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Urogallo.

Galaica

4.

Non so che uccello sia l’Urogallo


e se l’ho visto, l’ho visto solo in una foto vista
sulla quarta di una certa rivista
So solo che vive solitario e libero
e so che la solitudine e la libertà
sono condizione di vita per chi
vuole alzare la testa sulla morte viva o morte morta
[…]

Ruy Belo
María Reimóndez Meilán

Pirata
Traduzione dal galego di Attilio Castellucci

Edizioni dell’Urogallo
In copertina: elaborazione grafica di Dario De Leonardis

Per l’edizione italiana: copyright © 2013, Edizioni dell’Urogallo.


Tutti i diritti riservati.

Edizione di partenza: María Reimóndez Meilán, Pirata,


Edicións Xerais de Galicia, S. A., Vigo 2009.
© Edicións Xerais de Galicia, S. A., 2009.
© María Reimóndez Meilán, 2009.
By arrangement with María Reimóndez Meilán

Traduzione dal galego e introduzione di Attilio Castellucci

Revisione della traduzione, impaginazione ed editing: Marco Bucaioni


Copertina: Dario De Leonardis | Absolutezero Studio
www.absolutezero.it

Esta obra recibiu unha axuda da Consellería de Cultura, Educación e


Ordenación Universitaria, Secretaría Xeral de Cultura, na convocatoria de
axudas para a tradución do ano 2012.

Quest’opera ha ricevuto l’aiuto della Consellería de Cultura, Educación e


Ordenación Universitaria, Secretaría Xeral de Cultura, relativo al bando di
finanziamento alla traduzione dell’anno 2012.

isbn/ean: 978-88-97365-13-6

La riproduzione dell’opera è possibile nei limiti fissati nell’accordo del 18 dicembre


2000 fra s.i.a.e., a.i.e., s.n.s. e c.n.a, Confartigianato e c.a.s.a., Confcommercio, ora
integrato dall’accordo del novembre 2005, per la riproduzione a pagamento, a uso
personale, dei libri fino a un massimo del 15%, nell’ambito dell’art. 69, co. 4 legge cit.
Edizioni dell’Urogallo, Corso Cavour, 39, I-06121 Perugia | www.urogallo.eu.
introduzione
S ullo sfondo del romanzo storico, ambientato tra le isole
frequentate da pirati e corsari di patente inglese, si dipana
la trama della storia di Mark Read e Anne Bonney, insieme a
quella degli altri protagonisti del romanzo, tutti personaggi
storici realmente esistiti. Lo sguardo alla storia, quella con la
minuscola che narra le vicende dei protagonisti e quella con
la maiuscola che racconta le guerre da corsa, è tutto al fem-
minile, com’è tratto narrativo caratterizzante di María Rei-
móndez. Non solo perché nel romanzo vediamo raccontato
il mondo del Settecento attraverso gli occhi delle protago-
niste che scelgono la via della pirateria come forma estrema
di ribellione e sovversione dei canoni maschilisti dell’epoca
che voleva le donne mogli e madri sottomesse. Ma anche e
soprattutto perché è proprio il punto di vista della narra-
zione a essere femminile, senza mai diventare acriticamente
femminista.
Unirsi a coloro che rifiutavano la società alla radice, i pira-
ti, vuol dire scardinare il retaggio in cui si viene educate dalla
società benpensante, sia essa quella settecentesca o la nostra
di oggi. Vuol dire scegliere di seguire la propria indole, sce-
gliere di essere libere, ma soprattutto di essere se stesse: lungo
questo cammino di rabbia e di orgoglio si innestano momenti
di profondo intimismo, legati alle riflessioni della protagoni-
sta sulla propria condizione, che rivendica da sempre con fie-
rezza, ma che inizialmente non riesce ad accettare.
8 Attilio Castellucci

La presa di coscienza della propria identità è una lenta na-


vigazione che procede parallelamente a quella della nave pira-
ta in mare. Lungo questa traversata si dipana la storia, sempre
vivace grazie ai frequenti e folgoranti colpi di scena che si in-
nestano senza artificiosità nella trama del racconto, offrendoci
un affresco della condizione femminile che trascende i confini
storici in cui è racchiuso il romanzo, per rivelarsi attualissimo
ancora oggi. Al viaggio, esterno, per mare, fa da contraltare il
viaggio interiore alla ricerca dell’identità. Un cammino che le
protagoniste percorrono fino ai limiti più estremi, per oltre-
passare le colonne d’Ercole del proprio essere, spingendosi a
scoprire nuovi mondi interiori che fino a allora ignoravano.
Pirata è un romanzo che parla della ricerca dell’identità,
della lotta atroce per la libertà in tempi difficili e della speran-
za di potersi sentire a casa perfino dove meno ce lo si aspet-
terebbe. Nella cornice reale del XVIII secolo i personaggi di
questo romanzo lasciano in mare stelle che parlano delle mol-
teplici possibilità della vita.

La lingua di Pirata

I romanzi di María Reimóndez rappresentano sempre una sfi-


da interessante, pur se assai ardua, per il traduttore. La sua
ricchezza di vocabolario, la sua ricerca del linguaggio tecnico
più aderente ai personaggi e alla storia costringono a uno sfor-
zo duplice: prima di comprensione, in quanto il traduttore
non ha la padronanza dell’autrice in quella che per lui è pur
sempre una lingua appresa in età adulta; poi di espressione,
in quanto, una volta afferrato il significato del lemma e il sen-
so del passaggio, il traduttore non sempre possiede, nel suo
bagaglio linguistico, i termini equivalenti con cui rendere giu-
stizia al testo.
Introduzione 9

Nel precedente romanzo, Il club della calzetta, c’è stata la


ricerca, non facile, di tutti i termini legati al mondo del lavoro
a maglia e dell’uncinetto. Termini difficili, ancor più quando
chi traduce, un uomo con scarsa dimestichezza con ago e filo,
sa che non li troverà raccolti nei dizionari e nemmeno nelle
ormai enormi risorse disponibili in rete.
In questo romanzo il confronto è con la ricca varietà di
termini legati al mare e alla navigazione nel XVIII secolo, usa-
ti con estrema padronanza e proprietà espressiva. L’autrice
rivela una notevole capacità di documentarsi, di ricercare i
termini più specifici, il linguaggio più tecnico, costringendo
il traduttore a una folle rincorsa. Ai termini marinari, si af-
fiancano quelli relativi al vestiario, alle credenze popolari, alle
ballate d’epoca, alla letteratura contemporanea ai protagoni-
sti del romanzo, al gergo dei personaggi.
Sto parlando, ad esempio, dei casi di accumulo termino-
logico: Enchoupouse de palabras, daquela linguaxe que non
entendían en terra: abarloar, abriolar, tirar da boza, largar
rizos […]. Più che il significato esatto di ogni singolo lem-
ma, qui l’effetto da rendere è la ridondanza, la sovrabbon-
danza di tecnicismi legati alla navigazione, ma estranei al
vocabolario comune. Questi termini risultano inconsueti a
un orecchio galego, mentre la loro traduzione in italiano
spesso coincideva con omonimi di uso comune, determi-
nando la perdita dell’effetto voluto dall’autrice. Per questa
ragione ho scelto di sostituirli con termini che non ne sono
sempre l’esatta traduzione, ma che rendono nel testo di
arrivo l’effetto creato nell’originale, in modo da riportare,
verosimilmente, al lettore italiano le stesse sensazioni che
quell’accumulo deve aver provocato nel lettore della Rei-
móndez: Si imbevve di parole, di quel linguaggio che a terra
non capivano: attraccare, sciogliere le vele, salpare l’ancora,
cazzare la randa […].
10 Attilio Castellucci

Discorso simile può essere fatto a proposito del vestia-


rio. Più volte nel testo compare una costruzione del tipo:
A lapela bátelle no peito. No peito o xibón. Bátelle. O vento.
Sobre a camisa sobre o xibón sobre o peito sobre o corazón
[…]. Lo scopo sembra chiaramente essere quello di dare al
lettore la sensazione di penetrare sempre più in profondità,
di sfogliare uno dopo l’altro i vari capi di vestiario per scen-
dere sempre più giù, fino a arrivare al cuore. Il problema lo
pone xibón che è quella sorta di camicione che si portava
sotto la camicia a guisa di biancheria intima e che in italiano
si traduce semplicemente come camicia. Una scelta poteva
essere quella di eliminare il lemma, in quanto faceva imme-
diato seguito a camisa che in italiano ha la stessa traduzione.
Ma sarebbe andato a scapito dell’effetto di progressione che
giunge fino al cuore del pirata. Ho ritenuto fosse meglio
aggiungere un elemento, la giubba in questo caso, in modo
da conservare l’impressione di progressiva discesa verso il
cuore, mantenendo invariato il numero di indumenti da
“sfogliare”: Il bavero continua a battergli sul petto. Sul petto
la camicia. Batte. Il vento. Sulla giubba sulla camicia sul petto
sul cuore.
Si tratta di un artificio retorico cui l’autrice ricorre spesso
e la resa in italiano è stata modellata a seconda del contesto e
dell’effetto che in quel luogo testuale si è ravvisato. Per esem-
pio: Por primeira vez Mark deixa que alguén en anos poña a
man nos botóns da súa camisa. No xibón. No seu peito. […]. E
debaixo deles o corazón. Qui, complice la punteggiatura, si è
optato per una semplice traduzione “vestiti”, cambiando an-
che l’ordine del vestiario, sempre nell’intento di privilegiare
l’effetto narrativo rispetto alla semplice traduzione letterale:
Per la prima volta da anni Mark lascia che qualcuno metta le
mani sui bottoni dei suoi vestiti. Sulla camicia. Sul suo petto.
[…] E sotto di essi, il cuore.
Introduzione 11

Anche liberarsi, uno dopo l’altro, dei vestiti indossati,


nell’enfasi dell’atto amoroso, mi è sembrato un momento nar-
rativo topico, da rendere indipendentemente dalla traduzio-
ne esatta dei nomi degli indumenti. Così la frase Baixan polo
seu pescozo, desabotoan a camisa e retiran o xibón è diventata:
Scendono lungo il suo collo, sbottonano la camicia e sfilano il
gilè.
Altre volte l’effetto è stato utilizzato al contrario, quasi a
simulare un’esplosione che, partendo dal cuore, si espanda
sempre più all’esterno fino a detonare al di fuori, passando,
uno dopo l’altro, per tutti i capi d’abbigliamento indossati dal
protagonista, questa volta con effetto di progressione inverso:
«Mark?», a voz faille saltar o corazón no peito no xibón na
camisa onde bate o vento. Anche qui, piuttosto che eliminare
uno dei due capi di vestiario, camisa o xibón, ne ho aggiunto
uno, nell’ottica di mantenere immutato l’effetto: «Mark?», la
voce gli procura un sussulto al cuore, nel petto, nella camicia,
nella giubba dove batte il vento.
Solo nell’ultimo esempio, Porque debaixo da camisa e de-
baixo do xibón segue latexando un órgano vivo, ho optato per
l’ellissi del termine: Perché sotto la camicia, in fondo a tutto
continua a battere un organo vivo. Mi è sembrato così, con
quell’andare in fondo a tutto, di mantenermi fedele all’idea
che, sotto la scorza del pirata, continua comunque a battere
un cuore.
In un paio di passaggi, non ho difficoltà a ammettere di
aver dovuto banalizzare.
Il primo è quando la Santa Compaña fa la sua comparsa
nel testo: Un desafío ao establecido. E por iso o pánico. E o
odio, claro. Amentar o demo. A Santa Compaña sobre as ondas.
Si tratta forse del tema più diffuso nel folclore galego. Una
processione di anime in pena. La tradizione è tanto radica-
ta, quanto articolata; impossibile descriverla in poche righe.
12 Attilio Castellucci

Tanto meno, renderla compiutamente nel testo, per cui ho


fatto ricorso a una semplificazione descrittiva: Questo è essere
un pirata. Una sfida all’ordine stabilito. E da questo, il panico.
L’odio, naturalmente. Come nominare il diavolo. Una proces-
sione di anime dannate sulle onde.
Un altro termine che mette sempre in difficoltà il tradut-
tore dal galego è morriña. Si tratta di uno stato d’animo che
è forse la caratteristica più profonda dell’essere galego. Sono
numerosissimi i volumi scritti per cercare di definire con esat-
tezza questo sentimento così simile alla saudade lusitana; per
questo dover rendere il lemma è sempre un ostacolo impervio
per il traduttore. In questo caso, ese pouso agradable, esa mor-
riña inocua, ho scelto di ricorrere in italiano a una dittologia
che mi sembra coglierne i due elementi più caratteristici: un
gradevole residuo, una innocua nostalgia malinconica.
Un interessante caso di falso amico che il galego condivi-
de con il castigliano è camorrista: «Estás feito un camorrista»,
achégase a ela. «Unha camorrista. E non o digo só polo barco».
Il senso è quello di attaccabrighe, come infatti è stato reso,
qualcuno propenso a causare risse.
Per concludere, infine, solo due parole sui testi citati nel
romanzo. Molti di essi non hanno una versione italiana. Ho
scelto dunque di “tradurli” riportandoli al loro titolo origi-
nale, per lo più inglese. Così “Marabillas do mundo pequeno
de Nathaniel Wanley”, “Libro da comadroa de Jane Sharp”,
“Misterios do amor conxugal revelados de Nicholas Venette”,
“O convento do pracer de Margaret Cavendish” sono diventa-
ti o, meglio, sono tornati a essere: “The Wonders of the Little
World di Nathaniel Wanley”, “The Midwives Book di Jane
Sharp”, “The Convent of Pleasure di Margaret Cavendish”;
mentre il testo di Nicholas Venette è assai diffuso anche in
italiano, per cui mi sono permesso un’alternanza, usando il
titolo con cui è pubblicato da noi: Misteri dell’amore coniuga-
Introduzione 13

le rivelati, anche se è più diffuso semplicemente con il titolo


Amore coniugale.
In un testo lessicalmente così ricco, gli esempi potrebbero
non terminare mai. Ma vorrebbe dire togliere tempo al lettore
e spazio a un romanzo che, nella modesta opinione di chi l’ha
scelto, tradotto e amato, merita di essere letto senza ulteriori
indugi.

Attilio Castellucci
Pirata
In questa lunga traversata ho goduto di una incomparabile compagnia:
Belén, il vigoroso albero maestro a cui afferrarsi nella tempesta,
il mio faro dalla luce potente quando scrivo.
Eva, la mia polena, sempre incoraggiante.
Olga, la mia bussola che, ne sono sicura,
ritroverà di nuovo il Nord.
Alle mie tre lettrici di lusso, per voi, questo libro.
Alle donne che ci hanno dato un passato ribelle.
azzurro

Azzurro. Parole. Acqua. Mare. Azzurro. Spessa. Bruma.


Azzurro. Parole. S’infrangono. Onde. S’infrangono.
Vanno. Vengono. Cielo. Aperto. Azzurro. Non capisco.
Acqua calda. S’infrangono. S’infrangono. M’infrango.
S iede in coperta, una notte come tante. Siede in coperta, al
di sopra dei maschi. In cielo c’è una strana luce che non
è nera. Ha un altro colore. Siede sul dondolio delle onde. Il
vento caldo sul viso. Lo sguardo perso nel cielo immenso. Ab-
bassa gli occhi e sono lì. Le sue mani. Quelle mani sono le sue
anche se a volte ne dubita, per quella strana dissociazione che
a volte ha con il suo corpo. Sono mani grandi, forti e rudi.
Callose. Le unghie nere. Mani ampie e dita corte. Le guarda
con orgoglio. Non sono belle. Però ne prova orgoglio. Guarda
quelle mani, smette di fissarle. Fanno quello che devono con
destrezza. Con la forza di mandibole che lavorano bene. Mani
che sono abituate al sangue. A non esitare. Il pensiero perso
in quelle cose che gli piacerebbe raccontare, ma gli mancano
le parole. Da un po’ di tempo ha questo prurito di raccontare,
simile alla rogna. Ma il prurito non lo accieca, sa perfettamen-
te quello che gli manca. Fino ad allora aveva sempre pensato a
quello che aveva, mai a quello che non aveva. Una filosofia vi-
tale. Ma per raccontare ha bisogno di parole. E non le ha. Per
raccontare ha bisogno di qualcuno che ascolti. E questo…
questo è ancora più difficile da ottenere. Per raccontare non
bastano le parolacce e le canzoni dei marinai sulla nave. Per
ascoltare… vabbé, ma a chi potrebbe mai interessare?
È un momento strano. La solitudine è un momento strano.
Così strano… La solitudine in coperta. Di norma c’è un an-
dirivieni incessante. Sente le voci, la musica, la confusione, le
22 María Reimóndez Meilán

risate, le grida. Lo svolgersi di ogni giorno. Più qualcosa che


non si ascolta. Il vento. Il vento si sente, ma non si ascolta.
Si sente, come un respiro, a volte secco e malato, altre lieve
e tenero. Alza la testa per annusare l’aria. I capelli gli copro-
no il volto, si aggiusta il cappello. È notte e non ne avreb-
be bisogno, ma non ha l’abitudine di togliersi i vestiti. Come
tutti gli altri. L’aria è calda. Il bavero continua a battergli sul
petto. Sul petto la camicia. Batte. Il vento. Sulla giubba sulla
camicia sul petto sul cuore. Il vento. Mette una mano sulla
camicia perché smetta di sventolare. Di nuovo la sua mano,
solida, contundente. Come il momento presente, da cui non
c’è modo di andarsene. Nell’aria avverte la calma che prece-
de la tempesta. Da una calma eccessiva non viene mai niente
di buono. Non si riferisce solo al mare. Si riferisce a quella
sensazione incontrollabile che lo invade. Quel non riuscire a
trovar pace. Forse basterebbe non pensare, perché tenerci oc-
cupati ci impedisce di renderci conto dell’effimero di quanto
ci circonda. Del momento in cui le persone urlano e smettono
di respirare. Del momento in cui le membra vengono strap-
pate via. Del momento in cui scompaiono la fame e la sete.
Del momento in cui la vita non vale un soldo bucato. Ed è
così che ti trattano gli altri. La calma si trascina dietro tutto
questo annuncio di tempesta. E le tempeste strappano le vele
maestre, sono un pericolo molto più grande degli uomini. O
forse no. Nelle tempeste si nascondono i mostri marini. Lui
sa bene che ogni attacco è preceduto da una calma apparen-
te. Da un’apparente sicurezza. Lo sa perché loro osservano le
navi per un po’, lasciando loro l’illusione di quella falsa tran-
quillità, per manifestarsi di sorpresa, assestare il colpo e fug-
gire. E nel farlo agiscono ogni volta con maggior precauzione.
Da molto tempo non resta nemmeno l’ombra dell’innocenza
su quelle mani che tornano a riposare al di sopra dei maschi.
Almeno non di un certo tipo di innocenza. Ce n’è un’altra che
Pirata 23

ancora conservano. Quella della sorpresa. Come la prima vol-


ta che aveva posato lo sguardo su questi mari. Non avrebbe
mai pensato che i suoi occhi avrebbero visto tali acque. Che
la sua pelle avrebbe sentito tale calore. I racconti del molo di
Londra lasciavano molto a desiderare. Com’è lontano ormai
tutto quello. Tanto lontano.

***

«Ragazzo! Che cavolo fai lì?», ha l’abitudine di scappare sem-


pre al molo. Ha l’abitudine di scappare sempre. Non soppor-
ta la sua vita da servitore. Non sopporta dover stare a servire
quella signora, né signore, né nessuno. Per questo appena può
scappa al molo.
«Guardavo soltanto», risponde alla fine.
«Beh, se continui a rimbecillirti così, finirà che un giorno
scomparirai. O fai qualcosa o te ne vai», pensa che scompa-
rire non sarebbe male. Come suo padre. Che semplicemente
scomparì in mare. Non che abbia nessuna voglia di andarlo a
cercare, non gli importa minimamente di quello che può es-
sergli successo, deve ringraziare soltanto lui se adesso fa que-
sta vita. La vede piuttosto come una sua alternativa personale.
Andarsene. In un luogo che lo inghiotta. In quel mare grigio
che nasconde l’ignoto.
«Mi hai sentito o no?», l’uomo continua a parlargli.
Quell’uomo ha la faccia annerita. Porta le maniche della ca-
micia arrotolate, nonostante il freddo, e ha le braccia belle
robuste, gli sembrano enormi.
«Perché hai le braccia così grandi?»
«A forza di lavorare, ragazzo, lavorare. Di essere un
uomo».
Essere un uomo. Lavorare. È ciò che vuole.
24 María Reimóndez Meilán

«Anch’io voglio lavorare ed essere un uomo».


«Così va bene. Ormai ne hai l’età. Il lavoro in mare è una
bella schifezza», l’uomo si scioglie e gli si siede accanto. «Io
fui catturato dalla banda del molo».
«La banda del molo? E che cos’è?»
«La banda del molo sono le squadre della nostra armata
reale. Ti prendono senza chiedertelo. Ti ficcano su una nave
e ti mettono a lavorare. Tua moglie, tua madre, tuo padre, i
tuoi figli, nessuno, ma proprio nessuno, sa più niente di te.
L’armata ha bisogno di braccia e non si preoccupa di come
prenderle, non va troppo per il sottile. Per questo dovresti
tornartene a casa. Perché se passa la banda del molo e trova
un ragazzo come te che ozia al porto, finirai con il culo nella
stiva di una nave».
Non gli sembra male.
«E lì vedrai gente morire, prenderai la dissenteria, soffrirai
la fame, brucerai al sole, batterai i denti…»
«Dove vuoi andare a parare con la tua storia?», un’altra
voce si unisce al racconto. «Non dovresti allora raccontargli
anche il resto?»
«Che resto?»
«L’acqua e gli uccelli, i pesci e le tartarughe. L’oro e l’ar-
gento. Le piantagioni. Fare fortuna e vivere lontano da questa
nebbia e da questo Re».
«Non menzionare il Re!»
«E invece bisogna proprio menzionarlo!»
«Anche i sassi hanno orecchie, non vorrai finire in prigione».
Lui sa, nonostante la sua età, che spergiurare o usare inva-
no il nome del Re viene punito con il carcere. Come minimo.
La discussione continua. Ma lui vuol saperne di più su quello
che lo attrae.
«Ma com’è la storia dell’oro e dell’argento?»
Uno dei marinai abbassa la voce.
Pirata 25

«Oltreoceano, ragazzo, c’è una tale quantità di tesori e di


metalli preziosi come non hai visto mai. Viaggiano per nave e
ingrassano i membri della nostra corona reale. Ma se vai per
nave, di tanto in tanto riesci a toccarli con mano. Insieme alla
seta, al tabacco e all’indaco. Tutto questo lo produce la terra,
ma è in mare dove si accumula, dove si può toccare. E ci sono
perfino alcuni che vivono la gioia di rubare tutta questa ric-
chezza».
«Rubare? In mare? Com’è possibile?»
I due marinai si fanno seri.
«In mare, ragazzo, avvengono i più grandi furti che tu pos-
sa immaginare. E nella maggior parte dei casi anche la nostra
vita se ne va con loro. In mare c’è una guerra silenziosa che si
scatena sotto il sole e il salnitro».
«Adesso basta con le storie!», si alza in piedi, «Dobbiamo
lavorare».
Ma lui comincia a rimuginare su quelle storie e quelle pa-
role, soppesandone i pericoli, sognando quell’immensità che
il mare gli sembra. Soffocato dal suo lavoro, sempre costretto
a servire, in pratica non esiste. Nessun pericolo gli sembra più
grande di questo.
Il fischiare del vento lo riporta alla calma della notte. Da
allora le sue mani sono cresciute. E le sue braccia. Il molo di
Londra ormai è fin troppo lontano, nel tempo e nella mente.
Pure, forma parte della sua storia. Di quella storia che non
sa come raccontare. Forse ci sono cose che non si possono
raccontare; o che se si raccontano, vengono fuori in una lin-
gua diversa, non condivisa. E una lingua non condivisa con
nessuno non è una lingua. Ancora lo stesso tema. La lingua.
Raccontare. Una storia. La sua. Perché è cosi convinto che ne
valga la pena? Il vento caldo gli dice di sì, che ne vale la pena,
che va raccontata. Per parlare della libertà. Mai prima di allo-
ra aveva pensato a nessuno tranne che a se stesso, ma ora co-
26 María Reimóndez Meilán

mincia a capire le dimensioni dell’immensità e del perdurare.


È in questa convinzione profonda che si ancorano molte cose.
Nei così tanti avvenimenti recenti. E altri passati. Non è facile
sapere quanto bisogna tornare indietro per poter cominciare
a raccontare una storia. A che punto tirar fuori il cannocchiale
o il sestante, fino a dove misurare. Magari bisogna gettare la
pietra dello scandaglio per misurare la profondità. Bisognerà
legarla bene perché non si perda nell’acqua. Legarla bene…
Alza il viso al cielo. Caldo cielo di infinite stelle. Può essere
che siano loro a dare alla notte il suo colore. Un colore che ha
qualcosa di azzurro. Il colore del solfuro che brucia. Come
la fiamma dell’olio delle lampade. Quell’aureola azzurra che
fa da corona al rosso. Non riesce ancora a capire perché da
questo lato del mondo guardandole sembrano così diverse,
pur essendo – così dicono – le stesse. Chissà, forse è il presen-
timento di un qualche temporale a turbargli la mente. Sensibi-
le. Perché fingere? Non è l’animo. È un’altra cosa. È la mente,
è il corpo. Come se d’improvviso si rendesse conto di averli.
Come se di colpo guardasse dentro di sé, mentre fino a quel
momento aveva sempre guardato al di fuori, verso l’orizzonte,
verso il mare, avvistando, muovendosi, lottando, arrampican-
dosi sulle corde, scendendo. Adesso di colpo guarda verso
l’interno. Ma la cosa curiosa è che l’origine di questo sguar-
do è fuori. Lì fuori. Come uno specchio. Proprio così. Uno
specchio che nel mare perde i riflessi del sole. O della luna.
Chiude gli occhi. Chiude gli occhi e lascia che il calore gentile
della notte gli entri attraverso i pori. Il calore che di giorno
gli fa prudere gli occhi. Il calore dell’acqua la prima volta. La
prima volta. Sarà così? Come la prima volta che immerse i pie-
di nelle acque cristalline e tiepide delle isole? La prima volta
che sentì il gradevole calore dell’umidità, dopo i tanti morsi
del mare là nelle fredde acque dell’altro lato. E all’improvvi-
so il salto per calarsi nella pinaccia e la sensazione tiepida e
Pirata 27

inaspettata lungo le gambe, nei piedi, con i vestiti e gli stivali


che s’inzuppano. Non l’aveva mai provata. Esattamente come
questa notte, deve ammettere di non essersi mai sentito così
prima. Una sensazione nuova. Come il calore dell’acqua. Con
il tocco inquietante dei pesci tra le dita.
Qualcuno sale in coperta. Distante, il profilo sinuoso di
New Providence. Il cielo. Il rifugio. La gioia e il trabocca-
re oltre i limiti. Il mondo conosciuto. New Providence a cui
non ci si deve avvicinare da Sud. Solo per ripararsi. Come
tocca fare adesso. Dove andrà tutto quel mondo conosciuto?
Che ne sarà di lui? Tempi incerti, che li fanno restare in mare.
Nell’oscurità, senza essere visti, né sentiti. Senza che neppure
le onde avvertano il dondolio dell’imbarcazione. Oggi non c’è
niente da fare durante la notte, tranne scrutare le stelle e il
mare, divertirsi e festeggiare senza nessun’altra ragione che
quella di essere ancora vivi, festeggiare di non essere a bordo
di una galera, perché la nave, questa nave, non è una galera,
di quelle che possono naufragare, come gli dicevano quella
prima volta al molo di Londra. Al contrario di tutti gli altri
uomini che scappavano dalla banda del molo, lui sì che invece
voleva sparire. Nel suo caso, aveva sempre voluto navigare.
Anche la terraferma poteva essere una galera. Una galera e un
naufragio. Qualunque luogo poteva essere una galera, nel suo
caso. Alla fine la fortuna fu trovarne uno in cui non sentire
questa minaccia. Un focolare. Un luogo dove essere. Più o
meno. Essere.
«Mark?», la voce gli procura un sussulto al cuore, nel pet-
to, nella camicia, nella giubba dove batte il vento. Riabbassa
lo sguardo sulle sue mani per dissimulare quelle sensazioni
che la notte raccoglie nel suo unico e illeggibile quaderno.
«Che ci fai qui da solo? Giù di sotto si fa festa».
«E che cazzo di festa!», una voce profonda si materializza
da dietro «Rackham come sempre sta ballando. Dai, Anne,
28 María Reimóndez Meilán

concedimi un ballo», e quell’ombra si avvicina superando l’al-


tra ombra, la prima, molto più piccola.
«Levati da lì, cane. Mettiti da un lato o vattene al para-
petto», l’ombra si fa da parte. Tutte le ombre sanno che con
Anne non si scherza. Il silenzio dura alcuni secondi con le
ombre in pausa alla luce della luna.
«Mi sa che viene un temporale», l’ombra più grande con-
ferma quell’intuizione.
«Motivo in più per andartene di sotto, buttati nella festa»,
lo incoraggia Anne. «Se viene il temporale, avremo il nostro
bel da fare a occuparci dell’alberatura».
«Non sono un tipo da festa, lo sapete. Ma scenderò. Più
tardi». Non vuole staccarsi da quella strana solitudine.
«Sicuro? Ci sono occasioni che bussano alla porta una vol-
ta sola», Anne lo guarda con quell’intensità che ben conosce
e che gli dà un brivido lungo la schiena.
«Nessuna di queste si presenterebbe a una festa di ubria-
coni», replica Mark con lo sguardo perso nell’orizzonte, per-
ché non sa dove altro perderlo senza perdersi.
«Vedi un po’ tu».
«Magari sono fortunato e quell’occasione stanotte busse-
rà due volte», e Mark rimane senza fiato dopo averlo detto,
senza il coraggio di guardare Anne che sicuramente sarà ri-
masta sorpresa, con le sopracciglia inarcate in alto come sa
fare solo lei.
«Come dice Vostra Grazia», Anne reagisce bene alle sor-
prese. Per questo è brava nel corpo a corpo. In combatti-
mento e in tutto il resto. A Mark riesce bene solo il primo.
Per questo non resta a osservare il suo profilo che se ne va in
compagnia dell’altra ombra. La tentazione di andarle dietro
sarebbe troppo forte. E sa che ha bisogno di pensarci bene
prima di fare qualsiasi cosa. Pensare tutta la notte. O quanto
gli permetterà il suo corpo.
Pirata 29

Da sempre, Mark preferisce restare in silenzio. Lo ha im-


parato da sua madre.
«Non glielo diciamo alla nonna, capito, Mark? Non glielo
diciamo mica. D’accordo? Mark?»
Capito. Va bene. Capito perfettamente. Restare in silen-
zio, la strategia migliore. Una volta aveva sentito il bisogno
di raccontare, ma non gli era andata molto bene. Non ne era
valsa la pena. Ora sarebbe stato lo stesso. No. Avrebbe fatto
in modo che non sarebbe stato lo stesso. Aveva tutto questo
in testa quando alla fine accadde. Come un segnale. Solo che
Mark non crede nei segnali e nemmeno nel cielo. Crede solo
nel cielo di New Providence. Un posto reale, duro e a volte
meraviglioso. Intensamente reale. Nonostante tutto, a volte le
coincidenze accadono.
Aveva attirato la sua attenzione. Senza dubbio. C’erano al-
tre donne. Ma non erano come lei. Abbassò la tesa del cap-
pello, il modo migliore di osservare. Il più astuto. Nient’altro
che una linea all’altezza degli occhi. Una linea tra la tesa del
cappello e il bicchiere di rum. Non gli piaceva molto bere. Ma
era il modo migliore di non farsi notare. E di osservare. Linee
e linee. Così sì che era in grado di leggere.
Lei non era come le altre. Aveva uno sguardo fiero. Per
quanto rovinati, gli abiti le cadevano sempre bene. Il suo
modo di camminare. Con sicurezza. Come se il mondo fosse
suo. Oppure, forse, non era stata lei ad attirare la sua atten-
zione in quel modo, sulle prime. Era stato il modo con cui gli
altri la guardavano. Tutti continuavano a parlare, a far con-
fusione e a bere, ma a lui non sfuggiva niente. Aveva i sensi
ben sviluppati. Era una cosa indispensabile in battaglia. Era
nell’aria. Fece scivolare il boccale a un lato della bocca e mor-
morò al tizio di fianco:
«Chi è?», e capì che non doveva dire altro. La sua teoria
era confermata.
30 María Reimóndez Meilán

«È Bonney. Anne. Non hai mai sentito parlare di lei?»


Mark fa cenno di no con la testa.
«È una belva di quelle che non perdonano. Sta’ attento,
che non senta il tuo fiato sul suo collo».
«Non aver paura», Mark avvicina di nuovo il boccale alla
bocca.
E lungo quella nuda linea d’orizzonte osserva. Vede.
«Un boccale qui!», grida lei con voce squillante ma poten-
te.
«Che è successo, Anne? Dove hai lasciato Calico, è già anda-
to giù sbronzo lungo la strada?», l’oste ride fragorosamente.
«Chiedilo al suo cazzo, che è l’unico che va tutto il giorno
attaccato a lui. O pensi ancora che ci sono io nelle sue mutan-
de?»
«Niente affatto, Anne», la risata si spense nella gola
dell’oste, «con te non si può scherzare».
Anne si sollevò sul bancone.
«Alcuni giorni sì e altri no, come il vento tra le vele», e dal
modo in cui infila la mano sotto il braccio, soppesando il mo-
schetto nel cinturone, si capisce che oggi è un giorno no.
La confusione ricomincia, ma lui vuole riprendere il filo
di quel dialogo. La osserva muoversi, agile e rapida, con il
boccale in mano, senza smettere di frugare sotto il busto, è si-
curo che sotto il vestito nasconda un pugnale. Non è abituale
vedere una donna armata.
Mark si perde lungo il profilo di quel corpo che trova in-
teressante. Vuol credere che sia solo interesse. Ci sono molte
donne nella taverna. Perfino più di quante non sembri. Mark
sorride con il boccale alla bocca. Solleva un sopracciglio e
deve essere questo che rompe la linea che lo nasconde dietro
il cappello.
«E chi abbiamo qui?», Anne gli pianta gli occhi proprio al
centro dello sguardo.
Pirata 31

Mark sostiene quello sguardo. Non gli piace essere il cen-


tro dell’attenzione, ma neppure ne ha paura.
«Questo è Mark», sembra che l’informatore al suo fianco
funzioni in entrambi i sensi.
«Mark cosa?», Anne si fa sempre più vicina.
«Mark Read», risponde lui.
«E chi sarebbe, Mark Read? Sei venuto assieme al nostro
illustre governatore?», Anne mette la gamba sullo sgabello
che sta proprio davanti a Mark, con il ginocchio vicino al suo
naso.
«Ci siamo incrociati, credo, ma temo che lui si sia trattenuto
a pettinarsi la parrucca», Anne lo fissa un momento e lui non
sa se lei si girerà per andarsene, se c’è diffidenza e sospetto o
simpatia o che altro in quello sguardo. Ma non vuole mostra-
re nessun sentimento. Anne continua a fissarlo attentamente.
Poi, senza nessun preavviso, scoppia in una risata fragorosa e
mette giù la gamba dallo sgabello.
«Ingegnoso», ride. «A queste latitudini manca lo stile».
«Ha parlato la signorina della Nuova Carolina, perdoni
Vostra Grazia».
Gli occhi di Mark si dirigono a destra. È stato un commen-
to a bassa voce, ma l’ha sentito anche lei. La ragazza porta
una gonna a fiori e un corpetto attillato. Lui la conosce. È lì
da alcuni giorni.
«Come hai detto?», Anne le si avvicina. «Signorina della
Nuova Carolina?», si avvicina sempre più alla ragazza. «Si-
gnorina?», la ragazza sembra farsi più piccola a ogni passo.
«Che ne sai tu delle signorine?» Anne si infila una mano
nella cintura e sguaina il suo pugnale. Nella taverna c’è un
silenzio assoluto. Tutti osservano. «Alcune soffocano, lo
sai? Sposate con qualche scansafatiche per fare la fortuna di
papà. Altre aprono le gambe e non fanno altro che sgravare
figli», Anne agita il coltello lentamente, «ma cosa vengo a
32 María Reimóndez Meilán

raccontarlo a te questo, vero, mia cara? Altre si tengono la


loro bella dose di rispettabili legnate», la faccia della ragaz-
zina diventa sempre più pallida, «perché loro, le signorine,
sono tutte molto ben educate. Sanno starsene zitte, quando
devono, senza mai, mai, ribellarsi», il coltello tocca la guan-
cia della ragazzina. «Tu pensi che io sia così?» La voce di
Anne stordisce il locale.
«Basta così, Anne Bonney!», dall’alto una voce potente
spezza la tensione. Il coltello di Anne non si muove, lei non
gira neppure la testa, mantiene gli occhi fissi sulla ragazzina.
«Non rovinarmi la ragazza. Lasciala adesso, è solo una che
parla a vanvera».
Anne solleva il corpo minaccioso, retrocede con il coltello
in mano, per poi a rimetterlo nella cintura. Mark segue con
attenzione i suoi movimenti. Tutto si muove rapidamente lun-
go la linea visiva, tranne Anne. Lei lo fa lentamente. Ha la ca-
pacità di paralizzare tutti. Alla ragazza non passa lo spavento.
Un paio di altre ragazze le si avvicinano per prenderla sotto
braccio. La portano indietro, passano vicino a Mark mormo-
rando:
«Tranquilla, è passato… come può quella bestia essere una
donna?… è innaturale».
Anne si gira verso la voce che le parla dall’alto.
«Signorine, come vedi. Perfino le puttane imparano a com-
portarsi con il dovuto timore al minimo accenno», fa un gesto
con il cappello. «Dove andremo a finire, Madame Ébano?»
Mark si gira. È lì. Indossa quel vestito turchese che a lui
piace tanto. Lo sguardo irriducibile di Madame Ébano. La
sua Madame Ébano.
«Non parleremo adesso di coraggio, Anne Bonney. Sull’ar-
gomento hai ancora tanto da imparare. Per cui, lasciamo per-
dere. Questo silenzio è malsano, dov’è la solita confusione?»,
i rumori tornano a poco a poco, qualcuno comincia a cantare.
Pirata 33

Madame Ébano guarda verso la ragazzina. «Io e te dobbiamo


parlare», le dice senza muovere le labbra. Poi si accorge di lui.
«Guardala», gli dice. «Guardala e strizzale un occhio». Mark
si gira in tempo per vedere la schiena di Anne uscire dalla
taverna. Non ha ancora capito del tutto cosa volesse dire lo
sguardo di Madame Ébano.
New Providence è il posto. Il posto dove tutti quanti de-
vono andare. Dove ci sono buone taverne, bei posti dove
spendere il denaro come si deve, il posto in cui trovarsi a
proprio agio. Dove si trovano tutte le persone che vale la
pena incontrare. Dove si fanno affari importanti. Ha quel
magnifico molo tra l’isola più piccola e la principale dove
le navi entrano al sicuro e senza pericolo, dopo traversate
tortuose, pericolose e divertenti. Lungo il molo si trovano
perfino le taverne e l’odore di immondizia accumulata, i can-
ti fin dal pomeriggio, i corpi che dormono nell’aria satura di
salsedine e di alcool. Ma le cose stanno cambiando. Il tempo
passa lentamente in quella strana impasse che nessuno com-
prende fino in fondo. Una pausa di attesa indefinita che però
verrà presto definita, senza dubbio. Non appena finiranno i
soldi. Dopo che faranno, zoticoni? Buona questa. A lui non
piace l’inattività. Non gli è mai piaciuta. Per questo va alla
taverna, un posto dove si riesce a sentire la vita in questi
giorni strani. Conosce parecchia gente, ma gli piace andarci
da solo. La porta è aperta e lì sta seduta Anne, con le guance
un po’ rosse, ridendo a bocca aperta. Oggi sembra essere
di umore migliore. O forse sarà il rum. Gli occhi verdi le
brillano come due smeraldi e si getta i capelli dietro le spalle
quando butta la testa indietro per ridere. Mark entra e si
siede in un angolo discreto. La musica attraversa rumorosa il
locale. Un paio di tipi stanno suonando accanto al bancone
dove si serve da bere. Le canzoni sono allegre, parlano di
mare e di ragazze.
34 María Reimóndez Meilán

Mark ordina la sua dose. La ragazzina dell’altro giorno si


tiene lontana da Anne. Ma il locale non è poi molto grande. E
a un certo punto si trova a passarle accanto.
«Dai, tesoro, balla con me», Anne la afferra alla vita. La
ragazzina vuole scappare. «Non sarai ancora arrabbiata per
l’altro giorno?», Anne la stringe avvicinandola sempre di più.
«Vieni qua!», e all’improvviso le pianta un bacio sul muso tra
le risate generali. La ragazza si agita, ma Anne non la molla.
Mark non riesce a guardare. Non sa cosa gli prende. Si
sente turbato. Dopo aver visto uomini squartati e braccia
mozzate, grida di donne e pianti di bambini, una guerra, un
mare nuovo e immenso… si sente turbato da quel bacio e
distoglie lo sguardo. Cerca di concentrarsi sulla confusione
e ha un’enorme capacità di isolarsi da tutto concentrandosi
su una cosa sola, come quando si trova in battaglia e deve
stare attento ai movimenti del nemico, ascoltare i colpi delle
spade che possono avvicinarsi al nostro corpo senza perdere
di vista quello che si ha di fronte. Uno. Due. Tutti quelli che
siano.
Ma non riesce a pensare a quel bacio. Ha provato una fitta
al cuore. E nota come la fitta si acuisce quando sente la voce
di Anne vicina a lui, che gli parla.
«Balla con me».
«Non ho l’abitudine di ballare», si abbassa il cappello cal-
candolo sugli occhi.
«Come no, buona questa! Balla con me».
«Niente da fare».
«Allora siediti con me».
«Siediti».
«Però sappi che la prossima volta non mi convincerai così
facilmente. Io non sono una di quelle che fanno quello che gli
ordinano gli uomini».
«Come ti pare».
Pirata 35

«Allora, come mi pare», e Anne gli si siede sulle ginocchia.


Mark rimane immobile, non sa come reagire. Registra il suo
profumo in mezzo agli odori infetti che lo circondano, il suo
prima di tutti. Il suo peso morbido sulle gambe. La gonna e
quel corpetto mezzo slacciato. Cerca di tenere lo sguardo fisso
in lontananza.
«Madame Ébano mi ha parlato di te», la sente molto vicina
mentre gli parla. Non vuole guardarla negli occhi. Così non lo
fa. Pensa che dovrebbe lavarsi.
«Ne dubito molto».
«Perché?»
«Non credo che Madame Ébano parli di me o di nessun
altro».
«Sarà così con voi maschietti, ma io sono una donna e sai
bene cosa si dice di noi, che spettegoliamo di tutto».
«Né tu né Madame Ébano siete delle donne come si
deve».
«E si può sapere come dev’essere, secondo te, una donna
come si deve?», Mark rimane un attimo turbato da quella do-
manda a cui non è mai stato in grado di rispondere. Perciò
rimane in silenzio.
«E così la conosci bene, Madame Ébano?», c’è un tono in
qualche modo acido nelle parole di Anne.
«Più di quanto conosco te».
Anne rimane un attimo in silenzio e butta giù un sorso.
«A questo potremmo rimediare», fa una pausa, «Mark».
Mark guarda attraverso la linea azzurra dei suoi occhi e dà
un sorso al boccale. Anne si alza e si porta dietro il suo sguar-
do ballando attraverso tutta la taverna. Quando esce dalla ta-
verna, Mark capisce cos’è l’oscurità.
Forse è per cercare un po’ di luce che sale da Madame Éba-
no. Per questo, o perché è cosciente del proprio odore. Madame
Ébano ha ogni tipo di erbe per profumare, per stare bene.
36 María Reimóndez Meilán

«Guarda guarda, Mark Read», le piace chiamarlo con il


suo nome per intero, soprattutto quando vuole provocarlo.
«Quanti giorni senza vederti».
«Madame Ébano», Mark si toglie il cappello.
«Siediti, non ti chiederò cosa sei venuto a fare qui».
Questa donna non smette di sorprendere Mark. Come sa,
come intuisce tante cose? Magari tutto sta nel fatto che lui,
Mark, non presta attenzione a certi dettagli. Non ha impa-
rato a farlo quando era piccolo e adesso è tardi. O no, chi
lo sa.
«Vuoi sapere di lei, non è così?», Madame Ébano lo guar-
da fisso.
«Come lo sai?»
«Ho visto come la guardavi. Ti dico soltanto che sicura-
mente non sono stata l’unica ad accorgersi di quello sguardo.
E con questo, lasciamo perdere, per il momento».
Mark sa che quando Madame Ébano non vuole parlare,
non c’è altro da fare che andarsene e lasciarla alle sue occupa-
zioni. Perciò si alza, si rimette il cappello e fa per uscire.
«Aspetta», dice lei tendendogli una mano, «portati via al-
meno una delle cose che sei venuto a cercare», in cui tiene una
boccetta di olio aromatico.
Mark la prende e si gira senza chiedere altro per non sem-
brare ancora più sciocco del solito. Ancora una volta, nascon-
de la sorpresa nel petto e esce dalla porta.

***

«Io questo non lo sopporto».


Tutti quei corpi si disegnano sulla sabbia. Il falò è acceso.
Il falò dà riflessi spettrali alle facce annerite, scure per il sole
e la salsedine.