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Lezione 12. Architettura degli elaboratori. Memorie di Massa.

Dischi magnetici

Dopo aver visto le componenti interne dell'architettura degli elaboratori, ci occuperemo adesso
dei dispositivi che ruotano attorno al microprocessore e alla memoria centrale, vale a dire i
dispositivi periferici e le memorie di massa.
Partiremo da quest'ultime perché sono molto importanti in quanto consentono all'elaboratore
di piccole o grandi dimensioni di memorizzare quell'informazione, di piccole o grandi quantità,
che deve poi essere elaborata e gestita.
Gli argomenti di questa e della lezione successiva faranno riferimento alle memorie di massa
ed in particolare a due specifiche tipologie: dischi magnetiti e i dischi ottici.
Le prime sono principalmente conosciute come hard disk e floppy disk, ma vanno citati anche i
nastri magnetici utilizzati ancora nei centri di calcolo per operazioni di backup. Le seconde
fanno riferimento principalmente ai CD e DVD. Vi è poi un terzo tipo, vale a dire le memorie a
semiconduttore meglio note con il termine pendrive o flash memory che non saranno trattate
approfonditamente.

I parametri tipici che caratterizzano una memoria di massa sono tre: la capacità, misurata in
MB o GB; il tempo di accesso (cioè il tempo necessario per acquisire la prima informazione); la
velocità di trasferimento (una volta posizionati sulla prima informazione del nostro supporti di
memoria, con quanta velocità si trasferiscono i dati verso la memoria dell'elaboratore).

Se consideriamo le tecnologia oggi alla base della memorizzazione dell'informazione, come già
anticipato, possiamo considerare tre grandi aree: la prima sfrutta le caratteristiche magnetiche
di un certo mezzo, la seconda sfrutta proprietà ottiche mentre la terza, infine, sfrutta la
tecnologia dei semiconduttori (EEPROM).

Memorie magnetiche

Partiamo dalle memorie magnetiche. Esse sono caratterizzate dall'avere come struttura un
piatto coperto da materiale ferromagnetico che, per sua natura, è influenzabile da un campo
magnetico esterno prodotto da una testina appositamente concepita.

Per capire come avviene la scrittura dell'informazione, dobbiamo rappresentare il supporto


come un insieme di tante piccole calamite, cioè come tante aree costituite ciascuna da una
microscopica calamita. Ciascuna area ha un orientamento (sud o nord) determinato dal campo
magnetico che la circonda per cui, con un orientamento nord-sud o sud-nord della calamita,
possiamo ottenere due diversi stati ai quali associare l'informazione binaria. Si può dire, in
pratica, che quando la calamita è orientata in una certa direzione si associa uno 0 e quando è
orientata nella direzione opposta vi si associa un 1.

Il meccanismo che consente di orientare le piccole calamite è un campo magnetico esterno che
permetta di orientare in un senso o nell'altro in funzione del fatto che vogliamo memorizzare
un 1 o uno 0. Per creare il campo magnetico utilizziamo la testina precedentemente citata.
La testina è in materiale ferromagnetico ed è completata da un circuito - un filo elettrico – che,
una volta raggiunto dalla corrente, determina un campo magnetico che, in base alla direzione
da cui proviene la corrente stessa, ne determina l'orientamento,
E', quindi, relativamente facile, facendo scorrere la testina sul campo magnetico e mandando
impulsi di corrente da una direzione o dall'altra, orientare le piccole calamite che serviranno
per indicare le varie sequenza binarie.

In sintesi possiamo dire che il meccanismo di scrittura su una memoria magnetica si basa sulle
seguenti evidenze: il supporto è magnetico ed è costituito da tante piccole calamite le quali
possono assumere soltanto due posizioni; queste posizioni rappresentano una combinazione
binaria; il loro orientamento è determinato dall'opportuno inserimento del verso della corrente
nella testina; ciò significa che siamo in grado di orientare, a seconda del flusso di bit, le nostre
calamitine; esse resteranno in quella posizione fino alla prossima riscrittura.

Anche il meccanismo di lettura si basa su questi fenomeni. Se in un campo elettromagnetico


abbiamo una variazione, si determinano dei fenomeni elettrici all'interno delle spire nella
testina. Facendo, quindi, scorrere la testina in una certa direzione possiamo trovarci in
situazioni di discontinuità o continuità di campo perché da un campo Sud-Nord possiamo
trovarci in adiacenza con un altro Sud-Nord o un campo Nord-Sud. Nel primo caso sarà
rilevata la discontinuità, nel secondo caso no. E quindi, sapendo anche esattamente quando si
passa da una calamitina all'altra, si può tramutare questa discontinuità o continuità nella
lettura di una sequenza di bit.

In termini molto semplici sono questi i concetti alla base della lettura e scrittura di sequenze di
bit su supporto magnetico.
Non possiamo però pensare di avere un unico “serpentone” di 0 e 1. Le informazioni vanno
organizzate in un certo modo.
I dischi sono suddivisi in tracce concentriche le quale, a loro volta, sono articolate in settori.
Troviamo, quindi, un certo numero di tracce (la numero 0 è quella più esterna) e un certo
numero di settori.

Vi è poi un lettore con una testina che, grazie alla rotazione del disco, riesce ad andare a
leggere i dati posizionandosi su una certa traccia e attendendo che arrivi il settore desiderato.
In termini strutturali ma anche funzionali possiamo, quindi, pensare che il nostri disco sia
strutturato in blocchi. Questi blocchi sono settori di grandezza pari a 512 byte più altri bit di
informazioni di controllo come l'etichettatura del blocco e il recupero degli errori.

Un'altra considerazione che va tenuta presente e che ci porterà a introdurre una


organizzazione dei dischi un po' diversa e in linea con quella attualmente impiegata, è che i
settori esterni del disco hanno un area relativamente più ampia di quelli interni. La velocità
lineare all'esterno risulta essere maggiore di quella all'interno. Ciò comporta che lo spazio
occupato da un bit all'esterno è maggiore rispetto all'interno. Ne consegue che le strutture
moderne ottimizzano la memorizzazione mediante la zoned-bit-recording.
Si tratta di una tecnica che si basa sul concetto che lo spazio occupato da ciascun settore è
maggiore sulle tracce esterne. Pertanto, l'hard disk viene aggregato in tante zone e il numero
dei settori per ogni traccia non è più costante ma varia in funzione della zona e ovviamente
cresce per le zone più esterne. Così facendo si riesce ad aumentare la capacità dei supporti
magnetici.

Se noi aprissimo il contenitore di un disco troveremo un meccanismo rotante che fa girare il


piatto ricoperto da materiale ferromagnetico. Vi è poi una testina di lettura e scrittura che deve
potersi muovere per posizionarsi su tutte le tracce ed è dotata di un controllore che deve
coordinare i comandi che gli arrivano dalla CPU con le azioni meccaniche che permettono di
acquisire informazione.
Va tenuto presente, in termini di cache, che molte unità disco moderne ne hanno una inserita
proprio nel controller la quale ha funzioni analoghe a quelle viste parlando della memoria
centrale.

Prima di chiudere il discorso sugli hard disk vediamo alcuni parametri sui valori associati a
ciascun supporto e la geometria dei dischi.
Il Floppy disk ha una capacità tipica di 1,44 MB, un diametro di 3 pollici e mezzo, 80 tracce per
superficie e 18 settori per traccia.
Nel mondo degli hard disk, se ne prendiamo uno classico standard IDE/ATA, troviamo
tipicamente 63 settori per traccia mentre, in un disco un disco un po' più corposo da 3,8 GB,
si hanno 6810 tracce e settori variabili da 11 a 232 in 14 zone (in virtù della tecnica zoned-bit-
recording).
Altri parametri da considerare sono la velocità di rotazione al minuto che nei PC si attesta
mediamente attorno ai 7200 rpm; la velocità di trasferimento che una volta posizionati sul
settore varia da zone interne ed esterne ed oscilla da 44MB/s ai 111.4 MB/s; la velocità di
accesso, cioè il tempo per posizionare la testina sul settore nel quale si trovano i dati
desiderati, varia da 5 ai 15 millisecondi.

Se passiamo, infine, agli hard disk per i server, dobbiamo parlare di architettura RAID cioè un
sistema di memoria basato su una molteplicità di dischi che permette di memorizzare in modo
più efficiente ed efficace l'informazione.
Questo sistema è sostanzialmente un'architettura composta da più dischi che però viene vista
come un'unica entità e spetterà al controller del singolo apparato memorizzare l'informazione
nei diversi dischi i quali svolgono diverse funzioni.
Quest'ultime sono determinate da diverse filosofie. Ad esempio nel RAID 0 i dati vengono
ripartiti equamente su più dischi senza informazioni di ridondanza o parità, cioè si memorizza
su più dischi semplicemente.,
La soluzione RAID – 1 prevede di avere due dischi e di memorizzare l'informazione in modo
duplice su un disco e sull'altro. Così facendo ho una ridondanza che mi permette in caso di
errore di recuperare ugualmente l'informazione. Questa specularità determina anche il nome
dato al RAID – 1 di disk mirroring.
Nel RAID – 4 e nel più evoluto RAID – 5 i dati sono suddivisi in diversi blocchi e vi à un disco
che memorizza la parità, in modo tale che siano rilevate le informazioni.

Vedendo degli esempi. Nel mirroring i dati vengono copiati in modo identico i dati sia su un
disco che nell'altro disco. E' utile questo procedimento nel caso in cui si voglia preservare
alcuni dati e cautelarsi nel caso di rottura di uno dei due hard disk.

Più sofisticata è la filosofia del RAID 4 e 5 in cui le varie entità informative vengono
memorizzate ciascuna su uno dei sui vari dischi. Dopodiché si effettua un calcolo di parità e
questa viene memorizzata sul disco Qui non si duplica l'informazione ma si aggiunge una
informazione di parità che mi permette di rilevare eventuali errori su una unità disco e di
correggerli.

Nella prossima lezione vedremo l'architettura logica dei dischi per poi passare alle memorie
ottiche.