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Le peculiarità del principe nella realizzazione del bene comune

.1 La <<realtà effettuale>>
Intrighi, alleanze, complotti, tregue, leghe, guerre e paci instabili, instabilità delle istituzioni,
fragilità degli Stati e corrispondente precarietà del potere: questo è il clima storico dell'Italia del
periodo machiavelliano. Di fronte a tale situazione, il Machiavelli vede nella figura del
“Principe” la virtù e l’eroismo dell’“uomo di Stato”, custode del suo popolo. Ma qualsiasi
discussione si voglia intraprendere sul Principe di Machiavelli, bisogna precisare prima un
concetto di vitale importanza nella sua opera, fondamentale per capire l’essenza di questo scritto
che, come sostiene lo stesso autore, è <<utile a chi la intende>>1, ha cioè l’obiettivo di fornire al
politico uno strumento concettuale realmente applicabile nell’immediato e di sicura efficacia.
Come vedremo, ogni sua affermazione, seppur teorica, parte sempre dall’indagine concreta della
realtà empiricamente verificabile, mai da assiomi universali e astratti, proprio perché suo intento
è agire sempre sulla realtà, di cui deve tenere conto.
Nel capitolo centrale del Principe, Machiavelli sostiene che sia <<più conveniente andare dietro
alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa>>2. La sua analisi si sviluppa,
dunque, dalla <<realtà effettuale>>, non da una pedissequa creazione irrazionale: egli descrive
nella forma più rapida ed efficace possibile le leggi più riposte dell'umano operare. Analizzando
quelle che sono modalità d’azione dei governanti suoi contemporanei, tratta gli argomenti con
risoluta fermezza, affronta la realtà in maniera oggettiva, guarda le cose in faccia, per quelle che
sono, e respingere ogni tentazione a nascondere o falsificare il vero. E’ questo il primo
fondamento della politica machiavelliana: per raggiungere i propri fini, il politico non deve mai
travisare la realtà, deve conoscere la realtà stessa delle cose.
Il concetto di <<realtà effettuale>> si estrinseca proprio nel contrasto tra apparenza e verità, e
nel verificare che l’essere umano non vive in un mondo costruito o ispirato da nobili ideali, ma
che la sua più vera dimensione operativa è rappresentata dall’orizzonte dei fatti, delle situazioni
contingenti. Sostiene Chabod, a questo proposito, che per Machiavelli il sovrano deve essere
<<realista>>3. La politica deve di necessità adeguarsi alla contingenza degli eventi realmente
accaduti, e non inseguire chimere che finiscono necessariamente per allontanarsi dai fatti,
“cadendo” in un eccesso di astrazione idealistica. Uno dei grandi meriti di Machiavelli sta quindi

1
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, Garzanti, Milano 2002, cap. XV, p. 60-
2
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XV, p. 60.
3
Cfr. F. Chabod, Scritti su Machiavelli, Einaudi, Milano 1985.

1 1
nell’aver subordinato il mondo della immaginazione a quello della realtà. Ciò che a lui importa,
sostiene De Sanctis, <<non è che la cosa sia ragionevole, o morale, o bella, ma che sia funzionale
ad un preciso disegno politico. Il mondo è così e così; e si vuol pigliarlo com’è, ed è inutile
cercare se possa o debba essere altrimenti. La base della vita e perciò del sapere, è il “Nosce te
ipsum”, la conoscenza del mondo nella sua realtà. Il fantasticare, il dimostrare, il descrivere, il
moralizzare sono frutto d’intelletti collocati fuori della vita e abbandonati all’immaginazione>>4.
Questo concreto realismo deriva a Machiavelli dalla esperienza dei fatti avvenuti, e da lui vissuti
in prima persona attraverso le missioni diplomatiche quale uomo di Stato al servizio della
Repubblica fiorentina. Egli così diviene cosciente della profonda crisi e della rovina in cui versa
l’Italia. Per rifiutare qualsiasi evasione dal reale, per descrivere il mondo com’è e non come
dovrebbe essere, giunge a scagliarsi contro quei filosofi e storici che in passato hanno teorizzato
e immaginato <<repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in
vero>>5. Come sostiene Duprè, egli vuole opporsi all’utopismo politico, dell’Umanesimo e del
Rinascimento, che rifacendosi ai testi classici, greci e latini, delinea un principe virtuoso, capace
di muovere la storia, di cogliere le occasioni e di volgerle a proprio vantaggio 6. Il principe di
Machiavelli, come abbiamo visto, tiene in considerazione soltanto la realtà, e in funzione di essa
si muove e agisce. Assume il compito di supremo organo politico, e ogni considerazione etica o
morale viene subordinata all’interesse dello Stato, che è poi identificabile nella stessa figura del
principe. Per dirla con Chabod, <<con il Principe Machiavelli realizza che cosa sia l’agire
politico, a costo di lasciare i precetti morali alle spalle>> 7. E se, infine, il “dover essere” è il
principio che conduce alla morale, Machiavelli sembra sottrarsi a tale principio e prendere in
considerazione l’“essere”. D’altro canto, egli non intende certo mantenere la situazione vigente
nell’Italia del tempo, solo perché essa è. Come vedremo, il suo forte richiamo alla situazione
attuale riflette la consapevolezza della necessità che il politico adegui i propri comportamenti
alle esigenze del “momento”, al di là di ogni immaginazione o utopismo qual si voglia.

.2 La <<crudeltà>> come <<necessità>>

4
Cfr. F. De Sanctis, Storia della letteratura Italiana, Sansoni, Firenze 1960, p. 85.
5
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, Garzanti, Milano 2002, cap. XV, p. 60 .
6
Cfr. E. Duprè, N. Machiavelli Diplomatico. L’arte della diplomazia nel quattrocento, Marzorati, Como
1945.
7
Cfr. F. Chabod, Scritti su Machiavelli, Einaudi, Torino 1964, p. 73.
2 2
Da una lettura completa del testo, si evince che Machiavelli modula i <<comportamenti>>, o se
preferiamo l’agire umano, in funzione della <<necessità>>. Ogni azione del principe deve
essere, cioè, necessitata dalle circostanze e proporzionata al fine che vuole raggiungere. In tale
contesto, l’uso stesso della forza e della violenza, ovvero la <<crudeltà>>, viene accettata da
Machiavelli non solo come possibile ma anche, a volte, come inevitabile. Di conseguenza, in tale
situazione la stessa sfera morale sembra “abbandonata” a favore della politica, che però, se è
davvero tale, finalizzata al bene comune, resta legata alla prima, benché possa contraddirla
seppur solo con riguardo agli “strumenti”.
I capitoli XV-XXIII sono dedicati proprio a descrivere la figura, le virtù e i comportamenti che il
principe deve possedere, cioè a descrivere <<quali debbano essere e' modi e governi di uno
principe con sudditi o con li amici>>8. Sono questi i capitoli più discussi, ove Machiavelli si
allontana dalla tradizione, capovolgendone i criteri etici, e individua come comportamenti
virtuosi quelli utili al mantenimento dello Stato. Chi governa ha lo scopo di <<mantenere>> il
potere più saldamente possibile, e per tale scopo viene “giustificato” anche l’uso della violenza ,
il <<poter essere non buono>>, infatti <<Onde è necessario a uno principe, volendosi
mantenere, imparare a potere essere non buono, et usarlo e non usare secondo la necessità>>9.
La <<necessità>> di mantenere il potere il più saldamente possibile, non sempre si potrà
accordare con l’azione ideale, perché la <<realtà effettuale>>, come abbiamo visto, sovente
impone scelte anche crudeli, ma necessarie. La <<necessità>> esprime, allora, una esigenza di
comportamento fondamentale: la facoltà di <<poter essere non buono>> evita che eccessive
considerazioni di ordine morale condizionino la scelta dei mezzi. L’abilità del politico è di saper
scegliere il comportamento corretto, per il raggiungimento del suo fine ultimo. Il mantenimento
del potere e dello Stato, in ultima analisi, giustificherebbe pure l’uso della violenza, benché tale
giustificazione non assuma il valore di una teoria compiuta, immutabile, ma resti appunto una
<<necessità>>. Come è stato giustamente osservato, <<non i dettami della morale, ma quelli
della “necessità” guideranno un governante savio>>10.
Tuttavia, subito dopo aver lodato le gesta di coloro che sono così giunti al principato,
Machiavelli opera pure l’importante distinzione tra <<crudeltà male usate o bene usate>>11. Le
prime sono quelle che nel tempo si accrescono, anziché cessare, portando vantaggio
esclusivamente al tiranno, mentre le seconde sono invece quelle che vengono impiegate
esclusivamente per casi di assoluta <<necessità>>, e si convertono nella maggiore utilità

8
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, Garzanti, Milano 2002, cap. XV, p. 60.
9
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, Garzanti, Milano 2002, cap. XV, p. 61.
10
Cfr. Q. Skinner, Machiavelli, traduzione dall'inglese di Anna Colombo, Dall’Oglio Editore, Milano
1981, p. 127.
11
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. VIII, pp. 38-41. Vedi anche il paragrafo di questa tesi
dedicato al concetto di <<scelleratezza>>.
3 3
possibile per i sudditi: <<Bene usate si possono chiamare quelle (se del male è licito dire bene)
che si fanno ad uno tratto, per necessità dello assicurarsi, e di poi non vi si insiste drento ma si
convertiscono in più utilità de' sudditi che si può. Male usate sono quelle le quali, ancora che
nel principio sieno poche, più tosto col tempo crescono che le si spenghino>>12.
A proposito dell’“uso” della crudeltà, dopo averla distinta in “necessaria” e non, Machiavelli
sostiene che <<ciascun principe debbe desiderare di essere tenuto pietoso e non crudele: non di
manco debbe avvertire di non usare male questa pietà>>13. Egli ci fornisce un valido esempio
della crudeltà <<bene usata>>: quello di Cesare Borgia, il Valentino, il quale era certo <<tenuto
crudele>>, eppure seppe usare la sua crudeltà cosi bene che <<aveva racconcia la Romagna,
unitola, ridottola in pace et in fede>>14. Quindi, la “crudeltà”, intesa come “mezzo” (o
“strumento”), gli permise di fatto di unire e ridurre <<in pace et in fede>> la Romagna . In
ultima analisi, ciò sta a dimostrare che la <<crudeltà>> potrebbe anche essere un “bene”, se
opportunamente usata e rivolta a un certo fine, alla pace e alla concordia politiche. Al contrario,
la virtù della clemenza risulta in un eccessiva pietà, e può avere l’effetto di lasciar <<seguire e’
disordini, di che ne nasca occisioni o rapine>>15: in tal caso, si rivelerà ancor più esiziale di una
crudeltà magari aspra, ma limitata nella sua applicazione a pochissimi esempi. Ancora una volta,
allora, è l’esperienza ad animare la precettistica machiavelliana: <<il popolo fiorentino (…) per
fuggire el nome di crudele, lasciò distruggere Pistoia. Debbe per tanto uno principe non si
curare della infamia di crudele>>16.
A tal proposito, si è sostenuto che la crudeltà è spesso migliore della mitezza, o clemenza 17.
Infatti, la crudeltà esercitata contro pochi può essere mitezza verso molti. Un’azione può
sembrare violenta, mentre è in realtà un atto di clemenza. L’analisi classica di questo male, vale a
dire il “De Clementia” di Seneca, condanna la “crudeltà” come il vizio più caratteristico dei
tiranni, e quindi come il male che un vero principe deve cercare di evitare quanto più possibile 18.
Machiavelli sembra accogliere, seppur in parte, queste considerazione. Abbiamo visto, infatti,
che il principe deve essere crudele solo in caso di necessità, che deve astenersi da ogni violenza
inutile e dannosa. Soprattutto, abbiamo visto che qualche volta si sono mantenuti al potere coloro

12
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. VIII, p. 41.
13
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVII, p. 64.
14
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVII, p. 64.
15
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVII, p. 64.
16
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVII, p. 64. Machiavelli si riferisce al comportamento dei
suoi concittadini, che per non essere accusati di crudeltà si erano rifiutati di punire i capi delle fazioni
coinvolte in una insurrezione, con il risultato che da una piccola agitazione era scaturito un massacro
generale. Sarebbero stati molto più clementi, sostiene Machiavelli, se avessero inflitto sin dall'inizio una
punizione esemplare ai capibanda. Ciò avrebbe forse portato a un'accusa di crudeltà, ma avrebbe certo
salvato molte vite umane.
17
Cfr. F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Laterza, Bari 1958.
18
Cfr. P. Mesnard, Il Pensiero Politico Rinascimentale, a cura di Luigi Firpo, Laterza, Bari 1963.
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i quali, dopo esservi pervenuti per mezzo di crudeltà e scelleratezze, anziché perseverare in esse
le hanno poi convertite nella maggiore utilità possibile per i loro sudditi: costoro <<possono con
Dio o con gli uomini avere allo stato loro qualche rimedio…quelli altri è impossibile si
mantenghino>>19.
Quindi, i prìncipi dovranno riconoscere che la crudeltà è spesso necessaria. Essa anzi diviene
requisito funzionale e fondamentale per coloro che, posti a capo di un numeroso esercito, devono
conservare i loro sudditi uniti e leali: come afferma Machiavelli, <<quando el principe è con li
eserciti et ha in governo multitudine di soldati, allora al tutto è necessario non si curare del
nome di crudele; perché sanza questo nome non si tenne mai esercito unito né disposto ad
alcuna fazione>>20. L’esempio riportato è quello di Annibale, il quale guidava un esercito
immenso, composto da popoli e generazioni diversissime tra loro, ove tuttavia non mancava la
disciplina. Egli, infatti, non temeva di usare la crudeltà, anche come mezzo per far risaltare, per
contrasto, gli atti di pietà 21: in guerra la crudeltà è necessaria, ovviamente, ma non tanto nei
confronti del nemico, che nella logica della guerra rappresenta una ovvietà, bensì piuttosto per
rinsaldare il legame tra l’esercito e il suo condottiero.

. 3 Le caratteristiche del principe


a) Amato o temuto
Nel corso dello stesso capitolo, si sviluppa una “disputa” riguardante l’atteggiamento che il
principe deve suscitare nei sudditi, e in particolare <<s’elli è meglio essere amato che temuto, o
e converso>>22.
Dalle considerazioni fatte sino a ora sulla “crudeltà” e il suo “uso”, sembrerebbe categorico
pensare che Machiavelli consigli al principe di essere “temuto”, e senza esitazioni. In realtà,
Machiavelli giunge, si, a tale conclusione, ma non senza una considerazione di fatto. Infatti, una
sua prima risposta è che <<si vorrebbe essere l’uno e l’altro>>23. Poiché tuttavia, come sosterrà
poco dopo, è difficile conciliarli entrambi, resta sempre vero che <<è molto più sicuro essere
temuto che amato>>24. La motivazione di tale affermazione è data dal fatto che gli uomini, spinti
dai propri interessi25, romperebbero i legami di gratitudine, non appena vedessero la possibilità di
acquisirne vantaggi, se il timore di una punizione non li tenesse saldamente vincolati al sovrano.
Proprio per questo motivo <<tante delle qualità per cui un principe è amato tendono anche a
19
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. VIII, p. 41.
20
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVII, pp. 65-66.
21
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVII, pp. 65-66.
22
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVII, p. 65.
23
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVII, p. 65.
24
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVII, p. 65.
25
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVII, p. 65. Machiavelli sostiene che gli uomini siano:
<<ingrati, volubili, simulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi di guadagno>>.
5 5
farlo disprezzare. Se i tuoi sudditi non hanno alcuna “paura di pena”, coglieranno ogni occasione
d’ingannarti per la “loro utilità”; ma se ti fai temere, esiteranno a offenderti o a nuocerti, e
troverai quindi assai più facile mantenerti al potere>>26.
A questo punto, sembra assai rilevante notare che il principe deve “farsi temere” <<in modo che,
se non acquista lo amore, che fugga l’odio>> 27. Ossia, si badi bene, deve farsi “temere” ma non
odiare. Anzi, l’odio egli dovrà evitare quanto il disprezzo, il che gli riuscirà sempre astenendosi
<<dalla roba de' sua cittadini e de' sua sudditi, e dalle donne loro>>28. Tutto ciò perché <<li
uomini sdimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio>>29. Il rispetto
di queste generiche prescrizioni etiche (non desiderare i beni e le donne d’altri) hanno
motivazioni rigorosamente pragmatiche, interessate: il capo si deve astenere dal privare i suoi
sudditi e cittadini dei beni e dell’onore, per non incorrere nel loro odio. Questo comportamento,
apparentemente morale, serve al principe per ottenere “consenso” e, come vedremo più avanti,
per evitare congiure, sommosse, etc. Quindi, nel cap. XIX Machiavelli torna sul concetto già
accennato nel cap. XVII, e sostiene che un principe deve <<fuggire quelle cose che lo faccino
odioso e contennendo>>30, ossia “accattivarsi” l’amicizia del popolo, perché ciò gli consentirà di
trovare <<rimedii (…) contro alle congiure>>31. Se invece il popolo gli è <<inimico>>,
giungendo magari a odiarlo, allora egli <<debbe tenere d’ogni cosa e d’ognuno>>32. Per evitare
tale inimicizia, il principe deve anche avere cura, fin che possibile, di far ricadere su altri le
misure impopolari o crudeli che si rendono necessarie, e questo <<notabile>> di Machiavelli,
secondo cui <<li principi debbono le cose di carico fare sumministrare ad altri, quelle di grazia
a loro medesimi.>>33, può considerarsi un precetto costante dell’agire politico34.
Alla luce di tali riflessioni, è facile capire perché il Segretario fiorentino abbia provato una così
grande ammirazione verso Cesare Borgia, tanto da presentarlo come <<modello di virtù>> 35 per
altri prìncipi nuovi, e arrivando addirittura a proporlo come <<imitabile a tutti coloro che per

26
Cfr. Q. Skinner, Machiavelli, ed. cit., p. 47.
27
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVII, p. 65.
28
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVII, p. 65.
29
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVII, p. 65.
30
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XIX, p. 70.
31
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XIX, p. 70.
32
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XIX, p. 72.
33
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XIX, p. 72.
34
Cfr. P. Mesnard, Il pensiero politico rinascimentale, a cura di Luigi Firpo Editori Laterza, Bari 1963.
35
<<Chi, adunque, iudica necessario nel suo principato nuovo assicurarsi de' nimici, guadagnarsi delli
amici, vincere o per forza o per fraude, farsi amare e temere da' populi, seguire e reverire da' soldati,
spegnere quelli che ti possono o debbono offendere, innovare con nuovi modi li ordini antichi, essere
severo e grato, magnanimo e liberale, spegnere la milizia infidele, creare della nuova, mantenere
l’amicizie de' re e de' principi in modo che ti abbino o a beneficare con grazia o offendere con respetto,
non può trovare e' più freschi esempli che le azioni di costui>>. Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit.,
cap. VII, p. 37.
6 6
fortuna e con l’arme d’altri sono ascesi allo imperio>>36. Il “Valentino” aveva egregiamente
dimostrato di saper fuggire l’odio della gente, pur tenendola in sgomento 37. Inoltre, sapeva fare
un uso appropriato della <<crudeltà>>, finalizzandola al mantenimento della stabilità di
governo38. Egli pertanto mostra quali sono, e quali devono essere, i requisiti fondamentali
richiesti al principe dall’esercizio stesso delle sue funzioni.
b) Leone e volpe
Nei “Doveri morali”, Cicerone afferma che ci sono due modalità per fare del male agli altri,
ossia <<o con la violenza o con la frode>>, e che ambedue sono <<sono bestiali>> e <<del tutto
estranee all' uomo>>: la violenza perchè caratterizza il leone, e la frode <<perchè pare propria
della volpe>>39. All’inizio del cap. XVIII, Machiavelli sostiene che ci sono due modi di agire,
dei quali il primo è proprio dell'uomo, il secondo delle bestie, ma poiché il primo molte volte non
basta egli con una metafora consiglia al principe di ricorrere al secondo: <<sendo adunque, uno
principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione (…)
[perché] il lione non si defende da' lacci, la golpe non si difende da lupi>>40. Sembra qui
delinearsi un forte contrasto con i moralisti romani, che tuttavia non va esagerato, ma piuttosto
ricollegato alla complessiva concezione della <<realtà effettuale>> delineata dal Segretario
fiorentino41.

36
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. VII, p. 37.
37
Cesare Borgia s’accorse che il suo governo in Romagna, nelle mani dell’abile ma tiranno Remirro de
Orco, stava correndo il pericolo più grave di tutti, quello di suscitare l’odio dei sudditi (perché utilizzava
metodi troppo violenti, spesso ordinati proprio dal Valentino). Il Machiavelli fu testimone oculare della
soluzione “a sangue freddo” che il Borgia diede al problema: vide la sbrigativa uccisione di Remirro e
l’esibizione del suo cadavere nella pubblica piazza, come quello d’una vittima sacrificata al furore del
popolo (<<lo fece mettere una mattina, a Cesena, in due pezzi in sulla piazza, con un pezzo di legno et
uno coltello sanguinoso a canto>>). La convinzione di Machiavelli, che ad ogni costo occorre guardarsi
dal disprezzo e dall’odio dei sudditi, potrebbe forse farsi risalire a quel momento. L’azione venne definita
dall’autore straordinariamente saggia, e causò esattamente l’effetto desiderato poiché <<fece quelli populi
in uno tempo rimanere satisfatti e stupiti>> Cfr. F. Chabod, Scritti su Machiavelli, Einaudi, Torino 1964,
cap. IV, p. 70 e sgg.
38
Il Borgia fornì un altro valido esempio di crudeltà “ben usata”, quando con l’inganno convocò <<li
Orsini>>, che tramavano contro di lui, e “li condusse a Sinigalia nelle sua mani”, facendoli uccidere. Cfr.
F. Chabod, Scritti su Machiavelli, Einaudi, Torino 1964, cap. IV, p. 70 e sgg.
39
Cfr. Q. Skinner, Machiavelli, ed. cit., p. 137 e sgg.
40
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit, cap. XVIII, p. 67.
41
Come è stato giustamente osservato, <<tra i vari precetti che il Machiavelli viene sciorinando al suo
principe vi è, ad esempio, di non curarsi "del nome di crudele" e di mantenere la parola data solo "quando
tale osservanza li torni conto". Cade qui inoltre il celebre luogo della "golpe" e del "lione", le due belve le
cui qualità il Principe deve associare nella sua persona. Si avrebbe però torto, come erano però inclini a
fare certi studiosi (Meinecke), a considerare questi capitoli e questi passi isolandoli dal resto dell'opera,
che anzi senza tener presente il ragionamento svolto nei capitoli precedenti, essi diventano difficilmente
comprensibili. Tutti i precetti che il Machiavelli dispensa sono infatti rivolti al principe nuovo, e intesi ad
assisterlo nella difficile impresa in cui egli è impegnato (…) le cose sopra scritte (i comportamenti che
abbiamo finora descritto), osservate prudentemente, rendono subito più sicuro e più fermo il principe
nello Stato>>. Cfr. G. Procacci, Storia delle idee politiche economiche e sociali, a cura di L. Firpo, vol.
III, “Umanesimo e Rinascimento”, UTET 1987, cap. III, p. 93.
7 7
L'autore descrive le qualità che deve avere colui che tiene nelle mani il destino di uno Stato, e
afferma che costui deve combinare insieme le qualità del leone e della volpe, cioè la forza e
l'astuzia. La volpe simboleggia l'astuzia, la capacità di “sciogliere” gli intricati imbrogli. Il leone
è il simbolo dell' irruenza e della forza fisica. Come è stato giustamente osservato, forza e astuzia
<<pur non essendo doti necessarie per il bene comune, hanno lo scopo immediato di permettere
la conservazione del potere, indipendentemente dall'uso pubblico o privato che di questo potere
il governante mostri di voler fare>> 42. E' fondamentale comunque possederle entrambe, dirà
Machiavelli, benché <<coloro che stanno semplicemente in sul lione>>, cioè che si affidano solo
a comportamenti violenti, <<non se ne intendano>>43, proprio perché non si intendono di
politica. Bisogna dunque essere <<golpe e lione>>. In caso di necessità, il governante deve saper
usare tanto la “bestia”, il leone, che rappresenta la forza militare, l’impiego delle armi,
fondamentale per ottenere il rispetto degli avversari e non venir sottomessi da altri, quanto la
volpe, ovvero l’astuzia, la capacità di comprendere gli inganni e saper a propria volta raggirare il
prossimo. Tali consigli possono apparire spregiudicati, ma in realtà mostrano l’intento dell’opera
machiavelliana: abbandonare l’utopistica idea, tanto in voga dal medioevo in poi, di poter
modellare il mondo a seconda di concetti morali e religiosi, di piegare la realtà a regole
intellettuali e ideali. Basandosi sulla conoscenza della natura umana, Machiavelli arriva a
indicare un approccio più concreto e disincantato agli eventi, che consenta ai governanti di
gestire il potere in maniera efficace ed energica44.
c) Liberale o parsimonioso
Come è ampiamente noto, il consiglio che Machiavelli rivolge al principe è quello <<di non
ambire ad essere ritenuto liberale>>45. Ma nondimeno, si valuti bene, all'inizio del medesimo
capitolo l’autore sostiene che <<sarebbe bene essere ritenuto liberale>>46. Tuttavia, l’uso di tale
<<virtù>> spingerebbe poi il principe, che volesse mantenere questa “nomea”, a <<gravare e'
popoli estraordinariamente, et essere fiscale, e fare tutte quelle cose che si possono fare per
avere danari>>47. Il tradizionale precetto della liberalità sembra adattarsi meglio a singoli e
privati cittadini, nei loro rapporti interpersonali, che a individui gravati dalle responsabilità di
governo, chiamati a custodire e incrementare le sostanze pubbliche. Del resto, il governante sarà
ricordato dai sudditi non tanto per la maggiore o minore moralità delle sue azioni, quanto per le
loro conseguenze e ricadute sul benessere generale.
42
Cfr. N. Bobbio, Niccolò Machiavelli Il Principe, versione in italiano moderno, introduzione e note di
Piero Melograni, Fabbri Editore, BUR, 1982 cap. III, p. 86.
43
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVIII, p. 68.
44
Cfr. P. Mesnard, Il pensiero politico rinascimentale, a cura di L. Firpo, editori Laterza, Bari 1963.
45
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVI, p. 62. Come per il concetto di “crudeltà”, anche per
quello di “liberalità” rimando alla sezione di questa tesi dedicata alla “virtù”.
46
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVI, p. 60.
47
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVI, p. 62.
8 8
Già nel “Discorso sopra le cose della Magna e sopra l’imperatore” (1508), Machiavelli sostiene
di aver riscontrato nella personalità dell’imeratore Massimiliano I d’Asburgo un grave difetto,
ossia <<che butta via il denaro>>, sicché di conseguenza <<non ha mai un soldo>>. Presenta al
contrario Luigi XII di Francia e Ferdinando il Cattolico di Aragona, quest’ultimo esplicitamente
evocato a contrasto con Massimiliano, come esempi di parsimonia, di oculatezza 48. Nel capitolo.
XVI del Principe emerge allora la concretizzazione di queste affermazioni, poiché vi si elogiano
Giulio II, Luigi XII e Ferdinando il Cattolico quali prìncipi che hanno fatto <<gran cose>>.
Di conseguenza, la “parsimonia” è riconosciuta come una dote, una specifica “virtù” del politico:
per il principe sarà meglio essere parsimonioso che liberale, per non dissipare così le ricchezze
dello Stato e gravare di forti tasse i suoi sudditi. Il principe deve quindi <<non si curare del
nome del misero>>49. I sovrani prudenti non debbono preoccuparsi di essere definiti avari. L'
abitudine alla generosità finirà per alimentare l’astio dei sudditi, mentre l'avarizia, sebbene sia un
vizio, è uno dei vizi senza i quali non si può sperare di governare. Inoltre, Machiavelli aggiunge
che <<ne' nostri tempi noi non abbiamo veduto fare gran cose se non ha quelli che sono stati
tenuti miseri; li altri essere spenti>> 50. Per esempio, egli riconosce nell'operato dell’Imperatore
Massimiliano il grave difetto di aver dissipato le ricchezze dello Stato, finché gli sono poi venuti
a mancare i mezzi per realizzare grandi imprese.
d) Il rispetto dei patti
Il più discusso e criticato capitolo dell’opera machiavelliana, è il diciottesimo. Qui vengono
sconvolti in tutto e per tutto i precetti morali di una pur labile <<fede>>, accennata nel capitolo
precedente. A partire dal De Officiis di Cicerone, i moralisti classici avevano insistito che
<<fondamento della giustizia è la lealtà, cioè la scrupolosa e sincera osservanza delle promesse e
dei patti>> (I, 7,2 3), e avevano affermato che i sovrani devono sempre mantenere la parola data,
persino con i nemici51. Machiavelli sembra pensarla diversamente. Il rispetto dei patti non è un
principio morale universale (pacta sunt servanda), a prescindere che abbia poi fondamento
religioso, razionale, utilitaristico: egli infatti lo condanna a favore di chi, principe astuto, ne ha
tenuto poco conto. Sembra eliminato il concetto di <<fede>>, quale garanzia del mantenimento
dei patti, a favore dell’<<astuzia>>, quale strumento in grado di raggirare quanti si comportino
con <<lealtà>>. Del resto, sin dalle prime righe si sostiene che hanno <<fatto gran cose>> quei
prìncipi <<che della fede hanno tenuto poco conto>>, avvalendosi dell’<<astuzia>> al fine di

48
Da notare che nel 1508, quando ebbe modo di conoscere personalmente l’imperatore nel corso di un
incontro diplomatico a Innsbruck, Machiavelli ne riportò un’impressione poco confortante, di sostanziale
inettitudine, e non solo perché il sovrano non riesce a realizzare il progetto di conquistare i porti di Trieste
e Fiume, che sono sotto la protezione di Venezia.
49
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVI, p. 62.
50
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVI, p. 62.
51
Cfr. Q. Skinner, Machiavelli, ed. cit., p. 137 e sgg.
9 9
<<aggirare e' cervelli delli uomini>> e così avvantaggiarsi a scapito di <<quelli che si sono
fondati in sulla lealtà>>52.
A un principe, a un capo di governo, non serve e non è utile praticare “spesso” le virtù cristiane,
ma anzi egli deve piuttosto <<sapere intrare nel male>>53, ogni qualvolta se ne profila la
necessità politica. Per mantenere lo Stato è spesso necessario <<operare contro alla fede, contro
alla carità, contro alla umanità, contro alla religione>>54. Del resto, come sappiamo, secondo
l’autore l’uomo è di per sé più attento all’apparenza che alla sostanza, alla vera realtà delle cose:
il principe non è sempre tenuto a rispettare i patti perché il suo compito è quello di volgere, a
favore del pubblico interesse, una condizione di fatto in cui <<li uomini in universali iudicano
più alli occhi che alle mani (…) Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu
se'>>55.

.4 Il principe e la “ragion di Stato”


Potremmo riassumere quanto detto in questo capitolo sul pensiero machiavelliano, affermando
che in esso, per giudicare la bontà o cattiveria di un’azione politica, occorre guardarne il fine e il
risultato. Quando i fini sono indirizzati alla conquista e al mantenimento dello Stato, una volta
ottenuto il conseguimento i “mezzi” utilizzati saranno sempre considerati lodevoli: <<facci
dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e' mezzi saranno sempre iudicati onorevoli,
e da ciascuno laudati>>56.
Si fa risalire a questa concezione la massima secondo cui “il fine giustifica i mezzi”, la quale nel
pensiero machiavelliano presiederebbe all’azione politica e la distinguerebbe dall’azione morale.
Questa massima diverrà il nucleo centrale della cosiddetta dottrina della “ragion di Stato”, di
quella dottrina secondo cui la politica ha le sue ragioni, e quindi le sue giustificazioni, che sono
diverse dalle ragioni, e quindi dalle giustificazioni, del singolo individuo che agisce in vista dei
propri interessi privati. E’ come dire che al politico è lecito fare, in vista dell’interesse collettivo,
ciò che non è lecito fare all’individuo singolo o, se si vuole, che la morale del politico non è la
morale del singolo: Cosimo de Medici soleva dire, come riporta Machiavelli, che gli Stati non si
governano coi pater noster57. Così, è stato sostenuto che la <<parte morta>> di Machiavelli sia
rappresentata proprio dalla sua concezione dei “mezzi”, da lui “a torto” giudicati eternamente
efficaci: l’assassinio, la frode, le sette, le congiure sono mezzi che (oggi) tendono a scomparire,

52
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVIII, p. 67.
53
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVIII, p. 68.
54
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVIII, p. 68.
55
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVIII, p. 69.
56
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVIII, p. 69.
57
Cfr. N. Bobbio, Niccolò Machiavelli Il Principe, versione in italiano moderno, introduzione e note di
Piero Melograni, Fabbri Editori, BUR 1982, cap. VI, p. 120 e sgg.
10 1
perché non sarebbero più tollerati e quindi produrrebbero un effetto opposto a quello atteso da
Machiavelli, ossia allontanerebbero dallo scopo58.
Ma, il fine dell’azione politica risale all’antichità, e ci è stata quindi tramandata nell’arco dei
secoli l’affermazione secondo cui il fine della politica è il bene comune, inteso come bene della
comunità, ed è distinto dal bene dei singoli individui che la compongono. Fra l’altro, la stessa
distinzione fra bene comune (bonum commune) e bene del singolo (bonum proprium) è quella
che, sin da Aristotele, distingue le forme di governo buone da quelle corrotte: il buon governante
si preoccupa del bene comune, mentre quello malvagio bada solo al proprio e si avvale del potere
per soddisfare interessi personali. Si tratta allora di vedere se la distinzione tra le forme di
governo buone e quelle cattive, non serva altrettanto bene per caratterizzare la politica in quanto
tale59.
Il fine dell’uomo politico, in ultima analisi, è la vittoria contro il nemico e la conservazione dello
Stato così conquistato. Per conseguire tale fine, egli deve adoperare tutti i mezzi adeguati e,
come è stato giustamente osservato, per Machiavelli <<fra questi mezzi adeguati vi è anche il
non stare ai patti, che diventa una condotta non solo lecita ma doverosa>> 60. Si evince cosi
un’altra importante teoria che viene espressa nel Principe: vi è una “ragion di Stato” che è
superiore a qualsiasi considerazione morale, per cui il sovrano dovrà attenersi ad essa se vorrà
fare il bene del suo regno, ovvero realizzare praticamente, anche a costo di crudeltà e di guerre,
la pace e la prosperità del suo popolo, espressa dall’unione obbediente dei sudditi. Secondo
Mesnard, <<il fine perseguito dal principe in politica interna è che il popolo tema l’autorità e sia
soddisfatto della sua sorte. Bisognerà dunque giudicare gli atti del principe in funzione di tale
risultato: non sarà da vedere se un atto sia buono o crudele, ma se abbia sulla coscienza del
popolo le ripercussioni attese>>61.
Nel cap. XV, in tema di qualità morali, Machiavelli conclude ammonendo il principe di non
curarsi della cattiva fama, se le sue azioni e qualità sono finalizzate alla stabilizzazione del
proprio dominio e al benessere della collettività: <<non si curi di incorrere nella fama di quei
vizii, sanza quali possa difficilmente salvare lo Stato>>62. Tali <<vizii>> sono in contrasto con
ogni valore morale, soprattutto cristiano, ma, cinicamente, utili “strumenti” di sicurezza e di
benessere per lo Stato. Sono, insomma, dall’Autore giudicati positivamente, purché efficaci nel
realizzare il fine primario del governo, che, come abbiamo visto, corrisponde all’acquisto e alla
conservazione dello Stato. Machiavelli muove qui una critica puntuale e definitiva anche nei

58
Cfr. N. Bobbio, Niccolò Machiavelli Il Principe,ed. cit., cap. VI, p. 120 e sgg.
59
Cfr. A. Oxilia, Vita e Opere di Nicolò Machiavelli, Edizioni dello Stabilimento Tipografico Fratelli
Stianti, Val di Pesa 1926.
60
Cfr. N. Bobbio, Niccolò Machiavelli Il Principe, ed cit.
61
Cfr. P. Mesnard, Il pensiero politico rinascimentale, a cura di L. Firpo, editori Laterza, Bari 1963.
62
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, ed. cit., cap. XVI, pp. 62-63
11 1
confronti dell'Umanesimo classico e contemporaneo, secondo il quale le virtù principesche
includono la necessità di essere generosi, clementi, veritieri, e devono necessariamente essere
coltivate dai buoni governanti. Infatti, egli considera tale modo comportamentale come un errore
lampante e disastroso. Certo, in un mondo ideale <<sarebbe laudatissima cosa uno principe
trovarsi di tutte le soprascritte qualità, quelle che sono tenute buone>>63. Ma nel mondo reale
ogni governante deve cercare di mantenersi al potere e acquistare gloria, e tal fine nessun
governante può mai <<avere ne interamente osservare, per le condizioni umane che non lo
consentono>>, tutte le doti <<che sono tenute buone>>64. Se le osservasse, non sarebbe più in
grado di proteggere l’interesse generale, che va conseguito in un mondo tenebroso composto da
<<tanti che non sono buoni>>: come è stato giustamente notato, un governante non troverà
sempre ragionevole essere morale, se desidera realizzare veramente lo scopo a cui più ambisce65.
In conclusione, abbiamo visto che Machiavelli consiglia al principe di usare la “cattiveria” verso
i sudditi e i cittadini, ma sempre rispettando la condizione fondamentale di non incorrere nel loro
odio, poiché solo così gli sarà possibile salvarsi, e salvaguardare lo Stato, da eventuali congiure e
tradimenti che potrebbero scaturire da rancori personali nei riguardi del principe stesso. Inoltre,
abbiamo visto che egli deve essere <<crudele>> solo in caso di <<necessità>>, ed è auspicabile
che sia “parsimonioso” piuttosto che “liberale”, che sappia usare bene <<la bestia>>, ovvero le
qualità del “leone” e della “volpe”. In altre parole, bisogna che egli si astenga da ogni violenza
inutile e dannosa, anche perché, in ultima analisi, si sono qualche volta mantenuti al potere quelli
che, dopo esservi pervenuti per mezzo di crudeltà e scelleratezze, non vi hanno insistito e le
hanno poi convertite nella maggiore utilità possibile dei loro sudditi. Alla luce di tali
considerazioni, possiamo sostenere che sicuramente Machiavelli trovi apprezzabile la
<<crudeltà ben usata>>, cioè ispirata alla “ragion di Stato”, e in nome di essa giunga a elogiare
personaggi come il Valentino, o come Annibale che l’ha praticata nei confronti delle sue truppe 66.
Inoltre, e coerentemente, giudica Papa Giulio II un eccellente maestro nell’arte dell’imbroglio e
del raggiro: l’unico errore imputabile al Valentino è proprio l’atteggiamento di
“sottovalutazione” tenuto nei confronti di Giuliano Della Rovere, un errore che però doveva
rivelarsi di una gravità tale da portarlo alla rovina67.

63
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, Garzanti, Milano 2002, cap. XV, p. 61.
64
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, Garzanti, Milano 2002, cap. XV, p. 61.
65
Cfr. Q. Skinner, Machiavelli, traduzione dall'inglese di Anna Colombo, Dall' Oglio Editore, Milano
1981.
66
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, Garzanti, Milano 2002, cap. VII, pp. 32-37.
67
Unico motivo per cui il Machiavelli potè accusare il Valentino, fu per aver acconsentito all’elezione di
Giulio II a pontefice. Infatti, nel capitolo VII il Segretario fiorentino sostiene che << solamente si può
accusarlo nella creazione di Iulio pontefice, nella cuale lui ebbe mala elezione; perché, come è detto, non
possendo fare uno papa a suo modo, poteva tenere che uno non fussi papa; e non doveva mai consentire
al papato di quelli cardinali che lui avessi offesi, o che, diventati papi, avessino ad avere paura di lui >>.
Questi infatti, dopo essersi fatto sostenere dal Borgia nell’elezione a pontefice, in cambio di promiscuo
12 1
Tuttavia, è altrettanto vero che Machiavelli nella sua opera elogia personaggi di grande valore
etico e morale, tra cui Mosè, per come è tramandato dall’antico testamento, o Romolo, gli eroi
cioè del cap. VI. Secondo l’autore, Mosè giunse a diventare principe non per fortuna, bensì per
propria virtù, e merita pertanto di essere ammirato <<per quella grazia che lo faceva degno di
parlare con Dio>>. Nota a tale proposito il Meinecke che i veri eroi del Principe sono Mosè e
Romolo, gli eroi, cioè, del capitolo VI, non già Cesare Borgia: essi infatti riappaiono nel capitolo
XXVI, e sono posti come modelli del Principe nazionale 68. Eppure, è come se essi per certi
aspetti rimanessero “in lontananza”, come “in lontananza” rimarrà il regno; sono gli

eccellentissimi, alla cui virtù bisogna mirare, ? ma per rendere qualche odore ? ; e poiché
all’eccellenza non si può ora subito pretendere, ecco che la figura umana in cui si incardina il
“Principe” rimane Cesare Borgia.

aiuto (avrebbe dovuto comandare le truppe papali), gli si rivoltò contro, subito dopo essere stato nominato
Papa, e <<fu cagione dell’ultima ruina sua>>. Cfr. F. Chabod, Scritti su Machiavelli, Einaudi, Torino
1964, nel capitolo dedicato alle missioni diplomatiche di Machiavelli.
68
Cfr. P. Mesnard, Einfuhrung, ed. cit., pp. 27 e sgg.

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