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Prof.

ssa Carla Fiori

Algebra B
Lezioni ed esercizi

Università di Modena e Reggio Emilia


Dipartimento di Scienze Fisiche Informatiche Matematiche
Anno Accademico 2017/18
Prefazione

Il corso di Algebra B, s.s.d. Mat/02, è corso fondamentale nel Corso di Laurea


MATEMATICA (D.M.270/04). E' inserito nell'oerta didattica del 1◦ anno, secondo
semestre; 6 CFU, lezioni ed esercitazioni per complessive 48 ore.
Per ulteriori informazioni si rinvia al sito www.esse3.unimore.it

Questa sinossi raccoglie le lezioni e le esercitazioni del corso di Algebra B te-


nute dalla Professoressa Carla Fiori presso l'Università di Modena e Reggio Emilia
durante l'anno accademico 2017/18. Viene oerta quale ausilio didattico per gli stu-
denti ed è reperibile gratuitamente nella pagina web del docente alla voce "Materiale
Didattico".
http://cdm.unimo.it/home/matematica/ori.carla/

Testi di riferimento per approfondimenti:


(1) G.M. Piacentini Cattaneo, Algebra, un approccio algoritmico, Zanichelli.
(2) D.Dikranjan, M.S. Lucido, Aritmetica e Algebra, Liguori Editore.
(3) P.Quattrocchi, G.Rinaldi, Algebra, Zanichelli.
(4) S.Gabelli, Teoria delle equazioni e Teoria di Galois, Berlin Heidelberg New
York, Springer.

i
PREFAZIONE ii

frasi celebri ....

Non cercare di diventare un uomo di successo,


ma piuttosto un uomo di valore.
Albert Heinstein (1879-19455 )

La matematica non conosce razze o conni geograci;


per la matematica, il mondo culturale è una singola nazione.
David Hilbert (1862-1943)

La matematica è un grandioso e vasto paesaggio aperto


a tutti gli uomini a cui il pensare arrechi gioia,
ma poco adatto a chi non ami la fatica del pensare.
Immanuel Lazarus Fuchs (1833-1902)

Dallo studio dei triangoli e delle formule algebriche


sono passato a quelle degli uomini e delle cose;
comprendo quanto quello studio mi sia stato utile per quello
che ora vado facendo degli uomini e delle cose.
Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861)

Dio creò i numeri naturali, tutto il resto è opera dell'uomo.


Leopold Kronecker (1823-1891)

La matematica è la porta e la chiave delle scienze.


Ruggero Bacone (1214-1294)

I numeri governano il mondo.


Platone (427-347 a.C.)
Indice

Prefazione i

Capitolo 1. Anelli 1
1. Denizioni, proprietà, esempi 1
2. Omomorsmi tra anelli. Ideali 5
3. Anello quoziente. Generatori di un ideale 8
4. Ideali primi. Ideali massimali. 11
5. Anello degli Endomorsmi di un gruppo abeliano. 13
6. Esercizi 15

Capitolo 2. L'anello dei Polinomi. 17


1. Denizioni 17
2. Polinomi a coecienti in un campo. 20
3. Irriducibilità dei polinomi a coecienti in C e in R.
Teorema fondamentale dell'algebra. 24
4. Polinomi a coecienti in Q e in Z 25
5. Polinomi ciclotomici su Q 29
6. Esercizi 33

Capitolo 3. Anelli euclidei. 34


1. Domini d'integrità 34
2. Anelli euclidei. 37
3. Esercizi 45

Capitolo 4. Corpi e Campi. 47


1. Denizioni, proprietà, esempi 47
2. Estensione di campi 50
3. Teorema dell'elemento primitivo. 61
4. Campo di spezzamento di un polinomio. 67
5. Formule di Viète. 72
6. Campi niti. 73
7. Teorema di Wedderburn. 76
8. Il corpo dei quaternioni reali di Hamilton 79
iii
INDICE iv

9. Esercizi 80

Capitolo 5. Elementi di Teoria di Galois. 83


1. Un po' di storia 83
2. Gruppo di Galois di un polinomio 85
3. Il Teorema di corrispondenza di Galois 88
4. Applicazioni e conclusione 92
5. Esercizi 95
CAPITOLO 1

Anelli

Dopo lo studio della struttura di gruppo, con questo capitolo iniziamo lo studio
delle due principali strutture algebriche denite da due operazioni: anelli e campi.
Iniziamo con la struttura di anello e con lo studio di un anello particolarmente
importante, l'anello dei polinomi in una indeterminata.

1. Denizioni, proprietà, esempi

Denizione 1.1.1. Sia A 6= ∅ un insieme con due operazioni binarie interne ”+”
e ” · ”. Si dice che (A, +, ·) è un anello se valgono le seguenti proprietà:
(1) (A, +) è un gruppo commutativo;
(2) a · (b · c) = (a · b) · c per ogni a, b, c ∈ A (proprietà associativa);
(3) a · (b + c) = a · b + a · c, (a + b) · c = a · c + b · c per ogni a, b, c ∈ A
(proprietà distributive).

Come per i gruppi, di norma, scriveremo ab invece di a · b. L'elemento neutro


dell'addizione si chiama lo zero dell'anello e si indica con 0.

Se la struttura di anello gode di ulteriori proprietà, la struttura si arricchisce e, in


particolare, si hanno le seguenti denizioni.

Denizione 1.1.2.
(1) Un anello (A, +, ·), A 6= {0}, è detto anello commutativo se l'operazione
di moltiplicazione gode della proprietà commutativa.
(2) Un anello (A, +, ·), A 6= {0}, è detto anello unitario se esiste l'elemento
neutro rispetto alla moltiplicazione, ossia se esiste 1 ∈ A∗ tale che 1 · a =
a · 1 = a per ogni a ∈ A. Se l'elemento neutro rispetto alla moltiplicazione
esiste allora esso è unico ed è chiamato l'unità dell'anello.
(3) Un anello (A, +, ·), A 6= {0}, è detto dominio di integrità se è commuta-
tivo e non possiede divisori dello zero, ossia ab = 0 se e solo se a = 0 oppure
b = 0.
1
Capitolo 1 Anelli 2

(4) Un anello (A, +, ·), A 6= {0}, non necessariamente commutativo, è detto


corpo se (A∗ , ·) è un gruppo.
(5) Un corpo (A, +, ·), A 6= {0}, è detto campo se (A∗ , ·) è un gruppo commu-
tativo.

Esempi 1.1.3.
(1) L'insieme Mn (A), n ≥ 2, delle matrici quadrate n × n ad elementi in un
anello, è un anello rispetto alle ordinarie denizioni di addizione elemento
per elemento e di moltiplicazione righe per colonne. Se A è un campo allora
Mn (A)è un anello
 unitario non commutativo.
a b
(2) A = { | a, b ∈ R} rispetto alle usuali operazioni di somma e pro-
0 0
dotto righe per colonne fra matrici, è un anello non commutativo,non uni-

1 b
tario ma con innite unità a sinistra, infatti ogni matrice del tipo
0 0
è un elemento neutro (unità) a sinistra.
(3) L'insieme Zn delle classi resto modulo n, n ≥ 2, è un anello commutativo
unitario rispetto alle usuali operazioni fra classi: [a] + [b] = [a + b] e [a] · [b] =
[a · b]. Questo anello ha divisori dello zero se e solo se n non è un numero
primo.
(4) (Z, +, ·) è un dominio di integrità (ma non un corpo).
(5) Q, R sono campi rispetto alle ordinarie operazioni di addizione e moltiplica-
zione.
(6) (Zp , +, ·), p primo, è un campo.
(7) Sia A un insieme e P(A) sia l'insieme delle parti di A. L'insieme P(A) è un
anello commutativo rispetto alle seguenti due operazioni:
X + Y = (X ∪ Y ) − (X ∩ Y ), X · Y = X ∩ Y.
(8) Siano (A1 , +, ·) e (A2 , +, ·) due anelli. Il prodotto cartesiano A1 × A2 è un
anello rispetto alle seguenti due operazioni:
(a1 , a2 ) + (b1 , b2 ) = (a1 + b1 , a2 + b2 ), (a1 , a2 ) · (b1 , b2 ) = (a1 · b1 , a2 · b2 ).
Questo anello spesso si indica con A1 ⊕ A2 e si chiama somma diretta di A1
e A2 . Se A1 = A2 = A 6= ∅ allora (A × A, +, ·) è un anello con divisori dello
zero, infatti se a ∈ A, a 6= 0, risulta (a, 0)(0, a) = (0, 0).

Esempio 1.1.4. L'insieme C = R × R rispetto le seguenti operazioni:


• (a, b) + (c, d) = (a + c, b + d) per ogni a, b, c, d ∈ R
• (a, b) · (c, d) = (ac − bd, ad + bc) per ogni a, b, c, d ∈ R
è un campo detto il campo dei numeri complessi.
Capitolo 1 Anelli 3

Dimostrazione. Poichè R è un campo, si verica facilmente che (C, +) e (C∗ , ·)


sono gruppi abeliani, con C∗ = C − {(0, 0)}. In particolare (0, 0) è l'elemento neutro
rispetto la ” + ” e (1, 0) è l'elemento neutro rispetto la ” · ”; −(a, b) = (−a, −b) e se
(a, b) 6= (0, 0) si ha (a, b)−1 = ( a2 +b
a b
2 , − a2 +b2 ). 

Proposizione 1.1.5. Sia (A, +, ·) un anello. Per ogni a, b ∈ A si ha :


(1) a0 = 0a = 0 ;
(2) a(−b) = (−a)b = −(ab);
(3) (−a)(−b) = ab .
Dimostrazione.

(1) Si ha ab = a(b + 0) = ab + a0 e pertanto a0 = 0; analogamente ba =


= (b + 0)a = ba + 0a da cui segue 0a = 0.
(2) Si ha 0 = a0 = a(b + (−b)) = ab + a(−b) e pertanto a(−b) = −(ab);
analogamente (−a)b = −(ab).
(3) Si ha (−a)(−b) = −[(−a)b] = −[−(ab)] = ab.


Corollario 1.1.6. Sia (A, +, ·) un anello unitario, si ha


• (−1)(−1) = 1 ,
• (−1)a = −a per ogni a ∈ A.

Denizione 1.1.7. Sia (A, +, ·) un anello unitario. Un elemento a ∈ A∗ si dice


invertibile se esiste b ∈ A∗ tale che ab = ba = 1. L'elemento b verrà detto inverso
di a e sarà indicato con a−1 .

Si noti che se l'inverso di un elemento a esiste, esso è unico.


Infatti se ab = ba = 1 e ac = ca = 1 con b, c ∈ A∗ , allora c = c(ab) = (ca)b = b.

Denizione 1.1.8. Sia (A, +, ·) un anello commutativo, a, b ∈ A, a 6= 0. Si dice


che a è un divisore di b oppure che a divide b, se esiste c ∈ A tale che b = ac; in
questo caso si scrive a | b.

Denizione 1.1.9. Sia (A, +, ·) un anello commutativo, a, b ∈ A∗ . Un elemento


d ∈ A∗ è detto massimo comune divisore di a e b se:
(1) d | a, d | b;
(2) se c ∈ A∗ , c | a, c | b allora c | d.
Capitolo 1 Anelli 4

Se d è un massimo comune divisore di a e b, scriveremo d = M CD(a, b).

Denizione 1.1.10. Sia (A, +, ·) un anello. Un sottoinsieme non vuoto B di A


sottoanello di A se B è un anello rispetto alle stesse operazioni di A.
si dice

Proposizione 1.1.11. Sia (A, +, ·) un anello. Un sottoinsieme non vuoto B di


A è un sottoanello di A se e solo se per ogni a, b ∈ B si ha:
a−b∈B , ab ∈ B .
Dimostrazione. Basta osservare che a − b ∈ B implica (B, +) sottogruppo di
(A, +). 

Esempi 1.1.12.
(1) Ogni anello (A, +, ·) possiede come sottoanelli (A, +, ·) e ({0}, +, ·). Questi
due sottoanelli sono detti sottoanelli banali.
(2) (nZ, +, ·) è un sottoanello di (Z, +, ·), n ∈ N∗ .
(3) Sia (A, +, ·) un anello e sia a ∈ A un ssato elemento. L'insieme Ba = {x ∈
A | xa = ax} è un sottoanello di A.
(4) L'insieme A delle matrici del tipo
 
a −b
b a
con a, b ∈ K campo, è un sottoanello dell'anello di tutte le matrici quadrate
di ordine 2 a elementi in K.

Proposizione 1.1.13. Al variare di n in N∗ , gli anelli (nZ, +, ·) sono tutti e soli


i sottoanelli di (Z, +, ·).
Dimostrazione. Ogni (nZ, +, ·) è un sottoanello di (Z, +, ·) perchè nZ ⊂ Z
ed è un insieme tale che a − b, a · b ∈ nZ comunque presi a, b ∈ nZ. Viceversa un
qualunque sottoanello (S, +, ·) di (Z, +, ·) è del tipo S = nZ perchè tutti i sottogruppi
di (Z, +) sono del tipo (nZ, +). Infatti sia S 6= {0} un sottogruppo di (Z, +) e sia
a 6= 0 un suo elemento. Allora −a ∈ S e pertanto in S vi sono interi positivi, sia
m il minimo intero positivo contenuto in S . Proviamo che S = mZ. Banalmente
S ⊇ mZ, pertanto dimostriamo l'altra inclusione. Sia s ∈ S , si ha s = mq + r con
0 ≤ r < m, poichè r ∈ S , per l'ipotesi di minimalità fatta su m, deve essere r = 0 e
pertanto ogni elemento di S è un multiplo di m ossia appartiene a mZ. 
Capitolo 1 Anelli 5

2. Omomorsmi tra anelli. Ideali


Nello studio dei gruppi abbiamo incontrato applicazioni che conservano l'opera-
zione che denisce la struttura algebrica. Analogamente, anche fra due anelli possono
esistere applicazioni di questo tipo, sono gli omomorsmi.

Denizione
0
1.2.1. Dati due anelli (A,0 +, ·) e (A0 , +, ·), si chiama omomorsmo
di A in A ogni applicazione ϕ da A in A tale che per ogni a, b ∈ A risulta
ϕ(a + b) = ϕ(a) + ϕ(b) , ϕ(ab) = ϕ(a)ϕ(b)

Denizione 1.2.2. Un omomorsmo ϕ fra anelli è detto monomorsmo se


l'applicazione ϕ è iniettiva; è detto epimorsmo se l'applicazione ϕ è suriettiva; è
detto isomorsmo se l'applicazione ϕ è biettiva.

Esempi 1.2.3.
0
(1) L'applicazione ϕ tra gli anelli (A, +, ·) e (A , +, ·), denita da ϕ(a) = 0 per
ogni a ∈ A è banalmente un omomorsmo, esso è detto omomorsmo
nullo .
(2) L'applicazione ϕ dell'anello (A, +, ·) in sè stesso, denita da ϕ(a) = a per
ogni a ∈ A è banalmente un omomorsmo, esso è detto omomorsmo
identico o identità .
(3) L'applicazione ϕ : Z → Z6 denita da ϕ(n) = 0 se n è pari, ϕ(n) = 3 se n
è dispari, è un omomorsmo non suriettivo (per esempio, 2 non è immagine
di nessun elemento).
(4) L'applicazione ϕ : Z3 → Z6 denita da ϕ(a) = 3a non è un omomorsmo
(per esempio ϕ(2 + 2) = 3 6= ϕ(2) + ϕ(2) = 0).
(5) L'applicazione ϕ : Z → Z denita da ϕ(n) = 2n non è un omomorsmo di
anelli perchè conserva la addizione ma non la moltiplicazione.
(6) L'applicazione ϕ : Z → Z denita da ϕ(n) = |n| non è un omomorsmo di
anelli perchè conserva la moltiplicazione ma non l'addizione.

Nota 1.2.4. L'omomorsmo nullo e l'omomorsmo identità sono detti omo-


morsmi banali ed esistono qualunque sia l'anello (A, +, ·).

Proposizione 1.2.5. Sia ϕ un omomorsmo tra gli anelli (A, +, ·) e (A0 , +, ·).
Si ha
(1) ϕ(0A ) = 0A0
Capitolo 1 Anelli 6

(2) ϕ(−a) = −ϕ(a)


(3) Se S è un sottoanello di A allora ϕ(S) è un sottoanello di A .
0

(4) Se S è un sottoanello di A allora ϕ−1 (S ) è un sottoanello di A .


0 0 0

Dimostrazione. Basta ricordare che ϕ è, in particolare, un omomorsmo fra i


0
gruppi additivi (A, +) e (A , +). 

Proposizione 1.2.6. Sia ϕ un omomorsmo non nullo tra due anelli unitari
(A, +, ·) e (A , +, ·). Se ϕ è suriettivo oppure se (A , +) è un dominio di integrità,
0 0

si ha
ϕ(1A ) = 1A0
Dimostrazione. Distinguiamo i due casi.
(1) Sia ϕ suriettivo e sia a ∈ A tale che ϕ(a) = 1A0 .
Si ha 1A0 = ϕ(a) = ϕ(1A · a) = ϕ(1A )ϕ(a) = ϕ(1A ) · 1A0 = ϕ(1A ).
0
(2) Sia (A , +, ·) un dominio di integrità e sia a ∈ A tale che ϕ(a) 6= 0A0 . Si ha
ϕ(a) = ϕ(a · 1A ) = ϕ(a) · ϕ(1A ) ma si ha anche ϕ(a) = ϕ(a) · 1A0 , e pertanto
ϕ(a) · ϕ(1A ) = ϕ(a) · 1A0 e poichè ϕ(a) 6= 0A0 si conclude ϕ(1A ) = 1A0 .


Denizione 1.2.7. Sia ϕ un omomorsmo fra gli anelli (A, +, ·) e (A0 , +, ·). Si
denisce nucleo di ϕ, e si indica con Kerϕ, il seguente sottoinsieme di A
Kerϕ = {a ∈ A | ϕ(a) = 0A0 }

0
Sia ϕ un omomorsmo di (A, +, ·) in (A , +, ·). È immediato vericare che
(1) Kerϕ è un sottoanello di (A, +, ·).
(2) Kerϕ = {0} se e solo se ϕ è iniettivo.
0 0 0
(3) Se S è un sottoanello di A allora il sottoanello ϕ−1 (S ) contiene Kerϕ.

Denizione 1.2.8. Sia (A, +, ·) un anello e sia I 6= ∅ un sottoinsieme di A. Si


dice che I è un ideale sinistro , è un ideale destro , è un ideale bilatero , se si ha
rispettivamente
(1) a − b ∈ I per ogni a, b ∈ I,
xa ∈ I per ogni a ∈ I, per ogni x ∈ A.
(2) a − b ∈ I per ogni a, b ∈ I,
ax ∈ I per ogni a ∈ I, per ogni x ∈ A.
(3) a − b ∈ I per ogni a, b ∈ I,
xa ∈ I, ax ∈ I per ogni a ∈ I, per ogni x ∈ A.
Capitolo 1 Anelli 7

Dalla denizione segue che


• se l'anello è commutativo ogni suo ideale è bilatero;
• ogni ideale è un sottogruppo del gruppo (A, +);
• un ideale destro (o sinistro) di (A, +, ·) è un sottoanello, ma attenzione che
non vale il viceversa. Ad esempio Sa = {x ∈ A | ax = xa} è un sottoanello
ma non un ideale di (A, +, ·);
• se I e J sono due ideali sinistri (rispettivamente destri, bilateri) dell'anello
(A, +, ·), allora I ∩ J è ancora un ideale sinistro (rispettivamente destro,
bilatero) di (A, +, ·).

Esempi 1.2.9.
(1) Ogni anello (A, +, ·) possiede almeno gli ideali {0} e A detti ideali banali
(o impropri).
(2) Sia (A, +, ·) un anello e sia a ∈ A ssato. Ia = {xa | x ∈ A} è un ideale
sinistro di A. Ia = {ax | x ∈ A} è un ideale destro di A.
(3) Il nucleo di un omomorsmo fra anelli è un ideale bilatero.
(4) Per ogni n ∈ N, (nZ, +, ·) è un ideale bilatero dell'anello (Z, +, ·).

Proposizione 1.2.10. Sia ϕ un omomorsmo fra gli anelli (A, +, ·) e (A0 , +, ·).
(1) Se I è un ideale di A allora ϕ(I) è un ideale di ϕ(A)(= Imϕ) ma non
necessariamente di A.
0

(2) Se I è un ideale di A allora ϕ−1 (I ) è un ideale di A contenente Kerϕ.


0 0 0

Dimostrazione. Segue dalle denizioni. 

Teorema 1.2.11. Ogni corpo ha solo gli ideali banali.


Dimostrazione. Sia I 6= ∅ un ideale sinistro (rispettivamente destro) del corpo
K e sia a ∈ I, a 6= 0. Poichè a−1 ∈ K si ha a−1 a = 1 ∈ I (rispettivamente aa−1 = 1 ∈
I ), ne consegue che per ogni x ∈ K si ha x = x · 1 ∈ I (rispettivamente x = 1 · x ∈ I ).
Rimane così provato che I = K. 
Capitolo 1 Anelli 8

3. Anello quoziente. Generatori di un ideale

Come mostrano i prossimi tre teoremi, nella teoria degli anelli gli ideali bilateri
giocano un ruolo analogo a quello giocato dai sottogruppi normali nella teoria dei
gruppi.

Teorema 1.3.1. Sia (A, +, ·) un anello, I un suo ideale bilatero, A/I = {a +


I | a ∈ A}. L'insieme A/I è un anello rispetto alle seguenti operazioni:
(a + I) + (b + I) = (a + b) + I , (a + I)(b + I) = ab + I.
Se A è commutativo anche A/I è commutativo. Se A è unitario e I 6= A anche A/I
è unitario.
Dimostrazione. Occorre dimostrare anzitutto che le operazioni denite in A/I
sono ben poste. Questa dimostrazione si fonda sul fatto che per ogni a ∈ A gli insiemi
a + I sono le classi laterali del sottogruppo (I, +) di (A, +). Se a1 + I = a2 + I e
b1 + I = b2 + I , si ha a2 = a1 + i e b2 = b1 + j con i, j ∈ I . Segue che
• a2 + b2 = (a1 + i) + (b1 + j) da cui a2 + b2 ∈ (a1 + b1 ) + I, (a2 + b2 ) + I =
= (a1 + b1 ) + I e pertanto in A/I l'operazione ” + ” è ben posta.
• a2 b2 = (a1 + i)(b1 + j) = a1 b1 + (a1 j + ib1 + ij) ∈ a1 b1 + I da cui a2 b2 + I =
= a1 b1 + I e pertanto in A/I l'operazione ” · ” è ben posta.
(A/I, +) è un gruppo abeliano perchè quoziente di un gruppo abeliano, e banalmente
si verica che è un anello e che è commutativo se (A, +, ·) lo è. Inoltre se (A, +, ·)
ammette unità 1 e se I 6= A, allora A/I è unitario e la sua unità è 1 + I . 

Denizione 1.3.2. Sia (A, +, ·) un anello e I un suo ideale bilatero. L'anello


(A/I, +, ·) è detto anello quoziente di A modulo l'ideale I .

Proposizione 1.3.3. Sia (A, +, ·) un anello e I un suo ideale bilatero. L'appli-


cazione π : A → A/I denita da π(a) = a + I è un omomorsmo suriettivo detto
omomorsmo naturale o canonico di (A, +, ·) su A/I e si ha Kerπ = I .
Dimostrazione. Dalla denizione segue immediatamente che π è suriettivo e
che è un omomorsmo: π(a + b) = π(a) + π(b) e π(ab) = π(a)π(b). Si ha a ∈ Kerπ
se e solo se π(a) = I se e solo se a + I = I se e solo se a ∈ I e pertanto Kerπ = I . 

Teorema 1.3.4 (Teorema fondamentale di omomorsmo tra anelli). Sia π un


omomorsmo suriettivo dell'anello (A, +, ·) nell'anello (A0 , +, ·). Si ha (A0 , +, ·)
isomorfo a A/Kerπ .
Capitolo 1 Anelli 9

Dimostrazione. Poniamo I = Kerπ e deniamo


0
φ : A/I → A , φ(a + I) = π(a).
• È una buona denizione ossia se a + I = b + I allora φ(a + I) = φ(b + I).
Infatti da a + I = b + I segue a − b ∈ I , allora π(a − b) = 0A0 , allora
π(a) − π(b) = 0A0 da cui π(a) = π(b) ossia φ(a + I) = φ(b + I).
• φ è un omomorsmo. Infatti φ[(a + I) + (b + I)] = π(a + b) = π(a) + π(b) =
= φ(a + I) + φ(b + I).
• φ è suriettivo. Infatti per ogni a0 ∈ A esiste a = π −1 (a0 ) e pertanto φ(a+I) =
0

a0 .
• φ è iniettivo. Infatti se φ(a + I) = φ(b + I) allora π(a) = π(b) da cui
π(a − b) = 0A0 e pertanto a − b ∈ Kerπ = I ossia a + I = b + I .
0
Dunque φ è un isomorsmo di A/Kerπ su (A , +, ·). 

Il Teorema ora dimostrato permette di aermare che ogni immagine omomorfa


di un dato anello (A, +, ·) è, a meno di isomorsmi, un anello quoziente di (A, +, ·)
modulo un suo ideale; ossia per determinare tutte le immagini omomorfe di (A, +, ·)
basta operare all'interno dell'anello, cercando tutti gli ideali bilateri. Inoltre per
0
provare che un anello quoziente A/I è isomorfo ad un anello (A , +, ·) basta trovare
0
un omomorsmo suriettivo tra (A, +, ·) e (A , +, ·) che abbia l'ideale I come nucleo.

Osservazione .
I quozienti di (Z, +, ·) sono esattamente i seguenti: Z/Z '< 0 >, Z/ < 0 >' Z,
Z/nZ ' Zn per ogni n ≥ 2. Questo perchè per ogni n ∈ N si ha (nZ, +, ·) ideale di
(Z, +, ·) e i sottogruppi di (Z, +) sono tutti e soli i sottogruppi (nZ, +).

Nel seguito consideriamo sempre anelli commutativi. Inoltre ricordiamo che


l'intersezione di due ideali di un anello è un ideale dell'anello.

Denizione 1.3.5. Sia (A, +, ·) un anello commutativo e sia S = {a1 , . . . , at , . . .}


un sottoinsieme non vuoto di A. Si denisce ideale generato da S l'intersezione di
tutti gli ideali di A contenenti S e si indica con < S > oppure con < a1 , a2 , . . . , at >
nel caso sia S = {a1 , a2 , . . . , at } nito. Gli elementi di S sono detti generatori
dell'ideale .

Proposizione 1.3.6. Sia (A, +, ·) un anello commutativo e S = {a1 , . . . , at , . . .}


un sottoinsieme di A. Si ha
(1) L'ideale generato da S è il più piccolo ideale di A contenente gli elementi di
S.
Capitolo 1 Anelli 10

(2) Se S = {a} allora < a >= {xa + na | x ∈ A, n ∈ Z} e nel caso A sia


unitario risulta < a >= {xa | x ∈ A}.
(3) Se S = {a1 , a2 , . . . , at }Pallora
< a1 , a2 , . . . , at >= { ti=1 ni ai + i=1 bi ai | ni ∈ Z, bi ∈ A }.
Pt

Dimostrazione.

(1) Segue dalla denizione di ideale generato da S .


(2) Un qualunque ideale contenente a deve contenere xa per ogni x ∈ A ed
essendo un sottogruppo additivo deve contenere na per ogni n ∈ Z; pertanto
un qualunque ideale contenente a deve contenere {xa + na | x ∈ A, n ∈ Z}.
Viceversa, l'insieme {xa + na | x ∈ A, n ∈ Z} contiene a ed è un ideale;
infatti a = 0a + 1a e l'insieme considerato è un ideale perchè (x1 a + n1 a) −
(x2 a + n2 a) = (x1 − x2 )a + (n1 − n2 )a con x1 − x2 ∈ A e n1 − n2 ∈ Z; inoltre
per ogni y ∈ A risulta y(xa + na) = (yx + yn)a + 0a con yx + yn ∈ A essendo
somma di elementi di A. Si conclude < a >= = {xa + na | x ∈ A, n ∈ Z}.
Se A è unitario allora l'insieme {xa | x ∈ A} è un ideale contenente a perchè
1A ·a = a ed è il più piccolo ideale contenente a perchè se a ∈ J con J ideale,
in J ci sono tutti gli elementi xa con x ∈ A.
Se A non è unitario l'insieme {xa | x ∈ A} è sempre un ideale ma non è
detto contenga a e perciò non è detto che sia l'ideale generato da a.
(3) E' una banale generalizzazione di quanto dimostrato nel punto precedente.


Esempi 1.3.7.
(1) Si consideri l'anello (Z, +, ·) e sia S = {5}. Allora l'ideale generato da S è
< 5 >= {5n | n ∈ Z} = 5Z.
(2) Si consideri l'anello commutativo non unitario (2Z, +, ·) e sia S = {6}.
Allora < 6 >= {6x + 6n | x ∈ 2Z, n ∈ Z} = {0, ±6, ±12, . . .} = 6Z. Si
noti che {6x | x ∈ 2Z}, pur essendo un ideale, non è il più piccolo ideale
contenente 6 perchè non contiene 6, infatti {6x | x ∈ 2Z} = 12Z 6=< 6 >.
(3) In (Z, +, ·) l'ideale generato da S = {6, 15} è < 3 >. Occorre ricordare che
ogni numero intero si può scrivere come somma di un multiplo di 2 e di un
multiplo di 5; < 6, 15 >= {6n1 + 15n2 | n1 , n2 ∈ Z} = {3n | n ∈ Z} =< 3 >.

Teorema 1.3.8. Un anello commutativo unitario è un campo se e solo se ha


solo gli ideali banali.
Capitolo 1 Anelli 11

Dimostrazione. E' già stato dimostrato che un corpo (e quindi anche un cam-
po) ha solo gli ideali banali. Viceversa supponiamo che (A, +, ·) sia un anello com-
mutativo unitario avente solo gli ideali banali. Comunque preso a ∈ A, a 6= 0, l'ideale
< a > contiene almeno l'elemento a e pertanto, avendo solo gli ideali banali, si ha
< a >= A, ossia A = {xa | x ∈ A}. L'anello A è unitario e perciò esiste ā ∈ A
tale che 1 = ā · a, ciò signica che in A l'elemento a 6= 0 ammette l'inverso e quindi
(A, +, ·) è un campo. 

Denizione 1.3.9. Sia (A, +, ·) un anello commutativo unitario. Un ideale di


principale se è generato da un elemento. Si denisce anello principale
A si dice
ogni anello i cui ideali sono tutti principali.

Esempi 1.3.10.
(1) Gli ideali banali di un anello commutativo unitario sono principali.
(2) L'anello (Z, +, ·) è un anello principale perchè ogni suo ideale è principale
essendo (nZ, +, ·) =< n >.

4. Ideali primi. Ideali massimali.

Denizione 1.4.1. Sia (A, +, ·) un anello commutativo; un suo ideale I è detto


primo se per ogni a, b ∈ A si ha
ab ∈ I ⇒ a ∈ I oppure b ∈ I.

Esempi 1.4.2.
(1) Nell'anello (Z, +, ·) l'ideale < 7 >= 7Z è primo. Infatti se ab ∈< 7 > allora
ab = 7z ossia 7 divide ab ed essendo 7 un intero primo signica 7 divide a
oppure 7 divide b e pertanto a ∈< 7 > oppure b ∈< 7 >.
(2) Nell'anello (Z, +, ·) l'ideale < 15 >= 15Z non è primo. Infatti
3 · 5 ∈< 15 > ma nè 3 nè 5 è un elemento di < 15 >.
(3) Gli ideali primi dell'anello (Z, +, ·) sono tutti e soli quelli generati da un
numero primo.

Proposizione 1.4.3. Sia (A, +, ·) un anello commutativo, A 6=< 0 >, e sia I


un suo ideale, I 6= A. L'ideale I è primo se e solo se A/I è un dominio di integrità.
Capitolo 1 Anelli 12

Dimostrazione. Ricordiamo che (a + I)(b + I) = ab + I e che I è lo zero di


A/I . Si ha:
I primo ⇔ ab ∈ I implica a ∈ I oppure b ∈ I ⇔ ab + I = I implica a ∈ I
oppure b ∈ I ⇔ (a + I)(b + I) = I implica a + I = I oppure b + I = I ⇔ A/I è
un dominio di integrità. 

Denizione 1.4.4. Sia (A, +, ·) un anello commutativo; un suo ideale I 6= A è


massimale se non esistono altri ideali che contengono propriamente I .
detto

Dalla denizione segue che un ideale I dell'anello commutativo (A, +, ·) è massi-


male quando I 6= A e se J è un ideale di A tale che I ⊂ J ⊂ A allora si ha I = J
oppure J = A.

Esempi 1.4.5.
(1) Nell'anello (Z, +, ·) l'ideale < 7 > è massimale. Infatti se < 7 > ⊂ < n >
⊆ (Z, +, ·) allora n deve dividere propriamente 7, ma poichè 7 è primo deve
essere n = 1 da cui < n >=< 1 >= (Z, +, ·).
(2) Gli ideali massimali dell'anello (Z, +, ·) sono tutti e soli quelli generati da
un numero primo. Infatti supponiamo I ⊆ J ⊆ Z con I =< n >,
J =< m >, n primo. Poichè < n > ⊆ < m > si ha n ∈< m >, n = mk,
allora m|n ed essendo n primo deve essere m = ±1 oppure m = ±n. Se
m = ±1 allora < m >= J = Z; se m = ±n allora < m >= J = I. Viceversa
se n non è primo allora n = rs, 1 < r, s < n e si ha
< n > ⊂ < r > ⊂ Z e pertanto < n > non è massimale in Z.
(3) Nell'anello (Z, +, ·) l'ideale < 0 > non è massimale.

Sappiamo che <n>Z


= Zn è un campo se e solo se n è un numero primo ed esprimendoci
con il nuovo linguaggio possiamo scrivere:
Z
campo ⇔ < n > è ideale massimale di Z.
<n>
Questa proprietà non è solo di Z ma il prossimo teorema la dimostra in generale.

Teorema 1.4.6. Sia (A, +, ·) un anello commutativo unitario; un suo ideale I


è massimale se e solo se A/I è un campo.
Dimostrazione. Sia I massimale e sia a ∈ A − I . Consideriamo l'ideale
< a, I >= {ax + i | x ∈ A, i ∈ I} generato da I ∪ {a}; poichè I ⊂ < a, I >, per
la massimalità di I risulta < a, I >= A. Essendo A unitario, esistono x̄ ∈ A e i ∈ I
Capitolo 1 Anelli 13

tali che ax̄ + i = 1, ax̄ = 1 − i ∈ 1 + I ossia (a + I)(x̄ + I) = 1 + I e pertanto ogni


elemento di A/I ammette inverso in A/I e quindi A/I è un campo.
Viceversa sia A/I un campo. Si ha I 6= A perchè A/A ha un solo elemento, lo
zero, e perciò non può essere un campo. Sia J un ideale di A con I ⊂ J ⊆ A e sia
a ∈ J, a ∈/ I . Si ha a + I 6= I e perciò esiste b + I ∈ A/I tale che (a + I)(b + I) =
= 1 + I, ab + I = 1 + I, ab − 1 ∈ I da cui ab − 1 ∈ J . Poichè ab ∈ J (essendo a ∈ J ),
risulta ab − (ab − 1) = 1 ∈ J, ma 1 ∈ J implica J = A e pertanto I è massimale. 

5. Anello degli Endomorsmi di un gruppo abeliano.


Nello studio della teoria dei gruppi, il Teorema di Cayley riporta lo studio dei
gruppi a quello dei gruppi di permutazioni. Lo studio della teoria degli anelli, si
riporta allo studio dell'anello degli endomorsmi dei gruppi abeliani.

Denizione 1.5.1. Sia (G, +) un gruppo abeliano. Si chiama endomorsmo


di G un omomorsmo di G in sè. L'insieme di tutti gli endomorsmi del gruppo G
si indica con End(G):
End(G) = {ϕ : G → G | ϕ(x + y) = ϕ(x) + ϕ(y), ∀x, y ∈ G}

Proposizione 1.5.2. Sia (G, +) un gruppo abeliano. Nell'insieme End(G) de-


niamo le seguenti operazioni:
” + ” : (α + β)(x) = α(x) + β(x) per ogni x ∈ G
” ◦ ” : (α ◦ β)(x) = α[β(x)] per ogni x ∈ G
Si ha (End(G), +, ◦) anello unitario.
Dimostrazione. Qualunque siano gli endomorsmi α e β , anche α + β e α ◦ β
lo sono e perciò ” + ” e ” ◦ ” sono operazioni in End(G). L'elemento neutro di
(End(G), +) è l'endomorsmo nullo; inoltre si ha (α + β) + γ = α + (β + γ) e risulta
α + β = β + α per la commutatività del gruppo (G, +). Per ogni α ∈ End(G) esiste
l'endomorsmo −α denito da (−α)(x) = −α(x). Si ha −α + α = α + (−α) uguale
all'endomorsmo nullo e pertanto (End(G), +) è un gruppo abeliano.
Inoltre si ha α ◦ (β ◦ γ) = (α ◦ β) ◦ γ, α ◦ (β + γ) = α ◦ β + α ◦ γ, (α + β) ◦ γ =
α ◦γ +β ◦γ e pertanto (End(G), +, ◦) è un anello unitario con unità l'endomorsmo
identico. 

Teorema 1.5.3. Ogni anello unitario (A, +, ·) è isomorfo ad un sottoanello


dell'anello (End(A), +, ◦) degli endomorsmi di (A, +).
Capitolo 1 Anelli 14

Dimostrazione. Per ogni a ∈ A l'applicazione ϕa : A → A, ϕa (x) = ax è


un endomorsmo di (A, +). Sia g : A → End(A), g(a) = ϕa . L'applicazione g è
iniettiva, infatti se g(a) = g(b) allora ϕa = ϕb da cui ϕa (1) = ϕb (1) e quindi a = b.
Proviamo ora che g è un omomorsmo. Si ha g(a + b) = ϕa+b e g(a) + g(b) = ϕa + ϕb ,
ϕa+b (x) = (a + b)x = ax + bx = ϕa (x) + ϕb (x) e pertanto g(a + b) = g(a) + g(b).
Inoltre g(ab) = ϕab e g(a) ◦ g(b) = ϕa ◦ ϕb e ϕab x = (ab)x = a(bx) = ϕa ◦ ϕb (x) e
dunque g(ab) = g(a) ◦ g(b). 

Teorema 1.5.4. Se (G, ·) è un gruppo ciclico nito di ordine n allora l'anello


(End(G), +, ◦) è isomorfo all'anello (Zn , +, ·). Se (G, ·) è un gruppo ciclico innito
allora l'anello (End(G), +, ◦) è isomorfo all'anello (Z, +, ·).
Dimostrazione. Sia G =< g >. Fissato r ∈ Z sia fr : G → G denita da
fr (g s ) = g rs per ogni s ∈ Z. L'applicazione fr è un endomorsmo di G, infatti
fr (g s g t ) = fr (g s+t ) = g r(s+t) = g rs g rt = fr (g s )fr (g t ). D'altra parte ogni endomor-
smo di G è del tipo fr , infatti se α ∈ End(G) allora α(g) = g r per un certo r ∈ Z
e quindi α(g t ) = (α(g))t = g rt ossia per ogni g t ∈ G si ha α(g t ) = g rt e pertanto
α = fr .
L'applicazione φ : Z → End(G) denita da φ(r) = fr per ogni r ∈ Z è un
omomorsmo suriettivo (di anelli ma qui interessa solo come omomorsmo del gruppo
additivo), infatti poichè fr+s (g t ) = g (r+s)t = g rt · g st = fr (g t ) · fs (g t ) risulta fr+s =
fr ◦ fs , e pertanto si ha
φ(r + s) = fr+s = fr ◦ fs = φ(r) ◦ φ(s)
e quindi φ è un omomorsmo, ma è anche suriettivo perchè ogni endomorsmo di G
è del tipo fr .
• Se |G| = n è nito si ha Kerφ = {z ∈ Z | fz = id} = {z ∈ Z | z = kn} =
= nZ perchè fz = id ⇔ z = kn. Per il primo teorema di omomorsmo per
gruppi si ha End(G) ≈ Z/Kerφ = Zn .
• Se G è innito allora Kerφ = {0} e φ è un isomorsmo.


Proposizione 1.5.5. Se G = (Q, +) allora End(Q) è isomorfo al campo (Q, +, ·)


dei razionali.
Dimostrazione. Fissato r ∈ Q sia fr : Q → Q denita da fr (x) = xr per ogni
x ∈ Q. L'applicazione fr è un endomorsmo di (Q, +), infatti fr (x + y) = (x + y)r =
= xr + yr = fr (x) + fr (y) per ogni x, y ∈ Q. Proviamo ora che se f ∈ End(Q)
allora f (x) = fs (x) = xs per un ssato s ∈ Q. Sia f ∈ End(Q) e sia s = f (1). Per
Capitolo 1 Anelli 15

m
ogni n
∈ Q si ha f (m) = f (1| + 1 +{z· · · + 1}) = f (1) + f (1) + · · · + f (1) = mf (1),
| {z }
m−volte m−volte
m m m m
ma risulta anche f (m) = f (n · n
) = f( + + · · · + ) = nf ( m
n
) e pertanto dal
|n n {z n}
n−volte
confronto si ha mf (1) = nf ( m
n
) da cui si ottiene f ( m
n
)= m
n
f (1) = m
n
s = fs ( m
n
). 

6. Esercizi

Esercizio 1.6.1.
Dimostrare che in un anello unitario un elemento invertibile non è nè un divisore
destro nè un divisore sinistro dello zero.
Soluzione - Sia a invertibile (e quindi a 6= 0) e b 6= 0. Se ab = 0 allora a−1 (ab) = a−1 ·
0 = 0, ma si ha anche a−1 (ab) = (a−1 a)b = b e dal confronto delle due uguaglianze si
ha b = 0 contro l'ipotesi. Pertanto a non è divisore sinistro dello zero. Analogamente
si dimostra che non è divisore destro dello zero.

Esercizio 1.6.2.
Sia A un anello unitario nito. Dimostrare che ogni divisore destro dello zero è
anche divisore sinistro dello zero e viceversa.
Soluzione - Siano a 6= 0 e b 6= 0 tali che ba = 0. Supponiamo per assurdo che
ac 6= 0 per ogni c 6= 0; essendo A∗ nito e unitario esiste c1 tale che ac1 = 1. Si ha
0 6= b = b · 1 = bac1 = (ba)c1 = 0c1 = 0 e ciò è assurdo.

Esercizio 1.6.3.
Sia A un anello unitario, a ∈ A∗ . Se esistono b, c ∈ A∗ tali che ab = ca = 1 allora
b = c (cioè a invertibile).
Soluzione - Si ha b = 1 · b = (ca)b = c(ab) = c · 1 = c.

Esercizio 1.6.4.
Dimostrare che (Z, +, ·) ammette solo gli omomorsmi banali.
Soluzione - Sia ϕ un omomorsmo diverso dall'omomorsmo nullo. Poichè ϕ(1) = 1
si ha ϕ(n) = ϕ(1 + 1 + · · · + 1) = ϕ(1) + ϕ(1) + · · · + ϕ(1) = 1 + 1 + · · · + 1 = n e
pertanto ϕ è l'omomorsmo identità.
Capitolo 1 Anelli 16

Esercizio 1.6.5.√ √
Dimostrare che Z( 2) = {a + b 2 | √a, b ∈ Z} è un sottoanello unitario di (R, +, ·)
e determinare gli automorsmi di Z( 2) .
Soluzione -
(1) E' un sottoanello.
√ √ √ √
• (a1 + b1 2) − (a2 + b2 2) = (a1 − a2 ) + (b1 − b2 ) 2 ∈ Z( 2) perchè
(a1 − a2 √
), (b1 − b2 ) ∈√Z. √ √
• (a1 + b1 2)(a2 + b2 2) = (a1 a2 + 2b1 b2 ) + (a1 b2 + a2 b1 ) 2 ∈ Z( 2)
perchè (a1 a2 + 2b1 b2 ), (a1 b2 + a2 b1 ) ∈ Z. √ √
• Il sottoanello è unitario perchè 1√= 1 + 0 2 ∈ Z( 2. √
(2) Determiniamo gli automorsmi di Z( 2). Sia φ un automorsmo di Z( 2);
poichè l'anello è unitario
√ si ha φ(1) = 1 da √ cui segue φ(a)√= a per ogni a ∈ Z
e pertanto φ(a + b 2) = φ(a) + φ(b)φ( 2) = a √ + bφ(√ 2). Poichè
√ φ(2)√=
φ(1 + 1) = φ(1) + φ(1) = 1 + 1 = 2 e φ(2) √ = φ(
√ 2) · 2) = φ( √ 2),
2)φ(
confrontando le
√ √due uguaglianze
√ si ha φ(√ 2)φ( 2) = 2 e pertanto φ( 2) =
2 oppure φ( 2) = − 2.√ L'anello Z( √ 2) ammette dunque esattamente
due
√ automorsmi:
√ φ1 (a + b 2) = a + b 2 (automorsmo identità), e φ2 (a +
b 2) = a − b 2.

Esercizio 1.6.6.
Sia A = 4Z. Dimostrare che 8Z è un ideale massimale di A.
Soluzione -
• 8Z è ideale di A generato da 8; infatti 8h − 8t = 8(h − t) ∈ 8 e inoltre
8h · 8t = 8(4ht) ∈ 8Z per ogni 8h ∈ 8Z e per ogni 4t ∈ 4Z
• Supponiamo 8Z ⊂ J ⊂ 4Z. Poiché J è un ideale principale, sia J =< m > .
Da J ⊂ 4Z segue che m deve essere multiplo di 4.
Se m = 4·1 allora J = 4Z. Se m = 4t, t ≥ 2, allora m ∈ 8Z e perciò J = 8Z.
Si conclude che 8Z è ideale massimale di 4Z.
CAPITOLO 2

L'anello dei Polinomi.

Iniziamo lo studio dell'anello dei polinomi. Questo anello è particolarmente im-


portante per le applicazioni e perchè i polinomi sono strettamente legati alle equa-
zioni e determinare la soluzione delle equazioni algebriche è uno dei problemi che
n dall'antichità ha impegnato i matematici e da cui è nata la Teoria di Galois che
rappresenta uno dei capitoli più importanti ed aascinanti della matematica.

1. Denizioni

Denizione 2.1.1. Sia (A, +, ·) un anello commutativo unitario. Un polinomio


p(x) a coecienti in A (o sopra A) è una espressione formale del tipo
p(x) = a0 + a1 x + a2 x2 + · · · + an xn , ai ∈ A
dove x è una indeterminata. Si denisce polinomio nullo il polinomio avente tutti
i coecienti nulli.

L'insieme di tutti i polinomi a coecienti in A si indica con A[x].

Proposizione 2.1.2. Sia (A, +, ·) un anello commutativo unitario. L'insieme


A[x] è un anello commutativo unitario.
Dimostrazione. In A[x], per ogni p(x) = a0 + a1 x + a2 x2 + · · · + an xn e
q(x) = b0 + b1 x + b2 x2 + · · · +m xm , m ≥ n, deniamo le seguenti operazioni
m
X n+m
X X
h
p(x) + q(x) = (ah + bh )x , p(x) · q(x) = ( ai bj )xh
h=0 h=0 i+j=h

Rispetto a queste operazioni e ricordando che A è un anello commutativo unitario,


è immediato vericare la tesi.
In particolare risulta che lo zero di A[x] è il polinomio nullo. Il polinomio unità
è il polinomio 1, ossia avente a0 = 1 e tutti gli altri coecienti nulli. Il polinomio
17
Capitolo 2 L'anello dei Polinomi. 18

opposto del polinomio p(x) = a0 + a1 x + a2 x2 + · · · + an xn è il polinomio che ha come


coecienti gli opposti dei coecienti ai . 

Nota 2.1.3.
(1) L'insieme dei polinomi del tipo p(x) = a0 costituiscono un sottoanello di
A[x] isomorfo all'anello
PA .
n Pm
(2) Due polinomi p(x) = i=0 ai x e q(x) =
i
j=0 bj x , ai , bj ∈ A, sono uguali
j

se e solo se ai = bi per ogni i ∈ N.


(3) L'anello Z[x] è privo di divisori dello zero e pertanto è un dominio d'integrità.

Denizione 2.1.4. Sia p(x) =


Pn
ai xi un polinomio non nullo; si denisce
i=0
grado del polinomio p(x) il numero naturale n tale che an 6= 0 e ai = 0 per ogni
i > n. Il grado di un polinomio p(x) si indica con deg p(x). Il coeciente an prende
il nome di coeciente principale (o direttivo ) di p(x). Un polinomio si dice
monico se il suo coeciente principale è 1.

Un polinomio non nullo si dice una costante se il suo grado è zero ossia è un
polinomio del tipo p(x) = a0 con a0 ∈ A − {0}. Al polinomio nullo non si attribuisce
nessun grado oppure, per convenzione, gli si attribuisce il grado −∞. Per come
denite le operazioni di addizione e di moltiplicazione fra polinomi, si ha che
• deg(p(x) + q(x)) ≤ max(degp(x), degq(x)).
• deg(p(x)q(x)) ≤ degp(x) + degq(x). Si osservi che, posto p(x) = a0 + a1 x +
a2 x2 + · · · + an xn , q(x) = b0 + b1 x + b2 x2 + · · · + bm xm con an 6= 0, bm 6= 0, si
ha deg(p(x)q(x)) = degp(x) + degq(x) se e solo se an bm 6= 0. Pertanto se A
è un dominio di integrità vale sempre l'uguaglianza, mentre se in A ci sono
dei divisori dello zero non è detto valga l'uguaglianza; ad esempio in Z4 [x]
il polinomio p(x) = 2x + 1 ha grado 1 mentre p(x)p(x) = 1 ha grado 0.

Nota 2.1.5. Il valore assunto dalla indeterminata x non interviene nella deni-
zione di polinomio e nemmeno nelle proprietà di A[x] e pertanto, in modo equivalente,
la denizione di polinomio può essere data a prescindere da x.

Denizione 2.1.6. Un polinomio a coecienti in A è una successione


(a0 , a1 , a2 , . . . , an , . . .) di elementi di A tale che da un certo punto in poi tutti i suoi
termini sono uguali a zero.
Capitolo 2 L'anello dei Polinomi. 19

Sia S l'insieme di queste successioni e siano p = (a0 , a1 , a2 , . . . , an , . . .), q =


(b0 , b1 , b2 , . . . , bn , . . .) ∈ S . Le operazioni che rendono S un anello commutativo
unitario e che corrispondono alle analoghe operazioni dei corrispondenti polinomi
p(x), e q(x), sono così denite:
p + q = (a0 + b0 , a1 + b1 , a2 + b2 , . . . , an + bn , . . .)

pq = (a0 b0 , a0 b1 + a1 b0 , a0 b2 + a1 b1 + a2 b0 , . . .)

Le due denizioni di polinomio date sopra sono equivalenti, ciò è provato dalla
corrispondenza biunivoca
n
X
(a0 , a1 , a2 , . . . , an , 0, 0, 0, . . .) → ai x i
i=0

In particolare si hanno le seguenti corrispondenze:

(1, 0, 0, 0, 0, . . .) ≡ 1

(0, 1, 0, 0, 0, . . .) ≡ x
(0, 0, 1, 0, 0, . . .) ≡ x2
..
.

(0, . . . , 0, 1, 0, . . .) ≡ xm
..
.
ossia per ogni m ≥ 1, xm è il polinomio denito dalla successione in cui tutti i termini
sono uguali a zero tranne il termine di posto m + 1 che è uguale a 1.

Nota 2.1.7. Sia A un anello commutativo unitario. Poichè A[x] è un anello


commutativo unitario, si può denire l'anello dei polinomi nell'indeterminata y a
coecienti in A[x]. Questo anello A[x][y] viene indicato con A[x, y] e detto l'anello
dei polinomi nelle indeterminate x e y a coecienti in A. Ovviamente,
poichè A[x, y] è un anello commutativo unitario, il procedimento può continuare
ottenendo così anelli a più indeterminate.
Capitolo 2 L'anello dei Polinomi 20

2. Polinomi a coecienti in un campo.

Nel seguito K indicherà sempre un campo.

Proposizione 2.2.1. Se (K, +, ·) è un campo allora l'anello (K[x], +, ·) è un


dominio di integrità.
PnDimostrazione. PProviamo
m
che K[x] è privo di divisori dello zero. Siano p(x) =
i=0 ai x e q(x) = due elementi non nulli di K[x] con deg p(x) = n e
i j
j=0 bj x
deg q(x) = m, ossia an 6= 0 e bm 6= 0. Si ha p(x)q(x) 6= 0 perchè il coeciente di
xn+m è an bm 6= 0 essendo K privo di divisori dello zero e an , bm ∈ K. 

Esempio 2.2.2. Q[x], R[x], Zp [x] con p primo , sono domini d'integrità.
La divisibilità fra polinomi è un concetto molto importante non solo da un punto
di vista teorico ma anche per le applicazioni quale, ad esempio, per la teoria dei codici
correttori. Il prossimo teorema, così come la nozione di massimo comun divisore
oppure l'algoritmo euclideo delle divisioni successive, evidenzia la forte analogia fra
il dominio di integrità (K[x], +, ·) e il dominio di integrità (Z, +, ·).

Teorema 2.2.3. Sia K[x] l'anello dei polinomi in x a coecienti in un campo


K. Comunque presi f (x), g(x) ∈ K[x] con g(x) 6= 0, esistono e sono univocamente
determinati q(x), r(x) ∈ K[x] tali che
f (x) = g(x)q(x) + r(x) con r(x) = 0 oppure deg r(x) < deg g(x).
Dimostrazione. Proviamo dapprima l'esistenza di q(x) e di r(x) e poi la loro
unicità. Se f (x) = 0 oppure deg f (x) < deg g(x) basta considerare q(x) = 0 e
r(x) = f (x). Sia ora deg f (x) ≥ deg g(x) e procediamo per induzione su deg f (x).
Se deg f (x) = 0 allora anche deg g(x) = 0 e ciò signica f (x) = a0 , g(x) = b0 ed
essendo a0 e b0 elementi di un campo, si ha
f (x) = a0 = (a0 b−1 )b + 0 .
| {z0 } 0 |{z}
q(x) r(x)

Supponiamo ora vero il teorema quando deg f (x) < n e dimostriamolo quando deg
f (x) = n ≥ deg g(x) = m. Siano
f (x) = a0 + a1 x + a2 x2 + · · · + an xn , an 6= 0
2 m
g(x) = b0 + b1 x + b2 x + · · · + bm x , bm 6= 0.
¯
Il polinomio f (x) = f (x) − an b−1 n−m
g(x) ha grado minore di n ed appartiene a
m x
Capitolo 2 L'anello dei Polinomi 21

K[x]; per l'ipotesi induttiva esistono q̄(x) e r̄(x) tali che


f¯(x) = g(x)q̄(x) + r̄(x), deg r̄(x) < m oppure r̄(x) = 0.
Pertanto risulta f (x) = f¯(x) + an b−1 xn−m g(x) = g(x)q̄(x) + r̄(x) + an b−1 xn−m g(x) =
m m
= g(x) (q̄(x) + an b−1
m x
n−m
) + r̄(x) e dunque abbiamo trovato i polinomi q(x) e r(x)
| {z } |{z}
q(x) r(x)
cercati. Proviamo ora l'unicità di q(x) e di r(x); supponiamo sia f (x) = g(x)q(x) +
r(x) = g(x)q̄(x) + r̄(x) con q̄(x), r̄(x) ∈ K[x], deg r(x) < deg g(x), deg r̄(x) <
deg g(x). Confrontando le due uguaglianze si ha
r(x) − r̄(x) = g(x)(q̄(x) − q(x))
ma poichè deg (r(x) − r̄(x)) < deg g(x), g(x) 6= 0 e K privo di divisori dello zero,
l'unica possibilità perchè valga l'uguaglianza è che sia r(x)−r̄(x) = 0 e q(x)−q̄(x) = 0
da cui r(x) = r̄(x) e q(x) = q̄(x). 

Ricordiamo alcune denizioni già date nel primo paragrafo del Capitolo 1 ma
particolarmente signicative in K[x].

Denizione 2.2.4. Sia K un campo e siano f (x), g(x) ∈ K[x]. Si dice che g(x)
divide f (x) se esiste q(x) ∈ K[x] tale che f (x) = g(x)q(x).

Denizione 2.2.5. Sia K un campo e siano f (x), g(x) ∈ K[x] non entrambi nulli.
massimo comun divisore fra f (x) e g(x) un polinomio d(x) ∈ K[x]
Si denisce
tale che
(1) d(x) | f (x), d(x) | g(x),
¯ | f (x), d(x)
(2) d(x) ¯ | g(x) ⇒ d(x)
¯ | d(x).

Nota 2.2.6.
(1) Per trovare il M CD(f (x), g(x)) fra due polinomi non entrambi nulli, si può
applicare l'algoritmo euclideo delle divisioni successive, il procedimento è lo
stesso di quello dimostrato per trovare il massimo comun divisore fra due
numeri interi.
(2) Considerati f (x), g(x) ∈ K[x], possono esserci più polinomi che soddisfano
la denizione di M CD(f (x), g(x)), fra questi, per convenzione si prende
quello monico (che è unico).
(3) Anche per i polinomi vale l'identità di Bézout: se d(x) = M CD(f (x), g(x))
allora esistono h(x), k(x) ∈ K[x] tali che d(x) = h(x)f (x) + k(x)g(x).
Capitolo 2 L'anello dei Polinomi 22

Denizione 2.2.7. Sia D un dominio d'integrità unitario. Un elemento f (x) ∈


invertibile se esiste g(x) ∈ D[x] tale che f (x)g(x) = 1.
D[x], si dice

Si noti che dalla denizione segue che considerato un campo K gli unici elementi
invertibili di K[x] sono le costanti non nulle ossia gli elementi di K∗ .

Denizione 2.2.8. Sia D un dominio d'integrità unitario. Un polinomio f (x) ∈


D[x] che non sia nullo e non sia invertibile si dice irriducibile su D se f (x) =
g(x)h(x), g(x), h(x) ∈ D[x] implica g(x) oppure h(x) invertibile.

Dalla denizione segue che se D = K è un campo e f (x) ∈ K[x], f (x) 6= 0, si ha


che f (x) è riducibile in K[x] se esistono g(x), h(x) ∈ K[x] di grado ≥ 1 tali che
f (x) = g(x)h(x). Il polinomio f (x) si dice irriducibile in K[x] se non è costante
e non esistono g(x), h(x) ∈ K[x] tali che f (x) = g(x)h(x) con deg g(x) ≥ 1, deg
h(x) ≥ 1.

Denizione 2.2.9. Un polinomio f (x) ∈ K[x] si dice primo se non è nullo, non
è invertibile e se f (x) = g(x)h(x) implica che f (x) divide g(x) oppure f (x) divide
h(x).

Nota 2.2.10.
(1) Se i coecienti del polinomio sono in un campo, si può dire che un polinomio
è irriducibile se e solo se nel caso si fattorizzi uno dei due fattori è una
costante non nulla.
(2) Per un polinomio a coecienti in un campo K, essere irriducibile o no di-
pende dal campo K. Ad esempio √ (x − 3)√∈ Q[x] è irriducibile in Q[x], ma
2

è riducibile in R[x] perchè (x − 3), (x + 3) ∈ R[x].


(3) Un polinomio f (x) ∈ K[x], f (x) 6= 0 è irriducibile in K[x] se e solo se è
elemento primo di K[x]. Questo perchè gli elementi invertibili di K[x] sono
tutti e soli gli elementi di K∗ .
(4) Per quanto osservato sopra, un ideale I di K[x] è massimale in K[x] se e
solo se è generato da un polinomio irriducibile in K[x] e pertanto il quozien-
te K[x]/I è un campo se e solo se I è generato da un polinomio
irriducibile .

Teorema 2.2.11 (Teorema di Runi). Sia f (x) ∈ K[x] e sia α ∈ K tale che
f (α) = 0. Allora (x − α) | f (x).
Capitolo 2 L'anello dei Polinomi 23

Dimostrazione. Dividiamo f (x) per (x − α), sia f (x) = (x − α)q(x) + r(x), deg
r(x) < deg (x − α) = 1 e perciò r(x) deve essere un elemento r ∈ K. Ma per x = α
si ha f (α) = (α − α)q(x) + r = 0, da cui segue r = 0 e pertanto (x − α) | f (x). 

Denizione 2.2.12. Sia f (x) ∈ K[x]. Un elemento α ∈ K tale che f (α) = 0 si


dice radice o zero di f (x).

Denizione 2.2.13. Una radice α ∈ K di f (x) ∈ K[x] si dice semplice se


(x − α) | f (x) e (x − α) non divide f (x). La radice si dice di molteplicità n se
2

(x − α)n | f (x) e (x − α)n+1 non divide f (x).

Teorema 2.2.14. Sia f (x) ∈ K[x], f (x) 6= 0, deg f (x) = n. Allora f (x)
ammette al più n radici in K, contate con la loro molteplicità.
Dimostrazione. Dimostriamo per induzione su n. Se n = 0 allora f (x) è una
costante e perciò non ha radici, quindi il teorema è vero. Supponiamo vero il teorema
per ogni polinomio di grado minore di n. Se f (x) ha una radice α di molteplicità
m ≥ 1, m ≤ n, allora f (x) = (x − α)m q(x), deg q(x) = n − m. Sia β 6= α un'altra
radice di f (x). Allora si ha 0 = f (β) = (β − α)m q(β) da cui q(β) = 0 perchè β 6= α e
in K non ci sono divisori dello zero. Le radici di f (x) sono pertanto α con molteplicità
m e le radici di q(x). Per l'ipotesi induttiva q(x) ha al più n − m radici e pertanto
le radici di f (x) sono al più m + (n − m) = n. 

Nota 2.2.15. Se un polinomio f (x) ∈ K[x] possiede una radice α ∈ K, allora


f (x) è fattorizzabile in K[x] perchè f (x) = (x − α)q(x), q(x) ∈ K[x]. Ma attenzione
che il viceversa vale solo se il polinomio f (x) è di grado 2 o 3, infatti in questo
caso se f (x) si fattorizza allora uno almeno dei suoi fattori è di grado 1 e dunque
esiste almeno una radice in K. In altre parole, la mancanza di radici in K assicura
l'irriducibilità di f (x) solo se questo è di grado 2 o 3.
Ad esempio, il polinomio f (x) = x4 + 3x2 + 2 ∈ R[x] non ha radici reali ma si
fattorizza in R[x] perchè x4 + 3x2 + 2 = (x2 + 1)(x2 + 2).
Capitolo 2 L'anello dei Polinomi 24

3. Irriducibilità dei polinomi a coecienti in C e in R.


Teorema fondamentale dell'algebra.
In questo paragrafo riportiamo alcuni risultati che caratterizzano l'irriducibilità
dei polinomi a coecienti nel campo C dei numeri complessi e l'irriducibilità dei
polinomi a coecienti nel campo R dei numeri reali. L'irriducibilità dei polinomi a
coecienti nel campo Q dei numeri razionali è strettamente legata alla irriducibilità
dei polinomi a coecienti nell'anello Z dei numeri interi e pertanto viene trattata
nel prossimo paragrafo.

Teorema 2.3.1 (Teorema Fondamentale dell'Algebra).


Ogni polinomio f (x) ∈ C[x] di grado ≥ 1 ammette una radice in C.
Dimostrazione. Per la dimostrazione rinviamo a [1]. 

Proposizione 2.3.2. Ogni polinomio f (x) ∈ C[x] di grado n ammette esatta-


mente n radici in C.
Dimostrazione. Sia f (x) di grado n. Per il Teorema Fondamentale dell'al-
gebra, esiste α1 ∈ C radice di f (x). Per il Teorema di Runi risulta f (x) =
(x − α1 )q(x), deg q(x) = n − 1 con q(x) ∈ C[x]. Il polinomio q(x) ammette in C una
radice α2 , così proseguendo si ottiene una fattorizzazione di f (x) in n fattori lineari
f (x) = (x − α1 )(x − α2 ) · · · (x − αn )
con α1 , α2 , . . . , αn radici di f (x). 

Nota 2.3.3. Quanto dimostrato assicura che in C[x] tutti e soli i polinomi
irriducibili su C sono i polinomi di grado 1 ossia che ogni polinomio a coecienti
in C si spezza nel prodotto di fattori lineari. Tuttavia il Teorema fondamentale
non fornisce alcun metodo per eettuare esplicitamente tale spezzamento ossia per
determinare esplicitamente le radici.
Per il calcolo delle radici dei polinomi di grado n = 2, 3, 4, esistono formule
generali che coinvolgono solo le quattro operazioni razionali e le estrazioni di radici,
ciò non succede per n ≥ 5. Questo famoso Teorema è dovuto ad Abel e a Runi.

Proposizione 2.3.4. In R[x] i polinomi irriducibili su R sono tutti e soli i poli-


nomi di grado 1 oppure i polinomi f (x) = ax2 + bx + c di grado 2 con ∆ = b2 − 4ac <
0.
Capitolo 2 L'anello dei Polinomi 25

Dimostrazione. Sia f (x) ∈ R[x] e quindi anche f (x) ∈ C[x]. Per il Teorema
fondamentale dell'algebra esiste α ∈ C radice di f (x) ; ma anche il suo coniugato
ᾱ è radice del polinomio f (x). Infatti se f (x) = a0 + a1 x + a2 x2 + · · · + an xn
allora 0 = f (α) = a0 + a1 α + a2 α2 + · · · + an αn , coniugando ambo i membri e
ricordando che il coniugato di un numero reale coincide con sè stesso, si ottiene
0 = 0̄ = f (α) = a0 + a1 α + a2 α2 + · · · + an αn = a0 + a1 ᾱ + a2 ᾱ2 + · · · + an ᾱn ossia
ᾱ è radice di f (x).
Sia f (x) irriducibile su R, deg f (x) > 1. Essendo irriducibile non ha certamente
radici reali e pertanto in C si scompone in
f (x) = an (x − α1 )(x − ᾱ1 )(x − α2 )(x − ᾱ2 ) · · · (x − αr )(x − ᾱr )
con deg f (x) = n = 2r e (x − αi )(x − ᾱi ) = x2 − (αi + ᾱi )x + αi ᾱi ; (αi + ᾱi ), αi ᾱi ∈ R
per ogni i = 1, 2, . . . , r . Poichè per ipotesi f (x) è irriducibile su R, deve essere r = 1
ossia f (x) è un polinomio di secondo grado privo di radici reali. 

Nota 2.3.5. Poichè se α è una radice complessa di f (x) anche il coniugato


ᾱ lo è, si ha che ogni polinomio a coecienti reali di grado dispari ha almeno una
radice reale.

4. Polinomi a coecienti in Q e in Z
Le proprietà dei polinomi a coecienti nell'anello commutativo unitario (Z, +, ·)
sono importanti di per sè, ma anche perchè determinano molte proprietà dell'anello
dei polinomi a coecienti nel campo Q. A dierenza di quanto accade per R e C,
non si è in grado di caratterizzare i polinomi irriducibili su Q, ma la fattorizzazione
di un polinomio su Q è strettamente legata alla sua fattorizzazione su Z. Questo
stretto legame è dovuto al fatto che Q, come dimostreremo più avanti, è il campo
dei quozienti di Z.

Denizione 2.4.1. Un polinomio f (x) = a0 + a1 x + · · · + an xn ∈ Z[x] non


costante si dice primitivo se il M CD(a0 , a1 , . . . , an ) = 1.

Proposizione 2.4.2 (Lemma di Gauss). Se f (x), g(x) ∈ Z[x] sono polinomi


primitivi allora anche il loro prodotto è un polinomio primitivo.
Capitolo 2 L'anello dei Polinomi 26

Dimostrazione. Sia f (x) = a0 +a1 x+· · ·+an xn e sia g(x) = b0 +b1 x+· · ·+bm xm .
Per assurdo supponiamo f (x)g(x) non primitivo, allora esiste un numero primo p che
divide tutti i coecienti di f (x)g(x). Poichè f (x) e g(x) sono primitivi, p non divide
tutti i coecienti di f (x) nè divide tutti i coecienti di g(x), siano aj il primo
coeciente di f (x) non divisibile per p e sia bk il primo coeciente di g(x) non
divisibile per p. Il coeciente del termine di grado j + k del polinomio f (x)g(x) è
cj+k = aj bk + (aj+1 bk−1 + · · · + aj+k b0 ) + (aj−1 bk+1 + · · · + a0 bj+k ).
Poichè cj+k , a0 , . . . , aj−1 , b0 , . . . , bk−1 sono tutti divisibili per p, anche aj bk è divisibile
per p e ciò è assurdo. 

La seguente proposizione chiarisce lo stretto legame fra polinomi a coecienti in


Z e polinomi a coecienti in Q. Una sua conseguenza è che la ricerca delle soluzioni
di una equazione a coecienti razionali è riconducibile a quella di un'equazione a
coecienti interi.

Proposizione 2.4.3. Sia f (x) ∈ Q[x], f (x) non costante. Si ha f (x) = pq f¯(x)
con pq ∈ Q∗ , e f¯(x) = a0 + a1 x + a2 x2 + · · · + an xn ∈ Z[x] primitivo.
r0
Dimostrazione. Sia f (x) = + sr11 x + · · · + srnn xn ∈ Q[x], ri , si ∈ Z, per ogni
s0
i = 0, . . . , n. Sia q = mcm(s0 , s1 , s2 , . . . , sn ), allora si ha qf (x) = r00 + r10 x + · · · +
rn0 xn ∈ Z[x]. Posto p = M CD(r00 , r10 , · · · , rn0 ), si ha qf (x) = p(a0 + a1 x + · · · + an xn )
con ai ∈ Z e M CD(a0 , a1 , . . . , an ) = 1, da cui la tesi. 

Esempio
Sia f (x) = 10
3
− 32 x + 67 x2 ; poichè mcm(3, 3, 7) = 21 si ha 21f (x) = 70 − 14x + 18x2 e
poichè MCD(70, 14, 18) = 2 si ha 70 − 14x + 18x2 = 2(35 − 7x + 9x2 ). Il polinomio
primitivo associato a f (x) è pertanto f¯(x) = 35 − 7x + 9x2 , infatti f (x) = 21 2 ¯
f (x).

Ci sono vari metodi per stabilire se un polinomio è oppure no irriducibile, fra


questi metodi molti si basano sul seguente teorema di Gauss.

Teorema 2.4.4 (Teorema di Gauss). Se un polinomio f (x) ∈ Z[x] si scompone


nel prodotto di due polinomi a coecienti in Q, allora si scompone anche nel prodotto
di due polinomi degli stessi gradi a coecienti in Z.
Dimostrazione. 1◦ caso - Supponiamo dapprima che f (x) sia primitivo; sia
quindi f (x) = g(x)h(x) con g(x), h(x) ∈ Q[x]. Per la Proposizione precedente si ha
d1 d2
g(x) = ḡ(x) e h(x) = h̄(x)
m1 m2
Capitolo 2 L'anello dei Polinomi 27

d
con ḡ(x), h̄(x) ∈ Z[x] primitivi e d1 , d2 , m1 , m2 ∈ Z. Dunque f (x) = m ḡ(x)h̄(x),
d = d1 d2 , m = m1 m2 . Per il Lemma di Gauss (Proposizione 2.4.2.), il polinomio
f¯(x) = ḡ(x)h̄(x) è primitivo e risulta
mf (x) = df¯(x)
con f (x) e f¯(x) primitivi; il polinomio del primo membro e il polinomio del secondo
membro devono avere uguale il MCD dei rispettivi coecienti ossia, essendo f (x) e
f¯(x) primitivi, m = d e pertanto
f (x) = ḡ(x)h̄(x)
che è una fattorizzazione in Z[x] con i fattori dello stesso grado della fattorizzazione
in Q[x].
2◦ caso - Supponiamo ora che f (x) ∈ Z[x] non sia primitivo; sia f (x) = g(x)h(x)
una sua fattorizzazione in Q[x]. Posto f (x) = df¯(x) dove d è il MCD dei coecienti
di f (x) e f¯(x) primitivo, sarà df¯(x) = g(x)h(x), f¯(x) = d−1 g(x)h(x).
Poichè f¯(x) è primitivo ed ha una fattorizzazione in Q[x], per quanto dimostrato
nella prima parte, avrà una fattorizzazione anche in Z[x], sia
f¯(x) = g ∗ (x)h∗ (x), g ∗ (x), h∗ (x) ∈ Z[x].
Ma allora risulta
f (x) = df¯(x) = dg ∗ (x)h∗ (x)
che è una fattorizzazione di f (x) in Z[x]. 

Esempi
(1) Il polinomio f (x) = x4 + 10x2 + 24 ∈ Z[x] è primitivo. Esso risulta fattoriz-
zabile in Q[x], ad esempio x4 + 10x2 + 24 = ( 23 x2 + 16
6
)( 23 x2 + 9). Procedendo
come nella dimostrazione del Teorema si ha
d1 d2 4 3
f (x) = ḡ(x) h̄(x) = (x2 + 4) (x2 + 6) = (x2 + 4)(x2 + 6)
m1 m2 6 2
che è una fattorizzazione in Z[x].
(2) Il polinomio f (x) = 3x4 + 30x2 + 72 ∈ Z[x] è non primitivo e una sua
fattorizzazione in Q[x] è, ad esempio, 3x4 + 30x2 + 72 = (2x2 + 16
2
)( 23 x2 + 9).
Per trovare una sua fattorizzazione in Z[x] scriveremo f (x) = df¯(x) =
3(x4 + 10x2 + 24) da cui f¯(x) = 13 2(x2 + 4) 32 (x2 + 6) = (x2 + 4)(x2 + 6)
che è una fattorizzazione di f¯(x) in Z[x]; pertanto sarà f (x) = 3f¯(x) =
3(x2 + 4)(x2 + 6) = (3x2 + 12)(x2 + 6).
(3) f (x) = x3 +3x2 −10x−24 = ( 32 x+3)( 83 x−8)( 41 x+1) = (x+2)(x+4)(x−3).

Nota 2.4.5. Dal Teorema di Gauss segue che:


Capitolo 2 L'anello dei Polinomi 28

(1) Se f (x) ∈ Z[x] è riducibile in Q[x] allora è riducibile in Z[x]. Infatti se d è


il massimo comune divisore dei coecienti di f (x), si ha f (x) = df1 (x) con
f1 (x) ∈ Z[x] primitivo. Essendo f (x) riducibile in Q[x], si ha f1 (x) riducibile
in Q[x] e quindi esistono g(x), h(x) ∈ Z[x] non costanti perchè primitivi, tali
che f1 (x) = g(x)h(x) e perciò f (x) = d · g(x)h(x) è riducibile in Z[x].
(2) Se un polinomio è irriducibile in Z allora è irriducibile anche in Q. Ma
attenzione che non vale il viceversa . Ad esempio f (x) = 2x2 + 6 è
irriducibile in Q perchè in Q l'elemento 2 è invertibile, ma f (x) = 2x2 + 6
è riducibile in Z perchè in Z[x] la fattorizzazione 2(x2 + 3) è non banale
essendo 2 un elemento non invertibile in Z.
(3) La denizione di polinomio primitivo assicura che f (x) ∈ Z[x] e primitivo
è irriducibile su Z se e solo se è irriducibile su Q. Questo perchè se f (x) è
primitivo, non può avere una fattorizzazione in cui uno dei fattori è diverso
da ±1.

Proposizione 2.4.6. Sia f (x) = a0 + a1 x + · · · + an xn ∈ Z[x] e una sua radice


sia α = rs , r, s ∈ Z, M CD(r, s) = 1. Allora r | a0 e s | an .
Dimostrazione. Poichè α = rs è una radice di f (x), si ha 0 = f ( rs ) =
r
= a0 + a1 ( s ) + · · · + an ( rs )n e moltiplicando per sn ambo i membri, si ottiene
0 = sn a0 + sn−1 a1 r + · · · + an rn = s(sn−1 a0 + · · · + an−1 rn−1 ) + an rn =
= sn a0 + r(sn−1 a1 + · · · + an rn−1 ).
Da 0 = s(sn−1 a0 + · · · + an−1 r n−1 ) + an r n si ha che s | an r n , mentre da 0 =
sn a0 + r(sn−1 a1 + · · · + an rn−1 ) si ha che r | a0 sn . Poichè M CD(r, s) = 1 si conclude
che r | a0 e s | an . 

Nota 2.4.7.
(1) Le possibili radici razionali di un polinomio f (x) ∈ Z[x] si devono cercare fra
i numeri razionali del tipo rs con r divisore del termine noto a0 e s divisore
del coeciente an del termine di grado massimo.
(2) Se un polinomio monico a coecienti interi ha una radice razionale, questa
è un numero intero.

Fra i vari metodi per stabilire l'irriducibilità o no di un polinomio, ricordiamo il


seguente criterio che ore una condizione suciente ma non necessaria.
CRIT ERIO di EISEN ST EIN
Sia f (x) = a0 + a1 x + · · · + an xn ∈ Z[x] e sia p un numero primo tale che
(1) p - an ;
Capitolo 2 L'anello dei Polinomi 29

(2) p | ai per ogni i = 0, 1, . . . , n − 1;


(3) p2 - a0 ;
allora f (x) è irriducibile su Q[x].
Dimostrazione. Se per assurdo f (x) è riducibile in Q[x] allora per il Teorema
di Gauss esistono g(x) = g0 + g1 x + · · · + gr xr , h(x) = h0 + h1 x + · · · + hs xs ∈ Z non
costanti tali che f (x) = g(x)h(x), r + s = n. Per le ipotesi 2) e 3) si ha che p | g0
oppure p | h0 ma non entrambi perchè a0 = g0 + h0 . Supponiamo p | g0 e p - h0 .
Per ipotesi p - an e perciò non tutti i gi sono divisibili per p; sia m il più piccolo
indice per cui si ha p - gm . Si ha am = g0 hm + · · · + gm h0 con m ≤ r < n e tutti gli
addendi, tranne l'ultimo, sono divisibili per p contro l'ipotesi (2). Analogamente se
p - g0 e p | h0 . Rimane così provato che f (x) è irriducibile in Q[x]. 

Esempi
(1) f (x) = xn − p, p primo, è irriducibile in Q[x].
(2) f (x) = 1 + x + x2 + · · · + xp−1 ∈ Z[x], p primo, è irriducibile in Q[x].
(y+1)p −1
Infatti posto x = y + 1, il polinomio f (x) diventa g(y) = (y+1)−1
= y p−1 +
p

+py p−2 + · · · + i y p−i−1 + · · · + p. Per il criterio di Eisenstein g(y) è irriducibile in
Q[y] e perciò f (x) è irriducibile in Q[x].

5. Polinomi ciclotomici su Q
I polinomi ciclotomici sono una classe di polinomi a coecienti in Z e irriducibili
su Q. Il nome ciclotomico è dovuto al loro stretto legame con il problema della ciclo-
tomia, ossia della divisione del cerchio in parti uguali. Giocano un ruolo importante
in molte applicazioni quali nella Teoria dei codici e nella applicazione della Teoria di
Galois alle costruzioni con riga e compasso dei poligoni regolari.

Denizione 2.5.1. Sia K un campo e sia ξ ∈ K tale che ξ n = 1. Allora si dice


che ξ è una radice n-esima dell'unità. Questa viene detta primitiva se ξ k 6= 1
per 1 ≤ k < n.

Sia ξ è una radice primitiva, ossia una radice di xn − 1 le cui potenze danno tutte
le radici. Di radici primitive di xn − 1 non c'è solo ξ ma anche, ovviamente, quelle del
tipo ξ r con r primo con n. Perciò di radici primitive ce ne sono tante quanti sono gli
interi positivi primi con n, ossia sono ϕ(n) (ϕ : N∗ → N∗ funzione di Eulero denita
Capitolo 2 L'anello dei Polinomi 30

da ϕ(1) = 1 e, per ogni n > 1, ϕ(n) è il numero dei numeri naturali k coprimi con n
e tali che 1 ≤ k < n ). Indicate con ξ = ξ1 , ξ2 , . . . , ξϕ(n) le radici primitive di xn − 1,

Φn (x) = (x − ξ1 )(x − ξ2 ) . . . (x − ξϕ(n) )


è ovviamente un polinomio monico e di grado ϕ(n).

Nel seguito del paragrafo consideriamo radici n-esime dell'unità nel campo C dei
numeri complessi; ricordiamo che C può essere denito in più modi equivalenti e gli
elementi di questo campo possono essere rappresentati in modi diversi:
(1) C = R × R, insieme delle coppie di numeri reali, campo rispetto le seguenti
operazioni:
• (a, b) + (c, d) = (a + c, b + d) per ogni a, b, c, d ∈ R
• (a, b) · (c, d) = (ac − bd, ad + bc) per ogni a, b, c, d ∈ R.
(2) C campo i cui elementi si rappresentano in forma polinomiale a+ib al variare
di a, b ∈ R e i2 = −1. Scritti in questa forma i numeri complessi si sommano
e si moltiplicano come se fossero polinomi in i, ricordando di sostituire i2
con −1. Tenendo presente la denizione di C data precedentemente in (1),
questa scrittura polinomiale è giusticata dal fatto che (a, b) = (a, 0) +
(0, b) = (a, 0) + (b, 0) · (0, 1), e che si può identicare (x, 0) con il numero
reale x e porre (0, 1) = i. In questo modo si ha (a, b) = a + ib. Osserviamo
inoltre che da (0, 1)(0, 1) = (−1, 0) segue i2 = −1.
(3) C campo i cui elementi z possono essere rappresentati in forma trigonome-
trica (o polare) con una coppia formata da un numero reale (modulo) e da
un angolo (argomento): z = a + ib = ρ(cosϑ + isenϑ). Il legame fra questa
e la precedente forma polinomiale è espresso da
√ a b
ρ= a2 + b2 , cosϑ = √ , senϑ = √
a2 + b 2 a2 + b 2

Nel campo dei numeri complessi, il polinomio xn − 1 ha n radici n-esime dell'unità


distinte e si esprimono nella forma

2kπ 2kπ
ξn,k = cos + i sen , k = 1, . . . , n.
n n
Queste n radici hanno la proprietà che si ottengono tutte come potenze della radice
primitiva
2π 2π
ξn,1 = cos + i sen
n n
Capitolo 2 L'anello dei Polinomi 31

L'insieme delle radici n-esime dell'unità è un sottogruppo ciclico del gruppo (C∗ , ·)
ed un suo generatore è la radice primitiva
2π 2π
ξn,1 = cos + isen .
n n
Infatti per la formula di de Moivre si ha
k 2πk 2πk
ξn,1 = cos + isen
n n
e perciò al variare di k = 1, . . . , n si ottengono tutte le radici n-esime dell'unità.
La radice ξnk ha ordine n
M CD(n,k)
e pertanto tutte e sole le radici primitive dell'unità
sono le radici
2πk 2πk
ξnk = cos + isen
n n
con M CD(n, k) = 1. Ciò assicura che sono in numero di ϕ(n) con ϕ funzione di
Eulero.

Denizione 2.5.2. Sia P = {η1 , η2 , . . . , ηϕ(n) } l'insieme delle radici primitive


n-esime di 1 nel campo C dei numeri complessi. Il polinomio
ϕ(n)
Y
Φn (x) = (x − η1 )(x − η2 ) · · · (x − ηϕ(n) ) = (x − ηi )
i=1
è detto n-esimo polinomio ciclotomico su Q.

Se ξ è una radice primitiva, è ovvio che per ogni divisore d di n esiste la radice
n
n-esima ξ d di periodo d, si può allora dire che ogni radice n-esima dell'unità è una
radice d-esima primitiva dell'unità se d, divisore di n, è il suo periodo. Considerato
il polinomio ciclotomico d-esimo Φd (x), il polinomio xn − 1 le cui radici sono tutte e
sole le radici n-esime di 1, si fattorizza in questo modo:
Y Y Y Y Y
xn −1 = Φd (x) = Φk (x) Φk (x) = (xd −1) Φk (x) = (xd −1)Φn (x) Φk (x).
d|n k|d k-d k-d k-d
k|n k|n k|n
k6=n

Esempio
Considerato n = 18 e d = 6, si ha
x18 − 1 = Φ1 (x)Φ2 (x)Φ3 (x)Φ6 (x)Φ9 (x)Φ18 (x) = (x6 − 1)Φ9 (x)Φ18 (x)
perchè x6 − 1 = Φ1 (x)Φ2 (x)Φ3 (x)Φ6 (x).
n
Da xn − 1 = segue Q x −1
Q Q
d|n Φd (x) = d|n Φd (x)Φn (x), Φn (x) =
d6=n d|n Φd (x)
d6=n
Capitolo 2 L'anello dei Polinomi 32

che esprime il polinomio ciclotomico n-esimo in funzione dei precedenti.

Esempi 2.5.3.
Φ1 (x) = x − 1
x2 −1
Φ2 (x) = Φ1 (x)
=x+1
x3 −1
Φ3 (x) = Φ1 (x)
= x2 + x + 1
x4 −1 x4 −1
Φ4 (x) = Φ1 (x)Φ2 (x)
= (x−1)(x+1)
= x2 + 1
x5 −1
Φ5 (x) = Φ1 (x)
= x4 + x3 + x2 + x + 1
x6 −1 x6 −1
Φ6 (x) = Φ1 (x)Φ2 (x)Φ3 (x)
= (x−1)(x+1)(x2 +x+1)
= x2 − x + 1
x7 −1
Φ7 (x) = Φ1 (x)
= x6 + x5 + x4 + x3 + x2 + x + 1
x8 −1 x8 −1
Φ8 (x) = Φ1 (x)Φ2 (x)Φ4 (x)
= (x−1)(x+1)(x2 +1)
= x4 + 1
x9 −1
Φ9 (x) = Φ1 (x)Φ3 (x)
= x6 + x3 + x + 1
..
.
In particolare per ogni numero primo p si ha :
xp −1
Φp (x) = Φ1 (x)
= xp−1 + xp−2 + . . . + x3 + x2 + x + 1
h h
xp −1 xp −1 h−1 h−1
Φph (x) = Φ1 Φp Φp2 ···Φph−1
= xph−1 −1
= (xp )p−1 + . . . + xp +1 .

Teorema 2.5.4. Sia Φn (x) un polinomio ciclotomico. Si ha:


(1) Φn (x) è monico e a coecienti in Z;
(2) Φn (x) ha grado ϕ(n);
(3) Φn (x) è irriducibile su Q.
Dimostrazione.

(1) I polinomi ciclotomici sono monici per come deniti. Per dimostrare che sono
a coecienti interi si procede per induzione su n. Per n = 1 il polinomio
Φ1 (x) = x−1 è a coecienti interi; supponiamo Φt (x) a coecienti interi per
t < n e proviamo che Φn (x) è a coecienti interi. Per l'ipotesi di induzione si
xn −1
ha f (x) = d (x) ∈ Z[x] perchè d < n e pertanto Φn (x) = f (x) ∈ Q[x];
Q
d|n Φ
d6=n
da xn − 1 = Φn (x) · f (x) segue Φn (x) ∈ Z[x].
(2) Segue dalla denizione di Φn (x).
(3) Per la dimostrazione si rinvia a (2), pag.302.

Capitolo 2 L'anello dei Polinomi. 33

Nota 2.5.5.
(1) Il fatto che i polinomi ciclotomici sono irriducibili su Q aiuta nel trovare la
scomposizione del polinomio xn − 1 in fattori irriducibili su Q.
(2) Gli esempi di polinomi ciclotomici precedentemente portati hanno tutti i
coecienti uguali a 0 oppure a ±1. Ciò non è vero in generale, ossia esistono
polinomi ciclotomici aventi anche dei coecienti diversi da 0 e da ±1.

6. Esercizi

Esercizio 2.6.1.
Determinare in Q[x] il MCD monico dei polinomi f (x) = x3 + 2x2 + x e g(x) =
x2 − x − 2.
Soluzione - Utilizzando l'algoritmo euclideo si trova MCD(f (x), g(x)) = 6x + 6 e
pertanto quello monico è x + 1.

Esercizio 2.6.2.
Determinare in Z5 [x] il MCD monico dei polinomi f (x) = x3 + x2 + x + 1 e g(x) =
3x2 + 2x + 2 .
Soluzione - Utilizzando l'algoritmo euclideo si trova MCD(f (x), g(x)) = 4x + 3 e
pertanto quello monico è x + 2.

Esercizio 2.6.3.
Determinare tutti i polinomi monici irriducibili di grado 3 in Z3 [x]
Soluzione - Poichè i polinomi cercati sono di grado 3, un polinomio f (x) = x3 +
ax2 + bx + c è irriducibile in Z3 [x] se e solo se non ammette radici in Z3 . Dovrà
pertanto essere f (0) = c 6= 0, f (1) = 1 + a + b + c 6= 0, f (−1) = −1 + a − b + c 6= 0.
Per c = 1 si ottengono le possibilità a = −1 e b = 0, oppure a = −1 e b = 1, oppure
a = 0 e b = −1, oppure a = 1 e b = −1. Per c = −1 si ottengono le possibilità a = 1
e b = 0, oppure a = 1 e b = 1, oppure a = −1 e b = −1, oppure a = 0 e b = −1. In
corrispondenza di queste terne si ottengono gli otto polinomi monici irriducibili.
CAPITOLO 3

Anelli euclidei.

È noto che in Z si può eseguire la divisione euclidea, ossia dati a, b ∈ Z con


b 6= 0, esistono e sono unici q, r ∈ Z tali che a = bq + r con 0 ≤ r < |b|. Questa
proprietà di Z ha permesso di determinare il Massimo Comun Divisore (MCD) tra
due interi mediante l'algoritmo euclideo delle divisioni successive perchè gli interi
positivi associati ai resti decrescono no ad arrivare a zero e l'ultimo resto non nullo
si dimostra essere il MCD fra divisore e dividendo.
Si vuole denire una classe di anelli che goda di una proprietà analoga a quella
degli interi sopra ricordata, ossia un anello in cui sia possibile una divisione con un
resto che vada sempre più a decrescere. È la classe degli anelli euclidei, sono deniti
a partire da un dominio d'integrità.

1. Domini d'integrità

Ricordiamo che un dominio di integrità è un anello (D, +, ·) non nullo, commu-


tativo e privo di divisori dello zero. È pertanto una struttura algebrica "ricca di
proprietà" ma non è ancora un campo.
Una delle proprietà più importanti dei domini di integrità è che ogni dominio di
integrità (D, +, ·) si può immergere in un campo detto il campo dei quozienti di D .

Denizione 3.1.1. Sia (K, +, ·) un campo e sia D ⊆ K un dominio di integrità


rispetto le operazioni del campo. Si dice che (K, +, ·) è campo dei quozienti di D
se ogni elemento k ∈ K si può scrivere nella forma k = a · b−1 con a, b ∈ D, b 6= 0.

Esempio 3.1.2. Il campo dei quozienti dell'anello (Z, +, ·) degli interi è il


campo (Q, +, ·) dei razionali.
34
Capitolo 3 Anelli euclidei. 35

È naturale porsi il problema di vedere se per ogni dominio di integrità (D, +, ·)


esiste un campo (K, +, ·) di cui D è un sottodominio d'integrità e tale che K sia il
campo dei quozienti di D .

Teorema 3.1.3. Sia (D, +, ·) un dominio di integrità. Allora esiste un campo


(K, +, ·) contenente un sottodominio (D̄, +, ·) isomorfo a (D, +, ·) e tale che ogni
elemento di (K, +, ·) sia della forma a · b−1 con a, b ∈ D̄, b 6= 0.
Dimostrazione. Posto D ∗ = D−{0}, deniamo in D×D ∗ la seguente relazione:
(a, b)<(c, d) se ad = bc. Dimostriamo che la relazione < è di equivalenza:
• Per ogni (a, b) ∈ D × D∗ si ha (a, b)<(a, b); infatti ab = ba perchè D è
commutativo.
• (a, b)<(c, d) ⇒ (c, d)<(a, b); infatti da ad = bc segue cb = da perchè D è
commutativo.
• (a, b)<(c, d), (c, d)<(e, f ) ⇒ (a, b)<(e, f ); infatti da ad = bc, cf = de,
moltiplicando la prima uguaglianza per f 6= 0 e la seconda per b 6= 0, si
ottiene adf = bde da cui, applicando la legge di cancellazione, si ha af = be
ossia (a, b)<(e, f ).
Sia K = D × D ∗ / < l'insieme delle classi di equivalenza della relazione < e
deniamo in K le seguenti operazioni: [(a, b)] + [(c, d)] = [(ad + bc, bd)] , [(a, b)] ·
[(c, d)] = [(ac, bd)]. Quelle poste sono delle buone denizioni ossia non dipendono
dal rappresentante della classe; infatti se [(a, b)] = [(ā, b̄)] e [(c, d)] = [(c̄, d)]¯ si ha
ab̄ = bā, cd¯ = dc̄ da cui (ad + bc)b̄d¯ = adb̄d¯ + bcb̄d¯ = bādd¯ + dc̄bb̄ = bd(ād¯ + b̄c̄) e
pertanto [(ad + bc, bd)] = [(ād¯ + b̄c̄, b̄d)]
¯ e da acb̄d¯ = bdāc̄ si ha [(ac, bd)] = [(āc̄, b̄d)]
¯ .
È immediato vericare che (K, +) è un gruppo abeliano il cui elemento neutro è
[(0, b)] mentre l'opposto di [(a, b)] è [(−a, b)]. Inoltre valgono la proprietà commu-
tativa della moltiplicazione e la proprietà distributiva della moltiplicazione rispetto
l'addizione; l'elemento neutro della moltiplicazione è [(a, a)], a 6= 0; inne per ogni
[(a, b)] ∈ K∗ = K − {[(0, c)]} si ha [(a, b)]−1 = [(b, a)]. Rimane dunque provato che
(K, +, ·) è un campo.
Posto D̄ = {[(ab, b)] | a ∈ D, b ∈ D ∗ }, deniamo l'applicazione f : D → K,
f (a) = [(ab, b)]. È facile vericare che f (x) + f (y) = f (x + y) e f (x) · f (y) = f (xy) e
pertanto f è un omomorsmo di D in K. Inoltre f è iniettivo, infatti se f (x) = f (y)
allora [(xh, h)] = [(yk, k)] da cui xhk = yhk e perciò x = y . Poichè f (D) = D̄
si ha D isomorfo a D̄ . Inne, se [(a, b)] ∈ K, si ha [(a, b)] = [(ac, c)] · [(d, bd)] =
[(ac, c)] · [(bd, d)]−1 ossia ogni elemento di K si scrive come quoziente di un elemento
di D̄ con un elemento di D̄ ∗ . 
Capitolo 3 Anelli euclidei. 36

Nota 3.1.4.
(1) Poichè i domini D e D̄ del teorema precedente sono isomor, si dice più
brevemente che il campo K contiene D come sottodominio ed ogni elemento
k ∈ K è tale che k = a · b−1 con a, b ∈ D, b 6= 0. Poichè in K∗ la mol-
tiplicazione è commutativa, anzichè k = a · b−1 = b−1 · a, si può scrivere
k = ab .
(2) Il campo dei quozienti di un dominio di integrità D è il più piccolo campo
che contiene D .
(3) Sia K[x] il dominio di integrità dei polinomi in x a coecienti nel campo K;
il suo campo dei quozienti si indica con K(x):
f (x)
K(x) = { | f (x), g(x) ∈ K[x], g(x) 6= 0}.
g(x)

Studiamo ora un'altra proprietà dei domini di integrità che permette di introdurre
la nozione di caratteristica di un dominio di integrità.

Proposizione 3.1.5. Sia (D, +, ·) un dominio di integrità. Se esiste a ∈ D∗ di


periodo nito n nel gruppo (D, +), allora ogni elemento b ∈ D∗ ha periodo n.
Dimostrazione. Sia a ∈ D ∗ di periodo n ∈ N∗ e dunque na = 0. Sia b ∈ D ∗ ;
(nb)a = (b| + b +{z· · · + }b)a = ba {z · · · + ba} = b(a
| + ba + {z· · · + a}) = b(na) = b0 = 0
|+a+
n−volte n−volte n−volte

dunque (nb)a = 0 e poichè a 6= 0 e D è privo di divisori dello zero si ha nb = 0. Se
il periodo di b nel gruppo (D, +) fosse m < n, da mb = 0 procedendo come sopra,
seguirebbe ma = 0 contro l'ipotesi che a sia di periodo n. 

Denizione 3.1.6. Sia (D, +, ·) un dominio di integrità. Se per ogni n ∈ N∗ e


per ogni a ∈ D ∗ si ha n · a 6= 0, allora si dice che D ha caratteristica 0. Si dice che
D ha caratteristica m se m è il più piccolo intero positivo tale che m · a = 0 per
ogni a ∈ D .

Esempi 3.1.7.
(1) (Z, +, ·), (Q, +, ·), (R, +, ·) hanno caratteristica zero.
(2) (Zp [x], +, ·), p primo, ha caratteristica p.
(3) (Zp , +, ·), p primo, ha caratteristica p.
(4) (Zp (x), +, ·), p primo, ha caratteristica p.
Capitolo 3 Anelli euclidei. 37

Proposizione 3.1.8. La caratteristica di un dominio di integrità è zero oppure


è un numero primo.
Dimostrazione. Sia (D, +, ·) un dominio di integrità e supponiamo che la sua
caratteristica sia m 6= 0. Se m non è primo allora in N∗ esistono m1 , m2 tali che
m = m1 m2 con 1 < m1 , m2 < m. Allora per ogni a ∈ D∗ da ma = 0 segue
0 = ma = (m1 m2 )a da cui m1 (m2 a) = 0 e questo implica m2 a = 0 che è assurdo
perchè la caratteristica di D è m > m2 , oppure m2 a 6= 0 di periodo minore o uguale
a m1 , ancora assurdo perchè la caratteristica di D è m > m1 . 

Nota 3.1.9. Se un dominio di integrità è nito, la sua caratteristica è certa-


mente nita, ma non vale il viceversa. Ad esempio (Z, +, ·) e (Zp [x], +, ·), p primo,
sono entrambi domini di integrità inniti ma il primo ha caratteristica 0 mentre il
secondo ha caratteristica nita p.

2. Anelli euclidei.

Denizione 3.2.1. Sia D un dominio di integrità e sia D∗ = D − {0}. D è detto


anello euclideo o dominio euclideo se esiste una applicazione υ : D∗ → N, detta
valutazione o norma , tale che
(1) υ(a) ≤ υ(ab) per ogni a, b ∈ D ∗ ;
(2) presi a ∈ D e b ∈ D ∗ , esistono q, r ∈ D tali che a = bq + r con r = 0 oppure
υ(r) < υ(b).

Esempi 3.2.2.
(1) Z è un dominio euclideo rispetto alla valutazione υ : Z∗ → N denita da
υ(a) = |a|.
(2) Fissato n ∈ N∗ , un campo K è un dominio euclideo rispetto la valutazione
υ : K∗ → N, υ(k) = n per ogni k ∈ K∗ .
(3) L'anello dei polinomi K[x] a coecienti in un campo K è anello euclideo se
come valutazione si considera l'applicazione che ad ogni polinomio associa
il suo grado.
(4) Se n è un intero non primo allora Zn non è un dominio euclideo perchè non
è un dominio d'integrità.
Capitolo 3 Anelli euclidei. 38

Nota 3.2.3. Un dominio di integrità può essere dominio euclideo rispetto a più
valutazioni. Ad esempio, nell'esempio (2) si ottiene una valutazione ogni volta che
si ssa un n ∈ N∗ .

Proposizione 3.2.4. Sia D un dominio euclideo con valutazione υ. Si ha:


(1) D è unitario.
(2) D è ad ideali principali.

Dimostrazione.

(1) Sia b ∈ D ∗ tale che υ(b) = min{υ(x) | x ∈ D ∗ }. Per ogni a ∈ D esiste qa ∈ D


tale che a = bqa perchè, per l'ipotesi di minimo fatta su υ(b), da a = bqa + r
segue r = 0 non potendo essere υ(r) < υ(b). Considerato qb tale che b = bqb ,
per ogni x ∈ D si ha x = bqx , xqb = bqx qb = bqb qx = bqx = x e pertanto qb è
l'unità di D .
(2) Sia I un ideale del dominio euclideo D . Se I =< 0 > allora I è principale.
Sia I 6=< 0 > e sia a ∈ I, a 6= 0 tale che υ(a) = min{υ(x) | x ∈ I − {0}}.
Per ogni y ∈ I si ha y = aq + r ma è r = 0 per l'ipotesi di minimalità fatta
su υ(a). Pertanto se y ∈ I allora y = aq ; viceversa per ogni w ∈ D si ha
aw ∈ I e perciò I = {ax | x ∈ D} =< a > .


Nota 3.2.5. La proposizione ora dimostrata assicura che:


(1) Ogni anello che non è unitario non è euclideo. Ad esempio l'anello 2Z non
è euclideo non essendo unitario.
(2) I generatori di un ideale I 6=< 0 > di un anello euclideo con norma υ sono
esattamente gli elementi x ∈ I tali che υ(x) = min{υ(z) | z ∈ I − {0}}.
Esempio: se I 6=< 0 > è un ideale di (Z, +, ·), allora i generatori dell'ideale
I sono gli interi m e −m poichè |m| è il più piccolo intero positivo contenuto
in I .

Dimostriamo ora che alcune proprietà dell'anello Z degli interi valgono in un


qualunque dominio euclideo.

Proposizione 3.2.6. Sia D un dominio euclideo e siano a, b ∈ D∗ . In D esiste


un massimo comune divisore d di a, b e si ha d = λa + µb per opportuni λ, µ ∈ D.
Capitolo 3 Anelli euclidei. 39

Dimostrazione. Sia S = {xa + yb | x, y ∈ D}. Si ha S 6= ∅ perchè D ha unità


e perciò a, b ∈ S , inoltre S è un ideale di D come si verica immediatamente. Allora,
ricordando che in un dominio euclideo ogni ideale è principale, esiste d ∈ S tale che
S =< d > con d = λa + µb, λ, µ ∈ D. Poichè a, b ∈ S =< d > si ha a = dx, b = dy
con x, y ∈ D e pertanto d | a, d | b. Inne se d¯ ∈ D ∗ divide sia a che b allora divide
λa + µb ossia d¯ | d. 

Proposizione 3.2.7. Sia D un dominio euclideo rispetto la valutazione υ e sia


b ∈ D∗ . Si ha
(1) b è invertibile se e solo se υ(a) = υ(ab) per ogni a ∈ D ∗ ;
(2) b è invertibile se e solo se υ(1) = υ(b) ossia gli elementi invertibili sono tutti
e soli gli elementi a valutazione minima;
(3) b è non invertibile se esiste a ∈ D∗ tale che υ(a) < υ(ab); se b ∈ D∗ è non
invertibile allora è υ(a) < υ(ab) per ogni a ∈ D∗ .
Dimostrazione.

(1) Qualunque sia a ∈ D ∗ , se υ(a) = υ(ab) si ha < ab >=< a > da cui


a = abc con c ∈ D∗ , allora a(1 − bc) = 0, bc = 1 e pertanto b è invertibile.
Viceversa, se b è invertibile allora esiste c ∈ D ∗ tale che bc = 1, allora
a(1 − bc) = 0, a = abc da cui a ∈< ab >, allora < a >=< ab > da cui
υ(a) = υ(ab).
(2) Segue da quanto dimostrato nel punto precedente considerando a = 1. Per-
tanto l'insieme D̄i degli elementi invertibili di D è D̄i = {a ∈ D | υ(a) =
υ(1)}.
(3) Segue dalla dimostrazione dei due punti precedenti.


Proposizione 3.2.8. Sia D un dominio di integrità unitario e siano a, b ∈ D∗ .


Si ha a | b e b | a se e solo se esiste c ∈ D invertibile tale che b = ac.
Dimostrazione. Se a | b e b | a allora a = bc, b = ad, da cui b = bcd, b(1−cd) =
0 e perciò 1 = cd ossia c e d sono invertibili. Viceversa, se b = ac con c invertibile,
si ha a | b e da bc−1 = a si ha b | a. 

Denizione 3.2.9. Sia D un dominio di integrità unitario. Due elementi a, b ∈


D si dicono associati se a | b e b | a.

Capitolo 3 Anelli euclidei. 40

Sia D un dominio di integrità unitario; in D ∗ la relazione ” ∼ ” denita da a ∼ b


se a e b sono associati, è una relazione di equivalenza. Inoltre per la Proposizione
precedente si ha che a, b ∈ D ∗ sono associati se e solo se esiste c ∈ D invertibile tale
che b = ac.

Denizione 3.2.10. Sia D un dominio euclideo e sia p ∈ D∗ . Si dice che p è


primo se è non invertibile e da p = ab con a, b ∈ D segue a invertibile oppure b
invertibile.

Nota - Poichè in Z il numero 1 è invertibile, trova giusticazione non considerare


1 un numero primo.

Denizione 3.2.11. Sia D un dominio euclideo e siano a, b ∈ D∗ . Si dice che a


e b sono primi fra loro se M CD(a, b) = 1

Proposizione 3.2.12. Sia D un dominio euclideo e siano a, b, c ∈ D∗ . Se a | bc


e M CD(a, b) = 1 allora a | c.
Dimostrazione. Da a | bc si ha bc = ah, inoltre esistono λ, µ ∈ D ∗ tali che
1 = λa + µb e perciò c = λac + µbc = λac + µah da cui a(λc + µh) = c e pertanto
a | c. 

Corollario 3.2.13. Sia D un dominio euclideo e siano a1 , a2 , . . . , an ∈ D∗ . Se


p è un elemento primo di D che divide il prodotto a1 a2 · · · an allora p divide almeno
uno degli elementi a1 , a2 , . . . , an .

Proposizione 3.2.14. Sia D un dominio euclideo con valutazione υ. Un ele-


mento y ∈ D∗ è invertibile, oppure è primo, oppure è prodotto di un numero nito
di elementi primi di D non necessariamente distinti.
Dimostrazione. Poichè D è unitario si ha D =< 1 > da cui segue υ(1) =
min {υ(x) | x ∈ D }. Procediamo per induzione su υ(a), a ∈ D∗ . La proposizione è

vera per ogni y ∈ D ∗ tale che υ(y) = υ(1) perchè in questo caso y risulta invertibile.
Supponiamo la proposizione vera per tutti gli x ∈ D ∗ tali che υ(x) < υ(a) e dimo-
striamo che è vera anche per y ∈ D ∗ tale che υ(y) = υ(a). Se y è primo allora la tesi
è vericata. Se y non è primo, sia y = bc con b, c non invertibili. Per la proposizione
3.2.7 si ha υ(b) < υ(bc) = υ(y) = υ(a) e υ(c) < υ(cb) = υ(y) = υ(a). Per l'ipotesi
di induzione, da υ(b) < υ(a) segue b primo oppure b prodotto di un numero nito di
Capitolo 3 Anelli euclidei. 41

elementi primi. Analogamente da υ(c) < υ(a) segue c primo oppure c prodotto di
un numero nito di elementi primi e perciò y = bc è prodotto di un numero nito di
elementi primi. 

Teorema 3.2.15. Sia D un dominio euclideo. Ogni elemento di D∗ non in-


vertibile e non primo ammette una fattorizzazione unica in fattori primi, a meno di
elementi invertibili.
Dimostrazione. Se a ∈ D ∗ non è invertibile e non è primo, per la proposizione
precedente si ha a = p1 · · · · · pr ; p1 , p2 , . . . , pr elementi primi non necessariamente
distinti. Supponiamo sia anche a = q1 · · · · · qs ; q1 , q2 , . . . , qs elementi primi e, senza
ledere in generalità, sia r ≤ s. Da p1 · · · · · pr = q1 · · · · · qs segue p1 | q1 q2 · · · qs e
pertanto esiste qi tale che p1 | qi da cui qi = p1 d1 con d1 elemento invertibile. Si
ottiene allora p2 · · · · · pr = q1 · · · · · qi−1 d1 qi+1 · · · · · qs . Da p2 | q1 · · · · · d1 · · · · · qs
si ha che esiste qj tale che p2 | qj da cui qj = p2 d2 con d2 elemento invertibile. Si
ottiene allora p3 · · · · · pr = q1 · · · · · d1 · · · · · d2 · · · · · qs . Continuando il procedimento,
se r < s, si arriva ad avere 1 = d1 · · · · · dr qt1 · · · · · qts−r , ma ciò è assurdo perchè qt1
è elemento primo e quindi non invertibile. Si conclude che r = s e perciò i fattori
q1 , q2 , . . . , qr sono, a meno dell'ordine, associati ai fattori p1 , p2 , . . . , pr e perciò le due
fattorizzazioni di a coincidono a meno di elementi invertibili. 

Nota 3.2.16. Se D = Z è l'anello degli interi allora il teorema precedente è noto


come Teorema fondamentale dell'aritmetica (già dimostrato nel corso di Algebra A).

Proposizione 3.2.17. Sia D un dominio euclideo e sia I un suo ideale. I è


massimale se e solo se è generato da un elemento primo.
Dimostrazione. Sia I massimale, I =< a >, a non invertibile. Se a = xy allora
< a >⊂< x >⊂ D e poichè I è massimale risulta < x >=< a > oppure < x >= D.
Se < x >=< a > esiste h ∈ D tale che x = ah da cui a = ahy, 1 = hy e pertanto y
è invertibile. Se < x >= D esiste z ∈ D tale che xz = 1 e pertanto x è invertibile.
Poichè da a = xy segue x invertibile oppure y invertibile, si ha che a è primo.
Viceversa sia I =< a > con a primo, si ha I 6= D perchè a non è invertibile.
Supponiamo < a >⊂< b >⊂ D , allora si ha a = bc e poichè a è primo segue b
invertibile oppure c invertibile. Nel primo caso risulta < b >= D , nel secondo caso
risulta b = ac−1 e quindi < b >=< a >, si conclude pertanto < a > massimale. 
Capitolo 3 Anelli euclidei. 42

Proposizione 3.2.18. Sia D un dominio euclideo e sia I un suo ideale non


banale. I è primo se e solo se è generato da un elemento primo.
Dimostrazione. Sia I =< a > primo, da I 6= D segue a non invertibile, inoltre
se a = bc si ha bc ∈ I e perciò b ∈ I oppure c ∈ I perchè I è primo. Se b ∈ I allora
b = ah, a = ahc, 1 = hc e pertanto c è invertibile. Analogamente se c ∈ I allora b è
invertibile. Rimane così provato che l'elemento a è primo.
Viceversa sia a un elemento primo e sia I =< a >. Si ha I 6=< 0 >, I 6= D ;
inoltre se bc ∈< a > allora bc = ah e perciò a | b oppure a | c. Se a | b allora
b ∈< a >, se a | c allora c ∈< a > e pertanto I è un ideale primo. 

Teorema 3.2.19. Sia D un dominio euclideo e sia I un suo ideale non banale.
I è massimale se e solo se I è primo.
Dimostrazione. Segue dalle due Proposizioni precedenti. 

Un dominio euclideo particolarmente importante è l'anello degli interi di Gauss.

Denizione 3.2.20. Si denisce anello dei numeri (o interi) di Gauss l'in-


sieme
Z[i] = {a + ib | a, b ∈ Z, i2 = −1}

Proposizione 3.2.21. L'insieme Z[i] dei numeri di Gauss è un dominio euclideo


rispetto all'applicazione υ : Z[i]∗ → N denita da υ(a + ib) = a2 + b2 .
Dimostrazione. L'insieme Z[i] è sottoinsieme del campo C dei numeri comples-
si. Risulta essere chiuso rispetto l'addizione e la moltiplicazione di C ed è immediato
vericare che Z[i] è un dominio di integrità. Verichiamo che υ è una valutazio-
ne. Qualunque sia z = a + ib ∈ Z[i]∗ , υ(z) = a2 + b2 ∈ N; inoltre, poichè in
C si ha υ(zw) = υ(z)υ(w), risulta υ(z) ≤ υ(zw) per ogni z, w ∈ Z[i]. Resta da
provare la proprietà della ” divisione ”. Se w = c + id 6= 0 allora in Q[i] si ha
w−1 = w̄υ(w)−1 = cc−id2 +d2 (con w̄ coniugato di w ), quindi esistono α, β ∈ Q tali che
−1
zw = α + iβ . Qualunque siano α, β ∈ Q, esistono u, t ∈ Z tali che
1 1
|u − α| ≤ e |t − β| ≤ e pertanto
2 2
z = w(α + iβ) = w[(α − u + u) + i(β − t + t)] = w(u + it) + w[(α − u) + i(β − t)].
Posto q = u + it e r = w[(α − u) + i(β − t)] possiamo scrivere z = qw + r con q ∈ Z[i],
e r = z − qw ∈ Z[i] perchè dierenza di due elementi di Z[i]. Proviamo inne la
Capitolo 3 Anelli euclidei. 43

condizione su r : υ(r) = υ(w)υ[(α − u) + i(β − t)] = υ(w)[(α − u)2 + (β − t)2 ] ≤


υ(w)( 14 + 14 ) = 21 υ(w) < υ(w). 

Nota 3.2.22.
(1) Gli elementi invertibili di Z[i] sono +1, −1, +i, −i. Infatti si ha a + ib inver-
tibile se e solo se υ(a + ib) = υ(1), ossia se e solo se a2 + b2 = 1 da cui a = 0
e b = ±1 oppure a = ±1 e b = 0. Considerando i due casi si ottiene la tesi.
(2) Dalla denizione, sappiamo che se D è un anello euclideo allora se a, b ∈
D, b 6= 0, esistono q ed r tali che a = bq + r con r = 0 oppure υ(r) < υ(b).
Negli anelli Z e K[x] con K campo, gli elementi q ed r sono univocamente
determinati, ma ciò non vale in ogni anello euclideo. Infatti, per esempio,
in Z[i] si ha 2 + i = (1 + i)(1 − i) + i, ma si ha anche 2 + i = (1 + i) · 1 + 1.

Per cercare quali sono gli elementi primi dell'anello Z[i], occorre premettere alcuni
risultati relativi ai campi niti (Zp , +, ·).

Proposizione 3.2.23. Sia (Zp , +, ·) il campo con p primo, p ≡ 1 mod 4. Allora


−1 = [p − 1] è un quadrato di Zp .
Dimostrazione. Anzitutto osserviamo che in Z∗p solo −1 è elemento di periodo
due, infatti −1 è elemento di periodo due perchè (−1)2 = 1 con −1 6= 1 essendo
p dispari, inoltre se x ∈ Zp è di periodo due allora x2 = 1, (x + 1)(x − 1) = 0 e
dunque x = −1 oppure x = 1. L'insieme H = {x2 | x ∈ Z∗p } dei quadrati di Z∗p è
un sottogruppo di Z∗p perchè è chiuso rispetto al prodotto e poichè x2 = y 2 se e solo
p−1 p−1
se x = ±y , si ha |H| = 2 . Poichè p ≡ 1 mod 4 si ha che 2 divide 2 e perciò
p−1
2
è pari e questo assicura che in H c'è almeno un elemento di periodo 2, ma allora
−1 ∈ H perchè −1 è l'unico elemento di periodo 2 di Z∗p . 

Proposizione 3.2.24. Sia p primo, p ≡ 1 mod 4. Allora esistono a, b ∈ Z tali


che p = a2 + b2 .
Dimostrazione. Poichè p ≡ 1 mod 4, si ha che in Zp l'elemento −1(= p−1) è un
quadrato ossia esiste z ∈ Zp tale che z 2 ≡ −1 mod p e pertanto esiste n ∈ N tale che
np = z 2 + 1. Nell'anello Z[i] si ha dunque np = (z + i)(z − i). Se p fosse un elemento
primo di Z[i] si avrebbe p|(z + i) oppure p|(z − i) e ciò è assurdo. Infatti se p|(z + i)
allora z +i = p(x+yi) da cui z = px e 1 = py che è assurdo; analogamente se p|(z −i)
allora z − i = p(x0 + y 0 i) da cui z = px0 e 1 = −py 0 che è assurdo. Dunque p non è
primo in Z[i] e perciò si ha p = (a + bi)(h + ki) con a + bi, h + ki ∈ Z[i] non invertibili
ossia, indicata con v la valutazione, a2 + b2 = v(a + bi) 6= 1 e h2 + k 2 = v(h + ki) 6= 1.
Capitolo 3 Anelli euclidei. 44

Otteniamo pertanto v(p) = v((a + bi)(h + ki)) cioè p2 = (a2 + b2 )(h2 + k 2 ) ed essendo
a2 + b2 6= 1, h2 + k 2 6= 1 si ha a2 + b2 = h2 + k 2 = p. 

Proposizione 3.2.25. Sia p primo, p ≡ 3 mod 4. Allora in (Zp , +, ·) l'elemento


−1 non è un quadrato.
Dimostrazione. Se in Zp esistesse a tale che a2 = −1, l'elemento a avrebbe
periodo 4 in Z∗p e perciò 4 dovrebbe dividere p − 1 ma ciò è assurdo perchè p ≡ 3
mod 4. 

Corollario 3.2.26. Se p primo dispari, p ≡ 3 mod 4, allora p non è esprimibile


come somma di due quadrati di interi.
Dimostrazione. Se fosse p = a2 + b2 allora in (Zp , +, ·) risulta a2 + b2 = 0 da
cui a2 = −b2 , a2 b−2 = −1 e pertanto −1 = (ab−1 )2 ∈ Zp è un quadrato e ciò è assurdo
per la proposizione precedente. 

Teorema 3.2.27. Nell'anello Z[i] degli interi di Gauss, gli elementi primi, a
meno di elementi associati, sono:
(1) gli elementi a + bi con a2 + b2 = 2 oppure a2 + b2 = p con p intero primo
tale che p ≡ 1 mod 4;
(2) gli interi primi p con p ≡ 3 mod 4.

Dimostrazione. Dapprima proviamo che se a + ib tale che υ(a + ib) = a2 + b2


è primo in Z allora a + ib è primo in Z[i]. Infatti, sia a + ib = (x + yi)(h + ki); si ha
a2 + b2 = (x2 + y 2 )(h2 + k 2 ) ed essendo a2 + b2 primo in Z segue x2 + y 2 = 1 oppure
h2 + k 2 = 1 ossia a + ib primo in Z[i]. Proviamo ora che se a + ib è primo in Z[i]
allora esiste p ∈ Z, p primo in Z, tale che (a + ib)|p in Z[i]. Infatti da a + ib primo
in Z[i] segue a2 + b2 = υ(a + bi) > 1; fattorizziamo a2 + b2 in Z nel prodotto di interi
primi: a2 + b2 = p1 p2 · · · pr allora (a + bi)(a − bi) = p1 p2 · · · pr in Z[i]. Poichè a + bi è
primo ne segue che a + bi divide uno dei numeri p1 p2 · · · pr e pertanto esiste p, primo
in Z, tale che (a + ib)|p. Ne segue che gli elementi primi in Z[i] si devono cercare fra
gli elementi che risultano in Z[i] divisori degli interi primi in Z.
L'intero 2 non è primo in Z[i] perchè 2 = (1 + i)(1 − i). I fattori (1 + i), (1 − i)
sono primi in Z[i] (infatti è υ(1 + i) = υ(1 − i) = 2) ed essi sono i soli fattori primi
di 2; rimane così provata la prima parte della (1).
Se p è un intero primo in Z con p ≡ 1 mod 4 si ha p = a2 + b2 e dunque
p = (a + bi)(a − bi) e perciò p non è primo in Z[i] ma lo sono i fattori a + bi e a − bi
Capitolo 3 Anelli euclidei. 45

(infatti è υ(a + bi) = υ(a − bi) = p intero primo in Z). In Z[i] non esistono altri
fattori primi di p e pertanto rimane completamente provata la (1).
Proviamo ora la (2) ossia se p è un intero primo in Z con p ≡ 3 mod 4 allora p è
primo in Z[i]. Infatti, sia p = (a + bi)(h + ki); si ha υ(p) = p2 = (a2 + b2 )(h2 + k 2 ); da
p ≡ 3 mod 4 segue che p non si può esprimere come somma di due quadrati e perciò
si ha a2 + b2 = 1 oppure h2 + k 2 = 1 ossia a + bi invertibile oppure h + ki invertibile
e pertanto p è primo. Ovviamente sono primi anche ±p, ±pi (gli elementi associati
di p). 

A conclusione del paragrafo riassumiamo le denizioni principali e alcune pro-


prietà relative ad un dominio d'integrità unitario D e agli anelli Z, Z[i], K[x] con K
campo.

a|b (a divide b) ⇔ esiste c ∈ D tale che b = ac


a ∼ b (a è associato a b) ⇔ a|b e b|a
a è elemento invertibile ⇔ esiste b ∈ D tale che ab = ba = 1
a 6= 0 non invertibile è irriducibile ⇔ a = bc implica b oppure c invertibile
a è primo ⇔ a|bc implica che a|b oppure a|c

Anello Valutazione Valutazione minima Elementi invertibili

Z υ(x) = |x| 1 +1, −1


K υ(x) = 1 1 ogni x 6= 0
K[x] υ(f (x)) = degf (x) 0 costanti non nulle
Z[i] υ(a + ib) = a2 + b2 1 +1, −1, +i, −i

3. Esercizi

Esercizio 3.3.1.
Sia K un campo. Dimostrare che un ideale proprio di K[x] è massimale se e solo se
è generato da un polinomio f (x) tale che deg f (x) 6= 0 e f (x) 6= g(x)h(x) per ogni
g(x), h(x) ∈ K[x] con deg g(x) 6= 0, deg h(x) 6= 0.
Soluzione - Sia I ideale, I ⊂ K[x], I =< f (x) >.
• Se deg f (x) = 0 allora I = K[x] contro l'ipotesi.
Capitolo 3 Anelli euclidei. 46

• Sia deg f (x) ≥ 1. Allora < f (x) > massimale ⇔ non esiste g(x) tale
che < f (x) >⊂< g(x) >⊂ K[x] ⇔ f (x) 6= g(x)h(x) con deg g(x) ≥ 1,
deg h(x) ≥ 1.

Esercizio 3.3.2.
In Z5 [x] si considerino i polinomi f (x) = x4 + 1 e g(x) = x3 + x2 − 2x + 3. Sia
I =< f (x), g(x) > l'ideale generato da f (x) e g(x). Si dimostri che Z5I[x] è un campo.

Soluzione - L'ideale I è principale perchè Z5 [x] è un dominio euclideo ed è gene-


rato dal M CD(f (x), g(x)) che calcoliamo utilizzando la divisione euclidea. Si trova
M CD(f (x), g(x)) = 3x2 + 4, dunque I =< 3x2 + 4 >. Per sostituzione si verica
subito che nessun elemento di Z5 [x] è radice di 3x2 + 4 ed essendo un polinomio di
grado minore uguale a 3, ciò è suciente per aermare che 3x2 + 4 è irriducibile in
Z5 [x]. L'ideale i è pertanto massimale essendo generato da un polinomio irriducibile
Z5 [x]
e quindi I
è un campo.

Esercizio 3.3.3.
Nell'anello Z(i) degli interi di Gauss si considerino I = {a + ib ∈ Z(i) | a + b ≡
0mod2} e J = {(x − y) + i(x + y) | x, y ∈ Z}. Si dimostri che I e J sono ideali di
Z(i) e se ne indichi un generatore.
Soluzione - I sarà generato da un qualsiasi suo elemento α 6= 0 con valutazione
v(α) minima ed essendo I un ideale proprio sarà v(α) ≥ 2. Poichè 1 − i ∈ I e
v(1 − i) = 2, è I =< 1 − i >. D'altra parte se a + ib ∈ I con a + b = 2k , si ha
a + ib = (1 − i)[(1 + i)k − b]. Risulta I = J .
CAPITOLO 4

Corpi e Campi.

Abbiamo iniziato a studiare le strutture algebriche denite tramite due operazioni


interne partendo dalla struttura algebrica di anello. Quando in un anello le due
operazioni determinano entrambe un gruppo commutativo, si ottiene la più completa
struttura algebrica denita a partire da due operazioni. È la struttura di campo.
In particolare determineremo, a meno di isomorsmi, tutti i campi niti e le loro
proprietà più importanti.

1. Denizioni, proprietà, esempi

Ricordiamo la denizione di queste importanti strutture algebriche.

Denizione 4.1.1. Un corpo è una terna (K, +, ·) dove K 6= ∅, ” + ” e ” · ” sono


operazioni binarie su K tali che:
(1) (K, +) è un gruppo abeliano.
(2) (K∗ , ·) è un gruppo.
(3) a(b + c) = ab + bc e (a + b)c = ac + bc per ogni a, b, c ∈ K.
Un corpo in cui (K∗ , ·) sia abeliano prende il nome di campo.

Esempi 4.1.2.
(1) Sono campi inniti (Q, +, ·), (R, +, ·), (K(x), +, ·), (Zp (x), +, ·).
(2) (Zp , +, ·) è un campo nito.
(3) (Q, +, ·) è sottocampo di (R, +, ·).

Denizione 4.1.3. Sia (K, +, ·) un corpo (rispettivamente campo) e sia H ⊆


K, H 6= ∅. Si dice che H è un sottocorpo (rispettivamente sottocampo ) di (K, +, ·)
se (H, +, ·) è un corpo (rispettivamente campo) rispetto alle stesse operazioni ” + ”
e ” · ” denite in K.
47
Capitolo 4 Corpi e Campi. 48

Sia (K, +, ·) un corpo (rispettivamente campo) e sia H ⊆ K contenente almeno


due elementi. H è un sottocorpo (rispettivamente sottocampo) se e solo se a − b ∈ H
per ogni a, b ∈ H e a · b−1 ∈ H per ogni a, b ∈ H con b 6= 0.

Denizione 4.1.4. Sia (K, +, ·) un campo. L'intersezione di tutti i sottocampi


di K è un campo detto sottocampo fondamentale (o minimo o primo) di K.

Poichè i corpi e i campi sono dei domini di integrità, per essi vale quanto già
dimostrato per i domini di integrità. In particolare:
(1) Sia K un corpo o un campo. Se per ogni n ∈ N∗ e per ogni a ∈ K∗ si ha
n · a 6= 0, allora si dice che K ha caratteristica 0, scriveremo carK = 0. Si
dice che K ha caratteristica m se m è il più piccolo intero positivo tale che
m · a = 0 per ogni a ∈ K, scriveremo carK = m.
(2) La caratteristica di un corpo o di un campo è zero oppure un numero primo.
(3) Un corpo o un campo nito ha sicuramente caratteristica nita mentre non
vale il viceversa. Ad esempio se p è un numero primo allora il campo dei
quozienti Zp (x) è un campo innito ma ha caratteristica nita p.

Teorema 4.1.5. Sia (K, +, ·) un campo. Se K ha caratteristica 0 il suo sot-


tocampo fondamentale è isomorfo a Q. Se K ha caratteristica p il suo sottocampo
fondamentale è isomorfo al campo Zp .
Dimostrazione. Sia H il sottocampo fondamentale di K ossia l'intersezione di
tutti i sottocampi di K; indichiamo con u l'elemento neutro di (K∗ , ·). Distinguiamo
i due casi.
1◦ caso. Sia carK = 0 e sia f : Q → K denita da f ( m n
) = (mu)(nu)−1 . La corri-
m r
spondenza f è un'applicazione, infatti se n = s si ha ms = nr e perciò (mu)(su) =
(nu)(ru) da cui (mu)(nu)−1 = (ru)(su)−1 cioè f ( m n
) = f ( rs ). Dimostriamo ora che
f è un omomorsmo.
• f(m n
+ rs ) = f ( ms+nr
ns
) = (ms + nr)u(nsu)−1 ;
f(m n
) + f ( rs ) = (mu)(nu)−1 + (ru)(su)−1 = (mu)(su)(su)−1 (nu)−1 +
+(ru)(nu)(nu)−1 (su)−1 = [(mu)(su) + (ru)(nu)](nu)−1 (su)−1 =
= (ms + nr)u[(nu)(su)]−1 = (ms + nr)u(nsu)−1
e pertanto f ( m n
+ rs ) = f ( m
n
) + f ( rs ).
• f ( n · s ) = f ( ns ) = (mru)(nsu)−1 = (mu)(ru)[(nu)(su)]−1 =
m r mr

= (mu)(nu)−1 (ru)(su)−1 = f ( m n
) · f ( rs ).
Poichè f è un omomorsmo fra campi, il suo nucleo è un ideale banale ossia Kerf = Q
oppure Kerf = {0}, poichè f è non nullo segue Kerf = {0} e pertanto f è iniettivo.
Capitolo 4 Corpi e Campi. 49

Allora f (Q) è un sottocampo di K isomorfo a Q. Risulta dunque H ⊆ f (Q) =


{(mu)(nu)−1 | m, n ∈ Z, n 6= 0}. D'altra parte gli elementi di f (Q) sono contenuti
in ogni sottocampo di K e pertanto f (Q) ⊆ H da cui H = f (Q).
2◦ caso. Sia carK = p e sia g : Zp → K denita da g([n]) = nu. La corrispondenza
g è un'applicazione, infatti se è [n] = [m] si ha (n − m) ≡ 0 modp e pertanto
(n − m)u = 0 (perchè carK = p) e quindi nu = mu ossia g([n]) = g([m]).
Dimostriamo ora che g è un omomorsmo.
• g([n] + [m]) = g([n + m]) = (n + m)u = (nu) + (mu) = g([n]) + g([m])
• g([n] · [m]) = g([nm]) = nmu = (nu)(mu) = g([n]) · g([m])
Poichè g è un omomorsmo fra campi, il suo nucleo è un ideale banale ossia Kerg =
Zp oppure Kerg = {0}, poichè g è non nullo segue Kerg = {0} e pertanto g è iniettivo.
Allora g( Zp ) è un sottocampo di K isomorfo a Zp . Risulta dunque H ⊆ g(Zp ) =
{nu | n ∈ Z} = {0, u, 2u, . . . , (p − 1)u} e poichè 0, u, 2u, . . . , (p − 1)u sono contenuti
in ogni sottocampo di K, si ha g( Zp ) ⊆ H e pertanto H = g(Zp ). 

Da quanto dimostrato si può pertanto aermare che ogni campo di caratteristica


zero ”contiene ” il campo Q dei razionali, mentre ogni campo di caratteristica p
”contiene ” il campo Zp delle classi resto modulo p.

Sappiamo che esistono domini di integrità inniti che non sono campi, per esempio
(Z, +, ·). Ma attenzione che ciò non vale per i domini d'integrità niti, vale infatti
la seguente Proposizione.

Proposizione 4.1.6. Ogni dominio di integrità nito è un campo.


Dimostrazione. Sia D = {0, a1 , a2 , . . . , an } un dominio d'integrità nito e sia
ai ∈ D, ai 6= 0. Consideriamo gli elementi ai a1 , ai a2 , . . . , ai an , essi sono tutti distinti
perchè se ai ar = ai as , r 6= s, si ha ai (ar − as ) = 0 da cui ar = as essendo D
privo di divisori dello zero. Gli n prodotti considerati sono dunque tutti gli elementi
di D ∗ e in particolare, ricordando che D è commutativo, esiste au ∈ D ∗ tale che
ai au = au ai = ai . L'elemento au è elemento neutro di (D∗ , ·), infatti sia x = ai ak un
qualunque elemento di D ∗ ; allora si ha x = ai ak = (ai au )ak = (au ai )ak = au (ai ak ) =
au x, dunque au è tale che x = au x e per la commutatività x = au x = xau ; per la
generalità di x rimane provato che au è elemento neutro di (D ∗ , ·). Per semplicità
di scrittura indichiamo au con 1 e dimostriamo che ogni elemento di D ∗ ammette
l'inverso. Poichè 1 ∈ D ∗ esiste aj ∈ D ∗ tale che ai aj = 1 e pertanto in D ∗ esiste
l'inverso di ogni ai 6= 0. 

Corollario 4.1.7. Ogni corpo nito è un campo.


Capitolo 4 Corpi e Campi. 50

Dimostrazione. Segue dal fatto che un corpo è un dominio d'integrità. 

2. Estensione di campi

Nello studio di una teoria matematica è importante determinare quale è l'am-


biente minimo in cui essa ha senso e trova giusticazione. Ad esempio, nella teoria
delle equazioni algebriche è importante determinare quale è il più piccolo campo in
cui una equazione ammette tutte le radici (cioè tutte le soluzioni). Se ad esempio
consideriamo l'equazione x2 + 7 = 0, nel campo Q dei razionali essa non ha nessuna

soluzione,
√ ma nel campo R dei numeri reali troviamo entrambe le√sue soluzioni:
√ 7
e − 7. Il campo R non è però il più piccolo campo contenente 7 e − 7. Infatti
per√avere un campo
√ in cui x + 7 = 0 ha tutte le radici, basta prendere il campo
2

Q( 7) = {a + b 7 | a, b ∈ Q} che è contenuto propriamente nel campo R. Appare


naturale porre la seguente denizione.

Denizione 4.2.1. Siano K ed F campi. Si dice che F è un ampliamento (o


estensione o prolungamento ) di K se F contiene un sottocampo isomorfo a K. Se
F è ampliamento di K, si identica K con il sottocampo di F isomorfo a K.

Ad esempio il campo R dei numeri reali è un ampliamento del campo Q dei


razionali, il campo C dei numeri complessi è un ampliamento del campo R e del
campo Q.
Si osservi che per quanto dimostrato sulla caratteristica di un campo, si può dire
che un campo K di caratteristica 0 è un ampliamento di Q mentre un campo di
caratteristica p è un ampliamento di Zp .

Nota 4.2.2. E' importante osservare che dalla denizione posta, segue che un
campo F, rispetto alle sue due operazioni, si può pensare come spazio vettoriale
sopra un suo qualunque sottocampo K. Infatti ogni elemento di F si può pensare
come combinazione lineare di elementi di F a coecienti in K. Si può allora parlare,
ad esempio, di elementi di F linearmente dipendenti o indipendenti rispetto a K,
oppure di dimensione di F su K ecc. .

Denizione 4.2.3. Si denisce grado dell'ampliamento F sul campo K la di-


mensione di F su K come spazio vettoriale e si indica con [F : K]. Un ampliamento
si dice nito se il suo grado è nito, innito in caso contrario.
Capitolo 4 Corpi e Campi. 51

Esempi 4.2.4.
(1) [C : R] = 2 perchè {1, i} è una base di C rispetto ad R.
(2) Il campo R(x) delle funzioni razionali a coecienti in R ha dimensione in-
nita su R perchè le innite funzioni 1, x, x2 , x3 , . . . , xi , . . . , sono linearmente
indipendenti su R.

In questa trattazione, studieremo in particolare gli ampliamenti di grado nito.

Teorema 4.2.5. Sia F un ampliamento nito di H di grado n e H sia un


ampliamento nito di K di grado m. Allora F è un ampliamento nito di K di grado
n · m.
Dimostrazione. Sia [F : H] = n, [H : K] = m e siano F = {x1 , x2 , . . . , xn } una
base di F su H e H = {y1 , y2 , . . . , ym } una base di H su K. Per dimostrare il teorema,
dimostriamo che gli elementi {xi yj , i = 1, . . . n, j = 1, . . . m} costituiscono una base
dello spazio vettoriale F su K.
• Gli xi yj sono generatori. Infatti ogni elemento v ∈ F si può esprime-
re in uno ed un sol modo P come combinazione lineare di x1 , x2 , . . . , xn a
coecienti in H : v = ni=1 hi xi , hi ∈ H; d'altra parte ogni elemento
hi ∈ H si può esprimere in uno ed un sol modo comeP combinazione lineare
n Pm
di y1 , y2 , . . . , ym a coecienti in K, pertanto si ha v = i=1 ( j=1 ij j )xi =
k y
kij ∈ K.
P
i,j kij yj xi ,
• Gli xi yj sono linearmente indipendenti su K. PInfatti se supponiamo
n Pm
, allora si ha ij yj )xi con
P
k y x
ij j i = 0, kij ∈ K 0 = ( j=1 kP
Pi,j
m
i=1
m
j=1 kij yj ∈ K e pertanto, essendo gli xi indipendenti su H, si ha j=1 kij yj =
0. Dalla indipendenza degli yj su K segue kij=0 per ogni i, j.


Corollario 4.2.6. Siano F1 , F2 , . . . , Fn campi tali che Fi+1 è un ampliamento di


Fi di grado nito mi per ogni i = 1, 2, . . . , n − 1. Allora Fn è ampliamento di F1 di
grado m1 · m2 · · · · · mn−1 .
Dimostrazione. Si procede per induzione su n. 

Corollario 4.2.7. Sia F un ampliamento nito di K e sia H un sottocampo di F


contenente K. Allora il grado [H : K] divide il grado [F : K].
Capitolo 4 Corpi e Campi. 52

Dimostrazione. Poichè F è spazio vettoriale su K, anche H è spazio vettoriale


su K; inoltre se F ha dimensione nita su K, a maggior ragione F ha dimensione
nita su H (ampliando il campo degli scalari diminuiscono gli elementi indipendenti
ossia si abbassa la dimensione). Per il teorema precedente risulta
[F : K] = [F : H][H : K] ⇒ [H : K] | [F : K].


Corollario 4.2.8. Sia [F : K] = p numero primo, allora non ci sono campi


intermedi fra F e K.

Corollario 4.2.9. Fra il campo C dei numeri complessi e il campo R dei numeri
reali non ci sono campi intermedi.
Dimostrazione. Se R ⊂ H ⊂ C, poichè [C : R] = 2 allora deve essere [R : H] =
1 oppure [H : C] = 1 e pertanto R = H oppure C = H. 

Nota 4.2.10. Le coppie di numeri reali si possono strutturare come campo: il


campo dei numeri complessi C = R × R. Altrettanto si può fare con le quaterne di
numeri reali e ottenere il corpo dei quaternioni reali: H = R × R × R × R (vedi Ÿ8).
Poichè R ⊂ C ⊂ H e [C : R] = 2, [H : R] = 4, il Teorema assicura che fra C e H
non può esserci nessun corpo e dunque le terne di numeri reali non possono essere
strutturate come corpo, a dierenza delle coppie e delle quaterne.

Dato un campo K e un suo ampliamento F, ci chiediamo come costruire degli


ampliamenti intermedi fra K ed F. Cominciamo con il caso più semplice, ampliamo
K con un solo elemento v ∈ F, ossia cerchiamo il più piccolo sottocampo di F che
contenga K e v . Questo campo è detto estensione semplice del campo K e si indica
con K(v) (da non confondere con K[v] che invece indica il più piccolo sottoanello di
F contenente K e v ).
L'ampliamento semplice di K mediante v è dunque il sottocampo di F costitui-
to dalla intersezione di tutti i sottocampi ciascuno dei quali contiene sia K che v .
Determiniamo come sono fatti i suoi elementi.

Proposizione 4.2.11. Sia F un'estensione di K e sia v ∈ F. Allora


f (v)
K(v) = { | f (x) ∈ K[x], g(x) ∈ K[x]; g(v) 6= 0}.
g(v)
Capitolo 4 Corpi e Campi. 53

Dimostrazione. Posto f (v) = a0 + a1 v + a2 v 2 + · · · + an v n e g(v) = b0 + b1 v +


b2 v + · · · + bm v , gli elementi dell'insieme
2 m

2 n
{ ba00+b
+a1 v+a2 v +···+an v
2
1 v+b2 v +···+bm v
m | ai , bj ∈ K; n, m ∈ N; b0 + b1 v + b2 v + · · · + bm v
2 m
6= 0}
formano banalmente un sottocampo di F che contiene K e v e che è contenuto in
ogni sottocampo di F contenente K e v . 

Esempi 4.2.12.
(1) Sia K = Q, F = R, v = π . La proposizione precedente assicura che
n
Q(π) = { ba00+b +a1 π+···+an π
1 π+···+bm π
m | ai , bj ∈ Q; n, m ∈ N; b0 + b1 π + · · · + bm π
m
6= 0}

(2) Sia K = Q, F = R, v = 5. La proposizione precedente assicura che
√ √ √
+a1 5+···+an ( 5)n
√ √ m
Q( 5) = { ba0+b √ √
m | a i , bj ∈ Q; b 0 + b 1 5 + · · · + b m ( 5) 6= 0}.
√ 02 1 5+···+bm ( 5) √
Poichè ( 5) = √5, le espressioni degli elementi di Q( 5) si riducono a

a0 +a1√ 5 a0 +a1√ 5
√ b −b √5 √ b0 b1

b0 +b1 5
; ma b +b 5 = (a0 +a1 5)· b2 −5b2 = (a0 +a1 5)·[ b2 −5b
0 1
2 −( b2 −5b2 ) 5]
b0
0
b1
1 0 √1
a0 +a1√ 5
√ 0 1 0 1

con b2 −5b 2 , b2 −5b2 ∈ Q e pertanto


b +b 5
= q0 + q1 5, q0 , q1 ∈ Q . Dunque
0 1 0 1 0 1

√ √
Q( 5) = {q0 + q1 5 | q0 , q1 ∈ Q}.

È importante osservare che nel caso del secondo esempio l'espressione con cui
si scrivono gli elementi dell'ampliamento semplice si semplica, mentre nel primo
esempio questa semplicazione non si può fare. Il motivo di questa diversità è nella
tipologia dell'elemento v con cui si amplia Q.

Denizione 4.2.13. Sia F un ampliamento del campo K e sia v ∈ F. L'elemento


v è detto algebrico rispetto a K se esiste un polinomio f (x) ∈ K[x], f (x) 6= 0, tale
che f (v) = 0. Si dice che v è trascendente rispetto a K se non è algebrico, ossia
f (v) 6= 0 per ogni f (x) ∈ K[x], f (x) 6= 0.

Esempi

4.2.14.
• 2 ∈ R è algebrico rispetto al campo Q dei razionali perchè radice del
polinomio x2 − 2 ∈ Q[x] .
• π ∈ R e il numero di Nepero e ∈ R sono trascendenti rispetto al campo Q ma
sono algebrici rispetto al campo R dei reali perchè radici, rispettivamente,
del polinomio x − π ∈ R[x] e del polinomio x − e ∈ R[x].
Capitolo 4 Corpi e Campi. 54

• Il numero complesso i, i2 = −1, è algebrico sia rispetto ad R che rispetto a


Q perchè radice del polinomio x2 + 1 ∈ R[x] e anche x2 + 1 ∈ Q[x].
• Se K campo, ogni a ∈ K è algebrico rispetto a K perchè radice del polinomio
x − a ∈ K[x].

Con i termini numeri algebrici o numeri trascendenti si intendono gli ele-


menti algebrici o trascendenti del campo C dei numeri complessi rispetto al campo Q
dei razionali. E' facile dimostrare che i numeri algebrici hanno la cardinalità del nu-
merabile, mentre i numeri trascendenti hanno la cardinalità del continuo e pertanto
sono molto di più i numeri trascendenti rispetto a quelli algebrici contrariamente a
quanto si poteva immaginare. Però risulta molto dicile dimostrare che un numero
è trascendente.

Dimostreremo che gli elementi dell'ampliamento semplice K(v) si possono scrivere


in forma più semplice come visto nell'esempio (2) di 4.2.12 solo quando v è elemento
algebrico rispetto a K.

Teorema 4.2.15. Sia K ⊂ F, sia v ∈ F algebrico rispetto a K e sia p(x) ∈ K[x]


tale che p(v) = 0. Il polinomio p(x) è di grado minimo fra tutti i polinomi di K[x]
che ammettono v come radice se e solo se p(x) è irriducibile in K[x].
Dimostrazione. Sia p(x) di grado minimo fra i polinomi che ammettono v
come radice: p(v) = 0. Supponiamo per assurdo che p(x) sia riducibile, ossia p(x) =
h(x)k(x) con h(x), k(x) ∈ K[x]. Da p(v) = 0 segue h(v)k(v) = 0 e dunque h(v) = 0
oppure k(v) = 0. Se è h(v) = 0 allora deg h(x) = deg p(x) e quindi k(x) è una
costante (non nulla); se è k(v) = 0 allora risulta una costante non nulla il polinomio
h(x). In ogni caso uno dei fattori è costante e quindi p(x) è irriducibile in K[x].
Viceversa, sia p(x) irriducibile in K[x], p(v) = 0. Sia f (x) ∈ K[x] un polinomio
di grado minimo fra i polinomi di K[x] che ammettono v come radice e pertanto
1 ≤ degf (x) ≤ deg p(x); proviamo che è deg p(x) = deg f (x). Esistono q(x), r(x) ∈
K[x] tali che p(x) = f (x)q(x) + r(x) con r(x) = 0 oppure deg r(x) < deg f (x).
Quando x = v l'uguaglianza ci dà p(v) = f (v)q(v) + r(v) e dunque (essendo f (v) =
p(v) = 0) r(v) = 0; questo comporta r(x) = 0 altrimenti verrebbe contraddetta
l'ipotesi di minimo fatta sul grado di f (x). Pertanto p(x) = f (x)q(x) e poichè p(x)
è irriducubile in K[x] ed f (x) non è una costante si ha q(x) costante (non nulla) e
dunque deg p(x) = deg f (x). 

Proposizione 4.2.16. Sia K ⊂ F e sia v ∈ F algebrico rispetto a K. I polinomi


di K[x] che ammettono v come radice formano un ideale massimale di K[x].
Capitolo 4 Corpi e Campi. 55

Dimostrazione. Sia p(x) ∈ K[x] di grado minimo fra i polinomi di K[x] che
ammettono v come radice; sia f (x) ∈ K[x] con f (v) = 0; dividendo f (x) per p(x) si
ottiene f (x) = p(x)q(x) + r(x) e risulta r(v) = 0, ciò implica r(x) = 0 altrimenti sa-
rebbe contraddetta l'ipotesi di minimo fatta su deg p(x); dunque è f (x) = p(x)q(x).
Allora i polinomi di K[x] che ammettono v come radice sono tutti e soli quelli del-
l'ideale I = < p(x) >. Poichè K[x] è anello euclideo e p(x) è irriducibile in K[x] (e
dunque elemento primo di K[x]), si ha I massimale. 

Denizione 4.2.17. Sia K ⊂ F. L'elemento v ∈ F è detto algebrico di grado


n rispetto a K se è radice di un polinomio irriducibile di K[x] di grado n.
Esempi.
• Il numero complesso i è algebrico di grado 2 rispetto al campo R dei reali ed
anche rispetto al campo Q dei razionali perchè è radice del polinomio x2 + 1
irriducibile in R.√
• Il numero reale 2 è algebrico di grado 2 rispetto a Q perchè è radice del
polinomio x2 − 2 irriducibile in Q.
• Ogni elemento di un campo K è algebrico di grado 1 rispetto a K.

Teorema 4.2.18. Sia K ⊂ F e sia v ∈ F algebrico di grado n rispetto a K.


Allora si ha
K(v) = {a0 + a1 v + . . . + an−1 v n−1 | ai ∈ K}.
Dimostrazione. Sia p(x) ∈ K[x] irriducibile in K[x], deg p(x) = n, tale che
p(v) = 0. Sia K̄ = {a0 + a1 v + . . . + an−1 v n−1 | ai ∈ K}. Proviamo che K̄ è il
più piccolo sottocampo di F contenente K e v , ossia è il campo K(v) ampliamento
semplice di K tramite v . Sia p(x) = h0 + h1 x + · · · + hn xn , hn 6= 0, p(v) = 0, p(x) ∈
K[x]; risulta h0 + h1 v + · · · + hn v n = 0 e poichè hn 6= 0, v n = −1 hn
(h0 + h1 v +
· · · + hn−1 v ) ossia l'elemento v si scrive come combinazione lineare degli elementi
n−1 n

v, v 2 , . . . , v n−1 e pertanto il prodotto di due elementi di K̄ è ancora un elemento di K̄


e K̄ risulta un campo d'integrità; per dimostrare che è un campo occorre dimostrare
che per ogni a ∈ K̄, a 6= 0, esiste a−1 ∈ K̄. Sia a ∈ K̄, a 6= 0, a = k0 + k1 v +
· · · + kn−1 v n−1 , allora q(x) = k0 + k1 x + · · · + kn−1 xn−1 ∈ K[x] è tale che q(v) =
a 6= 0. Il M CD(q(x), p(x)) è un divisore di p(x) ed essendo p(x) irriducibile risulta
M CD(q(x), p(x)) = 1 oppure M CD(q(x), p(x)) = p(x). Se M CD(q(x), p(x)) =
p(x) si ha un assurdo perchè signicherebbe che p(x) divide q(x) e quindi q(v) = 0
mentre q(v) = a 6= 0. Deve dunque essere M CD(q(x), p(x)) = 1, allora esistono
λ(x), µ(x) ∈ K[x] tali che λ(x)p(x) + µ(x)q(x) = 1, ma µ(x) = p(x)t(x) + r(x) e
pertanto λ(x)p(x) + p(x)t(x)q(x) + r(x)q(x) = 1 da cui λ(v)p(v) + p(v)t(v)q(v) +
Capitolo 4 Corpi e Campi. 56

r(v)q(v) = 1 e ricordando che p(v) = 0 si ha r(v)q(v) = 1 e poichè q(v) = a si


ha r(v)a = 1 e dunque a ammette l'inverso a−1 = r(v) che appartiene a K̄ perchè
r(v) · a = 1 con a ∈ K̄, 1 ∈ K̄ e quindi anche r(v) ∈ K̄. Si è così dimostrato che K̄ è
un campo. Inne K̄ è il più piccolo sottocampo di F che contiene sia K che v perchè
ogni campo che contiene K e v contiene gli elementi di K̄. Si conclude K̄ = K(v). 

Nota 4.2.19. Come dimostrato, se v ∈ F è algebrico di grado n su K con K ⊂ F,


la scrittura degli elementi del più piccolo campo contenente K e v si semplica e
risulta K(v) = {a0 + a1 v + . . . + an−1 v n−1 | ai ∈ K} (mentre ciò non si può fare se v
è trascendente su K). Questo è il motivo per cui, di norma, quando nelle espressioni
algebriche compare un radicale al denominatore, questo elemento si razionalizza,
in particolare si razionalizza il risultato nale se questo gura con un radicale al
denominatore. Ad esempio, supponiamo che svolgendo i calcoli di un'espressione
algebrica si ottenga come risultato 1+1√2 . Così scritto, non si evidenzia che tale numero

appartiene a Q 2 che è un campo più piccolo di R e i cui elementi √ si scrivono senza
1√
fare intervenire al denominatore dei radicali: 1+ 2 = −1 + 2. Se si stabilisce di
lavorare in R e non si richiede di operare nel più piccolo campo numerico possibile,
l'esercizio è già concluso con il risultato scritto nella forma 1+1√2 .

Esempi 4.2.20.
• R(i) = {a0 + a1 i | a0 , a1 ∈ R, i2 = −1} = C.
• Q(i)
√ = {a0 + a1 i | √a0 , a1 ∈ Q, i2 = −1} ⊂ C.
• Q( 2) = {a0 + a1 2 | a0 , a1 ∈ Q} ⊂ R.

Nota 4.2.21. E' importante osservare che se F e H sono entrambi ampliamenti


semplici di grado n di uno stesso campo K, allora F e H sono isomor come spazi √
vettoriali
√ su K ma non è detto siano isomor come campi . Ad esempio Q( 2)
e Q( 3) sono entrambi ampliamenti di grado√2 di Q, ma √ non sono campi√ isomor.

Infatti supposto esista un isomorsmo φ di Q( √2) in Q( 3), poichè φ(√ 2) = a+b 3
per opportuni a, b ∈ Q, si avrebbe φ(2) = (φ( 2))2 = a2 + 3b2 + 2ab 3. Ma per le
proprietà dell'isomorsmo si avrebbe anche φ(2) = φ(1+1) = φ(1)+φ(1) = 1+1 √ = 2.
Si ha pertanto un assurdo perchè non esistono a, b ∈ Q tali che a2 + 3b2 + 2ab 3 = 2.

Denizione 4.2.22. Il campo F è detto ampliamento algebrico di K se ogni


elemento di F è algebrico rispetto a K, è detto ampliamento trascendente di K
se esiste almeno un elemento di F trascendente rispetto a K.
Capitolo 4 Corpi e Campi. 57

Esempi
• C è ampliamento algebrico di R. Infatti ogni elemento a + ib ∈ C soddisfa
il polinomio x2 − 2ax + (a2 + b2 ) a coecienti in R.
• R è ampliamento trascendente di Q perchè, per esempio, π ∈ R è elemento
trascendente rispetto a Q.

Proposizione 4.2.23. Ogni ampliamento di grado nito di un campo K è un


ampliamento algebrico.
Dimostrazione. Sia [F : K] = n. Poichè F è spazio vettoriale di dimensione
n su K, si ha che n + 1 vettori di F sono sempre linearmente dipendenti rispetto a
K. Sia v ∈ F, i vettori v 0 , v 1 , . . . , v n sono dunque linearmente dipendenti e pertanto
esistono λ0 , λ1 , . . . , λn ∈ K non tutti nulli tali che λ0 v 0 + λ1 v 1 + . . . + λn v n = 0.
Allora v è algebrico rispetto a K perchè radice del polinomio non nullo g(x) =
λ0 + λ1 x + . . . + λn xn ∈ K[x]. 

Nota 4.2.24. Attenzione che il viceversa della Proposizione ora dimostrata non
vale. Infatti sia A il campo dei numeri algebrici ossia l'insieme di tutti i numeri
algebrici su Q. Per ogni elemento a ∈ A, essendo a algebrico su Q, si ha [Q(a) : Q] =
t < ∞ ma risulta
[A : Q] = ∞.

Infatti supponiamo per assurdo [A : Q] = n; consideriamo a = 2, esso è radice
n+1

del polinomio x n+1


− 2 irriducibile su Q e pertanto a ha grado n + 1 ed è algebrico
su Q e quindi a ∈ A e risulta [Q(a) : Q] = n + 1 > [A : Q] = n e ciò è assurdo perchè
per ogni a ∈ A si ha [A : Q] > [Q(a) : Q].

Teorema 4.2.25. Sia K sottocampo di F. L'elemento v ∈ F è algebrico di


grado n rispetto a K se e solo se K(v) è ampliamento di K di grado nito n.
Dimostrazione. Sia v algebrico di grado n rispetto a K, allora K(v) = {a0 +
n−1
a1 v + · · · + an−1 v | ai ∈ K}; dimostriamo che K(v) è ampliamento di grado nito
n. I vettori v 0 , v 1 , . . . , v n−1 sono linearmente indipendenti rispetto a K, infatti siano
λi ∈ K tali che λ0 v 0 + λ1 v 1 + . . . + λn−1 v n−1 = 0. Allora v è radice del polinomio
g(x) = λ0 + λ1 x + . . . + λn−1 xn−1 ∈ K[x], ma v è algebrico di grado n rispetto a
K e perciò non esistono polinomi di K[x] aventi grado minore di n che ammettono
v come radice e pertanto deve essere g(x) = 0 da cui λ0 = λ1 = . . . = λn−1 = 0.
Essendo linearmente indipendenti, v 0 , v 1 , . . . , v n−1 sono una base di K(v) e dunque
K(v) ha dimensione n rispetto K ossia è ampliamento di grado nito n e perciò per
la Proposizione precedente K(v) è ampliamento algebrico.
Capitolo 4 Corpi e Campi. 58

Viceversa sia K(v) ampliamento di grado nito n rispetto a K. Allora ogni


elemento di K(v) è algebrico rispetto a K e gli elementi v 0 , v 1 , . . . , v n−1 , v n sono
linearmente dipendenti (perchè sono n + 1 elementi di K(v) che ha grado n) cioè
esistono λ0 , λ1 , . . . , λn ∈ K non tutti nulli tali che λ0 v 0 + λ1 v 1 + . . . + λn v n = 0; ne
segue che il polinomio g(x) = λ0 + λ1 x + . . . + λn xn ∈ K[x] è diverso dal polinomio
nullo ed ammette v come radice ossia v è algebrico rispetto a K di grado n perchè
per ipotesi K(v) ha grado n. 

Corollario 4.2.26. Sia F un'estensione del campo K e sia v ∈ F. Allora v è


algebrico se e solo se K(v) è un'estensione nita, mentre v è trascendente se e solo
se K(v) è un'estensione innita.

Proposizione 4.2.27. Sia f (x) ∈ K[x] di grado n, irriducibile in K[x]. Allora


K[x] / < f (x) > è un ampliamento algebrico di grado n di K.
Dimostrazione. Poiché f (x) è irriducibile, l'ideale < f (x) > è massimale e
dunque il quoziente K[x] / < f (x) > è un campo. Poiché f (x) è di grado n, si ha
K[x] / < f (x) > = {r0 + r1 x + . . . + rn−1 xn−1 + < f (x) > | ri ∈ K}. Gli elementi
dell'insieme {r0 + < f (x) > | r0 ∈ K} formano un sottocampo di K[x] / < f (x) >
isomorfo a K e quindi K[x] / < f (x) > è ampliamento di K.
Inne gli elementi 1+ < f (x) >, x+ < f (x) >, . . . , xn−1 + < f (x) > formano
una base dello spazio vettoriale K[x] / < f (x) > rispetto a K e pertanto il quoziente
K[x] / < f (x) > è ampliamento di grado nito e quindi ampliamento algebrico di
K. 

Esempi 4.2.28.
(1) R[x] / < (x2 + 1) > è ampliamento di grado 2 di R ed è isomorfo a C.
(2) Z3 [x] / < (x2 + 1) > è ampliamento di grado 2 di Z3 , esso ha 9 elementi.
(3) K[x] / < f (x) > è isomorfo a K qualunque sia f (x) ∈ K[x] di grado 1.

Con un procedimento ricorsivo si possono costruire ampliamenti di un campo K


mediante un numero nito di elementi di un suo sovracampo F.

Sia K sottocampo di F e siano v1 , . . . , vn ∈ F; con K(v1 , . . . , vn ) si indica l'amplia-


mento di K mediante v1 , . . . , vn ossia il più piccolo sottocampo di F contenente K
e v1 , . . . , vn .

Se v1 , . . . , vn ∈ F sono tutti algebrici rispetto a K, allora K(v1 , . . . , vn ) è amplia-


mento di grado nito e quindi ampliamento algebrico di K.
Capitolo 4 Corpi e Campi. 59

Si tenga inne presente che se v1 è di grado n su K e v2 è di grado m su K, v2


sarà di grado ≤ m su K(v1 ) e pertanto

[K(v1 , v2 ) : K] = [K(v1 , v2 ) : K(v1 )][K(v1 ) : K] ≤ nm.

Esempio √ √
√ 2 e 3 e di calcolare
Supponiamo di voler estendere Q con i numeri √ il grado di
questa estensione. Iniziamo estendendo Q con 2, otteniamo√ Q( 2) che è amplia-
mento di grado 2 perchè il polinomio minimo
√ che
√ ammette 2 come radice è x2 − 2
ossia è√di grado 2. Ora estendiamo Q(
√ √ 2) con 3. √
Il polinomio
√ x − 3 è irriducibile
2

su √
Q( 2) quindi l'ampliamento
√ √ Q( 2, 3) = (Q( 2))( 3) ha grado 2 rispetto a
Q( 3) e pertanto Q( 2, 3) ha grado 4 rispetto a Q:
√ √ √ √ √ √
[Q( 2, 3) : Q] = [Q( 2, 3) : Q( 3)][Q( 3) : Q] = 2 · 2 = 4.
√ √ √ √
Una
√ base di Q( 2, 3) rispetto
√ a Q( 2) è {1, 3}, mentre√ √ una base di
Q( 2) √rispetto
√ √a √Q è √{1, 2} e pertanto una base di Q( 2, 3) rispetto a
Q è {1, 2, 3, 2 3 = 6}. Si ottiene
√ √ √ √ √
Q( 2, 3) = {a0 + a1 2 + a2 3 + a3 6 | a0 , a1 , a2 , a3 ∈ Q}.

Teorema 4.2.29. Sia F un ampliamento di K. Allora gli elementi di F algebrici


su K formano un sottocampo di F.
Dimostrazione. Basta dimostrare che se a e b sono algebrici su K allora lo sono
anche a − b e ab−1 . Sia a di grado n su K e b di grado m su K, b sarà di grado ≤ m
su K(a) e pertanto
[K(a, b) : K] = [K(a, b) : K(a)][K(a) : K] ≤ nm.
L'ampliamento K(a, b) è algebrico essendo di grado nito e pertanto a − b e ab−1
sono algebrici perchè appartengono a K(a, b). 

NOTA - Tutti gli elementi di R algebrici rispetto a Q formano un sottocampo


AR di R. Considerando i polinomi di cui un elemento algebrico è radice, è facile
dimostrare che AR è in corrispondenza biunivoca con Q e pertanto ha cardinalità ℵ0 .
Di conseguenza l'insieme dei numeri reali trascendenti ha la cardinalità del continuo
2ℵ0 perchè 2ℵ0 − ℵ0 = 2ℵ0 e pertanto, rispetto a Q sono molto di più i numeri reali
trascendenti rispetto a quelli algebrici.

Dimostriamo ora che l'ampliamento algebrico di un campo è una costruzione ”transitiva ”.


Capitolo 4 Corpi e Campi. 60

Proposizione 4.2.30. Se F è ampliamento algebrico di H e H è ampliamento


algebrico di K allora F è ampliamento algebrico di K.
Dimostrazione. Sia v ∈ F; poichè ogni elemento di F è algebrico su H, esiste
g(x) = h0 +h1 x+. . .+hn xn ∈ H[x], g(x) 6= 0, tale che g(v) = 0. Poiché h0 , h1 , . . . , hn
sono elementi di H, essi sono algebrici rispetto a K, il campo T = K(h0 , h1 , . . . , hn )
è ampliamento di grado nito m del campo K. Si ha F ⊃ H ⊃ T ⊃ K. Poiché v è
radice di g(x) e g(x) ∈ T[x], v è un elemento di F algebrico rispetto a T e pertanto
T(v) è ampliamento di grado nito r di T; dunque T(v) è ampliamento di grado rm
di K e quindi è ampliamento algebrico di K; resta così provato che v ∈ F è algebrico
rispetto a K e quindi F è ampliamento algebrico di K. 

Corollario 4.2.31. Siano K1 ⊂ K2 ⊂ · · · ⊂ Kn campi tali che Ki + 1 è amplia-


mento algebrico di Ki per i = 1, 2, . . . , n − 1. Allora Kn è ampliamento algebrico di
K1 .

Denizione 4.2.32. Un campo K si dice algebricamente chiuso se non ha


estensioni algebriche proprie.

Teorema 4.2.33. Sia K un campo, allora le seguenti aermazioni sono equi-


valenti:
(1) K è algebricamente chiuso.
(2) Ogni polinomio non costante f (x) ∈ K[x] si fattorizza in fattori lineari in
K[x].
(3) Ogni polinomio non costante f (x) ∈ K[x] ammette una radice in K.
Dimostrazione.

• (1) ⇒ (2) Procediamo per induzione sul grado n di f (x). Se n = 1, f (x) è


lineare, e non c'è nulla da provare. Sia allora n > 1 e supponiamo vero il
teorema per tutti i polinomi di grado < n. Aggiungendo a K una radice α
di f (x), si ottiene una estensione K(α) che è nita e quindi algebrica. Per
ipotesi K è algebricamente chiuso e pertanto ne segue che K(α) = K, ossia
α ∈ K. Allora esiste g(x) ∈ K[x] tale che f (x) = (x − α)g(x). Per l'ipotesi
di induzione, la tesi è dimostrata.
• (2) ⇒ (3) Ovvio.
• (3) ⇒ (1) Supponiamo per assurdo che esista una estensione algebrica pro-
pria E di K. Sia α ∈ E − K, ovviamente α è elemento algebrico su K e
Capitolo 4 Corpi e Campi. 61

pertanto α soddisfa un polinomio irriducibile di grado > 1 in K[x]: ma que-


sto contraddice il fatto che per ipotesi tale polinomio deve avere una radice
in K (e quindi non può essere irriducibile).


Teorema 4.2.34. Il campo A di tutti i numeri algebrici è algebricamente


chiuso.
Dimostrazione. Basta provare che le radici di ogni polinomio a coecienti in
A sono numeri algebrici ossia sono algebrici rispetto a Q. Sia f (x) = xn + an−1 xn−1 +
. . . + a0 ∈ A. Consideriamo l'estensione
K = Q(a0 , a1 , . . . , an−1 ).
Ovviamente è una estensione nita di Q. Sia v una qualunque radice di f (x). K(v) è
una estensione nita di K, perché v è algebrico su K. Ma allora K(v) è una estensione
nita anche di Q, e quindi v è algebrico rispetto a Q. 

Senza riportare la dimostrazione, ricordiamo nella seguente nota alcuni impor-


tanti risultati

Nota 4.2.35.
(1) Il campo C dei numeri complessi è algebricamente chiuso.
(2) Ogni campo K possiede una estensione algebrica che è algebricamente chiusa.
(3) Dato un campo K, una sua estensione algebrica che è algebricamente chiusa
prende il nome di chiusura algebrica di K. Due chiusure algebriche di
uno stesso campo K sono isomorfe in uno isomorsmo che ristretto a K è
l'identità.

3. Teorema dell'elemento primitivo.

Le estensioni algebriche semplici sono state completamente caratterizzate. Come


già osservato, per costruire le estensioni di un campo K tramite un numero nito
di elementi α1 , α2 , . . . , αn algebrici su K basta procedere per estensioni successive.
Prima si costruisce K(α1 ) poi a questa estensione si aggiunge α2 ottenendo così
l'estensione K(α1 , α2 ) e così via no ad ottenere l'estensione K(α1 , α2 , . . . , αn ).
Il teorema dell'elemento primitivo stabilisce quando è che l'ampliamento di un
campo fatto mediante più elementi algebrici possa essere espresso come ampliamento
Capitolo 4 Corpi e Campi. 62

semplice tramite un unico elemento γ detto elemento primitivo. Se K è un campo


nito oppure se carK = 0, questo è sempre possibile, infatti, in questi casi, tutte le
estensioni nite di K si possono ottenere come estensioni semplici (in particolare ciò
vale per i campi numerici essendo tutti di caratteristica zero). Se carK = p e K è in-
nito, occorre richiedere l'ulteriore ipotesi che fra gli elementi algebrici (α1 , α2 , . . . , αn )
ve ne siano almeno n − 1 separabili.
La dimostrazione che daremo è una dimostrazione costruttiva nel senso che ol-
tre all'esistenza indica come determinare γ . Per arontare questo studio occorre
premettere alcune denizioni e risultati sui polinomi.

Denizione 4.3.1. Sia K un campo e sia f (x) = an xn +an−1 xn−1 +. . .+a1 x+a0
un polinomio in K[x]. Si denisce derivata formale di f (x), e si indica con f 0 (x), il
polinomio appartenente a K[x]
def
f 0 (x) = nan xn−1 + (n − 1)an−1 xn−2 + . . . + 2a2 x + a1 .

È facile vericare che, come nella derivazione ordinaria, si ha


(f (x) + g(x))0 = f 0 (x) + g 0 (x) (f (x)g(x))0 = f 0 (x)g(x) + f (x)g 0 (x).
Vale anche che ogni polinomio costante ha per derivata il polinomio nullo, ma
attenzione che, in generale, non vale il viceversa. Infatti sia f (x) ∈ K[x]. Si ha:
• se carK = 0 allora f 0 (x) = 0 se e solo se f (x) = c ∈ K;
• se carK = p allora f 0 (x) = 0 se e solo se f (x) = a0 + ap xp + a2p x2p + · · · +
ahp xhp .

Proposizione 4.3.2. Un polinomio f (x) ∈ K[x] ha una radice multipla (in una
opportuna estensione) se e solo se f (x) e f 0 (x) hanno in comune un fattore non
banale (ossia di grado maggiore di zero).
Dimostrazione. Sia v una radice multipla di f (x):

f (x) = (x − v)m g(x), m>1


allora
f 0 (x) = m(x − v)m−1 g(x) + (x − v)m g 0 (x)
da cui risulta che v è radice anche di f 0 (x).
Viceversa, supponiamo che f (x) e f 0 (x) abbiano un fattore comune non banale.
Supponiamo per assurdo che f (x) non abbia radici multiple, cioè sia
n
Y
f (x) = (x − vi ),
i=1
Capitolo 4 Corpi e Campi. 63

con vi radici tutte distinte tra di loro. Allora


n
X
0
f (x) = (x − v1 )(x − v2 ) . . . (x\
− vi ) . . . (x − vn )
i=1

da cui f 0 (vi ) 6= 0 per ogni i = 1, . . . , n. contro l'ipotesi che f (x) e f 0 (x) abbiano un
fattore comune. 

Denizione 4.3.3. Un polinomio irriducibile f (x) ∈ K[x] si dice separabile se


è privo di radici multiple. Se non è separabile si dice inseparabile .

Esempio 4.3.4 ( Esempio di polinomio separabile). Il polinomio √


f (x) = x2 −3 ∈
Q[x] è irriducibile su Q perchè ha tutte le radici distinte che sono ± 3.

Esempio 4.3.5 ( Esempio di polinomio inseparabile). Sia K = Z3 (t) il campo


delle funzioni razionali nell'indeterminata t. Il polinomio
f (x) = x3 − t ∈ Z3 (t)[x]
è inseparabile ossia ha almeno una radice multipla.

Dimostrazione. Nel campo di spezzamento di f (x) consideriamo una sua ra-


dice v : v − t = 0. Poichè si lavora in caratteristica 3, si ha
3

(x − v)3 = x3 − v 3 = x3 − t = f (x).
Se u è un'altra radice di f (x) allora 0 = f (u) = u3 − t = u3 − v 3 = (u − v)3 da cui
u = v , ossia tutte le radici sono uguali.
Dimostriamo inne che f (x) = x3 − t è irriducibile su K = Z3 (t). Se fosse riduci-
bile, essendo un polinomio di terzo grado, avrebbe una radice in K ossia esisterebbe
una funzione razionale

a0 + a1 t + · · · + ar tr
α(t) = , ai , bi ∈ Z3
b0 + b1 t + · · · + bs t s
tale che α3 = t, ma questo è assurdo. 

Teorema 4.3.6. Sia f (x) ∈ K[x] un polinomio irriducibile. Allora:


• Se car K = 0, f (x) è sempre separabile.
• Se car K = p, f (x) è separabile se e solo se f (x) 6= a0 + a1p xp + . . . + anp xnp .
Capitolo 4 Corpi e Campi. 64

Dimostrazione. Abbiamo già dimostrato che un polinomio f (x) = a0 + a1 x +


a2 x2 + · · · + an xn è inseparabile (cioè ha almeno una radice multipla) se e solo se f (x)
e f 0 (x) hanno un fattore comune di grado ≥ 1. Poichè f (x) è irriducibile e f 0 (x) ha
grado inferiore al grado di f (x), ne segue che un polinomio irriducibile è inseparabile
se e solo se f 0 (x) = 0, ossia
(1) iai = 0 ∀i = 1, . . . , n.
• Se car K = 0 queste relazioni implicano ai = 0 per ogni i = 1, . . . , n, ossia
f (x) si riduce ad una costante a0 , che è priva di radici.
• Se car K = p le (1) implicano che si devono annullare i coecienti ai tali
che non sia i ≡ 0 (mod p). Quindi f (x) è un polinomio in cui restano solo i
monomi corrispondenti alle potenze di xp . Viceversa, un polinomio di questo
tipo è eettivamente inseparabile, perchè la sua derivata è zero.


Denizione 4.3.7. Sia K ⊂ F e sia v algebrico rispetto a K. Si dice che v è ele-


mento separabile rispetto a K se è separabile il polinomio f (x) ∈ K[x], irriducibile
in K[x] tale che f (v) = 0.
Si dice che F è un' estensione algebrica separabile del campo K se ogni v ∈ F
è elemento separabile rispetto a K.

Teorema 4.3.8 (Teorema dell'elemento primitivo). Sia K(α1 , α2 , . . . , αh ) un


ampliamento del campo K con α1 , α2 , . . . , αh algebrici rispetto a K.
• Se car K = 0 allora esiste un elemento ν ∈ K(α1 , α2 , . . . , αh ) tale che
K(α1 , α2 , . . . , αh ) = K(ν).
• Se car K = p, K innito e α2 , . . . , αh sono separabili, allora esiste un
elemento ν ∈ K(α1 , α2 , . . . , αh ) tale che K(α1 , α2 , . . . , αh ) = K(ν).
• Se car K = p, K nito allora esiste un elemento ν ∈ K(α1 , α2 , . . . , αh ) tale
che K(α1 , α2 , . . . , αh ) = K(ν).
Dimostrazione. Sia carK = 0 oppure sia carK = p, K innito e α2 , . . . , αh
separabili. La dimostrazione si conduce procedendo per induzione su h.
Proviamo il teorema per h = 2. Siano f (x), g(x) ∈ K[x] i polinomi minimi
(irriducibili) rispettivamente di α1 e α2 . Sia F un'estensione di K in cui entrambi i
polinomi ammettono tutte le radici, e, in F, siano
α1 = α1,1 , α1,2 , . . . , α1,n , α2 = α2,1 , α2,2 , . . . , α2,m
le radici distinte di f (x) e g(x) rispettivamente. Poichè f (x) e g(x) sono irriducibili,
se carK = 0 risulta degf (x) = n e degg(x) = m perchè f (x) e g(x) sono separabili; se
Capitolo 4 Corpi e Campi. 65

invece carK = p si ha degf (x) ≥ n e degg(x) = m perchè per ipotesi α2 è separabile


e pertanto g(x) non ha radici multiple. Per ogni i = 1, 2, . . . , n e ogni j = 2, . . . , m
l'equazione nell'incognita λ

α1,i + λα2,j = α1 + λα2


ammette una ed una sola soluzione in F data da
α1,i − α1
λ=
α2 − α2,j
(ricordiamo che α2 = α2,1 6= α2,j , j ≥ 2).
Poichè le equazioni sono in numero nito mentre K ha inniti elementi, siamo
certi di poter prendere in K un elemento γ che non soddis nessuna delle equazioni
precedenti. Sia ν = α1 + γα2 , proviamo che

K(α1 , α2 ) = K(ν).
Per come è stato denito, è ovvio che ν ∈ K(α1 , α2 ) e pertanto K(ν) ⊆ K(α1 , α2 ).
Proviamo ora che K(α1 , α2 ) ⊆ K(ν), per fare questo basta provare che α2 ∈ K(ν)
perchè in tal caso anche α1 = ν − γα2 ∈ K(ν). Da f (α1 ) = 0 segue f (ν − γα2 ) = 0
ossia α2 è radice del polinomio

p(x) = f (ν − γx) ∈ K(ν)[x].


L'elemento α2 è radice sia di g(x) sia di p(x) e quindi, in una opportuna estensione
di K(ν), x − α2 è un fattore sia di g(x) sia di p(x) ossia x − α2 è un divisore
del MCD(g(x), p(x)). Anzi è il loro massimo comune divisore perchè g(x) e p(x)
oltre ad α2 non hanno altre radici in comune, infatti se α2,j fosse radice di p(x) si
avrebbe ν − γα2,j = α1,i ossia ν = α1,i + γα2,j e poichè ν = α1 + γα2 , si ottiene
α1 + γα2 = α1,i + γα2,j e quindi γ sarebbe soluzione di una delle equazioni
α1,i + λα2,j = α1 + λα2
contro l'ipotesi. Il massimo comune divisore di g(x) e p(x) non può nemmeno essere
(x − α2 )t con t > 1 perchè g(x) ha tutte radici semplici (ossia diverse). Rimane
dunque provato che x − α2 = M CD(g(x), p(x)). Poichè g(x), p(x) ∈ K(ν)[x], anche
x − α2 ∈ K(ν)[x] e quindi α2 ∈ K(ν) e da ν = α1 + γα2 segue α1 ∈ K(ν). Resta
così provato che K(α1 , α2 ) ⊆ K(ν) e pertanto si conclude K(α1 , α2 ) = K(ν). Per
induzione, se K(α1 , . . . , αh−1 ) è un'estensione semplice, tale è anche
K(α1 , . . . , αh ). Infatti poichè, per ipotesi di induzione, K(α1 , . . . , αh−1 ) è un'esten-
sione semplice, esiste w ∈ K(α1 , . . . , αh−1 ) tale che K(α1 , . . . , αh−1 ) = K(w) e poichè
il polinomio minimo irriducibile di αh ha tutte radici distinte, per quanto dimostrato
sopra esiste ν tale che K(α1 , . . . , αh ) = K(w, αh ) = K(ν).
Capitolo 4 Corpi e Campi. 66

Sia ora carK = p, K nito. Da K nito segue che il campo K(α1 , . . . , αh ) è nito
e quindi il suo gruppo moltiplicativo è ciclico (come verrà dimostrato nel paragrafo
6), sia ν un suo generatore. Risulta allora K(α1 , . . . , αh ) = K(ν). 

Corollario 4.3.9. Ogni estensione nita di un campo a caratteristica zero è


un'estensione semplice.

Nota 4.3.10.
(1) Il solo caso in cui un'estensione nita può non essere semplice è il caso di
un'estensione nita di un campo innito di caratteristica nita.
(2) L'elemento ν del Teorema dell'elemento primitivo viene detto elemento
primitivo,

Esempio 4.3.11.
√ √Supponiamo di voler costruire l'estensione
√ di Q tramite i nu-
2 e 3. Dapprima
meri algebrici estendiamo Q tramite 2 ottenendo il campo
√ n √ o √ √
Q( 2) = a0 + a1 2 | ai ∈ Q e risulta [Q( 2) : Q] = 2 perchè 2 è algebrico di
grado 2 rispetto a Q essendo
√ x − 2 ∈ Q[x] il polinomio
2
√ minimo irriducibile di cui è
radice. Ora estendiamo Q( 2)√con l'elemento 3. Il polinomio
√ x √− 3 è irriducibile
2
√ √
non solo su Q ma√anche su Q( 2) e quindi l'estensione (Q( 2))( 3) = Q( 2, 3)
ha grado 2 su Q( 2) e risulta
√ √ n √ √ o n √ √ √ o
Q( 2, 3) = α + β 3 | α, β ∈ Q( 2) = a + b 2 + c 3 + d 6 | a, b, c, d ∈ Q .
√ √
L'estensione Q( 2, 3) ha grado 4 su Q perchè
√ √ √ √ √ √
[Q( 2, 3) : Q] = [Q( 2, 3) : Q( 2)] · [Q( 2) : Q] = 2 · 2 = 4
√ √
Il numero 2 + 3 è algebrico di grado 4 rispetto Q perchè radice
√ √del polinomio
√ x√4 −
10x2 +1 irriducibile in Q[x] ed è elemento primitivo perchè Q( 2, 3) = Q( 2+ 3)
essendo
√ √ n √ √ √ √ 2 √ √ 3o
Q( 2 + 3) = α + β( 2 + 3) + γ( 2 + 3) + δ( 2 + 3) =
n √ √ √ o
= a + b 2 + c 3 + d 6 | a, b, c, d ∈ Q
.
Capitolo 4 Corpi e Campi. 67

4. Campo di spezzamento di un polinomio.

Denizione 4.4.1. Sia f (x) ∈ K[x] di grado n, si dice che un ampliamento F


di K è campo di spezzamento (o di riducibilità completa ) di f (x) ∈ K[x] se
esistono v1 , v2 , . . . , vn ∈ F, non necessariamente distinti, tali che:
(1) f (x) = c(x − v1 )(x − v2 ) · · · (x − vn ), c ∈ K.
(2) F = K(v1 , v2 , . . . , vn ).

Considerato un campo K, la denizione data assicura che il campo di spezzamento


di f (x) ∈ K[x] è il più piccolo campo in cui f (x) si spezza in fattori lineari. In questo
paragrafo dimostreremo l'esistenza di un campo di spezzamento per ogni f (x) ∈ K[x]
e che questo campo è unico a meno di isomorsmi.
L'unicità del campo di spezzamento di un polinomio è un importante risultato
dell'algebra ed autorizza a parlare del campo di spezzamento di un polinomio. Si
faccia inoltre attenzione che il campo di spezzamento è relativo al campo dei
coecienti del polinomio, ad esempio
• x2 + 1 ∈ R[x] ha campo di spezzamento R(i) = C = {a + ib | a, b ∈ R; i2 = −1}.
• x2 + 1 ∈ Q[x] ha campo di spezzamento Q(i) = {a + ib | a, b ∈ Q; i2 = −1}.

Proposizione 4.4.2. Sia f (x) ∈ K[x] e sia F un ampliamento di K. Un elemento


v ∈ F è radice di f (x) se e solo se in F[x] il polinomio x − v divide f (x).
Dimostrazione. Se (x − v) | f (x) in F[x] allora esiste q(x) ∈ F[x] tale che
f (x) = (x − v)q(x) e pertanto f (v) = 0 ossia v è radice di f (x). Viceversa, sia
f (v) = 0; dividendo f (x) per (x − v), in F[x] si ha f (x) = (x − v)q(x) + c con
q(x) ∈ F[x] e c ∈ F; da f (v) = 0 segue c = 0 e pertanto (x − v) | f (x) in F[x]. 

Denizione 4.4.3. Sia φ un isomorsmo fra i campi K e K0 . Considerati i campi


F ⊃ K e F0 ⊃ K0 , si dice che un isomorsmo ψ di F in F0 è un prolungamento di φ
se sugli elementi di K l'azione di ψ coincide con quella di φ.

Teorema 4.4.4. Sia f (x) ∈ K[x] irriducibile in K[x], degf (x) ≥ 1. Esiste un
ampliamento di K in cui f (x) ammette almeno una radice.
Dimostrazione. Sia f (x) = a0 + a1 x + . . . + an xn ∈ K[x] irriducibile; sia
I =< f (x) >; essendo f (x) irriducibile l'ideale I è massimale e pertanto K[x]/I è un
campo che risulta ampliamento di K perchè contiene il sottocampo K̄ = {r + I | r ∈
K} isomorfo a K. L'isomorsmo φ : K → K̄, φ(r) = r + I può essere prolungato
ad un isomorsmo fra K[x] e K̄[z] ponendo φ(b0 + b1 x + . . . + bn xn ) = φ(b0 ) +
Capitolo 4 Corpi e Campi. 68

φ(b1 )z + . . . + φ(bn )z n . Per provare la tesi basta dunque provare che φ(f (x)) ammette
una radice nel campo K[x]/I . Si ha φ(f (x)) = φ(a0 ) + φ(a1 )z + · · · + φ(an )xn =
(a0 +I)+(a1 +I)z+. . .+(an +I)z n e x+I è una radice di questo polinomio, infatti si ha
(a0 +I)+(a1 +I)(x+I)+. . .+(an +I)(x+I)n = (a0 +I)+(a1 x+I)+. . .+(an xn +I) =
a0 + a1 x + . . . + an xn + I = f (x) + I = I (che è lo zero del campo K[x]/I ). 

φ: K → K̄ = {r + I | r ∈ K}
Tr 7 → rT+ I
| |
φ : K[x] → K[x]/I = {g(x) + I | g(x) ∈ K[x]}
g(x) 7→ g(x) + I

Esempio 4.4.5. Consideriamo il polinomio f (x) = x2 − 3 ∈ Q[x] irriducibile in


Q[x], sia I =< x − 3 >. Allora F = Q[x]/ < x2 − 3 > è un campo perchè x2 − 3
2

è irriducibile ed è un ampliamento di Q che contiene una radice di x2 − 3. Infatti


considerata l'applicazione
φ : Q[x] → F = Q[x]/I
f (x) 7→ f (x) + I
l'insieme Q̄ = {a + I | a ∈ Q} è banalmente un campo isomorfo a Q e perciò
Q ≈ Q̄ ⊂ F. Inoltre F contiene una radice v di f (x), infatti posto v = x + I si ha
v 2 − 3 = (x + I)2 − 3 = x2 + I − 3 = x2 − 3 + I = I
che è lo zero di F = Q[x]/I .

Osservazione
Sia f (x) ∈ K[x], f (x) = c0 + c1 x + . . . + cn xn , cn 6= 0, irriducibile in K[x]. L'aver
dimostrato che esiste una radice v di f (x) permette di considerare il campo K(v) =
{ao +a1 v+. . .+an−1 v n−1 ai ∈ K}. L'applicazione φ : K[x]/ < f (x) > → K(v) denita
da φ(ao +a1 x+. . .+an−1 xn−1 + < f (x) >) = ao +a1 v+. . .+an−1 v n−1 è un isomorsmo
fra i campi K[x]/ < f (x) > e K(v). Poichè f (v) = 0, in K(v) l'operazione prodotto
si semplica, infatti se α = ao +a1 v+. . .+an−1 v n−1 e β = bo +b1 v+. . .+bn−1 v n−1 sono
elementi di K(v) allora considerati in K[v] gli elementi g(x) = ao +a1 x+. . .+an−1 xn−1
e h(x) = bo + b1 x + . . . + bn−1 xn−1 , si ha g(x)h(x) = f (x)q(x) + r(x) con deg r(x) < n.
Risulta αβ = g(v)h(v) = f (v)q(v) + r(v) = 0 · q(v) + r(v) = r(v) pertanto il calcolo
di αβ si riduce perchè da f (v) = 0 si ha v n = −c−1 n (c0 + c1 v + · · · + cn−1 v
n−1
).
Esempio - Sia f (x) = x2 + x + 1 ∈ Z5 [x], f (x) è irriducibile e perciò, detta v una sua
Z [x]
radice, il campo <x2 +x+1>
5
è isomorfo al campo Z5 (v) = {a1 + a2 v | a1 , a2 ∈ Z}. In
Z5 (v) le operazioni sono
Capitolo 4 Corpi e Campi. 69

• (a1 + a2 v) + (b1 + b2 v) = (a1 + b1 ) + (a2 + b2 )v


• (a1 + a2 v)(b1 + b2 v) = (a1 b1 + 4a2 b2 ) + (a1 b2 + a2 b1 + 4a2 b2 )v perchè da
v 2 + v + 1 = 0 si ha v 2 = 4v + 4.

Proposizione 4.4.6. Sia f (x) ∈ K[x] di grado n. Il numero delle radici di f (x)
appartenenti ad un qualsiasi ampliamento F di K non può superare n.
Dimostrazione. Proviamo che se esistono n elementi distinti v1 , . . . , vn ∈ F che
sono radici di f (x) nessun altro elemento di F può essere radice di f (x). Essendo v1
una radice, si ha f (x) = (x−v1 )f1 (x) con f1 (x) ∈ F[x]. Da f (v2 ) = 0 e da v2 −v1 6= 0
segue f1 (v2 ) = 0 e quindi f1 (x) = (x − v2 )f2 (x) con f2 (x) ∈ F[x]. Così procedendo,
si ottiene f (x) = (x − v1 )(x − v2 ) . . . (x − vn )fn (x) con fn (x) ∈ F[x]. Poiché f (x) è di
grado n il polinomio fn (x) è costante, anzi è fn (x) = an ∈ K essendo an il coeciente
principale di f (x). Si ha così an 6= 0 e f (x) = an (x − v1 )(x − v2 ) . . . (x − vn ) inoltre,
per ogni v ∈ F, v 6= v1 , . . . , vn , è f (v) 6= 0. 

Teorema 4.4.7. Per ogni f (x) ∈ K[x] esiste un campo di spezzamento f (x).
Dimostrazione. Sia f (x) di grado n, scomponiamo f (x) nel prodotto di fattori
irriducibili in K[x] e sia p(x) uno di questi fattori. Per il teorema 4.4.4 esiste un
ampliamento di K nel quale p(x) ammette una radice v1 , sia H1 = K(v1 ). Ovviamente
v1 è radice anche di f (x) e in H1 [x] si ha f (x) = (x − v1 )g(x), con g(x) di grado
n − 1. Se g(x) ha grado 0, l'unica radice di f (x) è v1 e H1 = K(v1 ) = K è il campo
di spezzamento di f (x). Se deg g(x) ≥ 1, procedendo per g(x) come si è fatto per
f (x) si ottiene il campo H2 = H1 (v2 ) = K(v1 , v2 ) in cui g(x) ammette la radice v2
(che potrebbe anche coincidere con v1 ) e in H2 [x] si ha f (x) = (x − v1 )(x − v2 )h(x)
con h(x) di grado n − 2. Così procedendo si costruisce il campo F = K(v1 , . . . , vn )
e si ha f (x) = (x − v1 )(x − v2 ) . . . (x − vn )s(x) in F[x] con deg s(x) = 0 e pertanto
s(x) = c ∈ K perchè c è il coeciente principale di f (x) ∈ K[x]. Dunque F risulta
campo di spezzamento di f (x) ∈ K[x]. 

I seguenti Teoremi permetteranno di aermare l'unicità del campo di spezzamento


del polinomio f (x) ∈ K[x].

Teorema 4.4.8. Un isomorsmo φ fra i campi K e K0 si può prolungare in un


isomorsmo φ̄ tra K[x] e K0 [x]. Sia p(x) ∈ K[x] irriducibile in K[x] , siano u e v
radici rispettivamente di p(x) e di φ̄(p(x)). Allora l'isomorsmo φ di K su K0 si può
prolungare in uno ed un sol modo in un isomorsmo ψ fra i campi K(u) e K0 (v) in
modo tale che ψ(u) = v.
Capitolo 4 Corpi e Campi. 70

Dimostrazione. Deniamo φ̄ : K[x] → K0 [x] ponendo φ̄(a0 +a1 x+· · ·+am xm ) =


φ̄(a0 ) + φ̄(a1 )x + · · · + φ̄(am )xm per ogni f (x) = a0 + a1 x + · · · + am xm ∈ K[x]. È
immediato vericare che φ̄ è un isomorsmo, che φ̄(k) = φ(k) per ogni k ∈ K e che
p(x) ∈ K[x] è irriducibile in K[x] se e solo se φ̄(p(x)) è irriducibile in K0 [x]. Nel
seguito, per semplicare la scrittura, indicheremo con φ anche il suo prolungamento
φ̄. Sia ora p(x) ∈ K[x] di grado n; poiché p(x) è irriducibile in K[x] e p(u) = 0
si ha K(u) = {a0 + a1 u + . . . + an−1 un−1 | ai ∈ K}. Il polinomio φ(p(x)) ∈ K0 [x]
risulta irriducibile in K0 [x] e di grado n uguale al grado di p(x) e pertanto è K0 (v) =
{b0 + b1 v + . . . + bn−1 v n−1 | bi ∈ K0 }. Se esiste un isomorsmo ψ di K(u) in K0 (v)
che sia prolungamento dell'isomorsmo φ di K su K0 e tale che ψ(u) = v , ψ dovrà
essere così denito
ψ(a0 + a1 u + . . . + an−1 un−1 ) = φ(a0 ) + φ(a1 )v + . . . + φ(an−1 )v n−1
e pertanto non potrà che essere unico. Proviamo che ψ è isomorsmo di K(u) su
K0 (v).
Si ha ψ(a0 + a1 u + . . . + an−1 un−1 ) = ψ(a00 + a01 u + . . . + a0n−1 un−1 ) da cui φ(a0 ) +
φ(a1 )v+. . .+φ(an−1 )v n−1 = φ(a00 )+φ(a01 )v+. . .+φ(a0n−1 )v n−1 e poiché v 0 , v 1 , . . . , v n−1
risultano linearmente indipendenti rispetto a K0 si ha φ(a0 ) = φ(a00 ), φ(a1 ) = φ(a01 ),
. . ., φ(an−1 ) = φ(a0n−1 ) e quindi ai = a0i , i = 0, 1, . . . , n − 1. Rimane così provato che
ψ è iniettiva. Inoltre ψ è banalmente suriettiva e dunque ψ è biettiva.
Consideriamo ora α, β ∈ K(u). Dalla denizione di ψ segue immediatamente che
ψ(α+β) = ψ(α)+ψ(β). Se α = a0 +a1 u+. . .+an−1 un−1 , β = a00 +a01 u+. . .+a0n−1 un−1 ,
g(x) = a0 + a1 x + . . . + an−1 xn−1 , h(x) = a00 + a01 x + . . . + a0n−1 xn−1 , si ha:
(1) g(x)h(x) = p(x)q(x) + r(x) con r(x) = r0 + r1 x + . . . + rn−1 xn−1 ∈ K[x] e
φ(g(x))φ(h(x)) = φ(p(x))φ(q(x)) + φ(r(x)) e pertanto si ha
(2) (φ(a0 ) + φ(a1 )x + . . . + φ(an−1 )xn−1 )(φ(a00 ) + φ(a01 )x + . . . + φ(a0n−1 )xn−1 ) =
φ(p(x))φ(q(x)) + φ(r0 ) + φ(r1 )x + . . . + φ(rn−1 )xn−1 .
Se in (1) si sostituisce u al posto di x, ricordando che p(u) = 0, si ottiene
g(u)h(u) = r(u) ossia αβ = r0 + r1 u + . . . + rn−1 un−1 e pertanto
(3) ψ(αβ) = φ(r0 ) + φ(r1 )v + . . . + φ(rn−1 )v n−1 e sostituendo v al posto di
x in (2) si ottiene (φ(a0 ) + φ(a1 )v + . . . + φ(an−1 )v n−1 )(φ(a00 ) + φ(a01 )v +
. . . + φ(a0n−1 )v n−1 ) = φ(r0 ) + φ(r1 )v + . . . + φ(rn−1 )v n−1 , essendo v radice di
φ(p(x)).
Segue che
(4) ψ(α)ψ(β) = φ(r0 ) + φ(r1 )v + . . . + φ(rn−1 )v n−1 .
Dal confronto di (3) e (4) segue ψ(αβ) = ψ(α)ψ(β). Rimane così provato che ψ è un
isomorsmo di K(u) in K0 (v) che trasforma u in v . 

Il seguente Teorema generalizza il risultato precedente.


Capitolo 4 Corpi e Campi. 71

Teorema 4.4.9. Sia φ un isomorsmo fra i campi K e K0 prolungato nell'iso-


morsmo φ di K[x] su K0 [x] ponendo φ(a0 + a1 x + . . . + am xm ) = φ(a0 ) + φ(a1 )x +
. . . + φ(am )xm . Sia f (x) ∈ K[x], f 0 (x) = φ(f (x)) e siano F, F0 campi di spezzamento
rispettivamente di f (x) e di f 0 (x). Allora l'isomorsmo φ si può prolungare in un
isomorsmo ψ di F su F0 in modo che le radici v1 , . . . , vn di f (x) si mutino in un
certo ordine nelle radici v10 , . . . , vn0 di f 0 (x).
Dimostrazione. Si ha F = K(v1 , . . . , vn ) e F0 = K0 (v10 , . . . , vn0 ). Sia p(x) un
fattore irriducibile di f (x) ∈ K[x] e sia p0 (x) = φ(p(x)) il corrispondente fattore
irriducibile di f 0 (x) ∈ K0 [x]. A meno dell'ordine, possiamo supporre v1 radice di p(x)
e v 0 radice di p0 (x); per il teorema precedente, esiste un isomorsmo φ1 di K(v1 ) su
K0 (v10 ) che è prolungamento di φ e che trasforma v1 su v10 . Osserviamo che K(v1 ) può
contenere altre radici di f (x) oltre v1 ; in particolare, tutte le radici di f (x) potrebbero
stare in K(v1 ); in tal caso K0 (v10 ) conterrebbe tutte le radici di f 0 (x) e queste radici
risulterebbero tutte immagini delle radici di f (x) e pertanto il teorema è provato. Se
invece esiste vi 6∈ K(v1 ), sia q(x) ∈ K[x] un fattore di f (x), irriducibile in K[x], avente
vi come radice (potrebbe essere p(x) = q(x)). Sia q 0 (x) = φ(q(x)) e sia (a meno di un
riordinamento delle radici v10 , v20 , . . ., vn0 ) vi0 una radice di q 0 (x). Sempre per il teorema
precedente, l'isomorsmo φ1 di K(v1 ) su K0 (v10 ) si può prolungare in un isomorsmo
φ2 di K(v1 , vi ) su K0 (v10 , vi0 ) tale che φ(vi ) = vi0 . Così procedendo, alla ne (al più
dopo n passi) troveremo un isomorsmo ψ di K(v1 , v2 , . . . , vn ) in K0 (v10 , v20 , . . . , vn0 )
che trasforma (a meno dell'ordine) le radici vi nelle vi0 e che è prolungamento di φ. 

Teorema 4.4.10. Sia f (x) ∈ K[x]. Se F ed F0 sono campi di spezzamento di


f (x) allora F ed F0 sono isomor in un isomorsmo che ssa K.
Dimostrazione. Il teorema segue come caso particolare del Teorema precedente
0
considerando K = K e φ =identità. 

Corollario 4.4.11. Sia K un campo, per ogni f (x) ∈ K[x] esiste uno ed un solo
campo di spezzamento di f (x), a meno di isomorsmi.

L'unicità del campo di spezzamento di un polinomio è un risultato fondamentale


dell'algebra ed autorizza a parlare del campo di spezzamento di un polinomio.

Esempi
(1) x2 + 1 ∈ R[x] ha come campo di spezzamento il campo C.
(2) x2 + 1 ∈ Q[x] ha come campo di spezzamento Q(i) = {a + ib | a, b ∈ Q}.
Capitolo 4 Corpi e Campi. 72

Campo di spezzamento di xn − 1 ∈ Q[x]


Il campo di spezzamento del polinomio xn − 1 ∈ Q[x], n ∈ N∗ , è Q(ξ) dove ξ è
una qualunque radice n-esima primitiva dell'unità. Inoltre [Q(ξ) : Q] = ϕ(n) con
ϕ(n) funzione di Eulero di n.
Dimostrazione. Nel campo dei numeri complessi il polinomio xn − 1 ha n
radici distinte ottenute tutte come potenza di una radice n-esima primitiva dell'unità.
Per ottenere il campo di spezzamento di xn − 1 basta pertanto aggiungere a Q
una qualunque radice primitiva n-esima dell'unità. Se ξ è una tale radice, risulta
[Q(ξ) : Q] = ϕ(n) perchè il polinomio minimo di ξ è l'n-esimo polinomio ciclotomico
Φn (x) che è irriducibile su Q e ha grado ϕ(n) (funzione di Eulero). 

NOTA - Il grado del campo di spezzamento del polinomio xn − 1 determina se il


poligono regolare di n lati è, oppure no, costruibile con ”riga e compasso”.

5. Formule di Viète.

L'esistenza del campo di spezzamento di un polinomio a coecienti in un campo


permette anche di trovare le Formule di Viète. Sia K un campo e sia f (x) ∈ K[x]
il polinomio monico f (x) = xn + a1 xn−1 + · · · + an−1 x + an . Se F è il campo di
spezzamento di f (x), siano v1 , v2 , . . . , vn ∈ F le radici (non necessariamente distinte)
di f (x). In F[x] si ha f (x) = (x − v1 )(x − v2 ) · · · · · (x − vn ), dopo aver eseguito i
calcoli al secondo membro, confrontando i coecienti del polinomio f (x) con quelli
del polinomio (x − v1 )(x − v2 ) · · · · · (x − vn ) si ottengono le seguenti relazioni che
esprimono i coecienti a1 , a2 , . . . , an in funzione delle radici v1 , v2 , . . . , vn .

a1 = −(v1 + v2 + · · · + vn ) = − n1 vi
P
P
a2 = v1 v2 + v1 v3 + · · · + v1 vn + v2 v3 + v2 v4 + · · · + vn−1 vn = 1≤i<j≤n vi vj
P
a3 = −(v1 v2 v3 + v1 v2 v4 + · · · + vn−2 vn−1 vn ) = − 1≤i<j<k≤n vi vj vk
...
an−1 = (−1)n−1 (v1 v2 . . . vn−1 + v1 v2 . . . vn−2 vn + · · · + v2 v3 . . . vn ),
an = (−1)n v1 v2 . . . vn .

Queste relazioni prendono il nome di Formule di Viète, esprimono i coecienti di


un polinomio monico in una indeterminata a coecienti in un campo, come funzioni
simmetriche elementari delle radici del polinomio. Sono funzioni simmetriche perchè
rimangono le stesse anche se si opera una qualunque permutazione sulle radici.
Capitolo 4 Corpi e Campi. 73

Esempi 4.5.1.

(1) Se f (x) = x2 + a1 x + a2 , indicate con v1 e v2 le radici del polinomio, si ha


a1 = −(v1 + v2 ), a2 = v1 v2
(2) Se f (x) = x3 + a1 x2 + a2 x + a3 , indicate con v1 , v2 , v3 le radici del polinomio,
si ha
a1 = −(v1 + v2 + v3 ), a2 = v1 v2 + v1 v3 + v2 v3 , a3 = −v1 v2 v3
(3) Se f (x) = x + a1 x + a2 x + a3 x + a4 , indicate con v1 , v2 , v3 , v4 le radici del
4 3 2

polinomio, si ha
a1 = −(v1 + v2 + v3 + v4 ),
a2 = v1 v2 + v1 v3 + v1 v4 + v2 v3 + v2 v4 + v3 v4 ,
a3 = −(v1 v2 v3 + v1 v2 v4 + v1 v3 v4 + v2 v3 v4 ), a4 = v1 v2 v3 v4

6. Campi niti.

In questo paragrafo esamineremo la struttura dei campi con un numero nito di


elementi. In particolare dimostreremo che:
(1) Ogni campo nito ha pn elementi, p numero primo e n intero positivo.
(2) Due campi niti con lo stesso numero pn di elementi sono isomor.
(3) Presi comunque un numero primo p e un intero positivo n esiste un campo
con pn elementi.

Elenchiamo dapprima alcune proprietà dei campi niti già dimostrate in prece-
denza.
(1) Ogni campo nito K ha caratteristica p con p numero primo.
(2) Se K è un campo nito di ordine q , per ogni a ∈ K si ha aq = a.
Infatti il gruppo moltiplicativo (K∗ , ·) del campo K ha ordine q−1 e pertanto
il periodo h dell'elemento a divide q − 1, sia hm = q − 1. Indicato con 1
l'elemento neutro di (K∗ , ·), si ha aq−1 = (ah )m = 1m = 1, aq−1 = 1, aq = a .
t t t
(3) Se la caratteristica di K è p, si ha (a ± b)p = ap ± bp per ogni a, b ∈ K e
per ogni intero non negativo t.
Infatti i coecienti binomiali dei termini misti che si ottengono sviluppando
t
la potenza (a ± b)p sono tutti multipli di p.
Capitolo 4 Corpi e Campi. 74

(4) Se la caratteristica del campo K è p, indicato con 1 l'elemento neutro di


(K∗ , ·), l'insieme K̄ = {n · 1 | 0 ≤ n ≤ p − 1} è un sottocampo di K, anzi è
il sottocampo minimo (o fondamentale) di K perchè ogni altro sottocampo
di K deve contenere l'elemento 1 e quindi deve contenere tutti i multipli di
1. Inoltre la corrispondenza φ : Zp → K̄ denita da φ([a]) = a · 1 per ogni a
con 0 ≤ a ≤ p − 1 è un isomorsmo e perciò si può dire che ogni campo K
di caratteristica p contiene Zp come sottocampo, a meno di isomorsmi.

Proposizione 4.6.1. Sia K un campo nito. Si ha |K| = pn dove p è la


caratteristica di K ed n un intero positivo.
Dimostrazione. Poichè K è nito si ha carK = p, con p numero primo e per-
tanto K è estensione del suo sottocampo minimo Zp . Il campo K è perciò uno spazio
vettoriale di dimensione nita n su Zp e pertanto ha pn elementi. 

Teorema 4.6.2. Per ogni numero primo p e ogni intero positivo n esiste uno
ed un solo campo F avente pn elementi.
n
Dimostrazione. Consideriamo il polinomio f (x) = xp − x ∈ Zp [x] e sia F il
n
suo campo di spezzamento. Il polinomio f (x) = xp − x è separabile perchè il suo
0 n
derivato è f (x) = −1 e quindi nessuna radice di f (x) = xp − x è multipla. Perciò
n
in F esistono pn radici distinte di xp − x, sia H il loro insieme. H è sottocampo di F,
n n n n n
infatti se α, β ∈ H si ha αp = α e β p = β e quindi (α−β)p = αp −β p = α−β ∈ H;
n n n
inoltre se α, β ∈ H, β 6= 0, si ha (αβ −1 )p = αp (β p )−1 = αβ −1 e dunque αβ −1 ∈ H.
n
Poichè il campo di spezzamento di xp − x ∈ Zp [x] è il più piccolo ampliamento di
n
Zp che contiene tutte le radici di xp − x, si ha H = F e pertanto |F| = pn . Rimane
così provata l'esistenza di un campo con pn elementi.
Proviamo ora la sua unicità a meno di isomorsmi. Sia K un campo con pn
elementi; a meno di isomorsmi si ha Zp ⊆ K. Il gruppo moltiplicativo K∗ ha pn − 1
n
elementi e, per il teorema di Lagrange, per ogni x ∈ K∗ si ha xp −1 = 1 e pertanto
n
ogni x ∈ K∗ è radice di xp − x ∈ Zp [x]. Allora gli elementi di K sono esattamente
n
le radici di f (x) = xp − x ∈ Zp [x]. Per l'unicità del campo di spezzamento di un
polinomio, si conclude che K è isomorfo a F. 

Denizione 4.6.3. Per ogni numero primo p e ogni intero positivo n, l'unico
campo avente pn elementi si chiama campo di Galois di ordine pn e si indica con
GF (pn ).
Capitolo 4 Corpi e Campi. 75

Per studiare la struttura di un campo nito, dimostriamo una proprietà fonda-


mentale del suo gruppo moltiplicativo.

Teorema 4.6.4. Il gruppo moltiplicativo del campo K = GF (pn ) è ciclico.


Dimostrazione. Sia K = GF (pn ); si ha |K∗ | = pn − 1 e gli elementi di (K∗ , ·)
n
sono tutte e sole le radici del polinomio f (x) = xp −1 − 1 ∈ Zp [x]. Sia m = pn − 1 e
r r
sia m = q11 q22 · · · · · qtrt la sua fattorizzazione. Per ogni intero primo qi , i = 1, . . . t,
sia mi = m
q
e consideriamo il polinomio fi (x) = xmi − 1 ∈ Zp [x]; poichè mi |m si ha
i
che fi (x)|f (x), anzi è un divisore proprio perchè ha grado strettamente inferiore e
pertanto ogni radice di fi (x) è radice anche di f (x). Poichè f (x) ha grado maggiore di
fi (x) ed ha tutte radici distinte, esiste yi ∈ K∗ tale che f (yi ) = 0 ma fi (yi ) 6= 0, (ossia
m
r
q i
yi è radice di f (x) ma non di fi (x)) dunque = yim 1, yimi
6= 1. Sia zi = yi , zi ∈ K∗ ,
i

r
e dimostriamo che zi ha periodo qi i .
ri
r
Poichè (zi )qi = yim = 1, occorre dimostrare che per ogni divisore d di qi i si ha
ri ri −1
(zi ) 6= 1. I divisori propri di qi sono:1, qi , qi , . . . , qi
d 2
ossia sono potenze di qi e
r −1
quindi se il periodo di zi è uno di questi valori, tale numero è anche divisore di qi i
e pertanto risulta
ri −1
(zi )qi =1
ma si ha
m
ri −1 ri ri −1 m
(zi )qi = [(yi ) qi ]qi = (yi ) qi = yimi 6= 1
r
e dunque zi ha periodo qi i .
Per ogni i = 1, . . . t consideriamo zi e il loro prodotto z = z1 z2 · · · · · zt . Gli
elementi zi commutano perchè elementi di un gruppo commutativo e i loro periodi
sono a due a due primi fra loro, allora z ha periodo il prodotto dei periodi, ossia ha
r r
periodo q11 q22 · · · · · qtrt = m e pertanto z genera (K∗ , ·). Rimane così dimostrato che
il gruppo (K∗ , ·) è ciclico. 

Si osservi che l'ipotesi di nitezza del campo è indispensabile, infatti il teorema


non vale nel caso di campi inniti. Ad esempio il gruppo moltiplicativo del campo R
dei numeri reali non è ciclico perchè se fosse ciclico dovrebbe essere isomorfo a (Z, +)
e ciò non può essere perchè in (R∗ , ·) c'è un elemento di periodo due, il numero −1,
mentre in (Z, +) nessun elemento ha periodo due.

Proposizione 4.6.5. Il gruppo degli automorsmi di GF (pn ) è ciclico di ordine


n. Un suo generatore è l'automorsmo x −→ xp (automorsmo di Frobenius).
Capitolo 4 Corpi e Campi. 76

Dimostrazione. Sia K = GF (pn ); K è ampliamento di grado n di Zp e K =


Zp (u) essendo u un generatore del gruppo ciclico (K∗ , ·). Dunque esiste in Zp [x]
un polinomio di grado n, irriducibile in Zp [x], avente u come radice, sia f (x) =
a0 +a1 x+. . .+an xn . Se φ è un automorsmo del campo K, φ è l'dentità sugli elementi
di Zp e pertanto da a0 + a1 u + . . . + an un = 0 segue a0 + a1 φ(u) + . . . + an φ(u)n = 0
ossia φ(u) è ancora una radice di f (x).
Poichè u genera K∗ , ogni automorsmo φ di K risulta determinato quando è noto
φ(u); d'altra parte le radici distinte di f (x) sono al più n e quindi φ(u) può essere
determinato in al più n modi. Dunque esistono al più n automorsmi di GF (pn ).
Sia σ : GF (pn ) −→ GF (pn ), σ(x) = xp . Si ha σ applicazione iniettiva; infatti
xp = y p implica (x − y)p = 0 da cui x = y . Essendo iniettiva fra insiemi niti, σ è
necessariamente suriettiva e perciò biettiva. Inoltre σ(x + y) = (x + y)p = xp + y p =
= σ(x) + σ(y) e σ(xy) = (xy)p = xp y p = σ(x)σ(y). Pertanto σ è automorsmo di
GF (pn ) e tali sono anche σ 2 , σ 3 ,. . . , σ n = 1K .
Questi automormi sono certamente distinti perchè se fosse σ i = σ j con i 6= j ,
i j i j
allora avremmo σ i (a) = ap = σ j (a) = ap , per ogni a ∈ GF (pn ), da cui ap − ap = 0,
per ogni a ∈ GF (pn ). Senza perdere in generalità supponiamo sia i > j , otteniamo:
j i j i j
ap (ap −p − 1) = 0 da cui ap −p − 1 = 0 per ogni a ∈ GF (pn )∗ , ma allora il polinomio
i j i j
xp −p − 1 avrebbe pn − 1 radici distinte e ciò è assurdo perchè xp −p − 1 ha grado
strettamente minore di pn − 1. 

7. Teorema di Wedderburn.

Nel 1905 il matematico scozzese Joseph Henry Maclagan Wedderburn (1882-1948)


dimostrò e pubblicò per la prima volta che ogni corpo nito è un campo ossia non
esistono corpi niti non commutativi (A theorem of nite algebras, Trans. Amer.
Math. Soc.,pp. 349-352,1905). Questo teorema, nel tempo, ha avuto più dimo-
strazioni (lo stesso Wedderburn ne ha pubblicate tre). Nel 1905 anche Leonard
E.Dickson, collega di Wedderburn, pubblicò una dimostrazione del teorema ma rico-
nobbe a Wedderburn la priorità della scoperta. Nel 1983 Karen Parshall sostenne che
la prima dimostrazione di Wedderburn conteneva un errore che non compare nella
dimostrazione di Dickson (On nite algebras, Nachrichten der Akad. Wissenschaften
Gottingen Math. Phis. Klasse) e nemmeno nelle due successive dimostrazioni che
Wedderburn pubblicò dopo aver letto la dimostrazione di Dickson.
Questo teorema è un importante risultato che si trova in molteplici contesti per
le sue applicazioni. Fornisce un notevole esempio di come un problema di geometria
si può ridurre ad un problema algebrico. Ad esempio, poichè ogni piano proiettivo
Capitolo 4 Corpi e Campi. 77

desarguesiano è associato ad una struttura algebrica di corpo mentre ogni piano


proiettivo pappiano è associato ad una struttura algebrica di campo, il Teorema di
Wedderburn assicura che in un piano proiettivo nito la congurazione di Desargues
implica la congurazione di Pappo; dunque ogni piano desarguesiano nito è un
piano pappiano.

La dimostrazione del teorema qui presentata rispecchia quella di Wedderburn solo


nella prima parte. Dapprima dimostriamo la seguente proprietà che verrà utilizzata
nel corso della dimostrazione del teorema.

Proposizione 4.7.1. Siano m, n ∈ N∗ , m < n. Se (qm − 1)|(qn − 1) allora m|n.


Dimostrazione. Da (q m − 1)|(q n − 1), poichè ovviamente (q m − 1)|(q m − 1) ,
segue (q −1)|[(q −1)−(q m −1)] ossia (q m −1)|(q n −q m ). Posto n = hm+r, 0 ≤ r <
m n

m si ha (q m −1)|q m (q (h−1)m+r −1) e pochè (q m −1) - q m si ha (q m −1)|(q (h−1)m+r −1).


Ripetendo il procedimento h volte si ottiene (q m − 1)|(q r − 1) con 0 ≤ r < m e
pertanto, per non avere un assurdo deve essere r = 0 da cui n = hm ossia m|n. 

Ricordiamo inoltre che (vedi Capitolo 2):


(1) Nel campo (C, +, ·) dei complessi, le radici n-esime dell'unità sono i numeri
Qn
ξn,k = cos 2πk
n
+ i sin 2πk
n
, k = 1, 2, . . . , n, e pertanto xn − 1 = k=1 (x − ξn,k ).
Le radici di xn − 1 costituiscono un sottogruppo ciclico del gruppo (C∗ , ·),
questo sottogruppo è generato da una radice primitiva n-esima dell'unità.
Le radici primitive sono esattamente i numeri complessi ξn,k con k ed n primi
fra loro dovendo avere periodo n per poter generare tutte le altre radici.
∈ N∗ il
(2) Per ogni tQ polinomio ciclotomico t-esimo è:
Φt (x) = m (x − ξt,m ) dove il prodotto è esteso a tutti gli interi m ∈
{1, 2, . . . , t} primi con t. Dunque le radici del polinomio Φt (x) sono esatta-
mente le radici primitive t-esime dell'unità e pertanto Φt (x) è un polinomio
monico di grado ϕ(t) con ϕ(t) funzione di Eulero, inoltre sappiamo che
Φt (x) ∈ Z[x].
(3) Per ogni nQ∈ N∗ risultaQ
xn − 1 = t|n Φt (x) = k|t Φk (x) k-t Φk (x) = (xt − 1) k-t Φk (x) =
Q Q
k|n k|n
= (xt − 1)Φn (x) k-t Φk (x).
Q
k|n
k6=n

Teorema 4.7.2 (Teorema di Wedderburn). Ogni corpo nito è un campo.


Capitolo 4 Corpi e Campi. 78

Dimostrazione. Sia (K, +, ·) un corpo nito e sia Z(K) = {k ∈ K | kx =


xk, ∀x ∈ K} il centro di (K∗ , ·). È immediato vericare che Z(K) è un sottocampo
di K e pertanto K è spazio vettoriale di dimensione nita su Z(K); se n è tale
dimensione e se |Z(K)| = q si ha |K| = q n . Vogliamo provare che è n = 1 e quindi
K = Z(K) e dunque K commutativo.
Sia a ∈ K∗ e sia C(a) = {x ∈ K | xa = ax} il suo centralizzante; si verica subito
che C(a) è un sottocampo di K e Z(K) ⊂ C(a); quindi C(a) è spazio vettoriale
di dimensione nita su Z(K) e pertanto |C(a)| = q n(a) , con n(a) intero positivo
dipendente da a. Il gruppo moltiplicativo (C(a)∗ , ·) è un sottogruppo del gruppo
moltiplicativo (K∗ , ·) e pertanto per il teorema di Lagrange
(q n(a) − 1) | (q n − 1) da cui segue n(a) | n.
Consideriamo il gruppo (K∗ , ·), dalla teoria dei gruppi sappiamo che:
• il numero degli elementi di K∗ coniugatin ad un suo elemento a è uguale
q −1
all'indice di (C(a)∗ , ·) in (K∗ , ·) ossia è qn(a) −1 ;
• la relazione di coniugo è una relazione di equivalenza in K∗ ;
• una classe di equivalenza è costituita da un solo elemento se e solo se questo
elemento è nel centro di K∗ , ossia se a ∈ Z(K∗ ) allora n = n(a);
q n −1
• ogni altra classe di equivalenza, ossia la classe di a 6∈ Z(K∗ ), ha qn(a) −1
elementi (con n 6= n(a));
• l'equazione delle classi è
q n −1
q n − 1 = (q − 1) + n(a)6=n qn(a)
P
−1
(1)
n(a)|n
dove la somma è estesa agli elementi a 6∈ Z(K∗ ), uno per ogni classe di
coniugio.
Proviamo che se è n > 1 nessuna uguaglianza del tipo (1) può essere vera in Z e
pertanto è n = 1 ossia Z(K∗ ) = K∗ da cui Z(K) = K. Per fare questo cerchiamo
q n −1
un intero che divide qn(a) −1 ma non divide (q − 1), per ogni divisore n(a) di n con
n(a) 6= n. Utilizzeremo i polinomi ciclotomici cheQsappiamo essere tutti Q monici e a
coecienti interi. Sappiamo che xn − 1 = Φn (x) t|n Φt (x) e poichè t|n Φt (x) =
t6 =n t6 =n
t
con polinomio monico di , si ha
Q Q
k|t Φk (x) h|n Φh (x) = (x − 1)f (x) f (x) Z[x]
h6=n
h-t

xn − 1 = Φn (x)(xt − 1)f (x)


xn − 1
∈ Z[x] con t | n; t 6= n (2)
Φn (x)(xt − 1)
.
−1 n
Dunque per ogni z ∈ Z, Φn (z) è un intero che divide zzt −1 ; in particolare, per
n
q −1
ogni n(a) | n, n(a) =
6 n, si ha che Φn (q) divide qn(a) −1 . D'altra parte Φn (q) divide
Capitolo 4 Corpi e Campi. 79

anche q n − 1 e pertanto dalla (1) segue che Φn (q) dovrebbe dividere anche q − 1 e in
particolare dovrebbe essere |Φn (q)| ≤ q − 1.
Ma proviamo ora che per n > 1 si ha |Φn (q)| > q − 1 e quindi per n > 1 la (1)
non può Q sussistere. Detto P l'insieme delle radici primitive n-esime dell'unità si ha
Φn (x) = ξ∈P (x − ξ). Sia ξ = a + bi una radice primitiva n-esima dell'unità, allora
a2 + b2 = 1 da cui a2 ≤ 1. Se è n = 2 l'unica radice primitiva n-esima dell'unità è
−1 e dunque Φ2 (x) = x + 1 cioè |Φ2 (q)| = q + 1 > q − 1. Se è n > 2 si ha a2 < 1
(infatti se fosse a2 = 1 sarebbe ξ = −1 ma −1 non p è una radice primitiva quando
è n > 2). Pertanto è |q − ξ| = |q − (a + bi)| = (q − a)2 + b2 > q − 1 (infatti se
p
fosse (q − a)2 + b2 ≤ q − 1 allora a ≥ 1, mentre è a2 < 1 essendo a2 + b2 = 1) e di
conseguenza |Φn (q)| > q − 1.
Deve quindi necessariamente essere n = 1 e questo prova il teorema. 

8. Il corpo dei quaternioni reali di Hamilton

Con questo esempio si vuole evidenziare che nell'enunciato del Teorema di Wed-
derburn l'ipotesi di nitezza è necessaria, infatti esistono corpi inniti non commu-
tativi. Il corpo dei quaternioni reali di Hamilton è così denito
H = {a1 + a2 i + a3 j + a4 k | a1 , a2 , a3 , a4 ∈ R; i2 = j 2 = k 2 = ijk = −1} e con
ij = k, jk = i, ki = j
Si prova facilmente che H è un corpo; in particolare se α = a1 + a2 i + a3 j + a4 k
con α 6= 0, si ha α−1 = ar1 − ar2 i − ar3 j − ar4 k con r = a21 + a22 + a23 + a24 . L'elemento
ᾱ = a1 − a2 i − a3 j − a4 k è detto coniugato di α e pertanto per ogni α ∈ H, α 6= 0,
risulta
ᾱ ᾱ
α−1 = = 2 .
r a1 + a2 + a23 + a24
2

Il corpo H è non commutativo perchè, per esempio, ij = k 6= ji = −k. Si osservi


che il gruppo moltiplicativo (H ∗ , ·) del corpo ha come sottogruppo il gruppo dei
quaternioni Q = {1, −1, i, −i, j, −j, k, −k}.
Poichè H ≈ R × R × R × R, il corpo dei quaternioni si può denire a partire
dalle quaterne di numeri reali e da tre unità immaginarie i, j, k (i2 = j 2 = k 2 = −1)
, così come il campo dei numeri complessi si denisce a partire da R × R e dall'unità
immaginaria i2 = −1.
Capitolo 4 Corpi e Campi. 80

Nota 4.8.1. Nel campo R dei numeri reali, una equazione di grado n ammette in
R al più n soluzioni; questo fatto avviene perchè R è commutativo. Se consideriamo
il polinomio x2 + 1 ∈ H[x], l'equazione x2 + 1 = 0 ammette in H almeno sei soluzioni:
±i, ±j, ±k.

9. Esercizi

Esercizio√4.9.1.
Sia α = 2 − 3. Calcolare il polinomio minimo di α su Q e calcolare il grado di
[Q(α) : Q]. √
Soluzione - Si ha α2 = 7 − 4 3, α2 − 4α + 1 = 0 allora f (x) = x2 − 4x + 1 è il
polinomio minimo di α su Q (essendo f (x) irriducibile su Q). Si ha [Q(α) : Q] = 2.

Esercizio 4.9.2.
√ √ √ √ √ √
Provare che Q(
√ 2)(
√ 7) = Q( 2 + 7) . Calcolare il polinomio minimo di 2 + 7.
Calcolare [Q( 2 + 7)√ : Q] . √
Soluzione - Si ha Q( 2) = {a1 + a2 2 | a1 , a2 ∈ Q} e pertanto si ha
√ √ √ √
Q( 2)( 7) = {r1 + r2 7 | r1 , r2 ∈ Q( 2)} =
√ √ √
= {q1 + q2 2 + q3 7 + q4 14 | q1 , q2 , q3 , q4 ∈ Q}.
√ √
Sia α = 2 + 7 e calcoliamo il suo polinomio minimo: poichè α4 − 18α2 + 25 = 0
il polinomio cercato è x4 − 18x2 + 25 e pertanto si ha
Q(α) = {a + bα + cα2 + dα3 | a, b, c, d ∈ Q} =
√ √ √
= {q1 + q2 2 + q3 7 + q4 14 | q1 , q2 , q3 , q4 ∈ Q}.
√ √ √ √ √ √
Si conclude Q( 2)( 7) = Q( 2 + 7) e che [Q( 2 + 7) : Q] = 4.

Esercizio 4.9.3.

Sia α = 5 − 5
p

(1) Provare che α è algebrico su Q.


(2) Determinare il polinomio minimo f (x) di α su Q e il grado di α su Q.
(3) Scrivere α12 come combinazione lineare di α e delle sue potenze.
(4) Dire se Q(α) è il campo di spezzamento di f (x) su Q.
Soluzione -
Capitolo 4 Corpi e Campi. 81
√ √
(1) Poichè α2 = 5 − 5 e α4 = 30 − 10 5, si ha α4 − 10α2 + 20 = 0 e pertanto
il polinomio f (x) = x4 − 10x2 + 20 ammette α come radice e perciò α è
algebrico su Q.
(2) Il polinomio f (x) = x4 − 10x2 + 20 è irriducibile in Q[x] per il criterio
di Eisenstein con p = 5 e perciò f (x) è il polinomio minimo di α su Q e
[Q(α) : Q] = 4.
(3) Per quanto dimostrato nel punto precedente si ha che 1, α, α2 , α3 è una base
di Q(α) su Q. Per l'isomorsmo Q(α) → <f (x)> basta determinare l'inverso
Q[x]

di x2 + < f (x) > in . Essendo x2 (x2 − 10) ≡ −20 mod < f (x) >,
Q[x]
<f (x)>
2)
10−α2
l'inverso di x + <
2
f (x) > è (10−x
20
+ < f (x) > e quindi α12 = 20
.
p √
(4) Le radici di f (x) sono ± 5 e perciò Q(α)
5± pè campo di spezzamento di

f (x) perchè
p contiene tutte le radici.
p Infatti ± 5√ − 5 = ±α ∈ Q(α), ma
√ √ √ √ √
anche ± 5 + 5 ∈ Q(α) perchè 5 + 5 = √ 20√ e 20 = 2 5, 5 =
5− 5
√ √
5 − α e pertanto 20, 5 ∈ Q(α). Inoltre
2 √ 1
√ ∈ Q(α) perchè α ∈ Q(α)
5− 5
e Q(α) è un campo.

Esercizio
√ 4.9.4.

Sia α = 2 + 3 4.
3


(1) Provare che Q(α) = Q( 2).
3

(2) Dedurne il grado di α su Q.


(3) Calcolare il polinomio minimo di α su Q.
Soluzione - √ √ √ √ √
(1) Poichè 4 = ( 3 2)2 , si ha α = 2 + ( 3 2)2 ∈ Q( 3 2) e dunque Q(α) =
3 3

Q(√ 3
2). √
(2) Q( 2) è ampliamento di Q tramite 2 che ha grado 3 su Q perchè radice
3 3

del polinomio irriducibile 3
e pertanto 2) : Q] = 3. Poichè
3
√ x − 2 ∈ Q[x] [Q( √
[Q(α) : Q]√ 6= 1 e [Q( 2) : Q] = 3, ricordando che [Q( 3 2) : Q(α)][Q(α) :
3

Q] = [Q( 2) : Q], rimane provato che [Q(α) : Q] = 3.


3

(3) Poichè α3 = 6α + 6, il polinomio f (x) = x3 − 6x − 6 è il polinomio minimo


di α su Q.

Esercizio 4.9.5.
Dimostrare che un campo nito non è algebricamente chiuso.
Soluzione - Sia K un campo nito di ordine q; per ogni k ∈ K è kq − k = 0 e
pertanto il polinomio f (x) = xq − x + 1 ∈ K[x] non ha radici in K.
Capitolo 4 Corpi e Campi. 82

Esercizio 4.9.6.
Sia F il campo di riducibilità completa del polinomio x2 + 1 ∈ Z3 [x]. Si dimostri che
il polinomio f (x) = x9 − x si decompone in F[x] in prodotto di polinomi di primo
grado.
Soluzione - Si ha F = {a + bα | a, b ∈ Z3 } con α2 + 1 = 0. Inoltre x9 − x ∈ F[x] e
x9 − x = x(x + 1)(x − 1)(x2 + 1)(x2 + x − 1)(x2 − x − 1) e ogni fattore ha radici in
F, infatti i primi tre fattori hanno radici rispettivamente 0, 1, −1 mentre x2 + 1 ha
radici ±α, x2 + x − 1 ha radici α + 1, 1 − α, x2 − x − 1 ha radici −α − 1, α − 1 da
cui la tesi.
Si noti che f (x) non si decompone in fattori di primo grado in Z3 [x].
CAPITOLO 5

Elementi di Teoria di Galois.

Con questo breve capitolo si vuole mettere in evidenza come lo studio dei campi
e delle loro estensioni sia basilare per la Teoria di Galois. Gli attori principali di
questa teoria sono infatti i gruppi, i campi e le loro estensioni, gli isomorsmi fra
campi. Di questa teoria si riportano solo alcune denizioni e teoremi fondamentali.

1. Un po' di storia

La Teoria di Galois mette in relazione la Teoria dei campi con la Teoria dei
Gruppi. Essa si è sviluppata a partire dalla metà del XIX secolo decretando la nascita
della moderna algebra astratta. Nasce dall'idea di Evariste Galois (1811 − 1832)
di trasferire lo studio di un problema allo studio di una corrispondente struttura
algebrica più facile da studiare.
La Teoria di Galois ha ora trovato applicazioni in vari settori, ma il problema
arontato e risolto da Galois è stato quello di determinare quali sono le equazioni
algebriche risolubili per radicali. Con equazione algebrica si intende un'equazione i
cui coecienti appartengono ad un campo F con Q ⊆ F ⊆ C, dove Q e C indicano
rispettivamente il campo dei numeri razionali e il campo dei numeri complessi. Un'e-
quazione si dice risolubile per radicali se le soluzioni si possono trovare mediante un
numero nito di operazioni razionali (+, −, ·, ÷) e di estrazioni di radici, eseguite sui
coecienti delle equazioni.
L'idea innovativa di Galois fu quella di considerare i coecienti di un'equazione
algebrica nel campo generato dai coecienti dell'equazione stessa e prendendo in
considerazione le radici dell'equazione pur non approfondendo la questione della loro
esistenza.
Le equazioni di 1◦ e 2◦ grado venivano già risolte nei tempi più antichi (alcuni
casi particolari risolti dai Babilonesi risalgono al 2000-1700 a.c.), ma è solo molto più
tardi, con la matematica degli arabi, che si può parlare di risoluzione generale. Le
formule risolutive per l'equazione generale di 1◦ e 2◦ grado sono dovute al matematico
83
Capitolo 5 Elementi di Teoria di Galois. 84

arabo Muhammad al-Khawarizmi che visse tra i secoli VIII e IX; furono poi divulgate
da Leonardo Pisano, detto il Fibonacci, nel libro XV del suo Liber Abaci (1202).
Per inciso, ricordiamo che la parola Algebra deriva dalla parola al-jabr, presente
nel titolo del trattato Al-gebr we'l mukabala di al-Khawarizmi, mentre dal nome
dell'autore si fa derivare l'etimologia della parola algoritmo, usata nel medioevo per
indicare il calcolo fondato sulla notazione numerica araba.
Dopo il caso delle equazioni di 2◦ grado, il maggior progresso si ebbe in Italia
durante il Rinascimento, ad opera della scuola matematica bolognese; in quel periodo
furono infatti scoperte le formule per risolvere le equazioni polinomiali algebriche di 3◦
e 4◦ grado. Più precisamente, nei primi anni del 1500, fu trovata la formula risolutiva
dell'equazione di 3◦ grado (Scipione del Ferro (1465-1526) e Girolamo Cardano (1501-
1576)) e la formula risolutiva dell'equazione di 4◦ grado (Ludovico Ferrari (1522-
1565)).
Dopo i risultati ottenuti nel XVI secolo, si tentò di risolvere per radicali anche
le equazioni di grado superiore al 4◦ , ma il problema rimaneva insoluto nonostante i
progressi compiuti da matematici quali Franc ois Viète (1540-1630, iniziò ad esprime-
re mediante lettere non soltanto le incognite ma anche i dati dei problemi algebrici),
René Descartes (1596-1650, introdusse il simbolismo algebrico), Joseph-Louis La-
grange (1736-1813) che nel suo lavoro Reéxions sur la résolution algébrique des
equations (1770), diede un metodo unitario per risolvere le equazioni di 2◦ , 3◦ e 4◦
grado fondato sulle proprietà di simmetria delle radici, pose così le basi dello studio
dei gruppi di permutazioni e aprì la strada alle ricerche di Paolo Runi (1765-1822),
di Niels Henrik Abel (1802-1829) e di Galois, ma Lagrange trascurò gli "ambienti "
nei quali considerare i coecienti e le radici di un'equazione. Importante fu anche
il contributo di Carl Friedrich Gauss (1777-1855) che nella sua tesi di laurea (1799)
dimostrò, per la prima volta in modo esauriente e rigoroso, il teorema fondamentale
dell'algebra: "Ogni equazione algebrica ha almeno una radice (reale o) complessa ".
La questione della risolubilità per radicali fu chiarita all'inizio del XIX secolo
da Runi e da Abel i quali dimostrarono, indipendentemente l'uno dall'altro, che
l'equazione algebrica generale di grado maggiore o uguale al 5◦ non è risolubile me-
diante radicali. Ma poichè esistono varie famiglie di equazioni di grado qualunque
risolubili per radicali (per es. xn − a = 0), rimaneva aperto il problema di trovare
condizioni necessarie e sucienti per stabilire se una data equazione fosse risolubile
per radicali.
Il problema fu risolto da Galois introducendo nuovi concetti che sono alla base
della teoria dei gruppi e della teoria dei campi. La sua geniale idea fu quella di
associare ad ogni equazione algebrica un particolare gruppo di permutazioni sulle
radici (oggi chiamato gruppo di Galois) e dimostrare che le proprietà di questo gruppo
Capitolo 5 Elementi di Teoria di Galois. 85

determinavano se l'equazione era o no risolubile per radicali. In questo processo


emerse l'importanza di particolari sottogruppi oggi chiamati sottogruppi normali. In
termini moderni il risultato di Galois viene oggi così enunciato: "Sia K ⊆ C, f (x) ∈
K[x] irriducibile; l'equazione f (x) = 0 è risolubile per radicali se e solo se il gruppo
G di Galois di f (x) rispetto K è risolubile ".
La teoria sviluppata da Galois è essenzialmente contenuta nel suo lavoro "Me-
moire sur les conditions de résolubilité des équations par radicaux ", del 1830 ma che
fu pubblicato postumo nel 1846 da Joseph Liouville. Galois fu infatti ucciso in duello
nel 1832 all'età di soli vent'anni. L'opera di Galois favorì la nascita della teoria dei
campi che si sviluppò principalmente in Germania nel XIX secolo ad opera Heinrich
Weber, Richard Dedekind ma soprattutto di Leopold Kronecker (1823-1891) che in-
trodusse la nozione di "estensione algebrica" e fornì un modo rigoroso per costruire
un campo contenente le soluzioni di un'equazione polinomiale.
La presentazione della Teoria di Galois che viene oggi più frequentemente pro-
posta è dovuta ad Emil Artin (1898-1962); grazie al suo lavoro questa teoria si è
trasformata in una teoria riguardante le relazioni esistenti tra le estensioni di un
campo e il loro gruppo di automorsmi, divenendo così una disciplina del tutto gene-
rale di cui la risolubilità per radicali delle equazioni polinomiali è soltanto una delle
possibili applicazioni.
Grazie alla Teoria di Galois è stato completamente risolto un problema classico
della matematica greca: determinare se un dato problema ha soluzioni costruibili
con riga e compasso. Infatti applicando la Teoria di Galois si dimostrano i seguenti
due teoremi.
Teorema Un problema di geometria piana è risolubile con riga e compasso se
e solo se può tradursi analiticamente in una equazione algebrica risolubile mediante
radicali quadratici.
Teorema Un'equazione algebrica f (x) = 0 a coecienti in un campo K ⊆ C è
risolubile per radicali quadratici se e solo se |G| = 2h , dove G è il gruppo di Galois
di f (x) rispetto a K.

2. Gruppo di Galois di un polinomio

Sia K un campo ed L un suo ampliamento. Si chiama K-automorsmo di L


un automorsmo di L che muta in sè ogni elemento di K. Ovviamente l'insieme di
tutti i K-automorsmi di L costituiscono un gruppo. In questa breve trattazione,
consideriamo questi automorsmi nel caso in cui L è il campo di spezzamento di un
Capitolo 5 Elementi di Teoria di Galois. 86

polinomio f (x) ∈ K[x]. Nella teoria delle equazioni algebriche hanno importanza gli
automorsmi che ssano gli elementi del campo dei coecienti dell'equazione.

Denizione 5.2.1. Sia F il campo di spezzamento del polinomio f (x) ∈ K[x].


Il gruppo degli automorsmi di F che inducono l'identità su K è detto gruppo di
Galois del polinomio f (x) rispetto a K.
Esempio
(1) Il campo
√ di spezzamento
√ di f (x) = x2 − 2 ∈ Q[x] è il campo
Q( 2) = {a + b 2 | √ a, b ∈ Q}, allora
√ il gruppo di Galois di f (x) è G =
{id., α} con α : (a + b 2) → (a − b 2).
(2) Il campo di spezzamento di f (x) = x2 + 1 ∈ R[x] è il campo C dei numeri
complessi, allora il gruppo di Galois di f (x) è G = {id., α} con α : a + ib →
a − ib.

Nota 5.2.2. Quando si parla degli automorsmi del campo dei numeri complessi
C = {a+ib | a, b ∈ R, i2 = −1}, di norma, si indicano sempre solo i due automorsmi:
(1) Automorsmo identità, ϕ1 : a + ib → a + ib.
(2) Automorsmo coniugio, ϕ2 : a + ib → a − ib.
Si faccia però attenzione che questi due automorsmi non sono i soli automorsmi di
C, infatti il gruppo degli automorsmi di C è innito, più precisamente ha cardinalità
2|R| (Gabelli, 2008, p. 225). Gli automorsmi ϕ1 e ϕ2 sopra descritti sono però i
soli automorsmi di C che ssano i numeri reali, ossia per ogni r ∈ R si ha ϕ1 (r) =
ϕ2 (r) = r.

Caratterizziamo maggiormente il gruppo di Galois con i seguenti due teoremi.

Teorema 5.2.3. Sia f (x) ∈ K[x], F il suo campo di spezzamento, G il suo


gruppo di Galois rispetto a K. Ogni automorsmo ϕ ∈ G trasforma una radice di
f (x) in una radice di f (x).
Dimostrazione. Sia f (x) = a0 + a1 x + . . . + an xn e sia u ∈ F una sua radice
ossia a0 + a1 u + . . . + an un = 0. Sia ϕ ∈ G, ricordando che ϕ(ai ) = ai per ogni ai ∈ K,
si ha f (ϕ(u)) = a0 + a1 ϕ(u) + a2 (ϕ(u))2 + . . . + an (ϕ(u))n = ϕ(a0 ) + ϕ(a1 )ϕ(u) +
. . . + ϕ(an )ϕ(un ) = ϕ(a0 + a1 u + . . . + an un ) = ϕ(0) = 0 e pertanto ϕ(u) è radice di
f (x). 
Capitolo 5 Elementi di Teoria di Galois. 87

Teorema 5.2.4. Sia f (x) un polinomio avente m radici distinte, allora il


gruppo di Galois di f (x) è isomorfo ad un sottogruppo del gruppo simmetrico Sm .
Dimostrazione. Sia f (x) ∈ K, F il suo campo di spezzamento, G il suo gruppo
di Galois e sia E = {u1 , u2 , . . . , um } l'insieme delle radici distinte di f (x) (ovviamente
m ≤ gradof (x)). Per provare la tesi dimostriamo che esiste un omomorsmo iniettivo
di G nel gruppo simmetrico Sm . Per il teorema precedente ogni σ ∈ G agisce sulle
radici distinte di f (x) ossia determina una permutazione degli elementi di E che
indichiamo con σE . Consideriamo l'applicazione φ : G → SE , φ(σ) = σE , essa è
banalmente un omomorsmo perchè φ(αβ) = αE βE = φ(α)φ(β). Proviamo che φ è
iniettiva, osserviamo che F = K(u1 , u2 , . . . , um ) può ottenersi mediante ampliamenti
successivi K ⊂ K(u1 ) ⊂ K(u1 , u2 ) ⊂ . . . ⊂ K(u1 , u2 , . . . , um ) = F in cui ogni campo
è ampliamento di grado nito rispetto al precedente e perciò gli elementi di K(u1 )
si scrivono come polinomi in u1 a coecienti in K, gli elementi di K(u1 , u2 ) come
polinomi in u2 a coecienti in K(u1 ) ecc. . Sia σ ∈ Kerφ = {σ ∈ G | φ(σ) = σE =
id.}; si ha σ(u1 ) = u1 , σ(k) = k per ogni k ∈ K e pertanto σ agisce come l'identità
su K(u1 ); analogamente poichè σ(u2 ) = u2 , σ(t) = t per ogni t ∈ K(u1 ) si ha che
σ agisce come l'identità su K(u1 , u2 ) ecc. ; si conclude che φ ssa ogni elemento di
F = K(u1 , u2 , . . . , um ) e perciò Kerφ = {id.} e dunque φ è iniettiva. 

Proposizione 5.2.5. Sia f (x) ∈ K[x], deg f (x) = n, G il suo gruppo di Galois
rispetto a K. Si ha |G| | n!
Dimostrazione. Sia F il suo campo di spezzamento e siano v1 , v2 , . . . , vm ∈ F
le radici distinte di f (x), m ≤ n. Per il teorema precedente G è isomorfo ad un
sottogruppo di Sm e pertanto |G| | m!, ma m!|n! perchè m ≤ n e dunque |G| | n! 

Proposizione 5.2.6. Sia f (x) ∈ K[x] separabile, F il suo campo di spezzamento,


G il suo gruppo di Galois rispetto a K. Si ha |G| = [F : K].
Dimostrazione. Segue dalla denizione di gruppo di Galois e dal teorema
4.4.8 perchè gli elementi di G sono esattamente gli automorsmi di F che risultano
prolungamento dell'automorsmo identità di K. 

Proposizione 5.2.7. Sia f (x) ∈ K[x] separabile, F il suo campo di spezzamento,


G il suo gruppo di Galois rispetto a K. Un elemento di F è mutato in sè da ogni
elemento di G se e solo se è un elemento di K.
Capitolo 5 Elementi di Teoria di Galois. 88

Dimostrazione. Sia T = {v ∈ F | σ(v) = v , ∀ σ ∈ G}; per denizione di


gruppo di Galois si ha K ⊆ T , proviamo che vale anche l'inclusione inversa.
Si ha |G| = n con n grado dell'ampliamento F rispetto a K; sia v ∈ T ; sia h il
grado di K(v) rispetto a K ed m il grado di F rispetto a K(v), sappiamo che allora
n = mh. Sia Γ il gruppo di Galois di f (x) rispetto a K(v), allora |Γ| = m. Poichè
ogni elemento di G muta in sè v e muta in sè ogni elemento di K, esso è l'identità
su K(v) e pertanto G ⊆ Γ da cui n ≤ m e poichè n = mh risulta n = m e h = 1.
Rimane così provato che K(v) = K da cui v ∈ K. 

Concludiamo il paragrafo determinando il gruppo di Galois di una importante


famiglia di polinomi.

Il gruppo di Galois di xr − 1 con r numero primo.


Ricordiamo che in C le r radici di xr − 1 sono u, u2 , . . . , ur = 1 con u = cos 2π
r
+

isen r e poichè r è un numero primo tutte le radici sono primitive e F = Q(u) è il
campo di spezzamento di xr − 1.

Proposizione 5.2.8. Sia F il campo di spezzamento di xr − 1, r numero primo.


Qualunque sia il campo K, Q ⊆ K ⊆ F, il gruppo G di Galois di xr − 1 ∈ K[x] è
abeliano.
Dimostrazione. Sia u ∈ F una radice primitiva del polinomio. Per ogni σ ∈ G
si ha σ(u) = u ; siano σi (u) = ui , σj (u) = uj . Risulta (σj ◦ σi )(u) = σj (σi (u)) = uji
i

e analogamente (σi ◦ σj )(u) = uij e poichè uji = uij si ha (σj ◦ σi )(u) = (σi ◦ σj )(u).
Inoltre σi e σj ssano ogni elemento di K e pertanto σj ◦ σi = σi ◦ σj . 

3. Il Teorema di corrispondenza di Galois

Sia F il campo di spezzamento di f (x) ∈ K[x] e sia G il gruppo di Galois di


f (x) rispetto a K. Il seguente teorema evidenzia la relazione che intercorre fra i
sottogruppi di G e i sottocampi di F che contengono K. L'importanza di questa
relazione è che problemi relativi a polinomi a coecienti in un campo possono essere
ricondotti allo studio del gruppo di Galois associato al polinomio e in questo senso si
può dire che la Teoria di Galois trasforma problemi di campi in problemi di gruppi.
Capitolo 5 Elementi di Teoria di Galois. 89

Teorema 5.3.1 (Teorema di corrispondenza di Galois). Sia f (x) ∈ K[x] sepa-


rabile, F il suo campo di spezzamento, G il suo gruppo di Galois rispetto a K. Sia
φ l'applicazione dall'insieme F degli intercampi fra K ed F all'insieme G dei sotto-
gruppi di G che ad ogni intercampo H, K ⊂ H ⊂ F, associa il gruppo di Galois di
f (x) rispetto ad H. L'applicazione φ è biettiva.
φ: F → G
H 7→ φ(H) = GH = Γ = {ϕ ∈ G | ϕ(h) = h, ∀h ∈ H}
Dimostrazione. L'elemento φ(H) è sottogruppo di G; infatti se α, β ∈ GH
allora α(h) = h = β(h), ∀h ∈ H, αβ −1 (h) = h ∀h ∈ H} e ciò signica αβ −1 ∈ GH e
pertanto GH è sottogruppo di G . Dimostriamo che φ è biettiva.
(1) φ è iniettiva. Supponiamo sia φ(H1 ) = φ(H2 ) = Γ; per la proposizione 5.2.7
sia H1 che H2 coincidono con l'insieme degli elementi di F mutati in sè da
ogni elemento di Γ e perciò H1 = H2 .
(2) φ è suriettività. Sia Γ un sottogruppo di G e sia H = {v ∈ F | g(v) = v ∀ g ∈
Γ}; H risulta un sottocampo di F ossia un intercampo fra K ed F, infatti per
ogni h, k ∈ H si ha γ(h) = h, γ(k) = k, γ(−k) = −k, γ(k −1 ) = k −1 per k 6= 0
e pertanto risulta γ(h − k) = γ(h) − γ(k) = h − k e γ(hk −1 ) = γ(h)γ(k −1 ) =
hk −1 , per k 6= 0. Dimostriamo che φ(H) = Γ.
• Γ ⊆ φ(H); infatti se g ∈ Γ si ha g(v) = v per ogni v ∈ H e quindi g
appartiene al gruppo di Galois di f (x) rispetto ad H ossia g ∈ φ(H).
• φ(H) ⊆ Γ; proviamo che non può essere Γ 6= φ(H). Poichè F è campo di
spezzamento di f (x), per il teorema dell'elemento primitivo esiste v ∈ F
tale che F = K(v). Sia Γ = {γ1 = idF , γ2 , . . . , γm } e sia γi (v) = vi per
i = 1, 2, . . . , vm . Si ha vi 6= vj per i 6= j , infatti se vi = vj allora
γi (v) = γj (v), γj−1 γi (v) = v, γj−1 γi = idF , γi = γj , i = j.
Inoltre γr (vi ) = γr γi (v) = γs (v) = vs e perciò ogni γr ∈ Γ induce
una permutazione sugli elementi v1 = v, v2 , . . . , vm . Sia g(x) = (x −
v1 )(x − v2 ) · · · (x − vm ), i coecienti di tale polinomio sono funzioni
simmetriche degli elementi v1 , v2 , . . . , vm e pertanto ogni γr ∈ Γ muta
in sè i coecienti di g(x) ossia i coecienti di g(x) sono elementi di
H. Dunque g(x) ∈ H[x] e poichè v = v1 è radice di g(x) si ha che il
polinomio irriducibile di H[x] che ammette v come radice deve avere
grado minore uguale al grado m di g(x). Pertanto [H(v) : H] ≤ m.
Poichè si ha F = H(v) e [H(v) : H] uguaglia l'ordine del gruppo di
Galois di f (x) rispetto ad H perchè f (x) ha tutte radici semplici, si ha
che [H(v) : H] uguaglia l'ordine del gruppo φ(H) = GH ossia uguaglia
|φ(H)| e quindi |φ(H)| ≤ m. Ma |Γ| = m e Γ ⊆ φ(H) e perciò si
conclude Γ = φ(H).
Capitolo 5 Elementi di Teoria di Galois. 90

Proposizione 5.3.2. Sia f (x) ∈ K[x] separabile, F il suo campo di spezzamen-


to, G il suo gruppo di Galois rispetto a K. Sia φ l'applicazione dall'insieme de-
gli intercampi fra K ed F all'insieme dei sottogruppi di G che ad ogni intercampo
H, K ⊂ H ⊂ F, associa il gruppo di Galois di f (x) rispetto ad H. Siano H1 ⊂ H2
intercampi fra K ed F e sia Γ1 = φ(H1 ) e Γ2 = φ(H2 ). Allora il grado di H2 rispetto
ad H1 è uguale all'indice di Γ2 in Γ1 .
n
Dimostrazione. Sia [F : H1 ] = n e sia [F : H2 ] = m; allora [H2 : H1 ] = m .
D'altra parte si ha |Γ1 | = n e |Γ2 | = m ed essendo Γ2 ⊂ Γ1 si ha la tesi. 

Gli intercampi fra K ed F sono un reticolo rispetto alla operazione di intersezione


e all'operazione di unione di due intercampi intesa come il più piccolo intercampo
che contiene i due intercampi.

Proposizione 5.3.3. Sia f (x) ∈ K[x] separabile, F il suo campo di spezzamen-


to, G il suo gruppo di Galois rispetto a K. Sia φ l'applicazione dall'insieme de-
gli intercampi fra K ed F all'insieme dei sottogruppi di G che ad ogni intercampo
H, K ⊂ H ⊂ F, associa il gruppo di Galois di f (x) rispetto ad H. Il reticolo degli
intercampi fra K ed F è antisomorfo al reticolo dei sottogruppi del gruppo di Galois
di f (x) rispetto a K.
Dimostrazione. Sia φ l'applicazione denita nel Teorema di corrispondenza di
Galois; poichè è biettiva, per provare che φ è un antisomorsmo basta vericare che
si ha H1 ⊂ H2 se e solo se φ(H1 ) ⊃ φ(H2 ). Se H1 ⊂ H2 ogni elemento del gruppo di
Galois di f (x) rispetto a H2 , muta in sè ogni elemento di H2 e quindi anche di H1
cioè è φ(H2 ) ⊂ φ(H1 ).
Viceversa se è φ(H2 ) ⊂ φ(H1 ) ogni elemento di H1 è mutato in sè da ogni elemento
di φ(H1 ) e quindi anche da ogni elemento di φ(H2 ) e pertanto sta in H2 e dunque
H1 ⊂ H2 . 

Esempio 5.3.4. Illustriamo il teorema di corrispondenza di Galois nel caso in


cui il polinomio f (x) sia x3 − 2 ∈ Q[x].
√ √ √
Risulta x3 − 2 = (x − 2)(x − ω 2)(x − ω 2 2) con ω radice terza primitiva
3 3 3

dell'unità. Il campo di spezzamento di x − 2 è F = Q( 2, ω). Un elemento σ del
3 3

gruppo G di √ Galois di F rispetto a Q è completamente


√ individuato non appena si
conoscano σ( 2) e σ(ω). Il polinomio minimo di 2 su Q è x3 − 2, il polinomio
3 3
Capitolo 5 Elementi di Teoria di Galois. 91

minimo di ω su Q è x2 + x + 1. Il gruppo G ha esattamente sei elementi, sono gli


automorsmi
2
 
ω
√ → ω√ ω
√ →ω √
σ1 = id σ2 = 3 σ3 =
2→ 32 3
2→ω32

→ ω2 √ → ω2 √
  
ω
√ →ω √ ω
√ ω

σ4 = σ5 = σ6 =
3
2 → ω2 3 2 3
2 → ω2 3 2 3
2→ω32
Si ha σ4 = σ32 , σ5 = σ2 ◦ σ3 , σ6 = σ2 ◦ σ4 . Dalla tabella moltiplicativa di G si deduce
G = S3 . I sottogruppi non banali di G sono
G1 =< σ2 >, G2 =< σ5 >, G3 =< σ6 >, G4 =< σ3 >,
|G1 | = |G2 | = |G3 | = 2, |G4 | = 3.
Gli intercampi fra F e Q sono
√ √ √
H1 = Q( 2), H2 = Q(ω 2), H3 = Q(ω 2 2), H4 = Q(ω).
3 3 3

√ √ √
[Q( 2) : Q] = 3, [Q(ω 2) : Q] = 3, [Q(ω 2 2) : Q] = 3, [Q(ω) : Q] = 2.
3 3 3

Indicato con F l'insieme degli intercampi e con G l'insieme dei sottogruppi di G,


rappresentiamo la corrispondenza φ : F → G tramite il diagramma dei loro reticoli.

φ
F / I
Q G
• •
2 2
3 3 3 3 3 3
H4 G4
• •
H1 H2 H3 G1 G2 G3
• • • • • •

2 3 2 3
2 2 2 2

• •
F {id}
Capitolo 5 Elementi di Teoria di Galois. 92

4. Applicazioni e conclusione

L'applicazione più notevole del Teorema di corrispondenza di Galois è quella che


permette di determinare quando una data equazione è risolubile per radicali ossia è
possibile trovare le soluzioni dell'equazione in funzione dei coecienti dell'equazione
stessa tramite le quattro operazioni razionali (+, −, ·, ÷) ed estrazioni di radici. Senza
darne dimostrazione, riportiamo le denizioni e i teoremi che portano alla condizione
necessaria e suciente anchè un'equazione sia risolubile per radicali.

Denizione 5.4.1. Un ampliamento F di un campo K è detto ampliamento


per radicali se esistono degli intercampi K = H0 ⊆ H1 ⊆ . . . ⊆ Hr = F tali che
Hi = Hi−1 (αi ) con αi radice del polinomio xni − ai ∈ Hi−1 [x].

In altre parole Hi si ottiene da Hi−1 aggiungendo una radice ni -esima di un


elemento di Hi−1 .

Denizione 5.4.2. Un polinomio f (x) ∈ K[x] (o l'equazione f (x) = 0) si dice ri-


solubile per radicali se il suo campo di spezzamento è contenuto in un ampliamento
per radicali di K.

Nota 5.4.3.
(1) L'ampliamento per radicali può essere più grande del campo di spezzamento
di f (x).

(2) Sia H1 = K(α) con α = n a radice di xn − a ∈ K[x]. Risulta H1 = {b0 +
b1 α + · · · + bn−1 αn−1 | bi ∈ K} e analogamente per H2 , . . . , Hr = F, pertanto
se f (x) ∈ K[x] è risolubile per radicali, allora le sue radici si scrivono come
espressioni radico-razionali di elementi di K.
(3) Non è restrittivo se nelle varie considerazioni o dimostrazioni si suppone che i
numeri naturali ni siano numeri primi. Infatti sia xn −a ∈ K[x], αn = a, α =
1
a n 6∈ K e consideriamo l'ampliamento per radicali K(α). Se n = p1 p2 · · · ps ,
allora tra K e K(α) si possono inserire i campi intermedi K ⊆ K(αp2 ···ps ) ⊆
K(αp3 ···ps ) ⊆ · · · ⊆ K(αps ⊆ K(α) ognuno dei quali si ottiene dal precedente
per aggiunzione di una radice pi -esima con pi numero primo.

Esempi
Capitolo 5 Elementi di Teoria di Galois. 93
√ √ √
(1) x30 − 2 ∈ Q[x], 30 = 2 · 3 · 5, α = 2, α15 = 2, α5 = 6 2
30

√ √6

30
Q ⊂ Q( 2) ⊂ Q( 2) ⊂ Q( 2)
√ √ √ √ 3 √
Infatti
√Q( 2) √ ⊂ Q( 6 2) perchè 2 = ( 6 2)√ ∈ Q( 6 2) e quindi
√ ogni√ elemento
a + b 2 ∈ Q( 2)√appartiene anche a Q( 2), ossia Q( 2) ⊂ Q( 2) ossia
6 6

l'ampliamento
√ √Q( 2 è ottenuto con una radice√ cubica. Analogamente per
Q( 6 2) ⊂ Q( 30 2) ossia l'ampliamento
√ Q( 30
2) è ottenuto con una radice
quinta. Inoltre√ osserviamo
√ che [Q( 2) : Q]3 = 2 perchè x − 2 è irriducibile
2

in Q[x] , perchè è irriducibile in 2)[x],
6
√ [Q( √ 2) : Q( 2)] = 3 x − 2 √ Q(
[Q( 30 2) : Q( 6 2)] = 5 perchè x5 − 2 è irriducibile in Q( 6 2)[x].
√ √ √
(2) x12 − 2 ∈ Q[x], 12 = 2 · 2 · 3, α = 2, α3 = 4 2, α6 = 2
12

√ √4

12
Q ⊂ Q( 2) ⊂ Q( 2) ⊂ Q( 2)
√ √ 2 √ √ √ √
• √2 = ( 4 2)√ allora 2 ∈√Q( 2) allora
4 4
√ Q( 2) ⊂√ Q( 2) √
4
• 2√ = (Q( 2)) allora 2 ∈ Q( 2) allora Q( 2) ⊂ Q(
12 3 4 12 4

12
2) √
• [Q( 2) : Q] = 2√perchè x2 − 2 è irriducibile
√ in Q[x] , √[Q( 4
2) : Q(
√ 2)] =
2 perchè x − 2 è irriducibile √
2
in Q( 2)[x], [Q( 2) : Q( 2)] = 3
12 4

perchè x − 2 è irriducibile in Q( 2)[x].


3 4

Teorema 5.4.4. Sia K un campo di caratteristica zero, f (x) ∈ K[x] irriducibile.


L'equazione f (x) = 0 è risolubile per radicali se e solo se il gruppo G di Galois di
f (x) rispetto a K è risolubile.

Conseguenze del Teorema


Ricordiamo che un gruppo G è risolubile se esiste un numero naturale r tale che
il derivato r -esimo di G è il sottogruppo identità o, equivalentemente, se G ammette
una serie subnormale a fattoriali abeliani. Inoltre è ben noto che il gruppo simmetrico
Sn è risolubile solo per n ≤ 4.
(1) Le equazioni di grado m ≤ 4 hanno come gruppo di Galois un sottogruppo
di Sm e pertanto, essendo Sm risolubile, sono tutte risolubili per radicali.
D'altra parte per ognuno dei gradi n = 2, n = 3, n = 4 è nota la formula
generale per determinare le soluzioni dell'equazione e tale formula coinvolge
solo operazioni razionali ed estrazioni di radici.
(2) Le equazioni di grado n ≥ 5 hanno gruppo di Galois che è sottogruppo
di Sn , n ≥ 5. Pertanto il gruppo di Galois di queste equazioni può essere
risolubile oppure no e pertanto le equazioni di questi gradi possono essere
risolubili per radicali oppure no. Per ogni n ≥ 5 si possono trovare equazioni
aventi gruppo di Galois uguale a Sn e dunque non risolubili per radicali (ad
Capitolo 5 Elementi di Teoria di Galois. 94

esempio f (x) ∈ Q[x] di grado p primo irriducibile su Q ed avente esattamente


due radici non reali nel campo dei complessi, ne è un esempio l'equazione
f (x) = x5 − 10x − 2).

Ricordiamo che la non risolubilità per radicali delle equazioni generali di grado
n ≥ 5 fu dimostrata da Paolo Runi e da Niels Abel in modo indipendente l'uno
dall'altro. Osserviamo però che esistono equazioni (o famiglie di equazioni) di grado
n ≥ 5 che sono risolubili per radicali. Se ad esempio consideriamo le equazioni xr −1,
r primo, esse sono tutte risolubili per radicali avendo il gruppo di Galois abeliano
(vedi Proposizione 5.2.8)) e quindi risolubile.

Risolubilità delle equazioni per radicali quadratici.


Risolubilità per radicali quadratici signica risolubilità con il solo uso delle ope-
razioni razionali ed estrazione di radici quadrate.

Teorema 5.4.5. Un'equazione f (x) = 0, f (x) ∈ K[x], K ⊆ C è risolubile per


radicali quadratici se e solo se |G| = 2h , con G gruppo di Galois di f (x) rispetto a
K.

Osserviamo anzitutto che |G| = 2h equivale a [F : K] = 2h con F campo di


spezzamento di f (x).
Con questo teorema, dopo quasi 2000 anni da Euclide, lo sviluppo dell'algebra
ha dato risposta ad un quesito centrale della matematica greca dell'antichità ossia
determinare quali fossero i problemi geometrici risolubili con il solo uso della riga
e del compasso (si intende riga non graduata e compasso che si richiude appena
sollevato dal foglio cioè che non permette il trasporto meccanico di lunghezze).
I risultati ottenuti permettono di dimostrare che molte costruzioni classiche del-
l'antichità non sono costruibili con il solo uso della riga e del compasso. Fra questi
ricordiamo i problemi più noti:
(1) Duplicazione del cubo: costruire un cubo il cui volume sia uguale al doppio
di quello di un cubo assegnato.
(2) Quadratura del cerchio: costruire un quadrato che abbia area uguale a quella
di un cerchio assegnato.
(3) Retticazione della circonferenza: costruire un segmento pari alla lunghezza
di una circonferenza.
(4) trisezione dell'angolo: costruire la terza parte di un angolo 3ϑ.

Il teorema fornisce inoltre


Capitolo 5 Elementi di Teoria di Galois. 95

(1) Un criterio per stabilire quali sono i numeri algebrici costruibili con riga e
compasso e assicura che nessun numero trascendente è costruibile.
(2) Un criterio per stabilire quali sono i poligoni regolari costruibili con riga e
compasso, ossia per quali n si può costruire l'angolo 2π
n
. Si dimostra che un
poligono regolare con n lati è costruibile con riga e compasso se e soltanto
ser n = 2k p1 · · · pm dove k ≥ 0 e p1 , · · · , pm sono numeri primi della forma
22 + 1, r ≥ 0. Questo risultato è attribuito a Gauss che lo pubblicò nel 1801
ma in realtà, pur avendo dato un risultato corretto, Gauss dimostrò solo
la condizione suciente. La condizione necessaria venne dimostrata solo in
seguito con la teoria di Galois.

Nota 5.4.6. I numeri della forma Fr = 22r + 1, r ≥ 0 sono detti numeri di


Fermat. Nel 1634 Fermat congetturò che tutti i numeri interi della forma Fr fossero
numeri primi, in eetti lo sono F0 = 3, F1 = 5, F2 = 17, F3 = 257, F4 = 65537. Ma
Eulero nel 1738 dimostrò la falsità della congettura perchè dimostrò che F5 non è
primo perchè F5 = 4294976297 = 641 × 6700417. Successivamente si è dimostrato
che non sono primi i numeri di Fermat da F5 a F11 . Il problema della ricerca dei
numeri di Fermat che siano primi è tuttora aperto. Non è neanche noto se i numeri
primi di Fermat siano in numero nito o innito.

Informazioni, in tempo reale, sui risultati di ricerche inerenti i numeri primi si pos-
sono trovare nel sito della University of Tennessee at Martin: http://primes.utm.edu

Tutte le problematiche legate alle costruzioni con riga e compasso, anche se ora
completamente risolte, continuano ad essere molto attuali non solo per la loro intrin-
seca bellezza ma perchè si prestano molto bene all'uso del computer per applicazioni
anche didattiche.

5. Esercizi

Esercizio 5.5.1.
Determinare il gruppo G di Galois del campo di spezzamento F del polinomio f (x) =
x3 − x − 1 ∈ Q[x] rispetto a Q. Scrivere G come gruppo di permutazioni.
Soluzione - Il polinomio f (x) è irriducibile in Q[x], sia α 6∈ Q una sua radice
ossia α3 = α + 1, si ha [Q(α) : Q] = 3 e f (x) = (x − α)(x2 + αx + (α2 − 1)) con
x2 +αx+(α2 −1) irriducibile in Q(α) allora sia β 6∈ Q(α) una sua radice. Il campo di
spezzamento di f (x) è F = Q(α, β) con [Q(α, β) : Q] = 6 perchè [Q(α, β) : Q(α)] = 2
e [Q(α) : Q] = 3.
Capitolo 5 Elementi di Teoria di Galois. 96

Il polinomio f (x) ha tre radici distinte u1 = α, u2 = 12 (β − α), u3 = − 12 (α + β). Il


gruppo di Galois di F rispetto a Q ha 6 elementi perchè F = Q(α, β) con [Q(α, β) :
Q] = 6 ed è un sottogruppo di S3 perchè f (x) ha esattamente tre radici distinte,
deve allora essere G = S3 .
Gli elementi di G mandano una radice in una radice e pertanto ogni permutazione
delle radici induce un automorsmo di Q(α, β). Ad esempio il 3-ciclo (123) induce
la permutazione σ sulle radici denita da σ(u1 ) = u3 , σ(u3 ) = u2 , σ(u2 ) = u1 . Allora
da u2 = σ(u3 ) si ha
1 1 1 1 1 1 1 1 1
(β−α) = σ(− (α+β)) = − σ(α)− σ(β) = − (− (α+β))− σ(β) = (α+β)− σ(β)
2 2 2 2 2 2 2 4 2
1 3
Allora σ(β) = − 2 + 2 α. Pertanto rimane completamente determinato l'automorsmo
σ di Q(α, β).

Esercizio 5.5.2.
Sia f (x) = x4 − 2 ∈ Q[x] e sia F il suo campo di spezzamento su Q. Determinare e
studiare la struttura del gruppo G di Galois di f (x) rispetto a Q. √ √
Soluzione
√ - Il polinomio è separabile perchè
√ car Q = 0, pertanto F = Q(± 2, ± 2i) =
4 4

Q( 4√2, i). Il grado dell'estensione


√ √ di [Q(√ 2, i) : Q] si può calcolare considerando
4

[Q(√4 2, i) : Q] = [Q( 4 2, i) :√Q( 4 2)][Q( 4 2) : Q] = 2 · 4 = 8.√Infatti [Q( 4 2, i) :
Q( 4√2)] = 2 perchè i 6∈ Q( 4 2) e x2 + 1 è irriducibile su Q( 4 2). D'altra parte
[Q( 4 2) : Q] = 4 perchè x4 − 2 è irriducibile in Q[x] (per esempio per il criterio di
Eisenstein). √
Ovviamente il√grado dell'estensione di [Q( 2, i) : Q] si può calcolare anche
4

considerando [Q( 2, i) : Q]√= [Q( 2, i) : Q(i)][Q(i) : Q] = 4 · 2 = 8. Infatti
4 4

[Q( 4 2, i) : Q(i)] = 4 perchè 4 2i 6∈ Q(i) e x4 − 1 è irriducibile su Q(i). D'altra parte
[Q(i) : Q] = 2 perchè x2 + 1 è irriducibile in Q[x].
Abbiamo trovato che G = Aut(F|Q) (automorsmi di F che indicono l'identità su
Q) ha otto√ elementi; studiamo la sua struttura. Da quanto visto precedentemente,
[F = Q( 2, i) : Q(i)]√ = 4 e√x4 − 2 è irriducibile
4
√ su Q(i), sia σ ∈ Aut(F|Q(i)) ⊆
Aut(F|Q) tale che σ( 4 2) = i 4 2; τ ∈ Aut(F|Q( 4 2)) ⊆ Aut(F|Q) tale che τ (i) = −i.
Poichè σ ha periodo 4 e τ ha periodo 2, risulta < σ >∼ = Z4 e < τ >∼ = Z2 . Poichè
τ σ = σ − 1τ il gruppo di Galois G è il gruppo diedrico D4 generato da σ e τ .

Esercizio 5.5.3.
Sia f (x) = x4 −x2 +1 ∈ Q[x] e sia F il suo campo di spezzamento su Q. Determinare
e studiare la struttura del gruppo G di Galois di f (x) rispetto a Q.
Soluzione - Il polinomio f (x) = x4 −x2 +1 è irriducibile in Q[x]; sia v una sua radice
Capitolo 5 Elementi di Teoria di Galois. 97

e consideriamo il campo F = = {a0 + a1 v + a2 v 2 + a3 v 3 | ai ∈ Q, f (v) = 0}. Da


Q[x]
<f (x)>
f (v) = 0, segue v 4 = v 2 −1 e perciò le radici di f (x) sono ±v e ±(v 3 −v). Ciò signica
che F è il campo di spezzamento di f (x) su Q perchè è il più piccolo campo che
contiene tutte le radici del polinomio, come è immediato vericare. Determiniamo ora
il gruppo G di Galois dell'estensione F su Q; un automorsmo σ di F tale che σ(a) = a
per ogni a ∈ Q è tale che σ(a0 + a1 v + a2 v 2 + a3 v 3 ) = a0 + a1 σ(v) + a2 σ(v)2 + a3 σ(v)3
e pertanto σ è completamente determinato da σ(v) che sappiamo essere radice di
f (x). Rimangono dunque determinati quattro automorsmi
σ1 : v → v, σ2 : v → −v, σ3 : v → v 3 − v, σ4 : v → −v 3 + v
Si conclude che il gruppo di Galois di f (x) è G = {σ1 , σ2 , σ3 , σ4 }. Dalla tavola di
moltiplicazione di G è immediato vericare che G è isomorfo al gruppo quadrinomio
di Klein.