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Perché Baricco ha ragione e noi dovremmo


smetterla di fare quella faccia
16-21 minuti

Una sorta di tabù culturale si è solidificato intorno ad Alessandro Baricco, che rischia di trasformare
mio malgrado questo testo in una provocazione. Al solo comparire del nome – Baricco – il volto dei
più tra coloro che si occupano professionalmente di cultura, e di letteratura in particolare, si deforma
in una smorfia tra lo schifato e il compassionevole, che Baricco stesso ha descritto per primo molti
anni fa: esatto, la stessa faccia che state facendo da quando avete letto il titolo.

La deformazione è il frutto soprattutto di un automatismo, e di una delle più spettacolari forme di


conformismo elaborate negli anni recenti dal piccolo mondo antico della cultura, nel quale si può
prendere sul serio qualsiasi panzana ma basta mostrare di disprezzare Baricco per essere arruolati nel
non proprio temerario esercito degli intellettuali veri, quelli che non ci cascano. Lo stesso esercito
che poi si lascia soggiogare dalle più astruse supercazzole accademiche, solo perché garantite
dall’ideologia; sedurre da premi Strega sgrammaticati o da ben levigati tributi al politicamente
corretto; abbindolare da strampalati autori sperimentali, ché meno si capisce e più si è intelligenti;
mentre acclama casi letterari internazionali che spesso sono solo dei Baricco nati dalla parte giusta
dell’Atlantico. Ma a Baricco no, non si perdona nulla: lui è l’emblema inscalfibile del midcult, del
kitsch, della pseudo-letteratura.

La qualità media dei romanzi, il narcisismo affabulatorio, una certa strafottenza – tutti tratti che
condivide con la maggioranza degli scriventi in attività – non possono bastare a spiegare questa
invincibile insofferenza. Che va al di là anche del tradizionale sospetto per il successo commerciale,
come dimostra la riuscitissima metabolizzazione accademica dello strano caso di Elena Ferrante.

L’origine di quella faccia un po’ così, e del disprezzo quasi unanime dell’élite intellettuale, è inscritto
in un’idea che Baricco da anni allo stesso tempo descrive e incarna, e che ora sistematizza in una
sorta di teoria narrativa nel libro appena pubblicato da Einaudi, The Game, sviluppo, estensione e
messa a fuoco del suo “saggio sulla mutazione” del 2006, I barbari.

Quello che ai professionisti del sapere non piace è il mondo in cui Baricco li costringe a specchiarsi:
un mondo in cui la loro (nostra) mediazione non è più richiesta, e in cui non è più comprensibile il
valore degli oggetti che crediamo di custodire, e che dovremmo tramandare. Non solo: ancora prima
di spiegare questa verità, Baricco l’ha mostrata in atto, attraverso quella che è probabilmente la sua
‘opera’ più riuscita. Con il format televisivo Pickwick (significativo il sottotitolo: del leggere e dello
scrivere), poi ripreso in Totem, portato a teatro e adattato in molte performance live, Baricco ha
inventato una modalità di trasmissione della cultura in cui è possibile isolare dei frammenti di senso
provenienti dal patrimonio della tradizione e declinarli in un linguaggio compatibile con la
grammatica mentale dell’umanità presente.

Del pubblico vero, e non di quello supposto. Qualcosa di simile facevano i suoi romanzi, elaborando
forme semplici capaci di veicolare il piacere essenziale della lettura, e di riscoprire l’affabulazione
originaria della narrazione, la volontà quasi “pura” di trasmettere e rendere memorabile un evento.
Con questo gesto, come direbbe lui, Baricco ha mostrato all’élite intellettuale l’esaurimento di una
funzione di orientamento e tutela del sapere fondata sull’aumento esponenziale della complessità,
attirandosi così il suo disprezzo in modo speciale.

Perfino il più commerciale e stereotipato dei romanzetti manteneva viva l’illusione di vivere nel
mondo di prima. Baricco invece rompeva l’illusione e metteva tutti di fronte a un problema
ineludibile: la necessità di modificare integralmente i paradigmi valutativi, i metodi di comunicazione
della cultura, e alla lunga le strategie stesse della creatività. Non era facile: chi da anni cerca di
comprendere le forme di vita dell’umanità “barbarica” al di là dell’umanesimo, si è quasi auto-
sbalzato fuori dalla comunità intellettuale. Ed è recentissimo il primo credibile tentativo di analizzare
la letteratura del presente come una forma culturale mutante, da interpretare con categorie diverse da
quelle tradizionali.

Se i barbari nel 2006 erano ancora popolazioni nomadi che cominciavano a costruire accampamenti
nei paraggi delle cittadelle umanistiche, ignorandone la tradizione e forgiando pratiche culturali
sempre più divergenti, la cartografia che emerge da The Game sembra destinata a cancellare
interamente dalle proprie mappe le fortezze della cultura.

Baricco descrive il mondo in cui viviamo come il risultato di una rivoluzione, quella digitale, che non
ha conquistato i luoghi tradizionali del potere e del sapere, li ha aggirati e oltrepassati scavandogli
sotto dei tunnel, per andare a costruire al di là una nuova dimensione dell’esistenza, in cui molti di
quei poteri e di quei saperi sono disattivati. Contrariamente a quanto vorrebbe il senso comune, questo
mondo non è il prodotto di strumenti che ci si sono inspiegabilmente attaccati addosso.

Un’umanità nuova, modellata da una rivoluzione mentale, da uno scatto cognitivo, ha creato gli
strumenti che le servivano per modificare il mondo secondo le proprie esigenze. Un’esigenza
soprattutto: smaterializzare la realtà, comprimerla e compattarla per renderla disponibile a una
migrazione epocale nata come una fuga e figlia della paura. Fuga da dove, paura di cosa? Fuga dal
Novecento, e paura della teoria di catastrofi che l’organizzazione mentale della civiltà novecentesca
aveva prodotto. L’idea degli insorti digitali era agire il movimento, la velocità, la mescolanza,
l’instabilità, contro il Novecento delle gerarchie, delle identità, dei confini, delle macchine pesanti,
degli eserciti.

Scappare dall’umanità che ha programmato i massacri ideologici, le trincee, Auschwitz e la bomba


atomica, e vanificare tutte le sue istituzioni. Soprattutto, fuggire dal Novecento delle élite,
disarcionare i mediatori, i custodi, i sacerdoti dei sistemi di idee che hanno autorizzato la catastrofe
del Novecento. Assumendo questa mossa concettuale, tutto viene di conseguenza: dal web all’iPhone,
da Facebook a Tinder, da YouPorn al Movimento 5 Stelle.

Nei termini della metafora che percorre il libro: il mondo digitale e i suoi strumenti emergono come
una catena montuosa spinta in superficie dalla pressione sotterranea dei movimenti mentali. Un terra
colonizzata dagli umani attraverso un’adesione volontaria e spesso entusiastica: nessuno ci ha
deportato nel mondo digitale; ci siamo trasferiti qui consapevolmente e abbiamo contribuito coi nostri
comportamenti a modellare questo spazio. Farebbero bene a ricordarlo gli apocalittici, che anziché
provare a difendere gli umani da qualcosa che gli umani quotidianamente scelgono, dovrebbero
interrogarsi su cosa abbiamo creduto di guadagnare da questa migrazione, e sul perché in cambio
degli strumenti nuovi ci siamo resi disponibili ad abbandonare alcune delle cose migliori fatte
dall’umanità. Dovrebbe essere la domanda quotidiana per chi si occupa di cultura, adesso. Se solo
riuscissimo a smettere di fare quella faccia.

Che nella fuga dal Novecento la cultura sia tra le prime cose a restare schiacciata dalla calca, lo
conferma il titolo che Baricco ha dato al suo libro, The Game: la modalità di esistenza decisiva del
nuovo mondo è il contrario della conoscenza, ovvero il divertimento. In un videogioco, Space
Invaders, Baricco individua il primo sintomo della mutazione, la prima assunzione della postura
fondamentale della civiltà digitale: la concatenazione uomo-tastiera-schermo.

All’idea del gioco si connette il rovesciamento delle relazioni tra profondità e superficie. La civiltà
culminata nel Novecento collocava l’esperienza autentica in profondità, dove andava raggiunta con
fatica, lentezza, pazienza, studio, e con la mediazione dei saperi custoditi dalle élite. La civiltà digitale
colloca l’esperienza sulla superficie del mondo, la spoglia delle difficoltà, diminuisce l’attrito,
semplifica le modalità d’accesso. La complessità resta sottotraccia come il corpo dell’iceberg, non si
vede e non è necessario attraversarla per raggiungere la realtà.

In questa metafora la mente novecentesca legge immediatamente la possibilità di una rimozione.


Sotto il pelo dell’acqua non saranno stati occultati anche i conflitti, la violenza, la durezza residua, la
sofferenza che il mondo digitale continua a generare?

È una domanda legittima, e Baricco accenna a questo “rovescio” del Game rispondendo che per
quante contraddizioni si possano rilevare, per quanto alcune cose siano andate storte durante la
migrazione, niente può negare che la fuga sia stata efficace: ha portato l’umanità in un luogo molto
lontano dall’inferno del Novecento. E quindi, per quanto possano essere allarmanti i meme condivisi
dai nostri genitori, no: non si stava meglio quando si stava peggio.

Certo con questa risposta Baricco commette un altro peccato mortale contro l’ortodossia novecentista:
è ottimista. Vede più vantaggi che svantaggi, più opportunità che rischi. Il solco lungo il viso
dell’intellettuale si approfondisce. Per la mente novecentesca un ottimista può essere solo un ingenuo,
o un venduto: l’élite si è educata sul pensiero negativo e sulla sistematica applicazione delle ideologie
del sospetto. Ogni discorso andava decostruito per mostrarne il contenuto nascosto, di ogni verità
ufficiale andava scoperto il rovescio, l’aspetto occultato dal potere. Spesso funzionava, perché quella
era davvero la logica del sistema. Leggendo le obiezioni al presente ispirate dal sospetto permanente,
si è portati a pensare che quella logica non funzioni più. Forse bisogna prendere in considerazione
l’ipotesi che questa fase del presente si capisce meglio se si leggono laicamente le energie che sta
sprigionando, invece di cercare ciò che queste energie nascondono.

La mia impressione è che il pensiero negativo implichi una specie di cecità, degli automatismi che
invece di aumentare la comprensione la diminuiscono, perché negano, appunto, delle possibilità di
esistenza. Un cono d’ombra dal quale sarebbe il momento di uscire escogitando una nuova modalità
di pensiero. È bellissima la parola inventata da un critico acerrimo e a tratti disperato del presente
globalizzato, Franco Berardi Bifo: Futurabilità.

Per pensare di incidere sul futuro, è necessario accogliere una dose di possibilismo; pensare, come fa
Baricco, che l’esperienza autentica sia ancora possibile, così come sono ancora possibili la creatività
e la conoscenza. Però bisogna anche prendere atto che esperienza, creatività, conoscenza hanno
completamente modificato i loro protocolli, sono diventate sistemi di trasferimenti orizzontali, reti di
collegamenti, esplorazioni di connessioni multiple; hanno perso la stabilità, l’assolutezza, la
definizione, il radicamento in profondità cui le associamo tradizionalmente.

Per spiegare come il sistema delle connessioni possa ancora produrre senso e non solo fake-news,
Baricco elabora il concetto di verità-veloce: un’informazione che accetta e anzi cerca l’imprecisione,
che si consegna alla bassa risoluzione per guadagnare in velocità e in capacità di attraversamento
della semiosfera. Una semplificazione, una mezza verità, per intenderci, che è progettata in modo da
riuscire a catturare altri frammenti di verità e comporre così un disegno significativo, una verità di
secondo livello la cui attendibilità non sta nella sua essenza ma nel movimento che riesce a generare,
nella traiettoria che indica.

Si può continuare a parlare di post-verità, che è il modo in cui le élite definiscono le informazioni non
gestite da loro: oppure si può provare a comprendere la potenzialità implicita nel sistema di creazione
dei significati delle verità-veloci. La differenza sta ancora nella faccia che si decide di fare, nel gioco
che si decide di giocare. Anche perché, e questo è forse il limite, del resto dichiarato, del libro di
Baricco, la sua cartografia si ferma sulla soglia di un’ulteriore, enorme rivoluzione che è già in atto,
quella legata all’intelligenza artificiale, che promette di sconvolgere da capo ogni cartografia.

E allora anche l’ironia di chi dice che The Game è già vecchio, che tutto quanto sostiene è risaputo,
è una forma di ipermetropia: se il mutamento descritto da Baricco è arcinoto, perché non si vedono
in giro pratiche all’altezza di questa consapevolezza? Se The Game è un libro attardato, lo è perché è
attardata la nostra comprensione del presente: una rivoluzione immane si presenta all’orizzonte, e noi
dobbiamo ancora capire la penultima.

Del resto, la creazione di connessioni, la costruzione di “sistemi passanti” che collegassero spazi
culturali diversi, e in cui potessero transitare verità veloci ma incisive e memorabili, è ciò che Baricco
ha sempre fatto, e continua a fare con questo strano libro in cui il formato tradizionale viene forzato
dall’interno dalla presenza di mappe, elenchi, intermezzi e riprese; una struttura che suggerisce
un’estensione in senso ipermediale del libro. Leggendo si vorrebbe poter cliccare, aprire un video,
vedere immagini, ascoltare voci. In questa incertezza mediale, sommata ai passaggi in cui Baricco
dichiara sostanzialmente di essere estraneo al Game, in quanto non ci vive e non lo pratica, qualcuno
ha letto una possibile ambiguità: dov’è davvero Baricco? A che gioco gioca? Ha scelto di restare
strategicamente “a metà strada”, abbracciare il nuovo solo per avere un vantaggio competitivo
nell’ambiente vecchio?

L’impressione è che con la scelta del formato tradizionale, cartaceo e analogico, Baricco abbia voluto
programmaticamente parlare a quelli con la faccia un po’ così, a coloro che, nonostante la simpatia
non sia reciproca, lui continua a considerare suoi simili. Ha voluto parlare alla comunità dei lettori e
delle lettrici di libri, per portare loro una notizia dal mondo che potrebbero contribuire a costruire.
Allo stesso tempo quasi spingendoli verso l’uscita, come del resto fa da sempre: creando il desiderio
di non essere più dentro al libro, la nostalgia di essere già altrove, di collegare il libro a tanti altri
possibili oggetti, a qualcos’altro che si può andare a prendere e portare con sé nella migrazione.

È un’operazione midcult? Le vostre facce dicono di sì, ma un momento: che cos’è il midcult se non
l’ancoraggio a un’idea posticcia di cultura alta e di sapere elevato, di raffinatezza ed esclusività? Che
cosa se non l’idea di un elitismo di massa? Il consumatore culturale tipo vuole sentirsi eletto e
illuminato, si compiace della falsa difficoltà dell’ultimo Strega, attraverso la quale crede di salvare la
civiltà e la tradizione. Salvarla, spesso, proprio dalla minaccia della civiltà digitale emergente.
Baricco invece attacca questa idea della cultura, dice che quella civiltà non esiste più, che non c’è
niente da salvare: c’è tutto un altro mondo dall’altra parte, che abbiamo immaginato e nonostante
questo non capiamo. Andiamo a vedere che succede lì. Portiamo con noi le nostre storie, le cose belle
che abbiamo fatto, ma portiamole lì. Non credo sia qualcosa che il pubblico ammaestrato dal midcult,
spesso il più resistente alle fascinazioni del nuovo, ama sentirsi dire.

Con The Game, quindi, Baricco evade dal centro esatto del midcult con un salto mortale. Un salto
che forse si può spiegare prendendo in prestito proprio la potente metafora della migrazione e della
fuga. Baricco è il bardo che i fuggiaschi dal Novecento, gli insorti digitali, caricano sull’ultimo carro
della carovana in partenza: dopo avergli lanciato uno sguardo interrogativo ed essersi consultati
silenziosamente, i guerriglieri nerd decidono che sì, potrebbe ancora servirgli un raccontatore di
storie. E lo lasciano salire.

Lui ha seguito la migrazione e l’ha raccontata con un linguaggio che è un ricordo della vecchia civiltà.
Gli è costato il disprezzo dei vecchi sacerdoti, che l’hanno percepito come un traditore perché, invece
di combatterli, invece di agire la critica e il pensiero negativo, ha seguito i ribelli e ha deciso di
raccontare la loro rivoluzione, dal loro punto di vista.

Quello che però Baricco implicitamente suggerisce è che anche nel mondo creato dai ribelli c’è
bisogno di raccontatori di storie, e che da come decideremo di raccontarle dipenderà anche il modo
in cui le singole storie, e l’intera storia, andranno a finire.

Immagine di copertina presa da Baricco.Feltrinelli