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«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra

Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle


carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.
Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità,
andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra
costituzione.»
(Piero Calamandrei, Discorso ai giovani sulla Costituzione nata dalla Resistenza. Milano, 26 gennaio 1955)

Nel corso della seconda guerra mondiale, la Resistenza italiana (chiamata anche Resistenza
partigiana o più semplicemente Resistenza) sorse dall'impegno comune di individui, partiti e
movimenti che, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 e la conseguente invasione dell'Italia da
parte della Germania nazista, si opposero - militarmente o anche solo politicamente - agli
occupanti e alla Repubblica Sociale Italiana, fondata da Benito Mussolini sul territorio controllato
dalle truppe germaniche.
Il movimento resistenziale - inquadrabile storicamente nel più ampio fenomeno europeo della
resistenza all'occupazione nazista - fu caratterizzato in Italia dall'impegno unitario di molteplici e
talora opposti orientamenti politici (cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, monarchici). I
partiti animatori della Resistenza, riuniti nel CLN, avrebbero più tardi costituito insieme i primi
governi del dopoguerra.
L'Assemblea costituente, eletta nel 1946 contestualmente allo svolgimento del referendum
istituzionale, fu in massima parte composta da esponenti dei partiti del CLN che, in tale veste,
elaborarono la Costituzione della Repubblica Italiana, ispirata ai principi della democrazia e
dell'antifascismo.

Introduzione
Alla Resistenza presero parte gruppi organizzati e spontanei di diverse estrazioni politiche,
uniti nel comune intento di opporsi militarmente e politicamente al governo della
Repubblica Sociale Italiana (RSI) e degli occupanti nazisti tedeschi. Ne scaturì la "guerra
partigiana", conclusasi il 25 aprile 1945, quando l'insurrezione armata proclamata dal
Comitato di liberazione nazionale per l'Alta Italia (CLNAI) consentì di prendere il controllo
di quasi tutte le città del nord del paese. Era l'ultima parte di territorio ancora occupata
dalle truppe tedesche in ritirata verso la Germania e soggetta all'azione repressiva delle
formazioni repubblichine della Repubblica Sociale Italiana cui il movimento partigiano
opponeva la propria resistenza. La resa incondizionata dell'esercito tedesco si ebbe il 29
aprile.
Per estensione, viene da taluni chiamato "Resistenza" anche il periodo che va dagli anni
trenta (in cui presero vita i primi movimenti) alla fine della guerra, inglobando nel concetto
di resistenza ogni forma di opposizione alla dittatura di Benito Mussolini. Si potrebbe
affermare addirittura l'esistenza di un movimento resistenziale ante litteram consistente
nell'opposizione anche armata all'ascesa del fascismo e alle violenze squadriste tentata
negli anni venti in particolare dalle forze di sinistra (socialisti, comunisti, anarchici,
sindacati).
Dopo l'omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti (1924) e la decisa assunzione di
responsabilità da parte di Mussolini, l'Italia si incammina verso un regime dittatoriale. Il
sempre maggiore controllo e le persecuzioni degli oppositori, a rischio di carcerazione e di
confino, spinge l'opposizione ad organizzarsi in clandestinità in Italia e all'estero, creando
una rudimentale rete di collegamenti e gettando le basi per una struttura operativa
potenzialmente armabile.
Le attività clandestine tuttavia non producono risultati di rilievo, restando frammentate in
piccoli gruppi non coordinati, incapaci di attaccare o almeno di minacciare il regime se si
esclude qualche attentato realizzato in particolare dagli anarchici. La loro attività si limitava
al versante ideologico: era copiosa la produzione di scritti, in particolare tra la comunità
degli esuli antifascisti, che però di rado raggiungevano le masse. Le uniche forze che
mantengono una pur labile struttura clandestina in patria sono quelle legate ai comunisti.
Solo la guerra, e in particolare lo sfascio dello Stato innescato dai fatti dell'estate del 1943,
offre ai clandestini l'occasione di entrare in contatto (magari immediato) fra loro, in ciò
aiutati talvolta dalle forze angloamericane che ne compresero la strategica importanza per
le sorti del conflitto e che provvidero ad armarle e aiutarle anche per gli aspetti logistici. Gli
esponenti della Resistenza comprendevano allora i militanti dei partiti di sinistra, i
repubblicani e i popolari che erano stati perseguitati dal fascismo all'inizio degli anni venti
e altre forze di carattere liberale che erano state defenestrate col consolidamento del
regime dittatoriale.

Il CLN
Il movimento partigiano, prima raggruppato in bande autonome, fu successivamente
organizzato dal Comitato di liberazione nazionale (CLN), diviso in CLNAI (Comitato di
Liberazione Nazionale Alta Italia) con sede nella Milano occupata e il CLNC (Comitato di
Liberazione Nazionale Centrale). Il CLNAI, presieduto da 1943 al 1945 da Alfredo Pizzoni,
coordinò la lotta armata nell’Italia occupata, condotta da brigate e divisioni, quali le Brigate
Garibaldi, costituite su iniziativa del partito comunista, le Brigate Matteotti, legate al partito
socialista, le Brigate Giustizia e Libertà, legate al Partito d'Azione, le Brigate Autonome,
composte principalmente di ex-militari e prive di rappresentanza politica, ma simpatizzanti
per la monarchia, talvolta riportate come badogliani.
Specialmente nel periodo dall'8 settembre 1943 (data dell'armistizio di Cassibile) al 25
aprile 1945 l'Italia visse una vera e propria guerra civile. L'azione della Resistenza italiana
intendeva essere una guerra patriottica di liberazione dall'occupazione tedesca, ma di
fatto ciò implicava anche scatenare una guerra civile contro i fascisti e gli aderenti alla
RSI.

Il ruolo giocato nella guerra


Ad essere coinvolti in quella che viene anche chiamata guerra partigiana, si calcola siano
stati dalle poche migliaia nell'autunno del 1943 fino ai circa 300.000 dell'aprile del 1945 gli
uomini armati che, specialmente nelle zone montuose del centro-nord del Paese, svolsero
attività di guerriglia e controllo del territorio che via via veniva liberato dai nazifascisti.
Nell'Italia centro-meridionale il movimento partigiano non ebbe altrettanta crucialità
militare, sebbene nelle aree restituite al controllo del re (di fatto, degli Alleati) si riunissero i
principali esponenti politici che da lontano coordinavano le azioni militari partigiane, anche
insieme alle armate alleate. Infatti l'esercito anglo-americano aveva sospinto sulla linea
Gustav già dal 12 ottobre 1943 le forze tedesche che risalivano verso il nord.
Con mezza penisola liberata e la restante parte ancora da liberare, con violente tensioni
sociali ed importanti scioperi operai che già nella primavera del 1944 avevano paralizzato
le maggiori città industriali (Milano, Torino e Genova), le popolazioni del nord Italia si
preparavano a trascorrere l'inverno più lungo e più duro, quello del 1945. Sulle montagne
della Valsesia, sulle colline delle Langhe e sulle asperità dell'Appennino Ligure le
formazioni partigiane erano ormai pronte a combattere.

I GAP e le SAP
Nelle città cominciarono a costituirsi nuclei partigiani clandestini denominati GAP (Gruppi
di azione patriottica) formati ognuno da pochi elementi pronti a svolgere azioni di
sabotaggio e di guerriglia nonché di propaganda politica. Accanto ad essi, nei principali
centri urbani sorsero all'interno delle fabbriche le SAP (Squadre di azione patriottica), ampi
gruppi di sostegno alle formazioni partigiane belligeranti, con l'obiettivo specifico di
rendere più ampia possibile la partecipazione popolare al momento insurrezionale. Attriti
sorsero, però, a questo punto su quale sarebbe stato per il movimento partigiano
l'interlocutore privilegiato, politico o militare che fosse, italiano oppure alleato.
Sotto questo aspetto a poco era servita la militarizzazione "ufficiale" dei partigiani,
avvenuta nel giugno 1944 con l'istituzione - riconosciuta sia dai comandi militari alleati che
dal governo nazionale - del Corpo volontari della libertà (o Corpo italiano di liberazione,
CIL). A capo dei circa 200 mila combattenti che formavano il nuovo esercito italiano era
stato posto il generale Raffaele Cadorna Jr, con vicecomandanti l'esponente del Partito
Comunista Italiano Luigi Longo e quello del Partito d'Azione Ferruccio Parri).
Mentre si cominciava comunque a guardare al futuro, un altro punto di contrasto era
costituito, appunto, da quello che sarebbe accaduto nel dopoguerra, che veniva avvertito
ormai come prossimo. Se da un lato la guerra di liberazione accomunava diverse forze
politiche, sia pure nella clandestinità e nella diversità ideologica, l'obiettivo successivo - la
nuova Italia - era fonte di divergenza: i partiti della sinistra - peraltro divisi al loro interno -
paventavano particolarmente un ripristino dello stato liberale prefascista; dal canto suo, il
Partito d'Azione sosteneva la necessità che alle organizzazioni partigiane venisse
attribuito un ruolo di rilievo nell'edificazione di una nuova democrazia in grado di sovvertire
il vecchio ordinamento monarchico. La monarchia, del resto, continuava ad essere
sostenuta anche dai gruppi partigiani che si riconoscevano nell'ala democratico-cristiana,
liberale ed autonoma, oltre che dai soldati dell'esercito che non avevano aderito alla
Repubblica Sociale Italiana.

Resa incondizionata
La resistenza italiana ebbe formalmente termine, come si è detto, il 29 aprile, con la resa
incondizionata dell'esercito tedesco. Ma prima vi era stata la cattura e l'esecuzione di
Benito Mussolini: il 27 aprile del 1945, il duce del fascismo, con la divisa di un soldato
tedesco, fu catturato a Dongo, in prossimità del confine con la Svizzera, mentre tentava di
espatriare assieme all'amante Claretta Petacci. Riconosciuto dai partigiani, fu fatto
prigioniero e giustiziato il giorno successivo 28 aprile a Giulino di Mezzegra, sul lago di
Como; il suo cadavere venne esposto impiccato a testa in giù, accanto a quelli della
stessa Petacci e di altri gerarchi, in piazzale Loreto a Milano, ove fu lasciato alla
disponibilità della folla. In quello stesso luogo otto mesi prima i nazifascisti avevano
esposto, quale monito alla Resistenza italiana, i corpi di quindici partigiani uccisi.
Il 30 aprile 1945 il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia ebbe a commentare che "la
fucilazione di Mussolini e dei suoi complici è la conclusione necessaria di una fase storica
che lascia il nostro paese ancora coperto di macerie materiali e morali".
Il 2 maggio il generale inglese Alexander ordinò la smobilitazione delle forze partigiane,
con la consegna delle armi. L'ordine venne in generale eseguito. Una parte delle forze
partigiane fu arruolato nella "polizia ausiliaria" ad hoc costituita.

Alcune cifre sulla Resistenza


Secondo diverse fonti il numero di partigiani, partendo dalle poche migliaia dell'autunno
del 1943, raggiunse alla fine della guerra una consistenza di circa 300.000 uomini. Molti
studiosi pongono però dei dubbi sul reale numero di partigiani attivi alla fine della guerra,
riportando cifre ben più modeste relative agli uomini e alle donne impegnati direttamente
nella lotta armata, sostenendo che tra i circa 300.000 che si definiranno partigiani dopo il
25 aprile molti siano semplicemente simpatizzanti della resistenza che, pur non
partecipando direttamente alle azioni partigiane, avevano fornito (rischiando comunque la
vita) supporto e rifugio e che in alcuni casi vennero conteggiati tra i partigiani anche ex-
fascisti ed ex-repubblichini saliti sul carro del vincitore grazie a conoscenze, alla
corruzione o alla delazione di altri sostenitori della dittatura fascista o sostenitori della
Repubblica Sociale Italiana (secondo le loro indicazioni non necessariamente veritiere).
Va ricordato poi che dopo il bando del febbraio 1944, che prevedeva la pena di morte per i
renitenti alla leva e ai disertori, seguito nell'aprile dello stesso anno da un altro decreto che
estendeva la pena di morte anche a chi aveva dato appoggio o rifugio alle brigate
partigiane, e dopo diversi casi di arruolamenti forzati da parte di soldati della RSI, molti
giovani preferirono cercare rifugio tra le formazioni partigiane rispetto al partire per una
guerra che non condividevano (e che molti ritenevano ormai persa) o al rischiare di essere
catturato e giustiziato in città insieme ai propri familiari colpevoli di avergli dato rifugio, pur
non condividendo sempre gli orientamenti politici che animavano chi aveva dato vita a
queste formazioni.
Si calcola che i caduti per la Resistenza italiana (in combattimento o uccisi a seguito della
cattura) siano stati complessivamente circa 44.700; altri 21.200 rimasero mutilati ed
invalidi.
Le donne partigiane combattenti furono 35 mila, mentre 70 mila fecero parte dei Gruppi di
difesa della donna; 4.653 di loro furono arrestate e torturate. 2.750 furono deportate in
Germania, 2.812 fucilate o impiccate; 1.070 caddero in combattimento.
Tra i soldati italiani che dopo l'8 settembre decisero di combattere contro i nazifascisti sul
territorio nazionale continuando a portare la divisa morirono in 45.000 (esercito 34.000,
marina 9.000 e aviazione 2.000), ma molti dopo l'armistizio parteciparono alla nascita delle
prime formazioni partigiane (che spesso erano comandate da ex ufficiali).
Furono invece 40.000 i soldati che morirono nei lager nazisti, su un totale di circa 650.000
che fu deportato in Germania e Polonia dopo l'8 settembre e che, per la maggior parte (il
90% dei soldati e il 70% di ufficiali), rifiutarono le periodiche richieste di entrare nei reparti
della RSI in cambio della liberazione.
Si stima che in Italia nel periodo intercorso tra l'8 settembre 1943 e l'aprile 1945 le forze
tedesche (sia la Wehrmacht che le SS) e le forze della Repubblica Sociale Italiana
compirono più di 400 stragi (uccisioni con un minimo di 8 vittime), per un totale di circa
15.000 caduti tra partigiani, simpatizzanti per la resistenza, ebrei e cittadini comuni.
--> Kesselring

Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende
stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di
occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel
carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di
salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore
dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo
il suo rientro a casa Kesselring ebbe l'impudenza di dichiarare pubblicamente che non
aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per
il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a
erigergli... un monumento.
A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe (recante la data
del 4.12.1952, ottavo anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti), dettata per una
lapide "ad ignominia", collocata nell'atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di
imperitura protesta per l'avvenuta scarcerazione del criminale nazista. L’epigrafe afferma:

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio del torturati
Più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA