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Carlo Cannella

LA CITTA’ E’ QUIETA…
OMBRE PARLANO
IO 11
1977 13
GLI ALTRI 17
TELEBOYS 21
SHINO 27
IL FLUSSO ELETTRICO 37
L’OLTRAGGIO 43
NO GESTAPO 49
DICTATRISTA 55
BELLADONNA 63
UN RECORD MONDIALE 65
UN GRAZIE 67
MAXIMUM ROCK’N’ROLL 69
PREAVVISATI... MA NON PREMUNITI 73
ESTREMO ATTO D’AMORE 77
LA VOLGARITA’ DEL SUCCESSO 85
SULLE TRACCE DEI DICTATRISTA 87
STIGE 91
L’ULTIMA VOLTA AL VIRUS 95
GODDAM CHURCH 99
PEOPLE OF THE PIT 103
NO-FRILLS STYLE 107
LASCIA O RADDOPPIA? 113
UNITI NELL’ABBRACCIO 117
MACELLO 123
GLI ADDII 127
LA FINE DEGLI STIGE 131
AFFLUENTE 135
DONNA, PARA IL CULO! 139
AGNOSTIC FRONT 141
UFO DIKTATORZ 145
CAZZI MOSCI E ALTRE STORIE 149
SLAPSHOT 153
L’ANNO DEGLI AFFLUENTE 155
DALLA DREAM MACHINE A VERI SUONI DELLA LIBERTA’ 159
CIAO 169
Per contatti:
Carlo Cannella - laramonamour@yahoo.it
Lasciate che vi presenti la mia stupida piccola band. E’ duro da
capire. Suoniamo anche se sappiamo che non verrà nessuno.
Accenderemo i nostri Marshall di seconda mano, stupidi piccoli
amplificatori che paghiamo con i nostri stupidi piccoli lavori. Il tipo al
bar dice che siamo ok, gli ricordiamo un po’ i Green Day, ma siamo
una stupida piccola band e non c’è molto da dire. Forse ci vedremo un
giorno in qualche locale vuoto, noi facciamo un disco all’anno che
tanto nessuno ascolta. Ogni anno ci distruggiamo un po’. Ci
sciogliamo quando il batterista ci lascia. Quando lo convinciamo a
fare ancora un concerto, ci lascia il bassista e ci sciogliamo di nuovo.
Non riusciamo ad essere normali e non sappiamo cosa fare delle
nostre stupide piccole vite. Non abbiamo nulla da provare e meno
male, perché siamo una stupida piccola band. Siamo sempre in giro.
Smontiamo tutta la roba nel nostro stupido piccolo furgone, suoniamo
qualche pezzo e poi la rimontiamo di nuovo. I nostri amici sono tutti
occupati a farsi i soldi col punk rock. Loro incidono i dischi live
all’Hollywood Bowl, noi attacchiamo i volantini ai pali del telefono.
Nessuno capisce come facciamo a continuare a suonare, senza
nessuno che ci venga a vedere. Ma noi tiriamo avanti suonando le
nostre stupide piccole canzoni, perché siamo una stupida piccola band.
Ecco, una stupida piccola band.

Dumb Little Band, Stupida Piccola Band – THE MR T EXPERIENCE

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IO

Guardami. Sono una pozzanghera melmosa nella pancia di mia


madre. Lei è una donna semplice e dai modi gentili. Sta cercando di
rendersi degna di me. Esprime la sua felicità con gioiosi discorsi sul
significato della maternità, dell’educazione, del sentirsi utili. In certi
momenti pensa lucidamente che mi dedicherà la sua vita. Ma la
creatura che porta in grembo è una canaglia, una testa di cazzo. Ha
assunto una posizione obliqua nell’utero, forse per morire, forse per
ucciderla. Allora la povera donna cerca conforto in prolungate
lamentazioni, acuti sibili che scuotono l’aria e hanno il potere di
stremarla.
Mio padre non può aiutarla, non sa usare le parole. Ha ormai
dimenticato le belle frasi che in gioventù hanno caratterizzato il suo
periodo di mistica pazzia. Ma è pur sempre un cavatore di tempra
forte. Ha mani ruvide, la pelle grinzosa come corteccia d’albero, gli
occhi rossi irretiti dalla polvere. Per far coraggio alle donne gli restano
i baci e il vino, e la mamma sceglie il vino. Si scola un mucchio di
bottiglie, le conseguenze sono terribili. Animato da un furioso
gorgoglio l’alcool raggiunge il mio cervello, alterandomi per sempre i
meccanismi della ragione e dando forma a una creatura capace di fare
cose orribili.

Andiamo avanti. Adesso ho dieci anni. Sono un bimbetto


malinconico, gracile e malaticcio, ossessionato dalle ombre e da
oscuri presentimenti. Leggo i meravigliosi libri di Wilhelm Reich: Il
coito e i sessi, Il tic come equivalente della masturbazione, tutta roba
così, migliaia di fervide pagine scritte con le scintille negli occhi. La
notte faccio degli strani sogni. La mia bocca s’appiccica alle cosce
delle donne e ne succhia l’anima. Allora divento un essere mostruoso,
con la pancia enorme e l’alito puzzolente. E c’è dell’altro: mani
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tremanti, capelli scarruffati, mancanza di ogni esigenza, una
predisposizione alla pigrizia che mi priva di forze. A volte mi sveglio
con il sorriso sulle labbra, la mente un attimo sgombra dalle tecniche
per il raggiungimento dell’orgasmo, come paralizzato da un
insopprimibile desiderio di restarmene a poltrire sotto le coperte. Non
voglio fare niente, non voglio pensare a niente. Desidero far esplodere
i pensieri nel nulla, questo sì, dimenticarmi di me stesso per l’eternità.
Ma è solo un istante, perché poi il respiro torna a farsi affannoso,
l’aria irrespirabile. Ho perso le illusioni delle fiabe, questa è la verità.
E la vita bisogna affrontarla con lo spirito di un condottiero antico,
questa è un’altra verità, altrimenti si rischia di fare la stessa fine di
tutti quegli sbandati che imperversano nelle strade urlando slogan
contro gli imprenditori e la polizia, senza un’educazione, senza un
briciolo di prospettiva storica, senza alcun rispetto per la convivenza
civile. Eppure devo ammettere che ho un interesse chiaramente
intellettuale per le dottrine libertarie e il rifiuto dell’autorità.

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1977

Nel 1977 prendo coscienza del caos che sovrasta il mondo. Ho la


buona abitudine di leggere i giornali, e davvero questo è un periodo in
cui ne succedono di tutti i colori. Nell’aria dev’esserci qualcosa che fa
salire il sangue al cervello, il mondo sembra un manicomio.
Tanto per cominciare i giocatori di rugby hanno rinunciato all’etica
della palla ovale e si prendono a morsi come cani. Poi c’è tutta questa
gente che stampa fumetti pornografici, un mucchio di porcherie
ispirate alle care fiabe dei nonni, Pinocchio, Biancaneve, quella roba
lì. Perfino i televisori a colori sembrano animati da una volontà
assassina, emettono radiazioni che possono causare forme tumorali
della pelle e il rimbambimento cronico degli utenti.
Se cerco di capire meglio quello che succede m’impantano nella
politica. I radicali hanno presentato alla Camera una mozione sui beni
della Chiesa. Alla vigilia del dibattito in aula “noi, e cioè il paese, il
suo parlamento, il suo governo”, afferma Silvano Villari in un articolo
sul Corriere della Sera, “ignoriamo totalmente la consistenza dei beni
ecclesiastici sul nostro territorio, né conosciamo i meccanismi che
hanno favorito la loro accumulazione. Nessuna seria indagine è stata
mai fatta, né dagli organi dello Stato, né privatamente dagli studiosi: e
come si potrà discutere di qualcosa che non si conosce?” Si intuisce
però che possa essere imponente. Silvio Pergameno, magistrato alla
corte dei conti, calcola che soltanto a Roma la “roba clericale” supera
i cinquanta milioni di metri quadrati, un quarto della superficie della
capitale.
Anche le donne hanno alzato la cresta. Adesso possono esibire il
seno in spiaggia, hanno perfino il diritto di abortire. Forse dovremo
abituarci a tante cose nuove. A non strabuzzare gli occhi davanti alla
minatrice impegnata nell’ultimo traforo alpino, alla siderurgica
addetta al controllo di colata, alla tranviera che con il solito gesto di
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stizza rimette al suo posto il trolley uscito dalla guida. E anche a
considerare normale la figura del puericultore, del papà in permesso
dall’ufficio per assistere il piccolino a letto con il morbillo. Le
femministe esultano con le braccia al cielo, ci mancherebbe altro, loro
vogliono rivoltare il mondo, ma poi succede che il mondo s’incazza.
Non per niente un’indagine condotta in varie università denuncia un
notevole aumento delle infezioni vaginali e vulvari tra le giovani
studentesse, e non è mica un caso, perché i medici mettono in
relazione queste alterazioni con l’uso della minigonna.
Anche il fronte del lavoro comincia a ribollire. Gli imprenditori
licenziano gli operai che aderiscono agli scioperi. L’astensione dal
lavoro viene giudicata un’autentica ribellione, un ammutinamento non
previsto dalle regole della buona educazione. I traditori, accantonati
dal processo produttivo, diventano terroristi pronti a rivendicare con
orgoglio i delitti più efferati. In nome di che? Della giustizia sociale, si
capisce, della redistribuzione delle ricchezze e della lotta
antimperialista. Ma qui sparano tutti. I brigatisti rossi, gli estremisti di
destra, i collettivi autonomi studenteschi, gli adolescenti con manie di
persecuzione, tutti quei professori che omettono di fornire un quadro
organico di interpretazione della storia. I poliziotti no, quelli hanno le
pistole per farsi belli agli occhi delle donne. A volte ammazzano
qualche sovversivo anarchico, ma niente di così grave come invece si
ostinano a far credere nelle “case del popolo”, un gesto di solidarietà
verso il governo, niente di più.
Anche ad Ascoli devi stare attento a dove metti i piedi. E’ un
continuo mulinare di pugni nell’aria, agguati, sassaiole. Nei vicoli,
nelle piazze, nelle scuole, dappertutto c’è chi si ostina a stringere nel
pugno il frutto marcio della verità. Eccheccazzo. I giovani devono pur
avere un nemico contro cui scaricare la loro aggressività, ma se mi
limito ad elencare in una sintesi certamente imperfetta quello che si è
detto su di loro negli ultimi otto mesi, allora sembra che nessuno abbia
le idee chiare. In primavera sono “porci con le ali”. In estate salgono
alla ribalta i sedicenni disimpegnati, realisti, senza utopie. A
settembre, con la riapertura delle scuole, pare di assistere ai funerali
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dell’attivismo giovanile: studiano, non fanno assemblee, disertano le
manifestazioni. Poi basta una circolare “sbagliata” del ministro della
pubblica istruzione e nelle università riprende il ’68 o quasi.
In Inghilterra è diverso. Sembra che i giovani non siano molto
interessati alla politica, ma soltanto ad imbottirsi di droga e a fare
casino. Sono bacati nel cervello, e quel che è peggio non c’è modo di
farli rinsavire. Vanno in giro con giubbetti di pelle borchiati, spille da
balia infilate nella pelle e anfibi militari sporchi di piscio. Sono marci
dentro, perversi, figli di puttana. Ascoltano una musica di merda,
rumorosa e insensata. E’ punk rock, dicono. Proprio in questo
momento una banda di stupidi idioti chiamata Sex Pistols sta
scendendo il Tamigi su una chiatta. Suonano e urlano mentre si sta
festeggiando il giubileo per Elizabeth. “Dio salvi la regina, che il
regime fascista ha reso cretina”, la canzone è una rivisitazione in
chiave punk e antimonarchica dell’inno nazionale inglese. I poliziotti
interrompono la festa in barca distribuendo manganellate e calci nel
culo, ma ormai tutta Londra è in mano a questi smidollati, guarda un
po’ che brutta fine sta facendo il mondo, roba da mettersi le mani nei
capelli e sperare che sia solo un sogno tragico.
E invece no. Il punk non è solo un genere musicale. Se si manifesta
nella musica è solo perché altri canali sono diventati impraticabili.
Che forza d’impatto e che credibilità hanno ormai l’arte, la politica, la
filosofia? La musica uno se la può costruire come gli pare, perché lo
strumento principale è il corpo umano. Questo è importante, no? Può
anche rimanerti solo il tuo corpo, malato, malmesso, può bastare. Il
punk non è forse l’ultima delle grandi avanguardie di questo secolo?
Sì, è il sigillo. Nasce su un assunto che è parte di tutte le sue
componenti: NON C’E’ FUTURO. Uno può dire che non c’è futuro
partendo da centomila cose, però sul fatto che il futuro non c’è alla
fine ci si ritrova tutti. E’ una certezza. Come è sicuro che non c’è
spazio per nessuna nuova avanguardia, perché l’avanguardia è un
moto dell’anima, è un moto dell’esistenza, e il punk riassume questo
concetto come meglio non si potrebbe.
Eppure i miei pensieri sono al momento dolcemente inteneriti.
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Studio pedagogia e didattica all’istituto magistrale, ho nella mente
questa vaga idea di fare l’insegnante, reclamo l’attivazione di un
intervento psicosociale nelle scuole. Insomma ho il senso della vita
stretto nel pugno e affanculo il punk. Il punk, per me, è solo l’istinto
della bestia che prevale sulla coscienza dell’uomo. Nel mio modo di
aprire gli occhi alla vita, a quattordici anni, non c’è spazio per la
decadenza. Non ho nulla della grossolana esuberanza di un fascistello
imberbe, né della fastidiosa solennità di un marxista che si arroghi il
diritto alla verità. Parlo in modo cattivo, feroce, ho capito tutto e
risolverò tutto.
Vi rendete conto, dico con un senso di malcelato stupore nella voce,
che gli scaffali si spaccano dopo sei mesi? La stessa cosa succede con
le case e i vestiti. Gli scienziati hanno inventato materiali plastici con i
quali potrebbero costruire case di durata eterna, e invece le tengono su
con lo sputo. Sono in grado di fabbricare stoffe che durano per
sempre, ma preferiscono vendere merci a poco prezzo. Vogliono che
la gente continui a lavorare, a mettere la firma sotto l’orologio
marcatempo e a organizzarsi in sindacati malinconici, mentre milioni
di persone muoiono ogni anno sulle strade a causa delle gomme che si
surriscaldano e scoppiano. Non è vergognoso?
E tutt’intorno a me, su e giù per le scale dell’istituto, nella grande
sala delle assemblee, ovunque, rumori strani, inspiegabili risolini e
colpetti, scricchiolii e scalpiccii, schiamazzi, isterismo e confusione. E
poi la fine. A coronamento di un anno di merda vengo bocciato con
argomentazioni risibili. Questo ragazzo, dicono i prof, si sta
abbandonando a lunghe profonde solitudini, fantasticherie malate
nelle quali può immaginare assurdità di ogni genere, di essere un eroe,
un principe, un grande pugile, un guerriero o un dio. Per colpa della
sua delicata salute, naturalmente. Naturalmente.
Quando a settembre entro nella mia nuova classe sono un fantasma
alla ricerca di giustificazioni impossibili, un’ombra senza volontà
animata da un’attitudine oscena da segaiolo. Scruto i miei nuovi
compagni con lo sguardo cinico di chi è stato ingannato. Guarda
quello, ad esempio, che tipo insignificante…
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GLI ALTRI

Peppe Angelini lavora oggi con disinvolta facilità e senza


nervosismo nella sua tipografia in Via delle Torri. Se gli guardi la
faccia rotonda e la pancia da maiale non potresti mai immaginare la
figura magra e schizzata del 1977. Del ragazzo incarognito e ostile di
quel tempo è rimasto infatti molto poco: la risata sarcastica, un
barlume di cattiva filosofia negli occhi, una cicatrice sotto il mento
vasta come un oceano.
In quel tempo amava la musica e le ragazze. Un giorno era riuscito a
conciliare entrambi gli interessi, forse perché in cuor suo non aveva
mai smesso di desiderare un certo tipo di donna: la fomentatrice che
funge da stimolo, l’oppositrice, la femmina satanica in grado di far
crescere sessualmente la società. Insomma aveva incontrato questa
ragazza punk con gli occhi celesti e la faccia piena di lentiggini, e in
due minuti aveva capito che sarebbe diventata la donna della sua vita.
Lei aveva già diciott’anni, lui solo tredici. Io la chiamavo Beky
Bondage, perché era scapigliata come una pazza e vestiva con i
giubbetti borchiati e i tacchi a spillo. Me la ricordo come una medusa
irascibile, stravagante, che urlava imprecazioni e picchiava i fascisti.
Oggi è un’altra persona. Gli occhi sono diventati grigi, le lentiggini
sono scomparse e ha perfino l’aspetto di una donna innocua. Qualche
volta cerco di farla saltare in aria dicendole che assomiglia a una
vecchia rincoglionita, ma lei non perde il controllo, mi da un calcetto
negli stinchi e si mette a ridere. Non c’è proprio niente da fare. Non è
più alla ricerca di una filosofia in grado di atterrire il nichilismo, e
nemmeno strappa i capelli di chi odia con la stessa furia devastatrice
di una volta. Sembra contenta. Da quasi trent’anni giace incatenata
con il suo uomo nello stesso letto. Divide i suoi pasti con gatti e pesci,
racconta favole alle nipoti e grugnisce di soddisfazione. Però ascolta
ancora Damaged dei Black Flag e Group sex dei Circle Jerks, e questo
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è bello. Quel che di scabroso può esservi nella vicenda, l’approccio
pedofilo e la donna perversa fino al midollo, è attenuato
dall’atmosfera irreale di un sogno senza conclusione tragica.
In tutti questi anni Peppe si è aggrappato alla sua donna con la
sicurezza di un sonnambulo, si è sempre fidato di lei, l’ha sempre
protetta. A volte le loro strade si sono divise, magari lei trovava nella
monotonia di tutti i giorni un motivo sufficiente per tirare fuori la
lingua, lui invece continuava a canticchiare senza fervori eccessivi.
Questo succedeva soprattutto agli inizi, quando Peppe non aveva
ancora maturato quell’attitudine iconoclasta che l’avrebbe
contraddistinto in futuro. Anche nella musica aveva gusti diversi da
Beky Bondage. A lei piacevano gli Stooges, a lui i Beatles. Il disco
che non lo faceva dormire la notte si chiamava Revolver. “Me lo
aveva regalato mio zio”, ricorda oggi ridacchiando, “naturalmente sto
parlando dello zio pazzo, quello col fuoco al culo, che se cominciava a
parlare della letteratura russa, o del misticismo cristiano, o anche solo
del ticchettio di un orologio o del gocciolio di un rubinetto, riusciva
comunque a suscitare in chi lo ascoltava un fanatismo demente”.
Era un uomo davvero strano, lo zio pazzo, sempre invischiato in un
mucchio di guai, con una forza incredibile per le iniziative sceme e
allegramente rassegnato a morire da un momento all’altro. Negli anni
sessanta aveva suonato la batteria nei Lupi, un gruppo ispirato dal
blues e dal primo rock americano. Poi era finito a Darwin, sulla costa
nord-orientale dell’Australia, a gestire un ristorante e a mettere le
mani ovunque. Un giorno a Darwin era venuto giù l’inferno, era stato
un giorno da diecimila morti. Un uragano dalla furia omicida si era
arrogato il diritto di decidere su tutto, aveva sollevato migliaia di corpi
e li aveva frantumati sulla nuda terra. Nel raggio di cento chilometri
non era rimasta in piedi una sola casa. Così al pover’uomo non era
rimasto altro da fare che raccogliere in una valigia le sue poche cose e
prendere il primo aereo per l’Italia. Fra le cose riposte in quella valigia
c’era Revolver.
Un altro a cui piacevano i Beatles era Ludo Whap. Ludo è oggi è un
cantante lirico piuttosto affermato e per ovvie ragioni di opportunità
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eviterò di rivelarti il suo vero nome. Vive e lavora fra Milano e Parigi,
e non ti nascondo che la cosa mi sorprende un po’. Chi l’avrebbe mai
detto? Più ci penso e più mi sembra incredibile. Da ragazzo era uno
spilungone tenebroso e ostinato, con una lieve condiscendenza negli
atteggiamenti, occhi blu, freddi, e un’aria di inviolabile dignità con cui
cercava di opporre resistenza al suo stesso egoismo. Il primo giorno
che lo incontrai camminava lungo i corridoi della scuola fissando tutti
con un’aria tetra ed arcigna, come se domandasse: “chi sono questi
cretini?” Era come se temesse di esplodere per la paura di parlare un
idioma incomprensibile. Una profonda inquietudine lo sovrastava, e
più ancora dell’inquietudine era terrorizzato dalla possibilità di non
trovare nessuno con cui condividerla.
Ora lascia invece che ti parli di Leonardo Bonfanti, il piccolo grande
Leo senza sconfitte. In questa storia lo lascerò in disparte per un po’,
ma ricordati di lui quando entrerà in scena. Era un ragazzo geniale,
molto comprensivo, che poteva improvvisamente scoppiare in una
grassa risata oppure assumere un’espressione oscura e sentimentale.
Quando qualcuno gli parlava aveva l’abitudine di alzare gli occhi con
aria trasalita piena di stupore, ma in verità non potevi sorprenderlo su
nulla.
Ancora lo rivedo: traccia sulla lavagna linee improbabili spiegando
il senso delle formule matematiche, ma sa che non c’è senso. Discute
animatamente di sistemi filosofici, ma sa che la filosofia è una
malattia della mente. Prende lezioni di kung-fu e diventa campione
italiano di categoria. Compra una canoa da quattro soldi e combatte
come un ossesso per essere il migliore, ancora una volta, e scende giù
per i tortuosi fiumi d’Italia guerreggiando con muscoli d’acciaio.
Riversa la sua gioiosa esuberanza su quello che gli sta intorno, le
acque sporche e gialle che esplodono sulla roccia, uomini e donne che
impressiona favorevolmente. E poi ancora: prende in giro, ride, fa
scherzi continuamente, vuole fare tutto, fa tutto. Oggi è una guardia
forestale persa fra le mucche delle valli piemontesi. Vive a Cuneo con
il piccolo Liam e Roberta Serra. Se sei un appassionato di sci potresti
ricordarla come una ragazza un po’ fuori di testa, capace di
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guadagnare un secondo a Deborah Compagnoni nella prima manche
dello slalom, e poi venire giù a capriole o con strabiche evoluzioni
nella seconda. Una volta è arrivata settima alle Olimpiadi.
Ora, mentre io distoglievo lo sguardo dalle cose reali, nauseato dal
mondo, gli altri ruggivano ridendo, avevano lampi di gioia negli occhi
e correvano benevolmente incontro alla vita. La musica era il loro
interesse principale. Ludo sentiva sempre più impellente il desiderio di
formare un gruppo, Peppe era convinto che prima o poi sarebbe
successo e aspettava solo che la scintilla si generasse. L’occasione
sembrò arrivare nell’inverno del 1979, intorno al letto di Paolo Barca
febbricitante, un ragazzo untuoso e sudaticcio con cui Ludo e Peppe
condividevano il delirio dell’amicizia. Quel pomeriggio erano in uno
stato di esaltazione totale. Mentre il tempo scorreva il virus
influenzale si trasmetteva da un corpo all’altro, incendiando la fronte
dei tre giovanotti e rendendoli capaci di pensare autentiche
mostruosità. Quando la febbre cominciò a divorargli pure il cervello,
Ludo guardò negli occhi i suoi amici e cominciò a interrogarli.
“Peppe, ragazzo mio, che strumento sai suonare?”
Con le lacrime agli occhi quello rispose: “io? Nessuno”.
Disse allora Ludo: “suppongo che abbiamo bisogno di uomini come
te alla batteria”.
Poi Ludo si rivolse a Paolo Barca, che per la verità era già malato da
tre giorni e stava smaltendo la febbre.
“Tu cosa sai suonare?” chiese Ludo.
“Io vorrei restarmene a casa” disse Paolo. Così fu arruolato al basso.
Ludo si rivolse infine a se stesso: “tu come te la passi?” disse.
“Sono il miglior chitarrista della provincia, mica frottole” rispose.
E così nacquero i Lee Bark, un gruppo che aveva l’intenzione di
suonare le canzoni dei Beatles, ma che in realtà durò lo spazio di un
attimo, il tempo di prendere tre romanzi russi, cominciare a picchiarci
sopra con dei coltelli e avere l’impressione di essere dei coglioni.

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TELEBOYS

Le origini dei Teleboys risalgono a quello stesso anno. In Inghilterra


le armi eversive del punk avevano appena esploso i loro colpi migliori
contro il potere. I graffiti insolenti e fantasiosi dei Buzzcocks erano
ancora considerati una forma inquietante della poetica urbana, ed
erano passati soltanto due anni da quando i Sex Pistols erano transitati
all’Electric Circus con il loro fatale “Anarchy in the UK tour”,
insieme ai Clash e agli Heartbreakers.
Ad Ascoli erano arrivati gli ultimi sussulti del movimento, l’estetica
delle borchie sui giubbetti di pelle, dei jeans sdruciti e cernierati, dei
capelli decolorati tenuti su dallo sputo o dallo zucchero, ma i suoi
caratteri primari, politici nel senso antagonista del termine, o
semplicemente nichilisti e autodistruttivi, erano ancora lontani da una
presa di coscienza reale. La situazione era praticamente la stessa in
tutto il paese. Solo l’anno dopo si sarebbe formato a Milano il
collettivo dei punk anarchici, un gruppo di strani individui, inquieti e
trasgressivi, uniti da un progetto di cultura autonoma e autogestita
senza fini di lucro.
Il primo passo dei Teleboys verso questo nuovo mondo fu dettato
dallo stupore, dalla sana meraviglia di trovarsi di fronte a un oggetto
di origine sconosciuta, ma in qualche modo carico di energia positiva.
Non sarebbe stato così anche per te? Pensa per esempio a cosa sarebbe
stato della tua vita se un pomeriggio qualunque di un giorno
qualunque fosse atterrata nel cortile sotto casa tua un’astronave
proveniente da un altro pianeta. Le ipotesi sono due: o avresti avuto
davanti un mostro deforme e repellente che con abili mosse avrebbe
preso possesso del tuo corpo e della tua mente per dichiarare guerra al
genere umano, oppure ti saresti trovato di fronte una colonia di
extraterrestri più o meno simili a te, che aveva navigato per tutta la
galassia solo per stringerti la mano.
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Nel nostro caso la navicella aliena atterrò ad Ascoli suonando Never
mind the bollocks dei Sex Pistols. Era un afoso pomeriggio di metà
luglio.
“La prima cosa che mi venne in mente ascoltando i Sex Pistols” dice
oggi Peppe con un sorriso vagamente imbarazzato, “fu che avevano
una visione della vita profondamente tragica, tutto qui. Non mi piace
dirlo, ma davvero non trovai nessun interesse per quel genere di roba,
per me era solo casino”.
Ludo aveva naturalmente un’opinione ben diversa. Per lui Never
mind the bollocks fu un’autentica rivelazione. Fino a quel momento
aveva pensato che i gruppi suonassero con l’orchestra, ora sapeva che
non era vero. In più c’era nella musica questa istintività primitiva che
lo eccitava fino al parossismo. Finalmente sapeva cosa fare della sua
vita.
Pochi giorni dopo Beky Bondage regalò a Peppe la sua prima
batteria, un gioiellino smaltato di grigio che il ragazzo si limitò ad
osservare con larghi sorrisi e rapidi sguardi di rispetto per un’intera
settimana. Quando finalmente cominciò a colpirla con delle bacchette
di legno e a utilizzarla come strumento i Teleboys diventarono una
realtà.
Beky Bondage era allora una meravigliosa creatura. Quando non
scorrazzava per le vie della città sulla sua mitica cinquecento,
ascoltando musica a tutto volume e scuotendo furiosamente la testa su
e giù come una pazza, si guadagnava da vivere con lavori occasionali.
Per lo più cucinava pappette di manzo e puliva il culo ai neonati.
Nessuno aveva intenzione di farle pesare che era la sola a disporre di
un reddito, ma in qualche modo il miracolo avvenne. Rinunciò a
soddisfare tanti piccoli piaceri personali e comprò la batteria.
Dopo di ciò passarono tutti e tre un intero pomeriggio a discutere sul
gruppo e a scrivere le loro tavole della legge. Pochi punti, ma
inderogabili.
Primo: il rifiuto del calcolo e della tecnica fine a se stessa.
Secondo: l’epica, l’etica e il pathos del punk, insomma un modo di
suonare rock inaudito e avventuroso.
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La vita dei Teleboys era in quel periodo un miscuglio di intensità
creativa da una parte, e di caos personale dall’altra. Avevano una forte
consapevolezza di quello che volevano, ma sapevano anche che
sarebbe stato difficile trovare delle persone che fossero in grado di
rispettare quel tipo di leggi. Eppure il punto di svolta era proprio
dietro l’angolo. Ancora non lo sapevano, ma i Teleboys erano già in
piena attività.
Il primo a entrare nel gruppo fu Sergio Federici, un ragazzone
occhialuto e strampalato, a suo modo affascinante. Suonava la chitarra
con entusiasmo, ma aveva un approccio minimale verso la tecnica
strumentale. Non era privo di sottigliezze psicologiche e sfumature
intellettuali. Poteva parlarti per ore del rock matematico dei Rush, di
come potevi arrivare a calcolare le linee metronomiche o poliritmiche
delle percussioni, o di come riuscire a distinguere la forma diluita o
compressa dei pezzi. Eppure, se frugavi fra i suoi dischi, finivi col
trovarci i sette pollici dei più sconosciuti gruppi punk inglesi.
Era anche un eccellente fotografo. Le pareti della sua camera erano
completamente tappezzate di fotografie, vecchie immagini di ogni
tipo, alcune ingiallite dal tempo e dalla polvere, altre piene di simboli:
animali sadicamente torturati, erezioni, concitate azioni nella
penombra, sguardi perduti nella tetra oscurità, tutte caratterizzate da
una tecnica fotografica rigidamente in bianco e nero, a grana ruvida,
dilatate, lancinanti.
Poi fu la volta di Sergio Salvi. Con lui le cose furono facili, gli fu
messo un basso fra le mani con l’ordine perentorio di suonarlo. Tutto
qui. Era un tipo di persona completamente diverso. A volte aveva una
gran voglia di divertirsi, era rumoroso ed esultante, e disprezzava ogni
argomentazione intellettuale. Altre volte era come assente. Si metteva
in un angolo e non apriva bocca.
Per motivi oscuri entrò nel gruppo anche un tastierista, Jury
D’Emidio, che contribuì subito a rendere piuttosto originale il suono
dei Teleboys, un misto fra l’urgenza espressiva dei gruppi punk
californiani e le sonorità sperimentali della new wave inglese. Alcuni
sono pronti a giurare di averlo visto completamente nudo in alcuni
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quadri dipinti da artisti sconosciuti. Le voci più accreditate lo
ricordano nella posa del David di Michelangelo, con un’espressione
del viso severa e autoritaria, e una lattina di coca-cola stretta nel
pugno.
Naturalmente la ricerca del cantante fu lunga ed estenuante. Quando
infine apparve improbabile riuscire a trovare un personaggio
completamente americanizzato e meccanizzato, pronto a sputare in
faccia al pubblico senza rimorsi, Ludo Whap scoppiò a ridere. Non era
una risata prudente e cauta, ma un’esplosione rauca e viscerale, simile
a un lamentoso ruggito. Allora Ludo e Peppe si scambiarono
un’occhiata, quel tipo di occhiata furtiva e solenne di due ragazzi che
hanno vissuto le stesse esperienze, la stessa pazzia, che si sono
conosciuti perfettamente attraverso un’associazione di giorni e notti, e
che perciò non si curano di quello che possono pensare o dire gli altri
di loro. Peppe capì immediatamente. Fu in questo modo che diventò il
cantante dei Teleboys.
Alla batteria lo sostituì un aristocratico con una buffa vocetta
sprezzante. Era uno stronzetto dall’aria contorta e patetica. Niente di
vertiginoso e selvaggio gli scaldava le budella, la sua attitudine era
quella di un figlio di papà cresciuto a buone maniere e a pancia piena.
“Non fu la scelta migliore” ricorda Peppe sfregandosi le guance
speculativamente, “noi eravamo quanto di peggio si potesse trovare in
giro, come dire, media-bassa schifezza, sempre sulla strada. Lui
invece no, era figlio di professori, roba forte… Aveva una bella casa,
due genitori comprensivi, che c’entrava con i Teleboys ?”
Per tutto l’autunno e l’inverno di quell’anno il gruppo provò nella
cantina di Sergio Federici, un posto invitante, pieno di botti di vino,
ma freddo come una cella frigorifera. Non fu un periodo facile. Alla
composizione dei pezzi s’intervallavano lunghi momenti di sconforto
per la temperatura glaciale. Nelle giornate più gelide i ragazzi se ne
stavano raggomitolati sui loro strumenti, a sfregarsi le mani screpolate
e a battere i piedi con una specie di impaziente tristezza. Quando poi il
freddo era troppo pungente, o semplicemente aleggiava nell’aria una
sana voglia di non combinare niente, abbandonavano la musica per
24
dedicarsi alla degustazione del vino. Spesso bevevano e ridevano
fragorosamente per ore, e sotto la spinta di una segreta e potente
allegria cominciavano a cadere in avanti e a soffocare per le
convulsioni. Finirono col bere talmente tanto che nel giro di qualche
mese rischiarono d’impazzire, ma gli dei furono buoni, e nessuno di
loro si giocò definitivamente il cervello.
Nella primavera del 1980 una viva curiosità li accolse in Piazza Diaz
per il loro primo concerto. Già allora i Teleboys potevano essere
considerati uno dei gruppi più provocanti e corrosivi mai apparsi nel
capoluogo piceno, anche se per molti rimanevano dei bulletti che
giocavano a fare i teppisti, insomma degli idioti. Il loro repertorio era
pronto, marchiato a fuoco dalla lucida pazzia dei testi. Le canzoni
volevano irridere in egual misura l’atteggiamento conformista dei
clerico-fascisti e quello politicamente corretto della sinistra giovanile,
e sollevare boati d’eccitazione fra i tanti ragazzi annoiati e non
ideologizzati dei quartieri periferici. Ascoli brucia, Aborto
obbligatorio, Belsen era una pacchia, con il loro corollario di funesta
follia e nichilismo inverosimile, diventarono ben presto veri e propri
inni da canticchiare a scuola e nelle feste fra amici. Un suono e
un’attitudine erano già stati impiantati, il punk c’era.
In quanto al concerto, penso che durò appena dieci minuti. Nessuno
riusciva a credere a quello che stava succedendo. Dei ragazzini
irriguardosi e ostili stavano sputando addosso al pubblico, facevano
gesti osceni, mandavano affanculo tutti. E più la gente s’incazzava più
il gioco si faceva duro. In un attimo la piazza cominciò a svuotarsi,
ben presto non rimase più nessuno, solo questo ragazzo dall’aspetto
eccitato, con le sopracciglia aggrottate in atteggiamento offensivo e
un’alcolica imbarazzante capacità di fare tutto il casino del mondo.
Era pieno di felicità. Aveva appena scoperto i Teleboys.

25
SHINO

Sarebbe ingenuo e ridicolo parlare di lui come di un mostro dal


comportamento odioso, parlare del suo nervosismo, delle sue corse in
macchina, dell’abuso di alcool. No, qui si deve raccontare di una
combinazione di tumulto e di estasi, di un’esperienza di fatti, colori,
ritmo, scena, di un prodotto organico che impedisca qualsiasi facile
imitazione.
Tutti lo chiamavano Shino, forse per via di quella canzone dei
Ramones, Sheena is a punk rocker. O forse perché era riuscito a
trasportarci in un mondo immaginario, un punto di osservazione senza
difetti. Lì i nomi nascevano e morivano come impulsi mentali, con un
sentimento luminoso senza direzione che non faceva crescere muffa
tra la percezione e l’atto della comunicazione. Da sempre era
perseguitato dai fantasmi della sua fanciullezza, i De Sade, i Rimbaud,
i piccoli John Fante sopraffatti dalla consapevolezza del patetico
destino dell’uomo, un tale Charles Bukowski ancora ignorato dalla
critica letteraria. Eppure, nonostante risultasse snervante per i suoi
stessi ammiratori intellettuali, rimaneva uno degli uomini più
intelligenti della sua epoca. Un gigante. Una leggenda.
A vederlo potevi anche credere che fosse il diavolo in persona.
Sembrava che nei suoi occhi grigi sfavillasse una luce sinistra, una
scintilla cattiva, ma a ben guardare non era nient’altro che il tenue
bagliore dell’uomo-animale. Una volta mia madre disse: “se beve un
sorso d’acqua a casa mia, dopo sfascio il bicchiere, così non potrà
usarlo nessun altro”. Lui era un bevitore formidabile, ma non gli
sarebbe mai venuto in mente di perdere il suo tempo con l’acqua. Così
mia madre non fu mai costretta a spaccare i bicchieri di casa.
La sua reputazione antimaterialistica era ben meritata. Solo
occasionalmente si preoccupava del denaro. Se aveva soldi in tasca
per comprarsi il paradiso, allora se lo comprava. Nei giorni di magra
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non mangiava nemmeno. Suo padre aveva cominciato a guardarlo con
aria sempre più sofferta. All’inizio non poteva crederci, poi
semplicemente non voleva, ma alla fine si era arreso. Era arrivato alla
conclusione che ogni tentativo di contrastare la decadenza morale del
suo ragazzo sarebbe stato vano. Fu così che questo vecchio signore
malinconico, con gli occhi appena velati da un tratto di diffidenza,
diventò per noi “l’incredulo”. E non era ancora finita.
Dopo che “l’incredulo” ebbe richiamato l’attenzione degli amici di
suo figlio per dire: “non c’è niente di originale che lo possa
descrivere”, o “abbiate cura di lui ogni volta”, dopo che quelli ebbero
finito di dargli manate sulle spalle e di abbracciarlo, dopo che gli
stessi amici avevano finito di chiedersi se Shino si fosse veramente
fatto una sega di fronte a tutti e avesse schizzato le loro facce di
sperma, dopo che a maggioranza avevano concluso che sì, le cose
erano veramente andate in quel modo, dopo che ebbero finito di
picchiarlo spezzandogli i denti, e dopo che a causa del tremolio
prodotto dall’eccitazione il pazzo onanista era ruzzolato per le scale
del suo palazzo affondando fino alle ginocchia nel sangue e nel
dolore, solo allora, soltanto nell’abisso della paura e della solitudine,
Shino aveva sentito la necessità di scrivere. Scrivere di tutto, perdio, il
succo della sua concentrata animosità, i diversi gradi della sua
comprensione o del suo disprezzo per gli altri, anzi no, scrivere
soltanto sulle cose che non sapeva, “perché ho una cupidigia
irrazionale di mettere giù quello che non so”, mai sull’amore,
“perché se penserò all’amore allora non sarò niente”, stancamente,
“perché voglio che la mia mente esploda su ogni immagine e ogni
ricordo”.
Ora prova a immaginarlo mentre si sveglia di primo mattino. Ha la
nausea, gli occhi cisposi, la bocca amara. Una pozza di sangue secco,
eruttato la sera prima da una ferita tetra e pidocchiosa, gli riempie la
fronte rugosa. Non ha nessuna intenzione di scoprire chi sia stato a
riempirlo di pugni, sente solo il bisogno di sorprendere il mondo con
la potenza elettrica della sua scrittura. E allora scrive: senza fatica,
senza perdere tempo in correzioni, guardando sempre avanti. La
28
punteggiatura segue un suo percorso particolare, respira
affannosamente con l’autore. Il racconto si chiama “Il pescivendolo di
cristo”.
“E’ universalmente noto che il pesce è la panacea di tutti i mali”, la
storia comincia così, e quando finisci di leggerla hai l’impressione di
volteggiare in un mondo astorico, fra le pagine di una letteratura
antropologica, che offende il sentimento morale e la pietà cristiana per
pura gioia, una felicità archetipica mai piegata completamente alla
capacità logica, alla tendenza della mente a trasmettere concetti e a
giustificarli con argomentazioni. No, qui si tratta di darci “una
clessidra spirituale, un equilibrio, una meta che ci permetta di
riflettere su spiriti acquatici e costellazioni ipertrofiche, falci di luna e
gangli nervosi, orsi polari e picchi nevosi, grandangoli satellitari e
cuori spinosi, bulbi pensanti e insetti pelosi, mondi a parte…”
Pazzo? Può essere, ma intanto lascia che ti racconti questa…
Come ogni mattina si attacca alla bottiglia del gin e ne scola una
buona metà, poi comincia a buttare giù dalla finestra le prime cose che
gli capitano fra le mani, e sono cose importanti, roba che uno porta a
casa dopo averla pagata un mucchio di soldi, posate, pentole in
acciaio, qualche statuetta di porcellana, con conseguenze certamente
letali per gli sconsiderati che giù in basso trovano il coraggio di
attraversare lo spazio. Quando sfascia il televisore è il turno dei
carabinieri. Succede sempre così, puoi anche scommetterci le palle, lui
butta un televisore giù dalla finestra e un minuto dopo arrivano i
carabinieri. Come sempre cercano di farlo ragionare, mica si chiedono
da dove cazzo saltano fuori tutti questi televisori che sfascia, no,
cercano solo di calmarlo e di farlo ragionare. Naturalmente lui ragiona
a modo suo. Sghignazza, li deride, li manda affanculo. E’ il segnale. A
forza lo trascinano in caserma. In quelle stanze lo conoscono a
memoria. Il maresciallo di turno cerca di fare lo spiritoso:
“Cerchiamo di cooperare, va bene?”
“Sissignore”.
“Fai quello che ti si dice e non avrai noie,va bene?”
“Sissignore”.
29
“Hai intenzione di farci arrabbiare?”
“Nossignore”.
“Bene. Slacciati i pantaloni. Cosa nascondi sotto i pantaloni?”
“Il cazzo, signore”.
“Cosa?”
“Un cazzo bello turgido, signore, in culo a quella gran troia di sua
moglie. Se l’immagina signore?”
Quando lo rilasciano dalla caserma ha la faccia tutta piena di
sangue. Ha l’aspetto di una bestia, occhi muti, un’espressione
paralizzata, forse sta cercando rifugio in pensieri senza importanza. Il
sangue gli zampilla copioso dalla fronte, gli scende sul viso e gli
riempie la bocca. Il giorno dopo, puoi starne certo, quel sangue
diventerà un’ombra marrone e la ferita sembrerà segnata da una piega
amara. Allora un altro televisore volerà giù dalla sua finestra, farà un
baccano d’inferno, arriveranno i carabinieri. Sarà interrogato in
questura e la ferita si riaprirà.
Intanto va a trovare il suo amico di sbronze, così, per distrarsi dalla
noia. Lui è uno studente in giurisprudenza, un fascista
socialisteggiante lontano da qualsiasi preoccupazione letteraria, con
una risata roboante e un lirismo disinibito nelle parole. Un sarcasmo
acido gli riempie i polmoni e gli esce dalla bocca soltanto per il
piacere di sentire la propria forza. Un giorno diventerà un vero
avvocato, con la sua targa in ottone sulla porta e il suo numero di
telefono segnato in grassetto nella guida della città. Intanto ha un
programma di sopravvivenza per la serata, e la presenza di Shino lo
aiuta a delineare i contorni dell’impresa.
Naturalmente si ubriacano. Sono amici di sbronze, dicevo, ma non
hanno affinità alcolica. Mentre l’avvocato passa in rassegna il suo
solito repertorio di ruggiti boriosamente pretenziosi, generando
ammirazione fra i vagabondi e gli eroinomani, Shino comincia a
piagnucolare, sentimentale e infantile. Si lascia cogliere dal panico e
finisce per fare il pagliaccio. Bestemmia, sbraita come un ossesso,
manifesta apertamente il proprio disprezzo. E’ profondamente
avvilito. Per cercare di tirarlo su, l’avvocato carica in macchina due
30
ragazze e si dirige a tutta velocità verso la casa dell’amico. Una bella
scopata, pensa, lo rimetterà in sesto per un po’, giusto il tempo per
scalfire la sua dura corazza di combattente perseguitato. Mentre
sfrecciano a folle velocità fra le vie della città, entrambi sentono che a
tenerli uniti sono legami affettivi e affinità spirituali molto più forti di
qualunque altra cosa di natura puramente fisica. Nei loro sguardi c’è
qualcosa di assolutamente unico che li coinvolge, qualcosa di
“particolare”, un sentimento appena meno intenso di un approccio
sessuale.
Ora, però, le cose assumono un aspetto grottesco. Ad aspettarli sotto
casa c’è infatti Ludo Whap. Non c’è niente da fare, pensa l’avvocato,
questo figlio di buona donna sente gocciolare la fica a chilometri di
distanza.
Appena entrano in casa si delineano i ruoli. Ludo Whap e l’avvocato
si chiudono in camere separate a scopare le due ragazze, Shino rimane
in cucina a farsi le seghe. Non è una situazione che il piccolo
Bukowsky può sopportare a lungo. Dopo pochi minuti si catapulta
nella camera di Ludo Whap e pretende la fica. Ludo è un uomo molto
comprensivo e si fa da parte.
“Il pasto è bello umido” dice, “serviti pure, amico mio”.
Il problema è la ragazza. Sembra che sia pienamente soddisfatta del
trattamento ricevuto fino ad ora. Non ne vuole sapere di cambiare
programma, e ha la compiacenza di rendere espliciti i suoi
intendimenti. Dalla sua bocca esce un rifiuto deciso, qualcosa come
“lontano da me, brutto stronzo”.
Shino solleva la testa boccheggiando. Gli sembra di aver sentito la
ragazza sussurrare qualcosa sul suo conto. “Brutto stronzo”, gli
sembra, o qualcosa del genere. No, nessun dubbio. Ha proprio detto
“lontano da me, brutto stronzo”. Questa puttana, pensa Shino, viene a
scopare in casa mia e mi chiama “brutto stronzo”.
Vede la sua immagine riflessa nello specchio della camera. Si
avvicina.
“Ehi, tu, brutto stronzo” grida a se stesso, “è inutile che fai finta di
niente. Sei in casa tua, sì, in casa tua. Una puttana sta scopando nella
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tua camera da letto, le lenzuola del tuo letto sono imbrattate di sperma
alieno, e tu sei uno stronzo. E la puttana dice che è meglio se non
rompi i coglioni. La puttana dice che devi andartene fuori dalle palle,
capito? Fuori dalle palle, fino a quando il suo buco del culo non sarà
in grado di ospitare un intero esercito e suonare in fa bemolle una
lunga scoreggia verminosa, un’ave maria di Schubert, suppongo,
perché questa puttana, vedi, è una nobile puttana che in casa tua,
brutto stronzo, può permettersi di scegliere i cazzi migliori e dettar
legge su tutto, su tutto”.
Torna in cucina, impugna un coltello di venti centimetri con la lama
seghettata, sghignazza una porcamadonna che dura fra i denti almeno
dieci secondi. Con la bava alla bocca fa un ingresso trionfale in
camera da letto. La ragazza riesce a rendersi conto della minaccia con
la coda dell’occhio, lancia un grido, fa un salto all’indietro, comincia a
tremare come una foglia. Shino ha già inserito mezza lama nella sua
fica. Il suo muso è a pochi centimetri dal ventre sudato della donna.
A questo punto l’avvocato si desta finalmente dal torpore, entra
nella camera di Ludo, grida una porcamadonna pure lui, si avventa su
Shino con educazione scientifica, psicologica, e toglie delicatamente il
coltello dalla fica della ragazza. E’ la fine di un’amicizia. Un’ora dopo
Shino è nuovamente sulla pagina.

Il, esso, lo, l’attuale, il nextpescivendolo giudacristo…Il


sant’ominide sulla superfixion, presidente di un comitato votato a una
miglior causa esibitosi senza rete e senza paratie sotto l’ineffabile
tendone di una x lacustre…LAAAZZZAAAR…

E poi vomita. Ma sì, ma sì, pensa alle donne che hanno rifiutato di
scopare con lui, a come avrebbe potuto renderle felici se solo lo
avessero degnato di uno sguardo, agli sberleffi di tutte quelle puttane
che con la loro aria aristocratica gli hanno tirato fuori di bocca solo
oscenità, e trafitto da un brivido di febbre infanga il loro ricordo con
un ultimo grugnito masticato fra i denti. Poi sviene sul pavimento del
bagno.
32
Il rumore della caduta è avvertito chiaramente dall’inquilino del
piano inferiore. L’uomo ha talmente poca fantasia che decide di
chiamare i pompieri. Gli eroi arrivano a sirene spiegate, fanno salire
una scala mobile su per la facciata esterna del palazzo, il più
coraggioso sale fino alla finestra del bagno. Vede un ragazzo
completamente nudo e privo di sensi sul pavimento, sfonda il vetro,
entra. Shino rinviene proprio in quel momento. Ha l’impressione che
il pompiere voglia ucciderlo, e cristo santo lo colpisce con un pugno
sul mento. Il pompiere s’incazza, s’incazza come una bestia, e i due
iniziano a picchiarsi in maniera disgustosa. La colluttazione è
furibonda, il sangue fuoriesce copioso dai corpi ammaccati. Grida
disarticolate e bestemmie si avvertono distintamente dalla strada.
Allora l’uomo senza fantasia chiama i carabinieri. Quelli ne hanno le
palle piene prima ancora di arrivare, ma il dovere è dovere, se devono
arrestare qualcuno lo fanno col sorriso sulle labbra. In caserma il
solito maresciallo cerca di fare lo spiritoso:
“Cerchiamo di cooperare, va bene?”
“Sissignore”.
“Fai quello che ti si dice e non avrai noie, va bene?”
“Sissignore”.
“Hai intenzione di farci arrabbiare?”
“Nossignore”.
“Bene, slacciati i pantaloni. Cosa nascondi sotto i pantaloni?”
“Il cazzo, signore”.
“Cosa?”

“Nun te voglio resuscitare”, disse il giovine vecchio pescivendolo


futurefficace e pericol vanaglorioso vendolo all’icona semovente
galleggiante sull’acque, nebula evangelica, costruzione piratesca,
arlecchino volteggiante della superstizione, coacervo tombiforme di
speranzielle malriuscite, gasdotto bipede e ingannatore, torcia ed
attore di commedia millenaria, già smentita e più volte rappresentata
con la complicità della folla in uno dei più spaventevoli teatri del
mondo, l’empireo satanico, la fossa senza vittoria, il buco privo di
33
scappatoia, la tanazza del verme, il luogo da cui esultanti si entra e
non si esce.

Poi succede che una donna magra, con una faccia rinsecchita, le
labbra ridotte a una fessura, bussi alla sua porta per raccontargli che è
degno della considerazione di dio, della sua benignità, che non deve
temere nessun attacco frontale da parte di forze demoniache. Uno si
immagina la donna mentre cerca di rincuorare questo povero ragazzo
con gli angoli della bocca tutti neri. La cosa più sensata da fare
sarebbe aspettare che smaltisca la sbronza, ma la donna ha fretta, deve
tornare fra le braccia di dio per le preghiere della sera, preparare la
cena per il marito obeso e la figlia scema, dar da mangiare ai polli (ha
due polli in cucina, uno cammina avanti e indietro, sa fare la
retromarcia, ha due polli intelligenti). Così si limita a dargli la sua
benedizione e se ne torna in casa. Shino resta fermo sul pianerottolo
con un’espressione infastidita. E’ animato da un idealismo che rasenta
l’assurdo, sembra un pipistrello colossale che ha solo voglia di
prenderla a calci. Un attimo dopo bussa alla porta della donna e la
riempie di pugni. Quasi l’ammazza. Mezzo palazzo si rivolta. Il
maresciallo non sa più che pesci pigliare. Stavolta è meno spiritoso del
solito:
“Lo sai, vero?”
“Sissignore”.
“E’ la volta buona che ti sbattono in galera e buttano via la chiave”.
“Sissignore”.
“Non sai dire altro? Ti conviene fare una dichiarazione spontanea.
Vuoi fare una dichiarazione spontanea?”
“Aspetto solo che mi dica di slacciarmi i pantaloni, signore”.

“Tu no fosti capace de laburar” disse lo spettro della spiaggia al


camminateur acquatico, “Io fui fatto per laburar, pesco lo pesce
sacro, volume e incrollabile scrigno di incontrollabili virtù, ma io che
riconosco in te l’uomo, poiché rare ma effettive volte riflessi la mia
persona nello specchio d’acqua, voglio dirti che tu sei la parodia di
34
colui che volevo incontrare. Io vulevo incontrar il mistico satanico, il
giucatur de la roulette, il bidone a quattro zampe, il bambiota
Sivigliano, la summa stessa insomma di tutto ciò che fu allegramente
deprecato, non perseguitato, non massacrato senza alcuna pietas,
bensì ciò che fu ironizzato, cancellato, depredato, tesoro di molti, con
un semplice fuoco di molti, battuta infelice, piano obliquo, necessità
permanente, peraltro irrisolta di concludere un ramo di complessa
attività e di folle vittoria”.
“Et voilà” disse lo camminateur acquatico, “sono io l’essere che
cercavi con vigoroso batacchio…”

E’ sera. Piove. Shino cerca una difesa contro i suoi pensieri. Si


appoggia a una casa con i muri scrostati. Volge lo sguardo al cielo
piovoso, ai singhiozzi sanguigni dei lampioni. Riempie di pioggia gli
occhi malinconici, i vestiti perfettamente neri, stazzonati, e ridacchia
nervosamente mentre s’inventa una storia senza né capo né coda, una
storia disgustosa, la storia di un uomo che decide di bere fino allo
sfinimento. Si distruggerà, sissignore, riempirà la sua notte di catarrosi
avvertimenti contro il mondo, e se anche a un certo punto il mondo gli
si rivolterà contro, a lui che importa? Il mondo già diffida di lui. Forse
ha già deciso di farlo fuori, perché emana un odore di sbalordita
angoscia puzzolente, angoscia istantanea, qualcosa di terribilmente
perdente e appiccicoso.
Entra nei bar, nei ristoranti, nei pub, ovunque attira l’attenzione sulla
spiacevole necessità della sua ubriachezza, sullo stato comatoso che
gli appartiene per diritto generazionale, fino a quando lo rincorrono
con l’aria minacciosa e i pugni chiusi, fino a quando lui sprofonda
nelle pozzanghere delle buie strade secondarie accennando un timido
tentativo di difesa. Un urlo raggiante di fierezza si spegne col sangue
in bocca, sui denti spezzati, sulla lama del coltello che taglia via
l’orecchio. Coraggio, vecchio mio, coraggio. Raccogli il tuo orecchio,
raccoglilo prima del vorticoso assalto dei topi, dei gatti rognosi, prima
che sia divorato dai cani bavosi e pulciosi di una qualsiasi signora
dalla commuovente bruttezza, raccogli quella piccola parte di te e
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cucila di nuovo al suo posto. Con ago e filo, come meglio viene. Alla
malora!

Il pescatore non aveva di che rispondere di fronte a questa infinita


giaculatoria, ma dotato com’era di temperamento e fresca vivacità
derivante dalle opprimenti moltitudini di decine di migliaia di albe
spaventose e notti, notti gonfie di non piovuta ipotetica, mai sgorgata
pioggerellina di deserto, si scosse, chiamò a raccolta le forze vigorose
dell’animo suo, e colmo di livore gridò: “Oh, camminateur, non era
per ascoltare ciò che non comprendo che richiamai la tua attenzione,
ma per ottenere un’equa distribuzione delle parti. Voglio anch’o,
come te, essere un aforisma navigante nel lago del deserto,
affrancarmi dal vortice umiliante delle energie gravitazionali, voglio
come te essere libero di fluttuare e abbandonare quando voglio queste
sponde meschine, ove il/lo pesce mai abbonda e raramente guizza,
vittima di una tetra maledizione di ambigua obliquità che lo rende
statico ma sfuggente, rapido ma demente, pesce buono per una tavola
già imbandita d’argenti e doverosi ricami, ma non buono per essere
preso al laccio, alla lenza, per essere truffato, trascinato via
penzoloni per l’aere, disperatamente oscillante sull’amo nell’aria
ultrararefatta del mattino blu”.
“Uh Uh, un democratico”, esclamò sorpresa l’assolutistica
apparizione. Tremolò, si sfibrò e scomparve, navigando leggera, a
piedi nudi, sulle acque.

36
IL FLUSSO ELETTRICO

La prima volta che vidi i Teleboys fu un giorno di ottobre del 1980.


Ero stato invitato a una festa di compleanno con il segreto motivo di
rattristare la serata verso la mezzanotte, quando tutti avrebbero fissato
lo sguardo altrove alla ricerca di un approccio. Evidentemente era
opinione comune che i miei discorsi filosofici della mezzanotte
costituissero una versione piuttosto attendibile dell’enciclopedia delle
stronzate.
Arrivai con la paura di sentirmi fuori posto. Temevo di trovarmi di
fronte alla solita festicciola per adolescenti idioti, alla corrente
sotterranea di ansietà che normalmente li pervade, all’irriducibile
isteria di chi vuole mostrarsi ad ogni costo controcorrente.
Le cose andarono più o meno nel modo che avevo previsto. Ogni
tanto qualcuno mi si avvicinava aggrappato al suo bicchiere di birra e
mi interrogava con occhi spiritati. Gli argomenti erano sempre quelli:
fiche, culi e grosse tette. C’era perfino chi mi raccontava di quella
volta che era riuscito ad accendere una magnifica quarantenne con
ritmi misteriosi e movimenti intensi. A un certo punto, diceva, la sua
fica si era aperta implorante e lo aveva supplicato di riempirla di
schizzi, un desiderio legittimo che aveva provveduto ad esaudire.
Questo era tutto, la mia filosofia non sarebbe servita a niente, e stavo
annoiandomi a morte.
Finalmente cominciarono a suonare i Teleboys. Ebbi un sussulto. Un
ritmo terroristico mi colpì al cervello. Non avevo mai sentito roba del
genere. Trasudava disprezzo. Sembrava che il mondo non riuscisse a
sopportarlo e stesse uscendo dalla stanza come impazzito, correndo a
perdifiato per respirare aria pulita.
Non è che fossi ingenuo. E’ che in quel tempo tutto quello che
sapevo sulla musica riguardava le canzoni di Bob Dylan. Sarebbe più
esatto dire che non ero affatto interessato alla musica. Piuttosto ero
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ossessionato da Jack Kerouac, William Burroughs, Allen Ginsberg,
insomma la beat generation. Insomma la scrittura.
La musica dei Teleboys era come un flusso elettrico. La distorsione
plumbea e oppressiva delle chitarre non aveva niente a che vedere con
le timide ballate folk di Bob Dylan. Per molti sarebbe stata una
semplice constatazione, per me rimaneva un mistero. Come
funzionava quella roba? I musicisti saltavano come ossessi, avevano
un’espressione di eccitazione volgare che fuoriusciva dai loro occhi
come una ferita, e sembravano animati da una meschinità e una
durezza di modi decisamente sgradevoli. Il rumore che usciva dai loro
amplificatori riempiva la stanza e aggrediva il pubblico. Sembrava la
grande bocca di un rettile che se lo mangiava, il pubblico. Mi piaceva.
Un desiderio intenso mi penetrò nel sangue, un pensiero invidioso lo
avvelenò per un attimo. Peppe era bravo, sì, ma io ero meglio.
Tornai a casa cercando di salvaguardare la mia dignità. No, mi
dicevo, cosa ti salta in testa, cosa stai architettando… Non facevo altro
che ripetermi le stesse cose, continuamente, in un modo sempre più
vivo e palpitante. Non c’è alcun modo, pensavo, per giustificare
un’idea così sbagliata della libertà. Cosa vogliono dimostrare? Di
essere soli? Lontani dalla vita? La mia filosofia di mezzanotte era
molto meglio. Non aveva bisogno di oscuri latrati per affermare le sue
facoltà vitali e intuitive, di stridore meccanico per esaltare la sua
inquietante forza di volontà. La mia filosofia di mezzanotte aveva il
suo fine ultimo nella produzione di un mondo interamente
ragionevole. Ecco cos’era la libertà, un mondo ragionevole. Eppure,
man mano che la ragione veniva elettrizzata da un fremito convulso
che penetrava duro e inesorabile nelle vene, da una febbre
intossicante, cominciavo a sentire quel mondo sempre più ostile,
freddo, vagamente disgustoso. Lentamente il desiderio prese il posto
della ragione, fino a diventare un’ossessione, un pugno che mi colpiva
alle tempie a intervalli regolari: Peppe era bravo, sì, ma io ero meglio.
Per la prima volta nella mia vita avevo le idee chiare, volevo salire
sul palco e instaurare una democrazia del contatto umano. In quanto a
spunti ce n’erano in abbondanza. Fino a quel momento avevo perfino
38
ignorato l’esistenza del punk. Era la migliore forma di espressione che
avessi mai desiderato e non l’avevo mai conosciuta. Tutto mi sembrò
così assurdo, avrei voluto subito unirmi al suono vibrante degli
strumenti e disciogliermi nell’aria insieme ad esso. Sì, dannazione, sì,
stavo finalmente arrivando.
Ascoltai nuovamente i Teleboys quello stesso autunno. La
formazione era cambiata. Le cose erano andate più o meno in questo
modo. Sergio Salvi aveva caricato il batterista sul sellino posteriore
della sua moto. Lui era quello che lo odiava di più, lo considerava un
professorino senza nerbo che sporcava l’integrità dei Teleboys. Senza
aspettare che l’ansia spirituale del dubbio lo travolgesse si era poi
scagliato a tutta velocità contro un’auto in sosta. Non so bene cosa
volesse fare, probabilmente ucciderlo. Il problema è che il mondo è
complesso, non sempre le cose vanno come uno se le immagina.
Sergio era rimbalzato contro le lamiere dell’auto, cadendo
violentemente sull’asfalto e sperimentando la sua prima trance
ipnotica. Nell’impatto i denti gli avevano tagliato di netto la punta
della lingua, riducendolo a un fantasma sovreccitato e instabile. A un
tratto la sua spiccata sensibilità per gli atti eroici era diventata un
ricordo. Di tutta la strisciante angoscia che pervadeva il mondo
occidentale non gli importava più niente. Aveva cercato soltanto le
parole per restare vivo, ma il colpo gli aveva spento l’area
specializzata del cervello dove nascevano la grammatica e il
linguaggio. Tutto quello che gli era uscito di bocca era stato un fruscio
impercettibile, una frase smozzicata, con le parole appiccicate le une
alle altre da una disperata concentrazione.
Il passeggero invece se l’era cavata con un grosso spavento e
qualche graffio sul gomito. Era rimasto sospeso nell’aria come una
creatura del paradiso, lasciando sull’asfalto solo una striatura regolare
di vomito. Il luccichio dei suoi occhi scintillanti sembrava avergli
donato perfino una nuova intelligenza. Era come se qualcosa di
assolutamente inusuale e grandioso si fosse preso cura di lui nel
momento cruciale.
Con la faccia tutta piena di sangue e sputando denti dalla bocca,
39
Sergio si era diretto tartagliando verso il coglione incolume. Era
furioso. Non poteva accorgersi delle forze misteriose che si erano
sprigionate intorno a lui e che lo assalivano di continuo. Era troppo
concentrato sulla timida purezza del compito, cacciare quell’idiota dai
Teleboys, fargli credere di essere a pezzi, così malridotto da non
riuscire mai più a suonare la batteria. Chi avrebbe avuto il coraggio di
contrastare la sua interpretazione dei fatti?
“C-c-c-c-c-c-cazzo!” gridava. “Ooooh, dessstino del c-cazzo. Sei
quasi morto, amico mio, quasi morto… s-s-stai perdendo sangue d-d-
d-dappertutto”.
Il professorino sembrava non raccogliere l’odiosa provocazione.
“Non è niente” diceva, “niente, solo qualche graffio. Tu, piuttosto…”
“C-c-c-c-c-cazzo dici, sei pazzo, pazzo… Il tuo tipo di s-s-schianto è
gravissimo, è il tipo di s-s-schianto di cui ta-ta-t’accorgi solo quando è
troppo tardi. E’ una questione di equilibrio ps-ps-psicologico. I danni
al cervello, amico mio, non ci pensi? Chissà i danni riportati dal tuo
cervello… già adesso mi s-s-sembri ri-ri-rimbambito”.
Anche il resto del gruppo era arrivato a perorare la causa di Sergio.
“Sai una cosa” diceva Peppe, “c’è un sacco di gente che con un colpo
del genere ha perso la ragione. Sono impazziti tutti. Sono diventati
scemi”.
“Cosa avresti intenzione di fare, eh?” insisteva Ludo, “cosa ti frulla
in quel cervelletto bacato? Devi curarti. Ci vorrà tempo. La tua
carriera è finita, capisci? Finita”.
Il poveretto non riusciva a distaccarsi da un senso d’inferiorità
servile. Muoveva le labbra, tentando di ripetere le parole dei suoi
“amici” mano a mano che venivano pronunciate. Non sapeva bene
come reagire, era tremendamente soggiogato e confuso, ma la visione
di una vita passata a vomitare per la nausea lo aveva infine
consumato. Quella sera stessa era tornato a casa imbottito di
tranquillanti, il volto pallido, orbite nerastre al posto degli abituali
occhi inespressivi, contaminato, impaurito, consapevole dei gravissimi
danni al cervello e delle fatiche che l’attendevano. La vita non gli era
mai parsa tanto priva di significato. Era solo. E non avrebbe suonato
40
mai più.
Per tutto il 1981 i Teleboys si esibirono con la nuova formazione. Il
nuovo batterista aveva suonato nei Ricchi e Poveri. Bella roba!
All’inizio non mollarono la presa di un millimetro. Restarono
aggrappati alla brutta abitudine dell’oscenità; si ubriacarono,
soffocarono nel vomito, sventolarono bandiere naziste, tirarono fuori
la lingua ai diritti umani, sputarono in faccia al pubblico senza
chiedere mai scusa, e così non fu difficile, per quelli che si sentivano
in armonia con le necessità e le aspirazioni del nichilismo, continuare
a credere che i detriti, la spazzatura, le macerie, avrebbero finalmente
seppellito la meravigliosa civiltà bianca occidentale. Tutti quelli che
avevano disprezzato l’etica del profitto, che avevano sparato a zero
sull’immoralità della vita borghese, che non avevano mai preso sul
serio tutte quelle cose così insignificanti e banali, il denaro, il potere,
la gratitudine, tutti quelli che avevano annuito all’esplosione
dell’insensatezza e farneticato sul magnifico disordine, erano ora
morbosamente affascinati dal suono alieno dei Teleboys.
L’entusiasmo era generale. Era una splendida occasione, la possibilità
di osservare da vicino il sovvertimento di tutti i valori, la distruzione
di un metodo, un momento di trasformazione di un sistema.
Con il tempo, però, le cose cambiarono, la loro carica eversiva si
attenuò. Non so perché successe. Forse perché non si può rimanere
vivi con il fuoco sempre acceso dentro. La combustione è un processo
irreversibile. Ti consuma piano piano, e ogni volta ti toglie un
pezzetto. Alla fine diventi cenere, non servi più a niente, ti disperdi
nell’aria. E’ così. Tutto marcisce, tutto è destinato inevitabilmente a
spegnersi.
Così, quando un giorno l’unico sentimento che i Teleboys riuscirono
a generare fu l’indifferenza, la stessa fredda indifferenza che si regala
agli animali docili e inoffensivi; quando loro stessi cominciarono ad
applaudirsi nella silenziosa indifferenza del docile e inoffensivo
mondo animale, lanciando sguardi annoiati, barcollando nella tenue
luce fosforescente dei neon, gridandosi a vicenda le ultime pietose
bugie; quando la mitologia dell’eccesso, dell’offesa, del rancore, che
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in modo quasi perfetto avevano fatto coincidere con la loro vita, crollò
sotto il peso dell’abitudine, del leggendario quanto sterile radicamento
del gesto ripetuto, del gesto che in quanto ripetuto si trasformava in
funzione, mito, celebrazione di messa; quando tutto questo si fece
infine avida bocca conformista e divorò ogni cosa, allora la scintilla si
spense. Sergio Salvi si fece riattaccare la parte di lingua che gli
mancava e abbandonò il gruppo. Sergio Federici ricucì diligentemente
i suoi rapporti con il mondo e cominciò a fotografarlo di nuovo.
Anche lui lasciò i Teleboys. Peppe vagabondò una notte intera
chiedendosi se c’era qualcosa che potesse cancellare la squallida
immagine che aveva di sé, ma non la trovò. In compenso gli sembrò di
non essere più troppo spaventato dalla vita per affrontarla, che
l’incendio che aveva dentro avesse acquisito consapevolezza della
fiamma che lo alimentava, della consistenza della fiamma, del suo
elemento chimico, del tormento e dell’ossessione puerile che l’aveva
tenuto in vita per così tanto tempo. Era tutto. Poco altro da dire. Una
sceneggiatura comica aspettava la sua battuta definitiva.

42
L’ OLTRAGGIO

Se c’era una cosa che Shino non avrebbe mai potuto permettere era
la fine dei Teleboys. Da quando li aveva visti per la prima volta una
gioia pagana aveva tumultuato dentro di lui. Era stato come se una
concreta estensione metaforica del suo Io avesse preso possesso di
altre vite e si fosse catapultata contro il mondo con la forza
dirompente di un esercito. Da quel momento aveva capito che la sua
vita solitaria, la cosciente rigorosa segregazione della sua vita, si
sarebbe risvegliata da uno stato ipnotico e sarebbe esplosa in mille
pezzi. Insieme ai Teleboys aveva odiato, avvilito, disprezzato,
provocato, e di sicuro non c’era altro che avrebbe potuto regalargli le
stesse emozioni. Nemmeno la realtà poteva farlo, nemmeno le lotte
politiche che in quegli anni incendiavano il mondo.
La grande questione di quel tempo riguardava il disarmo. Da molti
anni Stati Uniti e Unione Sovietica si confrontavano in ricerca
scientifica e tecnologia bellica. Cercavano di superarsi di continuo,
per intimorire l’avversario e metterlo in ginocchio. Ben presto erano
arrivati ad accumulare una tale quantità di ordigni nucleari da essere
in grado di distruggere il mondo centinaia di volte. Era una situazione
paradossale. Potevi sbellicarti di risate o angosciarti fino al suicidio.
Fu in questo contesto che il 25 ottobre del 1981 milioni di persone
scesero in piazza in tutte le principali capitali europee per chiedere la
disattivazione dei missili SS20 sovietici e per protestare contro
l’installazione dei Cruise e dei Pershing 2 nella base Nato di Comiso,
in Sicilia. In Italia la protesta assunse toni molto duri. La
riorganizzazione dell’esercito americano, resa inevitabile dalla
necessità di intervenire velocemente in ogni angolo del mondo, aveva
infatti spostato il centro focale strategico nel Meridione, attraverso il
potenziamento delle basi e delle installazioni militari, che gli Stati
Uniti usavano direttamente o attraverso la Nato. Una straordinaria
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mobilitazione di ideali e persone rappresentò la migliore espressione
del disagio e del senso di frustrazione che si respirava dappertutto.
Anche i comunisti ascolani organizzarono una manifestazione di
protesta al vecchio cinema Olimpia, in Corso Trieste. Con piccole
bocche perfette chiamarono gli studenti alla mobilitazione generale, e
poi a una specie di happening culturale, un incontro dedicato alla
discussione politica, alla poesia, alla musica. Un po’ a sorpresa anche i
Teleboys furono invitati a dare il loro sostegno alla giornata
antimilitarista. Tutti sapevano che erano dei nichilisti, che più volte
avevano sottolineato il solco che li separava dall’impegno politico dei
pacifisti, ma evidentemente erano anche gli unici in grado di dare una
sterzata al sonnambulismo politicamente corretto della sinistra
giovanile.
Il giorno precedente gli organizzatori del meeting chiamarono i
Teleboys a una specie di riunione generale. C’erano tutti: studenti,
insegnanti, sindacalisti, poeti, musicisti, insomma tutti quelli che
erano stati invitati a dare il loro contributo in termini di
partecipazione. Si convenne che era assolutamente necessario dare un
indirizzo politico alla manifestazione, sembrava che per diritto divino
solo i comunisti fossero chiamati alla redenzione pacifista. “Era una
specie di sindrome da telefonino” dice Peppe ridendo, “se oggi sei
giovane devi avere per forza il cellulare, se lo eri allora dovevi per
forza essere pacifista”.
In realtà i Teleboys non erano né pacifisti né guerrafondai. Non
erano niente, se ne fregavano, e se anche non se ne fregavano non
erano disposti a condividere il principio della pace con chi
semplicemente ne faceva un uso strumentale.
Finalmente arrivò il giorno fatidico. Si annunciò subito molto
interessante, con interventi appassionati e generosi. Fin dal mattino
un’ansia spirituale e un’agitazione febbrile animarono ogni gesto, ogni
respiro, ogni temperamento speculativo. Sembrava che i missili
fossero destinati a scomparire di lì a poco per volontà popolare o per
un intervento divino.
Lo spettacolo andò avanti per tre ore senza interruzioni. E’ inutile
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che stia qui a perdere tempo per spiegarti tutto in modo analitico, si sa
come vanno queste cose: la concentrazione politica, la tensione
emotiva, l’inutile bla bla bla… un disastro. Poi le cose cambiarono.
Iniziarono a suonare i gruppi, e un’atmosfera gioiosa e amichevole
coinvolse i mille ragazzi presenti.
I Teleboys furono gli ultimi a salire sul palco. I due nuovi
componenti sorrisero leggermente imbarazzati. Erano i classici bravi
ragazzi della porta accanto. Odoravano di pulito e odiavano il punk. Si
erano limitati a provare i pezzi un pomeriggio appena, e per la verità
dopo pochi minuti non vedevano l’ora di finire quella buffonata e
tornarsene a casa.
L’incantesimo pacifista si ruppe non appena i Teleboys entrarono in
scena. Vestivano divise militari, croci di ferro naziste, salutavano
romanamente all’inizio e alla fine di ogni canzone. I pezzi erano quelli
di sempre. Quando Shino salì sul palco e annunciò Belsen era una
pacchia, un senso di rabbia dolorosa e impotente assalì la platea. Dalle
prime file iniziò un fitto lancio di oggetti e residui organici, ma i
Teleboys rimasero insensibili a tutto. Le parole della canzone fecero
strage della sensibilità altrui. “Belsen era una pacchia, porcoddio. Gli
ebrei succhiavano il cazzo mio. Se parlavano male di me, li
ammazzavo a tre a tre. Sii un uomo, uccidi un uomo”. Era troppo, un
massacro di parole che aveva le dimensioni del suicidio premeditato.
Quando il concerto finì la platea era ormai completamente vuota. Un
migliaio di persone era corsa fuori ad aspettare che i Teleboys
uscissero. Volevano picchiarli. Shino li affrontò urlando e schiumando
rabbia dalla bocca. I fascisti si accanirono su di lui prendendolo a
calci. Qualcuno disse che la sua performance aveva disgustato perfino
loro, io credo invece che ne fossero rimasti talmente affascinati da
invidiarlo a morte. Peppe invece fu preso a cazzotti dai pacifisti.
Converrai con me che non c’è destino più amaro. Essere menato da
chi predica la pace è come andare alla mensa dei poveri e mangiare
lische di pesce. Tornò a casa con la faccia insanguinata e un occhio
nero, e con la segreta convinzione di essere un eroe. Quello fu l’ultimo
concerto dei Teleboys. Il giorno dopo il gruppo si sciolse.
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Dopo di ciò la situazione ristagnò fino ai primi mesi del 1982. Già
allora avevo una voglia incredibile di mettermi in gioco, ma
evidentemente il mio tempo non era ancora arrivato. Quello era invece
il tempo dei Cupi e dei Porco Porco, due gruppi sperimentali con
Shino alla voce e Peppe alla batteria. Durarono poco entrambi.
Registrarono un demotape e poi si sciolsero. Fu in quel periodo che mi
capitò fra le mani un disco della Attack punk di Bologna. Era il primo
disco di punk italiano, una compilation con alcuni fra i gruppi più
politicizzati di quel tempo, Irah, Quinto Braccio, Sottocultura,
Collettivo, e poi gli inglesi Total Chaos, i tedeschi Stromsperre e i
finlandesi Kaaos. Oggi fa parte della mia collezione d’epoca, e ogni
tanto lo riascolto. Se mi faccio vincere dalla curiosità e sfoglio le
pagine interne della confezione, leggo qualcosa che mi fa ancora
sobbalzare dalla sedia. E’ tutto così attuale: “C’è chi pensa che il punk
inglese sia l’unico vero punk, che gli stranieri siano dei bastardi
perché ci portano via il lavoro, che la tal regione deve essere
indipendente, e che la nostra nazionale fa mangiare la merda a tutte
le altre. Ma intanto il mostro cingolato del sistema se ne fotte del
campanilismo, del nazionalismo, degli odii tribali. Tutte le volte che
può li sfrutta per i suoi interessi, mandando schiere di coglioni a farsi
ammazzare. Il suo intento è sempre quello: aumentare i suoi profitti e
il suo potere di controllo, dando in cambio una misera minestrina col
dado chiamata Amor di Patria”.
In città quell’estate ci fu molto movimento fra le bande giovanili.
Ragazzi di opposta fede politica si fronteggiarono più volte con le
spranghe, e anche i concerti furono spesso un pretesto per continuare
ad affrontarsi con implacabile ostilità.
Una sera suonarono i Reig alla festa dell’Unità. Erano un gruppo di
Macerata orientato verso il punk inglese stile Exploited, con alle
spalle una vasta esperienza di concerti in Italia e due pezzi appena
registrati per il loro disco d’esordio. Le loro creste colorate ebbero un
impatto devastante sui fascistelli ascolani. Il concerto fu interrotto più
volte per i disordini sotto al palco, e alla fine degenerò in rissa. Per me
fu un’esperienza importante, perché per la prima volta entrai in
46
contatto con l’elemento tribale del punk, mi resi conto cioè di
condividere con altre persone un segno distintivo, avevamo lo stesso
modo di essere e di contrapporci alla norma.
I Reig portarono grandi notizie. A Milano pulsava ormai da qualche
mese la grande realtà del Virus, un collettivo di punk anarchici che
aveva trovato rifugio in un capannone insonorizzato di Via Correggio
18. L’area era stata occupata dagli anarchici fin dal 1975, ma adesso
era un concentrato di punk e creature simili che vi organizzavano
concerti e varie altre attività.
Ad aiutare i punk anarchici nella stesura del progetto e nella
realizzazione del Virus, era stato un professore ascolano reduce
dall’attivismo in Lotta Continua. Marco Philopat, cantante degli HCN
e occupante di case, ne da un ritratto molto interessante in “Costretti a
sanguinare”, un romanzo sul punk italiano scritto in uno stile convulso
e febbricitante, edito da ShaKe nel 1997:
“Gianbruno insegna italiano in un liceo dell’hinterland – occupante
storico di Correggio – alla fine delle riunioni quando gran parte dei
compagni va a dormire apre casa sua per far proseguire la
discussione – attorno al tavolo con l‘ottimo vino toscano versato
direttamente nei bicchieri dalle damigiane – ogni mese ce lo porta un
compagno ex occupante – ora vive in una comune nelle valli del
Chianti – Gianbruno si siede a capotavola e inizia lo show – il suo
appartamento è al primo piano – le pareti nascoste dai bullonati – i
ripiani sembrano cedere sotto il peso dei troppi libri – molti altri
volumi sono impilati in disordine dovunque sul pavimento – anche sul
grande letto matrimoniale sempre incasinato – taccuini quaderni
scarabocchiati e fogli per appunti svolazzanti – piccolo con la barba
incolta nera corvina come i capelli – due piccoli occhi furbi e
velocissimi – i suoi discorsi tumultuosi agitati sono però trasparenti –
gesticola irrequieto come fosse un mimo schizzato – quel movimento
facilita l’ascolto – ossessionato dai poteri segreti dello stato e dalle
logge massoniche sfiora sempre la paranoia – verso fine nottata
quando la stanchezza lo fiacca nessuno riesce a fermarlo mentre si
dirige nel tunnel oscuro dei suoi meandri “una trappola – questa casa
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ce la lasciano per controllarci meglio – o forse non esiste neanche – è
tutta una mia allucinazione – un complotto contro di me – si può
arrivare ad affermare che anche voi fate parte dei congiurati – mi
volete fare la pelle eh!? – ditelo chiaramente!”
Per mille giorni il Virus avrebbe rappresentato un punto di
riferimento importante per i punk italiani, un simbolo di ribellione, di
lotta reale, di comunicazione alternativa. I Reig vi avevano suonato in
aprile per “l’offensiva di primavera”, una tre giorni contro la
repressione poliziesca, più di cinquanta gruppi sul palco, più di tremila
punk a condividerne lo spirito. E in tutta Europa, dicevano, era la
stessa cosa. Ovunque stava divampando lo stesso fuoco. Si stava
creando un vero e proprio circuito alternativo che investiva tutti i
settori dell’attività punk. Un fremito di eccitazione mi attraversò. In
maniera definitiva sentii crescere dentro di me l’urgenza di urlare.
Non potevo più aspettare, era arrivato il momento di far sentire la mia
voce.

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NO GESTAPO

Era un giorno di novembre. Stavo camminando dalle parti della


vecchia osteria in cui mi ubriacavo qualche volta. Serravo i pugni
nelle tasche sfondate del cappotto, cercando di assumere quell’aria
trasandata tipica dei poeti romantici e degli sfaccendati. Stavo
imparando dalla bohème di Rimbaud, ma non ero ancora bravo. Ero
depresso, non avevo soldi e parlavo con me stesso in maniera molto
concitata.
Improvvisamente la mia attenzione fu attratta dal bancone di un
edicola. In un angolo, sommersa da montagne di riviste, s’intravedeva
una copia spiegazzata di Rockerilla, con una foto dei Gun Club in
copertina. I Gun Club erano allora uno dei gruppi più interessanti e
sottovalutati del rock indipendente americano. Suonavano una miscela
veramente esplosiva, la loro musica era come la tela di un pittore
voodoo, spruzzata di blues, punk e rock’n’roll.
Non so perché quella foto mi colpì così tanto. E’ vero, da qualche
tempo avevo nella testa questa idea del gruppo punk, l’esigenza di
aggredire la società, di farla sanguinare con la musica. Forse fu per
quello. Mi venne in mente la voce stridula e allucinata di Jeffrey Lee
Pierce, e finalmente trovai lo spunto per buttarmi nel caos montante
dell’alternativa hardcore, il mondo incerto e fragile del rifiuto
generalizzato. Ecco, mi dissi, c’è tutto. C’è il grido forte del punk, sta
chiamando a raccolta le folle dementi del mondo, niente è morto, lo
senti?
Rockerilla era in quel tempo l’unica rivista musicale di un certo
interesse. Esplorava i meandri cupi dell’underground estremo, seguiva
l’evolversi della scena punk globale, recensiva i dischi dei Dead
Kennedys, dei Bad Brains, degli Adolescents. Non lo faceva per
passione, ma per soldi. Era un progetto furbescamente commerciale, il
punk vendeva ancora bene, ma io non l’avevo capito. Del resto non
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sono mai stato troppo furbo. Non ho mai capito un cazzo del mondo
reale, nemmeno oggi ci riesco, figurati se ero in grado di fare certi
ragionamenti quando mi pisciavo ancora nei pantaloni…
Comunque le cose andarono più o meno così. C’era questo
collaboratore della rivista, un tipo con il pallino del controllo totale. Si
era messo in testa di schedare i gruppi punk italiani, roba da
fucilazione sul posto. Io, lo ammetto, volevo esserci a ogni costo.
Sembrava che per legge naturale dovessero spuntare gruppi punk
dappertutto, e io ero d’accordo.
Fu in questo modo che inventai i No Gestapo. Presi un foglio di
carta, su un lato disegnai un uomo senza braccia, probabilmente
morto. Accanto all’uomo scrissi le prime cose che mi vennero in
mente, una biografia della band, una dichiarazione d’intenti più o
meno farneticante, qualche testo ricavato da alcune vecchie poesie. A
fondo pagina allegai il numero di telefono di Leonardo per i contatti.
Lui ancora non lo sapeva, ma era il bassista dei No Gestapo.
Imbustai la lettera quello stesso giorno. Era meraviglioso, ero in un
gruppo. Esisteva solo nella mia testa, ma era come se pulsasse già di
vita propria, crudo selvaggio hardcore-punk in puro stile californiano,
con muggiti deliranti di chitarra e testi politicizzati cantati in italiano.
Qualche giorno dopo Leo arrivò a scuola ridendo come un pazzo.
Cominciò a prendermi in giro, prima in maniera simpatica, poi sempre
più cattiva. Alla fine voleva strozzarmi. Era proprio vero, il tipo della
schedatura punk gli aveva telefonato per un’intervista.
A suo dire era riuscito a dominare la situazione. Con il suo solito
sangue freddo aveva sostenuto la parte del musicista punk come un
attore consumato. Aveva perfino creato dal nulla una vera scena,
facendo risultare in attività i Tetano, un gruppo skinhead che Peppe
voleva metter su insieme a Shino, e anche i Destroy Tradition, che
avevano fatto un solo concerto e poi si erano sciolti.
Ora avevamo tutti in testa questa idea dei No Gestapo. Dovevamo
solo formare il gruppo. Il tempo dei progetti era finito.
Dopo pochi giorni Peppe abbandonò l’idea di formare i Tetano ed
entrò alla batteria nei No Gestapo. Lo fece con l’atteggiamento di chi
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crede di giocarsi le ultime carte, non senza l’imbarazzo di doversi
affidare a gente senza coglioni. D’altro canto lo spazio intorno a sé era
ormai desolatamente vuoto, non aveva più nessuno vicino che avesse
la volontà di progettare sulla musica. L’attitudine che aveva animato i
Teleboys sembrava essere svanita con i disordini al cinema Olimpia.
La sua fu perciò una scelta obbligata, fatta più per disperazione che
per convinzione.
Alla chitarra fu arruolato Fabrizio D’Ottavio, un ragazzino di
quattordici anni che non aveva la minima idea di cosa fosse
l’hardcore. Era un piccolo attore. Interpretava San Pietro nella
rappresentazione pasquale della passione e morte di Gesù, suonava
covers di Franco Battiato e Roberto Vecchioni, e sembrava disturbato
dall’idea di dover utilizzare la sua Ibanez rossa scintillante per suonare
musica di merda. A distanza di così tanti anni posso tranquillamente
affermare che era una specie di fenomeno. In definitiva fu quello che
diede un’impronta al gruppo, riuscendo a mediare fra la ruvidezza del
punk e l’acerba convinzione di dover guardare oltre gli angusti confini
del rumore.
Il progetto No Gestapo si sviluppò sulla base dell’amicizia.
Affittammo una rimessa d’attrezzi in Rua della Peschiera, una specie
di angolo buio ricavato fra i muri di un cortile, e con l’entusiasmo dei
bambini che fanno le capriole cominciammo a buttare giù i primi
accordi. Il risultato che ne scaturì fu un grezzissimo inno
antipatriottico con un ritornello scontato e ai limiti dell’indecenza. Se
ricordo bene si chiamava Italia Vaffanculo o qualcosa di simile. Il
pezzo contribuì a rovinare i rapporti con gli abitanti della zona più
della nostra sana avversione per le formalità. Le donne rivendicarono
il diritto di educare i propri figli lontano dalle allucinazioni dei
drogati, gli uomini levarono in alto le mani e minacciarono più volte
di spararci. A un certo punto erano talmente esasperati che provarono
a sbarrare l’ingresso della sala prove con il filo spinato.
Fu in quel periodo che ci diplomammo all’istituto magistrale. Le
valutazioni della commissione furono severe, evidentemente qualcosa
di marcio ci uscì di bocca anche durante gli esami. Siccome volevamo
51
comprarci una strumentazione migliore e registrare i primi pezzi,
andammo tutti a lavorare. Peppe cominciò a fare il tipografo in una
cooperativa di sinistra, Leonardo si mise a capo di una combriccola di
pazzi che vendeva apparecchi acustici ai sordi, io invece non trovai
niente di meglio che bussare alle porte delle case per vendere la sacra
bibbia. Era uno di quei lavori che mi riuscivano bene per vocazione. A
volte fingevo di essere un missionario che raccoglieva fondi per una
scuola in Uganda, altre volte rivendicavo la necessità di
un’educazione improntata ai sacri principi del cristianesimo. Mi
piaceva mentire ai cattolici, in più guadagnavo un sacco di soldi.
Quando pensavo a mio padre comprendevo il senso di questa
ingiustizia. Lui spaccava pietre da trent’anni per un salario da fame, io
mi arricchivo corrompendo la ragione dei deboli con le favole.
Nel dicembre di quell’anno il gruppo tenne il suo primo concerto. I
Reig avevano appena pubblicato il loro disco d’esordio, Disarm, e per
l’occasione avevano organizzato una grossa manifestazione nella
piazza principale di Macerata. Il concerto avrebbe chiamato a raccolta
centinaia di creature irregolari da tutta la regione. Bella roba,
naturalmente, ma non eravamo pronti per una cosa così grande. Il
confronto con i Reig era improponibile. “Ci faranno a pezzi” disse
Peppe. “Chi se ne frega” dissi io. Era un’occasione troppo importante
per lasciarsela sfuggire.
Le cose non andarono bene fin dal principio. Quel giorno rimasi
invischiato fino a tardi con i miei traffici biblici. Arrivai sul posto
mentre stavano concludendo la loro esibizione i Paper’s Gang, un
gruppo improntato al punk rock politicizzato in puro stile Clash. Il
resto dei No Gestapo era lì dal pomeriggio e aveva ormai perso la
speranza di vedermi arrivare in tempo per il concerto. La cosa buffa
era che avevo appena perso la mia verginità e il mondo aveva preso a
girare in un modo diverso. Un donnone con un culo enorme e la bocca
avida s’era trastullata con il mio scheletrino per l’intero pomeriggio. Il
mio campionario di sacre bibbie e vite di Gesù, con miniature
medievali del XIII secolo e frontespizi rilegati in oro zecchino, aveva
istigato la pia donna a dissolute pratiche erotiche che mi avevano
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favorevolmente impressionato. Ma dove eravamo rimasti? Ah, si, il
concerto… Osservai dal palco la marea umana che intendevo
dominare con gli insulti e le parole corrosive dei testi, e un ghigno
sadico m’illuminò il volto. “Noi siamo i No Gestapo” dissi, “e
affanculo quanti siete”. Un brusio lisergico di gente sfatta anticipò la
prima scarica di confuso rumore vomitata dagli amplificatori. Fu
l’inizio di uno spettacolo indecoroso, la cosa più appassionata e
sinceramente punk che io ricordi. Credo di non aver mai ascoltato un
concerto peggiore nella mia vita. Sembrava che in quel momento
ognuno di noi avesse una sua particolare idea del repertorio in
programma. Era come se ogni strumento fosse completamente
abbandonato a se stesso, avulso da un progetto comune, suonato da
ubriachi. Divertente… Un silenzio di tomba accompagnò il nostro
ultimo pezzo. Scendendo dal palco potevo sentire le cerniere dei
giubbetti di pelle che si chiudevano, i respiri affannosi dei guerrieri
crestati. Dappertutto era un guardarsi negli occhi per cercare una
giustificazione, un motivo di assimilazione, invano… Un timore di
schemi infranti, di sospetta neutralità, trasformò ben presto il loro
silenzio in indifferenza. Attraversammo la piazza con frenetico
imbarazzo, lo sguardo chino sulle custodie degli strumenti. Qualcuno
cominciò a sghignazzare alle nostre spalle, ma fu solo un attimo. I
Reig attaccarono Violent charge e fu il tripudio.

53
DICTATRISTA

Tornammo a casa con il presentimento di aver concluso


definitivamente la nostra esperienza hardcore. All’inizio volevamo
solo mettere ordine nei nostri pensieri. Avevamo attribuito questo
bisogno all’agitazione per il concerto, ma col passare del tempo la
paura cominciò a divorarci. Pian piano fu tutto così evidente che la
paura si trasformò in dolore fisico, poi in una specie di ossessione. Il
sogno di sconvolgere il mondo con il disordine, la nostra perversa
attitudine da bestiame brucante, l’indicibile e soffocante lordume della
volgarità, era finito per sempre. Cominciai a ripetere fra me e me
quelle ultime parole, per sempre, per sempre. Maledizione…
D’un tratto crepitarono le nuvole basse a occidente. Uno schianto
cupo c’investì con fragore e parve animato di voce propria.
“Perché” disse lo schianto cupo, “perché avete fatto questo? A che
serve? Della vostra fatica non rimarrà niente. La vostra voce è fiacca e
non ha centro. L’annientamento è inevitabile”.
Leonardo trasalì. Anche lui aveva sentito la voce rimbalzargli in
petto, e un tremito aveva cominciato a scuoterlo in tutto il corpo. I
nostri occhi s’incontrarono per cercare di decifrare il segnale, ma solo
per un istante. Poi fuggirono via. Perché è così che succede in questi
casi, non è vero? Ci si guarda cercando di nascondere il proprio
disagio, ognuno con un grido represso che vorrebbe esplodere, e con il
desiderio di far sapere al mondo che lui no, lui ha le spalle larghe e la
coscienza a posto, lui non ha problemi di nessun genere. Lui potrebbe
mettersi a vendere consigli, perché è immune dalla depressione e sa
come infondere il coraggio per combatterla. Lui potrebbe gridare al
mondo che conosce la verità, il modo per raggiungere un equilibrio
interiore che allontani per sempre i fantasmi della sofferenza, e
potrebbe insegnarla anche, la verità. Solo non glielo permettono,
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perché altrimenti le leggi dell’economia andrebbero a rotoli. Nessuno
sentirebbe più il bisogno di ricorrere ai filosofi, ai sociologi, agli
psicologi… t’immagini? Tutta questa gente sarebbe costretta a
guadagnarsi da vivere con il sudore della fronte, e non ci si può mica
ridurre a concepire il lavoro come una tortura inevitabile, nossignore,
perché alla lunga uno comincerebbe a rompersi il capo con le
domande, a farsi prendere dallo sconforto, e a chiedersi se ci sia
ancora qualcuno in grado di capire quello che succede.
Io non so se Leonardo fosse in grado di capire. Immaginai di sì. Era
un uomo libero, libero di abusare della sua libertà, di scagliarsi sul
volante della sua macchina con febbrile compiacimento e gioia feroce,
di rimbalzare sui marciapiedi con tonfi apocalittici, e di lanciare
fragorosi hurrà di vittoria soffocati dalla concentrazione.
“Non c’è ragione di preoccuparsi” borbottò accigliato notando nei
miei occhi un’espressione di tristezza, “conosco i complicati
meccanismi della delusione post-orgasmica. So come uscire fuori da
uno stato di sofferenza psichica. E’ la mancanza di coraggio, capisci?
Dobbiamo combattere la mancanza di coraggio”.
Per evitare imbarazzanti risposte diedi un’occhiata furtiva attraverso
il vetro del finestrino. Gente accigliata sbucava da ogni angolo
imprecando, vecchie utilitarie piene di conducenti atterriti deviavano
la traiettoria con un rombo di motore arrabbiato, figure indefinite
gettavano le loro malinconiche ombre sulle lamiere della nostra
macchina, quando rapidamente flagellavamo lo spazio con frenetici
tentativi per evitarle. Ovunque là fuori era confusione e strepito e
stordente afflizione. Eppure Leonardo ululò felice, pigiò il piede
sull’acceleratore e si affrettò.
Il giorno dopo camminai a lungo. Non so quanti chilometri feci,
erano tanti. A un certo punto ero talmente stanco che cominciai a
sudare e a non reggermi più in piedi. Allora andai a casa e fondai un
movimento politico. Lo chiamai “Ascoli fai schifo”. Volevo
partecipare alle elezioni amministrative e diventare sindaco della città.
Volevo fare le stesse cose di Jello Biafra dei Dead Kennedys. Lui si
era candidato a sindaco di San Francisco l’anno prima. Il suo
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programma era delirante, voleva trasformare la polizia municipale in
un esercito di clown, con tanto di maschera, pallina rossa sul naso e
tutto il resto. Non era riuscito ad essere eletto, ma io ero più furbo. Sì,
lo so, ti ho appena detto di non esserlo mai stato, ma quella volta era
diverso, mi sentivo sicuro di me. Avrei cominciato a offendere
indistintamente a destra e a sinistra, a trattare tutti come bambini, e se
non volevano essere bambini li avrei frustati a sangue, li avrei ridotti
allo stato embrionale. Sudditi, perdio. Sarei salito su un palco e avrei
detto loro che avevano bisogno di un uomo forte, uno che aveva gli
occhi ovunque e si prendeva cura di ogni cosa. La gente ha un
mucchio di rispetto per stronzi simili. Basta dirgli che non capiscono
un cazzo e sono pronti a baciarti il culo per almeno dieci anni.
A notte fonda tornai in strada. L’idea di darmi da fare con la politica
era già tramontata. Adesso volevo fare lo scrittore. Un tale con una
lunga barba incolta aveva attaccato l’amplificatore della sua chitarra
alla cabina elettrica di un cantiere edile e stava dando spettacolo.
Suonava le canzoni dei Clash, Janie Jones, White riot, London’s
burning, Tommy gun. Pensai che fosse ingiusto. Andai a dormire con
un senso di nausea nella gola. L’idea di fare lo scrittore se ne andò
nello stesso modo in cui era venuta. Non volevo più fare lo scrittore,
adesso, volevo continuare a cantare in un gruppo punk.
Il mattino dopo fui convocato in ufficio dall’agente per il quale
lavoravo, un uomo con una faccia rossa e grassa e una barbetta a
punta. L’alito gli puzzava di fumo come tutte le mattine. In compenso
conosceva il vangelo a memoria, e anche se le parole di Gesù lo
annoiavano a morte, come mi aveva confessato un giorno
allegramente, aveva imparato a commuoversi quando citava episodi
rocamboleschi della vita del profeta, come le passeggiate sulle acque o
i morti resuscitati.
Cominciò illustrandomi la sua “teoria dell’avere esistenziale”. Era
veramente una bella teoria, piena di strani segni che dovevano essere
interpretati. Funzionava più o meno in questo modo. La nostra vita,
perché è di questo che mi stava parlando, la vita, era un barattolo
vuoto. Così come ci veniva rappresentata equivaleva a una tragedia.
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Se vogliamo una piccola tragedia, ma molto più grande della capacità
umana di sopportarla. Non tutti avevano infatti la forza per reagire alle
avversità del destino. Alcuni rinunciavano al sorriso troppo presto,
venivano risucchiati nel vortice della rassegnazione e finivano col
vedere la felicità degli altri come una tortura insopportabile. Secondo
la loro visione delle cose ogni piccola particella della propria felicità
era soppressa a vantaggio di quella altrui. Insomma diventavano dei
nichilisti senza speranza, che toglievano senso alla passione e si
tormentavano nel dubbio fino ad impazzire. A volte li vedevi chiusi in
un angolo, muti, col viso infuocato, coscienti di aver fallito,
ossessionati dalla dolorosa convinzione che non ci fosse nulla per cui
valesse la pena di continuare a vivere… Potevano ancora salvarsi?
Come potevano farlo? L’unica risposta era cresciuta nel loro cuore,
era già dentro di loro, si era fatta carne attraverso il loro corpo, e
consisteva nella teoria dell’avere esistenziale, cioè nel bisogno, che
avevano tutti, di possedere e conservare gli strumenti necessari a
nutrire la speranza.
Cosa mi stava dicendo, questo pazzo? Che il bisogno di dio era
innato in ognuno di noi? E che altro? Che avrei dovuto scegliere fra la
salvezza della mia anima e il rifiuto della vita eterna? E che altro
ancora? Che avrei dovuto continuare a vendere le sue fottutissime
bibbie per il resto dei miei giorni? Questo mi stava dicendo? Questo,
sì, ma come avrei potuto farlo se non confessavo? Se non traducevo in
parole quello che avevo fatto e pensato, un peccato dopo l’altro?
Così va il mondo, amico mio. Magari vendi bibbie tutto il giorno,
poi prendi un treno per sentirti rivoltare le budella almeno una volta, e
siccome l’occasione ti sembra buona per esagerare, allora cambi pelle.
A un certo punto cominci a urlare Italia vaffanculo davanti a centinaia
di banditi drogati che venderebbero la madre per un bicchiere di birra.
E’ un po’ ipocrita, lo so, ma tu credi che sia normale. E invece no. Gli
adoratori di cristo ti stanno alle costole anche di notte, sanno quello
che ti ribolle nel cervello, perfino quello che combini sotto le coperte.
Come ti permetti, stronzo? Mica puoi entrare nelle case con la parola
di dio sotto il braccio e poi pisciare sulle pagine appena esci dalla
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porta. Nossignore. Gli adoratori sanno tutto, ti hanno visto sul palco
con i No Gestapo, trasportato dai vortici del peccato, avvolto dalle
insaziabili lingue di fiamma. Fortunatamente può ancora salvarti la
teoria dell’avere esistenziale. E’ sufficiente pentirsi, confessare. Lo
farai?
L’uomo con la faccia rossa e grassa mi osservò con rispettoso
silenzio, non lontano dalle sue abitudini di placida ubbidienza. Era
chiaro, non avrebbe più parlato prima di conoscere le mie intenzioni.
E allora eccole, le mie intenzioni. Vaffanculo, vaffanculo,
VAFFANCULOOOO… E me ne andai sbattendo la porta.

Contrariamente a quanto avevo temuto tornai a concentrarmi su di


me abbastanza presto, un po’ più ombroso e inquieto del solito, ma
non troppo scontroso per risultare antipatico. Il mio destino sembrava
racchiuso nell’ambito di un estremo e inutile romanticismo, e i No
Gestapo erano una proiezione di quel destino. Sapevo che in quel
momento non avrei potuto sopportare lo scioglimento del gruppo, né
immaginare la mia vita al di fuori delle emozioni che stavo provando.
Se tutto si fosse spento così, improvvisamente, ne avrei sofferto fino
ad impazzire. Sarebbe stato come privarmi dell’aria, come torturare la
mia intima essenza, come svuotarmi di ogni energia, di ogni senso,
della mia stessa immonda corruzione. La mia vita si sarebbe fermata.
Non potevo permetterlo. Il primo concerto era stato solo un atto di
superbia, una sfida rivolta a noi stessi, alla nostra gentilezza e alla
nostra poesia. Ma dentro di me sapevo che molte cose dovevano
ancora accadere. Un fremito di passione indecente, una caparbietà
sottile nelle parole, il contagio dell’eccitazione e della gioventù,
avrebbero nuovamente e rumorosamente scalfito la sicurezza del mio
mondo. Dovevo solo avere la pazienza di aspettare, prima o poi
sarebbe arrivato il momento di entrare nuovamente in scena. Sarebbe
stato un momento crudo, efferato, ripugnante. Oh, quanto era gelido e
strano pensare a tutto questo… Di sicuro aveva molto a che fare con il
modo in cui ero cresciuto. Far parte di un gruppo punk aveva
rivalutato la mia vita, perché per vent’anni non mi aveva ascoltato
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nessuno. Ero stato incapace di esprimere rabbia e dolore. Cantare in
un gruppo mi aveva finalmente garantito un minimo di attenzione.
Non ero più il moccioso invisibile, non più la creatura chiusa in un
angolo. Finalmente avevo un modo di esprimere la mia rabbia. La
gente ha da sempre una pessima percezione della rabbia. Siamo portati
ad associarla alla violenza e al dolore, invece esprimere la propria
rabbia aiuta a vivere. Ma fino ad allora non sapevo come farlo.
Mettevo tutto dentro, fino a esplodere in maniera incontrollabile. Ora
avevo imparato a indirizzarla, a non averne paura, a trarne profitto.
Per nessuna ragione al mondo avrei rinunciato al mio gruppo.
Con una testa da rivoltoso che voleva penetrare con superbia le porte
più strette e chiuse, decisi perciò di ricominciare da capo. Per prima
cosa mi occupai del nome. Il vecchio No Gestapo non mi piaceva più,
mi sembrava stupido. Volevo qualcosa di più cerebrale, qualcosa che
fosse in grado di stupire. Perciò cominciai a consultare un vocabolario
di latino alla ricerca di un nome che in qualche modo riuscisse a
colpirmi. Fu così che scelsi Dictatrista, che vuol dire parole
minacciose. Poi venne il resto.
Siccome non era più possibile continuare a provare nella vecchia
rimessa di attrezzi, perché altrimenti ci avrebbero ammazzato a
fucilate o fatto divorare dai cani, ci trasferimmo in un casolare di
campagna non lontano dallo stadio, pieno di lumache bavose che
percorrevano i pavimenti con entusiasmo aristocratico. Il proprietario
della casa era un contadino omosessuale che strizzava gli occhi in
continuazione. Le pieghe scimmiesche del volto gli conferivano un
aspetto trasandato e sciocco, tipico di quelle persone che non hanno il
senso della misura mentre parlano di qualunque cosa con superflua
emozione. Spesso quelle pieghe assumevano l’aspetto di un sorriso
innocuo, a volte ingiustificato, che persisteva sulle sue labbra anche
quando appariva ormai palesemente inopportuno. I suoi appetiti
sessuali erano straordinariamente esagerati, a tal punto che le pareti
scalcinate della casa vibravano sotto i colpi dei suoi vigorosi amplessi.
I suoi amanti erano giovani ballerini con voci squillanti e teatrali,
dall’accento indecifrabile e lievemente nostalgico. Quasi sempre avevi
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l’impressione che fossero saltati fuori dal cilindro di un mago, oppure
dagli angoli più oscuri di un mondo parallelo. Poi tutto tornava
tranquillo per un po’, fino a quando una nuova tempesta ormonale si
abbatteva sulla casa con la forza di un dio pagano o di un uragano
tropicale. Allora tornavamo a chiederci come fosse stato possibile
incontrare un essere simile, chi fra noi l’avesse conosciuto per primo,
ma forse per un pregiudizio represso nessuno riusciva a confessarlo.
Lì, fra un terremoto e l’altro, i Dictatrista scrissero alcune delle loro
canzoni più belle: Facce stupide, Menzogne programmate, Normalità
criminale, Guerra, Libertà, La rosa morta, piccoli manifesti di un
malessere furioso, pallide minacce buone a compiacere il cattivo gusto
degli intellettuali. Schizzarono fuori come feti piagnucolosi dal ventre
della madre, con la forza belluina di un essere ostile. Erano
semplicissime partiture per due accordi di chitarra, brevi scariche
elettriche che scuotevano l’aria con ispirazioni sorprendenti. In mezzo
a questa anarcoide levitazione strumentale, alle ritmiche frammentate
e disordinate, s’intravedeva già allora uno studio assolutamente
perfetto dell’intuizione, cosa che contribuì a rivestire quei pezzi di un
alone magico.

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BELLADONNA

Nel febbraio del 1983 suonammo per la prima volta in città. Il posto
scelto per l’esordio era un pub in Via di Vesta, il Belladonna.
Occupava lo spazio sufficiente a respirarsi addosso, era praticamente
un buco, con il pavimento ridotto quasi sempre a un pantano di piscio.
I suoi clienti abituali erano quanto di peggio la città potesse offrire in
quel momento. Di sicuro era tutta gente che non aveva sete di
conoscenza, in gran parte strafatta di droghe e alcool.
Anche il proprietario era il rappresentante di una strana fauna, una
specie di prete che urlava le sue arrabbiate omelie vestito nei modi più
strambi. Il suo capo preferito era una tuta da sommozzatore, con tanto
di fucile a pressione e maschera subacquea. Era preda di un delirio
orgiastico che sembrava non avesse mai fine. Una volta si era perfino
preso a morsi con il suo cane. Era ubriaco, non aveva un posto per
dormire e faceva molto freddo. Il padre era rimasto disgustato dal suo
stato e gli aveva chiuso la porta in faccia, lui però non si era perso
d’animo. Si era scolato un’altra bottiglia di whisky e aveva cominciato
a battagliare con il cane. Dopo due ore di furiosi corpo a corpo era
riuscito a vincere la guerra e si era addormentato nella cuccia. La
mattina dopo, quando suo padre lo aveva invitato a uscire fuori dal
rifugio, lui si era limitato a guardarlo con mielosa gentilezza. Aveva
ancora sonno e doveva smaltire la sbronza. Aveva fatto bau bau con
una voce terribilmente impastata dall’alcool, il tono lieve lieve,
appena annoiato, molto di convenienza, poi era tornato a dormire
pulendosi il muso con la zampa.
Non so dove sia finito. Mi piacerebbe sapere cosa combina, o forse
soltanto se è ancora vivo.

Il concerto durò lo spazio di un attimo, l’esplosione della rabbia nei


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primi accordi, il presentimento fisico e spirituale che anticipa
l’indignazione. Poi arrivarono gli agenti della Digos, staccarono le
spine degli amplificatori e lasciarono Peppe a colpire il suo rullante
con le bacchette di legno. Sembrava incredibile, ma era già tutto
finito.
Guardai il pubblico con un sorriso appena accennato, alimentato da
una contrazione nervosa delle mascelle. Tutti sembravano compiaciuti
dell’incursione poliziesca, in qualche modo era l’ennesima
dimostrazione della loro pericolosità sociale. Non c’era niente di più
eccitante, per quei figli di puttana, che sentire sulla propria pelle il
respiro affannoso degli sbirri. Era come se quel respiro, quello solo,
potesse alimentare il fuoco della loro ribellione. Ma noi? A noi non
importava nulla del loro bisogno di sentirsi eroi, delle birre
sorseggiate con vigore animalesco, delle grida rancorose e intorpidite
dall’alcool, dell’eroina sparata nelle vene. Che cazzo di ribellione era
quella? Erano talmente ubriachi o fatti di droga da non riuscire
nemmeno a reggersi in piedi. Si trascinavano penosamente sul
pavimento, o si ergevano a malapena sulle sedie, fra pozzanghere di
piscio e vomito, ridendo fra di loro come imbecilli. Chiunque avrebbe
potuto scaraventarli in una pentola e cuocerli a fuoco lento, farne
sapone, oppure bollito per i poveri. Noi avremmo voluto esprimere
concetti, offrire un motivo di riflessione, e invece potevamo soltanto
leccarci le ferite, raccogliere la nostra povera strumentazione e
andarcene. E così ce ne andammo.

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UN RECORD MONDIALE

Quell’estate dovevamo suonare con i Diaframma e gli Embryo, un


gruppo di rock psichedelico tedesco. Eravamo caricatissimi, pronti a
spaccare tutto, ma nemmeno quella volta gli dei furono dalla nostra
parte.
La sera prima Peppe si ritrovò al Belladonna con il suo amico Shino.
Tutti e due indossavano magliette logore e scarpe da tennis sfondate,
si sentivano molto punk. Andarono avanti in bevute e vaneggiamenti
fino alle due di notte, poi ognuno riuscì finalmente a comprendere le
potenzialità dell’altro. Erano entrambi ubriachi.
Per chiudere la serata decisero di fare un giro in macchina con la
musica degli Abrasive Wheels a tutto volume, evidentemente una
scelta molto coraggiosa. Mentre nell’abitacolo imperversava una
terroristica versione di Burn ’em down, la macchina cominciò infatti a
rotolare sull’asfalto come trascinata da una mano invisibile. Per un
lungo interminabile minuto rimbalzò contro le auto in sosta, sembrava
l’anticamera dell’inferno. Peppe maledisse il suo destino, implorando
un difficile accordo fra la sua volontà e i suoi istinti. Riuscì a fermare
quell’istante nella sua mente. Era l’attimo in cui la vita diviene
discorso sospeso, carezza di bordello, visione avvolta nella nebbia.
Quante volte l’aveva sentito dire? Quando si muore si ritorna indietro
nel tempo, la vita ti scorre davanti come in un film. Beh, non era vero,
non era vero niente, erano delle stronzate, perché lui riusciva a
concentrarsi solo sul frastuono di quel momento.
Quando finalmente la macchina fermò la sua corsa, accartocciandosi
su se stessa con un ultimo lamento metallico, Peppe cominciò a
domandarsi se era ancora vivo. Shino giaceva in silenzio fra le lamiere
contorte. Poteva vederlo, era immobile e muto, sicuramente morto.
Lui invece no, sentiva un forte dolore a una spalla, e per quanto ne
sapesse il dolore era una prerogativa dei vivi. Uscì dall’abitacolo
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barcollando, volgendo un ultimo sguardo alla devastazione causata
dallo scontro, all’ammasso di rovine fumanti sulla strada. Ancora non
lo sapeva, non poteva nemmeno immaginarlo, ma Shino era riuscito a
distruggere in un colpo solo dodici macchine, un record mondiale
tuttora imbattuto. La sua mente si riempì di rumorosi flash senza
speranza, immagini di corpi mutilati e insanguinati, membra
maciullate di giovani uomini che si erano spenti con un ultimo
disperato brivido percorrendo le strade a forte velocità, gioiosi e alteri
e fiduciosi prima di schianti inutili che li avevano privati dell’utilità
della vita. Vide corpi morti sulle nude pietre degli obitori, vide madri
distrutte che ricucivano con ago e filo gli squarci di quei corpi, che si
prostravano lacrimose sulle pelli tumefatte. Vide tutto questo e ne
rimase sconvolto. Per un paio d’ore vagabondò nella notte senza una
meta, come frastornato da un pensiero lancinante, un urlo rauco che
gli faceva scoppiare il cuore e lo tormentava nell’anima. Poi i ricordi
tornarono nitidi ad occupargli la mente e un lungo brivido lo percorse
da capo a piedi. Soltanto allora si toccò la spalla dolorante. Ne ottenne
un sentimento di paura, di vivido orrore, come se il gelo della morte
avesse irrigidito la sua sfrontata irrequietezza. Tremava di
commozione e d’ansia, e capiva che stava andando in pezzi. Si diresse
verso l’ospedale con i sintomi fisici e spirituali di un cuore in tumulto.
Vi giunse all’alba, accolto da un’esibizione rumorosa, un lungo
straziante porcoddio, quasi un ululato di raffinata spregiudicatezza, e
di chi poteva essere se non di Shino? I medici del pronto soccorso
stavano lottando disperatamente per resistere alla seduzione della sua
bocca, all’impeto esaltato delle sue maledizioni, ma era vivo,
maledettamente vivo, pervicacemente attaccato alla radice della vita.
E il paradosso era questo: lui aveva tutte le ossa al posto giusto, Peppe
non sarebbe riuscito a suonare la batteria per almeno due mesi.

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UN GRAZIE

Oggi che ci ripenso rimpiango ancora la facoltà di cui allora


disponevo, prepararmi a nuove esperienze con l’entusiasmo di un
bambino, mentre adesso puoi parlarmi di tutte le meraviglie del
mondo senza farmi smuovere il culo dalla sedia. Sto invecchiando, è
vero, e quel che è peggio non posso farci niente.
Per darti un’idea di quello che mi frullava nella testa in quel periodo
ti racconto di quando volevo fare la rivoluzione. Da un po’ di tempo
mi sentivo molto portato all’estremismo. Avevo gli occhi sempre
puntati sui grandi avvenimenti, e quella volta stava succedendo
qualcosa di grosso in Sicilia. Migliaia di punk stavano arrivando a
Comiso da tutta l’Europa per protestare contro l’installazione dei
missili Cruise e Pershing 2. Io arrivai a Palermo il 20 luglio, e fui
ospitato da una ragazza che avevo conosciuto a Napoli l’anno prima.
Insieme a suo fratello avremmo dovuto raggiungere Comiso due
giorni dopo, per partecipare all’occupazione della base americana. A
capo del movimento era l’anarchico insurrezionalista Alfredo
Buonanno. Lui aveva le idee chiare. “Occupamu a basi” diceva, “e ci
ghiatamu i pumaaadoruuu, i mulanciaaanii”. Ma il giorno in cui era
prevista l’azione avevo la febbre alta e restai a casa con la ragazza.
Il fratello tornò tre giorni dopo, sfinito e sfigurato dalla tensione. I
mafiosi gli avevano sparato contro, e non era stato il solo a vedersela
brutta. Era successo di tutto: arresti in massa, feriti, mostruose cariche
notturne della polizia, desperados nelle campagne sicule che avevano
sparato a vista su qualunque cosa che potesse ricordare un anarchico o
soltanto un pacifista. Se penso a quello che ero allora, un moccioso
più sprovveduto e imbranato di adesso, sono portato a credere che la
febbre sia stata un’invenzione della ragazza, un modo per proteggermi
dai pericoli e salvarmi la vita. Non ricordo il suo nome, solo il sorriso,
le mani piccole con le unghie sbocconcellate e la cresta gialla striata di
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viola. Se un giorno leggerà queste righe sappia che io m’inchino di
fronte a lei.

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MAXIMUM ROCK’N’ROLL

Ora, però, lascia che ti parli della prima cassetta autoprodotta dei
Dictatrista. Era un gioiello grezzo, conteneva nove pezzi e si chiamava
Preavvisati…ma non premuniti. In qualche modo la faccenda dei
missili e la mia avventura in Sicilia furono determinanti per la scelta
del titolo. Registrammo le canzoni in un giorno solo, in presa diretta,
prendendo in affitto l’attrezzatura necessaria. Non potevamo
permetterci un vero studio di registrazione, così ci arrangiammo in
sala prove. Per insonorizzare il locale tappezzammo le pareti con fogli
di polistirolo. Era tutto quello che sapevamo in materia di
registrazione e forse per questo il risultato finale non fu per niente
entusiasmante. A stento si riuscivano a percepire i giri di chitarra, ma
dopo tutto eravamo punk, no? Dunque poteva andare.
Ora c’era questa fanzine americana, Maximum Rock’n’Roll, che
recensiva qualsiasi cosa le giungesse in redazione. Così decidemmo di
spedirgli la cassetta. Non ci facevamo illusioni, volevamo solo dare
all’universo punk una prova della nostra esistenza.
Di Maximum Rock’n’Roll è stato ormai detto tutto il possibile.
Sicuramente ne avrai sentito parlare. Se ne possiedi almeno una copia
sai che una delle sue qualità è aver contribuito in maniera sostanziale
alla creazione di un network internazionale del punk rock. Altrimenti
ti dico che il giornale è stampato ancora oggi su carta da quotidiano di
bassa qualità, che perde facilmente inchiostro a contatto con le dita.
Lo fondò Tim Yohannan nel 1982, e fin dal principio si rivelò uno
strumento fondamentale per la nascita della coscienza punk
americana.
Tim è morto nella sua casa di San Francisco il 3 aprile 1998. Aveva
cinquantatre anni ed era un attempato signore di origine greco-
iraniana con una passione smisurata per il punk rock. La sua storia è
quella di un pazzo completamente organizzato, flippato per la maggior
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parte del tempo, ma anche lucidamente affascinato dalla sua missione.
Ho raccolto i suoi ricordi poco prima che morisse, quando per la
prima volta mi venne in mente di scrivere questo libro. Mi ha
raccontato un po’ della sua vita, e non ti nascondo di esserne rimasto
affascinato. E’ stato come raggiungere la consapevolezza di aver
perduto il periodo più bello della storia umana. Non mi resta che
lasciargli la parola…
“Negli anni sessanta” dice, “ero un hippie assai coinvolto dalla
politica. Diversamente dalla maggior parte degli hippies, però, non mi
piaceva la musica psichedelica. Piuttosto ero attratto dal punk di quel
periodo, gruppi come Velvet Underground e Stooges. Agli inizi degli
anni settanta approfondii maggiormente l’interesse politico. Lavoravo
per una comunità di sinistra di Berkeley, che successivamente avrebbe
vinto le elezioni cittadine. Era interessante, ma anche molto noioso.
Quando la controcultura punk iniziò a germogliare mi sentii molto più
a mio agio. Lo preferivo insomma ad un approccio puro della politica.
E’ questo più o meno il mio background”.
Maximum Rock’n’Roll era all’inizio soltanto un programma
radiofonico. “Più o meno si parla del 1974. Molti di noi pensavano
che qualcosa di nuovo dovesse accadere. Nessuno aveva un’idea
precisa di come si potesse originare, ma di sicuro c’era una sorte di
ribellione sotterranea nei confronti dello status quo. Intorno alla metà
degli anni settanta potevi vedere l’inizio di tutto: New York Dolls,
Patty Smith, Modern Lovers, e tanti altri che hanno dato origine alla
“bolla” come Wayne County. Cominciavano in quegli anni ad uscire
parecchi singoli indipendenti. Compravo tutti quei dischi, ma non
riuscivo a capire perché nessuno li passasse alla radio. Ora c’era
questa mia amica che lavorava in una stazione. Un giorno mi invitò e
mi disse: “ok, il programma è tuo”. Trasmettere mi rendeva nervoso e
perciò mi ubriacavo. Durante il primo anno dovevo essere ubriaco per
poter trasmettere. Era divertente”.
La stazione era molto potente, raggiungeva l’80% della California
del nord: Bakerfield, Fresno, Sacramento, Santa Rosa, Santa Cruz.
Tim proponeva il punk rock in tutti questi posti dove non avevano mai
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ascoltato niente del genere, generalmente la domenica a tarda ora.
Qualche anno dopo, nel 1977, le cose erano decisamente cambiate. In
seguito a una dimostrazione di 150 punk davanti agli uffici della radio,
il programma venne infatti spostato in prima serata.
Come ho già detto Maximum Rock’n’Roll divenne una rivista
soltanto nel 1982, quando insieme a Ruth Swartz, la proprietaria
dell’etichetta indipendente Mordam Records, e al suo amico di sempre
Jeff Bale, Tim si trovò a lavorare al doppio album compilation Not so
quiet on the western front, contenente 47 pezzi di altrettanti gruppi
dell’area nord californiana e del Nevada. Un bellissimo discorso di
Jello Biafra, cantante e animatore dei Dead Kennedys, agitatore
sociale fra i più temuti, autentica miniera di idee e di iniziative,
divenne una specie di introduzione alla rivista: “Una volta, tanto
tempo fa, nel 1977, San Francisco fu animata da una delle migliori
scene punk degli Stati Uniti. Bands come Dils, Avengers, Negative
Trend avevano un sound originale e vibrante e un tipo di prospettiva
politica radicale…Ma quel magico momento passò troppo presto.
Quella comunità, che fu responsabile del brillante Search and destroy
magazine, del capitolo americano di Rock against the racism e di New
Youth, gradualmente perse direzione… Oggi, cinque anni dopo,
Maximum Rock’n’Roll vendica gli sforzi underground di chi non ha
voluto mai arrendersi. In superficie è una semplice cronaca delle punk
bands della California del nord e del Nevada, ma in realtà simbolizza
un fatto ben più grosso. Da un lato testimonia della tremenda
espansione numerica del pubblico punk Usa (nessuno avrebbe previsto
nel 1979 una simile espansione). Dall’altro fa luce sugli incredibili
cambiamenti che si sono verificati in questi anni nella sottocultura
della provincia americana… Ma, ciò che più conta, questo LP
dimostra che il punk è ben vivo, sia come stile musicale, che come
istanza politica progressiva”.
Ancora Tim: “Allegai la rivista al disco perché in fase di
realizzazione ne compresi l’importanza: era un modo completamente
differente di comunicare. Alla radio potevo anche comportarmi
stupidamente e passare dischi, mentre sulla carta stampata avevo la
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possibilità di approfondire maggiormente. Presi quindi la decisione di
continuare il giornale, e a distanza di così tanti anni, anche se sto
morendo, continuo a farlo con lo stesso entusiasmo di allora, perché
come allora continuo a divertirmi. Insomma mi piace aiutare nuovi
gruppi, fornire un mezzo che aiuti gli altri a comunicare. E anche se
parecchie persone si indirizzano verso le multinazionali, io preferisco
tranquillamente mandarle affanculo e continuare a non avere una
copertina patinata e a colori”.
Oggi in verità Maximum Rock’n’Roll non è più così politica come
allora. Non tanto perché Tim è morto, ma semplicemente perché come
tutte le riviste ha i suoi alti e bassi. Lo stesso Tim si divertiva a dire:
“le cose funzionano più o meno così: quando gli altri tendono verso la
politica noi ce ne allontaniamo, se invece all’estero c’è una china ilare
noi diventiamo più seri. Insomma siamo in continuo mutamento, è
come un flusso. Gli anni 82-83 erano eccitanti perché si andava
formando la rete internazionale: wow, un disco dal Brasile, dalla
Finlandia, dall’Italia, dalla Spagna! Da ogni paese arrivavano gruppi
punk! Oggi è un po’ diverso, ma quel che conta è che l’avventura si è
protratta fino ai giorni nostri, e in questo senso non è cambiato niente.
Come allora, infatti, siamo un mezzo d’espressione per la base della
scena punk”.
Beh, che mi dici? Non è stato un uomo meraviglioso? Ciao, Tim. E
grazie.

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PREAVVISATI… MA NON PREMUNITI

Quando spedimmo la cassetta a Maximum Rock’n’Roll non avevamo


un’idea ben precisa di quello che ci sarebbe successo. In quel tempo il
gruppo rappresentava per noi soltanto una valvola di sfogo, lo
strumento per aggredire il mondo e sentirci vivi. Non ci facevamo
illusioni di nessun genere, non avevamo altre aspettative se non quella
di liberare la nostra energia e la nostra forza. Poi un giorno ci arrivò
una lettera da San Francisco. Dentro c’erano tre dollari per una copia
di Preavvisati…ma non premuniti. Allora il nostro metro di
valutazione cambiò. Cominciammo a credere che Maximum
Rock’n’Roll avesse parlato bene del gruppo. Da qualche mese
avevamo fatto l’abbonamento alla rivista per essere informati sulle
nuove produzioni e sugli sviluppi delle varie scene internazionali, ma i
numeri ci arrivavano in ritardo di un paio di settimane, forse per un
pregiudizio divino, o forse per uno scrupolo di coscienza delle poste
italiane. Così, quando finalmente riuscimmo a leggere la recensione,
avevamo già ricevuto decine di lettere da tutto il mondo e capito che
la nostra vita si stava arricchendo di un’esperienza nuova e stimolante.
Le parole di Tim Yohannan, che parlava in termini entusiastici della
nostra musica, ci riempirono d’orgoglio e fecero schizzare
l’adrenalina alle stelle. Certo, la qualità della registrazione non era un
gran che, diceva Tim, ma il valore del gruppo non era in discussione.
Insomma era convinto che avremmo potuto produrre qualcosa di
veramente buono in futuro, se non altro nella speranza che un giorno
ci sarebbe stata fornita l’occasione di registrare i nostri pezzi in
maniera migliore.
Fra tutte le lettere che ci arrivarono, una ci colpì in maniera
particolare. Era stata scritta da Michelle, una ragazza sedicenne del
New Jersey. Sua madre era ascolana. Venti anni prima era partita per
una vacanza negli Stati Uniti e non era più tornata a casa. Michelle
73
aveva inserito nella busta una sua foto, e wow, era proprio una
creatura meravigliosa. Era stupita dal fatto che ad Ascoli ci fossero dei
punk, perché ci veniva in vacanza ogni anno, e non aveva mai visto in
giro dei ragazzi con la cresta o con il giubbino di pelle.
Arrivò in Italia ai primi di luglio e per strani motivi che non ricordo
fui il primo a riceverla. Lei probabilmente si trovò di fronte questo
ragazzo misteriosamente imbronciato, gli angoli della bocca pieni di
rinuncia, e sembrò annegare di sorpresa mentre mi abbracciava. Allora
il mio cuore si tuffò dentro di lei, a fondo, di testa, perdutamente. E
vidi questo: labbra morbide, rosse, succose. Le ciocche rossastre le
increspavano a tratti la fronte liscia e candida. Spostava il suo peso su
una gamba sola con la pigrizia di una gatta. Io posavo lo sguardo
vuoto al di sopra della sua testa cercando di pensare ad altre cose, ma
era impossibile. Con il suo corpo di donna esigente e vibrante entrò
nei miei pensieri con la forza di una pallottola. Avrei forse dovuto
dirle un migliaio di cose, profonde, incantevoli, pericolose, pulsanti
come stelle. Ma non lo feci, perché ero un bimbetto rachitico e avevo
ancora un po’ d’orgoglio. E questo aspetto della storia finisce qui.
Michelle suonava il basso nei Sand in the Face, un gruppo hardcore-
punk di Towaco. Avrebbero registrato il loro primo LP quello stesso
autunno e si apprestavano ad andare in tour per gli Stati Uniti con gli
Adrenalin O.D., una band molto conosciuta del New Jersey. Restò in
Italia venti giorni, il tempo necessario per ascoltare con scarsa
attenzione le poche idee confuse che potevo proporle: l’utopia
anarchica, l’arroganza degli eserciti, il senso della vita. Lei mise fine
all’avvilimento di questi discorsi innamorandosi di un ragazzo molto
più grande che aveva il dono della passione. Prima di ripartire baciò le
labbra di quell’uomo, trattenendosi un istante per apprezzarne il
disegno. Allora mi venne una gran voglia di ucciderla. Fui come
avvolto da un improvviso impeto interiore, una tenerezza profonda e
dolorosa, e nello stesso tempo oscura e assassina. Avrei voluto
strozzarla, ma mi accontentai di chiederle che mi spedisse il disco dei
Sand in the Face appena pronto, e che si desse da fare per organizzarci
un tour americano l’estate successiva. Ero proprio un coglione, non è
74
vero?
Quella stessa estate Peppe lasciò i Dictatrista per svolgere il servizio
militare. Naturalmente l’attività del gruppo ne risentì profondamente.
Tutto quello che potevamo fare era scrivere lettere e restare in contatto
con le varie realtà nel mondo. Fu in quel periodo che cominciai a
curare personalmente la corrispondenza del gruppo, per cercare di
dare un senso all’esigenza di sentirmi utile.
Nella primavera del 1984 fui contattato dalla Masking Tapes. Era
un’etichetta nata per produrre la musica sperimentale dei Doc War
Mirran, ma da qualche tempo si era aperta a nuovi gruppi e nuovi
generi musicali. Volker Stewart, uno dei proprietari della Masking
Tapes, era venuto in possesso di Preavvisati…ma non premuniti e
voleva utilizzare un paio dei nostri pezzi per Numb tongue, no taste,
una compilazione internazionale su cassetta.
In quel tempo il mondo delle cassette era in piena attività. I cd erano
appena stati inventati, i dvd e gli mp3 erano solo un sogno, e anche il
vinile era qualcosa che pochi gruppi potevano permettersi. “Era un
periodo davvero eccitante” ricorda Volker, “l’integrità e il rispetto di
se stessi significavano ancora qualcosa. Le case discografiche erano
disprezzate, e un distributore importante come Systematic riusciva a
vendere 100 copie di una cassetta autoprodotta in un solo giorno.
Ricordo che assemblammo Numb tongue, no taste in una stanza
dell’Università statale di San Francisco, era la nostra prima cassetta,
c’erano tredici fra i migliori gruppi punk e post punk della metà degli
anni ’80. Maximum Rock’n’Roll la recensì benissimo”.
Quando la riascolto mi viene da ridere. Non posso farne a meno, è
più forte di me. Accanto a nomi completamente sconosciuti, ormai
persi in esperienze simili a quelle dei Dictatrista, spicca quello di una
band che ha invece riscosso un grosso successo commerciale negli
anni ’90. Con Mark bowen e Arabian disco i Faith No More si
candidano tranquillamente a peggior gruppo dell’intera raccolta, con
una voce orribile e una disomogeneità strumentale a livelli record. Le
vie del caso, amico mio, sono davvero infinite.

75
ESTREMO ATTO D’ AMORE

Dopo un paio di mesi Peppe fu trasferito al battaglione di fanteria


piceno, così gli fu possibile tornare in sala prove e ricominciare a
suonare. La madre aveva sgomitato nel mondo politico e si era data un
gran da fare anche fra i preti e i militari. Alla fine era riuscita a
riportarsi a casa il figlio. Al suo posto mi sarei vergognato come un
cane. Piuttosto che pietire di fronte al potere avrei preferito mangiare
mosche per l’eternità, ma che ne sapevo io della vita militare? In quel
tempo avrei voluto fare l’obiettore, patire in galera le pene
dell’inferno, far sapere al mondo che non avrei mai imbracciato il
fucile, ma a causa del mio fisico mingherlino ero stato riformato per
insufficienza toracica e rispedito a casa con un calcio nel culo. Quanto
avrei desiderato essere perseguitato… non per masochismo, si capisce,
ma per assecondare la mia natura di eroe perdente e romantico. E
invece niente.
In compenso l’attività del gruppo riprese spedita, sebbene in una
direzione che non mi piaceva. Per esigenze che non tardai a definire
sciocche e ridicole, espressione di un rigorismo artistico che non
riuscivo a comprendere, Fabrizio cominciò a rifiutare l’hardcore-punk.
Improvvisamente sembrò che non avesse più bisogno di nessuno. Si
sentiva grande, rifiutava ogni consiglio, sentenziava su cosa era bene
fare e cosa no, viveva per cospirare. Il suo modo di suonare la chitarra
non aveva ormai niente a che vedere con la furia omicida di Vinnie
Stigma, con la forza dirompente e i muggiti metallici di Greg Ginn, o
con l’energia e la gioia emozionale di Lyle Preslar. Era alla ricerca di
una sintesi perfetta, intensamente lisergica, sfregiata da saltuarie
incursioni rumoristiche, ma sempre più lontana dai canoni hardcore.
Penso che in cuor suo odiasse profondamente la musica punk, e penso
77
anche che il resto della formazione fosse pronto ad assecondarlo nel
suo processo di “evoluzione artistica”. In pratica temevo che mi
sfuggisse di mano la situazione, e perciò cominciai a offendere tutti in
una maniera sempre più pesante. Uscii e rientrai dal gruppo più volte,
insomma non riuscivo a capire cosa cercassi, nessuno riusciva a
capirlo. Forse scopavo poco, ma questo mi pare di intuirlo soltanto
adesso.
Nella primavera del 1984 tornammo a suonare al Belladonna. Ormai
non eravamo più degli sconosciuti, il posto era pieno fino al
soffocamento. C’erano anche dei punk friulani, arrivati non ricordo
bene per quale ragione. Erano dei punk veri, non come noi, vestiti
comunemente e con visi sorridenti, ma ricoperti di stracci puzzolenti e
catene d’acciaio. Avevano sguardi duri e volgari, e capelli tirati su con
i chiodi. Sembravano usciti fuori dalla fantasia di uno scrittore noir, li
odiavo, erano tetri pupazzi animati da espressioni deridenti che
pensavano di avere il mondo nelle loro mani. Shino li guardò
sogghignando. “Questi stronzi” disse, “non sanno nemmeno pisciarsi
nei pantaloni. Ci scommetto quello che vuoi, non sono liberi di fare
niente, di pensare a niente, nemmeno di raccontarci delle stronzate.
Sono falsi fino al midollo. Sono stupide bestie col dorso pieno di
aculei, ma se soltanto gli aliti sul muso muoiono di paura. Vengono a
farci ridere fino allo sfinimento, con i loro vestiti sgargianti, i loro
atteggiamenti da pagliacci falliti, ma se poi vai a frugargli nel cervello
non ci trovi niente. Niente, capisci? Ho passato vent’anni in questa
città ripugnante, ho subito l’ottusità dei suoi stupidi abitanti, migliaia
di psicopatici che con la loro mediocrità intellettuale hanno ucciso
qualsiasi cosa diversa da loro, qualsiasi cosa che non fosse ottusa e
ripugnante come loro. E adesso eccomi qui a dover difendere la loro
sensibilità artistica, la sensibilità artistica di questi ripugnanti ottusi
ascolani che hanno respirato lo spirito maligno fuoriuscito dalle
fessure dei loro muri, ogni giorno, per anni e anni, e che tuttavia non
hanno mai nascosto il loro debole carattere dietro la maschera punk.
Sono dei malati, capisci? Hanno preconizzato il loro suicidio, e non
contenti di questo vogliono farci pagare anche il prezzo della
78
pallottola. Sono dei bastardi”. Io avevo la stessa sensazione, e anche
una mezza idea di giocare con loro.
Quando il concerto iniziò mi buttai addosso al pubblico con una
vigoria fisica insospettabile. I duri punk friulani furono i primi a
subire il mio virtuosismo poetico, e caddero tutti all’indietro con
un’espressione stupita. L’unico a reggere l’urto fu proprio Shino. Le
sue membra erano talmente intorpidite dall’alcool da non riuscire a
percepire il dolore. Mi restituì subito il colpo con un assalto animale,
dettato da un istinto selvaggio e da una sana propensione alla lotta.
Allora crollammo sul pavimento avvinghiati l’uno all’altro, nella
stessa pozzanghera di sudore, nella stessa desolante certezza che
l’estetica punk fosse ormai un ridicolo dettaglio, a tal punto ridicolo e
meschino che non suscitava in noi nient’altro che un senso di pena. Il
microfono rimase schiacciato sotto il peso dei nostri corpi e andò
completamente distrutto. Che bello… il concerto era iniziato da dieci
secondi e non avevo più un microfono. Continuai a cantare cercando
di non soccombere alla potenza degli amplificatori. Pensaci bene, la
mia nuda voce contro il rombo elettrico degli strumenti, una sfida che
sostenni dignitosamente per tutta la durata del concerto. Alla fine
cercai lo sguardo dei punk friulani. Invano, perché non c’erano più.

Ad aprile si svolse a Milano un convegno-farsa sulle “bande


giovanili metropolitane”. Il convegno, ufficialmente intitolato “le
bande spettacolari giovanili”, era patrocinato dall’assessore ai servizi
sociali e culturali della provincia di Milano ed era il risultato di un
anno di lavoro dei sociologi del CSERDE, il centro studi e ricerche
sulla devianza e l’emarginazione. La conferenza stampa per la
presentazione del convegno si tenne mercoledì 4 nella sala degli
affreschi in Corso Monforte. Per il fine settimana era invece previsto
un incontro al Teatro di Porta Romana, con la presenza di Giorgio
Bocca e Francesco Alberoni. L’evento si rivelò un disastro per gli enti
promotori, perché il Teatro fu subito invaso dall’orda del Virus.
Centinaia di appartenenti alle fantomatiche “bande spettacolari
giovanili” regalarono effettivamente ai presenti una particolare forma
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di spettacolo, dapprima tagliuzzandosi il petto con coltelli e lamette,
poi distribuendo fra il pubblico e il tavolo degli ospiti i loro volantini
imbrattati di sangue. Fu il colpo di coda del punk italiano, quello
primigenio, quello vero. Il 15 maggio il Virus fu sgomberato dalla
polizia. Gli occupanti si trasferirono allora in un edificio fatiscente di
Viale Piave, dove rimasero fino a quando il tetto crollò loro addosso.
Poi in una ex lavanderia di Piazza Bonomelli, dove respirarono gli
ultimi sussulti del movimento.
Noi vivevamo questi fatti solo di riflesso. La nostra realtà era quella
di una pulciosa città di provincia che non lasciava spazio a nessun
tentativo di riabilitazione. Ci sentivamo parte di un sentimento, di un
modo particolare di percepire le cose e il mondo, ma era come se un
oceano si frapponesse fra noi e quel mondo. Potevamo soltanto
accarezzarne il profilo, annusarne l’odore, ascoltarne il battito
cardiaco, ma non esserne carne, parte fisica, organo vitale.

A luglio ritornò Michelle. I Sand in the Face avevano appena


registrato un disco per una etichetta del New Jersey e a settembre
avrebbero cominciato un tour con i mitici Bad Brains. Il loro disco
non mi piaceva gran che, era suonato male e registrato peggio, ma a
lei dissi che era bellissimo. Cosa vuoi farci… ero un ragazzetto
innamorato, e poi Michelle doveva ancora organizzarci i concerti in
America.
La prima cosa che mi chiese fu come era andata con il sesso. Che
cazzo di domanda, pensai, fino a prova contraria la gringa sa
benissimo che sono un tipo pieno di chiacchiere, che ho nella testa
solo scienza e letteratura, e che devo ancora farmi trascinare da una
passione profonda. Sa anche che ho i nervi sfilacciati, che la colpa è
sua, che il mio amore per lei mi ha ridotto a uno straccio, che sospiro
di sconforto, che non riesco a distogliermi dai cattivi pensieri. Perché
mi tratta così? Il mio turbamento ricominciò, più degradante e osceno
dell’anno prima. Mi domandai che ruolo avesse quella donna nel mio
casino interiore e mi parve di capire che mi sarebbe piaciuto cercare
conforto fra le sue gambe, non per mettere al mondo figli o scoprire il
80
piacere, ma per curare il mio “terrore metafisico”, per compiacermi
del peccato, dell’azione bestiale, per combattere con l’energia del
corpo il programma di annichilimento portato avanti dalle forze
democratiche. A un tratto le sue labbra schiumarono di saliva. Era un
richiamo irresistibile, un invito esplicito. Avrei voluto succhiarle
anche l’anima, divorarla dentro, mangiarla tutta, ma ancora una volta
l’educazione religiosa tornò a dominare la mia persona. Cos’ero se
non un cristiano represso che non riusciva a liberare il cervello dalla
melma e dalla genuflessione facile? Il mio modo di comportarmi…
una tragedia!
Cercai di dimenticare tutto concentrandomi sul nuovo corso dei
Dictatrista. Ormai avevamo materiale sufficiente per una nuova
registrazione, e anche la possibilità di lavorare con un tecnico del
suono nostro amico. In verità ero profondamente insoddisfatto.
Qualche pezzo mi sembrava troppo lontano dai furori hardcore degli
inizi, che invece prediligevo. Così, a costo di rovinare il lavoro, decisi
di cantare bene solo nei pezzi duri e di sporcare con un tono di voce
catarroso le canzoni più lente e articolate. Il mio intento era quello di
convincere Fabrizio che la vera natura del gruppo era quella hardcore.
Volevo riportarlo sulla “buona strada”, volevo che i Dictatrista
tornassero ad essere il gruppo rabbioso e incazzato degli esordi. Non
riuscivo a capire che i nuovi pezzi erano invece dei veri gioiellini
punk. Fossero stati valorizzati da parti vocali calde e robuste
avrebbero potuto trovare l’apprezzamento di un pubblico molto più
numeroso di quello a cui eravamo abituati.
Registrammo i pezzi di Estremo atto d’amore in una sola notte. Il
giorno dopo avrei dovuto cominciare a lavorare in una marmeria ed
ero angosciato dall’idea di doverci passare i migliori anni della mia
vita. La cassetta fu recensita sul numero 59 di Rockerilla, dallo stesso
giornalista che due anni prima aveva “scoperto” i No Gestapo. Quella
recensione avrebbe significato molto per il futuro del gruppo, ma
soprattutto significò molto per me, perché stabiliva
inequivocabilmente che l’hardcore era morto e che ad ucciderlo erano
stati i Dictatrista:
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“Che l’ondata ultracore si sia esaurita, è un dato di fatto ormai
acquisito; la violenta sferzata è stata data, i frutti maturati sono stati
raccolti. Alcuni sono marciti, altri cercano tuttora di conservarsi
nella speranza di procrastinare il più possibile la scrittura della
parola fine. Cosa rimane oggi dei vecchi gruppi? Molti sono
definitivamente morti, in quanto al loro interno divampava
evidentemente solo la furia hardcore. Una volta domata questa non
hanno saputo rinnovarsi e la fine è stata quindi inevitabile. Altri
hanno saputo invece rinnovarsi e vuoi per naturale evoluzione, vuoi
per furbesco adattamento, hanno imboccato strade varie e diverse: il
dark nella maggior parte dei casi, l’heavy metal e lo psyco billy in
altri. Vi sono però anche casi di gruppi che sono riusciti a conciliare
le storiche tematiche del puro rock’n’roll con la più moderna lezione
punk. Questo splendido ibrido, nato dalla ripresa del vecchio
attraverso la rivitalizzazione col nuovo, ha dato vita a ottimi prodotti
discografici, e visto lo stato attuale di questo nuovo genere musicale
penso che per fortuna molti altri ne vedranno la luce. L’ultimo che in
ordine di tempo mi è capitato di ascoltare è italiano, di Ascoli Piceno.
Per la precisione si tratta di “Estremo atto d’amore”, la seconda
produzione dei Dictatrista…Il concetto relativo alla cassetta è
semplice: è bellissima. Con questo non intendo affatto dire che sia
priva di difetti perché ciò non rifletterebbe la realtà. Alcuni difetti vi
sono: la registrazione e il mixaggio non sono certo ottimi, e la voce è
a volte decisamente troppo forzata e sporca. Nonostante ciò sono
ottimista. Sono canzoni del calibro di “Crociate”, “Deserti”,
“Controllo della vita” e “Chiacchiere” che mi portano ad esserlo.
L’unico consiglio che mi sento di dare ai Dictatrista è quello di
chiudersi in sala prove per migliorarsi e per far sì che non trascorra
molto tempo prima di poter ascoltare quel piccolo gioiello che, non ho
dubbi, essi possono produrre”.
Il successo di Estremo atto d’amore superò ogni più ottimistica
previsione e proiettò a buon diritto i Dictatrista nella schiera dei
migliori gruppi punk italiani. Alcuni nostri pezzi balzarono subito
nella top 10 di Radio Popolare a Milano e vi stazionarono
82
ininterrottamente per diverse settimane. Nello stesso tempo la nostra
cassetta delle lettere era invasa da centinaia di richieste provenienti da
tutta Italia, e non esisteva fanzine o rivista specializzata che non si
sentisse in dovere di parlare di noi in termini più o meno positivi. Se
in principio potevano esserci dubbi sulla strada che i Dictatrista
avrebbero dovuto percorrere, beh, ora quei dubbi non c’erano più. Ero
stato sconfitto. Un ragazzino di quindici anni era riuscito a mettermi
all’angolo, aveva dettato le sue tavole della legge, e aveva bandito per
sempre la parola hardcore dal futuro dei Dictatrista. Io naturalmente
non potevo sopportare un affronto del genere, era una di quelle cose
che altrimenti mi avrebbe divorato dentro fino a farmi esplodere. I
Dictatrista erano il mio gruppo, il gruppo che io avevo formato, a cui
io avevo dato un senso. I Dictatrista erano solo un’estrinsecazione
della mia personalità, dovevano essere soltanto me, il mio magnifico
me stesso. E’ vero, i riscontri di critica e pubblico erano stati così
incoraggianti da riuscire a mantenere nel limbo la mia frustrazione,
ma per quanto tempo ancora ci sarebbero riusciti? Ben presto la
confusione e il silenzio si fecero strada nella mia mente. Per mesi non
riuscii a concentrarmi su niente. Il piccolo gioiello dei Dictatrista
stava veramente prendendo forma e io non riuscivo nemmeno a
trovare la forza per scrivere i testi. Era terribile.
Per darti un’idea del mio stato d’animo dovrebbe essere sufficiente
raccontarti questa storia. Un pomeriggio entrai in un negozio di
alcolici con il fiero proposito di scolarmi una bottiglia di vodka.
Avevo un sacco di cose da dimenticare. Avevo anche deciso di
lasciare il gruppo. Non c’era più spazio per un divulgatore di felicità
nei Dictatrista, e poi avevo troppa considerazione di me per continuare
a perdere tempo con quei rammolliti. Uscii dal negozio e cominciai a
bere. Non che i bevitori mi fossero simpatici, anzi per lo più mi
disgustavano, perché erano troppo inclini alla violenza e al vomito. Io
bevevo qualche volta, ma non così tanto. Una volta il vecchio Shino,
sepolto nel profondo della sua anima stanca e tormentata, aveva
pronosticato per me un futuro da alcolizzato. Lui di bevitori se ne
intendeva, ma io non volevo crederci. Un giorno mi aveva guardato
83
negli occhi, una volta sola, per un solo istante, e tanto gli era bastato
per capire. “Sono occhi di serpente” aveva sentenziato, “quel tipo di
occhi che appartengono agli ossessionati, ai malinconici e ai bevitori”.
Cominciai a bere, dicevo, e dopo appena dieci minuti rotolai sulla
strada ubriaco fradicio. Sto morendo, pensai, il mondo mi sotterra.
Non avevo idea di dove fossi. Le strade avevano cominciato ad
allargarsi, vedevo bestie ovunque, la realtà era tutta deformata. A un
tratto sentii una voce rimbalzarmi nella testa. Sembrava un martello.
Mi colpiva sulla fronte, sulle tempie, dappertutto. Diceva: “brutto
figlio di puttana, si può sapere che cazzo ti sei messo in testa, eh, si
può sapere?” Sapevo che ero ridotto male, questo sì, e sapevo che
avrei dovuto dare tutta la colpa a una misteriosa malattia. In realtà era
tutto quello che sapevo. Aprii gli occhi. Una specie di mostro
ipnotizzatore stava cercando di dare un taglio drastico alla situazione.
Mi sorreggeva sulle spalle e cercava d’infilarmi in una macchina. Era
Peppe. Da dove diavolo era sbucato fuori? “Nei Dictatrista” dissi,
“non c’è più spazio per un divulgatore di felicità. Una maggioranza
silenziosa ha adottato misure repressive nei miei confronti”. Peppe
meditò tristemente cercando una soluzione definitiva. “Ne ho
abbastanza di te e di tutte le tue stupidaggini” replicò, “se non chiudi
quella maledetta bocca ti scarico in una fogna”. Mi accompagnò a
casa, infilò le chiavi nella toppa, mi distese sul letto, bofonchiò
qualcosa a mia madre per rassicurarla e se ne andò.

84
LA VOLGARITA’ DEL SUCCESSO

Registrammo le sei canzoni di Istinto selvaggio nel maggio del


1985, in uno studio professionale gestito da incompetenti. In pratica di
professionale aveva solo il fatto che costava un mucchio di soldi, per
il resto potevi permetterti di scoreggiare lì dentro per ore senza che
nessuno riuscisse a capire se stavi suonando uno strumento o
svuotando le budella. Teoricamente avrebbe dovuto assicurarci un
prodotto di buona qualità, in pratica ci ritrovammo fra le mani una
cosa orribile. Successe di tutto. Seguendo i consigli dei loro tecnici
utilizzammo perfino una batteria elettronica. Punk elettronico, era il
massimo, stavamo precorrendo i tempi. Naturalmente l’esperimento
fallì. Il suono che ne derivò era qualcosa di assolutamente
improbabile, ricordava una lattina di birra presa a calci nella strada.
Dal canto mio improvvisai sul posto tutto ciò che riguardava la voce:
impostazione, timbrica, parole, tutto. Il risultato finale assomigliò a
una sorta di muggito, una meditazione trascendente avvolta da timidi
rumori di fondo.
Qualsiasi giustificazione era ora inammissibile. In definitiva si
trattava soltanto di riconoscere che avevamo fallito, estendere questo
fallimento in termini di consapevolezza, arrenderci prima che
l’irrequietezza di ciascuno assumesse le caratteristiche della minaccia.
I Dictatrista erano ormai allo sbando, questa era la verità, il flusso
dell’esperienza si stava esaurendo. Eravamo ancora interessati a
quello che avevamo detto e provato negli ultimi tre anni, ma eravamo
anche chiaramente distaccati dal nostro presente. Non ci sentivamo
ancora pronti per disperderci, ma indugiavamo già nel terrore. Oh,
quanto sottilmente sfuggivamo un accordo sulla nostra paura, sul caos
montante che correva all’impazzata qua e là nei nostri cervelli…
Era il modo più stupido per sopportare la volgarità del nostro
successo. Non c’era niente di più inutile della nostra voglia di
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annientamento, eppure non trovai altra soluzione se non quella di
sciogliere definitivamente il gruppo. Non dissi niente, non feci niente,
ogni dettaglio della faccenda era già chiaro prima ancora che mi
decidessi ad aprir bocca. Con un ultimo sussulto nichilista Peppe trovò
il modo di assecondare la mia decisione. Così, senza esserci messi
d’accordo preventivamente, ululando e sogghignando, cominciammo
a progettare insieme un nuovo gruppo, ferocemente e genuinamente
punk. Anzi no, hardcore-punk.
La sorpresa fu che Leo e Fabrizio non accettarono lo scioglimento.
Con la stessa intransigenza di chi non è disposto ad arrendersi mai,
continuarono a suonare come Dictatrista per un altro anno. Alla voce
subentrò Anthony, un ragazzo italo-americano appena rientrato da
Baltimora. Alla batteria Daniele D’Ottavio, il gemellino di Fabrizio.
Anthony tradusse i miei testi in inglese e li adattò perfettamente alla
musica. Era un ragazzo simpatico e intelligente. Aveva già cantato in
diversi gruppi heavy metal americani, di sicuro non gli mancava
l’esperienza per stare sul palco, e poi era bravo, più bravo di me.
L’unica cosa che non andava era il suo umore. Ad Ascoli si sentiva
estremamente a disagio, per quanti sforzi facesse non riusciva ad
ambientarsi. Baltimora era la più violenta delle città americane, una
metropoli da decine di omicidi al giorno, insomma un’altra storia.
Cercò di farcela in tutti i modi, ma quando il suo istinto gli suggerì di
ubriacarsi dalla mattina alla sera, allora capì che non ce l’avrebbe mai
fatta. Sei mesi dopo era di nuovo a Baltimora, a scambiare minacce e
a rischiare una pallottola.
Ma nemmeno stavolta i Dictatrista si arresero all’evidenza.
Leonardo passò alla voce e un ragazzino di sedici anni lo sostituì al
basso. Quel ragazzino si chiamava Saturnino Celani, fu l’ultimo dei
Dictatrista, e oggi suona il basso nella band di Jovanotti.
Con la nuova formazione tennero un unico concerto, l’ultimo respiro
prima della resa. Dopo di ciò riuscirono a rendersi conto che non
avevano dentro una quantità sufficiente di delirio per continuare. Si
sciolsero definitivamente nella primavera del 1986. Non c’era altro da
aggiungere, la loro storia era finita.
86
SULLE TRACCE DEI DICTATRISTA

Il tempo è come un animale ferito, si contorce nella tagliola fino a


staccarsi la zampa con un morso. I suoi lamenti sembrano
contrapporsi alle vere imprudenze di bellezza del passato.
Ed è stato il tempo a fare del punk uno spettacolo da circo. Ha
mangiato la sua anima, lo ha divorato in maniera schifosa, come si fa
con le carogne: a pezzi, a frasi, a rimpianti. Il rigurgito nostalgico ha
attirato l’interesse dei sociologi, degli studiosi di costume, dei
collezionisti di dischi, ma fortunatamente ha anche riservato un pezzo
del suo cuore ai Dictatrista.
Sentii nuovamente parlare di loro nel 1995. Fu in quel tempo che la
Anthology, un’etichetta indipendente fiorentina, dedicò la sua
attenzione alle bands hardcore della prima ora, pubblicando alcune
compilazioni internazionali a loro dedicate. Nel febbraio del 1996 il
mensile musicale Dynamo, a firma di Stefano Gilardino, recensì il
terzo e quarto volume della Anthology. L’odore che esalava dalle
parole era quello greve dei mobili di famiglia:
“Ecco un ottimo esempio di sano utilizzo del cd: il recupero
intelligente di materiale altrimenti introvabile. I ragazzi della
Anthology continuano con la loro opera meritoria con due nuovissimi
volumi del loro “Punk Territory”. Il primo, il numero tre per
intenderci, concentra nuovamente l’attenzione sul punk americano,
documentando questa volta il periodo 81-84. Ritroviamo con piacere
alcuni nomi classici come i White Cross, gli strepitosi Sin 34 e i
N.O.T.A., uniti ai meno conosciuti Shellshock, State e così via, per
finire con i Queer Pills, cioè gli Angry Samoans sotto falso nome.
Tempi memorabili! E se erano memorabili negli Stati Uniti lo erano
in egual misura anche in Italia. Potrete accorgervene ascoltando il
quarto volume, dedicato appunto all’hardcore nostrano più oscuro.
Chi si ricordava più dei mitici Dictatrista?...”
87
In Punk Territory vol.4 suonavano gruppi che avevano fatto la storia
della primordiale scena hardcore italiana, Wrong Boys, Crapping
Dogs, Wops, Stazione Suicida, Warhead, U.N.S., Traumatic, Skulls,
Blaxfema, ma se ascolti il disco sono sicuro che i più bravi ti
sembreranno ancora i Dictatrista. I tre pezzi scelti dal curatore della
compilation erano originariamente inclusi in Estremo atto d’amore.
Quelle canzoni sono tutto quello che mi resta oggi del mio vecchio
gruppo. Ho frugato nei miei cassetti per giorni e giorni senza trovare
altro. Con la tenacia di un investigatore, però, sono riuscito a scovare
chi ancora possiede e distribuisce la cassetta originale. Se dunque non
riesci a contenere la tua curiosità puoi richiedere Estremo atto
d’amore a Horst Firmanty, postfach 65 04 24, D-13304, Berlin,
Germany.

Di Preavvisati…ma non premuniti non rimane invece quasi niente.


Solo qualche pezzo in alcune vecchie compilazioni su cassetta. Di
Numb tongue ti ho già parlato, adesso ti dico di una collezione
retrospettiva di valore storico. E’ stato un miracolo di Dirk Dirksen, il
papa del punk. Nel pantheon storico dei più rinomati showmen di San
Francisco questo gioioso ciccione con i baffi a manubrio e lo sguardo
di un bue da macello occuperà sempre un posto di rilievo. Negli anni
settanta, mentre la scena musicale di San Francisco era dominata dai
Dooby Brothers e i Jefferson Airplane, lui era quello che gettava in
pasto al pubblico il suono marcio e lacerante dei primi gruppi punk:
Dead Kennedys, Nuns, Ramones, Crime, Devo, Mutants…
Attualmente il suo interesse è più orientato alle produzioni video, in
particolare alla rivoluzione digitale nell’ambito dei video musicali,
alle pellicole indipendenti, alla creazione di un nuovo modello nelle
arti. Non è più un ragazzino, d’accordo, ma l’energia che lo anima è
quella dei vecchi tempi, ed è sempre la musica il motore che lo scuote.
Dopo la morte di Tim Yohannan gli frullò nel cervello questa idea di
andare alla ricerca delle registrazioni radiofoniche di Maximum
Rock’n’Roll, le vecchie performances degli anni settanta e primi
88
ottanta, in cui Tim e la sua amica Ruth Schwartz presentavano gruppi
punk da tutto il mondo, valutandone l’impatto con la scena di San
Francisco. Il suo intuito fu premiato dalla buona sorte. Una trentina di
nastri saltarono fuori dagli archivi di Maximum Rock’n’Roll e furono
ritrasmessi su Radio LUVeR (Love Underground Visionary
Revolution). Il nastro contrassegnato con il numero 148 andò in onda
il 29 marzo 2001. Includeva una nuova presentazione di Dirk, ma per
il resto era materiale originale dell’epoca, insomma la stessa
trasmissione del 1984. Fra i gruppi in scaletta figuravano gli italiani
Claxon, Stalag 17, Raw Power e Dictatrista. I conduttori del
programma alternavano i gruppi musicali agli interventi in diretta
degli ospiti in studio, persone che avevano partecipato a dimostrazioni
o subito abusi polizieschi durante la Convenzione Democratica di
quell’anno, altre coinvolte nelle proteste contro Jerry Falwell & the
Moral Majority, nell’organizzazione del Democratic War Chest Tour
e del concerto Rock against Racism. Mi venne spontaneo richiedere a
Dirk una copia di quella cassetta. Avevo voglia di ascoltare la voce di
Tim Yohannan mentre presentava al suo pubblico i Dictatrista. La sua
risposta fu immediata. Mi sentii un idiota. Passai ore a camminare
avanti e indietro nella mia stanza con le crude parole di risposta di
Dirk stampate nella testa, perfino la mia immagine riflessa nello
specchio mi sembrò intollerabile. Avevo tradito la spinta ideale, lo
spirito originario, avrei voluto sparire.

“Caro Carlo, grazie per la lettera e per la tua richiesta di acquisto


dei nastri di Maximum Rock’n’Roll. Noi abbiamo però definito una
politica che non ci permette di duplicare o commercializzare le
registrazioni originali. Tim Yohannan, quando era vivo, era un forte
fautore del concetto che la musica dovesse essere a buon mercato e
accessibile a tutti. Non possiamo perciò lucrare con la vendita dei
nastri duplicati. Ciò potrebbe facilmente alimentare un fenomeno di
sfruttamento dei nastri. Crediamo che Tim e i musicisti di quel tempo
sarebbero pronti a manifestarci il loro apprezzamento per una scelta
del genere, che si limita a dare l’opportunità di ascoltare la musica di
89
allora attraverso Radio LUVeR. Siamo noi stessi a consigliare gli
ascoltatori a non registrare il materiale trasmesso e a limitasi ad
ascoltarlo soltanto per il proprio godimento personale. Ogni tentativo
di avere accesso a questa musica che fosse generato dal profitto non
sarebbe in armonia con il testamento spirituale di Tim Yohannan. Con
amicizia
Dirk Dirksen”.

Giù il sipario.

90
STIGE

Il programma era questo: suonare duro e veloce. Insomma


fregarsene delle mode, del declino dell’hardcore-punk, della deriva
heavy metal di molti gruppi simbolo come i Suicidal Tendencies, e
continuare invece a proporre la musica di sempre: poca tecnica, niente
fronzoli, rabbia e sudore.
Per qualche giorno il nuovo gruppo si chiamò Befriend, cioè
amicizia, ma siccome l’intento era quello di suonare fino allo
sfinimento cambiammo il nome con qualcosa di più forte. Fu un gesto
di sfida, una specie di flash fotografico, un’immagine a tinte forti
impressa nella mente di Peppe. Le sue labbra sillabarono il nome. “Lo
so, non suona molto bene” disse, “ma preserverà il gruppo da un
veloce scioglimento”. Lo Stige era infatti il fiume in cui Tetide, una
bellissima dea marina, aveva immerso suo figlio per renderlo
immortale. Dunque era vero, ogni cosa era finalmente al suo posto,
eravamo nuovamente nella mischia.
Come per incanto Shino comprò un basso Gibson quello stesso
giorno. Voleva imparare a suonarlo ed entrare nella band, così
cominciò a dedicarsi allo strumento con una dedizione quasi
maniacale. Il suo ritmo respiratorio cambiò. Si fece affannoso,
asmatico, doloroso, una specie di spasmo prolungato che lo
costringeva a suonare in apnea. Il suo approccio alla musica ci
piaceva. Aveva qualcosa di sconclusionato e anarchico che ci metteva
di buon umore, e in più era dannatamente efficace per risolvere i
nostri problemi d’organico.
A completare la formazione entrò alla chitarra Maurizio Taccia, un
personaggio ombroso e inquietante di cui il mondo non sapeva niente,
nemmeno che avesse intenzione di governarlo con l’indifferenza.
Dopo tre giorni documentammo la prima fase degli Stige con una
registrazione occasionale in sala prove, non musica, ma cieco furore.
91
A volte avevo l’impressione che fosse la cosa più dignitosa che avessi
mai prodotto. Altre volte percepivo la demenza del progetto e me ne
vergognavo. Ma non ebbi molto tempo per rifletterci su, qualcosa di
assolutamente irreale stava già accadendo. Maurizio aveva cominciato
ad esternare il suo lato assurdo. Le corde della sua chitarra
sembravano esili fili d’erba che saltavano al primo ruvido approccio
con gli accordi. Benedetto ragazzo, pensai, forse il plettro con cui
picchia sulle corde è titanio utilizzato dall’esercito americano per la
fabbricazione dei meravigliosi ordigni a guida laser di precisione, o
forse le sue dita adunche e selvagge mancano della necessaria
morbidezza, oppure è semplicemente un masochista e si diverte ad
assaporare il gusto della sconfitta.
L’aspetto più deprimente della vicenda era la sua completa
indifferenza a questo stato di cose. Spezzava le corde e si rifiutava di
sostituirle. Era come se si divertisse a farci incazzare. Ruppe la prima
e disse: “non mi era mai successo, lo giuro”. Ruppe la seconda e disse:
“il suono è molto più corposo, adesso, più cattivo”. Con tre corde
lanciò un fragoroso hurrà e disse: “sono un mito, non è vero?” E
ascolta questa, perdio, ascolta questa… non cercò di essere indecente
anche con due corde? “Che problema c’è?” disse mordendosi le labbra
e cercando di mascherare in qualche modo l’imbarazzo, “siamo un
gruppo punk, no?” Quando però si presentò in sala prove con una sola
corda e con l’espressione del pazzo che non conosce i tormenti del
dubbio, Shino anticipò la sua battuta con un urlo rancoroso. Fu
l’ultimo atto di una recita improvvisata e patetica. Non c’erano più le
condizioni per il confronto. La storia era finita.
Così cominciammo a guardarci in giro per trovare un sostituto. La
scelta cadde su Fabio Montanari, uno spilungone nostalgico comunista
con un orribile look dark e un desiderio smodato di sperimentazione.
Fino ad allora aveva suonato in diversi gruppi d’ispirazione new
wave, ma nessuno era riuscito a soddisfarlo. Quello che cercava era
una band che volesse sperimentare qualcosa di nuovo, che insomma
fosse alla ricerca di vie musicali alternative. Quello che invece gli
Stige volevano da lui era che si adattasse semplicemente all’hardcore-
92
punk più estremo, cioè quanto di meno innovativo potesse offrire il
panorama musicale di quel tempo. Stranamente le nostre diverse
esigenze trovarono un punto d’incontro nel primo demo ufficiale della
band, Desperate days. I tre pezzi del nastro furono recensiti da Tim
Yohannan con espressioni incoraggianti. Il suono iperspaziale della
chitarra trovò la giusta considerazione del guru punk americano, cosa
che riempì Fabio d’orgoglio e lo spinse a continuare.
Quando le cose sembravano finalmente girare per il verso giusto il
contadino omosessuale ci scaraventò fuori dalla sala prove. In quei
giorni era ossessionato dalla travolgente passione per un noto
cantautore italiano, un’esperienza che raccontava con le lacrime agli
occhi. Siccome gli aveva chiesto la massima riservatezza, la
conseguenza immediata fu il trasloco degli Stige in una rimessa di
attrezzi agricoli fuori città, un posto dimenticato dalle leggi climatiche
che governano il mondo, freddissimo in inverno e incandescente
d’estate. Qui decisi di ritornare lo strambo personaggio di un tempo.
Mentre il gruppo sputava sangue nella ricerca degli accordi, io me ne
restavo tranquillo nel mio angolo del silenzio. Assecondando i principi
di una filosofia feroce, rifiutavo di scrivere i testi delle canzoni e di
prepararmi per i concerti. Di solito sul palco mugugnavo frasi
sconnesse in un improbabile inglese, dando più o meno l’idea di
sputare sentenze contro gli apparati governativi e le strutture di potere.
A volte qualche spettatore particolarmente attento avvertiva il mio
disagio nel dare senso a quella specie di grugnito selvatico che mi
usciva di bocca, ma quasi sempre riuscivo a riacquistare credibilità
con i salti e i tuffi dal palco.
La cosa degenerò quando decisi di cambiare nome. Non più Carlo
Cannella, no, ma Heinmont Tooyalaket, che vuol dire tuono che
rimbomba fra le montagne. “Un giorno” dissi, “sarò l’artefice del
dispiegamento della ragione nel mondo”. Allora gli altri si guardarono
negli occhi con un’espressione timorosa e dubitativa. Per un momento
credettero di doversi occupare di un pazzo, dandomi sempre ragione
su tutto e battendomi i palmi delle mani sulle spalle. Ero disturbato da
un senso di onnipotenza che mi portava a credere di essere superiore a
93
qualsiasi avversità, ma deliravo a tal punto che a nessuno sarebbe
venuto in mente di farmi cambiare idea sul destino dell’umanità. Io
ero il perfetto risvegliato, l’illuminato, io avrei guidato il mondo al
nuovo ordine e al dolce amore.

94
L’ ULTIMA VOLTA AL VIRUS

Nel frattempo moriva ammazzata la prima ondata punk italiana. A


Milano i sopravvissuti alla repressione poliziesca si erano asserragliati
in una ex lavanderia in Piazza Bonomelli, un edificio fatiscente che
neanche lontanamente ricordava i fasti di Via Correggio 18. Per
rivitalizzare il circuito alternativo ed evitare lo sgombero, avevano
deciso di far suonare gruppi di una certa importanza, primi fra tutti
Scream e Youth Brigate. Gli Scream erano uno dei miei gruppi
preferiti. Così, con il cuore in tumulto e gli occhi lucidi, decisi di
partire per Milano. Un concerto del genere era ormai un evento
rarissimo in Italia e come per i Government Issue a Ferrara il mese
dopo, la partecipazione delle frange più calde del movimento punk
italiano sarebbe stata enorme.
Peppe mi accompagnò in questa nuova spedizione con l’intento di
vivere l’ennesima esperienza devastante della sua militanza hardcore.
L’anno prima era stato picchiato dagli skinheads a Certaldo, durante la
prima rassegna oi e hardcore italiana, e voleva prendersi una bella
rivincita su di loro. Non certo gonfiare di botte eventuali skinheads
presenti al concerto, ma semplicemente gustarsi in pace un gruppo
come gli Scream. Con i suoi ultimi risparmi aveva anche comprato
una di quelle strane apparecchiature che non sai mai se sono vere
macchine fotografiche o scatole di plastica confezionate per gli scemi.
In realtà, contrariamente a quanto avrei mai potuto immaginare,
avrebbe realizzato uno splendido documento sugli ultimi sussulti del
punk italiano.
Sbarcammo alla stazione di Milano nel primo pomeriggio.
Dappertutto fra i binari era un pullulare di gente marcia e fuori di
testa. Con la nostra semplicità idealista e provinciale ci sentimmo un
po’ a disagio in quel terribile miscuglio di umanità ferita, ma bastò
dare un’occhiata agli sguardi preoccupati dei ferrovieri per ritrovare il
95
nostro ottimismo e il nostro orgoglio. Ecco qua, da tutta Italia stavano
arrivando centinaia di punk, era il segno tangibile di una vitalità non
sottomessa.
Usciti dalla stazione incontrammo uno dei tipi più incredibili che io
abbia mai conosciuto. Era un ragazzino con un’aria terribilmente
perbene, gli occhialini da intellettuale e l’aria giudiziosa di un liceale.
Girava l’Italia dei concerti punk e ovunque piazzava il suo banchetto
con centinaia di dischi. Era un mostro di conoscenza. Sapeva
veramente tutto di tutti i gruppi del mondo, ed era capace di
conquistare l’attenzione di chiunque con descrizioni fantasiose fino
all’eccesso. Era anche un omosessuale dichiarato, cosa che non lo
metteva per niente in difficoltà. Difendeva la sua identità con fiero
cipiglio. Era come se si divertisse a metterci in imbarazzo, con i nostri
pregiudizi e le nostre paure. Dieci anni più tardi avrebbe contribuito
alla diffusione del “queer punk” in Italia, una corrente musicale e di
pensiero decisamente orientata verso la militanza omosessuale.
Quel giorno aveva inavvertitamente messo i piedi fra i binari di un
tram, con le spalle rivolte al bestione metallico. Il conducente si era
fermato a dieci centimetri dalle sue gambe, aveva incrociato le braccia
con l’atteggiamento tipico del buon padre di famiglia e si gustava la
scena con gli occhi pieni di stupore. Cercai di avvisarlo. “Hai un tram
in mezzo alle gambe” gli dissi. Lui si voltò, alzò lo sguardo sul
conducente e chiese scusa arrossendo, poi s’incamminò in direzione
del Virus con il viso ancora stravolto dall’emozione.
Ci arrivammo insieme con largo anticipo. Nella ex lavanderia
stavano ultimando il loro sound-check gli Indigesti e i Wretched, i due
gruppi italiani di supporto. Gianpiero Capra, il bassista dei Kina, stava
invece discutendo di democrazia e fascismo con alcun ragazzi del
Virus. Lo faceva con la semplicità e la simpatia che tutti gli
riconoscevano. “Siamo circondati dall’ordine democratico” diceva,
“basta sollevare una pietra e salta fuori un democratico, non è
incredibile? E’ una specie di miracolo, una moltiplicazione di pesci in
senso moderno. In una situazione del genere parlare di repressione è
perfino un oltraggio alla decenza. Certo, uno si domanda dove sia
96
finita la stampa alternativa, sembra quasi che il dissenso sia una specie
di peccato originale che va lavato con l’olio di ricino. Beh,
insomma… democrazia, pre-fascismo, stessa roba…”
Quella sera i Wretched annichilirono il pubblico con il loro classico
repertorio di pezzi allucinati. L’urlo del cantante era simile a un
ruggito, gli strumenti si univano in una specie di amplesso cosmico,
esplosivo. Sembravano un mucchi di rottami rugginosi che
scendevano da una montagna con un suono cupo di tragedia.
Quando sul palco salirono gli Indigesti, appena tornati dal loro tour
americano, l’atmosfera diventò magica. Jello Biafra, il cantante dei
Dead Kennedys, li aveva inseriti nella sua top ten, e insomma erano il
gruppo del momento. Il loro show fu pieno di energia, unico per
tensione emotiva. Fu riempito dai tuffi di centinaia di persone sotto il
palco. Grandi!
Gli Scream cominciarono a suonare dopo la mezzanotte. Quando le
prime note di Cry wolf rimbalzarono fra le pareti scrostate del Virus,
un istinto diabolico s’impossessò del popolo hardcore. La gente
cominciò a schizzare sangue dappertutto, le articolazioni
scricchiolarono pericolosamente, una passione delirante s’iniettò nelle
nostre vene come febbre malarica. Peppe fotografò enormi mucchi
umani intorpiditi dalle droghe e dall’alcool, sequenze ininterrotte di
corpi che si sfracellavano gli uni sugli altri con fraterna allegria. A
volte dava quasi l’impressione di voler salire sul palco e buttarsi di
sotto come tanti altri pazzi. Mi porgeva la macchina fotografica con
l’atteggiamento fremente e pallido del tossicodipendente, volgeva lo
sguardo sul delirio che si faceva carne proprio sotto i suoi occhi, ma
era solo l’istante che lo separava dalla ragione. Mai ebbe modo di
oltrepassare il confine.
Il concerto finì alle due di notte, giusto in tempo per prendere
l’ultimo autobus diretto in stazione. Con noi si raccolsero sul piazzale
del Virus decine di scheletri e membra sfinite. Il conducente caricò
quell’ammasso di degenerati con una smorfia di disgusto dipinta sul
volto. Filò velocissimo per le strade deserte di Milano, le mani strette
sul volante, lo sguardo perso sullo specchietto retrovisore, con uno
97
stridore di freni impazzito sulle curve a novanta gradi. Alle sue spalle
già bruciava l’ultima notte del punk italiano.

98
GODDAM CHURCH

Qualche mese dopo fu sgomberata anche l’ex lavanderia di Piazza


Bonomelli. Il Virus era finito per sempre. Con lui era morta
un’esperienza, un momento fatto di pratica antagonista, ma anche una
delle poche realtà veramente di rottura in Italia. A breve tutto si
sarebbe stemperato nel circuito dei centri sociali così come li
conosciamo oggi, spazi di aggregazione ma non d’identità, luoghi di
rifugio ma non di alternativa.
Il punk come espressione musicale declinò di pari passo. I grandi
gruppi di un tempo, quelli che avevano dato origine alla bolla,
Wretched, Crash Box, Cheetah Chrome Moterfucker, Impact, Declino,
si sciolsero come neve al sole. Alcuni, come gli Indigesti, avrebbero
atteso un mitico concerto con i Negazione a Bologna prima di
abbandonare definitivamente le scene. Altri, come i Raw Power,
avrebbero continuato a singhiozzo, legando il proprio nome alla
leggenda del tempo, integri nello spirito ma fuori dai clamori che ne
avevano accompagnato la storia. L’acqua non nutriva più la radice,
tutto era finito, giù dove l’illusione e l’ingenuità non si erano mai
assoggettate all’usura del cinico mondo reale.
I nuovi gruppi si svilupparono su basi diverse, con un’impronta
programmatica decisamente innovativa, orientata al recupero di
sonorità industriali. Suonavano bidoni di latta, trapani, seghe a
motore, smerigliatrici, oggettistica derivante dai cantieri edili e dalla
tecnologia domestica. Contemporaneamente si sviluppò il circuito
delle posse. Rap e ragamuffin diventarono sinonimo di espressione
musicale deviante, riempiendo gli spazi che con molta fatica il punk e
l’hardcore avevano occupato anni prima.
Per chi come me intendeva invece proseguire sulla strada di sempre,
le opportunità di espressione si stavano riducendo in maniera
incredibile. In Italia era ormai tempo di assoggettarsi alle mode del
99
momento, oppure ripiegare su se stessi con l’orgoglio degli sconfitti.
Stando così le cose rivolsi la mia attenzione a quei paesi in cui il
morbo dell’hardcore continuava a fare le sue vittime.
Nel 1985 le scene di Amsterdam e Berlino pulsavano ancora come
sangue infetto. A sua volta l’America era sempre quell’inesauribile
serbatoio di emozioni che mi aveva sconvolto l’adolescenza, e
Maximum Rock’n’Roll continuava a recensire migliaia di gruppi
provenienti dai più sperduti angoli del mondo. Per gli Stige c’era un
solo modo per continuare a suonare e portare avanti il loro progetto:
unirsi al grande flusso internazionale.
Così ritornai con la mente alla Goddam Church Tapes. Era il nome
che i Dictatrista avevano dato alla loro etichetta ai tempi di
Preavvisati…ma non premuniti. Volevo produrre compilazioni su
cassetta e distribuirle nel mondo, dare agli Stige la possibilità di uscire
dagli angusti confini nazionali e di suonare in Europa. Solo in quel
modo la speranza di non arrendersi allo sfascio del punk italiano
sarebbe stata ben coltivata.
Cominciai a leggere con morboso interesse i vari report sulle scene
estere, a interessarmi di quei gruppi che promettevano scintille, e a
contattarli direttamente per l’invio di pezzi inediti. A volte il risultato
era veramente interessante. Gli Offspring furono fra i primi a spedirmi
del materiale. Erano un gruppo scalcagnato senza alcuna produzione
all’attivo, nessuno poteva presagire che sarebbero diventati ricchi e
importanti. Erano anche molto più incazzati e bravi di oggi. Il loro
suono somigliava tantissimo a quello degli ultimi T.S.O.L., non era
insomma quella salsina mielosa e opprimente che hai imparato a
considerare come la migliore espressione punk rock di tutti i tempi.
Due dei loro pezzi migliori fecero la loro bella figura in Follow the
sun, la mia prima compilazione internazionale, uscita nel febbraio del
1986. Attraverso il circuito delle fanzine e delle riviste specializzate il
nastro fu recensito quasi sempre in maniera positiva, suscitando un
discreto interesse nella scena. Il mio unico canale di distribuzione era
l’entusiasmo. Rispondevo alle lettere che mi arrivavano dai posti più
incredibili: Ecuador, Brasile, Venezuela, Cipro, Turchia, Isole
100
Canarie… A un tratto sembrava che il mondo avesse deciso di
convergere verso di me. Era bellissimo.
La mia seconda produzione, Visions of disease, fu la migliore in
assoluto. In scaletta c’erano gruppi che ancora oggi amo
profondamente. Gli inglesi Pro Patria Mori, ad esempio, autori di un
hardcore a volte furioso e incontenibile, altre volte melodico e intenso,
con testi politicizzati e bellissimi che mi avrebbero influenzato in
futuro. Penso anche ai californiani Final Conflict, molto vicini alle
sonorità dei connazionali Crucifix, una delle bands seminali del primo
hardcore americano. E poi ancora: Ludichrist, tecnicamente a livelli
stratosferici; Spastic Rats, un piccolo culto; Pent-up Aggression,
potenti e catarrosi; i ferraresi Impact, convulsi fino al parossismo; i
Raf Gier, tedeschi di Wuppertal, con un cantato schizzato e
perverso… E poi naturalmente gli Stige, un gruppo che stava
acquistando un certo credito fra gli appassionati della musica
hardcore.
A questo punto stava crescendo in me il desiderio di migliorare le
mie produzioni. Le cassette non mi bastavano più. Fu così che decisi
di trasformare la Goddam Church in una vera e propria etichetta
discografica. Feci frettolosamente uscire la mia ultima produzione su
cassetta, Fire on Europe, dedicata ad oscuri gruppi nordeuropei, e
cominciai a selezionare le formazioni che avrebbero preso parte alla
prima compilazione internazionale hardcore mai uscita in Italia su
vinile. Nella mia lista dei preferiti entrarono subito i californiani
Corrupted Morals. La loro musica era pura adrenalina che spaccava le
vene e schizzava a fiotti. Il cantante e il chitarrista, Mike Dirnst e
Billy Joe Armstrong, avrebbero sciolto il gruppo l’anno successivo,
ma una volta ripulito il suono e scritto testi per adolescenti idioti,
avrebbero formato i Green Day con il batterista Trè Cool. Nel 1994,
firmando per l’etichetta Reprise, avrebbero venduto 14 milioni di
dischi con l’album Dookie. Soldi a palate, insomma.
Gli Stige ai soldi non ci pensavano proprio. Il loro obiettivo
immediato era quello di partecipare al nuovo progetto della mia
etichetta con due pezzi inediti. In quei giorni potevi vederci suonare in
101
sala prove con un entusiasmo particolare. Eravamo molto eccitati dalla
prospettiva di apparire su un disco. Vivevamo il nostro momento
importante con un trasporto emozionale che solo l’ingenuità e la
spensieratezza di un bambino potevano equiparare. Era il nostro
battesimo del fuoco. Ma naturalmente le cose si complicarono.

102
PEOPLE OF THE PIT

Una sera, ancora eccitati dal morboso desiderio dell’amicizia, ci


ritrovammo in un pub per prenderci una sbronza. Volevamo starcene
un po’ tranquilli, godercela più che potevamo, dire quattro cazzate
giusto per ridere. Era il nostro modo per conciliare il sonno e
abbandonarci nel letto senza sconforto. Ma quella sera, dannazione,
c’erano troppe cose da dire, e l’alcool scendeva nelle budella troppo
velocemente. A un tratto Shino cominciò a tracannare una notevole
quantità di superalcolici, la birra non gli bastava più. Fu terribile. Il
gin e il whisky devastarono il suo sistema nervoso, lo trasformarono in
una marionetta impazzita, e la serata degenerò in rissa.
“Ehi, tu, cameriere di merda” gridò al titolare del locale schiumando
rabbia dalla bocca, “non raccontarmi cazzate. Tua moglie è una
mignotta tedesca che fa schifo al cazzo. Pazienza. Le tue figlie puttane
regalano la fica ai cani. A me no, ma ai cani sì. Pazienza anche
stavolta, pazienza. Ma tu, porcaccio iddio, tu sei un maiale abruzzese
che viene a rubarci i soldi con una birra che sa di merda. Sai cosa
significa questo? Lo sai cosa significa? Pazienza col cazzo!” E detto
questo salì sul tavolo mulinando i pugni nell’aria, pronto al
combattimento.
Non ricordo quante botte ci scaricarono addosso, forse un bel
mucchio, perché in pochi secondi ci trovammo sbattuti fuori dal locale
con le ossa a pezzi. Shino provò a buttare giù la porta con vigorosi
calci da ubriaco, ma non ci riuscì. Un attimo dopo arrivò la polizia. Il
suono stridulo della sirena ci restituì come per incanto la lucidità
necessaria per tentare la fuga. Evitammo l’arresto per intercessione
demoniaca, credo, bestemmiando come pazzi e ululando nella pioggia.
Alla fine riuscimmo a raggiungere la nostra macchina e a scappare
con i fari spenti, guidando a folle velocità e zigzagando paurosamente.
Dopo dieci minuti Shino si addormentò sul volante e si schiantò su un
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guard-rail all’altezza dello stadio. Nessuno di noi si fece niente, ma io
ne avevo abbastanza. Scesi dalla macchina e mi diressi a piedi verso
casa. Appena fuori gridai qualcosa in direzione di Shino, chino sul
volante in meditazione lacrimosa, qualcosa che lo tirasse fuori dal
gruppo quella sera stessa. Lui si calmò improvvisamente, reclinò la
testa all’indietro, e disse “va bene”.
Qualche giorno dopo fu sostituito al basso dal fratello di Fabio, un
tipo tosto, capace di memorizzare i pezzi in pochi giorni. Appena una
settimana dopo riuscimmo a registrare le due tracce per la
compilation. Lo studio era situato a Senigallia, in un capannone
abbandonato fra l’autostrada e il mare. Il tecnico del suono, un
ragazzo completamente incasinato e grande amico da quel giorno, era
Alessandro Castriota.
Il disco uscì nel gennaio del 1987. Lo chiamai People of the pit, e in
copertina misi la foto di un’ammucchiata al Virus durante un concerto
degli Indigesti. La prima copia la spedii a Stiv “rottame” Valli, il
mitico Stiv della fanzine T.V.O.R. (Teste Vuote Ossa Rotte), la bibbia
del punk italiano. Sennonché il punk italiano era morto e T.V.O.R.
pure. Stiv curava adesso Into your flesh, una striminzita paginetta
dedicata all’hardcore sulla solita Rockerilla. Fu molto buono con noi.
Questi ragazzi, disse, stanno in culo al mondo senza lamentarsene
troppo. Dimostrano una volontà ed un impegno non comuni nella
promozione del movimento hardcore. “Un gran bel disco, davvero, e
anche per gli Stige c’è un bel futuro se continuano così”.
Il secondo a ricevere People of the pit fu Paolo Piccini, uno dei
collaboratori di H.M., un’altra delle terribili riviste musicali che
guerreggiavano nelle edicole per la conquista del mercato. L’offerta
editoriale di settore stava arricchendosi di nuove proposte, a volte
specializzandosi per generi musicali. L’heavy metal in particolare,
trovando un pubblico sempre più numeroso nei ragazzini senza
coscienza degli ultimi anni ’80, stava infestando le edicole con
giornali tutti uguali e dai contenuti deprimenti. Ma Paolo Piccini, uno
che avrebbe cantato nei Growing Concern ed esaltato la scena straight
edge romana, non si faceva certo scrupolo nel recensire i gruppi punk.
104
Su H.M. curava una rubrica incentrata sull’hardcore, Thrashin, e in
quelle pagine potevi trovarci qualsiasi cosa, anche informazioni su
sconosciuti gruppi finlandesi.
La recensione di People of the pit fu estremamente positiva. “La
compilation” diceva Piccini, “assembla nomi ultra-nascosti della
scena euro-americana con risultati in alcune occasioni realmente
eclatanti. E’ stata realizzata e curata in autoproduzione dagli Stige di
Ascoli Piceno, che fra l’altro appaiono nell’album con due ottimi
brani di hardcore-punk ultraveloce. Ma “People of the pit” riserva
altre ottime sorprese, come le due tracks d’apertura dei Corrupted
Morals, puro e furente hardcore ribelle; i californiani Corruption (il
cui lead singer è stato il temporaneo sostituto di Katon De Pena negli
Hirax), autori di un violentissimo thrashcore metal di cui una track,
“Beef to the core”, si candida come la migliore del disco; gli
incredibili svedesi Raped Teenagers, che con una formula di punk
jazzato tecnicissimo riescono a stupire in più di una occasione; i No
Fraud di Venice, non copiatori ad oltranza dello skate-thrash-style
delle bands provenienti da quell’area. Altri acts presenti, come Puke,
False Liberty, Pure Hate, Barn Av Regnbuen e Subterranean Kids,
delineano la perfetta riuscita di questo interessante documento sul
vero underground mondiale. Un disco fondamentale”.
Per la prima volta Goddam Church suscitò l’interesse dei
distributori indipendenti, persone disposte a far girare i dischi
semplicemente perché avevano un entusiasmo incredibile e amavano
l’hardcore. Grazie a loro People of the pit riuscì a vendere 1400 copie
in soli sei mesi. Per gli Stige fu un’ottima occasione per farsi
conoscere. Finalmente la loro musica rimbalzava fra le pareti di
mezzo mondo, a volte qualcuno ci scriveva per dichiararci il suo
amore, “siete i miei Duran Duran”, cose di questo genere, che
nutrivano la nostra vanità e ci davano la forza per continuare.
Tuttavia il nuovo bassista lasciò la band quell’estate, spinto da
un’insana passione per il calcio e dalla necessità di dedicare il suo
tempo alla realizzazione di un sogno, quello di diventare un calciatore
professionista. Così Shino tornò a suonare il basso negli Stige l’anno
105
successivo. Bastò bere insieme un’intera notte per renderci conto che
eravamo ancora amici. Non ci fu bisogno di molte parole, era tutto già
chiaro prima ancora di cominciare. Quella sera, mentre Ben Johnson
vinceva i 100 metri alle olimpiadi di Seul, gonfiato dagli anabolizzanti
come un ippopotamo, il tempo cominciò a scivolare via velocemente.
L’alba arrivò mentre i pensieri assumevano la strana forma di un
animale addomesticato, sazio di cibo e carezze borghesi. Eravamo
ubriachi, ma lucidi nello stesso tempo. Quando infine la prima luce
filtrò dai rami di un albero secolare, quasi morto sul ciglio della
strada, lui fu scosso da un brivido. Un senso di colpa lo assalì
improvvisamente. Allora giurò solennemente che non avrebbe bevuto
mai più. Non che avrebbe evitato di ubriacarsi, ma che in assoluto non
sarebbe più transitata una sola goccia di vino sulle sue labbra, “mai
più, per sempre”. Io lo guardai sghignazzando. Avevo l’impressione
che la sua sbronza fosse stranamente poco cattiva, che i suoi occhi
acquosi nascondessero nel profondo delle pupille un dramma
shakespeariano, uno spartito di Beethoven, un clown da circo. Ma che
mi dici del fatto che avrebbe mantenuto la sua promessa per più di tre
anni?

106
NO-FRILLS STYLE

Shino amava gli Stige più di se stesso. Credeva che non ci potesse
essere altro destino per lui se non morire suonando il basso negli
Stige. Aveva vissuto il periodo dell’allontanamento soffrendo come
un cane bastonato, ma nella sua mente, più e più volte, era riaffiorato
lo stesso pensiero: ritornare negli Stige. Per riuscirci aveva cercato di
lasciare un segno in una band superbamente influenzata dal garage-
punk dei sixties, i Superflui. In quegli anni il destino stava loro
riservando l’onore delle cronache nazionali. Erano stati selezionati da
Rockerilla per una compilation che avrebbe raggruppato i migliori
esponenti italiani di questo particolare genere musicale, che un po’
inopinatamente stava vivendo un revival senza confini. Dagli Stati
Uniti all’Australia era tutto un ribollire di gruppi garage-punk che
riprendevano i vecchi hit delle storiche bands degli anni sessanta. Ma
a Shino non importava la gloria, voleva essere uno degli Stige. E
dunque lo fu, di nuovo e per sempre.
L’occasione di ricompattarci ci fu offerta da un concerto a Bari,
nell’ambito di una manifestazione antimilitarista organizzata dagli
anarchici. Da pochi giorni avevano occupato uno spazio nella parte
vecchia della città, una specie di fabbrica col tetto sfondato e le pareti
attaccate con lo sputo. L’atmosfera che vi si respirava era gioiosa e
confusionaria, animata da manate sulle spalle, richiami all’attivismo e
gesti istintivi non mediati.
Quando uscimmo da lì per dirigerci sul luogo del concerto alcune
vecchie signore sorridenti si sporsero dalle finestre delle loro case.
Erano edifici secolari con i muri scrostati, incorniciati da edera
rampicante e fiori gialli. “Che c’è oggi, che c’è?”, chiedeva una. “Un
concerto contro tutte le guerre” le rispondeva un’altra, “per un mondo
migliore e in pace con tutti”. Allora la voce correva di casa in casa.
Dai balconi si levavano le grida di donne rugose e poppute che
107
stendevano biancheria canticchiando oscure litanie. Uomini senza
mestiere bofonchiavano qualcosa in dialetto indicando il luogo del
concerto, un piccolo spiazzo sul lungomare battuto dalla brezza. I
vecchi sorridevano, e pregustando l’evento si avvicinavano verso il
mare, ognuno trascinando a fatica la sua sedia di vimini intrecciati.
Quando il concerto iniziò ebbi l’impressione di vivere in una fiaba.
Frontalmente avevo questo muro umano che si alimentava di sudore
succhiato, urla senza suono, braccia e corpi aggrovigliati che
reclamavano il doloroso diritto allo sfinimento. Un popolo giovane
che mi sputava la propria angoscia dritto in faccia, che farneticava con
orgoglio un legame con gli alberi e le bestie, che strappava il
microfono per lasciare una traccia della sua presenza, della sua utilità,
o che semplicemente cercava un pretesto per convincersi che sì, era
vivo, respirava, si frantumava. Ma se lo sguardo oltrepassava il primo
fronte, la sana vigoria dell’adolescenza, allora vedevi questi volti
segnati dal tempo, lievemente sorridenti, dolcemente malinconici,
perduti sullo sfondo della piazza, placidamente seduti sulle loro
seggiole, applaudire con un cenno del capo appena abbozzato. Era una
magia. Mai più avrei provato quelle emozioni…

Fu in quel periodo che nacque l’esigenza di fare un disco. La gente


lo voleva, noi ci sentivamo pronti. Lo studio di registrazione ci fu
consigliato dagli Infezione, era perduto in splendida solitudine nella
campagna toscana e uno dei tecnici del suono era Alessandro Paolucci
dei Raw Power.
Così prenotammo due stanze in una pensione della periferia pisana.
Il prezzo era buono, ma le lenzuola dei letti pullulavano di strani
animaletti che volevano banchettare con la nostra carne, e i bagni
erano pieni di stronzi enormi e puzzolenti che avevano intasato i
condotti. In più c’era la proprietaria dell’albergo, una vecchia avida e
dall’aspetto truculento, che ogni sera ci fulminava con uno sguardo
maniacale da assassina. Era un incubo. Passavamo le notti con gli
occhi aperti, svegli fino all’alba, per la paura che venisse a scannarci
nel sonno. Shino fu colpito da un attacco di panico. “Ci ucciderà,
108
vedrete, ci entrerà nelle viscere con i coltelli” diceva ogni volta che
l’oscurità scendeva sull’albergo con il suo carico di mistero e
afflizione.
Ogni mattina ci dirigevamo verso lo studio con gli occhi gonfi e il
cuore a pezzi. Durante la registrazione non riuscivamo a scaricare
sugli strumenti la rabbia necessaria. I risultati erano così deludenti…
dannazione, dove era finito il terrorismo sonoro degli Stige? Anche i
soldi finirono troppo presto. Riuscimmo a incidere solo sei pezzi.
Erano troppo pochi per giustificare l’uscita di un disco, e infatti il
disco non uscì.
Fabio rimase profondamente deluso e lasciò il gruppo pochi giorni
dopo. Si sentiva frustrato dall’esperienza pisana, ma era anche tentato
dall’opportunità di suonare nei Superflui, sempre più esaltati dal
movimento garage-punk italiano. Da un giorno all’altro ci ritrovammo
così senza chitarrista e senza disco, e per un paio di mesi il futuro
della band rimase appeso a un filo. Nonostante i nostri sforzi non
riuscivamo a trovare un sostituto che fosse all’altezza del compito.
Nell’attesa che la situazione si chiarisse, assemblai i pochi pezzi
registrati a Pisa e ne feci il secondo demo ufficiale degli Stige. Ancora
una volta la buona accoglienza delle fanzine e delle riviste
specializzate salvarono il gruppo dallo scioglimento. Paolo Piccini
esaltò senza mezzi termini quello che lui stesso definì il nostro “no-
frills style”.
“La musica?” scriveva con feroce determinazione sulle pagine di
H.M., “purissimo speedcore senza compromessi, veloce e violento,
impreziosito da rabbiosi assoli di chitarra e da sporadiche influenze
metal che comunque non modificano l’impronta massicciamente
hardcore ostentata dai quattro ascolani. Un cauto accostamento può
essere fatto con i Raw Power, ma gli Stige sono parecchio più veloci
della band emiliana, con la quale hanno però in comune una notevole
intelligenza compositiva, che evita la caduta nel “rumore” anche alle
andature più accelerate…Le nuove tracks radicalizzano ulteriormente
lo stile già parecchio estremista del recente passato, rivelandosi
nettamente superiori. “Charlie” è una track ispirata a Charles
109
Manson, un pezzo incredibilmente potente, dominato, come gran parte
dell’intero demo, dalla ruvida chitarra di Fabio; un grandissimo
brano che da solo vale l’acquisto del nastro. Nel resto della cassetta
si assiste ad altri ottimi episodi di hardcore terroristico, soprattutto in
“Rispondi” e “Lasciato solo”, che aggirano molti dei luoghi comuni
di questo stile, definendo un attacco tanto intenso quanto
personalizzato”.
Era incredibile. Se tornavo con la mente agli incubi della pensione
pisana il successo del demo mi appariva sinceramente inspiegabile.
Eppure la realtà era nel tono divertito ed entusiastico con cui tutti
parlavano dei nostri nuovi pezzi. Tornai ad essere ottimista. La voglia
di esplodere contro l’orrore della massificazione mi salì nuovamente
al cervello come un cancro in fase avanzata. Improvvisamente ero
nuovamente alla ricerca del contatto violento nell’esibizione live, dei
colpi sordi e dolorosi, dell’agire col mio corpo sul corpo di un altro. In
aggiunta a questo il nuovo chitarrista venne fuori come per incanto.
Alvaro aveva solo sedici anni. Suonava il violino e il pianoforte, con
una vera passione per l’heavy metal gotico e classicheggiante. Era un
bimbetto strampalato e confuso, lo stesso che puoi incontrare oggi
lungo i viali alberati della periferia assonnata, le mani regolarmente
sprofondate nelle tasche del cappotto, i capelli scarruffati, il bavero
rialzato per difendersi dall’ultimo refolo di vento. Quando gli chiesi di
suonare negli Stige accettò con entusiasmo. Era la prima volta che
faceva parte di un gruppo e la cosa gli piaceva. Per la verità fin dal
primo giorno mi diede l’impressione di adattarsi al rumore solo per i
sussulti dell’emozione, ma quando cominciai ad offenderlo perché
interpretava alcuni vecchi pezzi in stile thrash metal, lui non si
scompose per niente. Mantenne quell’atteggiamento orgoglioso da
borghesuccio che tanto mi faceva incazzare, così, per sfida. Superava i
miei giudizi con un sarcasmo agghiacciante.
Dopo tre mesi di prove il vecchio repertorio era pronto. Avevamo
anche ricominciato a fare concerti, in verità con risultati non molto
soddisfacenti. Io continuavo a grugnire in un idioma incomprensibile,
gli altri sembravano dei pazzi che correvano a velocità supersonica
110
senza preoccuparsi di dare una struttura ben precisa alle canzoni.
Sembrava che il buon nome del gruppo fosse destinato a imbastardirsi
per l’avventatezza con cui tiravamo dritto per la nostra strada, ma per
dirla con le parole di Maurizio Taccia eravamo pur sempre un gruppo
punk, no?
Nell’estate del 1988 cominciai a progettare Attitudine Mentale
Positiva, l’ennesima compilation per Goddam Church Records.
Stavolta il mio desiderio era quello di mettere insieme 32 gruppi
italiani in un solo disco. Volevo coprire l’intero spettro della musica
underground, dal punk all’hardcore, dal garage all’heavy metal… Era
un progetto ambizioso ma eccitante. Il doppio LP uscì nel dicembre di
quell’anno. Penso che sia ancora oggi l’unica esperienza del genere
progettata e portata a termine da un’etichetta indipendente. Gli Stige
vi parteciparono con una versione di Charlie, che il solito Piccini
recensì con toni evangelici: “Power hardcore di razza. Un muro
sonoro di proporzioni immani per la nuova versione del miglior
episodio dell’ultimo loro demo. Eccezionali e sottovalutati: due
aggettivi che dispiace vedere accostati”. Il disco includeva, in
incognito, anche una canzone dei Dictatrista, ripresa dalla session per
Istinto selvaggio. Il nome che utilizzai per il gruppo, Un Falso
Scherzo, era un trucco. Non lo avevo ancora rivelato a nessuno. Sei un
privilegiato, ti rendi conto?

111
LASCIA O RADDOPPIA?

Intanto si avvicinava il giorno della mia morte. Avrei tirato le cuoia


il 26 marzo 1989, secondo le previsioni di una mucca nera sognata a
tre anni. Da bambino la rivelazione non mi aveva turbato per niente.
Ero uno spiritello agitato con una spiccata simpatia per la magia e il
senso tragico, la morte non rappresentava ancora la fine di tutto. Il
disagio e la paura mi assalirono più tardi, quando fu sempre più
evidente che la profezia era vera. Come era possibile mettere in
dubbio la parola della mucca nera, il suo presentimento di morte? A
vent’anni cominciai a dare forma alla rigidità cadaverica. Associai
l’odore del disfacimento della carne alla vuota cavità del nulla, al
sordo rimbombo delle ossa che diventano polvere. Era un’ingiustizia.
Non solo, era una forma di violenza.
Così, mentre il gruppo cominciava a lavorare ai nuovi pezzi, quelli
che avrebbero dato forma e sostanza al nostro sospirato LP d’esordio,
io cercavo di mettere a posto le povere cose della mia avventura
terrena. Affidai le ultime volontà a un taccuino da viaggio, in cui
erano elencate con rigido formalismo le mie proprietà: sei milioni di
vecchie lire da lasciare in eredità alla riserva indiana di Pine Ridge,
per l’educazione tradizionalista e l’istruzione dei giovani; una
bandiera del Torino football club, che chiesi accanto a me
nell’oscurità della bara per alleviare il mio senso di solitudine e lo
stordimento dettato dalla confusione; la mia raccolta degli albi a
fumetti di Ken Parker, che decisi di lasciare a una ragazza irlandese
che faceva ricerca scientifica sull’alga sbirulina. La immaginai con i
capelli rosso fuoco, sola e testarda nella poesia delle maree, con un
solo desiderio marchiato a fuoco nella testa: riportare gli abitanti
dell’isola alla vecchia dieta di un tempo, quando evidentemente i
tumori alla mammella erano rari esempi di corruzione morale.
113
All’inizio del mese di marzo il destino mi giocò l’ultimo scherzo.
Fui convocato negli studi televisivi di Corso Sempione a Milano per
una riedizione di Lascia o Raddoppia?, un gioco a quiz affidato alla
conduzione di Lando Buzzanca e Bruno Gambarotta. Dovevo
rispondere a domande sulla storia degli Indiani d’America, un
argomento che potevo affrontare ad occhi chiusi. Conoscevo ogni
minimo particolare di migliaia di battaglie e piccole scaramucce.
Sapevo quanti feriti e quanti morti c’erano stati in uno scontro e quanti
in un altro, quanti cavalli erano caduti sul campo ogni volta, a che ora
del giorno o della notte un generale aveva deciso di aggirare la
retroguardia nemica con una manovra a tenaglia o con un atto di
codardia. Insomma avevo questa allucinante catena di conflitti
stampigliata nel cervello, pronta ad essere tirata fuori per rispondere a
tutte le domande del mondo. In palio c’erano trecento milioni di lire
ed ero sicuro di vincerli. Certo, non avrei potuto godermeli, perché fra
pochi giorni sarei morto, ma i ragazzi di Pine Ridge, i piccoli guerrieri
cresciuti all’ombra primordiale dell’unico modo di vivere, il modo
tradizionale, mi avrebbero ricordato con lo stesso amore che
dedicavano allo “strano uomo degli Oglala”, Tashunka Witko, il
misterioso capo di guerra Sioux Cavallo Pazzo.
Naturalmente le cose andarono in una maniera un po’ diversa. Fin
dal principio gli autori pretesero da me un certo decoro istituzionale.
Come dire… maniere e linguaggio degni di un leccaculo di
professione, abbigliamento conforme a uno stato di allucinazione
permanente, una faccia impiastricciata di cerone caramelloso, perché
nascondesse quel pallore atavico che sembrava appiccicato alla stirpe
dei Cannella dall’origine dei tempi. Rifiutai categoricamente tutte le
opzioni. Così, fra Buzzanca che bestemmiava per l’inettitudine di
Gambarotta, Gambarotta che piagnucolava per l’insensibilità di
Buzzanca, ballerine che si aggiravano completamente nude per lo
studio generando confusione nei concorrenti, responsabili di
produzione che si guardavano negli occhi cercando di capire come
fossero capitati in quella gabbia di matti, la tragica farsa ebbe
finalmente inizio. “Signore e signori, da Ascoli Piceno, il signor Carlo
114
Cannella”. Eccolo, avanza accompagnato da una bellissima ragazza
del corpo di ballo, sembra un barbone che abbia appena rubato un
maglioncino ai grandi magazzini. Sfoggia un sorriso ebete come se
fosse imbarazzato, si gratta la testa, si muove nello spazio come un
robottino programmato male che sbaglia i passi e non sa guardare
nello schermo. “Bene” dice Gambarotta, “questo signore ha valicato
gli Appennini per salire fino a Milano, pensate…” Gli Appennini?!?
Poi arrivano le domande, e il signor Cannella scopre che forse ha fatto
troppo lo spiritoso, che questi pagliaccetti si sono perfino incazzati,
che tramano nell’ombra per sbatterlo fuori dalla competizione. C’è un
complotto, è chiaro. Nessuna mania di persecuzione, solo il doloroso
tentativo di sostituire questo sovversivo con un buon signore in giacca
e cravatta, solo questo… “Come si chiamava il cavallo sopravvissuto
alla battaglia del Little Big Horn, e in quale museo è custodita la sua
carcassa?” Eccheccazzo... un complotto, un verminoso complotto
della nomenclatura Rai. Un atto purissimo di vigliaccheria. “Il cavallo
si chiamava Comanche” dico, ma dove cazzo è custodito, perdio, non
lo so. “Diciamo nel museo del Montana, va bene?” No che non va
bene, è quello dell’Università del Kansas. E allora? Allora fuori…
davvero? Chi, io? Un complotto, dannazione, un complotto. Bieco,
ringhioso, imputridito…

115
UNITI NELL’ ABBRACCIO

Tornai in fabbrica con il respiro della morte addosso. Ero un sacco


vuoto, un vecchio muto, una bestia stordita. Roteavo gli occhi nel
nulla, un odore acre di polvere mi scendeva nelle budella e mi dava la
nausea.
Il 25 marzo, il giorno prima della mia morte, andai a Senigallia per
la registrazione del disco. Il gruppo aveva già suonato le parti
strumentali in un’unica sessione, otto ore senza interruzioni vissute col
fiato corto. Gli Stige erano a pezzi. Un sudore lucido era scivolato sui
loro corpi infradiciandoli da capo a piedi. La sera, sfiniti, avevano
passato tutto il tempo a guardarsi negli occhi. La fatica li aveva
innervositi e trasformati in fantasmi silenziosi. Quando li raggiunsi si
erano appena addormentati. Così mi ritrovai più impaurito e solo che
mai, dovevo ancora scrivere i testi delle canzoni e non sapevo
nemmeno di cosa parlare. Passai la notte a riempire di pensieri
contraddittori decine di fogli di carta svolazzanti. A volte il dolore
fisico si mischiava a quello della mente, generando un suono breve e
lamentoso che era soltanto il preludio di un nuovo concetto.
Per una specie di concessione riservata ai condannati a morte, riuscii
a scrivere i testi in sei ore. La prima luce dell’alba filtrò nella camera
proprio nel momento in cui mettevo a posto l’ultimo verso di
Cleptocrazia. Aprii la finestra, guardai il mare mentre si frantumava
sulla scogliera. L’aria odorava di sale, e io la respirai avidamente. Era
il mio ultimo giorno di vita, ero triste, e mi sentivo rimbalzare il cuore
in gola. Richiusi la finestra e cominciai a radermi. Guardavo la mia
faccia nello specchio e non mi riconoscevo. Più il tempo passava più
mi sentivo un estraneo. Ma non ero un nichilista, io? Sì, sì, il profeta
dell’attitudine bieca e distruttiva, dunque fanculo tutti, cosa c’era da
dire o da guardare? Niente, solo ascoltare il rantolo del condannato, il
117
disgusto che fuoriusciva dalla bocca del guerrigliero, quello che aveva
fatto cinquanta guerre e le aveva perse tutte… “Mondo, mi senti?
Schiavo del rispetto, della preghiera, della subordinazione, mi senti?
Ripostiglio della stupidità, adoratore genuflesso del simbolo, del mito,
della moralità, mi senti? Marcio sistema di dominio della razza di
cristo, mi senti? Eredita la sua croce, succhia il sangue dolce della
redenzione, mangia la figlia prediletta della ragion di stato, la
conformità. Allora, mondo, mi senti? Io te lo dico, io lo urlo: tu
sopravviverai nell’oscurantismo per l’eternità, io muoio adesso nella
luce!”
Urlai così forte che l’universo si svegliò. Peppe disse che era stato
per il ticchettio nervoso del mio rasoio sul lavandino del bagno, ma io
penso che sia successo per la vibrazione dell’aria. Altrimenti, pensai,
l’universo si sarebbe riaddormentato senza una parola, e invece lo
potevo sentire mentre borbottava rancoroso contro di me. Deglutiva
fiele per la rabbia e giurava vendetta. Beh, alla malora…
Dopo due ore di brutale eruzione vocale il primo disco degli Stige fu
pronto per il mixaggio. Ad un primo ascolto il timbro della voce si
rivelò cattivissimo. Mai avevo raggiunto una forma di espressione così
violenta e disperata. E i testi erano talmente abrasivi e incazzati che
potevano tranquillamente essere fuoriusciti dalla mente di un
ammalato astioso e decadente.
Il mixaggio andò avanti per tutta la giornata. Secondo la rivelazione
della mucca nera mi restavano solo poche ore di vita. Era terribile. Ma
alle dieci di sera ero ancora vivo e il gruppo si accingeva a riavviarsi
verso casa con la gioia di avere finalmente registrato un disco.
“Ragazzi miei” dissi, “io, adesso, devo morire. Non portatemi in
macchina con voi. Aspettiamo insieme”. Ecco, vedi? Temevo di
accomunare al mio destino quello di poveri innocenti che mai avevano
sognato mucche o altri animali con proprietà divinatorie. Il mio senso
di responsabilità sfiorava la paranoia.
“La strada” dico ancora, “è un nemico subdolo, di notte”.
“La strada” mi risponde Shino, “è il marchio di fabbrica della gente
con i coglioni”.
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Bene, non so se per la vendetta di un dio nemico, oppure per
l’impressione esercitata, il viaggio di ritorno assunse i contorni di una
tragedia greca, di quelle che si raccontano ai nipotini quando si è
vecchi e inutili.
In quel tempo nessuno di noi sapeva che Shino soffriva di devastanti
crisi d’ansia, momenti di panico che lo assalivano improvvisamente
senza una ragione precisa, privandolo di ogni residua forza interiore e
abbandonandolo alla tetra disperazione. Lo scoprimmo all’altezza del
casello di Ancona nord, quando il suo volto picchiò sul volante con un
lungo aggrrr pieno di orrore e la macchina sbandò fino a sfiorare il
guard-rail che delimitava la corsia. Un fiotto di saliva, denso e
caramelloso come zucchero, fuoriuscì dalla sua bocca schiumando
impazzito. Solo allora, mezzo paralizzato dalla paura, riuscì ad
accostare sulla corsia d’emergenza. Respirò profondamente, ma non
permise a nessuno di sostituirlo alla guida, né di scendere dalla
macchina. Dopo un po’ riprese la sua corsa bestemmiando, chino sul
volante, nel tentativo di ritrovare la ragione. Inutilmente. Il viaggio fu
contaminato dal nostro sano istinto di conservazione, con un turbinare
di mani impetuoso e un vociare isterico che cercavano di strappare il
conducente al suo stato di alterazione psichica. Peppe tornò con la
mente allo spaventoso aggrovigliarsi di lamiere a cui era già
sopravvissuto una volta, ai diecimila capottamenti e alle feroci
bestemmie della sua notte più tenebrosa. La buona fortuna era già
stata dalla sua parte sei anni prima e non c’era motivo per stuzzicarla
ancora. Eppure la macchina fiancheggiò centinaia di autotreni con
agghiaccianti tentativi di schianto laterale, ribaltamento, strambe
evoluzioni a smodata velocità, senza sfracellarsi contro i fantasmi
delle nostre ossessioni, né trovare il modo di cancellare per sempre i
nostri nomi dal libro del mondo.
All’alba, dopo otto ore di viaggio inframmezzate da stordenti
allucinazioni, soste ristoratrici e nuove convulsioni, le prime case di
Ascoli accolsero quattro fantoccetti sfigurati dalla tensione, pallidi
come stracci, anemici, deliranti. Alle sette di quella mattina mi
addormentai sfinito e senza pensieri, dimenticando di sorprendermi
119
per la profezia della mucca nera, sbagliata come tutte le profezie del
mondo. E non mi sorpresi nemmeno durante il sonno, quando la stessa
mucca m’apparve sfolgorante di luce, bianca come il latte, con un
cannone di marijuana in bocca e l’aria beffarda di un filosofo cinico.
“In verità, in verità ti dico” esclamò a gran voce la mucca bianca, “tu
sarai immortale”.
Il disco uscì in estate, prosciugando il mio conto corrente. I bambini
della riserva indiana di Pine Ridge avrebbero purtroppo aspettato
invano la mia eredità. Adesso ero un immortale, capisci? Sulla
copertina c’era la figura scarnificata di un uomo senza braccia, che
risorgeva dalla morte col cuore espulso dalla cassa toracica, viti e
bulloni fra le giunture degli arti e il desiderio assassino di distruggere
il mondo con la sua rabbia. La mia intenzione era quella di farne un
simbolo della rinascita hardcore, del senso di appartenenza a una
visione del mondo e delle cose, e forse per questo lo chiamai Uniti
nell’abbraccio. In agosto, approfittando di un periodo di ferie,
raggiunsi gli Infezione a Napoli, da dove proseguimmo insieme per
una serie di concerti nei centri sociali occupati di mezza Italia.
Approfittai dell’occasione per pubblicizzare l’uscita del disco e per
contattare nuovi distributori. Ma la spinta definitiva venne ancora una
volta da Paolo Piccini, che recensì Uniti nell’abbraccio nella sezione
del suo giornale dedicata alle grandi uscite internazionali, fra Dirty
love dei Motorhead e Join together dei redivivi Who.
“Gli Stige, quartetto proveniente da Ascoli Piceno, fanno parte di
quel tipo di bands che piuttosto di cercare di attirare sempre e
comunque l’attenzione del pubblico su di loro con polemiche, prese di
posizione, arroganza e chi più ne ha più ne metta, preferiscono
rimanere in un certo senso ai margini del circuito e lavorare duro sul
proprio progetto, non cercando necessariamente l’affermazione su
vasta scala che probabilmente snaturerebbe sotto vari aspetti
l’attitudine di tutta la faccenda. Inevitabile che chi scelga
atteggiamenti di questo tipo venga alla fine tagliato fuori dai giri che
altre formazioni ritengono “fondamentali”, ed ecco dunque spiegato
perché gli Stige, malgrado una qualità sonora e compositiva
120
incredibile, risulteranno probabilmente sconosciuti a gran parte del
pubblico estremista, troppo spesso “underground” soltanto a parole.
Senza la minima enfasi da parte dei propri autori, esce in questi
giorni “Uniti nell’abbraccio”, l’LP di debutto dei marchigiani, che
segue la realizzazione di un eccellente demo e la partecipazione a due
compilations, “People of the pit” e “Attitudine mentale positiva”,
prodotte da loro stessi. L’album è una grande prova di hardcore
rabbioso e maturo, a metà fra l’urgenza espressiva e la velocità
smodata dell’hardcore nazionale epoca ‘84/’85 ed elementi più
moderni, influenze metal non escluse, seppure contenute. Nove brani
diretti e durissimi, che dimostrano una coesione interna arrivata a
livelli invidiabili ed un’originalità più che dignitosa. Violenti ma
lucidissimi nelle soluzioni strumentali, gli Stige infilano una serie di
winners da fare invidia ai loro colleghi più quotati, come “L’inferno
dentro”, “Fede”, una lunga ed intensa “Cleptocrazia”, “Tendenze
omicide” e la terremotante “Stige”, una scarica di cruda elettricità
che conclude in maniera degna un disco che riconferma la statura
qualitativa di tutto rispetto in possesso di Heinmont Tooyalaket (fra
l’altro ex-componente dei Dictatrista, punk band ascolana della
primissima ora) e soci. L’unico motivo di disappunto è la non
inclusione di “Charlie”, una delle tracks più intense del loro
repertorio…”
Anche Maximum Rock’n’Roll ritornò ad occuparsi di noi con una
recensione di Jeff Bale: “Nove potentissime canzoni ottimamente
registrate ci mostrano un gruppo fautore di un hardcore che per molti
versi ricorda i Negazione. Questa somiglianza si deve in gran parte
all’impostazione e alla timbrica del cantante. Tra i brani, tutti
corredati da testi interessantissimi, si elevano “Lacrime inutili”,
“Fede” e “L’inferno dentro”. Un buon lavoro”.

121
MACELLO

Non so perché Paolo pensasse che il pubblico non si accorgesse di


noi. Non era così. Nel 1989, forse l’anno più buio e difficile per il
movimento hardcore, solo i Negazione e i Raw Power potevano
vantare in Italia un interesse e una considerazione maggiori. Sì, è vero,
questi gruppi incidevano per etichette indipendenti ma prestigiose, la
tedesca We Bite, l’americana Toxic Shock, erano in tour per buona
parte dell’anno, davano un senso alla loro militanza confrontandosi
con centinaia di migliaia di persone sparse su cinque continenti. Gli
Stige, invece, languivano in Ascoli Piceno, si guardavano negli occhi
con un vago accenno di crudeltà, cercavano di convincersi che un
giorno sarebbero saliti su un autobus scassato e avrebbero suonato da
qualche parte verso questo mondo, anche loro, dettando nello stesso
tempo le nuove condizioni della loro esperienza umana, i principi
ideologici della loro nuova vita di vagabondi e dignitosi eroi
primordiali. Ma intanto la gente ci amava. Avremmo potuto suonare
ogni giorno, raccogliere l’invito di tanti amici che erano pronti a
sacrificare per noi il loro tempo e il loro denaro. E invece no.
Aggrappati al nostro piccolo maleodorante spazio vitale, ai nostri
meschini lavori di merda, dedicavamo ai sogni lo spazio necessario
per continuare a sopravvivere.
Qualche concerto me lo ricordo bene, però. Quello di Firenze, ad
esempio, con un pazzo amico danese steso sul portabagagli del treno
Bologna-Firenze, a picchiettare con l’indice sul cappello del
controllore. Era una bestia d’uomo, lui, nato da madre scandinava e
padre piceno, perennemente ubriaco, casinista, con una pancia enorme
e il braccio teso in atteggiamento offensivo. Aveva un soprannome da
battaglia che non poteva descriverlo meglio, Macello, solo e
inarrivabile nel suo delirio narcisista. Sbraitando come un ossesso
sbarcò quel giorno alla stazione di Santa Maria Novella, dove vomitò
123
la sua ultima sbornia in un cestino dei rifiuti. Poi, evidentemente
ristorato, vagabondò con il suo skate fra le rotaie dei treni, fino a far
impallidire il macchinista di un intercity in arrivo, un ometto col volto
paonazzo e gli occhi sgranati per l’incredulità. Il pover’uomo vide
questo bestione di un quintale arrestare il suo skate a dieci centimetri
dal treno in movimento, temendo fino all’ultimo di veder esplodere
quell’ammasso di carne in centomila pezzi di budella e sangue. Allora
il vichingo sghignazzò molto delicatamente, con lieve accenno da
femmina, sollevando la manina in un saluto stridulo da omosessuale e
mandando affanculo il macchinista. Il mondo sorrise.
Il concerto doveva tenersi all’Indiano occupato, una palazzina in
fondo alle Cascine che marciva da anni, inutilizzata e dimenticata
come tanti altri edifici pubblici di Firenze. Ora era un posto in cui con
molti sforzi si creava aggregazione fra i giovani, un sasso lanciato
negli stagni immobili dell’apatia, una lotta giornaliera contro i
mercanti del divertimento istituzionale. E all’Indiano scoprimmo
anche la bella storia del Maharajah di Kholapur, Rajaram Chuttraputti,
che inconsapevolmente aveva dato il nome al posto. Con il punk e gli
Stige non c’entra gran che, ma te la racconto lo stesso, per darmi le
arie di uno scrittore vero. In realtà è un trucco per allungare i tempi…
Era il novembre del 1870. Arrivò a Firenze questo indiano di
vent’anni, con un sontuoso seguito di sedici persone e, si disse, tre
mogli. Scesero alla Locanda della Pace, nella piazza di Ognissanti.
Tornavano in India e dovevano imbarcarsi per Bombay da Livorno. I
fiorentini erano curiosi di vedere quel gran signore e il suo corteggio:
invano. Cinque giorni dopo l’arrivo era morto. Di una gastroenterite
fulminante, si disse. Lo spettacolo venne dopo. Fu concessa una
speciale autorizzazione al rogo funebre, da tenersi in piena notte,
sull’Arno, alla punta estrema delle Cascine, nella massima segretezza.
In realtà fin dalla sera si radunò una folla di centinaia di persone. Il
corteo funebre, di soli uomini, arrivò alle due e mezza. La cerimonia
fu lenta e solenne. Il principe era avvolto in sete rosse e oro,
tempestato di gemme. Aveva una collana di perle di madornale
grandezza. La pira fu unta e profumata, e incendiata. Le ceneri sparse
124
nell’Arno. Il terreno cosparso di riso e ceci, e asperso d’acqua. Angelo
De Gubernatis, professore a Firenze, il più famoso indianista italiano,
spiegò la tradizione ai lettori del Fanfulla. Quattro anni dopo una
delegazione venne a inaugurare solennemente un monumento al
Maharajah in nome della principessa madre Ahilya Race. Era
un’edicola. Al centro aveva un busto policromo scolpito dal famoso
Fuller. Scrisse un popolare cronista: “Quelli che si aspettavano di
vedere un orribile moro col naso schiacciato, le labbra rigonfie, e i
capelli a imbottitura di canapè, rimasero di sale a vedere quella bella
faccia dalle linee purissime, modellato sul tipo nostrano e
meridionale”. Il monumento è ancora prediletto dai turisti e dalle
cartoline illustrate. Una volta, in un chiosco non lontano dal luogo del
concerto, si vendevano addirittura certe bottiglie di liquore “indiano”.
Adesso basta, però. Se vuoi saperne di più leggiti L’Indiano di
Firenze, un’elegante edizione numerata e illustrata, curata da Costanza
Olschki e scritta da Giustino Santi.
Il concerto me lo ricordo bene, dicevo. E’ strano, di solito dimentico
tutto. Sto scrivendo questo libro per guarire, queste pagine sono una
terapia per la memoria.
La cena fu servita alle otto in punto, subito dopo il sound-check. Il
cuoco era un attempato sessantenne con la fronte imperlata di sudore e
le mani incerottate. Alvaro lo immaginò malato di Aids e incattivito
dal suo destino di morte. Quando lo vide gettare a mani nude la pasta
nell’acqua, un fremito d’indignazione agitò il suo corpo. Succede a
tutti, penso, di sentire il peso di un’educazione improntata ai sacri
principi del rispetto altrui. Alvaro aveva in sé i sogni della costruzione
morale, del rigido formalismo, il senso del rispetto reciproco, e non
voleva convincersi che l’universo stesse rotolando verso l’abisso come
uno spuntone di roccia. Rifiutò il cibo con l’aria stizzita e bullesca di
un ergastolano, a nulla valse la mia preghiera perché accettasse quel
cibo con riconoscenza. E quando arrivò il momento di salire sul palco
lo fece con il fastidioso convincimento che fosse tutto inutile, tutto
esagerato, tutto squallidamente improntato alla decadenza. Macello,
invece, fece onore al suo nome saltando addosso alla gente con
125
un’energia da pazzo invasato e arringando il popolo hardcore al
selvaggio mucchio umano.
Quando il concerto finì un furioso uragano avvolse Firenze in una
atmosfera da incubo caraibico. Una pioggia incessante, sferzata da un
vento gelido, picchiò sulle pareti dell’Indiano. Il telone di plastica che
copriva lo stanzone adibito ai concerti crollò sotto il peso dell’acqua. I
Fall Out di La Spezia, che avrebbero dovuto chiudere la serata, furono
costretti a improvvisarsi idraulici, elettricisti ed ingegneri. Non so se
riuscirono a ripristinare gli impianti e a suonare. Noi eravamo già in
viaggio verso la stazione, con la segreta convinzione di saper generare
eventi soprannaturali. Scaricammo Macello in uno scompartimento
vuoto. Era talmente ubriaco che non riusciva a stare in piedi, vomitava
a intermittenza e biascicava invettive dal vago sapore terroristico.
Aspettammo che si addormentasse per prendere posto in un altro
scompartimento della stessa carrozza. Eravamo stanchi e volevamo
abbandonarci, non pensare a niente, solo dormire, dormire,
dimenticare… e invece no. Verso le due l’urlo furente di Macello
squarciò il silenzio della notte. Dal buio fuoriuscì un’ombra atterrita,
era un controllore. Si precipitò verso di noi con gli occhi fuori dalle
orbite. Era bastato che chiedesse il biglietto al gigante danese per
scatenare la sua furiosa reazione. Aveva la divisa tutta imbrattata di
vomito. Tremava. Quasi piangeva.
“Lo conoscete, quello? E’ un amico vostro, quello?”
Noi ci guardammo in viso nel tentativo di nascondere la vergogna.
Negammo come tanti apostoli di cristo.
“Chi, lui? No”.

126
GLI ADDII

Ora immagina il mio turbamento. Dicono che un ragazzo abbia


deciso di farla finita con un colpo di fucile in testa. Dicono pure che
abbia premuto il grilletto ascoltando il nostro disco, lì dove la voce
non riesce a nascondere il dolore. La canzone si chiama Lasciato solo.
L’ho scritta col fiato della mucca nera sul collo. Il ragazzo vaga nella
notte alla guida di una macchina scassata. Ascolta la canzone con il
suo registratore portatile. La senti? “Ho nascosto tutto il mio dolore,
ed ho nascosto la pazzia, ed ho nascosto me. Il mio cuore si è
fermato…”
Al ragazzo non piacciono le città né gli assembramenti. Perciò si
ferma davanti a un vecchio convento abbandonato. Scende dalla
macchina, sale i gradini sdrucciolevoli, va e viene per i corridoi
scrostati con l’impazienza triste di un recluso. Ha una maniera di
muoversi che è un raro miscuglio di virilità e gentilezza. La canzone
lo avvolge. “Ho gridato tutta la mia rabbia, come un pazzo, senza
risposte. Ora cosa devo fare? Sono stanco di esser messo dalla parte
del marciume dell’umanità. E’ tutto così strano, non ho più nessuno
vicino…Sono stanco, e sono uno sconfitto”.
Ora la storia è agli sgoccioli. Il ragazzo respira la puzza di dio che
ha impregnato le pareti del convento per tre secoli, poi avvicina la
canna del fucile al mento, ed elabora una lista di peccati gravi da
rivendicare all’inferno con orgoglio. Anche la canzone è alla fine.
“Chi mi ricorderà, chi piangerà per me quando sarò morto? Chi darà
un senso, dopo, ai miei passi di adesso, alla mia voce, al mio amore
per le cose che fuggono nel tempo, con il tempo?”
Adesso il ragazzo è morto. Sembrava infrangibile, invece ha scritto
un biglietto di addio con i suoi ultimi desideri, come fanno i deboli.
Vuole il disco degli Stige nella tomba, e così, forse, viene disposto.
Altrove un ombroso professore di lettere passeggia nervosamente.
127
E’ il vecchio Gianbruno, l’ossessionato agitatore del Virus, tornato in
Ascoli Piceno con la ferma convinzione di avere alle spalle un esercito
di spie, e uomini dei corpi speciali pronti a torturarlo per fargli
rivelare segreti inconfessabili. L’occupazione di Via Correggio è
ormai alle spalle, il Virus non c’è più, e lui si sente vuoto e inutile.
Sopporta questa prova senza un lamento.
Poi, un giorno, scrive l’ultima pagina dei suoi oscuri presentimenti.
Passeggia, si ferma sul ponte, guarda giù, mentre il tempo scivola
verso la propria liberazione, vertiginoso, lentissimo, accecato da una
luce metallica. E’ un attimo, si butta, galleggia nel vuoto. Il suo ultimo
viaggio è iniziato e non può più essere interrotto. Sembra animato dal
respiro del mondo, non giungere mai a conclusione, ma è solo la
percezione di una fine imminente. Eccola, finalmente, la fine, è un
tonfo sordo di ossa rotte. Silenzio prima di nascere, silenzio dopo la
morte. La vita è puro rumore fra due insondabili silenzi. Ma la città è
quieta, sempre.
Muore anche Michelle, non fisicamente ma nel mio cuore. Come
ogni anno mi annuncia il suo arrivo con una lettera, I just wanted to
tell you…, I’m very excited about meeting all of you…, hope you feel
the same…, più o meno vuole dirmi le stesse cose di sempre: abbracci
e bacini sulle guance.
Io mi preparo ad andarle incontro con l’atteggiamento della canaglia
ripugnante. Mi sento incapace di nascondere la mia rabbia, di
contenere il mio disappunto. Lasciami in pace, penso. Il tuo ragazzo è
bellissimo, ti ha promesso i dieci bambini che hai sempre desiderato,
relazioni di alto bordo, gusti più raffinati dei miei. Cosa vuoi ancora
da me? Io non ti amo più, non ti voglio più.
Voglio dirle questo, lo giuro, glielo voglio gridare in faccia, voglio
seppellirla con parole terribili. Una volta sono rimasto affascinato dai
suoi occhi luminosi e dalla sua bocca carnosa. Questo non posso
negarlo. Le sue labbra piene di succo, buone da mordere, mi avevano
acceso il fuoco dentro. Ma il tempo ha spento quel fuoco
definitivamente. Voglio dimenticarmi di lei, dimenticarmene per
sempre, abbracciarla un’ultima volta e fuggire via.
128
Inoltre voglio scegliere un argomento di cui parlarle mentre
l’abbraccio, un modo sprezzante e aggressivo di procedere nella
conversazione, una litania di frasi compassionevoli che abbiano il
potere di offenderla e di farmi odiare a morte, di allontanarla per
sempre da me.
Ma il destino decide in maniera diversa. Il suo aereo ritarda di sei
ore e io non l’aspetto.
Così non la vedo più, non ci sentiamo più, non ricevo più le sue
lunghe lettere. Forse torna ogni anno, ancora adesso, forse esce da un
bar un attimo prima che ci entri io. Forse è una mamma bellissima,
forse è ingrassata e irriconoscibile, forse è impazzita. Di lei mi resta il
suo ultimo pensiero, una maglietta con l’immagine stampata di Bugs
Bunny che sgranocchia una carota. La storia è finita per sempre, ormai
è troppo tardi per rimediare. E anche un’altra storia sta per finire,
ancora una volta, per sempre…

129
LA FINE DEGLI STIGE

Spesso mi sono chiesto perché lasciai gli Stige. Non ho ancora


trovato una risposta che soddisfi il mio innato carattere speculativo.
Non lo so. Forse l’ho fatto perché non sono mai stato in grado di
sopportare le peggiori sorprese, e quale sorpresa più amara di quella
che ti prende alla gola quando ti senti rivoltare dalla rabbia? Il gruppo
suonava ormai una forma evoluta di trash metal. Non era più lo stesso.
Sono sicuro che ascoltato oggi, quindici anni dopo, sarebbe
attualissimo. Ma cosa vuoi, un vecchio punk come me, non soggetto al
cambiamento… E poi c’erano le ossessioni, i problemi di ognuno. Per
Shino il problema era l’alcool. Da tre anni non buttava giù un goccio
di vino. L’essere passato da un eccesso all’altro, da sbornie colossali
all’astinenza penitente, dall’odio furente e maniacale alla riflessione e
al contegno intellettuale, l’aveva trasformato in un burattino nevrotico,
sempre sul punto di esplodere, ansioso e tremebondo. Per Alvaro,
invece, il problema era l’onore. Il nonno aveva scritto un libro, una
volta. Un vocabolario italiano-ascolano, roba da dedicargli un
monumento. Povero vecchio, avesse avuto la possibilità di vedere e
ascoltare quello che combinava quel suo nipote squinternato si
sarebbe rivoltato nella tomba. E lui, Alvaro, il punk, era divorato dai
fantasmi del dubbio, dalla paura di contravvenire ai dettami della
buona educazione, dall’immagine della propria decadenza morale.
Così, nonostante l’aria strafottente di sempre, era come se cercasse di
costruire argini sicuri e accoglienti, e camminare nell’alveo di un
fiume che scorresse placido e tranquillo. Ancora oggi cerca di
distogliere da sé ogni pensiero che possa originare la scintilla del
disordine, il rischio delle domande troppo difficili, quelle che restano
sospese nel limbo dei pregiudizi e delle risposte inevase. E poi Peppe.
Con lui le cose erano un poco più complicate. Lui, vedi, era il classico
tipo che non mostrava considerazione per i problemi particolari.
131
Quello che lo interessava era il contesto generale. Se l’hardcore stava
perdendo la sua carica eversiva originaria, se cercava di contaminare il
suo spirito con vigorose spruzzate di musica alla moda, non per
naturale evoluzione ma per rendersi più accettabile agli occhi dei
ragazzini scemi, l’unica maniera di affrontare il problema, per lui, era
quella di virare nella stessa direzione. E allora giù, ambizione
tecnocratica, trame chitarristiche attorcigliate al nodo cruciale della
complessità, cerimoniose, vulnerabili. Facile, ma non per me. Io
ancora reggevo muto il confronto con la musica, aspettando di
confrontarmi con la necessità, con le parole improvvisate, con
l’interpretazione del testo. Cominciavo a capire quello che stava
succedendo, ma non avevo il coraggio di crederci.
Ogni dubbio, però, sparì nella primavera del ‘91, quando
registrammo il secondo disco, Nuova sensazione freak. Le nuove
canzoni erano strane, senza respiro, costruite intorno al sacro concetto
dell’evoluzione tecnica. Sembrava che per qualche oscura ragione
dettata dall’opportunismo il gruppo fosse stato costretto a “migliorare”
la sua proposta, arrampicarsi su percorsi alternativi, appagare il
desiderio di novità e crescita interiore dei suoi protagonisti. Io odiavo
tutto questo. E assunsi lo stesso scorbutico atteggiamento di otto anni
prima, quando ero stato “costretto” a sporcare il lavoro dei Dictatrista
con una performance vocale ai limiti dell’indecente. Questa volta il
timbro della voce risultò pulito e lineare, ma freddo e impersonale,
completamente avulso dal contesto strumentale. Una porcheria.
Durante il mixaggio, senza consultare nessuno, presi la decisione di
occultare quella registrazione. Così, una volta tornato a casa, nascosi i
nastri in soffitta. Da lì sono usciti solo per Attitudine Mentale Positiva
Vol.2, l’ultima compilation curata da Goddam Church, con la prima
traccia in assoluto su vinile dei Marlene Kuntz e Jara Vagga (la
vecchiaia) degli Stige. E il giorno dopo, col sorriso sulle labbra e
l’aria furba dello stronzo, annunciai ai miei vecchi compagni la
terribile disgrazia di una madre folle, la mia, che trovandosi fra le
mani delle strane pizze col nastro nero aveva pensato di liberarsene
buttandole nel secchio dell’immondizia. Oh quale tormento, quale
132
indicibile sofferenza… e in aggiunta a tutto questo la mia decisione di
lasciare il gruppo, mica cazzi.
Gli Stige si sciolsero subito dopo. Alvaro rinunciò per sempre alla
musica, Shino e Peppe cercarono di continuare con i Masters Of
Metal, parodia di loro stessi e delle loro nuove manie metallare.
L’esperienza si esaurì nel giro di poche settimane, solo il tempo di
rendersi conto del baratro in cui stavano precipitando.
Chi pagò il prezzo più alto per lo scioglimento degli Stige fu Shino.
Per usare le sue stesse parole “la fine del gruppo fu un fatto
spaventoso”. Per lui fu come essersi lasciato con una donna che aveva
amato alla follia, e come spesso succede agli amanti traditi tornò ad
ubriacarsi per addormentare la coscienza e anestetizzare la sofferenza.
Gli Stige erano stati la cosa più importante della sua vita, non so se
abbia più trovato qualcosa in grado di equiparare quell’amore. “Vedi”
mi confessò un giorno, “gli Stige erano così importanti perché erano
pericolosi. Nelle cose che facevamo, dietro il rumore, c’era un grosso
bagaglio culturale, e la cultura spaventa sempre. I gruppi successivi,
invece, sono stati una pagliacciata, un insulto a quello che avevo fatto
prima. Purtroppo sono sceso a compromessi pur di continuare a
suonare. I Masters of Metal erano già ridicoli nel nome e gli Urban
Power, beh, quelli erano gli Articolo 31 dei poveri, in anticipo sui
tempi ma in tempo reale con lo squallore”.
L’esperienza con gli Urban Power finì una sera del 1992, quando
Shino salì sul palco completamente ubriaco, con un caprone disegnato
sul giubbotto e il numero 666 nero sfavillante sulla schiena. A un
tratto “la bestia” inciampò nei cavi elettrici e crollò fra il pubblico. Il
giorno dopo regalò tutta la sua strumentazione. Il sogno era finito per
sempre. Rimanere giovane in eterno, impossibile.

133
AFFLUENTE

Finita l’esperienza negli Stige mi ritrovai a trent’anni con lo spirito


di un giocatore stanco che chiede la sostituzione a bordo campo. Non
riuscivo a fare niente. Sputavo tutto il giorno, aspettavo con le mani
sui fianchi e sospiravo. La testa mi girava, anche le labbra mi
tremavano.
Dopo cento seghe il bambino che mi porto dentro sedette sul letto
accanto a me e mi fissò con serietà. “Sono pronto a scommettere
quello che vuoi” mi disse, “che in quella tua stupida testa c’è qualcosa
che neanche tu sai cos’è. Beh, vai avanti, non ti preoccupare.
Ricordati dell’eccitazione dei viaggi, degli amici dappertutto, dei treni
e dell’andare e venire. Sai cosa provo per quello che fai, sai che mi
piace, e sai che io prego per te”. Non potevo crederci. Stavo
scoppiando per l’indignazione e avevo una voglia matta di andarmene
dalla camera sbattendo la porta. M’immaginai mentre lo facevo,
orgoglioso di rabbia, la fronte corrugata da un cipiglio astioso. “Ah”
sospirai improvvisamente con disgusto, “e chi lo sa? Chi lo sa cosa
sarebbe di me senza l’eccitazione dello sguardo sanguigno? Senza le
pagine bianche da riempire? Senza la necessità di riempirle?”
Così m’incamminai verso la città con una velocità spaventosa, alla
ricerca dei piccoli bastardi che avrebbero suonato negli Affluente.
Avevo scelto il nome del gruppo leggendo Anatomia della distruttività
umana di Erich Fromm. Discutendo della penuria economica fra i
cacciatori primitivi e degli attuali parametri di povertà, Fromm era
giunto alla conclusione che per “affluente” doveva intendersi un tipo
di società in cui venivano facilmente soddisfatti tutti i bisogni. Era un
concetto puramente speculativo, ma soddisfaceva appieno il mio
“momento sociologico”. Per tutta una serie di motivi che affondavano
la loro origine nel mito del progresso, si preferiva credere che la
splendida condizione del soddisfacimento dei bisogni fosse una
135
conquista esclusiva della civiltà industriale, ma non era così. Sotto
questo aspetto la società dei cacciatori-raccoglitori di cibo, e perfino
di molti gruppi marginali sfuggiti all’etnografia, era stata di gran
lunga più efficace. D’altro canto le cose erano sempre andate nello
stesso modo. Per soddisfare facilmente i desideri erano sempre esistite
due possibilità, produrre molto o desiderare poco, e vi erano sempre
state, di conseguenza, due strade diverse per raggiungere la prosperità.
Questo concetto l’avrei espresso abbastanza bene nel primo pezzo del
gruppo, Società affluente. Quella della penuria, dissi, è l’ossessione
particolare di un’economia commerciale e la condizione prevedibile di
coloro che ne fanno parte. Il mercato mette infatti a disposizione una
gamma vertiginosa di prodotti, un mucchio di “cose buone” a portata
di mano, mai veramente raggiungibili, perché non si è mai abbastanza
ricchi da comprare tutto. Esistere, in una economia di mercato,
significa vivere una doppia tragedia, cominciando dall’insufficienza e
finendo nella privazione. Siamo condannati ai lavori forzati per tutta
la vita.
Ma torniamo per un attimo ai piccoli bastardi. Francesco Giaconi, il
chitarrista, era uno di quelli con un lieve accenno di alcolica
taciturnità dipinta sul volto. Niente di grave, si capisce, ma a volte
avevi l’impressione che mancasse completamente di rispetto verso il
mondo. Per educazione e senso civico era un gentiluomo, affabile e
generoso, ma se aveva problemi di stomaco era in grado di ruttare per
ore senza vergognarsene nemmeno un po’, e se in testa gli frullava un
pur minimo accenno d’incazzatura allora era perfino capace di mettere
in dubbio la verginità della madonna. Se trovavi il coraggio di
sdrammatizzare la situazione potevi chiedergli di tutto. Ad esempio:
“Frankie, caro, cos’è questo cieco furore che ti porti dentro?” E lui:
“Carlo, con tutto il rispetto, beato te che non hai capito un cazzo”.
Giorgio Olori, il bassista, era un ciccione cinico e baro. Su di lui
potrei raccontarti episodi stupefacenti, ma siccome dovrei affrontare
argomenti troppo delicati mi fermo qui. Però sia chiaro: non aveva un
briciolo di attitudine punk.
Piero Angelini, l’altro chitarrista, era il fratellino di Peppe. Era
136
cresciuto con il tremendo desiderio di mettersi in un angolo a guardare
il mondo mentre passava. A lui interessavano poche cose: la chitarra,
il computer e le ragazze. Il resto assumeva una forma indistinta.
Poteva anche andare a fuoco, tanto lui non avrebbe mosso un dito per
spegnere l’incendio.
Naturalmente Peppe provò a dare il suo solito apporto alla batteria,
ma negli ultimi tempi, cristo santo, aveva mangiato davvero troppo.
Era enormemente ingrassato. La pancia gli tracimava sul rullante,
sudava come un porco e non aveva più la velocità di una volta.
Quando scoprì che un virus di origine sconosciuta gli stava divorando
il timpano dell’orecchio sinistro abbandonò le scene definitivamente.
Al suo posto entrò in formazione Massimetto Ferranti. Con Frankie
e Giorgio aveva suonato per cinque anni nei Furious Barking, un
gruppo death metal con un mini LP all’attivo per Goddam Church e
un secondo grande disco registrato prima dello scioglimento e mai
uscito.
I tre metallari si adattarono benissimo a quello che io intendevo fare
con gli Affluente, cioè suonare nello stile dei gruppi hardcore-punk
americani dei primi anni ’80. Quella era la musica che io adoravo e
con spirito dittatoriale imposi a tutti dieci ore di ascolto forzato. I
dischi da amare erano quelli che anche mia madre, dopo un notevole
fastidio iniziale e una certa indifferenza fra il 1985 e il 1990, aveva
imparato a distinguere e a rispettare: Rock for light dei Bad Brains,
Fresh fruit for rotting vegetables dei Dead Kennedys, Group sex dei
Circle Jerks, Damaged dei Black Flag, Dehumanization dei Crucifix,
Still screaming degli Scream, Victim in pain degli Agnostic Front, In
my eyes e Out of step dei Minor Threat. Inoltre pensai che il modo
migliore per tornare nella mischia fosse registrare subito i primi pezzi
e cercare di capire se il progetto poteva andare avanti oppure no. E
così fu. I cinque episodi di Logica dominante, arricchiti o rovinati da
una mia interpretazione di Democrazia, una poesia del bambino pazzo
Arthur Rimbaud, vennero fuori in due settimane di prove disperate, e
sono forse ancora oggi quelli più arrabbiati e genuini. Costruiti con
pochi accordi, ma molto diretti e immediati, catturarono subito
137
l’attenzione di Paolo Petralia, voce dei Comrades e boss di Soa
Records, un’etichetta indipendente romana con un catalogo ormai
vastissimo e ancora attiva sulla scena.
Nell’autunno del 1992 il disco fu recensito da Maximum
Rock’n’Roll come la risposta italiana ai No For An Answer, un gruppo
americano che riscuoteva grandi consensi fra il pubblico straight edge
di quel periodo, e anche in Italia qualcuno provò ad attirare
l’attenzione su questo cerchietto di vinile colorato.
“Affluente nasce dall’esperienza degli Stige” diceva Emilio Celora
dalle pagine di Dynamo, “ovvero le radici di un veloce e chiassoso
hardcore italian-style. Molto buoni i testi in italiano, come pure
l’adattamento delle parole alla musica. Molto bravi!”
Gli faceva eco Luca Frazzi sul numero 31 di Rumore: “Ottimo
esordio degli Affluente. Sei brani di puro italian hardcore old-style,
secco, diretto ed incazzato. Verificate voi stessi”.
Il messaggio fu subito recepito. La prima stampa di 600 copie fu
infatti esaurita in poche settimane. Altre due stampe furono messe in
circolazione per esaudire le richieste più immediate, ma ben presto
Logica dominante risultò sold out nel catalogo Soa e alcuni ordini
rimasero inevasi. Oggi il disco è praticamente introvabile per vie
ufficiali, ma nel circuito dei collezionisti può essere ancora
recuperato, sebbene a prezzi indecorosi.

138
DONNA, PARA IL CULO!

A un certo punto cominciarono a crocefiggermi. Ricevevo molte


lettere, ma non tutte erano piene d’entusiasmo. C’era un sacco di
gente che voleva farmi a pezzi. La causa risiedeva in una canzone
contenuta nel disco, che un po’ incautamente avevo chiamato Donna,
para il culo! La canzone aveva un testo semplice e chiaro, ma molti
equivocarono sul significato delle parole. Prendeva spunto dal
pensiero di una coraggiosa ragazza dell’avanguardia berlinese, Lou
Salomé, inteso a caratterizzare il maschile e il femminile come entità
autonome. Nella sua filosofia si potevano enucleare i presupposti
indispensabili per la configurazione di una cultura femminile
alternativa alla “modernità”, nel segno di un rinnovato umanesimo. Il
tema concettuale del pezzo era dunque la tematizzazione della
differenza, la rivendicazione di una diversità, di due modi distinti di
autenticazione. La Salomé si opponeva insomma alla virilizzazione
delle donne, al fatto che le donne modellassero la loro immagine
secondo i valori proposti dall’uomo. E dunque mi era parso legittimo
riconoscere, nell’enfasi posta dal femminismo liberale sulla
“eguaglianza delle opportunità”, una degenerazione della potenza
femminile, il riflesso della sua divinizzazione dell’uomo.
In particolare ero rimasto colpito dalle rivendicazioni avanzate dalle
più agguerrite sostenitrici dell’emancipazione femminile, che
chiedevano a gran voce l’inserimento delle donne nell’esercito.
Dall’inizio dei tempi, pensai, la barbarie della guerra era stata una
pulsione degenerativa del carattere maschile. A questa pulsione si era
sempre opposto il primo rudimento della civiltà umana, il fascino
promanante dal principio di affermazione della vita, caratteristica
essenziale di tutte le antiche società matriarcali. La struttura
matricentrica dei villaggi neolitici dell’Anatolia, ad esempio,
consolidava la mia ipotesi di una società relativamente egualitaria,
139
senza gerarchia, sfruttamento o marcata aggressività.
Paradossalmente, sette anni dopo, il primo contingente italiano di
donne-soldato giurava la sua fedeltà allo stato a uno sputo di distanza
dal mio muso. Ancora le guardo in faccia, trecento signorine-
sissignore messe sull’attenti, “poste a tutela dei profitti della casta
industriale-militare”. Le parole di Donna, para il culo!, il concetto
della donna gendarme, diventavano improvvisamente attuali.
La possibilità di chiudere definitivamente il discorso, o almeno di
legittimare le mie osservazioni, mi fu offerta da una recensione di
Giovanni Mieli su Stampa alternativa, che considerò il testo della
canzone “una riflessione finalmente intelligente sulla condizione della
donna”. Mai avrei immaginato di dovermi cullare nella vanità per
dare un senso ai miei pensieri.

140
AGNOSTIC FRONT

Al di là di questo, e allargando lo sguardo sul mondo per deviare da


un eccessivo provincialismo, il 1993 si stava rivelando un anno molto
particolare. L’avvento del punk rock, per un seguace dell’underground
più estremo come me, non rappresentava più una di quelle utopie
“militanti” a cui dedicare una vita e in cui credere fino alla morte.
Contro tutte le aspettative, e in barba a tutte le tendenze che i primi
anni ’90 avevano indicato, c’era nell’aria questo ritorno al punk
originale. Sì, al caro vecchio punk di una volta, quello delle creste
rosse, degli sputi e delle spille da balia nelle orecchie, non quello
riverniciato e messo a nuovo dalla generazione che aveva partorito
Offspring e simili, gruppi musicalmente eccitanti e trascinanti finché
si vuole, ma fortemente edulcorati nell’atteggiamento, nell’impatto
visivo, e in definitiva poco pericolosi per il sistema.
In Inghilterra la vecchia guardia si stava riformando quasi tutta:
Exploited, Chaos UK, Lurkers, Business, G.B.H., Cock Sparrer, UK
Subs, Red Alert e decine di altre bands si stavano riorganizzando.
Dopo anni di oblio erano di nuovo incredibilmente in scena. Il Fuck
Reading Festival inglese, regolarmente ignorato dai mass media
locali, richiamò quell’anno 4000 persone, di cui gran parte ragazzini.
Cosa stava succedendo? Anni di tentativi, peraltro riusciti, di dare al
punk una veste socialmente accettabile, di togliergli quell’attitudine
“fuck and destroy” che ne aveva probabilmente decretato l’apparente
estinzione, erano stati forse spazzati via da un vento nuovo? Non
proprio. Molto più semplicemente i Green Day o i Bad Religion non
rispecchiavano in musica la rabbia dei punk da strada, quelli che al
matrimonio fra punk e pop non avevano mai creduto, gente che mal
digeriva gli intellettualismi e che dalla musica voleva soltanto energia,
divertimento e frastuono. Il punk rock come nuovo terrorismo sonoro,
insomma.
141
Eppure qualcosa di molto importante del puro spirito punk stava
cedendo. Contrariamente ai vecchi gruppi inglesi, che fuoriuscivano
dalle nebbie di un antico passato per celebrare il loro ritorno sulle
scene, c’era infatti chi annunciava la fine della propria storia dopo
anni e anni d’ininterrotta attività. Erano ad esempio gli Agnostic
Front, un mito dell’hardcore newyorchese. Animati da un’attitudine
fieramente incompromissoria e da una cruda filosofia di vita, questi
autentici teppisti, figli d’immigrati cubani e napoletani, erano riusciti a
sopravvivere nel tempo alle critiche più spietate, soprattutto
all’etichetta di band di destra, che ne aveva fortemente limitato le
potenzialità espressive. Anche per loro era dunque arrivato il
momento di salutare gli amici, quelli che li avevano accompagnati
durante il cammino e ne avevano celebrato il culto. In realtà si
sarebbero riformati due anni dopo, ma chi poteva immaginarlo?
Sembravano finiti per sempre. Io volevo vederli sul palco per l’ultima
volta, così telefonai all’agenzia che stava organizzando i loro concerti
in Italia.
La situazione era ancora molto confusa. Le date di Roma e Bologna
erano già state fissate, ma per ammortizzare le spese del tour stavano
cercando di metter su almeno un’altra serata. Purtroppo sembrava che
nessuno avesse intenzione di far suonare dei fascisti. Quando mi
chiesero se per caso potevo risolvere il problema, risposi che sì,
naturalmente, perché la possibilità di far suonare gli Agnostic Front a
casa mia mi eccitava sensibilmente.
In pochi giorni riuscii ad organizzare tutto. Un piccolo club, Le
zanne, si dichiarò disponibile ad ospitare l’evento. I ragazzi che lo
gestivano non avevano la minima idea di chi fossero gli Agnostic
Front, ma accettarono di buon grado di mettere a disposizione il loro
impianto e la loro birra.
Per pubblicizzare il concerto preparai una locandina che incollai sui
muri di mezza città. La foto del cantante, Roger Miret, risaltava con la
sua aria da teppista e i suoi tatuaggi enormi sullo sfondo fluorescente
del foglio. La cosa mi sembrò ben riuscita, ma non entusiasmò la
polizia. Due giorni dopo fui convocato in questura dalla Digos. Gli
142
agenti avevano occhi di fuoco e schiumavano rabbia dalla bocca.
Quello che sembrava essere il capo, un giovanotto sui trent’anni
pervaso da un lacrimoso sentimento di commiserazione, mi fissò per
un istante con l’aria di chi crede di saperla lunga. Fu il preludio a due
ore fitte di domande, una sorta di procedimento inquisitorio. Non so se
fui esauriente nelle risposte o semplicemente rassicurante, comunque
mi lasciarono andare. Ero felice, sghignazzavo come un pazzo, così
lanciai al cielo il mio esultante sentimento di gioia e realizzazione. Era
terribilmente eccitante sapere che la polizia aveva finalmente del
lavoro nel mio buco di città.
La mattina del 20 gennaio mi svegliai esausto dopo una notte
insonne. Andai a lavorare con la mente già proiettata al concerto e
come spesso succede in questi casi il tempo passò molto lentamente.
Quando raggiunsi gli Agnostic Front erano già le sette della sera.
Trovai Roger Miret che leggeva Al di là del bene e del male disteso
sul pavimento. Era talmente immerso nella lettura che avresti potuto
dargli un calcio nel culo senza che se ne accorgesse. Vinnie Stigma, il
chitarrista, stava rispondendo alle domande di un giornalista, qualcosa
del tipo: “non dire cazzate, amico, niente cazzate, va bene? Chi ci
conosce sa che siamo antirazzisti, sa cosa veramente pensiamo dei
fascisti. Mio figlio è mezzo cinese, mia moglie è cinese. Roger è
cubano e sua figlia è mezza ebrea. Che cazzo di fascisti saremmo? Noi
siamo semplicemente una street band, va bene? Siamo sicuramente
contro il sistema. Puoi scriverlo: ogni governo del mondo è corrotto,
amministrato da gente ricca che se ne frega dei poveri. Il sistema
scolastico americano è corrotto e tutto ciò che riguarda la storia
americana è una grossa bugia”.
I primi a salire sul palco furono i Madball. Il loro cantante era il
fratellino di Roger, un invasato che saltava come una molla e
vomitava lava incandescente. Quando cominciarono a suonare ero
ancora all’ingresso a vendere biglietti. Aprii le porte e rinunciai a una
parte dell’incasso. La voglia di gettarmi nella mischia e godermi lo
spettacolo era troppo forte.
Quando fu la volta degli Agnostic Front il posto esplose. Penso che
143
iniziarono con Society suker, una frustata d’energia che incendiò il
cuore di tutti, ma continuarono ad essere meravigliosi per l’intero
concerto. La gente conosceva i loro pezzi a memoria e li cantava
insieme a Roger: Victim in pain, Your mistake, Liberty and justice,
Power, Public assistance, Crucified, United and strong… Non erano
canzoni, erano frammenti irreali provenienti da un pianeta
sconosciuto, brevi scariche di incredibile intensità. Non avevo mai
visto nessuno suonare con quella energia, sembrava che stessero
cercando di rompersi in pezzi con la propria musica. Fu una delle cose
più potenti a cui abbia mai assistito.
Dopo il concerto accompagnai il gruppo all’albergo. Avevo
prenotato delle camere in una pensione scalcinata nella parte vecchia
della città. Salutai questi ragazzi mentre salivano nelle loro stanze e
m’incamminai a piedi verso casa. Erano le due di notte, avevo cinque
chilometri di strada da fare e iniziai a sentirmi depresso. E’ sempre
stato così, ho sempre sofferto le lunghe passeggiate Quando cammini
l’unica cosa che puoi fare è pensare, e se hai la sfortuna di avere un
cervello che funziona il pensiero è qualcosa che può farti davvero del
male. D’altro canto la realtà non si può mai nascondere, e in quel
momento era tutto così semplice, così semplice… Gli Agnostic Front
erano ragazzi che stavano cercando di fare qualcosa con le loro vite.
Non avevano uno stipendio fisso e vivevano come cani, ma stavano
godendosi la vita molto più di me. Io avevo uno stipendio e dei
risparmi in banca, ma avevo anche un lavoro che mi incatenava.
Dovevo essere lì tutto il tempo, spaccar pietre dalla mattina alla sera,
vedere le stesse strade e le stesse persone ogni giorno. Il mio lavoro
copriva la maggior parte delle ore in cui ero sveglio. Dopo quella sera
capii che c’era molto più da fare e da vedere, ma che non avrei avuto
il coraggio di farlo. Mentre camminavo verso casa la mia vita diventò
insignificante. Ebbi un attacco di panico a basso livello. Vidi la mia
esistenza dipanarsi di fronte a me: stessa città, stessa gente, stesso
tutto. Per un attimo pensai che la vita mi avesse legato e mi stesse
picchiando.

144
UFO DIKTATORZ

Di lì a poco Massimetto lasciò la band. Sapeva che avevo una voglia


pazza di fare concerti, che avrei preteso il massimo in ogni occasione,
che il gruppo doveva venire prima di ogni altra cosa. Lui non era per
niente entusiasta di questa prospettiva. Prima ancora che certe
contraddizioni esplodessero, fece un sorriso e se ne andò. Ora il
problema era che in giro non si trovavano batteristi in grado di
suonare hardcore-punk. La mia depressione aumentò fino a farmi
sfiorare la paranoia. Più il tempo passava più mi lasciavo prendere
dallo scoramento. Sembrava che avessi smarrito la direzione e il
controllo della mia vita.
Una sera ero alle Zanne a bermi una birra. Dovevano suonare gli
Ufo Diktatorz. Io non li avevo mai sentiti, ma girava voce che il loro
primo EP, Kastrat Guitar, avesse conquistato il numero uno nella
classifica mensile di Maximum Rock’n’Roll. Con una certa sorpresa
scoprii che il cantante era Pierpaolo De Iulis. Dieci anni prima,
quando era ancora un ragazzino, aveva collaborato con me in Danza
Selvaggia, una fanzine dedicata ai gruppi hardcore italiani. Non lo
rivedevo da quel tempo, quando si era trasferito a Roma per
frequentare l’Università.
Nel frattempo era diventato un guru del punk. Aveva messo su
un’etichetta, la Rave Up Records, e aveva cominciato a sfornare dischi
a getto continuo. Produceva in gran parte gruppi punk rock degli anni
’70. Recuperava le vecchie registrazioni di un tempo e le stampava su
vinile. Era quasi un miracolo, su Rave Up potevi trovare i gruppi più
oscuri dell’underground mondiale: The Vectors, Los Reactors, Tazers,
Grim Clone Band, The Contenders, The Backstabbers, The
Penetrators, Dry Heaves, Nervebreakers, The Genaral Foodz, Skunks,
Dennis Most and the Instigators, Injections, Chainsaw, Village
Pistols, The Products, The Transplants e tanti altri ancora.
145
In un impeto d’entusiasmo aveva anche formato questi Ufo
Diktatorz. Il detonatore che aveva acceso la miccia, mi disse, era stata
la raccolta Feel Lucky Punk, una compilation che raccoglieva
grezzissime e misconosciute bands americane e australiane della
primissima ondata punk. Un po’ come le raccolte Pebbles o Back from
the Grave, che avevano avuto il merito di far luce sulle migliaia di
gruppi garage minori, Feel Lucky Punk aveva annunciato la riscoperta
e la rilettura del punk rock marginale. Fondamentalmente, per chi
come lui aveva sempre amato il suono sporco di certe bands degli anni
’60, non era stato poi così difficile indirizzare gli Ufo Diktatorz verso
un suono più distorto e più veloce. Insomma in pochi mesi la
mappatura del nuovo mondo era stata compiuta, i riferimenti si erano
spostati di un decennio… dai Sonics ai Crime, dai Count V ai
Pagans… stessa roba, stesso sporco rock’n’roll.
Il loro primo concerto, praticamente strumentale a causa di un pogo
distruttivo, lo avevano fatto in un locale a Trastevere. A seguire
avevano suonato in vari centri sociali e feste private. In repertorio
avevano molte covers e pochi pezzi originali, era un po’ l’eredità del
passato “garagista” che giustamente non volevano recidere.
I componenti del gruppo erano quasi tutti ascolani. Fabio Fabiani era
stato il cantante dei Superflui, Lorenzo Paolini me lo ricordavo da
bambino (era stato suo fratello a farmi conoscere i Bad Brains),
Daniele D’Ottavio aveva suonato la batteria nei Dictatrista quando io
e Peppe ne eravamo usciti. L’ultimo ad entrare nel gruppo era stato il
chitarrista, Antonello Rendina, un junkie foggiano che di solito saliva
sul palco in giarrettiere e tacchi a spillo. Il suo innesto aveva dato al
gruppo una levatura tecnica decisamente maggiore rispetto allo
standard precedente. Il suo carattere caotico e creativo aveva
trasmesso ai loro brani caratteristiche particolari, ma nel contempo
aveva anche aumentato la vena dissacratoria, provocatoria e nichilista
del gruppo. In breve si erano fatti un sacco di nemici. In alcuni
ambienti la situazione era diventata davvero pesante. Al Forte
Prenestino non potevano più farsi vedere, l’ultima volta Antonello
aveva rimediato una bottigliata fra i denti. Pierpaolo era stato anche
146
allontanato dai microfoni di Radio Onda Rossa, dove conduceva un
programma settimanale intitolato “I hate music”.
Quella sera il loro concerto finì con una rissa gigantesca. Sul palco
volò di tutto. Una sedia aprì la testa di una ragazza, gli strumenti
furono completamente distrutti. Non mi piaceva vedere la gente farsi
male, ma l’energia che trasudava dalla musica degli Ufo era qualcosa
di viscerale, aveva il potere di farti capire che il punk era prima di
tutto oltraggio.
Il giorno dopo ero così eccitato che pesavo tre chili in meno e avevo
l’aria stralunata. Molti avranno anche pensato che ero sotto l’effetto di
qualche droga, ma ti giuro che la mia faccia era sfigurata solo dalla
tensione.
L’avrai capito, ero alla ricerca di un batterista, e alla fine saltò fuori
questo spilungone dall’andatura ciondolante, con una leggera balbuzie
nella voce e un tic nervoso che gli deformava la faccia. Si chiamava
Pierpaolo Sita, era innamorato dei Ramones, e alla batteria sembrava
un dio.
Ancora qualche giorno e un ragazzino di nome Massimo Leonardi
mi telefonò da Viterbo per farci suonare a Valle Faul. Pierpaolo mise
a disposizione il suo furgone per il viaggio. Guidò spostandosi
continuamente verso il centro della carreggiata, dove si poteva andare
più veloci e sentire l’ebbrezza del rischio. Per una volta ebbi
l’impressione di aver trovato la persona giusta

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CAZZI MOSCI E ALTRE STORIE

Il centro sociale Valle Faul era una specie di grande cantina, con il
pavimento sterrato e l’aria irrespirabile. Sorgeva in un’area pubblica
degradata, non molto lontano dalla cinta muraria e dalle torri
fortificate, ed era stato occupato nel 1993. E’ ancora attivo. In tutti
questi anni ha organizzato corsi di studio, cicli di lettura dedicati ai
grandi autori della letteratura, iniziative contro la schiavitù, training di
formazione alla non-violenza. Nondimeno è stato al centro di inchieste
giudiziarie per l’attività “sovversiva” di alcuni suoi componenti, ma il
potere reticolare e invasivo della democrazia, si sa, costruisce di volta
in volta le palizzate del fortino occidentale, manipola l’informazione,
utilizza le armi del terrorismo psicologico per colpire chi lo combatte
con le risorse realmente sovversive dell’intelligenza e del libero
pensiero. Niente di nuovo sotto il sole, è vero, ma se ci penso mi
spavento un po’.
Arrivammo a Viterbo nel tardo pomeriggio. Il nostro entusiasmo era
palpabile, sembravamo dei bambini piccoli. Era il nostro primo
concerto e le mani ci formicolavano per l’eccitazione. Eravamo come
attraversati dalla corrente elettrica, pronti a scaricare sul palco tutta
l’energia accumulata nei giorni precedenti.
Parcheggiammo il furgone nell’area antistante. Era una bella
giornata di sole e l’aria profumava di terra. Scendemmo dal furgone
con un salto, lanciando piccoli gridi e ridacchiando. Ancora non
potevamo immaginare la delusione che ci avrebbe investito di lì a
poco. Dopo un primo scambio di battute con gli occupanti, fu come se
il tetto dell’edificio ci crollasse addosso. Là dentro nessuno sapeva
niente degli Affluente. Quella sera in programma c’era un concerto
dei Cavalla Cavalla, un gruppo elettronico di Bologna.
Chiamai subito Massimo Leonardi, ma il telefono squillò a vuoto.
Che imbecille, pensai, ci aveva fatto fare tutti quei chilometri per
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niente. E adesso era scomparso. Avrei voluto strozzarlo.
Lasciai Franckie a bestemmiare intorno al furgone e mi avvicinai al
ragazzo che dava l’impressione di occuparsi dei concerti. Era un tipo
basso e robusto, con la testa rasata e una tuta da metalmeccanico.
Cercai di farmi spiegare tutta la faccenda, ma non venni a capo di
niente. Massimo Leonardi, mi disse, a Valle Faul si vedeva poche
volte. Aveva idee troppo radicali, non era ben visto da nessuno.
Comunque non avrebbe mai potuto organizzare il nostro concerto
senza prima confrontarsi con la realtà dell’occupazione, e sicuramente
non l’aveva fatto. Insomma ci aveva fregato, solo che adesso il prezzo
dovevamo pagarlo noi. Lui era sparito, e chissà quando saremmo
riusciti a mettergli le mani addosso.
Con un po’ di fatica riuscii a mettermi d’accordo con il ragazzo
pelato. Avremmo suonato senza rimborso dopo i Cavalla Cavalla. Ad
ascoltarci sarebbero rimasti in pochi, ma almeno non saremmo tornati
subito a casa con la coda fra le gambe.
Tornai al furgone con un sorriso forzato. Dissi a Frankie di stare
tranquillo, avremmo suonato e spaccato il culo a tutti quegli stronzi. Il
rimborso ce lo avrebbero spedito con un vaglia postale qualche giorno
dopo. Naturalmente non era vero, stavo pagando di tasca mia pur di
far suonare il gruppo quella sera.
I Cavalla Cavalla salirono sul palco verso le dieci. Erano dei tamarri
vestiti con pantaloni di cuoio e giubbetti da cow-boy con le frange. Il
cantante balbettava slogan rivoluzionari che inneggiavano alla lotta
armata. Dava l’impressione di stringere nel pugno una pistola, ma era
solo la sua piccola mano tremebonda, con l’indice e il medio puntati
verso il pubblico.
Dopo le prime note i loro fans cominciarono a percuotere dei fusti di
lamiera arrugginita. Li facevano rotolare sul pavimento e li battevano
con dei bastoni di legno. Ben presto si alzò un gran polverone e l’aria
diventò irrespirabile. Stavo per uscire all’aperto quando il cantante
attirò nuovamente la mia attenzione. Mi chiesi se lo stava facendo
veramente. Mi risposi che si, si stava veramente calando giù i
pantaloni. Mostrava il cazzo al pubblico e si grattava i coglioni. Era un
150
cazzetto moscio che non avrebbe avuto un’erezione nemmeno a
sparargli col cannone.
L’esibizione andò avanti per più di un’ora. Il pubblico era
entusiasta, ma io non riuscivo a capire cosa ci fosse di buono in quel
ruminare di frasi scontate e cazzetti gratis sbattuti in bocca alla gente.
Solo dopo mezzanotte riuscimmo a caricare i nostri amplificatori sul
palco. Non ci volle molto per metterci a posto. Eravamo talmente
incazzati che il rumore cominciò a sommergere tutto appena
vomitammo i primi accordi sul pubblico. Ad ascoltarci erano rimasti
in dieci, ma erano dieci canaglie per bene. Si colpivano a vicenda
facendo la faccia feroce e gridando come selvaggi. Un ragazzetto alto
mezza sega sembrava scosso dagli elettrodi e si spaccava in tante
piccole parti per i salti. A un tratto me lo ritrovai sul palco. Fu un
attimo. Mi rubò il microfono e cominciò a cantare al mio posto. Non
potevo crederci, conosceva i testi delle canzoni a memoria.
Probabilmente era uno di quelli che avevano amato Logica dominante
fino allo sfinimento. Cantai insieme a lui le ultime strofe di Legge dei
ricchi e lo abbracciai, poi la mia vanità prese il sopravvento e ritornai
a concentrarmi su di me. Quando finimmo di suonare cercai di
rintracciarlo. Per l’eccitazione mi aveva riempito di pugni. Avevo le
costole a pezzi e la faccia piena di lividi. Avrei voluto restituirgli a
sangue freddo un po’ dei suoi colpi, ma i suoi occhi scintillanti e la
sua fronte sudata sembravano essere stati inghiottiti dal buio della
notte.

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SLAPSHOT

A Pasqua organizzai un concerto degli Slapshot alle Zanne. Gli


Slapshot erano un gruppo storico della east coast americana, e
avevano al loro attivo uno dei dischi più ascoltati degli ultimi dieci
anni: Back on the map. La mia curiosità era tutta rivolta verso Choke,
il loro cantante. Le leggende narravano di un cattivissimo gigante
fascista che se ne andava in giro per le strade di Boston a spaccare
teste con una mazza da baseball. Per tanti anni aveva indossato la
stessa t-shirt bianca con una scritta molto eloquente sul davanti:
“Boston, la città dove gli uomini sono uomini e la carne è rossa”. Poi,
come fulminato da un’improvvisa rivelazione, aveva cominciato a
prendere la vita con più filosofia. Aveva disteso i muscoli della faccia,
imparato ad ascoltare tutti con attenzione e perfino a sorridere qualche
volta. Non l’avesse mai fatto. I suoi vecchi fans avevano cominciato a
prenderlo in giro in maniera feroce, facendo girare la notizia che fosse
diventato una checca isterica e un ebreo militante. In realtà era solo
diventato un parrucchiere per signore, ma per i punk di Boston
significava più o meno la stessa cosa. Di tutto questo a lui non
importava gran che. Se la gente diceva che era un porco fascista era
pronto a difendere la sua integrità e a menare le mani, ma se qualcuno
si divertiva a dirgli che era un finocchio, allora scrollava le spalle con
indifferenza e cambiava strada.
Il giorno del concerto la sala ribolliva di gente come nelle migliori
occasioni. Io, curiosamente, ho ancora nella mente questa immagine di
Choke mentre apre la porta del bagno, con quell’espressione
disgustata che si disegna sulla sua faccia. Il pavimento era così pieno
di piscio che in quel momento non poteva fare a meno di convergere
in grosse ondate verso le sue gambe. Quando i liquami schiumosi e
giallognoli lo investirono, gorgheggiando nelle sue scarpe, una grossa
vena piena di rabbia gli gonfiò la fronte. Fu come se in quel preciso
153
istante disegnasse un confine immaginario fra sé e gli altri. Cominciò
a bestemmiare e a maledire tutti i fottuti italiani assembrati in quel
posto. Punk rock, gridava, bella roba.
Poi sul palco si vendicò. Fu straordinariamente energico. Urlò come
una bestia, e anche il gruppo sparò forte la sua musica in faccia alla
gente. Credimi, non sembrava musica, era piuttosto una lama ben
affilata che lacerava la carne in profondità. Non potevi nemmeno
sperare che qualcuno si muovesse a pietà e lasciasse cicatrizzare le tue
ferite. Eri completamente investito dal rumore e dalla rabbia. E’ così
che dovrebbe essere sempre… Mi ubriacai e me ne tornai a casa
felice.

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L’ ANNO DEGLI AFFLUENTE

Il 1994 fu l’anno degli Affluente. A primavera uscì un disco diviso a


metà con i Monkeys Factory di Latina. Fu prodotto dalla Fabbrica
Bulloni di Cagliari, un’etichetta che aveva appena dato alle stampe
una compilation con i migliori gruppi punk e hardcore italiani di
quegli anni. Per motivi che non sono mai riuscito a capire il disco fu
distribuito malissimo. In Sardegna potevi trovarlo dappertutto ma nel
resto del mondo era una specie di leggenda di cui facevi fatica a
rintracciare l’origine. Due anni dopo avremmo deciso di registrare di
nuovo i pezzi migliori dello split per inserirli in Veri suoni della
libertà, il lavoro più ambizioso e musicalmente importante degli
Affluente.
Fra un concerto e l’altro trovammo anche il tempo di registrare i
pezzi per un nuovo disco. Ci furono “commissionati” da un ragazzo
che aveva messo su una nuova etichetta, la Applequince. Al telefono
mi era sembrato entusiasta del gruppo e abbastanza sincero per
meritarsi la mia attenzione. Così registrammo Moltitudine suina in un
giorno. Il disco uscì in mille copie nei primi mesi dell’anno seguente,
e ancora oggi è il disco più venduto degli Affluente. Fu ristampato tre
volte con copertine differenti, ed è rimasto così a lungo nella testa
della gente che ad ogni concerto dobbiamo suonare canzoni come Su
la testa, Forza Italia e L’Italia ai negri. Appena proviamo a
“dimenticarle” qualcuno salta sul palco e non se ne va fino a quando
non le suoniamo. La sorpresa più grande fu scoprire chi era il
factotum della Applequince. Ci incontrammo a Roma per un concerto
degli Affluente. Quando ci abbracciammo lui mi offrì gli stessi occhi
scintillanti del ragazzo che aveva cantato insieme a me a Valle Faul. E
quando gli chiesi il nome, quasi si vergognava a dirmelo. Era
Massimo Leonardi. Sul momento ebbi un impeto di rabbia che quasi
gli costava la faccia, ma alla fine tutto finì con una pacca sulle spalle.
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Qualche giorno dopo ricevetti una lettera veramente sorprendente.
Rimasi talmente sbalordito dal suo contenuto che dovetti deglutire
almeno dieci volte mentre la leggevo. Il ragazzo che l’aveva scritta era
un seminarista sardo. Aveva diciotto anni e voleva fare il prete. Gli
piaceva l’attitudine punk e anche la musica hardcore, ma questo per
lui non era un problema.
Aveva trovato Moltitudine suina in un negozio di Cagliari e il suo
primo impulso era stato quello di comprarlo. La nostra musica gli
piaceva, era un fan degli Affluente. Poi gli era balzato agli occhi il
primo pezzo del disco. Si chiamava Rinneghiamo dio, e il testo era
molto diretto: “E’ la paura che suscita l’idea dell’esistenza di un dio e
delle religioni. Religioni del terrore, rafforzate e rese stabili dalla
formazione di caste sacerdotali”. E ancora più avanti: “Le religioni
distruggono le menti, uccidono la verità e la ragione, riducono i
popoli all’imbecillità, condizione essenziale della loro schiavitù”.
Povero ragazzo, non riusciva a crederci, gli veniva da piangere. La
sua lunga lettera era piena di meraviglia e cupa tristezza. “Ho preso e
rimesso al suo posto il disco un migliaio di volte” diceva. Aveva paura
che qualcuno frugasse fra le sue cose. Per un giovane prete non c’era
niente di peggio.
Alla fine si era fatto coraggio e l’aveva comprato, però non riusciva
a capire perché affrontassi l’argomento religioso in una maniera così
dura. Era talmente colpito dalla mia intolleranza che era seriamente
intenzionato a incontrarmi per discuterne faccia a faccia.
Naturalmente non gli ho mai risposto, non per vigliaccheria ma perché
sarebbe stato perfettamente inutile. Avrei dovuto dirgli quello che
pensavo, e cioè che il volgare ciarlatanesimo e l’impudente menzogna
erano alla base di tutti i culti, e che fra tutte le malattie mentali che
l’uomo si era posto sistematicamente nel cervello la peste religiosa era
la più orribile, in quanto mostruosamente dannosa per le capacità
intellettuali umane. Insomma avremmo finito col parlare due lingue
diverse, incompatibili fra di loro e destinate a non incontrarsi mai. Lui
forse oggi fa il prete per davvero, magari va anche ai concerti con il
156
colletto bianco appiccicato al collo. Me lo immagino mentre raccoglie
intorno a sé i ragazzi con la bandana in testa e le camicie a scacchi
sbrindellate, mentre racconta di quando Gesù andava vestito come
loro e scriveva bei testi punk, politicamente impegnati, e di come il
potere l’avesse ucciso per tacitare la rivolta. Beh, è tutta una stronzata.
Non ho mai avuto voglia di sentirmi raccontare la favola di un Gesù
rivoluzionario. Non ho mai creduto a Gesù. Sono intollerante verso
tutte le religioni, sono tutte stupidaggini di cui possiamo fare a meno.
Ciò di cui abbiamo veramente bisogno è una coscienza
dell’egualitarismo. Di uno spirito illuminato, razionale, perfettamente
umano. Nemico pubblico di tutte le religioni.

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DALLA DREAM MACHINE A VERI SUONI DELLA
LIBERTA’

Pierpaolo ci lasciò senza preavviso dopo la registrazione di


Moltitudine suina. Aveva la nausea, voleva staccare la spina, non
pensare a niente per almeno un paio d’anni. In pratica eravamo di
nuovo sulla strada.
Come se non bastasse la situazione si complicò ancora di più. Una
notte una banda di fottuti stronzi sfondò la porta della sala prove e ci
rubò gli strumenti. Sembrava il colpo definitivo, quello che ti fa
mancare il fiato e ti stende al tappeto, ma non so perché ci venne solo
una voglia immensa di ricominciare daccapo. Ricomprammo gli
strumenti, e nel giro di una settimana trovammo anche un batterista
per un concerto ad Avellino, un ragazzino metallaro che suonava la
cassa con due sacchetti di sabbia attaccati ai polpacci. L’esperienza
non lo entusiasmò. Non era abituato alle atmosfere dei centri sociali
occupati, alla gente che premeva da tutte le parti, agli ubriachi che ti
rompevano il cazzo e agli sbandati. Dopo il concerto dormì accanto
alla batteria per paura che gliela rubassero e la mattina dopo era già
lontano dagli Affluente. Noi dormimmo invece sul pavimento di una
stanza, raggomitolati nelle coperte. Eravamo ancora allucinati da una
seduta alla Dream Machine, un aggeggio che proiettava luci a
intermittenza.
Per certi versi era una macchina sorprendente. Era stata inventata nel
1959 da Brion Gysin, un ottico-artista poi espulso dall’ambiente dei
surrealisti. Gysin aveva portato in America il metodo del cut-up,
adoperandolo come pratica di alterazione della visione. Secondo la sua
teoria, le brillanti visioni interiori prodotte dalla macchina erano un
mezzo per viaggiare nella geometria della mente. La cosa sembrava
interessante. Così ci eravamo sparati quindici minuti di luci
psichedeliche dopo il concerto, rimanendone leggermente allucinati.
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La mattina dopo eravamo già pronti per una nuova avventura.
Organizzammo un nuovo concerto degli Slapshot al Roller disco.
Quella sera suonarono anche i californiani Ignite e i tedeschi
Growing Movement. I primi avevano in formazione ex componenti
dei gloriosi Uniform Choice e dei No For An Answer. Erano molto
bravi, con un cantante dal vocione potente e una base ritmica che non
perdeva un colpo. Certo, non erano propriamente impegnati nella
difesa dei diritti civili. Bevevano coca cola e facevano i fotomodelli,
ma ascoltandoli i miei pregiudizi scomparvero come per incanto.
I Growing Movement furono invece una sorpresa. Non li avevo mai
sentiti, non li conoscevo nemmeno di nome, ma mi bastò vederli
quella volta per non dimenticarli mai più. Il cantante era un animale.
A un tratto si tolse la t-shirt che indossava e si strizzò in bocca due
litri di sudore. Bevve tutto d’un fiato, con un’avidità impressionante.
Poi continuò il concerto più incazzato di prima.
A loro volta gli Slapshot chiusero degnamente la serata. Choke
cercò di coinvolgere il pubblico offrendo il microfono per i cori, ma
dovette arrendersi quasi subito, perché decine di persone invasero il
palco e sequestrarono il gruppo.
Pochi mesi più tardi fu la volta dei Business, uno dei gruppi storici
dell’oi punk inglese. Per la verità io mi aspettavo i G.B.H., ma
all’ultimo momento qualcosa era andato storto e il loro tour era stato
annullato.
Al danno si era aggiunta la beffa. Senza nemmeno avvisarmi l’agenzia
li aveva sostituiti con i Business, e sai quale fu la cosa peggiore? Non
potevo mica star lì a dire che certe cose andavano decise insieme,
insomma a reclamare più democrazia, perché vedi, la democrazia non
fa per me. Come dicevo in quella canzone? La democrazia è il marcio
sistema della classe di dio, la classe dei ricchi. Il potere è nelle mani
di chi lo può comprare, ma le mani del popolo sono sempre vuote.
Così niente G.B.H., dannazione, ma solo degli alcolizzati sfatti che
chiedevano tonnellate di birra in continuazione e urlavano bestemmie
in un idioma strascicato. I Business erano quelli, facevano parte di
quel tipo di gruppi che a torto o a ragione erano considerati molto
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orientati a destra. Di sicuro non mi appartenevano per cultura, e
nemmeno mi piacevano musicalmente. Per assurdo correvo perfino il
rischio di riempire la sala con centinaia di skinheads provenienti dalla
Slovenia. Fortunatamente le cose andarono meglio del previsto. I
Lurkers, un’altra storica punk band inglese, aprirono la serata con un
pugno di vecchi pezzi ormai usciti dai ricordi della gente. C’erano
New guitar in town, Just thirteen, e qualche altro raro esempio di un
certo successo, come la cover degli Sham 69, If the kids are united.
I Business si limitarono a reggersi in piedi e a far cantare i loro fans,
giunti da tutta l’Italia centrale per dare il loro contributo alla buona
riuscita della serata.
Questo fu l’ultimo concerto che organizzai mentre ero ancora
impegnato negli Affluente. Ormai la spinta ideale si stava
affievolendo, cascavo a pezzi dalla stanchezza, forse stavo solo
cercando un pretesto per uscire di scena definitivamente.
L’occasione mi si presentò nel giugno 1996. Avevo passato l’ultimo
anno ad andare su e giù per l’Italia con il gruppo, era stato
massacrante e per la prima volta nella mia vita avevo voglia di lasciar
perdere. Questo succedeva proprio nel momento migliore degli
Affluente. La formazione aveva trovato una sua stabilità con
l’ingresso di Sebastiano Massetti alla batteria, un ragazzo che
alternava alcuni momenti brillanti a periodi di assoluto mutismo. Non
nel senso che si rifiutasse di parlare o cose del genere, solo che in certi
momenti non si riusciva a capire assolutamente niente di quello che
diceva. Dalla sua bocca uscivano suoni brevi e acuti, la sua voce era
più simile allo squittio di un topo piuttosto che al timbro vocale di un
essere umano. Mi faceva impazzire. In quanto a quel periodo, dicevo,
avevo la testa pesante e volevo smettere. Però c’erano pur sempre i
pezzi nuovi che mi piacevano un casino, e insieme al gruppo avevo
una voglia pazza di spararli in sala d’incisione.
Così registrammo T.S.O.L-Veri suoni della libertà in tre giorni
quella stessa estate, con un’ultima sofferta prova di prosa spontanea
durante la stesura dei testi. L’intento era quello di far uscire il disco
per un’etichetta importante, tipo Profane Existence o Lookout, ma le
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cose non andarono come previsto. I contatti si protrassero per un
mucchio di tempo senza mai concretizzarsi. A un certo punto
sembrava che non ci fosse più la possibilità di farlo uscire. Io avevo
già deciso di dedicarmi a tempo pieno al mio nuovo lavoro (avevo
lasciato il mio posto in fabbrica per aprire un negozio di videogiochi),
e nessuno degli altri aveva intenzione di spendere soldi per stamparlo.
Lasciai gli Affluente nell’estate del 1998. Per festeggiare i miei
sedici anni di attività organizzai un concerto dei brasiliani Ratos de
Porao al centro sociale di Via delle Terme. Fu veramente una gran
bella cosa. Gordo, l’immenso cantante dei Ratos, ebbe seri problemi
per entrare dalla stretta porta principale. Tentò più volte d’infilare la
sua enorme mole nel portoncino d’ingresso, ma era proprio
impossibile. In breve nacque un comitato spontaneo per trovare una
soluzione. Dopo un sacco di tentativi inutili riuscimmo ad infilare
Gordo di traverso attraverso la porta. Lui trattenne il fiato e scoreggiò
per la fatica. Fu così che il comitato riuscì a spingerlo dentro,
lanciando un lungo hurrà per la riuscita dell’impresa.
Fu molto bello vedere Gordo in concerto quella sera, mentre
investiva il pubblico con onde d’urto terrificanti che avevano il potere
di spiaccicare la gente alle pareti e di convertire il mondo al crudo
impatto dell’hardcore.
Gli Affluente continuarono la loro attività in maniera molto intensa
fino a tutto il 2002. Il mio sostituto, Ciccio Sabatucci, era stato per
tanti anni un fan del gruppo. Conosceva i pezzi a memoria, sapeva
come cantarli, e non gli ci volle molto per entrare in sintonia col
pubblico durante i concerti. Io rimasi neutrale per un po’, poi trovai il
modo di concentrarmi nuovamente sul disco e di farlo uscire per
Goddam Church nella primavera del 2000. Le recensioni furono
ovunque entusiastiche. Scrisse Roberto Liuzzi sul numero 18 di
Contro-antagonismo musikulturale:
“C’era una volta un master che per varie traversie rischiava di
stagnare nel cassetto, dove giaceva dal 1997. Quei pochi che ne erano
entrati in possesso o che l’avevano ascoltato ne riferivano in termini
epici, ma nonostante ciò niente si smuoveva…Quando ormai nessuno
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se l’aspettava più, ta-ta-ta, eccolo finalmente materializzato: meglio
tardi che mai! E’ questa l’attesissima opera prima degli Affluente nel
formato argentato, venti dirompenti canzoni che sono la fulgida
dimostrazione della lucidità e dello spessore del quintetto. I testi sono
provocatorie armi puntate contro i meccanismi che sostengono
quell’ingranaggio infernale chiamato sistema, espressi in maniera
meno sloganistica e più articolata della media (da sempre loro
caratteristica), espressi con una intensità davvero palpabile, segno di
uno straordinario acume critico contro il quale si scontrerà la nostra
coscienza, cibandola letteralmente. Non mi sbilancio affatto dicendovi
che questa band e questo disco si pongono fra le massime espressioni
hardcore italiane di sempre. Sì, una bomba ideologica-sonora ad
orologeria: a voi interiorizzarla ed azionarla. Unici: reale
fondamentalismo hardcore”.
Ma se pensi che questo possa essere il massimo dell’incensamento e
dell’esaltazione che mi dici di quello che scrisse Giordano Simoncini
sul numero 3 della sua fanzine Stewey’s Star?
“Bene. Questo disco è in circolo nel sistema cardiovascolare
dell’hardcore italiano oramai da molto tempo. E allora perché cazzo
parlarne adesso? Perché a volte le cose vanno un po’ così. Mi arriva
una mail di un ragazzo forlivese che per la sua fanzine fa un’inchiesta
del tipo “i migliori e i peggiori album hardcore-punk italiani usciti
negli anni ‘90” (il ragazzo si chiama Michele, la fanzine E.P.).
Ragazzi, che bella domanda! Ci ho pensato tantissimo, sforzandomi
all’inverosimile di rispettare quel parametro esplicito, “hardcore-
punk”…e mi sono corsi nella mente “L’appeso” dei Frammenti,
“Benvenuti Persone” dei Crunch, poi non so perché i Redemption,
certamente Concrete e Notorius, e poi altro. Eh, ma al primo posto?
Alla fine, dopo un turnover speculativo devastante, ho deliberato:
“Moltitudine suina” degli Affluente (Applequince, 1995). Magari ora
penserete che si tratti di una scelta azzardata, in molti si dissoceranno
senz’altro…chiaramente io persisto nel mio avviso prima di tutto per
l’essere praticamente da sempre un fan integralista della formazione
marchigiana in questione, in secondo luogo perché, al di là delle
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riserve di ognuno, credo non sia possibile evitare di riconoscerne le
qualità. E da buon amante del confronto democratico (senza
contraddittorio, perché voi per ora dovrete limitarvi a leggere…la
democrazia è una cosa un po’ così, dovreste saperlo), mi è venuto lo
sghiribizzo di motivare le ragioni della mia valutazione con la
recensione di questo non recentissimo cd, che ad ogni modo è pur
sempre l’ultima produzione disponibile della band ascolana. Dunque:
TSOL sta per True Sounds Of Liberty, ed introduce efficacemente il
divertissement che perdura per tutto l’album, quello di intitolare le
canzoni con i nomi (italianizzati) delle bands che costituiscono la
bibbia essenziale dell’old school di ogni tempo. E così ecco
“Bandiera nera”, “Battaglione di santi”, “Gli idioti del circolo”,
“Scelta uniforme”, “Distorsione sociale”, “Approccio negativo” e
via seguitando. Un congegno, ve lo concedo, quantomeno
singolare…lascerebbe quasi supporre una certa pochezza
contenutistica, una qualche imperdonabile banalità, una sorta di
limitatezza cronica in fatto di poetica…invece, neanche a dirlo, non è
così: è il perfetto contrario. Piuttosto è come dire: “alle nostre
canzoni possiamo dare i titoli che vogliamo, che a loro volta possono
sembrare idiozia pura ai più; ad ogni modo, in ogni caso, riusciamo a
cavarne fuori tematiche, idee, argomenti, e neanche tra i più facili. Lo
SAPPIAMO FARE, anche partendo dagli spunti più ingenui”. Ecco
com’è. Gli Affluente sono una band di contenuti, il che presuppone sia
l’avere qualcosa in testa, sia il saperlo esprimere, sia il saperci
riflettere sopra. Sicché “Bandiera nera”, la prima traccia (troppi
negri, troppi ebrei perversi, troppi froci e puttane), è un peana
caustico, una litania derisoria ed irriverente, una sberla alla retorica
destrorsa nazionale, conservatrice solo quando le fa comodo (nella
società e non nell’economia) e ordinata col vizietto, una ganascia
stretta sulla ruota del progredire umano e sociale. Da ridere, ma
manco tanto. Non si tira neppure il fiato, ed ecco “Un aspetto delle
cooooo/SE!”, a ricordarci che la verità “non esiste, è una costruzione
degli Stati Uniti”, antiamericanismo puro, ragionato, con gli occhi
aperti su “Iraq, Somalia, poveri del mondo” ed una affermazione,
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politologia di prima essenza, che lascia trasparire una qualche
impostazione neoweberiana: “L’America è una terra di selvaggi
fascisti che ragionano col buco del culo”, un velato messaggio che
credo passerà nella maggior parte dei casi. Velocizzo: “Codice
d’onore”, ovvero “le schiavitù dell’uomo moderno”: la vacuità, il
simbolo, il mito, il sapere; “Sette secondi”, “la tua ignoranza è il loro
potere”, forse la frase più banale e più vera pronunciata al mondo;
“Scelta uniforme”, rifiuto globale del mondo militare, ed astio, tanto,
nei riguardi del filoautoritarismo femminile di nuova generazione;
“Articoli di fede”, ateismo spinto al margine, altro che l’essere
agnostici in quel modo così disimpegnato e noncurante che tanto
risulta essere in voga fra le file delle odierne mandrie giovanili
impantanate nella palude del moderno, edulcorato, anestetizzato,
“alternativismo”…quasi una sessione teatrale, un fiume in piena, un
exploit politico: “credere in dio è una follia, un crimine contro
l’umanità, qual è il contributo della religione al bene del mondo?
Articoli di fede? Forse la gente non sa che cristo è vanità!”. Sulla
stessa traiettoria “Pupazzi di carne”, ma meno collera e più
concezione, e un acume invidiabile fuso nella frase “l’uomo libero ha
bisogno di qualcuno di fronte al quale odiare la propria libera
condizione di uomo. A chi genufletterci?” Ed ancora, “Abuso
verbale”, stupido gioco; “Piacere malato”, che è sociologia pura,
riflessione sull’annullamento della dignità umana alla macchina e sul
desiderio inconscio di autodistruzione; “Proprietà del governo”,
sbocco antidemocratico e coscienza piena della grande truffa della
cultura politica occidentale dal secondo dopoguerra a oggi; “Sporchi
Marci Imbecilli”, ancora antiamericanismo in versione piuttosto no
global, “chi muore per l’utilitarismo, chi muore per il trionfo della
civiltà bianca occidentale, chi cazzo muore?” Ed infine il pezzo di
gran lunga migliore, la vetta della “società affluente”, “Incerti al
76%”, una rifulgente canzone dedicata al dubbio, alle considerazioni
sulla verità, alla coscienza della sua inesistenza, strangolamento,
afasia, dissanguamento a seguito di ciò che rimane all’uomo, il
dubbio, “l’unica fede dell’umanità”, il punto di arrivo e di una nuova
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partenza (è filosofia, questa, detta per inciso). “Dubbio, scopami!” è
la conclusione, una resa non triste, qualcosa di simile all’accettare
una permeazione positiva. Il tutto su di una base musicale Bad
Religion come mai. Eh, la musica degli Affluente…Si fa presto a dire
Old School Hardcore, si minimizza e non è giusto farlo. Già dall’E.P.
“Logica dominante”, e poi soprattutto in “Moltitudine suina”
(“dissenso per la non cultura del non-senso”, vi ricordate quale
genialità?), gli ascolani hanno sempre giocato al proclamare il
“fondamentalismo punk/hc” ed al contaminare allo stesso tempo,
semplicemente ma con gusto…tanto le cose semplici sono sempre le
più belle! TSOL è uno strano ircocervo musicale. E’ densissimo,
veloce, sì, le tracce sono spesso unite, incalzano…foga punk, certo,
ma non solo. Nell’album si passa da riffs spudoratamente banali (tre,
quattro canzoni sono un semplicissimo LA FA SOL) a…crossover, mi
vien da dire. Credo che sia la definizione più calzante per svarioni
simil rap come “L’America controlla le ricchezze del mondo con il
ricatto della potenza militare…”di “Esperimenti Uniti d’America” o
recitazioni massimali e borderline stile “Articoli di fede”, mid tempo
di maniera come quello di “Codice d’onore”, dissonanze appena
accennate ma ad ogni modo soniche genere “Scelta uniforme”, gli
accenni “goth stuprato punk” in “7 secondi” ed in generale il
continuo ponte tra vecchio e nuovo che copre tutta la durata
dell’album, il continuo giostrarsi tra la sudata tradizione punk e la
rilettura di questa attraverso vent’anni di musica trascorsa e
sventrata in lungo e in largo. Sono una band superiore, gli Affluente,
c’è poco da dibattere. Quando li ascolti ti vengono in mente i libri (lì
dove per molti altri ensamblement di settore ci si ferma alle
bestemmie): la sociologia americana degli anni ’60, gli studi sulla
cultura di massa, il pensiero filosofico libertario in secoli di differenti
codificazioni, tanto altro. E poi, della voce scuola Youth Brigade di
Cannella ne vogliamo parlare? E’ un prete (anarchico ed ateo ma
sempre prete), e la sua interpretazione è una liturgia in LA costante.
Semplice ed efficacissima. A questo punto la sparo: gli Affluente, e qui
potete constatare come il cerchio si chiuda, sono la migliore
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formazione hardcore-punk old school moderna della penisola
italiana”.
Veri suoni della libertà ha rappresentato per gli Affluente il punto
più importante della loro storia. Ma siccome il punk non è solo musica
ma è anche un furgone scalcinato che cammina per centinaia di
chilometri al giorno, è anche dormire sui pavimenti delle case
occupate, è telefonare ogni sera alle mogli e alle ragazze, e magari ai
figli solo perché si è rimasti coinvolti in alcune cose, siccome il punk
è fottersene delle regole e fare ciò in cui si crede veramente, Veri
suoni della libertà è soprattutto il compendio di uno stile di vita e di
un modo di dire no.
Ok, d’accordo, forse non siamo stati così feroci, cattivi ed estremi
come mi sono divertito a raccontarti, il fatto è che quando dici le
stesse cose per così tanto tempo inevitabilmente perdi la tua carica
dissacrante. Insomma sei più portato ad assumere un atteggiamento
concettuale. E di concetti gli Affluente ne hanno espressi parecchi. Se
da molti anni continuano a suonare le stesse canzoni, non
aggiungendo altri capitoli alla loro già consistente produzione, è forse
perché quello che c’era da dire l’hanno già detto. D’altro canto chi
avrebbe mai potuto pensare ai tempi di Logica dominante che
sarebbero esistiti così a lungo?
Come puoi immaginare sono stati una parte importante della mia
vita. Il periodo punk mi ha regalato emozioni indimenticabili, ma con
gli Affluente è stato speciale. Se c’è stato un posto in cui mi sono
sentito me stesso, beh, quello è stato il palco mentre cantavo con gli
Affluente. Forse perché hanno sempre suonato puro hardcore-punk
senza contaminazioni di nessun genere. I dischi del gruppo suonano
ancora oggi come una stupenda istantanea d’epoca, trasudano rabbia e
immediatezza, hanno una forte componente politica che riesce a
mantenere sempre alta la tensione.
Negli ultimi sei anni come puoi immaginare hanno avuto molti
problemi di formazione, ma ormai hanno fatto i calli a questo genere
di situazione, sanno come superare i momenti difficili, insomma sono
sempre in pista. Quando Ciccio si è trasferito in Spagna è arrivato a
167
sostituirlo Pippo Abrami. Quando lui si è spaccato le corde vocali,
sono ritornato io. Adesso che sono in Olanda chissà che succede, ma
intanto gli Affluente vanno avanti. Lo sai? Non è vero che non hanno
più fatto canzoni nuove. Stanno preparando un altro disco, stai a
vedere che nel giro di qualche mese hai fra le mani questo pugno di
pezzi in grado di farti schizzare in aria per l’eccitazione. Vogliamo
scommettere?

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CIAO

Oggi è un giorno grigio e senza forza. Ogni parte del mio corpo
soffre il freddo. Avverto anche un’ombra d’infelicità che oltrepassa i
muscoli e le ossa, ma fortunatamente si ferma prima di raggiungere il
cuore. L’ho educato bene, il cuore. So come fare per continuare a
vivere senza il doloroso supporto dei sentimenti, è la mia forza. Dopo
tutto posso sorridere continuamente, quando voglio, se occorre, per
scrupolo inconsapevole, se un certo tremore della mano è un effetto
laborioso dei pensieri.
Questa sera gli Affluente avrebbero dovuto suonare a Perugia, ma
poi le cose si sono complicate ed è saltato tutto. Io sto partendo per
l’Olanda, il batterista è in Irlanda a suonare con un altro gruppo, la
cosa più sconvolgente è che la gente non lo sa. Molti stanno
pregustando la gioia di vederci suonare dal vivo, quasi ci abbracciano
con il pensiero… ci vogliono così bene, e noi li stiamo tradendo.
Mi fa male a pensarci. La gente meriterebbe più rispetto. Qui non
c’entra niente l’arte della trasgressione, qui si tratta di camminare per
chilometri verso una maggiore consapevolezza di quello che si sta
facendo. Le cose che ho in testa dovrebbero legarsi meglio alla realtà
che vivo, ecco tutto. Magari domani riesco a togliermi le mani dalla
faccia o da dietro la schiena, l’importante è che riesca a mettermi
sempre in discussione, cercare di investire meglio in certi contenuti.
Intanto chiedo scusa.

Poi, siccome è il mio ultimo giorno ad Ascoli Piceno, mi metto a


camminare. Quando sono nervoso cammino, è l’unico modo in cui
riesco a calmarmi.
Guardo un po’ in giro, e ho come l’impressione che le strade siano
piene di fantasmi, la città è così quieta… Improvvisamente la figura di
un uomo diabolico mi si concretizza davanti in un’apparenza
169
singolare. Indossa una giacca di velluto giallo, una camicia di tipo
hawaiano e una cravatta di seta color malva, le labbra gli tremano e ha
una bollicina all’angolo del naso, gli occhi sembrano animati da una
volontà peccaminosa. A guardarlo ti rendi subito conto che ha ridotto
da trent’anni il suo tempo di sonno e riposo. Nei movimenti schizzati
e nella fretta di raccontare conserva l’immagine del bevitore, la
consunzione del bevitore, l’onestà di chi legge sudici libri di poesia
ogni giorno. E’ Shino. Le cose, dice, non vanno molto bene. Non è più
così sicuro di essere il miglior scrittore in circolazione. Il punk lo
ascolta tutte le volte che ha bisogno di una scossa, ma non sente più in
giro i gruppi di una volta. Io gli racconto di questi Paloia che ho
sentito appena una settimana fa. I Paloia sono forti, sono la nuova
sensazione hardcore ascolana; poi, dico, ci sarebbero anche questi
ragazzi che hanno una fame insaziabile di hardcore-punk primigenio,
vengono in negozio ogni giorno a chiedermi i dischi degli anni ’80.
Anche loro hanno un gruppo, non ricordo il nome, non li ho ancora
sentiti. Una volta rifacevano i pezzi degli Affluente, ma adesso hanno
una nuova formazione e magari suonano da paura pure loro.
Shino fa una smorfia. Non gli piacciono questi giochetti, non ha
nessuna considerazione per quelli che tentano di dargli dei consigli, il
suo nichilismo è ancora a livelli esasperati.
“Ho la nausea” dice, “il mondo è vanità, tutto deve crollare”.

Ma prima che succeda, amico mio, stammi bene a sentire. Lo so che


non sono riuscito a regalarti quelle due ore di lettura struggente e
appassionata che ti aspettavi, che sono andato avanti con le parolacce
fregandomene della letteratura, che non c’è niente di più superfluo
della nostalgia che ogni tanto ha pervaso queste pagine, ma la cosa
peggiore sai qual è? E’ che non ti ho svelato nemmeno la metà dei
miei oscuri segreti.
Per finire eccomi qui a salutarti come fossi un vecchio amico, a
chiederti da bere se magari un giorno c’incontriamo. Non sono uno
stronzo?
Ciao.
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Teleboys, primi approcci - 1979

Sergio Salvi, Peppe Angelini e Sergio Federici (Teleboys, 1980)


Ludo Whap, Sergio Federici e Sergio Salvi (Teleboys, 1980)

Peppe Angelini al Cinema Olimpia Beky Bondage e Peppe Angelini,


25 ottobre 1981 1982
Dictatrista - approssimativamente 1984

In nome di un nuovo umanesimo:


Beky Bondage educazione all’attitudine punk,
e la sua mitica 500, 1984 Ferrara, 1985
Gli Scream al
Virus, 1985

Gli Stige fra la


spazzatura (1988)

Stige (1989):
Alvaro - Peppe
Shino - Io
Gli Affluente in studio per “T.S.O.L.-Veri suoni
della libertà”, 1996

Un acrobatico
Frankie
al CSA Totem
e Tabù,
San Benedetto
1998
La bestia dei Growing Movement
(Roller Disco, 1995).

Affluente, Libera Comunanza, San Benedetto 2002


stampato presso grafiche angelini, ascoli piceno
giugno 2005