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BIBLIOTECA DI STORIA DELLA SOCIETA’ CONTEMPORANEA

DIRETTA DA ORNELLA CONFESSORE, FABIO GRASSI


E LORETTA VALTZ MANNUCCI

Antonio Moscato
INTELLETTUALI E POTERE IN URSS
(1917-1956)
MILELLA – LECCE

1986

Si riproduce qui integralmente la prima edizione del 1986, anche se nel


1995 è uscita una seconda edizione aggiornata fino al 1995.
A parte è stata inserita la Cronologia completa dell'URSS, fino al 1956.

PREMESSA

Il volume è nato da un’esperienza didattica, e alla didattica è finalizzato. La prima parte del libro è
infatti derivata dal seminario interdisciplinare organizzato dalle cattedre di Storia moderna e di
Lingua e letteratura russa della Facoltà di Magistero dell’Università di Lecce, nel corso dell’anno
accademico 1984-1985. Il seminario, pur avendo una sua piena autonomia, era complementare al
corso monografico di Alizia Romanovič incentrato sulle memorie di Nadežda Mandel’štam. A
questa impostazione originaria si deve la forte attenzione al problema dello stalinismo.
La sperimentazione didattica ha al tempo stesso evidenziato la necessità di sviluppare
ulteriormente, nel testo, la trattazione delle vicende politiche e sociali complessive dell’Unione
sovietica nel periodo staliniano, più di quanto non sia stato possibile fare negli ultimi due capitoli
della prima parte. Per questo motivo è stata ampliata ben oltre le dimensioni tradizionalmente
riservate a questo tipo di sussidio didattico la Cronologia ragionata, che permette di inquadrare i
singoli periodi e le problematiche particolari affrontate nella prima parte del volume, e soprattutto
di stabilire una periodizzazione della storia sovietica indispensabile per comprendere il mutamento
dei rapporti tra il potere e l’intelligencija nel corso degli anni Venti e Trenta, riconducendolo alle
trasformazioni profonde dello Stato sovietico in quegli anni. Questa seconda parte, ovviamente,
può esser letta anche autonomamente, e a ciò si deve la presenza — sia pur con taglio diverso — di
qualche ripetizione di argomenti anticipati nel testo o nelle note dei primi capitoli.
Un’ultima precisazione: l’autore non è uno specialista di storia della cultura o di storia della
letteratura russa, ma uno storico del movimento operaio, che ha quindi affrontato la materia con
un’angolazione rivolta prevalentemente alla trasformazione del Partito comunista russo e dello
Stato che esso dirige da quasi settanta anni, senza avere la presunzione di sconfinare in campi che
hanno già in Italia validissimi studiosi, ai quali si è rinviato nell’ampio apparato di note. Gli
accenni a specifiche attività culturali, artistiche o scientifiche sono quindi finalizzati a
un’esemplificazione concreta dell’atteggiamento del potere verso i diversi settori dell’intelligencija,
senza neppure tentare di dare, in spazio così limitato, una visione panoramica della ricchezza del
dibattito e della produzione artistica che hanno caratterizzato soprattutto il primo decennio dello
Stato sovietico.
La Cronologia è stata alleggerita di tutte le indicazioni bibliografiche, per renderne più agevole
l’utilizzazione. Ogni altra soluzione ne avrebbe pressoché raddoppiato la mole, dal momento che la
maggior parte dei dati sono ricavati da un considerevole numero di opere generali o monografiche
(citate peraltro in genere nelle note della prima parte); quasi tutte le cronologie pubblicate in
appendice a opere anche pregevoli sono infatti pressoché inservibili, a volte per trascuratezza
redazionale, più spesso per limiti di spazio ristrettissimi, con l’unica eccezione, che mi è doveroso
ricordare, delle due cronologie su «Il movimento rivoluzionario russo 1905-1922», e «Lo sviluppo
dell’Unione Sovietica 1922-1941 (in ENZO SANTARELLI, Il mondo contemporaneo. Cronologia
storica 1870-1974, Editori Riuniti, Roma, 1955) che, pur essendo molto più sintetiche e circoscritte
a un periodo più breve, hanno fornito utili suggerimenti al mio lavoro.
Devo esprimere anche la mia gratitudine a Ornella Confessore, Fabio Grassi, Alizia Romanovič,
Michele Colucci e Maria Novella Pierini, che hanno pazientemente letto il dattiloscritto e mi hanno
aiutato a migliorarlo.

Avvertenza

Per le parole e i nomi russi si è impiegata una translitterazione che si serve di segni diacritici, oggi
del resto di uso corrente. Per comodità del lettore indichiamo la pronuncia di alcuni suoni:

L’apostrofo’ indica il suono ammollito della consonante precedente


c suono di z in pazzo
č suono di c in cena
ch suono di h aspirata
e suono di ie
ë suono di io
g sempre velare, come in ghiro
š suono di sc in scena
šč suono di š + č
y vocale posteriore, il cui suono è intermedio fra u e i
z suono di s in rosa
ž suono di j francese in je, jouer

Tale criterio è stato adottato nel testo sistematicamente, con alcune eccezioni dovute alla grande
diffusione di altre grafie, entrate nell’uso comune e praticamente ineliminabili. Il caso più classico è
quello del pittore Chagall, che nessuno riconoscerebbe nella grafia Šagal. Anche per Trotskij si è
preferita la grafia più diffusa (generalmente adottata anche dai movimenti che alle idee del
rivoluzionario russo si ispirano) anziché quella scientifica (Trockij). Analoghi criteri sono stati usati
per autori di origine russa che hanno tuttavia pubblicato le loro opere esclusivamente o
prevalentemente in lingue occidentali, per i quali è stata accettata la grafia scelta da ciascun autore
(es: Victor Zaslavsky, anziché Viktor Zaslavskij). Ovviamente, per opere apparse in Francia o negli
Stati Uniti citate nelle note, è stata riportata fedelmente la grafia adottata nei vari paesi, basandosi
sul frontespizio del volume.

P.S. A volte nella scannerizzazione possono essersi persi alcuni segni diacritici, come anche una
parte della punteggiatura; in una futura revisione gli errori saranno corretti. In ogni caso mi scuso,
chiedendo indulgenza: la qualità della stampa non era eccellente...
CAPITOLO PRIMO

I PRIMI ANNI DEL POTERE SOVIETICO

Nel novembre del 1917 il peso dei bolscevichi all’interno dell’intelligencija russa era insignificante.
La maggior parte degli scrittori rivoluzionari erano legati ad altre correnti del movimento operaio,
tutte più o meno ostili al nuovo potere.
Lo stesso Gor’kij, che diventerà nel periodo staliniano il «massimo scrittore proletario» per
definizione, fatto oggetto di un vero culto popolare, nel 1917 e 1918 polemizzava sistematicamente
con le scelte dei bolscevichi dalle pagine del suo giornale «Novaja Žizn’». Oltre a ospitare la
famosa protesta di Zinov’ev e Kamenev alla vigilia dell’insurrezione, il giornale di Gor’kij diede
ampio spazio per vari mesi alle voci dei più diversi oppositori, organizzando ad esempio una vera e
propria campagna in difesa della contessa Sofja Vladimirovna Panina, viceministro dell’Istruzione
del governo Kerenskij, arrestata per avere spinto il boicottaggio nei confronti dei bolscevichi fino al
punto di organizzare la fuga dei funzionari con la cassa del fondo pensioni degli insegnanti1.
Il Commissario del popolo per l’Istruzione, Anatolij Vasilevič Lunačarskij, si trovava di fronte
problemi enormi, certamente non inferiori a quelli della difesa del nuovo Stato o
dell’organizzazione delle sue finanze. Da un lato, la cultura e l’istruzione erano visti come compiti
prioritari nel quadro della rivoluzione, dall’altro le forze disponibili erano insignificanti; ben presto
l’isolamento internazionale, il blocco di gran parte dell’industria per mancanza di materie prime e
per il boicottaggio o la fuga dei tecnici, le distruzioni provocate dalla guerra civile avrebbero ridotto
le risorse a disposizione del nuovo governo (il «Consiglio dei Commissari del Popolo»,
Sovnarkom), costringendo a ridurre i bilanci di ciascun «commissariato», compreso quello
presieduto da Lunačarskij, la cui sigla era Narkompros2.
Lunačarskij aveva dedicato, nel corso della sua vita di rivoluzionario, un’attenzione notevolissima
ai problemi della cultura. Il suo stesso impegno era sempre stato piuttosto atipico, rispetto a quello
di altri « rivoluzionari di professione ». Egli stesso, ricordando accordi e dissensi con Lenin, aveva
scritto che, mentre il leader bolscevico «affrontava tutte le questioni da uomo pratico, con un

1
La contessa Panina, che come quasi tutti a Pietrogrado (e nelle capitali europee) riteneva che i bolscevichi
sarebbero stati spazzati via in pochi giorni, assunse un atteggiamento molto duro, rifiutando di restituire il denaro (lo
avrebbe riconsegnato solo «a un’autorità legittima»). Condannata a rimanere in carcere fino alla restituzione dei 93.000
rubli, la Panina sembrava disposta a restare in prigione fino alla caduta dei bolscevichi, ma alcuni suoi amici
lungimiranti organizzarono una colletta all’interno dell’intelligencija di Pietrogrado, restituendo la somma. La Panina se
la cavò con una ventina di giorni di carcere, occupati a organizzare un’attività culturale tra i detenuti. L’episodio è
riferito da Sheila FITZPATRICK, Rivoluzione e cultura in Russia, Lunačarskij e il Commissariato del popolo per
l’istruzione 1917-1921, Editori Riuniti, Roma, 1976, pp. 36-37. L’episodio, abbastanza grottesco, è tutt’altro che
eccezionale in quel periodo convulso. Quasi tutti i funzionari (ma anche gran parte degli impiegati subalterni) si erano
messi in sciopero in tutta l’amministrazione pubblica e gli uscieri sbarravano le porte ai nuovi ministri, che a volte
erano costretti a forzarle. Si vedano su questo: Victor SORGE, L’anno primo della rivoluzione russa, Einaudi, Torino,
1967, pp. 76-77, Lev TROTSKIJ, La mia vita, Oscar Mondadori, Milano, 1976, p. 287. La Fitzpatrick fornisce un
ultimo tocco di colore sul caos di quei giorni: al momento del trasferimento del governo a Mosca nel marzo 1918
nessuno aveva rimosso i ritratti dello zar dalle pareti del ministero! (Sh. FITZPATRICK, op. cit., p. 37).
2
Per evitare di appesantire il testo rinviamo una volta per tutte all’elenco delle abbreviazioni e delle sigle (che
erano e sono particolarmente usate nella società sovietica in sostituzione dei nomi completi delle istituzioni).
enorme senso della tattica, da vero genio politico», egli le affrontava «da filosofo, e più
precisamente da poeta della rivoluzione»3.
Le sue oscillazioni politiche e le sue tendenze culturali lo avevano più volte portato a stringere
rapporti con molti di quelli che ora lo attaccavano e appoggiavano il boicottaggio nei suoi confronti
da parte dei funzionari del vecchio ministero dell’Istruzione: Maksim Gor’kij, in primo luogo, che
come lui aveva fatto parte del gruppo dei «costruttori di Dio» e lo aveva spesso ospitato a Capri4.
Paradossalmente, proprio dai suoi ex amici Lunačarskij riceveva i maggiori attacchi, e non a caso:
lo consideravano un transfuga5.
La scelta di Lunačarskij come Commissario del Popolo all’Istruzione, d’altra parte, era stata
pressoché automatica: era l’unico tra i bolscevichi che avesse continuato a occuparsi di problemi
culturali perfino nei giorni immediatamente precedenti all’insurrezione (anche se non era certo
l’unico a seguire con viva attenzione la produzione letteraria e i dibattiti teorici su di essa: basti
ricordare gli scritti di Bucharin e di Trotskij). Dal 16 al 19 ottobre 1917 (più o meno una settimana
prima del fatidico 25 ottobre secondo il vecchio calendario — che vide la conquista del Palazzo
d’Inverno) Lunačarskij era stato il promotore a Pietrogrado della «prima Conferenza delle
organizzazioni della cultura proletaria ».
Se l’iniziativa testimoniava indubbiamente di una spiccata sensibilità per i problemi culturali da
parte di Lunačarskij e del gruppo dirigente bolscevico (che aveva inviato alla riunione anche Fëdor
Ivanovič Kalinin e Platon M. Keržencev), la lista dei partecipanti rivelava anche che tra i 208
delegati nessuno aveva allora (e ben pochi avrebbero raggiunto in seguito) un minimo di notorietà6.
Nel corso dei primi mesi del nuovo Stato sovietico, d’altra parte, la libertà di stampa era totale e
gran parte degli scrittori russi non avevano problemi a trovare spazio per i loro racconti o poemi su
riviste o in volumi che nessuno pensava di dovere censurare. La censura non veniva applicata
sistematicamente neppure nei confronti dei giornali politici legati al vecchio regime, che
continuarono per vari mesi ad apparire più o meno regolarmente7.

3
Sh. FITZPATRICK, op. cit. p. 23.
4
A Capri e a Bologna il gruppo raccolto intorno alla rivista «Vperëd» (Avanti) aveva organizzato nel periodo
1909-1911 due «scuole di partito», a cui Lenin rifiutò di partecipare, senza per questo interrompere i rapporti con
Gor’kij, che di esse era il principale ispiratore e finanziatore. Nell’autobiografia scritta negli anni Venti, Lunačarskij
non rinnegava quell’esperienza, che era d’altra parte analoga a quelle vissute dalla maggior parte dei leader bolscevichi
(Anatolij Vasil’evič LUNAČARSKIJ, Autobiografia, in Autobiografie dei bolscevichi, a cura di G. Haupt e J.J. Marie,
La Nuova Sinistra - Samonà e Savelli, Roma, 1970, vol. II, p. 78). Le idee di Lunačarskij in quel periodo si trovano
riflesse in uno dei romanzi di Gor’kij (Confessione), molto utile per una comprensione dello stile dell’uomo (Anatolij
LUNAČARSKIJ , Profili di rivoluzionari, Prefazione di Isaac Deutscher, De Donato, Bari, 1976).
5
Lunačarskij era indubbiamente dotato di grande sensibilità, ma fu spesso danneggiato dal suo temperamento
emotivo, che lo spinse a decisioni precipitose e scarsamente motivate. L’episodio più imbarazzante fu quello del 2
novembre 1917 (vecchio calendario): allarmato per la notizia (poi rivelatasi falsa) della distruzione di molti monumenti
del Cremlino da parte dei «vandali» del suo stesso partito, Lunačarskij abbandonò in lacrime una riunione del
Sovnarkom e inviò una lettera di dimissioni da Commissario del Popolo al giornale socialrivoluzionario «Delo Naroda»
e alla stessa «Novaja Žizn’» diretta da Gor’kij, che aveva diffuso la voce. Il giorno dopo, appresa la verità, ritirava le
dimissioni mentre sulla «Novaja Žizn’» arrivavano lettere di plauso al suo gesto. Successivamente lo stesso giornale
dedicava una poesia satirica al «nostro tenero Anatolij», che Gor’kij ridicolizzava, sempre a proposito delle dimissioni
rientrate, come «una mente lirica, ma una testa balzana » (Sh. FITZPATRTK, op. cit., p. 138). Lunačarskij, dopo questo
episodio, non poteva seguire gli esponenti della destra bolscevica (a cui era legato) nelle dimissioni dai loro incarichi
date il 4 novembre per protesta per il mancato allargamento del governo ad altre forze. Anche nel 1929 Lunačarskij
risolverà un contrasto con Stalin dimettendosi dal suo incarico, senza riuscire a coinvolgere tuttavia la maggior parte dei
suoi collaboratori, in particolare la vedova di Lenin, Nadežda Krupskaja che, sia pure malvolentieri, rimarrà al proprio
posto (Roy MEDVEDEV, Stalin sconosciuto, Editori Riuniti, Roma, 1980, p. 144). Lunačarskij sarà comunque
rimpianto a lungo in Urss, come «il primo ed ultimo responsabile della cultura sovietica che non sia stato un ignorante»
(anche se, a confronto, si ricorda un successivo ministro della Cultura che impartì l’ordine di «organizzare un quartetto
di dieci elementi» (Testimonianza. Le memorie di Dmitrij Šostakovič, raccolte e curate da Solomon VOLKOV,
Mondadori, Milano, 1979, p. 162 n.).
6
Giovanna SPENDEL, Gli intellettuali sovietici negli anni ‘20, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. 7.
7
Louis Fischer, che è stato a lungo corrispondente a Mosca, ricorda che, nonostante la diffidenza dei
bolscevichi nei confronti delle « vuote frasi » di Wilson, il discorso del presidente americano nel gennaio 1918 «venne
La prima breccia nel muro che isolava i bolscevichi al potere dagli esponenti più noti della
letteratura russa fu aperta dall’adesione di poeti già celebri, come Aleksandr Blok, Valerij Brjusov,
Andrei Belyi e Vladimir Majakovskij, e del regista teatrale Mejerchol’d. Per la maggior parte di
loro, la rivoluzione «appariva un fatto estetico», «una violenta iniezione di futuro nel corpo di una
società decrepita e iniqua»8 ma, in tempi e forme diverse, muteranno il loro atteggiamento
entusiastico maturando un’inquietudine profonda nei confronti dello Stato sovietico, che si veniva a
mano a mano strutturando in modo assai poco corrispondente ai loro sogni (ma anche ai progetti
della maggior parte dei marxisti russi, Lenin e Trotskij inclusi). In quel momento rappresentarono,
comunque, un’alleanza preziosa per i bolscevichi e si scontrarono con una vivace ostilità negli
ambienti letterari tradizionali. Victor Serge ha parlato di una «guerra civile» che «infierì anche negli
ambienti letterari», ricordando i letterati che rifiutavano di stringere la mano a Blok dopo la
pubblicazione de I dodici9.
Ben più difficile fu la battaglia per rompere l’isolamento nel settore scolastico, a tutti i livelli.
Già nel settore dell’istruzione primaria e secondaria (pure tradizionalmente più aperta alle idee
democratiche e meno legata al vecchio regime da privilegi o complicità) fu fortissima la resistenza
nei confronti delle iniziative del Narkompros, indipendentemente dalla loro concreta impostazione,
sostanzialmente ispirata alle idee che alimentavano le associazioni che raccoglievano la maggior
parte del corpo insegnante10.
La prima dichiarazione di Lunačarskij come Commissario all’Istruzione era — sinceramente —
antiautoritaria e rivelava una reale disponibilità a utilizzare tutte le energie per un grande sviluppo
della cultura popolare:

«Le masse lavoratrici sono assetate di istruzione. Esse non possono riceverla né dal governo, né
daIl’intelligencija, né da qualsiasi forza esterna ad esse. Le scuole, i libri, i teatri, i musei e così via
possono essere soltanto degli aiuti. Il popolo stesso, coscientemente e incoscientemente, deve
sviluppare la propria cultura. La commissione statale per l’istruzione non si pone come un potere

affisso su tutti i muri di Pietrogrado. Esso venne stampato su centomila affissi e su trecentomila volantini in russo. La
YMCA americana, con l’aiuto russo, ne distribuì un milione di copie fra le linee russe e un altro milione, in tedesco,
nelle trincee tedesche sul fronte russo » (Louis FISCHER, I sovietici nella politica mondiale, 1917-1929, Vallecchi,
Firenze, 1957, voi. I, p. 32). Tuttavia, questa disponibilità a consentire ai rappresentanti degli Stati Uniti di effettuare
liberamente la propaganda per i 14 punti di Wilson potrebbe essere attribuita a contingenti valutazioni tattiche. Più
significativo il fatto che continuavano a uscire a Mosca e Pietrogrado (per non parlare dei governatorati più lontani,
dove l’anarchia era totale) anche alcuni giornali ostilissimi al potere sovietico, che non si avvaleva sistematicamente del
decreto che autorizzava la chiusura di quegli organi di stampa che predicassero «l’aperta resistenza o la disobbedienza
al governo degli operai e dei contadini». Ad esempio, il giornale del partito cadetto «Svoboda Rossi», usciva ancora a
Mosca nell’estate del 1918, mettendo in circolazione anche voci calunniose, come quella che a Saratov si stava
decretando che tutte le donne divenissero «proprietà dello Stato» (notizia che circolò a lungo per buona, ripresentata in
salse diverse, sulla stampa occidentale). (Cfr. Edward H. CARR, La rivoluzione bolscevica. 1917-1923, Einaudi,
Torino, 1964, p. 167).
8
G. SPENDEL, op. cit., p. 8.
9
V. SERGE, op. cit., p. 350. I dodici di Blok suscitarono viva emozione perché esprimevano l’adesione alla
rivoluzione di una corrente che non rinnegava il misticismo di cui si era alimentata: le dodici guardie rosse camminano
nella notte attraverso la neve con le armi in pugno, precedute, senza saperlo, dal Cristo invisibile, incoronato di rose.
Analoghe concezioni nel Cristo è risuscitato del simbolista Andrej Belyi o in alcuni poemi di Esenin. La rivoluzione
veniva vista come rigenerazione a opera dei barbari dell’Asia, gli Sciti (e con questo nome operò una casa editrice, che
rappresentò un vivace centro di cultura vicino ai socialrivoluzionari di sinistra). Era evidente l’incompatibilità con
quegli scrittori che spingevano la loro ostilità al nuovo regime fino alla richiesta di interventi esterni per abbatterlo
(come Andreev), o che componevano versi in cui si preconizzava il giorno in cui si sarebbero «impiccati in silenzio» i
bolscevichi, come scriveva Zinaida Gippius (di cui peraltro, ancora nel 1918, una raccolta di poesie poteva essere
stampata in territorio sovietico).
10
Ad esempio, la comparazione tra la bibliografia sulla «scuola del lavoro» curata dal Narkornpros nel 1918 e
quella curata nello stesso anno dalla antibolscevica Unione degli insegnanti (VUS) rivela che i testi raccomandati erano
praticamente gli stessi (il VUS aggiungeva solo qualche scritto di Tolstoj e di Kropotkin) (Sh. FITZPATRICK, op. cit.,
p. 52).
centrale che dirige le istituzioni educative. Al contrario, tutti gli affari riguardanti la scuola devono
essere affidati agli organi di autogoverno locale»11.

Queste enunciazioni, di sapore indubbiamente libertario, erano completate per giunta da un’esplicita
garanzia che «l’azione indipendente delle organizzazioni culturali ed educative degli operai, dei
soldati, dei contadini deve raggiungere una completa autonomia, sia rispetto al governo centrale che
ai centri municipali»12.
Non si trattava soltanto di una sortita individuale del «poeta della rivoluzione». Tutta la politica
culturale dei bolscevichi veniva infatti seguita, per l’importanza che le veniva attribuita, dai
principali dirigenti attraverso le discussioni formali nelle strutture di governo e di partito, e da
Lenin, in particolare attraverso un legame personale che gli forniva un canale diretto di
comunicazione con il gruppo dirigente del Narkompros. Sua moglie, infatti, Nadežda
Konstantinovna Krupskaja, era tra i principali collaboratori di Lunačarskij e molte importanti
decisioni erano prese dopo discussioni informali alle quali (nei limiti delle sue disponibilità di
tempo e della sua volontà di non interferire in questioni sulle quali sapeva di avere opinioni
personali che non si sognava di imporre al partito e allo Stato) partecipava lo stesso Lenin13.
Tuttavia, la maggior parte degli insegnanti non prese minimamente in considerazione i programmi
di Lunačarskij e seguì compattamente le indicazioni del VUS (Unione panrussa degli insegnanti),
che aveva deciso di «non seguire le disposizioni del sedicente potere» e aveva aderito pressoché
unanimemente allo sciopero degli impiegati municipali (che durò a Mosca fino all’11 marzo 1918,
mentre a Pietrogrado gli insegnanti rientrarono al lavoro a partire dal 7 gennaio dello stesso anno).
Solo una piccolissima minoranza degli insegnanti si era dissociata dalla linea di scontro frontale
decisa del VUS: in novembre, quando a Pietrogrado erano stati espulsi dal VUSP. Daškevič e Vera
e Ludmila Menžiskaja per la loro collaborazione con i bolscevichi, solo 59 insegnanti si erano
dimessi per solidarietà con gli espulsi.
Così, anche nel settore della scuola si era avviata una spirale di irrigidimenti che avrebbero costretto
i bolscevichi a mutare radicalmente i loro programmi: la tenace e immotivata ostilità del VUS aveva
a mano a mano attenuato le diffidenze dei dirigenti del Narkompros nei confronti della fragilissima
organizzazione creata dagli espulsi e dai fuoriusciti dal VUS col nome di «Unione degli insegnanti
internazionalisti», che aveva finito per ottenere lo scioglimento dell’Unione rivale. Ancora nei
giugno del 1918 lo stesso Lenin era intervenuto (evidentemente su sollecitazione della Krupskaja,
accesissima nemica del settarismo degli «insegnanti internazionalisti») raccomandando di non avere
paura di avere contatti con la massa degli insegnanti, ancora ostile, nella convinzione che,
lavorando in comune, la maggioranza di essi si sarebbe schierata alla fine con il potere sovietico.
Lenin non aveva dubbi sull’isolamento della piccola organizzazione «internazionalista»:

11
Ivi, p. 49.
12
Ibidem
13
Lenin seguiva con interesse le discussioni sui problemi culturali. Le sue personali opinioni (ad esempio il
fastidio nei confronti della letteratura futurista, della pittura e della musica di avanguardia) non si tradussero mai in
misure concrete di appoggio a questo o quel gruppo culturale, come vedremo a proposito del dibattito avviato nel
settembre 1922. Analogamente Lenin era infastidito dalla grande libertà nei costumi che aveva accompagnato i primi
tempi della rivoluzione (dai gruppi che proclamavano la libertà di abbigliamento girando per le strade in tenuta
adamitica, alle teorizzazioni della Kollontaj sul libero amore), senza neppure pensare a porre limitazioni legali in
proposito. In un famoso colloquio con Clara Zetkin, Lenin aveva criticato che la gioventù sovietica fosse affascinata
dalle affermazioni della Kollontaj sul soddisfacimento delle pulsioni sessuali e dei desideri amorosi: «semplice e privo
di importanza come bere un bicchier d’acqua», ma auspicava una controffensiva sul terreno delle idee, dei valori,
dell’educazione, non certo il rilancio del bigottismo, spacciato da Stalin per «morale proletaria» negli anni Trenta e
sostenuto dal divieto dell’aborto e da fortissime limitazioni al divorzio.
Oltre alla moglie di Lenin, nel Narkompros lavoravano la moglie di Trotskij e le due sorelle di Vjačeslav
Menžinskij che dal 1926 al 1934 fu il capo dell’OGPU.
«Bisogna dire che la massa fondamentale degli intellettuali della vecchia Russia è costituita da
avversari diretti del potere dei soviet, e non v’è dubbio che non sarà facile superare le difficoltà che
ne derivano »14.

Dunque il nucleo centrale del Partito bolscevico era ostile alla creazione di un’organizzazione
separata dei soli insegnanti comunisti e spingeva ancora verso una ricomposizione del VUS, per
farvi lavorare la minoranza «internazionalista» all’interno. Alla vigilia del I Congresso panrusso
degli insegnanti la Krupskaja, in pieno accordo con Lenin e Lunačarskij, lo aveva detto
chiaramente:

«Gli insegnanti di villaggio sono dei piccoli borghesi, legati al popolo, e terreno fertile per la
propaganda socialista […].
E’ un errore mettere gli insegnanti internazionalisti in una posizione privilegiata. Questo provoca
un’ostilità nei loro confronti, e può indurre i reazionari ad unirsi ad essi ipocritamente per calcolo.
Noi dobbiamo riconoscere l’unione di categoria [il VUS], che si sta trasformando da organizzazione
politica in associazione di carattere organizzativo»15.

Ma al Congresso lo scontro era divampato e lo stesso Lunačarskij aveva dimenticato tutte le cautele
suggerite nelle riunioni preparatorie e aveva denunciato l’arroganza dei dirigenti del VUS.

«Sono arrivati a dire: “Vedremo che cosa riusciranno a fare i contadini senza di noi!”. E noi li
abbiamo anche accolti come se venissero in buona fede. Ma non era così: sono venuti solo a chiedere
lo stipendio. Il potere del popolo, rappresentato dalla dittatura del proletariato, non sarà tenero con
voi. Voi ci avete sabotato, avete ordito macchinazioni contro di noi. Ma qualsiasi cosa abbiate fatto
non avete avuto fortuna. I veri insegnanti si uniscono a noi continuamente»16.

La minaccia di Lunačarskij («il potere del popolo non sarà tenero con voi») si concretizzava in una
misura che appariva intollerabile alla maggior parte degli insegnanti del VUS: la rielezione dal
basso di ciascun docente. Ma lo scontro finì per allargarsi a un altro terreno e, già un mese dopo il
Congresso (che si era svolto nel luglio del 1918), la Krupskaja riferiva al presidium del Narkompros
che alcuni dirigenti del VUS erano stati arrestati (e il Presidium decise di chiedere chiarimenti alla
Čeka). La spirale dell’inasprimento era avviata e, già in dicembre, il VUS veniva sciolto. Il
tentativo degli «internazionalisti» di ottenere il monopolio dell’organizzazione degli insegnanti
venne tuttavia bloccato e fu costituito invece un «Sindacato dei lavoratori dell’istruzione e della
cultura socialista», che in pochi mesi tesserò 70.000 insegnanti (il VUS ne aveva 50.000, al
momento dello scioglimento), per arrivare a 250.000 iscritti un anno dopo, nell’autunno del 192017.
Anche se la presidenza del nuovo sindacato non era andata a un «internazionalista», ma a Ludmila
Menžinskaja, che era stata insieme alla Krupskaja una tenace fautrice del lavoro nel VUS, gran
parte del vecchio gruppo dirigente «storico» degli insegnanti russi era stato perduto e, di fatto, erano
state poste, prima che in altri settori della vita culturale, le basi per un rigido monopolio del Partito
comunista.
Era il riflesso di quanto stava accadendo, sul terreno più propriamente politico, a partire dalla
primavera del 1918. Lo scontro sulle condizioni imposte dalla Germania per la pace di Brest-
Litovsk aveva lacerato a lungo il partito (e la soluzione fu trovata faticosamente dopo che molte
volte Lenin stesso si era trovato in minoranza nel Comitato centrale), ma aveva soprattutto
avvelenato i rapporti tra i bolscevichi e tutte le altre forze politiche, compresi i socialisti
rivoluzionari di sinistra, gli unici che avevano fino a quel momento approvato la presa del potere da

14
Viadimir Il’ič LENIN, Opere, vol. 27, Editori Riuniti, Roma, 1967, p. 412.
15
Sh. FITZPATRICK, op. cit., p.60.
16
Ivi, p. 61.
17
Ivi, p.65
parte dei Soviet, e di conseguenza avevano accettato di far parte del Consiglio dei Commissari del
Popolo.
Al termine della crisi occasionata dalla firma della pace, i bolscevichi si trovarono isolati come mai
erano stati: bollati come agenti dell’imperialismo tedesco e come traditori della patria dalla maggior
parte della sinistra, erano accusati dai settori oltranzisti (esterni e interni al partito) di opportunismo,
per il rifiuto opposto alla proposta velleitaria di ripetere il modello della Rivoluzione francese
proclamando la «guerra rivoluzionaria» (che, in realtà, nessuno avrebbe combattuto, essendo già
totalmente disgregato il vecchio esercito ed essendo impensabile a breve termine ricostruirne uno
nuovo richiamando al fronte i soldati che avevano disertato per partecipare nei loro villaggi alla
spartizione delle terre e che per la prima volta coltivavano appezzamenti propri).
La rottura con i socialrivoluzionari di sinistra ebbe conseguenze ben più gravi di quanto si potesse
pensare allora in base al peso numerico di questo gruppo di recentissima formazione. La loro
presenza nel Sovnarkom aveva garantito che tale organo fosse effettivamente il governo di una
rivoluzione proletaria che aveva trionfato con la parola d’ordine: «Tutto il potere ai soviet». Ora, di
fatto, appariva più realistica l’accusa che il potere, anziché dalla classe operaia, dai soviet, fosse
stato preso dal solo Partito comunista. Inoltre i socialisti rivoluzionari di sinistra, pur essendo nati
come formazione autonoma da breve tempo, avevano profondi legami con le masse piccolo-
borghesi urbane e una notevole influenza nelle campagne (il Partito socialrivoluzionario era stato
per tutto il 1917 il partito di gran lunga più forte elettoralmente, grazie al prestigio accumulato da
molti suoi quadri nei decenni precedenti). Il loro passaggio all’opposizione rese più difficili i
rapporti dei bolscevichi con le masse contadine proprio in un momento particolarmente delicato18.
In ogni caso, il loro atteggiamento rese pressoché inevitabile una dura reazione dei comunisti:
memori delle loro tradizioni (erano infatti gli eredi del terrorismo dei Narodniki), tra il marzo e
l’agosto del 1918 i socialrivoluzionari non si limitarono ad attacchi politici, ma avviarono una
tragica scalata di attentati e di azioni insurrezionali, che dovevano portarli nel giro di pochissimo
tempo in carcere o davanti a un plotone di esecuzione. Dall’attentato al conte von Mirbach,
ambasciatore tedesco (la cui uccisione doveva provocare l’intervento militare della Germania, a cui
si sperava di dare risposta con la famosa «guerra rivoluzionaria») a quelli, ugualmente riusciti,
contro i leader bolscevichi Urickij e Volodarskii, fino al ferimento di Lenin il 30 agosto, passando
per l’insurrezione tentata a Mosca il 6 luglio, erano stati compiuti passi fatali, non solo per il
piccolo Partito socialrivoluzionario, ma anche per lo stesso Partito comunista.
La concomitanza tra quegli attacchi «da sinistra» e l’avvio di tentativi insurrezionali da parte di
ufficiali monarchici appoggiati da numerose potenze straniere; la partecipazione di menscevichi e
socialrivoluzionari a governi locali ferocemente anticomunisti spalleggiati in Ucraina dalla
Germania, nel Caucaso dalla Turchia, altrove da ufficiali di collegamento francesi e britannici; la
pericolosa rivolta dei cecoslovacchi presenti in Russia come prigionieri di guerra, furono tutti fattori
che facilitarono quella militarizzazione dello scontro politico che doveva durare per tutta la guerra
civile, e oltre.

18
E’ proprio nella primavera e nell’estate del 1918 che muta il rapporto tra il potere sovietico e i contadini. Il
mutamento, espresso nel detto «i bolscevichi erano buoni, ma i comunisti sono cattivi», rifletteva la percezione della
politica da parte delle masse contadine, che avevano accolto con entusiasmo il «decreto sulla terra» che aveva
accompagnato la presa del potere da parte dei bolscevichi e che accoglievano ora a fucilate le delegazioni operaie alla
ricerca di viveri nella primavera e nell’estate del 1918 (quando i bolscevichi avevano ormai abbandonato il vecchio
nome di «Partito operaio socialdemocratico russo-bolscevico» per assumere quello di Partito comunista). In realtà gran
parte dei contadini, dopo privazioni secolari, durante il primo anno della rivoluzione consumarono direttamente la quasi
totalità dei loro prodotti, riversando sul mercato quantitativi del tutto insufficienti a sfamare le grandi città. Così la
carestia raggiunse livelli tali da costringere i soviet a organizzare spedizioni per l’approvvigionamento che, nonostante
le migliori intenzioni e gli sforzi pedagogici dei più illuminati organizzatori, apparivano agli occhi dei contadini razzie
indiscriminate e arbitrarie, che rilasciavano in cambio di buoni prodotti agricoli dei pezzi di carta di nessun valore
(come erano considerati i rubli emessi dal potere sovietico o, a maggior ragione, i certificati di requisizione). Su questo
periodo si vedano le lucide pagine di Roy MEDVEDEV, Dopo la rivoluzione, Editori Riuniti, Roma, 1978.
Se allora poteva sembrare che il prezzo pagato per quelle scelte fosse solo quello, già altissimo, in
vite umane sacrificate durante gli anni di lotta, oggi appare chiaro che il bilancio era ancora più
tragico: si gettavano in quel periodo le basi per lo snaturamento completo della rivoluzione al punto
che essa avrebbe finito per travolgere la maggior parte dei suoi artefici19.
In quegli anni si fucila in fretta, dall’una e dall’altra parte, senza perdere tempo a valutare le
responsabilità personali. D’altra parte, la morte era concepita non come «pena», ma come un atto di
guerra, una forma brusca ed estrema di «autodifesa». Tanto è vero che la morte viene in genere data
«a caldo» (è il caso dell’attentatrice di Lenin, Fanja Kaplan), mentre può accadere che Jakov
Grigor’evič Bljumkin, condannato a morte dopo l’uccisione dell’ambasciatore von Mirbach, riesca
a nascondersi per qualche settimana, nel corso della quale risulta evidente che la Germania non può
riaprire un altro fronte solo per vendicare un ambasciatore: Bljumkin si pente dunque per il suo
gesto e la Čeka non solo lo condona, ma lo riprende al suo servizio20.
Il caso di Bljumkin non è eccezionale: anche quando la Čeka decise di disarmare la «guardia nera»
anarchica che costituiva «una specie di Stato armato — irresponsabile, incontrollato, incontrollabi-
le — all’interno dello Stato » (sono parole dell’ex anarchico Victor Serge), ci furono alcune decine
di morti e feriti negli scontri; ma successivamente, nei giro di poche settimane, tutti gli arrestati
furono rilasciati. Eppure tra di loro c’erano non pochi avventurieri, criminali di diritto comune e
persino un certo numero di ufficiali reazionari della «Lega per la difesa della Patria», che non
avevano faticato a infiltrarsi nella babele della cittadella anarchica, ottenendo ospitalità e protezione
in cambio di qualche confuso discorso antibolscevico21.
Non sono quindi le fucilazioni, gli arresti, il rafforzamento della Čeka (che non era peraltro in
quegli anni monopolio esclusivo del Partito comunista: la stessa insurrezione dei socialrivoluzionari
era basata sull’esistenza di numerosi reparti della Čeka composti esclusivamente da socialisti-
rivoluzionari) il segno più allarmante dell’involuzione: in guerra vigono le leggi di guerra e non c’è
salvezza per chi esita. In quei mesi tragici dell’estate del 1918 sparisce — per non riapparire mai
più in terra russa — quel pluralismo politico che i dirigenti bolscevichi non avevano inizialmente
messo in discussione. Sotto l’effetto congiunto della guerra civile e della carenza di carta (come di
tutte le altre materie prime) vengono chiusi uno dopo l’altro tutti i giornali «borghesi» e quelli delle

19
Il velo di mistificazioni steso dalla storiografia sovietica «ufficiale» non riesce a nascondere la realtà della
soppressione totale della «vecchia guardia» bolscevica che aveva diretto il partito alla vigilia e nel corso delle
rivoluzione. Dei 21 membri del Comitato centrale eletto al VI Conoresso del partito, nell’agosto 1917, solo 6 sono morti
per cause naturali (Lenin, Sverdlov, Dzeržinskij, Artem, Kollontaj e Stalin), due furono assassinati dalla
controrivoluzione (Urickij e Šaumian), gli altri caddero vittime del terrorismo staliniano. Se si prende in esame la
composizione del Comitato centrale del Partito comunista tra il 1918 e il 1921, risulta ancora più grande la dimensione
dello sterminio operato da Stalin: su 31 membri, solo 9 sono morti per cause naturali e uno (la Stasova) è stato vittima
del terrore staliniano, ma è rimasto in vita, mentre gli altri sono stati uccisi o sono stati costretti al suicidio, come
Tomskij. Se si esamina l’Ufficio politico (cioè il massimo organo di direzione) eletto nel 1917, su 7 persone due sole
(Lenin e Stalin) sono morte per cause naturali, mentre le altre sono state uccise per ordine di Stalin. Lo stesso dato si
riscontra a proposito dei membri dell’Ufficio politico nel periodo 1918-1923: 8 su 10 sono stati vittime della
repressione staliniana. Come si vede, pur senza una data «spartiacque» che consenta di separare nettamente la fase
rivoluzionaria dall’involuzione staliniana, le dimensioni della distruzione del gruppo dirigente rivelano una cesura netta,
una soluzione di continuità che non può essere ignorata. D’altra parte, lo sterminio del vecchio nucleo comunista da
parte di Stalin e dei suoi collaboratori raggiungerà dimensioni inimmaginabili negli anni Trenta, colpendo gran parte
degli stessi dirigenti che avevano inizialmente avallato la repressione. Nel 1935 la rottura col passato bolscevico si
concretizzerà in una misura di innegabile significato emblematico: lo scioglimento dell’Associazione dei vecchi
bolscevichi e di quella degli ex deportati politici dell’epoca zarista. Cfr. Mihail GELLER, Aleksandr NEKRIC, Storia
dell’Urss dal 1917 a oggi. L’Utopia al potere. Rizzoli, Milano, 1984, p. 322.
20
Bljumkin venne fucilato nel 1929, al ritorno in Urss da un viaggio in Turchia, nel corso del quale aveva
incontrato Trotskij (è la prima vittima del nuovo clima, che considera un reato gravissimo persino un colloquio con uno
dei dirigenti comunisti messi al bando) (cfr. Roy MEDVEDEV, Gli ultimi anni di Bucharin, Editori Riuniti, Roma,
1979, p. 141 e Victor SERGE, Memorie di un rivoluzionario, a cura di Attilio Chitarin, Oscar Mondadori, Milano,
1983, pp. 254-255). Una singolare testimonianza sul Bljumkin infuocato dei primi anni rivoluzionari si trova in
Nadežda MANDEL’ŠTAM, L’epoca e i lupi. Memorie, a cura di Giorgio Kraiski, Mondadori, Milano, 1971, pp. 121
sgg.
21
V. SERGE, Memorie, cit., pp.202-203.
altre tendenze del movimento operaio, mentre anche quelli del Partito comunista e del governo si
riducono a foglietti poverissimi.
Spariscono le case editrici private, le riviste culturali, persino quelle scientifiche (nonostante
l’importanza enorme attribuita dai bolscevichi alla scienza e alla tecnica). Si tratta, non è inutile
ripeterlo, in larga misura di una soppressione imposta da circostanze oggettive e che la maggior
parte dei dirigenti sovietici considera inizialmente temporanea. Ma, al termine della guerra civile,
non si aprirà più alcuno spiraglio che consenta una pluralità di informazione, sul terreno politico.
D’altra parte, nel corso del drammatico periodo 1918-1921 non sono scomparse solo le
organizzazioni politiche rivali dei bolscevichi, ma è stata progressivamente ridotta la possibilità di
un confronto di posizioni diverse all’interno dello stesso Partito comunista.
Per cogliere la rapidità del processo, e la sua logica interna, bastano alcuni dati: nel IV Congresso
straordinario dei Soviet, tenutosi a Mosca dal 14 al 16 marzo 1918, su 1.232 delegati 795 erano
bolscevichi, 283 socialisti rivoluzionari di sinistra e gli altri appartenevano a varie tendenze
(anarchici, socialrivoluzionari di destra, ecc.). Il dibattito era ancora apertissimo, tanto è vero che la
risoluzione sulla pace presentata da Lenin fu approvata con solo 784 voti a favore, mentre 261
avevano votato contro e 115 (quasi tutti «comunisti di sinistra» vicini alle posizioni di Bucharin) si
erano astenuti.
Pochi giorni dopo (dal 17 al 20 marzo) il II Congresso dei Soviet dell’Ucraina vedeva su 964
delegati solo 428 bolscevichi, a fianco di 414 socialrivoluzionari di sinistra, 82 «senza partito» e 40
di vari gruppi minori. Anche lì la posizione di Lenin venne approvata con soli 408 voti contro 308,
mentre una mozione dei «comunisti di sinistra» e dei socialisti rivoluzionari per denunciare il
trattato di Brest-Litovsk veniva respinta con 420 voti contro 290. Ancora una situazione
apertissima, dunque.
Il V Congresso dei Soviet di tutta la Russia si aprì a Mosca il 4 luglio dello stesso anno. Su 1.164
delegati 773 erano bolscevichi, 353 socialisti rivoluzionari di sinistra e gli altri appartenevano a vari
gruppi minori. I lavori del Congresso furono però interrotti il 6 luglio dalla rivolta dei
socialrivoluzionari di sinistra, innescata dall’uccisione dell’ambasciatore tedesco e proseguita con
l’arresto di numerosi dirigenti bolscevichi, tra i quali il capo della Čeka, Džeržinskij. Alla ripresa
dei lavori il Congresso decise di espellere dal suo seno tutti i delegati socialrivoluzionari che non
condannavano l’insurrezione. Le conseguenze si sarebbero viste ben presto: appena quattro mesi
dopo, al VI Congresso straordinario dei Soviet (svoltosi a Mosca dal 6 al 9 novembre 1918), i
comunisti erano 1.260 su 1.296. Il monopartitismo non era ancora un principio, ma era già
realizzato nella pratica.

Se i rapporti tra il potere sovietico e gli insegnanti primari e secondari erano stati burrascosi e
abbastanza rapidamente risolti in base a considerazioni politiche generali, che avevano avviato una
riorganizzazione forzata della categoria, sotto la guida del Partito comunista, ben più complesso
sarebbe stato il dialogo con altri settori, più prestigiosi, dell’intelligencija, nei confronti dei quali i
bolscevichi si mossero con prudenza, ma anche con un reale rispetto.
Il caso più interessante è quello dell’Università e dell’Accademia delle Scienze. Verso questa
istituzione, di cui era segretario per manente Sergej F. Oldenburg, di famiglia aristocratica e
predecessore di Lunačarskij al ministero dell’Istruzione (sotto Kerenskij), i bolscevichi presero
l’iniziativa già nel gennaio 1918, quando ancora divampava lo sciopero degli insegnanti e di gran
parte dell’amministrazione pubblica. Dopo una serie di schermaglie diplomatiche (i dirigenti
dell’Accademia tennero a fare risaltare che accettavano una collaborazione con «i barbari», senza
riconoscere la legittimità del loro potere), si arrivò a un accordo che prevedeva l’impegno
dell’Accademia delle Scienze nel settore della ricerca mineraria e metallurgica, nello studio delle
fonti energetiche naturali (acqua, vento, ecc.) e nella ricerca finalizzata allo sviluppo agricolo. Il
Narkompros finanziava generosamente questi progetti, mentre l’interessamento bolscevico era tale
che contemporaneamente altri cospicui finanziamenti venivano offerti direttamente dal Consiglio
superiore dell’economia nazionale (Vesencha), direttamente dipendente dal Sovnarkom22.
Con le Università i problemi furono maggiori, per il forte conservatorismo non solo della maggior
parte dei docenti, ma anche di quasi tutti gli studenti (allora provenienti quasi esclusivamente dalle
classi superiori). L’impegno del Narkompros a rispettare la tradizionale autonomia accademica era
reale e concretizzato in misure precise, ma si scontrò con una resistenza tenace della corporazione
accademica. Così, la maggior parte delle limitatissime riforme proposte dai bolscevichi furono
boicottate o ignorate, mentre il corpo dei professori arrivava a sfidare il regime con mille
provocazioni: da un lato, vennero private di ogni infrastruttura le nuove «facoltà operaie» aperte
anche ai lavoratori; dall’altro, furono esclusi dalla riconferma i pochi cattedratici simpatizzanti per i
bolscevichi, come l’astronomo Šternberg, e vennero sprezzantemente rifiutate le proposte di nuove
immissioni, come quella di Bucharin (a chi lo proponeva il preside della Facoltà di legge rispose
fieramente: «Non conosco questo economista. Fatemi un elenco dei suo lavori»)23 .
Al tempo stesso Lenin, Lunačarskij e Gor’kij (avvicinatosi dalla seconda metà del 1918 al regime)
dovettero faticare non poco per fare accettare al Partito comunista e alle masse affamate una misura
estremamente impopolare. ma che essi — non a torto — ritenevano indispensabile per arginare la
«fuga dei cervelli» e, più in generale, per attenuare l’ostilità dei principali esponenti
dell’intellìgencija nei confronti del nuovo potere: l’introduzione di una «paga accademica» di gran
lunga superiore ai livelli retributivi esistenti in quel periodo. I più ostili a tale misura non a caso,
erano i rarissimi bolscevichi che avevano insegnato nell'Università prerivoluzionaria (come lo
storico Pokrovskij, uno dei principali collaboratori di Lunačarskij, col rango di vicecommissario),
che consideravano con sdegno l’ambiente da cui si erano distaccati per dedicarsi interamente alla
causa della rivoluzione e non ritenevano utile conquistarlo lusingandolo con privilegi materiali che
offendevano la miseria dilagante. Avevano torto, per certi aspetti: questo metodo non sarebbe stato
inefficace, come essi temevano. Avevano ragione, per altri: in questo modo sarebbero state
perpetuate alcune caratteristiche deteriori della categoria, che si sarebbe legata al regime solo per
interesse, con un rapporto di corruzione che finiva per essere reciproco.
Ma per Lenin, ossessionato dal ritardo tecnologico, industriale, ma anche più genericamente
culturale del paese alla testa del quale si era trovato nel 1917, nessun prezzo pareva troppo alto se
serviva a riavviare la Russia sulla strada del progresso e della modernizzazione. E i prezzi erano
effettivamente alti non solo in senso proprio, ma anche sui terreno dei principi: si sospendeva
temporaneamente quella pratica egualitaria che i marxisti consideravano una componente essenziale
della loro rivoluzione (e che Stalin invece bollerà come uravnilokva, «egualitarismo immotivato»,
regolarmente etichettato come «piccolo-borghese»)24.
In uno scritto di grande importanza, della primavera del 1918, Lenin dimostrava di avvertire
pienamente il pericolo che si correva; ma, come era suo costume, esponeva pubblicamente il
problema e non abbelliva la realtà facendo di necessità virtù e, quindi, ammetteva esplicitamente
che si stava compiendo un grave arretramento, gravido di rischi:

22
V. FITZPATRTCK, op. cit., pp. 92-95.
23
Bucharin in realtà non doveva essere considerato un potenziale docente per esclusivi meriti politici: aveva già
al suo attivo molti saggi e il suo principale lavoro, L’economia mondiale e l’imperialismo, era stato pubblicato nel 1915
(tr. it: Samonà e Savelli. Roma, 1966). Era anche in corso di stampa L’economia politica dei “rentiers”, scritto nel
1914 e circolato a vari livelli (tr. it.: Critica dell’economia politica, Samonà e Savelli, Roma, 1970). L’atteggiamento
sprezzante del preside della Facoltà verso Bucharin può essere interpretato variamente, ma rivela in ogni caso un clima
non ancora dominato dalla coercizione. Va aggiunto che la molteplicità degli impegni in un contesto tanto difficile
rendeva nei fatti impossibile una reale partecipazione alla vita accademica da parte dei migliori intellettuali comunisti.
24
Sulla lotta all’uravnilokva ci sono pagine molto significative nelle memorie di Nadežda MANDEL’ŠTAM,
L’epoca e i lupi cit., pp. 119, 122, 337 e passim. In epoca staliniana, d’altra parte, il termine piccolo-borghese aveva
cessato di essere una definizione sociologica neutra di un gruppo sociale spesso alleato della classe operaia, per
diventare un insulto e un marchio pericoloso.
«E’ infatti indiscutibile cha gli alti stipendi hanno un’influenza corruttrice sia sul potere sovietico
(tanto più che, data la rapidità della rivoluzione, non poteva non attaccarsi a questo potere un certo
numero di avventurieri e di malandrini, i quali, insieme con certi commissari inetti e senza scrupoli,
non sono alieni dall’inserirsi tra le ‘stelle’ […] nell’arte di saccheggiare il denaro pubblico […], sia
sulla massa operaia»25.

Lenin, d’altra parte, pur sapendo che «gli uomini della “Novaja Žizn”, i socialisti rivoluzionari di
destra, i menscevichi, sogghigneranno di fronte alla nostra ammissione di aver fatto un passo
indietro», rifiutava di nascondere i problemi dietro formule fumose e dichiarava:

«Nascondere alle masse il fatto che attirare gli specialisti borghesi con retribuzioni eccezionalmente
elevate è una deviazione dai principi della Comune, significherebbe scendere al livello dei politicanti
borghesi e ingannare le masse. Spiegare apertamente come e perché abbiamo fatto un passo indietro,
e discutere poi pubblicamente dei mezzi che ci possono far riguadagnare il tempo perduto, significa
educare le masse e imparare insieme con loro, sulla base dell’esperienza, a costruire il socialismo »26.

L’argomento di fondo utilizzato dal leader bolscevico nel suo scritto era di natura prettamente
pragmatica:

«Ammettiamo che la repubblica sovietica russa abbia bisogno di 1.000 scienziati e specialisti di
prim’ordine nei settori della scienza, della tecnica, dell’esperienza pratica, per dirigere il lavoro del
popolo al fine di assicurare lo sviluppo economico più rapido possibile del paese. Ammettiamo che
queste “stelle di prima grandezza” si debbano pagare 25.000 rubli all’anno (la maggior parte di loro,
naturalmente, quanto più è corrotta dai costumi borghesi tanto più volentieri grida alla corruzione
degli operai). Ammettiamo che questa somma (25 milioni di rubli) debba essere raddoppiata
(presupponendo l’assegnazione di premi per l’esecuzione particolarmente felice e rapida dei più
importanti compiti tecnici e organizzativi) o addirittura quadruplicata (presupponendo l’assunzione
di alcune centinaia dei più esigenti specialisti stranieri). Si domanda: la spesa di 50 o 100 milioni di
rubli all’anno per riorganizzare il lavoro nazionale secondo l’ultima parola della scienza e della
tecnica può essere considerata eccessiva o troppo pesante per la repubblica sovietica? Certamente no.
La schiacciante maggioranza degli operai e dei contadini coscienti approverà questa spesa, ben
sapendo dalla vita pratica che la nostra arretratezza ci fa perdere miliardi, e che noi non abbiamo
ancora raggiunto un tale grado di organizzazione, di inventario e di controllo da provocare la
partecipazione generale e volontaria delle “stelle” della intellettualità borghese al nostro lavoro»27.

Questa politica finì per essere accettata e concretizzata, giacché gli operai — o almeno quelli più
legati ai bolscevichi — affamatissimi e sdegnati contro le «stelle di prima grandezza», erano anche
testimoni quotidiani dello sperpero di energie e di risorse provocato dall’«arretratezza russa» e
quindi disposti a nuovi sacrifici pur di uscirne.
A beneficiare delle misure disposte a favore dei tecnici e degli scienziati non furono, d’altra parte,
solo quelli direttamente utilizzabili a breve scadenza per un miglioramento dell’organizzazione
produttiva e finanziaria: le « Izvestija » (organo del Comitato esecutivo centrale di tutta la Russia)
pubblicarono ad esempio (il 24 gennaio 1921) un decreto del Sovnarkom, firmato personalmente da

25
Vladimir I. LENIN, I compiti immediati del potere sovietico, in Opere, cit., vol. 27, p. 223.
26
Ivi, p. 222. Poco sopra Lenin aveva ribadito che «questo provvedimento è un compromesso, una deviazione
dei principi della Comune di Parigi, di ogni potere proletario, i quali esigono che gli stipendi siano portati al livello
della paga di un operaio medio ed esigono che si lotti con i fatti, e non a parole, contro il carrierismo» (ibidem). Appare
evidente una profonda differenza metodologica rispetto a Stalin (a parte quella di sostanza: econdo i criteri staliniani,
Lenin peccava evidentemente di uravnilokva...). Il rapporto con le masse è concepito da Lenin in base a una notevole
fiducia nella loro capacità di capire, con una funzione pedagogica assolutamente non autoritaria, ma basata su una
riflessione sistematica sulle esperienze vissute. Un abisso rispetto al sistematico disprezzo per le masse (operaie e non)
espresso da Stalin, che le considerava eternamente come «minorenni» da tutelare (in primo luogo nascondendo loro le
difficoltà e i problemi).
27
Ibidem.
Lenin, Sui mezzi per assicurare il lavoro scientifico dell’accademico Pavlov e dei suoi
collaboratori, che prevedeva varie misure per migliorare le condizioni di lavoro dello scienziato,
per pubblicarne le opere «nella migliore tipografia della repubblica», ma anche per garantire
«all’accademico Pavlov e a sua moglie una razione speciale per un numero di calorie pari a due
razioni per accademici », assicurando al tempo stesso ai due fortunati «vita natural durante, l’uso
dell’appartamento che essi occupano», dopo averlo dotato «delle massime comodità»,
analogamente al laboratorio dello scienziato28 .
L’appoggio a Pavlov non era ovviamente riconducibile a interessi «produttivi e finanziari», giacché
gli studi sui riflessi condizionati si collocavano sul terreno della ricerca pura. Il potere sovietico
riteneva che «i meriti scientifici assolutamente eccezionali» di Pavlov avessero «un valore immenso
per i lavoratori di tutto il mondo», indipendentemente dall’atteggiamento politico dello scienziato,
che infatti non nascondeva la sua ostilità al marxismo e al nuovo regime.
Ancora nel 1924 accadde un episodio estremamente significativo: Pavlov fu invitato a tenere un
ciclo di conferenze all’Accademia militare di sanità di Leningrado, per esporre i risultati di 25 anni
di ricerche sulla fisiologia degli emisferi cerebrali dei cani. Le conferenze venivano stenografate,
per raccoglierle successivamente in volume. La prima conferenza fu dedicata peraltro al marxismo,
sottoposto a una critica severissima dall’accademico. Pavlov, che aveva esordito dichiarando che
non usciva quasi mai dal laboratorio e non perdeva tempo a leggere i tendenziosi giornali sovietici,
aveva invece analizzato due libri di Bucharin (allora al culmine del suo potere e della sua
popolarità). Pavlov aveva stroncato il teorico bolscevico su tutti i piani, ma soprattutto su quello
politico: la rivoluzione, secondo lui, aveva fatto tornare il paese indietro di decine di anni, in
particolare sotto il profilo economico. I bolscevichi, secondo lo scienziato, «impiegavano più mezzi
per sostenere il movimento rivoluzionario in un Giappone qualsiasi che per lo sviluppo della
scienza in patria »29 . Non contento di questo, Pavlov aveva aggiunto, in polemica con il titolo
stesso di uno dei libri di Bucharin (Rivoluzione proletaria e cultura): «Di quale sviluppo della
cultura può parlare gente che, compreso Bucharin, è sporca di sangue fino ai gomiti?»30.
L’episodio è rivelatore di un clima ancora estremamente aperto: Pavlov non solo può sviluppare
liberamente la sua ricerca, ma non ha difficoltà a esprimere anche il suo dissenso politico con
durezza (e anche con rozzezza, si può dire, giacché proseguiva la conferenza con alcune battute sul
marxismo veramente sorprendenti per la loro banalità). Bucharin, d’altra parte, rispose alla
conferenza di Pavlov in modo esemplare per correttezza, combinando una secca confutazione delle
improvvisazioni politico-filosofiche dello scienziato con una riaffermazione della grande
importanza del suo contributo allo sviluppo della fisiologia e, più in generale, di una visione
materialistica del mondo:

«L’impianto metodologico e i risultati delle ricerche del prof. Pavlov sono un’arma nel ferreo
inventario dell’ideologia materialista. E il materialismo oggi, nella nostra epoca, è l’ideologia del
proletariato.[...] E’ quindi del tutto comprensibile che nel nostro ambiente marxista esista — ed
esisterà sempre — rispetto per tutti quegli scienziati che prendono coraggiosamente posizione contro
le torbide tendenze misticheggianti. Lo ripetiamo: scienziati così, indipendentemente dalle loro
intenzioni soggettive, lavorano per la stessa causa per cui lavoriamo noi, marxisti rivoluzionari. E il
prof. Pavlov appartiene proprio a questa categoria di scienziati»31.

Dopo questo scambio polemico, va detto, Pavlov accettò di incontrarsi con Bucharin, scoprendo
con sorpresa che egli era per giunta un cultore di studi biologici a livello non dilettantesco, e da
lungo tempo. Quando lo scienziato ricambiò la visita, recandosi al Cremlino, verificò che quello che

28
V. I. LENIN, Opere, cit., vol. 32, p. 56.
29
Roy MEDVEDEV, Gli ultimi anni di Bucharin, cit., p. 47. Pavlov era evidentemente male informato sui
problemi internazionali che assorbivano allora l’Internazionale comunista: era la Cina e non il Giappone il paese
lontano dal quale veniva seguita con grande fiducia l’ascesa della rivoluzione.
30
Ibidem.
31
Ivi, p. 48.
sembrava allora il massimo esponente comunista (Stalin stava ancora nell’ombra) dedicava una
parte del suo tempo all’osservazione di numerosi animali, che allevava perfino tra i doppi vetri delle
finestre32. Era quanto bastava per distruggere gli schemi preconcetti sul bieco bolscevico «sporco di
sangue fino ai gomiti» e per avviare un rapporto basato sul reciproco rispetto e perfino su una reale
amicizia tra lo scienziato ottantenne e il giovane leader.
In ogni caso, risulta evidente che la posizione degli scienziati, ancora alla metà degli anni Venti, era
privilegiata non solo materialmente (come resterà fino ai giorni nostri, con vantaggi ovviamente ben
superiori alla modesta «doppia razione» assegnata nel 1921 a Pavlov), ma anche dal punto di vista
dei margini di libertà di cui godevano. Ancora nel 1929, nel momento della sconfitta di Bucharin e
dell’apparizione allo scoperto di Stalin con tutta la «grossolanità» che aveva preoccupato Lenin già
nel 1922, Pavlov, insieme ad altri 8 membri dell’Accademia delle Scienzerifiutò l’ammissione in
quel consesso di tre noti marxisti (il filosofo Deborin, lo storico Lukin e il critico letterario Friče),
che erano considerati semplici valletti di Stalin (mentre Lukin sarà presto travolto dal grande terrore
e la «scuola di Deborin» verrà messa al bando già nel 1930 dal dittatore georgiano, che dopo un
corso accelerato di filosofia impartitogli da Jan Sten riteneva ormai di potere pontificare anche in
questo campo)33.
L’imposizione della linea di partito alla stessa ricerca scientifica avverrà molto più tardi, con effetti
devastanti, come vedremo affrontando il caso Lysenko (nella Scheda del cap. IV).

SCHEDA 1

IL CULTO DI LENIN

Il culto di Lenin iniziò solo dopo la sua morte. Già nel corso del II Congresso dei Soviet di tutta
l’Unione, alla notizia della morte del leader (sul quale erano circolate notizie ottimistiche fino a
pochi giorni prima) fu proposto di cambiare nome a Pietrogrado, la città della rivoluzione,
chiamandola Leningrado. Un po’ per l’emozione, un po’ per l’ora tarda in cui fu presentata la
proposta, nessuno sollevò obiezioni e, analogamente, passò, in modo un po’ informale (non se ne
trova traccia nei verbali ufficiali), la decisione di imbalsamare il corpo del capo scomparso,
conservandolo in un mausoleo da costruire sotto le mura del Cremlino, accanto alle tombe comuni
e modestissime dei caduti nella lotta rivoluzionaria.
Invano Nadežda Krupskaja, moglie e collaboratrice da decenni del leader bolscevico, aveva scritto
in quegli stessi giorni in una lettera (apparsa sulla stessa «Pravda» del 30 gennaio 1924) che tali
onori contrastavano totalmente con lo spirito che aveva guidato Vladimir Il’ič in tutta la sua
esistenza:

32
Stephen F. COHEN, Bucharin e la rivoluzione bolscevica, Biografia politica 1888-1938, Feltrinelli, Milano,
1975, pp. 18-19. La passione per le collezioni entomologiche e ornitologiche di Bucharin colpì molti suoi visitatori al
Cremino, mentre Svetiana Allilujeva ha ricordato nel suo libro Venti lettere a un amico la volpe che Bucharin aveva
addomesticato e che continuò a vivere nei giardini del Cremlino anche dopo l’uccisione del suo sfortunato padrone.
Svetlana ALLILUJEVA, Venti lettere a un amico, Mondadori, Milano, 1967, p. 48.
33
GELLER-NEKRIC, op. cit., p. 302. Jan Sten aveva tentato invano per tre anni di fare comprendere i problemi
filosofici a Stalin, che aveva grandi difficoltà, non avendo ricevuto un’educazione sistematica (a parte quella nel
seminario ortodosso georgiano, ovviamente poco utile ai fini della comprensione della dialettica hegeliana). Già nel
1928 Sten aveva ricavato dai suoi colloqui la sensazione allarmante che Stalin avrebbe fatto «cose tali da oscurare i
processi Dreyfus e Beilis» Quando nel 1937 Stalin fece pagare al suo antico precettore anche questo giudizio, era
appena stato stampato un volume della Grande enciclopedia sovietica con un lungo articolo di Sten sul «materialismo
dialettico». Invece di ritirare il volume per sostituire l’intero articolo, come si usava abitualmente in quegli anni, venne
ritirata e sostituita una sola pagina, quella che recava la firma dell’autore. L’articolo uscì pertanto con la firma del
futuro astro della filosofia sovietica, Mitin! (cfr. Roy MEDVEDEV, Lo stalinismo. Origini, storia, conseguenze,
Mondadori, Milano, 1972, pp. 276-277).
«Ho da farvi una grande domanda: non permettete che il vostro cordoglio per Il’ič assuma la forma
di reverenza esterna per la sua persona. Non erigetegli monumenti, non intitolategli palazzi, non fate
solenni manifesti per commemorarlo, ecc.: a tutte queste cose egli attribuiva così poca importanza
durante la sua vita, tutte queste cose gli erano così fastidiose. Ricordate quanta gente vive ancora in
povertà e abbandono nel nostro paese. Se volete onorare il nome di Vladimir Il’ič, costruite nidi,
asili, case, scuole, biblioteche, centri medici, ospedali, case per invalidi, ecc, e soprattutto mettete in
pratica i suoi insegnamenti».

Quanto poco fossero tenuti in conto gli «insegnamenti» di Lenin da chi stava costruendo un sistema
di potere che utilizzava, come cemento ideologico, una liturgia nominalmente riferita al
«leninismo», è confermato da un altro dato, tutt’altro che secondario. Nel 1919 Lenin aveva
sottolineato che il Partito bolscevico era «l’unico partito al potere che si preoccupa non di
aumentare il numero degli iscritti ma di migliorarne la qualità» e, nell’ultimo intervento a un
congresso di partito prima dell’aggravamento del male, aveva ribadito che era indispensabile
ridurre il numero degli iscritti al partito per liberarsi da arrivisti e opportunisti: «Anche se abbiamo
300-400.000 membri del partito, questa cifra è eccessiva, poiché tutto lascia credere che il livello di
preparazione dei membri attuali del partito sia insufficiente».
In una lettera di pochi giorni dopo, nella quale ritornava sull’argomento, Lenin aveva precisato che
non bastava garantirsi dall’involuzione del partito solamente reclutando operai, giacché era noto
che «durante la guerra coloro che volevano sfuggire al servizio militare sono entrati in fabbrica»;
d’altra parte, dopo la vittoria nella guerra civile, il «fatto che la tentazione di entrare in un partito
governativo è estremamente grande», aveva accelerato le trasformazioni nella composizione sociale
del partito. Oltre a proporre un prolungamento notevole del periodo di prova prima
dell’ammissione definitiva al partito (la «candidatura»), Lenin sosteneva che era «assolutamente
necessario — per non ingannare noi stessi e gli altri — definire la nozione di operaio in modo tale
che comprenda soltanto coloro che effettivamente, in base alle loro condizioni di vita, hanno
dovuto assimilare la mentalità proletaria».
Era esattamente l’opposto di quanto si cominciava a fare. Alla morte di Lenin il partito venne
gonfiato artificialmente con l’immissione di 240.000 nuovi iscritti, in genere sprovvisti di qualsiasi
esperienza politica, o formatisi, nel migliore dei casi, in partiti ostili ai potere sovietico. Molti di
essi erano «operai», ma il criterio si era allargato, come osservava Lenin, sicché molti di essi non
avevano alcun legame con le tradizioni rivoluzionarie del proletariato russo. Molti saranno definiti
sociologicamente «operai» nelle statistiche di partito solo perché avevano lavorato per mesi o
settimane, da ragazzi, come apprendisti, prima di essere inseriti precocemente nell’apparato
burocratico (e dati analoghi ho potuto riscontrare anche nel PCI italiano, che ha presentato a lungo
nelle sue statistiche congressuali come «operai» alcuni dirigenti che da decenni non avevano alcun
contatto con la produzione, che avevano sfiorato solo nella prima adolescenza).
In seguito a quella «leva Lenin» che rigonfiò il Partito comunista di giovani inesperti (e di
carrieristi incalliti), il processo di snaturamento del partito fu accelerato, anziché arrestato. Da un
lato, i 10.000 membri del partito da prima della presa del potere (alcuni vecchi e malati, altri
stanchi e delusi, comunque pochissimi rispetto alla massa dei nuovi) furono ancora più isolati e ben
presto direttamente attaccati e liquidati nel corso di quelle epurazioni che avrebbero in origine
dovuto, al contrario, liberare l’organizzazione dalla zavorra dei carrieristi senza principi, entrati per
interesse personale. Dall’altro, i nuovi iscritti, se non erano vecchie volpi pronte a farsi strada con
ogni mezzo, come molti ex menscevichi, capeggiati da Višynskij, erano sottoposti a un inedito
corso accelerato di indottrinamento, modellato più sulle norme in vigore nei seminari della Chiesa
ortodossa (dove si era formato Stalin) che sul libero confronto di posizioni che aveva sempre
formato i militanti del movimento operaio, attraverso una sintesi di dibattito, studio ed esperienza
diretta. Proprio per queste scuole di politgramota (insegnamento politico elementare) vennero
coniati i Principi del leninismo, che avrebbero fatto testo per decenni nel partito sovietico e negli
altri partiti comunisti.
Un ultimo particolare sul culto di Lenin: l’onore eccezionale riservato sull’onda dell’emozione al
leader scomparso, dedicandogli la città che era stata culla della rivoluzione, venne esteso già pochi
mesi dopo a un altro (degnissimo) capo comunista scomparso: Jakov M. Sverdlov, col nome del
quale già nel novembre 1924 fu ribattezzata Ekaterinenburg (che divenne Sverdlovsk). Ma subito
dopo, purtroppo, un vivente doveva ottenere lo stesso onore (in questo caso effimero, giacché ben
presto cadde in disgrazia). Chi accettò questo tributo di adulazione non fu Stalin (che continuava a
restare nell’ombra e che solo nell’aprile del 1925 ottenne che Caricyn diventasse Stalingrad) ma
Zinov’ev, a cui fu intestata la città di Elizavetgrad.
Il culto di Lenin, d’altra parte, fu ben presto pietrificato nel mausoleo o nei monumenti; anche se la
dottrina ufficiale del partito (e dello Stato) veniva definita «marxismo-leninismo» e poi «marxismo-
leninismo-stalinismo»); già nel 1934, al XVII Congresso del partito veniva annunciato che le
edizioni dei «classici» vedevano in testa Stalin con 60,5 milioni di copie, seguito da Lenin con 14
milioni e Marx ed Engels con 7 milioni. In realtà tali cifre, già eloquenti come indicatore della
nuova scala di valori, sono reticenti, giacché le opere di Marx ed Engels e di Lenin pubblicate con
altissime tirature erano assai poche e non sempre delle più significative, mentre si diffondeva lo
squallido sottoprodotto degli opuscolini dedicati a un tema particolare e compilati con citazioni dei
«classici» avulse dal contesto storico e filologico, utili per uno «studio» più o meno mnemonico di
frasi storiche con cui infiorare discorsi e articoli. Tale uso passerà poi negli altri partiti comunisti
stalinizzati, raggiungendo il livello più assurdo nel famoso «libretto rosso» di Mao.
In ogni caso, dalle stesse Opere complete di Lenin vennero espunti moltissimi scritti, compreso il
Testamento, con il quale il leader, ormai allo stremo delle forze, suggeriva varie misure per
arrestare l’involuzione del partito (tra tali misure primeggiava l’allontanamento di Stalin
dall’incarico di segretario generale, assunto nel 1922 come una mansione tecnico-organizzativa e
rapidamente trasformato in strumento essenziale di controllo sul partito). Va detto che alcuni scritti
di Lenin non sono stati pubblicati neppure nell’edizione ampliata apparsa dopo la morte di Stalin.
CAPITOLO SECONDO

L’ATTEGGIAMENTO VERSO IL TEATRO,


IL CINEMA, LA MUSICA

Il teatro

Gli inizi del potere bolscevico e dell’attività di Lunačarskij al Narkompros furono contrassegnati da
uno scontro vivace anche nel settore teatrale. Le ostilità erano state iniziate dall’amministratore dei
teatri statali di Pietrogrado, il professore liberale F.D. Batjuškov, che era stato nominato da
Kerenskij e che, oltre un mese dopo la costituzione del Consiglio dei Commissari del Popolo,
continava a ritenere inesistente il nuovo potere. In dicembre i bolscevichi avevano utilizzato la sala
del Teatro Aleksandrinskij per una loro riunione, senza richiederne l’autorizzazione alla direzione
del teatro o a Batjuškov suscitando un coro di proteste anche tra i lavoratori del settore. Lunačarskij
approfittò dell’incidente per proporre l’avvio di rapporti stabili tra il suo Commissariato e le
direzioni dei teatri. Batjuškov, tuttavia, non solo rifiutò ogni incontro ma, di fronte alla notizia della
sua destituzione, prelevò i 160.000 rubli esistenti nelle casse dei teatri, distribuendoli tra gli attori e
gli impiegati. Era un caso analogo a quello, già ricordato, della contessa Panina, che era ancora
aperto. Probabilmente proprio per evitare un nuovo scandalo, Batjuškov fu minacciato di arresto,
ma non scontò neppure un giorno di carcere1.
Anche un caso analogo (il pianista A. Ziloti aveva rifiutato di con segnare le chiavi del palco
imperiale del Teatro Mariinskij all’inviato di Lunačarskij, sostenendo che le avrebbe date solo «ai
rappresentanti di un governo legale») era finito senza conseguenze troppo gravi per lo sfidante2.
A rompere il ghiaccio e aprire uno spiraglio per una presenza dei bolscevichi nel settore teatrale
erano stati, alla fine, alcuni esponenti del futurismo, che avevano preso contatto spontaneamente per
ottenere appoggio e finanziamenti per alcuni spettacoli e che erano stati fulmineamente reclutati del
Narkompros. Tuttavia, la loro aggressività nei confronti delle forme artistiche più tradizionali ben
presto creò grossi problemi al loro protettore, che doveva tenerli a freno per evitare che
pretendessero una posizione di monopolio e provocassero un ulteriore deterioramento dei già
difficili rapporti con la vecchia intelligencija3 .

1
Sh. FITZPATRICK, op .cit., pp. 143-144.
2
Tuttavia, in questo caso Ziloti era finito per una notte in carcere, per essere rilasciato poi la mattina seguente,
dopo una lavata di capo impartitagli personalmente dal capo della Čeka, Dzeržinskij. Il giovane rappresentante di
Lunačarskij, Jurij Flakserman, fu bollato a lungo come un mostro negli ambienti artistici per quel modesto tentativo di
fare accettare la realtà del potere sovietico a chi si ostinava a negarne l’esistenza (in qualsiasi altra rivoluzione,
compresa quella francese, erano volate teste per molto meno). Che Flakserman non fosse un mostro assetato di potere,
lo si deduce anche dalla sua biografia a mano a mano che i tempi apparvero più duri, cominciò a spostarsi verso attività
meno politiche e più tecniche. Dopo essere passato per la direzione del settore cinema del Narkompros, si specializzò
come ingegnere e dopo brevi compiti ancora amministrativi al Glavelektro e all’Energocentr si dedicò esclusivamente
alla ricerca scientifica e al lavoro presso il ministero dell’Elettrificazione e dell’Energia. Nel 1917, d’altra parte, aveva
solo 22 anni (ivi, pp. 144-145 e 322).
3
Tra i primi a prendere contatto con Lunačarskij furono Nikolaj Punin, critico d’arte, e Artur S. Lurie,
compositore, che avevano proposto la realizzazione al Teatro Hermitage di un’opera del noto poeta futurista
Chlebnikov (considerato il creatore del «linguaggio transmentale»). Nello stesso periodo (dicembre 1917), un poeta di
dubbio talento ma di grandi ambizioni, Rurik Ivnev (pseudonimo di Mikhail Kovalëv), organizzò una riunione a cui
invitò Lunačarskij, la Kollontaj, BIok, Mejerchol’d, Esenin e altri, che ebbe un certo successo e fu reclamizzata dalle
«Izvestija» come un segno del mutamento di stato d’animo dell’intelligencija (ivi, pp. 145-146). Majakovskij, nello
stesso periodo, appoggiava i bolscevichi, ma a una certa distanza, preoccupato di essere «mandato a prender pesci ad
Astrachan », e solo nell’autunno 1918 si decise a entrare nelle strutture organizzative della cultura sovietica (ivi. pp
146-147).
D’altra parte i futuristi preoccupavano Lunačarskij anche su altri terreni: in particolare egli doveva
continuamente discolparsi per le loro intemperanze anche di fronte ai suoi colleghi di governo4.
Il responsabile del Narkompros, nel dicembre del 1918, dovette ammettere pubblicamente, sul
quarto numero della rivista «Iskusstvo Kommuny» (L’arte della Comune), che si sentiva
imbarazzato per la sua posizione contraddittoria: da un lato, si batteva con ogni mezzo per
conservare il patrimonio culturale e artistico russo; dall’altro, permetteva a organi di stampa che
rappresentavano il Commissariato all’Istruzione di «definire tutte le opere d’arte da Adamo a
Majakovskij un cumulo di immondizie da distrugger ». In realtà, le intemperanze dei futuristi erano
prevalentemente verbali e non riuscirono a impedire che al nuovo potere si avvicinassero
gradatamente alcune figure importanti del mondo culturale russo, tra cui, ben presto, anche i
massimi esponenti del teatro moscovita: Stanislavskij e Nemirovič-Dančenko del Teatro dell’Arte,
e il principe Aleksandr Ivanovič Sumbatov, che con lo pseudonimo di Južin dirigeva il Teatro
Malyj5.
Lunačarskij, d’altra parte, aveva accettato il progetto di autonomia del Teatro statale Malyj che
Južin aveva preparato già sotto il governo provvisorio e che fu riproposto, con poche modifiche,
anche per tutti gli altri teatri statali, i quali si trovavano così a essere al tempo stesso autonomi e
finanziati dallo Stato. Il responsabile del Narkompros era anche ostilissimo alla richiesta di
nazionalizzazione dei teatri privati, spalleggiato decisamente anche in questo dallo stesso Lenin6.
A richiedere a gran voce la nazionalizzazione era invece il gruppo teatrale del Proletkul’t,
capeggiato da Platon Keržencev, implacabile avversario di Lunačarskij, a cui rimproverava
inizialmente solo un’equivoca alleanza con «reazionari» come Južin e a cui finì poi per sferrare un
attacco pesantissimo, sulla «Pravda», investendo direttamente tre opere teatrali scritte da
Lunačarskij7.

4
Lenin, in particolare, era frequentemente irritato dalle performances futuriste (dagli alberi dei giardini
fronteggianti il Cremlino dipinti con colori sgargianti e incredibili, alla costruzione di bizzarri monumenti dal gusto
provocatorio) ma, come è già stato ricordato, non intervenne mai per arrestare quelli che gli apparivano, per giunta,
assurdi sprechi e si limitò a protestare più volte con Lunačarskij.
5
Ilvi, p. 164. Analogamente si mosse Lunačarskij per quanto riguarda l’arte, appoggiandosi sul conte Zubov,
direttore dell’Istituto di storia dell’arte che era del tutto indifferente alle controversie tra i bolscevichi e i loro avversari,
ma chiedeva solo che gli fossero forniti i mezzi per tutelare il patrimonio artistico russo, cosa che Lunačarskij faceva,
come si è visto, per convinzione profonda. Il conte, emigrato poi, nel 1925, in Germania, ha lasciato un libro di
memorie in cui ammette che le difficoltà maggiori non le aveva incontrate con i bolscevichi, che avevano accettato tutte
le sue proposte, ma con i professori del suo istituto, che non volevano saperne di collaborare col nuovo potere
rivoluzionario (ivi, p. 154).
6
Lenin non solo rifiutò più volte i progetti di nazionalizzazione dei teatri avanzati in varie occasioni, ma,
quando la Repubblica dei Consigli ungheresi, nel 1919 nazionalizzò i teatri il giorno successivo alla sua proclamazione,
rimase talmente sorpreso da domandare a un delegato ungherese al Comintern se non avevano cose più importanti di cui
occuparsi. D’altra parte, il governo rivoluzionario guidato da Bela Kun commise in quei giorni errori anche più gravi
dello stesso tipo, creandosi più nemici del necessario. Su quell’esperienza si vedano: Bela SZANTO, La rivoluzione
ungherese del 1919, Avanti!, Milano, 1921 (reprint Samonà e Savelli, s.d.) e Pasquale Fornaro, Bela Kun. Professione
rivoluzionario. Prefazione di Enzo Santarelli, Rubbettino editore, Soveria Mannelli (CS), 1980; Sh. FITZPATRICK, op.
cit., p. 166.
7
Probabilmente il Commissario del Popolo all’istruzione quegli attacchi «se li era cercati», giacché tutte e tre le
opere teatrali pubblicate da Lunačarskij durante gli anni della guerra civile prestavano il fianco ad attacchi da destra e,
soprattutto, da sinistra. Due di esse erano commedie simboliche in versi alla maniera di Maeterlinck e furono facilmente
bollate l’una (I maghi) come mistica, l’altra (Ivan in paradiso) come religiosa, mentre la terza (Oliver Cromwell) era un
dramma storico, che aveva, però, la “colpa” di esaltare il protagonista, Cromwell appunto, anziché i Levellers, sicché lo
zelante Keržencev poteva concludere che si trattava «di un vero e proprio inno al compromesso politico e di un netto
ripudio delle aspirazioni comuniste dell’epoc » (ivi, p. 176). Se si comprendono le ragioni che spingevano
l’oberatissimo Commissario del Popolo a scrivere di notte per distrarsi dai suoi pesanti impegni politici e organizzativi,
per «dimenticare me stesso e rifugiarmi nel mondo delle pure immagini e delle pure idee», come scrisse nella
prefazione alla prima di esse, si capisce un po’ meno perché, in quei tempi così duri, si esponesse al rischio di
pubblicarle e di farle rappresentare, sapendo benissimo che cozzavano con le opinioni diffuse tra i suoi compagni di
partito (basti pensare che tra i protagonisti della seconda c’erano Cristo e Geova...). Ancora una volta, tuttavia, ci preme
segnalare, a conferma del clima libertario di quegli anni, che all’attacco volgare e grossolano (e con appelli ai
«necessari limiti della disciplina di partito») mosso da Keržencev sulla «Pravda», Lunačarskij poteva rispondere subito
Va detto che la nazionalizzazione, respinta dal Sovnarkom in varie occasioni, passò nei fatti,
soprattutto sotto la forma delle «municipalizzazioni» effettuate dai Soviet locali, indipendentemente
dalle decisioni del potere centrale, come accadeva peraltro nei primi anni di vita sovietica per
moltissime questioni anche più importanti8. La municipalizzazione per giunta, veniva sollecitata
dalle stesse compagnie teatrali e, a volte, persino dai proprietari, gravati da costi notevoli, anche per
la consuetudine introdotta dalla rivoluzione di distribuire gratuitamente almeno un 25% dei biglietti
ai sindacati e all’Armata rossa. D’altra parte, la condizione della gente di teatro nel settore
nazionalizzato era rapidamente diventata ottima, grazie a provvigioni di molto superiori alle tariffe
ufficiali. Lenin rimase indignato quando apprese dal Commissariato alla Finanze che lo Stato
sovietico spendeva per il mantenimento dei teatri una somma superiore a quella destinata
all’istruzione superiore9. Nel 1921 si discusse seriamente se dare in affitto i principali teatri a
imprenditori privati nel quadro di quella nuova politica economica (NEP) che, appunto, lasciava un
notevole spazio ad attività commerciali e industriali non statali (per restare nel campo culturale, ad
esempio, in quell’anno riaprono, o sorgono, molte case editrici e riviste, alcune delle quali
dureranno vari anni). Tuttavia, nel 1923, un’inchiesta appurò che solo il 9% dei teatri erano in mano
a privati, contro il 29% dei cinematografi e quasi il 100% dei teatrini di varietà o cabaret, che
«erano spuntati come i funghi dopo un acquazzone». Dei teatri tradizionali, peraltro, lo Stato
gestiva direttamene solo il 36%, mentre il 55% era gestito da collettivi di attori, o da istituzioni
come i sindacati o l’Armata rossa10.
A determinare un mutamento delle condizioni di sostanziale libertà dei primi anni (nei quali il
principale sforzo dei massimi dirigenti del Partito comunista era volto a evitare il prevalere di una
corrente culturale o teatrale sulle altre, e non a favorirne una attribuendole la patente di « proletaria»
o di «leninista») sarà il riflesso della lotta scatenata da Stalin contro l’Opposizione di sinistra. In
qualche caso Stalin farà pagare con la vita le simpatie dimostrate per Trotskij (ad esempio da
Mejerchol’d)11 ma, più in generale, sarà la nuova concezione del partito «monolitico» in una società
che si pretendeva unanime a rendere impensabile il mantenimento di una libertà creativa in un
campo così delicato e capace di influenzare stati d’animo attraverso un uso immediato della parola.
Così, a partire dal 1925 si intensificano gli interventi censori, sotto forma di divieto di
rappresentazione, di proposta di modifica, di imposizione di determinate messe in scena rispetto ad

con uguale rilievo sullo stesso organo del partito, per concludere poi la controversia non con misure a favore dell’uno o
dell’altro, ma con un pubblico contraddittorio alla Casa della Stampa. Una precedente polemica, svoltasi direttamente
con Bucharin allora direttore della «Pravda», sempre a proposito di teatro, si era conclusa con una replica di
Lunačarskij, che respingeva l’attacco buchariniano ai teatri tradizionali di Stato, osservando che tale atteggiamento era
forse «giustificabile per un giornalista, ma poco corretto da un punto di vista statale». (ivi, p. 172).
8
Le dimensioni dell’anarchismo che caratterizzava la vita sovietica almeno per tutto il primo anno dopo la
Rivoluzione d’Ottobre sono sorprendenti: lo stesso Partito bolscevico prevedeva una grande autonomia per le sue
organizzazioni periferiche. In base allo Statuto approvato nel VI Congresso dell’agosto 1917, era perfettamente
legittima perfino la pubblicazione di organi stampa da parte di organizzazioni locali in contrasto con il centro e, durante
la crisi sulla pace di Brest-Litovsk, ne approfittò il Comitato di partito di Mosca, che pubblicò un proprio organo che
sosteneva le tesi di Bucharin e dei «comunisti di sinistra» senza incorrere in sanzioni disciplinari.
La famigerata centralizzazione bolscevica era dunque, al momento della presa del potere e per un certo periodo
immediatamente successivo, pressoché nulla. «Ancora nel marzo del 1919 il Comitato centrale riceveva regolari
rapporti solo da tre dei 36 governatorati e da 52 dei 219 uezd uffcialmente censiti». D’altra parte, l’apparato centrale era
allora numericamente insignificante e si reggeva principalmente sulla grande capacità organizzativa e politica di Jakov
M. Sverdlov. Nei mesi immediatamente precedenti la presa del potere, la fluidità organizzativa era ancora tale che in
periferia molte organizzazioni locali erano «unificate», cioè non avevano effettuato una separazione netta, all’esterno,
rispetto ai menscevichi, con i quali si discuteva accesamente in sedi ristrette, ma si continuava a lavorare insieme tra le
masse. Per questi dati si veda il volumetto di Giuliano PROCACCI, Il partito nell’Unione sovietica 1917-1945, Laterza,
Bari, 1974, ricco di molti altri spunti utili per la comprensione del processo involutivo e della vera e propria rottura con
la tradizione del partito avvenuta alla metà degli anni Venti. In particolare si vedano, per gli aspetti qui ricordati, le pp.
15-21.
9
Sh. FITZPATRICK, op cit., pp. 296-297.
10
Ivi, p. 300.
11
Testimonianze, Le memorie di D. Šostakovič, cit., p. 134.
altre. A volte, è proprio l’eccessivo successo a provocare guai, attirando l’attenzione dei burocrati
insospettiti. E’ il caso de I giorni dei Turbìn o de L’appartamento di Zoja, due lavori di Bulgakov,
che vengono tolti dal cartellone perché piacevano troppo alla Mosca «teppista» del 1926. Poco
dopo, dello stesso autore sarà invece bloccata preventivamente la messa in scena de La corsa. La
cabala dei bigotti (rielaborata successivamente con il titolo di Molière) riesce ad arrivare a sette
repliche, prima di essere vietata, ma la «tolleranza» iniziale era dovuta alla singolarissima vicenda
di Bulgakov che aveva, contro ogni aspettativa, raggiunto Stalin con uno sfogo particolarmente
amaro e sincero e aveva avuto una sorprendente risposta personale, accompagnata da un’offerta di
lavoro stabile al Teatro dell’Arte. L’interessamento di Stalin aveva momentaneamente disorientato i
censori minori, che non a caso avevano poco dopo consentito una breve ripresa de I giorni dei
Turbìn (che a Stalin piaceva molto nonostante avesse come protagonisti «positivi» alcune guardie
bianche)12.

Il cinema

D’altra parte il teatro non era seguito da Stalin con la stessa cura riservata al cinema, che finì per
ridursi negli ultimi anni del dittatore anche quantitativamente, giacché ogni film doveva essere
esaminato personalmente dal «capo» in tutte le fasi della produzione; così, per ridurre i rischi di
«distrazioni» o di spese eccessive dovute all’interruzione in fase finale, i soggetti approvati e messi
in cantiere si limitarono a poche unità all’anno13.
Questa contrazione quantitativa, oltre a non garantire sempre la bontà del risultato finale, non
escludeva affatto una stroncatura in extremis, che spediva il film negli archivi o al macero senza
farlo arrivare sugli schermi. Allo stesso Sergej Ejzenštein che, pure, non aveva potuto o voluto
rifiutare alcuni bassi servizi a Stalin, capitò per due volte di vedersi bloccare un film nella fase
finale. La prima volta fu probabilmente una fortuna per il regista, perché aveva dovuto cimentarsi
con un tema ignobile: l’apologia di Pavel Morozov, il pioniere che fece fucilare il padre con una
delazione e fu trasformato in una specie di Santa Maria Goretti o San Luigi Gonzaga del regime,
quando fu ucciso a sua volta da un gruppo di contadini parenti e amici di suo padre14.
Le ragioni dei divieto di proiettare il film, che aveva il titolo tratto da un racconto di Turgenev ( Il
prato di Bežin) non le conosceremo probabilmente mai, giacché l’unica copia conservata negli
archivi del Mosfilm fu smarrita (o distrutta?) durante l’evacuazione di Mosca nella fase più
drammatica della guerra15. Probabilmente, il prikaz con cui la Direzione generale della
cinematografia sovietica vietava la proiezione del film il 17 marzo 1937 (ordine dettato da Stalin in
persona, che aveva visionato all’insaputa del regista il film ancora non montato) era stato ispirato

12
Il testo della Lettera al Governo dell’URSS alla quale Stalin rispose telefonando a Bulgakov è pubblicata
integralmente in appendice a: Michail BULGAKOV, Tutto il teatro, Introduzione di Vittorio Strada, Newton &
Compton, Roma, 1973. Il volume è corredato da una nota biografica, una bibliografia, un’antologia critica e una breve
storia delle rappresentazioni e delle edizioni. Si veda anche il profilo di Bulgakov apparso inizialmente sul «Corriere
della sera» del 7 marzo 1980 e ora ripubblicato, col titolo Bulgakov e il suo re Stalin, in: Vittorio STRADA, URSS-
Russia, Rizzoli, Milano, 1985, pp. 154-159. Su altri casi analoghi di imprevedibile protezione accordata da Stalin ad
artisti in disgrazia, si vedano le note 20 e 27 di questo stesso capitolo.
13
Testimonianza, cit., p. 29.
14
Il caso di Pavlik Morozov impressionò fortemente, in un senso o nell’altro, l’Intelligencija sovietica. Nelle
conclusioni del I Congresso degli scrittori (sul quale si veda oltre, Cap. IV lo stesso Gor’kij si sbilanciò, proponendo di
«chiedere al governo di consentire all’Unione scrittori di erigere un monumento all’eroe-pioniere Pavel Morozov ucciso
dai suoi parenti perché, avendo ritenuto la loro attività dannosa alla nazione, antepose gli interessi del popolo lavoratore
a quelli dei suoi consanguinei» (in: Giorgio Kraiski (a cura di), Rivoluzione e letteratura. Il dibattito al primo congresso
degli scrittori sovietici del 1934, con Introduzione di Vittorio Strada, Laterza, Bari, 1967, pp. 331-332. Il piccolo
delatore compare invece in chiave ben diversa nelle memorie di Šostakovič o in quelle di Nadežda Mandel’štam.
15
S. EJZENŠTEIN, Ivan il Terribile, a cura di Paolo Berretto, Prefazione di V. Strada, Feltrinelli economica,
Milano, 1981, p. 13.
dalla forte tensione emotiva con «riverberi dostoevskiani» «e risonanze bibliche» che è riscontrabile
dal poco che è rimasto (qualche inquadratura e la sceneggiatura)16.
Più chiare le ragioni del divieto che colpì la seconda parte di Ivan il Terribile (conosciuto in Italia
col nome di La congiura dei boiardi). Dopo due film con cui si era riscattato agli occhi di Stalin
(l’Aleksandr Nevskij, che aveva ripreso un episodio in sé relativamente modesto della storia
medievale russa, già rielaborato in chiave nazionalista trasformando un principe vassallo del gran
Khan dei Tartari in epico costruttore dell’unità della patria, e la prima parte di Ivan il terribile, che
aveva entusiasmato il tiranno georgiano, identificatosi in pieno con lo spietato sovrano del XVI
secolo)17, Ejzenštein aveva dimenticato tutti i criteri di prudenza indispensabili in quei tempi
tremendi e aveva indagato con la macchina da presa sul dramma umano di Ivan, costretto a una
solitudine tremenda dallo sterminio degli stessi amici e parenti e, al tempo stesso, dallo squallore
morale dei collaboratori di cui si era circondato. Il turpe Maljuta Skuratov ricordava troppo
facilmente Berija, mentre Ivan appariva troppo incerto e tormentato dal dubbio e dall’amarezza,
perché Stalin potesse ancora compiacersi dell’identificazione, o accontentarsi dell’insistenza
calunniatoria sui personaggi che raffiguravano i suoi oppositori sconfitti.
Il regista sovietico Michail Romm, che fu presente alla straordinaria anteprima di quell’opera, ha
lasciato una lucida descrizione degli stati d’animo sgomenti e increduli dei burocrati e dei registi e
della serena incoscienza di Ejzenštein (il quale stava per essere «provvidenzialmente» colpito da un
infarto, che lo avrebbe sottratto per i due anni di via che gli restavano sia alle eventuali punizioni
del tiranno oltraggiato, sia alle avvilenti ritrattazioni, sotto forma di un nuovo montaggio e di una
completa ristrutturazione della terza parte, che nella sceneggiatura preannunciava invece nuove e
più pesanti allusioni agli orrori dello stalinismo)18.

« Quando il film era da poco terminato, un gruppo di registi fu convocato al ministero. Ci dissero:
“Guardate il film di Ejzenštein . Aiutateci a veder chiaro in questo affare”. Guardammo il film e
provammo la stessa inquietudine e lo stesso confuso sentimento di troppo terribili allusioni che
avevano provato i funzionari del ministero. Ejzenštein invece, si comportava con temeraria allegria.
Ci domandò: “E allora, che c’è? Che c’è che non va? Cosa avete in testa? Ditemelo apertamente”.
Ma nessuno osò dire francamente che Ivan era un’allusione diretta a Stalin, Maljuta Skuratov a
Berija e gli Opričniki ai suoi sgherri. E c’erano molte altre cose che avevamo sentito e che non
avevamo osato dire. Nella temerarietà di Ejzenštein, nel brillio dei suoi occhi, nel suo scettico sorriso
provocante sentivamo che egli agiva in modo consapevole, che aveva deciso di rischiare il tutto per
tutto. Era una cosa tremenda»19.

16
Ivi, p. 250 e pp. 13-14.
17
Ad esempio, in bocca a Ivan vengono messe le seguenti parole: «Taglieremo la testa senza nessuna pietà, e
qualsiasi rivolta e i tradimenti dei boiardi soffocheremo ed estirperemo alle radici», subito commentate con
ammirazione da due uomini del popolo: «Mi sembra che lo zar non scherzi» e « Vede alla radice stessa» (ivi, n. 42).
Subito dopo Ivan aggiunge: «Non può lo zar reggere lo Stato senza fermezza. Come un destriero non si piega senza
freno, così lo Stato non si regge senza fermezza […] Le nostre terre sono grandi e prospere, ma c’è disordine in esse.
Noi non faremo appello a stranieri. Da noi stessi faremo ordine. Soffocheremo le rivolte» e viene interrotto dal coro,
che entusiasticamente ripete: «Sì. le soffocheremo» (ivi, pp. 42-43). Il principe Kurbskij, d’altra parte, vorrebbe evocare
al tempo stesso Trotskij e Bucharin e viene presentato come una marionetta nelle mani del re polacco Sigismondo.
L’Aleksandr Nevskij piacque molto nella fase in cui l’Urss tentava l’avvicinamento alle potenze occidentali contro la
Germania hitleriana, ma venne rapidamente ritirato dagli schermi nel momento dell’accordo Ribbentrop-Molotov,
giacché i nemici di Nevskij, i cavalieri teutonici, rappresentavano troppo scopertamente i nazisti (tornerà in auge,
naturalmente, durante la «Grande Guerra Patriottica»). Sul ruolo di Ivan IV «il terribile» e sulle ragioni che hanno
portato intere scuole di storici russi — gia molti decenni prima di Stalin — a tesserne le lodi (si veda lo stimolante,
anche se spesso più che discutibile, libro di Alexander YANOV, Le origini dell’autocrazia, Comunità, Milano, 1985).
18
Ivi, p. 252.
19
Ivi, pp. 223-234. Da questa testimonianza Ejzenštein esce riscattato dalle sue precedenti debolezze verso il
«signore e donno» che, oltre a quelle già ricordate a proposito del Il prato di Bežin e dal primo Ivan, erano state
completate nel 1939 dal rifiuto di assumere la regia dal Semën Kotko di Prokof’ev (che era stata avviata da Mejerchol’d
e interrotta dall’arresto del grande regista e maestro di Ejzenštein, ma che era probabilmente pericolosa anche per il
soggetto, divenuto «inopportuno» perché legato a un episodio della lotta contro i tedeschi nell’Ucraina del 1918) e dalla
contemporanea accettazione della regia de La Valchiria di Wagner al Bolšoi. Šostakovičche ricorda con particolare
Era effettivamente «tremenda» come sfida — fosse o no cosciente — per quei tempi. Lo stesso
Romm ha descritto con efficacia la frustrazione degli spettatori, che non osavano credere a quel che
stavano vedendo e tirare le somme delle loro sensazioni:

«Espressiva al punto di essere percepibile con i sensi, l’atmosfera di delitti, di esecuzioni, di


disordini, di angoscia, crudeltà, sospetti, astuzie, tradimenti provocava nei primi spettatori del film
un malessere vicino allo scoramento, un malessere di cui non osavano formulare il senso con le
parole»20.

Così, non ci sono dubbi, almeno in questo caso, sulla logica della censura. Ma è un «caso limite »
più di qualsiasi altro mai accaduto in quel paese, giacché, soprattutto in quel settore tanto delicato,
scattavano normalmente molto prima della conclusione di un film i meccanismi congiunti delle
pressioni, dei suggerimenti e dell’autocensura dettata dallo spirito di conservazione21.
Šostakovič, che col mondo del cinema ebbe parecchio a che fare, come autore di musica da film (e
una delle sue ipotesi sulle ragioni che portarono Stalin, dopo averlo attaccato duramente come
compositore, a risparmiarlo, era proprio che lo ritenesse utile per le colonne sonore dei « suoi »
film)22, ha raccontato nelle sue memorie alcuni episodi emblematici del terrore suscitato negli artisti
dall’interessamento di Stalin per le loro opere. In un caso, finito bene, il protagonista è un amico di

amarezza l’episodio, ha ragione nella sostanza (Ejzenštein non poteva ignorare il turpe contesto di questa improvvisa
riscoperta di Wagner finalizzata appunto a festeggiare il patto russo-tedesco, con uno spettacolo apprezzabile dal corpo
diplomatico della Germania nazista, presente non a caso al completo a fianco di Stalin e dei massimi dirigenti sovietici
alla prima), anche se sottovaluta alcune attenuanti: lo stesso Šostakovič riferisce che Ejzenštein non aveva capito
inizialmente tutte le implicazioni politiche dello spettacolo, tanto è vero che aveva inizialmente proposto tra i suoi
collaboratori l’ebreo Tijsler il quale aveva rifiutato amichevolmente, spiegando al regista stupito che la proposta era
assurda, giacché lo spettacolo doveva necessariamente essere Judenfrei, come «libere da ebrei» stavano diventando in
quel periodo le rappresentanze diplomatiche e le più importanti cariche pubbliche sovietiche (Testimonianza, cit., pp.
185-191). Cfr. anche Sergeij M. EJZENŠTEIN, La messinscena della Valchiria, Discanto Edizioni, Fiesole 1985. Va
aggiunto che aveva anche lavorato, proprio in quel triste periodo, alla sceneggiatura di un film tratto dal dramma
teatrale di L. R. SEJNIN, Delo Bejlisa (L’affare Bejlis), dedicato appunto al famoso processo del 1911-1913, che aveva
tentato di rilanciare sugli ebrei l’antica accusa di omicidio rituale. Del film, ovviamente, non se ne era fatto nulla, ma
l’intenzione del regista era evidentemente nobilissima in quel contesto.
20
EJZENŠTEIN, op. cit., p. 233. Romm esprime con sincerità (scrive nel 1957, poco dopo il XX Congresso e le
«rivelazioni» di Chruščëv) il senso di impotenza degli intellettuali inseriti (e come potevano non esserlo i cineasti?)
negli ingranaggi del potere, di fronte a quella imprevedibile ribellione. Lo stesso Šostakovič d’altra parte, che non
pretende affatto di spacciarsi per un eroe, pur rivendicando una sua silenziosa dignità anche negli anni più oscuri del
terrore staliniano, ha spesso pagine di commossa ammirazione per i pochi che ogni tanto osavano un gesto di sfida,
come la pianista Mar’ja Judina, straordinaria esecutrice di Mozart, ma anche mistica e stramba, che, a Stalin che le
aveva inviato un dono di 20.000 rubli per una sua esecuzione, scrisse testualmente: «Vi ringrazio, Josip Visarionovič,
per il vostro aiuto. Pregherò per voi giorno e notte, chiedendo al Signore di perdonare i grandi peccati che avete
commesso nei confronti del popolo e del paese. Il Signore è misericordioso e vi perdonerà. Il denaro l’ho dato alla
chiesa che frequento» (Testimonianza cit., pp. 262-263). Contrariamente a ogni previsione, Stalin «lesse e non disse
verbo?» e l’ordine di arresto, già stilato preventivamente dagli sgherri, venne cestinato. Era solo ammirazione per
un’eccezionale interprete, o disorientamento superstizioso nei confronti di tanto coraggio, che rivelava lo spirito degli
jurodivye, dei folli o idioti per amore del Cristo della vecchia tradizione russa? Šostakovič stesso amava in certi
momenti atteggiarsi a jurodivyi, e forse anche per questo si è salvato.
21
Si vedano, ad esempio, le stragi effettuate dai burocrati del settore cinematografico, già nel 1926-1927, tra le
proposte di «, cinescenari, » che Majakovskij, instancabile ammiratore della nuova musa, proponeva a getto continuo e
che venivano quasi regolarmente cestinati, mentre ancora alla vigilia della sua morte poteva andare in scena —
stroncatissimo, ma pur sempre rappresentato — Il bagno, dramma carico di un’evidentissima satira anti-burocratica. La
censura per il teatro era evidentemente un po’ meno stretta, rispetto a quella ormai ferrea applicata all’industria
cinematografica, strumento privilegiato di propaganda verso le larghe masse (cfr. Angelo Maria RIPELI.INO,
Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia, Einaudi, Torino, 1966, pp. 261-265 e passim).
22
Šostakovič, che non amava affatto le musiche da film o gli inni che gli venivano commissionati, si è
giustificato ricordando che «. Cechov soleva dire che lui scriveva di tutto, tranne denunce. E io la penso allo stesso
modo. » (Testimonianza cit., p. 206). Non era poco, in quei tempi in cui tanti scrivevano prevalentemente denunce («. i
musicisti su fogli da musica, i critici su carta semplice»).
Šostakovič, che per pudore non ne rivela il nome, peraltro non impossibile da ricostruire data
l’abbondanza di particolari forniti:

«Al Cremlino, Stalin aveva una sala di proiezione privata, e i film andava a vederseli di notte [...].
Ma non gli piaceva di vederseli da solo, ragion per cui voleva che tutti i massimi dirigenti del paese
fossero con lui. E lui se ne stava dietro a tutti loro, in una fila tutta per lui [...]. Un giorno il maestro e
donno ha avuto una nuova, brillante pensata. Assisteva alla proiezione di non so che film sovietico e
a pellicola conclusa se ne viene fuori a dire: ‘Dov’è il regista? Dobbiamo invitare il regista. Se il
regista fosse qui, avremmo potuto ringraziarlo e, se necessario, esporgli le nostre critiche e i nostri
desideri. Che i registi siano dunque presenti alle nostre proiezioni. Andrà a tutto beneficio sia dei
registi che del loro lavoro’»23.

L’amico di Šostakovič fu dunque il primo ad avere tanto onore, a cui naturalmente non teneva
troppo, essendo «un uomo di cultura raffinata, ma non molto coraggioso» Non era «un guerriero, né
moralmente, né fisicamente, ma si sforzava di essere come si deve e, quando aveva l’impressione
che il tran tran cinematografico fosse troppo opprimente, metteva in scena un paio di lavori teatrali,
tanto per dare un po’ di sollievo al corpo e allo spirito», dal momento che, come si è già ricordato,
«Stalin non teneva tanto d’occhio il teatro»24.
Quando, dopo infinite perquisizioni, il regista viene ammesso nel sancta sanctorum del Cremlino e
prende posto a fianco del ministro della Cinematografia, Bolšakov, e inizia la proiezione, l’episodio
assume una piega grottesca:

«Stalin, come al solito, siede in fondo alla sala. Inutile dire che il regista non sta a guardarsi il suo
film né presta orecchio alla colonna sonora, che era di mano mia, ma ascolta quello che si dice nelle
file dietro la sua. […] Ogni scricchiolio proveniente dalla poltrona di Stalin gli pareva decisivo, in
ogni colpetto di tosse gli sembrava di leggere il proprio destino. […] Poskrebišev che è stato a lungo
segretario di Stalin, è entrato durante la proiezione, con un dispaccio in mano. Il regista se ne sta
seduto volgendo la schiena a Stalin, senza osare voltarsi, sicché non ha potuto vedere la scena, l’ha
soltanto udita. Ha udito Stalin chiedere a voce alta: ‘Cos’è questa porcheria?’. In sala era buio, ma il
mio amico ha visto addirittura nero. Un rumore: era il mio amico che era piombato sul pavimento.
Quando finalmente rinviene, gli chiariscono l’equivoco e gli dicono che Stalin ha anche affermato:
‘Questo film non è niente male. A noi questo film piace, ma non inviteremo più i registi […] sono
gente ipersensibile’ »25.

Šostakovič dice più in generale che, per tutte queste ragioni, per lui era sgradevolissimo scrivere
musica per i film, ma che fu costretto a farlo regolarmente, per motivi economici prima e poi per
l’impossibilità di rifiutare, dato che «il maestro e donno si preoccupava soprattutto delle personalità,
aveva le sue idee, tutte confuse, circa chi fosse adatto a far questo o quello, e decise che Šostakovič
era in grado di scrivere musica per film, né mai ha cambiato parere in merito». Dopo avere
ammesso di potere fornire un lungo elenco dei «vergognosi prodotti con musica composta da lui
(comprese riviste di musica leggera), ha ricordato che le preoccupazioni erano iniziate già con il

23
Ivi, p. 332
24
Ibidem
25
Ivi, pp. 331-333. Šostakovič aggiunge un tocco finale, commentando che, grazie a quell’epilogo, «il mio
amico non è salito in alto come sperava. E neppure gli hanno dato un altro paio di pantaloni, in cambio di quelli che
aveva insozzato» (ibidem). Un episodio analogo viene riferito su Tikhon Chrennikov, l’odiato burocrate che dirigeva
l’Unione dei compositori (tranne che, in quei caso, pare che Stalin avesse deliberatamente terrorizzato col suo
comportamento il vassallo) (ivi, p. 335). E’ difficile garantire oggi l’assoluta corrispondenza alla realtà di questi
racconti: in ogni caso, essi forniscono allo storico un indizio su stati d’animo e atteggiamenti diffusi. Di episodi
analoghi si trovano tracce così frequenti nella memorialistica su quel periodo che essi hanno, in ogni caso, un valore
documentario, se non su quel che accadeva ai pantaloni di chi era convocato da Stalin in certe circostanze,
indubbiamente su quel che si pensava e si raccontava — con discrezione e lontani da possibili microfoni — in quegli
anni.
primo film per cui aveva scritto musiche, La nuova Babilonia, che fu attaccato dal l’Internazionale
Comunista della Gioventù come «controrivoluzionario» (era il 1929).

«E guai si ebbero anche con ogni altro film. Mentre stavamo lavorando ad Amiche, la “Pravda”
pubblicò un elenco di quattordici persone che avrebbero tramato l’uccisione di Kirov, e uno dei nomi
era quello di Raja Vasil’eva, autrice della sceneggiatura. Ora ci si chiederà: che cosa ha a che fare la
sceneggiatrice con l’autore delle musiche di accompagnamento? Risposta: e che cosa aveva a che
fare Raja Vasil’eva con l’assassinio di Kirov? Niente. Ciononostante venne fucilata»26.

Questo episodio, tuttavia, rivela un panico che non era esclusivamente riservato agli intellettuali, ma
pervase tutta la società sovietica negli anni del grande terrore e dello scatenamento degli « organi »,
che avevano ormai un «piano» da rispettare, un numero prefissato di arresti e di deportazioni da
raggiungere comunque entro certe date, per «rispettare la norma». Tuttavia non c’è dubbio che più
si era in vista, più si rischiava, e chi stava addirittura a contatto diretto con il «padrone e donno»
correva il massimo dei pericoli, qualunque cosa potesse fare per mimetizzarsi e nascondersi, o per
compiacere il satrapo27.

La musica

La musica avrebbe dovuto essere meno direttamente toccata dalla stretta repressiva, dalla frenetica
volontà di controllare tutto e tutto sottomettere all’onnipotenza e onniveggenza del «Partito» (cioè
della burocrazia, giacché il Partito comunista era stato il primo a pagare, perdendo tutte le sue
caratteristiche originarie: dalla volontarietà dell’adesione all’elettività delle cariche, passando per il

26
Ivi, p. 208. Anche con altri film, il compositore se la passò brutta: ad esempio, mentre era in lavorazione una
pellicola su Betal Kalmykov, un dirigente della Repubblica sovietica cabardino-balcara (doveva avere il titolo Amici), la
lavorazione fu improvvisamente interrotta perché l’eroe era stato nel frattempo proclamato «nemico del popolo» e
quindi «tutti coloro che avevano a che fare con il film tremarono verga a verga » (ibidem).
27
A conferma di quanto l’essere notati e anche apprezzati da Stalin non garantisse la salvezza, può essere
ricordata la vicenda del grande attore del Teatro ebraico di Stato, Solornon M. Michoel’s, che ancora nel 1946 era stato
invitato al Cremlino per recitare la parte di re Lear davanti al despota (particolarmente attratto da questo e da altri
personaggi shakespeariani che erano nel repertorio di Michoel’s) (cfr . .Emmanuel D’ASTIER DE LA VIGERIE, Sur
Staline, Paris, 1964, citato da R. MEDVEDEV Lo stanilismo, cit., p. 585). Michoel’s, infatti, non sfuggì alla sorte
riservata a gran parte degli intellettuali di origine ebraica sterminati negli ultimi anni di Stalin. Fu anzi il primo di essi a
soccombere; ufficialmente egli morì in un dubbio incidente d’auto presso Minsk, avvenuto nel 1948; tuttavia il divieto
di approfondire le circostanze della morte e il passaggio post mortem nell’elenco dei nemici del popolo (nel gennaio
1953 Michoel’s venne addirittura presentato come il reclutatore, per conto dei servizi di spionaggio stranieri, dei famosi
«medici assassini» accusati di avere avvelenato Ždanov e un gran numero di ammiragli e marescialli) confermano che i
sospetti dei suoi amici sulle circostanze della morte non erano infondati. Tra i molti che hanno ricordato Michoel’s. si
veda anche Elie WIESEL, Il testamento di un poeta ebreo assassinato, traduzione di Daniel Vogelmann, Giuntina,
Firenze, 1981. Dem’jan Bedny, che pure era stato per anni esaltato come «poeta bolscevico» e ricoperto di onori,
indubbiamente sproporzionati al suo reale valore (era stato tra l’altro fornito di un appartamento all’interno del
Cremlino, a fianco dei maggiori capi del partito), cadde in disgrazia per un motivo futilissimo: bibliofilo appassionato, e
soprattutto memorialista imprudente, aveva scritto sul suo diario che non prestava volentieri i libri a Stalin, perché
questi lasciava sulle pagine ditate di unto. Il suo segretario pensò bene di ricopiare per l’interessato queste righe (ogni
scrittore importante, ogni personalità, veniva affiancata in quegli anni da un segretario con mansioni di questo tipo ...) e
per Bedny non ci fu più pace. Tuttavia la frase di Stalin che lo condannava («Questo tardo imitatore di Dante deve
smetterla di scrivere») fu interpretata in forma benevola: espulso dall’Unione degli scrittori e cacciato
dall’appartamento al Cremlino, Dem’jan Bedny dovette vendere i suoi amati libri per mantenersi, giacché non poté più
pubblicare una riga fino alla sua morte, avvenuta nel 1945. Comunque, una morte per cause naturali. Come è noto,
invece, Osip Mandel’štam pagò con la vita una poesia su Stalin, in cui si attribuivano al «montanaro del Cremlino»
anche «dita dure grasse come vermi», citazione evidente dall’indiscrezione di Bedny. La poesia è stata pubblicata in N.
MANDEL’ŠTAM, Le mie memorie, con poesie e altri scritti di Osip Mandel’štam, Garzanti, Milano, 1972, p. 226 (cfr.
cap. III, pp. 75-76). Sulle vicende della poesia (e della singolare fonte di ispirazione), cfr. il precedente volume di N.
MANDEL’ŠTAM L’epoca e i lupi, cit., pp. 31, 191 e passim.
diritto-dovere di manifestare liberamente i dissensi anche attraverso la formazione di tendenze e
frazioni, già a partire dalla metà degli anni Venti). Tuttavia, abbiamo già visto che i musicisti erano
stati coinvolti nelle vicende del teatro e del cinema, a cui erano spesso naturalmente collegati.
Ma la spirale del terrore finì per travolgere anche più direttamente la cultura musicale sovietica, sia
pure con qualche ritardo rispetto ad altri settori.
Šostakovič è un buon testimone — o almeno uno dei più diretti, giacché fu il primo a essere
bersagliato dalla «Pravda» per un suo lavoro — e ci garantisce che, mentre in altri campi gli
interventi censori erano già dilaganti, egli cadde dalle nuvole aprendo l’organo del Partito
comunista e scoprendo di essere additato al pubblico ludibrio per la sua Lady Macbeth del distretto
di Mcensk28.
In realtà, egli stesso ammette che i sintomi di una possibile intromissione di Stalin nel suo settore di
attività non mancavano. Soprattutto perché un’opera lirica non è solo musica, ma ha anche un
libretto, trasmette idee, sentimenti, sensazioni in modo abbastanza diretto. Per giunta, aveva come
protagonista una donna viva, vera, sensuale, travolta dalla passione, assassina per amore. In un
tempo in cui si vietavano già commedie prive di riferimenti politici, ma troppo dense di riferimenti
all’amore sensuale, mentre si imponevano testi in cui si metteva in bocca a una donna la frase:
«L’unica cosa che amo è il lavoro per il Partito», era evidente che si scherzava con il fuoco29.
Ma non era tutto. L’intero quarto atto rappresentava, con comprensione e simpatia, la vita dei
deportati. Certo, l’idea c’era già nel racconto di Nikolaj Leskov da cui Šostakovič (coadiuvato da un
giovane commediografo di Leningrado, A. G. Preis) aveva ricavato il libretto, ma la provocazione
era forte. L’opera fu concepita nel periodo 1930-1932 ed ebbe inizialmente un enorme successo:
non capita frequentemente che una nuova opera lirica abbia decine e decine di repliche (36 a
Leningrado nel 1934, nei primi cinque mesi dopo la prima; 94 a Mosca, nel corso delle due stagioni
liriche in cui fu rappresentata). Contemporaneamente veniva allestita a Stoccolma, Praga, Londra,
Zurigo, Copenhagen e New York. Un trionfo. Tanto grande che Stalin (che, tra le pochissime cose
in comune con Lenin, aveva una notevole ostilità per la musica e l’arte contemporanea) si decise a
verificare di persona le ragioni di tanta popolarità. Così cominciarono i guai.
Stalin uscì dal teatro furibondo e pochi giorni dopo, il 28 gennaio 1936, la «Pravda» pubblicò il
famoso articolo Confusione invece che musica:

«L’ascoltatore resta sbalordito, fin dalle prime note, da una marea di suoni volutamente sgraziati,
confusi. Brani di melodia, embrioni di frasi musicali sprofondano, sfuggono e tornano a sprofondare
tra fragori, cigolii e stridori. Seguire questa ‘musica’ è difficile, ricordarla è impossibile»30.

Poco oltre si rincarava la dose, con tono inequivocabilmente minaccioso: «Questo equivale a un
gioco con cose astruse, che può finire assai male». Se si pensa che lo stile dell’articolo
(probabilmente steso nelle sue grandi linee da quel tal Zaslavskij che Lenin, prima della
rivoluzione, aveva definito «un notorio diffamatore» e «un pennivendolo ricattatore», ma che
diventò uomo di fiducia di Stalin e fu rispettatissimo giornalista della «Pravda» fino alla sua morte,
avvenuta in epoca brezneviana, nel 1965)31 rivelava, con alcune rozzezze e sgrammaticature,
28
L’opera, bloccata dopo l’intervento di Stalin, che era peraltro affascinato dalla protagonista, potrà essere di
nuovo rappresentata solo nel 1963 (alla fine del periodo chrusceviano), con il nome di Ekaterina Izmajlova.
29
Testimonianza cit., pp. 165-166. Sull’involuzione della morale sessuale, nuovamente sottoposta a limitazioni
codine, e a gravi restrizioni della legislazione su divorzio e aborto, si vedano il capitolo su La famiglia, i giovani, la
cultura in Leone TROTSKY, La rivoluzione tradita, a cura di L. Maitan, Schwarz, Milano, 1956, pp. 139-164 e alcune
efficacissime testimonianze di Nadežda MANDEL’ŠTAM, Le mie memorie, cit., pp. 422-424 (in particolare per i
processi pubblici a ragazze madri, per «amoralità», o le pubbliche denunce di mariti che non assolvevano ai doveri
coniugali da parte di zelanti staliniste).
30
Testimonianza cit., p. 26.
31
La biografia del turpe «, pennivendolo, » annovera tra le sue imprese anche il famoso articolo
Strombazzamenti di propaganda reazionaria per una erbaccia letteraria, con cui nel 1958 fu avviata sulla «Pravda» la
campagna contro Pasternak. Lenin aveva espresso non in un solo caso il suo sdegno nei confronti del personaggio: si
vedano ad es. V. I. LENIN, Opere, cit., vol. 25, pp. 118 e 247-249; vol. 26, p. 196; vol. 43, p. 564; vol. 44, pp. 10-11.
l’intervento diretto del «signore e donno», che notoriamente masticava abbastanza male il russo;
non c’era proprio da stare tranquilli (e infatti Šostakovič passò, come capitava a molti in quel
periodo, un bel po’ di notti aspettando bruschi colpi alla porta). Pochi giorni dopo, come se non
bastasse la prima dose, arrivò un’altra stroncatura: Stalin era andato al Bolšoi, aveva visto un
balletto con musiche di Šostakovič (L’onda limpida) e, subito dopo, era uscito un nuovo articolo
durissimo sulla «Pravda».
Le angosce di Šostakovič vennero d’altra parte accresciute successivamente da un’altra vicenda,
che con la musica non aveva alcun legame, ma che faceva presagire nuove sciagure. Il compositore
era legato da stretta amicizia con il capo dell’Armata rossa, Tuchačevskij (che in privato era un
appassionato di musica, aveva come hobby la costruzione di violini e sognava di essere un
violinista), e rimase due volte sconvolto dalla notizia della fucilazione di un uomo che stimava, che
sapeva onestissimo e che, per giunta, poteva trascinarlo con sé nella tomba. Non accadde nulla.
Tuttavia, con l’articolo del gennaio 1936 erano state gettate le basi per un sistematico intervento
nelle questioni musicali e, giacché era stata attaccata non la trama (che pure doveva essere stata
determinante per l’irritazione del capo), ma proprio la musica, Šostakovič decise di non fare
eseguire e di non pubblicare alcune delle opere a cui stava lavorando, in particolare la Quarta
Sinfonia, che rimase nel cassetto per circa 25 anni. Da un lato, era preoccupato per le reazioni che
avrebbe suscitato; dall’altro, era tormentato dall’angoscia per quel che sarebbe successo a quel
manoscritto in caso di arresto:

«Majakovskij pubblicava spesso le sue poesie sulla “Komsomolskaja Pravda”. Un giorno un lettore
telefonò e chiese perché sul foglio di quel giorno non c’era una poesia di Majakovskij. ‘E’ in
vacanza’, gli fu spiegato. ‘D’accordo, ma chi lo sostituisce?’, chiese il lettore. […] L’episodio è
significativo, risponde a una visione tale per cui ogni figura deve avere un sostituto, e anche il
sostituto un suo vice. E devono essere sempre a portata di mano, per sostituire in ogni momento ‘il
migliore, il più geniale’. Ficcatelo dunque bene nella zucca: ieri eri il migliore e il più geniale, e oggi

Ma David Josipovič Zaslavskij non fu l’unico ad approdare tardivamente sulle sponde sovietiche, una volta risultato
chiaro che il potere era ormai saldamente nelle mani del Partito comunista. Un altro stretto collaboratore di Stalin aveva
un analogo passato: Andrej J. Višinskij, che aveva combattuto nelle file dei Bianchi durante la guerra civile e che, dal
processo Šachty in poi, cioè dal 1928, fu il portavoce del dittatore in tutti i grandi processi, raggiungendo livelli
difficilmente eguagliabili di bassezza morale e di falsità grossolana e inverosimile (che gli imputati comunque non
potevano smentire e che gli «osservatori» occidentali accettavano nel complesso abbastanza facilmente). Lev Trotskij
aveva osservato nel gennaio 1937 che un gran numero di servitori di Stalin si trovavano tra i Bianchi durante la guerra
civile, in particolare « l fiore della diplomazia sovietica» (Léon TROTSKY, Oeuvres, vol. 12, EDI, Paris, 1982, pp. 50-
51).
Jean-Jacques Marie ha sistematizzato il dato, riprendendo anche uno spunto di Babel’, fino a concludere che
Stalin sceglieva abitualmente i suoi collaboratori tra chi aveva qualcosa da rimproverarsi: un passato menscevico,
qualche vicenda privata discutibile («storie di attrici» nel caso di Kalinin, «sibaritismo e la sparizione di una grossa
somma durante la guerra civile, nel caso di Kirov), perfino qualche fugace trascorso «trotskista», come nel caso di
Kaganovič, che aveva firmato la Lettera dei quarantasei nel lontano 1923 ( Jean-Jacques MARIE, Stalin. 1879-1953,
Samonà e Savelli, Roma, 1969, p. 149).
Che non si trattasse di un dato casuale ma di una costante del sistema di potere organizzato da Stalin, è
confermato da molti altri elementi, tra i quali uno, particolarmente inquietante, è stato segnalato a proposito della
Repubblica Democratica Tedesca. In un colloquio tra Gomulka e Ulbricht, il leader comunista polacco aveva chiesto al
collega tedesco come mai nel suo paese fossero stati inseriti nell’apparato statale molti funzionari nazisti (mentre erano
stati emarginati non pochi dei vecchi comunisti scampati a Hitler e a Stalin). Ulhricht aveva risposto che molti vecchi
quadri comunisti, rinchiusi per anni in carceri e campi di concentramento, avevano subito «un’interruzione del livello di
coscienza», perché nell’isolamento non avevano partecipato all’evoluzione del socialismo dal 1933 al 1945 (cioè non
erano stati tempestivamente informati degli zig-zag della politica staliniana) e, per giunta, avevano collaborato nei
campi con «i tradizionali nemici», ad esempio con i socialdemocratici o con i cristiani... L’osservatore (inorridito),
presente a quel colloquio nella sua funzione di interprete ufficiale di Gomulka, ricavò la conclusione che il
privilegiamento degli ex nazisti era dovuto alla certezza di una sicura docilità (garantita dai dossier che permettevano di
ricattarli), mentre i vecchi militanti che avevano continuato a fare politica anche nei lager, che avevano lottato per tutta
una vita per i loro ideali, non erano altrettanto disponibili ad accettare qualsiasi direttiva e a piegarsi a qualsiasi ordine
(cfr. Erwin WEIT, La Polonia in crisi, Rizzoli, Milano, 1971, pp. 192-193).
non sei nessuno. […] E’ una sensazione a noi tutti familiare, una schiera innumerevole di anonimi
‘sostituti’ che ci sta alle spalle, in attesa di sedersi alla nostra scrivania e di scrivere il tuo romanzo,
la tua sinfonia, la tua poesia. […] Sono pensieri che mi hanno turbato molto spesso in relazione alla
mia Quarta sinfonia […] Se io fossi scomparso, le autorità il manoscritto l’avrebbero dato a qualcun
altro per il suo ‘zelo’ e so anche a chi. Così, invece di essere la mia Quarta sarebbe divenuta la
seconda sinfonia di un altro compositore »32.

Perché Šostakovič non fu arrestato, dopo essere stato attaccato così duramente (gli capitò di leggere
su un giornale un annuncio così concepito: «Oggi verrà eseguito un concerto del nemico del popolo
Šostakovič» e la stampa sovietica era piena di lettere «spontanee» di ignoti o anonimi lavoratori che
lo insultavano e protestavano perché erano stati «costretti» a subire le sue orribili musiche), non è
facile dirlo.
Oltre che alla ragione già ricordata (la sua fama come autore di colonne sonore), Šostakovič ha
attribuito la propria salvezza alla risonanza internazionale delle sue opere. In effetti, i vari
Chrennikov potevano ottenere per meriti politici centinaia di esecuzioni delle loro composizioni sul
territorio sovietico, ma nessun decreto di Stalin poteva obbligare i direttori d’orchestra occidentali a
eseguire quelle composizioni da quattro soldi e, soprattutto, a non eseguire pezzi di grande successo
come la Quinta di Šostakovič33. Per questa ragione Stalin, quando fu costretto a cercare di far
breccia sull’opinione pubblica dei paesi divenuti alleati in seguito all’aggressione nazista, usò
Šostakovič e altri artisti per presentare un volto accettabile del proprio paese34. Ma questo non
determinò automaticamente la salvezza di quei forzati ambasciatori della cultura sovietica. Oltre a
tutto, l’opinione pubblica occidentale poteva essere ingannata, almeno per qualche tempo (e Stalin
non ebbe mai un programma a medio o lungo periodo), con trucchi modestissimi, come quello che
accontentò il cantante negro americano «progressista» Paul Robeson, quando si accorse che nella
Mosca del 1949 non circolava più il suo amico ebreo Itsik Fefer35 . Così, in definitiva, non sapremo
mai perchè Šostakovič si sia salvato.

32
Il curatore delle memorie di Šostakovič, Solomon Volkov, ci chiarisce che si allude a Tikhon Chrennikov, il
dirigente dell’Unione compositori già ricordato, cogliendo al tempo stesso l’occasione per una considerazione più
generale su quegli anni eccezionalmente favorevoli per la fioritura di plagi ufficialmente sanzionati. Volkov accenna,
tra l’altro, al caso di F. A. Ksenofontov, autore di gran parte di quel che venne spacciato per I principi del leninismo di
Stalin. Dopo avere invano tentato di ottenere un riconoscimento pubblico della paternità dello scritto (ne aveva ottenuto
uno in una lettera di cui Stalin non autorizzò mai la pubblicazione), lo sventurato Ksenofontov finì per morire in carcere
durante un interrogatorio (nel 1937). Sull’episodio, segnalato da Medvedev, ha scritto più ampiamente Robert C.
TUCKER, Stalin il rivoluzionario, 1879/1929, Feltrinelli, Milano, 1977, pp. 241-244.
33
D’altra parte, anche in Urss alcune composizioni di Šostakovič ebbero un successo travolgente: in particolare
la Quinta sinfonia, appunto, di cui molti apprezzavano la straordinaria capacità di esprimere l’angoscia che
accompagnava la vita di ogni giorno in quel periodo terribile. Chi l’ha ascoltata non può stupirsi che alla prima, nella
Leningrado del 1937, decimata più di ogni altra città dal terrore, ci fosse chi, oltre ad applaudire, piangeva.
34
Šostakovič venne chiamato da Stalin, che aveva appreso che il musicista rifiutava un viaggio a New York
organizzato nel quadro di un Congresso culturale e scientifico per la pace mondiale. Il «padrone e donno» finse di
stupirsi quando il compositore spiegò che non poteva andare all’estero e rispondere alle domande sulle ragioni per cui
in Urss non venivano più eseguite le sue opere e annunciò: «No, noi non abbiamo dato quell’ordine», sicché Šostakovič
si rassegnò al viaggio, che comportava di fatto l’annullamento del precedente ostracismo nei confronti delle sue opere e
di quelle di Prokof’ev, Khačathurian, ecc. Tuttavia, rimase nauseato dal viaggio, sia per il ruolo di involontario
propagandista del regime che assumeva (sia pure suonando davanti a 30.000 persone stipate nel Madison Square
Garden), sia per l’aggressività della stampa americana, che lo «costringeva a rispondere a stupide domande e stare
attento a non dir troppo» (Testimonianza cit., pp. 205-206).
35
L’episodio. narrato da diversi autori, è atroce: Robeson fu fatto incontrare con Fefer in una saletta appartata di
uno dei ristoranti più cari di Mosca. «La tavola è riccamente imbandita, bevande e zakuski a non finire». E Fefer è
seduto a tavola in compagnia di parecchi individui sconosciuti. Fefer è magro e pallido, parla pochissimo, mentre
Robeson mangia e beve allegramente ed è tutto contento di aver rivisto il suo vecchio amico. Dopo la fastosa cena, gli
uomini che Robeson non conosceva riportarono Fefer in carcere, dove ben presto morì. Robeson tornò in America, dove
proclamò ai quattro venti che le voci sull’arresto e il decesso di Fefer erano insensate e calunniose. Non aveva forse
mangiato e bevuto con Fefer in persona? » (Testimonianza cit., pp. 267-268). Šostakovič è forse troppo duro col povero
Robeson, che in realtà aveva tentato di raccogliere seriamente informazoni sulle discriminazioni (assieme a Frederic
Joliot-Curie, premio Nobel per la fisica e dirigente dei Movimento dei partigiani della pace), ma è comprensibile lo
Certo, non solo perché la musica fosse considerata «innocua»: dopo gli attacchi del 1936, egli aveva
evitato a lungo di cimentarsi con testi scritti, cercando di limitarsi a quartetti o sinfonie il meno
lontani possibile dai modelli accettati e consacrati36. Ma non pochi musicisti subirono comunque la
forma estrema della persecuzione e perirono negli anni del grande terrore anche senza comporre
opere liriche dal contenuto pericoloso.
Šostakovič ne ricorda più d’uno: il compositore Sergej Popov, l’organista Nikolaj Vjgodskij, il
direttore del Conservatorio di Mosca, Pšibjševskij, il musicologo Dima Gačev. Con particolare
commozione viene rievocato l’arresto di Nikoiaj Žilijaev, che insegnava al Conservatorio di Mosca;
Šostakovič parla con affetto del suo debito culturale verso quell’uomo, a cui si rivolgeva spesso, pur
senza essere formalmente suo allievo, per averne consigli utili, giacché era uno dei pochi in grado di
capire le nuove sperimentazioni musicali. Tuttavia, quel che ha lasciato su di lui il segno più
profondo è la dignità mantenuta da Žilijaev in quei tempi burrascosi. Entrambi erano stati amici di
Tuchačevskij; quando quest’ultimo venne arrestato e fucilato come traditore della patria, il suo
ritratto, che campeggiava nella stanza di Žilijaev, non fu rimosso e questo gesto colpì Šostakovič
probabilmente proprio perché non avrebbe mai osato tanto:

«Non so se riesco a far capire quanto eroico fosse un gesto del genere. Come si comportava infatti
allora la gente? Non appena un povero disgraziato veniva dichiarato nemico del popolo, tutti in preda
al panico distruggevano qualsiasi cosa avesse a che fare con lui. [...] E naturalmente le fotografie
finivano in cenere per prime, perché se qualcuno avesse spifferato che si possedeva un ritratto di un
nemico del popolo, era morte certa. Žilijaev non era un fifone. E quando fu la sua volta, il ritratto di
Tuchačevskij in bella mostra sbalordì persino gli sbirri. ‘Come, è ancora appeso?’, chiesero-’. E
Žilijaev: ‘Verrà il giorno in cui gli erigeranno un monumento’»37.

sdegno verso certi «umanisti e occidentali, troppo ben disposti a ingoiare ogni menzogna, o a scrivere articoli in onore
della costruzione del Canale del Mar Bianco, senza accorgersi delle migliaia di deportati uccisi dalla durezza dei lavori
(è il caso di André Malraux). Joliot-Curie, invece, aveva tentato in varie occasioni interventi precisi in difesa di vittime
del terrore (già nel 1938 aveva tentato di salvare i fisici Friedrich Houtermanns e Alexander Weissberg, che furono
invece consegnati ai nazisti durante l’idillio seguito all’accordo Ribbentrop Molotov (cfr. R. MEDVEDEV, Lo
stalinismo, cit., pp. 312 e 381). Ariè Eliav, che era in quegli anni diplomatico israeliano a Mosca, ricorda un altro gesto
di Paul Robeson che depone a suo onore: nel 1959, invitato a una serata di gala riempita di discorsi rituali e retorici, il
cantante negro americano volle ricordare Michoel’s con particolare calore, per concludere poi la serata cantando le
canzoni degli insorti del ghetto di Varsavia. Non era certo la parte assegnatagli, e vivo fu l’imbarazzo dei dirigenti
dell’Unione degli scrittori presenti (Surkov e Polevoi), dato che in quei periodo di riflusso della destalinizzazione si
evitava di ricordare le vittime di Stalin e, comunque, il ruolo della resistenza ebraica al nazismo era (ed è ancor oggi)
semplicemente cancellato dalla stampa sovietica, e perfino dai monumenti funebri che ricordano le vittime di Hitler (
Ariè ELIAV, Fra il martello e la falce. Esperienza personale di un incontro con gli ebrei dell’URSS, Barulli, Roma,
1970, pp. 46-49).
36
Va segnalato che quando Šostakovič ricominciò a cimentarsi con testi impegnativi (dopo la morte di Stalin)
ebbe nuovamente fastidi, giacché Chruščëv, che aveva gli stessi gusti e la stessa intolleranza di Stalin (sia, pure, a onor
del vero, in forma di gran lunga meno cruenta), fu irritato da alcune sue composizioni, in particolare da quelle di
argomento ebraico, come la Tredicesima Sinfonia costruita sui versi di Evgenij Evtušenko dedicati a Babij Yar (sospetti
perché decisamente impegnati contro il risorgente antisemitismo). I tempi erano meno duri, ma la prima della sinfonia
rischiò di saltare, perché tutti i più famosi bassi sovietici si davano malati, per evitare di cantare versi sui quali erano
state già sollevate tante polemiche e che erano chiaramente invisi al potere (Testimonianza cit., pp. 209 e 215 n.)
37
Ivi. p. 178. Va detto che Šostakovič, se più volte ci ricorda di non essere un eroe, non fu nemmeno un vile e in
definitiva «osò», se non quanto lo Žiliiaev che egli ammirava, molto più di altri artisti sovietici. Oltre alle composizioni
ispirate da temi ebraici (in epoca in cui ciò diventava molto inopportuno), ricordiamo una simpatica monelleria, che
turbò il cerimoniale della sua ammissione al Partito comunista, avvenuta tardivamente, nel 1960, per necessità
burocratiche (era stato proposto come «primo segretario» della sezione russa dell’Unione dei compositori, e tale carica
non era accessibile a un «senza partito»). Costretto a recitare un discorso d’occasione (naturalmente scritto
preventivamente dal burocrate di turno) alla presenza di un gran numero di colleghi e di molte autorità, seguì il copione
fino in fondo, con una sola eccezione: arrivato alla frase d’obbligo: «per tutto quanto c’è di buono in me, io sono
debitore... », invece di proseguire col rituale «, al Partito comunista e al Governo sovietico», Šostakovič se ne uscì a
voce più alta del normale, per attirare l’attenzione, con un: «ai miei genitori», che a noi pare scontato e banale, ma che
in quel contesto appariva (ed era) se non blasfemo, certamente inconsueto (cfr. S. VOLKOV, Introduzione a:
Testimonianza cit., p. 38).
Così comprendiamo quanto si sbagliassero Tuchačevskij e Mejerchol’d, entrambi violinisti
dilettanti, quando, di fronte all’addensarsi delle bufere che avrebbero travolto anche loro, avevano
rimpianto di non avere avuto occasione di dedicarsi più sistematicamente e in anni più verdi alla
musica, per potere divenire professionisti lontani dai pericoli che li minacciavano. Certo, un capo
militare e politico, o un regista teatrale d’avanguardia con simpatie per l’Opposizione di sinistra,
avevano più probabilità di soccombere, ma nessuno era veramente al sicuro in quegli anni e chi si
salvava — se non era un delatore, o un lacchè — non sapeva perché era stato risparmiato.
E, anche nel campo della musica, non era solo chi eccelleva a essere esposto al rischio della
deportazione e della morte. Tra gli episodi ricordati da Šostakovič ce n’è uno particolarmente
agghiacciante, proprio perché riguarda persone lontanissime dai centri del potere e ignare delle sue
regole:

«Da tempo immemorabile, per le strade dell’Ucraina si aggiravano cantori popolari, noti localmente
col nome di lirniki e di banduristij. Erano quasi sempre ciechi […] e sempre inermi, ma nessuno si
sarebbe sognato di far loro del male. Aggredire un cieco: che cosa poteva esserci di più infamante?
E poi, verso la metà degli anni Trenta, venne organizzato il primo Congresso panucraino di lirniki e
banduristij, e tutti i cantori popolari furono convocati per discutere che fare in futuro, quando, come
diceva Stalin, le loro vite sarebbero state migliori, le loro vite sarebbero state più felici.
I ciechi gli credettero e giunsero al Congresso da tutte le parti dell’Ucraina, da minuscoli villaggi
dimenticati. Dicono che se ne fossero presentate diverse centinaia. Era una sorta di museo vivente, di
vivente storia del paese: tutti i suoi canti, la sua musica e la sua poesia. E quasi tutti vennero fucilati:
quasi tutti quei patetici ciechi vennero fatti fuori »38 .

Šostakovič tenta di dare una spiegazione di quella tragedia, ricostruendo la probabile logica dei
burocrati incaricati di organizzare i cantori popolari:

«Perché questa sadica iniziativa? Così, perché non fossero di ostacolo. Erano in cantiere enormi
iniziative, si stava procedendo alla collettivizzazione totale, i kulaki erano stati distrutti come classe,
e c’erano quei ciechi che se ne andavano in giro intonando canzoni di dubbio contenuto: canzoni che
i censori non potevano approvare. Ma che razza di censura si può applicare a dei ciechi? Mica si può
cacciare in mano a dei ciechi un testo corretto e approvato, non gli si può rifilare un ordine scritto. A
un cieco bisogna parlare, e per questo ci vuole troppo tempo. Ne consegue anche che non si può
archiviare un pezzo di carta: anche per questo ci vorrebbe troppo tempo. Collettivizzazione,
meccanizzazione: era più facile fucilarli. E così fu fatto »39.

38
Ivi, p. 285
39
Ivi. pp. 285-286. A mano a mano che ci si inoltra negli anni del grande terrore, anche chi segue da anni
sistematicamente la storia sovietica finisce a volte per restare sgomento e incredulo. E’ ben noto il fenomeno della
rimozione, che ha portato un discreto numero di comunisti occidentali a rifiutare di credere alle stesse ammissioni
sovietiche del periodo chrusceviano e a respingere le posizioni critiche prese ufficialmente dai loro partiti. Il
meccanismo, dispiace dirlo, è analogo a quello che ha portato un’intera corrente di «storici» (si fa per dire) a negare
l’esistenza o le dimensioni dello sterminio degli ebrei da parte di Hitler (per una severa disamina di questa pretesa
«scuola storica revisionista» si veda il bel saggio di Pierre VIDAL-NAQUET, Un Eichmann de papier - Anatomie d’un
mensonge, in Pierre VIDAL-NAQUET, Les Juifs, la mèmoire et le present, Maspero, Paris, 1981, pp. 195-289 (ed. it.
Editori Riuniti, Roma, 1985).
Uno dei pretesti per rifiutare di credere a quel che è avvenuto, o a alle sue punte più tragiche, è appunto quello
della inesistenza di documenti ufficiali che confermino quanto emerge dalla memorialistica. Si tratta di un argomento
due volte scorretto: da un lato, pur scarsi e reticenti, non mancano documenti ufficiali che ammettano il terrore, da
quelli mistificanti, che attribuivano deportazioni ed esecuzioni a inverosimili tradimenti compiuti fin dalla più tenera età
da militanti che avevano dato tutta la loro vita per la rivoluzione, a quelli reticenti del breve periodo delle riabilitazioni
(dopo il XX e sopratutto dopo il XXII Congresso del PCUS). Esistono poi altri documenti, validissimi, finiti per le
vicende belliche in Occidente, dove sono stati pubblicati: in particolare gli archivi dell’Obkom di Smolensk, portati in
Germania da un ufficiale tedesco e trovati, ancora sigillati, dagli occupanti americani. Sono stati curati da Merle
FAINSOD, Smolensk under Soviet rule, Harvard University Press, Cambridge (Mass.), 1958. Ma come si può
respingere la testimonianza fornita dalla memorialistica (che tra l’altro nel periodo chrusceviano aveva iniziato a essere
Accanto alla tragedia, la farsa, che rivela tuttavia come non solo con le fucilazioni venissero
distrutte le più antiche tradizioni popolari, quel folklore che Gor’kij, nelle conclusioni del I
Congresso degli scrittori, indicava come «essenza dell’arte della parola» e materiale inestinguibile
per arricchire e sviluppare la letteratura sovietica:

«Tutti, nell’Urss, sanno chi è Džambul Džaba’ev, mio figlio ne ha studiato le poesie a scuola, i miei
nipoti fanno ora lo stesso — leggendole in russo, naturalmente, tradotte dal kazaco. Sono piccole
composizioni assai toccanti, che rendono benissimo l’atmosfera del tempo di guerra. ‘Leningradesi,
figli miei ...’, ne comincia una, e a pronunciare queste parole è un saggio centenario avvolto in una
lunga palandrana. E ai nostri ospiti stranieri piaceva farsi fotografare con lui, le immagini erano tanto
esotiche: un cantore del popolo dal cui sguardo traspariva la saggezza dell’età, e tutto il resto.
Anch’io, lo confesso, ci sono cascato, e ho musicato alcune di queste poesie»40.

Molti anni dopo Šostakovič apprese da un amico compositore, che aveva trascorso interi decenni
nel Kazachstan, facendovi carriera e diventando qualcosa di simile a «un musicista di corte», quindi
al corrente di molte cose segrete, che «il grande cantore popolare» non era mai esistito:

«Certo, Džambul Džaba’ev esisteva realmente. ed esistevano anche i testi russi delle sue poesie: le
traduzioni, voglio dire. Mai esistiti, invece gli originali. Džambul sarà stato magari, un brav’uomo,
ma non certo un poeta. O forse lo è stato, ma nessuno se ne è occupato, perché le cosiddette
traduzioni di composizioni non esistenti sono state compilate da poeti russi, i quali non hanno
neppure chiesto il permesso al nostro grande cantore. E se si fossero sognati di farlo, non avrebbero
potuto, per il semplice fatto che i traduttori non conoscevano una parola di kazako e Džambul non ne
sapeva una di russo »41.

pubblicata nelle edizioni statali sovietiche) solo perché fornisce una visione unilaterale? Non c’è dubbio che tutte le
memorie personali scritte o orali, edite o inedite, vanno soppesate e utilizzate solo come testimonianze indirette, indizi
rivelatori di stati d’animo e non come prove certe di singoli avvenimenti. Non c’è dubbio che la stessa ripetizione in
fonti diverse della stessa notizia non garantisce affatto che questa sia corrispondente al cento per cento alla realtà. Ma
come prescindere da queste fonti a proposito di un paese che continua a cancellare sistematicamente le tracce del suo
passato nei documenti, nelle voci di enciclopedia, nei ritratti, nei film e perfino nelle fotografie, che vengono ritoccate
periodicamente per cancellare ogni traccia di chi è caduto in disgrazia e da dirigente è divenuto «nemico del popolo»?
Come basarsi sui documenti ufficiali di un paese che da essi ha rimosso persino il nome di Bucharin, che pure fu tra i
più noti leader tra il 1917 e il 1924 e nei tre anni successivi apparve, e per certi aspetti fu, la figura principale del gruppo
dirigente? Come attenersi solo ai documenti ufficiali, se una figura (discutibile, ma certamente non insignificante) come
quella di Chruscev, che tanto rumorosamente intervenne nella vita politica interna ed estera dal 1956 al 1964,
sconvolgendo comode routines e creando nuovi criteri per il funzionamento della burocrazia, è semplicemente
scomparsa dalla cronaca, dalla storia, dai filmati televisivi, è stata cancellata come se non fosse mai esistita? E Stalin, di
cui tutta l’Urss spia il riapparire in immagine. in un anniversario, in un fotogramma di un lungometraggio, in una
battuta di uno spettacolo, per ricavare da questi «segni» presagi in un senso o nell’altro? E un Berija, ucciso dallo stesso
«destalinizzatore» Chruščëv per crimini sicuramente non commessi, mentre non furono mai denunciati seriamente i veri
crimini che egli aveva compiuti (non certo da solo, ma con il consenso e la partecipazione di tutti i collaboratori
selezionati da Stalin, Chruščëv compreso)? Un Berija la cui biografia sull’Enciclopedia sovietica fu semplicemente
sostituita da un prolungamento di due pagine della descrizione del Mar di Bering? E, per chiudere su questo problema,
come rifiutare di prendere in esame i dati non corroborati da documenti d’archivio in un paese che mantiene chiusi non
solo i suoi archivi di ogni genere, ma persino quelli dell’Internazionale Comunista, che non era «proprietà privata» dei
capi del PCUS, ma che, pure, sono inaccessibili anche agli storici di quei partiti che il Comintern avevano contribuito a
fondare e che avevano poi firmato l’atto di scioglimento? (Si vedano ad esempio gli accenni, reticenti ma
inequivocabili, alle difficoltà incontrate dai curatori delle opere complete di Togliatti nella ricerca di documentazione
sull’attività del leader comunista nel gruppo dirigente del Comintern, in particolare nell’Avvertenza di Franco
Andreucci, in Palmiro TOGLIATTI, Opere, vol. 4, t. I, 1935-1944. Editori Riuniti. Roma, 1979 pp. CLXIX-CLXX).
Per tutte queste ragioni, dunque, il contributo della memorialistica, già notevole in ogni campo della storia
contemporanea, diventa essenziale e imprescindibile, quando si affrontano le vicende sovietiche e in particolare quelle
degli anni del trionfo dello stalinismo.
40
Testimonianiza cit., p 279.
41
Ibidem. Šostakovič rettifica peraltro che « una parola la conosceva: «compenso». Infatti a Džambul avevano
spiegato che, ogni volta che firmava un contratto (con una crocetta. essendo analfabeta), avrebbe avuto un «compenso»
e, a mano a mano che la sua fama si allargava, il vecchio kazaco aveva preso gusto alla cosa e imparato a rivendicare, a
Šostakovič, che aveva una grande passione per Gogol’ (da cui trasse la prima sua opera, Il naso, nel
1927-1928, ricavandone i primi grossi fastidi con i censori), non poteva non apprezzare questa
vicenda, che ha ricostruito in tutti i particolari, soprattutto per quanto riguarda il meccanismo che
portò a inventare questo vate:

«Un poeta e giornalista russo, che negli anni Trenta lavorava nella redazione di un foglio di partito
kazaco (pubblicato in russo), esibì alcune poesie che a suo dire erano la registrazione delle parole di
un cantore popolare; lui si era limitato a tradurle. Le poesie piacquero e vennero stampate, con
grande soddisfazione di tutti»42.

Ma, in occasione di una mostra sui progressi dell’arte kazaca organizzata a Mosca, il segretario del
Partito comunista del Kazachstan, che aveva letto le poesie dell’anonimo cantore popolare, ordinò
che lo si trovasse per fargli scrivere un poema in onore di Stalin. Messo alle strette, il giornalista
aveva confessato di avere inventato tutto.

«Bisognava però uscirne in qualche modo: occorre assolutamente un ‘poeta kazaco indigeno’ che
canti le lodi di Stalin. E a questo punto, qualcuno si ricorda di aver visto un vecchio, pittoresco al
punto giusto, che cantava e suonava la dombra e che si prestava a essere fotografato come si deve.
Tanto, il vecchio non capiva una parola di russo e dunque non ci sarebbero stati problemi. Occorreva
soltanto trovargli un buon ‘traduttore’»43.

Ovviamente, il «traduttore» era già pronto, e ben presto si formerà una vera e propria squadra di
poetastri russi pronti a «tradurre» indirizzi di saluto in stile asiatico per ogni occasione: anniversari,
introduzione della Costituzione staliniana, elezioni, guerra civile spagnola e via celebrando.
Qualcuno di quei poeti che lavoravano in nome di Džambul è anche noto: Simonov, ad esempio.
Ma anche dei veri e grandi poeti hanno avuto in certi periodi la possibilità di pubblicare solo
«traduzioni», che magari erano riadattamenti da un brogliaccio di «traduzione» prosastica in russo
... da testi inesistenti44.

Quanto questa forzata soppressione di ogni possibilità creativa sia costata non solo agli artisti
imbavagliati, ma alla cultura sovietica, è ovviamente difficilmente valutabile. Tali metodi, frutto di
una combinazione sapiente tra costrizione burocratica e corruzione, hanno continuato ad operare
fino ai giorni nostri, anche in campi che a prima vista potevano sembrare destinati a sfuggire alle
preoccupazioni censorie, come il teatro lirico o le registrazioni di musica da camera, come ci
testimonia il recentissimo libro di memorie di Galina Višneskaja, grande cantante lirica, moglie del
violoncellista Mstislav Rostropovič e amica di Šostakovič45.

ogni firma, un nuovo compenso che gli aveva permesso di ampliare notevolmente il suo gregge e di comprare nuovi
cammelli. Una volta, portato a Mosca per essere esibito in convegni e conferenze, Džambul viene circondato da giovani
ammiratori che gli chiedono autografi: gli accompagnatori gli spiegano che deve fare la solita crocetta e Džambul
obbedisce, non mancando però di aggiungere a ogni firma la parola magica «compenso», nella convinzione che fosse
«la firma in sé e per sé» a ottenerglielo, «dal momento che lui non sapeva nulla delle sue poesie» (ivi, p. 279-280).
42
Ivi, p. 281.
43
Ibidem.
44
Anche Pasternak, Mandel’štam e altri poeti di primissimo piano, negli anni più difficili, nei quali era bloccata
la pubblicazione di loro scritti, si assicurarono il mantenimento con traduzioni, a volte da autori di rinomanza mondiale,
a volte da testi di poeti di minoranze nazionali, a seconda delle esigenze delle case editrici. Per una traduzione (in
questo caso da un classico come il Till Eulenspiegel di Charles de Coster) Mandel’štam ebbe una vicenda
incresciosissima, che lo amareggiò a lungo e che gli ispirò uno scritto singolare (cfr. Josip MANDEL’ŠTAM, La quarta
prosa, con due scritti di Angelo Ripellino, Editori Riuniti, Roma, 1982).
45
Galina VIŠNESKAJA, Galina, una storia russa, Frassinelli, Milano, 1985. Oltre ad essere un libro
affascinante, ci offre una vivacissima ricostruzione del mondo del Bolšoi all’interno del quale Galina fu una diva
adorata per decenni fino all’esilio (iniziato nel 1974). La Višneskaja ricostruisce le molte lusinghe e i concreti privilegi
di un’artista popolare (tanto più quando entrava nelle grazie di uno dei potenti, nel suo caso Bulganin), ma anche le
delazioni in cui eccellevano artisti mediocri e frustrati, le penose contrattazioni con funzionari e ministri della cultura
grossolani e ignoranti, i sotterfugi per ottenere un permesso di eseguire un’opera inizialmente invisa ai censori, fino alla
sorte di essere cancellata dall’album celebrativo e dall’archivio fotografico del Bolšoi o dai titoli di testa di film
interpretati come prima attrice. Non si tratta solo di materia strettamente autobiografica, giacché ad esempio viene
descritta la trovata di Šostakovič per fare accettare all’«attivo» di partito di Leningrado la sua Quinta sinfonia,
presentando quell’opera così drammatica e tormentata come un gioioso e ottimistico inno alla gioia di vivere nel paese
del comunismo. Ricche di umorismo anche le descrizioni della censura bigotta e moralistica che espungeva ogni traccia
di sensualità dalla riduzione cinematografica della Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Šostakovič (già in epoca
brezneviana). La Višneskaja e Rostropovič furono prima lasciati senza lavoro e perseguitati, poi allontanati dall’Urss e
privati della cittadinanza sovietica per avere offerto ospitalità e aiuto a Solženicyn, malato e ridotto allo stremo delle
forze.
CAPITOLO TERZO

IL POTERE SOVIETICO E LA LETTERATURA

I rapporti tra il Partito comunista e gli scrittori sono ben più complessi di quelli, già tratteggiati, con
altri settori dell’intelligencja russa.
Nei primi anni del nuovo Stato uscito dalla Rivoluzione d’Ottobre, a nessuno dei dirigenti sovietici
era venuta l’idea di stabilire modelli culturali e canoni di comportamento, o di imporre un qualche
controllo di partito o di Stato all’attività creativa. D’altra parte, come abbiamo accennato, i primi
scrittori e poeti che si avvicinano con simpatia al nuovo regime appartengono alle correnti più
diverse, sono spesso in polemica tra loro e sempre tutt’altro che acritici verso la maggior parte delle
scelte politiche dei Partito comunista.
Nel migliore dei casi, l’avvicinamento ai bolscevichi parte da una polemica verso la vecchia società,
ben diversa da quella che avvia e sostiene il processo rivoluzionario. Si veda, ad esempio, come Lev
Trotskij abbia colto felicemente (anche grazie alla collaborazione di Gramsci, con il quale scambiò
nel 1922 una serie di osservazioni sul movimento futurista in Italia) le ragioni più culturali che
politiche dell’opzione rivoluzionaria di gran parte del futurismo russo:

« Il futurismo russo è nato in una società che faceva ancora i suoi corsi preparatori antirasputiniani e
si preparava al febbraio democratico. Già questo conferiva al nostro futurismo delle prerogative.
Esso colse gli ancor vaghi ritmi dell’energia, dell’azione, dell’impeto e della distruzione. Esso
condusse la lotta per un posto al sole in modo più brusco e deciso e, soprattutto, più rumoroso delle
scuole che lo avevano preceduto, conformemente alla sua concezione attivistica. Il giovane futurista
non andava, naturalmente, nelle fabbriche e nelle officine, ma strepitava nei caffè, picchiava i pugni
sui leggii, indossava la blusa gialla, si dipingeva gli zigomi e agitava il pugno in una indeterminata
minaccia »1.

Trotskij ha ben chiaro che tale fenomeno è tutt’altro che eccezionale, e ricorda i molti precedenti e
le molte analogie contemporanee, che escludono che le «tempestose proteste contro la vita e l’arte
borghese» permettano di collocare automaticamente nel campo proletario il movimento futurista.
Basta ricordare, aggiunge, le infuocate e pittoresche denunce dei romantici francesi e tedeschi
contro la «morale borghese» e il «costume filisteo», senza dimenticare che «alle turbolente proteste,
ai capelli lunghi e a panciotti rossi del romanticismo non seguì nulla di sconvolgente, e l’opinione
pubblica borghese alla fine adottò felicemente i signori romantici e li canonizzò nei manuali
scolastici»2.
In realtà, quel che colloca in una posizione diversa i futuristi russi, consentendo una reale alleanza
con il potere sovietico, non è dovuto a una caratteristica intrinseca del loro movimento, ma dipende
esclusivamente dalle circostanze storiche esterne:

«La rivoluzione operaia in Russia scoppiò prima che il futurismo riuscisse a liberarsi dei suoi
infantilismi, delle bluse gialle, della focosità eccessiva e a diventare una scuola artistica
ufficialmente riconosciuta, cioè politicamente resa innocua e stilisticamente sfruttata. La presa del
potere da parte del proletariato colse il futurismo ancora nell’età di gruppo perseguitato. E già da
questo fatto il futurismo riceveva un impulso verso i nuovi padroni della vita, tanto più che i

1
Lev TROCKIJ, Letteratura e rivoluzione, a cura di Vittorio Strada, Einaudi, Torino, 1973, pp. 113-114.
2
Ivi, p. 113.
momenti principali della concezione futurista, cioè la mancanza di rispetto per le vecchie norme e lo
spirito dinamico, facilitavano straordinariamente il contatto e l’avvicinamento alla rivoluzione »3.

Anche se Trotskij non mancava di ricordare che «il futurismo trasportò anche nel nuovo stadio del
suo sviluppo le caratteristiche della sua origine sociale, cioè la bohème borghese», le conclusioni
che ne tirava erano ugualmente favorevoli al consolidamento della convergenza tra bolscevichi e
futuristi (e, analogamente, con tutte le altre correnti letterarie disposte a convivere con la
rivoluzione). E Trotskij, quando scriveva Letteratura e rivoluzione, era ancora il più prestigioso
dirigente sovietico dopo Lenin e, senza dubbio, tra tutti i leader comunisti era quello che con
maggiore attenzione e sistematicità seguiva la produzione letteraria della giovane repubblica.
Al contrario di quanto accadrà successivamente, in epoca staliniana, nei primi anni dopo la
rivoluzione l’attenzione nei confronti della produzione letteraria era intensa, ma del tutto priva della
preoccupazione di identificare «scrittori proletari» a cui rilasciare patenti di ortodossia. Tanto
Trotskij che Lunačarskij (che resisterà fino al 1929 alla testa del Commissariato del Popolo per
l’Istruzione) si sforzeranno di cogliere nella produzione artistica e letteraria i sintomi di un
atteggiamento disponibile alla collaborazione col potere sovietico e, al tempo stesso, di identificare
gli autori più validi e duraturi, senza alcun atteggiamento utilitaristico e senza pregiudiziali
ideologiche.
Trotskij osserverà che «i futuristi, Majakovskij compreso, sono artisticamente più deboli nelle
opere in cui sono compiutamente comunisti», giacché, non padroneggiando per inesperienza e per il
loro «passato spirituale» la concezione del mondo marxista, finiscono per coprire il vuoto con
l’enfasi e lo strepito4 . Ancora più severo sarà Trotskij verso Dem’jan Bednyj, l’unico dei poeti
sovietici che fosse realmente bolscevico da molto prima della rivoluzione e che fu apprezzato per
vari aspetti da Lenin5.
La massima preoccupazione dei dirigenti comunisti nei primi anni dopo la formazione dello Stato
sovietico non fu dunque quella di catalogare gli scrittori e i poeti in base alla loro «ortodossia»
politica, ma di stabilire un rapporto costruttivo con tutti coloro che avevano accettato di rimanere in
patria, nonostante le condizioni di vita durissime determinate dal blocco economico e militare
imposto dalle principali potenze capitalistiche e, più in generale, dalla guerra civile e dal difficile
riassestamento della società, scossa da una rivoluzione che non si era fermata alla superficie, ma
aveva investito con un’eccezionale forza dirompente ogni aspetto della vita6.

3
Ivi, p. 114.
4
Ivi, p. 128.
5
Ivi, pp. 534-527. Lenin, ricorda Trotskij, apprezzava «il propagandista rimatore di prim’ordine, l’eccellente
artefice della lingua popolare». Ma non poteva fare a meno di aggiungere in privato che Bednyj «è volgare, e non può
fare a meno della pornografia». E Trotskij aggiungeva che «la volgarità e la pornografia di Dem’jan portano l’impronta
del kulak e del piccolo borghese» (ivi, p. 525). Bednyj, alloggiato nel Cremlino a fianco ai massimi dirigenti sovietici e
considerato da molti una specie di poeta ufficiale del bolscevismo, cadde in disgrazia presso Stalin, dapprima per un
poemetto satirico sui bogatyri, gli eroi dell’epica popolare, che colpiva il rinascente nazionalismo russo, poi per una più
banale imprudenza: aveva scritto nel suo diario un’osservazione su Stalin, che — riferita — non era piaciuta al dittatore
(cfr. nota 27, cap. II). Trotskij, che non conosceva ovviamente questo retroscena, commentò l’evidente declino dell’ex
«poeta ufficiale» osservando che «1’ambizioso e bisbetico Dem’jan» era caduto in disgrazia, giacché «egli è disposto a
fare il lacchè, certo, ma, per così dire, all’ingrosso; cogliere ogni circolare e ogni piccolo zigzag, nascondere le tracce di
ieri, palpitare voluttuosamente per l’eloquenza di Kaganovič, no, di far questo egli non è più capace: per simili faccende
ci sono gli anonimi, vecchi e giovani» (ivi, p. 527).
6
La rivoluzione russa si è sviluppata in forma assai diversa dalle previsioni e dai progetti dei suoi principali
«dirigenti». I programmi bolscevichi erano molto più moderati e limitati di quanto fu realizzato già nei primi mesi dopo
la conquista del potere; non si tratta di «doppiezza», come pensano alcuni dei dissidenti sovietici, ad esempio
Solženicyn o Mihail Geller, ma di un processo riscontrabile in tutte le rivoluzioni, che non sono mai promosse o
scatenate da quelli che ne diventano i più noti esponenti, ma sono il risultato di mutamenti profondi e dapprima
impercettibili degli stati d’animo delle masse, da un lato, e dell’incapacità del vecchio gruppo dirigente di continuare a
governare come in tempi «normali». Non è un caso che ogni rivoluzione, da quella francese a quella nicaraguense, da
quella inglese del 1640-1649 a quella iraniana, sia stata innescata più da errori e da divisioni delle vecchie classi
dominanti, che da scelte coscienti delle classi emergenti. Ogni rottura rivoluzionaria porta alla luce tensioni latenti, fa
Non è possibile ricostruire in questa sede il ricco dibattito che attraversò il mondo culturale russo
durante i primi anni dello Stato sovietico. Esistono, d’altronde, opere che trattano esaurientemente
questo argomento7. Senza entrare nel dettaglio, e soprattutto senza farci fuorviare dall’obiettivo che
ci proponiamo, che è quello di mettere a fuoco il rapporto tra intelligencija e potere, crediamo utile
accennare una periodizzazione che permetta di cogliere i momenti in cui si è determinato il
mutamento dell’atteggiamento del Partito comunista e degli organi statali nei confronti di tale
dibattito.
Tra il 1917 e il 1921, come abbiamo già accennato riferendoci ai rapporti tra il potere sovietico e il
teatro, o altri settori artistici, non ci sono interventi delle autorità a favore o contro una corrente
artistica: al massimo troviamo traccia di decreti che assegnano materiale e buoni per abiti o razioni
supplementari a scrittori di varie tendenze. E’ sintomatico che tale compito sia stato assegnato a una
commissione presieduta (e anzi quasi impersonata) da Maksim Gor’kij, ancora molto lontano
dall’essere trasformato da Stalin in santone e «padre» della letteratura sovietica e da poco uscito da
un ruolo di oppositore intransigente al nuovo regime (il mutamento, come per altri intellettuali, si
determinò al momento dell’attentato socialrivoluzionario a Lenin, del 30 agosto 1918).
Naturalmente, soprattutto negli anni della guerra civile, la vita non era facile per gli scrittori (più
esattamente, non era facile per nessuno). Uno di essi, il famoso poeta Nikolaj Gumilëv (ex marito di
Anna Achmatova), finì nel 1921 davanti al plotone di esecuzione, insieme ad alcuni scienziati, tra i
quali il chimico Tihvinskij, ex bolscevico e amico personale di Lenin. Tuttavia, anche se il processo
fu probabilmente il frutto di una delle prime montature preparate dagli organi di sicurezza sulla base
di elementi fragilissimi, in alcun modo tra gli atti di accusa figurava la produzione letteraria o
scientifica, ma un complotto contro il potere sovietico, in collegamento con marinai e ufficiali di
Kronštadt. Ai molti che tentarono di intervenire in favore dei più noti tra gli accusati, il presidente

esplodere contraddizioni laceranti, mette in libertà forze oscure accumulatesi all’interno della società apparentemente
stabile dei decenni precedenti. Si pensi alla terribile carica distruttiva delle rivolte contadine, allo scatenamento della
teppa sottoproletaria delle città, che punta al saccheggio e si inebria nelle cantine dei palazzi signorili: pur essendo un
dato ricorrente ogni volta che entrano in scena masse fino al giorno prima passive e rassegnate, i bolscevichi ne
rimasero sconvolti e ricorsero ai nuclei più coscienti del proletariato organizzato per fare saltare con la dinamite le
preziose enoteche dei nobili e dello zar, per fucilare saccheggiatori e stupratori, per evitare che la carica di rancori e di
rabbia accumulata dagli strati più sfruttati si scaricasse ciecamente, distruggendo beni preziosi per la futura società. Ma
la capacità di controllo dei bolscevichi era assai limitata, soprattutto al di fuori delle grandi città, nelle quali la loro forza
era presente da tempo e si era consolidata nei primi mesi della rivoluzione. Ben presto, soprattutto nelle campagne, dove
la guerra civile divampò violenta e caotica, il movimento che avevano guidato alla vittoria si mosse al di fuori di ogni
possibile programmazione razionale, lasciando un paese devastato e frantumato, senza un tessuto connettivo che
unificasse i processi scatenati dalla fine dell’opprimente meccanismo repressivo che teneva insieme la Russia zarista. A
più riprese i più lucidi tra i dirigenti comunisti osservarono con allarme questo processo e la tendenza a ricostruire un
ordine, mutuandolo dalla vecchia società. Quasi vent’anni dopo la conquista del potere, Trotskij ricordava, parafrasando
Lenin, che «è capitato più di una volta che il vincitore abbia adottato la civiltà del vinto, se questa civiltà era superiore.
La cultura della borghesia e della burocrazia russa era miserabile, senza dubbio. Ma purtroppo i nuovi strati dirigenti
sono ancora più arretrati» (cfr. Leone TROTSKIJ, La rivoluzione tradita, a cura di Livio Maitan, Schwarz, Milano,
1956, p. 105).
7
Basti ricordare l’introduzione di Vittorio Strada a L. TROCKIJ, Letteratura e rivoluzione, cit. (naturalmente il
testo stesso di Trotskij è estremamente utile ai fini della conoscenza della letteratura russa degli anni venti); Giovanna
SPENDEL, Gli intellettuali sovietici negli anni ‘20, Editori Riuniti, Roma 1979; Sh. FITZPATRICK, op. cit.;
Rivoluzione e letteratura, a cura di Giorgio Kraiski, in particolare l’ampia Introduzione di Vittorio Strada allo stesso
volume; Ignazio AMBROGIO, Formalismo e avanguardia in Russia, Editori Riuniti, Roma, 1968; Edoardo
FERRARIO, Teorie della letteratura in Russia (1900-1934), Editori Riuniti, Roma, 1977; Serena VITALE (a cura di),
Per conoscere l’avanguardia russa, Mondadori, Milano, 1979. Si vedano inoltre Gleb STRUVE, Storia della
letteratura sovietica, Garzanti, Milano, 1977; Harold SWAYZE The political control of Soviet Literature. 1946-1959,
Harvard University Press, Cambridge (Mass.), 1962; Robert A. MAGUIRE, Red Virgin Soil. Soviet Literature in the
Twenties, Princeton University Press, Princeton, 1968; Rufus W. MATHEWSON jr., The positive Hero in Russian
Literature, 2 ed. Stanford University Press, Stanford (Cal,) 1975; Vera S. DUNHAM, In Stalin’s Time. Middleclass
Values in Soviet Fiction, Harvard University Press, Cambridge, 1976; Deming BROWN, Soviet Russian Literature
since Stalin, Harvard Universitv Press, Cambridge, 1978.
della Čeka aveva risposto: «Possiamo fare eccezione per un poeta?» e lo stesso Lenin aveva scritto
in una lettera che «la chimica e la controrivoluzione non si escludono a vicenda»8.
Mihail Geller ne ricava la conclusione che «la chimica, al pari della poesia, appare già di per sé una
forma di controrivoluzione», ma si tratta di un’affermazione del tutto arbitraria; appare chiaro che,
al contrario, in quel momento era diffusa l’idea che si potesse fare eccezione per un artista o uno
scienziato, a prescindere dalle sue precise responsabilità. Non c’è dubbio che Lenin, pur allarmato
da ogni sintomo di degenerazione burocratica, di ripresa dell’arroganza poliziesca e dello spirito
dello deržimorda (lo sbirro zarista dell’Ispettore generale di Gogol’), credeva fondata l’accusa alla
«Organizzazione militare di Pietrogrado» diretta dal geografo cadetto Tagančev; dal momento che
riteneva indispensabile la repressione, non capiva perché dovesse essere limitata agli oscuri marinai
esentandone i noti intellettuali, magari perché suoi amici, o comunque apprezzati per le capacità
intellettuali9. Che in quel caso si trattasse dell’esigenza di non farsi condizionare dall’origine sociale
e dal prestigio, anziché della prevenzione verso l’intelligencija ipotizzata da Geller in base ai suoi
pregiudizi ideologici, è confermato da innumerevoli dati.
Lenin in tutti i suoi interventi, sempre più appassionati e inquieti, degli ultimi anni, ha
costantemente insistito sulla necessità di lasciare ampio spazio ai competenti in ogni campo.
indipendentemente dal loro orientamento politico e, naturalmente, a patto che la loro ostilità
ideologica non si tramutasse in concrete azioni sovversive (per intendersi, lungi dal concepire una
«punizione» per idee divergenti, Lenin riteneva necessario difendere il fragile potere sovietico da
ogni azione mirante a distruggerlo). Ad esempio, in polemica con alcuni giovani entusiasti, che
proponevano una ristrutturazione del Narkompros basata su una centralizzazione che egli riteneva
astratta e artificiosa, Lenin propose a Lunačarskij di riorganizzare il Consiglio scientifico di Stato
come «organo di discussione di tutte le questioni scientifico-pedagogiche», sottolineando che la sua
composizione doveva essere basata sui membri del collegio dirigente dal Narkompros più «i
migliori specialisti, sia pure borghesi»10.

8
La lettera, a N. P. Gorbunov, era estremamente sintetica e raccomandava comunque di informarsi direttamente
(LENIN, Opere, cit, vol. XLV, p. 269).
9
Una ricostruzione finora insuperata dell’angoscia di Lenin di fronte all’involuzione burocratica dell’Unione
sovietica è quella di Moshe LEWIN, L’ultima battaglia di Lenin, Laterza, Bari, 1969. Anche Trotskij, peraltro, tardò a
rendersi conto dell’ampiezza delle prevaricazioni poliziesche e delle vere e proprie montature che incolpavano
innocenti con false testimonianze e confessioni estorte con la tortura, Non si trattava di indulgenza verso i «metodi
forti» purché rivolti a un «buon fine», come insinuano Geller o Solženicyn, ma di incapacità di comprendere quanto
grande fosse l’autonomia degli «organi» rispetto al vertice dello Stato sovietico. Tanto è vero che non solo quando
Trotskij era ancora all’interno del gruppo dirigente dell’Urss, ma anche quando era già un oppositore implacabile della
burocrazia, esiliato e braccato, stentò a immaginare i reali retroscena dei processi e delle montature che si succedevano
a Mosca, dal «partito industriale» fino all’assassinio di Kirov (che egli inizialmente attribuì all’esasperazione di un
giovane comunista disorientato). Solo quando anche dirigenti bolscevichi che egli conosceva personalmente, come
Zinov’ev o Bucharin, cominciarono a confessare crimini orrendi e inverosimili, Trotskij comprese fino in fondo cosa
stesse accadendo nel paese da cui era stato allontanato a forza. D’altra parte, era tanto lontano dal capire la logica del
terrore indiscriminato contro il movimento operaio, che dello stesso Stalin (quando già questi aveva cominciato a
uccidergli a uno a uno i figli, compreso Sergej, che non si era mai occupato di politica) scrisse che, se all’inizio della
sua lotta per il potere in nome del «socialismo in un solo paese» si fosse reso conto di cosa avrebbe «dovuto» fare in
futuro una volta incamminatosi per quella strada, si sarebbe probabilmente suicidato. Tutta la generazione dei leader
dell’Ottobre sovietico era in realtà incapace di immaginare l’orrore che scaturiva dai bassifondi della società russa a cui
si stava dando via libera nella Čeka e nella GPU, anche quando coglieva lucidamente la dinamica complessiva
dell’involuzione dello Stato sovietico.
10
LENIN, Opere, cit., vol. XLV, p. 21. La sottolineatura di specialisti è dello stesso Lenin e tutta la frase (nella
lettera indirizzata a Lunačarskij il 29 novembre 1920) era riquadrata, per metterla nella massima evidenza. Se Lenin non
si occupava personalmente molto di letteratura, Trotskij in quegli anni e in tutti i suoi scritti successivi ripete senza
incertezze che i «compagni di strada» vanno rispettati e lasciati liberi di scrivere e criticare dall’esterno la realtà
sovietica. Contrariamente a quel che pensa un Geller che è pronto a bollare come intollerante ogni leader sovietico che
rifiuta di farsi sparare addosso, Trotskij, come Lenin, mantenne ben distinto il problema dell’autodifesa della
rivoluzione, minacciata da concretissimi attacchi esterni ed interni, da quello della libertà della cultura, in difesa della
quale si schierò mentre era uno dei massimi dirigenti dell’Urss, non meno che negli anni di esilio, quando scrisse
insieme a Diego Rivera e a Andrè Breton un manifesto Per un’arte rivoluzionaria indipendente, in cui si ribadiva che
In genere Lenin, per varie ragioni (dalla consapevolezza dell’insufficienza delle forze che gli
rimanevano rispetto ai compiti immensi, alla discrezione che gli impediva di interferire in campi
che non gli erano indifferenti, ma nei quali non si riteneva particolarmente competente), intervenne
più volte in difesa dell’utilizzazione degli specialisti in campi tecnico-scientifici, più che in quelli
artistico-letterari. Tuttavia, non ci sono dubbi sull’impostazione metodologica generale; d’altra
parte egli non mancò di esprimere la propria solidarietà, o anche concreti consigli, a chi si
impegnava in difesa della libertà di creazione artistica. A parte la crescente intesa di fondo con Lev
Trotskij, che su questo terreno fu sensibilissimo e attivo anche negli anni del maggiore impegno
come dirigente di settori essenziali dello Stato sovietico, rimangono tracce significative di un suo
intervento (per interposta persona. tramite Jakov A. Jakovlev) nel 192211.
Sostenendo la battaglia di Jakovlev contro il Proletkul’t Lenin non si basava solo sulla sua istintiva
ostilità nei confronti della roboante «frase di sinistra», ma ricollegava questa battaglia culturale alla
più profonda preoccupazione per il Komčvanstvo, la «boria comunista», che immaginava che
l’appartenenza al Partito comunista fosse sufficiente per risolvere tutti i problemi con decreti e
direttive. La polemica era stata innescata da un teorico del Proletkul’t, Valerian Pletnëv che aveva
scritto sulla «Pravda» un articolo, glossato da Lenin con frasi del tipo: «Guarda che pasticcio!»,
«Arcifinzione», soprattutto dove si affermava che «il compito di edificazione della cultura
proletaria può essere risolto soltanto con le forze del proletariato»12.
L’articolo concordato da Jakovlev con Lenin chiariva i motivi non contingenti che ispiravano il
rifiuto della presunzione «autarchica» della «cultura proletaria». A monte c’era la consapevolezza,
condivisa da tutti i dirigenti del Partito comunista nel periodo della rivoluzione, di trovarsi alla testa
di un paese «barbaro», non certo da idealizzare, ma da «incivilire :

«Nel nostro paese veramente ‘arretrato’ dobbiamo o no lottare per la ‘cultura borghese’, cioè perché
si eseguano puntualmente i propri obblighi di lavoro, perché si arrivi puntualmente in ufficio, perché
non si metta nel cassetto una pratica, perché al visitatore si spieghi cosa fare per risolvere il suo caso,
perché non si dia una risposta formale piena di cavilli burocratici a una pratica d’ufficio, perché si
riducano le bustarelle nelle nostre organizzazioni almeno all’entità delle bustarelle dell’apparato
statale tedesco prebellico […] insomma per lavorare in un ufficio non secondo il nostro modello,
fatto di sciatteria sovietica, ma almeno secondo il modello borghese, europeo o americano?»13.

Apparentemente siamo lontani da tematiche strettamente letterarie. Tuttavia, emerge già


chiaramente che Jakovlev e Lenin non consideravano scandaloso, ma al contrario indispensabile,
l’obiettivo di imitare i «paesi borghesi», per un’opera di civilizzazione del paese che avevano
ereditato dallo zarismo. E proseguivano ancor più seccamente con questa considerazione:

«l’arte non può, senza decadere, accettare di piegarsi ad alcuna direttiva estranea e di riempire docilmente i quadri che
taluni credono di poterle assegnare, con fini pragmatici estremamente limitati» (cfr. Per conoscere Trotskij, a cura di
Livio MAITAN, Mondadori. Milano, 1972, p. 355).
11
Vittorio STRADA, Introduzione a Rivoluzione e letteratura, cit., p. XXXIV. Strada ricostruisce
l’atteggiamento di Lenin (non documentato negli scritti editi, per molti aspetti incompleti) attraverso una testimonianza
di Bucharin che, personalmente, era favorevole a un appoggio deciso del partito al Proletkul’t, ma che ammise in una
riunione del 1924 che «Vladimir Ilic protestò nel modo più deciso contro questo sistema di idee in decine di
conversazioni con me. Mi scriveva dei biglietti e ‘ispirò’ persino il compagno Jakovlev. Jakovlev fece il suo intervento
per ordine diretto di Viadimir Ilic, che lesse in anticipo il suo articolo. […] Parlai a questo proposito con Lenin. Posi
allora un ultimatum: se lui insisteva a far pubblicare nella “Pravda” la prima variante dell’articolo di Jakovlev, io avrei
risposto a Jakovlev con la stessa asprezza. Allora V.I. convinse Jakovlev a togliere tutta una serie di osservazioni»
(ibidem). Oltre a deporre a favore dell’onestà intellettuale di Bucharin, questa interessante ricostruzione della posizione
del leader appena scomparso da parte di chi si era trovato a scontrarsi duramente con lui conferma quanto il clima del
1924 fosse ancora lontano dalla cappa di piombo dell'unanimità forzata degli anni successivi.
12
L’articolo di Pletnëv era stato ripubblicato con le note a margine di Lenin, in occasione del dibattito del 1925,
in Voprosy kultury pri diktature proletariata. Sbornik, Moskva-Leningrad, 1925; ampi stralci in V. STRADA
Introduzione a Rivoluzione e letteratura, cit., p. XXXIV-XXXVIII.
13
Ivi, pp. XXXV-XXXVI.
«La burocrazia che corrode da parte a parte il corpo del nostro meccanismo statale ci pone come
compito ancora per molti anni il raggiungimento almeno di quella cultura borghese, il cui esempio è
dato dal lavoro di un trust americano, della polizia tedesca, di un medio ministero europeo»14.

Per affermazioni simili, pochi anni dopo, ci sarebbe stato il Gulag (o la fucilazione). Ma tutto il
pensiero politico dei bolscevichi, assai più europeo che russo, era permeato della coscienza che al
loro paese mancava soprattutto la civilizacija, la civilizzazione, senza la quale ogni passaggio al
socialismo sarebbe stato velleitario. Citando Lenin, Jakovlev aggiungeva ancora più esplicitamente:

«Bisogna prendere tutta la cultura che il capitalismo ha lasciato e con essa edificare il socialismo.
Bisogna prendere tutta la scienza, la tecnica, tutte le conoscenze, l’arte. Senza di ciò non costruiremo
la vita della società comunista. […] Per cominciare per noi sarebbe sufficiente la vera cultura
borghese. Per cominciare sarebbe già bene evitare i tipi di cultura preborghese particolarmente
odiosi, cioè la cultura burocratica e feudale, ecc. Nei problemi della cultura è soprattutto dannoso
aver fretta e ignorare i limiti. Molti nostri giovani letterati e comunisti se lo dovrebbero ficcare bene
in testa»15.

Le implicazioni in termini di libertà di creazione artistica e culturale sono più che evidenti e,
nonostante la violenta opposizione dei membri del Proletkul’t, anche per qualche tempo dopo la
morte di Lenin questa linea rimase largamente maggioritaria. Al termine della discussione del
maggio 1924, in occasione della quale era stato ricostruito l’apporto di Lenin alla battaglia iniziata
da Jakovlev, veniva approvata una risoluzione della sezione stampa del Comitato centrale del
Partito comunista (bolscevico) russo, che rifiutava ogni pretesa di egemonia del gruppo dei
napostovćy (i seguaci della rivista letteraria « proletaria » caratterizzata dal bellicoso nome « Na po
stu », Al posto di guardia). concludendo che « nessuna tendenza, scuola o gruppo letterario può e
deve agire a nome del partito ». La risoluzione, non a caso, era stata scritta da Jakovlev, in accordo
con uno dei due relatori, Voronskij, l’organizzatore della prima grande rivista letteraria russa
postrivoluzionaria, aperta a tutte le tendenze, « Krasnaja nov’ » (Terra vergine rossa)16.
In realtà, se fino al 1921 nel Partito comunista non c’era stato tempo e voglia di occuparsi delle
questioni letterarie, anche dal 1922 al 1925 i tentativi di definire un’ortodossia culturale da parte di
scrittori che vogliono imporre amministrativamente una propria «egemonia» altrimenti impensabile
rimangono minoritari. Eppure questi tentativi sono spalleggiati da settori della burocrazia, ansiosi di
«porre ordine» nel caotico mondo dei gruppi letterari e delle riviste, proliferati dopo il 1921, quando
la NEP rimette in circolazione vecchie e nuove case editrici private e consente, con la ripresa
generalizzata dell’industria, di avere carta stampata in misura più abbondante di quanto avveniva
nel periodo del «comunismo di guerra», che aveva ridotto gli stessi organi di partito a sottilissimi
foglietti. Ciò è tanto più significativo in quanto proprio allora su altri terreni si comincia a imporre
una pesante cappa di conformismo.
Perfino nel 1925, mentre infuria la caccia all’opposizione da parte della nuova direzione Stalin-
Bucharin, quest’ultimo è l’estensore di una risoluzione del Comitato centrale Sulla politica del
partito nel campo della letteratura che, pur teorizzando che «il partito deve aiutare gli scrittori
proletari a conquistare il diritto storico all’egemonia», ammette esplicitamente che questa
«egemonia» non c’è ancora e ribadisce chiaramente i limiti dell’intervento nelle questioni letterarie:

14
Ivi, p. XXXVI.
15
Ivi p. XXXVIII.
16
A testimonianza del «pluralismo» ancora vigente nelle questioni letterarie, l’altra relazione era stata affidata a
un napostovec, Vardin, il quale aveva teorizzato spudoratamente che i dirigenti potevano leggere tutto quel che
volevano, comprese le pubblicazioni dei «bianchi» emigrati, ma «tra le larghe masse queste pubblicazioni non le
lasciamo arrivare, altrimenti ci sarebbe la libertà di stampa»; aveva aggiunto poi che «i problemi letterari vanno
considerati dal punto di vista dell’azione esercitata sulle masse» (ivi, p. XXIX). I verbali sommari della riunione del
1924 sono pubblicati in appendice a Lev TROCKIJ, Letteratura e rivoluzione, cit., pp. 535-614. L’intervento di Trotskij
in quella riunione è invece riportato integralmente alle pp. 491-511.
«Il partito deve pronunciarsi per la libera competizione dei vari gruppi e correnti in questo campo.
Ogni altra soluzione del problema sarebbe una pseudosoluzione burocratica. Allo stesso modo è
inammissibile il monopolio, legalizzato con un decreto o una risoluzione di partito, dell’attività
editoriale da parte di un gruppo o di una organizzazione letteraria. Mentre appoggia in senso
materiale e morale la letteratura proletaria e proletario-contadina, aiuta i compagni di strada, ecc., il
partito non può concedere il monopolio a un gruppo, anche a quello più proletario per il suo
contenuto ideale: questo, infatti, significherebbe rovinare la letteratura proletaria, prima di tutto»17.

Tuttavia questa risoluzione, se confermava che ai leader bolscevichi appariva ancora inammissibile
e controproducente un intervento diretto a favore di un gruppo, stava per essere aggirata attraverso
la politica di selezione dei quadri, in cui Stalin eccelleva e che preferiva di gran lunga alla stesura di
documenti (che affidava volentieri ad altri, sapendo bene quanto poco valessero i pezzi di carta
quando si avevano al posto giusto gli uomini adatti e fidati). Nel 1926, nella Conferenza
straordinaria degli scrittori proletari, viene accantonata la vecchia direzione (Rodov, Vardin,
Lelevič) e, al suo posto, si impone un gruppo guidato da Leopol’d Leonidovič Averbach. Costui
sarà per sei anni l’animatore di una guerra implacabile contro i «compagni di strada» e lo stesso
Majakovskij, che si batterà a sua volta tenacemente contro l’incipiente dittatura degli «scrittori
proletari» fino al marzo 1930, quando capitolerà chiedendo l’iscrizione alla RAPP (decisione che
non pochi suoi amici considerarono strettamente legata al suicidio, avvenuto poche settimane
dopo)18.
Averbach fu poi travolto dalla repressione staliniana, come tanti altri che, pure, avevano contribuito
in modo determinante all’ascesa del dittatore georgiano. Ma già prima di sparire nel Gulag (forse a
causi dei suoi legami con Jagoda, del quale era cognato) Averbach era stato accantonato nel
momento in cui la stessa RAPP era stata soppressa insieme a tutte le altre associazioni e correnti
letterarie, per fare posto ad una sola Unione degli scrittori, più facilmente controllabile e più
efficace nel controllo di ciascun letterato, con l’assoluto monopolio dell’editoria, dei viaggi di
studio, dei soggiorni premio, dei tanti mezzi di corruzione o di discriminazione che, ancora oggi,
regolano le sorti degli scrittori sovietici. Ma, prima di arrivare a questo, la lotta era stata durissima.
Naturalmente, i primi scrittori a essere colpiti, nel periodo di ascesa della RAPP, erano stati quelli
che avevano sconfinato direttamente nel campo politico. Boris Pil’njak, ad esempio, aveva osato
alludere alle circostanze oscure che avevano portato alla morte il successore di Trotskij al
Commissariato alla Difesa, Frunze19. Voronskij che, in accordo con Lenin e Trotskij, aveva diretto
la più importante rivista letteraria sovietica, offrendo un terreno concreto ai «compagni di strada» o
disposti a collaborare con il Partito comunista a partire da posizioni diverse, sarà espulso dal partito
già nel 1927 e poi deportato e ucciso a causa del suo appoggio all’Opposizione di sinistra.
Mandel’štam, come abbiamo già ricordato, pagherà con la vita per alcuni versi su Stalin, non
pubblicati, ma letti a pochissimi amici (non più di dieci, secondo la ricostruzione della vedova, ma
quanto bastava perché tra essi si trovasse un delatore). Anche in altre poesie, ugualmente inedite,
allora ed oggi, in Unione Sovietica, Mandel’štam aveva alluso a «colui che ci fa urlare in mezzo al

17
Anche la risoluzione dell’1 Luglio 1925 è riportata integralmente in Appendice al volume di Trotskij (op. cit.,
pp. 617-622).
18
Lo stesso Mandel’štam ripeteva, quando era tentato dal suicidio, di non voler dare ad Averbach la gioia di
commentare: «Ecco un fatto positivo per la letteratura!» (cfr, N. MANDEL’ŠTAM, L’epoca e i lupi, cit., p. 67. Sul
suicidio di Maiakovskij vedi oltre.
19
Il racconto di Pil’njak ricostruiva in realtà anche nei dettagli la fine di Michail V. Frunze, mutandone solo il
cognome, ma non le caratteristiche e le cariche rivestite, e alludendo esplicitamente all’intervento di Stalin e Vorošilov
sui medici e sullo stesso Frunze per imporre un’operazione che nessuno riteneva necessaria e che si concluse con la
morte del paziente. Il racconto di Pil’njak con il titolo: La luna che non si spense, è apparso in edizione italiana in:
Boris PIL’NJAK, Mogano e altri racconti e romanzi brevi, a cura di Maria Olsoufieva, Feltrinelli, Milano, 1979, pp.
281-308. Anche il romanzo che dà il titolo alla raccolta italiana provocò non pochi guai all’autore, che aveva deciso di
farlo pubblicare all’estero nel 1929, quando quella che era una consuetudine normale nei primi anni dello Stato
sovietico era divenuta il sintomo di una slealtà inaccettabile. Pil’njak morì in un campo di concentramento, insieme alla
moglie e due figli, presumibilmente nel 1938.
sonno / il Giuda dei popoli futuri», o lo aveva chiamato col suo nome (sulla terra scampata allo
sfacelo / Stalin distruggerà ragione e vita»).
Tuttavia, quella che gli costerà la vita era apparsa come un manifesto politico:

Viviamo senza neanche l’odore del paese,


a dieci passi di distanza non si sentono le voci,
e ovunque ci sia spazio per un mezzo discorso
salta sempre fuori il montanaro del Cremlino.
Le sue dita dure sono grasse come vermi,
le sue parole esatte come fili a piombo.
Ammiccano nel riso i suoi baffetti da scarafaggio,
brillano i suoi stivali.
Ha intorno una marmaglia di ducetti dagli esili colli
e si diletta dei servizi di mezzi uomini.
Chi miagola, chi stride, chi guaisce
se lui solo apre bocca o alza il dito.
Forgia un decreto dopo l’altro come ferri di cavallo:
e a chi lo dà nell’inguine, a chi fra gli occhi, sulla fronte o sul muso.
Ogni morte una fragola per la bocca
di lui, osseta dalle larghe spalle20.

Non c’era, naturalmente, alcun progetto politico sotteso, ma era stato sufficiente a decretare la sorte
dell’autore. D’altra parte, lo stesso Mandel’štam aveva ben capito che «solo da noi hanno rispetto
per la poesia, visto che uccidono in suo nome. In nessun altro paese uccidono per motivi poetici»21.
Ma, per molti, non era stata necessaria la poesia. Era sufficiente un’amicizia imprudente, una
parentela con un astro in declino, o un’incapacità di nascondere il rigetto nei confronti dei nuovi
scrittori cortigiani, che lo stesso Mandel’štam aveva ben descritto già nel 1930:

«Quella degli scrittori è una razza dalla pelle maleolente e dalla cucina sudicia. E’ una razza nomade
che dorme nel proprio vomito, cacciata delle città, perseguitata in campagna, ma sempre e ovunque
prossima all’autorità, la quale le concede un posto nei quartieri riservati alle prostitute. Poiché la
letteratura adempie ad un’unica funzione : aiuta i capi a mantenere la disciplina tra i soldati, e i
giudici a massacrare i condannati»22.

Vorrei sputare in faccia agli scrittori che scrivono cose preventivamente autorizzate [...]. Vieterei a
questi scrittori di contrarre matrimonio e di procreare: infatti, se i figli devono continuarci, se devono
concludere la frase più importante che abbiamo lasciato interrotta, che cosa succede quando i padri si
sono venduti per tre generazioni a venire a un diavolo butterato?»23.

Majakovskij si era salvato in tempo, uccidendosi, mentre veniva bersagliato da critiche


velenosissime per i suoi ultimi lavori, ferocemente antiburocratici. L’ultimo oltraggio, fu postumo:
prima il penoso comunicato ufficiale che spiegava che il suo suicidio non aveva «nulla in comune

20
Nadežda MANDEL’ŠTAM, Le mie memorie, Garzanti, Milano, 1972, p. 226.
21
Nadežda MANDEL’ŠTAM, L’epoca e i lupi, cit., p. 91. Lo stesso Osip Mandel’štam, dopo un colloquio tra
Stalin e Pasternak sul suo caso, osservava che la paura di Stalin per l’arte era «una specie di superstizione. Pensa che
possiamo fargli qualche stregoneria» (ivi, p. 178).
22
Osip MANDEL’ŠTAM, La quarta prosa, Editori Riuniti, Roma, 1982, p. 40.
23
Ivi, p. 35, Stalin era notoriamente butterato dal vaiolo, anche se di ciò non rimane traccia nella ritoccatissima
iconografia ufficiale.
con l’attività sociale e letteraria del poeta»24. Poi, dopo qualche anno di silenzio, il recupero di
Majakovskij come «il migliore e il più geniale poeta dell’epoca». La definizione era di Stalin, che
non aveva mai sopportato il poeta vivo, ma pensava fosse utilizzabile da morto. Il risultato fu che
«si incominciò a introdurre Majakovskij in modo forzato, come le patate al tempo di Caterina»25.
Majakovskij aveva presentito con straordinaria lucidità la sua sorte nei versi in morte di Esenin:

Si dice
che, a mettervi accanto
qualcuno di «Na postu»
sareste diventato
assai più bravo
nel contenuto:
voi
avreste scritto
al giorno
centinaia di versi
stucchevoli
e lungagginosi
come Doronin.
Ma, a parer mio,
se si fosse avverata
una tale incongruenza
vi sareste soppresso
ancora prima26 .

Nella stessa poesia, Majakovskij, ricordando che «quest’epoca / è difficiletta per la penna»,
concludeva:

Per l’allegria
Il pianeta nostro
È poco attrezzato.
Bisogna
Strappare
La gioia
Ai giorni futuri.
In questa vita
Non è difficile morire.
Vivere
È di gran lunga più difficile27.

24
Lev TROCKIJ, Letteratura e rivoluzione, cit., p. 520. Sulle circostanze della morte di Majakovskij, si veda la
ricostruzione dei penosi conflitti con i burocrati della VAPP, anche dopo il suo ingresso nell’organizzazione, in Vasilij
KATANIAN, Vita di Majakovski, Editori Riuniti, Roma, 1978, pp. 352-364. Nello stesso messaggio di congedo il poeta
richiamava uno slogan contro il critico guida della RAPP, Vladimir Ermilov, che aveva stroncato sulla «Pravda» Il
bagno e si rammaricava di avere ceduto alle pressioni dell’associazione degli scrittori per togliere la frase
dall’allestimento nel Teatro Mejerchol’d. La frase toglieva ogni dubbio su quel che il poeta pensava dei moventi dei
suoi critici: «Lo sciame dei burocrati / non lo pulisci / di colpo. / Non ti basta / il bagno / e neanche il sapone. / E poi in
aiuto / ai burocrati / accorre / la penna / di critici / come Ermilov» (ivi, pp. 357-358 e 365). Interessante, pur nel suo
tentativo di dimostrare che il suicidio era quasi frutto del caso e che in alcun caso significava un venir meno della
fiducia nel governo, è la testimonianza di Lili BRIK, Con Majakovskij, intervista di Carlo Benedetti, Editori Riuniti,
Roma, 1978.
25
La frase è di Pasternak, riportata da V. Strada nell’Introduzione a Rivoluzione e letteratura, cit., p. LIII.
26
Vladmir MAJAKOVSKIJ, Opere scelte, a cura di Mario De Micheli, Feltrinelli, Milano, 1982, pp. 49-50.
27
Ivi, p. 53. Si vedano i due necrologi su Esenin e Majakovskij in Lev TROCKIJ, Letteratura e rivoluzione, cit.,
pp. 513-522. Cfr. anche: Michel KEHRNON, Essenine et Trotsky, in «Cahiers Léon Trotsky», n. 1, janvier 1979, pp.
95-99.
E vivere diventa sempre più difficile, anche in senso non figurato. L’elenco degli scomparsi,
accanto a quelli di cui abbiamo già ricordato incidentalmente la fine, sarebbe lunghissimo: Babel’,
Vasil’ev, Arosev, Kol’cov, Erlich, Kiršon, Mikitenko, Epin, Čarents, Bakunts, Tabidze,
Džavachišvili, Mitsišvili, Kikodze, Buacidze, Sejfulin, Ibrahimov, Tinčurin, Nadzmi... Nomi russi,
ucraini, armeni, georgiani, kazachi e tartari. E, accanto ad essi, il polacco Jasienski, l’ungherese
Hidas e tanti altri, rifugiatisi nella «patria del socialismo» per sfuggire alla repressione nel proprio
paese28.
Se non tutti muoiono a causa della propria produzione letteraria, come abbiamo già ricordato, in
ogni caso per tutti negli anni del trionfo dello stalinismo cessa ogni possibilità di scrivere
liberamente, perfino tenere nei propri cassetti manoscritti «inopportuni» può essere fatale. Nadežda
Mandel’štam ha descritto l’accanimento delle perquisizioni, alla ricerca di fogli con poesie29.
Così, in quegli anni, si diffonde l’uso di ricorrere alla memoria per conservare i versi: misura di
sicurezza in due sensi, giacché preserva da occhi indiscreti e garantisce, nella tragedia del Gulag,
una consolazione e una speranza, nel richiamare alla mente per sé, o anche per qualche compagno
di sventura, le poesie più amate.
Tuttavia, prima di sprofondare nell’orrore della repressione indiscriminata, la letteratura e la società
sovietica ebbero una breve pausa, su cui rimangono non poche ombre, ma che si manifestò
inequivocabilmente nella riapparizione di un dibattito reale nel I Congresso degli scrittori. La forma
di quel dibattito era già pesantemente condizionata dal «culto della personalità» di Stalin e
dall’accettazione di rigidi rituali, ma non al punto di risultare indecifrabile. Ricostruire quel
momento può contribuire a fare luce sulla dinamica complessiva del periodo staliniano.

28
Roy MEDVEDEV, Lo stalinismo, cit., pp. 283-287 e passim. A volte la persecuzione staliniana raggiunse
anche scrittori comunisti di altri paesi, anche se non rifugiatisi in Urss. Si veda, ad esempio, la tragica sorte di Attila
Jòzsef, uno dei più interessanti poeti ungheresi e senz’altro uno dei più grandi tra coloro che tentarono di esprimere
poeticamente la loro adesione alle idee comuniste. Espulso dal partito, si suicidò nel 1937. Si vedano le due antologie
apparse in Italia, Attila JOSZEF, Con cuore puro, a cura di Alberto Albini, Accademia, Milano, 1972 e Attila JOSZEF,
Gridiamo a Dio, a cura di S. Badiali e G. Finzi, Guanda, Parma, 1963.
29
Nadežda MANDEL’ŠTAM , L’epoca e i lupi, cit., p. 19.
SCHEDA 2

CORRENTI E GRUPPI LETTERARI NELLA RUSSIA SOVIETICA

La prima organizzazione sorta nel periodo della rivoluzione è il Proletkul’t (Cultura proletaria) ; tra
i principali dirigenti, Aleksandr Bogdanov, espulso dal Partito bolscevico nel 1909 e fortemente
polemico nei confronti della tattica di Lenin. Non era, tuttavia, un’associazione di scrittori o
letterati in senso stretto: la maggior parte degli associati (che raggiunsero cifre ragguardevoli) erano
operai autodidatti, corrispondenti di fabbrica e militanti bolscevichi, social-rivoluzionari o
anarchici, particolarmente sensibili al problema dell’educazione extrascolastica. Assume presto
compiti molto vasti, intrecciati con quelli del Narkompros, con il quale entrò quindi spesso in
conflitto di competenza. Tra gli «specialisti» che partecipavano alle attività di studio, Gor’kij,
Andrej Belyj, Majakovski. Non elaborò mai un’originale «cultura proletaria», subendo piuttosto le
influenze dei gruppi di avanguardia preesistenti, in particolare dei futuristi e dei costruttivisti
Rodčenko e Tatlin, che teorizzavano l’utilizzazione delle nuove tecniche (fotografia,
cinematografia, registrazione) nell’arte «proletaria». Dal 1920 viene emarginato Bogdanov e
l’organizzazione viene completamente subordinata al Narkompros.
In quell’anno sorge la VAPP (Associazione panrussa degli scrittori proletari), intorno al gruppo
redazionale della rivista «Kuznica» (Fucina), staccatosi dal Proletkul’t. Nasce anche l’INCHUK
(Istituto di cultura artistica) a Mosca, Pietrogrado, Vitebsk (dove è diretto da Chagall).
Nel 1921, con la NEP, nuova fioritura di riviste e case editrici. A Pietrogrado si forma il gruppo
«Fratelli di Serapione» (Fedin, Šklovskij, Zoščenko). Comincia a uscire come trimestrale (presto
mensile) la « Krasnaja nov’ » (Terra vergine rossa), centro di raccolta di gran parte dei «compagni
di strada», come vengono chiamati gli scrittori non comunisti, ma non ostili al potere sovietico e
disposti a scrivere e vivere nel paese. Direttore è Aleksandr Voronskij, che ha discusso il progetto
con Lenin e Gor’kij.
Tuttavia, anche prima delle liberalizzazioni della NEP, alcune case editrici private erano
sopravvissute, pur tra le difficoltà dell’approvvigionamento di carta, mentre proprio per questa
ragione, anche da parte di dirigenti comunisti, si erano utilizzate tipografie e case editrici operanti
all’estero. Fino al 1924 aveva prosperato l’editore Gržebin, amico di Gor’kij, che da Berlino
forniva la Russia di libri di ogni genere, compresi i testi per le scuole, ma anche molti scritti di
opposizione (per cui in quell’anno era stata vietata l’importazione dei suoi libri in territorio
sovietico). Anche il grande editore tedesco di origine ebraica Rudolf Mosse aveva una sezione
russa, che ancora nel 1925 poteva esportare i suoi libri in Urss.
È impossibile, nei limiti di questa scheda, fornire un’idea anche approssimativa della molteplicità
delle iniziative letterarie e artistiche «autogestite» da gruppi formatisi spontaneamente nei primi
dieci anni di vita della Russia sovietica. Un’idea del clima può esser fornita da un esempio: nel
gennaio 1919, intorno alla Dichiarazione degli immaginisti firmata da Esenin, Ivnev, Mariengof,
Šeršenevič si raggruppava un nucleo di poeti e scrittori che, oltre a una serie di «provocazioni» al
limite tra lo stile goliardico e il teppismo vero e proprio, realizzava una casa editrice che tra il
1920e il 1921 stampava ben 30 libri, non sempre utilizzando i canali normali (uno fu stampato
addirittura nella piccola tipografia installata a bordo del treno blindato di Trotskij, normalmente
adibita alla pubblicazione di giornali per l’Armata rossa). In ogni caso, qualsiasi gruppo di poeti o
di scrittori, anche se non riusciva a ottenere carta e tipografia, organizzava letture pubbliche in
piazza, o nei molti «caffè dei poeti», o in analoghi locali. Gli immaginisti, d’altra parte, avevano
aperto una libreria, che funzionava da centro di riunione.
In molti casi, le aggregazioni artistiche erano così effimere che la loro produzione si concludeva
con la pubblicazione di un almanacco, o di un numero unico. Nel 1922, da « Kuznica » si stacca il
gruppo «Oktiabr’» (Ottobre), che nell’anno successivo si impossessa saldamente della VAPP e
comincia a pubblicare «Na postu» (Al posto di guardia), che diventerà «Na literaturnom postu» al
momento della nuova scissione che porta al centro della rivista e dell’Associazione Leopol’d L.
Averbach. In questo caso, si tratta di un raggruppamento che lascia tracce profonde nella letteratura
sovietica, indipendentemente dalla sorte dei suoi promotori.
Altrettanto duratura è l’influenza del LEF (Fronte di sinistra) promosso da Majakovskij e aperto a
un gran numero di scrittori e artisti provenienti da esperienze futuriste prerivoluzionarie,
costruttivisti come Rodčenko che cura anche impaginazione e copertina, cineasti come Ejzenštein e
Džiga Vertov e molti tra i migliori critici. Cesserà le pubblicazioni nel 1925, ma riprenderà come
«Nuovo LEF» nel 1927. Ad esso sarà collegato in Ucraina il gruppo futurista «La nuova
generazione».
Dal 1928-1929 le difficoltà per futuristi e costruttivisti si accresceranno, per un impegno crescente
del Partito comunista a favore della RAPP. Nel 1929 verrà sciolto l’INCHUK di Leningrado e sarà
chiusa al pubblico una mostra di Filonov già allestita in quella città. Nel 1930, ultima aggregazione
di gruppi che si oppongono al predominio della RAPP: il «Litfront» (Fronte letterario).
Accanto a «Krasnaja nov’», ma con carattere più rigorosamente teorico, ebbe un ruolo importante
«Pečat i revolucija » (Stampa e rivoluzione), della quale erano redattori Lunačarskij, lo storico
Michail N. Pokrovskij, Vjačeslav P. Polonskij. Era una rivista di grande spessore, che combinava
articoli e recensioni di notevole ampiezza con un gran numero di segnalazioni bibliografiche. Dal
1924 aprì una sezione di «Materiali per la storia della letteratura e della società», carica di indubbie
implicazioni politiche. Nell’ultima fase (prima della soppressione, avvenuta nel 1930) ebbe grande
peso nella redazione Valerian F. Pereverzev, un critico di notevole valore, più tardi vittima delle
repressioni staliniane.
Nel corso della seconda metà degli anni Venti, la censura comincia a colpire sempre più spesso
anche le riviste letterarie (ad esempio, viene sequestrato, già nel 1926, il numero 5 di «Novyi mir»,
che conteneva il racconto di Pil’njak che alludeva alla morte di Frunze). Addirittura nel 1925 viene
«paracadutata» in «Krasnaja nov’» mezza redazione di «Na postu», che pubblica, evidentemente
spalleggiata da protettori altolocati, articoli del tutto contrapposti all’orientamento fino allora
prevalente nella rivista.
Nel 1932, con una decisione del Comitato centrale del PCUS, scaturita da una riunione informale a
cui aveva partecipato lo stesso Stalin, vengono soppresse tutte le associazioni degli scrittori
esistenti, per creare l’Unione degli scrittori sovietici, il cui primo Congresso sarà tenuto nel 1934
(vedi oltre, cap. IV). Molti dei dirigenti della RAPP, tra i quali lo stesso Averbach, cadono in
disgrazia. Viene allora codificato il «realismo socialista», definito da Zdanov «realismo nella forma
e socialismo nel contenuto».
L’Unione degli scrittori eserciterà già allora (fino ai giorni nostri) un rigido controllo sulla
produzione letteraria, attraverso il monopolio dell’editoria, la definizione delle tirature (e quindi dei
diritti d’autore), l’assegnazione di traduzioni, di soggiorni di vacanza, di viaggi di studio, di alloggi
e di altre forme di retribuzione indiretta (o di affamamento degli scrittori non allineati). I dirigenti
dell’Unione, d’altra parte, come tutti i medi e alti burocrati sovietici, saranno tenuti a controfirmare
le espulsioni dall’Unione e gli arresti che colpiranno, a partire dal 1935, un gran numero di scrittori.
Ben pochi dei poeti e dei letterati arrestati potranno ritornare dai lager dopo la «destalinizzazione»
chrusceviana (tra essi Zabolockij, Oleša, Konstantin Paustovskij, Platonov).
CAPITOLO QUARTO

1934: IL CONGRESSO DEGLI SCRITTORI


E L’ULTIMO TENTATIVO DI SOSTITUIRE STALIN

Quasi nulla rivela all’esterno le tensioni che incrinano il potere staliniano nel corso del 1932-1934.
Il Congresso degli scrittori, svoltosi tra il 17 agosto e l’1 settembre 1934, lascia comunque
trasparire qualcosa dei tentativi di riaprire una dialettica reale, di spezzare il conformismo che
soffocava la letteratura e la stessa vita sovietica.
In primo luogo, appaiono voci diverse e discordanti che, pur rispettando alcune delle norme
consolidatesi negli anni precedenti (in particolare gli omaggi rituali a Stalin), affrontano temi reali
in modo spesso vivacemente polemico.
Gli stessi omaggi a Stalin sono spesso ambigui: si pensi a quello di Babel’, che probabilmente non
poté piacere all’interessato:

«A proposito della parola, desidero menzionare una persona che della parola non si occupa per
professione: guardate Stalin, come forgia il proprio discorso, come sono ben scelti, efficaci e pieni di
nerbo i termini – neanche tanto numerosi – di cui si serve. Non voglio dire che tutti debbano scrivere
come Stalin, ma dobbiamo lavorare come lui sulla parola»1.

Naturalmente, essendo notissima l’incapacità di dominare la lingua russa e soprattutto la estrema


povertà logica e perfino sintattica del potente segretario generale, era palese l’intento satirico, assai
poco dissimulato2.
Babel’ pagherà caro, appena pochi anni dopo, anche questa allusione3 . Altri avevano accennato
all’uso «magico» dei simboli del marxismo. Era stato Radek, che pure aveva capitolato più
tristemente di altri di fronte a Stalin, nel 1929, al punto di essere considerato dagli altri oppositori
un vero e proprio delatore4. Anche la sua frase aveva un doppio senso, solo apparentemente
elogiativo:
1
Rivoluzione e letteratura, cit., p. 115.
2
Trotskij, spiegando al momento dei grandi processi perché fosse ridicola la teoria di un suo «odio per Stalin»,
ne tracciava un quadro piuttosto complesso e articolato; ricordando le sue polemiche con gli altri dirigenti bolscevichi
che avevano escluso ogni pericolosità di Stalin, troppo «insignificante» per aspirare alla dittatura, egli osservava che «la
sua intelligenza non è brillante, manca di slancio e persino di capacità logica. Ogni singola frase dei suoi discorsi ha un
fine pratico; il discorso nel suo insieme non si eleva mai all’altezza di una costruzione logica. Questa debolezza
costituisce tuttavia la sua forza», aggiungeva, spiegando anche con altri esempi storici che «vi sono epoche in cui le
generalizzazioni e la previsione del futuro escludono il successo immediato. Ciò avviene nei periodi di crisi, di
decadenza, di reazione» (cfr. Leone TROTZKIJ, I crimini di Stalin, Casini, Roma, 1966, p. 112). Sullo stile schematico
di Stalin, comunque, molti altri hanno fatto osservazioni analoghe, ma la cosa migliore è rendersene conto direttamente
leggendo qualche passo dalla sua famosa antologia, Questioni del leninismo, tornata in auge in epoca di infatuazioni
maoiste.
3
Babel’ fu arrestato nel maggio del 1939 e fucilato nel 1941. Fu «riabilitato» già nel 1954, con una sentenza
che, «date le nuove circostanze», annullava la condanna a morte e dichiarava grottescamente: «il processo è da
considerarsi estinto perché il fatto non costituisce reato» (Rivoluzione e letteratura, cit., p. 112).
4
Radek aveva ritrattato tra i primi le tesi dell’Opposizione e aveva messo la sua penna al servizio di Stalin. Ma
l’accusa che gli muovevano gli ex compagni di opposizione era ben più grave. Nell’estate del 1929, un agente
dell’OGPU, di ritorno da una missione all’estero, era passato a Prinkipo, in Turchia, dove era esiliato Trotskij. Era
Bljumkin, il già ricordato protagonista dell’attentato all’ambasciatore tedesco von Mirbach nel 1918, che era poi di
venuto comunista, ed era stato vicino a Trotskij nella guerra civile, conservando una grande ammirazione per il capo
dell’Armata rossa. Dopo il colloquio a Prinkipo, tornò a Mosca con numerose lettere, ma parlò subito del colloquio con
Radek, che stava passando a Stalin. Fu immediatamente arrestato e fucilato senza processo. I bassi servizi resi a Stalin
« Io ho un’amica che insegna all’università. E’ nata nell’Oirozia, dove è cresciuta in un ambiente
dominato dagli stregoni siberiani. E quando questa ragazza, divenuta professoressa, ha appeso sopra
il suo tavolo i ritratti di Marx, Lenin e Stalin, un mio amico ha detto:
‘Sta facendo gli esorcismi davanti a Marx, Lenin e Stalin’. Ancora ieri viveva in un ambiente
barbarico ed ecco che ora contribuisce a creare una nuova cultura»5.

Quanto poco «nuova» fosse una cultura che aveva bisogno di icone sacre lo capiva benissimo chi
ricordava il fastidio di Lenin (per non parlare di Marx) di fronte a ogni tipo di culto.
Anche Gor’kij che, pure, non manca di tessere elogi del tipo più vieto e banale al grande «Capo dei
popoli dell’Urss», aveva aggiunto, rifiutando gli omaggi diretti alla sua stessa persona, una frase
che poteva benissimo essere estesa anche a Stalin:

«Non vi sembra che mettendo troppo in rilievo ed elogiando troppo lo stesso personaggio, riduciamo
automaticamente la statura e l’importanza degli altri? […] Naturalmente, non è che io voglia
predicare l’egualitarismo in un paese che ha prodotto e produce migliaia di eroi, ma ne esige
centinaia di migliaia, tuttavia temo che gli elogi sperticati tributati a taluni possono suscitare in altri
sentimenti e stati d’animo dannosi alla nostra causa comune»6.

Bucharin stesso, che si guardava bene dallo stuzzicare Stalin, del quale da anni aveva capito la
pericolosità, e che nel periodo in questione evitava persino di incontrare i suoi vecchi amici politici
che tentavano di costruire una nuova opposizione, giacché «non vedeva alcuna alternativa alla
direzione staliniana, e non riteneva possibile alcuna opposizione costruttiva»7 , aveva comunque
tentato di utilizzare Stalin, citandolo a sostegno di un discorso problematico e critico, che andava in
direzione contraria al corso dominante:

«Che cosa ha constatato il congresso? Che la nostra prosa è in ritardo sulla vita, che è povera in
confronto alla vita. Ma non sappiamo forse che la poesia è il settore più debole del nostro fronte
letterario? Da cosa proviene la parola d’ordine ‘studiare’ su cui ha tanto insistito Stalin? Da dove
provengono i discorsi sulla nostra arretratezza? E’ giusta l’esigenza di un’arte monumentale? Non è
forse vero che spesso il lettore sopravanza lo scrittore?»8.

non impedirono a Radek di essere inquieto verso la metà degli anni Trenta su quel che stava accadendo nel paese e nel
partito, sicché finì di nuovo nel calderone dei processi. Secondo Krivickij, nella prima fase egli si rifiutava di rispondere
all’inquisitore, finché fu portato al Cremlino, dove ebbe un incontro con Stalin. «Di ritorno dal Cremlino, Radek si
mostrò di un umore affatto diverso; egli e Stalin avevano raggiunto ormai un accordo. Radek sapeva ormai che cosa
volesse il ‘padrone’ da lui. Fu il prigioniero stesso che s’incaricò di scrivere la sua ‘confessione’» (cfr. W. G.
KRIVITSKI, Sono stato agente di Stalin, Mondadori, Milano, 1940, p. 264). Radek, in effetti, si comportò più da
accusatore che da imputato al secondo processo di Mosca e fu l’unico a evitare la pena di morte: ebbe dieci anni di
reclusione. Pare sia morto nel 1940, ucciso da un altro detenuto, ma il suo comportamento alimentò la leggenda che, in
realtà, fosse stato liberato e continuasse, sotto uno pseudonimo, a scrivere i suoi brillanti articoli sulle «Izvestija».
5
Rivoluzione e letteratura, cit, p. 202.
6
Ivi. pp, 93-94. In un altra relazione (il Discorso sulla letteratura sovietica) Gor’kij aveva denunciato i critici
che scrivono «con esagerata passione», spinti «dall’interesse di un gruppo ristretto di persone malate del cosiddetto
complesso del capo, il ducismo, una malattia particolarmente tenace, di origine borghese». Il termine «capo» o «duce»
era tuttavia lo stesso vozd usato abitualmente nei confronti di Stalin! Dopo avere insistito a lungo sul concetto, Gor’kij
si premurava di aggiungere: «Da noi, dove si crea la lealtà sociale, simili bubboni sono naturalmente impossibili, ma
quale retaggio piccolo-borghese conserviamo ancora alcuni foruncoletti, incapaci di comprendere la differenza
sostanziale tra complesso del capo e direzione politica» (ivi, pp. 52-53).
7
Sono parole di un biografo piuttosto benevolo, Roy M. MEDVEDEV, Gli ultimi anni di Bucharin, 1930-1938,
Editori Riuniti, Roma, 1979. p. 41. Sulla figura di Bucharin e sulla sua incapacità di concepire una opposizione a Stalin,
si veda anche Antonio MOSCATO, Declino e caduta di N. I. Bucharin (1928-1929), in «Critica comunista», a. I, n. 1
(ora in questo sito, in Appendice al saggio su Togliatti e Gramsci).
8
Rivoluzione e letteratura, cit., pp. 306-307.
A Bucharin non mancava la prudenza, nell’ultima fase della sua vita politica. La maggior parte
degli accenni al ritardo e all’arretratezza sono ambigui e velati, ma andavano comunque nello stesso
senso degli altri interventi più aperti e appassionati.
Babel’, ad esempio, prima dell’ironico accenno alla povertà di linguaggio di Stalin aveva attaccato
più esplicitamente gli apologeti del regime:

«Ogni tanto, all’improvviso, qualcuno — certo un essere profondamente, sostanzialmente triste —


attacca a parlare della propria gioia e, dagli e dagli, non la finisce più […] A guardare un simile tipo
di cuorcontento viene proprio la nausea!»9.

Babel’, in quegli anni, era stato prudentemente in silenzio, senza produrre nulla per le case editrici
sovietiche. Egli stesso allude scherzosamente a ciò nel suo intervento:

«Ho accennato al rispetto per il lettore. Può darsi che io sia affetto da ipertrofia di questo sentimento.
Il rispetto che io provo per il lettore è così sconfinato che finisco addirittura per tacere, per
ammutolire del tutto. Immaginatevi un pubblico formato da una cinquantina di segretari di comitato
di zona, che ne sanno dieci volte più di noi scrittori e sono anch’essi “ingegneri di anime”, e subito
sentirete che non potete cavarvela conversando, chiacchierando, gingillandovi come tanti ginnasiali.
Il discorso dovrà essere serio e mirare al sodo»10.

L’accenno agli « ingegneri di anime » era più che esplicito, giacché era una frase di Stalin, ed era al
centro del discorso inaugurale del rappresentante ufficiale del Comitato centrale del Partito
comunista, Andrej Ždanov 11. Come mai uno scrittore tanto prudente da diventare «gran maestro»
nel «genere letterario» del silenzio, poteva ritenere di parlare così liberamente in una sede ufficiale,
tanto più pericolosa di un romanzo che, al limite, poteva incagliarsi tra gli scogli della censura?
Probabilmente anche Babel’ aveva colto gli spiragli che si aprivano e che aveva descritto con queste
parole:
«Guardate come si sono trasformati i nostri giornali. Erano scialbi, tediosi, non riflettevano affatto la
grande varietà della vita e, improvvisamente, con una rapidità straordinaria, possibile solo nel nostro
paese, si è prodotto in essi un cambiamento»12.

Anche questa era un’allusione precisa: esattamente sei mesi prima, senza una riga di spiegazione.
Bucharin era stato tirato fuori dalla sua posizione di emarginato e collocato alla direzione
dell’organo del governo sovietico, le «Izvestiia»13. Non era un giornale importante come la
«Pravda», organo del Comitato centrale del partito comunista (che egli stesso aveva diretto per anni
prima della sua caduta in disgrazia) e Bucharin, per le ragioni già ricordate, si guardò bene dal
tentare di trasformarlo in organo di opposizione; ma, non foss’altro per il suo livello culturale ben
superiore a quello dei penosi ripetitori di giaculatorie di cui si circondava abitualmente Stalin, il
nuovo direttore aveva trasformato il giornale nel più vivace strumento di stampa dell’Urss e questo,
nel giro di pochi mesi, era diventato anche il più letto. Le «Izvestiia» erano diventate anche una
tribuna di antifascismo (e questo era,un coraggioso segno di diversificazione, in un paese che
vedeva delinearsi una tendenza favorevole a un’intesa con la Germania nazista, come era apparso
chiaramente dall’intervento di Stalin al XVII Congresso del PCUS, nel gennaio dello stesso
1934)14. Al tempo stesso, il giornale si era aperto a un gran numero di scrittori di talento15.

9
Ivi, pp. 114-115.
10
Ivi, p. 116.
11
Ivi, p. 11.
12
Ivi, p. 114.
13
R. MEDVEDEV, Gli ultimi anni cit., p. 75.
14
Sui vari tentativi sovietici di migliorare le relazioni con la Germania nazista si veda Antonio MOSCATO, La
seconda guerra mondiale, Stalin (e il PCI…), in «Critica comunista», a. I, nn. 4/5, pp. 220-222, ora riprodotto nel sito.
Uno spiraglio sottile dunque, ma uno spiraglio, si era aperto nella cappa di piombo dell’unanimismo
rituale. Cercheremo, successivamente, di comprendere, nei limiti imposti dalla scarsità di
documentazione diretta, come era stato possibile. Ma, intanto, è importante cogliere fino in fondo
su quali terreni, oltre a quelli già accennati, si manifestò nel I Congresso degli scrittori una tendenza
disposta a utilizzare i nuovi spazi.
In primo luogo, ci fu da parte di molti relatori e intervenuti (a partire da Gor’kij, Bucharin, Fefer,
Ehrenburg, Kol’cov, Radek) una forte sottolineatura del drammatico contesto internazionale,
rappresentato dall’ascesa del fascismo. Oggi, in prospettiva storica, ciò potrebbe apparire scontato,
banale, ma non lo era in un periodo che aveva visto, prima e dopo l’ascesa di Hitler al potere,
incredibili minimizzazioni dal pericolo fascista16.
L’altro cavallo di battaglia di chi cercava di introdurre elementi di differenziazione fu, da un lato, la
sottolineatura critica dei «ritardi» o dell’arretratezza russa, dall’altro l’irrisione al trionfalismo, alla
letteratura «tendenziosa», vuota e ripetitiva; le forme erano quasi sempre caute, tranne forse in
Ehrenburg, che attaccò senza mezzi termini la trasposizione meccanica alla letteratura dei criteri
quantitativi in uso nel settore industriale e, soprattutto, denunciò la vuota retorica dei burocrati della
penna o della macchina da presa:

«Ho visto il film Contropiano17. In questo film c’era tutto quello che ‘ci deve essere’, però io mi
sono permesso di osservare che non somigliava alla realtà.
Mi hanno risposto: ma che dite, il nostro lavoratore d’assalto è proprio vivo, abbiamo avuto perfino
l’audacia di fargli bere un bicchierino di vodka. Adesso, poi, c’è chi decide di ‘vivificare’ un
racconto dedicato a un lavoratore d’assalto o a una stazione di macchine e trattori, con dei piccoli
episodi amorosi, inseriti qua e là, ad intervalli regolari. Ma i manichini rimangono manichini, non
possono trasformarli in uomini né due o tre baci ben dosati, né una lacrimuccia razionata. I nostri
operai sono uomini vivi, che lavorano, lottano, amano, baciano, leggono libri, fantasticano, qualche
volta fanno delle stranezze, sono gelosi, insomma vivono. E somigliano così poco ai ‘lavoratori
d’assalto’ di certi libri come i loro ormai dimenticati e disgraziati bisnonni non somigliavano affatto
ai pastorelli galanti di una pastorale. Molti autori seguono la via della minor resistenza. E’ molto più
facile sbagliare nel mostrare l’uomo vivo, che non nel ripetere laconiche dichiarazioni
programmatiche»18.

L’ultima frase di Ehrenburg toccava il cuore del problema. D’altra parte egli osservava ancora che
«certi scrittori» evitano accuratamente i temi più scabrosi, giacché «al tormentoso processo creativo
essi preferiscono sostituire abili manovre», mentre altri, quelli che «amano veramente il magistero
tecnico e la parola, fanno a meno dei temi fondamentali e preferiscono l’esotismo oppure la
storia»19.
Ehrenburg non sapeva che presto anche questa fuga sarebbe stata scomodissima, giacché i romanzi
storici sarebbero stati commissionati in serie per esaltare i grandi zar centralizzatori e l’esotismo
sarebbe diventato inammissibile, nel trionfo dell’autarchia xenofoba. D’altra parte, la maggior parte
degli scrittori, egli aggiungeva, «trovano modo di rimanere apparentemente nell’ambito dei grandi
temi, ma li impoveriscono fino a renderli irriconoscibili. Evitano ogni descrizione veridica di tutte
le difficoltà della nostra lotta»20.

15
R. MEDVEDEV, Gli ultimi anni, cit., p. 77; Babel’ era stato più che esplicito: «Questo è il momento del
giornale, un momento felice; naturalmente. non dal punto di vista dell’industria cartaria [...]. Si sta verificando, oggi,
una specie di chiamata in massa degli uomini di lettere al giornale […] a una simile chiamata bisogna rispondere».
(Rivoluzione e letteratura, cit., p. 114).
16
Sulle minimizzazioni del pericolo fascista da parte dei dirigenti del Comintern, in particolare di Togliatti, si
veda Antonio MOSCATO, Togliatti e il Comintern, in « Critica comunista», a. III, nn. 12-13.
17
Contropiano era uno dei primi film sonori sovietici, ma anche uno dei più didascalici e predicatori. La regia
era di Ermler e Jutkevič.
18
Rivoluzione e letteratura, cit., pp. 75-76.
19
Ivi, p. 76.
20
Ibidem.
Abbiamo riportato così ampi stralci dell’intervento di Ehrenburg, perché effettivamente è l’unico
che porti fino in fondo, esplicitamente, le critiche sottese a tanti altri interventi. Tra l’altro, dopo il
primo riferimento al cinema (che cominciava ad essere campo riservato al controllo personale di
Stalin), egli accenna anche alle più generali ripercussioni sociali dei criteri invalsi nella letteratura:

« Comincia così l’epigonismo, appaiono romanzi o racconti che imitano ciecamente la maniera del
vecchio romanzo naturalistico. Vengono pubblicati versi sui trattori che sono simili alle romanze
d’anteguerra. Col pretesto che è necessario lottare contro il formalismo, abbiamo frequenti esempi di
culto delle forme artistiche più reazionarie […] .
Compagni, in questo modo si torna all’estetica della piccola borghesia prerivoluzionaria, sulla cui
morale ha pronunciato parole così belle, nella sua relazione, Aleksej Maksimovic Gor’kij.
Questo si verifica in tutti i campi dell’arte. Com’è naturale, non abbiamo risolto il problema della
nostra architettura. Sono stati costruiti edifici d’abitazione di tipo americano molto più adatti a una
fabbrica o un ente pubblico. Viverci è difficile. Gli occhi dell’operaio chiedono alla casa un po’ più
di gioia e di intimità ed egli ha ragione di protestare contro certe case-caserme; ma questo non vuol
dire ancora che sia giusto tirar fuori chissà da dove un portale pseudo-classico, aggiungerci un po’ di
stile impero, un po’ di barocco, […] e spacciare il tutto per lo stile architettonico della nuova classe
vittoriosa !»21.

Non stupisce che la sopravvivenza di Ehrenhurg, al termine del periodo staliniano, dopo così
coraggiose denunce, abbia fatto circolare la spiegazione che se la fosse cavata facendo il delatore.
Per molto meno di questo tanti altri erano caduti sotto il piombo della GPU, mentre Ehrenburg, che
pure trovò il coraggio di un gesto di dissociazione abbastanza esplicita anche negli ultimi anni di
Stalin, probabilmente fu salvato dal caso, dalla stima personale del dittatore, dalla sua notorietà e
utilità fuori dell’Urss (fu spesso inviato in Occidente come «ambasciatore» della cultura sovietica).
A suo favore depongono testimonianze sugli sforzi fatti per aiutare, nei limiti del possibile, chi era
in pericolo, come quella di Nadežda Mandel’štam, che ricorda anche una severa lezione di dignità
impartitele da Ehrenburg22.
E quanti piaggiatori striscianti, quanti delatori, quanti torturatori apparentemente onnipotenti non
hanno invece finito i loro giorni insieme alle loro vittime, travolti dall’imprevedibilità del grande
terrore, soprattutto nel 1937-1938 e negli ultimi anni di Stalin?
In ogni caso, in quel congresso, Ehrenburg era probabilmente spinto a una posizione
particolarmente coraggiosa dal confluire di due motivazioni, ugualmente importanti: l’esistenza di
una prudente (ma verosimilmente non inerme) tendenza a cambiare rotta e la consapevolezza che,
in quel momento, la situazione fosse giunta a un punto cruciale: «parlo in modo rude anche perché
in questo momento la nostra responsabilità è estremamente grande»23.
Altri cercarono di affrontare indirettamente il problema di un nuovo rilancio critico della letteratura
sovietica. Kol’cov, ad esempio, fece l’apologia della satira, polemizzando con un direttore di rivista
(non nominato) che aveva rifiutato un racconto satirico con la frase: «È roba che non va bene per
noi. È ancora troppo presto perché il proletariato si metta a ridere; lasciamo che ridano i nostri
nemici di classe». Subito dopo, tuttavia, entrava più chiaramente in polemiche meno anonime:

« Compagni, questo vi può sembrare assurdo, e così sembra anche a me, però ricordo bene e, come
me, lo ricordano anche molti altri dei presenti, che nel corso di una delle ultime riunioni della
defunta RAPP, circa un mese prima che fosse chiusa, mi toccò difendere, tra esclamazioni ostili, il

21
Ivi, pp. 81-82
22
Ehrenburg «aggredì furioso», Nadežda Mandel’štam perché aveva riso alla lettura di alcune strofette di
Majakovskij sull’annegamento di ufficiali bianchi nella Mojka. La Mandel’štam ricorda con gratitudine quella «violenta
lavata di capo» che la aiutò a non farsi contagiare dalla «mentalità da antropofagi» che «si andava diffondendo come
un’epidemia» (N. MANDEL’ ŠTAM, L’epoca e i lupi, cit., p. 129). L’autrice ricorda in molte occasioni Ehrenburg,
sempre cordialmente, compreso quando «non accettava i versi su Stalin, li definiva una poesiola» (ivi, p. 192).
Evidentemente Ehrenhurg non approvava e non considerava coraggio, ma incoscienza, un gioco così pericoloso.
23
Rivoluzione e letteratura, cit., p. 84.
diritto alla vita letteraria di scrittori come Ilf e Petrov, e il loro diritto alla vita normale, cioè a
ricevere i mezzi di sussistenza necessari al loro lavoro.
Adesso, se non sbaglio, non si sente più parlare di direttori di rivista capaci di affermare che per il
proletariato è ancora troppo presto per ridere. Però vorrei dirvi, compagni, che esistono altre opinioni
che possono far pensare a un profano che ormai per il proletariato è troppo tardi per ridere […]»24.

Tra l’altro, Kol’cov non si limitava a un’apologia astratta della satira, ma ne forniva un graffiante
esempio, parlando di una proposta tutt’altro che inverosimile in un periodo che vedeva
progressivamente ricomparire le divise che già in epoca zarista avevano contrassegnato varie
categorie dell’amministrazione:

« Pare che sia stata perfino avanzata una proposta: introdurre l’uso dell’uniforme per i membri
dell’Unione scrittori[...] Gli scrittori andranno in giro in uniforme, che sarà differente a seconda dei
generi letterari. Ad esempio: una striscia rossa per la prosa, una celeste per la poesia e una nera per i
critici. E poi, distintivi: per la prosa un calamaio, per la poesia una lira, e per i critici un piccolo
manganello. Eccolo qua, il nostro critico con quattro manganelli all’occhiello e tutti gli scrittori che
lo incontrano si mettono in fila e fanno il saluto […]»25.

Bucharin invece aveva cercato di prendere alla larga i temi più scottanti: era partito da
sant’Agostino, era passato a un testo indù del X secolo a. C., era arrivato a un trattato poetico cinese
del IX secolo della nostra èra, e via via era passato dall’Enciclopaedia Britannica a Gilgamesh, da
Aristotele a Virgilio, e via divagando.
Tuttavia, dopo aver cominciato da così lontano la sua relazione su La poesia, la poetica e i compiti
della creazione poetica nell’URSS, si era accostato alla letteratura sovietica non senza imprudenze.
Aveva citato dapprima il poeta Gumilëv, il primo artista fucilato come «controrivoluzionario»,
passando poi all’emigrato Bal’mont, per arrivare ai contemporanei, spesso presenti in sala. E qui
aveva sollevato vespai a non finire: il suo elogio di Majakovskij era stato interpretato come «una
condanna» dei suoi versi di propaganda26. Una notevole esaltazione di Pasternak aveva suscitato le
ire di tutti i suoi nemici, ma anche il panico dell’interessato, molto preoccupato di avere un così
poco sicuro «sponsorizzatore».
Ma erano stati soprattutto gli applausi scroscianti e prolungati all’inizio e durante la relazione a
scatenare la canea dei galoppini della burocrazia letteraria e di partito, che avevano colto ogni
pretesto per attaccare da tutti i punti di vista Bucharin. Il suo temperamento generoso gli aveva fatto
dimenticare la prudenza nella replica, al punto che prima della chiusura del Congresso egli era stato
costretti da autorevoli pressioni a un’umiliante autocritica, che non aveva avuto il coraggio di
pronunciare di persona ed era stata letta, quindi, dal presidente di turno, Fadeev27.
Nella prima parte si scusava per le troppe frecciate scagliate ma, al tempo stesso, ribadiva un
concetto che faceva parte del patrimonio comunista, anche se non certo della prassi introdotta dagli
Averbach nella RAPP e portata avanti ora dagli scherani di Ždanov:

«Siccome la durezza del mio intervento conclusivo ha suscitato varie perplessità e domande, ritengo
opportuno dichiarare che effettivamente mi sono permesso attacchi e affermazioni troppo polemici
all’indirizzo di alcuni compagni poeti […]. Se qualcuno ha pensato che i giudizi da me espressi sui
singoli poeti siano da considerarsi come direttive, evidentemente è incorso in un equivoco. In
generale, giudizi di questa specie non possono essere mai considerati alla stregua di giudizi politici.
Nel campo della creazione poetica deve esistere un’ampia libertà di emulazione, sia nelle ricerche

24
Ivi, p. 87.
25
Ivi, p. 90.
26
Ivi, pp. 209-265.
27
Ivi, pp. 311-312. Fadeev fu per anni un esponente di primo piano dell’Unione degli scrittori (ne fu segretario
dal 1946 al 1953). Aveva accettato le regole del gioco, da quelle letterarie a quelle poliziesche (decine di scrittori furono
fucilati per un presunto complotto contro di lui e contro Tichonov). Il mestiere rendeva, ma non era bello. Fadeev era
sempre ubriaco e, quando cominciò la fase delle denunce dei crimini di Stalin, non resse alla tensione e si uccise.
creative, sia nell’impostare i problemi, sia nel risolverli. In questo campo direttive a carattere
normativo porterebbero alla burocratizzazione dei problemi creativi e renderebbero un pessimo
servizio a tutta la causa dell’arte. Il metodo del realismo socialista presuppone la varietà delle forme
di emulazione creativa e la canonizzazione di singoli autori sarebbe quindi altrettanto errata. Perciò
anche i miei giudizi non possono essere intesi come direttive valide per tutti»28.

Come si vede, fin qui, a parte il tono penoso di chi è stato preso per un orecchio e costretto a
presentare le sue scuse e la concessione ai molti che lo avevano contestato violentemente quando
aveva detto di parlare «a nome del partito», c’è anche una dignitosa ripulsa di ogni intervento
coattivo in letteratura, che era in fondo ancora una stoccata a chi lo usava professionalmente. Ma
dopo essersi ulteriormente discolpato («non intendevo affatto e non intendo minare il prestigio dei
miei oppositori, in quanto poeti»), finiva con una triste ripetizione di frasi fatte, che
contraddicevano veramente il senso della relazione:

«Insieme a tutti i compagni e in primo luogo ai poeti proletari, desidero che cresca e fiorisca nel
nostro paese una grande poesia, capace di rispecchiare tutta la grandezza della nostra epoca, con il
suo eroismo rivoluzionario e il suo pathos combattivo. Solo un’arte poetica di questo genere
corrisponde effettivamente alla causa del proletariato, alla causa di Marx-Engels-Lenin-Stalin»29.

Povero Bucharin, che aveva detto cose ben diverse, esaltando la poetica di Gumilëv, di Bal’mont,
proponendo a modello Pasternak col suo «lavoro da laboratorio, puro, ma come chiuso in se stesso,
un lavoro costante e minuzioso intorno alla forma verbale, su una materia formata dalle pietre
preziose del ‘retaggio’ e dalle associazioni dei moti dello spirito»30.
Possiamo immaginare quanto dovette tremare Pasternak dopo questa «rettifica» del suo apologeta,
se già un paio di giorni prima era salito alla tribuna per leggere un impacciatissimo messaggio:

«Ho preparato in precedenza le brevi parole che intendevo rivolgervi, ed ora ve le leggerò. Ma
all’ultimo minuto mi sono reso conto che qui da noi, di solito, si discute e che probabilmente nelle
mie parole qualcuno cercherà delle allusioni. Ricordatevelo: in questo genere, sono tutt’altro che un
maestro! Non cercate le persone importanti, nelle mie parole; io mi rivolgo solo ai miei coetanei e a
coloro che sono più giovani di me, di età e di mestiere»31.

Non contento di questa premessa, aggiungeva subito dopo:

«Compagni, non sono salito su questa tribuna spontaneamente, ma temevo che, se non lo avessi
fatto, avreste pensato male di me. Da dodici giorni io — dietro il tavolo della presidenza e insieme ai
miei compagni— sto svolgendo con tutti voi un discorso senza parole. Ci siamo scambiati sguardi e
lacrime di commozione, ci siamo spiegati a gesti, ci siamo scambiati fiori»32.

Pasternak, che era un vero e grande scrittore, ma non un eroe, avrebbe preferito continuare a
«scambiarsi sguardi». Comunque, per quasi tutto il breve intervento riesce prudentissimamente a
non dire nulla di preciso, tranne nel finale, indubbiamente sincero:

«Per finire, lasciatemi formulare alcuni amichevoli auguri. Quando il congresso si sarà concluso, e al
flusso delle cose udite, viste e provate succederà il riflusso, vorrei che nel silenzio che metterà a
nudo il fondo delle cose, prima di una nuova marea, in ciascuno di noi resti soltanto l’essenziale e il
compiuto, e che le parole superflue, senza peso, si dissolvano insieme a tutte le emozioni, le opinioni
e i discorsi tenuti in questo congresso […].

28
Ibidem.
29
Ivi, p. 312.
30
Ivi, p. 246.
31
Ivi, p. 277.
32
Ivi, p. 278.
Esistono alcune norme di condotta che rendono meno pesante il lavoro dell’artista. Servirsene è
necessario. Eccone una: se ad alcuni fra noi arriderà un giorno la fortuna, vivremo nell’agiatezza
(mai possa invece raggiungerci la ricchezza, che svuota l’uomo). Non vi staccate dalle masse — dice
in questi casi il partito. Io non ho affatto meritato il diritto di usarne le espressioni. Non sacrificate
voi stessi in nome della carriera — vi dico io con lo stesso intento. Immersi nel grande calore di cui
ci circondano il popolo e lo Stato, troppo grave è il pericolo di diventare dei dignitari della
letteratura. Teniamoci lontani da una simile lusinga, in nome delle stesse fonti da cui essa proviene,
in nome del nostro grande, meditato e fruttuoso amore per la patria e per i grandi uomini di oggi»33.

Era stato uno splendido esempio di intreccio tra prudentissime dissociazioni dalle implicazioni
politiche che egli poteva intuire dietro il Congresso (dalla stessa scelta di leggere, dal ribadire di
essere stato costretto, all’invito a «non cercare allusioni» e «persone importanti» dietro le sue
parole) e un generoso appello alla dignità dello scrittore. A monte, il dubbio che ben presto sarebbe
arrivato un «riflusso», che spingeva ad auspicare l’oblio per i discorsi tenuti nel Congresso e a
sottolineare umilmente di non avere meritato il diritto di usare il linguaggio del partito34.
Anche se moltissimi non comunisti finirono travolti dalla repressione staliniana, era opinione
comune e non infondata negli anni Trenta che fosse molto più pericoloso essere membro del partito
(negli anni successivi circolò a Mosca il macabro aneddoto su una famiglia che nel cuore della notte
sente picchiare alla porta con l’inconfondibile arroganza della NKVD e si affretta a rispondere:
«Avete sbagliato piano, i comunisti abitano di sopra»). In ogni caso, in quel momento di tregua
(sempre relativa: Mandel’štam era stato arrestato appena tre mesi prima), non c’era dubbio che
poteva essere pericoloso legarsi a una o all’altra delle forze che affilavano le armi per scontri
successivi.
La maggior parte degli attacchi a Bucharin, infatti, non avevano molto a che fare con la letteratura.
Aleksej Surkov, ad esempio, dopo avere puntigliosamente rilevato (o inventato) contraddizioni
formali tra singole affermazioni della relazione e avere aggiunto che essa era inficiata «dal silenzio
steso sulle difficoltà incontrate nel loro sviluppo creativo da alcuni noti poeti lungo la via tutta
personale che conduce verso le posizioni del proletariato», liquidava Pasternak come uno che «ha
continuato ad adescare la vita fra le quattro mura della sua piccola stanza di poeta» e che quindi
«non costituisce un punto adatto di orientamento»35.
Il giusto «punto di orientamento» era proposto da Surkov con un dato autobiografico:

« Io ho lavorato dieci o dodici anni nel campo dell’agitazione e della propaganda. Si tratta di un
lavoro che costringe a pensare in una maniera estremamente chiara e a dire tutto, fino in fondo, nella
maniera più precisa. Quando scrivo versi, questa mia qualità affiora immediatamente […] »36.
33
Ivi, pp. 279-280.
34
Nadežda Mandel’štam ricostruisce molto bene l’atteggiamento di Pasternak, che cercò di aiutare in tutti i modi
suo marito, pur conservando un sostanziale «egocentrismo» che lo spinse, ad esempio, a occupare gran parte di un
imprevisto colloquio telefonico con Stalin con lagnanze sul rumore dovuto alla coabitazione con molte famiglie nello
stesso appartamento. Stalin, informato da Bucharin che anche Pasternak si stava preoccupando per l’arresto di
Mandel’štam, aveva telefonato manifestando interesse e comprensione. Con la nota ipocrisia che lo caratterizzava, il
vozd aveva detto che Pasternak avrebbe dovuto fare di più: «Se io fossi un poeta e a un mio amico fosse capitata una
disgrazia, mi arrampicherei sui muri per dargli una mano […]» (Nadežda MANDEL’ŠTAM, L’epoca e i lupi, cit., pp.
174-176).
35
Rivoluzione e letteratura, cit., p. 269. Surkov diventerà negli anni successivi sempre più potente, rivestendo
dal 1954 al 1959 la carica di Segretario dell’Unione degli scrittori. Dal 1956 diventa anche membro candidato del
Comitato centrale del PCUS. La Mandel’štam riferisce, tuttavia, due episodi che depongono a suo favore: una volta,
poco prima dell’arresto, suo marito aveva incontrato Surkov, che lo aveva intrattenuto a parlare nei corridoi dell’Unione
degli scrittori. Tornando a casa, Mandel’štam si era trovato in una tasca 300 rubli che, evidentemente, gli aveva infilato
di soppiatto Surkov, forse dispiaciuto di non potere aiutare altrimenti il poeta in disgrazia. Dopo il XX Congresso e la
denuncia dei crimini di Stalin, aveva ugualmente aiutato finanziariamente la vedova e istituito una commissione per lo
studio del «retaggio letterario» di Mandel’štam, anche se esso era stato «riabilitato» solo per l’arresto del 1938 (quello
che lo portò alla morte), ma non per quello del 1934, più direttamente legato ai versi su Stalin. Come si vede, anche i
peggiori burocrati possono avere un’anima ... (cfr. N. MANDEL’ŠTAM, L’epoca e i lupi, cit., pp. 367 e 445).
36
Rivoluzione e letteratura, cit.., p.271.
Ma le insinuazioni dello scrittore «agit-prop» (questo era il nome, nel Partito comunista sovietico e
anche in quelli occidentali, almeno fino al 1956, dell’addetto all’agitazione delle masse e alla
propaganda della linea del partito) non si fermano all’incapacità di Bucharin di orientare i poeti:

«All’inizio della sua relazione, il compagno Bucharin ha detto di svolgerla per incarico del partito.
Non so che cosa il compagno Bucharin abbia voluto dire con questo, ma comunque non significa
certo che nella sua relazione tutto sia giusto e che alcune singole affermazioni non siano
criticabili»37.

Subito dopo, senza che ci fosse alcun nesso, sosteneva che «è importante rispondere dell’immagine
poetica con la propria biografia». Poteva essere una bestialità buttata lì, ma era un’allusione molto
trasparente al passato del relatore contestato. Tanto è vero che, aggiungendo anche un goffo
aneddoto su un poeta autore di versi patriottici e multato per renitenza alla leva, concludeva
(prendendosela ancora apparentemente con i poeti, ma in realtà con il «deviazionista di destra»
ritornato a galla) che ci sono persone che «scrivono determinate cose, ma il loro comportamento
sociale è agli antipodi di ciò che scrivono»38. Non occorreva essere molto sottile per cogliere lo stile
poliziesco: dalla seconda metà degli anni Venti la maggior parte delle espulsioni (e delle successive
conseguenze) era dovuta proprio al «doppiogiochismo»39.
Ma Surkov è stato ancora più esplicito nel chiarire quali erano i suoi modelli. Dopo avere rivelato la
sua indignazione nel sentire circolare la parola «umanesimo», carica di un «significato umanitario»
e di un «balbettio cristiano sulla filantropia», e quindi tale da dare il «diritto storico» di «disprezzare
e odiare le persone che pronunciavano questa parola», egli afferma:

«Ad alcuni compagni l’umanesimo si presenta nell’immagine d’una bionda fanciulla di bianco
vestita che incede sulla terra assolata e pregna dell’aroma della fioritura primaverile, d’una fanciulla
redimita d’un serto di luccicanti metafore»40.

Inutile dire che nessuno, tantomeno Bucharin, si era sognato di proporre un’immagine così insulsa.
Ma a Surkov serviva per contrapporre il suo modello, naturalmente un «proletario», « forse più
rozzo, ma nella sua rozza carne, più bello»:

«Divenne presidente della Čeka distrettuale, trascorse tredici anni negli organi di sicurezza, e quando
alcuni amici, certi intellettuali ‘moralmente puri’, gli domandavano: ‘Quando mandavi la gente alla
fucilazione, non provavi un moto di pietà, non ti sei mai messo al loro posto?’, egli rispondeva con
voce sorda, con poche parole: ‘Per tutta la vita sono stato al loro posto. Quando il contadino sradica
l’erbaccia nei campi, non le domanda se è contenta o no’ »41.

Surkov dichiarava esplicitamente di preferire l’immagine di quest’uomo alla fanciulla metaforica,


giacché egli rappresentava un «umanesimo virile» e, quindi, adatto ai tempi. Tanto più che:

37
Ibidem
38
Ivi, p. 72
39
Nel 1933 le sei categorie passibili di espulsioni erano elencate in quest’ordine: 1. Elementi ostili e nemici di
classe che si sono aperti la strada con la frode [...] 2. Doppiogiochisti che sono andati avanti ingannando il partito […] e
che, con la copertura di false dichiarazioni di lealtà, in realtà, cercano di fare ostruzionismo alla politica del PCUS; 3.
Trasgressori palesi e occulti della ferrea disciplina [...] 4. Degenerati, radicati tra gli elementi borghesi, che non
desiderano combattere veramente contro i nemici di classe, né combattono sinceramente contro gli elementi kulaki [...].
Solo dopo arrivavano « carrieristi » e « individui moralmente tarati ». Come si vede i « peccati » fondamentali registrati
da questo singolare breviario del confessore erano di « slealtà » e «doppiezza » (e dove si poteva trovare più chi aveva il
coraggio di criticare apertamente la linea?). T. H. RIGBY, Il partito comunista sovietico 1917-1976, Feltrinelli, Milano,
1977 pp. 134-135.
40
Rivoluzione e letteratura, cit., p. 272
41
Ivi, pp. 273-274
«In seguito quest’uomo fu mandato come funzionario in una colonia penale. Nel cercare di
trasformare individui socialmente tarati in un lavoro che esige un carattere di ferro e una sensibilità
veramente materna, finì per trovare se stesso. E soltanto quando ricordava il suo sogno di gioventù
[Surkov, nella lunga biografia che abbiamo omesso, ricordava che «voleva essere medico-terapeuta e
la rivoluzione ne aveva fatto un chirurgo»], si sentiva nella sua voce un velo di tristezza. Così alcuni
ricordano il loro primo amore infelice »42.

Dispiace che Surkov, a differenza di tanti altri partecipanti al Congresso, non abbia potuto verificare
di persona la «sensibilità veramente materna» dei capi del Gulag; il tono intimidatorio era in ogni
caso evidente e pesò probabilmente sulla decisione di Bucharin di presentare la triste «autocritica»
finale.
Se pochi interventi furono apertamente a favore di Bucharin (a parte quelli oggettivamente
convergenti, già ricordati, furono l’armeno Egiše Čarents e il georgiano Sandro Euli a scendere in
campo senza esitazioni e reticenze), il Congresso salutò tuttavia ogni apparizione di Bucharin con
applausi così prolungati e superiori a quelli tributati a chiunque altro (escluso Gor’kij), da creare un
caso politico. L’episodio fu commentato subito, anche all’estero, giacché rivelava la popolarità del
dirigente accantonato, ma non dimenticato dall’intelligencija e dalla gioventù. Secondo un
discepolo di Bucharin incontrato da Josif Berger in un lager nelle isole Solovki, Bucharin si sarebbe
subito preoccupato moltissimo:

«Quando terminò di parlare, sembrò che le ovazioni tributategli dai delegati al congresso non
dovessero più terminare. Bucharin era fermo sulla tribuna, sconcertato, pallido, come se fosse
spaventato a morte. E, quando tornò al suo posto al tavolo della presidenza, disse a bassa voce ad
alcuni amici: ‘Lo sapete cosa avete fatto? Avete firmato la mia condanna a morte’. Fu proprio così.
L’ovazione tributata a Bucharin non poteva passare inosservata gli occhi di Stalin»43.

Si tratta probabilmente di un «ricordo» ricostruito a posteriori, o almeno ingigantito, giacché tra i


primi applausi e la ritrattazione passò molto tempo e Bucharin caso mai indurì il tono polemico,
sentendosi spalleggiato dalla maggior parte del pubblico nei confronti della pattuglia di burocrati,
odiati per tutte le vessazioni esercitate a partire dalle posizioni di potere. Ma indubbiamente, fosse o
no Bucharin cosciente del pericolo in quel momento, Stalin non poteva ignorare quel che era
accaduto, ed era spinto ancor più a correre rapidamente ai ripari. Il che, come è noto, avvenne
spezzando il nuovo corso «semi-liberale» facendone uccidere il principale esponente, Kirov, e
attribuendone la responsabilità esattamente a coloro che avevano tratto il maggiore beneficio da
quella politica44.

42
Ivi, p. 274.
43
R. MEDVEDEV, Gli ultimi anni, cit., p, 91.
44
Kirov era stato ucciso da un giovane comunista, Leonid Nikolaev, che era stato più volte arrestato nei giorni
precedenti mentre si aggirava con una pistola in una borsa nei pressi di un itinerario abituale di Kirov, ma subito
rilasciato da alti funzionari della NKVD. Il capo delle guardie di Kirov, Borisov, che lo aveva avvertito dello strano
comportamento di Nikolaev e soprattutto della NKVD, fu ucciso con un dubbio incidente d’auto il giorno stesso
dell’attentato e, subito dopo, furono a loro volta eliminati gli agenti che avevano organizzato l’incidente. Anche tutti gli
altri funzionari coinvolti nella preparazione dell’attentato (e poi nella farsa di inchiesta, diretta personalmente da Stalin)
furono liquidati rapidamente. Perfino la vedova di Borisov, che era riuscita a fuggire da un ospedale psichiatrico e
aveva raggiunto I. Kulagin, collaboratore del nuovo capo dell’obkom di Leningrado, Ždanov, chiedendo di essere
ricoverata in un normale ospedale (e lamentando di essere stata interrogata a lungo dalla NKVD per sapere se il marito
le aveva detto qualcosa prima dell’uccisione di Kirov), ottenne quel che voleva ma, essendo stata informata la NKVD
da Kulagin, fu trovata morta in corsia, con evidenti sintomi di avvelenamento. Un’ampia ricostruzione della catena di
delitti che nascosero la reale dinamica dell’attentato al «fraterno amico» di Stalin si trova in R. MEDVEDEV, Lo
stalinismo, cit., pp. 199-210. Chruščëv denunciò una parte dei fatti che lasciavano pensare a Stalin come mandante
dell’assassinio, presentandoli tuttavia come «sospetti» su cui era necessario indagare a fondo. Ciò avveniva nel febbraio
1956, nel famoso Rapporto segreto al XX Congresso dcl PCUS. Dopo anni in cui nuovamente si mise tutto a tacere, di
nuovo nell’ottobre 1961 Chruščëv rilanciò l’accusa, questa volta in un discorso pubblico. Erano passati più di cinque
In ogni caso, il Congresso si concluse con molte speranze, un discreto effetto propagandistico
all’interno e all’estero, alcuni buoni propositi e nulla di concreto, giacché le vicende degli scrittori,
allora più che mai, sarebbero state decise indipendentemente dalla loro volontà, come riflesso di
altre scelte, non solo sovietiche.
La segretezza totale che da un decennio avvolgeva i centri di decisione in Urss aveva reso
incomprensibile alla maggior parte dei congressisti le ragioni che avevano portato un ex-oppositore
come Bucharin prima alla direzione delle «Izvestija», poi tra i principali relatori a un congresso
importante e delicato. Quando, poi, era emersa una parvenza di dibattito politico, sia pure filtrato e
indiretto, senza che esso fosse sostituito dal linciaggio a senso unico del «deviazionista», a molti era
parso probabile che si stesse per aprire una nuova fase e che, dietro Bucharin, ci fossero
schieramenti sufficienti a dargli coraggio.
La speranza di vedere presto qualcosa di nuovo, e di conoscere i retroscena di quello scontro, è stata
delusa oltre l’immaginabile: in Urss, a tutt’oggi e compreso il periodo di apparente
«destalinizzazione» chrusceviana, non è stata scritta una riga in più delle calunnie con cui, uno dopo
l’altro, furono mandati sotto terra i protagonisti principali della rivoluzione. Il Breve corso di storia
del PCUS concepito da Stalin è stato riscritto più volte, ma senza affrontare i problemi essenziali e
mantenendo un velo di reticenza sugli «error » di Stalin. La maggior parte dei leader bolscevichi del
1917 sono ancora dei «traditori» o delle «nonesisper», persone che non esistono, per usare
l’espressione di Orwell (che aveva tuttavia usato meno la fantasia che la realtà nel tratteggiare gli
orrori di 1984)45.
Paradossalmente, per noi è un po’ più facile avvicinarsi alla comprensione di quel che era accaduto
nel 1932-1933 al vertice del partito. Infatti, a differenza dei cittadini sovietici, disponiamo di alcune
ricostruzioni parziali, basate su testimonianze di alcuni dei protagonisti, su frammentarie
documentazioni giunte in modo più o meno fortuito in Occidente e, a partire dagli ultimi anni,
anche del carteggio contenuto nell’archivio di Trotskij, aperto agli studiosi dopo quarant’anni dalla
sua morte 46.

anni ma, di nuovo, dopo alcuni elementi concreti, si concludeva che «molte, moltissime circostanze di questo e di altri
casi analoghi sono ancora oscure. Compagni, è nostro dovere investigare accuratamente e in ogni modo sui casi di
questo genere [...]» (XXII Congresso del PCUS. Atti e risoluzioni, Editori Riuniti, Roma, 1962, p. 682). Erano
praticamente le stesse conclusioni di cinque anni prima e, quindi, la frase serviva a tranquillizzare chi era stato complice
del terrore staliniano, assicurando che, in realtà, non ci si sarebbe affrettati a «investigare accuratamente». Lo diceva
subito dopo lo stesso Chruščëv con un’immagine che sembrava retorica ed era una promessa: «Il tempo passerà, noi
moriremo — siamo tutti mortali — ma finché ci è possibile dovremo fare tutto quanto è in nostro potere per chiarire
tutte queste cose» (ibidem). Sono passati altri ventiquattro anni da quella frase e non solo non si è fatta luce, ma si grida
allo scandalo se, in una Conferenza internazionale (come quella dell’ONU sulla criminalità, tenutasi a Milano
nell’agosto 1985), qualcuno si permette di accennare ai crimini di Stalin: è il caso del vice ministro degli Interni
sovietico, Elisov, e dei suoi colleghi cecoslovacchi e tedesco-orientali, che si sono affrettati a ricordare i grandi meriti di
Stalin come guida della grande guerra patriottica, evidentemente tali da cancellare persino il ricordo di qualche milione
di vittime innocenti del grande terrore (cfr. «Corriere della sera», 28 agosto 1985).
45
Il Breve corso di Storia del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, fu il testo base di formazione dei
militanti comunisti fino al XX Congresso. E’ stato poi sostituito da una più ampia Storia del Partito Comunista del
l’Unione Sovietica, a cura di Boris Ponomariov e altri, apparsa anche in Italia (Editori Riuniti, Roma, 1960), che
mantiene in larga parte immutato il testo staliniano, tranne che per omettere qualche affermazione troppo cinica,
aggiungere qualche frase qua e là, e... sistemare in ordine alfabetico i nomi dei dirigenti che, nell’edizione originale,
erano sempre preceduti da Stalin e dai suoi più fidati collaboratori del momento. Tutti i brani più granguignoleschi sulla
«cospirazione trotzkista-zinovievista-bukhariniana al servizio dei fascisti tedeschi e giapponesi» sono pudicamente
soppressi; del grande terrore scatenato dopo l’assassinio di Kirov si dice solo che, dato che l’assassino aveva la tessera
del partito, il che dimostrava «che la tessera del partito poteva essere sfruttata per vili atti antisovietici», si decise in
conseguenza di «effettuare il controllo e la sostituzione delle tessere di partito» (ivi, pp. 104 del vol. II). Le vittime sono
semplicemente sparite! Il romanzo di George ORWELL (1984, Oscar Mondadori, Milano, 1973) ha, tra l’altro, una
gustosa appendice sulla Neo1ingua che fornisce una divertente parodia dei neologismi (e delle ipocrisie linguistiche) del
sistema sovietico.

46
Gran parte degli autori che hanno scritto su questo periodo dipendono da Medvedev, raccoglitore infaticabile
di testimonianze orali e di manoscritti inediti di protagonisti degli anni staliniani (vittime, ma anche persecutori). Oltre
I primi elementi per comprendere la reale dialettica nel Partito comunista sono forniti dalle stesse
fonti ufficiali: dietro gli epiteti ingiuriosi e le improbabili accuse di terrorismo, ecc., che
accompagnano la denuncia di nuovi gruppi di opposizione, c’è una realtà precisa. Dopo avere
sconfitto tutte le opposizioni degli anni Venti, animate dai dirigenti «storici» della rivoluzione,
Stalin ha dovuto fare i conti con un malcontento che nasceva nelle file stesse del suo schieramento.
Nel 1930 era stato messo sotto accusa Lominadze che, insieme ad altri dirigenti della
Transcaucasia, aveva steso un documento che denunciava privilegi «di tipo feudale» dei funzionari
e l’abbandono della classe operaia e contadina in condizioni miserevoli. Egli si era incontrato anche
con Syrcov, presidente del Consiglio della Repubblica federativa russa, che era anche membro
candidato del Politbjuro. Entrambi furono esclusi dal Comitato centrale e spediti l’uno a dirigere
una fabbrica di dischi, l’altro a un oscuro lavoro nel Commissariato per il commercio. Lominadze
era stato poi recuperato da Kirov e Ordžonikidze e inviato a dirigere l’organizzazione di partito
nella città di Magnitogorsk. dove restò fino a poco dopo la morte di Kirov (convocato dalla NKVD
e ben consapevole del significato della montatura avviata dopo l’assassinio del dirigente
leningradese, si suicidò).
Era un uomo di Stalin al cento per cento, fino al 1930, e così il suo vice Čaplin, ex segretario dei
Komsomol. Una sorpresa, per Stalin, scoprire il dissenso tra le sue creature; ma, ben presto, non fu
più un’eccezione. Nel 1932 vengono «smascherati» i gruppi Rjutin-Slepkov e Eismont-Tolmacev-
A. Smirnov. Tutti erano vecchi comunisti (Aleksandr P. Smirnov, da non confondere con Ivan
Smirnov, che era un oppositore di sinistra che troveremo fra poco sulla scena, era entrato nel
POSDR nel 1896, Eismont nel 1907, ecc.) e molti di loro si erano distinti nelle violenze fisiche
contro l’Opposizione unificata nel 1927. Qualcuno aveva avuto simpatie buchariniane, molti erano
stati staliniani di ferro. In realtà, i due gruppi (i cui componenti pagheranno tutti, in epoche diverse,
con la vita) erano poco più che circoli di studio; il secondo, in particolare, era reo solamente di
avere discusso in privato la grave situazione del paese e internazionale, auspicando la sostituzione
di Stalin alla segreteria del partito: Rjutin, Slepkov e altri (tra i quali spiccavano ex buchariniani
come Maretskij e Uglanov, ma c’erano anche prestigiosi quadri operai come Vassili Kajurov,
metallurgico e dirigente del rajon di Vyborg durante la rivoluzione, avevano osato di più: avevano
scritto un manifesto di oltre 160 pagine, dedicato all’analisi della crisi dell’Urss e del partito. Il
testo è introvabile, naturalmente, ma esistono alcune testimonianze dirette di chi lo lesse allora. Il
comunista jugoslavo Ante Ciliga, che passò vari anni nelle prigioni staliniane, sostiene nelle sue
memorie che il testo dava ragione ai «destri» sulle questioni economiche, ma ammetteva che
Trotskij aveva visto bene denunciando il regime di partito. Nonostante i membri dei gruppo fossero
stati in passato sostenitori di Bucharin, ora lo criticavano aspramente per la sua capitolazione di
fronte a Stalin e rivendicavano la riammissione immediata nel partito di tutti gli espulsi, a partire da
Trotskij. Anche Bucharin ha lasciato una testimonianza su questo testo, sia pur filtrata da un
interlocutore. Quando, nel 1936, una missione per acquistare dai socialdemocratici tedeschi in esilio
manoscritti di Marx ed Engels fu affidata a Bucharin, egli si recò a Parigi appositamente per
discutere la questione con Léon Blum e Otto Bauer, incaricati della mediazione, ma anche con altri

al fondamentale Lo stalinismo (cit.) e a Stalin sconosciuto (cit.) — un testo che ha all’origine gli appunti per una nuova
edizione ampliata del precedente, ma anch’esso estremamente utile sia per la riorganizzazione in forma biografica e
cronologica della materia, sia perché scritto in un periodo in cui Medvedev non può più illudersi di vedere pubblicate le
sue opere in URSS e ha abbandonato alcune misure prudenziali, per cui cita apertamente Trotskij o altri eretici, pur
ribadendo sempre il suo disaccordo — vanno ricordate anche alcune biografie di collaboratori di Stalin: Gli ultimi anni
di Bucharin. cit, Ascesa e caduta di Nikita Chruščëv, Editori Riuniti. Roma, 1982: Tutti gli uomini di Stalin. Editori
Riuniti, Roma, 1985, che contiene biografie di Vorošilov, Mikojan, Suslov, Molotov, Kaganovič e Malenkov. Da
Medvedev dipende in parte anche una delle migliori opere sull’Urss staliniana: Giuseppe BOFFA, Storia dell’Unione
Sovietica, Mondadori, Milano, 1976-1979.
Il materiale proveniente dalle ricerche sugli archivi di Trotskij organizzate da Pierre Broué viene riversato
sistematicamente nell’edizione delle Oeuvres iniziata nel 1978 dall’Institut Léon Trotsky di Parigi, e nei « ahiers Léon
Trotsky», una rivista pubblicata dallo stesso Institut dal gennaio 1979.
eminenti socialdemocratici, tra i quali i menscevichi russi Fëdor Dan e Boris Nikolaevskij47.
Quest’ultimo ebbe diverse occasioni di parlare con Bucharin senza osservatori e ne ricavò molti
elementi di conoscenza, che pubblicò successivamente, sotto forma di un’anonima Lettera di un
vecchio bolscevico, sul «Socialističeskij vestnik», organo dei menscevichi emigrati. Tale testo, di
cui trent’anni dopo Nikolaevskij ha riconosciuto esplicitamente la paternità, ma che era basato
principalmente sulle conversazioni con Bucharin, attribuisce a Rjutin-Slepkov una demonizzazione
di Stalin come «cattivo genio della rivoluzione russa, che trascina alla rovina spinto da brama di
potere». Victor Serge, che nel 1932 si trovava momentaneamente a piede libero tra un arresto e
l’altro, conobbe il testo di Rjutin e riferisce che si concludeva con la domanda: «Ci si potrebbe
chiedere se tutto ciò non sia il frutto di una provocazione cosciente [...]»48 . Per spiegare Stalin,
veniva rievocato il caso di Evno Azef, agente al servizio della polizia zarista, che per cinque anni
aveva diretto l’organizzazione militare dei socialisti rivoluzionari49. Il documento, secondo tutte le
testimonianze, circolò largamente in molti ambienti, comprese diverse grandi fabbriche. Tuttavia,
quando fu «scoperto», fu sufficiente averlo letto e non averlo denunciato per essere passibili di
espulsione dal partito (come capitò a Zinov’ev e Kamenev, che erano stati riammessi sei mesi dopo
l’umiliante autocritica del gennaio 1928 e si trovarono di nuovo senza tessera).
Il dato più interessante su questo raggruppamento, tuttavia, non è la sua originalità di pensiero, o
ricchezza di proposte, e neppure la sua provenienza dall’interno dello schieramento che aveva
sconfitto l’Opposizione unificata. Nessuno di questi elementi lo differenzia dagli altri
raggruppamenti contemporanei o successivi. Quel che è notevole è che, al momento della sua
scoperta, Stalin subisce la prima (e ultima) sconfitta politica nel «suo» Politbjuro. Egli infatti
chiede la pena di morte per Rjutin e i suoi senza ottenerla, per un blocco tra Kirov, Ordžonikidze e
Kujbyšev, a cui si erano uniti quasi sicuramente Kalinin e, forse, anche Vorošilov, che conservava
ancora un minimo di indipendenza50.
Può essere che, più della persona di Rjutin e del tipo di «delitto» attribuitogli, ai membri del
Politbjuro stesse a cuore il principio di non applicare la pena di morte all’interno del gruppo
dirigente bolscevico. Ma, probabilmente, c’era qualcosa di più: c’era una sostanziale comprensione
per lo stato d’animo di questi nuovi oppositori scaturiti dal seno stesso del gruppo dirigente.
Tutto il periodo immediatamente successivo vede comparire altri gruppi radicati nello stesso
ambiente. Sono tanti e diversi, perché era difficile (e illegale) comunicare normalmente,

47
Boris I. Nikolaevskij militò fin da giovane (era nato nel 1887) nella sinistra menscevica. Più volte arrestato e
deportato in epoca zarista, nel 1917 entrò nell’Istituto Marx-Engels d Mosca, dove lavorò fino al 1922. Passato in
Germania in quell’anno, continuò il suo lavoro di ricercatore, dapprima in collaborazione con i socialdemocratici
tedeschi, poi come direttore dell’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam. E’ autore (con O. Maenchen-
Helfen) di una biografia di Marx edita anche in Italia (Einaudi, Torino, 1969).
48
Victor SERGE, Memorie di un rivoluzionario, a cura di Attilio Chitarin, Oscar Mondadori. Milano 1983, p.
257.
49
Evgenij (Evno) Azef era stato introdotto tra le file dei socialisti rivoluzionari allo scopo di «sorvegliare i
terroristi ed impedire attentati contro lo Zar; poteva invece aiutare ad organizzare altri attentati e di tanto in tanto
lasciarli arrivare anche ad esecuzione, perché altrimenti sarebbe diventato sospetto ai rivoluzionari» (Valentin
GITERMANN, Storia della Russia, La Nuova Italia, Firenze, 1963, vol. II, p. 487). Azef, almeno una volta, tradì i suoi
padroni, quando non avvertì dell’attentato contro il ministro degli Interni Vjaceslav Pleve, che riuscì perfettamente il 15
luglio del 1904. Ma Pleve era l’organizzatore dei pogrom (aveva lanciato la parola d’ordine «soffocare la rivoluzione
nel sangue degli ebrei» e Azef era di origine ebraica e «tremava di collera» ogni volta che ricordava il ruolo antisemita
del suo datore di lavoro). (ivi, pp. 490-491). Verrà comunque scoperto nel 1908, ma le lungaggini del «processo»
(affidato a un giurì di provati militanti) gli permisero di andarsi a godere sul Mediterraneo le laute ricompense ricevute
dalla polizia (cfr. Victor SERGE, Vita e morte di Trotskij, Laterza, Bari, 1979, pp. 22-24). Il paragone con Stalin era
facilitato dal suo «aspetto mediocre e addirittura antipatico» e dal fatto che era «di un’ignoranza rara tra i rivoluzionari,
e di un’urtante insensibilità», ma «si faceva apprezzare per la sua fermezza e per le sue eminenti qualità pratiche»
(ibidem). La figura di Azef è stata rievocata letterariamente da Moravia nel suo romanzo 1934, che ha tra i protagonisti
una ex socialista rivoluzionaria che avrebbe dovuto uccidere la spia. Alberto MORAVIA, 1934, Bompiani, Milano,
1982.
50
G. BOFFA, Storia dell’Unione Sovietica, cit., vol. I, p. 457; R. MEDVEDEV, Lo stalinismo, cit., p. 181; la
fonte comune è probabilmente W. KRIVITSKI, op. cit., p. 238.
impensabile la pubblicazione di un testo nel bollettino interno, come avveniva ai tempi di Lenin, ma
era anche pericoloso scriversi, perché la posta veniva sistematicamente aperta, o telefonarsi, perché
le intercettazioni erano l’unico campo in cui la tecnica sovietica non era indietro a quella di nessun
altro paese. L’occasione per incontrarsi fu fornita dal XVII Congresso, quello dei «vincitori», nel
gennaio-febbraio 1934. Già nel 1971 Medvedev aveva ricostruito in questi termini quel che era
accaduto nei corridoi del Congresso:

«Ufficialmente il Congresso fu una dimostrazione di amore e di fedeltà a Stalin. Ma, unendo le


poche testimonianze dei vecchi bolscevichi giunte fino a noi, se ne può trarre la conclusione che un
certo numero di dirigenti del partito formarono un blocco illegale al Congresso, consistente
soprattutto di segretari di Comitati di oblast o di Comitati centrali non russi, tutta gente che
conosceva le deficienze della politica di Stalin meglio di ogni altro. Queste testimonianze
affermavano che il leader di tale blocco era I. M. Vareikis e che S. M. Kirov veniva proposto per la
carica di segretario generale. All’apertura del Congresso, o forse prima, un gruppo di alti dirigenti
del partito, inclusi M. D. Orechelašvili, G.I. Petrovskij, Ordžonikidze e Mikojan, ebbe un colloquio
con Kirov riguardante la necessità di rimpiazzare Stalin. Ma Kirov non fu d’accordo né di mettere da
parte Stalin, né di venire eletto egli stesso segretario generale. Le testimonianze citate dicono anche
che Stalin venne a sapere qualcosa di questo colloquio»51.

Le stesse fonti riferiscono che, al momento delle elezioni del Comitato centrale, ben 70 delegati
avevano cancellato il nome di Stalin dalla lista unica (mentre solo 3 avevano cancellato il nome di
Kirov). Si trattava di una protesta simbolica, ma tanto eloquente che gettò nel panico la
commissione incaricata dello scrutinio che, contrariamente alla consuetudine, decise di non
annunciare i risultati della votazione. Secondo il vicepresidente della Commissione elettorale, dopo
un colloquio con Kaganovič furono distrutte un gran numero di schede e fu annunciato che solo tre
delegati avevano votato contro Stalin. Tuttavia, a Stalin non poteva non essere giunta notizia anche
della reale portata della fronda elettorale: forse fu questo che determinò l’ampiezza delle repressioni
che colpirono i delegati (1.108 scomparsi su 1.966) e i membri del Comitato centrale eletto in quel
Congresso (eliminati 110 su 139). Tra i nuovi membri comunque, c’erano in gran numero
personaggi provenienti dalla NKVD, senza alcuna esperienza di partito: Mechlis, ad esempio, non
era neanche delegato al Congresso precedente; diventò membro effettivo Jagoda, che era solo
candidato, ed entrarono per la prima volta Evdokimov, Balitskij, Ežov. Negli anni successivi
saranno loro a spazzare via quanto restava della vecchia guardia e anche quei «segretari staliniani»
come Vareikis, cresciuti nella guerra civile e divenuti segretari di importanti obkom (Vareikis era il
responsabile delle Terre nere, ad esempio), proprio attraverso la lotta senza quartiere alle
opposizioni, ma sempre collegati al patrimonio rivoluzionario, sia pure in una versione rozza e
impoverito. Non a caso avevano cercato di fare blocco intorno ai più potente e prestigioso di loro,
Kirov, segretario dell’obkom di Leningrado (ma anche membro della Segreteria, del Politbjuro, e
dell’Ufficio di organizzazione, alla pari soltanto di Stalin e Kaganovič, gli unici a cumulare le tre
diverse responsabilità). Fin qui, quello che sino a pochissimi anni fa era trapelato dalla
memorialistica dei pochi sopravvissuti e che era stato raccolto e sistematizzato da Medvedev.
Tuttavia, ora disponiamo di un’altra fonte di eccezionale importanza, che permette di inquadrare
l’inquietudine dei «quadri» intermedi dei partito agli inizi degli anni Trenta e di dissipare le nubi
create delle falsificazioni di Stalin. Dal 2 gennaio 1980 la Houghton Library dell’Università di
Harvard, negli Stati Uniti, ha aperto agli studiosi la parte segreta dell’Archivio di Lev Trotskij. Il
dirigente comunista, negli ultimi anni di esilio, aveva visto cadere sotto il piombo staliniano tutti i
suoi sostenitori in URSS, aveva visto morire in circostanze sospette suo figlio Léon Sedov, aveva
subito vari attentati e numerosi tentativi di impossessarsi delle sue carte. Una parte di esse, affidate
al figlio, erano già ricomparse in Francia. Egli aveva deciso di affidare il suo archivio a una delle
più prestigiose università americane, in cambio di precise garanzie sulla sua custodia,

51
R. MEDVEDEV, Lo stalinismo, cit,. p. 197.
sull’inaccessibilità a chiunque per quarant’anni (per evitare che potessero servire a far identificare
dalla NKVD qualche suo corrispondente). In questo periodo solo il suo biografo, Isaac Deutscher.
aveva ottenuto dalla vedova il permesso di esaminare il carteggio, ma aveva potuto prenderne in
esame solo una piccola parte, data l’immensità della documentazione raccolta. Quando un’équipe
diretta da Pierre Broué e composta da Alain Calvié, Michel Dreyfus, Jean-Paul Joubert, Isabelle
Lombard e Katia Chitzov, ha cominciato a lavorare sulle «Carte d’esilio», ha potuto nel giro di
pochi mesi fare alcune scoperte di grande rilievo, che hanno modificato radicalmente le conoscenze
su quel periodo.
In primo luogo gli studiosi, tutti collegati all’Institut Léon Trotsky di Parigi, hanno potuto verificare
che, ancora nel 1932, il leader dell’Opposizione di sinistra era in contatto con molti settori del
gruppo dirigente sovietico. E’ risultato così che la versione staliniana, lanciata al momento dei
grandi processi del 1936-1938, su un «blocco delle Opposizioni di sinistra e di destra», non era del
tutto infondata. In quegli anni (e anche dopo) storici e politici si erano divisi tra chi accettava (ed
erano tanti!) la versione ufficiale su un «blocco terrorista», che organizzava attentati e sabotaggi di
ogni genere, e chi — rifiutando l’inverosimile accusa — finiva per negare l’esistenza stessa di un
collegamento politico tra le diverse opposizioni. Lo stesso Trotskij, al momento dei processi, aveva
negato l’esistenza del «blocco», con argomenti basati su fatti reali (le violente polemiche che
avevano diviso destra e sinistra, il disprezzo manifestato da chi non aveva rinunciato alle proprie
idee nei confronti di quanti, a partire da Zinov’ev e Kamenev, avevano capitolato di fronte a
Stalin)52.
In realtà, ora possiamo sapere, pur con qualche lacuna (alcuni nomi contenuti nelle lettere venivano
cancellati con inchiostro di china, o addirittura ritagliati, come garanzia supplementare per
l’eventualità che uno dei tentativi della NKVD per impossessarsi degli archivi potesse giungere allo
scopo), che nel 1932 diversi emissari delle opposizioni revitalizzatesi, e dello stesso gruppo vicino a
Kirov, avevano cautamente contattato il figlio di Trotskij, informandolo su trattative in corso per
l’unificazione di tutti i gruppi in un unico blocco. Questo «blocco», in realtà, non fu mai operante,
perché uno dopo l’altro i nuclei di oppositori furono arrestati, mentre Kirov continuava a esitare
(pur essendo al corrente di quel che si tentava di organizzare). Trotskij aveva espresso al figlio un
parere favorevole al proseguimento dei contatti, ponendo come unica condizione che si restasse al
livello di coordinamento tra gruppi autonomi (con facoltà di critica reciproca) e non di una fusione.
Lo scopo doveva essere inizialmente quello dello scambio di informazioni e di opinioni, prima di
arrivare a intese più ampie. Del blocco facevano parte già i pochi trotskisti ancora non identificati e
arrestati, gli zinovievisti (compresi Kamenev e lo stesso Zinov’ev, che avevano detto di avere
commesso il maggiore errore della loro vita abbandonando l’Opposizione nel 1927), il gruppo Sten-
Lominadze, mentre erano in corso discussioni con il gruppo Safarov-Tarkhanov e altri tre gruppi,
facenti capo rispettivamente a Ivan N. Smirnov, a Preobraženskij e a Ufimcev, erano già stati
smantellati. Nel carteggio si accenna però anche a contatti e a una collaborazione positiva con i
«destri», che non potevano essere i troppo rassegnati Bucharin, Rykov e Tomskij, ma il gruppo
Rjutin-Uglanov-Kajurov. La più riservata delle allusioni è quella a non meglio definiti «liberali»,
dei quali Léon Sedov dice:

52
Pierre BROUÉ, Trotsky et le bloc des oppositions de 1932, in «Cahiers Léon Trotsky», n.5 gennaio-marzo
1980. Broué osserva che era ragionevole per Trotskv negare, nel 1936, la costituzione del blocco nel 1932. A che
poteva servire? Alla verità storica, forse, ma essa poteva attendere (oltre tutto era garantita dalla scrupolosa cura nel
mettere al sicuro gli archivi). A spiegare che si trattava di un blocco esclusivamente politico e non terroristico, come
sosteneva il procuratore generale di Mosca? Serviva a poco, e sarebbe stato utilizzato per affermare «confermati i
legami con i terroristi». Inoltre era anche imbarazzante ammettere di aver tentato di accordarsi, sia pure quattro anni
prima, con uomini che, per ragioni non ben comprensibili a chi era lontano da quel mondo, si accusavano di crimini
orrendi e che, quindi, o erano colpevoli. o erano in pieno sfacelo fisico e morale. Per giunta, e forse era l'argomento più
importante, qualcuno non compariva nei processi perché rifiutava di prestarsi alle messe in scena della NKVD, mentre
un’ammissione sulla realtà politica dell’intesa del 1932 sarebbe stata senz’altro utilizzata per una pressione ulteriore
(ivi, pp. 29-30).
«Con loro bisogna essere molto, molto prudenti. A parte la necessità di assicurare l’esecuzione degli
impegni presi, non abbiamo nessun interesse a respingerli. Anche se in modo modesto, essi ci hanno
dato più di chiunque altro, su un terreno ‘pratico’, naturalmente, e non politico»53.

Chi erano questi «liberali» che avevano fornito un aiuto pratico all’Opposizione di sinistra? La loro
descrizione, anche se cifrata e priva di nomi, porta sempre agli ambienti che tenteranno nel
Congresso del 1934 di sostituire Stalin con Kirov. Risulta anche, da una lettera di Trotskij, che essi
criticavano i vecchi oppositori e lo stesso leader esiliato come «troppo concilianti», con una
posizione tipica di chi stava arrivando per ultimo a ribellarsi all’involuzione burocratica dell’Urss e
non si rendeva conto dello stato d’animo di chi l’aveva combattuta da un decennio, riportando
pesanti sconfitte. In ogni caso, giacché l’accordo prevedeva lo scambio di informazioni, (quelle
internazionali da parte degli esiliati raccolti intorno al «Bjulleten Opposicij», quelle sull’Urss da
parte dei nuovi alleati interni), sembra molto probabile che questi ultimi fossero molto vicini al
centro del potere, per la mole di informazioni importanti e riservate che cominciano, dopo un lungo
rallentamento del flusso di notizie dall’Urss, a essere pubblicate sul «Bjulleten»54.
Esisteva d’altra parte, dal 1978, una testimonianza su un contatto preso con Sedov da un emissario
di Kirov nell’estate 193455. Ma esiste un’altra conferma indiretta che erano questi gli interlocutori
più importanti del piccolo nucleo che, in condizioni assai difficili, tentava di mantenere viva una
critica marxista del regime sovietico. Si tratta di qualcosa di più concreto ed eloquente di piccoli
accenni in un carteggio riservato. Si tratta di un’esplicita discussione con i suoi più stretti
collaboratori avviata nell’ottobre del 1932 da Trotskij, che spiega perché non fosse casuale in quel
periodo l’assenza dagli scritti dell’Opposizione di sinistra della parola d’ordine «cacciare Stalin».
Contro il parere del figlio Sedov, che aveva protestato in una lettera del 12 ottobre nei confronti di
questa impostazione, Trotskij usa due argomenti diversi, estremamente significativi.
In primo luogo, polemizzando con gli «alleati» e con i «destri», ricorda che la parola d’ordine
«cacciare Stalin» non sarebbe pericolosa se l’Opposizione fosse veramente forte, ma nella
situazione esistente potrebbe essere utilizzata dai nemici dello Stato sovietico, dagli emigrati
borghesi, dai menscevichi, dai «termidoriani dell’interno». Gli errori di Stalin potrebbero rafforzare
a tal punto tali tendenze che potremmo essere costretti, afferma, a sostenerlo momentaneamente.
Tale impostazione risente, indubbiamente, delle argomentazioni di Lenin per giustificare l’appoggio
a Kerenskij nei confronti del colpo militare di Kornilov nel settembre del 1917.
L’altro argomento è più significativo. Riferendosi a un informatore indicato con una sigla
difficilmente interpretabile, che ha riferito che nell’alta burocrazia si dice: «se torna Trotskij, ci
fucilerà uno dopo l’altro», il leader esiliato sottolinea che è importante evitare ogni formulazione
che possa «essere interpretata come un’intenzione di spazzar via tutti e tutto, di vendicarci, ecc.»56
Pochi giorni dopo, ritornando sui «liberali» che considerano troppo «moderati» i trotskisti, egli
insiste:

«Bisogna avere la massima attenzione per lo stato d’animo dei burocrati intermedi che dicono che, se
torna Trotskij, egli scatenerà una feroce repressione. Questa è attualmente l’arma principale degli
staliniani. La nostra piattaforma è interamente rivolta alle masse. Il nostro prossimo passo, sul
terreno tattico, deve tenere conto del muro che ci separa da esse»57.

Ancora a breve distanza, di fronte a nuove resistenze tra i suoi collaboratori, egli insiste che il
problema è capire «quando e come » si potrà «sollevare l’apparato contro il padrone »:

53
Ivi, p.16.
54
Ivi, pp. 17-18.
55
Ivi, p. 15, n. 36.
56
Ivi, p. 21.
57
Ibidem.
«Bisogna dare a questo apparato esitante la possibilità di dire, contro il padrone: ‘Coloro che egli
perseguita e bracca, sono pronti a lavorare perfino con lui; sono dunque persone accorte e utili. Il
corso intrapreso dal capo è dunque sbagliato’. [...] Noi non modifichiamo di una virgola le nostre
critiche, noi conduciamo una battaglia risoluta e coraggiosa contro la politica del capo su scala
internazionale, ma dichiariamo al tempo stesso : ‘Siamo pronti a lavorare in un’organizzazione
comune perfino con lui’. Ciò dimostra da una parte la nostra dedizione, per usare una bella parola,
dall’altra la fiducia nelle nostre forze. Avere una posizione più radicale oggi, vuoi dire creare una
confusione di parole d’ordine con i gruppi avversi»58.

In parte, aggiungiamo a spiegazione, si tratta di una proiezione della parola d’ordine del «fronte
unico», cavallo di battaglia in Germania dell’Opposizione di sinistra che, di fronte all’immensità del
pericolo, caldeggiava un’intesa antifascista di tutte le forze del movimento operaio, compresi in
primo luogo, ovviamente, tanto gli stalinisti che i socialdemocratici. Anche per l’Urss sembravano
addensarsi nubi minacciose, sia per il contesto internazionale, sia per la crisi acuta provocata dalla
politica insensata nelle campagne, che aveva portato proprio in quel periodo la carestia a livelli
catastrofici. Tuttavia, oltre al grandissimo senso di responsabilità che contrassegna non solo in
questo periodo la politica di Trotskij verso l’Urss, questa impostazione rivela senza dubbio
un’attenzione particolare per gli stati d’animo dei quadri intermedi, di quei segretari staliniani di
obkom che avrebbero tentato una svolta di lì a pochi mesi e che sarebbero stati sterminati senza
pietà da Jagoda, Ežov e Stalin negli anni successivi.
Questa tattica prudentissima (troppo agli occhi dei corrispondenti sovietici più impazienti, che
evidentemente pensavano di essere sostenuti da un consenso sufficiente per non doversi
preoccupare troppo) viene accantonata nel corso del 1933. Le ragioni esterne sono ben note: il
successo del nazismo e la viltà dei dirigenti stalinisti tedeschi, che dopo avergli facilitato la vittoria
cedono senza lotta, confortati da tutta l’Internazionale, che annuncia la fine imminente del fascismo
e il trionfo del comunismo (preparato dalla decomposizione della socialdemocrazia, ancora
maggioritaria nel movimento operaio tedesco al momento del trionfo di Hitler). Solo a questo
punto, di fronte all’incapacità del Comintern di ricavare la lezione dagli errori compiuti (anzi
perfino di ammetterli, visto che le sconfitte venivano presentate come prodromi di vittorie), Trotskij
si convincerà della necessità di rompere col Partito comunista e col Comintern (dai quali era stato
espulso, continuando tuttavia per sei anni a rivendicare l’appartenenza ad essi per sé e per i suoi
seguaci, considerandosi una «frazione» ingiustamente esclusa che chiede la reintegrazione). Da
questo momento comincerà la lotta, difficile per il terribile contesto mondiale e sovietico, per
costruire nuovi partiti comunisti e una nuova Internazionale, la Quarta.
Ma, in quel momento, sono state spezzate anche tutte le possibilità di contatto con l'Urss, in parte
perché passavano quasi sempre per la Germania, che è ora impraticabile per i rivoluzionari, in parte
perché i collegamenti sono stati interrotti dagli arresti di tutti i gruppi di opposizione formatisi o
riorganizzatisi tra il 1930 e il 1932. La battaglia di Trotskij (che in quegli anni incanutisce
rapidissimamente e rivela a pochi intimi che ha capito che non ritornerà mai più nel suo paese)
diventa sempre più difficile. Diventa una corsa contro il tempo e la NKVD che lo bracca dovunque,
per difendere un patrimonio teorico che Trotskij non vuole sia cancellato dal trionfo degli scherani
di Stalin e dalla barbarie nazista e per costruire, con i debolissimi nuclei non rassegnati alla
sconfitta, un’organizzazione che si prepari agli scontri titanici inevitabili (in particolare, contro i
periodici ottimismi della burocrazia sovietica al momento delle sue intese con la borghesia franco-
britannica nel 1935-1937, con quella tedesca nel 1939, Trotskij e la sua organizzazione ripeteranno
senza tregua che la guerra è imminente, e che investirà in ogni caso l’Urss)59.

58
Ibidem.
59
Le previsioni di Trotskij non si fermavano all’inevitabilità della guerra (che, pure, tanti illustri statisti si
illudevano di scongiurare, consentendo alla Germania nazista e all’Italia fascista impunità per tutte le imprese con cui si
stavano preparando al conflitto mondiale), ma si estendevano anche all’esito finale della guerra, indipendentemente
dall’impreparazione del movimento operaio. Ad esempio, apprendendo che gli imputati dei processi di Mosca erano
accusati di allearsi con il Giappone e la Germania, scriveva: «L’opposizione non dovrebbe avere tra le proprie file altro
Non abbiamo, comunque, più notizie dirette dall’Urss dall’Archivio di Trotskij (anche se egli
continuerà a coglierne la dinamica di fondo non solo con gli scritti puntuali di commento alle ultime
vicende, ma con la sua opera più sistematica, La rivoluzione tradita)60, ma lo squarcio aperto su
quel tentativo di costruire un nuovo gruppo dirigente alternativo a Stalin nel 1932 permette già di
rileggere, con una chiave interpretativa non circoscritta alle vicende letterarie, la battaglia che si
svolse nei corridoi e nelle aule del I Congresso degli scrittori sovietici.
Gli spazi aperti a Bucharin, a Kol’cov, a Ehrenburg, erano il frutto della resistenza a Stalin da parte
degli uomini che nel Politbjuro gli avevano impedito di condannare a morte Rjutin. Spazi troppo
angusti, soprattutto per il terreno scelto per l’unica sortita allo scoperto, appunto quella del
Congresso. Altre differenziazioni (quella sulle sezioni politiche nei kolchoz, o nel dibattito sul
concetto di «legalità rivoluzionaria», svoltosi sulle riviste giuridiche specializzate nello stesso
periodo)61 erano ancora meno suscettibili di creare mobilitazioni reali e di permettere di
fronteggiare il pericolo della controffensiva staliniana.
Al Congresso degli scrittori, come abbiamo visto, era apparso chiaro che ogni liberalizzazione, ogni
indizio di svolta, veniva accolto con grande speranza ed entusiasmo. Ma il ghetto dorato della
letteratura aveva ben poche capacità di pesare negli scontri successivi: fu un test importante dello
stato d’animo di un settore della società sovietica di fronte al riapparire di una dialettica, ma nulla di
più. Occorreranno più di venti anni perché, dal ghiaccio del conformismo (e da quello non
metaforico della Kolyma), ricominciasse a scorrere un rivolo di acqua limpida, nel breve ma
fecondissimo «disgelo» che accompagnò le grandi speranze di rinnovamento che seguirono la morte
di Stalin, l’eliminazione di Berija, la denuncia reticente e circoscritta, ma pur sempre esplosiva, dei
crimini commessi.

che imbecilli per ritenere che l’alleanza con Hitler ed il Mikado (patto oltre a tutto assolutamente insensato, essendo
ambedue destinati alla sconfitta nella prossima guerra) possa portare ai marxisti se non vergogna e calamità» (L.
TROTZKIJ, I crimini di Stalin, cit., p. 143). Una testimonianza straordinaria sulla lucidità di Trotskij di fronte a eventi
tremendi (mentre si appoggiava su forze esigue e non sempre facilmente utilizzabili, perfino ai fini della conoscenza dei
processi) è fornita dalla raccolta dei suoi scritti del 1937-1940: Lev TROTZKIJ, Guerra e rivoluzione, Oscar
Mondadori, Milano, 1973.
60
Leone TROTSKY, La rivoluzione tradita, Schwarz, Milano, 1956 (nuova edizione: BUR-Rizzoli, Milano,
1982).
61
Una ricostruzione del dibattito sulle «sezioni politiche» introdotte nei kolchoz nel gennaio 1933 e soppresse
per iniziativa di Kirov e Vareikis nel novembre 1934, si trova in G. BOFFA, op. cit., vol. I, pp. 468-473 e 491-493. Per
quanto riguarda il dibattito sulla «legalità rivoluzionaria» che contrappose ai rigidi Molotov, Vyšinskij, Kaganovič (che
si ponevano solo il problema di tutelare lo Stato sovietico da possibili «abusi» dei suoi cittadini), Kalinin, Kirov e
Krylenko (che ritenevano che l’attuazione della legalità rivoluzionaria significasse garantire alle persone certi diritti
nella loro vita privata, in particolare nell’ambito dell’edificazione socialista), è molto utile il saggio di Francesco
BENVENUTI, La legalità rivoluzionaria in URSS dal 1932 al 1934, in S. BERTOLISSI, A. DI BIAGIO, F.
BENVENUTI, L. SESTAN, Studi di storia sovietica, Editori Riuniti, Roma, 1978, pp. 225-271. Sulla concretizzazione
delle «teorie» di Vyšinskij può essere utile vedere i verbali dei grandi processi in cui fu accusatore: I grandi processi di
Mosca. 1936-37-38. Precedenti storici e verbali stenografici, a cura di Giuseppe AVERARDI, Rusconi, Milano, 1977 e
I processi di Mosca (1936-1938), a cura di Pierluigi CONTESSI, Il Mulino, Bologna, 1970.
CAPITOLO QUINTO

L’EREDITÀ DELLO STALINISMO

Dopo il 1934, l’assetto dell’Urss staliniana è ormai cristallizzato. Tracciare la storia delle
repressioni degli anni 1936-1938 non ha molta utilità in questa sede, essendo disponibili molte
importanti opere che hanno affrontato sistematicamente l’argomento sotto tutti gli aspetti1. D’altra
parte, anche se apparentemente il livello raggiunto dal terrore poliziesco in quegli anni sembra
introdurre novità qualitative, in realtà la maggior parte delle premesse erano state poste negli anni
precedenti. Il terrore si è manifestato dapprima nei confronti di raggruppamenti politici di
opposizione, veri o presunti, e verso intere classi (i kulak, ma anche i contadini poveri,
«oggettivamente alleati del kulak»), nei confronti di gruppi religiosi (sono colpite persone
appartenenti a tutte le confessioni, ma in particolare, ovviamente, quelle che formano sette poco
strutturate gerarchicamente e quindi incontrollabili)2 per raggiungere poi, durante la guerra e subito
dopo, interi popoli. E’ noto che vennero deportati in massa (spesso in condizioni tremende,che già
durante il viaggio fecero perire una parte notevole dei vecchi, dei bambini e delle donne, prima che

1
Oltre agli scritti di Medvedev, più volte citati, sono indispensabili i tre volumi di Aleksandr SOLŽENICYN,
Arcipelago GULAG, Mondadori, Milano 1974-978, che hanno raccolto una documentazione preziosa e insostituibile,
grazie al ruolo assunto – in parte involontariamente — dall’autore quando fu pubblicato il suo racconto: Una giornata
di Ivan Denisovič (essendo la prima e quasi ultima testimonianza sui campi staliniani apparsa legalmente in Urss,
migliaia di ex detenuti scrissero all’autore, criticando o approvando, ma comunque fornendogli una massa ingente di
testimonianze dirette, altrimenti introvabili). Il fastidio che si prova per l’ideologia a cui è approdato Solženicyn e
l’inutilità di molte sue digressioni (in particolare quando tenta con accostamenti anacronistici di assimilare fenomeni
diversi accaduti in periodi molto lontani tra loro) è compensata dalla ricchezza della documentazione e dall’onestà con
cui in alcune pagine ricostruisce il suo curriculum di comunista ortodosso e «ateo» che nella realtà dei campi vede
saltare tante superficiali certezze: ad esempio, si veda la scoperta di una fede in Dio che non fosse puro «fariseismo»
(ivi, v. I, pp. 603-604). Di una certa utilità è anche Robert CONQUEST, Il grande terrore, Mondadori, Milano, 1970.
Un tentativo di estrapolare dalle reticentissime statistiche sovietiche (che per anni hanno semplicemente omesso di
indicare le variazioni nel numero di abitanti), una valutazione approssimativa delle vittime dirette e indirette della
repressione, è quello di Maksudov (senza indicazione di nome e patronimico), Le perdite in Unione Sovietica dal 1918
al 1958, in «L’ottavo giorno, Studi e documentazione sui paesi dell’Est», n. 3/4, luglio 1983. Maksudov calcola che tra
il 1931 e il 1939 le perdite abbiano raggiunto sette milioni e mezzo di persone adulte (senza tenere conto dei bambini
morti per fame durante la grande carestia, o come conseguenza della deportazione dei genitori).
2
Sulla religione, cominciano a esserci studi parziali e settoriali, ma molto interessanti, che sono stati tradotti in
parte in italiano in La religione in URSS, saggi di sociologia, prefazione di Ernesto Balducci, Coines, Roma, 1976.
Solženicyn (op. cit., passim) fornisce un gran numero di notizie sui deportati, in genere appartenenti a gruppi
protestanti, che rifiutavano l’inquadramento forzato nella Chiesa battista. Anche Evgenija Semionovna GINZBURG,
Viaggio nella vertigine, Mondadori, Milano, 1967, descrive con stupore e commozione (era comunista e «atea
militante») la resistenza di un gruppo di «monache contadine», semianalfabete (erano deportate per il rifiuto di lavorare
la domenica) che testimoniano la loro fede al limite del martirio (ivi, vol. I, pp. 564 e 580-582).
Sulla religione in URSS si vedano anche Lev REGEL’SON, La tragedia della Chiesa russa, Coop. edit. La
casa di Matriona, Milano, 1979; Giovanni CODEVILI.A, Le comunità cristiane nell’URSS. La nuova legislazione
sovietica, Coop. edit. La casa di Matriona, Milano, 1978; Giovanni CODEVILLA, Stato e Chiesa nell’URSS, Jaca
Book, Milano 1972 (si tratta di un’ampia illustrazione della legislazione sovietica sulla religione dal 1917 agli inizi
degli anni Settanta); Samizdat: Cronaca di una vita nuova nell’URSS, ed. Russia cristiana, Milano, 1975 (contiene
informazioni dettagliate non solo sul dissenso religioso, ma anche su quello politico di varie tendenze); La religione in
URSS, a cura di A. Bausani, Prefazione di Ernesto De Martino, Feltrinelli, Milano, 1962 (è una vasta antologia degli
scritti sulla religione apparsi nell’edizione 1949-1958 della Grande Enciclopedia Sovietica, seguiti da alcuni saggi e da
vari documenti).
giungessero ai lontani e malsani luoghi di destinazione) i karačaj, i calmucchi,i čečeni, gli inguši, i
balkari, i tartari di Crimea, i tedeschi del Volga. Uno studioso sovietico (ora in esilio in Francia) ha
documentato ampiamente che moltissimi appartenenti a quei popoli avevano combattuto
eroicamente tra i partigiani antifascisti e che quindi era assurdo punire intere popolazioni per il
collaborazionismo con i tedeschi di singoli individui (che ci fu effettivamente, ma che si riscontra
anche in appartenenti ad altri popoli dell’Urss, russi compresi)3.
Anche notevoli percentuali dei polacchi e degli stessi ucraini e bielorussi abitanti nei territori
annessi dall’Urss dopo l’accordo con la Germania nazista hanno subito la stessa sorte. Gli ucraini,
in particolare, hanno pagato pesantemente la loro lotta contro la russificazione forzata4.
Dopo la guerra, la stessa sorte stava per toccare all’intera comunità ebraica, che era già stata
decimata dall’eliminazione di moltissimi comunisti provenienti dal suo seno e, successivamente,
dall’uccisione di quasi tutto il Comitato ebraico antifascista, sterminato con poche eccezioni tra il
1949 e il 19525.
Il processo ai «medici assassini», provvidenzialmente interrotto dalla morte di Stalin, doveva
avviare la nuova fase, affidata a Malenkov (che aveva presentato già nel 1944 un progetto per fare
fronte alla «questione ebraica»)6.
Era qualcosa di più grave e qualitativamente diverso rispetto alle decimazioni che avevano già
colpito l’intelligencija di origine ebraica. Infatti, per quanto riguarda la fase precedente la guerra, si
poteva escludere uno specifico movente antisemita, come lucidamente osserva uno studioso
sovietico, indicato con la sola sigla D-j, del quale Medvedev riporta questo brano da un manoscritto
su L’ebreo russo ieri e oggi:

«Le repressioni degli anni Trenta colpirono l'intelligentsja sovietica ed i funzionari


dell’apparato dello Stato e del partito in misura maggiore degli operai. Nel gruppo
dell’intelligentsja e dei funzionari d’apparato, a loro volta, esse colpirono i comunisti in
misura incommensurabilmente più violenta dei senza-partito. Infine, tra gli stessi comunisti,
le repressioni infuriarono contro i vecchi membri dei partito con molto maggior forza che
contro i membri più recenti. Gli ebrei erano più numerosi tra l'intelligentsja ed i funzionari
che non tra gli operai; la percentuale dei comunisti nella stessa popolazione ebraica era di
due, tre, quattro volte superiore alla percentuale dei comunisti tra le altre nazionalità: infine,
considerando la composizione dei comunisti, gli ebrei membri anziani del partito erano in
numero più che proporzionalmente superiore. Il risultato combinato di questi elementi di non
proporzionalità fu che le repressioni, pur non essendo rivolte intenzionalmente contro gli

3
Aleksandr NEKRITCH, Les peuples punis, Maspero, Paris, 1982; altre notizie in MEDVEDEV, Lo stalinismo,
cit., pp. 595-596 e in Hélène CARRÈRE D'ENCAUSSE, Esplosione di un impero,. Edizioni e/o, Roma. s.d. (ma 1980),
pp. 214-245; A. SOLŽENICYN, op. cit., vol. III, pp. 443-466. Lo stesso autore in altre parti del libro ricostruisce la
sorte (e la logica) di quei cittadini sovietici che accettarono di collaborare veramente con Hitler (ivi, vo1. I, pp. 237-267;
voI. III. pp. 25-37 e passim). L’assurdo è che nei campi si trovavano insieme, ugualmente bollati come fascisti, alcuni
veri collaborazionisti e tanti che avevano combattuto come soldati o come partigiani contro il nazismo.
4
Sulla resistenza ucraina, che tentava di condurre la lotta «contro Hitler e contro Stalin», con un programma di
società senza classi, ma anche senza «magnati bolscevichi», si veda Arthur WILKINS, Le régime lance une campagne
anti-ukrainienne, in «Inprecor-Intercontinental press», n. 192, 18 marzo 1985 (riferito principalmente alla Polonia, ma
con molti dati sull’Ucraina sovietica).
5
Vedi nota 27, cap. Il. su Fefer e la Cronologia per gli anni 1949-1952. Anche Ehrenhurg attendeva da un
momento all’altro l’arresto, giacché aveva rifiutato di firmare un Messaggio al popolo ebraico, con il quale i più noti
rappresentanti degli intellettuali di origine ebraica dovevano invitare gli ebrei sovietici ad accettare la loro deportazione,
nonostante gli fosse stato fatto notare che le annotazioni ai margine del testo rivelavano la calligrafia di Stalin.
(MEDVEDEV, Stalin sconosciuto, cit., pp. 212-213). In quel periodo viene arrestata anche Polina Semënovna
Žemčužina, moglie di Molotov e vice-ministro dell’Alimentazione (MEDVEDEV, Tutti gli uomini di Stalin, cit., pp.
105-107 e 110). Notizie più ampie sui processo agli «assassini in camice bianco» si trovano in Léon POLIAKOV,
Dall’antisionismo all’antisemitismo, La Nuova Italia, Firenze, 1971, pp. 37-48 e passim. Si tratta di un libro discutibile
per la tesi di fondo, ma equilibrato e serio nella documentazione.
6
R. MEDVEDEV, Tutti gli uomini di Stalin, cit., pp. 150-153.
ebrei, li investirono di riflesso in modo più violento delle altre nazionalità e colpirono in tal
modo la parte più avanzata e devota alla rivoluzione della popolazione ebraica»7.

Rispetto agli anni Trenta, dunque, le persecuzioni antiebraiche del 1949-1952 rappresentavano un
salto qualitativo, ma non erano un elemento radicalmente nuovo rispetto alla sorte che aveva
spazzato via dal suolo dove vivevano da secoli intere popolazioni, compresi i militanti del Partito
comunista, in base a una mostruosa concezione della responsabilità collettiva8.
Negli ultimi anni di Stalin, la pretesa di dirigere tutto raggiunge livelli incredibili (che sarebbero
stati ridicoli, se non avessero lasciato anche una scia di sangue), sia nella letteratura dove infuria la
ždanovščina, sia nelle scienze, dove il bilancio tragico non è solo quello dei fucilati, ma anche
quello delle conseguenze disastrose per l’economia9.
Il caso Lysenko è il più noto e, probabilmente, quello che è costato più caro (in termini di sfacelo
dell’agricoltura), ma non è qualitativamente diverso da quanto si cominciava ad affermare già alla
fine degli anni Venti. Lysenko, comunque, arriva al massimo potere accademico e politico subito
dopo la breve parentesi "liberale", nel 1935, e continua a fare danni (quasi a testimonianza vivente
della continuità) anche in piena epoca chrusceviana.

7
R. MEDVEDEV, Stalin sconosciuto, cit., p. 155.
8
Oltre alla responsabilità collettiva a livello etnico, era stata introdotta nel l934 la responsabilità familiare. La
legge dell’8 giugno del 1934 sul «Tradimento della Patria», che riabilitava anche il concetto di «punizione»
(ovviamente eliminato durante la rivoluzione, che prevedeva arresti o fucilazioni solo come misure difensive, per la
sopravvivenza dello Stato, o i campi di lavoro ai fini della rieducazione dei delinquenti comuni), prevedeva la
detenzione da due a cinque anni in lager per i familiari che avevano presumibilmente conosciuto le intenzioni criminali
del «traditore», mentre quelli che le ignoravano venivano soltanto deportati per cinque anni ... (cfr. M. GELLER - A.
NEKRIČ, Storia dell’URSS, cit., p. 297.
9
Sulla ždanovščina si veda Vittorio STRADA, Dal «realismo socialista» allo ždanovismo. in Storia del
marxismo, Einaudi, Torino. 1981 , voI. III, t.2, pp. 195-250. Su Lysenko, il testo più esauriente disponibile in italiano
è:Dominique LECOURT, Il caso Lysenko, prefazione di Louis Althusser (pref. all’ed. it di Massimo Aloisi), Editori
Riuniti, Roma, 1977. Utile, ma ovviamente datato, giacché risale al 1952, anche se è stato pubblicato in Italia per la
prima volta solo nel 1977, integrato da un’ampia introduzione di Silvano Tagliagambe, è: Julian HUXLEY, La genetica
sovietica e la scienze, Longanesi, Milano, 1977. Silvano TAGLIAGAMBE, Scienza, filosofia, politica in Unione
Sovietica. 1924-1939, Feltrinelli, Milano, 1979, dedica molte pagine al caso Lysenko. Interessante, come documento
sulle ripercussioni italiane del caso, il volumetto di Jacob Segal, Miciurin, Lysenko e il problema dell’eredità, a cura di
Felice Lanza, Universale economica, Milano, 1952. Il curatore infatti, nell’introduzione, lamenta la «prevenzione
aprioristica di carattere politico che ha impedito di applicare su larga scala l’agrobiologia di Lysenko al nostro paese.
Uno scritto di grande interesse, uscito anche in Italia nel 1983, documenta con rigore che gli effetti catastrofici
dell’avventata sperimentazione lysenkiana imposta burocraticamente a un paese tanto ricco di risorse non sono rimasti
un caso eccezionale ed atipico: dalla distruzione del Bajkal allo sconvolgimento di interi ecosistemi in seguito a
insensate bonifiche o a dissodamenti di terre vergini che diventavano subito dopo deserti, dallo sterminio di numerose
specie animali alla scomparsa di aree forestali grandi come interi Stati d’Europa, dalle megacentrali idroelettriche (che
producono una quantità di energia inferiore a quella che sarebbe stata ottenuta usando come combustibile il fieno
raccolto in precedenza sugli immensi pascoli allagati) fino ai dissesti provocati dall’irresponsabile uso dell’energia
atomica indipendentemente dalla capacità di prevedere un ragionevole smaltimento delle scorie radioattive, il quadro
dei disastri provocati dalla subordinazione della scienza e della tecnica a decisioni prese da burocrati quasi sempre
incompetenti (ma pressoché onnipotenti una volta che si trincerano dietro le esigenze del Piano e al segreto di Stato)
emerge in tutta la sua terribile evidenza. L’autore, che firma con uno pseudonimo, ma che è evidentemente uno
scienziato molto addentro nelle discussioni accademiche, riesce anche efficacemente a far capire la specificità della
dinamica del dissesto ecologico in Urss rispetto a quello occidentale: il nostro, mosso dall’onnipotenza del profitto
capitalistico e dalla sua capacità di dominare e subordinare alle proprie esigenze gli strumenti di controllo dello Stato;
quello dell’Urss (e degli altri paesi sorti sul modello sovietico), determinato dallo strapotere di una burocrazia sottratta a
qualsiasi controllo per l’assenza di meccanismi di ricambio dal basso e per il monopolio dei mezzi di informazione da
essa detenuto (oltre che dagli effetti perversi dei criteri puramente o prevalentemente quantitativi preposti all’attuazione
dei piani economici). Boris KOMAROV, Il rosso e il verde. La distruzione della natura in URSS. Nota introduttiva di
Giorgio Celli, con nota conclusiva di Leonid Pljušč, Edagricole, Bologna, 1983.
SCHEDA 3

IL PARTITO COMUNISTA E LA SCIENZA :


IL CASO LYSENKO

Trofim Denisovič Lysenko era, fino al 1935, un agronomo modesto e scarsamente interessante.
Nel 1927 aveva ottenuto l’onore di una menzione molto favorevole sulla «Pravda», che aveva
segnalato un’esperienza di tecnica agraria che consentiva di fare maturare dei piselli prima del
periodo del gelo. Le conseguenze pratiche erano modestissime, ma permisero di arrivare a una
conclusione teorica importante, anche se non originalissima: il fattore termico influiva sul periodo
di germinazione e sulla vitalità della pianta. Anche il padre di Lysenko aveva contribuito alla
scoperta, con un’osservazione casuale: un sacco di frumento rimasto tutto l’inverno sotto la neve,
aveva dato un risultato molto abbondante dopo essere stato seminato in primavera. Il procedimento
dell’esposizione preventiva dei semi al freddo, prima della semina, definito «vernalizzazione»,
risultò effettivamente produttivo per varie specie vegetali e fu alla base del successo del modesto
agronomo, in un periodo di carestie e di insuccessi continui in agricoltura (dovuti a cause politiche
e sociali ben identificabili, ma che nessuno osava studiare o nominare).
Ottenuto un appoggio dal Partito comunista, fino al 1934 Lysenko continuò i suoi studi, basati su
un solido empirismo ma ammantati da tentativi di sistematizzazione teorica e ideologica. Egli si
ricollegava esplicitamente all’esperienza empirica, applicata all'ibridazione e agli innesti, di un
giardiniere dilettante, Ivan V. Mičurin, che aveva ottenuto varie menzioni onorevoli (ma scarsi
appoggi concreti) per i suoi esperimenti. E’ solo dopo la morte di Mičurin nel 1935, che l’oscuro
orticultore diventa soggetto degno di film, di romanzi, di articoli elogiativi, che presentavano le
sue tecniche come «miracolose». Il regista di questo «culto» fu Lysenko, che aveva stabilito una
proficua collaborazione con uno dei tanti specialisti nella teorizzazione della «partiticità» della
scienza che prosperavano in epoca staliniana: Isaak I. Prezent. Costui sviluppò gli aspetti
«filosofici» del lysenkismo, inquadrandolo perfettamente nella teoria delle «due scienze», quella
«borghese» e quella «proletaria».
Inutile dire che i teorici della biologia etichettata come «borghese» furono prima accantonati, poi
arrestati e uccisi: il presidente dell’Accademia delle Scienze Agricole, Vavilov, e altri insigni bio
loghi come Meister, Levit, Gorbunov, Muralov, vengono spazzati via. Uno studioso americano,
Henry Muller, membro onorario dell’Accademia delle Scienze dell’Urss, dove aveva lavorato dal
1933 al 1937 per simpatia verso il sistema sovietico, si salvò solo perché si recò in quell’anno in
Spagna per organizzare i servizi sanitari della Repubblica. (Ottenne successivamente il premio
Nobel, ma fu costretto a dimettersi dall’Accademia delle Scienze sovietica, perché
sistematicamente attaccato come «lacchè dell’imperialismo»).
In collaborazione con un altro «ideologo», Williams, anch’esso capace di combinare teorie da
ciarlatano con abili manovre nei meandri della burocrazia, Lysenko lanciò un «grande piano di
trasformazione della natura», personalmente avallato da Stalin, che doveva modificare il clima
dell’Urss con la piantagione di 120 milioni di ettari di foreste. La teoria di fondo era di Williams,
la tecnica lysenkiana (semina a nido, consistente nell’inserimento di 5 semi nella stessa buca), i
risultati furono la dispersione di immense risorse e l’imbavagliamento degli studiosi più seri che
osavano obiettare all’insensatezza delle proposte.
Per capire il carattere non scientifico delle teorie di Lysenko, basta leggere la risposta data a
Marcel Prenant, che chiedeva se non era meglio trasferire una parte degli alberi germogliati
insieme nel «nido»: « Lysenko mi rispose: No — e spiegò; — Si sacrificheranno a favore di uno di
essi. Volete dire — risposi -— che uno avrà la meglio e che gli altri vegeteranno o moriranno? No
— insistette lui — si sacrificheranno per il bene della specie».
Nonostante il bilancio catastrofico, Lysenko rimase a galla molto a lungo, sviluppando le «teorie»
più insensate: si vantava di potere trasformare il grano in segale, l’orzo in avena, i cavoli in rape, i
pini in abeti, i noccioli in carpini e così via. Questa incredibile reviviscenza di fantasie da
alchimisti medievali avevano il loro punto di forza nella sistemazione «filosofica» che la
contrapponeva, in nome del «marxismo-leninsmo», alla scienza borghese, ma anche nelle cifre
menzognere manipolate dai funzionari troppo zelanti, che truccavano i bilanci facendo risultare
successi inesistenti e cancellando concretissimi insuccessi (che avrebbero potuto essere attribuiti a
«cattiva applicazione della linea del Partito».
Accantonato nel clima che preparava il XX Congresso, nel 1955, Lysenko seppe legarsi tuttavia a
Chruščëv e ritornare nel 1961 alla testa dell’Accademia delle Scienze agricole. Nel 1958 era stato
insignito dell’Ordine di Lenin (ancora una volta, povero Lenin! Quanti delitti e quante idiozie in
suo nome!). Cadde definitivamente in disgrazia solo nel 1965, dopo la liquidazione politica di
Chruščëv.
La lentezza nella eliminazione di così evidenti assurdità, e perfino la sua nuova ascesa in epoca
formalmente «post-staliniana», dipende dalla velleità di affrontare i problemi catastrofici
dell’agricoltura sovietica senza fare i conti con il vizio di fondo: il carattere burocratico (e quindi
insopportabile per i contadini) della collettivizzazione forzata. Il metodo lysenkiano è comunque
riuscito a fare danni all’agricoltura sovietica in misura forse non inferiore a quelli provocati dalle
scelte di fondo.

* * *

Le stesse interferenze del «Partito», in architettura, sono sono apparentemente meno dannose: la
scelta come modello «socialista» di un «tripudio di retorica» in cui si mescolavano ecletticamente
gli stili più diversi, unificati in una «grande scenografia operistica [...] in funzione di un’esaltazione
smaccata» della forza del regime, non era senza conseguenze. «L’inutile esibizione della potenza
costruttiva e lo sfoggio dei materiali» hanno come corrispettivo l’aggravarsi delle condizioni
abitative per la maggior parte dei lavoratori, costretti fino alla fine degli anni Cinquanta a coabitare
in condizioni inumane (diverse famiglie in un piccolo appartamento, a volte anche in ospizi riattati,
con servizi esterni in misura del tutto insufficiente)10.
Ma, ancora una volta, non si trattava di una «svolta involutiva» avvenuta negli ultimi anni di Stalin,
come ha preteso la storiografia sovietica giustificazionista, prima di incominciare a estendere il
giustificazionismo fino al punto di tacere completamente gli «errori» dei cosiddetto «culto della
personalità»11. Crediamo di avere fornito — nei corso di tutto il volume — una sufficiente
documentazione sull’assenza di soluzione di continuità tra gli anni dell’ascesa e quelli del declino di
Stalin. Per questo, oltre che per l’esistenza di testi facilmente accessibili, non ci soffermiamo sulle

10
Vieri QUILICI, Architettura sovietica contemporanea, Cappelli, Bologna, 1965, pp. 92-93. Per la denuncia
dello sperpero causato da queste concezioni architettoniche basate su un «ripristino delle antiche forme russe, delle
forme del classicismo o del barocco», a cui si aggiungevano «numerose sovrastrutture che non hanno nessuna
funzionalità» con il risultato di costruzioni irrazionali e di un e costo favolosamente elevato degli appartamenti», si veda
ivi, p. 116 e il testo della risoluzione del Comitato Centrale del PCUS del 4 novembre 1995, Sulla eliminazione del
superfluo nella progettazione e nell'edilizia, in: Lisa FOA , La società sovietica, Loescher, Torino, 1973. pp. 222-224. I
danni provocati dall’interferenza staliniana nella promettente architettura sovietica degli anni Venti («prometteva»
molto sul piano delle idee, va detto, ma realizzava poco per mancanza di risorse) sono sintetizzati da un commento di
Leonardo Benevolo alle prime realizzazioni in elementi prefabbricati successive alla «svolta» chrusceviana: «Sono
scomparse le decorazioni e gli ordini architettonici [...], ma gli edifici assomigliano a quelli in stile cui sia stata raschiata
la decorazione» (V. QUILICI, op.cit., p. 174).
11
Un’ottima sintesi dei tentativi di rilanciare il culto di Stalin è in Victor ZASLAVSKY, Il consenso
organizzato. La società sovietica negli anni di Breznev, il Mulino, Bologna, 1981. Tra gli esuli sovietici (peraltro è un
esule forzato, essendo stato cacciato per «inaffidabilità politica», senza la possibilità di trovare altro lavoro, dalla
cattedra di Sociologia dell’Università di Leningrado) Zaslavskv è uno dei più equilibrati, mai accecato da livore o da
illusioni, e attentissimo ai meccanismi che garantiscono la relativa solidità dell’Unione sovietica. Interessante anche
l’articolo scritto da MEDVEDEV per l’organo del Comitato centrale del PCUS, il «Kommunist», nell’aprile 1969 (e
mai pubblicato in Urss: l’autore fu, anzi, espulso poco dopo dal partito), pubblicato in Italia in un agile volumetto: Roy
MEDVEDEV, Riabilitare Stalin?, con Introduzione di Renato Nicolai, Tindalo, Roma, 1970. Si veda anche Roy
MEDVEDEV, Intervista sul dissenso in Urss, a cura di Piero Ostellino, Laterza. Bari. 1977.
vicende dell’intelligencija sovietica negli ultimi anni di Stalin e nel periodo intercorso tra la sua
morte e la denuncia dei suoi crimini avvenuta al XX Congresso12.
Non è d’altra parte possibile in questa sede presentare la produzione letteraria del periodo del «di-
sgelo», spesso di notevole valore, ma troppo vasta per essere descritta in poche pagine13. Tuttavia, il
rapporto tra intelligencija e potere nell’Urss staliniana richiede, per una valutazione complessiva,
almeno un breve cenno ai sommovimenti delineatisi nella società sovietica al momento della cosid-
detta «destalinizzazione» e alla brusca battuta d’arresto che ha bloccato per altri tre decenni la di-
namica che si era aperta subito dopo la morte di Stalin. Pur rinviando per i fatti essenziali all’ultimo
capitolo della Cronologia allegata al presente saggio, riteniamo indispensabile un breve cenno alle
ragioni che hanno spinto una parte del gruppo dirigente selezionato da Stalin a denunciare almeno
alcuni dei crimini commessi sotto la sua direzione e poi a fermarsi a mezza strada (e anzi, dopo
qualche oscillazione, ad archiviare la questione e a ripristinare nelle sue linee essenziali il sistema
staliniano, che determina ancora oggi il rapporto con le masse e ancor più quello con
l’intelligencija).
E’ evidente che la scelta di Chruščëv di avviare una svolta radicale nel funzionamento del partito e
dello Stato sovietico non può essere liquidata come una «mossa tattica» contingente. Basti pensare
alle resistenze che dovette incontrare in importanti settori del vertice sovietico, dalla crisi conclusasi
con la liquidazione di Berija pochi mesi dopo la morte di Stalin ai ripetuti tentativi di organizzare
un blocco antichrusceviano da parte dei più autorevoli dirigenti sovietici, fino alla sua improvvisa
sconfitta nel 1964. Questo conferma che il dirigente ucraino ebbe indubbiamente un ruolo personale
importante nell’accelerazione del tentativo di svolta. Tuttavia, esso non può essere ricondotto esclu-
sivamente alla sua persona, sia per l’indiscutibile contributo dato al «nuovo corso» da altri collabo-
ratori di Stalin come Mikojan, sia per le caratteristiche delle stesse battaglie chrusceviane, che ebbe-
ro fasi alterne e contraddittorie non solo e non tanto per i limiti personali dell’uomo, quanto per
l’evidente influenza di vicende oggettive, che imposero volta a volta denunce clamorose e altrettan-
to clamorose battute d’arresto. Lo stesso Chruščëv infatti, dopo le prime verifiche dei pericoli aperti
da una discussione pubblica dei crimini dei passato (ancorché antistoricamente e poco verosimil-
mente attribuiti a una sola persona e a qualche singolo collaboratore), non esitò ad avallare perso-
nalmente una parziale rivalutazione di Stalin, una repressione sanguinosa della più avanzata espe-
rienza in corso nelle democrazie popolari (la rinascita dei consigli operai nell’Ungheria del 1956) e
un blocco delle modeste libertà recuperate da artisti e letterati nel 1956 e poi di nuovo nel 1961.14

12
Sugli aspetti più propriamente politici, si vada ad esempio Adriano GUERRA, Gli anni del Cominform,
Mazzotta, Milano, 1977; Alexander WERTH, L’Unione sovietica nel dopoguerra 1945-1948, Einaudi, Torino, 1973;
Alexander WERTH, Cronache degli anni di Kruscev, Einaudi. Torino. 1962; G. BOFFA, op.cit., vol.II; Francois
FEITÖ, Storia delle democrazie popolari dopo Stalin, Vallecchi, Firenze, 1971; Laszlo NAGY, Democrazie popolari
1945-1968, Il Saggiatore, Milano, 1969; Zbigniew K. BRZENZISKI, Storia dell'Urss e delle democrazie popolari,
Franco Angeli, Milano, 1975. Hélène CARRÈRE D'ENCAUSSE, Le grand Frère. L'union sovietique et l'Europe
soviétiseé, Flammarion, Paris, 1983. Gli ultimi quattro volumi sono prevalentemente, ma non esclusivamente, dedicati
ai paesi dell’Europa centro-orientale, su cui al termine della guerra si è esteso il sistema del «socialismo in un paese
solo», e forniscono utili indicazioni anche per quanto riguarda la politica dell’Urss (soprattutto il primo). Gli stessi
argomenti sono affrontati da un punto di vista economico (ancora più utile per comprendere la continuità tra il regime
definito abitualmente staliniano e quello attuale) in altre opere: Piero BERNOCCHI, Le riforme in URSS, la
Salamandra, Milano, 1977; Wlodzimierz BRUS, Storia economica dell'Europa Orientale, 1950-1980, Editori Riuniti,
Roma, 1983. Oltre al già citato Ascesa e caduta di Nikita Cruščëv, è anche disponibile di Roy MEDVEDEV, La
democrazia socialista, Vallecchi. Firenze, 1977, opera più « teorica » che storica, ma ricchissima di dati preziosi.
D’altra parte, la Cronologia che chiude il volume assicura il minimo di informazioni indispensabili per inquadrare
questo periodo, prima di affrontare lo studio dell’amplissimo materiale disponibile (del quale abbiamo segnalato solo le
opere più importanti e diffuse, soprattutto a carattere generale).
13
Vittorio STRADA, La letteratura sovietica 1953-1963, Editori Riuniti, Roma, 1964; Ettore Lo GATTO, Profilo della
letteratura russa dalle origini a Solženicyn, Mondadori, Milano, 1975.
14
Una sintesi di questo periodo si trova in Roy MEDVEDEV, Dal XX al XXII Congresso del PCUS, In
occasione del ventennale del XX Congresso. Breve lineamento storico, in AA. VV., Dissenso e socialismo, una voce
marxista del Samizdat sovietico, a cura di Vittorio Strada, Einaudi, Torino, 1977, pp. 37-66.
Chruščëv era stato spinto da una percezione empirica dell’acutezza della crisi che stava maturando
già nell’ultimo periodo di Stalin, con le rivolte endemiche nei lager e le inquietudini latenti nelle
democrazie popolari. Il caso iugoslavo, per giunta, aveva lasciato un’incrinatura profonda nel
sistema dogmatico staliniano: la nuova eresia era protetta da uno Stato, appoggiato su un esercito
fortissimo perché forgiato in una dura lotta popolare e che poteva beneficiare di un prestigio
internazionale senza confronto per l’originalità della sua esperienza. Gli osservatori più attenti non
potevano neppure ignorare che anche la grande Cina non era totalmente «ortodossa», giacché tutta
l’ascesa rivoluzionaria era stata caratterizzata da un prudente intreccio tra ossequi formali alla
«linea generale» del Comintern e una concreta attuazione basata esclusivamente sull’esperienza
diretta, che spesso suggeriva nella pratica comportamenti radicalmente divergenti da quelli auspicati
a Mosca .15
Ma il dirigente ucraino era ancor più stimolato a farla finita con la prassi staliniana delle decimazio-
ni periodiche del gruppo dirigente dall’esperienza diretta: anche se si era sempre salvato (era consi-
derato così poco dotato politicamente da tutti, Stalin compreso, che finiva per essere recuperato per
le sue indiscutibili doti di infaticabile lavoratore applicate all’amministrazione), aveva corso più
volte il rischio di una caduta nel baratro16. E su questo erano ancor più d’accordo in quel momento
Molotov, che si era visto arrestare la moglie e si era sentito più volte stretto nell’angolo dal sadismo
di Stalin (era stato cancellato - e poi reinserito in extremis - più volte dalle liste di dirigenti e non
figurava tra i capi «minacciati da avvelenamento» nell’atto di accusa contro «gli assassini in camice
bianco»), e Kaganovič, l’unico rimasto tra i dirigenti di origine ebraica, che aveva visto perire suo
fratello (suicida al momento di una convocazione da Berija); quasi tutti avevano avuto sui loro tavo-
li i verbali di interrogatorio di qualche «criminale» a cui era stato fatto confessare di avere avuto
rapporti con loro, sicché sapevano che in ogni momento potevano essere processati ripescando quel-
la confessione.
Paradossalmente, pare che anche Berija fosse convinto di dovere cambiare qualcosa nel
funzionamento del sistema ereditato da Stalin: senza dubbio si era espresso in tal senso a Berlino
Est e con i dirigenti ungheresi17. Tuttavia, era troppo pericoloso per tutti gli altri dirigenti del PCUS,

15
Sull’esperienza cinese, diradato il molto fumo della letteratura apologetica del maoismo, si è pubblicato in
Italia abbastanza poco, ma in misura comunque sufficiente per una comprensione del fenomeno. Un testo di insieme
sintetico, corredato da una bibliografia essenziale, è: Edoarda MASI, Breve storia della Cina contemporanea, Laterza.
Bari, 1979; i documenti fondamentali sono riprodotti in: Jean CHESNEAUX, La Cina contemporanea, 2 voll., Laterza,
Bari. 1975; un’ampia panoramica delle vicende precedenti alla conquista del potere è in: Aldo BRONZO, I comunisti in
Cina, Nuove Edizioni Internazionali, Milano, 1983. Sullo stesso periodo, Jacques GUILLERMAZ, Storia del partito
comunista cinese, 1921-1949, Feltrinelli, Milano, 1970, integrato dal volume dello stesso autore, il Partito comunista
cinese al potere, 1949-1972, Feltrinelli, Milano, 1973. Sul periodo della rivoluzione culturale (e del conflitto più aspro
con l’Urss) rimane essenziale Livio MAITAN, Partito, esercito e masse nella crisi cinese, Samonà e Savelli, Roma,
1969, mentre sulle radici più lontane dei conflitti si può vedere Gabriele PARESCE, Russia e Cina. Quattro secoli tra
guerra e pace, Bompiani, Milano, 1971. La migliore ricostruzione della grave sconfitta della rivoluzione cinese
determinata negli anni Venti dalla politica staliniana (mai esaminata apertamente nella pubblicistica cinese, ma certo
presente nella «memoria storica» del gruppo dirigente del PCC) è in: Harold R. ISAACS, La tragedia della rivoluzione
cinese. 1925-1927, Il Saggiatore, Milano, 1967. Interessante infine, anche per gli ampi accenni ai conflitti con Stalin, la
raccolta di scritti di Gianni SOFRI, Voltare pagina. Scritti sulla Cina. 1968-1979, Stampatori, Torino, 1979.
16
Tra l’altro, era stata arrestata la vedova del figlio maggiore di Chruščëv, Leonid, caduto in guerra, (R.
MEDVEDEV, Ascesa e caduta di Nikita Chruščëv, cit., p. 102).
17
Anche lasciando cadere come poco documentata l’affermazione di Ilario Fiore («tre anni prima di Krusciov,
Beria e Malenkov apparivano seriamente avviati a destalinizzare il regime sovietico, e con una carica politico-
intellettuale definitivamente superiore a quella di Krusciov», in Ilario FIORE, Lavrenti il terribile, SEI, Torino, 1973),
almeno per quanto riguarda l’Ungheria un intervento di Berija a favore dei rinnovatori è documentato da due dei mi-
gliori conoscitori della rivoluzione antiburocratica in Ungheria: Bill LOMAX, La rivoluzione ungherese del 1956 e le
origini del regime di Kàdàr, in «Il ponte», a. XLI, n. 2, marzo-aprile 1985, pp. 66-67 e Federigo ARGENTIERI, Intro-
duzione a Ungheria 1953: la destalinizzazione mancata. Rapporto di Imre Nagy al Comitato centrale del Partito un-
gherese dei lavoratori (27 giugno 1953), in «Studi Storici». a. XXVI, n. 1, p. 202; Federigo ARGENTIERI, Ungheria
1953: la breve vita del «nuovo corso», in «Rinascita», 10 agosto 1985. Federigo Argentieri è anche autore di una tesi di
laurea sul 1956 ungherese di notevole interesse, che si spera possa trovare rapidamente un editore (Università di Roma,
1983-1984, Facoltà di Scienze Politiche). Per quanto riguarda la Repubblica democratica Tedesca, F. Fejtö (op cit.)
lasciare nelle mani del più stretto collaboratore di Stalin lo strumento terribile degli «organi» di
sicurezza. Per questo lo stesso dirigente più vicino politicamente a Berija, Malenkov, ne accettò la
liquidazione, organizzata con tecniche rinascimentali, ma annunciata con argomenti interamente
staliniani18.
Le vicende dei vari «triumvirati» che si succedono alla morte di Stalin confermano che, entro certi
limiti, tutti i successori del dittatore scomparso erano intenzionati a cambiare qualcosa, ma estre-
mamente incerti sul da farsi. Il blocco che Chruščëv riesce a costruire intorno a sé ha indubbiamente
il merito di avere forzato la mano agli altri al momento di decidere la portata della denuncia formale
dei crimini staliniani e, prima ancora, quando il viaggio a Belgrado segnò la clamorosa sconfessione
delle calunnie rivolte per anni a Tito. Ma subito dopo, quando le vicende polacche e soprattutto un-
gheresi rivelano la portata dell’odio delle masse operaie nei confronti del sistema, si ritrova una più
larga unità intorno alla decisione di fermare bruscamente il processo di «destalinizzazione».
L’eliminazione dei più tenaci conservatori, avvenuta (fatto nuovo dopo anni di stragi) senza spar-
gimento di sangue e assicurando perfino modeste cariche senza importanza politica agli sconfitti,
richiede negli anni successivi alcune parziali riprese delle denunce dei metodi polizieschi (che si
concretizzano anche, al momento del XXII Congresso, nella asportazione della mummia di Stalin
dal mausoleo sulla Piazza rossa, lasciato per il solo Lenin)19. E’ in quel periodo che viene permessa
la pubblicazione di qualche scritto sui lager; in particolare, è proprio l’intervento personale di
Chruščëv che consente la pubblicazione di Una giornata di Ivan Denisovič, che scatena una tempe-
sta di speranze, ma anche di proteste dei nostalgici.20
Ma i campi non vengono smantellati: rimangono in funzione per un gran numero di «criminali co-
muni», tra i quali ci sono però anche «parassiti» ed «elementi asociali», nonché quei «politici» che
non accettano i rituali, spesso umilianti, necessari per ottenere la «riabilitazione». Le nuove ondate

sostiene che Ulbricht era preoccupatissimo per i contatti stabiliti da Berija e Malenkov con il suo ministro dell’interno
Zaisser e con Rudolf Herrnstadt, direttore dell’organo del Partito «Neues Deutschland», allo scopo di avviare una «radi-
cale revisione del corso politico» e considerò costoro come i veri responsabili della rivolta del 17 giugno 1953 (ivi, pp.
38-41). I due dirigenti tedesco-orientali furono liquidati subito dopo la caduta di Berija, che era accusato, tra l’altro, di
avere tentato di avviare in Germania Est «una politica di capitolazione». Ancora nel 1963 Chruščëv ripeterà che Berija e
Malenkov avevano incitato il partito della Germania orientale a liquidare la RDT come Stato socialista, probabilmente
caldeggiando un’accelerata unificazione (e neutralizzazione) delle due Germanie.
18
Le versioni sull’arresto di Berija sono le più disparate, tutte difficilmente attendibili, anche perché quella
ufficiale, più volte mutata, è ovviamente reticentissima. mentre lo stesso Medvedev propende per un’ipotesi di un
«complotto» di Berija tempestivamente stroncato da Chruščëv; nella realtà l’unico complotto sicuro fu quello di
Chruščëv insieme ad alcuni capi militari (che poi allontanò prudentemente, preferendo evitare il rischio di un eccessivo
peso dell’esercito nelle vicende di partito). Gli atti del processo, svoltosi secondo la prassi staliniana a porte chiuse,
senza difensori, e probabilmente senza l’imputato, già ucciso, non sono mai stati pubblicati. In ogni caso, su Berija, a
parte gli accenni alle responsabilità nella «tentata liquidazione» della RDT, furono messe in circolazione accuse
inverosimili su una organica collaborazione con tutti i servizi segreti stranieri, che sarebbe stata avviata fin
dall’adolescenza.
19
Inutile dire che sarebbe stato più coerente lasciare a Stalin il mausoleo faraonico, indegno di un militante mar-
xista rivoluzionario, togliendone il povero Lenin, che si era tanto esplicitamente opposto a ogni tipo di simbologia e di
culto preso in prestito dalle società del passato. Comunque, a molti la pesante gettata di cemento che copriva la nuova
sepoltura di Stalin piacque. Evtušenko, allora l’idolo della giovane generazione sovietica per i suoi versi anticonformisti
(«Coloro che fanno / tanto sfoggio di zelo / e mentono alle adunanze / quello che amano / non è / il potere dei soviet /
Essi amano / il potere e basta», Evgenij EVTUŠENKO Autobiografia precoce, Feltrinelli, Milano, 1963) aveva descrit-
to la traslazione notturna della salma concludendo con questi versi: « E io rivolgo al governo una preghiera: / Sia rad-
doppiata, triplicata la guardia alla lapide / Affinché Stalin non si levi e con Stalin il passato» (In R. MEDVEDEV, Dal
XX al XXII Congresso ... cit., p. 63). Evtušenko aveva anche descritto vividamente la catastrofe dovuta alla calca,
durante i funerali di Stalin, concludendo: «Stalin l’avevo visto sì: tutto quello che era capitato quel giorno, anche quello
era Stalin» (Autobiografia precoce, cit., pp. 129..134).

20
A. SOLŽENICYN, op. cit., vol. III, pp. 541-556. Una brevissima autobiografia dell’autore è pubblicata come
Introduzione a Aleksander SOLŽENICYN, Tutto il teatro a cura di Chiara Spano, Newton Compton, Roma, 1976, pp.
7-10. Una recente testimonianza sulla pubblicazione della Giornata di Ivan Denisovič è nell’intervista di Sandro Scabel-
lo a Vladimir LAKSCIN, che fu collaboratore del direttore di «Novyj Mir», Aleksandr Tvardovskij, Tvardovskij, il poe-
ta che diresse un giornale, in « Corriere della Sera », 23-9-1985.
di dissidenti provocate dalla fine della «liberalizzazione» relativa, dal rifiuto di pubblicare altri
scritti che affrontano la problematica del periodo staliniano, soprattutto se tentano di delinearne una
spiegazione, verranno in parte stroncate con arresti e processi che trattano le vittime come delin-
quenti comuni, in parte con l’uso più vasto di un rimedio già in uso sotto Stalin — la reclusione in
ospedali psichiatrici — o, più modestamente, con il licenziamento e il divieto di risiedere nelle città
più importanti. La censura viene nuovamente irrigidita ed estesa21. Per arginare (a fermarlo non ci si
arriverà mai) il sistema del Samizdat, la riproduzione di scritti da parte di singoli, viene rigorosa-
mente vietato il possesso di ciclostili o fotocopiatrici da parte di privati e si stabiliscono norme rigo-
rose sul controllo di quelle esistenti in uffici o fabbriche.22
Il controllo dei mass-media continua a essere, anche negli ultimi anni di Chruščëv, quello staliniano
(e i suoi successori, ovviamente, non saranno da meno)23. Non solo la stampa a grande diffusione ha

21
Sull’importanza dei passaporti interni e dei divieti di residenza nel l’Urss attuale, si veda V. ZASLAVSKY,
op. cit.. passim. Sugli ospedali psichiatrici, si veda Vladimir BUKOVSKIJ, Una nuova malattia mentale in URSS,
l’opposizione, Etas Kompass, Milano, 1972. Una rassegna sui processi è in Eric LAURENT, Un bilancio
dell’opposizione, introduzione a Piotr GRIKORENKO, L’opposizione comunista in URSS, GCR, Torino, 1973. Sulla
censura, utilissimo il recente Dusan HAVLICEK, L’information publique dans les systèmes politiques sovietiques, in
Projet de recherche: Les crises des systèmes de tipe sovietique, dirigé par Zdenek MLYNAR, étude n. 9, aprile 1985,
(Index e. V., Postfach 410511, 500 Köln 41).
22
Ibidem. Sui limiti dell’efficacia delle norme restrittive, la cui frequente reiterazione, come per le gride di man-
zoniana memoria, è sempre sintomo di scarsa applicazione, si veda l’articolo di Roy Medvedev comparso sul supple-
mento de «l’Unità» del 18 dicembre 1983, dedicato a una verifica delle previsioni del romanzo di Orwell, 1984. Me-
dvedev è sicuro che Qui la libertà arriverà con l’elettronica, come dice il titolo dell’articolo, forse redazionale, ma cer-
to corrispondente al pensiero dell’autore; egli sostiene che, nonostante i divieti, «nessun controllo neppure sotto minac-
cia di sanzioni penali è in grado ormai di fermare il processo di ciclostilatura di massa — cominciato spontaneamente
alcuni anni fa dai libri in lingua russa usciti in Occidente o, e spiega come abbia facilmente potuto procurarsi appunto
una copia xerox di 1984. Medvedev accenna anche ai «milioni e milioni di cassette per magnetofono» incise e distribui-
te clandestinamente e ritiene che lo sviluppo delle tecniche moderne (microfiches, videocassette, modifiche alle radio e
ai televisori per renderli adatti all’ascolto di stazioni estere, ecc.) stia di fatto incrinando il monopolio dell’informazione
detenuto dalla burocrazia. Forse, ancora una volta, Medvedev è un po’ troppo ottimista: si pensi all’irrigidimento recen-
te dei disturbi prodotti da emittenti radio e televisive sovietiche per impedire l’ascolto e la visione di trasmissioni pro-
venienti da altri paesi Per quanto riguarda i rapporti con l’estero, Siniavskij osserva ironicamente che «si può constatare
il nuovo balzo in avanti della letteratura russa soprattutto alla dogana. Che cosa cercano oggi, soprattutto all’uscita?
Manoscritti. Non oro, non brillanti, e neppure il progetto di una fabbrica sovietica, no, manoscritti! E che cosa cercano
soprattutto all’entrata? Libri. Libri in lingua russa » (Abram TERZ [SINIAVSKIJ], L’evoluzione letteraria in Russia, in
«Kontinent», n. 1, Garzanti, 1975, p.125). E pensare che Lenin, tra i primi decreti, nel 1917, ne preparò uno per supera-
re i danni provocati dallo zarismo alle biblioteche seguendo queste direttive: «E’ indispensabile realizzare subito e sen-
za fallo le seguenti trasformazioni fondamentali, fondate sui principi da tempo attuati nei liberi Stati dell’Occidente, in
particolare in Svizzera e negli Stati Uniti del Nord America: 1) La biblioteca pubblica (ex imperiale) deve procedere
immediatamente allo scambio dei libri sia con tutte le biblioteche pubbliche di Pietrogrado e provincia, sia con le biblio-
teche straniere (Finlandia, Svezia e così via). 2) La spedizione dei libri da una biblioteca all’altra deve essere procla-
mata gratuita per legge. 3) La sala di lettura della biblioteca deve essere aperta tutti i giorni, non escluse le feste e le
domeniche, dalle 8 del mattino alle 11 di sera, come si fa nei paesi civili per i ricchi nelle biblioteche e sale di lettura»
(LENIN, Opere, cit., vol. 26, p. 316. Le sottolineature sono di Lenin). Oggi, chi proponesse scambi indiscriminati con
le biblioteche straniere, e peggio ancora di prendere a modello «i liberi Stati dell’Occidente», finirebbe come minimo in
casa di cura.
23
Havlicek segnala che nel 1982, in seguito alle proteste di vari frequentatori della Biblioteca nazionale ceca, la
direttrice giustificò il rifiuto di prestare varie pubblicazioni, spiegando che i lettori si dividevano in quattro categorie, e
che «in nessun caso è possibile prestare liberamente la letteratura antisocialista, fascista, letteratura che fa propaganda a
ideologie antiumaniste, letteratura nefasta sul piano ideologico, ecc.». Naturalmente tutte le pubblicazioni critiche,
anche da posizioni marxiste, rientrano nella vasta fascia sopra elencata. D. HAVLICEK, op. cit., p. 42 n. 67. I criteri
sono analoghi in Urss e nelle «democrazie popolari», con qualche differenziazione temporanea dovuta a ragioni tattiche
nella Polonia del 1956 e del 1980, nella Cecoslovacchia del 1968, ecc. . Una singolare testimonianza sulla censura in
epoca formalmente post-staliniana la offre Ehrenburg nel sesto e ultimo volume delle sue prudentissime memorie (che
forniscono ugualmente tanti esempi di autocensura: basti pensare che si ricorda il direttore delle «Izvestija» del 1934,
evitando di farne il nome, Bucharin, ancora all’indice nell’Urss di Chruščëv...). Al momento della pubblicazione delle
sue Opere in cinque volumi, Ehrenburg fu convocato da un funzionario che gli chiese alcune modifiche, e in particolare
di ridurre il «numero eccessivo di cognomi di persone appartenenti a nazionalità non autoctone» (dietro l’eufemismo,
codici rigidi che impongono comportamenti stabiliti volta a volta dal le autorità (fino all’ultima
campagna di Gorbacëv, decisa quando gli alcolizzati avevano raggiunto la cifra di 40.000.000 e
comportavano un calo della produttività che sfiorava a volte il 30%, era vietato ammettere
l’esistenza dell’alcoolismo come problema sociale), ma persino sulle riviste scientifiche esistono
limitazioni incredibili, che è difficilissimo aggirare. Lo stato della storiografia, ad esempio, per
quanto riguarda la storia contemporanea, è notoriamente penosissimo, ma anche la sociologia (pur
non essendo più al bando come «disciplina borghese») deve evitare accuratamente indagini su
qualsiasi fenomeno possa portare alla conclusione che non si vive nella migliore delle società
possibili. A volte sono consentite indagini settoriali, prudentemente precedute e seguite da
dichiarazioni di fede e presentate da titoli rigorosamente ottimistici24.
Un caso macroscopico è quello della statistica: al XX Congresso Mikojan ne aveva descritto la
situazione con queste parole:

«Senza un’attenta selezione di tutti i dati statistici, di cui disponiamo oggi in misura più ampia che in
qualsiasi altro tempo o in qualsiasi altro paese, senza una loro sistemazione, senza un’analisi e una
generalizzazione è impossibile qualsiasi altro lavoro scientifico nel campo dell’economia.
Purtroppo i dati statistici restano chiusi con sette sigilli nella Direzione centrale di statistica,
nell’ufficio del compagno Starovski. Gli economisti non hanno la possibilità di elaborarli e debbono
rassegnarsi a ripetere dogmaticamente vecchie formule, vecchi dati. E’ questo uno dei motivi per cui
i nostri economisti non svolgono un lavoro creativo»25.

Anche se era difficile far credere che la responsabilità fosse solo del «compagno Starovski», si
trattava di una denuncia netta, che poteva fare sperare in una svolta. Tanto più che, subito dopo, si
aggiungeva:

«Non si possono trascurare le osservazioni di Lenin sull’importanza della statistica. All’inizio del
1918 egli scriveva: “Nella società capitalistica la statistica è oggetto di esclusiva competenza del le
‘autorità ufficiali’ o di pochi specialisti; noi dobbiamo portare la statistica tra le masse, renderla
popolare [ Purtroppo si ha l’impressione che ancor oggi l’osservazione di Lenin sulle ‘autorità uffi-
ciali’ sia valida nei confronti di alcuni nostri esperti di statistica, nei cui cervelli permane questa
sopravvivenza della vecchia società»26.

Lo stile era ancora staliniano (le «autocritiche» del potere dopo ogni insuccesso erano sempre
centrate sull’incapacità dei subalterni di applicare una linea di per sé giustissima), ma le intenzioni
sembravano comunque buone. Naturalmente non dipendeva dadi addetti alla Direzione centrale di
statistica decidere quali dati (i migliori esistenti nel tempo e nello spazio, assicurava Mikoian)
potessero essere pubblicati e quali dovevano rimanere «segreti di Stato» o arrivare al massimo nei
livelli superiori dei bollettini riservati alla burocrazia.27

c’era evidentemente la parola «ebrei»). Ilja EHRENBURG, Uomini, anni, vita, Editori Riuniti, Roma, 1961-1965, voI.
VI, p.247.
24
Si veda, ad esempio, il saggio di V. G. PIVOVAROV, in La religione in URSS, cit, pp. 131 segg, che in Urss è
apparso sotto il titolo Verso una società libera dalla religione. (Ivi, Introduzione di Ethel DUNN, p. 15).
25
XX Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, Atti e risoluzioni, Editori Riuniti, Roma, 1956, pp.
201-202.
26
Ivi, p. 202.
27
« In Urss esistono i seguenti tipi di bollettino ‘Tass’’ a) viola, che può essere riprodotto in tutto o in carte a
discrezione del responsabile; b) bianco, più particolareggiato del primo e inviato a un numero ristretto di persone, ad es.
redattori dei giornali; c) rosso, con stampigliatura ‘segreto’ e contenente materiale considerato pericoloso; si tratta di
semplici fatti, senza commento, ma che possono essere in contrasto con quanto afferma il notiziario bianco o viola; è
distribuito da una guardia armata, che risponde della sua segretezza e non resta a lungo a disposizione dei destinatari; d)
speciale, inviato ai membri del Poltbjuro, ai segretari del Comitato centrale, ai primi segretari dell’Oblast e ai direttori
dei quotidiani nazionali. Esso contiene probabilmente notizie con alto grado di riservatezza o materiale anti-sovietico»
(cfr. Silvio FAGIOLO. I Gruppi di pressione in URSS, Laterza, Bari. 1977. pp. 49-50. L’ex corrispondente della
«TASS» a Pechino, in un’intervista al «Matin de Paris» del 28 marzo 1983, sosteneva che «l’essenziale del lavoro
I risultati di quell’intervento. tuttavia, non sono stati molto sostanziosi. E’ vero che dal 1956
comincia ad apparire un Annuario della Direzione di statistica, ma i criteri usati per divulgare un
certo numero di dati, formalmente sottratti al segreto, non sono tali da fornire molta luce sui
problemi più importanti dell'Unione sovietica. Ad esempio. vengono fornite percentuali di crescita
di vari prodotti, ma accorpandoli in modo tale da impedire ogni comprensione almeno a chi non si
dedichi a un pazientissimo esame comparativo, magari procurandosi dati locali o vecchi annuari nei
quali il dato non era ancora cancellato.
Il caso più clamoroso è illustrato da uno dei pochi «dissidenti» di orientamento marxista che, alla
ricerca di dati sull’incidenza del monopolio della vodka nell’economia sovietica, ha scoperto che
fino al 1963 essa veniva occultata sotto la voce «bevande alcoliche e non alcoliche», mentre poi
finisce in un singolare calderone indicato come «altri prodotti». Fino al 1963 in questa voce (che
non arrivava al 3% del totale delle spese relative a prodotti alimentari) c’erano generi effettivamente
secondari (caffè, spezie, funghi, vitamine, soja), mentre dopo quella data la voce balza al 32% del
totale delle spese, giacché viene inserita in essa la voce «bevande». Egli osserva in proposito:

« E’ esattamente come se, volendo descrivere la popolazione urbana del paese dopo aver elencato
città come Abakan, Aktjubinsk, Alma-Ata, ecc., fino a Zaporož'e e Zlatoust, si omettessero tutte le
città con una popolazione superiore al milione di abitanti, cioè Mosca, Leningrado. Kiev, Taškent,
Char’kov, Baku, Minsk, Gor’kij, Novosibirsk, Kujbyšev e Sverdlovsk, e, senza citarne i nomi, le si
raggruppasse in una voce ‘altre città’. Eppure la popolazione di queste principali città, riversate dal
nostro immaginario comnilatore nella voce ‘altre’, non rappresenta il 32 per cento, come gli ‘altri
prodotti’, ma solo il 15 per cento di tutta la popolazione urbana del paese»28.

La malafede dei compilatori di questa tabella emerge dal fatto che trovano il modo di segnalare che
il tè rappresenta lo 0,8% e il sale la settecentesima parte delle spese della popolazione sovietica per
alimentari! Così, solo per approssimazioni induttive si può arrivare a comprendere che la vodka
assicura almeno un quarto delle entrate dello Stato sovietico. Cifre assolute sulla produzione, poi,
sono inesistenti.
Un altro caso è emerso recentemente, quando sulla stampa occidentale è stata segnalata la riduzione
della «speranza di vita» dei cittadini sovietici, in base a una contrazione della natalità e a un
innalzamento della mortalità, in entrambi i casi come conseguenza dell’alcolismo diffuso sempre
più, anche tra i giovani. La risposta è stata data con una serie di articoli e di interviste, che spiegano
che la sanità sovietica è la migliore del mondo, tanto è vero che giungono pazienti dall’Occidente
per farsi curare e operare (verissimo, ma che c’entra?) e che la mortalità infantile va calando, tanto è
vero che «nella maggior parte del territorio del paese non supera 20 bambini sui 1.000 neonati» (in
Lettonia è pari a 13,8, in Lituania a 15,0, in Bielorussia a 15,8)29.

dell’agenzia riguarda la pubblicazione dei bollettini interni, mentre solo il 10% delle informazioni sono destinate a
pubblicazione nei giornali». In Urss, ma anche in paesi che ne hanno ricalcato le istituzioni, vengono riprodotti in
edizioni riservate interi libri vietati dalla censura. Ad esempio, a Cuba alla metà degli anni Sessanta. circolava
un’edizione riservata della Rivoluzione tradita di Trotskij! Voslensky descrive invece il sistema di telefoni riservati
all’apparato su una rete parallela e non comunicante con quella ordinaria, sicché ogni dirigente possiede come minimo,
sul suo tavolo, due telefoni, quello normale e il Vertuška. (letteralmente che gira, giacché inizialmente erano gli unici
apparecchi a disco, automatici, a differenza di quelli ordinari che passavano per chiamate al centralino) (cfr. Michael S.
VOSLENSKY, Nomenklatura. La classe dominante in Unione Sovietica, Longanesi, Milano, 1980, pp. 270-276).
28
A.KRASIKOV, La merce numero uno, in AA. VV., Dissenso e socialismo, cit., pp. 191-192.
29
Tali dati sono riportati in uno scritto di Serghei Burenkov, ministro della Sanità pubblica dell’Urss, in L’Unione
sovietica 1984. Fatti, problemi, giudizi, a cura dell’agenzia «Novosti», Mosca 1984 (fasc. 3, p. 69). Lo stesso articolo,
con leggere varianti, era apparso anche nel bollettino italiano della stessa agenzia, «URSS oggi», a. XII, n. 19, seguito
da un articolo di Elena Novikova, viceministro della Sanità, che dava però cifre diverse (Lettonia 15,4‰ Lituania
14,5‰, Bielorussia 16‰) sempre evitando di dare cifre più precise e soprattutto percentuali generali. Va detto che la
Novikova, irritata dalle notizie sul peggioramento della salute in Urss (che anch’essa non smentisce se non con
argomenti non probanti e con cifre assai elastiche), afferma che non bisogna «utilizzare i dati statistici (spesso
estremamente convenzionali, che non rispecchiano la vera situazione delle cose) per organizzare campagne
propagandistiche» (ivi, p. 57). Una prova aggiuntiva di quanto confessato dalla viceministro della Sanità
Benissimo ma, ancora una volta, a che serve fornire dati sulla «maggior parte del territorio del
paese», esemplificati poi con le tre repubbliche più occidentali, nelle quali notoriamente il livello di
vita è molto più alto che nel resto del paese? E nelle repubbliche asiatiche non comprese nella parte
in cui la mortalità infantile «non supera il 20‰», di quanto si supera questa percentuale?
Di un 5‰ o di un 50‰ Quest’uso mistificato delle cifre (o meglio delle percentuali, perché di cifre
non si parla quasi mai) non è limitato a questo argomento «tabu». Krasikov documenta lo stesso
fenomeno per altri settori: ad esempio, quello dei crimini comuni, che sarebbero da anni in
permanente diminuzione, con ritmi tali che non dovrebbero più esistere da lungo tempo. A volte ci
si consola con percentuali così parziali, che si smascherano subito come una specie di gioco delle
tre carte: «Se nel 1967 i furti di beni privati dei cittadini, i peculati e il teppismo costituivano oltre il
62 per cento di tutti i delitti, nel 1972 la loro quota è sensibilmente calata e costituisce il 43,3 per
cento»30.
«Quadro promettente!» osserva Krasikov, aggiungendo ovviamente che questi dati hanno una
piccola contropartita:

«Se nell’anno ics i furti, i peculati e gli atti di teppismo costituivano il 62 per cento di tutti i reati, e
poi sono calati fino al 43,3 per cento, questo significa che tutti gli altri reati, che prima costituivano
100 meno 62, cioè il 38 per cento, sono ora saliti a 100 meno 43,3, cioè al 56,7 per cento. [...] Non è
bello che un autore consideri i propri lettori dei deficienti incapaci di effettuare una sottrazione
elementare. Proprio in questo sta la scomodità di raffigurare la verità con nude percentuali: il
tentativo di ricoprire con quei due cerchiettini una qualche parte vergognosa della verità svela
inevitabilmente qualche altra parte altrettanto vergognosa»31.

Eppure, il regime sovietico continua a considerare i «lettori» dei «deficienti incapaci di effettuare
una sottrazione elementare». La relativamente lunga digressione sulla mistificazione delle statisti-
che può forse esemplificare meglio di quanto accade in altri campi meno «quantificabili» il tipo di
distorsione e selezione delle informazioni accessibili al cittadino sovietico. Anche senza ricordare la
frase di Lenin citata da Mikoian al XX Congresso, tutto quanto abbiamo descritto nella prima parte
del lavoro sullo spirito che animava i bolscevichi nella prima fase della rivoluzione permette di
comprendere quanto sia ipocrita il riferimento rituale al «leninismo» che ricorre ancora oggi in ogni
discorso e articolo e quanto l’attuale società sia ben più vicina a quella staliniana che a quella degli
anni, difficili ma vivacissimi, della costruzione della Russia sovietica.
E’ proprio per questo, per il permanere delle immense disuguaglianze introdotte nel periodo
staliniano, dello svuotamento totale di ogni organo di democrazia diretta, della separazione
tra un piccolo corpo privilegiato economicamente e culturalmente (si pensi al monopolio
dell’informazione), che i tentativi di rinnovamento si sono arenati e la società si è irrigidita in
forme anacronistiche, che entrano sempre più in contraddizione con il grandissimo
innalzamento del livello culturale della popolazione. Ogni spiraglio aperto ai mutamenti ha
visto irrompere nelle brecce forze immense, che minacciavano di non fermarsi nei limiti
prudenti prefissati a tavolino dai dirigenti che volevano eliminare lo «stalinismo» senza
toccare il sistema burocratico su cui si era appoggiato e in nome del quale aveva governato.
Se in Urss i meccanismi di controllo sociale, di «organizzazione del consenso», per usare
un’espressione di Victor Zaslavsky, hanno finora bene o male funzionato, rendendo necessarie

(evidentemente preoccupata dell’utilizzazione da parte del «nemico» di qualche dato sfuggito al suo ministero) viene
dall’insistenza con cui si fornisce il dato sulla mortalità (il cui tasso attuale del 10,4‰ in Unione Sovietica),
comparandolo con paesi europei dove è più alto (ad esempio la Gran Bretagna, col 12,1‰) e non con l’Urss del 1960,
che dichiarava il 7,1‰. La lettura dei bollettini sovietici, pur essendo poco utile ai fini di una documentazione
oggettiva, permette interessanti riflessioni sulle intenzioni del vertice, giacché a seconda delle necessità contingenti ai
afferma che «aumentano i divorzi e diminuisce la natalità» («URSS oggi», a. XI, n. 12, p. 52), o che la «crescita della
natalità» si è avuta non solo nel 1984 (potrebbe essere un’inversione di tendenza), ma in tutti gli anni Ottanta (ivi, a.
XIV, n. 3, p. 47).
30
A. KRASIKOV, op. cit., p. 220.
31
Ivi, pp, 220-221.
solo forme selezionate di repressione, le esplosioni ricorrenti nelle democrazie popolari
(culturalmente e politicamente assimilate all’Urss, al di là delle differenze marginali) rivelano
la dinamica delle contraddizioni di fondo operanti nel sistema32. Nessun «correttivo» parziale,
nessuna «autoriforma» promossa dalla burocrazia, nessun «ringiovanimento» relativo di
quadri può consentire di aggirare la questione di fondo.
Il sistema burocratico nato come (non ineluttabile) «necessità» negli anni dell’isolamento,
della miseria, della guerra civile, è in contraddizione profonda con lo sviluppo di una società
per tanti aspetti moderna e avanzata come l’Urss è diventata, a prezzi altissimi, soprattutto
negli ultimi decenni. Il rallentamento progressivo del tasso di sviluppo economico, le crescenti
inquietudini in settori non trascurabili della popolazione, la difficoltà a cui porta una politica
estera modellata più sui comportamenti classici di grande potenza che sui principi
internazionalisti dei suoi primi dirigenti, su molti scacchieri mondiali e soprattutto sul terreno
della competizione con gli Stati Uniti nella corsa agli armamenti, non permettono più di
nascondere le crepe del sistema.
Non è compito dello storico fare previsioni e tantomeno additare rimedi. Ma, più che mai nel
caso dell’Urss (la società più dominata dall’ideologia e dai «miti delle origini» di quante ne
siano mai apparse nella storia dell’umanità), la comprensione del reale processo di
formazione delle sue strutture e del suo gruppo dirigente, a cui abbiamo cercato di dare un
modestissimo contributo, è indispensabile per capire il suo presente e orientarsi di fronte al
suo inquieto futuro.

P.S. Le frasi precedenti sono state evidenziate in grassetto al termine della rilettura, perché mi è
parso che indichino bene il senso generale del libro, scritto, si noti, nel 1986, quando specialmente
in Italia la sinistra e gran parte dell'opinione pubblica erano in piena infatuazione per Gorbaciov, e
scommettevano sulla sua capacità di portare a termine un'autoriforma del sistema.

Si ricorda ancora a chi legge che a ogni nuova rilettura emerge che ce ne vorrebbero altre, dato
che nella scannerizzazione non solo si sono persi alcuni segni diacritici, ma è stata stravolta parte
della punteggiatura (in particolare ci sono molte virgole al posto di punti, e viceversa; a volte si
scoprono anche scherzi più fastidiosi. Sarà necessaria un'altra più attenta revisione, in cui gli errori
saranno corretti. Mentre mi scuso, chiedendo indulgenza (la qualità della stampa non era
eccellente...), mi auguro che qualche paziente lettore voglia segnalarmi qualche passaggio rimasto
ancora poco comprensibile. Grazie (a.m.)

32
Oltre alle opere generali già ricordate nella nota 12, sulla Polonia rinviamo, per la vastissima pubblicistica di questi
ultimi anni, alla Bibliografia sulla Polonia e i sedici mesi di Solidarnosc, curata da Francesca Gori per i « Quaderni »
della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, n. 22. 1982. Altre indicazioni, soprattutto sul periodo precedente, sono in
Antonio MOSCATO, Considerazioni sul comunismo polacco, in « Critica comunista », a. III, n. 10 e, più in generale,
nel numero speciale della stessa rivista integralmente dedicato alla Polonia (a. IV. nn. 15/16, marzo-giugno 1982) ora
disponibile anche in reprint con il titolo: Polonia: primo bilancio. Il dibattito e la riflessione autocritica in Solidarnosc.
Celuc, Milano, s.d. (ma 1983). Sulla Cecoslovacchia, si veda Jiri PELIKAN, Il fuoco di Praga, Feltrinelli, Milano.
1978; Jiri HAJEK, Praga 1968, Editori Riuniti, Roma, 1982. Sull’Ungheria esiste in italiano abbastanza poco: una
rassegna di quanto è disponibile è in Adriano GUERRA, Qualche riflessione sul ‘56 ungherese, in «Studi storici», a.
20, n.1 gennaio-marzo 1979. Si veda, inoltre, l’articolo di Bill Lomax, citato. Esistono comunque due ricostruzioni
d’insieme, quella di Tibor MERAY, La rivolta di Budapest, Mursia, Milano, 1969 e la più recente, di taglio
giornalistico e non sempre rigorosa, di David IRVING, Ungheria 1956. La rivolta di Budapest. Mondadori, Milano,
1982. Un libro di grande interesse è quello di Sandor KOPACSI. In nome della classe operaia, Ed. e/o, Roma, 1979; si
tratta delle memorie del questore di Budapest al momento della rivoluzione, con la quale si schierò. Il libro è preceduto
da una prefazione di Aldo Natoli e seguito da un breve saggio di Agnes Helier e Ferenc Feher. Dagli stessi autori si
veda anche Ferenc FEHER, Agnes HELLER, Ungheria 1956, prefazione di Paolo Fiores d’Arcais, Sugarco, Milano,
1983. Sull’insurrezione di Berlino e più in generale sulla Germania orientale, si vedano Benno SAREL, La classe
operaia nella Germania Est, Einaudi, Torino, 1959 ed Enzo COLLOTTI, Storia delle due Germanie (1945-1968),
Einaudi, Torino, 1968.