatori e comparatori di soglia

CAPITOLO 10

Oscillatori e comparatori di soglia

10.1. Oscillatori
Un circuito elettronico in grado di generare un segnale sinusoidale di frequenza predeterminata, senza l’intervento di
alcuna eccitazione esterna che non sia la consueta alimentazione in continua, prende il nome di oscillatore sinusoidale.
Il modo classico di generare un segnale sinusoidale consiste nel portare un amplificatore, sottoposto a reazione positiva,
in oscillazione spontanea.

10.1.2. Principio di funzionamento

In fig. 10.1 è rappresentato lo schema generale di un amplificatore reazionato (positivamente).

xS Mantenendo aperto S2 e chiudendo S1, si applichi il segnale


+ xi G
xo
sinusoidale xs all’ingresso del blocco G (che nella pratica è un
s1 amplificatore); otteniamo che:
xf
s2
xi=xs e xf=GHxi
H
Fig 10.1

Nell’ipotesi che esista un’unica frequenza Fo per la quale la fase di GH sia uguale a 0, ovvero che xf e xi siano in fase,
possono aversi i seguenti tre casi:

1. |GH|=1, risulta allora |xf|=|xs|; chiudendo S2 e aprendo simultaneamente S1 l’amplificatore si autoeccita, mantenendo in
uscita l’oscillazione a frequenza Fo, di ampiezza costante.
2. |GH|<1, risulta allora |xf|<|xs|; chiudendo S2 e aprendo simultaneamente S1 l’oscillazione a frequenza Fo si smorza
gradualmente fino ad esaurirsi.
3. |GH|>1, risulta allora |xf|>|xs|; chiudendo S2 e aprendo simultaneamente S1 l’oscillazione a frequenza Fo cresce in
ampiezza col passare del tempo, sino a quando non intervengono fenomeni di non linearità nell’amplificatore.

Nell’ultimo caso l’oscillazione ha carettere “autoinnescante” e nasce spontaneamente nell’anello di reazione al momento
della chiusura del circuito di alimentazione , rendendo superflua la funzione di eccitazione della sorgente xs.
In pratica l’autoinnesco è reso possibile dall’inevitabile presenza di una componente del rumore a frequenza Fo; tale
componente, di valore infinitesimo, viene esaltata in modo esclusivo dall’anello di reazione (nel caso 3 ), mutandosi
rapidamente in un’oscillazione di grande ampiezza.
Le condizioni di innesco sono pertanto:

|GH|>1 e fase di GH = 0

Le condizioni necessarie per ottenere in uscita un’oscillazione di ampiezza costante sono invece:

|GH|=1 e fase di GH = 0

queste sono note come condizioni di Barkhausen.

La necessità di soddisfare tali condizioni per un’unico valore di frequenza rende indispensabile la presenza nell’anello di
reazione di componenti selettivi.
Al fine di ottenere l’autoinnesco dell’oscillazione, si deve prevedere nel funzionamento lineare iniziale un guadagno |GH|
leggermente maggiore di 1. Successivamente, col crescere dell’ampiezza della sinusoide, la diminuzione del guadagno A

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 10 - Oscillatori e comparatori di soglia

dell’amplificatore dovuta a fenomeni di non linearità, riporta gradualmente il valore di |GH| a 1, con la conseguente
stabilizzazione dell’ampiezza, anche se con una certa distorsione.
In fig. 10.2 è rappresentato lo schema più generale di un oscillatore sinusoidale.

C G=amplificatore
H=rete di reazione positiva
F F=rete di controreazione:ha la funzione di
mantenere stabile il guadagno dell’amplificatore
C=controllo automatico dell’ampiezza:ad innesco
G avvenuto riporta |GH| a 1, agendo sulla rete di
controreazione o direttamente sull’amplificatore
H FIG 10.2

10.1.2. Stabilità in frequenza

La frequenza di innesco Fo di un oscillatore coincide, come si è già detto, con la frequenza per la quale lo sfasamento ϕ
lungo l’anello di reazione risulta nullo. Ne consegue che la stabilità della frequenza di oscillazione è essenzialmente legata
alla stabilità della curva di fase di GH.
Per valutare il grado di stabilità in frequenza di un oscillatore si fa riferimento al seguente coefficiente:

dϕ ∆ϕ
SF = ≅
dF F = F0 ∆F
ϕ
Fo
il cui valore deve risultare elevato per una buona stabilità.
Questo significa che la curva di fase ϕ(F) deve tagliare l’asse
0° con la massima pendenza possibile (fig 10.3); questo si
ottiene con anelli di reazione particolarmente selettivi.
Fig 10.3

10.1.3. Oscillatore a ponte di Wien

Il ponte di Wien è il circuito raffigurato in fig 10.4; presenta una rete RC serie in un ramo e una rete RC parallela in un
ramo adiacente. Nei due rami rimanenti vi sono due resistori.

Ra
Per la determinazione del guadagno di anello, nelle ipotesi Ri=∞ e
Rb Ro=0, risulta comodo aprire l’anello all’ingresso dell’amplificatore.
Vu
Vi Vf V f Vu
Ga = GH = =
R1 Vi Vu Vi
Lo stadio base è un amplificatore non invertente, per il quale si
AVi
C1 ricava:
Vf Vu R
G= = 1+ a
Vi Rb
Mediante partitore sulla rete di uscita si ricava invece:
C2 R2 Vf Z2
H= =
Vu Z1 + Z 2
Fig 10.4
con:

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1
R2
1 sR C + 1 sC 2 R2
Z1 = R1 + = 1 1 Z2 = = quindi:
sC1 sC1 1 sR2 C2 + 1
R+
sC2
R2
sR2 C2 + 1 sC1 R2
H= = =
sR1C1 + 1
+
R2 ( sR1 C1 + 1)( sR 2 C 2 + 1) + sR2 C1
sC1 sR2 C2 + 1
sC1 R2
= 2
s R1 R2 C1C2 + s( R1C1 + R2 C2 + R2 C1 ) + 1

In conclusione il guadagno di anello è:

 R  sC1 R2
Ga = GH =  1 + a  2
 Rb  s R1 R2 C1C2 + s( R1C1 + R2C2 + R2 C1 ) + 1

Bisogna ora verificare l’esistenza di una frequenza Fo alla quale siano verificate le condizioni di Barkhausen per
l’automantenimento dell’oscillazione.
Poniamo per semplicità:

R1=R2=R
C1=C2=C

Si ottiene quindi:

 R  sCR  R  1
G a = GH =  1 + a  2 2 2 = 1 + a 
 Rb  s R C + 3sCR + 1  Rb  1
sRC + 3 +
sRC
sostituiamo s=jω:

 R  1
G a = GH =  1 + a 
 Rb  1
j ωRC + 3 +
jωRC

Imponendo la condizione di Barkhausen sulla fase abbiamo che dev’essere GH=0°, cioè:

j ωRC +
1
jωRC
=0 jωRC − j
1
ωRC
=0 ( )
j ω 2 R2C2 − 1 = 0

1
ωo =
RC

Imponendo la condizione di Barkhausen sul modulo abbiamo che dev’essere |GH|=1, cioè

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 10 - Oscillatori e comparatori di soglia

 R 1  R 
 1 + a  = 1 1 + a  = 3
 Rb  3  Rb 
Ra = 2 Rb

Nel caso più generale invece avremo queste condizioni:

 R  sC1 R2
Ga = GH =  1 + a  2
 Rb  s R1 R2 C1C2 + s( R1C1 + R2C2 + R2 C1 ) + 1

dividiamo numeratore e denominatore per sC1R2:

 R  1
G a = GH =  1 + a 
 Rb  ( R1C1 + R2 C2 + R2 C1 ) 1
sR1C2 + +
C1 R2 sC1 R2

e quindi:

1  R  C1 R2
ωo = e 1 + a  =1
R1 R2 C1C2  Rb  R1C1 + R2 C2 + R2 C1

Il circuito visto non può essere utilizzato in pratica in quanto, non essendo presente la rete per il controllo automatico
dell’ampiezza, il sistema satura o non oscilla.
Un semplice metodo per controllare automaticamente il guadagno consiste nel sostituire i resistori Ra e Rb con dei
resistori sensibili alla temperatura. In particolare:
Ra → ntc, Rb → ptc
La prima diminuisce il proprio valore di resistenza all’aumentare della temperatura, la seconda aumenta il proprio valore di
resistenza all’aumentare della temperatura. Inizialmente il guadagno dell’amplificatore è tale per cui si ha |GH|>1; in
seguito, la corrente crescente che percorre Ra e Rb provoca un aumento di temperatura, quindi i valori delle resitenze si
modificano come indicato sopra. In conseguenza di tali cambiamento, il guadagno di anello raggiunge il valore unitario.
E’ necessario che i tempi di risposta non siano troppo lunghi (2-3 periodi della sinusoide).

10.1.4. Oscillatore a tre punti

Lo schema di principio di un oscillatore a tre punti è presentato in fig. 10.5.

Per analizzare il circuito imponiamo alcune


ipotesi semplificative:
Vo
Ro
AVi • si suppone la resistenza di ingresso
Z1
Vf dell’amplificatore Ri infinita
Z3 • si suppone la resistenza Ro sufficientemente
elevata da non rendere trascurabile Z3
Z2
Nota: l’amplificatore AVi ha guadagno
Fig 10.5 negativo.

Vf V f Vo
Valutiamo il guadagno di anello: Ga = GH = =
Vi Vo Vi
Si ricava:

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Z L = Z 3 / / ( Z1 + Z 2 )
ZL
Vo = − AVi dove
Ro + Z L
Vo Z 3 / / ( Z1 + Z 2 )
G= = −A
Vi Ro + Z3 / /( Z 1 + Z2 )
Z2 Vf Z2
Vf = Vo H= =
Z 1 + Z2 Vo Z1 + Z2

Il guadagno di anello è:
Z 3Z 2 + Z 3Z 1
Z3 / /( Z1 + Z2 ) Z2 Z 1 + Z2 + Z 3 Z2
Ga = GH = − A = −A =
Ro + Z 3 / / ( Z1 + Z 2 ) Z1 + Z 2 Z Z + Z 3 Z1 Z1 + Z 2
Ro + 3 2
Z1 + Z 2 + Z3
Z3 ( Z2 + Z1 ) Z2 Z3Z2
= −A = −A
R o ( Z1 + Z2 + Z 3 ) + Z3 ( Z 2 + Z1 ) Z1 + Z2 R o ( Z1 + Z 2 + Z3 ) + Z 3 ( Z 2 + Z 1 )

Ipotizziamo che le tre impedenze siano solo reattanze, cioè solo la componente immaginaria di Zi sia diversa da 0:

Z1=jX1 Z2=jX2 Z3=jX3 il guadagno di anello assume questa forma:

X3 X 2
Ga = A
jRo ( X 1 + X 2 + X 3 ) − X 3 ( X 2 + X 1 )

La condizione di Barkhausen sulla fase può essere verificata solo se Ga è reale, cioè se:

x1+x2+x3=0

Infatti condizione necessaria per avere fase nulla è che la parte immaginaria di Ga sia nulla, ovvero che gli elementi
reattivi non siano tutti e tre dello stesso tipo (ricorda:le induttanze sono positive, le capacità negative).
Sotto questa ipotesi, il guadagno di anello diventa:

X2 X 3 X
Ga = A =A 2
− X 3 (− X 3 ) X3

Ma questa condizione non è sufficiente: la parte immaginaria nulla si ottiene anche con una fase di 180°; per ottenere una
fase di Ga pari a zero, occorre che Ga sia positivo, cioè che x2 e x3 siano concordi, e quindi elementi reattivi dello stesso
tipo. Da questo segue che x1 deve essere discorde con x2 e x3.
La condizione di Barkhausen sul modulo, |GH|=1, impone che:

X2 X
A =1⇒ A = 3
X3 X2

Fatte tutte queste premesse, si possono distinguere due tipi fondamentali di oscillatori a tre punti.

10.1.4.1 Oscillatore Hartley

Utilizza due induttori e un condensatore (fig 10.6).


X1 + X 2 + X 3 = 0

= 0 ⇒ ϖ 2 ( L2 + L3 ) =
1 1
ωL2 + ωL3 −
BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto ωC1 C1 5
1
ωo =
( L2 + L3 )C1
APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 10 - Oscillatori e comparatori di soglia
C1

L3 L2

Fig 10.6

Imponendo che la fase fosse nulla abbiamo ricavato la pulsazione di oscillazione della sinusoide generata. Imponendo la
condizione sul modulo otteniamo:

X3 ω L L
A= ⇒ A= o 3 = 3
X2 ω o L2 L2

L’oscillatore Hartley consente di variare facilmente ωo agendo soltanto sul valore della capacità C1 , senza alterare in
alcun modo la condizione di oscillazione a regime che dipende esclusivamente da L2 e L3.

10.1.4.2. Oscillatore

L1 X1 + X2 + X 3 = 0
1 1  1 1
− − + ωL1 = 0 ⇒ +  = ω 2 L1
ωC2 ωC3  C2 C3 
C3 C2 1 1
= ω 2 L1 ⇒ωo =
( C2 / / C3 ) L1 (C2 / / C3 )
Fig 10.8

Per la condizione sul modulo otteniamo:

1
X3 ω o C3 C2
A= ⇒ A= =
X2 1 C3
ω o C2

10.2. Comparatori di soglia


Il comparatore di soglia è blocco funzionale che accetta un segnale analogico in ingresso e fornisce un segnale discreto
in uscita (fig 10.9a).

Sd

analogico digitale Sa
soglia
Sa Sd t

Fig 10.9a
Fig 10.9b

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 10 - Oscillatori e comparatori di soglia

Ha la funzione di trasformare un segnale analogico in un segnale digitale a 1 bit (ON/OFF). E’ utilizzato nei termostati, nei
sensori di livello, ecc. Il circuito confronta il segnale analogico con un determinato valore, la soglia, e in uscita mette il
risultato di questo confronto (fig 10.9b). Come vedremo, è uno degli elementi di base nella realizzazione dei generatori di
segnale.

Un comparatore di soglia può essere realizzato con un amplificatore operazionale che confronta il segnale di ingresso VS
con una tensione di riferimento Vref, e produce due livelli di uscita a seconda che il segnale sia maggiore o minore della
soglia (fig 10.10).
Se l’amplificatore operazionale è ideale, il sue guadagno è
molto elevato, e non appena la tensione Vi si discosta da 0
Vu
+ l’uscita va al valore massimo o al valore minimo.

VS +
Possiamo realizzare il comp aratore in due modi:
• comparatore non invertente
Vref Fig 10.10
• comparatore invertente

10.2.1. COMPARATORE NON INVERTENTE

Il comportamento del comparatore non invertente è rappresentato dal grafico di fig. 10.9b. In fig 10.11b è rappresentata la
sua transcaratteristica. Come si vede nel circuito (fig 10.11a), la tensione di ingresso Vs entra sul morsetto +.

Vu

+ +
VS Vu Vsaturaz

+ −

Vref VS-VRef
Fig 10.11a -Vinterdiz
Fig 10.11b

10.2.2. COMPARATORE INVERTENTE

Il circuito del comparatore invertente è rappresentato in fig. 10.12a; rispetto al precedente si sono solo invertiti i due poli,
quindi il segnale di ingresso Vs entra nel morsetto −.

VS −
+ Vu
+
+ soglia
t
Vref
Fig 10.12a

Fig 10.12b
Vu

Vsat Il comparatore invertente ha il comportamento


esemplificato dal grafico di fig 10.12b. In figura
10.12c è rappresentata la sua transcaratteristica.
BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 7

VS-VRef

-Vint
APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 10 - Oscillatori e comparatori di soglia

Fig 10.12c

10.2.3 Comparatori con due soglie

Nel grafico di fig 10.13 è rappresentata la forma della transcaratteristica dell’amplificatore reale.

Vu
La linea tratteggiata rappresenta invece il
comportamento dell’amplificatore ideale, con
guadagno infinito.
Utilizzando il meccanismo della reazione
Vi positiva possiamo ottenere un guadagno, ad
anello chiuso, che tende ad infinito.

G
GF =
Fig 10.13 1 − GH

Come si può vedere, se GH fosse uguale a 1, avremmo GF→∞. Quindi per far un comparatore di soglia (con una soglia)
occorre chiudere in un anello di reazione positiva l’amplificatore operazionale. In questo modo otteniamo una trans-
caratteristica molto vicina a quella ideale.

Un sistema con un comportamento simile non è in pratica utilizzabile. Infatti bisogna tener conto che il segnale di
ingresso sarà affetto da rumore: quando la Vi dell’amplificatore si trova nell’intorno della soglia, le sue oscillazioni casuali
provocano una serie di veloci commutazioni (fig 10.14).

La soluzione consiste nell’avere due soglie e


tra di esse una “banda morta”, cioè una zona
soglia di insensibilità nella quale non avvengono
commutazioni.
In fig. 10.15 è rappresentato il comportamento
Fig 10.14 di un comparatore con due soglie. Si può
notare come l’uscita scatti solo quando il
segnale di ingresso supera la soglia superiore
o la soglia inferiore.

S1

Questo tipo di comportamento si chiama


S2 comportamento a isteresi, e si può
rappresentare tramite la trans-caratteristica di
fig. 10.16.
Fig 10.15
In conclusione, un comparatore di soglia è
praticamente utilizzabile solo se presenta un
BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto comportamento a isteresi, in altre parole ha 8
due soglie di commutazione. Nota che in
alcune applicazioni è indispensabile avere
due soglie, mentre in altri casi è comodo per
non sentire il rumore. Per realizzare tale
comportamento si utilizza ancora la reazione
positiva. Abbiamo visto che, tramite un anello
APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 10 - Oscillatori e comparatori di soglia

Vu

S2 S1
Vi

Fig 10.16

Vu
Vu

GH=1 GH<1
GH>1
Vi Vi

Fig 10.17b
Fig 10.17a

Nel grafico di fig 10.17a vediamo cosa succede alla trans-caratteristica quando GH passa da un valore minore di 1 al
valore 1. Nel grafico di fig 10.17b vediamo cosa accade quando GH supera il valore di 1: la zona lineare cambia pendenza,
mentre i livelli di saturazione e interdizione rimangono costanti. Ricorda che quando il sistema si trova in saturazione o
interdizione il guadagno di anello è nullo.

Vu
La reazione positiva amplifica rapidamente
qualunque segnale, anche piccolissimo, e l’uscita si
porta velocemente al valore massimo o minimo. Tale
salto è talmente rapido che si ottiene il
Vi comportamento di fig. 10.18.

Fig 10.18

10.2.4. Trigger Schmitt

Il comparatore con reazione positiva riportato in fig. 10.19 viene comunemente indicato con il nome di TRIGGER
SCHMITT.

R2 Se V1 è il segnale di ingresso e V2 il riferimento, abbiamo un


comparatore non invertente; viceversa abbiamo un
comparatore invertente.
R1
Vu può assumere solo 2 valori: VMAX e VMIN (non può stare
V1 + in linearità, come abbiamo visto). Per quali valori di Vi ho la
Vu commutazione?
Vi
− La commutazione avviene non appena il sistema entra in
V2 linearità (e subito ne esce), e il sistema è in linearità quando
Fig 10.19 Vi=0; questa è la condizione per trovare le soglie.
BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 9
APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 10 - Oscillatori e comparatori di soglia

Quando l’amplificatore operazionale è in linearità vale il modello ideale dell’amplificatore stesso; con riferimento alle
figure 10.20a e 10.20b, calcoliamo i valori delle due soglie VS1 e VS2.

R2 R1
V+ = VS + VU V − = Vref
R1 + R2 R1 + R2

VMAX
R1 R2 Vu

Vs + Vu Vi
Vi
− VS2 VS1
Vref
Fig 10.20a VMIN Fig 10.20b

Imponiamo la condizione Vi=0, cioè V+ =V−:


 R2 R1
 R + R VS 1 + R + R V MIN = Vref
 1 2 1 2
 con questo sistema posso ricavare le due soglie:
 R2 V + R1 V = Vref
 R1 + R2 S 2 R1 + R2 MAX

 R1 + R2 R1 R + R2  R1 + R2 R
VS1 = R Vref −
R1 + R2
V MIN 1 VS1 = R Vref − 1 V MIN
 2 R2  2 R2
 
V = R1 + R2 V − R1 V R1 + R2 V = R1 + R2 V − R1 V
 S2
R2 ref
R1 + R2 MAX
R2  S 2 R2 ref
R2 MAX

Per realizzare un comparatore con certe soglie determinate e già decise, devo stabilire la Vref e le resistenze R1 e R2
necessarie. Posso diminuire le variabili da 3 a 2 considerando il rapporto R1/R2 invece delle singole resistenze.
Definiamo I (Isteresi) la differenza di tensione tra le due soglie:

I = VS 1 − VS 2
R1 R R R I
I = V MAX − 1 V MIN = 1 (VMAX − V MIN ) ⇒ 1 =
R2 R2 R2 R2 V MAX − V MIN

Avendo fissato i valori delle soglie, conosciamo anche I, quindi possiamo calcolare il rapporto delle resistenze che ci
serve; sostituiamo R1/R2 in una delle due equazioni che forniscono le soglie, per esempio VS1:

 I  I
VS 1 =  1 + Vref − V
 V MAX − V MIN  V MAX − VMIN MIN

Tramite questa equazione posso ricavare anche la Vref che ci serve:

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 10


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 10 - Oscillatori e comparatori di soglia

I
VS 1 + V
V MAX − V MIN MIN
Vref =
I
1+
V MAX − V MIN

Il rapporto delle resistenze influisce sull’ampiezza dell’isteresi, mentre la Vref regola la posizione dell’isteresi relativamente
all’origine.
Anche scambiando i due segnali di ingresso (fig 10.21a, fig 10.21b), quindi ponendo V1=Vref e V2=VS, otteniamo gli stessi
risultati.

R2 Vu

R1
Vref Vi
+ Vu
Vi VS2 VS1
Vs −

Fig 10.21a Fig 10.21b

Rifacendo i calcoli, otteniamo queste due equazioni:

 R2 R1
VS1 = R + R Vref + R + R V MAX
 1 2 1 2

V = R2 V + R1 V
 S 2 R1 + R2 ref R1 + R2 MIN

Definiamo I = VS1 − VS 2
(V MAX − VMIN ) R1 (VMAX − V MIN )
I = (V MAX − V MIN )
R1 R
⇒1+ 2 = ⇒ = −1
R1 + R2 R1 I R2 I

Come al solito, gli offset e le derive vanno a modificare i valori delle soglie; possiamo utilizzare i soliti accorgimenti per
minimizzare questi effetti.

In commercio esistono dei componenti, i “voltage comparator”, particolarmente adatti per realizzare comparatori di soglia;
questi prodotti hanno le seguenti caratteristiche:
• molto veloci
• hanno quasi tutti un’uscita TTL compatibile
• esistono sia con uscita OPEN COLLECTOR che TOTEM POLE
• quasi tutti dispongono di due piedini distinti per la massa analogica e quella digitale (aiutano a eliminare certi
disturbi)

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 11


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 10 - Oscillatori e comparatori di soglia

CAPITOLO 10

SOMMARIO

10.1. Oscillatori ........................................................................................................................................................................................ 1


10.1.2. Principio di funzionamento.................................................................................................................................................... 1
10.1.2. Stabilità in frequenza .............................................................................................................................................................. 2
10.1.3. Oscillatore a ponte di Wien................................................................................................................................................... 2
10.1.4. Oscillatore a tre punti............................................................................................................................................................. 4
10.1.4.2. Oscillatore ........................................................................................................................................................................ 6
10.2. Comparatori di soglia..................................................................................................................................................................... 6
10.2.1. COMPARATORE NON INVERTENTE............................................................................................................................... 7
10.2.2. COMPARATORE INVERTENTE......................................................................................................................................... 7
10.2.3 Comparatori con due soglie ................................................................................................................................................... 8
10.2.4. Trigger Schmitt........................................................................................................................................................................ 9

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 11-Generatori d’onda e alimentatori

CAPITOLO 11

Generatori d’onde e alimentatori

11.1. Generatore di onde quadre e triangolari


I generatori di onde vengono anche chiamati generalmente generatori astabili, mentre i generatori monostabili sono
generatori che forniscono una singola onda (one shot).
Il nucleo dei generatori d’onde è un comparatore di soglia. Nel seguito supponiamo, solo per semplicità (i concetti
valgono comunque), che l’uscita dell’amplificatore operazionale sia simmetrica(fig 11.1b), inoltre trascuriamo la tensione
di riferimento VREF.

R2 VMAX

R1
VS1 soglia sup.
Vu

VS2 0 soglia inf.

VS
Fig 11.1a VMIN
segnale
Fig 1.11b
Con riferimento al circuito di fig. 11.1a:
R1
VS = VU
R1 + R2
R2
Consideriamo adesso il circuito di fig 11.2, in cui compare un
R1
comparatore di soglia e un condensatore.
Vu Al tempo t=−∞ il condensatore CK è completamente scarico.
Al tempo t=0 in cui diamo alimentazione, la minima differenza di
VS tensione presente ai due morsetti dell’amplificatore operazionale
causa lo “scatto” del comparatore, quindi la tensione di uscita VU si
R porta a uno dei due valori di fondo scala, cioè VMAX o VMIN.
Facciamo l’ipotesi che VU si porti al valore VMAX. Da questo
momento il condensatore inizia a caricarsi con una costante di tempo
CK Fig 11.2 τ = RC (fig. 11.3).

VU
VMAX Quando la tensione sul condensatore supera la
soglia VS1, il comparatore scatta e l’uscita VU si
VS1 porta al valore VMIN. Sul condensatore si trova
ora una tensione negativa, quindi inizia a
t scaricarsi con la medesima costante di tempo.
Vs Quando la tensione sul condensatore supera la
VS2 soglia VS2 il comparatore scatta e l’uscita si porta
al valore VMAX; di conseguenza il condensatore
inizia di nuovo a caricarsi. Il tempo t1-t0 che
VMIN
intercorre tra due scatti è pari al semiperiodo
t0 t1 dell’onda generata.
Fig 11.3

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 1


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 11-Generatori d’onda e alimentatori

Calcoliamo il tempo t 1-t0 che intercorre tra due scatti; innanzitutto determiniamo l’equazione della curva compresa tra t 0 e
t1 (fig. 11.4):

t
VC = (V MIN + VS 1 )e

τ

VS1+VMIN
Ora, tenendo conto che al tempo t=t 0
abbiamo che: Vc

VS=VS1 e VU = VMIN VMIN -VS2

t0 t1
 R1  −t
VC =  VU + VU  e τ
 R1 + R2  Fig 11.4

 R1  −
t

VC =  1 + V e τ
 R1 + R2  U

Consideriamo come origine il tempo t 0, cioè poniamo t 0=0:

 R1 
VC (t 0 ) =  1 + V al tempo t=t 1 VC=VMIN - VS2 :
 R1 + R2  U

 R1  t
− 1
VC (t 1 ) = 1 +  V e τ = V MIN − VS 2 tenendo conto con al tempo t=t 1 VS=VS2 e VU = VMIN:
 R1 + R2  U

 R1  t
− 1  R1 
1 + VU e τ = 1 − V Da quest’ultima relazione consegue:
 R1 + R2   R1 + R2  U
 R1 
 1+ 
 R1  t 1  R1  R1 + R2  = t 1 ⇒ t = τLn 1 + k
Ln1 +  − = Ln 1 −  ⇒ Ln 
 R1 + R2  τ  R1 + R2   R1  τ 1
1− k
 1− 
 R1 + R2 
Il periodo dell’onda quadrata generata è pari a 2t 1 :
1+ k
T = 2τLn
1− k

In generale, per fare un oscillatore astabile occorre realizzare una reazione negativa in cui compare un comparatore
invertente e un blocco integratore.
Nota che la tensione VC presente sul condensatore ha una forma pseudo-triangolare; se il blocco integratore fosse
realizzato con un vero integratore, invece degli archi di esponenziale otterremmo delle rette e quindi una vera onda
triangolare.

Lo schema “vero” del generatore di onde quadre e triangolari è presentato in fig. 11.5. Nota che l’integratore inverte il
segnale, quindi utilizzo un comparatore non invertente per mantenere una reazione negativa.

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 2


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 11-Generatori d’onda e alimentatori

CK R2

R1
VT R1
VU

Fig 11.5

R1
VT = − VU
R2

Facciamo l’ipotesi che nel momento in cui alimentiamo VU si porti al valore VMIN. Nel tempo otteniamo il grafico riportato
in fig. 11.6.

VMAX
L’integratore riceve in ingresso una tensione VU
(che durante un semiperiodo dell’onda quadra
VS1 rimane costante) e la integra:

1 t t
VT = − ∫
RC 0
VU dt = − V
RC U
VS2

Nel primo tratto VU è negativa e VT è una rampa


VMIN
con pendenza positiva. Quando il comparatore di
soglia commuta, VU assume il valore VMAX e VT
Fig 11.6 diventa una rampa negativa.
Nota: l’integratore così fatto funziona bene solo se messo in un anello chiuso di reazione (come in quest’ultimo caso).
Infatti, immaginiamo che l’integratore integri anche gli offset e le derive, sempre presenti. Le rampe con pendenza positiva
avranno una pendenza maggiore di quella disegnata nel grafico e le rampe con pendenza negativa avranno pendenza
minore (fig 11.7).

VMAX

VS1

VS2

VMIN Fig 11.7

Per effetto di questa compensazione, mediamente il periodo non viene cambiato e il condensatore non satura.
D’altra parte, abbiamo visto che la compensazione dell’integratore comporta l’avere un polo di compensazione a
bassissima frequenza, con relativo abbassamento di guadagno già a frequenze basse. Minor è il guadagno e minore è la
desensitivity, quindi meno ideale il comportamento dell’anello.

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 3


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 11-Generatori d’onda e alimentatori

In conclusione questo generatore d’onda è limitato in frequenza, perché al crescere della frequenza l’integratore non si
comporta più correttamente.

Lo schema riportato in fig. 11.8 è uno schema commerciale diffusissimo che non utilizza l’integratore ma comunque un
blocco con la funzione di integratore.

COMPARAT.
carica Di
SOGLIA
invertente

Vc
scarica

Fig 11.8

Assumiamo che inizialmente lo switch sia


VMAX spostato verso l’alto; il generatore di corrente
carica il condensatore con una corrente
costante, quindi la tensione sul condensatore
VS1
cresce linearmente (fig 11.9); ad un certo punto
tale tensione (riportata dal Voltage Follower al
comparatore di soglia) fa scattare il comparatore
VS2 il quale, a sua volta, fa scattare lo switch che si
abbassa; il secondo generatore di corrente
VMIN assorbe energia costante dal condensatore,
quindi la tensione sul condensatore diminuisce
Fig 11.9 linearmente.

Con questa soluzione ho eliminato il limite di frequenza, perché lo switch è molto veloce.
Lo switch è realizzato tramite una porta a diodi, il cui schema è presentato in fig. 11.20.

PORTA A
DIODI Per spiegare il funzionamento della porta a diodi, ipotizziamo
ideale il comportamento dei diodi.
VQ è la tensione di controllo, in uscita dal comparatore, e
D1 D2 supponiamo sia la più alta (a parte il segno) possibile
all’interno di tutto il circuito.
VQ VC Abbiamo che:

VS 2 ≤ VC ≤ VS1
D4 D3
(la tensione sul condensatore non supera mai le soglie);
inoltre, per l’ipotesi fatta, abbiamo che:

Fig 11.10 VC < VQ = V MAX = V MIN

In generale, per studiare un circuito con un diodo occorre ipotizzare in partenza che il diodo conduca o non conduca; una
volta risolto il circuito, si verifica se la tensione ai capi del diodo verifica l’ipotesi di conduzione oppure no. Con 4 diodi ci
sarebbero 16 possibili combinazioni; noi, per brevità, partiamo con le ipotesi che si riveleranno giuste.
Come prima, immaginiamo che l’uscita del comparatore di soglia sia inizialmente pari a VMAX , quindi VQ=VMAX.

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 4


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 11-Generatori d’onda e alimentatori

Ipotesi: diodo D2=ON (fig 11.11), quindi sostituiamo D2 con un corto circuito. Ciò significa che in A c’è una tensione
pari a VC. Noi abbiamo detto che vale la seguente relazione:

VC < VQ

Questo significa che D1 non conduce (possiamo sostituirlo


con un circuito aperto).
A
D1 D2=ON Facciamo l’ipotesi ora che D4=ON.
Ciò significa che in B c’è una tensione pari a VQ. Siccome
VC vale la relazione scritta sopra, il diodo D3 non conduce.
VQ

D4=ON D3
B

Fig 11.11 In conseguenza del ragionamento appena fatto, otteniamo il


circuito rappresentatoin fig. 11.12. La corrente viene
assorbita dal generatore di corrente in basso tramite D4,
mentre il condensatore viene caricato dal generatore in alto
tramite D2. In questo modo non c’è interruzione di corrente
A ma solo una deviazione. I generatori di corrente sono
D2 sempre a regime e non ci sono transitori.
D1

VC Come sappiamo, quando VC supera la soglia S1 il


VQ
comparatore scatta e la sua uscita si porta al valore VMIN,
quindi abbiamo ora che VQ=VMIN.

D4 D3
B

Fig 11.12

Facciamo ora l’ipotesi che D4=ON (che si rivelerà


sbagliata), esemplificata in fig. 11.13.

A Nel punto B abbiamo la tensione VMIN e abbiamo che:


D1 D2=ON VC=VS1 >VMIN (vedi grafico più indietro)
quindi il diodo D3 conduce. Ma ciò significa che in B c’è
VQ VC la tensione VS1>VMIN e questo significa che il diodo D4
non conduce. Sono caduto in contraddizione con
l’ipotesi, quindi D4 non conduce (e D3 conduce).
Possiamo procedere allo stesso modo con D2,
D4=ON D3 supponendo che conduca.
B Arriviamo alla conclusione che D2 non conduce e D1
conduce.

Fig 11.13

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La situazione del circuito è presentata in fig. 11.14. Il generatore di corrente in basso assorbe la corrente dal
condensatore, scaricandolo.
Siccome la velocità con cui il condensatore si carica dipende dal generatore I1 e la velocità con cui il condensatore si
scarica dipende dal generatore I2 , noi possiamo regolare con continuità il periodo dell’onda generata agendo sui due
generatori (manopola di regolazione fine sul generatore d’onde).
Se invece cambio condensatore con altri di capacità differente posso variare, a scatti, il periodo dell’onda (manopola di
regolazione a potenze di 10).

I1

A Per ottenere un’onda sinusoidale da una triangolare si


D1 utilizza una rete formatrice, il cui schema è presentato in
fig. 11.15.
VQ VC
Analizziamo la parte sinistra del circuito. I generatori di
tensione hanno valori differenti tra loro, in particolare
hanno valori crescenti compresi tra 0 e il valore massimo
D3 dell’onda triangolare VS presente in ingresso.
B Quando inizialmente VS =0, tutti i diodi sono interdetti
(anche quelli a destra), per via dei generatori sottostanti,
I2 quindi l’uscita segue l’ingresso.

Fig 11.14

Vs

Fig 11.15

Quando VS inizia a crescere in positivo, ad un tratto scatta il diodo che ha sotto di sè il generatore più piccolo; questo
diodo inizia a condurre e l’uscita diminuisce perché la tensione d’ingresso si ripartisce sulla resistenza relativa al diodo
scattato. Man mano che l’ingresso aumenta i vari diodi scattano, facendo entrare in gioco un numero crescente di
resistenze; proporzionalmente l’uscita diminuisce rispetto all’ingresso, e si ottiene il grafico di fig. 11.16.

VS Quando l’onda triangolare diventa negativa entra in


gioco la metà destra del circuito (contenente lo
stesso numero di rami e gli stessi generatori, ma con
VU segno opposto). Il principio di funzionamento è
identico a quello visto.

Fig 11.16

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 6


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 11-Generatori d’onda e alimentatori

11.2 Alimentatori
Tipicamente la tensione fornita ai circuiti è continua; tale tensione deve essere il più possibile costante, altrimenti una
sua variazione può essere vista dai circuiti come un segnale. Quindi la stabilità è la principale caratteristica degli
alimentatori e anche il maggior problema da risolvere.
Con riferimento alla fig. 11.17, l’uscita dell’alimentatore deve essere stabile:

1. nei confronti del carico (il quale stabilisce


l’assorbimento di corrente) SORGENTE Tensione o
2. indipendentemente dalle variazioni della fonte di PRIMARIA POWER corrente costanti
energia primaria (la rete di distribuzione elettrica SUPPLY
o una batteria)
3. indipendentemente dalla temperatura Fig 11.17

Possiamo aggiungere ulteriori condizioni relative all’alimentatore in sè:


1. al cambiare del carico, l’uscita dell’alimentatore subisce necessariamente una variazione, ma il tempo di ricupero
necessario affinché l’uscita ritorni al valore costante previsto deve essere sufficientemente piccolo
2. l’alimentatore deve essere in grado di ricuperare le cadute di tensione della fonte primaria in un tempo
sufficientemente piccolo

In teoria un Power Supply dovrebbe avere un rendimento unitario (100%), ma questo è fisicamente impossibile; una delle
specifiche fondamentali dell’alimentatore è appunto il rendimento:

PU
η= (PU=potenza in uscita, Pi=potenza in ingresso)
Pi

Il rendimento è un fattore importante perché sprecare potenza vuol dire:


1. scaldare più del necessario
2. realizzare un alimentatore di dimensioni inutilmente grandi e dunque pesante

Per quanto riguarda la sorgente primaria, noi disponiamo fondamentalmente di 2 sorgenti di potenza elettrica:
1. sorgenti alternate: rete di distribuzione (AC)
2. sorgenti continue: batterie (DC)

NOTA: continua non vuol dire necessariamente costante, significa piuttosto non alternata.

un andamento tipico della tensione


fornita da una batteria: come si vede non
è affatto costante.

Fig 11.18a

In fig. 11.18b abbiamo un andamento


tipico della tensione fornita dalla rete:
una sinusoide sporca.

Fig 11.18b

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In alcune applicazioni, l’alimentatore non deve produrre disturbi di natura elettromagnetica; questa considerazione, come
sarà chiaro in seguito, è limitata agli alimentatori switching, che devono essere “low noise”.

In generale, possiamo classificare tutti gli alimentatori in due gruppi:


• alimentatori lineari (o dissipativi)
• alimentatori switching (o a commutazione)

Caratteristiche degli alimentatori lineari:


• basso rendimento: η < 50%
• costo basso (sia per i componenti impiegati che per la facilità di realizzazione)
• prestazioni ottime (cioè ottima stabilità)
• quindi ottimo rapporto costi/prestazioni

Caratteristiche degli alimentatori switching:


• alto rendimento: η > 75%
• costo medio-alto (sia per i componenti impiegati che per la difficoltà di realizzazione)
• prestazioni buone, ma alti disturbi
• generalmente di minori dimensioni rispetto ai lineari

Quando la sorgente primaria è continua è necessario utilizzare un alimentatore switching.

11.2.1. Alimentatori non stabilizzati

Iniziamo il discorso supponendo di avere una sorgente primaria alternata, in particolare una sinusoide (fig 11.19). I
ragionamenti che svilupperemo valgono per entrambi i tipi di alimentatore.

A
A = sin ωt

in Italia, la tensione efficace è 220 V, quindi


A = 220 ⋅ 2V (tensione di picco)
Fig 11.19 f = 50 Hz, ω = 2π50 Hz.

Il valor medio di una sinusoide è zero, come possiamo ricavarne una tensione continua?
Innanzitutto occorre trasformare la sinusoide in un segnale che abbia valor medio non nullo. Questa prima operazione si
chiama raddrizzamento.

Il blocco di fig. 11.20 evidentemente non è lineare, appunto perché


Raddrizzatore modifica il valor medio del segnale; in altre parole la sua funzione di
(rectifier) trasferimento non è lineare; il raddrizzatore, a seconda del tipo,
realizza due funzioni non lineari: il modulo e la rampa.
Fig 11.20

valor medio=2A/π
MODULO valore efficace= A / 2
A

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Fig 11.21a Fig 11.21b

RAMPA
A

valor medio=A/π
Fig 11.22a valore efficace= A / 2 Fig 11.22b

1T
T ∫0
(Ricorda: valor medio= f (t )dt )

Il blocco che realizza la prima funzione (fig 11.21a) si chiama raddrizzatore a doppia semionda (full wave rectifier), mentre
il blocco che realizza la seconda funzione (fig. 11.22a) si chiama raddrizzatore a singola semionda (half wave rectifier).
Intuitivamente il primo è migliore perché mantiene invariato il valore efficace.
Nota che il raddrizzatore a doppia semionda fornisce un segnale con frequenza doppia rispetto al segnale in ingresso,
mentre l’altro conserva la frequenza originale (fig. 11.21b e 11.22b).
In ogni caso, il segnale che ottengo contiene la componente continua ma anche altre armoniche superiori, quindi occorre
un filtro passa basso per attenuare il più possibile tali armoniche (fig. 11.23).

RECTIFIER FILTRO
PASSA BASSO
Fig 11.23

Il filtro passa basso più semplice è una rete RC, rappresentata in fig. 11.24a, e la cui risposta in frequenza è raffigurata in
fig. 11.24b.

1/RC

R C

Fig 11.24b
Fig 11.24a

Se utilizziamo un raddrizzatore a doppia semionda, la frequenza di taglio necessaria sarà doppia rispetto a quella che
dovremmo utilizzare per il raddrizzatore a singola semionda; siccome:

1
f =
2πRC

ciò significa che a parità di resistenze avremo nel primo caso un condensatore di capacità dimezzata rispetto al secondo
caso; avere condensatori piccoli è un vantaggio per la realizzazione pratica. Da un altro punto di vista, a parità di R e C,
nel primo caso avremo prestazioni migliori, perché il filtro sarà in grado di attenuare un maggior numero di armoniche.
In conclusione è meglio utilizzare raddrizzatori a doppia semionda.
A valle del filtro otteniamo la componente continua più qualche armonica a bassa frequenza, denominata “ripple”.

Con i componenti visti finora abbiamo realizzato un alimentatore non stabilizzato.

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Dobbiamo però fare un passo indietro, perché abbiamo tralasciato un componente che si trova a monte del raddrizzatore,
subito dopo la sorgente primaria: il trasformatore (fig. 11.25).

TRASFORMATORE RECTIFIER FILTRO


PASSA BASSO
Fig 11.25

Lo scopo del trasformatore è quello di trasformare una tensione qualunque in una tensione di valore abbastanza vicino
alla tensione d’uscita del nostro alimentatore. Per esempio, se vogliamo realizzare un alimentatore da 5 Volt, conviene
avere in ingresso al raddrizzatore una tensione efficace di 8 Volt; quindi, se la sorgente primaria è la rete, ci servirà un
trasformatore che riceva in ingresso una tensione efficace di 220V e fornisca una tensione efficace di 8V.
Per i trasformatori vale la seguente relazione:
V1 n1
=
V2 n 2

dove V1 è la tensione di ingresso, V2 è la tensione di uscita, n1 è il numero di spire sull’avvolgimento primario e n2 è il


numero di spire sull’avvolgimento secondario.
Nel caso dell’esempio:
220 n1
=
8 n2

NOTA: l’importante è che il rapporto spire sia uguale al rapporto tra le tensione, non necessariamente n 1=V1 e n 2=V2.

Il trasformatore ha una caratteristica utile: l’isolamento dinamico, cioè la separazione fisica tra il primario e il secondario.

11.2.1.1. Implementazione del raddrizzatore

Vediamo più in dettaglio come sono realizzati i raddrizzatori.


La più semplice realizzazione di un raddrizzatore a singola semionda prevede un singolo diodo in serie al trasformatore
(fig 11.26).
Trascurando la caduta sul diodo, tutta la tensione in uscita dal
trasformatore va sul carico; a fini del calcolo del rendimento, si può
assumere pari a 1 Volt la caduta di tensione sul diodo.
carico
Il diodo deve essere in grado di reggere una tensione negativa pari al
corrente
massimo valore della tensione positiva (ricordiamoci che la tensione
sul diodo è una sinusoide).
Fig 11.26
Deve essere sufficientemente grande perché è percorso da tutta la corrente (e quindi la potenza) assorbita dal carico.
La corrente che percorre il secondario del trasformatore passa nel diodo e poi nel carico (vedi verso della corrente nel
disegno); come già visto, nel caso del raddrizzatore a una singola semionda, essa ha un valore medio, non nullo, pari a:

valore di picco
π

Il trasformatore funziona bene quando è attraversato da correnti prive di componente continua, quindi a valor medio
nullo; siccome non posso eliminare la continua (perché sul carico voglio ottenere una tensione continua), occorre
utilizzare trasformatori con nuclei più grandi.

Per quanto riguarda il raddrizzatore a doppia semionda, ne vediamo due implementazioni:


1. a presa centrale

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2. a ponte di diodi

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Raddrizzatore a presa centrale:

Vengono utilizzati due avvolgimenti secondari in serie a due diodi,


posizionati però con verso opposto (fig. 11.27). In questo modo,
quando la tensione sul secondario assume valori positivi, la
corrente circola nella maglia superiore mentre il diodo inferiore è
interdetto; quando la tensione sul secondario è negativa circola
corrente nell maglia inferiore e il diodo superiore è interdetto. La
corrente attraversa il carico sempre con lo stesso verso.

Fig 11.27

Gli svantaggi di questa configurazione sono i seguenti:


1. la corrente che circola sul secondario è la stessa che passa nel carico, quindi contiene ancora la componente
continua.
2. Siccome la tensione ha questo andamento:

V (t ) = Vmax sinωt

sul carico ho una tensione massima pari a Vmax ; però, sul diodo che è interdetto, la tensione è pari 2Vmax :

Nel disegno di fig. 11.28 si sommano due tensioni, quella


Vmax presente sul carico e quella presente sul secondario.

Vmax
Vmax
Fig 11.28

3. Il secondario è composto da due avvolgimenti, quindi devo utilizzare più rame.


4. Un grande difetto è che la massa del carico è vincolata al secondario; in un sistema la massa deve essere comune a
tutti i componenti, e il punto di unione delle masse deve essere messo in un punto scelto in modo da minimizzare i
disturbi; con questa configurazione il punto è già forzatamente scelto: è l’avvolgimento secondario.

Raddrizzatore a ponte di diodi:

Lo schema di questo raddrizzatore è presentato in fig. 11.29.


D1 D2 Quando sul secondario la tensione è positiva, la corrente esegue
questo percorso:
carico
D1 - carico - D3
Quando sul secondario la tensione è negativa, la corrente esegue
questo percorso:
D4 - carico - D2
D4 D3 In questo modo la corrente che passa nel carico ha sempre lo stesso
Fig 11.29 verso.
In serie al trasformatore ci sono sempre due diodi, quindi la caduta di tensione è circa 2 V; questo significa che ho un
peggioramento di prestazioni rispetto alla soluzione precedente. D’altro canto ho maggiori vantaggi:
1. il secondario è sempre percorso da corrente a valor medio nullo
2. la tensione inversa complessiva sui due diodi interdetti è pari a VMAX , quindi nel caso peggiore sul singolo diodo ho
una tensione negativa pari a VMAX
3. la massa del carico non è vincolata al secondario

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11.2.1.2. Implementazione del filtro passa basso

Per semplicità di ragionamento, consideriamo un raddrizzatore a singola semionda (fig. 11.30)

VMAX Il più semplice filtro passa basso che possiamo


realizzare è semplicemente un condensatore in
parallelo al segnale (di nuovo per semplicità
trascuriamo la resistenza). Lo schema è quello
di fig. 11.31.

Fig 11.30

IL Il carico assorbe una corrente IL , che nel peggiore dei casi


è la massima corrente prevista dal carico.
La tensione sul condensatore, durante la semionda
VC positiva, segue la tensione di ingresso, cioè il condensatore
si carica. Quando la tensione di ingresso supera il picco e
inizia a diminuire, il condensatore inizia a erogare una
corrente pari a IL.

Fig 11.31

VC Se il carico non richiedesse corrente, cioè IL=0, il


VMAX condensatore non si scaricherebbe, quindi la
tensione VC rimarrebbe costante con un valore pari
al valore di picco (fig. 11.32).

Fig 11.32

In realtà il carico assorbe corrente in modo costante


(la corrente di cui ha bisogno per funzionare),
quindi il condensatore si scarica in modo lineare.
VMAX VC
La forma d’onda che arriva al carico è quella
disegnata in grassetto, e si chiama ripple (fig 11.33).

Fig 11.33

Con un sistema siffatto non otteniamo la componente continua prevista dall’analisi di Fourier, che dovrebbe essere pari a
V MAX
, ma una componente continua di valore vicino a VMAX. Questo accade perché il sistema non è lineare (c’è il
π
diodo!), mentre l’analisi di Fourier si applica solo a sistemi lineari.

La dimensione del condensatore influenza evidentemente la forma del ripple.


Con riferimento alla fig. 11.34, possiamo considerare come componente continua del ripple il valore:

VMAX
VR
VDC = V MAX − VR
2 Fig 11.34

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La tensione di ripple (VR ) è l’ampiezza del ripple. La definizione che ne viene data è leggermente diversa: assumendo che
la scarica del condensatore duri tutto un periodo, la tensione di ripple è la differenza tra VMAX e la tensione VC alla fine
della scarica (fig 11.35).

VC VMAX
La tensione di ripple così definita è maggiore di quella
vera. Ma ricordiamoci che il ripple è un disturbo,
VR
quindi se da un lato tale definizione ci semplifica i
calcoli, dall’altro non abbiamo commesso un errore,
perché ci siamo messi in una condizione peggiore.
T
Fig 11.35
Con tale definizione, la tensione VR è data dalla seguente formula:

I LT
VR = Nota che per il caso della doppia semionda, è sufficiente porre T/2 al posto di T.
C

A parità di tensione di ripple, se metto T/2 al posto di T, posso mettere un condensatore di capacità dimezzata, cioè più
piccolo. Invece, a parità di condensatore, ottengo una tensione di ripple dimezzata, quindi minor disturbo.

11.2.2. Considerazioni sul ripple

Riassumendo le cose viste finora, proviamo a calcolare la tensione che si presenta sul carico:

VR
VDC = V MAX − 2VD −
2

VMAX = tensione all’uscita del trasformatore


2VD = caduta di tensione sui due diodi nel raddrizzatore a ponte
VR/2 = abbassamento di tensione dovuto al filtro

Calcoliamo il rendimento:

VDC VDC
η= =
VMAX VR
VDC + 2VD +
2

L’ipotesi che abbiamo fatto per calcolare tale rendimento è che la corrente che entra nell’alimentatore è mediamente
uguale a quella che esce, come se percorresse un’unica grande maglia.

Come si può vedere, VR incide sul rendimento, quindi dovrebbe essere mantenuto il più possibile piccolo; il problema che
ci sono altre considerazioni da fare.
Poniamo, ad esempio, che il carico assorba una corrente di 1 A, che il periodo sia T=20⋅10-3 sec (f=50 Hz, a una semionda),
e che vogliamo ottenere una tensione di ripple di 1 V:

I L T 20 ⋅ 10 −3
C= = = 20mF
VR 1

Un condensatore di 20mF è molto grande; quindi possiamo subito dire che una prima limitazione consiste nella
dimensione della capacità.
La corrente passa nel diodo durante un tempo pari a t c (tempo di conduzione); durante questo tempo il condensatore si
carica; nel tempo che resta prima di completare il periodo il condensatore si scarica (il diodo è interdetto).

Vedi fig. 11.36. La quantità di carica che passa nel diodo nel
tempo t c deve essere uguale alla carica che passa nel carico
durante un periodo T:
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tc

carica scarica Fig 11.36

t + tc T

∫i d dt = ∫ I L dt Considerando costante la corrente assorbita dal carico:


t 0
t + tc

∫i d dt = I L T
t
Anche se sbagliato, assumiamo un momento che la corrente che passa nel diodo sia costante:
I LT
id t c = I L T ⇒ id =
tc
Per diminuire il ripple posso diminuire t c , ma in questo modo il condensatore si deve caricare in un tempo minore, quindi
occorre maggior corrente. Il diodo però non può sopportare una quantità arbitrariamente grande di corrente; in
particolare, tra le specifiche del diodo, ce ne sono tre che riguardano questo aspetto:

1. corrente di picco ripetitiva: è la massima corrente che può attraversare il diodo in modo ripetitivo (proprio quella di cui
stiamo parlando)
2. corrente di picco non ripetitiva: è la massima corrente che può attraversare il diodo “poche volte” (ad esempio
all’accensione del sistema)

11.2.3. Stabilizzazione

Come abbiamo già detto, gli stadi visti finora realizzano un alimentatore non stabilizzato.

Una delle caratteristiche dell’alimentatore è l’indipendenza dal carico.

Se non esistesse la resistenza interna dell’alimentatore (Rg), la tensione sul


Rg carico sarebbe indipendente dal carico (fig 11.37). Ma noi sappiamo che c’è
Load un modo per diminuire l’impedenza di uscita dell’alimentatore: la reazione
Vg negativa. Consideriamo allora lo schema di fig. 11.38.

Fig 11.37
regolatore

ALIMENTAZIONE ELEMENTO
NON SERIE R1
STABILIZZATA Vref
LOAD
VU
R2

Fig 11.38
R2 R 
Vref = VU ⇒ VU = Vref  1 + 1
R1 + R2  R2 

L’alimentazione non stabilizzata, prima di arrivare sul carico, passa attraverso un regolatore, composto da un
amplificatore differenziale, da un elemento serie e da un partitore. La tensione sul carico viene ripartita sulle resistenze e
riportata indietro, dove viene confrontata con una tensione di riferimento.

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L’elemento serie può essere un transistore che deve lavorare in linearità (ottengo un alimentatore lineare), oppure un
interruttore (ottengo un alimentatore switching ed evito la caduta di tensione sul transistore).
La Vref è fornita da un generatore di tensione con una stabilità di almeno 10 ppm/°C; questa tensione è al di fuori
dell’anello, non ne risente gli effetti stabilizzatrici, quindi se varia induce una variazione su VU (e quindi sul carico).
Si può vedere l’alimentatore essenzialmente come qualcosa che amplifica la tensione Vref ed è alimentato da una sorgente
non stabilizzata che fornisce la potenza.
I regolatori che si trovano in commercio reggono una corrente massima di 5 A. Un regolatore commerciale è il 78xx (fig
11.39).
tensione di
DROP OUT

VIN 78XX VOUT


ALIMENTAZIONE
NON
STABILIZZATA
LOAD

GND Fig 11.39

Vediamo alcune caratteristiche di questo tipo di regolatori:

• questi componenti richiedono due condensatori in parallelo che sono parte integrante del circuito, ma risiedono fuori
dal componente per motivi di spazio; devono essere collegati il più vicino possibile all’integrato
• una specifica importante e vincolante è che la tensione di drop out deve essere superiore ai 2V (tipicamente 2,5V):

VDROPOUT > 2V

In caso contrario all’interno del componente si crea un corto circuito, l’alimentazione non stabilizzata arriva sul carico
e provoca danni. Questa tensione deve essere garantita in qualunque condizione.

• Il ripple rejection (attenuazione del ripple) è di 68dB minimo - 78 dB tipico, cioè 1000-2000 volte; ciò significa che il
ripple sul carico è un millesimo di quello in ingresso all’integrato; in altre parole il valore del ripple massimo desiderato
non è affatto vincolante, perché il regolatore lo diminuisce moltissimo
• tensione d’ingresso: dipende dal modello; per esempio: 7-25 V (ottimale se 8-12 V)
• corrente minima di funzionamento: 6mA; è trascurabile rispetto alla corrente totale che entra nell’integrato, quindi
possiamo dire che tutta la corrente che esce dall’alimentazione non stabilizzata finisce nel carico
• caratteristiche termiche: TJ=150°C, KJC=5°C/W, KJA=65°C/W

11.2.3.1 Un esempio numerico

Vediamo ora un esempio numerico per determinare i parametri di un alimentatore.


Specifiche:

IL=0,5 A VOUT=5 V (tensione sul carico) Ta =70°C


VR=±125 mV VRETE efficace=220 V±10% f=50 Hz

Viste le molte possibilità in gioco, occorre fare delle scelte di progetto; per quanto riguarda il raddrizzatore, possiamo
sceglierlo a singola o doppia semionda; in questo seconda caso possiamo volerlo a presa centrale o a ponte di diodi.
Scegliamo, viste le migliori prestazioni, il raddrizzatore a ponte di diodi. Per quanto riguarda il filtro, ci limitiamo a utilizzare
un condensatore in parallelo (fig. 11.40).

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Per rispettare le specifiche, sul carico dobbiamo avere sempre almeno 5 V; tenendo conto che la tensione di Dropout
(VDO) è tipicamente 2,5V, la tensione VIN dovrà essere almeno di 7,5 V.

VDO
VIN VOUT
Vpri Vsec 7805
IL
D1 D2 C

D4 D3

Fig 11.40
Quindi la tensione VIN dovrà avere un aspetto a dente di sega tipo quello di fig. 11.41.
VIN Inoltre, la tensione VIN non deve essere superiore a 12 V,
perché abbiamo visto che il regolatore 7805 funziona bene
VR quando la tensione al suo ingresso si mantiene sotto a tale
7,5 valore. Nelle specifiche è precisata una tensione di ripple
non superiore a 125 mV sul carico; ricordiamoci che il
t regolatore attenua di 1000-2000 volte il ripple, quindi sembra
non esserci problema sulla dimensione del ripple prima del
Fig 11.41 regolatore.
In realtà non possiamo avere un ripple tanto grande, altrimenti abbiamo grande dinamica sul valore di ingresso al
regolatore; poniamo quindi di volere una tensione di ripple pari a 1 V. Calcoliamo di conseguenza la dimensione del
condensatore C:

T⋅I T⋅I
VR = ⇒C=
C VR

T è il periodo del segnale che arriva sul condensatore, I la corrente che lo carica e VR la tensione di ripple; nel nostro caso
abbiamo che:
1 1
T= = = 10 −2 s
f 100Hz
infatti la frequenza della tensione di rete è 50 Hz, ma il raddrizzatore a doppia semionda raddoppia la frequenza!

10 −2 s ⋅ 0,5 A
C= = 5mF
1V

La capacità del condensatore che ci serve è un po’ alta; proviamo a mettere un condensatore con capacità C=3,3mF:

VIN
10 −2 s ⋅ 0,5 A 5
VR = −3
= = 1,51V
VR 1,5 3,3 ⋅ 10 F 3,3
7,5
BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto Con una tale tensione di ripple abbiamo la situazione 17
t di fig. 11.42.
APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 11-Generatori d’onda e alimentatori
9

Fig 11.42
Procedendo ancora a ritroso, dobbiamo tenere conto della caduta di tensione sui due diodi del ponte, che come sappiamo
è pari a 2 V. Quindi la tensione massima sul secondario sarà:

Vsec = 9 + 2 = 11 V

Calcoliamone il valore efficace:

11
Vsec efficace = = 7,8V
2

Siccome non esiste in commercio un trasformatore con questo valore di uscita, utilizziamo un trasformatore con tensione
di uscita pari a 8 V efficaci; con riferimento alla fig. 11.43, abbiamo:
Vpri Vsec
Vpri=220 V eff
Vsec=8 V eff

n1 V pri 220 − 22
n1 n2 = = = 25
n2 Vsec 8

Nel caso peggiore, la tensione di alimentazione può scendere fino a 220-22=198 V,


e noi dobbiamo tenerne conto. Il rapporto spire che risulta è pari a 25.
Fig 11.43

Ora affrontiamo i problemi termici.


Ci mettiamo nel caso peggiore, quindi poniamo che nel primario ci sia la massima tensione, cioè 220+22=242 V. Nel
secondario avremo:

242
= 9 ,6Vefficaci
25
Quindi la tensione massima sul secondario sarà 9,6 ⋅ 2 = 13,6V . Dopo la caduta di tensione sul ponte di diodi,
avremo la che la VIN massima sarà pari a 13,6-2=11,6 V (fig 11.44).

VIN Ora dobbiamo calcolare la tensione presente sul regolatore


11,6 7805, ma dobbiamo ricordarci che a noi interessa la tensione
VR 1,5 CONTINUA, perché è quella che ci serve per calcolare la
10,1 potenza dissipata dal regolatore.
Siccome sul carico la tensione deve essere comunque di 5 V,
t la tensione massima sul regolatore sarà:

11,6-5=6,6 V
Fig 11.44
Mentre la tensione continua sarà:

VR
6 ,6 − = 6,6 − 0,75 = 5,85
2

Quindi la potenza dissipata dal regolatore è:

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 18


APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 11-Generatori d’onda e alimentatori

P = 5,85V ⋅ 0,5 A = 2,95 ≅ 3W

T j − Ta
Tenendo conto che T j − Ta = K ja P ⇒ K ja = e ricordando che la Tj del regolatore è 150°C/W, abbiamo
P
che:
150° C − 70° C
K ja = = 27° C / W
3W

Questo valore è minore della Kja prevista dalle specifiche termiche del regolatore pari a 65 °C/W (vedi più indietro), ma
superiore al valore Kjc =5 °C/W, quindi occorre utilizzare un dissipatore:

Kd = K ja − K jc = 27 − 5 = 22

Calcoliamo il rendimento, approssimando uguali la corrente in uscita dal secondario e quella nel carico:
Vcarico 5
η= = ≅ 38%
Vsec 5 + 5,85 + 2

Con questo calcolo, in cui si evidenzia il basso rendimento di un alimentatore dissipativo, si conclude l’esercizio.

Ritorniamo un attimo allo schema di fig. 11.38 in cui compaiono l’elemento serie, l’amplificatore operazionale e il partitore.
Le due resistenze che formano il partitore non sono interne al componente, vanno inserite all’esterno, e quindi sono
regolabili dall’utente; in questo modo si può regolare il guadagno di anello.
Abbiamo detto che negli alimentatori dissipativi l’elemento serie è composto essenzialmente da un transistore; siccome
questo lavora in linearità, consuma potenza, e questo fa scendere il rendimento. In generale, i sistemi che lavorano in
linearità dissipano di più di quelli che lavorano fuori linearità.

11.2.4. Cenni sugli alimentatori switching

Consideriamo un circuito come quello in fig. 11.45a, in cui compare un deviatore. Se il deviatore commuta con regolarità,
in particolare è comandato da un’onda quadra, noi possiamo regolare il valor medio della tensione V sul carico (fig.
11.45b).

V T

Vs VS
V

Fig 11.45b
Fig 11.45a t1 t2

Il duty cycle dell’onda quadra influenza direttamente il valor medio della tensione V:
t1
Vm = VS
t1 + t 2

Al crescere di t 1 rispetto a t 2 , il valor medio Vm aumenta. Se per esempio il duty cycle è del 50%, abbiamo che la tensione
media è pari a 1/2VS.

Se al posto del transistore, nell’elemento serie del regolatore, mettiamo un deviatore, possiamo regolare il valor medio
della tensione sul carico agendo sul duty cycle dell’onda quadra che comanda il deviatore. A valle del deviatore
mettiamo un filtro per attenuare le alte frequenze ed estrarre la continua.

BONAUDO Alessandro - RICCHIARDI Fausto 19


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I problemi di questo approccio sono diversi:

• nell’interruttore passa tutta la potenza che finirà sul carico, e questo significa che avvengono commutazioni veloci di
correnti elevate
• la commutazione deve avvenire in modo rapido, perché così è più facile realizzare il filtro (avremo armoniche a
frequenze più elevate); in commercio, le frequenze comuni vanno dai 20 ai 100 kHz
• il filtro deve essere di buona qualità, quindi occorre usare una rete LC
• a causa dei problemi precedenti, l’alimentatore diventa una fonte di enormi disturbi, che si irradiano sotto forma di
campi elettromagnetici e si trasmettono nei conduttori.

Vediamo come questa tecnica è utilizzata negli alimentatori switching.


Ipotizziamo che il deviatore sia comandabile in modo logico, cioè tramite un segnale binario. Di tale segnale, che poi è
un’onda quadra, si deve poter regolare il duty cycle. Questa regolazione deve essere però analogica, perché si basa sulla
tensione Vref e sulla tensione presente sul carico. Consideriamo quindi lo schema di fig. 11.46.

L’uscita dell’amplificatore operazionale (VS)


entra in un comparatore si soglia in cui, all’altro
Vref morsetto, entra un’onda triangolare. L’uscita del
VS comparatore è un’onda quadra che va a pilotare
il deviatore.
Comparatore
non invertente

KVu Fig 11.46

Quando l’onda triangolare è superiore a VS il


comparatore commuta in alto, quando l’onda è
inferiore a VS il comparatore commuta in basso,
dando origine all’onda quadra (fig. 11.47);
VS variando VS si varia il duty cycle dell’onda
quadra, e quindi il valor medio della tensione
sul carico.Ma la tensione VS è il risultato del
confronto tra la tensione sul carico (ripartita) e
la tensione Vref.
Fig 11.47

Il deviatore può essere realizzato con due transistor CMOS complementari, ma tale soluzione è costosa. Un’idea diversa
consiste nell’utilizzare un interruttore e un diodo, come nello schema di fig. 11.48.

corrente filtro LC Quando l’interruttore è chiuso, il diodo è


interdetto, quindi si comporta come un cirufito
aperto. Quando l’interruttore si apre, la corrente
L immagazzinata nell’induttore scorre attraverso il
carico diodo il quale, essendo collegato a massa, porta
C a zero la tensione sul carico.
Calcoliamo la funzione di trasferimento del filtro:

Fig 11.48

1
sC 1 1
= presenta un polo doppio alla frequenza: f =
1 1 + s 2 LC 2π LC
sL +
sC

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 11-Generatori d’onda e alimentatori

Supponiamo che la tensione sul carico sia costante, cioè che l’anello di regolazione funzioni (premessa necessaria per i
prossimi ragionamenti).

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APPUNTI DI ELETTRONICA APPLICATA I Cap. 11-Generatori d’onda e alimentatori

11.2.4.1. Configurazione step down

VL La configurazione step down è presentata in fig. 11.49.


Quando l’interruttore è chiuso, la corrente va nel carico e nel
condensatore, in ogni caso ha il verso orario indicato nel
L
Vo disegno. Che andamento ha la corrente nell’induttanza?
VIN D Da quello che abbiamo visto precedentemente, possiamo dire
C
i che la tensione presente all’uscita dell’alimentatore non
stabilizzato, cioè la VIN, è “quasi” continua, nel senso che il
Fig 11.49 ripple residuo è molto piccolo. Facciamo un’approssimazione e
di 1 consideriamo effettivamente continua tale tensione.
V = L ⇒ i = ∫ Vdt
dt L

Siccome abbiamo supposto costanti (o circa) le tensioni IL


VIN e Vo, ai capi dell’induttanza L ho una tensione
costante, quindi, rispettando l’equazione caratteristica,
la corrente che passa nell’induttore cresce linearmente t
con il passare del tempo (fig 11.50).
Fig 11.50

Se l’interruttore rimane chiuso per un tempo ∆t, la corrente che passa nell’induttore cresce per questo intervallo di
tempo;
valor medio della quando l’interruttore si apre, la corrente nell’induttore
IL corrente nell’induttore non può fisicamente andare subito a zero; siccome la
e nel carico corrente media nel carico deve essere costante, anche la
corrente media nell’induttore deve rimanere costante,
quindi tale corrente deve diminuire linearmente allo stesso
t
modo in cui è cresciuta (fig 11.51).
Fig 11.51

Quando la corrente diminuisce, abbiamo che di < 0 , quindi VL < 0 , cioè la tensione sull’induttore si inverte. Una volta
stabilita la corrente che deve passare nel carico, è possibile determinare la frequenza con cui l’interruttore deve
commutare, in modo da ottenere quella corrente media.

11.2.4.2. Configurazione step up

VL D Con questa configurazione (fig. 11.52) otteniamo una


tensione di uscita Vo più alta della tensione di ingresso
L VIN.
Vo Infatti, quando lo switch è chiuso, abbiamo che la
VIN tensione VL sull’induttore è pari a VIN, e quindi quasi
C
i costante; ciò significa che la corrente nell’induttore
cresce linearmente per un certo tempo.
Fig 11.52

Quando lo switch si apre, per le stesse motivazioni esposte sopra, la corrente nell’induttore deve diminuire linearmente,
quindi la tensione VL si inverte; di conseguenza abbiamo che:

Vo = VIN + VL ⇒ Vo > VIN

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11.4.2.3. Configurazione fly-back

D Con questa configurazione (fig 11.53) otteniamo una


tensione di uscita Vo che è inversa rispetto alla tensione di
ingresso VIN.
L Vo Infatti, quando lo switch è chiuso, abbiamo che la tensione
VIN VL
C VL sull’induttore è pari a VIN, e quindi quasi costante; ciò
i significa che la corrente nell’induttore cresce linearmente
per un certo tempo.
Fig 11.53

Quando lo switch si apre, per le stesse motivazioni esposte sopra, la corrente nell’induttore deve diminuire linearmente,
quindi la tensione VL si inverte; di conseguenza abbiamo che:

VIN = V L quando switch = ON


VL = −Vo quando switch = OFF, quindi
VIN = −Vo

Esistono in commercio integrati che implementano i vari pezzi che compongono il regolatore.

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CAPITOLO 11

SOMMARIO

11.1. Generatore di onde quadre e triangolari ..................................................................................................................................... 1


11.2 Alimentatori ..................................................................................................................................................................................... 7
11.2.1. Alimentatori non stabilizzati.................................................................................................................................................. 8
11.2.1.1. Implementazione del raddrizzatore.............................................................................................................................. 10
11.2.1.2. Implementazione del filtro passa basso..................................................................................................................... 13
11.2.2. Considerazioni sul ripple ..................................................................................................................................................... 14
11.2.3. Stabilizzazione ....................................................................................................................................................................... 15
11.2.3.1 Un esempio numerico.................................................................................................................................................... 16
11.2.4. Cenni sugli alimentatori switching..................................................................................................................................... 19
11.2.4.1. Configurazione step down........................................................................................................................................... 22
11.2.4.2. Configurazione step up................................................................................................................................................ 22
11.4.2.3. Configurazione fly-back............................................................................................................................................... 23

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