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Documentare la performance per la scuola.

Alcuni spunti di riflessione


Angela Gregorini, ANSAS Marche

To perform significa produrre qualcosa, portare a compimento qualcosa, o eseguire un dramma, un ordine o un progetto. Ma
secondo me nel corso della ‘esecuzione’ si può generare qualcosa di nuovo. La performance trasforma se stessa.
Victor Turner

Vi è singolare corrispondenza, se non analogia, tra la performance, che è, nella definizione dell’antropologo
Victor Turner un “vivere attraverso, un pensare all’indietro, un desiderare in avanti” (Turner 1986, pp. 43-
44), e la documentazione, laddove la si intenda come “formativa e generativa”: entrambe hanno matrice
nell’esperienza vissuta e al contempo ingenerano la riflessione su di essa; entrambe hanno carattere
sperimentale e critico; entrambe promuovono, in potenza e virtualità, il cambiamento.
Tuttavia, lasciar traccia di una performance richiede una particolare vigilanza documentale, di cui occorre
essere consapevoli anche a fini didattici.
Vi è una storia degli studi che per ovvie ragioni si tralascia in questa sede. Mi limito ad offrire – miscelando
tra diversi approcci – alcuni spunti per una riflessione sulla documentazione efficace di pratiche
musicali/teatrali/multimediali in percorsi di ricerca-azione.
A partire da una performance d’artista: riprendo infatti, in prima istanza, da Silvia Giachello, Documentare
l’evento multimediale: una metodologia sperimentale per l’analisi dei processi creativi, dedicato a
Hipermembrana a Torino di Marce.lí Antúnez Roca.
Il riferimento specifico è all’uso delle tecniche audiovisive.
Due le questioni di base:
- l’utilizzo dei mezzi di registrazione audiovisiva, ovvero quanto e cosa riprendere di un evento, e come
riprenderlo (Giachello 2009, p. 2). Scelte tecnico-linguistiche che rinviano ad una opzione metodologica, ad
esse precedente: quella di una “comunicazione visuale”, che si costruisce mediante una pluralità di linguaggi,
soggetti, punti di vista (Chiozzi 2009, pp. 33-34)
- l’interazione, data dal mezzo filmico, con l’evento stesso, ovvero la consapevolezza di un’intrusione e di
un’interferenza unite alla necessità di cogliere e trasmettere l’autenticità e l’unicità di quel che accade
(Chiozzi 1993, p. 88; Giachello 2009, p. 2).
Questioni legate entrambe a “trasformazione” e “modificazione”. Nel primo caso si tratta, sul piano del
processo di documentazione, del passaggio da osservazione diretta a osservazione filmica e, su quello della
restituzione dell’esperienza, da osservazione a narrazione a comunicazione: è dunque l’ingresso intenzionale
in un regime di scrittura audiovisiva dell’evento, ovvero la sua rappresentazione mediata dai linguaggi della
visualità. Nel secondo caso, si tratta, sotto il profilo documentale, di prendere atto delle modificazioni, di
azione e di comunicazione, indotte dalla presenza della telecamera, riconoscendo che tali modificazioni sono
esse stesse elementi costitutivi dell’evento (Chiozzi 1993, p. 89). E che, in quanto tali, costituiscono parte
integrante nella produzione di una “memoria audiovisiva” che si ponga non come mero tracciamento ma,
ancora in analogia con la performance, quale «atto creativo di retrospezione» (Turner 1986, p. 43).
Due anche le indicazioni di metodo, originate da campi di studio quali l’antropologia visuale, teatrale, della
performance, in applicazione alla documentazione di processi creativi e prodotti scenici:
“preparare il terreno” ed “essere dentro la realtà che si descrive”, «in modo da cogliere dettagli significativi,
variazioni sempre possibili, avvenimenti imprevisti, e creare un clima di collaborazione e
compartecipazione» (Giachello 2009, p. 2).
Pronti a captare, e mettere in forma, quello che si può definire il presente del set: l’indessicalità come
l’improvvisazione, che sempre s’accompagnano all’esecuzione, alla realizzazione. A maggior ragione
quando si ha a che fare con la musica (si veda a titolo d’esempio quel che scrive Paolo Ricciardi,
http:/www.jazzitalia.net/lezioni/paoloricciardi/, analizzando i rapporti tra jazz/documentazione/cinema).
In sostanza, si richiede un doppio passo a chi documenta scientificamente un evento performativo: un essere
al contempo “fuori e dentro” la performance, in una posizione che si può definire, mutuando l’espressione
dall’antropologia visuale, di “documentazione partecipante”: intendendo con ciò un comportamento
osservativo frutto di una conoscenza e di una comprensione complessive e d’insieme dei processi in atto
unite ad un atteggiamento di condivisione e coinvolgimento (si pensi al docente documentalista).
Una riflessione a parte richiede la “particolare funzione della videocamera”(Giachello 2009, p. 3). Sempre
in riferimento all’orizzonte degli studi antropologico-performativi-visuali, si configurano diverse modalità
di registrazione audiovisiva; tre, in particolare, appaiono utilmente attivabili nella ricerca-azione di pratiche
musicali/teatrali (per semplicità, non si distingue qui tra differenti pratiche situazionali, quali la didattica
d’aula, il laboratorio, lo spettacolo dal vivo ecc.):
- l’allestimento dell’evento è esito di una progettazione comune tra esecutori e osservatori
- l’evento è filmato da un “osservatore partecipante”
- l’evento “è coperto”, nel suo svolgimento, da una telecamera, possibilmente in mano agli attori stessi
dell’evento.
In tutti e tre i casi, gli studenti possono giocare un ruolo cruciale nel processo di strutturazione, realizzazione
e rappresentazione dell’esperienza; in più, l’uso attivo e diretto di tecniche audiovisive da parte dei soggetti
giovani consente di far emergere modelli percettivi e cognitivi che possono a loro volta essere oggetto
d’analisi a partire dall’osservazione differita dell’evento.
Caratteristica comune a queste applicazioni è l’accento posto sull’aspetto partecipativo del processo di
produzione documentale: lo svolgersi collettivo e condiviso del farsi dell’evento e della sua registrazione.
Studenti, docenti, formatori sono tutti, ciascuno per la sua parte, parimenti coinvolti nell’elaborazione, nella
realizzazione, nella narrazione della performance: tutti attori e protagonisti nel/del processo di (auto) messa
in scena educativa e di costruzione del documento. Da ciò si comprende perchè alla fase della “ripresa”
dovrebbe sempre seguire quella della “restituzione”: rivedere e confrontare il materiale filmato con i soggetti
della performance favorisce infatti l’emergere di dati preziosi, il delinearsi di inattese connessioni e relazioni.
Come evidente, al di là delle differenze significative di possibile impiego, ciò che accomuna le tre forme
indicate di registrazione dell’evento performativo è la consapevolezza d’uso di un mezzo (il video) al tempo
stesso di conoscenza (del processo creativo), di contatto (con/tra gli attori del processo), di cambio/scambio
(tra differenti pratiche operative e situazionali).
In chiusura di questa rapida nota, le conclusioni tratte dall’esperienza documentale riportata da Giachello nel
suo articolo: «l’atteggiamento più opportuno da mantenere si è dimostrato dunque quello di farsi guidare
dagli eventi, mantenere costantemente alto il livello di attenzione rispetto al contesto, e intuitivamente
decidere, sulla base delle priorità e del materiale già acquisito, le azioni da intraprendere» (ivi, p. 5).
Suggerimenti validi per la documentazione di ogni tipo di processo creativo: si tratti di produzione d’opera
d’arte o di esecuzione d’aula, di performance d’artista o di studente.

Riferimenti bibliografici:
Borelli M., Savarese N.
Teatri nella rete. Arti e tecniche dello spettacolo nell’era dei nuovi media, Carocci, Roma 2004

Chiozzi, P.
Manuale di antropologia visuale, Unicopli, Milano 1993
Didattica della visualità, (a cura di), Bonanno Editore, Acireale-Roma 2009

Ferraris, M.
Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Laterza, Roma-Bari 2009

Giachello, S.
Documentare l’evento multimediale: una metodologia sperimentale per l’analisi dei processi creativi, 2009,
reperibile all’URL: http://wip.scriptaweb.eu/pratiche-sociali-ambienti-digitali/

Ottaviani, G.
Lo spettatore, l’antropologo, il performer. 10 schede infradisciplinari per teatro e antropologia, Bulzoni,
Roma 1999

Schechner, R.
La teoria della performance 1970-1983, (a cura di V. Valentini), Bulzoni, Roma 1984

Turner, V.
Antropologia della performance, Bologna, il Mulino, 1984
Dal rito al teatro, Bologna, il Mulino, 1986

Valentini, V.
Teatro in immagine,Bulzoni, Roma 1987