Vous êtes sur la page 1sur 401

LA BIBLIOTECA DELLE SCIENZE

Le Scienze
IIll 10 agosto 1 632 cinque padri gesuiti si
riunirono in un austero palazzo di Roma per
censurare, perché considerata sovversiva,
un'affermazione apparentemente innocua
che avrebbe gettato le basi della
matematica moderna: una linea continua è
composta da punti infinitamente piccoli. Ma
non si trattava solo di speculazione teorica.
In ballo c'era molto di più: il concetto
di infinitesìmo metteva in discussione
l'idea del mondo come luogo razionale e
governato da leggi matematiche esatte, e
con essa il dogma di un ordine naturale
e politico immutabile. Amir Alexander ci
racconta la storia di una lotta, combattuta
dalla Germania all'Inghilterra, dalla Roma
papale alle stanze della Royal Society,
che vide schierati da un lato i difensori
'
dell'autorità costituita, disposta a tutto
pur di mantenere salda l'ortodossia, e
dall'altro i promotori di un'epoca di libertà
intellettuale, progresso scientifico e
rinnovamento sociale.
Amir Alexander insegna storia alla University
of California di Los Angeles, e si occupa
dei legami tra la matematica e il suo
contesto sociale, culturale e politico. Prima
di Infinitamente piccoli ha pubblicato
"Geometrica! Landscapes" (2002) e "Duel
at Dawn: Heroes, Martyrs, and the Rise of
Modern Mathematics" (201 0).
Amir Alexander

INFINITAMENTE PICCOLI
La teoria matematica alla base
del mondo moderno

Le Scienze
LA BIBLIOTECA DELLE SCIENZE

Amir Alexander
Infinitamente piccoli
La teoria matematica alla base del mondo moderno

Traduzione di Laura Servidei


© 2015 Codice edizioni, Torino

Amir Alexander
Infinitesimal
How a Dangerous Mathematical Theory Shaped the Modern World
Copyright© 2014 by Amir Alexander
Ali rights reserved
Published by arrangement with Scientific American, an imprint of Farrar, Straus
and Giroux, LLC, New York and Marco Vigevani & Associati Agenzia Letteraria

© 2015 Edizione speciale per il mensile Le Scienze


Pubblicata su licenza di Codice edizioni, Torino

www.lescienze.it

Design di copertina: Marco Sauro per The Factory Roma

Tutti i diritti riservati. Ogni violazione sarà perseguita a termini di legge.


Edizione non vendibile separatamente dal mensile Le Scienze.
Supplemento al numero di questo mese.

Stampa e legatura: Puntoweb s.r.l.


Stabilimento di Ariccia (Roma) - 2015
A Jordan ed Ella

Nessun continuo è divisibile


in componenti che non ammettono parti.
Aristotele, Fisica, libro VI
Indice

Introduzione
IX Un cortigiano all'estero

Parte I
La guerra contro il disordine.
I gesuiti contro l'infinitamente piccolo

Capitolo 1
5 I figli di Ignazio

Capitolo 2
47 L'ordine matematico

Capitolo 3
83 Il disordine matematico

Capitolo 4
129 Annientare o essere annientati: la guerra
dell'infinitamente piccolo

Capitolo 5
171 La battaglia dei matematici
Parte II
Il Leviatano e l'infinitesimo

Capitolo 6
213 La venuta del Leviatano

Capitolo 7
249 Thomas Hobbes, geomètra

Capitolo 8
273 John Wallis, chi era costui?

Capitolo 9
307 Matematica per un nuovo mondo

345 Epilogo: due idee di modernità


352 Dramatis personae
360 Cronologia
365 Ringraziamenti
368 Indice analitico
Introduzione

Un cortigiano all'estero

Nell'inverno del 1663 il cortigiano francese Samuel Sorbière


fu presentato a un'assemblea della Royal Society di Londra 1 •
Henry Oldenburg, segretario dell'accademia scientifica da poco
fondata, spiegò che Sorbière era un amico dei tempi bui della
guerra civile, quando il re, cacciato dall'Inghilterra, aveva sta-
bilito la sua corte a Parigi. Ora, tre anni dopo la restaurazione
di Carlo II sul trono di Londra, Oldenburg era fiero di ospitare
il vecchio amico nella sua vera patria e di condividere con lui le
nuove entusiasmanti ricerche condotte sotto il tetto della RoyaJ
Society. Nei tre mesi che seguirono Sorbière visitò il paese in-
contrando le principali figure politiche e intellettuali, tra cui il
sovrano stesso.
Nel frattempo aveva fatto della Royal Society la sua nuova
casa: partecipava ai convegni e fraternizzava con gli altri mem-
bri. Questi, da parte loro, trattarono il socievole francese con il

1 Samuel Sorbière, Viaggio di leuante del Signor di Loir {... ] aggiontoui il Viaggio
d'Inghilterra del Signor di Sorbiere [... ], Longhi, Bologna 1670 (ed. orig. Relation
d'un voyage en Angleterre, 1664). Per la reazione inglese al resoconto di Sorbière,
si veda Thomas Sprat, Observations on M. de Sorbière's Voyage into England,
John Martyn and James Allestry, Londra 1665. Una breve biografia di Sorbière
si trova in Alexander Chalmers, Generai Biographical Dictionary, J. Nichols
and Son, Londra 1812-1817, XXVIII, p. 223. Per un resoconto recente della
carriera di Sorbière, e in particolare della sua visita in Inghilterra, si veda Lisa T.
Sarasohn, Who Was Then the Gentleman? Samuel Sorbière, Thomas Hobbes,
and the Royal Society, in "History of Science", XLII, 2004, pp. 211-232.
massimo rispetto e gli conferirono il loro più alto riconoscimen-
= to, nominandolo membro della Royal Society.
Che Sorbière lo meritasse davvero è abbastanza opinabile .
Per quanto fosse all'epoca un medico stimato e, per certi versi,
un uomo di lettere, lui stesso non si considerava un pensatore
originale. Era, per usare le parole presenti nella dedica a re
Luigi XIV, un "trombettiere" piuttosto che un "soldato" nella
"guerra delle lettere": uno che non promuoveva idee proprie,
ma divulgava le ingegnose invenzioni di altri, grazie alla sua
vasta rete di conoscenze e corrispondenze. Una rete senza dub-
bio notevole, che comprendeva alcuni dei maggiori luminari
di Francia, oltre a scienziati e filosofi in Italia, Olanda e In-
ghilterra. Sorbière rappresenta una figura familiare nei circoli
intellettuali, da quelli dell'epoca fino a quelli dei nostri giorni:
quello che tutti conoscono, anche se non è detto che lo stimino
più di tanto. A preoccupare non poco i membri della Royal
Society, tuttavia, era il fatto che Sorbière fosse amico intimo
e traduttore in francese di Thomas Hobbes, un uomo che la
maggior parte di loro considerava un pericoloso sovversivo,
una minaccia per la religione e lo Stato.
Se gli alti papaveri della Royal Society erano disposti a chiu-
dere un occhio su queste pecche e invitarlo a far parte della
loro cerchia, il motivo era semplice: Sorbière era un uomo in
ascesa. Nel1650, dopo un lungo esilio in Olanda, era tornato in
Francia dove, quattro anni più tardi, aveva abbandonato la fede
protestante per convertirsi al cattolicesimo. Una scelta saggia, in
un periodo in cui la posizione dei protestanti in Francia si sta-
va facendo sempre più precaria. Sorbière entrò nelle grazie del
cardinale Mazzarino, primo ministro di Luigi XIV, ottenendo
accesso alla cerchia privata del re; gli fu assegnato un vitalizio
e attribuito il titolo di storiografo reale. Cercò di usare la sua
influenza di alto cortigiano per istituire un'accademia scientifica
in Francia; il suo viaggio in Inghilterra aveva in parte lo scopo di
studiare la Royal Society, per stabilire se potesse servire da mo-
dello per un istituto simile in patria. Per i maggiorenti della ne-
onata accademia, costantemente in cerca di mecenati e benefat-

(
tori, Sorbière era un emissario della fulgida corte di Luigi XIV,
dunque un uomo da trattare con la massima considerazione.
Se Oldenburg e i suoi colleghi speravano di essere congrua-
mente ripagati per gli onori riservati a Sorbière, rimasero ben
presto delusi. Pochi mesi dopo essere tornato in patria, questi
pubblicò un resoconto delle sue esperienze in Inghilterra nel
quale mostrava scarso apprezzamento per il paese da poco vi-
sitato, lasciando sconcertati gli accademici inglesi. Agli occhi di
Sorbière l'Inghilterra soffriva dell'eccesso di libertà religiosa e di
"genio repubblicante", che indebolivano la religione ufficiale e
l'autorità regale. La Chiesa anglicana, scrive Sorbière, è proba-
bilmente la migliore tra le numerose sette, perché «la gerarchia
ispira a' popoli rispetto verso coloro che li governano, e si dà la
mano con la monarchia» 2 • Ma le altre denominazioni (presbi-
teriani, indipendenti, quaccheri, sociniani, mennoniti eccetera)
sono il pernicioso frutto di un'eccessiva tolleranza e non devono
avere spazio in un regno pacifico.
Sorbière, per essere onesti, nei confronti della Royal Society
si profonde in lodi; parla con ammirazione degli esperimenti
che vi si conducono, nonché del carattere estremamente civile
dei dibattiti tra i suoi membri. Si spinge anche a prevedere che
«se l'armonia dell'Accademia Reale non si tralascia [... ] si ver-
rà dall'estremità del mondo ad ammirare così bella e così dot-
ta società>> 3 • I dettagli del resoconto di Sorbière, tuttavia, sono
molto meno lusinghieri. Sostiene per esempio che l'accademia è
divisa tra i sostenitori di due filosofi francesi, Descartes (Carte-
sio) e Gassendi, un'affermazione che offendeva gli inglesi tanto
dal punto di vista patriottico quanto da quello dei principi: la
Royal Society si gloriava infatti di seguire la sola natura, rifug-
gendo qualsiasi filosofia schematica. Sorbière insulta il conte di
Clarendon, lord cancelliere di Carlo II e patrono dell'accademia,
scrivendo che capiva le formalità della legge, ma poco le altre

2 Sorbière, Viaggio di leuante del Signor di Loir, ci t., p. 322.


3 lvi, p. 351.

XI
c
o cose, ed era «ignorante delle belle lettere» 4 • Del matematico oxo-
niense John Wallis (1616-1703) scrive che il suo aspetto indu-
ceva al riso e soffriva di alito pesante, riuscendo «incommodo»
nella conversazione. La sua unica speranza, secondo Sorbière, è
purificarsi respirando «l'aria della corte di Londra>> 5 •
Per il nemico dell'accademia Thomas Hobbes, avversario
personale di Wallis, Sorbière invece non ha che lodi. È «di buon
garbo>>, scrive, amico di <<teste coronate>> nonostante la sua edu-
cazione protestante6 • Inoltre, dice Sorbière, è Hobbes il vero ere-
de dell'illustre Francis Bacon (Bacone), defunto lord cancellie-
re d'Inghilterra e profeta della nuova scienza. Era quest'ultima
la maggiore delle offese di Sorbière agli occhi dei vertici della
Royal Society. Bacone era venerato dall'accademia come il suo
spirito guida, a tutti gli effetti un santo patrono. Che del suo
mantello venisse avvolto Hobbes era intollerabile. Come scrisse
in una replica puntuale a Sorbière Thomas Sprat, storiografo
dell'accademia, tra Bacone e Hobbes non c'era più somiglianza
che <<tra San Giorgio e un carrettiere>>.
Sorbière finì con il pagare cara l'impressione di ingratitu-
dine suscitata in chi l'aveva ospitato. Poteva anche infischiar-
sene degli insulti di Sprat, scagliati dalla lontana Londra, ma
non poteva ignorare le implicazioni sgradevoli alla corte del re
a Parigi. All'epoca la Francia era alleata dell'Inghilterra nella
guerra contro la repubblica olandese, e Luigi XIV non era mol-
to felice che uno dei suoi uomini di corte fosse causa di attriti
diplomatici con un utile alleato. Il re tolse immediatamente a
Sorbière la carica di storiografo reale e lo bandì dalla corte.
L'interdizione fu revocata qualche mese dopo, ma per Sorbière
le cose non furono mai più le stesse; cercò ripetutamente di
ingraziarsi il re e, non riuscendoci, si recò a Roma per cercare
l'appoggio del papa. Morì nel 1670, senza mai aver riconqui-

4 lvi, p. 356.
5 lvi, p. 344.
6 lvi, p. 343. La risposta di Sprat è citata in Sarasohn, Who Was Then the
Gentleman?, cit., p. 225.

XII
stato lo status e il prestigio di cui godeva alla vigilia del viaggio
in Inghilterra.
Nonostante l'intempestività quanto meno disastrosa per la
carriera del suo autore, il Viaggio di leuante di Sorbière esprime
punti di vista che, per molti aspetti, erano quel che ci si poteva
aspettare da un uomo nella sua posizione. Del resto era un cor-
tigiano di Luigi XIV, il re che più di tutti fu responsabile dell'av-
vento dell'assolutismo in Francia e la cui filosofia di governo
era ben sintetizzata dal famoso (e forse apocrifo) motto "L'état
c'est moi". Negli anni sessanta del Seicento il sovrano stava ra-
pidamente concentrando il potere statale nelle mani del re ed
era ormai a buon punto nella creazione di uno Stato uniconfes-
sionale; un processo che si completerà nel1685 con l'espulsione
degli ugonotti. L'ambizione della corte francese era creare una
nazione con "un re, una legge, una fede" ("un roi, une loi, une
foi") e certamente Sorbière non trovò molte tracce di questo
sentire, in Inghilterra. Gli inglesi non solo avevano represso la
vera fede cattolica, ma non erano nemmeno riusciti a sostituirla
con un'unica religione specifica. La pletora di sette esistenti in-
deboliva la religione ufficiale, e di conseguenza l'autorità del re.
Personaggi le cui azioni nel corso della guerra civile avevano ge-
nerato sospetti di pericolose tendenze repubblicane occupavano
rispettabili posizioni statali o ecclesiastiche, mentre Hobbes, un
fedele realista la cui filosofia era al servizio delle "teste corona-
te", veniva messo da parte.
E le cose non erano certo meglio per quanto riguardava i
costumi personali degli inglesi. In Francia entrare a far parte
della vita sociale di corte era la più alta aspirazione sociale e
politica di qualunque persona che volesse lasciare il segno. I
membri di questa esclusiva cerchia si distinguevano per i ve-
stiti e i modi raffinati, che avevano lo scopo di differenziarli
dagli estranei e segnalarne la superiorità sociale. Gli inglesi che
ospitarono Sorbière, tuttavia, non sembravano molto inclini
a seguire l'esempio francese. Alcuni, tra cui il presidente della
Royal Society lord Brouncker e il nobile Robert Boyle, erano
membri dell'alta aristocrazia con un'educazione pari a quella di

XIII
qualunque cortigiano francese, ma altri no. E, come era chiaro
nel caso di Wallis, la carenza di modi raffinati non impediva di
ricoprire posizioni di riguardo nei circoli intellettuali; Hobbes,
al contrario, aveva passato una vita frequentando le case degli
aristocratici e adottandone i modi, quindi Sorbière lo sentiva
molto vicino. Ridicolizzando Wallis e lodando Hobbes, Sorbière
non stava solo dando voce alla sua sensibilità personale: stava
criticando la mancanza di raffinatezza aristocratica nella società
inglese e lamentando il fatto che in Inghilterra non fosse la corte
a determinare il carattere della vita culturale del paese, come
avveniva invece in Francia. Quando si mescolano i piani alti con
i bassi, e cafoni come Wallis vengono ammessi nell'alta società,
che speranza hanno il re e la sua corte di affermare la propria
autorità? Una mescolanza del genere non sarebbe mai stata per-
messa alla corte del Re Sole e non faceva che confermare l'idea
di Sorbière che un pericoloso "genio repubblicante" si annidasse
sotto la superficie della società inglese.
Hobbes, per il modo di vedere di Sorbière, era tutto ciò che
un uomo di cultura avrebbe dovuto essere: aristocratico nei
modi, amico degli uomini più importanti del regno, suddito le-
ale e fedele, filosofo i cui insegnamenti (secondo Sorbière) suf-
fragavano il potere monarchico. Wallis era tutto l'opposto: sgra-
ziato e rozzo, era un ex sostenitore del parlamento, che aveva
mosso guerra al proprio re e aveva immeritatamente ottenuto
dal sovrano reinsediato una posizione di prestigio. Non stupisce
dunque che nella lunga faida tra Wallis e Hobbes il monarchico
francese prenda le parti del secondo.
Nel resoconto della disputa, tuttavia, Sorbière non insiste
sulle differenze politiche o religiose tra i due contendenti, ma
si concentra su qualcosa di completamente diverso: «Si ragio-
nava» spiega <<intorno alla linea indivisibile de' matematici,
ch'è una chimera, della quale non si hà nemmeno l'Ìdea»7• Per
Sorbière il nocciolo della questione era che Wallis accettava il

7 Sorbière, Viaggio di leuante del Signor di Loir, cit., p. 398.

:rv
concetto di indivisibili matematici, mentre Hobbes no (e con lui
Sorbière). La differenza era tutta lì.
L'idea che un saggista politico, nell'analizzare le istituzioni di
un paese straniero, si concentri su un astruso concetto matema-
tico ci sembra oggi non solo sorprendente, ma a dir poco stra-
vagante. I concetti della matematica superiore ci appaiono così
astratti e universali da non poter avere alcun rilievo nella vita
politica o culturale. Sono appannaggio di studiosi altamente
specializzati e le menti dei critici socio-culturali non ne vengono
nemmeno sfiorate, per non parlare di quelle dei politici. Ma le
cose non stavano così all'inizio dell'era moderna: Sorbière non
era certo l'unico non addetto ai lavori preoccupato dall'infinita-
mente piccolo. A quell'epoca gli intellettuali e i pensatori appar-
tenenti a correnti politiche e religiose di segno opposto condu-
cevano campagne indefesse contro la dottrina degli indivisibili,
per eliminarla dal dibattito filosofico e scientifico. Negli stessi
anni in cui in Inghilterra Hobbes disputava con Wallis sull'indi-
visibilità della linea, la Compagnia di Gesù stava conducendo la
propria campagna contro l'infinitamente piccolo nei paesi cat-
tolici. In Francia Cartesio, che aveva inizialmente mostrato un
considerevole interesse nei confronti degli infinitesimi, cambiò
idea e finì con l'eliminarli del tutto dal suo sistema filosofico on-
nicomprensivo. Ancora nel 1730 il vescovo cattolico anglicano
George Berkeley scherniva i matematici per l'uso degli infini-
tesimi, da lui chiamati "fantasmi di quantità defunte". Contro
i detrattori, si schierarono in difesa dell'uso dell'infinitamente
piccolo alcuni dei più insigni matematici e filosofi dell'epoca:
fra questi, oltre a Wallis, ci furono Galileo e i suoi seguaci, Ber-
nard Le Bovier de Fontenelle e Isaac Newton.
La ragione per cui le migliori menti dell'inizio dell'età mo-
derna combattevano così aspramente attorno all'infinitamente
piccolo è che in ballo, in realtà, c'era molto più di un oscuro
concetto matematico: la disputa riguardava la struttura stessa
del mondo moderno. Due erano le fazioni che si scontravano
sull'infinitesimo. Da una parte erano schierate le forze della ge-
rarchia e dell'ordine: i gesuiti, i seguaci di Hobbes, i cortigiani di

xv
Francia e i cattolici anglicani, che credevano in un ordine unico
e immutabile del mondo, sia naturale sia umano, e si opponeva-
no con forza agli infinitesimi. Dall'altra c'erano quelli che, per
confronto, potremmo chiamare libertari, come Galileo, Wallis e
i newtoniani, che credevano in un ordine più pluralistico e fles-
sibile, che permettesse la coesistenza di punti di vista diversi e di
differenti centri di potere, e peroravano l'uso degli infinitesimi
nella matematica. Il confine era tracciato e la vittoria dell'una o
dell'altra parte avrebbe lasciato il segno nel mondo per secoli.

n problema degli infinitesimi


Per capire perché la battaglia sugli indivisibili sia diventata
così critica, dobbiamo investigare più da vicino il concetto stes-
so, all'apparenza ingannevolmente facile, ma in realtà alquanto
problematico. Nella sua forma più semplice la teoria afferma
che ogni linea è formata da una fila di punti (o "indivisibili"),
una sorta di mattoncini elementari che non possono essere sud-
divisi. lntuitivamente questo sembra possibile, ma lascia molto
di irrisolto. Per esempio, se una linea è fatta di indivisibili, quan-
ti ce ne sono e quanto sono grandi? Una possibilità è che in ogni
linea ve ne sia un numero molto grande, per esempio un miliar-
do di miliardi. In quel caso la lunghezza di ciascun indivisibile è
un miliardesimo di miliardesimo di quella della linea originale:
davvero una misura molto piccola. Il problema è che qualunque
lunghezza non nulla, anche se molto piccola, si può sempre sud-
dividere. Potremmo, per esempio, dividere la linea originale in
due parti uguali e poi dividere ciascuna di esse in un miliardo di
miliardi di parti, ottenendo segmenti lunghi la metà dei nostri
"indivisibili" di partenza. Questo significa che i nostri presunti
indivisibili dopotutto si possono suddividere: la nostra ipotesi
iniziale che siano atomi irriducibili è dunque falsa.
L'altra possibilità è che in una linea non ci sia "un nume-
ro molto grande" di punti, ma ce ne siano infiniti. Se ognuno
di questi indivisibili avesse una lunghezza non nulla, allinean-

XVI
clone un numero infinito si otterrebbe una lunghezza infinita,
contraddicendo l'ipotesi che la linea originale abbia lunghezza
finita. Dobbiamo quindi concludere che gli indivisibili hanno
lunghezza nulla. Purtroppo però, come sappiamo, 0 + 0 = 0, e
questo implica che possiamo allineare quanti indivisibili voglia-
mo, ma la loro lunghezza totale assommerà sempre a zero e non
raggiungerà mai la lunghezza della linea originale. Dunque, di
nuovo, la nostra ipotesi che la linea continua sia composta di
indivisibili porta a una contraddizione.
Gli antichi greci conoscevano molto bene questo tipo di pro-
blemi, che il filosofo Zenone di Elea (quinto secolo a.C.) co-
dificò in una serie di paradossi dal nome originale. "Achille e
la tartaruga", per esempio, dimostra che il veloce Achille non
raggiungerà mai la sua avversaria, per quanto lenta essa sia,
se deve prima percorrere la metà della distanza che li separa,
poi un quarto, poi un ottavo, e così via. Eppure dall'esperienza
sappiamo che Achille certamente raggiunge la sua lenta rivale:
abbiamo quindi un paradosso.
L'esempio della "freccia di Zenone" parte invece dall'asser-
zione che se un oggetto occupa una regione di spazio uguale alla
propria estensione, allora è fermo. Questo, però, è vero di una
freccia in ogni istante del suo volo, il che porterebbe a conclu-
dere che la freccia non si muove. Sebbene in apparenza semplici,
i rompicapi di Zenone sono in realtà estremamente difficili da
risolvere, essendo basati sulle contraddizioni intrinseche degli
indivisi bili.
Ma i problemi non finiscono qui, perché la teoria degli indi-
visibili si scontra anche con il fatto che alcune grandezze sono
tra loro incommensurabili. Consideriamo per esempio due seg-
menti le cui lunghezze misurano rispettivamente 3 e 5. Natu-
ralmente la lunghezza 1 è contenuta esattamente tre volte nel
segmento più corto ed esattamente cinque in quello più lungo.
Poiché è contenuta un numero intero di volte in entrambi, di-
ciamo che la lunghezza 1 è una misura (un divisore) comune
dei segmenti di lunghezza 3 e 5. Analogamente, se consideriamo
segmenti di lunghezza 3½ e 4½, la misura comune risulta essere

XVII
113, che è contenuto sette volte in 3½ e nove volte in 4½. Ma le
= cose non tornano più se consideriamo la diagonale di un qua-
drato e il suo lato. In termini moderni diremmo che il rapporto
tra le due lunghezze è √2, un numero irrazionale.
Gli antichi la vedevano diversamente, dimostrando che le
due lunghezze non hanno una misura comune, sono "incom-
mensurabili". Ciò significa che, per quante volte si suddividano
le due linee, o quanto finemente le si affetti, non si arriverà mai
a una lunghezza che sia divisore comune. L'incommensurabilità
rappresenta un problema per la teoria degli indivisibili, perché
se le linee fossero composte di indivisibili, la lunghezza di tali
atomi matematici sarebbe una misura comune per qualunque
coppia di segmenti. Ma se due segmenti sono incommensurabi-
li, non può esistere un componente comune; dunque non esiste
alcun atomo matematico, alcun indivisibile.
La scoperta di questi storici rompicapi da parte di Zenone e
dei pitagorici nel sesto e quinto secolo a.C. cambiò il corso della
matematica antica. Da quel punto in poi i matematici classici
rifuggirono dalle preoccupanti considerazioni sull'infinitamente
piccolo per concentrarsi invece sulle chiare e sistematiche dedu-
zioni della geometria. Il primo fu Platone (428-348 a.C. circa),
che fece della geometria il modello di argomentazione razionale
nel suo sistema filosofico e (secondo la tradizione) fece scolpire
la scritta: "Non entri chi non sa di geometria" sopra l'ingresso
della sua accademia. Il suo discepolo Aristotele (384-322 a.C.
circa) differiva dal suo maestro per molti aspetti, ma concor-
dava sul fatto che gli infinitesimi andassero evitati. In una det-
tagliata e autorevole discussione dei paradossi del continuo nel
libro sesto della Fisica, Aristotele conclude che il concetto di
infinitesimo è erroneo e che le grandezze continue si possono
suddividere indefinitamente.
La fuga dagli infinitesimi sarebbe stata probabilmente defi-
nitiva se non fosse stato per la notevole opera del maggiore tra i
matematici dell'antichità, Archimede da Siracusa (287-212 a.C.
circa). Perfettamente consapevole dei rischi matematici che cor-
reva, Archimede scelse di ignorare i paradossi dell'infinitamente

XVIII
piccolo, dimostrando così la potenza di questo concetto come
strumento matematico. Per calcolare il volume del cilindro o
della sfera li affettò in un numero infinito di strati paralleli di
cui poi sommò le aree, ottenendo il risultato corretto. Dando
per buono che le grandezze continue siano in effetti composte di
indivisibili, Archimede riuscì a ottenere risultati che in qualun-
que altro modo sarebbero stati pressoché impossibili.
Archimede fu attento a non fare affidamento sul suo nuovo
e problematico metodo: dopo aver ottenuto i risultati usando
gli infinitesimi, tornò indietro e li ridimostrò uno per uno con i
metodi geometrici convenzionali, senza far uso dell'infinitamen-
te piccolo. Eppure, nonostante la sua cautela e la sua fama di
grande saggio dell'antichità, non ebbe seguaci in questo campo.
Le successive generazioni di matematici si tennero alla larga dal
suo approccio innovativo, affidandosi ai ben collaudati metodi
della geometria e alle sue inconfutabili verità. Per oltre un mil-
lennio e mezzo gli studi di Archimede sugli infinitesimi rimasero
un'anomalia, la fugace visione di una strada non intrapresa.
Fu solo nel Cinquecento che una nuova generazione di ma-
tematici si decise a riscattare le sorti dell'infinitamente piccolo.
Simon Stevin (Stevino) nelle Fiandre, Thomas Harriot in Inghil-
terra, Galileo Galilei e Bonaventura Cavalieri in Italia e altri
ancora riscoprirono gli esperimenti di Archimede con gli infini-
tesimi e ricominciarono a prenderne in considerazione le possi-
bilità. Come Archimede, calcolarono aree e volumi delimitati da
varie figure geometriche e si spinsero oltre l'opera del maestro
calcolando la velocità degli oggetti in moto e la pendenza delle
curve. Laddove Archimede era stato attento ad affermare che
i risultati erano solo provvisori, in attesa della dimostrazione
ottenuta con metodi geometrici tradizionali, i nuovi matematici
furono meno cauti. Sfidando i ben noti paradossi, trattarono
apertamente il continuo come costituito di indivisibili e proce-
dettero di conseguenza. La loro audacia fu ripagata: il "metodo
degli indivisibili" rivoluzionò la pratica della matematica mo-
derna, rendendo possibile il calcolo di aree, volumi e pendenze
che prima d'allora erano fuori portata. Una disciplina ingessata,

XIX
che era rimasta sostanzialmente immutata per secoli, divenne a
un tratto dinamica e in costante espansione, capace di sempre
nuovi risultati. Alla fine del Settecento il metodo, formalizzato
da Newton e da Leibniz, divenne l'affidabile algoritmo che oggi
chiamiamo analisi matematica: un preciso ed elegante sistema
matematico applicabile a una varietà illimitata di problemi. In
questa forma il metodo degli indivisibili, centrato sulla parados-
sale dottrina dell'infinitamente piccolo, divenne il fondamento
della matematica moderna.

n sogno perduto
Eppure, per quanto utile ed efficace fosse, il concetto di in-
finitamente piccolo era costantemente sotto assedio. Lo conte-
stavano i gesuiti; lo contestavano Hobbes e i suoi seguaci; lo
contestavano i prelati anglicani, e molti altri ancora. Un'opposi-
zione tanto forte da molti ambienti diversi si spiega con il fatto
che l'infinitamente piccolo, pur essendo un'idea semplice, faceva
crollare un gran bel sogno: quello di un mondo perfettamente
razionale, governato da rigorose leggi matematiche; un mondo
in cui ogni cosa, naturale o umana, ha un posto assegnato e
immutabile. Dal granello di sabbia alle stelle del cielo, dal più
umile accattone fino ai re e agli imperatori, tutto è parte di una
gerarchia eterna e precostituita. Qualunque tentativo di modifi-
carla o ribaltarla è una ribellione contro l'unico ordine inaltera-
bile, un atto insensato di disturbo destinato, comunque, a fallire.
Ma i paradossi di Zenone e il problema dell'incommensura-
bilità dimostrano che il sogno di un'adesione perfetta tra la ma-
tematica e il mondo fisico non regge. A livello dell'infinitamente
piccolo i numeri non corrispondono a oggetti fisici e qualunque
tentativo di imporre il contrario porta a paradossi e contraddi-
zioni. Il ragionamento matematico, per quanto rigoroso e vero
dal proprio punto di vista, non ci può dire come dev'essere il
mondo nella realtà. Al cuore della creazione, a quanto sembra,
sta un mistero che sfugge alla presa del ragionamento più ri-

xx
goroso e permette al mondo di divergere dalle nostre migliori
deduzioni matematiche e andare per conto suo; non ci è dato
sapere dove.
Questo turbava profondamente chi credeva in un mondo ra-
zionalmente ordinato e immutabile in eterno. Nell'ambito della
scienza significava che qualunque teoria matematica del mondo
è necessariamente parziale e provvisoria, perché non può spie-
gare tutto e potrà sempre essere sostituita da una migliore. Ma
ancor più inquietanti erano le implicazioni politiche e sociali. Se
non esiste un ordine razionale e inalterabile nell'universo, che
cosa rimane a garantire l'ordine sociale e impedire che degeneri
nel caos? A chi faceva parte della gerarchia esistente, o era pre-
posto alla stabilità sociale, gli infinitesimi sembravano aprire la
strada alla ribellione, al sovvertimento, alla rivoluzione.
Chi accoglieva con favore l'introduzione dell'infinitamente
piccolo nella matematica aveva invece una visione meno rigi-
da riguardo all'ordine del mondo naturale e della società. Se il
mondo fisico non è governato dal rigoroso ragionamento ma-
tematico, non c'è modo di sapere a priori come è strutturato e
come funziona. Il compito degli scienziati è dunque quello di
raccogliere informazioni sul mondo e condurre esperimenti fino
ad arrivare alla spiegazione che meglio si adatta ai dati disponi-
bili. E, proprio come per il mondo della natura, gli infinitesimi
portarono una nuova apertura anche nel mondo dell'umanità.
L'ordine sociale, religioso e politico esistente non poteva più es-
sere visto come l'unico possibile, perché gli infinitesimi avevano
dimostrato che un ordine necessario non esiste. Proprio come
temevano i suoi avversari, l'infinitamente piccolo aveva aperto
la strada alla critica delle istituzioni sociali esistenti e alla speri-
mentazione di soluzioni nuove. Dimostrando che la realtà non
si può ridurre a ragionamento matematico rigoroso, l'infinita-
mente piccolo liberò l'ordine sociale e politico dal bisogno di
gerarchie inflessibili.
All'inizio dell'era moderna la battaglia intorno all'infinita-
mente piccolo prese forme diverse in vari luoghi, ma in nessuno
fu combattuta con più determinazione, o con più alta posta in

XXI
gioco, che alle due estremità dell'Europa occidentale: l'Italia a
sud e l'Inghilterra a nord. In Italia furono i gesuiti a guidare la
carica contro gli infinitesimi, all'interno della loro lotta per ri-
stabilire l'autorità della Chiesa cattolica dopo gli anni disastrosi
della Riforma. Il racconto di questa guerra, dai primi deboli bar-
lumi all'inizio della storia della Compagnia di Gesù, fino all'api-
ce delle battaglie contro Galileo e i suoi seguaci, è argomento
della parte prima del libro, La guerra contro il disordine. Anche
in Inghilterra la lotta sull'infinitamente piccolo seguì un periodo
di turbolenza e sconvolgimenti: i due decenni di guerra civile e
rivoluzione alla metà del diciassettesimo secolo, durante i qua-
li l'Inghilterra rimase senza un re. L'epica battaglia all'ultimo
sangue tra Thomas Hobbes e John Wallis fu una lotta tra due
modi rivali di guardare al futuro dello Stato inglese. La storia
di questa guerra, le sue radici nei giorni del terrore durante la
rivoluzione, il suo ruolo nella fondazione della principale ac-
cademia scientifica mondiale e il suo effetto nell'affermazione
dell'Inghilterra come grande potenza mondiale si trovano nella
seconda parte del libro, Il Leviatano e l'infinitesimo.
Da nord a sud, dall'Inghilterra all'Italia, la lotta sull'infini-
tamente piccolo infiammò l'Europa occidentale. I confini erano
chiaramente delineati: da una parte stavano i sostenitori della
libertà intellettuale, del progresso scientifico e della riforma po-
litica; dall'altro i paladini dell'autorità, della conoscenza uni-
versale immutabile e della gerarchia politica fissata. I risultati
della battaglia non furono ovunque gli stessi, ma la posta in
gioco era dappertutto molto alta: l'aspetto del mondo moderno,
che all'epoca stava nascendo. L'affermazione "il continuo mate-
matico è composto di indivisi bili distinti" a noi suona piuttosto
innocente, ma tre secoli e mezzo fa aveva il potere di scuotere le
fondamenta del mondo moderno. E così fece: la vittoria finale
dell'infinitamente piccolo aiutò ad aprire la strada a una nuova
scienza più dinamica, alla tolleranza religiosa e alle libertà poli-
tiche, a livelli mai raggiunti prima nella storia dell'umanità.

XXII
Infinitamente piccoli
Parte I
La guerra contro il disordine
I gesuiti contro l'infinitamente piccolo

L'unità tra molti non si può mantenere senza ordine,


né l'ordine senza il dovuto legame di obbedienza
tra inferiori e superiori.
Ignazio di Loyola, Lettera alla comunità di Coimbra,
15 gennaio 1548
Capitolo l

I figli di Ignazio

Una riunione a Roma

10 agosto del1632. In un austero palazzo romano sulla riva


sinistra del Tevere si riunirono cinque uomini in tonaca nera.
L'abito li designava come membri della Compagnia di Gesù, il
più potente ordine religioso dell'epoca, e così anche il luogo del
convegno, il Collegio Romano, quartier generale del vasto impe-
ro gesuita del sapere. Il capo dei cinque era l'anziano monaco te-
desco Jacob Bidermann, che si era fatto un nome scrivendo ela-
borate rappresentazioni teatrali a tema religioso. Gli altri sono
per noi sconosciuti, ma dai loro nomi (Rodriguez, Roseo, Alva-
rado e forse Fordinus) si direbbe che fossero spagnoli e italiani,
come molti di coloro che militavano nelle fila della Compagnia.
Questi signori erano sconosciuti allora quanto lo sono oggi, ma
così non era per il loro alto uffizio: erano i "revisori generali"
della Compagnia di Gesù, nominati dal generale dell'ordine tra
i docenti del collegio. La loro missione: sottoporre a giudizio le
più recenti idee scientifiche e filosofiche del momento.
Il compito era arduo. Istituiti all'inizio del Seicento dal gene-
rale Claudio Acquaviva, i revisori arrivarono in scena appena
in tempo per affrontare il tumulto intellettuale che oggi chia-
miamo rivoluzione scientifica. Più di mezzo secolo era trascorso
dalla pubblicazione del trattato in cui Niccolò Copernico pro-
clamava l'inedita teoria che la Terra girasse intorno al Sole e da
Capitolo 1
allora il dibattito sulla struttura dei cieli non aveva cessato di
infuriare. Poteva essere che, contrariamente all’esperienza quo­
tidiana, il buon senso e l’opinione consolidata, la Terra davvero
si muovesse? Né le cose erano più semplici per altri campi, in
cui ogni giorno sembravano spuntare nuove idee: sulla struttura
della materia, sulla natura del magnetismo, sulla possibilità di
trasformare metalli vili in oro, sulla circolazione sanguigna. Un
flusso costante di interrogativi giungeva ai revisori generali di
Roma da ogni angolo del mondo cattolico, dovunque ci fos­
se una scuola gesuita. Queste nuove idee sono scientificamen­
te solide? Si possono far quadrare con quel che sappiamo del
mondo e con gli insegnamenti dei grandi filosofi del passato? E,
punto più cruciale, sono o no in conflitto con le sacre dottrine
della Chiesa cattolica? I revisori ricevevano queste domande, le
esaminavano alla luce delle teorie accettate dalla Chiesa e dal­
la Compagnia ed emettevano il loro giudizio. Alcune idee era­
no ritenute accettabili, ma altre erano rifiutate, bandite, e non
potevano più essere professate né insegnate da alcun membro
dell’ordine gesuita.
L’impatto delle decisioni dei revisori era in realtà ben più
vasto. Dato il prestigio della Compagnia nel mondo cattolico, il
punto di vista dei gesuiti e le dottrine insegnate nei loro istituti
avevano un peso notevole ben oltre i confini dell’ordine. I giu­
dizi provenienti dalla Compagnia erano considerati autorevoli
quasi ovunque e pochi studiosi cattolici avrebbero osato difen­
dere un’idea condannata dai revisori generali. Di conseguenza,
padre Bidermann e i suoi colleghi avevano a tutti gli effetti il
potere di determinare il destino ultimo delle nuove proposte a
loro presentate. Con un tratto di penna potevano decidere quali
idee avrebbero prosperato e sarebbero state insegnate ai quat­
tro angoli del mondo, e quali invece sarebbero state consegnate
all’oblio, dimenticate come se non fossero mai state proposte.
Era una responsabilità pesante, che richiedeva grande erudizio­
ne e assennatezza. Non stupisce che solo i docenti più esperti e
fidati del Collegio Romano fossero ritenuti degni di ricoprire il
ruolo di revisori.

6
Ma il problema portato al cospetto dei revisori generali quel

I figli di Ignazio
giorno d’estate del 1632 sembrava lontano dalle grandi questio­
ni che stavano scuotendo le fondamenta intellettuali dell’Euro­
pa. Mentre a pochi chilometri di distanza Galileo veniva denun­
ciato (e sarebbe stato di lì a poco condannato) per aver asserito
che la Terra si muove, padre Bidermann e i suoi colleghi era­
no occupati da una questione tecnica, quasi insignificante. Era
stato loro chiesto di pronunciarsi su una dottrina, proposta da
uno sconosciuto “professore di filosofia” sull’argomento della
“composizione del continuo da parte di indivisibili”.
Come per tutte le questioni dottrinali presentate ai reviso­
ri, la proposizione in oggetto era redatta nell’oscuro linguaggio
filosofico dell’epoca, ma in sostanza era molto semplice: affer­
mava che qualunque grandezza continua (linea, superficie, in­
tervallo di tempo) è composta di atomi distinti e infinitamente
piccoli. Se la dottrina è vera, allora quella che ci appare come
una linea uniforme è in realtà costituita da un numero molto
grande di punti indivisibili, disposti in fila come perle in una
collana. Analogamente, una superficie è fatta di linee di spessore
minimo tese una accanto all’altra, un intervallo di tempo è fatto
di minuscoli istanti che si succedono uno dopo l’altro, e così via.
Questa semplice idea è tutt’altro che implausibile. Sembra
anzi semplice buon senso, in ottimo accordo con la nostra espe­
rienza quotidiana: non è forse vero che tutti gli oggetti sono
fatti di parti più piccole? Un pezzo di legno è fatto di fibre; un
tessuto, di fili; un’ora, di minuti. Allo stesso modo ci possiamo
aspettare che una linea sia composta di punti, una superficie di
linee, e che perfino il tempo stesso sia fatto di istanti separati.
Ciò nondimeno il giudizio dei frati in tonaca nera riunitisi al
Collegio Romano quel giorno fu pronto e risoluto: «Conside­
riamo questa proposizione non solo in contrasto con la comune
dottrina aristotelica, ma anche improbabile in se stessa» e per­
tanto «disapprovata e proibita nella nostra Compagnia».
Così decretarono i padri venerandi e nella vasta rete di col­
legi gesuiti la loro parola divenne legge: la dottrina che postula­
va il continuo come composto di atomi infinitamente piccoli fu

7
Capitolo 1
bandita e non poteva essere seguita né insegnata. Con questo,
avevano ragione di credere i padri, la questione era chiusa. La
dottrina dell’infinitamente piccolo era proibita a tutti i gesuiti e
altri centri intellettuali avrebbero senza dubbio seguito l’esem­
pio dell’ordine. I sostenitori della teoria bandita sarebbero stati
emarginati, schiacciati dall’autorità e dal prestigio dei gesuiti.
Così era accaduto per diversi altri pronunciamenti usciti dal col­
legio e padre Bidermann con i suoi colleghi non aveva motivo
di pensare che questa volta sarebbe stato diverso. Per quanto li
riguardava, la questione della composizione del continuo era
liquidata.
Guardando all’intera vicenda dal punto di vista del ventu­
nesimo secolo, non si può fare a meno di rimanere colpiti, e
forse un po’ perplessi, dalla condanna repentina e inequivoca­
bile della “dottrina degli indivisibili” da parte dei gesuiti. Che
cosa c’è di così sbagliato, dopotutto, nell’idea plausibile che le
grandezze continue, come tutti gli oggetti lisci, siano fatte di mi­
nuscole particelle atomiche? E anche supponendo che la teoria
sia in qualche modo erronea, perché i dotti professori del Col­
legio Romano avrebbero dovuto darsi la pena di condannarla?
In un periodo in cui la battaglia sulla teoria copernicana era al
massimo della furia, in cui il destino di Galileo, lo scienziato
più famoso d’Europa e ardente sostenitore di Copernico, era in
bilico, in cui nuove teorie su cieli e Terra sembravano spuntare
di continuo, gli esimi revisori generali della Compagnia di Gesù
non avevano preoccupazioni maggiori che la questione se una
linea fosse o no composta di punti separati? Non c’erano, in­
somma, problemi più gravi a cui pensare?
Evidentemente no. Per quanto strano ci possa sembrare, in­
fatti, la condanna degli indivisibili del 1632 non fu un episodio
isolato nella storia dei revisori gesuiti, ma uno dei tanti scontri
in una battaglia in corso da tempo. I resoconti delle riunioni
dei revisori, custoditi negli archivi della Compagnia in Vaticano,
rivelano in effetti che la struttura del continuo è stata una delle
preoccupazioni principali di questo ufficio e tra le maggiormen­
te persistenti. La questione era emersa per la prima volta solo

8
I figli di Ignazio
pochi anni dopo la creazione dell'ufficio da parte del generale
Acquaviva, e precisamente nel 1606, quando a una delle prime
generazioni di revisori fu chiesto di intervenire sul problema se
il continuo fosse «composto di un numero finito di indivisibi­
li». Lo stesso interrogativo, con piccole variazioni, fu riproposto
due anni dopo, e poi ancora nel 1613 e nel 1615. Ogni volta
i revisori respinsero la dottrina in maniera netta, definendola
“falsa ed erronea in filosofia” e proclamando che, secondo il
parere unanime, non doveva essere insegnata.
Eppure il problema non se ne andava. Cercando di tenersi al
passo con gli sviluppi più recenti della matematica, i docenti dis­
seminati in tutta la rete di scuole gesuitiche continuavano a pro­
porre variazioni della dottrina, sperando che qualcuna di queste
fosse tollerata: forse una suddivisione in un numero infinito di
atomi era permessa, visto che quella in un numero finito non
lo era? Forse era permesso insegnare la dottrina non come una
verità, ma come un’ipotesi improbabile? E se invece che essere
fissi, gli indivisibili si potessero espandere o contrarre alla biso­
gna? I revisori le bocciarono tutte. Nell’estate del 1632, come
abbiamo visto, decretarono ancora una volta contro gli indivisi­
bili, e i successori di padre Bidermann (tra cui padre Rodriguez),
a una nuova richiesta di giudizio nel 1641, definirono di nuovo
la dottrina “ripugnante”. A dimostrazione del fatto che questi
decreti non avevano avuto maggior effetto dei precedenti, i re­
visori sentirono il bisogno di denunciare di nuovo gli indivisibili
nel 1643 e nel 1649. Nel 1651 ne avevano avuto abbastanza:
decisi a mettere fine alle opinioni non autorizzate tra le proprie
fila, redassero un elenco permanente di dottrine bandite, che
non potevano essere insegnate o professate dai membri dell’or­
dine. Tra gli insegnamenti proibiti figurava ripetutamente, sotto
varie forme diverse, la dottrina degli indivisibili.
Ma che cosa aborrivano tanto, negli indivisibili, i revisori ge­
suiti del Seicento? I gesuiti erano dopotutto un ordine religioso
(il maggiore di quel periodo), il cui scopo era salvare anime, non
risolvere questioni filosofiche astratte e tecniche. Perché, allora,
si davano la pena di proclamare il loro giudizio su una materia

9
Capitolo 1
così poco importante, di accanirvisi contro, di dare la caccia
ai suoi difensori decennio dopo decennio e, con l’approvazione
delle massime autorità dell’ordine, fare di tutto per eliminarla?
Chiaramente le “tonache nere” vedevano in questa tesi, appa­
rentemente innocua, qualcosa che al lettore moderno è comple­
tamente invisibile: qualcosa di pericoloso, forse anche sovver­
sivo, una possibile minaccia a qualche articolo di fede o credo
fondamentale particolarmente caro alla Compagnia. Per capire
di che cosa si tratta e perché il più importante e potente ordine
religioso d’Europa si incaricò di sradicare la dottrina degli indi­
visibili, dobbiamo andare indietro di un secolo, all’epoca della
fondazione dell’ordine all’inizio del Cinquecento. Fu allora che
vennero sparsi i semi della guerra gesuita contro gli indivisibili.

L’imperatore e il monaco

Nel 1521 il giovane imperatore Carlo V convocò un’assem­


blea dei principi del Sacro Romano Impero nella città tedesca di
Worms. Eletto solo due anni prima all’alto soglio, Carlo era a
capo dell’impero e comandava l’alleanza dei principi teutonici e
il loro vasto insieme di sudditi. Nei fatti era sia di meno, sia di
più di questo: di meno, perché il cosiddetto impero era in realtà
un mosaico di decine di città e di principati, ciascuno dei quali
era fiero della propria indipendenza e, in caso di bisogno, avreb­
be potuto in egual misura schierarsi a favore o contro il suo
sovrano imperiale; di più, perché Carlo non era un principe co­
mune, ma era un Asburgo, un membro della più grande famiglia
nobile che l’Occidente abbia mai conosciuto, i cui possedimenti
andavano dalle coste della Castiglia alle pianure dell’Ungheria.
Di conseguenza, Carlo non era solo imperatore eletto di Germa­
nia, ma anche, per nascita, re di Spagna, nonché duca di alcune
regioni dell’Austria, dell’Italia e dei Paesi Bassi. Inoltre, proprio
in quegli anni, la Castiglia stava rapidamente acquisendo nuo­
vi territori nelle Americhe e nell’Estremo Oriente, facendo di
Carlo l’imperatore sul cui regno “non tramonta mai il sole”.

10
I figli di Ignazio
E, anche se Francesco I di Francia ed Enrico VIII d’Inghilterra
non sarebbero stati probabilmente d’accordo, tanto per i suoi
contemporanei quanto per se stesso, Carlo V era il capo della
cristianità occidentale.
Nell’inverno del 1521, tuttavia, era il frazionato impero te­
desco a preoccupare principalmente l’imperatore, non i vasti
possedimenti oltreoceano. Erano passati tre anni e mezzo da
quando Martin Luther (Lutero), uno sconosciuto monaco ago­
stiniano, professore di teologia, aveva affisso una copia delle
sue “novantacinque tesi” sulla porta della chiesa di Wittenberg.
Le tesi erano molto mirate e riguardavano ciò che agli occhi di
Lutero era un immorale abuso praticato dalla Chiesa: la vendita
delle “indulgenze”, garanzie di grazia divina che assolvevano
l’acquirente dai peccati risparmiandogli i tormenti del purgato­
rio. Lutero non era certo l’unico a denunciare questo mercato,
una delle tante pratiche ecclesiastiche ripetutamente condanna­
te come abusi, tanto dai religiosi quanto dai laici. Ciò nonostan­
te la sfida aperta lanciata da Lutero alle autorità ecclesiastiche
toccò un nervo scoperto sia degli studiosi, sia della gente comu­
ne, come mai era successo prima. Nei mesi che seguirono, grazie
all’aiuto della stampa recentemente inventata, le tesi furono dif­
fuse in tutto il Sacro Romano Impero e accolte con entusiasmo
quasi ovunque.
Se le cose si fossero limitate a questo, la questione non avreb­
be in alcun modo riguardato Carlo V. Come molti al suo tempo,
anche Carlo era infastidito dalle più scandalose tra le pratiche
della Chiesa e potrebbe perfino aver avuto in simpatia l’audace
monaco. Ma presto la faccenda cominciò a gonfiarsi. Allarmati
dal successo di Lutero, i suoi superiori agostiniani lo convocaro­
no per spiegarsi in un’assemblea a Heidelberg, al termine della
quale, tuttavia, molti di loro si erano convinti a passare dalla
sua parte. Quando fu richiamato a Roma, Lutero cercò rifugio
sotto la protezione del suo principe, l’elettore Federico I di Sas­
sonia detto “il Saggio”, il quale fece in modo che l’audizione si
svolgesse invece in Germania. Nel tentativo di screditare questo
irritante censore, le autorità ecclesiastiche inviarono il domeni­

11
Capitolo 1
cano Johannes Eck di Ingolstadt, professore di teologia e retore
brillante, per confutare Lutero. I due si incontrarono nel 1519
in un dibattito pubblico, durante il quale Eck riuscì abilmente a
far affermare al suo avversario conclamate eresie: che la grazia
divina è concessa ai credenti solo per fede, non attraverso i sa­
cramenti della Chiesa; che la Chiesa è un costrutto puramente
umano e non detiene alcun potere speciale di mediazione tra
Dio e l’uomo; che il suo capo supremo, il papa, è fondamental­
mente un impostore. Lutero non fece alcuna ammenda per le
sue professioni ed Eck lo denunciò come eretico.
Sfortunatamente per i capi della Chiesa, l’accusa non sortì
alcun effetto sullo zelante Lutero. Questi, nel 1520, pubblicò tre
trattati in cui delineava la sua dottrina, che sfidava deliberata­
mente gli insegnamenti consolidati. Ormai non si trattava più
di critica, ma di vera e propria ribellione, che invocava aperta­
mente il sovvertimento della gerarchia e delle istituzioni eccle­
siastiche. La sua influenza continuò ad allargarsi, prima a Wit­
tenberg, poi in Sassonia, ben presto in tutta la Germania e anche
oltre. Dovunque, a quanto sembra, Lutero guadagnava consensi
tra tutte le categorie umane e sociali: uomini e donne, nobili e
contadini, cittadini e campagnoli, tutti vedevano in lui l’aposto­
lo di una rinascita religiosa che avrebbe spodestato la Chiesa di
Roma, fossilizzata e corrotta. Finalmente allarmato dal rapido
deterioramento della situazione, papa Leone X scomunicò Lu­
tero, ma ormai era troppo tardi. Gli insegnamenti di Lutero si
stavano espandendo come un incendio in tutte le terre tedesche.
È a questo punto che, spronato dalla minaccia di scisma re­
ligioso, Carlo V entra nella mischia. Due secoli dopo, Voltaire
avrebbe deriso l’impero definendolo «né sacro, né romano, né
impero», ma per Carlo V il suo regno era davvero sacro. Come
capo temporale della cristianità, e come cristiano devoto, con­
siderava suo dovere proteggere la Chiesa e l’unità spirituale del
suo popolo. Sebbene per secoli imperatori e papi avessero lot­
tato per la supremazia in Europa, risolvendo talvolta le contese
con la guerra, a Carlo V era chiaro che i primi non potevano
fare a meno della guida spirituale del papa. Dopotutto era il

12
I figli di Ignazio
papa a incoronare gli imperatori, a partire da Carlo Magno,
ed era la Chiesa a dare legittimità e significato al titolo stesso
di imperatore. L’idea di un impero senza una Chiesa romana, o
di un imperatore senza un papa, era improponibile per Carlo V.
Per rimettere ordine nei suoi domini, e porre fine una volta per
tutte alla diffusione dell’eresia luterana, l’imperatore convocò
una “dieta”, cioè un’assemblea dei principi dell’impero.
Quando la dieta si riunì nella città di Worms, nel gennaio
del 1521, Carlo V inviò a Lutero la richiesta di presentarsi al
cospetto dell’imperatore e dei principi per dar conto delle sue
azioni. Sebbene l’imperatore gli avesse garantito l’incolumità,
molti amici di Lutero lo misero in guardia dal consegnarsi nelle
mani del nemico e gli consigliarono di non andare. Ciò nono­
stante, in aprile Lutero arrivò in città e fu subito chiamato da­
vanti ai notabili riuniti. Qui gli fu immediatamente mostrato un
elenco delle sue dottrine eretiche, con la richiesta di ammetterle
e ritrattarle. Lutero ne fu sorpreso: si aspettava che gli fosse
consentito discutere per difendersi e non era preparato alla ful­
mineità dell’attacco. Riuscì solo a chiedere un giorno di rinvio
per riflettere e Carlo V, cavalleresco imperatore cristiano, glielo
concesse. Ma il giorno successivo Lutero era pronto. Ammise le
proprie tesi di buon grado, nonostante l’interrogatorio ostile e
le fiere denunce. Alla richiesta di abiura, rispose con calma: «Ri­
mango fermo, non posso fare altro. Che Dio mi aiuti. Amen».
Con queste parole Lutero non solo decretava il fallimento
del proposito di Carlo V di sradicare l’eresia dalle terre di Ger­
mania, ma faceva anche molto di più: segnava per sempre il fato
della cristianità occidentale. Per oltre mille anni la Chiesa catto­
lica aveva regnato sovrana sull’Europa occidentale, assistendo
all’ascesa e al declino di imperi, all’invasione e all’occupazione
da parte degli infedeli, a piccole e grandi eresie, epidemie e pesti­
lenze, rovinose guerre di re contro re e imperatori contro papi.
Dal battesimo all’estrema unzione, la Chiesa romana sovrinten­
deva alla vita degli europei, dando ordine, significato e scopo
alla loro esistenza, e avendo l’ultima parola su tutto, dalla data
della Pasqua fino al moto della Terra e alla struttura dei cieli.

13
Capitolo 1
Per gli abitanti dell’Europa occidentale, di qualunque nazione,
lingua o appartenenza politica, il tessuto della vita stessa era
inestricabilmente legato alla Chiesa di Roma.
Ma con la presa di posizione di Lutero alla dieta di Worms,
questa unità culturale e spirituale cessò di colpo. Proclamando
fieramente le sue convinzioni eretiche, Lutero disconosceva l’au­
torità della Chiesa di Roma e indirizzava i suoi seguaci verso
un nuovo cammino religioso. Sfidando apertamente sia il papa
sia l’imperatore di fronte alla pubblica assemblea dei grandi
dell’impero, egli tagliò tutti i ponti, eliminando qualunque pos­
sibilità di riconciliazione. Quella che fino a quel momento pote­
va essere vista come una ribellione interna alla Chiesa diventava
ora uno scisma, in cui due fedi rivali si scontravano in aperta
ostilità. Da una parte stavano i seguaci della vecchia Chiesa, del
papa e del suo braccio secolare, l’imperatore; dall’altra gli adep­
ti della nuova Chiesa “protestante”, che si proclamava diretta
discendente dell’antica Chiesa apostolica e che rifiutava la fede
romana come mostruosa aberrazione. L’unità spirituale dell’Oc­
cidente si era infranta e qualunque speranza realistica di ricucire
la spaccatura con blandizie o minacce era ormai perduta. Lutero
e i suoi seguaci si rifiutarono di ammettere il loro errore o di
arrendersi alla potenza dell’impero. Di conseguenza, dovevano
essere soggiogati con la forza delle armi.

Discesa nel caos

Fu proprio questo che Carlo V cercò di fare durante i restanti


trentaquattro anni del suo regno. Sebbene spesso distratto dalle
minacce provenienti dai rivali europei e dal sultano ottomano,
l’imperatore condusse una pervicace campagna volta a soppri­
mere il cancro del protestantesimo, che si stava diffondendo
nelle sue terre. Ma era troppo tardi. Non solo i proseliti della
nuova fede aumentavano di giorno in giorno tra la popolazio­
ne, ma anche diversi grandi principi dell’impero cominciarono a
schierarsi con Lutero, istituendo la sua Chiesa nei propri terri­

14
I figli di Ignazio
tori. I primi furono gli elettori di Sassonia, Federico il Saggio e i
suoi successori, che avevano protetto Lutero fin dall’inizio. Poi
fu la volta di Alberto di Hohenzollern, Gran Maestro dell’ordi­
ne Teutonico, che si proclamò primo duca di Prussia, gettando
le fondamenta di quella che sarebbe diventata la maggiore po­
tenza protestante della Germania. Seguirono l’elettore Filippo
d’Assia e il margravio del Brandeburgo, i duchi di Schleswig e di
Brunswick e molti potentati minori dell’impero. Anche le grandi
città imperiali (Norimberga, Strasburgo, Augusta) si schieraro­
no con Lutero, rompendo con il papa e istituendo le proprie
chiese riformate. A metà degli anni venti del Cinquecento sem­
brava che ormai nulla potesse resistere all’onda montante del
luteranesimo.
Come se la spaccatura dell’impero non fosse abbastanza, fu
presto chiaro che la disgregazione della cristianità non si sareb­
be limitata a questo. Nei primi anni venti del Cinquecento, dalla
cattedrale di Zurigo un sacerdote di nome Huldrych Zwingli
cominciò con focose prediche a denunciare la corruzione di
Roma, propugnando dottrine ancor più radicali di quelle lutera­
ne. Nel giro di pochi anni conquistò alla sua causa la città di Zu­
rigo, seguita dalle vicine Berna e Basilea. La morte di Zwingli,
in una battaglia contro i cantoni cattolici della Confederazione
svizzera nel 1531, pose un temporaneo freno all’espansione del­
le sue dottrine radicali, ma verso la fine degli anni trenta del
Cinquecento un nuovo astro riformatore era asceso a Ginevra.
Nel 1536 Jean Cauvin (Calvino) lanciò una lunga campagna per
trasformare Ginevra in un fulgido esempio della più pura fede
protestante e di specchiata moralità, pubblica e individuale. Nel
corso dei successivi vent’anni, Calvino riuscì a instaurare nella
città svizzera una stretta teocrazia nella quale nessuna azione
individuale sfuggiva alla supervisione e alla censura religiosa.
L’esempio di Ginevra potrebbe sembrarci oggi poco attraente,
per la sua somiglianza con alcuni dei più bui regimi teocratici
odierni, ma non era così per i contemporanei. La città di Cal­
vino fu glorificata come scintillante esempio di ciò che si può
raggiungere con il fervore religioso, la rettitudine morale e il

15
duro lavoro. Aspiranti riformatori di tutta Europa arrivavano
a Ginevra per imparare da Calvino e per diffondere i suoi in-
segnamenti nelle rispettive città. Grazie all'esempio di Ginevra
la versione calvinista del protestantesimo, teorizzata nell' Istitu-
zione della religione cristiana, divenne il movimento più dina-
mico e influente della Riforma a partire dagli anni quaranta del
Cinquecento. Anche senza il sostegno dei principi che avevano
istituzionalizzato le riforme luterane, Calvino reclutò milioni di
adepti in tutta Europa, dalla Francia e dall'Inghilterra a ovest,
fino alla Polonia e all'Ungheria a est.
Nel frattempo i disastri per la Chiesa di Roma si accumu-
lavano, via via che non solo regioni e città, ma intere nazioni
passavano al protestantesimo. Nel1527 il re di Svezia Gustavo I
si convertì alluteranesimo e, negli anni seguenti, lo istituì come
Chiesa nazionale. Meno di dieci anni dopo Federico I, un princi-
pe della Germania settentrionale asceso al trono di Danimarca,
cacciò i vescovi dal suo regno, abolì i monasteri e proclamò il
luteranesimo come religione di Stato. Poiché la Norvegia era
all'epoca sotto il dominio danese e la Finlandia una provincia
della Svezia, tutta la Scandinavia divenne in questo modo la roc-
caforte protestante che rimane tutt'oggi.
In Inghilterra il passaggio alla Riforma fu inizialmente più
una scelta pragmatica che spirituale. Enrico VIII era rimasto un
fedele alleato della Curia romana nei primi anni della Riforma,
arrivando a stendere un trattato antiluterano che gli era valso
il titolo di Defensor Fide i ("difensore della fede") conferitogli
da Leone X. Ma gli anni passavano e il sovrano era sempre
più innervosito dal fatto che sua moglie, la principessa spagnola
Caterina d'Aragona, non riuscisse a dargli un erede maschio.
Determinato a sostituirla con la sua carismatica dama di com-
pagnia Anna Balena, Enrico VIII fece appello al papa Clemente
VII perché dichiarasse nullo il matrimonio. Il pontefice, incline
a mantenere buoni rapporti con i sovrani alleati, avrebbe volen-
tieri acconsentito alla richiesta, se non per il fatto che la regina
era zia per parte di madre di Carlo V. Questi mise in chiaro che
qualunque tentativo di mettere da parte Caterina sarebbe stato

16
un affronto personale e il papa non poteva certo sfidare il suo
principale sostenitore. La richiesta fu negata; in tutta risposta
Enrico VIII tagliò i ponti con Roma, sposò Anna Bolena e si pro-
clamò capo dell'indipendente "Chiesa d'Inghilterra" nel 1534.
A Enrico VIII non interessavano gli insegnamenti dei rifor-
matori del continente: voleva solo sostituire l'autorità papa-
le con la propria. Nondimeno, una volta avvenuta la rottura
con Roma, la marcia verso il protestantesimo si dimostrò ir-
reversibile. Sotto il giovanissimo figlio di Enrico, Edoardo VI
(1547-1553), la Riforma inglese virò verso il protestantesimo
radicale, per poi cambiare rotta con la sorellastra Maria Tudor
(1553-1558), figlia di Caterina d'Aragona, che restaurò il cat-
tolicesimo durante i suoi tumultuosi cinque anni di regno. Solo
con l'ascesa al trono della figlia di Anna Bolena, Elisabetta I
(1558-1603), il protestantesimo fu instaurato definitivamente
come religione di Stato. Con i Trentanove articoli di religione
del 1563 la Chiesa d'Inghilterra manteneva molte delle forme
esteriori della Chiesa di Roma che piacevano a Enrico VIII, tra
cui le cariche vescovili, i sacramenti e l'uso di chiese e cattedrali
grandiose e sfarzosamente decorate. Dal punto di vista dottri-
nale, tuttavia, la Chiesa d'Inghilterra non guardò a Roma ma a
Ginevra, adottando gli insegnamenti fondamentali di Calvino.
Per la Santa Sede, l'Inghilterra era irrimediabilmente perduta.
Con il diffondersi della Riforma, divenne presto chiaro che la
verità religiosa non era certo l'unica posta in palio. Con il papa
vituperato, l'imperatore ignorato e le autorità costituite messe
in dubbio e schernite, l'intero ordine sociale era in pericolo e
la minaccia della rivoluzione aleggiava nell'aria. I riformatori
rispettabili come Lutero e Calvino, con re e principi conservato-
ri che li sostenevano, lottarono strenuamente per contenere gli
aneliti rivoluzionari scatenati dalla Riforma, ma non sempre ci
riuscirono. Già nel1524 i contadini della Germania meridiona-
le si rivoltarono contro i loro principi, chiedendo più libertà e
un maggiore peso nel governo del territorio. Si dichiararono se-
guaci di Lutero, convinti che il suo rovesciamento dell'autorità
spirituale della Chiesa di Roma non fosse che un preludio al ri-

17
baltamento dell'ordine sociale e politico che essa sosteneva. Ma
Lutero, che era molto conservatore dal punto di vista sociale,
fu scandalizzato da ciò che considerava un'interpretazione e un
uso profondamente errato dei suoi insegnamenti, e condannò
ferocemente la rivolta nel trattato Contro le bande brigantesche
e micidiali masnade dei contadini. La sommossa fu repressa
quello stesso anno dalle forze congiunte dei principi cattolici e
protestanti, ma la paura che la riforma religiosa potesse signifi-
care rivoluzione sociale aveva ormai attecchito.
La paura di sollevamenti sociali continuò a perseguitare la
Riforma, via via che sempre nuovi riformatori e aspiranti pro-
feti mettevano apertamente in discussione le verità ufficiali e
sfidavano l'autorità del potere costituito. Molti erano pacifici,
come il riformatore di Strasburgo Martin Bucer, o i predicato-
ri itineranti Kaspar Schwenckfeld e Sebastian Franck. Ma altri
no. Thomas Miintzer, seguace della prima ora di Lutero, se ne
staccò quando questi scelse di schierarsi con il potere dei prin-
cipi e con l'ordine sociale esistente. Nel 1524 Miintzer si unì
alla rivolta dei contadini, predicando la vicinanza della fine dei
tempi e chiedendo il sangue dei principi. Fu catturato nel 1525,
torturato e ucciso, ma la sua influenza era ancora viva dieci
anni più tardi, quando un gruppo di anabattisti radicali si im-
padronì della città di Miinster, nella Germania nordoccidentale.
Diversamente dai principali movimenti protestanti, le cui chiese
accoglievano tutti i membri della comunità, gli anabattisti soste-
nevano di essere gli unici eletti, l'unica vera Chiesa di Dio, che
escludeva tutte le altre. Miinster divenne l'esempio di quanto
possa essere pericolosa una dottrina del genere quando prende
il potere terreno. Sotto la guida di Jan van Leiden (Giovanni
di Leida), gli anabattisti instaurarono il terrore nella città, uc-
cidendo o espellendo chiunque fosse loro d'ostacolo. Quando
l'ex vescovo cattolico di Miintzer pose sotto assedio la città,
appoggiato dall'elettore luterano d'Assia, Giovanni si procla-
mò il Messia, abolì la proprietà privata e istituì la poligamia.
Nel 1535 le forze del vescovo e del principe riuscirono infine a
vincere la strenua resistenza dei seguaci fanatici di Giovanni e

18
misero in atto una sanguinosa vendetta contro gli anabattisti e
chiunque fosse sospettato di esserne alleato. Ma in tutta Europa
la paura di un imminente crollo di ogni ordine e gerarchia socia-
le non fece che aumentare.
A molti europei in quegli anni sembrò che tutti i demoni
dell'inferno fossero sorti dall'oltretomba per diffondere terrore
e disordine nel mondo. La vecchia Chiesa, che per secoli aveva
dato significato, sollievo e certezza ai suoi membri, veniva ora la-
cerata da un numero sempre crescente di fedi rivali. Ogni giorno
sembrava portare notizia di nuove terre contagiate dalla rivolta
religiosa; ogni verità era messa in dubbio, ogni certezza svanita.
Alla spaccatura della Chiesa seguiva la divisione politica, con
principi cattolici e protestanti che si sfidavano sui versanti op-
posti del fronte religioso. E sotto la divisione politica e religiosa
stava in agguato l'incubo di un sovvertimento totale dell'ordine
sociale esistente, l'unico che la gente dell'epoca avesse mai co-
nosciuto. Fu un'epoca di lotta e di caos, e per la maggior parte
degli abitanti d'Europa un'epoca di spossante confusione e in-
certezza. Dal momento che tutte le vecchie certezze erano messe
in discussione o screditate, e ogni giorno se ne annunciavano di
nuove, come fare per distinguere la Verità dall'Errore, la strada
per il paradiso da quella per l'inferno?
L'istituzione che agli occhi della maggior parte dei fedeli ave-
va il compito di dare risposte risolutive a queste domande era,
inevitabilmente, il papato di Roma. Il papa era vicario di Cristo
in terra e capo spirituale della cristianità occidentale, e dunque
erano le sue terre e le sue genti a essere preda della confusione
o catturate dalle eccentriche certezze di capi settari e scismati-
ci. Era quindi suo dovere intervenire nella spaccatura, fermare
l'avanzata dell'eresia protestante e restituire unità, ordine e cer-
tezza alla cristianità. Malauguratamente, anzi con conseguenze
catastrofiche per la Chiesa romana, gli uomini che occupavano
la cattedra di San Pietro in quegli anni erano tuttavia particolar-
mente inadatti ad affrontare la crisi che li fronteggiava.
Da molti punti di vista, i papi del primo Cinquecento furono
personalità notevoli. Provenienti dalle più illustri famiglie ita-

19
liane, erano intelligenti e molto colti, e si guadagnarono un po-
sto nella storia come i maggiori patrocinatori dell'arte rinasci-
mentale italiana. Giulio II (1503-1513), Leone X (1513-1521),
Clemente VII (1523-1534) e Paolo III (1534-1549) commissio-
narono dipinti, affreschi e sculture a Michelangelo, Raffaello
e Tiziano, chiese e palazzi agli architetti Sangallo e Bramante.
A loro si devono alcune delle maggiori opere della tradizione
occidentale, come la basilica di San Pietro e la relativa piazza, o
la volta della Cappella Sistina. Ma di fronte alla più grande crisi
della storia della Chiesa, si trovarono impreparati. Sebbene fos-
sero amministratori competenti, non possedevano né l'ampiezza
di vedute né l'autorità spirituale necessarie ad affrontare la sfida
lanciata dal protestantesimo.
Il problema era che i papi rinascimentali non erano princi-
palmente i capi della cristianità, quanto piuttosto principi ca-
detti italiani, fedeli soprattutto alla propria famiglia d'origine
e ai suoi alleati. Giulio II apparteneva alla potente famiglia ro-
mana dei Della Rovere, Leone X e Clemente VII erano entrambi
Medici di Firenze, mentre Paolo III era un rampollo dell'antica
famiglia toscana dei Farnese, che di lì a poco sarebbero diventati
duchi di Parma. Per ciascuna di queste famiglie riuscire a far
salire al soglio pontificio un proprio esponente non era solo un
enorme onore, ma anche un'opportunità difficilmente ripetibile
di accumulare denaro e ricchezza. Era considerato normale che
i papi si occupassero della famiglia d'origine, elargendo a pa-
renti territori, titoli (secolari ed ecclesiastici), regalie e rendite.
Perfettamente consapevoli che non avrebbero mai ottenuto la
posizione che occupavano senza il sostegno della famiglia, i papi
si sdebitavano prontamente, rendendo ciascun pontificato una
corsa contro il tempo per accumulare il maggior numero pos-
sibile di possedimenti e titoli per i propri parenti. Era un triste
spettacolo di nepotismo e ingordigia, che ricorda per certi versi
quanto accade nei più corrotti regimi dei paesi in via di sviluppo
ai nostri giorni; una sorta di nube mefitica che circondava la
Santa Sede e minava alla base ogni tentativo del papa di eserci-
tare un qualsiasi tipo di autorità morale e spirituale.

20
Ma oltre a essere formalmente a capo della cristianità ed

I figli di Ignazio
esponenti di famiglie avide e insaziabili, i papi rinascimentali
erano anche sovrani di uno Stato che occupava buona parte
dell’Italia centrale. Con i loro tentativi di consolidare ed espan­
dere i possedimenti pontifici, i papi assunsero un ruolo chiave
nella sanguinaria lotta politica italiana dell’epoca, facendo uso
di tutti i mezzi a loro disposizione, dalla diplomazia alla guerra,
fino al vero e proprio tradimento, per favorire i propri interessi.
Erano talmente noti per la loro amoralità e spregiudicatezza che
fu Cesare Borgia, figlio di papa Alessandro VI (1492-1503) e co­
mandante delle sue truppe, a ispirare Machiavelli come modello
di principe scaltro e brutale1.
Il coinvolgimento attivo dei pontefici nelle lotte di potere
italiane non solo indeboliva la loro autorità spirituale, ma li
ostacolava anche dal punto di vista politico. Nel tentativo di
proteggere i propri territori, i papi si trovavano a contendere
con le potenze nazionali in ascesa di Francia e Spagna, entrambe
interessate al dominio dell’Italia ed entrambe dotate di risor­
se militari che non avrebbero mai potuto essere eguagliate da
alcun principe italiano. L’unica speranza di mantenere l’indi­
pendenza dello Stato pontificio era mettere le due nazioni l’una
contro l’altra, cosicché nessuna delle due arrivasse a una vittoria
permanente. I papi riuscirono a orchestrare con successo que­
sto delicato balletto per diversi decenni, seppure a spese delle
popolazioni italiane, che subirono ripetute invasioni e contro-
invasioni da parte dei potenti Stati vicini.
Ma la catastrofe alla fine arrivò nel 1527, durante una delle
periodiche guerre tra Carlo V, nel suo ruolo di re di Spagna, e
Francesco I di Francia. Le truppe spagnole, che non venivano
pagate da mesi, si ammutinarono e misero al sacco la città di
Roma; omicidi, stupri e scorrerie durarono per settimane. Papa
Clemente VII fuggì dal Vaticano appena in tempo e si asserra­
gliò nella vicina fortezza di Castel Sant’Angelo, mentre intorno

1 Niccolò Machiavelli, Il principe, Giunta, Firenze 1532.

21
a lui infuriava il massacro. Arresosi infine all'imperatore, pagò
un riscatto per aver salva la vita e concesse vasti territori alla
Spagna. Così umiliato e parecchio avvilito, il papa sarebbe rima-
sto a tutti gli effetti un vassallo dell'imperatore per molti anni
a vemre.
Il risultato finale di tutto ciò fu che, di fronte alla sfida della
Riforma, i papi rinascimentali non avevano risposte. All'inizio
Leone X tentò di usare l'arma più collaudata dell'arsenale papa-
le e scomunicò Lutero, ma con scarsi effetti: un principe Medici
amante della bella" vita come lui non aveva la statura morale
necessaria per ridurre al silenzio l'integerrimo Lutero. L'opzione
successiva era fare affidamento sulla potenza militare dell'impe-
ratore per ridurre all'obbedienza gli scismatici e Carlo V era più
che disposto ad assumersi l'onere. Da Leone X in poi, tuttavia,
i papi temevano che schierarsi apertamente con l'impero signi-
ficasse dover abbandonare la strategia politica di mettere gli
Asburgo contro i Valois di Francia. Appellarsi a Carlo V avreb-
be decretato a tutti gli effetti la fine dell'indipendenza per lo Sta-
to pontificio e l'annullamento di fatto del potere temporale dei
papi. Così, mentre da parte sua Carlo V combatté per decenni
per sopprimere l'eresia protestante e riportare il mondo cristia-
no all'unità, lo fece con il riluttante sostegno della Santa Sede o,
altrettanto spesso, con la sua aperta ostilità. Ai contemporanei
sembrava che i papi preferissero vedere la cristianità frantumata
piuttosto che cedere anche un brandello del loro potere in Italia.
Nel 1540 l'incendio della Riforma si estendeva ancora in-
controllatamente e terre che per secoli erano state sotto il domi-
nio della Chiesa di Roma cadevano una dopo l'altra. La comu-
nanza di credo e di rito che aveva unificato il mondo cristiano
occidentale aveva ceduto il posto a un'accozzaglia di religioni
concorrenti, ciascuna delle quali condannava le altre come fal-
laci, o peggio. Mentre caos, guerra e sovversione la facevano da
padrone, il papa si dimostrò incapace di spegnere l'incendio,
intento più che mai ad accumulare titoli e rendite per i suoi
congiunti e a proteggere i suoi interessi territoriali. Con uno
scisma alla base e una guida corrotta al vertice, il destino della

22
veneranda Chiesa di Roma sarebbe parso segnato a qualunque
osservatore oggettivo della scena europea del 1540.
Ma il27 settembre di quell'anno, al culmine della tempesta,
papa Paolo III siglò un piccolo atto amministrativo che sembra-
va aver poca attinenza con i grandi eventi dell'epoca: approvò
la richiesta da parte di un gruppo di dieci sacerdoti di costitui-
re una compagnia religiosa al servizio del papa e della Chiesa.
Passato quasi inosservato all'epoca, questo fu forse il passo più
importante compiuto dal papato per salvare la Chiesa di Roma
dal disfacimento. Nella bolla che annunciava la nascita del nuo-
vo ordine, Paolo III approvava anche il nome che il gruppo si
era scelto: era nata la Compagnia di Gesù.

Un barlume di speranza

La Compagnia di Gesù o, più comunemente, l'ordine dei ge-


suiti, deve la sua esistenza a un solo uomo, il nobile spagnolo
Íñigo L6pez Loiola (Ignazio di Loyola). Nato nel1491 da un'an-
tica famiglia aristocratica dei Paesi Baschi, Ignazio trascorse gli
anni della giovinezza come gentiluomo di corte nella cerchia di
Ferdinando d'Aragona. Pur essendo considerato un buon cri-
stiano, l'aitante Ignazio concentrò le proprie energie sulle raffi-
natezze della vita di corte e sull'amore romantico, piuttosto che
sulla devozione religiosa. Erede della tradizione marziale dei
suoi avi e lettore appassionato della letteratura cavalleresca del
periodo, aspirava più di ogni altra cosa a realizzare i suoi so-
gni di gloria militare. La sua occasione arrivò finalmente nella
primavera del 1521 a Pamplona, in Spagna, solo qualche setti-
mana dopo la presa di posizione di Lutero a Worms, in un altro
angolo dell'impero. Con le forze francesi in avanzata sulla città
e l'esercito spagnolo in ritirata, Ignazio convinse il comandante
locale a mantenere la posizione e rifiutare la richiesta di resa dei
francesi. Secondo la tradizione gesuita, quando gli assedianti ri-
uscirono ad aprire una breccia nelle mura di Pamplona Ignazio
cercò eroicamente di fermarli, ma fu immediatamente ferito, e

23
la città conquistata. Quasi moribondo, fu trattato con benevo-
lenza dai francesi e fatto trasportare al castello di famiglia a
Loyola.
I dieci mesi di convalescenza trascorsi da Ignazio nella re-
sidenza di famiglia si possono a ragione considerare un punto
di svolta nella storia della cristianità. In disperato bisogno di
passare il tempo in qualche modo, e senza romanzi cavallereschi
a portata di mano, Ignazio cominciò a leggere le vite dei santi
e ne rimase colpito profondamente. I santi, si rese conto, erano
l'esercito personale di Dio nell'eterna lotta contro il diavolo per
la conquista dell'anima umana.
Ecco una guerra che valeva la pena di combattere e Ignazio
era determinato ad arruolarsi. Non appena si fosse rimesso fi-
sicamente, sarebbe andato in pellegrinaggio a Gerusalemme e
avrebbe dedicato la vita al servizio di Dio. Quasi a conferma
della nuova vocazione, una notte fu gratificato da un'apparizio-
ne della Vergine.
Quando nell'inverno del 1522 Ignazio lasciò il letto della
convalescenza era un uomo completamente cambiato. L'elegan-
te cortigiano che passava i suoi giorni a caccia di donne e gloria
militare era sparito; al suo posto c'era un pellegrino devoto, vo-
tato a sopportare tutte le asperità e le privazioni che avrebbe in-
contrato nel diffondere la parola di Dio. Prima di intraprendere
il viaggio verso Gerusalemme trascorse un anno nella cittadina
di Manresa, dove meditò, si mantenne chiedendo l'elemosina
ed ebbe visioni di Dio Padre, del Figlio e dei santi. Scrisse anche
una prima versione degli Esercizi spirituali, il manuale di medi-
tazione che sarebbe diventato il fondamento della preparazione
e della formazione dei gesuiti nei secoli a venire. Quando final-
mente raggiunse la Terra Santa, vi trascorse solo diciannove
giorni: allarmato dal fervore di questo strano pellegrino, il frate
francescano responsabile dei sacri luoghi lo rispedì a casa senza
troppe cerimonie.
Frustrato, Ignazio tornò in Spagna e intraprese un sistemati-
co corso di studi in teologia nelle grandi università spagnole di
Barcellona, Alcala e Salamanca. A trentadue anni era molto più

24
vecchio degli altri studenti, e per i tempi non era più un giova-
notto. Non era uno studente brillante, ma colpì profondamente
i compagni per la sua devozione e la scelta di povertà. Si guada-
gnò la reputazione di mistico e consigliere spirituale, e radunò
attorno a sé un gruppo di leali seguaci che avevano intrapreso
il percorso di meditazione indicato nei suoi Esercizi spirituali.
Il suo successo lo portò all'attenzione dell'Inquisizione, che lo
arrestò accusandolo di un incantesimo e lo mise sotto inchiesta
per sospetta eresia. Fu rilasciato, ma concluse che rimanere in
Spagna non era sicuro e nel 1527 si trasferì a Parigi per prose-
guire gli studi alla Sorbona.
Fu proprio alla Sorbona, tra i compagni di studio, che Igna-
zio trovò gli uomini che avrebbero formato il nucleo della Com-
pagnia di Gesù. Nel giro di pochi anni si era circondato di un
gruppo molto coeso di studenti di teologia spagnoli, portoghesi
e francesi, tutti molto più giovani di lui, che lo consideravano
il loro capo indiscusso in tutti i campi, spirituali e materiali.
Insieme ai suoi seguaci, Ignazio decise di nuovo di recarsi a Ge-
rusalemme, con l'intento di predicare il cristianesimo ai musul-
mani della Terra Santa. Questa volta, però, grazie a una punta di
realismo in più, acquisita con l'esperienza del primo pellegrinag-
gio, c'era anche un piano d'emergenza: se per qualche motivo
il viaggio o la permanenza a Gerusalemme si fossero rivelati
impraticabili, il gruppo si sarebbe invece recato a Roma e messo
al servizio del papa.
Non arrivarono mai a Gerusalemme. Nel 1534 si riunirono
a Venezia per imbarcarsi su una nave diretta in Terra Santa, ma
rimasero bloccati a causa di mancanza di fondi e della guerra
tra Carlo V e il sultano ottomano. Nell'attesa, il gruppo di Igna-
zio passò il tempo predicando la parola di Dio e mettendosi al
servizio dei poveri, dei malati e dei moribondi di Venezia e delle
città vicine. Nel 1539, vedendo svanire le speranze del viaggio
per mare, decisero di formalizzare l'associazione fondando un
ordine religioso, dedicato al servizio della Chiesa e del papa in
ogni angolo della Terra. La Compagnia, come dichiarato nella
petizione al papa, sarebbe stata aperta a <<chiunque voglia servi-

25
o re, in qualità di soldato di Dio, sotto la bandiera della Croce>> 2 •
Sarebbe stato l'esercito personale del papa.

I figli di Ignazio

Ci volle quasi un anno, ma alla fine Paolo III approvò la co-


stituzione della Compagnia di Gesù. Le perplessità del papa si
intuiscono dal fatto che inizialmente limitò a sessanta il numero
di componenti del riuovo ordine, ma la restrizione fu presto re-
vocata, mentre l'ordine cresceva e prosperava. La crescita inizia-
le della Compagnia di Gesù fu in effetti a dir poco spettacolare3 •
Erano solo dieci gli uomini, tutti amici intimi, che elessero Igna-
zio primo generale della Compagnia nel 1540. Ma alla mor-
te del fondatore, avvenuta nel 1556, i ranghi dell'ordine erano
centuplicati, contando un migliaio di adepti. Un decennio dopo
la Compagnia aveva tremilacinquecento membri e, alla morte
del generale Acquaviva nel 1615, i gesuiti non erano meno di
tredicimila.
Negli anni seguenti l'ordine crebbe in maniera meno rapi-
da, ma sempre ragguardevole, raggiungendo i ventimila membri
all'inizio del Settecento. In tutto questo tempo la Compagnia
non scese mai a compromessi sulla qualità dei reclutati nell'in-
tento di fare numero. Fin dall'inizio Ignazio aveva insistito nel
pretendere che ogni candidato fosse esaminato con rigore, pri-
ma di essere accettato come novizio. Per gli ammessi, la strada
che portava dal noviziato alla piena militanza era lunga e ardua,
e durava anni, talvolta decenni. I gesuiti non sono mai scesi a

2 Formula dell'Istituto della Compagnia di Gesù approvata da Giulio III, da


http://gesuiti.it/formula-dellistituto-della-compagnia-di-gesu-approvata-da-giulio-
III/. La storia della fondazione della Compagnia di Gesù si trova in William V.
Bangert, Storia della Compagnia di Gesù, Marietti, Genova 1990, p. 33
(ed. orig. A History of the Society of ]esus, 1972).
3 lvi, p. 113. Ronnie Po-Chia Hsia, La Controriforma: il mondo del rinnovamento
cattolico, 1540-1770, il Mulino, Bologna 2001, pp. 46-47 (ed. orig. The World
of Catholic Renewal, 1998).

26
compromessi su questi requisiti, sebbene nessun altro ordine
religioso ne abbia mai imposti di così esigenti, nemmeno lonta-
namente. Ciò nonostante, o forse proprio per questo, ai gesuiti
non sono mai mancati volontari della massima levatura sociale
e intellettuale.
Molti dei primi religiosi a capo della Compagnia proveni-
vano da antiche famiglie nobili, come lo stesso Ignazio e il suo
compagno di studi alla Sorbona Francisco de Jasso Azpilcueta
Atondo y Aznarez de Javier (italianizzato in Francesco Saverio,
1506-1552). Il terzo preposito generale dell'ordine, Francisco de
Borja y Arag6n (Francesco Borgia, 1510-1572), era stato duca
di Gandia in Castiglia prima di prendere gli ordini (nonché pro-
nipote del famoso papa Borgia, Alessandro VI), mentre Claudio
Acquaviva era figlio del duca d'Atri, nel regno di Napoli. Altri
gesuiti avevano origini più umili, ma si distinguevano come im-
portanti intellettuali dell'epoca. Tra questi, per esempio, i teolo-
gi spagnoli Francisco de Toledo (1532-1596) e Francisco Suarez
(1548-1617) e il veneziano Roberto Bellarmino (1542-1621).
Cristophorus Clavius (Cristoforo Clavio, 1538-1612), Grégoire
de Saint-Vincent (Gregorio di San Vincenzo, 1584-1667) e An-
dré Tacquet (1612-1660) erano illustri matematici; Christoph
Grienberger (1561-1636) e Christoph Scheiner (1573-1650)
erano eminenti astronomi; Athanasius Kircher (1601-1680) e
Ruder J osi p Boskovié (Ruggiero Giuseppe Boscovich, 1711-
1787) erano filosofi naturali di grande prestigio. E in nessun
elenco di gesuiti illustri può mancare Matteo Ricci (1552-1610),
che viaggiò fino in Cina per diffondere la parola di Dio e diven-
ne uno dei massimi esperti ed esponenti della cultura occiden-
tale alla corte imperiale dei Ming. Questi non sono che alcuni
dei nomi, ma bastano a giustificare l'affermazione del filosofo e
saggista francese Michel de Montaigne, che visitò il quartier ge-
nerale dei gesuiti a Roma nel1581 e giudicò l'ordine un «vivaio
di grandi uomini»4.

4 Per la visita di Montaigne al Collegio Romano, si veda Michel de Montaigne,


Viaggio in Italia, Rizzo li, Milano 1956, p. 74 (ed. orig. journal du voyage

27
I gesmt1, tuttavia, erano molto più di un'associazione di
persone di successo. Erano un collettivo di grande erudizione
e disciplina, un potente strumento forgiato per un unico sco-
po: diffondere gli insegnamenti della Chiesa cattolica, allargar-
ne l'influenza e rafforzarne l'autorità. Fu così fin dall'inizio, da
quando Ignazio e il suo gruppo di accoliti si offrirono di servire
il papa in ogni angolo del mondo, immaginandosi intenti a pre-
dicare la parola di Dio ai musulmani della Terra Santa. Sebbene
questa particolare aspirazione non si sia mai realizzata, non ci
volle molto perché i gesuiti si distinguessero per il loro eccel-
lente lavoro di missionari sparsi su quattro continenti. Già nel
1541 Francesco Saverio salpò dal Portogallo per una missione
che lo avrebbe portato a Goa in India, a Giava, alle Molucche e
in Giappone, predicando il Vangelo e istituendo missioni ovun-
que si recasse. Morì nel 1552, mentre era in procinto di viag-
giare verso la Cina, dove sperava di convertire alla fede romana
la nazione più popolosa del mondo. Altri gesuiti nel frattem,Po
partirono per Messico, Perù e Brasile, dove si unirono ai frati
domenicani e francescani nell'intento di evangelizzare il Nuo-
vo Mondo. Zelanti ed efficienti, costruirono missioni e alloggi,
occupandosi delle anime dei nuovi coloni e lavorando indefes-
samente per convertire le popolazioni indigene delle Americhe.
Tuttavia il vero punto di forza dei gesuiti fu la battaglia con-
tro pagani molto più vicini alla madrepatria. Durante i turbolen-
ti anni della Riforma, in cui era in gioco la stessa sopravvivenza
della Chiesa, la Compagnia divenne infatti il corpo speciale del
cattolicesimo romano, votato a fare da baluardo contro una
marea protestante che sembrava spazzare via tutto. Con note-
vole abilità, dedizione, energia e spirito di iniziativa, i gesuiti
trascinarono il mondo cattolico in una sbalorditiva rivincita che
non solo fermò l'avanzata della Riforma, ma riconquistò al pa-
pato molti territori che sembravano persi per sempre. Proprio
come li aveva immaginati Ignazio, erano l'esercito personale di

de Miche/ de Montaigne en Italie parla Suisse & l'Allemagne en 1580 & 1581,
Avec des Notes par M. de Querlon, 1774, Il).

28
Dio per combattere i suoi nemici, in un movimento di rinascita
cattolica noto come Controriforma.
Fu il pensiero visionario del loro fondatore a rendere i gesuiti
uno strumento così formidabile al servizio del papa. Già negli
Esercizi spirituali del 1522 (quasi vent'anni prima dell'istituzio-
ne formale dell'ordine) Ignazio mostrava quel paradosso inte-
riore che avrebbe caratterizzato per secoli i gesuiti. Gli Esercizi
sono in primo luogo un testo mistico, volto a elevare il lettore
sopra le cose terrene che lo circondano e a portarlo in comu-
nione estatica con Dio. La storia della Chiesa medievale è pie-
na di personaggi carismatici che come Ignazio avevano visioni
mistiche di Cristo e della Vergine che li facevano ascendere a
uno stato di coscienza superiore, quasi divino. Nei loro scritti,
mistici come Gioacchino da Fiore e Caterina da Siena cercarono
di condividere in parte con i loro seguaci la propria esperienza e
in questo aspetto il trattato di Ignazio rientra nel filone.
Ma gli Esercizi sono anche altro: sono un dettagliato manua-
le di istruzioni su come raggiungere la comunione con Dio. Il
corso di meditazione prescritto è suddiviso in quattro "settima-
ne", non necessariamente davvero composte di sette giorni. Le
meditazioni di ciascuna settimana hanno un tema diverso, dalla
natura del peccato e i tormenti dell'inferno nella prima, alla pas-
sione e resurrezione di Cristo nella quarta. Le indicazioni devo-
no essere seguite scrupolosamente, aprendo il proprio cuore e
impegnandosi a rinunciare all'egoismo e ad accettare l'offerta
della grazia divina. La strada verso Dio tracciata negli Esercizi
non è un unico misterioso salto dal vile mondo terreno al divi-
no mondo celeste, spiegabile solo attraverso la grazia divina.
È invece un cammino lungo e impervio che richiede disciplina,
impegno, fiducia incondizionata nel ruolo di guida dei propri
superiori e stretta obbedienza alle loro istruzioni.
La tensione tra misticismo estatico e disciplina rigorosa, al
cuore degli Esercizi, li rende molto diversi da altri testi mistici,
che si concentrano sull'esaltazione della comunione con Dio, ma
non danno alcuna direttiva su come raggiungerla. Era proprio
questo il paradosso che animava la Compagnia di Gesù e che

29
ne fece un potente ed efficace strumento nelle mani del papa. I
gesuiti erano infatti inequivocabilmente dei mistici: ogni novizio
ammesso nell'ordine doveva seguire la pratica degli Esercizi spi-
rituali e sperimentare l'estatica unione con Dio che ne rappre-
sentava il culmine. Da quel momento in poi avrebbe agito con
l'irremovibile fiducia in se stesso tipica di chi ha incontrato Dio
e sa quello che Dio gli chiede. Ma mentre i mistici tradizionali
erano portati a una vita di solitudine e di contemplazione inte-
riore, i gesuiti proiettavano la loro sicurezza interiore verso il
mondo, procedendo con disciplina, ordine e perseveranza; quin-
di presentavano una combinazione unica di caratteristiche che
li rendevano una delle organizzazioni più efficaci della storia in
ambito religioso e laico: la passione e la certezza dei mistici, uni-
te alla rigida organizzazione e alla perseveranza negli obiettivi
tipiche di un corpo speciale.
Oltre a stabilire i principi guida dell'ordine, Ignazio mise a
punto anche i meccanismi che dovevano realizzarli nella pratica .
La difficoltà maggiore era creare un corpo di uomini incondi-
zionatamente votati alla Compagnia e ai suoi obiettivi, disposti
a dedicarvi la vita intera. Anche un candidato brillante e di ele-
vata statura morale poteva essere respinto se la commissione
preposta lo giudicava eccessivamente individualista e dunque
inadatto alla vita di una comunità fortemente disciplinata. Chi
era ammesso abbandonava la sua vita precedente e cominciava
un noviziato di due anni in cui gli venivano inculcati gli ideali
gesuiti di povertà e servizio: doveva praticare la sequenza com-
pleta degli Esercizi spirituali e prestare servizio nelle missioni,
nei collegi e negli alloggi della Compagnia; ma soprattutto, do-
veva accettare incondizionatamente l'autorità dei suoi superiori
e seguirne le direttive su ogni cosa, grande o piccola.
Alla fine dei due anni i novizi facevano voto di povertà, casti-
tà e obbedienza. Per chi non era ordinato sacerdote la formazio-
ne finiva qui: diventava "coadiutore approvato" e quindi, anni
dopo, "coadiutore temporale", con compiti probabilmente di
amministratore, cuoco o giardiniere: membro della Compagnia
a tutti gli effetti, ma di grado inferiore rispetto ai fratelli ordi-

30
nati. I novizi destinati al sacerdozio invece si chiamavano "sco-
lastici" e intraprendevano anni di studi superiori negli istituti
gesuiti. Lungo il percorso venivano ordinati preti e prendevano
anche diversi anni di pausa dagli studi per dedicarsi a loro volta
all'istruzione dei nuovi studenti. Una volta compiuti gli studi,
gli scolastici si sottoponevano a un ulteriore anno di "formazio-
ne spirituale", al termine del quale pronunciavano i voti finali.
Alcuni ripetevano semplicemente i tre voti tradizionali e diven-
tavano "coadiutori spirituali", ma quelli giudicati più eminenti,
sia per erudizione, sia per carattere, pronunciavano un quarto
voto, caratteristica unica dei gesuiti: il voto di assoluta obbe-
dienza personale al papa. Erano questi i "professi", l'indiscussa
élite dell'ordine. Nel complesso il lungo percorso, che durava
dagli otto ai quattordici anni, produceva il tipo di persone che
Ignazio aveva immaginato: intelligenti, energiche e disciplinate.
Insieme, esse costituivano una confraternita molto affiatata, te-
nuta unita dall'adesione profonda agli ideali della Compagnia,
da un forte senso di cameratismo e dall'orgoglio di appartenere
a un corpo speciale al servizio di Cristo e della Chiesa.
Ma la comunità dei gesuiti non era solo cementata da affetto
e solidarietà: era anche una gerarchia strettamente organizzata,
costruita per operare con l'efficienza e la professionalità di un
moderno corpo militare. Al vertice stava il preposito generale,
sempre un professo, eletto a vita dalla congregazione generale
dell'ordine. I suoi poteri erano illimitati, compresa la facoltà di
nominare o rimuovere qualunque gesuita da qualsiasi posizio-
ne all'interno dell'ordine. Sotto di lui c'erano i superiori pro-
vinciali, responsabili dell'operato della Compagnia nelle grandi
"province", come la Renania superiore e inferiore in Germania
o il Brasile nel Nuovo Mondo; sotto ancora c'erano i superiori
locali, responsabili di particolari regioni o città, fino ai singoli
collegi o conventi. Diversamente da altri ordini religiosi le cui
comunità locali godevano di una notevole autonomia e poteva-
no scegliere i propri capi, nei gesuiti il potere era gestito stretta-
mente dall'alto al basso: era il preposito generale a Roma, non i
membri locali, a nominare i superiori provinciali; questi, a loro

31
o volta, dopo essersi consultati con Roma, nominavano i supe-
riori locali. I membri delle comunità dovevano accettare queste
u decisioni gradite o sgradite che fossero e, salvo rare eccezioni,
così avveniva.
Il fatto che i gesuiti locali accettassero di buon grado gli or-
dini di superiori lontani richiede una spiegazione. Dopotutto il
preposito generale di Roma, per quanto capace e zelante, spesso
non sapeva nulla delle condizioni locali e le sue direttive poteva-
no risultare inopportune, se non disastrose. Come successe nel
1594 ai gesuiti francesi, per esempio, a cui fu chiesto di giurare
fedeltà al nuovo re di Francia Enrico IV, recentemente conver-
titosi al cattolicesimo. Il generale Claudio Acquaviva proibì ca-
tegoricamente ai gesuiti di prestare un simile giuramento, il che
causò l'espulsione dell'ordine da Parigi e rischiò di decretarne
la fine delle attività in Francia5 • Ma anche in situazioni estreme
di questo genere, in cui sapevano che gli ordini da Roma erano
sbagliati a causa di una scarsa conoscenza delle condizioni loca-
li, e anche quando dovevano pagare di persona per gli errori dei
propri superiori, i gesuiti ubbidivano.
Il motivo è che per i gesuiti il principio di obbedienza non
era semplicemente una regola pratica legata a esigenze di effi-
cienza, bensì un supremo ideale religioso. «Messo da parte ogni
giudizio proprio, dobbiamo avere l'animo disposto e pronto a
obbedire in tutto alla vera sposa di Cristo nostro Signore, che è
la nostra Santa Madre Chiesa gerarchica» 6 scrive Ignazio negli
Esercizi spirituali. L'obbedienza non si limita alle azioni, ma si
applica anche alle opinioni e perfino alle percezioni sensoriali:
«Per essere certi in tutto» scrive Ignazio «dobbiamo sempre te-
nere questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se
lo stabilisce la Chiesa gerarchica>> 7 •

5 Bangert, Storia della Compagnia di Gesù, cit., pp. 138-139.


6 Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, http://tinyurl.com/esercizispirituali, Regole
per sentire con la Chiesa, Prima regola (ed. orig. Esercitia spiritualia, 1548).
7 Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, ci t., Regole per sentire con la Chiesa,
Tredicesima regola.

32
Una tale obbedienza alla gerarchia costituita potrebbe com-
prensibilmente ricordare al lettore moderno i regimi totalitari
che hanno incupito la storia del ventesimo secolo. In effetti la
richiesta di vedere nero se questi sono gli ordini porta alla mente
il romanzo 1984 di Orwell 8, nel quale al protagonista Winston
viene richiesto di vedere quattro dita come cinque per dimostra-
re la sua fedeltà al Grande Fratello. Ma c'è una differenza rile-
vante: nel romanzo orwelliano Winston viene torturato ed è ob-
bligato ad accettare la supremazia del Grande Fratello contro la
sua volontà. Per i gesuiti, invece, l'obbedienza era un altissimo
ideale e il suo raggiungimento un atto totalmente volontario.
Ubbidire all'ordine di un superiore, secondo Ignazio, non era
un atto di sottomissione, bensì una forte riaffermazione della
missione della Compagnia e del proprio ruolo al suo interno. Ne
seguiva che, sebbene le misure disciplinari come reprimende o
espulsioni esistessero in teoria, nella pratica non venivano quasi
mai usate. Chi si era sottoposto al rigoroso regime di formazio-
ne dei gesuiti raramente aveva bisogno di misure del genere per
ricordare l'importanza dell'obbedienza. In ultima analisi, scrive
Ignazio, ogni autorità viene da Dio e di conseguenza, ubbidire
all'ordine di un superiore deve essere immediato e volontario
«come se provenisse da Cristo nostro Salvatore»9.
In generale la missione cardine della Compagnia era impor-
re l'ordine sul caos, sia nell'organizzazione interna, sia nel suo
impegno verso il mondo. Questo era già messo in chiaro ne-
gli Esercizi, che trasformano un'ineffabile esperienza mistica in
qualcosa di simile a un metodico corso di studi. Ma è evidente
anche nelle Costituzioni, che forniscono istruzioni sistematiche
per la gestione della Compagnia, e infine nella Ratio studiorum,
il documento che delineava in dettaglio ciò che dev'essere inse-

8 George Orwell, 1984, Mondadori, Milano 2014, parte terza, cap. Il (ed. orig.
Nineteen Eighty-Four, 1949).
9 Un'eccellente discussione sull'ideale gesuita di ubbidienza si trova in Steven
Harris, Jesuit Ideology and ]esuit Science, tesi di dottorato, University of
Wisconsin-Madison, 1988, pp. 54-57, e anche in Bangert, Storia della
Compagnia di Gesù, cit., p. 54.

33
gnato nei collegi gesuiti, in che modo e da chi. Anche nella vita
privata i gesuiti si attenevano a un rigido codice di comporta-
mento: <<Chiunque abbia studiato la regola dei gesuiti non può
non essere colpito dall'insistenza su ordine e pulizia>> 10 scriveva
uno storico dei gesuiti all'inizio del Novecento. Igiene, pulizia
e ordine, tanto nel privato quanto nella comunità, erano un re-
quisito inderogabile. La sua espressione più evidente era la rigo-
rosa gerarchia della Compagnia, nella quale a ciascuno veniva
assegnato un posto. preciso e incontestato. Fu questa capacità
di imporre l'ordine sul caos a rendere la Compagnia di Gesù
uno strumento così efficace nella lotta per la sconfitta del pro-
testantesimo e la restaurazione del potere e del prestigio della
gerarchia cattolica.

I gesuiti rispondono al fuoco

Molto ben istruiti e fanaticamente votati alla causa del papa


e della Chiesa, i gesuiti erano un esercito spirituale che non ave-
va precedenti nella storia d'Europa. Per i papi la Compagnia era
un'arma formidabile nella battaglia per l'imposiziÒne dell'auto-
rità e degli insegnamenti della Chiesa in un mondo turbolento
e scettico, e non esitarono a farne uso. Fin dall'inizio i gesuiti
furono mandati per il mondo in soccorso della fede nelle regio-
ni in cui questa era sotto attacco. Pierre Favre, uno dei primi
compagni di Ignazio a Parigi, fu il primo gesuita a operare in
Germania. Secondo lui la cosa migliore da fare per la Chiesa
romana era rafforzare l'attaccamento della popolazione ai riti
e alle cerimonie tradizionali: «Se gli eretici vedessero un alto
numero di fedeli che riceve la santa comunione settimanalmen-
te o a settimane alterne, nessuno di loro oserebbe predicare la

10 L'importanza dell'ordine e della pulizia per i gesuiti si trova in Hermann


Stoeckius, Untersuchungen zur Geschichte der Noviziats in der Gesellschaft ]esu,
P. Rost & Co., Bonn 1918. Citato in Harris,Jesuit Ideology, cit., p. 83.

34
dottrina di Zwingli sull'eucarestia» 11. Favre viaggiò in lungo e
in largo per il paese, visitando parrocchie, predicando a grandi
assemblee e rinfocolando le vecchie tradizioni comunitarie del-
la Chiesa.
Favre morì nel1546, ma altri due gesuiti eccellenti andarono
a riempire il vuoto: prima lo spagnolo Jer6nimo Nadal, poi Pie-
ter Kanijs (Pietro Canisio), il "secondo apostolo della Germa-
nia". Tra gli anni quaranta e gli anni sessanta del Cinquecento,
Canisio percorse un totale di circa trentamila chilometri lungo
le strade di Austria, Boemia, Germania, Svizzera e Italia. Andan-
do oltre la predicazione e il lavoro organizzativo del rilancio
della vita parrocchiale, pubblicò con regolarità libri popolari
che istruivano i preti e le loro greggi sulle corrette dottrine e
pratiche cattoliche. Il risultato che lui e altri gesuiti riuscirono a
ottenere si può a ragione definire clamoroso: i preti della Chie-
sa gesuita di Vienna, per esempio, avevano ascoltato settecento
confessioni a Pasqua del 1560; nove anni dopo il numero era
salito a tremila. Similmente, nel 1576 ricevettero la comunione
nella cappella gesuita di Colonia quindicimila fedeli; solo cin-
que anni più tardi il numero era triplicato a quarantacinquemi-
la. Era la prova dell'abilità gesuitica di far rinascere la vita cat-
tolica in terre che erano a un passo dalla conquista protestante.
I gesuiti furono il motore della rinascita cattolica anche at-
traverso altre funzioni. Alcuni, come Francisco Suarez, erano
eccellenti teologi formali che definivano le dottrine della Chiesa
ed erano in grado di difendersi, e non solo, nel dibattito con i
loro critici protestanti. Altri, come Diego Laynez e Antonio Pos-
sevino, fungevano da emissari personali del papa in importanti
missioni diplomatiche; altri ancora, come Roberto Bellarmino,
combinavano i due ruoli di teologi e consiglieri papali. Alcu-
ni, come il confessore personale di Luigi XIV, François de la
Chaise (a cui è dedicato il famoso cimitero parigino Père La-
chaise) fornivano guida morale e sollievo spirituale ai regnanti

11 La lettera di Favre è citata in Bangert, Storia della Compagnia di Gesù, cit., p. 88.

35
o europei. Altri ancora, come l'inglese Edmund Campion, vennero
mandati in missione segreta nelle rispettive patrie protestanti
u per alimentare la fiamma del cattolicesimo, con grande rischio
personale. In tutti questi ruoli i gesuiti si dimostrarono valenti
soldati religiosi: eruditi e spesso brillanti, capaci, energici e ap-
passionatamente votati alla causa della Chiesa e del papa.

Un impero di conoscenza

Pur eccellendo in tutti questi ambiti, ce n'era uno nel quale i


gesuiti erano davvero senza pari: l'istruzione. È significativo che
inizialmente, a parte la formazione dei nuovi affiliati, Ignazio di
Loyola non considerasse l'istruzione un obiettivo primario della
Compagnia. La sua idea dei gesuiti era quella di preti itineranti,
pronti a fare i bagagli da un momento all'altro e a viaggiare per
ogni angolo del pianeta su ordine del papa o dei superiori; dun-
que inadatti per gestire scuole. Ma quando Francesco Borgia
fondò il primo collegio gesuita a Gandia, in Spagna, nel 1545,
fu subissato dalle richieste dei più importanti cittadini del luogo,
che volevano farvi studiare i propri figli. Borgia si rivolse a Igna-
zio, il quale, fiutando l'opportunità di contribuire alla causa del-
la rinascita cattolica, acconsentì. Nel 1548 il collegio di Gandia
aprì ai giovani della città.
L'esperienza di Gandia spianò la strada ad altri istituti. L'an-
no 1548 vide anche l'apertura del collegio di Messina, il primo
istituto gesuita dedicato principalmente all'istruzione di studen-
ti laici. Per sovrintendere alla sua fondazione Ignazio inviò al-
cuni dei suoi più fidati sottoposti, tra cui Nadal e Canisio, che
fecero di Messina un modello per i collegi futuri. In accordo
con le istruzioni di Ignazio, le materie insegnate comprendeva-
no un corso intensivo di latino, lo studio degli autori classici
e la filosofia, fondata sugli scritti di Aristotele. Al vertice della
gerarchia stava la teologia, la "regina delle scienze", che aveva
l'ultima parola in tutte le questioni di vera conoscenza. I do-
centi del collegio di Messina, guidati da Nadal, si prefissero di

36
Il Collegio Romano, su progetto di Bartolomeo Ammanna ti, come appare ora.
Oggi è sede di una scuola pubblica superiore (Alinari/Art Resource, New York).

organizzare questo vasto programma in un curriculum sistema-


tico e ordinato. Dopo molte revisioni e versioni preliminari, la
Ratio studiorum (l'ordinamento degli studi) fu approvata nel
1599 dalla congregazione generale della Compagnia e divenne
il modello per l'insegnamento gesuitico nel resto del mondo. A
seguito di questi successi iniziali, la richiesta di collegi gesuiti

37
esplose in tutta l'Europa cattolica. Dalle grandi e piccole città ar-
rivavano appelli di principi, vescovi e cittadini eccellenti affinché
la Compagnia fondasse collegi nel loro circondario. Riconoscen-
do il valore dell'istruzione al fine di diffondere gli insegnamenti
della Chiesa, Ignazio scelse di sposare questa nuova missione e
dispose la fondazione di istituti gesuiti in tutta Europa. Alla sua
morte, avvenuta nel1556, i collegi esistenti erano già 33, e la do-
manda continuava a crescere: 144 collegi nel 1579, 444 collegi
più 100 seminari e scuole nel 1626, 669 collegi e 176 tra semi-
nari e scuole nel1749. La maggior parte era in Europa, ma non
tutti: si potevano trovare collegi gesuiti dall'Estremo Oriente di
Nagasaki, in Giappone, fino al lontano Occidente di Lima, in
Perù. Era davvero un sistema educativo esteso su scala mondiale
a un livello mai visto prima, né, per la verità, in seguito.
Al centro di questa grande rete c'era il Collegio Romano.
Fondato nel 1551, ebbe inizialmente diverse sedi piuttosto mo-
deste in edifici del centro di Roma. Papa Gregorio XIII (1572-
1585), ammiratore e sostenitore dei gesuiti, decise di donare al
loro istituto ammiraglio una sede più adatta. Espropriò quindi
due isolati nei pressi di via del Corso e incaricò il celebre archi-
tetto Bartolomeo Ammannati di progettare un quartier generale
adeguato alle necessità. Il risultato fu un palazzo imponente,
sebbene poco appariscente, a riflettere il potere e il prestigio del-
la Compagnia di Gesù, ma anche la serietà della sua missione e
il suo concreto pragmatismo. Nel1584 il collegio si trasferì nel-
la nuova sede, dove sarebbe rimasto, quasi senza interruzione,
per i successivi tre secoli; è qui che, qualche tempo dopo, si riu-
nirono i revisori generali per decidere sul fato degli. infinitesimi.
Il nome Collegio Romano, non diverso da quello dei collegi
gesuiti delle altre città, lascia pensare che fosse semplicemente
destinato ai ragazzi di Roma proprio come, per esempio, il Col-
legio di Colonia fu creato per istruire i giovani di quella città.
Ma è un'idea fuorviante. Sebbene in effetti lo scopo del collegio
fosse in parte l'istruzione della classe dominante romana, esso
fu pensato fin dall'inizio come modello, come faro intellettuale
per gli altri collegi del sistema. Solo i più rinomati tra gli stu-

38
diosi gesuiti venivano chiamati come professori al Collegio, che
riuniva sotto lo stesso tetto i maggiori luminari dell'ordine. I
matematici Cristoforo Clavio e Christoph Grienberger, i filoso-
fi naturali Athanasius Kircher e Ruggiero Giuseppe Boscovich,
i teologi Francisco Suárez e Roberto Bellarmino, e molti altri,
tutti insegnarono al Collegio Romano. Nello spirito dei principi
gerarchici della Compagnia, il corpo docente romano aveva la
facoltà di stabilire i programmi dei collegi provinciali e determi-
nare che cosa si sarebbe o non si sarebbe insegnato nelle scuole
gesuite. Proprio come il generale dell'ordine comandava ogni
singolo gesuita, così il Collegio Romano comandava centinaia
di collegi gesuiti in tutto il mondo.
Non è difficile capire perché in tutta l'Europa cattolica ari-
stocratici e ricchi borghesi premessero per l'istituzione di collegi
gesuiti nelle loro città. Le tradizionali scuole parrocchiali erano
di dubbia qualità e la vita studentesca nelle grandi università
aveva fama di essere dissoluta e immorale, ben poco legata agli
studi veri e propri. I gesuiti offrivano qualcosa di completamente
diverso: un programma di studi rigoroso e impegnativo, svolto
da insegnanti di alta qualità e regolarmente aggiornato dai lu-
minari del Collegio Romano. E mentre gli studenti universitari
erano liberi di trastullarsi in una vita di dissolutezza avvinazza-
ta, quelli dei collegi gesuiti erano strettamente sorvegliati e tra-
scorrevano le giornate nello studio e nella preghiera. Mandando
il figlio in una scuola gesuita, un nobile o un mercante era sicuro
che ne sarebbe uscito un ragazzo incomparabilmente migliore,
sia dal punto di vista intellettuale, sia da quello morale.
Il lungo elenco di illustri ex alunni dei collegi gesuiti è una
conferma di questa fama. Oltre agli stessi capi dell'ordine, tra
i diplomati figurano sovrani come l'imperatore Ferdinando II
(1620-1637), uomini di Stato come il cardinale Richelieu, uma-
nisti come Joose Lips (Giusto Lipsio), filosofi e scienziati come
René Descartes (Cartesio) e Mersenne. L'istruzione gesuita, come
riconoscevano anche i nemici dell'ordine, era semplicemente la
migliore sul mercato nel mondo cristiano. Perfino Francis Bacon
(Francesco Bacone), cancelliere d'Inghilterra e poco amico dei

39
o gesuiti, ammise con riluttanza, citando Plutarco: <<Talis quum
sis, utinam noster esses>> ("vorrei che un uomo come te fosse
nostro amico")12.
Bacone aveva buone ragioni per rammaricarsi dell'eccellenza
gesuita in campo educativo, giacché di tutti i servizi che la Com-
pagnia di Gesù offriva al papa nella lotta contro il protestan-
tesimo, nessuno si era dimostrato più potente ed efficace delle
scuole. Dovunque venisse istituito, un nuovo collegio diventava
un centro di vita cattolica e una dimostrazione di che cosa riu-
scisse a ottenere la Chiesa di Roma. Raramente si trovava una
scuola luterana o calvinista che riuscisse a competere con quelle
gesuite per la qualità dell'istruzione o per la capacità di attrarre
i figli dell'élite laica. Una volta presi in carico, per anni veniva-
no catechizzati con insegnamenti cattolici, che comprendevano
dotte e autorevoli confutazioni delle dottrine protestanti. Inevi-
tabilmente gli studenti assorbivano come spugne la devozione
gesuita al papato e lo spirito di dedizione e sacrificio per la cau-
sa della Chiesa e della sua gerarchia. Con centinaia di collegi in
tutta Europa, ciascuno dei quali contava centinaia e talvolta mi-
gliaia di studenti, il sistema educativo gesuita sfornava genera-
zioni di cattolici ben istruiti e devoti, che avrebbero prima o poi
assunto posizioni di potere nelle rispettive comunità. In qualità
di principali educatori dell'élite cattolica, i gesuiti assicurarono
a conti fatti la sopravvivenza e la rinascita della Chiesa romana
in molte parti d'Europa.
L'impatto dei collegi gesuiti fu evidente. Il primo collegio
del Sacro Romano Impero fu fondato a Colonia nel 1556, in
un momento in cui l'impero sembrava sul punto di soccombere
all'ondata luterana. Ma, una volta istituito il collegio, Colonia
divenne una roccaforte cattolica, base per le future espansioni
gesuite. Con il forte sostegno delle famiglie W1ttelsbach e Asbur-
go, negli anni successivi i gesuiti fondarono decine di collegi in

12 Francesco Bacone, La dignità e il progresso del sapere divino ed umano, in Scritti


filosofici, Utet, Torino 2009, p. 129 (ed. orig. The Advancement of Learning,
1605). Bacone cita Plutarco e il suo racconto della vita del re spartano Agesilao.

40
Baviera e in Austria, e subentrarono nell'amministrazione delle
università esistenti. Arrivarono al punto di fondare, a Roma,
una scuola speciale dedicata alla formazione di promettenti gio-
vani tedeschi destinati a coprire alti ruoli ecclesiastici. Una volta
completati gli studi, i diplomati del Collegium Germanicum tor-
navano in patria, dove diventavano vescovi e arcivescovi: la spi-
na dorsale della rinascita cattolica in Germania. Anche nei Paesi
Bassi i gesuiti erano estremamente attivi: quando le province
settentrionali si convertirono al protestantesimo e presero le
armi contro il sovrano Asburgo, i gesuiti aiutarono a rendere le
province meridionali un bastione cattolico. Grazie in gran parte
alloro impegno, la regione rimase cattolica e acquisì un'identità
distinta, conquistando infine l'indipendenza e dando origine al
moderno Stato del Belgio.
Proprio come la Germania, la Polonia del Cinquecento sem-
brava ben avviata ad accettare il protestantesimo in qualcuna
delle sue forme, quando negli anni sessanta del Cinquecento i
nobili cattolici invitarono i gesuiti ad aprirvi i loro collegi. Ben
presto questi si guadagnarono la fiducia e il supporto della fa-
miglia reale polacca, che aiutò i gesuiti a passare dai cinque col-
legi del 1576 ai trentadue del 1648. In Polonia i gesuiti diven-
nero gli educatori della classe dirigente, tanto dell'aristocrazia
rurale quanto dell'élite cittadina, mentre a Roma formavano
una devota classe di sacerdoti che tornavano in patria pronti a
prendere in mano le redini della Chiesa. Tale era la vicinanza
ai sovrani polacchi che re Sigismondo III (1587-1632) fu so-
prannominato "il re gesuita" e suo figlio Giovanni II Casimiro
(1648-1668) era membro dell'ordine e cardinale prima di salire
al trono. La Polonia fu trasformata: una nazione che prima
si gloriava della propria tolleranza e aveva aperto le chiese e
le parrocchie ai riformatori divenne il paese ultracattolico che
conosciamo ancora oggi. In Polonia, come altrove, l'intervento
gesuita si dimostrò decisivo 13 •

13 Hsia, La Controriforma, cit., cap. IV.

41
o Gli irreprensibili discepoli di Ignazio riuscirono là dove i
mondani papi rinascimentali avevano fallito: fermare l'avanzata
apparentemente inarrestabile del protestantesimo in Europa e
ravvivare il potere e il prestigio della Chiesa romana. Dovunque
la Compagnia innalzasse il suo vessillo aprendo nuovi collegi, la
vecchia Chiesa veniva infusa di una nuova linfa fatta di devo-
zione spirituale e determinazione operativa, che ispirava i fedeli
a ergersi a baluardo contro gli eretici. A tal proposito ecco che
cosa scrive alla co.ngregazione generale della Compagnia un ri-
conoscente papa Gregorio XIII nel1581:

Il vostro santo ordine [... ] si è diffuso in tutto il mondo:


dovunque ci si rechi voi avete collegi e case; voi indicate la via
a reami e province, insomma al mondo intero. In poche parole
al giorno d'oggi, per combattere l'eresia, non esiste strumento
voluto da Dio più potente del vostro santo ordine che venne alla
luce proprio in un momento in cui iniziavano a diffondersi nuovi
errori. È perciò di fondamentale importanza[ ... ] che questo ordine
prosperi e si sviluppi di giorno in giorno. 14

Ordine dal caos

I miracoli di Sant'Ignazio è un maestoso dipinto originaria-


mente destinato a decorare l'altare della cattedrale di Anversa e
oggi esposto nel Kunsthistorisches Museum di Vienna. È opera
del pittore fiammingo Peter Paul Rubens (1577-1640), la cui
fama in epoca moderna si deve in larga parte alle sue raffigura-
zioni erotiche di donne giunoniche che dimostrano la variazio-
ne dell'ideale di bellezza femminile nel tempo. Ma Rubens era
un cattolico devoto che andava a messa ogni mattina ed era in
rapporti confidenziali con i gesuiti di Anversa, sua città natale 15 •
Nel 1605 contribuì alla campagna gesuita in favore della cano-
nizzazione del fondatore dell'ordine realizzando ottanta incisio-

14 Bangert, Storia della Compagnia di Gesù, cit., p. 113.


15 Hsia, La Controriforma, cit., pp. 169, 200.

42
Peter Paul Rubens, Il miracolo di Sant'Ignazio, 1617 (Eric Lessing/Art Resource,
New York) .

43
o ni per l'agiografia La vita di Ignazio. Quattro anni dopo Igna-
zio veniva beatificato (il passo immediatamente precedente alla
u santificazione) e la Compagnia commissionò a Rubens diversi
grandi ritratti del futuro santo per la chiesa del Gesù, chiesa
madre dei gesuiti a Roma, e per la cattedrale di Anversa. L'im-
ponente I miracoli di Sant'Ignazio rappresenta probabilmente il
maggior capolavoro realizzato da Rubens per l'ordine.
La scena drammatica raffigurata nella tela si svolge all'in-
terno di un grande edificio, forse una chiesa, raffigurata dal
soffitto a volta fino al pavimento in pietra. In alto, vicino a una
cupola molto illuminata, fluttua una schiera di angeli e cheru-
bini giocosi, apparentemente disinteressati al caos umano sotto
di loro. Sul pavimento della chiesa in effetti è rappresentata una
scena di dolore, paura e confusione, con un folto gruppo di uo-
mini, donne e diversi bambini in preda a un'angosciosa frenesia.
Un uomo supino si agita come colto da un raptus, mentre un
altro lo soccorre. Una donna scarmigliata, con i pugni serrati, il
viso contorto in una smorfia e gli occhi vacui, lotta per liberarsi
dalla presa dei due uomini che cercano di sorreggerla. Un uomo
dai capelli grigi, di cui vediamo solo la testa, rivolge verso l'alto
uno sguardo disperato che contorce il suo viso in una maschera
di orrore. Gli altri, quelli che sono stati risparmiati, guardano
verso l'alto con sguardo sofferto, misto di supplica e speranza:
si possono salvare da ciò che li tormenta?
L'oggetto del loro sguardo è lo stesso Ignazio, che si erge
risplendente nelle sue vesti sacerdotali su un piedistallo a pochi
gradini dal pavimento, ma immerso in un'atmosfera completa-
mente diversa. Calmo e autorevole, con la mano destra alzata in
segno di benedizione, sta compiendo un esorcismo per scacciare
gli spiriti maligni e portare pace e ordine alle persone afflitte
dai tormenti e dal caos. Sul lato sinistro del dipinto i demoni
malvagi emersi dalle persone fuggono di fronte alla santità di
Ignazio, salutati dal gesto ironico di uno degli angioletti. Igna-
zio, pur essendo indubitabilmente il punto focale del dipinto,
non è solo: dietro di lui sullo stesso piedistallo stanno i suoi
seguaci, una lunga fila di gesuiti in tonaca nera di cui non si vede

44
la fine. Come lui, anch'essi sono calmi e austeri, e osservano
la sofferenza che hanno di fronte. Sono l'esercito di Ignazio, lì
schierato per imparare dal maestro, seguire le sue direttive per
poi ereditarne la missione di mettere ordine dove regna il caos e
portare pace agli afflitti.
Era questo infatti il "miracolo" di Sant'Ignazio e dei suoi
accoliti, i quali come nessun altro riuscirono a riportare pace e
ordine in una terra dilaniata dalla sfida della Riforma. Al posto
di eresia e confusione portarono unità e ortodossia; là dove la
regola della Chiesa era stata sovvertita, e preti e vescovi esau-
torati, ricostruirono quel grandioso antico edificio e ristabiliro-
no l'influenza della sua gerarchia; dove regnava la confusione
restaurarono l'incrollabile certezza nella verità e giustizia della
Chiesa romana. Il loro successo in tutto questo si può davvero
definire un miracolo. Le parole chiave per realizzarlo, secondo i
gesuiti, erano semplici: verità, gerarchia e ordine.
I gesuiti non credevano nella pluralità di opinioni: la verità
era assoluta. Non credevano nel pluralismo di poteri e autorità:
una volta nota la verità, ogni potere deve venire da chi la cono-
sce e la riconosce, ed essere imposto a chi ancora non la accet-
ta. Certamente non credevano nella democrazia, che permette
l'espressione di punti di vista diversi e opposti, e che si nutre di
vivace confronto e di competizione per il potere. La verità non
ammette dissensi o sfide. Solo l'autorità assoluta 16 degli emissari
di Dio e la verità divina che essi trasmettono avrebbe permesso
alla pace e all'armonia di vincere.
Era questa la visione del mondo dei gesuiti, i quali si impe-
gnarono duramente per metterla in pratica all'interno del loro
ordine, nella Chiesa tutta e nel resto del mondo. Strutturato in
maniera chiaramente gerarchica, I miracoli di Sant'Ignazio rap-
presenta tutto questo in forma visiva. In cima sta il dominio

16 Sull'idea gesuita dell'autorità derivante dalla verità assoluta ed espressa


nella gerarchia ecclesiastica si veda Rivka Feldhay, Authority, Political Theology,
and the Politics of Knowledge in the Transition {rom Medieval to Early Modern
Catholicism, in "Social Research 73", IV, 2006, pp. 1065-1092.

45
o della luce divina e della verità; al fondo ci sono le persone tor-
mentate e confuse. Nel mezzo stanno Ignazio e i suoi uomini:
disciplinati, calmi e autorevoli, scacciano i demoni del dissenso
e amministrano la luce della verità sul popolo. Grazie ai gesuiti,
la pace trionferà.

46
Capitolo 2

L'ordine matematico

L'insegnamento dell'ordine

Ignazio di Loyola, padre fondatore della Compagnia di Gesù,


non era innamorato della matematica. Cortigiano aristocratico
e affascinante cavaliere in gioventù, imparò a disprezzare le pe-
danterie dei letterati e dei matematici. Le rivelazioni estatiche
dei suoi anni più maturi lo portarono, semmai, anche più lon-
tano dal freddo, logico mondo dei numeri e delle cifre, e i suoi
studi universitari a Barcellona, Alcala, Salamanca e Parigi non
toccarono, a quanto pare, la matematica. Nel 1553, quando,
sotto la sua direzione, i gesuiti inaugurarono una rete mondiale
di scuole, Ignazio si rese conto del valore dell'istruzione in ma-
tematica e scrisse che le scuole avrebbero dovuto insegnare «le
parti della matematica che un teologo dovrebbe conoscere>> 1 • E
questo, va detto, non era granché.
La scarsa considerazione in cui era tenuta la matematica agli
inizi del sistema educativo dei gesuiti non deve sorprendere; le
scuole dei gesuiti, dopotutto, avevano un obiettivo preciso e ur-
gente, molto diverso da quelle moderne: fermare l'avanzata del
protestantesimo e ristabilire il prestigio e l'autorità della Chiesa

1 Giovanni Cosentino, Le matematiche nella "Ratio studiorum" della Compagnia


di Gesù, in "Miscellanea Storica Ligure", nuova serie, Il, 1970, pp. 171-213;
citazione a p. 187.
cattolica. Come spiegò Juan de Polanco, segretario e consigliere
di Ignazio di Loyola, in una lettera del 1555, nelle scuole della
Compagnia «li huomini di quella natione>> in cui la vera fede è
minacciata <<fussino amaestrati con l'essempio et sana dottrina
[... ] ad trattenere quello che resta, et restituire quello che è perso
della relligione christiana»2. Una materia remota e astratta come
la matematica aveva poco da contribuire a questa missione.
Pur avendo l'obiettivo di fermare l'avanzata della Riforma,
le scuole dei gesuiti non si focalizzavano unicamente sull'educa-
zione religiosa. Ignazio credeva fermamente che la dottrina re-
ligiosa dovesse fondarsi su un'istruzione più vasta, in filosofia,
grammatica, studi classici e umanistici, ed era anche importan-
te che le scuole mantenessero la promessa di fornire un'istru-
zione vasta e moderna. Altrimenti l'élite locale avrebbe cercato
altrove una scuola degna dei propri figli, e questo sarebbe stato
un disastro, per la missione spirituale dell'ordine. Come disse
Jer6nimo Nadal nel 1567, <<per noi le lezioni e gli esercizi scola-
stici sono una sorta di rete con cui peschiamo le anime»3.
La "rete" consigliata da Ignazio includeva le lingue necessarie
a leggere i classici: latino, greco ed ebraico, ma anche, in alcuni
collegi, la lingua caldea, l'arabo e l'indù. Riguardo alla filosofia,
decretò che le scuole seguissero gli insegnamenti di Aristotele, di
gran lunga il più influente filosofo in tutta la cultura occidentale,
da quando i suoi scritti furono tradotti in latino nel dodicesimo
secolo. La sua opera completa, che copre argomenti dalla logica
alla biologia, dall'etica alla politica, alla fisica, all'astronomia,
era la più comprensiva nota al tempo ed era accettata come
l'autorità indiscussa dalla gran parte degli studiosi europei. Fu
quindi facile per Ignazio, che aveva studiato Aristotele all'uni-
versità, basarsi sui suoi scritti per delineare il curriculum di studi
nelle scuole della Compagnia. In teologia, decretò Ignazio, la
Compagnia avrebbe seguito San Tommaso d'Aquino, il dome-

2 lvi, p. 191.
3 Mordechai Feingold, Jesuits: Savants, in Mordechai Feingold (a cura di), ]esuit
Science and the Republic of Letters, MIT Press, Cambridge (Mass.) 2003, p. 6.

48
nicano del tredicesimo secolo che riconciliò gli insegnamenti di
Aristotele con la Chiesa cattolica. Il Dottore Angelico, com'era
noto, divenne dopo la sua morte il teologo più autorevole in
Occidente, e Ignazio lo considerava praticamente infallibile4.
Siccome il tomismo (com'era chiamata la teologia di Tommaso)
si basava in gran parte sulla filosofia aristotelica, era essenziale
che gli studenti nelle scuole dei gesuiti familiarizzassero con Ari-
stotele prima di affrontare gli studi religiosi.
Ma se il curriculum delle scuole dei gesuiti era vario e molto
vasto, era anche rigoroso, chiaramente ordinato e gerarchico.
Il valore relativo delle diverse discipline non era mai messo in
discussione: in cima c'era la teologia, costituita dagli insegna-
menti infallibili della Chiesa cattolica. Subito sotto si trovava la
filosofia, morale e naturale, che insegnava le verità sul mondo
naturale e umano, ed era necessaria per comprendere gli inse-
gnamenti religiosi. Sotto la filosofia c'erano le materie ausiliarie,
come le lingue e la matematica, che non insegnavano alcuna ve-
rità, ma risultavano utili per comprendere le discipline più alte.
Qui, come in ogni altro aspetto del mondo dei gesuiti, regnava
l'ordine. Ogni materia aveva il suo posto nel grande schema
dell'istruzione. Le verità teologiche erano le più importanti e
nessuna dottrina filosofica, seppure sostenuta dall'autorità di
Aristotele stesso, poteva mai contraddire una verità teologica.
Le scienze matematiche erano ancora più in basso e i loro ri-
sultati non avevano nemmeno la dignità di "verità", ma rima-
nevano mere ipotesi. Era una gerarchia di conoscenza in cui la
teologia di Tommaso regnava suprema.
Il chiaro ordine delle discipline nelle scuole dei gesuiti con-
trastava con l'offerta delle università del tempo, in cui gli studi
erano spesso casuali e gli studenti seguivano corsi non in rela-
zione tra loro. In tali labirinti non strutturati molti studenti si
perdevano. I gesuiti, al contrario, offrivano una chiara sequenza
di apprendimento, iniziando con le lingue e le molte aree del-

4 Cosentino, Le matematiche nella "Ratio studiorum", cit.

49
la filosofia aristotelica, passando poi alla teologia. Assieme alla
vita regolata e ordinata dei collegi, e all'alto esempio morale
degli insegnanti, questa rigida progressione aiutava gli studenti
a rimanere nei ranghi, lontani dalle tentazioni che affliggevano
i loro colleghi.
Ma la gerarchia della verità era, per i gesuiti, molto più di
uno strumento pedagogico. Rifletteva la loro fede incrollabile
nella necessità di una gerarchia chiara e indiscussa, essenziale
per la ricostruzione dell'ordine divino perduto con la Riforma.
Governava la socìetà stessa e la Chiesa, dal papa fino all'ultima
congregazione di fedeli. La gerarchia, credevano i gesuiti, deve
prevalere nel mondo, perché l'eresia sia sconfitta e la fede trionfi
sull'errore.
Dopotutto, non era forse il flagello della Riforma il risulta-
to di una disgregazione nell'ordine costituito della conoscenza?
Lutero, un umile monaco, non aveva forse osato sfidare l'autori-
tà del papa stesso? Lutero, poi Zwingli, Calvino e altri avevano
espresso le loro teologie nuove in opposizione agli insegnamenti
autorevoli della Chiesa, e quale fu il risultato? Caos, confusio-
ne, in cui la sola voce autorevole della Chiesa veniva sovrastata
da una cacofonia di voci che cercavano di imporsi. Sembrava
ovvio, ai gesuiti, che il collasso dell'antica unità della cristiani-
tà e il caos conseguente fossero il diretto risultato del collasso
dell'ordine costituito nella conoscenza. Solo mantenendo questa
stretta gerarchia nella conoscenza la verità avrebbe prevalso e
l'eresia sarebbe stata sconfitta.
Poiché la verità, secondo i gesuiti, era immutabile, eterna e
fondata sull'autorità della Chiesa, la novità e l'innovazione era-
no un rischio inaccettabile e dovevano essere contrastate con
fervore. «Non bisogna ascoltare le opinioni nuove, cioè, quel-
le appena scoperte» ammoniva il teologo Benedetto Pereira, al
Collegio Romano nel 1564. Invece bisogna «aderire alle opi-
nioni note e generalmente accettate [... ] e seguire la dottrina
vera e solida>>. Vent'anni dopo, il generale Acquaviva esortava
le sue coorti non solo a evitare l'innovazione; ma anche a fare in
modo «che nessuno possa pensare che stiamo cercando di creare

50
qualcosa di nuovo»5. L'innovazione, tanto apprezzata al giorno
d'oggi, era vista con profondo sospetto dai gesuiti.
"Legem impone subactis" ("Imponi la legge ai sudditi") era
il motto dell'Accademia Parthenia al Collegio Romano 6, aper-
ta agli studenti del collegio più devoti agli ideali e allo stile di
vita dei gesuiti. Il motto era accompagnato da un altrettanto
esplicito stemma, un'insegna: sulla sommità, seduta sul trono,
sta una figura femminile rappresentante la Teologia. Su un pia-
no inferiore, ai suoi fianchi, si trovano le sue serve, Filosofia e
Matematica, piegate, in attesa dei suoi ordini. E così era nelle
scuole della Compagnia, dove la teologia regnava come "regina
delle scienze" e imponeva la sua legge sulle materie subordinate.
È un sistema di insegnamento alieno per noi, al giorno d'oggi;
ci sembra perfino soffocante, teso com'era a stabilire verità as-
solute e a eliminare il dissenso. Ma i gesuiti erano convinti che
lo scopo dell'istruzione non fosse incoraggiare il libero scambio
di idee, ma piuttosto inculcare certe verità. E, in questo, furono
indubbiamente bravissimi.

Un uomo poco apprezzato

Così stavano le cose, nei primi decenni di vita della Com-


pagnia di Gesù, quando la matematica, se veniva insegnata, lo
era solo nella misura in cui risultava utile per le altre discipline,
più importanti. E così le cose sarebbero rimaste, probabilmen-
te, se non fosse per gli sforzi di un uomo che cercò di portare
la matematica al centro degli studi dei gesuiti e fece di questo
tentativo la sua missione di vita. Fu grazie al suo lavoro che,
all'inizio del diciassettesimo secolo, i gesuiti divennero non solo
ottimi insegnanti di matematica, ma anche studiosi di spicco
nel campo: tra loro troviamo i più grandi matematici europei.

5 Feingold, Jesuits: Savants, ci t., p. 18.


6 Ugo Baldini, Legem impone subactis: Studi su filosofia e scienza dei Gesuiti
in Italia 1540-1632, Bulzoni, Roma 1992, pp. 19-20.

51
o Il nome di quest'uomo era Christophorus Clavius (Cristoforo
Clavio, in italiano).
u Si conosce poco dei suoi primi anni di vita (perfino il suo
nome proprio è dubbio), ma sappiamo che nacque il 25 mar-
zo 1538 nella città di Bamberga, In Franconia, una provincia
nel Sud della Germania. Bamberga era una diocesi cattolica cir-
condata dai territori protestanti di Norimberga, Hesse e della
Sassonia, quindi rappresentava uno dei fronti di battaglia nella
guerra per la salvezza del Sacro Romano Impero. Città come
Bamberga divennero l'obiettivo del gesuita Pietro Canisio, nel-
la sua incessante missione attraverso l'impero, per ravvivare lo
spirito provato dei fedeli, esortandoli a ergersi a difesa contro
l'avanzata della marea protestante. Possiamo ben immaginare il
giovane Clavio ascoltare una delle affollatissime messe di Cani-
sia nella cattedrale di Bamberga e commuoversi alle sue parole
ardenti, ma non sappiamo se sia mai veramente accaduto. Sap-
piamo però che nel 1555, mentre la sua città natale cercava di
arrestare le forze del margravio protestante Alberto Alcibiade,
Clavio era a Roma. Il 12 aprile fece il suo ingresso come novi-
zio nella Compagnia di Gesù, ricevuto da Ignazio di Loyola in
persona 7 •
Clavio aveva appena diciassette anni quando entrò nel-
la Compagnia, ma pronunciò i voti solenni soltanto all'età di
trentasette anni. Anche tenendo in considerazione la lentezza e
il rigore del regime di studio dei gesuiti, vent'anni è un tempo
insolitamente lungo perché un giovane novizio brillante diventi
un gesuita a tutti gli effetti, specialmente uno le cui potenzialità
furono riconosciute molto presto e che sarebbe poi diventato
uno dei gesuiti più famosi del suo tempo. Forse la ragione ebbe
a che fare con la causa, non molto popolare, perorata da Clavio
all'interno della Compagnia: promuovere la matematica nella
gerarchia della conoscenza e migliorare il suo insegnamento

7 Sui primi anni di Clavio nella Compagnia di Gesù, si veda James M. Lattis,
Between Copernicus and Galileo: Christoph Clavius and the Col/apse o(
Ptolemaic Astronomy, Universiry of Chicago Press, Chicago 1994, cap. l.

52
nelle scuole dell'ordine. Alcuni gesuiti, come Benedetto Pereira,
collega di Clavio al Collegio Romano, si opponevano strenua-
mente; ciò nonostante, quando Clavio finalmente divenne un
gesuita professo, nel 1575, era sulla strada della vittoria.
Clavio passò un solo anno a Roma, dopo l'ammissione nei
ranghi della Compagnia come novizio, prima che lo mandasse-
ro a Coimbra, in Portogallo. Al contrario dei monasteri romiti
di ordini tradizionali quali i benedettini, le "case" o "residen-
ze" dei gesuiti erano nel cuore delle città. Qui i membri della
Compagnia vivevano strettamente in comunità, sotto gli ordini
di un superiore, e uscivano giornalmente per condurre le loro
attività nella società. Si sa poco dei quattro anni che Clavio pas-
sò a Coimbra, attorno ai vent'anni, ma furono di sicuro molto
formativi. La città era famosa, allora, quale sede di un'antica
università, il cui professore più famoso era Pedro Nufiez, uno
dei matematici e astronomi più grandi del tempo. Non ci sono
prove dirette a indicare che Clavio abbia studiato sotto la gui-
da di Nufiez, ma il matematico Bernardino Baldi (1553-1617),
autore di una breve biografia di Clavio, dice che si conosceva-
no. Sicuramente, dati gli interessi del giovane, e la dimensione
ridotta dell'università di Coimbra, riesce difficile immaginare
che Clavio e Nufiez non si siano incontrati. Ma per la maggior
parte, secondo Baldi, Clavio era autodidatta 8 e doveva le sue
conoscenze matematiche al proprio meticoloso studio di testi
classici di matematica.
Quando Clavio venne richiamato a Roma nel 1560, fu per
continuare i suoi studi di filosofia e teologia e per insegnare
matematica. Nel1563 insegnava al Collegio Romano e, attorno
al1565, a trent'anni, divenne professore di matematica, una po-
sizione che avrebbe mantenuto più o meno fino alla sua morte,
quarantasette anni più tardi. Fino a questo momento, la carriera
di Clavio era stata rispettabile, ma non particolarmente degna
di nota. Sebbene la sua abilità matematica fosse riconosciuta

8 Lattis, Between Copernicus and Galileo, ci t., pp. 16-18.

53
dai suoi superiori, era tuttavia un oscuro membro della facoltà,
largamente ignorato dai colleghi, che non avevano molto rispet-
to per il suo campo di studi. Anche dopo anni, doveva anco-
ra combattere per il diritto, quale professore di matematica, di
partecipare alle cerimonie pubbliche e alle discussioni delle tesi,
assieme ai suoi colleghi, e i suoi reclami stanno a dimostrare
che solitamente questo non avveniva9. Nonostante avesse una
cattedra nel collegio più importante della Compagnia, per anni
fu escluso dai ranghi dei "professi", il che ci dice tutto sul suo
status nella rigida gerarchia dell'ordine10.
Però, tra il1572 e il1575, più di dieci anni dopo il suo ritor-
no dalla provincia, la carriera di Clavio prese il volo. Il nuovo
papa Gregorio XIII riunì una commissione autorevole per af-
frontare un problema che da secoli turbava la Chiesa: la riforma
del calendario. Come consigliere tecnico della commissione, il
papa scelse il giovane professore gesuita che si stava facendo
un nome al Collegio Romano quale esperto in matematica e
astronomia. Era indiscutibilmente un grande onore per Clavio e
lo mise al centro di uno dei progetti della Chiesa più ambiziosi
di tutti i tempi. Divenne anche il rappresentante ufficiale dei ge-
suiti in una commissione di alto rango, nella Chiesa, le cui con-
clusioni sarebbero state note a tutti, esaminate dagli studiosi di
tutta Europa. In una posizione di tale visibilità, Clavio avrebbe
dovuto portare onore e rispetto alla Compagnia e aumentare il
suo prestigio alla corte papale. Era una situazione difficile e an-
che rischiosa, per un giovane, oscuro professore di matematica.
Ma Clavio e la sua causa aspettavano proprio un'opportunità
simile.

9 Alistair Cameron Crombie, Mathematics and Platonism in the Sixteenth-Century


Italian Universities and in the Jesuit Educational Policy, in Yasukatsu Maeyama e
Walter Gabriel Saltzer (a cura di), Prismata, Steiner, Wiesbaden 1977, pp. 63-94,
in particolare p. 65.
10 Sulla carriera di Clavio al Collegio Romano, si veda Cosentino, Le matematiche
nella "'Ratio studiorum'", cit.; Crombie, Mathematics and Platonism, cit., pp. 64-
68; Lattis, Between Copernicus and Galileo, cit., cap. I.

54
Portare ordine nell'universo

Il problema che la commissione doveva affrontare si era


creato negli ultimi milleduecento anni. Nell'anno 325 d.C. il
concilio di Nicea aveva determinato che la Pasqua si dovesse
celebrare alla prima Luna nuova dell'equinozio invernale, che,
secondo il concilio stesso, cadeva il21 marzo. Sfortunatamente
il calendario giuliano, in uso al tempo, non era in perfetto ac-
cordo con la reale lunghezza dell'anno solare (cioè il tempo im-
piegato dalla Terra per ritornare nello stesso esatto punto della
sua orbita). La durata dell'anno giuliano era di trecentosessan-
tacinque giorni e sei ore, ma l'anno solare è quasi esattamente
undici minuti più breve. Una discrepanza tanto minuscola non
fa molta differenza da un anno all'altro, o anche nel corso di
una vita umana, ma dopo milleduecento anni gli errori si som-
mano. Nel 1570 l'equinozio invernale era arretrato fino all'll
marzo e la data della Pasqua, la festività più importante del ca-
lendario cristiano, si era spostata con esso. Se non si fosse fatto
nulla per risolvere il problema, l'errore sarebbe aumentato e la
Pasqua avrebbe continuato a spostarsi. Nello stesso tempo il
calendario lunare, usato per calcolare la ricorrenza della Luna
piena, aveva un problema simile, perdendo un giorno ogni tre-
centodieci anni. Arrivati al sedicesimo secolo, la Luna piena si
vedeva quattro giorni dopo la data prevista dal calendario.
Tutto questo era inaccettabile: non solo la data della Pasqua
era in dubbio, ma l'intero calendario delle festività religiose e
dei giorni dedicati ai santi si trovava in uno stato di confusione
e disordine. Già nel tredicesimo secolo il filosofo inglese Roger
Bacon (Bacone) aveva lamentato che il calendario era «intolle-
rabile per tutti i saggi, orribile per gli astronomi, e ridicolizzato
da tutti i matematici>> 11. In verità, il senso stesso del tempo e del-
la sua regolarità era messo in discussione per la cristianità intera

11 John David North, The Western Calendar: "lntolerabilis, Horribilis,


et Derisibilis ", in George V. Coyne, Micheal A. Hoskin e Olaf Pedersen (a cura
di), Gregorian Reform of the Calendar: Proceedings of the Vatican Conference to

55
e la Chiesa, guardiana dei sacri ritmi della vita, era chiamata
all'azione. Diversi concili, a cominciare dal concilio di Costan-
za (1414-1418), cercarono di affrontare il problema, ma non si
giunse ad alcuna decisione. Alla fine il concilio di Trento, che
si riunì periodicamente tra il 1545 e il 1563, ordinò di istituire
una speciale commissione con l'espresso compito di riformare il
calendario. Circa dieci anni dopo, il nuovo papa Gregorio XIII
mise finalmente in atto il decreto del concilio.
Il compito della commissione, di cui Clavio faceva parte, era
complesso. Prima si doveva determinare esattamente l'errore
nel calendario giuliano e in quello lunare. Poi bisognava pro-
durre nuove tabelle lunari che prevedessero con precisione le
fasi della Luna. Infine bisognava correggere l'errore totale già
accumulato nei secoli e proporre un nuovo calendario che im-
pedisse la ripetizione dell'errore. Nel1577la commissione inviò
un compendio di proposte di cambiamento agli studiosi cattoli-
ci più importanti, sollecitando commenti e suggerimenti. Dopo
la revisione delle varie risposte, la commissione rimase parti-
colarmente impressionata dall'eleganza e dalla semplicità del-
la proposta di Luigi Lilio, un dottore calabrese. Nel settembre
del1580, quando la commissione presentò le sue conclusioni al
papa, basò le sue raccomandazioni largamente sui suggerimenti
di Lilio12.
La prima raccomandazione fu di correggere una tantum il ca-
lendario, eliminando dieci giorni. Per impedire il ripetersi dell'er-
rore nei secoli futuri, la commissione propose un aggiustamento
permanente al calendario giuliano: come prima, ogni anno di-
visibile per quattro sarebbe stato bisestile, cioè composto di tre-
centosessantasei giorni invece di trecentosessantacinque, ma, a
differenza del vecchio calendario, ogni anno divisibile per cento
(come 1800, 1900 ecc.) avrebbe avuto trecentosessantacinque

Commemorate its 400th Anniversary, 1582-1982, Pontificia Academia


Scientarum, Roma 1983, p. 75.
12 Ugo Baldini, Christoph Clavius and the Scientific Scene in Rome, in Coyne,
Hoskin e Pedersen (a cura di), Gregorian Reform of the Calendar, cit., p. 137.

56
giorni, mentre gli anni divisibili per quattrocento sarebbero ri-
masti bisestili. L'effetto combinato avrebbe ridotto la lunghezza
media di un anno di dieci minuti e quarantotto secondi, sincro-
nizzando in pratica l'anno del calendario con l'anno solare. Di
conseguenza, l'equinozio di primavera sarebbe sempre caduto il
21 marzo. Nel febbraio del1582, con la bolla papale Inter gra-
vissimas, il papa approvò ufficialmente le raccomandazioni del-
la commissione e decretò che al giovedì 4 ottobre di quell'anno
sarebbe seguito il venerdì 15 ottobre: questo rese il1582l'unico
anno di trecentocinquantacinque giorni nella storia. Inoltre fu
istituito il calendario proposto da Clavio e dai suoi colleghi,
quello usato ancora oggi nel mondo. È noto, giustamente, con il
nome di calendario gregoriano.
Le conoscenze matematiche e astronomiche di Clavio ri-
sultarono indispensabili durante tutto questo processo. Il suo
compito fu di presentare i calcoli astronomici più aggiornati ai
colleghi della commissione meno all'altezza, dal punto di vista
tecnico. Indubbiamente giocò un ruolo importante nel ricalco-
lare le fasi della Luna e nella revisione di diverse proposte di
riforma del calendario. In tutto ciò si dimostrò non solo un ec-
cellente astronomo e matematico, ma anche un abile navigatore
degli intricati intrecci politici della corte papale. Negli anni se-
guenti, quando gli altri membri della commissione erano ritor-
nati alle loro occupazioni abituali, Clavio sarebbe emerso come
il portavoce ufficiale del nuovo sistema, con la pubblicazione
di una "spiegazione" di seicento pagine del nuovo calendario,
rispondendo alle accuse dei numerosi critici13. L'oscuro e poco
apprezzato professore del Collegio Romano era diventato un
matematico influente, un portavoce delle scienze matematiche,
la cui importanza era in crescita, un gesuita "professo", uno dei
volti pubblici dell'ordine. Non sarebbe mai più tornato indietro.

13 Cristoforo Clavio, Romani calendarii a Gregorio XIII P.M. restituti explicatio,


Zannetti, Roma 1603.

57
Una vittoria matematica

La riforma gregoriana del calendario si rivelò un trionfo


spettacolare per la Chiesa cattolica negli anni bui della lotta
contro gli eretici protestanti. Ecco il papa, nell'esercizio della
sua autorità universale, a correggere un problema che aveva af-
flitto tutti i cristiani per più di un millennio.
Dispiegando una potenza quasi divina, il papa trasforma
l'anno, le festività religiose e le stagioni per milioni di perso-
ne attorno al globo. Un bassorilievo su un monumento a papa
Gregorio XIII nella basilica di San Pietro, dello scultore Camillo
Rusconi, mostra i membri della commissione per la riforma del
calendario, con Clavio (secondo la tradizione gesuita) inginoc-
chiato nel mezzo. Sta presentando il nuovo calendario al papa,
seduto sul trono con le braccia allargate a indicare un mappa-
mondo, come se il mondo fosse di nuovo suo, e di nessun altro. I
nemici protestanti del papa certamente annoveravano tra i loro
ranghi diversi studiosi altrettanto eruditi e colti quanto Clavio e
gli altri membri della commissione, però nessun principe o chie-
rico protestante sarebbe mai diventato, come il papa, padrone
del tempo.
I protestanti non ebbero altra scelta che riconoscere il potere
stringente della proclamazione papale e la sua abilità senza ri-
vali di riportare ordine nell'universo. Quanto questo li turbasse
si può evincere dallo scritto Ignatius His Conclave, una satira
contro i gesuiti del poeta e uomo di chiesa John Donne, nel
1611. Ignazio, nelle parole di Donne, sta all'inferno con i suoi
accoliti, tra cui Clavio.
«Il nostro Clavio>>, proclama Ignazio, dev'essere onorato

per i grandi sforzi [... ] compiuti per il Calendario Gregoriano,


per il quale sia la pace della Chiesa e degli affari laici sono stati
grandemente turbati: né il cielo stesso è sfuggito alla sua violenza,
ma ha da allora obbedito ai suoi ordini: così che Santo Stefano,
Giovanni Battista, e tutti gli altri, a cui si è comandato di fare
miracoli in certi giorni stabiliti[ ... ] ora non attendono che vengano

58
quei giorni, come sempre hanno fatto, ma si destano dieci giorni
prima, e sono forzati a venire giù dal cielo e fare quel che devono
fare. 14

La satira pungente non riesce a nascondere la sincera coster-


nazione anticattolica di Donne, per essere costretto a soccombe-
re al riordinamento del tempo civile e religioso, fatto dal papa.
I principi protestanti si trovarono davanti a una scelta ama-
ra: accettare il calendario gregoriano, e quindi implicitamente
riconoscere l'autorità universale del papa, oppure rifiutarlo e
continuare a usare un calendario che sapevano essere sbagliato.
Con le spalle al muro, reagirono con comprensibile confusione.
La regina Elisabetta d'Inghilterra all'inizio annunciò che avreb-
be adottato i cambiamenti della riforma, per poi fare marcia
indietro, di fronte all'opposizione della Chiesa d'Inghilterra. La
riforma gregoriana non arrivò nelle isole inglesi che nel 1752.
La repubblica d'Olanda si divise: alcune province adottarono
immediatamente la riforma, mentre altre mantennero il calen-
dario giuliano fino al 1700; la Svezia cambiò più volte tra i due
calendari, fino a stabilirsi sul calendario gregoriano nel 1753.
Più a est, la Chiesa russa ortodossa, i cui diverbi con il papa
precedevano quelli di Lutero di settecento anni, rimase ancorata
al calendario giuliano, fino a che i bolscevichi, immuni dal so-
spetto di essere agenti papali, imposero il calendario riformato
nel1918.
L'ultima nazione europea ad adottare il calendario gregoria-
no fu la Grecia, nel 1923, quasi tre secoli e mezzo dopo che
Clavio e i suoi colleghi avevano completato il loro lavoro. Met-
tendo in atto un calendario adottato in tutto il mondo, la Chiesa
romana esibì la sua autorità, mentre i suoi rivali mostrarono
solo debolezza e confusione, mettendo in luce le limitazioni in-
trinseche delle loro Chiese nazionali. La riforma del calendario
era esattamente il trionfo che la Compagnia di Gesù si prodiga-

14 John Donne, Ignatius His Conclave, Nicholas Okes for Richard Moore, Londra
1611. Il passaggio è citato in Lattis, Between Copernicus and Galileo, cit., p. 8.

59
va per ottenere. Ecco un perfetto esempio della Chiesa cattolica
che impone la verità, l'ordine e la regolarità su un mondo di-
sordinato. Come Sant'Ignazio nel capolavoro di Rubens, papa
Gregorio porta la luce della verità universale ai popoli, lunga-
mente sofferenti nel buio e nella confusione. La reazione alla
riforma confermò che sotto il comando del papa c'erano legge,
ordine, pace e verità, mentre dove comandavano gli eretici e
gli scismatici persistevano l'errore, la confusione e la discordia.
Niente al mondo avrebbe potuto illustrare meglio la giustizia
dell'approccio al cuore della visione del mondo dei gesuiti. Ecco
qui, credevano i gesuiti, un modello per il trionfo finale della
Chiesa cattolica romana.
La vittoria decisiva della Chiesa romana nella faccenda del
calendario è ancora più sorprendente, se confrontata allo stalla
totale in altre aree di disputa teologica. I cattolici, per esempio,
credono che la grazia di Dio venga ricevuta dai peccatori solo
per mezzo della Santa Chiesa e dei suoi sacramenti, impartiti
da un sacerdote ordinato. I protestanti, al contrario, credono
in un "sacerdozio di tutti i credenti", cioè Dio può donare loro
la grazia direttamente. Secondo i cattolici Cristo è fisicamente
presente nel pane e nel vino durante la messa, mentre secondo i
protestanti Cristo o è presente ovunque (L utero) oppure la mes-
sa è una pura commemorazione della sua sofferenza (Zwingli).
I cattolici credono che Dio tenga conto delle buone azioni di un
peccatore per determinare la sua salvezza o la sua dannazione,
mentre secondo i protestanti contano solo la fede e la grazia
divina. I cattolici credono che la Bibbia richieda l'interpreta-
zione da parte della gerarchia e delle tradizioni ecclesiastiche; i
protestanti considerano la Bibbia una guida chiara per il com-
portamento dei giusti, accessibile a tutti. E così via. Tutte queste
dispute avevano (e hanno) in comune il fatto di essere completa-
mente inconcludenti. Dai giorni di Lutero fino a oggi entrambe
le parti non hanno ceduto di un millimetro, né vedono ragione
di farlo.
Certo, i sostenitori di entrambe le fazioni prendevano parte a
dibattiti appassionati, a volte violenti. Pubblicavano caricature

60
spietate gli uni degli altri: Lutero come un emissario del diavolo,
il papa come l'anticristo, e le diffondevano in lungo e in largo,
grazie alla nuova tecnologia della stampa. Pubblicavano opu-
scoli, denunciando ognuno le dottrine degli altri come eretiche,
e libri di catechismo con la descrizione dettagliata dei fonda-
mentali di ogni fede. Scrivevano dotti trattati come l'Institutio
christianae religionis di Calvino o le Disputationes metaphysi-
cae del gesuita Francisco Suarez e, occasionalmente, prendevano
parte a dibattiti formali, come Lutero contro Eck nel1519.
Ma, nonostante tutti gli sforzi, il tempo e le risorse investite
in queste battaglie, nessuna parte riusciva a imporre le sue po-
sizioni sull'altra. Quale contrasto, tra questo guazzabuglio di
indecisione e la vittoria chiara, gloriosa, della Chiesa cattolica
con la riforma del calendario! Se solo il segreto del trionfo del
calendario si fosse potuto estendere in tutti quegli altri campi,
la vittoria ultima del papa e della Chiesa sarebbe stata sicura.
Clavio credeva di sapere quale fosse questo segreto: la mate-
matica 15 • Le dispute teologiche e filosofiche potevano infuriare
nei secoli dei secoli, credeva, perché non esisteva un metodo uni-
versalmente riconosciuto di decidere chi fosse nel giusto. Perfino
se una parte avesse posseduto la verità assoluta (e Clavio cre-
deva fermamente che fosse così) e l'altra fosse completamente
nell'errore, i sostenitori dell'errore potevano sempre rifiutare di
accettare la verità. Ma la matematica era diversa: con la mate-
matica, la verità si impone sul suo pubblico, che piaccia o no.
Si può discutere la dottrina cattolica dei sacramenti, ma non si
può discutere sul teorema di Pitagora; nessuno riusciva a met-
tere in dubbio il nuovo calendario, basato com'era su accurati
calcoli matematici. Qui, credeva Clavio, si trovava la chiave per
il trionfo ultimo della Chiesa.

15 Si veda Romano Gatto, Christoph Clavius "Orda Servandus in Addiscendis


Disciplinis Mathematicis" and the Teaching of Mathematics in Jesuit Colleges
at the Beginning of the Modern Era, in "Science and Education", XV, 2006,
pp. 235-236.

61
La certezza della matematica

Clavio elaborò la sua visione sulla matematica in un saggio


che pubblicò in appendice alla sua edizione degli scritti di Eu-
clide, nel 1574, proprio mentre la commissione sul calendario si
preparava a iniziare i suoi lavori. Intitolato semplicemente In di-
sciplinas mathematicas prolegomena ("Saggio introduttivo sulle
scienze matematiche"), è in realtà un appello appassionato per il
riconoscimento del potere delle scienze matematiche, della loro
superiorità sulle altre discipline. Se <<la nobiltà e l'eccellenza di
una scienza si deve giudicare dalla certezza delle dimostrazioni
che usa» scrive Clavio, allora <<senza dubbio le scienze matema-
tiche occupano il primo posto tra tutte le altre>>: <<dimostrano
ogni oggetto di disputa con i ragionamenti più solidi, e confer-
mano il risultato in modo da generare vera conoscenza nelle
menti di chi ascolta, e rimuovono ogni dubbio>> 16 •
La matematica, in altre parole, si impone nella mente e con-
vince anche i più recalcitranti ad accettare le sue verità. E con-
tinua:

I teoremi di Euclide e di tutti i matematici, ancora oggi, così


come per tanti anni passati, mantengono la loro purezza nelle
scuole, la loro certezza reale, e le loro dimostrazioni forti e solide ...
E quindi le scienze matematiche desiderano, stimano, e amano
la verità così tanto, che rifiutano non solo ciò che è falso, ma
perfino ciò che è solo probabile, e non accettano nulla che non sia
sostenuto e corroborato dalle più certe dimostrazioni. 17

Ma il caso è molto diverso con le altre cosiddette scienze.


Qui, sostiene Clavio, l'intelletto ha a che fare con una <<moltitu-
dine di opinioni>> e una <<varietà di punti di vista sulla verità delle

16 Cristoforo Clavio, In disciplinas mathematicas prolegomena, in Euclide, Euclidis


elementorum libri XV, a cura di Cristoforo Clavio, Vincentium Accoltum, Roma
1574, p. 5.
17 lvi, p. 6.

62
conclusioni presentate>>. Il risultato è che, mentre la matematica
porta alla certezza che pone fine a tutti i dibattiti, altri campi
lasciano la mente confusa e incerta. In verità, continua Clavio,
commentando sull'intrinseca inconcludenza dei campi non ma-
tematici, «quanto tutto ciò sia lontano dalla matematica, nessu-
no osa ammettere>>. «Non ci può essere dubbio>> conclude «che
il primo posto tra le scienze spetti alla matematica>> 18 • Rigorosa,
ordinata, irresistibile, la matematica era per Clavio l'incarnazio-
ne del programma dei gesuiti. Imponendo la verità e sconfiggen-
do l'errore, stabiliva ordine e certezza, immutabili, al posto del
caos e della confusione.
Bisogna ricordare che, quando Clavio dice "matematica", ha
in mente una cosa ben precisa. Certamente l'aritmetica usata
dai mercanti e dagli uomini d'affari era compresa, così come
il nuovo campo emergente dell'algebra, che insegna a risolvere
equazioni quadratiche, cubiche e quartiche. Ma il vero modello
di perfezione matematica era per Clavio la geometria, così com'è
rappresentata nella grande opera di Euclide, Gli elementi. Era il
solo campo matematico, credeva, in grado di incarnare la poten-
za e la verità della scienza nella sua forma più distillata. Quando
Clavio cerca di sottolineare la verità eterna della matematica,
cita "le dimostrazioni di Euclide", e certo non è una coincidenza
che, tra tutti i suoi libri di testo nelle varie discipline matemati-
che, scelga proprio di aggiungere i Prolegomena in appendice
alla sua edizione di Euclide.
Composti attorno al 300 a.C., Gli elementi sono forse il te-
sto matematico più influente di tutta la storia, ma non perché
presentino risultati nuovi e originali: il libro si basa sul lavoro
di generazioni passate di studiosi di geometria e la gran parte
dei suoi risultati era probabilmente ben nota ai matematici pra-
ticanti. La cosa rivoluzionaria, nel lavoro di Euclide, è il metodo
sistematico e rigoroso. Inizia con una serie di definizioni e postu-
lati tanto semplici da risultare verità evidenti di per sé. Secondo

18 Ibidem.

63
una definizione, «una figura è ciò che è compreso da uno o più
termini>>; secondo uno dei postulati, «tutti gli angoli retti sono
uguali», e così via. Iniziando da queste apparenti banalità, Eu-
clide procede un passo alla volta a dimostrare risultati sempre
più complessi: che gli angoli alla base di un triangolo isoscele
sono uguali, che in un triangolo rettangolo la somma dei qua-
drati dei lati comprendenti l'angolo retto è uguale al quadrato
del terzo lato (teorema di Pitagora), che in un cerchio gli angoli
che insistono sullo stesso segmento sono uguali, e così via 19 • A
ogni passo, Euclide non solo argomenta che il risultato sia plau-
sibile, o probabile, ma dimostra la sua assoluta verità: non c'è
alternativa. In questo modo, uno strato dopo l'altro, costruisce
un edificio di verità matematiche, composto di proposizioni sal-
de e interconnesse, ognuna dipendente dalle precedenti. Come
sottolinea Clavio nei Prolegomena, si trattava dell'edificio più
solido nel regno della conoscenza.
Per darvi un'idea del metodo euclideo, consideriamo la di-
mostrazione della proposizione 32 di Euclide nel libro I: la som-
ma degli angoli di ogni triangolo è uguale a due angoli retti o,
come diremmo noi, a 180 gradi. Euclide ha già dimostrato che,
se una retta incontra due rette parallele, crea gli stessi angoli con
una retta e con l'altra (libro I, proposizione 29). Qui fa buon
uso di questo teorema.

Proposizione 3220 • Prolungato avanti uno solo dei lati di ogni


triangolo, l'angolo all'esterno è uguale ai due all'interno e opposti,
e i tre angoli all'interno del triangolo sono uguali a due retti.
Dimostrazione:
Sia ABC un triangolo, e si prolunghi uno dei lati fino a un
punto D. Allora, dimostriamo che l'angolo esterno ACD è uguale
alla somma dei due interni e opposti CAB e ABC, e i tre angoli
interni del triangolo hanno somma uguale a due angoli retti.

19 Euclide, Gli elementi, a cura di Attilio Frajese e Lamberto Maccioni, Utet, Torino
1970. l teoremi citati sono: I.5, I.47 e III.21.
20 lvi, I.32.

64
:::

B D

Figura 2.1. La somma degli angoli in un triangolo.

Infatti, sia CE la parallela alla retta AB tracciata per il punto


C. Allora, essendo AB parallela a CE, e AC le interseca entrambe,
gli angoli alterni interni BAC e ACE sono uguali.
Di nuovo, siccome AB è parallela a CE, e BD le interseca
entrambe, allora gli angoli corrispondenti ECD e ABC sono uguali.
Ma l'angolo ACE è uguale a BAC, quindi, l'intero angolo ACD
(somma di ACE e ECD) è uguale anche alla somma di BAC e AB C.
Se a questa somma aggiungiamo l'angolo ACB, allora vediamo
che la somma di ACB e ACD è la somma degli angoli interni del
triangolo, ACB, ABC, BCA.
E siccome la somma di ACB e ACD è un angolo piatto, cioè la
somma di due angoli retti, anche la somma degli angoli interni del
triangolo sarà uguale a due angoli retti.
Q.E.D.

La dimostrazione di Euclide è semplice: estende il lato BC del


triangolo fino a un punto D, poi traccia dal vertice C la parallela
al lato opposto AB. Usando un risultato precedente sulle pro-
prietà delle parallele, trasferisce gli angoli interni del triangolo
sulla retta BD, a fianco al vertice C, mostrando quindi che i tre
angoli combinati formano un angolo piatto, cioè di 180 gradi.
Ma anche in questa semplice dimostrazione si vedono chiara-
mente tutti gli elementi che rendono Euclide così affascinante.
La dimostrazione si basa su altre dimostrazioni precedenti (in
questo caso le peculiari proprietà delle parallele); da qui proce-

65
o de sistematicamente, mostrando chiaramente che ogni passo è
logicamente corretto e necessario; alla fine arriva alla conclusio-
u ne, assolutamente vera e universale, che non solo il particolare
triangolo ABC ha angoli interni che si sommano a formare due
retti, ma tutti i triangoli che siano mai esistiti, o esisteranno mai,
avranno la stessa caratteristica. Infine, la dimostrazione della
proposizione 32, così come ogni altra dimostrazione di Eucli-
de, è un microcosmo dell'intera geometria euclidea. Come ogni
dimostrazione è composta di piccoli passi logici, così le dimo-
strazioni sono esse stesse piccoli passi nella costruzione della
geometria euclidea. E, così come ogni singola dimostrazione, la
geometria intera è universalmente ed eternamente vera, e ordina
il mondo, governando la sua struttura ovunque e per sempre.
A Clavio era ben chiaro che il metodo di Euclide era riuscito
a fare con successo ciò che i gesuiti cercavano di ottenere con
ogni sforzo: imporre un ordine vero, eterno e incontestabile su
una realtà apparentemente caotica. La varietà che vediamo nel
mondo attorno a noi, fatta di un'apparente infinità di forme e
colori, ci può apparire caotica e sregolata. Ma, grazie a Eucli-
de, sappiamo che non è così: tutta questa diversità e apparente
confusione è in realtà rigidamente ordinata dalle verità eterne e
universali della geometria. Antonio Possevino, gesuita, nunzio
papale, amico e collaboratore di Clavio, sostiene questa teoria
nella sua opera Bibliotheca selecta del 1591, dove dice:

Se si concepisce Dio come l'essere di somma saggezza, e


l'architetto geomètra di tutto [... ] allora si capisce che il mondo
è stato composto da Dio dall'unione di tutte le sostanze, dalla
materia tutta; ma siccome Egli non voleva lasciare nulla di
discordante, o disordinato, lo adornò con la ragione, la misura e
il numero [... ] quindi l'Artefice del mondo imitò l'esemplare più
bello ed eterno. 21

21 Antonio Possevino, Bibliotheca selecta de ratione studiorum in Historia,


In Disciplinis, in salute omnium procuranda, 2 voli., Typographia Apostolica
Vaticana, Roma 1593.

66
Dio ha imposto la geometria sulla materia ribelle, quindi le
leggi eterne della geometria prevalgono ovunque e per sempre.
La matematica, e la geometria in particolare, era per Clavio
un'espressione dei più alti ideali gesuiti e forniva alla Compa-
gnia una chiara indicazione della strada da seguire, nel suo sfor-
zo di costruire un nuovo ordine cattolico. In qualche caso la
matematica si poteva usare direttamente per rafforzare il potere
della Chiesa, come per la riforma del calendario. In altri casi
poteva servire da modello ideale per la vera conoscenza, che le
altre discipline potevano solo sperare di imitare. Tuttavia una
cosa era molto chiara a Clavio: la matematica non poteva più
languire, pressoché ignorata nell'impero gesuita dell'istruzione,
ma doveva diventare una disciplina chiave del curriculum, una
componente essenziale nella formazione dei gesuiti.

Clavio contro i teologi

La strada per affermare la matematica come materia centrale


nel curriculum dei gesuiti era molto impervia. In primo luogo,
Clavio doveva convincere i suoi colleghi, i quali, semplicemente,
non ritenevano la matematica degna della posizione di spicco
che lui proponeva. Ignazio, osservavano, non aveva mai tenuto
la matematica in grande considerazione e le autorità da lui isti-
tuite non erano particolarmente favorevoli a questa disciplina.
Tommaso d'Aquino, l'autorità teologica di elezione per Ignazio,
si era limitato a usare semplici strumenti matematici; Aristote-
le, la guida filosofica dei gesuiti, assegnava alla matematica un
ruolo molto più insignificante del suo maestro e rivale Platone;
inoltre, nella fisica e nella biologia aristoteliche, la matematica
non giocava alcun ruolo.
L'oppositore più veemente, al Collegio Romano, sembra es-
sere stato il teologo Benedetto Pereira, lo stesso gesuita che, in
precedenza, aveva sentenziato: «Bisogna aderire alle opinioni
note e generalmente accettate>>. «Secondo me» dichiara Pereira
nel 1576, mentre Clavio si lanciava nel progetto di riforma del

67
o calendario «le discipline matematiche non sono scienze vere e
proprie>> 22 • Il problema, sostiene Pereira, è che le dimostrazioni
in matematica sono deboli e, di conseguenza, non producono
"vera conoscenza", nota in linguaggio filosofico come scientia.
Questo avviene perché le dimostrazioni solide, secondo Ari-
stotele, procedono da cause vere: quelle radicate nella natura
essenziale degli oggetti in discussione. Per esempio, il classico
sillogismo
Tutti gli uomini sono mortali
Socrate è un uomo
Quindi Socrate è mortale
origina dal fatto che la mortalità è una parte essenziale della
natura umana. Ma niente del genere, afferma Pereira, esiste in
matematica, perché le dimostrazioni matematiche non tengono
in considerazione l'essenza delle cose. Invece, si riferiscono a
complesse relazioni tra numeri, rette, figure eccetera: tutte cose
interessanti, senza dubbio, ma manca la forza logica della dimo-
strazione a partire da cause vere. L'uso delle rette parallele, per
esempio, può rivelarci che la somma degli angoli di un triangolo
è uguale a due angoli retti, ma le rette parallele non sono la cau-
sa di questa verità. In effetti, suggerisce Pereira, la matematica
non ha nemmeno un vero e proprio oggetto di studio, perché
stabilisce collegamenti tra proprietà diverse. Se lo scopo è tro-
vare dimostrazioni forti e potenti, bisogna rivolgersi altrove 23 :

22 Pereira continua: «Perché si abbia scienza bisogna acquisire la conoscenza


delle cose attraverso la causa che è all'origine della loro esistenza; e la scienza
è l'effetto della dimostrazione: ma la dimostrazione[ ... ) dev'essere stabilita da
quelle cose che sono per se, e proprie di ciò che dev'essere dimostrato, invece il
matematico non considera l'essenza della quantità, e non tratta le sue affezioni
come se fluissero da quell'essenza, né le dichiara cause proprie, per conto delle
quali sono in quantità, né fa procedere le sue dimostrazioni da predicati propri,
e per se, ma da predicati comuni e accidentali». Benedicti Pererii, De communi-
bus omnium rerum naturalium principiis & affectionibus, Zanetto, Roma 1576,
libro I, 12, p. 24.
23 Per maggiori dettagli su Pereira e la quaestio de certitudine mathematicarum,
si veda Paolo Mancosu, Aristotelian Logic and Euclidean Mathematics:
Seventeenth-Century Developments in the Quaestio de Certitudine Mathematica-
rum, in "Studies in History and Philosophy of Science", XXIII, 2, 1992,

68
alle dimostrazioni sillogistiche della fisica aristotelica, che sono
quasi completamente prive di riferimenti matematici.
Clavio, nei Prolegomena, confuta questo ragionamento.
L'oggetto di studio della matematica è la materia stessa, perché
essa è "immersa" nella materia 24 • Questo, quindi, pone la ma-
tematica su un livello privilegiato nell'ordine della conoscenza:
allo stesso tempo astratta e immersa nella materia, la matemati-
ca è a metà tra la fisica, che tratta solo di questioni materiali, e
la metafisica, che tratta di cose più alte. La matematica, secondo
Clavio, non dovrebbe aspirare a uguagliare la teologia metafisi-
ca, che tratta di cose come l'anima e la salvezza eterna.
Ma, ciò nonostante, è chiaramente in una posizione supe-
riore alla fisica aristotelica favorita da Pereira. Se Clavio abbia
vinto il dibattito, oppure no, è questione di opinioni; i contem-
poranei pensavano che avesse almeno pareggiato, mantenendo
la propria posizione, e questo gli era sufficiente. Il suo prestigio
in ascesa, quale rappresentante della Compagnia nella commis-
sione del calendario, ebbe più successo della sua abilità logica
e retorica, a sostegno della sua posizione e, in ogni caso, il suo
interesse era rivolto più alla riforma pedagogica che al dibattito
filosofico astratto. Qui concentrò i suoi sforzi e qui, alla fine,
ottenne vittoria.
Clavio presentò il suo piano per aumentare il prestigio della
matematica nella Compagnia in un documento intitolato Mo-
dus quo disciplinas mathematicas in scholis Societatis possent

pp. 241-265; Paolo Mancosu, Philosophy of Mathematics and Mathematical


practice in the Seventeenth Century, Oxford Universiry Press, Oxford 1996;
Garro, Christoph Clavius "Orda Servandus", cir., pp. 239-242; Larris, Between
Copernicus and Galileo, ci t., pp. 34-36.
24 La citazione completa dice: «Siccome le discipline matematiche discutono cose
che sono considerate a parte dalla materia, sebbene siano esse stesse immerse
nella materia, è evidente che hanno una posizione intermedia tra la metafisica
e la scienza naturale. Infatti l'oggetto della metafisica è separato da tutta la
materia, sia nell'argomento sia nella ragione; il soggetto della fisica è in verità
collegato alla materia, sia nell'argomento sia nella ragione; per cui, siccome
l'oggetto delle discipline matematiche è considerato libero dalla materia, sebbene
essa [la materia] si trova nelle cose stesse, chiaramente è stabilita come in mezzo
tra le due». Clavio, Prolegomena, cit., p. 5.

69
o promoveri, che fece circolare attorno al1582, poco dopo il ter-
mine dei lavori della commissione del calendario. Per il succes-
u so del programma, sosteneva, era prima necessario aumentare
la popolarità della disciplina agli occhi degli studenti. Questo
avrebbe richiesto la cooperazione dei suoi colleghi e non si
peritò di attaccare direttamente chi cercava di sabotare i suoi
sforzi. Di certo aveva in mente Pereira e i suoi allievi, quando
lamentava che fonti certe lo avevano informato di alcuni inse-
gnanti che apertamente deridevano le scienze matematiche.
Scriveva infatti:

Sarebbe molto utile, per la promozione della matematica, se gli


insegnanti di filosofia si astenessero da quelle questioni che non
aiutano la comprensione delle cose naturali, e detraggono molto
dall'autorità delle discipline matematiche agli occhi degli studenti,
come quando insegnano che le scienze matematiche non sono
scienze e non hanno dimostrazioni. 25

<<L'esperienza insegna>> prosegue con una certa acidità «che


queste questioni sono di grande intralcio agli studenti, e di nes-
sun aiuto».
Oltre a difendersi dall'influenza perniciosa di colleghi osti-
li, Clavio fece suggerimenti costruttivi per la promozione del-
la matematica nelle scuole della Compagnia26 • Prima di tutto,
sosteneva, bisognava trovare maestri «di erudizione e autorità
non comuni», perché, senza di essi, gli studenti «non sembra-
no in grado di essere attratti dalle discipline matematiche». Per
mettere insieme una squadra di professori tanto capaci, Clavio
suggerì di istituire una scuola speciale, dove gli studenti più
promettenti in matematica potessero proseguire negli studi. Più

25 Cristoforo Clavio, Modus quo disciplinas mathematicas in scholis Societatis


possent promoveri, in Ladislaus Lukacs (a cura di), Monumento Paedagogica
Societatis Jesu, vol. VII, Institutum Historicum Societatis Jesu, Roma 1965·1992.
Citato in Crombie, Mathematics and Platonism, cit., p. 66.
26 Clavio, Modus quo disciplinas mathematicas, cit., in Crombie, Mathematics
and Platonism, cit., p. 65.

70
tardi, dopo aver occupato posizioni regolari nell'insegnamento,
i diplomati di questa scuola «non dovrebbero avere molte altre
occupazioni>>, ma invece avere il tempo di concentrarsi sull'edu-
cazione matematica. Per combattere i pregiudizi antimatematici
era estremamente importante che questi studiosi altamente ad-
destrati venissero trattati dai loro colleghi con il massimo rispet-
to e invitati a prendere parte ai dibattiti insieme ai professori
di teologia e filosofia. Il prestigio della matematica, spiegava,
richiede questo: «Gli allievi finora sembrano aver disprezzato
queste scienze, per la semplice ragione che non sono considerate
di valore, ma addirittura inutili, perché chi le insegna non è mai
chiamato a partecipare agli atti pubblici assieme con gli altri
professori>>.
Allora, come ora, gli studenti intuivano molto velocemente
quali materie e quali professori erano tenuti in considerazione,
e quali no, ed era quasi impossibile per gli insegnanti di una
materia poco considerata farsi prendere sul serio. Oggi è più
facile che siano gli insegnanti di filosofia e delle discipline uma-
nistiche a lamentarsi che le loro materie sono poco rispettate
dagli studiosi delle prestigiose scienze matematiche. Ma anche
se i ruoli sono ora pressoché rovesciati, le dinamiche sono più o
meno le stesse.

La chiave euclidea

Assumere insegnanti qualificati nelle scuole dei gesuiti era


una cosa, ma dare loro qualcosa da insegnare era ben più im-
portante e qui di nuovo Clavio fece una proposta. Già nel1581
aveva steso un dettagliato curriculum di studi matematici, inti-
tolato Ordo servandus in addiscendis disciplinis mathematicis
("L'ordine da tenere nell'imparare le discipline matematiche") 27•
Il suo completo curriculum di studi consisteva di ventidue lezio-

27 Gatto, Christoph Clavius "Orda Servandus", cit., pp. 243-246.

71
o ni in tre anni, piano che risultò troppo ambizioso da mettere in
pratica, in generale. Ciò nonostante, questo non impedì a Clavio
di insistere con veemenza per introdurre la maggior parte possi-
bile del suo piano di studi nelle scuole dei gesuiti.
La componente principale del curriculum di Clavio era ov-
viamente la geometria euclidea. Ogni studente doveva iniziare
con lo studio dei primi quattro libri di Euclide, che trattano di
geometria piana. Poi si affrontavano i fondamenti dell'aritme-
tica, prima di pas_sare all'astronomia, alla geografia, alla pro-
spettiva e alla teoria musicale, tra le altre cose, ognuna secon-
do l'autorità del tempo su ogni materia: Giordano di Nemi per
l'aritmetica, Giovanni Sacrobosco per l'astronomia, Tolomeo
per la geografia, e così via. Ma continuamente lo studente sa-
rebbe tornato al più grande maestro delle scienze matematiche,
Euclide, finché non avesse padroneggiato tutti i tredici libri degli
Elementi. Era una successione logica di studi, ma per Clavio
rappresentava anche un impegno ideologico più profondo. La
geometria, rigorosa e gerarchica, era, per un gesuita, la scienza
ideale. Le scienze matematiche a seguire (astronomia, geografia,
prospettiva, musica) erano tutte derivate dalle verità geometri-
che e dimostravano come queste verità governassero il mondo.
Di conseguenza, il curriculum matematico di Clavio non solo
insegnava agli studenti competenze specifiche, ma, cosa ancora
più importante, dimostrava come verità assolute ed eterne diano
forma al mondo e lo governino.
Clavio passò gran parte degli ultimi trent'anni della sua vita
cercando di realizzare il suo programma. Inizialmente sperava
di incorporare il suo piano nella Ratio studiorum della Com-
pagnia, il documento principe dell'istruzione dei collegi, adot-
tato da decenni 28 • Una bozza prodotta al Collegio Romano nel
1586 segue così da vicino i suggerimenti di Clavio da rendere
molto probabile che l'autore del capitolo sulla matematica fosse
egli stesso. Proponeva, per esempio, che un professore di mate-

28 Sull'inclusione della matematica nella Ratio studiorum, si veda Cosentino,


Le matematiche nella "Ratio studiorum ", ci t.

72
matica «che potrebbe essere padre Clavio>> insegnasse un corso
triennale in matematica avanzata, per educare futuri insegnanti
gesuiti nel campo. Una bozza successiva, del1591, ripete in gran
parte lo stesso linguaggio e perfino mette in guardia, come già
aveva fatto Clavio, contro alcuni insegnanti che minano l'au-
torità e l'importanza della matematica. La versione finale del-
la Ratio, ufficialmente approvata nel 1599, era più secca e più
breve delle fiorite bozze precedenti, ma anch'essa confermava,
in generale, le proposte di Clavio. Ogni allievo avrebbe studia-
to Gli elementi di Euclide e poi avrebbe imparato materie più
avanzate, sporadicamente. Inoltre, «i più adatti e portati per la
matematica dovranno ricevere lezioni private, dopo il corso>>.
Clavio, alla fine, non riuscì ad avere la sua scuola di matemati-
ca, ma ottenne molto di ciò che voleva.
La caparbia difesa della matematica di Clavio non fu mai
limitata alla questione del piano di studi; si lanciò anche nel
temerario progetto di scrivere nuovi libri di testo, per sostitui-
re quelli medievali in uso nelle scuole della Compagnia 29 • Que-
sti erano considerati autorevoli, ma erano di centinaia di anni
prima e presentavano il materiale in uno stile che difficilmente
avrebbe attirato gli studenti del sedicesimo secolo. Nel 1570,
Clavio pubblicò la prima edizione del suo commentario al Trac-
tatus de Sphaera di Sacrobosco, il testo classico di astronomia
del Medioevo, e nel 1574 uscì la prima di molte edizioni del
suo commentario su Euclide. A questi seguirono libri sulla te-
oria e sulla pratica dello gnomone (l'asta della meridiana) nel
1581, sull'astrolabio (usato per misurare l'altezza di una stella
sull'orizzonte) nel1593, sulla geometria pratica (1604) e sull'al-
gebra (1608). I libri di testo erano spesso camuffati da commen-
tari dei testi tradizionali, come Gli elementi di Euclide e il Trae-

29 Sulla stesura di libri di testo, e altre pubblicazioni di Clavio, si veda Gatto,


Christoph Clavius "Ordo Servandus", cit., pp. 243-244, e Ugo Baldini,
The Academy of Mathematics of the Collegio Romano (rom 1553 to 1612,
in Mordechai Feingold (a cura di), ]esuit Science and the Republic of Letters,
MIT Press, Cambridge (Mass.) 2003, appendice C, pp. 74-75.

73
o tatus de Sphaera di Sacrobosco, e mantenevano gli insegnamenti
chiave degli originali (come l'ipotesi di Sacrobosco che il Sole
u giri attorno alla Terra). Tuttavia, le edizioni di Clavio erano in
realtà libri nuovi, che introducevano nuove aree di studio, met-
tendo in evidenza le applicazioni e presentando il materiale in
maniera chiara e accattivante. Si stamparono molte loro edizio-
ni durante il sedicesimo e diciassettesimo secolo, e rimasero i te-
sti principali nelle scuole dei gesuiti fino al Settecento inoltrato.
Il progetto che più stava a cuore a Clavio, però, era l'istitu-
zione di un'accademia matematica al Collegio Romano 30 • Ini-
zialmente, negli anni settanta e ottanta del Cinquecento, questa
era costituita da un gruppo informale di studenti selezionati, che
si raccoglievano attorno a Clavio per studiare argomenti avan-
zati. Ma all'inizio degli anni novanta, Clavio riuscì a convincere
il suo amico, il teologo Roberto Bellarmino, rettore del Collegio
Romano al tempo, a formalizzare la situazione. Da lì in poi i
membri dell'accademia furono esentati da altri doveri per un
anno o due durante i loro studi, per concentrarsi esclusivamen-
te sulla matematica. Nel 1593, il generale Acquaviva appoggiò
l'iniziativa, decretando che i migliori studenti di matematica nel-
la rete dei collegi dei gesuiti sarebbero stati convocati a Roma
per studiare con padre Clavio.
Il risultato fu che Clavio si trovò a capo di un gruppo di
giovani non solo competenti nell'insegnamento della materia,
ma essi stessi brillanti matematici. Tra loro c'era padre Chris-
toph Grienberger, il successore di Clavio al Collegio Romano, il
passionale padre Orazio Grassi (1583-1654), che, com'è noto,
litigò con Galileo sulla natura delle comete, padre Gregorio di
San Vincenzo (1584-1667) e padre Paolo Guldino (1577-1643),
tutti tra i maggiori matematici della loro generazione. Nel1581,
Clavio lamentava l'ignoranza in matematica dei gesuiti, che si
azzittivano quando se ne discuteva. Ma, grazie quasi esclusiva-
mente al suo comando, ai suoi sforzi ostinati e instancabili, solo

30 Sull'accademia matematica, si veda Baldini, The Academy of Mathematics, ci t.


Sul decreto di Acquaviva, si veda Gatto, Christoph Clavius ""Orda Servandus"',
cit., p. 248.

74
pochi decenni più tardi i gesuiti tracciavano la via per lo studio
della matematica in Europa.
In tutto ciò, anche intraprendendo studi avanzati, i gesui-
ti non deviarono mai dalla geometria euclidea 31 • Era al cuore
dell'insegnamento ed era il fondamento della pratica matema-
tica. Non si trattava di una scelta stilistica, ma di un profondo
impegno ideologico: la sola ragione dello studio e dell'insegna-
mento della matematica era dimostrare come le verità universa-
li si impongano sul mondo tanto quanto i teoremi di geometria,
senza lasciare spazio al diniego degli sfuggenti protestanti, o
di altri eretici, e portando all'inevitabile trionfo della Chiesa.
Per i gesuiti la matematica doveva studiarsi secondo i princi-
pi e le procedure di Euclide, oppure essere abbandonata. Una
matematica contraria a questi principi non solo risultava inu-
tile ai loro scopi, ma avrebbe messo in discussione la loro fede
incrollabile nella verità che, rivelata da un livello al successivo,
giù per la gerarchia della Chiesa cattolica, avrebbe infine inevi-
tabilmente prevalso.

ll ventraccio di Germania

Cristoforo Clavio morì a Roma il12 febbraio 1612, al culmi-


ne del suo potere e del suo prestigio. Le battaglie dei suoi giovani
anni erano un lontano ricordo e "il nostro Clavio", come veniva
chiamato nei documenti dei gesuiti, era uno dei tesori più cari
alla Compagnia. Era l'indiscusso padre fondatore della scuola
matematica, che non solo portò onore ai gesuiti, ma aumentò
anche la loro influenza politica, quando cercarono di stabilire la
Compagnia come l'autorità intellettuale della Chiesa cattolica.
Perfino i loro grandi rivali, i domenicani, non potevano vantare

31 Sulla visione dei gesuiti della matematica come chiave per la comprensione della
realtà fisica, e anche come modello scientifico da imitare, si veda Rivka Feldhay,
Galileo and the Church: Politica/ Inquisition or Critica/ Dialogue?, Cambridge
University Press, Cambridge 1995, p. 222.

75
o un successo simile 32 • Anche nel 1610, Clavio fu chiamato per
confermare o confutare le straordinarie osservazioni di Galileo
u con il suo telescopio, inclusa la tesi che ci sono montagne sulla
Luna e che Giove aveva quattro satelliti. L'intervento di Clavio
fu decisivo: sostenne Galileo, e questo assicurò l'accettazione
quasi universale delle sue scoperte come fatti indiscussi.
La venerazione dei gesuiti per l'ormai anziano Clavio viene
alla luce nelle parole dell'astronomo gesuita Giovanni Battista
Riccioli, che, nel.1651, commenta: «Meglio essere criticati da
Clavio, che lodati da altri>> 33 • I suoi molti ammiratori al di fuori
della Compagnia includono l'astronomo danese Tycho Brahe,
i matematici italiani Federico Commandino e Guidobaldo Del
Monte, e una figura eminente come l'arcivescovo di Colonia, il
quale, nel1597, scrive che Clavio era considerato «il padre della
matematica» ed era «venerato da spagnoli, francesi, italiani e
dalla gran parte dei tedeschi» 34 •
Ma a Clavio non mancavano i detrattori. Alcuni, come ci si
può aspettare, erano protestanti, per esempio l'astronomo e ma-
tematico tedesco Michael Maestlin, più noto quale mentore di
Johannes von Kepler (Keplero), che criticò aspramente la rifor-
ma del calendario. Un altro fu l'umanista francese Joseph Justus
Scaliger (Giuseppe Scaligero), che disprezzava tutti i gesuiti e si
riferì a Clavio come «una bestia, un ventraccio di Germania, un
asino che non sa altro che il suo Euclide» 35 • Altri invece erano
cattolici; anche il cardinale Jacques Davy du Perron fece ricorso
ad analogie animali, chiamando Clavio «il grasso cavallone di

32 Sulla battaglia tra i gesuiti e i domenicani per la supremazia intellettuale e teolo·


gica, si veda Feldhay, Galileo and the Church, cit.
33 Il commento di Riccioli è citato in Eberhard Knobloch, Sur la vie et l'oeuvre de
Christophore Clavius (1538·1612), in "Revue d'histoire cles sciences", XLI, 3-4,
1988, pp. 331-356; citazione a p. 351.
34 Su Brahe e l'arcivescovo di Colonia, si veda ivi, pp. 335-336. Su Commandino e
Guidobaldo, si veda Mario Biagioli, The Social Status of Italian Mathematicians,
1450-1600, in "History of Science", XXV, 1989, pp. 41-95; citazione a pp. 63-64.
35 I detrattori di Clavio sono citati in Biografia universale antica e moderna,
Missiaglia, Venezia 1823, 65 voli., XII, p. 138 (ed. orig. Biographie universelle
ancienne et moderne, 2a ed., Parigi 1843).

76
Il grasso cavallone di Germania. Cristoforo Clavio, 1606 circa. Incisione di Esme
de Boulonois, da un dipinto di Francisco Villamena. Da lsaac Bullart, Académie des
sciences, Daniel Elzevier, Amsterdam 1682 (per gentile concessione della Huntington
Library).

Germania», mentre il matematico francese François Viète, che


si invischiò in una furiosa discussione con Clavio sul nuovo ca-
lendario, lo denunciò quale «falso matematico e falso teologo>>.
Tali insulti al vetriolo, oggi considerati indegni di una discus-

77
o sione accademica, non erano inconsueti nel sedicesimo e dicias-
settesimo secolo. Ma, anche tenendo questo in considerazione,
u i riferimenti a Clavio come una "bestia", un "ventraccio", o un
"cavallo", non erano insulti casuali, per un uomo noto per la
sua stazza. Tradiscono una malevolenza più profonda, difficile
da ignorare. Jacques-Auguste de Thou lo esprime molto chiara-
mente nella sua Historiae sui temporis, quando cita l'opinione
di Viète sui gesuiti: Clavio, scrive de Thou, era un bravissimo
commentatore, con un grande talento per spiegare le scoperte
degli altri, ma non diede alcun contributo originale alle discipli-
ne che presiedeva. Da questo punto di vista, non era nulla più
di una bestia da soma, capace di grandissimo impegno nella sua
causa, ma incapace di intuito e di originalità.
Questa non è una valutazione ingiusta. Clavio era, senza
dubbio, un grande sostenitore delle scienze matematiche e riuscì
a sollevare il loro prestigio sia all'interno, sia all'esterno della
Compagnia. Era un efficiente organizzatore, che affrontò a testa
bassa ostacoli politici e logistici per stabilire il suo istituto di
matematica al Collegio Romano; un valente insegnante, amato
e riverito da generazioni di studenti, molti dei quali divennero
matematici di spicco; un pedagogo tra i migliori del suo tempo,
il cui piano di studi di matematica diede forma all'insegnamento
di questa materia in Europa per gli anni a venire. E, forse ancora
più importante, era un autore di libri di testo di geometria, alge-
bra e astronomia, pubblicati in numerose edizioni.
Ma era un matematico? I suoi libri di testo non sembrano
dare supporto a questa tesi. Il suo Euclide è essenzialmente
un'esposizione in linguaggio moderno del testo antico, sebbe-
ne si sia osservato che in effetti contiene alcuni risultati nuovi
nella teoria combinatoria 36 • La sua edizione del Tractatus de
Sphaera di Sacrobosco fa uso di alcune osservazioni e teorie
successive all'originale medievale, però, in un momento in cui
la visione geocentrica del mondo era messa in discussione da

36 Sulle innovazioni di Clavio, si veda Knobloch, Sur la vie et /'oeuvre de


Christophore Clavius, cit., pp. 343-351.

78
Copernico, Tycho Brahe e Keplero, il testo di Clavio si attiene
a una rigida difesa della vecchia ortodossia 37• E, sebbene fosse
a conoscenza del lavoro originale e pionieristico di Viète, che è
il fondamento dell'algebra moderna, l'Algebra di Clavio non ne
mostra traccia 38 , presentando invece un riassunto delle idee più
vecchie di algebristi italiani e tedeschi, nemmeno confrontabi-
li. Tutto ciò per dire che la descrizione di De Thou di Clavio
quale studioso di nessuna originalità, che mai mosse un passo
fuori dal sentiero battuto dai suoi predecessori, trova numerose
prove a suo supporto. E, essendo lo scopo di questa descrizione
certamente quello di insultare il vecchio gesuita, sembra par-
ticolarmente ingenerosa ai giorni nostri, quando i matematici
sono valutati quasi esclusivamente in base alla loro creatività e
originalità.
Giudicare Clavio con questo metro sarebbe un'ingiustizia.
Clavio non intese mai dare contributi originali alla matematica
e sarebbe stato ben felice se nessun altro al mondo l'avesse fatto.
«I teoremi di Euclide, e degli altri matematici>> spiega nei Prole-
gomena <<ancor oggi, e per molti anni a venire, mantengono [... ]
la loro purezza originale, la loro certezza reale, e le loro dimo-
strazioni salde e forti». Vale la pena studiare matematica, per
Clavio, non perché offra un campo all'indagine aperta, e a nuo-
ve scoperte, come per un matematico moderno, ma esattamente
perché non cambia mai: i suoi risultati sono veri oggi come lo
erano nell'antichità, e come lo saranno nel lontano futuro. La
matematica, più di ogni altro campo, offre stabilità, ordine e
verità eterne e immutabili. Le nuove scoperte non sono solo ir-
rilevanti a questo scopo, ma potenzialmente distruttive, e non
devono assolutamente essere incoraggiate. Da questo punto di
vista, Clavio era probabilmente uno dei più grandi matematici
del suo tempo, ma era un tipo di matematico molto diverso da
quelli di oggi.

37 Lattis, Between Copernicus and Galileo, cit., e Knobloch, Sur la vie et l'oeuvre de
Christophore Clavius, ci t.
38 Baldini, The Academy of Mathematics, cit., p. 63.

79
Mantenendosi vicino alle verità antiche e stabilite della ma-
tematica, Clavio restava fedele alla tradizione intellettuale del
suo ordine e ai decreti dei suoi capi. Nessuno, ammoniva il gene-
rale Acquaviva, doveva nemmeno sospettare i gesuiti di innova-
zione39, e mentre questo conservatorismo inveterato si applicava
a tutti i campi della conoscenza, era particolarmente cruciale
in matematica. L'intera difesa di Clavio della matematica, e il
suo tentativo di aumentarne il prestigio nelle scuole dei gesuiti,
si basava sul fatto che la matematica, più di ogni altra scienza,
era fissa, ordinata ed eternamente vera. Altri campi si potevano
studiare per ragioni diverse: la teologia, perché era lo studio
del mondo divino; la filosofia, perché era lo studio del mon-
do ed è necessaria per capire la teologia. Ma perché studiare la
matematica? Solo perché fornisce un modello di certezza e di
ordine razionale perfetto, e un esempio di come le verità univer-
sali governino il mondo. Se la matematica doveva diventare un
campo di innovazione spinta, in cui si propongono nuove veri-
tà, soggette poi a dibattito, allora sarebbe diventata peggio che
inutile. Sarebbe diventata pericolosa, in quanto avrebbe messo
a repentaglio le fondamenta stesse della verità di cui avrebbe
dovuto ergersi a baluardo.
L'impronta di Clavio rimase forte nella tradizione matema-
tica dei gesuiti. Per secoli, i matematici della Compagnia scelse-
ro di mantenersi fedeli ai metodi collaudati, seguendo Euclide
il più possibile ed evitando nuove aree pericolose. Ma proprio
negli anni in cui Clavio stabiliva la potente scuola matematica
dei gesuiti, stava affermandosi una pratica matematica molto
diversa, che avrebbe messo alla prova tutti i suoi amati prin-
cipi. Dove i gesuiti insistevano su postulati chiari e semplici, i
nuovi matematici si basavano su una vaga intuizione riguardo
alla struttura interna della materia; dove i gesuiti celebravano la
certezza assoluta, i nuovi matematici proponevano un metodo
ricco di paradossi, nei quali si dilettavano; mentre i gesuiti cer-

39 La citazione di Acquaviva si trova in Feingold,jesuits: Savants, cit., p. 18.

80
cavano di evitare i conflitti a ogni costo, il nuovo metodo era
impantanato in controversie fin dal suo inizio. Era tutto ciò che
i gesuiti pensavano che la matematica non dovesse essere, eppu-
re prosperava, guadagnando terreno e attirando nuovi aderenti.
Si chiamava il metodo degli indivisibili.

81
Capitolo 3

ndisordine matematico

Lo scienziato e il cardinale

Nel dicembre dell'anno 1621 Galileo Galilei, matematico e


filosofo alla corte del granduca di Toscana Ferdinando II, rice-
vette una lettera da un ammiratore, il ventitreenne monaco mi-
lanese Bonaventura Cavalieri. Galileo aveva incontrato Cavalie-
ri a Firenze qualche mese prima; colpito dall'acume matematico
del giovane monaco, lo aveva invitato a continuare gli scambi
per corrispondenza. Ed è quel che Cavalieri aveva fatto: nella
sua lettera, piena di ammirazione per il grande scienziato, illu-
strava i suoi ultimi risultati matematici e chiedeva l'opinione di
Galileo riguardo alla nuova direzione radicale da lui imboccata.
Galileo in quel periodo era all'apice del potere e della fama,
ed era abituato ai giovani ambiziosi che gli chiedevano consiglio
e appoggio. Dodici anni prima, mentre era ancora professore di
matematica all'università di Padova, aveva costruito un cannoc-
chiale e l'aveva puntato verso il cielo. Le sue osservazioni aveva-
no cambiato per sempre il nostro modo di concepire l'universo:
innumerevoli stelle invisibili a occhio nudo, montagne e avvalla-
menti sulla Luna, in teoria perfettamente sferica, macchie scure
sulla superficie, ritenuta perfetta, del Sole. Particolarmente de-
gni di nota erano i quattro piccoli punti che vide ruotare attorno
a Giove e che interpretò come lune orbitanti attorno al pianeta,
proprio come la Luna orbita attorno alla Terra. Galileo aveva
o rapidamente esposto le sue scoperte in un opuscolo intitolato
Sidereus nuncius ("Il messaggero celeste") e lo aveva inviato ai
u maggiori studiosi e astronomi dell'epoca. L'impatto fu immedia-
to e improvvisamente lo sconosciuto professore divenne famoso
in tutta Europa come l'uomo che aveva aperto i cieli. Durante
una visita a Roma nel1611 Galileo intrattenne il papa con il rac-
conto delle sue scoperte e fu invitato a un'amichevole udienza
privata con il cardinale gesuita Bellarmino. Al Collegio Romano
Cristoforo Clavio, sempre diffidente riguardo alle innovazioni,
in un primo momento obiettò che sicuramente, se si vedevano
quelle cose, qualcuno doveva averle messe nel cannocchiale. Ma
anche lui si arrese quando gli astronomi gesuiti confermarono
e accordarono la propria benedizione alle scoperte dello scien-
ziato toscano. Il venerabile matematico, ormai all'ultimo anno
della sua vita, era presente quando i gesuiti celebrarono Galileo
con una giornata di sontuose cerimonie al Collegio 1 •
Come molti professori di ogni epoca, Galileo non era en-
tusiasta dei suoi doveri di insegnante universitario. Fiutando
la possibilità di liberarsi di questo fardello una volta per tutte,
dedicò il Sidereus nuncius al signore di Firenze, il granduca Co-
simo II de' Medici, lasciando palesemente intendere che il suo
maggiore desiderio sarebbe stato quello di entrare a far parte
della sua corte. Per ingraziarselo ancora di più, battezzò i satelli-
ti di Giove appena scoperti stelle medicee in onore del granduca
e della sua famiglia, scrivendo per sempre il nome dei Medici
nel firmamento. Lo stratagemma funzionò: nel1610 Galileo la-
sciò Padova per la corte dei Medici a Firenze, dove fu nominato
"matematico primario" e filosofo del granduca. Fortunatamen-
te per lui, il nuovo ruolo non comportava obblighi didattici, an-
che se ufficialmente era stato nominato matematico principale
dell'università di Pisa. Inoltre il salario era parecchio più alto di
quello che percepiva come semplice professore.

1 La storia della trionfale visita di Galileo a Roma nel 1611 si trova, per esempio,
in Pietro Redondi, I fondamenti metafisici della fisica di Galileo, in "Nuncius",
XII:2, 1997, pp. 267-289.

84
Galileo all'apice della sua fama. Rirratro di Ottavio Leoni (1578-1630)
(RMN-Grand Palais/Arr Resource, New York).

85
Ormai famoso, Galileo non riposò sugli allori. Personalità
esuberante, dallo spirito acuto e dalla penna sagace, amava il
duro confronto delle dispute scientifiche. Non molto dopo il
trasferimento a Firenze scrisse il Discorso intorno alle cose che
stanno in su l'acqua2, che era a tutti gli effetti un attacco diretto
ai principi della fisica aristotelica. Nel 1613 pubblicò !storia e
dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti3 , che
racconta la storia del suo dibattito con un misterioso "Apelle"
sulla scoperta e. sulla natura del fenomeno solare. Nell'opera
Galileo sostiene di essere stato il primo a osservare le macchie
(affermazione forse sincera, ma errata). Sostiene anche, corret-
tamente, che le macchie si trovino sulla superficie solare o siano
a questa molto vicine, dimostrando che il Sole ruota attorno al
suo asse. Infine, andando oltre l'argomento specifico in questio-
ne, Galileo afferma che le macchie solari rappresentano un so-
stegno cruciale alla teoria copernicana, che metteva il Sole e non
la Terra al centro del cosmo. Come Galileo ben sapeva, queste
affermazioni avrebbero sicuramente irritato i fautori della tradi-
zione aristotelica, secondo i quali, essendo i cieli perfetti, le mac-
chie dovevano essere un effetto atmosferico vicino alla Terra. La
vicenda si fece ancor più scabrosa quando si scoprì che "Apelle"
era lo studioso gesuita Christoph Scheiner di Ingolstadt, il qua-
le si offese a morte per la presa in giro di Galileo. Fu il primo
segnale di attrito tra Galileo e i gesuiti, e arrivò solo due anni
dopo gli onori tributatigli pubblicamente al Collegio Romano.
Ma non era certo l'ultimo, dal momento che le tensioni tra Gali-
leo e la Compagnia di Gesù negli anni successivi sarebbero solo
aumentate. Quando, quasi vent'anni dopo, lo scienziato toscano
fu messo sotto processo dall'Inquisizione e infine condannato
per eresia, trovò nei gesuiti i principali accusatori.

2 Galileo Galilei, Discorso intorno alle cose che stanno in su l'acqua o che in quella
si muovono, Giunti, Firenze 1612; in Galileo Galilei, Opere, Edizione nazionale,
a cura di Antonio Favaro, Barbera, Firenze 1890-1909, vol. IV, pp. 57-141.
3 Galileo Galilei, /storia e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro
accidenti, comprese in tre lettere scritte a Marco Ve/seri, Mascardi, Roma 1613;
in Opere, cit., vol. V, pp. 72-249.

86
Galileo camminava su un terreno minato. Non solo stava
sfidando l'autorità di Aristotele, sommamente cara ai teologi
cattolici, ma stava anche andando contro le sacre scritture, le
quali in diversi punti implicano chiaramente che è il Sole a gi-
rare attorno alla Terra. Una personalità più schiva si sarebbe
probabilmente tenuta alla larga da una questione potenzialmen-
te così esplosiva, ma Galileo era l'esatto contrario. Invece di at-
tendere gli attacchi degli avversari, decise di dare battaglia sul
loro stesso terreno, pubblicando un trattato teologico. La lettera
a Cristina di Lorena 4 è indirizzata alla madre del granduca di
Toscana, il quale aveva espresso a Galileo la preoccupazione
che il suo sistema fosse incompatibile con la parola di Dio rive-
lata. Circolata nel 1615, ma pubblicata solo molti anni dopo, la
lettera contiene la risposta di Galileo, la cosiddetta dottrina dei
due libri. Il libro della natura e il libro della Scrittura, sostiene
lo scienziato, non possono mai essere in conflitto. Uno contiene
ciò che vediamo attorno a noi nel mondo, l'altro contiene la ri-
velazione divina, ma entrambi provengono dalla medesima fon-
te: Dio stesso. Pertanto se c'è un apparente conflitto tra i due,
l'unica spiegazione è che noi non comprendiamo bene l'uno o
l'altro. Fintanto che non abbiamo la "prova" scientifica di una
particolare tesi dobbiamo accettare l'autorità della Scrittura, in-
terpretata nel modo più semplice e diretto. Ma se abbiamo una
prova scientifica allora i ruoli si invertono e la Scrittura va rein-
terpretata in accordo con il libro della natura. In caso contrario,
avverte Galileo, ci verrebbe richiesto di credere in qualcosa di
manifestamente falso e questo screditerebbe la Chiesa, ridicoliz-
zandola. È precisamente per tale motivo, insiste, che la Chiesa
deve accettare il copernicanesimo. Si può dimostrare, ribadisce,
che la Terra e i pianeti girano davvero intorno al Sole, e negan-
do questa verità evidente la Chiesa non farebbe altro che scre-
ditarsi. L'interpretazione tradizionale della Scrittura dev'essere
sostituita da altre letture compatibili con la verità scientifica,

4 Galileo Galilei, Lettera a madama Cristina di Lorena granduchessa di Toscana,


1615; in Galilei, Opere, cit., vol. V, pp. 307-348.

87
sostiene Galileo, il quale fornisce poi la propria interpretazione
di passaggi biblici critici per dimostrarne la perfetta compatibi-
lità con la teoria copernicana.
Magnificamente scritta e altamente persuasiva, la lettera a
Cristina di Lorena è una convincente difesa non solo del co-
pernicanesimo, ma della compatibilità tra fede e libera ricerca
scientifica. Tuttavia le autorità religiose del Seicento non erano
molto inclini a guardare con benevolenza un'incursione non ri-
chiesta nei loro .territori. Certo, Galileo era un astronomo di
talento, ma non aveva alcun diritto di pronunciarsi sulla teo-
logia, campo in cui era per definizione un dilettante. Il com-
pito di ricordare all'intruso quale fosse il suo posto toccò al
vecchio amico di Clavio, il venerabile teologo gesuita cardinal
Roberto Bellarmino. Nell'aprile del1615 il cardinale espresse la
propria opinione sugli scritti di uno dei più appassionati seguaci
di Galileo, il monaco carmelitano Paolo Foscarini. Sebbene uf-
ficialmente rivolto a Foscarini, il giudizio aveva chiaramente lo
scopo di mettere in guardia Galileo. Se davvero ci fossero prove
scientifiche del copernicanesimo, ammette Bellarmino nella sua
lettera, allora i passaggi della Scrittura andrebbero riconsiderati
e <<più tosto dire che non l'intendiamo, che dire che sia falso
quello che si dimostra. Ma io non crederò che ci sia tal dimo-
stratione, fin che non mi sia mostrata» e, fino a quel punto,
bisogna quindi attenersi al significato lampante della Scrittura
<<esposta da' Santi Padri» 5• I quali concordavano che è il Sole a
girare attorno alla Terra.
Bellarmino, in effetti, non aveva tutti i torti. Galileo era in
grado di portare diverse argomentazioni forti a favore del siste-
ma copernicano, e così fece; tuttavia, nonostante i suoi corag-
giosi proclami, non riusciva a fornire una prova certa. Quella
che proponeva, fondata sulle maree, era debole e, come osserva-
rono alcuni contemporanei, alquanto viziata. In assenza di pro-
ve, l'insistenza di Bellarmino sull'aderenza all'interpretazione

5 Roberto Bellarmino, Lettera a Paolo Foscarini, Roma 12 aprile 1615; in Galilei,


Opere, ci t., vol. XII, pp. 171-172.

88
letterale delle Scritture sembra molto ragionevole. Inoltre il car-
dinale non proibiva a Galileo di studiare il sistema copernicano
come ipotesi che si adattava bene alle osservazioni; si limitava
a insistere che non lo riteneva la verità né l'effettiva descrizione
del vero moto del Sole e dei pianeti.
Meno di un anno dopo, la posizione di Bellarmino divenne
quella ufficiale della Chiesa, che pose stretti limiti alla possibilità
da parte di Galileo di sostenere il copernicanesimo. Ma nel1616
la Chiesa non era pronta a rinunciare a quello che era stato il
suo eroe: non solo lo scienziato più famoso d'Europa, ma anche
un buon cattolico. In segno della grande stima di cui godeva a
Roma, a Galileo fu concesso un colloquio con papa Paolo V, che
gli assicurò la propria benevolenza, e con Bellarmino, che gli
spiegò i termini della proibizione e li confermò per iscritto. Fu
la presunta violazione di questa ingiunzione a portare Galileo
davanti all'Inquisizione nel1632.
Negli anni a seguire, Galileo aveva tutta l'aria di essersi la-
sciato alle spalle questa vicenda spiacevole. Era ancora un uomo
famoso, ugualmente ammirato da scienziati e da persone co-
muni, e con un'ottima posizione alla corte dei Medici. A causa
delle sue schermaglie con le autorità ecclesiastiche era guardato
con sospetto in certi ambienti, in particolare in quello gesuita,
ma era considerato un eroe in settori più progressisti della so-
cietà italiana, con poca tolleranza per la pretesa della Chiesa di
ergersi ad arbitro di ogni verità e che soffrivano ancor meno i
modi autoritari dei gesuiti. Bastione di questo "partito progres-
sista" era l'Accademia dei Lincei di Roma, di cui Galileo era il
membro più illustre. Fondata nel 1603 dal nobile Federico Cesi,
l'accademia era un punto di ritrovo per alcuni dei più brillanti
intellettuali romani, sia ecclesiastici sia laici. Negli anni turbo-
lenti 1615-1616 i Lincei rimasero saldi al fianco di Galileo e il
loro sostegno senza dubbio lo aiutò a uscirne praticamente in-
denne. Si sarebbero dimostrati altrettanto importanti negli anni
seguenti, quando Galileo ricominciò a esprimere punti di vista
proibiti sull'universo.

89
Paradossi e infinitesimi

Nel 1621l'ancora cauto Galileo fu probabilmente contento


di ricevere una domanda su un argomento in apparenza inno-
cuo di matematica. Supponiamo, gli scrive Cavalieri, di avere
una figura piana e di tracciare una linea retta al suo interno;
supponiamo inoltre di tracciare tutte le possibili linee interne
alla figura e parallele alla prima. In quel caso, scrive, <<chiamo
queste linee cos.ì tirate tutte le linee di quella figura» 6 • Simil-
mente, dato un solido tridimensionale, tutti i possibili piani in-
clusi nel solido e paralleli a un piano dato <<gli chiamo tutt'i
piani di quel solido>>. È lecito, chiede Cavalieri, identificare la
figura piana con "tutte le linee" della figura e il solido con "tutti
i piani" del solido stesso? Inoltre, se le figure sono due, è lecito
confrontare "tutte le linee" di una con "tutte le linee" dell'altra,
o "tutti i piani" di un solido con "tutti i piani" di un altro?
La domanda di Cavalieri sembra semplice, ma va diretta al
paradosso chiave dell'infinitamente piccolo. A livello intuitivo
il piano sembra davvero composto di linee parallele e un solido
sembra composto di piani paralleli. Ma, come osserva Cavalieri
nella sua lettera, possiamo tracciare un numero infinito di linee
attraverso una figura e un numero infinito di piani attraverso un
solido, e quindi "tutte le linee" e "tutti i piani" sono sempre in
numero infinito. Ora, se ciascuna linea ha una larghezza positi-
va, per quanto piccola, un numero infinito di linee darà luogo a
una figura infinitamente estesa, non quella da cui siamo partiti.
Ma se le linee non hanno larghezza (o hanno larghezza nulla),
allora accumulandone un qualunque numero, per quanto gran-
de, otterremo sempre una larghezza nulla, ossia nessuna figura.
Lo stesso vale per "tutti i piani" del solido tridimensionale: se
hanno spessore, per quanto piccolo, inevitabilmente daranno
luogo a un solido infinito; ma se non hanno spessore, anche ac-
cumulandone un numero arbitrariamente grande, si otterrà zero.

6 Bonaventura Cavalieri, Lettera a Galileo, Milano 15 dicembre 1621; in Galilei,


Opere, cit., vol. XIII, pp. 81-82.

90
È la vecchia questione della composizione del continuo che
aveva confuso filosofi e matematici dai tempi di Pitagora e Ze-
none. E a questa domanda, nota anche se insidiosa, Cavalieri
ne aggiunge un'altra: è lecito confrontare "tutte le linee" di una
figura con "tutte le linee" di un'altra? Questo, fa notare la let-
tera, equivale a confrontare un infinito con un altro, mossa as-
solutamente proibita dalle regole tradizionali della matematica.
Secondo l'"assioma di Archimede", infatti, due grandezze sono
in un dato rapporto se e solo se è possibile moltiplicare la più
piccola un numero di volte tale che diventi maggiore della più
grande. Questo non è però vero per gli infiniti, perché moltipli-
cando infinito un numero di volte qualunque, si ottiene sempre
lo stesso risultato: infinito.
Purtroppo non abbiamo la risposta di Galileo al suo giovane
collega, perché del carteggio sono sopravvissute solo le lette-
re inviate da quest'ultimo. Quelle dei mesi successivi lasciano
tuttavia pensare che Galileo avesse come minimo incoraggiato
Cavalieri a proseguire le sue indagini. Probabilmente era quanto
Cavalieri stesso si aspettava, giacché Galileo era noto per avere
punti di vista poco ortodossi sulla composizione del continuo.
Già nel 16047, mentre studiava la caduta dei gravi, aveva preso
in considerazione l'idea che l'area del triangolo rappresentante
la distanza percorsa da un corpo fosse composta da un numero
infinito di linee parallele, ciascuna corrispondente alla velocità
del corpo a un dato istante. Qualche anno dopo, nel 1610, Ga-
lileo era ancora preso dai paradossi del continuo 8 e annunciò
l'intenzione di dedicare alla questione un intero libro (che non
scrisse mai, probabilmente a causa degli eventi che gli scom-
bussolarono la vita in quel periodo); una trentina di anni dopo,
tuttavia, espose in maniera piuttosto dettagliata il suo punto di

7 Sull'interesse di Galileo per gli infinitesimi si veda Egidio Festa, La querelle


de l'atomisme: Galilée, Cavalieri et /es iésuites, in "La Recherche", XXI, 1990,
pp. 1038-1047, e anche Egidio Festa, Quelques aspects de la controverse sur /es
indivisibles, in Massimo Bucciantini e Maurizio Torrini (a cura di), Geometria
e atomismo nella scuola galileiana, Olschki, Firenze 1992, pp. 193-207.
8 Festa, La querelle de /'atomisme, cit., p. 1043.

91
vista nella sua ultima grande opera, Discorsi e dimostrazioni
matematiche intorno a due nuove scienze9•
Scritti nella sua villa di Arcetri, alla periferia di Firenze, du-
rante i lunghi anni di arresti domiciliari a cui fu condannato
dall'Inquisizione nel 1633, i Discorsi sono considerati da molti
l'opera di Galileo che contiene i suoi contributi scientifici più
importanti. Pubblicati in Olanda nel 1638, sono in realtà basati
su studi condotti da Galileo molti decenni prima, quando era
professore alle università di Pisa e di Padova. I Discorsi sono
strutturati in forma di conversazione fra tre amici, Salviati, Sa-
gredo e Simplicio, già noti ai lettori dell'epoca perché protagoni-
sti del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo 10 , il libro
sul sistema copernicano che qualche anno prima aveva avuto
grande successo e lo aveva portato al processo e alla condanna
da parte dell'Inquisizione. Sebbene molto meno animati dall'ar-
guzia e dalla sagacia che caratterizzavano il Dialogo, i tre amici
mantengono i ruoli che avevano nell'opera precedente: Salviati
è la voce di Galileo, Simplicio quella dei suoi anacronistici critici
aristotelici e Sagredo è il saggio arbitro, che prende regolarmen-
te le parti di Salviati.
Nel primo dei quattro giorni del dialogo discutono la que-
stione della coesione: che cos'è che tiene insieme i materiali e ne
impedisce lo schiacciamento se sottoposti a pressione esterna?
Salviati incomincia discutendo delle funi, mostrando che la loro
forza è dovuta al fatto di essere composte di un gran numero
di fili stretti e ritorti insieme. Estende quindi il ragionamento
al legno, la cui forza è ancora una volta dovuta al suo essere
composto di fibre fittamente serrate. Ma che dire degli altri ma-
teriali, come il marmo o i metalli? Quale forza li tiene insieme in
modo così saldo? La risposta, secondo Salviati, è l'horror vacui,
l"'orrore del vuoto" nei fenomeni naturali. Sappiamo dall'espe-

9 Galileo Galilei, Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove


scienze, Elzeviro, Leida 1638; in Galilei, Opere, cit., vol. VIII, pp. 39·318.
10 Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Landini,
Firenze 1632; in Galilei, Opere, cit., vol. VII, pp. 21-520.

92
Figura 3.1. Il paradosso della ruota di Aristotele. Da Galilei, Discorsi, Prima
giornata (Opere, Edizione nazionale, Barbera, Firenze 1898, vol. 8, p. 68).

rienza che si tratta di una forza molto potente: due superfici


perfettamente lisce di marmo o di metallo sono quasi impossi-
bili da separare, perché staccarle produrrebbe un vuoto, sia pur
momentaneo. Questa forza, continua Salviati, agisce non solo
tra corpi diversi, ma anche all'interno di ciascun corpo, tenen-
dolo insieme. Proprio come una fune è composta di fili distinti e
il legno di fibre distinte, anche un blocco di marmo o un foglio
di metallo sono composti di innumerevoli atomi accostati l'uno
all'altro.
Ma c'è una differenza: mentre una fune è fatta di un numero
grande ma finito di fili e un pezzo di legno da un numero ancora
maggiore ma sempre finito di fibre, un blocco di marmo o un
foglio di metallo sono composti di un numero infinito di atomi
infinitamente piccoli, o "indivisibili". Tra l'uno e l'altro c'è un
numero infinito di spazi vuoti infinitamente piccoli: è questo
vuoto la colla che tiene insieme l'oggetto ed è responsabile della
sua solidità.
Questa è la teoria della materia secondo Salviati (Galileo),
una teoria difficile, per sua stessa ammissione. «Ma in quai pe-
laghi ci andiamo noi inavvertentemente pian piano ingolfando»
esclama a un certo punto Salviati «tra i vacui, tra gl'infiniti, tra

93
gli indivisibili [... ] per non poter mai, dopo mille discorsi, giu-
gnere a riva?>> 11 • Una quantità finita di materia può essere dav-
vero composta di un numero infinito di atomi e di spazi vuoti?
Per dimostrare che secondo lui la risposta è affermativa, Sal-
viati passa alla matematica, rispolverando un paradosso medie-
vale noto come la ruota di Aristotele, anche se non ha nulla a
che spartire con il filosofo greco, né con qualcosa di aristotelico
(figura 3.1). Immaginiamo, suggerisce agli amici, un esagono
ABCDEF e un esagono più piccolo HIKLMN, entrambi centra-
ti in G. Supponiamo inoltre di prolungare il lato AB dell'esago-
no grande nella retta AS e il lato parallelo dell'esagono piccolo
nella retta HT. Ora ruotiamo l'esagono attorno al punto B fino
a portare il lato BC a giacere sul segmento BQ della retta AS. In
questo modo anche l'esagono piccolo ruoterà, portando il suo
lato IK a giacere sul segmento OP della retta HT. C'è una dif-
ferenza, osserva Salviati, tra la linea creata ruotando l'esagono
grande e quella ottenuta ruotando quello piccolo: la prima è una
linea continua, perché il segmento BQ è adiacente al segmento
AB. La seconda invece non è continua, perché tra i segmenti Hl
e OP c'è il tratto IO che non viene mai toccato dall'esagono
durante la rotazione. Dopo una rotazione completa l'esagono
grande avrà originato sulla retta AS un segmento di lunghezza
pari al suo perimetro; allo stesso tempo, l'esagono piccolo avrà
coperto una distanza di poco inferiore.lungo la linea HT, ma la
linea originata non sarà continua, bensì composta dai sei lati
dell'esagono piccolo separati da cinque tratti vuoti uguali.
Ora, ciò che vale per gli esagoni, secondo Salviati, vale per
ogni poligono, anche di centomila lati. Farlo rotolare darà luogo
a un segmento di retta lungo quanto il suo perimetro, mentre un
poligono simile ma più piccolo traccerà un segmento della stessa
lunghezza, ma composto di centomila segmentini intervallati da
centomila spazi vuoti. Ma che cosa accade se sostituiamo a quei
poligoni finiti un poligono con un numero infinito di lati - in

11 Galilei, Discorsi, cit.; in Galilei, Opere, cit., vol. VIII, p. 89.

94
altre parole, una circonferenza? Come mostra la parte inferiore
della figura 3.1, far compiere al cerchio esterno una rivoluzione
completa traccerà una linea BF uguale alla sua circonferenza,
mentre il cerchio interno ne traccerà una CE di egual lunghezza.
In questo i cerchi non si comportano in maniera diversa dai
poligoni. Ma qui sta il problema: la lunghezza di CE è uguale
a quella di BF, la linea creata dal cerchio di circonferenza mag-
giore. Come può un cerchio più piccolo dar luogo a una linea
più lunga della sua circonferenza? La risposta, secondo Salviati,
è che la linea apparentemente continua CE è, proprio come la
linea creata dai poligoni rotanti, inframezzata da spazi vuoti che
contribuiscono alla sua lunghezza. La linea creata dal poligo-
no interno di centomila lati è composta di centomila segmenti
separati da centomila spazi; ne segue che la linea tracciata dal
cerchio interno è composta di un numero infinito di segmenti
separati da un numero infinito di spazi vuoti.
Portando la ruota di Aristotele al suo limite illogico, Gali-
leo arriva a una conclusione radicale e paradossale: una linea
continua è composta di un numero infinito di punti indivisibili
separati da un numero infinito di spazi vuoti. Questo andava a
sostegno della sua teoria sulla struttura della materia, ma anche
della sua idea che i corpi materiali siano tenuti insieme dal vuo-
to che li pervade. Forniva un nuovo modo di pensare al mondo
materiale e proponeva anche un nuovo punto di vista matemati-
co che ammettesse, per dirla con Salviati, <<questa composizione
del continuo di atomi assolutamente indivisibili>>. La struttura
interna del continuo matematico è indistinguibile dai fili della
corda, dalle fibre del legno, o dagli atomi che costituiscono una
superficie liscia: è composta di indivisibili fittamente compressi,
con spazi vuoti tra l'uno e l'altro. Per Galileo il continuo mate-
matico prende a modello la realtà fisica 12 •

12 Oltre alla discussione in Galilei, Discorsi, cit., lo scienziato presenta il suo punto
di vista sul continuo nel suo commento su Antonio Rocco, Esercitazioni filosofi-
che, Baba, Venezia 1633; in Galilei, Opere, cit., vol. VII, pp. 571-750. Si veda an-
che François de Gand t, Naissance et métamorphose d"une théorie mathématique:

95
L'idea di Galileo turbava i matematici dell'epoca, perché an-
dava direttamente contro i noti paradossi che avevano ispira-
to il trattamento del continuo fin dall'antichità. Galileo aveva
però almeno un sostenitore illustre, il suo collega linceo Luca
Valerio (1553-1618), che era stato ammesso all'accademia su
sua segnalazione. Valerio era professore di retorica e filosofia
all'Università La Sapienza a Roma, e ampiamente riconosciuto
come uno dei massimi matematici italiani dell'epoca. Nelle sue
opere De centro gravitatis del1603 e Quadratura parabolae del
1606 aveva fatto largo uso degli indivisibili 13 , che gli avevano
permesso di determinare il baricentro di figure piane e solidi.
Ma Valerio aveva studiato matematica presso i gesuiti del
Collegio Romano, sotto la tutela dello stesso Clavio, e in questo
illustre ambiente l'atomismo matematico galileiano non trovava
grande favore. Per i gesuiti, infatti, gli indivisibili rappresenta-
vano l'esatto opposto dell'approccio corretto alla matematica.
I gesuiti, come si ricorderà, apprezzavano la matematica per lo
stretto ordine razionale che essa impone a un universo appa-
rentemente ribelle. La matematica, e in particolare la geometria
euclidea, rappresenta il trionfo della mente sulla materia e della
ragione sull'indomito mondo materiale, rispecchiando l'ideale
gesuita non solo in matematica, ma anche in questioni religiose
e perfino politiche. Ancorando le proprie speculazioni matema-
tiche alla struttura della materia anziché agli apodittici postulati
euclidei, Galileo capovolgeva quest'ordine. La composizione del
continuo matematico, secondo Galileo, si poteva dedurre dalla
composizione delle corde e dalla struttura interna di un pezzo di
legno, e si poteva investigare immaginando una ruota in moto
su una superficie piana. Al posto del punto di vista gesuita, Ga-
lileo proponeva che gli oggetti geometrici come i piani e i solidi

La géométrie des indivisibles en Italie, in "Sciences et techniques en perspective",


IX, 1984-1985, p. 197.
13 Cari B. Boyer, The History of the Calculus and Its Conceptual Development,
Dover, New York 1949, pp. 104-106. Si veda anche la voce Luca Valeria
nell'archivio di biografie di matematici The Mac Tutor History of Mathematics,
http://www-history.mcs.st-andrews.ac.uk/BiographiesNalerio.html.

96
c
G A

E F B

D
Figura 3.2. Il ragionamento di Galileo sui corpi accelerati. Da Galilei, Discorsi, Terza
giornata (Opere, Edizione nazionale, Barbera, Firenze 1898, vol. 8, p. 208).

fossero poco diversi dagli oggetti materiali che vediamo intorno


a noi. Invece della ragione matematica che impone l'ordine sul
mondo fisico, abbiamo oggetti puramente matematici creati a
immagine di quelli fisici, compresa la loro frammentarietà. Inu-
tile dire che Clavio non ne sarebbe stato entusiasta.
L'avallo di Galileo diede all'idea di infinitesimo un grado
di visibilità e rispettabilità che nessun altro sostegno avrebbe
permesso di raggiungere; personalmente, tuttavia, Galileo non
fece grande uso degli indivisibili in matematica. Una delle po-
che eccezioni è la famosa discussione della distanza percorsa da
un corpo in caduta libera. Supponiamo, propone Salviati nella
terza giornata dei Discorsi, che un corpo parta da fermo nel
punto C e quindi acceleri a passo costante, come nella caduta

97
libera, fino a raggiungere il punto D. Supponiamo che la linea
AB rappresenti il tempo totale impiegato dal corpo per spostarsi
da C a D, e la linea BE, perpendicolare ad AB, rappresenti la
sua massima velocità, raggiunta in D. Tracciamo quindi la con-
giungente AE, e diverse linee equispaziate parallele a BE. Cia-
scuna di queste linee, sostiene Salviati, rappresenta la velocità
dell'oggetto a un particolare istante del suo moto costantemente
accelerato. Esistono infinite linee di questo tipo, perché ci sono
infiniti punti in AB, e prese tutte insieme riempiono il triangolo
ABE. La somma di tutte le velocità, inoltre, è equivalente alla
distanza totale percorsa dall'oggetto nel tempo AB.
Ora, dice Salviati, se dal punto medio F di EB tracciamo una
parallela ad AB e dal punto A tracciamo la parallela AGa EB, il
rettangolo ABFG così ottenuto ha area uguale al triangolo ABE.
Ma come l'area del triangolo rappresenta la distanza coperta da
un corpo che si muove con accelerazione uniforme, così l'area
del rettangolo rappresenta la distanza percorsa da un corpo che
si muove a velocità costante. Ne segue, conclude Salviati, che la
distanza coperta in un dato tempo da un corpo che parte da fer-
mo e accelera uniformemente è uguale alla distanza coperta da
un corpo in moto a velocità costante, se questa è pari alla metà
della velocità massima raggiunta dal corpo accelerato 14 •
Nota come legge della caduta dei gravi, oggi è una delle pri-
me formule di fisica che si insegnano nelle scuole superiori, ma
all'epoca era qualcosa che definire rivoluzionario non è esagera-
to. Era la prima descrizione matematica quantitativa del moto,
che gettava le basi della moderna scienza della meccanica e, a
tutti gli effetti, della fisica moderna. Galileo era ben consapevole
dell'importanza della legge e la incluse in due delle sue ope-
re più popolari, il Dialogo del 1632 e i Discorsi del 1638. Pur
fondandosi principalmente sulle relazioni geometriche euclidee,
la legge mostra l'intenzione di Galileo di considerare una linea
composta di un numero infinito di punti. Era proprio questa la

14 Galilei, Discorsi, cit., pp. 170-171; in Galilei, Opere, cit., vol. VIII, pp. 208-209.

98
domanda posta da Cavalieri nel 1621. Qualunque sia stata la
risposta di Galileo, il giovane monaco non ne fu scoraggiato: nel
corso di quello stesso decennio prese l'idea dell'infinitamente
piccolo e la trasformò in un potente strumento matematico che
chiamò metodo degli indivisibili. Il nome ebbe fortuna.

nmonaco diligente
Nato a Milano nel 1598 da una famiglia probabilmente ri-
spettabile e forse anche nobile, ma di condizioni economiche
modeste, Francesco Cavalieri prese il nome di Bonaventura
all'età di quindici anni, quando entrò come novizio nell'ordine
dei chierici apostolici di San Girolamo, più comunemente noti
come gesuati. Sebbene solo una vocale li distinguesse dai famosi
gesuiti di Ignazio, i due ordini non potevano essere più diversi.
Mentre i gesuiti erano un ordine moderno, uscito dal crogiolo
della crisi della Riforma, i gesuati risalivano al quattordicesimo
secolo ed erano un prodotto dell'appassionata devozione che
caratterizzò i decenni seguiti alla peste nera. Laddove i gesu-
iti erano una forza dinamica, con scuole e missioni sparse in
tutto il mondo, i gesuati erano un ordine locale, rispettato per
le opere verso i malati e i moribondi, ma completamente privo
dell'ambizione caratteristica dei seguaci di Ignazio. La forma-
zione di un gesuita, come abbiamo visto, poteva durare anni,
mentre quella di un gesuato era una questione ben più breve:
nel1615, all'età di diciassette anni e dopo due anni di noviziato,
Cavalieri pronunziò i voti e indossò l'abito bianco con cintura
di cuoio che lo identificava come membro dell'ordine a tutti gli
effetti. Pochi mesi dopo lasciò Milano per trasferirsi al conven-
to dei gesuati di Pisa.
Non sappiamo se l'idea del trasferimento a Pisa sia stata di
Cavalieri o dei suoi superiori; di sicuro fu una fortuna per il gio-
vane gesuato e per la matematica. «Sono orgoglioso, e sempre
lo sarò» scrisse molti anni dopo al collega matematico Evange-
lista Torricelli (1608-1647) <<di aver ricevuto sotto la serenità

99
o di quel cielo i primi alimenti ed elementi di matematica>> 15 • A
instillargli questa passione per la matematica fu Benedetto Ca-
u stelli (1578-1643), allora professore di geometria all'università
di Pisa, nonché grande amico e sostenitore di Galileo, di cui era
stato studente. Castelli fece conoscere a Cavalieri gli scritti di
matematica e fisica del Galilei e, a tempo debito, glielo presentò
di persona. Nel 1617 Cavalieri si trasferì a Firenze dove, grazie
anche all'influenza del suo protettore milanese cardinal Federi-
co Borromeo, fu introdotto nella cerchia di discepoli e ammira-
tori di Galileo alla corte dei Medici. «Con l'aiuto di V.S.» scrive
il cardinale a Galileo, Cavalieri potrà «giungere a quel termi-
ne della professione che ci promette l'inclinazione et habilità
ch'egli mostra haverci tanto singolare>> 16 •
L'anno successivo Cavalieri fece ritorno a Pisa, dove comin-
ciò a dare lezioni private di matematica al posto di Castelli, as-
sunto dal granduca Cosimo per fare da precettore ai suoi figli.
Cavalieri era a questo punto a tutti gli effetti un matematico di
professione, fatto salvo il titolo, ma per tutto il decennio suc-
cessivo la sua vita si divise tra la disciplina amata e i doveri di
gesuato. Nel 1619 fece domanda per la cattedra di matematica
all'università di Bologna, vacante dalla morte di Giovanni An-
tonio Magini avvenuta due anni prima. Solo il sostegno attivo
di Galileo avrebbe potuto garantire un posto di tale prestigio a
un candidato così giovane, ma Galileo sembrò poco disposto a
intervenire, e l'opportunità svanì. Per contro, nel1620 Cavalieri
fu richiamato alla sede dei gesuati di Milano, dove divenne dia-
cono del cardinal Borromeo.
Lontano dalla brillante corte medicea, Cavalieri trovò che
il suo talento non era sempre apprezzato. <<Ritrovandomi alla
patria>> scriveva a Galileo «dove sono questi vechi che da me
aspettavano un grande progresso così nella teologia come nel

15 Enrico Giusti, Bonaventura Cavalieri and the Theory of Indivisibles, Edizioni


Cremonese, Bologna 1980, p. 3, n. 9.
16 Federico Borromeo, Lettera a Galileo Galilei, Milano 14 giugno 1617; in Galilei,
Opere, cit., vol. XII, p. 320.

100
predicare, può pensare come mi sopportino mal voluntieri così
affetionato alle matematiche>> 17 •
Quantunque sempre più immerso nella matematica, Cavalie-
ri era serio riguardo alla sua vocazione religiosa. Si mise d'im-
pegno nello studio della teologia e ben presto recuperò il tempo
perduto «con gran maraviglia di tutti»18• Questo, grazie anche
al sostegno del cardinale, lo fece salire rapidamente nella gerar-
chia dell'ordine: nel1623 fu nominato priore del monastero ge-
suato di San Pietro a Lodi. Tre anni dopo fu promosso priore del
monastero di San Benedetto a Parma, ma in tutto questo tempo
non smise di cercare un posto da matematico. Nel 1623 tentò
nuovamente di ottenere la cattedra di Bologna, ma il senato ac-
cademico, pur non rifiutando la domanda, gli richiedeva con-
tinuamente ulteriori documentazioni del suo lavoro. Quando,
nel 1626, il suo vecchio maestro Castelli ottenne una cattedra
alla Sapienza, Cavalieri fiutò un'opportunità. Ma, nonostante
il periodo di congedo preso per dedicarsi alla promozione della
propria causa, e nonostante i sei mesi trascorsi a Roma in com-
pagnia dell'influente Giovanni Ciampoli (1589-1643), amico di
Galileo e accademico dei Lincei, anche questa volta si concluse
con nulla di fatto. Tornato a Parma, si rivolse ai gesuiti che di-
rigevano l'università di quella città ma, come scrisse a Galileo 19 ,
questi non avrebbero mai permesso di insegnare nel loro ateneo
a un semplice gesuato, figuriamoci se studente di Galileo.
Fu solo nel 1629 che per Cavalieri le cose cominciarono ad
andare per il verso giusto. Galileo, finalmente decisosi a pero-
rare la causa del suo studente, dichiarò che «pochi da Archime-
de in qua, e forse niuno>> si era «tanto internato e profondato
nell'intelligenza della geometria>> quanto Cavalieri 20 • Il senato

17 Bonaventura Cavalieri, Lettera a Galileo Galilei, Milano 28 luglio 1621;


in Galilei, Opere, cit., vol. XIII, pp. 70-72; citazione a p. 71.
18 Girolamo Ghilini, Teatro d'huomini letterati, Guerigli, Venezia 1647.
19 Bonaventura Cavalieri, Lettera a Galileo Galilei, Parma 7 agosto 1626;
in Galilei, Opere, ci t., vol. XIII, p. 336.
20 Galileo Galilei, Lettera a Cesare Marsi/i, Firenze 10 marzo 1629; in Galilei,
Opere, cit., vol. XIV, pp. 24-25.

101
o accademico bolognese ne fu naturalmente colpito e il 25 agosto
offrì al gesuato la cattedra vacante di matematica all'università
di Bologna. Cavalieri aspettava questa nomina da dieci anni,
quindi non esitò un attimo: si trasferì subito nel convento ge-
suato di Bologna, e quello stesso ottobre iniziò a tenere lezio-
ni all'università. In questa città avrebbe trascorso i rimanenti
diciannove anni della sua vita, divisa tra il monastero e l'in-
segnamento universitario. Pur essendo giovane, per i canoni
moderni, aveva problemi crescenti di salute e soffriva di ripetuti
attacchi di gotta, che gli rendevano molto difficili gli sposta-
menti. Solo una volta si avventurò fuori dalla nuova città di
adozione, e fu per l'unica causa che avrebbe potuto distoglierlo
dalla rassicurante routine quotidiana: una visita a Galileo, nel
1636, durante i lunghi e solinghi anni di arresti domiciliari del
vecchio maestro.
I dieci anni intercorsi tra il soggiorno a Pisa e la nomina a
professore a Bologna furono piuttosto inquieti per il giovane
monaco, ma coincisero con il suo periodo più fecondo dal punto
di vista della matematica. Quasi tutte le dimostrazioni originali
che lo resero famoso, e perfino buona parte dei testi dei suoi
libri, risalgono a quegli anni itineranti. Una volta stabilitosi a
Bologna, Cavalieri fu rallentato dagli impegni didattici e anche
dalle pretese del senato cittadino, che richiedeva al professore
di matematica di produrre con regolarità tavole astronomiche
e astrologiche. Ciò nonostante, il laborioso monaco riuscì a
pubblicare Lo specchio ustorio nel 1632, Geometria indivisi-
bilibus ("La geometria per mezzo degli indivisibili") nel1635 e
Exercitationes geometricae sex ("Sei esercizi di geometria") nel
1647. Le opere, concepite e in gran parte anche stese durante
gli anni venti del Seicento, stabilirono la fama di Cavalieri come
matematico e lo consacrarono come principale sostenitore degli
infinitesimi.

102
Di fili e di libri

Proprio come Galileo aveva iniziato la sua teorizzazione


matematica del continuo discutendo della composizione in-
terna di corde e pezzi di legno, così anche Cavalieri fonda il
proprio metodo matematico sulle intuizioni comuni riguardo
alla materia: <<È manifesto» scrive <<che le figure piane debba-
no essere da noi concepite come tele ordite di fili paralleli, e i
solidi come libri composti di pagine parallele» 21 • Qualunque
superficie, per quanto liscia, è in realtà fatta di sottilissime li-
nee parallele, disposte le une accanto alle altre; ogni figura.
tridimensionale, per quanto ci appaia compatta, non è altro
che una pila di piani sottili come lame, affastellati gli uni sugli
altri. Queste fette massimamente sottili, equivalenti ai più pic-
coli componenti (atomi) delle figure materiali, sono battezzate
da Cavalieri indivisibili.
Come l'autore fa subito notare, ci sono importanti differenze
tra gli oggetti fisici e i loro cugini matematici: un pezzo di tela
e un libro sono composti di un numero finito di fili e pagine,
ma le figure piane e i solidi sono fatti di un numero infinito di
indivisibili. È una distinzione semplice, che tuttavia sta alla base
di tutti i paradossi del continuo, e se Galileo nei Discorsi glissa
sulla questione, il più cauto Cavalieri la mette invece subito in
risalto. Nondimeno è evidente che Cavalieri, come Galileo, fa
partire le proprie speculazioni matematiche non da astratti as-
siomi universali, ma dalla vile materia.
Da qui poi risale, generalizzando le intuizioni comuni riguar-
do al mondo materiale e trasformandole in un metodo matema-
tico generale.
Per avere un saggio del metodo di Cavalieri, consideriamo la
proposizione 19 nella prima delle Exercitationes22 :

21 Bonaventura Cavalieri, Exercitationes geometricae sex, Monti, Bologna 1647,


pp. 3-4.
22 lvi, p. 34.

103
Figura 3.3. Cavalieri, Exercitationes, proposizione 19 (Monti, Bologna 1647, p. 35).

Se in un parallelogramma si traccia una diagonale, il


parallelogramma è il doppio di ciascuno dei triangoli creati dalla
diagonale.

Ciò significa che, tracciando la diagonale FC nel parallelo-


gramma AFDC della figura 3.3, l'area del parallelogramma è
il doppio di quella di ciascuno dei triangoli FAC e CDF. La di-
mostrazione affrontata col metodo tradizionale euclideo è quasi
banale: i triangoli FAC e CDF sono congruenti perché 1) hanno
in comune il lato CF, 2) l'angolo ACF è uguale all'angolo CFD
(perché AC è parallelo a FC), 3) l'angolo AFC è uguale DCF
(perché AF è parallelo a CD). Poiché i due triangoli insieme
formano il parallelogramma e poiché sono di area uguale, ne
segue che l'area del parallelogramma è doppia rispetto a quella
di ciascun triangolo. Q.E.D.
Cavalieri, naturalmente, lo sa benissimo e molto probabil-
mente non sprecherebbe un teorema del suo libro per dimostra-
re un fatto così elementare. Ma il suo scopo è un altro, e dunque
procede in maniera diversa.

Siano FE e CB due segmenti uguali tracciati dai punti F


e C lungo i lati FD e CA. Dai punti E e B si traccino quindi i
segmenti EH e BM, paralleli a CD, che intersecano la diagonale
FC rispettivamente nei punti H e M.

104
Cavalieri dimostra quindi che i triangoli piccoli così indivi-
duati sono congruenti, perché i lati BC e FE sono uguali, l'an-
golo BCM è uguale a EFH e l'angolo MBC è uguale a FEH. Ne
segue che i segmenti EH e BM sono uguali.

Allo stesso modo si dimostra delle altre parallele a CD, condotte


da punti giacenti sui lati FD e AC alla stessa distanza da F e C, che
sono anch'esse tra loro uguali, come sono uguali gli estremi AFe
CD. Dunque tutte le linee del triangolo CAF sono uguali a tutte le
linee del triangolo FDC.

Poiché "tutte le linee" di un triangolo sono uguali a "tutte le


linee" dell'altro, sostiene Cavalieri, le loro aree sono uguali, e
il parallelogramma ha area doppia rispetto a quella di ciascun
triangolo. Q.E.D.
Il contrasto tra la dimostrazione di Cavalieri e quella tra-
dizionale euclidea è netto. La prima parte dalle proprietà uni-
versali del parallelogramma, a loro volta dedotte dai postulati
di Euclide. Attraverso passi logici si procede poi dall'universale
al particolare, cioè al caso del parallelogramma diviso in due
triangoli. In pratica si dimostra che le leggi universali del ragio-
namento impongono l'uguaglianza dei due triangoli. Ma Ca-
valieri si rifiuta di partire da principi universali così astratti e
inizia invece da un'intuizione legata alla materia: di che cosa è
fatta, si chiede, la superficie di ciascun triangolo? La sua rispo-
sta, fondata sull'analogia con un pezzo di tela, è che la figura
sia composta di tante linee parallele ordinatamente accostate le
une alle altre. Per determinare l'area totale di ciascun triangolo
si devono "contare" le linee che lo formano. Poiché il numero
di linee in ciascun triangolo è infinito, contarle letteralmente è
impossibile, ma Cavalieri dimostra che il loro numero e le loro
dimensioni sono gli stessi nei due triangoli, i quali pertanto han-
no la stessa area.
Lo scopo di Cavalieri non è tanto dimostrare che il teorema è
vero (cosa ovvia) quanto mostrare perché è vero: i due triangoli
sono uguali perché sono composti dello stesso numero di linee

105
indivisibili identiche disposte una sull'altra. Ed è precisamen-
te questa rappresentazione materiale delle figure geometriche a
distinguere il punto di vista di Cavalieri da quello tradizionale
euclideo. Quest'ultimo ordina gli oggetti geometrici, e in ultima
analisi il mondo intero, sulla base di principi primi universali e
facendo uso del metodo logico. Quello di Cavalieri, al contrario,
parte da una rappresentazione intuitiva del mondo così come lo
vediamo, e da questa passa ad astrazioni matematiche sempre
più generali. La si può a ragione definire una matematica che va
"dal basso all'alto".
L'esempio del parallelogramma provava che il metodo degli
indivisibili di Cavalieri era valido, ma non che ci fosse un van-
taggio nell'adottarlo. Al contrario, esso forniva una dimostra-
zione lunga e involuta di un teorema che il metodo tradizionale
euclideo avrebbe dimostrato in un paio di righe. Se tutte le sue
dimostrazioni avessero impiegato tanto per ottenere così poco,
probabilmente Cavalieri non avrebbe trovato molti sostenitori
del suo metodo. Naturalmente le cose non stavano così: il te-
orema del parallelogramma serviva a dimostrare l'affidabilità
degli indivisibili. Per illustrarne la potenza, Cavalieri passa a
sfide più ardue.
La spirale di Archimede, nota dall'antichità, è generata da
un punto che si sposta a velocità costante lungo una linea ret-
ta, mentre questa ruota a velocità angolare costante attorno al
punto di origine. Nella figura in alto, la curva è tracciata da
un punto che viaggia con moto uniforme da A a E, mentre la
linea AE ruota uniformemente attorno al centro A. Dopo un
giro completo, la spirale arriva al punto E e definisce un'area
"a chiocciola" AIE, contenuta nel cerchio MSE di raggio AE.
Cavalieri si propone di dimostrare che l'area racchiusa dalla spi-
rale AIE è un terzo dell'area del cerchio MSE. Archimede l'ave-
va già dimostrato, usando un suo metodo ingegnoso 23 • Tuttavia
Cavalieri affronta il problema in un modo nuovo e intuitivo,

23 Margaret E. Baron, The Origins of the Infinitesima/ Calculus, Dover, New York
1969, pp. 43-44.

106
c

E c

Figura 3.4. Il calcolo dell'area racchiusa da una spirale (da Cavalieri, Geometria
indivisibilibus, Ferroni, Bologna 1635, VI, proposizione 19).

usando gli indivisibili per trasformare la complessa spirale nella


familiare e ben nota parabola24 •
Per farlo, si considera un rettangolo OQRZ di altezza OQ,
uguale al raggio AE del cerchio MSE, e base QR pari alla sua
circonferenza. Tornando alla spirale, si prende poi un punto V
a caso lungo AE e si genera il cerchio IVT facendolo ruotare at-
torno al centro A. Il cerchio IVT è diviso in due archi: uno, VTI,
è esterno all'area racchiusa dalla spirale; l'altro, IV, è interno. Si
considera la lunghezza dell'arco VTI (esterno alla spirale) e la
si riporta nel rettangolo come segmento rettilineo KG parallelo
a QR, dove K giace sul segmento OQ, con OK (la distanza tra
K e O) uguale al raggio AV. Si ripete poi la stessa cosa per tutti
i punti di AE, considerando la porzione di circonferenza gene-
rata all'esterno della spirale e riportandone la lunghezza nella
posizione opportuna lungo OQ. Ogni punto di AE ha un punto
equivalente lungo OQ, da cui si diparte un segmento rettilineo
che rappresenta la porzione di circonferenza esterna alla spirale.

24 Bonaventura Cavalieri, Geometria indivisibi/ibus continuorum, 2a ed., Dozza,


Bologna 1653, pp. 458-459.

107
o Alla fine tutte le linee circolari che formano l'area AES esterna
alla spirale sono uguali a tutte le linee rette che compongono
u l'area OGRQ all'interno del rettangolo. Di conseguenza, secon-
do Cavalieri, l'area individuata da OGRQ è uguale all'area del-
la porzione del cerchio MSE non racchiusa dalla spirale.
Ciò che rimane da determinare è l'area della figura OGRQ
(uguale alla parte di cerchio esterna alla spirale). Cavalieri lo
fa in due passaggi. Per prima cosa, usando metodi geometrici
classici, dimostra che la curva OGR è una parabola. Poi, usando
gli indivisibili, dimostra che l'area del triangolo ORQ è uguale
all'area dell'intero cerchio: questo è evidente se consideriamo
l'area del cerchio come formata da tante circonferenze concen-
triche, dal centro (raggio "zero") fino al bordo esterno (raggio
AE). Sistemando le lunghezze di tutte le circonferenze l'una ac-
canto all'altra, sostiene Cavalieri, si ottiene il triangolo ORQ.
In precedenza aveva dimostrato che l'area definita da una mez-
za parabola (OGRQ) è due terzi dell'area del triangolo ORQ.
Poiché ORQ è uguale all'area dell'intero cerchio, e OGRQ è
uguale all'area della porzione di cerchio esterna alla spirale, ne
segue che l'area della porzione interna alla spirale è pari alla
frazione rimanente, ossia un terzo, dell'area del cerchio. Q.E.D.
Il calcolo dell'area di una spirale mostrava che il metodo di
Cavalieri poteva applicarsi alle aree e ai volumi delle figure geo-
metriche, questioni di punta nella ricerca matematica del tempo.
Mostrava, anzi, che gli indivisibili andavano al cuore delle que-
stioni geometriche in maniera molto più profonda dei metodi
euclidei: gli indivisibili non solo dimostravano che certe relazio-
ni sono vere, ma spiegavano il perché. I due triangoli in cui vie-
ne diviso il parallelogramma sono uguali perché sono costituiti
dalle stesse linee indivisibili; una spirale di Archimede racchiude
un terzo dell'area del cerchio circoscritto perché i suoi indivisi-
bili archi di circonferenza possono essere risistemati a formare
una parabola. Laddove le dimostrazioni euclidee deducevano
verità necessarie riguardo a figure geometriche, gli indivisibili
permettevano ai matematici di scrutare le figure geometriche nel
loro intimo, e osservarne la struttura nascosta.

108
L'indivisibilista cauto

Nonostante la radicalità del suo metodo, Cavalieri, per tem-


peramento e convinzione, era un matematico conservatore e
piuttosto ortodosso. Perfettamente consapevole dei dilemmi lo-
gici presentati dagli infinitesimi, cercò di mettere in evidenza
le proprie credenziali ortodosse attenendosi il più possibile al
tradizionale stile di presentazione euclideo. Inserì anche alcune
scomode restrizioni al proprio metodo, nel tentativo di aggirare
i paradossi.
Il dilemma presente nel suo lavoro emerge in una lettera scrit-
ta all'anziano Galileo nel giugno del1639. Cavalieri ha da poco
ricevuto una copia dei Discorsi di Galileo e vuole ringraziare il
vecchio maestro per la sua audace difesa degli indivisibili.
Citando il poeta latino Orazio, Cavalieri paragona Galileo
a «chi prima ardì solcare l'immensità del mare et ingolfarsi
nell'oceano», quindi continua:

Credo [... ] si possi dire di V. S. Ecc.ma che con la scorta della


buona geometria e con la tramontana del suo altissimo ingegno ha
potuto felicemente navigare l'immenso oceano degl'indivisibili, de'
vacui, de gl'infiniti, della luce e di mill'altre cose ardue e peregrine,
ciascuna delle quali è bastante a fare naufragare qual si voglia per
grande ingegno che sia. Oh quanto li sarà tenuto il mondo, che gli
havrà ispianato la strada a cose così nuove e così delicate! [... ]Et io
insieme gli dovrò tenere non puoco obligo, mentre gli indivisibili
della mia Geometria verranno dalla nobiltà e chiarezza de' suoi
indivisibili indivisibilmente illustrati. 25

Fin qui niente di strano: Cavalieri si profonde in lodi per il


suo vecchio maestro e si bea della sua approvazione. Poi, im-
provvisamente, fa un passo indietro e rinnega quella stessa dot-
trina per la quale ha appena lodato Galileo: «Io non ardii di dire
che il continuo fosse composto di quelli, ma mostrai bene che

25 Bonaventura Cavalieri, Lettera a Galileo Galilei, 28 giugno 1639; in Galilei,


Opere, cit., vol. XVIII, p. 67.

109
fra continui non vi era altra proportione che della congerie de
gl'indivisibili>>.
Cavalieri arriva a un passo dal disconoscere i suoi stessi in-
divisibili. Mentre nei libri aveva audacemente paragonato un
piano geometrico a una tela ordita di fili e un solido a un libro
composto di pagine, ora lascia intendere che non lo stava dicen-
do sul serio. Non ha preso posizione sulla vera composizione del
continuo matematico: si è limitato (sostiene) a introdurre una
nuova entità chiamata tutte le linee di una figura piana o tutti
i piani di un solido. Ora, se esiste una proporzione tra "tutte le
linee" di una figura e "tutte le linee" di un'altra, allora la stessa
proporzione sussiste tra le aree delle due figure. E lo stesso vale
per "tutti i piani" dei solidi26 •
Attaccato dai critici, Cavalieri insiste sul suo agnosticismo
riguardo alla spinosa questione della composizione del conti-
nuo. Il suo metodo, ripete, è legittimo indipendentemente dal
fatto che le grandezze continue siano composte di indivisibili.
Evita perfino di usare il termine proibito. Significativamente,
sebbene la sua opera più famosa si intitoli Geometria con gli
indivisibili e sebbene gli indivisibili siano discussi nei passaggi
metodologici e filosofici dei suoi scritti, il termine non è mai
usato nelle dimostrazioni matematiche, dove è invariabilmente
sostituito dall'espressione "tutte le linee" o "tutti i piani". Ca-
valieri impone limiti stringenti al tipo di indivisibili permessi
e si sforza di far apparire i suoi scritti tradizionali e ortodossi,
presentandoli secondo il metodo euclideo tradizionale fatto di
postulati, dimostrazioni e corollari. Quanto a risultati nuovi o
inediti, li evita del tutto.
Tutto ciò servì a ben poco. I contemporanei di Cavalieri,
tanto gli ostili quanto i simpatizzanti, non credettero alla sua

26 Sull'importanza del concetto di "tutte le linee" e "tutti i piani" nel lavoro di


Cavalieri, si veda De Gandt, Naissance et métamorphose d'une théorie mathé-
matique, ci t., così come François de Gandt, Cavalieri's Indivisibles and Euclid's
Canons, in Peter Barker e Roger Ariew (a cura di), Revolution and Continuity:
Essays in the History and Philosophy of Early Modern Science, Catholic Universiry
of America, Washington 1991, pp. 157-182, e Giusti, Bonaventura Cavalieri, cit.

110
indecisione sulla questione della composizione del continuo. Il
suo metodo, pensavano, parla da sé ed è chiaramente fondato
sull'idea che le grandezze continue siano costituite di compo-
nenti infinitesimi. Perché dovremmo interessarci di una gran-
dezza chiamata tutte le linee se non stessimo implicitamente
presumendo che queste rappresentino un volume? Le audaci
metafore del tessuto e del libro erano creative, stimolanti e pro-
mettevano scoperte sempre nuove. I cauti distinguo successivi
avevano come unico risultato una terminologia ingombrante e
un metodo scomodo che annullavano in larga parte la forza e le
potenzialità degli indivisibili.
Negli anni successivi i matematici che detestavano il meto-
do di Cavalieri, come i gesuiti Habakkuk Guldin (Paolo Guldi-
no) e André Tacquet, ne denunciarono la violazione dei canoni
tradizionali; quelli che invece lo apprezzavano, come l'italiano
Evangelista Torricelli e l'inglese John Wallis, si dichiararono
suoi seguaci e fecero liberamente uso degli infinitesimi in totale
inosservanza dei vincoli precisati con grande attenzione dal ge-
suato. Nessuno, ma davvero nessuno, seguì il sistema restrittivo
indicato da Cavalieri.
Il nome di Cavalieri e i suoi libri erano spesso citati dai ma-
tematici che subivano gli attacchi degli avversari degli infinitesi-
mi. Quei libri pesanti e goffi, con il loro latino contorto, la loro
struttura euclidea e quell'aria di solenne autorità fungevano da
scudo per i nuovi adepti del metodo degli infinitesimi. Era ab-
bastanza sicuro, pensavano, indicare il maestro gesuato come la
loro fonte, colui che aveva risolto tutte le difficoltà del caso nei
suoi dotti volumi. Dopotutto, come ben sapevano, quasi nessu-
no aveva davvero letto i libri di Cavalieri.

L'ultimo discepolo di Galileo

Alla fine fu il brillante Evangelista Torricelli, più giovane di


Cavalieri, a portare gli infinitesimi dove il gesuato non osava

111
o avventurarsi 27 • Nato nel 1608, molto probabilmente a Faen-
za, da una famiglia modesta, il giovane Evangelista si trasfe-
u rì a Roma all'età di sedici o diciassette anni e lì si innamorò
della matematica. Come scrisse nel 1632 a Galileo, non aveva
ricevuto un'istruzione formale in matematica («havevo prima
studiato da me solo sotto la disciplina delli Padri Gesuiti>> 28 ).
Tuttavia fu il monaco benedettino Benedetto Castelli (lo stesso
che aveva incoraggiato Cavalieri nei suoi studi a Pisa) ad avere
il peso maggiore _sulla vocazione del giovane. Diversamente dal
suo maestro Galileo, Castelli sembrava amare l'insegnamento e
teneva d'occhio le giovani promesse della matematica. All'epoca
professore alla Sapienza di Roma, prese Torricelli sotto la sua
ala protettrice e gli fece conoscere le opere di Galileo e Cavalieri.
Nel settembre del1632, senza dubbio dietro consiglio di Ca-
stelli, Torricelli scrisse a Galileo, presentandosi come «di pro-
fessione matematico, benché giovane, scolaro del Padre R.mo
[Castelli] di 6 anni»29• Il Dialogo sopra i due massimi sistemi
del mondo era uscito solo qualche mese prima e la catena di
eventi che avrebbe portato alla condanna di Galileo e agli ar-
resti domiciliari l'anno successivo era già cominciata. Torricelli
inizia assicurando al vecchio maestro che Castelli sfrutta ogni
occasione per difendere il Dialogo, onde evitare una «precipito-
sa resolutione>>, Passa quindi a presentare le proprie credenziali
di studioso di geometria e astronomo, nonché devoto seguace di
Galileo. Scrive infatti:

Son stato il primo che in casa del Padre Abbate, et anco in


Roma, ho studiato minutissimamente e continuamente sino al
presente giorno il libro di V. S., con quel gusto che ella si puoi

27 Le informazioni biografiche su Torricelli provengono da Egidio Festa, Repères


biographique et bibliographique, in François de Gandt (a cura di), L'oeuvre de
Torrice/li: Science Galiléenne et nouvelle géométrie, CNRS-Université de N ice,
Nizza 1987, p. 8.
28 Evangelista Torricelli, Lettera a Galileo Galilei, 11 settembre 1632; in Galilei,
Opere, XIV, pp. 387-388.
29 Ibidem.

112
immaginare che habbia havuto uno che, già havendo assai bene
praticata tutta la geometria, Apollonio, Archimede, Teodosio, et
che ha vendo studiato Tolomeo et visto quasi ogni cosa del Ticone,
del Keplero e del Longomontano, finalmente adheriva, sforzato
dalle molte congruenze, al Copernico, et era di professione e di
setta galileista. 30

Purtroppo per Torricelli, l'appartenenza alla "setta galileista"


si dimostrò una condizione non molto favorevole a Roma dopo
la condanna del Dialogo e del suo autore, avvenuta meno di un
anno dopo. Questo probabilmente spiega perché non si hanno
notizie di Torricelli per quasi tutti i successivi dieci anni. Rimase
a Roma, proseguì gli studi di matematica in privato, studiò i Di-
scorsi di Galileo, pubblicati nel1638, e mantenne in generale un
profilo basso. Riappare solo nel marzo 1641, quando Castelli,
avendo ottenuto il permesso di visitare Arcetri, scrive a Galileo
per dargli la notizia. Porterà con lui, promette, un manoscritto
del giovane Torricelli, che era stato suo studente dieci anni pri-
ma. «Vedrà in ogni modo>> scrive adulando l'anziano scienziato
«che la strada che V. S. Ecc. ma ha aperta alli intelletti h umani
viene battuta da un galantissimo huomo, mostrando quanto sie-
no fecondi i ricchi semi che ella ha seminati in questa materia
del moto; e vedrà quanto honore egli fa alla gran scola di V. S.
Ecc.ma»31.
L'immagine di strade aperte e campi di grano probabilmente
fece colpo sul vecchio uomo solo, costretto a rimanere chiuso in
casa da ormai otto anni. Ma fu la genialità dello scritto di Tor-
ricelli ad avere il maggior effetto su Galileo, che rimase molto
colpito da ciò che gli aveva mostrato Castelli e chiese di incon-
trare il giovane matematico. Castelli, da parte sua, rimase com-
mosso dalla fragilità di Galileo, ormai quasi cieco: temeva che
non gli rimanesse molto da vivere. Insieme idearono un piano

30 Ibidem.
31 Benedetto Castelli, Lettera a Galileo, Roma 2 marzo 1641; in Galilei, Opere, cit.,
vol. XVIII, pp. 239-240.

113
per portare Torricelli ad Arcetri, dove avrebbe fatto da segretario
a Galileo, aiutandolo a sistemare e pubblicare i suoi lavori più
recenti. Avendo ricevuto l'invito a inizio aprile, Torricelli rispose
dicendosi «honorato e confuso» dal grande privilegio. Tuttavia
non sembrava aver fretta di lasciare la movimentata Roma per
raggiungere il vecchio maestro nel suo solitario ritiro. Accampò
dapprima diverse scuse, ma alla fine, nell'autunno del1641, fece
i bagagli e si trasferì alla villa di Galileo ad Arcetri. Qui occupò
il tempo con la revisione della "quinta giornata" dei Discorsi, da
aggiungere alle quattro giornate di dialogo pubblicate nel1638.
Dopo soli tre mesi dall'arrivo ad Arcetri, la missione di
Torricelli si interruppe bruscamente: nei primi giorni del 1642
Galileo fu infatti colpito da febbre e palpitazioni cardiache; 1'8
gennaio, all'età di settantasette anni, il vecchio scienziato esalò
l'ultimo respiro. Condannato perché «veementemente sospetto
d'eresia>> 32 , fu sepolto in una piccola cappella laterale della ba-
silica di Santa Croce a Firenze, per poi venire spostato in una
posizione d'onore nella navata sinistra, un secolo dopo. Torri-
celli, nel frattempo, stava facendo i bagagli in vista del viaggio di
ritorno a Roma, quando ricevette un'offerta sorprendente: po-
teva rimanere a Firenze come successore di Galileo e diventare
matematico del granduca di Toscana e professore di matematica
all'università di Pisa.
L'offerta non comprendeva il titolo di "filosofo di corte",
che era stato di Galileo, molto probabilmente perché era stata
proprio l'insistenza dello scienziato sul suo diritto, in quanto
filosofo, a pronunciarsi sulla struttura del mondo a metterlo nei
guai con la Chiesa. Ma anche senza questo riconoscimento ag-
giuntivo la proposta offriva a Torricelli un'opportunità unica:
un posto sicuro, con un salario generoso, la possibilità di pro-
seguire i suoi studi senza interruzione e il pubblico riconosci-
mento come erede del più grande scienziato d'Europa. Accettò
senza indugio. I sei anni seguenti furono molto produttivi, per

32 Gaspare Borgia et al., Sentenza, Sant'Uffizio, Roma 1633. Disponibile qui: ht-
tps://it. wikisource.orglwiki/Sentenza_di_condanna_di_Galileo_ Galilei.

114
Torricelli. Prima era così poco noto che Galileo non l'aveva pra-
ticamente mai sentito nominare e Castelli aveva dovuto presen-
targlielo come suo ex studente. Ma con la morte di Galileo e
la nomina a matematico della corte medicea, Torricelli divenne
improvvisamente uno degli scienziati più importanti d'Europa.
Iniziò una lunga e fruttuosa corrispondenza con matematici e
scienziati francesi, tra cui Marin Mersenne (1588-1648) e Gilles
Personne de Roberval (1602-1675)33, e intrecciò rapporti con i
galileiani italiani Raffaello Magiotti (1597-1656),Antonio Nar-
di (1598-1649 circa) e Cavalieri34 • Ispirato dai Discorsi, rifletté
sulla tesi galileiana dell'horror vacui come causa della coesione
degli oggetti. Questo lo portò nel1643 a esperimenti che dimo-
stravano invece la possibilità di creare il vuoto in natura e alla
costruzione del primo barometro35 •
Diversamente dal caso di Galileo e di Cavalieri, che pub-
blicavano di frequente, gli studi di Torricelli sono documentati
dalla sua corrispondenza e dai manoscritti non pubblicati che
faceva circolare tra amici e colleghi. Unica eccezione è un libro
intitolato Opera geometrica 36 , pubblicato nel1644 e contenente
una raccolta di trattati su argomenti che vanno dalla fisica del
moto all'area sottesa da una parabola. Alcuni di questi, come
la discussione degli sferoidi, si fondano sui metodi matematici
tradizionali tratti dagli antichi. Il terzo trattato, intitolato De
dimensione parabolae37 ("Sulla dimensione della parabola"), è
invece tutt'altro che tradizionale: è la teatrale entrata in scena
che Torricelli riserva al suo metodo degli indivisibili.

33 Armand Beaulieu, Torrice/li et Mersenne, in De Gandt (a cura di), L'oeuvre


de Torrice/li, cit., pp. 39-51.
34 Lanfranco Belloni, Torrice/li et son époque, in De Gandt (a cura di), L'oeuvre
de Torricelli, cit., pp. 29-38.
35 Festa, Repères biographique et bibliographique, cit., pp. 15-18, e Pierre
Souffrin, Lettres sur la vie, in De Gandt (a cura di), L'oeuvre de Torrice/li, cit.,
pp. 225-230.
36 Evangelista Torrice Ili, Opera geometrica, in Opere scelte, a cura di Lanfranco
Belloni, Utet, Torino 1975, pp. 53-483 (ed. orig. Opera geometrica, 1644).
37 Evangelista Torrice Ili, De dimensione parabolae, in Opera geometrica, ci t.,
pp. 250-340 (ed. orig. De dimensione parabolae, 1606).

115
Ventuno dimostrazioni

Sorprendentemente, visto il nome, lo scopo del De dimen-


sione parabolae non è calcolare l'area sottesa da una parabola.
Questa era stata calcolata da Archimede più di milleottocento
anni prima ed era ben nota a Torricelli e ai suoi contemporanei.
Non aveva bisogno di ulteriori dimostrazioni. Ciò che il trattato
offre sono niente meno che ventuno diverse dimostrazioni di
questo risultato familiare. Per ventuno volte, una dopo l'altra,
Torricelli enuncia la tesi che «l'area di una parabola è quattro
terzi dell'area di un triangolo con la stessa base e la stessa altez-
za>> e per ventuno volte la dimostra, ogni volta in modo diverso.
Si tratta probabilmente dell'unico testo nella storia della mate-
matica che propone così tante dimostrazioni diverse di un unico
risultato, e con largo margine. È una testimonianza del virtuosi-
smo di Torricelli come matematico, ma il suo scopo era un altro:
contrappore ai metodi classici tradizionali le nuove dimostra-
zioni con gli indivisibili, evidenziando la manifesta superiorità
di queste ultime.
Le prime undici dimostrazioni del De dimensione si attengo-
no ai più stretti dettami del rigore euclideo. Per calcolare l'area
sottesa dalla parabola esse fanno uso del classico "metodo di
esaustione" attribuito al matematico greco Eudosso di Cnido,
vissuto nel quarto secolo a.C. In questo metodo la parabola (o

Figura 3.5. L'area sottesa dalla parabola ABC è quattro terzi l'aerea del triangolo ABC
(Torricelli, De dimensione parabolae, 1606).

116
Figura 3.6. Il metodo di esaustione. Aumentando il numero dei lati del poligono inscrit-
to, la sua area si avvicina sempre più a quella della parabola. Lo stesso avviene con un
poligono circoscritto.

qualunque altra curva) è racchiusa tra un poligono circoscritto


e un poligono inscritto. Le aree dei due poligoni sono facilmente
calcolabili e l'area sottesa dalla parabola sta da qualche parte
nel mezzo tra i due valori. Aumentando il numero di lati dei
poligoni la differenza tra le due aree diventa sempre più piccola,
restringendo l'intervallo attorno al valore dell'area cercata.
La dimostrazione quindi procede per assurdo: se l'area della
parabola fosse maggiore di quattro terzi del triangolo con la
stessa base e la stessa altezza, sarebbe possibile aumentare il
numero di lati del poligono circoscritto fino a ottenere un'area
inferiore a quella della parabola. Se invece l'area cercata fosse
minore, sarebbe possibile aumentare il numero di lati del poli-
gono inscritto in modo tale da fargli superare l'area della pa-
rabola. Entrambe queste possibilità contraddicono l'ipotesi che
un poligono circoscriva la parabola e l'altro ne sia invece circo-
scritto, pertanto l'area della parabola deve essere esattamente
quattro terzi dell'area del triangolo con la stessa base e la stessa
altezza. Q.E.D.
Pur essendo perfettamente corrette, fa notare Torricelli, le
dimostrazioni tradizionali hanno qualche difetto. Il più ovvio
è che la dimostrazione per esaustione richiede di conoscere in
anticipo il risultato desiderato; in questo caso, il rapporto tra
l'area della parabola e quella del triangolo. Una volta noto il
risultato, il metodo di esaustione poteva dimostrare che qua-

117
E

Figura 3.7. La parabola ABC circoscrive il triangolo ABC ed è circoscritta dal triangolo
AEC. Aumentando il numero dei lati dei poligoni, come nel trapezio AFGC, la relativa
area si avvicina maggiormente all'area della parabola.

lunque altro rapporto avrebbe condotto a una contraddizione,


ma non dava alcuna indicazione sul perché la relazione sussista,
o su come scoprirla. Questa mancanza spinse Torricelli e molti
suoi contemporanei a convincersi che gli antichi possedessero
un metodo segreto per scoprire tali relazioni38, che poi elimina-
vano con cura dalle opere che pubblicavano (la scoperta nove-
centesca del trattato di Archimede sul suo metodo non rigoroso
di scoperta, nel testo cancellato di un palinsesto del decimo se-
colo, fa pensare che forse non si sbagliavano del tutto).
L'altro principale difetto del metodo classico è che è laborio-
so, richiede numerose costruzioni geometriche ausiliarie e arriva
alla conclusione per una strada tortuosa e controintuitiva. Le
dimostrazioni classiche, in altri termini, possono anche essere
perfettamente corrette, ma sono tutt'altro che utili come stru-
menti per scoprire cose nuove. Le ultime dieci dimostrazioni del
De dimensione parabolae abbandonano lo stampo tradizionale
del metodo di esaustione per fare invece uso degli indivisibi-

38 Torricelli, De dimensione parabolae, ci t.

118
li. Questi, osserva Torricelli, sono diretti e intuitivi, e mostrano
non solo che i risultati sono veri, ma anche perché Io sono, dal
momento che sono stati dedotti direttamente dalla forma e dalla
composizione delle figure geometriche in questione. Abbiamo
già visto come Cavalieri avesse provato l'equivalenza dei due
triangoli in cui è suddiviso un parallelogramma dimostrando
che sono composti delle stesse linee, e l'equivalenza delle aree
sottese da una spirale e da una parabola trasportando gli indi-
visibili curvi dell'una negli indivisibili retti dell'altra. Torricelli
propone lo stesso metodo per calcolare l'area di una parabola.
Il metodo degli indivisibili, dichiara, è un <<modo nuovo e am-
mirevole>> per dimostrare innumerevoli teoremi con procedure
«brevi, dirette e affermative>>. È «la strada maestra attraverso la
selva matematica>>, al cui confronto la geometria degli antichi
«suscita solo pietà»39•
Secondo Torricelli la "meravigliosa invenzione" degli indi-
visibili si deve esclusivamente a Cavalieri e l'unico contributo
della sua Opera geometrica è stato quello di renderla più ac-
cessibile. E certamente più accessibile lo era, dal momento che
la Geometria indivisibilibus di Cavalieri era notoriamente un
testo farraginoso che passava attraverso innumerevoli teoremi
e lemmi anche per arrivare ai risultati più semplici. Torricelli, al
contrario, entra direttamente nel problema matematico senza
infiorettature retoriche e non spreca inchiostro per la verbosità
o per il rigore della deduzione euclidea. «Sfuggiamo l'immen-
so oceano della Geometria di Cavalieri>> scrive Torricelli, allu-
dendo alla nota difficoltà del testo di Cavalieri. Quanto a lui e
ai suoi lettori, «essendo meno avventurosi>> sarebbero rimasti
«vicini alla costa>>, non curandosi di presentazioni elaborate e
concentrandosi invece sui risultati40 •
Il testo di Torricelli era talmente più fruibile di quello di Cava-
lieri da provocare una considerevole confusione nelle generazio-
ni successive di matematici. John Wallis e Isaac Barrow (1630-

39 lvi, p. 56; in Opera geometrica, ci t., p. 308.


40 Torricelli, De dimensione parabolae, p. 57; in Opera geometrica, cit., p. 309.

119
1677) in Inghilterra, così come Wilhelm Leibniz (1646-1716) in
Germania, sostenevano di avere studiato Cavalieri e imparato
il suo metodo. In realtà i loro scritti mostrano chiaramente che
ne avevano studiato la versione torricelliana, convinti che si
trattasse solo di un'esposizione più chiara del trattato originale.
Questo stato delle cose aveva i suoi vantaggi: Torricelli, invece
di giustificare il proprio metodo, si limita a rinviare i lettori alla
Geometria di Cavalieri dove, assicura, troveranno tutte le rispo-
ste che cercano .. I matematici successivi seguirono il suo esempio
e anche loro, se messi in difficoltà sulle premesse problematiche
degli indivisibili, erano felici di spedire i loro critici a cercare le
risposte desiderate nei poderosi tomi di Cavalieri.

La passione per i paradossi

In realtà ci sono differenze importanti tra il punto di vista di


Cavalieri sugli infinitesimi e quello di Torricelli. La più cruciale
è che nel metodo di Torricelli tutte le linee indivisibili sommate
insieme costituiscono davvero la superficie di una figura, e tutti i
piani indivisibili costituiscono il volume di un solido. Cavalieri,
come si ricorderà, si era sforzato di evitare questa identifica-
zione, parlando di "tutte le linee" come se fossero qualcosa di
diverso da un piano e di "tutti i piani" come qualcosa di diverso
da un solido. Ma Torricelli non si fa di quèsti scrupoli: nelle sue
dimostrazioni passa direttamente da "tutte le linee" all'"area
stessa" e da "tutti i piani" al "volume stesso", senza curarsi del-
le minuzie logiche che tanto preoccupavano il suo predecessore.
Questo espose Torricelli all'accusa di violare gli antichi para-
dossi sulla composizione del continuo, ma la verità è che anche
Cavalieri, a dispetto di tutte le sue cautele, fu di fatto soggetto
alle stesse critiche. L'immediatezza di Torricelli rendeva però il
suo metodo molto più intuitivo di quello di Cavalieri41 •

41 De Gandt, Naissance et métamorphose, cit., p. 219.

120
Il contrasto tra i due è evidente anche nel loro diverso atteg-
giamento nei confronti del paradosso. Il tradizionalista Cava-
lieri cercava di evitarlo a ogni costo e, di fronte alla possibilità
che se ne presentasse qualcuno nel suo metodo, spiegava con
argomentazioni contorte per quale motivo in realtà non fosse
così. Torricelli, invece, nei paradossi ci sguazzava. La raccolta
dei suoi scritti contiene tre diversi elenchi di paradossi e con-
traddizioni generati dall'ipotesi che il continuo sia composto di
indivisibili42 •
Questo può sembrare sorprendente, da parte di un mate-
matico che sta cercando di suffragare l'affidabilità di un meto-
do fondato esattamente su questa premessa, ma per Torricelli
i paradossi hanno uno scopo ben preciso. Non sono semplici
rompicapi divertenti da accantonare quando ci si occupa di ma-
tematica seria; sono invece strumenti di indagine, che rivelano
la struttura reale del continuo. In un certo senso, per Torricelli i
paradossi sono veri e propri esperimenti matematici. In un espe-
rimento si creano situazioni innaturali che spingono i fenomeni
naturali all'estremo, rivelando verità che in circostanze normali
rimangono nascoste. Per Torricelli i paradossi hanno la stessa
finalità: spingono la logica all'estremo e in questo modo svela-
no la vera natura del continuo, non accessibile attraverso mezzi
matematici ordinari.
Torricelli ci presenta decine di paradossi, alcuni dei quali sot-
tili e complessi; ma anche il più semplice coglie il punto essen-
ziale:

Se nel parallelogramma ABCD in cui il lato AB è maggiore


del lato BC, si tracciano un diametro BD contenente il punto
E, e le linee EF ed EG parallele ad AB e BC rispettivamente,
allora EF è maggiore di EG, e lo stesso vale per tutte le parallele
simili. Dunque tutte le linee simili a EF nel triangolo ABD sono
maggiori di tutte le linee simili a EG nel triangolo CDB, e dunque
il triangolo ABD è maggiore del triangolo CDB. E questo è falso,

42 De Gandt, Les indivisibles de Torrice/li, cit., pp. 163-164.

121
A B

Figura 3.8. Il paradosso dei parallelogrammi (basato su Torricelli, De indivisibilium


doctrina perperam usurpata, p. 1).

perché il diametro BD divide il parallelogramma a metà. Quindi


questo ragionamento è sbagliato. 43

La conclusione che i due triangoli siano di area diversa è


assurda, ma sembra una conseguenza diretta del concetto di in-
divisibili. Che fare? I matematici antichi, ben consci delle con-
traddizioni a cui potevano portare gli infinitesimi, decisero di
bandirli dalla matematica. Cavalieri li reintroduce, ma cerca di
eliminare le contraddizioni inserendo regole nelle procedure che
ne evitassero la comparsa. Per esempio insiste sul fatto che per
poter confrontare "tutte le linee" di una figura con "tutte le li-
nee" di un'altra, le linee di entrambe le figure devono essere
parallele a una linea prefissata chiamata regula. Poiché le linee
EF ed EG nel paradosso di Torricelli non sono parallele, secon-
do Cavalieri non possono essere confrontate, e il paradosso è
evitato. In pratica, tuttavia, le limitazioni artificiose di Cavalieri
furono ignorate tanto dai suoi seguaci, che le vedevano come
scomode pastoie, quanto dai suoi critici, che non credevano po-
tessero risolvere i problemi fondamentali.

43 Evangelista Torricelli,
De indivisibilium doctrina perperam usurpata. Exempla
varia, manoscritto, copia digitale: http://tinyurl.com/torricelli-usurpata. Gino
Loria e Giuseppe Vassura (a cura di), Opere di Evangelista Torricelli, Montanari,
Faenza 1919-1944, 2 voll., I, parte seconda, p. 417.

122
Torricelli affronta la questione in modo diverso. Invece di
cercare di aggirare il paradosso, fa un consistente sforzo per
comprenderlo e per capirne il significato in termini di struttura
del continuo. La conclusione è sorprendente: il motivo per cui
le linee parallele a EG producono un'area uguale allo stesso nu-
mero di linee più lunghe parallele a EF è che le linee corte sono
"più larghe" di quelle lunghe. Più in generale, secondo Torricelli,
«che gli indivisibili tutti sieno eguali fra di loro, cioè i punti alli
punti, le linee in larghezza alle linee e le superficie in profondità
alle superficie è opinione a giudizio mio non solo difficile da
provarsi, ma anco falsa»44.
L'idea ha un che di sbalorditivo. Se alcune linee indivisi-
bili sono "più larghe" di altre, allora non significa forse che
si possono dividere, fino a raggiungere la larghezza di quelle
"sottili"? E se le linee indivisibili hanno una larghezza positiva,
non ne segue che sommandone un numero infinito si otterrebbe
un'area infinita, e non per esempio quella dei triangoli ADB e
CDB? Lo stesso vale per i punti con dimensioni positive e su-
perfici con uno "spessore". L'ipotesi sembra assurda ma, insiste
Torricelli, i paradossi indicano che non c'è altra spiegazione.
Non solo: questa è anche l'idea su cui si fonda tutto il metodo
matematico torricelliano.
Per trasformare queste intuizioni di base in un sistema mate-
matico non bastava dire che in linea di principio gli indivisibili
possono differire in dimensione gli uni dagli altri; era necessario
determinare con precisione quanto differiscono. Per far questo
Torricelli torna al paradosso del parallelogramma. Nella figura
lo stesso numero di linee lunghe EF e di linee corte EG produ-
cono esattamente la stessa area. Perché ciò sia vero le linee EG
devono essere "più larghe" esattamente nella stessa proporzione
in cui le linee EF sono "più lunghe", cioè secondo il rapporto tra
BC e BA, che a sua volta è la pendenza della diagonale BD. In

44 Evangelista Torricelli, De infinitis parabolis, manoscritto, copia digitale:


http://tinyurl.com/torricelli-parabolis, p. 296. Loria e Vassura (a cura di),
Opere di Torrice/li, ci r., vol. l, parre seconda, p. 320.

123
un colpo solo Torricelli trasforma una vaga speculazione sulla
composizione del continuo in una grandezza matematica quan-
tificabile e utilizzabile.
Torricelli mostra quindi come usare da un punto di vista
matematico gli indivisi bili dotati di "larghezza", calcolando la
pendenza della tangente di una classe di curve che oggi denote-
remmo con ym = kx" e che lui chiama parabole infinite. In questo
va oltre Cavalieri, che calcolava solo aree e volumi racchiusi da
curve geometriçhe, mai le tangenti. Anzi, l'insistenza di Cavalie-
ri sulla possibilità di confrontare solo l'insieme di "tutte le linee"
o di "tutti i piani" non lasciava spazio per il delicato calcolo
delle tangenti, che sono pendenze calcolate in corrispondenza
di singoli punti indivisibili. Con il suo metodo più flessibile, che
distingue le dimensioni dei diversi indivisibili, Torricelli lo rende
invece possibile. Per prima cosa rimanda ai due poligoni ABEF
e CBEG nel paradosso del parallelogramma. Le due figure,
chiamate semignomoni (trapezi), sono di area uguale, in quanto
completano i triangoli uguali DFE ed EGD per dare i triangoli
uguali ADB e CDB 45 • Questo sarà sempre vero, inoltre, qualun-
que sia la posizione del punto E lungo la diagonale DB, anche
quando venga fatto coincidere con il punto B stesso. Di conse-
guenza la linea BC è uguale in area, o "quantità", alla linea AB,
sebbene questa sia più lunga. Questo è possibile perché, proprio
come il trapezio CBEG, la linea indivisibile BC è "più larga" di
AB esattamente di tanto quanto AB è più lunga.
Ora, fino a quando abbiamo a che fare con linee rette, come
la diagonale BD, i trapezi sono sempre di area uguale e la "lar-
ghezza" degli indivisibili è determinata dal rapporto della pen-
denza. Ma cosa accade se invece di una linea retta abbiamo una
parabola generalizzata, che in termini moderni sarebbe descritta
da ym = kx"? In questa "parabola infinita" le aree dei semigno-
moni non sono più uguali, ma hanno comunque un rapporto
preciso. Come dimostra Torricelli, usando il classico metodo di

De infinitis parabolis, cit., p. 295, e in De


45 Le figure si trovano in Torricelli,
Gandt, Les indivisibles de Torrice/li, cit., p. 187.

124
Figura 3.9. I semignomoni si incontrano in un segmento di una "parabola infinita".
Se il segmento è molto piccolo, o indivisi bile, allora la frazione tra le aree dei
semignomom e n
.. m
o

esaustione, se il segmento di curva è molto piccolo il rapporto


dei due semignomoni è . n
. E se la larghezza dei semignomoni è
quella di un singolo indivisibile, allora il rapporto tra le dimen-
sioni delle linee che si incontrano sulla curva è anch'esso.. n
Il risultato permette a Torricelli di calcolare la pendenza del-
la tangente in ogni punto della "parabola infinita" rappresenta-
ta dalla curva AB nella figura 3.1046 • L'intuizione chiave è che
nel punto B, in cui le due linee indivisibili BD e BG intersecano
la curva, esse intersecano anche la tangente alla curva in quel
punto. E, mentre le "aree" dei due indivisibili stanno nel rappor-
to. n
se si prendono quelli relativi alla curva, se si considerano
quelli relativi alla tangente sono invece uguali (se questa è estesa
fino a formare la diagonale di un rettangolo). Nella figura 3.10,
per esempio, il rapporto tra le "aree" di BD e BG è , ma quel-
lo tra le "aree" di BD e BF è 1. Questo significa che il rapporto
tra le "aree" di BF e BG è • Ora, BF e BG hanno la stessa "lar-
ghezza" nello schema di Torricelli, perché intersecano la curva
BF (o la sua tangente) allo stesso angolo. La differenza tra i due
segmenti sta solo nella lunghezza: ne segue che la lunghezza BF
sta alla lunghezza BG come.. n
Ma BF è uguale a ED, e BG è

46 Torricelli, De infinitis parabolis, cit., pp. 295-297; Loria e Vassura, Opere di


Torrice/li, cit., vol. l, parte 2, pp. 322-333.

125
u
r- J
D

Figura 3.10. Il calcolo di Torricelli della pendenza della "parabola infinita".

uguale ad AD: dunque il rapporto tra l'ascissa ED della tangen-


te e l'ascissa AD della curva è o ED= 111.AD •
BO n n
Pertanto la pendenza ED della tangente nel punto B vale
n.BD l n questo mo d o si puo d etermmare la pen d enza di1 una
rn.AD.
"parabola infinita" in ogni suo punto, conoscendone l'ascissa e
l'ordinata.
L'importanza della procedura di Torricelli va ben oltre l'in-
gegnosità della dimostrazione stessa (che è notevole) e la sfi-
da lanciata alla tradizione matematica. Fin dai tempi antichi,
i matematici si erano tenuti lontani dai paradossi, trattandoli
come ostacoli insormontabili, segnali del fatto che i calcoli li
avevano condotti in un vicolo cieco. Ma Torricelli si stacca da
questa tradizione secolare: invece di evitare i paradossi, li va a
cercare, e li sfrutta a proprio favore. Galileo aveva dissertato
della struttura infinitesimale del continuo, ma si era premurato
di ammettere che il continuo è un grande mistero. Cavalieri ave-
va fatto del suo meglio per evitare i paradossi e conformarsi ai
canoni tradizionali, anche a costo di rendere pesante e involuto
il suo metodo. Ma Torricelli usa spavaldamente i paradossi per
elaborare uno strumento preciso e potente. Invece di bandire il
paradosso del continuo dal dominio della matematica, lo mette
alla base di quella stessa disciplina.
Nonostante i suoi chiari pericoli logici, il metodo di Torricel-
li suscitò una profonda impressione nei matematici dell'epoca.
Anche se costantemente in bilico sul ciglio dell'errore, il metodo
era flessibile e notevolmente efficace: nelle mani di un materna-

126
tico esperto e fantasioso, era uno strumento potente in grado di
portare a risultati nuovi e sorprendenti. Negli anni quaranta del
Seicento si diffuse rapidamente in Francia, dove fu sviluppato
da individui del calibro di Gilles Personne de Roberval e Pier-
re de Fermat (1601-1665), che corrispondevano direttamente
con Torricelli. Anche il frate minimo Marin Mersenne, elemento
chiave della "repubblica delle lettere" europea, era in corrispon-
denza con Torricelli e fece conoscere il metodo in Inghilterra,
dove Wallis e Barrow lo attribuirono erroneamente a Cavalieri.
Rapidamente diffusosi in tutto il continente, il metodo radicale
di Torricelli racchiudeva in sé la potenza e la promessa, oltre ai
pericoli, della nuova matematica infinitesimale.
Torricelli non godette a lungo della fama acquisita. Il 5 otto-
bre 1647 si ammalò e, meno di tre settimane dopo, il25 ottobre,
morì all'età di trentanove anni. In un momento di lucidità poco
prima della morte aveva dato istruzione di portare i suoi mano-
scritti a Bologna e consegnarli a Cavalieri perché pubblicasse
ciò che riteneva opportuno. Ma era troppo tardi. Il 30 novem-
bre, a poco più di un mese da Torricelli, anche Cavalieri morì,
a causa della gotta che lo affliggeva da molto tempo. In pochis-
simi anni la matematica italiana era stata privata del suo faro
Galileo e di due dei suoi principali discepoli. Nel giro di pochi
decenni, questi tre uomini avevano trasformato la matematica,
aprendo nuove strade di progresso e nuove possibilità che furo-
no voracemente afferrate dai matematici di tutta Europa. Una
generazione dopo, il loro metodo degli indivisibili sarebbe stato
trasformato nel "metodo delle flussioni" di Newton e nel calco-
lo differenziale e integrale di Leibniz.
Nella loro patria, tuttavia, Galileo, Cavalieri e Torricelli non
avrebbero avuto successori. Proprio mentre la matematica ita-
liana veniva privata della guida di Galileo e dei suoi discepoli,
infatti, il vento aveva iniziato a soffiare decisamente contro i
loro metodi. La Compagnia di Gesù, che da tempo guardava con
sospetto il metodo degli indivisibili, era scesa in campo. In una
violenta campagna che sarebbe durata decenni, i gesuiti lavo-
rarono senza sosta per screditare la dottrina dell'infinitamente

127
piccolo e togliere ai suoi adepti voce in capitolo nella comunità
matematica. I loro sforzi non furono vani: con il1647 terminava
anche la brillante tradizione matematica italiana. Secoli sareb-
bero passati prima che la terra di Galileo, Cavalieri e Torricelli
diventasse di nuovo patria di matematici di alta levatura.

128
Capitolo 4

Annientare o essere annientati:


la guerra dell'infinitamente piccolo

I pericoli dell'infinitamente piccolo

Il matematico gesuita André Tacquet (1612-1660) era per gli


standard dell'epoca un uomo di mondo. Sebbene non avesse mai
lasciato le native Fiandre, la sua rete di corrispondenti superava
le divisioni religiose, andando dall'Italia alla Francia, includen-
do anche l'Olanda protestante e l'Inghilterra. Solo pochi mesi
prima della sua morte si era intrattenuto con lo studioso olande-
se Christiaan Huygens, che aveva viaggiato fino ad Anversa con
l'intento di incontrare Tacquet, considerato allora l'astro ma-
tematico più splendente uscito dalla Compagnia di Gesù. I due
passarono insieme solo pochi giorni, ma l'intesa fu così perfetta
che il gesuita era certo di aver convinto Huygens a convertirsi
alla fede cattolica (non era così). Tuttavia, in ultima analisi, a
trascendere i pregiudizi del diciassettesimo secolo non era tanto
il fascino personale di Tacquet, quanto la sua eccellenza nella
scienza matematica. In Inghilterra, Henry Oldenburg, segretario
della Royal Society di Londra e tutt'altro che amico dei gesuiti,
fece una presentazione così lunga dell'Opera mathematica di
Tacquet da sentirsi in dovere di scusarsi con i membri dell'ac-
cademia per aver abusato della loro pazienza. Tuttavia era, in-
sistette, «uno dei migliori libri mai scritti sulla matematica» 1 •

1 Henri Bosmans, André Tacquet (S.].) et son traité d'arithmétique théorique


et pratique, in "Isis", IX, 1927, pp. 66-82.
o La fama attribuita a Tacquet si doveva principalmente al suo
libro Cylindricorum et annularium libri IV del 1651, nel quale
dimostrava la perfetta padronanza di tutto lo scibile matemati-
co disponibile all'epoca. Aveva calcolato le aree e i volumi delle
figure geometriche usando sia l'approccio classico sia i nuovi
metodi sviluppati dai suoi contemporanei o recenti predecesso-
ri. Eppure, quando arrivò agli indivisibili, l'equilibrato gesuita
diventò incontenibile:

Non posso considerare il metodo di dimostrazione con gli


indivisibili né legittimo né geometrico [... ] Molti studiosi di
geometria concordano che una linea sia generata dal movimento
di un punto, la superficie dal movimento di una linea, un solido
da quello di una superficie. Ma, una cosa è dire che una quantità
è generata dal movimento di un indivisibile, tutt'altra cosa è dire
che è composta da indivisibili. La verità della prima è del tutto
stabilita; l'altra fa guerra alla geometria a tal punto, che, se non la
distrugge, deve essa stessa essere distrutta. 2

Distruggere o essere distrutti: secondo Tacquet era questa la


posta in gioco quando si trattava di infinitesimi. Parole forti, in
verità, che però non sorpresero i contemporanei del fiammingo.
Dopotutto Tacquet era un gesuita, e i gesuiti erano impegnati
in una campagna costante e senza compromessi per realizzare
esattamente ciò che Tacquet andava sostenendo: eliminare dalla
faccia della terra la dottrina secondo cui il continuo è composto
da indivisibili. Se questa idea avesse dovuto prevalere, non solo
avrebbe distrutto la matematica, ma l'ideale che animava l'inte-
ro impero gesuita.
Quando i gesuiti parlavano di matematica, intendevano la
matematica di Euclide, poiché, come aveva insegnato padre
Clavio, essa era l'incarnazione dell'ordine. Le sue dimostrazio-
ni iniziavano con delle ipotesi universalmente evidenti in sé, per
poi procedere a passi logici fino a descrivere relazioni fisse e

2 André Tacquet, Cylindricorum et annularium libri IV, Meursium, Anversa 1651,


pp. 23-24.

130
necessarie tra oggetti geometrici: la somma degli angoli di un
triangolo è sempre uguale a due angoli retti; la somma dei qua-
drati costruiti sui cateti di un triangolo rettangolo è uguale al
quadrato costruito sull'ipotenusa, e così via. Queste relazioni
sono assolute e innegabili per qualsiasi essere razionale.
Così, cominciando da Clavio, e per i successivi duecento
anni, la geometria fu alla base della pratica matematica gesu-
ita3. Perfino nel diciottesimo secolo, quando la matematica
superiore si era decisamente allontanata dalla geometria e an-
dava verso i nuovi campi dell'algebra e dell'analisi, i matematici
gesuiti si attennero strettamente alla loro procedura pratica ge-
ometrica, che era il segno distintivo inconfondibile della scuola
matematica gesuita. Credevano che se soltanto la teologia e gli
altri campi del sapere avessero potuto replicare la certezza della
geometria euclidea, tutti i conflitti sarebbero giunti al termine.
La Riforma e tutto il caos che ne era derivato non avrebbero
mai attecchito in un mondo con tali fondamenta.
Per i gesuiti, la visione dell'ordine eterno era l'unica ragione
per cui si dovesse studiare matematica. Infatti, come Clavio non
si stancava mai di argomentare con i suoi scettici colleghi, la
matematica incarnava i più alti ideali della Compagnia e, grazie
ai suoi sforzi, le scuole gesuitiche avevano aperto le porte allo
studio e alla coltivazione di questa disciplina. Nel tardo sedicesi-
mo secolo, la matematica era diventata uno dei campi di studio
più prestigiosi nel Collegio Romano e nelle altre scuole gesuite.
Così come per i gesuiti la geometria euclidea era il livello più
alto che la matematica potesse raggiungere, altrettanto il nuovo
"metodo degli indi visibili", sostenuto da Galileo e dalla sua cer-
chia, rappresentava il suo esatto opposto. Là dove la geometria

3 Sulla persistenza della tradizione euclidea tra i matematici gesuiti fino al


diciottesimo secolo, si veda Bosmans, André Tacquet, cit., p. 77. Non è una
coincidenza che alcuni dci libri di testo più comuni sulla geometria euclidea a
quel tempo fossero scritti da gesuiti, inclusi Honoré Fabri. Synopsis geometrica,
Antoine Molin, Lione 1669, e lgnace-Gaston Pardies, Éléments de géométrie, Sé-
bastien Maire-Cramoisy, Parigi 1671. Entrambi questi testi ebbero molte edizioni
nel diciassettesimo e nel diciottesimo secolo.

131
o iniziava con dei principi universali inattaccabili, la nuova dot-
trina cominciava da un'inaffidabile intuizione di base. Mentre la
prima procedeva a passi irrevocabili dal principio generale alle
sue manifestazioni nel mondo, il nuovo metodo dell'infinita-
mente piccolo si muoveva nella direzione opposta, partendo da
quello che era il mondo fisico ed estendendolo ai principi mate-
matici. In altre parole, se la geometria era matematica dall'alto
verso il basso, quella degli indivisibili era dal basso verso l'alto.
Ma la cosa più dannosa era che, mentre la geometria di Euclide
era verità rigorosa, pura e inattaccabile, il nuovo metodo era
crivellato di paradossi e contraddizioni e poteva portare tanto
alla verità quanto all'errore.
Ai gesuiti sembrava che se avessero prevalso gli infinitesi-
mali, l'eterno e inattaccabile edificio della geometria di Euclide
sarebbe stato sostituito da una vera torre di Babele, un luogo di
conflitti e discordie, costruito su fondamenta traballanti, in pro-
cinto di precipitare in qualunque momento. Se per Clavio la ge-
ometria euclidea era il fondamento della gerarchia e dell'ordine
universale, allora la nuova matematica era il suo esatto opposto:
minando la stessa possibilità di un ordine universale, essa con-
duceva a sovversioni e disordini. Tacquet non esagerava quando
diceva che nella lotta tra la geometria e gli indivisibili una do-
veva distruggere l'altra o «essere di essa stessa distrutta» 4 • E fu
esattamente quello che fecero i gesuiti.

I censori (parte prima)

Il problema della struttura del continuo non avrebbe potuto


essere più lontana dalle menti dei primi padri gesuiti, impegnati
com'erano nella battaglia contro Martin Lutero e i suoi seguaci
per la salvezza dell'anima dell'Europa. Il primo gesuita a notare
la questione fu nientemeno che la vecchia nemesi di Clavio al

4 Tacquet, Cylindricorum et annularium, cit., pp. 23-24.

132
Collegio Romano, Benedetto Pereira. Nel1576, quando la bat-
taglia con Clavio sul posto che la matematica doveva occupare
nel curriculum dei gesuiti era al culmine, Pereira pubblicò un
libro sulla filosofia naturale con lo scopo di stabilire gli adegua-
ti principi che dovevano essere adottati dai gesuiti. Seguendo
le linee guida tracciate dai fondatori della Compagnia, Perei-
ra aderiva strettamente agli insegnamenti di Aristotele, quindi
si rifece all'antico filosofo anche per quello che riguardava il
continuo. Come nella migliore tradizione scolastica medievale,
Pereira prima espose la tesi che una linea è composta da punti
separati e presentò tutte le argomentazioni offerte in merito dai
maestri antichi e medievali. Poi demolì le argomentazioni una
per una, fino a quando non poté che concludere, come Aristote-
le, che il continuo è infinitamente divisibile e non composto di
indivisibili5 • È chiaro che Pereira non si preoccupava delle in-
novazioni matematiche e delle relative implicazioni sovversive, e
non aveva motivo per farlo, visto che scriveva decadi prima che
Galileo e i suoi discepoli sviluppassero le loro radicali tecniche
matematiche. E visto che per lui che i gesuiti studiassero mate-
matica oppure no non aveva alcuna importanza, era difficile
che si preoccupasse di quale "tipo" di matematica si dovesse
insegnare. Per lui la questione del continuo era meramente un
argomento di discussione all'interno della filosofia naturale di
Aristotele.
Passarono due decadi abbondanti prima che un altro gesuita,
questa volta molto più autorevole, si occupasse della questione
del continuo: padre Francisco Suarez, principale teologo della
Compagnia di Gesù. Nel 1597, nel suo Disputationes metaphy-
sicae, Suarez dedicò tredici volumi alla questione della compo-
sizione del continuo, ma, come Pereira, affrontò l'argomento in
quanto parte di una discussione più ampia sulla fisica aristote-

5 Benedetto Pereira, De communibtts omnium rerum naturalium principiis, Zanetti


e Tosi, Roma 1576. Per la discussione di Pereira sulla composizione del continuo,
si veda Paolo Rossi, l punti di Zenone, in "Nuncius", XIII, 2, 1998, pp. 378-425;
citazione a pp. 392-394.

133
o lica. Comunque, a differenza di Pereira, il teologo non rifiutò in
maniera perentoria il fatto che il continuo fosse composto da
u indivisibili; ammettendo che la questione era complicata, lasciò
ogni speranza di certezza e cercò una risposta che fosse "appa-
rentemente vera". Citò la dottrina che il continuo è composto
da indivisibili e poi il completo rifiuto degli stessi, argomentan-
do che entrambe erano "posizioni estreme". Proponeva poi del-
le posizioni intermedie, che riteneva più probabili, concedendo
che una soluzione precisa fosse irraggiungibile. Per Suárez, come
per Pereira, l'intera questione era tecnica o, come diremmo noi,
"accademica". Nessuno pensava che ci fosse molto in gioco, ad
eccezione della corretta interpretazione della fisica aristotelica.
Mentre il turbolento secolo di Carlo V, Lutero e Ignazio vol-
geva al termine, un inconfondibile senso di urgenza si insinuò
nelle discussioni dei gesuiti sugli infinitesimi. Al tempo, il gene-
rale superiore, padre Claudio Acquaviva, era sempre più preoc.
cupato della diversità di opinioni all'interno della Compagnia.
Questo era indubbiamente il prezzo del successo, perché, con il
rapido espandersi della Compagnia in quegli anni e la creazione
di centinaia di collegi e missioni in tutto il mondo conosciuto,
molte persone diverse entrarono nella sua orbita. Ma secondo
il generale Acquaviva questa non era una scusa, per i soldati
di Cristo, per deviare dagli insegnamenti corretti della Santa
Madre Chiesa. Per quanto riguardava la gerarchia dei gesuiti,
l'aumento degli accoliti in numero e influenza era una ragione
di più affinché la Compagnia parlasse con una sola voce, chiara
e forte. «A meno che le intelligenze siano contenute entro certi
limiti>> ammoniva padre Leone Santi, prefetto degli studi al Col-
legio Romano alcuni anni più tardi, «le loro escursioni in dot-
trine nuove ed esotiche saranno infinite», il che avrebbe portato
<<grande confusione e turbamento alla Chiesa» 6 • Per prevenire
questo, nel 1601 il generale superiore istituì una commissione
di cinque revisori generali al Collegio Romano, con il potere

6 Feingold, ]esuits: Savants, ci t., p. 30.

134
di censurare qualunque cosa si insegnasse in qualunque scuola
della Compagnia, o si pubblicasse sotto la sua egida. Sotto l'oc-
chio dei revisori, sperava Acquaviva, solo la dottrina corretta
si sarebbe insegnata nelle scuole gesuite, e i libri pubblicati dai
padri gesuiti avrebbero parlato con una sola voce autorevole,
approvata dai superiori dell'autore. Non ci volle molto perché i
revisori iniziassero a promulgare proibizioni sull'insegnamento
e sullo studio degli infinitesimi.
Il primo decreto dei revisori generali sulla composizione del
continuo risale al 16067, quando la commissione aveva solo
cinque anni di vita. Rispondendo a una proposizione mandata
dalle scuole della società in Belgio, in cui si sosteneva che «il
continuo è composto da un numero finito di indivisibili>>, i re-
visori, velocemente e senza alcun commento, decretarono che
la proposizione fosse un "errore di filosofia". Solo due anni più
tardi un'altra comunicazione dal Belgio portò la stessa dottrina
all'esame dei revisori. Questa volta la spiegazione fu più elabo-
rata, ma altrettanto ferma: «Tutti concordano che questo non si
deve insegnare, poiché è improbabile, e inoltre certamente falso
ed erroneo in filosofia, e va contro Aristotele>>. Appena dieci
anni prima, Suárez aveva espresso solo qualche perplessità sul
fatto che il concetto del continuo composto da indivisibili fosse
filosoficamente ragionevole, e aveva offerto alcune alternative.
I revisori, al contrario, lo bandirono del tutto come "falso ed
erroneo".
Cos'era cambiato? I revisori stessi non danno alcuna indica-
zione e i riassunti arrivati fino a noi non contengono particolari
sulle fonti delle proposizioni sottoposte, eccetto il paese di ori-
gine. Ma noi sappiamo che quei primi anni del diciassettesimo
secolo videro un significativo aumento dell'interesse riguardo
all'infinitamente piccolo da parte dei matematici. Nel 1604,
Luca Valerio, all'Università La Sapienza di Roma, pubblicò un
libro su come calcolare il centro di gravità delle figure geome-

7 I decreti del1606 e 1608 si trovano nell'Archivium Romanum Societatis Iesu


(ARSI), manoscritto FG 656 A I, pp. 318-319.

135
triche in cui impiegava rudimentali metodi basati sugli infini-
tesimi8. Valerio era ben noto ai gesuiti, avendo studiato con
Clavio per molti anni e avendo conseguito diplomi di laurea in
filosofia e teologia al Collegio Romano. Il suo lavoro non era
certo ignoto ai padri gesuiti, che probabilmente pensavano di
dover definire meglio la loro posizione su questo nuovo approc-
cio. Sappiamo anche che nel 1604 Galileo, allora all'università
di Padova, stava sperimentando con gli indivisibili la formu-
lazione della sua legge sulla caduta dei gravi 9• Galileo aveva
un'alta opinione di Valerio: anni dopo lo propose come nuovo
membro dell'Accademia dei Lincei e nel suo Discorso del 1638
si riferisce a Valerio come <<nuovo Archimede dell'età nostra» 10 •
Non è chiaro se i due abbiano imparato l'uno dall'altro, o se
abbiano sviluppato le loro idee indipendentemente, ma il loro
lavoro segnò un cambiamento significativo nello stato degli in-
finitesimi: invece di un'antica dottrina discussa da Aristotele e
dai suoi commentatori moderni, gli infinitesimi sembravano ora
entrare nell'arena della matematica contemporanea.
Per i gesuiti fu un cambiamento critico. Clavio aveva solo re-
centemente vinto la sua battaglia per stabilire la matematica nel
nucleo del curriculum dei gesuiti e i matematici dell'ordine ini-
ziavano a venire riconosciuti come esperti nel campo. Quando,
all'inizio del diciassettesimo secolo, gli infinitesimi iniziarono a
invadere la pratica matematica, i gesuiti si sentirono in obbligo
di prendere posizione sul nuovo metodo. Sono compatibili con
l'approccio euclideo, così fondamentale per la pratica matemati-
ca della Compagnia? La risposta dei revisori fu un sonoro "no".
Eppure, nonostante la ferma condanna, non riuscivano a liberar-
si del problema una volta per tutte. I gesuiti dotti in matematica,

8 Luca Valerio, De centro gravitatis solidorum libri tres, B. Bonfadini, Roma 1604.
Sull'uso del metodo degli infinitesimi, si veda Carl B. Boyer, Storia del calcolo e
del suo sviluppo concettuale, a cura di Angelo Guerraggio, Mondadori, Milano
2007 (ed. orig. History ofthe Calculus, 1947).
9 Festa, Quelques aspects de la controverse sur /es indivisibles, cit., p. 196.
10 Galileo Galilei, Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove
scienze, Ludovico Elzeviro, Leida 1638; in Opere, cit., vol. VIII, p. 76.

136
per tutta Europa, seguivano da vicino gli sviluppi della ricerca
ed erano ben consci dell'interesse crescente sugli infinitesimi.
Consapevoli della delicatezza dell'argomento, continuavano a
fare appelli ai revisori, presentando diverse versioni della dottri-
na, ognuna con leggere variazioni rispetto a quelle già censurate.
Di conseguenza, quando i revisori volsero ancora una volta la
loro attenzione all'infinitamente piccolo, la causa scatenante fu
di nuovo uno sviluppo nel campo della matematica.
Johannes von Kepler (Keplero, 1571-1630) viene oggi ri-
cordato come l'uomo che per primo disegnò correttamente la
traiettoria ellittica dei pianeti nel cielo. E non fu meno apprez-
zato durante la sua vita. All'inizio del diciassettesimo secolo era
l'unico scienziato al mondo la cui fama rivaleggiava con quella
di Galileo e, sebbene fosse protestante, aveva la posizione più
ambita dai matematici di tutto il mondo: astronomo di corte del
Sacro Romano Imperatore a Praga. Nel 1609 Keplero pubbli-
cò il suo capolavoro Astronomia nova, in cui dimostrava che i
pianeti si muovono lungo delle ellissi, e non dei cerchi perfetti,
e codificava le sue osservazioni nelle due leggi del moto plane-
tario (la terza legge di Keplero fu pubblicata più tardi, nel suo
libro Harmonices mundi del1619). Per calcolare il preciso moto
dei pianeti, a velocità variabile, lungo la loro orbita, Keplero
fece uso un po' rozzamente degli infinitesimi, ipotizzando che
un arco della traiettoria ellittica fosse composto da un numero
infinito di punti. Sei anni più tardi sviluppò più in dettaglio la
sua teoria matematica in un lavoro dedicato al calcolo del volu-
me esatto delle botti per il vino, in cui calcolò una vasta gamma
di aree e di volumi di figure geometriche usando metodi basati
sugli infinitesimi. Per calcolare l'area di un cerchio, per esempio,
ipotizzò che fosse un poligono con un numero infinito di lati;
una sfera era composta di un infinito numero di coni, ognuno
con la punta nel centro e la base sulla superficie, e così via. In-
titolato Nova stereometria doliorum vinariorum, è un tour-de-
force matematico che suggerisce la potenza dell'approccio siste-
matizzato e reso celebre (e battezzato) da Cavalieri. Ancora una
volta i gesuiti si sentirono obbligati a rispondere, e ancora una

137
o volta toccò ai revisori generali, a Roma. Nel1613 denunciarono
la proposizione che il continuo sia composto da "minimi", o in-
divisibili matematici. Nel 1615 reiterarono la condanna, prima
rifiutando l'opinione che «il continuo sia composto da indivi-
sibili>> e, diversi mesi più tardi, l'opinione che «il continuo sia
composto di un numero finito di indivisibili>> 11 • Questa dottri-
na, sostenevano, <<è proibita nelle nostre scuole [... ] anche se gli
indivisibili sono in numero infinito>>.
Una volta pubblicata, si attivava una macchina ben lubri-
ficata di imposizione della decisione dei revisori. Le numerose
province gesuite sul globo venivano informate del verdetto dei
censori, quindi lo passavano a giurisdizioni più in basso nella
gerarchia. Alla fine di questa catena di trasmissione c'erano i
singoli collegi con i loro insegnanti, che ricevevano istruzioni
sulle nuove regole, su cosa era permesso e cosa vietato. Una
volta che una decisione dei revisori a Roma scendeva per la ge-
rarchia dei gesuiti e raggiungeva il singolo professore, egli di-
ventava responsabile della sua attuazione, nel pieno delle sue
capacità e del suo libero arbitrio, indipendentemente dalle sue
personali opinioni al riguardo. Era un sistema basato sulla ge-
rarchia, sull'esercizio e sulla fiducia, o, come direbbe un osser-
vatore meno ben disposto, sull'indottrinamento. In ogni modo,
non c'era alcun dubbio che fosse efficiente: il pronunciamento
dei revisori diventava legge in tutte le centinaia di collegi gesuiti
nel mondo.

La caduta di Luca Valerio

Il decreto dei revisori del 1615 contro gli indivisibili infiniti


era probabilmente diretto agli ammiratori di Keplero, ma, qua-
lunque fosse il suo intento, fu l'ex gesuita Luca Valerio a cadere

11 La prima condanna, del 1615, datata 4 aprile, si trova all'ARSI, manoscritto FG


656A Il, p. 456. La seconda, datata 19 novembre, è nel manoscritto FG 656A Il,
p. 462.

138
vittima della nuova, più dura posizione della Compagnia. Erano
passati tre anni da quando Galileo aveva proposto Valerio come
membro della prestigiosa Accademia dei Lincei, che serviva da
centro istituzionale dei seguaci di Galileo a Roma. L'accademia
era un circolo esclusivo composto di un gruppo selezionato di
eminenti scienziati e dei loro mecenati aristocratici; Valerio sem-
brava perfetto: non solo era un matematico rinomato per le sue
idee audaci, un professore all'antica Università La Sapienza, ma
era anche un aristocratico e amico personale del papa prece-
dente, Clemente VIII (1592-1605), che era stato suo studente.
Portava con sé prestigio sociale, creatività personale e rispetta-
bilità istituzionale, e i membri dell'accademia prontamente lo
accolsero tra i loro ranghi il 7 giugno 1612. Dal momento della
sua elezione, Valerio acquistò potere tra i Lincei, diventando re-
sponsabile principale per le pubblicazioni dell'accademia.
Valerio, che aveva studiato per anni sotto la direzione di Cla-
vio, rimaneva in ottimi termini con i suoi ex professori e colleghi
al Collegio Romano, e anche questo lo rendeva appetibile ai
Lincei. Al tempo, stanti le crescenti tensioni tra i galileiani e i
gesuiti, Valerio serviva da mezzo di comunicazione e di possibile
compromesso tra le due fazioni. In verità, Valerio non deside-
rava altro al mondo che sanare la ferita tra i suoi due gruppi
di amici. Non sarebbe andata così. Galileo, ignorando la sen-
sibilità dei gesuiti, pubblicò il suo Discorso intorno alle cose
che stanno in su l'acqua, in cui attaccava i principi della fisica
aristotelica, mise in discussione l'interpretazione delle macchie
solari, e fece circolare le sue idee sull'opportuna interpretazione
delle scritture. Per i gesuiti del Collegio Romano questa intru-
sione nella teologia fu la goccia che fece traboccare il vaso, e
decisero di contrattaccare contro l'uomo che avevano una volta
onorato con un'intera giornata di cerimonie, ma ora vedevano
quale un acerrimo nemico.
I gesuiti avevano imparato dai loro errori precedenti. Molte
volte la brillante retorica di Galileo li aveva messi in difficoltà,
facendoli apparire rigidi e didattici pedanti, che si opponevano
al progresso scientifico. Quindi, invece di un dibattito pubblico,

139
portarono la diatriba sul campo in cui il loro potere non era in
discussione: la gerarchia e l'autorità della Chiesa. Nel 1615 il
cardinale Bellarmino formulò la sua opinione contro il coper-
nicanesimo, che ben presto divenne la dottrina ufficiale della
Chiesa. A questa seguì un'ammonizione personale a Galileo,
affinché desistesse dal sostenere la dottrina proibita. Era un'im-
pressionante dimostrazione dell'abilità dei gesuiti di usare l'ap-
parato ecclesiastico per i loro scopi, e una bruciante sconfitta
per i galileiani. Riguardo agli infinitesimi, non ci fu una presa di
posizione pubblica altrettanto determinata. Ma probabilmente
non è una coincidenza che la sentenza dei revisori contro gli in-
divisibili nell'aprile del 1615 coincise precisamente con la pub-
blicazione dell'ammonizione di Bellarmino contro Galileo.
Valerio si sentì sotto assedio. Le due grandi scuole intellet-
tuali che aveva sperato di riconciliare si facevano guerra aperta.
La zona franca in cui egli stesso cercava di rimanere si stava
sgretolando velocemente, e tutti lo tiravano nelle diverse dire-
zioni. Il decreto dei revisori dell'aprile del 1615 sulla compo-
sizione del continuo gli ricordava che, quale matematico soste-
nitore dei metodi degli infinitesimi, non poteva considerarsi al
di fuori della mischia. Quando i revisori ribadirono il decreto
in novembre, aggiungendo che si applicava anche al caso in cui
«gli indivisibili sono in numero infinito>>, probabilmente giunse
alla conclusione di essere il vero bersaglio della decisione. Non
sappiamo quali furono le comunicazioni private, né con i gesuiti
né con i Lincei, ma la pressione doveva essere tremenda. Alla
fine, nel1616, con le sorti dei galileiani sempre più incerte, Vale-
rio prese la sua decisione: rassegnò le dimissioni dall'Accademia
dei Lincei e prese apertamente le parti dei gesuiti.
I Lincei rimasero scioccati. L'appartenenza all'accademia era
un grande onore e nessuno le aveva mai girato le spalle, pri-
ma. Che potesse succedere una cosa del genere era la misura di
quanto fosse precaria la posizione dei galileiani, di fronte all'at-
tacco dei gesuiti. Per niente intimoriti, i Lincei risposero con
decisione: rifiutarono prontamente le dimissioni di Valerio, sulla
base del voto pronunciato da tutti i membri dell'accademia. Va-

140
lerio quindi rimase tecnicamente un Linceo, ma solo di nome:
in una riunione, il 24 marzo 1616, i suoi colleghi lo criticarono
per aver tradito il suo voto di lealtà e per aver offeso sia Galileo
sia il principio di mutua solidarietà tra i membri dell'accademia.
Poi lo bandirono da tutte le riunioni future e, per non sbagliarsi,
gli revocarono il diritto di voto.
Valerio aveva fatto male i conti 12 • I galileiani erano sì sul-
la difensiva, ma avevano ancora la forza necessaria per colpire
il loro ex collega. La sua vita e la sua carriera, di così grande
successo per tanto tempo, si conclusero come in una tragedia
greca. Riconosciuto subito per la sua abilità matematica, si era
innalzato agli onori della fama accademica in Italia, ammirato
e onorato dai conservatori e dagli innovatori. Ma quando non
riuscì più a fare da ponte di comunicazione tra le due fazioni,
fece una scelta che risultò quella sbagliata. Isolato, umiliato, un
paria tra i suoi vecchi amici, Valerio si ritirò e morì meno di
due anni dopo la sua espulsione dall'accademia, una delle prime
vittime della guerra dei gesuiti contro l'infinitamente piccolo.

Gregorio di San Vincenzo

Valerio aveva studiato al Collegio Romano per molti anni,


ma non era un gesuita. A volte, però, gli ufficiali gesuiti do-
vevano gestire non gli intellettuali al di fuori dei loro ranghi,
ma i loro stessi confratelli, intellettuali gesuiti che cercavano di
resistere alle costrizioni poste dai superiori, e facevano del loro
meglio per perseguire le ricerche liberamente, ma aderendo alla
lettera, se non allo spirito, della legge. In questi casi i gesuiti

12 Sull'ascesa e sulla caduta di Valeria, si veda David Freedberg, L'occhio della


lince: Galileo, i suoi amici e gli inizi della moderna storia naturale, Bononia
University Press, Bologna 2007 (ed. orig. The Eye of the Lynx: Galileo, His
Friends, and the Beginnings of Modern Natura/ History, 2002), e la biografia
di Valeria pubblicata su internet da John J. O'Connor e Edmund F. Robertson:
http://www.gap-system.org/-history/BiographiesNalerio.html. Sul suo uso degli
infinitesimi, si veda Boyer, Storia del calcolo e del suo sviluppo concettuale, ci t.

141
o di solito adottavano una posizione più morbida e preferivano
ricordare alla pecorella smarrita il comune legame e l'ideale
u dell'obbedienza volontaria. Affidandosi all'ordine gerarchico e
al valore dell'obbedienza, profondamente radicato, i gesuiti ri-
uscivano a esercitare un controllo molto più stretto sui propri
membri di quanto sarebbero riusciti a fare mediante la dura
repressione disciplinare, la forza o l'intimidazione 13 •
Eppure, mettere in discussione i decreti dell'ordine aveva il
suo prezzo, come scoprì Grégoire de Saint-Vincent (Gregorio
di San Vincenzo) da Bruges. Fiammingo, come il più giovane
Tacquet, Gregorio (1584-1667) fu una delle menti matematiche
più creative mai apparse alla Compagnia di Gesù. Nel 1625,
mentre insegnava al collegio a Louvain, Gregorio sviluppò un
metodo per calcolare le aree e i volumi di figure geometriche,
che chiamò ductus plani in planum. Il suo trionfo più grande,
credeva, fu la soluzione di un antico problema che aveva messo
in scacco i più grandi studiosi di geometria di tutti i secoli: co-
struire un quadrato che avesse la stessa area di un cerchio dato
o, più semplicemente, "la quadra tura del cerchio". Gregorio de-
cise di pubblicare il suo risultato e, da buon gesuita, mandò il
suo manoscritto a Roma per ottenere il permesso. Siccome era
un eminente matematico e i suoi scritti erano tecnici, e difficili
da interpretare, la sua richiesta fu rimbalzata su per la gerar-
chia fino in cima, a Muzio Vitelleschi, il generale superiore della
Compagnia di Gesù.
Vitelleschi esitò: la gran parte dei matematici del tempo pen-
sava (giustamente, come poi si scoprì) che la quadratura del
cerchio fosse impossibile, o perlomeno impossibile con mezzi
euclidei. Chi pensava di aver risolto il problema veniva di solito
tacciato di millanteria, e uno studioso gesuita che sostenesse di

13 Sulle tensioni tra gli intellettuali gesuiti e sugli sforzi delle gerarchie di
controllare la loro ricerca, si veda Feingold, jesuits: Savants, ci t. e Marcus Hell-
yer, "Because the Authority of My Superiors Commands": Censorship, Physics,
and the German ]esuits, in "Early Science and Medicine", I, 3, 1996,
pp. 319-354.

142
aver quadrato il cerchio correva il rischio di portare discredi-
to alla Compagnia. Ancora più preoccupante era il fatto che
il metodo ductus plani in planum di San Vincenzo era sospet-
tosamente simile alla dottrina proibita degli infinitesimi. Non
volendo prendere una decisione su una questione tecnica, Vi-
telleschi passò la patata bollente a padre Grienberger, studen-
te di Clavio e suo successore al Collegio Romano, la più alta
autorità nell'ordine. Grienberger lesse il trattato con cura, ma
anch'egli non era convinto e ne vietò la pubblicazione. Niente
affatto intimidito, San Vincenzo chiese il permesso di recarsi a
Roma e, attenutolo, passò lì due anni in cui cercò di convincere
Grienberger che il suo metodo era valido e non violava il divieto
contro gli infinitesimi. Fallì. In una lettera del1627, Grienberger
informò Vitelleschi che, se non dubitava della correttezza dei
risultati di San Vincenzo, ciò nonostante manteneva serie riserve
sui suoi metodi. Il fiammingo tornò a Louvain a mani vuote e
non pubblicò più niente per tutti i vent'anni successivi. Solo nel
1647, approfittando della morte di Vitelleschi, riuscì a pubbli-
care il suo lavoro. Questa volta, aggirando le autorità romane,
si accontentò dell'autorizzazione del padre gesuita provinciale
delle Fiandre, che permise la pubblicazione dell'opera 14 •
L'esperienza di San Vincenzo è tipica dell'attitudine dei gesui-
ti verso gli indivisibili negli anni che seguirono la proibizione del
1615 e la caduta in disgrazia di Valerio 15 • Gli indivisibili erano
proibiti, certamente, ma sorvegliare sul loro effettivo uso non
era una priorità per la Compagnia. Se venivano a conoscenza
di nuovi metodi matematici che facevano uso dell'infinitamente

14 Al contrario, quando Tacquer pubblicò il suo Cylindricorum et annularium,


quattro anni dopo, anch'egli nelle Fiandre, l'approvazione diceva esplicitamente
che il lavoro era stato letto e approvato da tre matematici della Compagnia. Il
libro di San Vincenzo non aveva alcuna annotazione.
15 Sui problemi di Gregorio di San Vincenzo, si veda Feingold, Jesuits: Savants,
ci t., pp. 20-21; Herman Van Looy, A Chrono/ogy and Historical Ana/ysis of the
Mathematical Manuscripts of Gregorius a Sancto Vincentio (1584-1667), in
"Historia Mathematica", XI, 1, 1984, pp. 57-75; Bosmans, André Tacquet, cit.,
pp. 67-68; inoltre Paul B. Bockstaele, Four Letters from Gregorius a S. Vincentio
to Christopher Grienberger, in" Janus", LVI, 1969, pp. 191-202.

143
o piccolo, i gesuiti entravano in azione, ricordando ai loro mem-
bri che questi non erano permessi. Ma, al di là di ciò, facevano
u ben poco per limitare la diffusione del nuovo approccio. Il fatto
che un gesuita illustre come San Vincenzo avesse sviluppato un
metodo ispirato dagli indivisibili, e che l'avesse mandato ai suoi
superiori a Roma per l'approvazione, testimonia il fatto che si
aspettava un po' di elasticità. La sua domanda di pubblicazione
fu respinta, ma, a parte questo, San Vincenzo non fu punito per
la sua trasgressione. Continuò a mantenere prestigiose posizioni
in diversi collegi dei gesuiti per il resto della sua lunga vita e,
approfittando di un momento opportuno, riuscì perfino a pub-
blicare il suo lavoro, alla fine. In anni seguenti, quando la loro
persecuzione dell'infinitamente piccolo prese un'aria da soluzio-
ne finale, i gesuiti non sarebbero stati così indulgenti.

L'eclissi dei gesuiti

Gregorio di San Vincenzo, si scoprì in seguito, ebbe un tem-


pismo molto fortunato, trovandosi nel mezzo di un momento
di calma della campagna dei gesuiti di liberarsi degli infinite-
simi. Dopo il divieto del 1615, i revisori non tornarono sulla
questione per altri diciassette anni. La ragione aveva molto a
che fare con un cambiamento nelle fortune della Compagnia
stessa. Dopo la vittoria contro Galileo nel 1616, i gesuiti regna-
vano supremi a Roma. Papa Paolo V si era schierato apertamen-
te con loro durante la battaglia contro Galileo, mortificando i
loro detrattori e stabilendo la Compagnia come la depositaria
della verità. Gli avvocati del copernicanesimo erano stati a tutti
gli effetti ridotti al silenzio, e così anche qualunque discussione
sull'infinitamente piccolo. Valerio era stato umiliato e Galileo
non era nella posizione di sfidare l'autorità del Collegio Roma-
no. Nel 1619, papa Paolo V mostrò il suo favore verso i gesuiti
con la beatificazione del seguace di Ignazio, Francesco Saverio,
così come aveva fatto con Ignazio stesso dieci anni prima. Nel
1622 il successore di Paolo V, papa Gregorio XV, completò il

144
processo, rendendo Sant'Ignazio e San Francesco Saverio i primi
santi gesuiti della Chiesa cattolica. Per celebrare l'evento, i gesu-
iti iniziarono a pianificare la costruzione di una nuova magnifi-
ca chiesa dedicata a Sant'Ignazio sul sito del Collegio Romano.
Ma nello Stato assoluto che era la curia papale, l'unica fonte
di autorità e potere che aveva importanza era il favore personale
del papa. Questo non era quasi mai un problema per i gesuiti,
che difendevano la supremazia papale nella Chiesa e i cui mem-
bri dell'élite prestavano personalmente giuramento di obbedien-
za al papa. Non deve quindi sorprendere che la gran parte dei
papi pensasse che fosse nel loro interesse elargire i propri favo-
ri alla Compagnia. Ciò nonostante, esistevano delle eccezioni:
papa Paolo IV (1555-1559), per esempio, fondatore dell'ordine
rivale dei teatini, era ostile ai gesuiti e durante il suo papato la
Compagnia era in sofferenza. Ora, settant'anni dopo, la storia
sembrava ripetersi. Nel luglio del 1623, solo due anni dopo la
sua elezione, papa Gregorio XV morì, gettando nel caos tutti
gli intrighi politici romani. Ci volle un mese di intense manovre
affinché il collegio dei cardinali si accordasse su un successore,
ma quando alla fine fu presa una decisione, fu chiaro a tutti che
una nuova alba era spuntata a Roma: l'eletto fu il cardinale fio-
rentino Maffeo Barberini, che scelse il nome di Urbano VIII. Per
i gesuiti, non ci poteva essere scelta peggiore 16 •
C'erano molte ragioni perché i gesuiti guardassero all'elezio-
ne di Urbano VIII con apprensione. Tanto per cominciare, era
di Firenze, una città orgogliosa della sua tradizione d'indipen-
denza, dove, di conseguenza, i gesuiti avevano poco controllo.
Dopotutto, era stata proprio la protezione del granduca Cosimo
II, a Firenze, a salvare Galileo da conseguenze ben più gravi du-
rante la sua battaglia con i gesuiti nel 1616. Barberini era stato
anche per molti anni nunzio papale in Francia ed era noto per
la sua vicinanza alla corte francese. In verità, fu proprio l'in-

16 Sul cambiamento del clima politico e culturale a Roma attorno all'elezione


di Urbano VIII, si veda Pietro Redondi, Galileo eretico, Einaudi, Torino 1983,
pp. 35-79 e 85-129.

145
o fluenza francese, nella persona del cardinale Maurizio di Savoia,
che assicurò l'elezione di Barberini. I gesuiti, al contrario, era-
no sempre in lite con la monarchia francese e i loro sostenitori
alla Sorbona sulla questione della supremazia papale, e in più di
un'occasione furono banditi dall'insegnamento in Francia per-
ché rifiutavano di prestare giuramento di obbedienza al re. Alla
curia papale, i gesuiti erano fieri sostenitori dei rivali dei fran-
cesi, gli Asburgo (Sacri Romani Imperatori e re di Spagna), che
ritenevano incarnare la migliore speranza di restaurare l'unità
della cristianità. Ma la cosa che forse turbava di più i gesuiti era
il fatto che Barberini fosse un amico personale di Galileo e aves-
se apertamente dichiarato la sua ammirazione per lo scienziato,
le sue scoperte e le sue opinioni. Durante le guerre culturali a
Roma nei dieci anni precedenti, Barberini si era schierato fer-
mamente con Galileo e l'Accademia dei Lincei, nemici dei padri
gesuiti al Collegio Romano.
Non appena insediato, Urbano VIII iniziò a comportarsi in
un modo che confermò i più profondi timori dei gesuiti. Nomi-
nò monsignor Giovanni Ciampoli quale suo segretario partico-
lare e il giovane duca Virginio Cesarini come cameriere segreto e
maestro di camera. Entrambi erano Lincei che avevano tramato
con Galileo per «abbassare l'orgoglio di quelli che si credono
che tutti quelli che desiderono arrivare a qualche perfettione,
habbiano d'uscire dalle scole loro, come dal cavallo Troiano>>,
cioè i gesuiti 17 • A seguito della morte delcardinale Bellarmino
nel 1621, i gesuiti erano rimasti senza un rappresentante nel
collegio dei cardinali e il nuovo papa sembrava soddisfatto della
situazione. Quando nel 1627 i gesuiti presentarono un'istanza
per la santificazione di Bellarmino, Urbano prese tempo. Invece
di rispondere, mise un altro ostacolo nel processo, stabilendo
che dovevano passare almeno cinquant'anni tra la morte di un
candidato e la sua canonizzazione. Ma la cosa più preoccupante
per i gesuiti era che l'ammirazione di Urbano VIII per Galileo,

17 Giovanni Faber, Lettera a Galileo, Roma 15 febbraio 1620, in Galilei, Opere,


cit., vol. XIII, p. 23.

146
e la sua premura di parlarne pubblicamente, non era diminuita
con la salita al soglio papale. Nel 1623, quando Galileo pubbli-
cò Il saggiatore, l'ultima, e più potente, salva nella sua guerra di
parole con il Collegio Romano, il papa lo accolse con entusia-
smo. Accettò pubblicamente un'edizione speciale del libro, con
dedica personale di Galileo, dal principe Federico Cesi, fondato-
re dell'Accademia dei Lincei, e chiese a Ciampoli di leggergliela
a tavola. Come Cesarini, che era presente in queste occasioni,
assicurò a Galileo, il nuovo papa si mostrò divertito e pieno di
ammirazione 18 • Approfittando del favore delle stelle, i Lincei
velocemente accolsero il nipote del papa, Francesco Barberini,
nell'accademia, una mossa la cui lungimiranza fu confermata
quando il papa conferì la porpora cardinalizia al giovane Fran-
cesco. Ora il nipote cardinale, forse la seconda persona più in-
fluente a Roma, era egli stesso un Linceo, mentre i gesuiti erano
da dieci anni senza un proprio cardinale.
Nemmeno la politica estera del nuovo papa aiutò a renderlo
gradito ai gesuiti; in verità, Urbano VIII era una sorta di regres-
so ai papi del Rinascimento, preoccupati più di assicurare la
propria indipendenza, quale principe italiano, che di migliora-
re la propria posizione di guida spirituale della cristianità. Nel
mezzo della guerra dei trent'anni (1618-1648), la più sanguino-
sa tra le guerre religiose, ci si aspettava che il papa si schierasse
fermamente con gli Asburgo, i cui domini imperiali venivano
devastati e che stavano sostenendo tutto l'onere della lotta con-
tro il protestantesimo. Invece Urbano tentò di liberarsi dall'ab-
braccio soffocante degli Asburgo alleandosi con la Francia e il
suo enigmatico primo ministro, il cardinale Richelieu. Piuttosto
che dare il suo supporto alla guerra contro gli eretici, Urbano
costruì il suo personale potere militare e iniziò a tiranneggiare
i potentati vicini, tutti governati da buoni cattolici. Aggiunse il
ducato di Urbino ai propri domini, diventando l'ultimo papa
a espandere il suo dominio temporale, e scatenando le "guerre

18 Virginio Cesarini, Lettera a Galileo, Roma 28 ottobre 1623; in Galilei, Opere,


cit., vol. XIII, p. 141.

147
o di Castro" contro i Farnese, duchi di Parma. Nel 1627, quando
l'antico casato dei Gonzaga a Mantova rimase senza un erede
u maschio, il papa non si peritò di sostenere la successione di un
protestante, Carlo Gonzaga, duca di Nevers, a danno del can-
didato degli Asburgo.
Pur nella stagione del loro scontento, i gesuiti, sempre pii
e sempre attivi, cercavano di dirigere la politica della Chiesa,
allontanandola da un percorso che consideravano disastroso.
Il loro piano si basava su un certo pomo della discordia tra
Roma e Parigi: la questione della supremazia papale. Nel 1625
Antonio Santarelli, professore al Collegio Romano, pubblicò
un'energica difesa del potere papale in un libro con l'imponente
titolo Tractatus de haeresi, schismate, apostasia, sollecitatione
in sacramento poenintentiae, et de potestate Romani Pontificis
in his delictis puniendis. La tesi principale era che i papi regna-
no supremi sui monarchi secolari e hanno perfino il potere di
rimuoverli, se agiscono in maniera dannosa per la fede. Questa
dottrina era tutt'altro che nuova e sembrava evidente ai gesuiti,
che credevano in una rigida gerarchia di Chiesa, Stato e società,
con il papa a capo.
Nel 1610 il cardinale Bellarmino stesso aveva pubblicato il
suo Tractatus de potestate Summi Pontificis in rebus tempo-
ralibus, adversus Gulielmum Barclay, sostenendo più o meno
le stesse idee sul potere papale. Ma, come scoprì il cardinale,
quella che era una verità lapalissiana a Roma si rivelava sedi-
zione a Parigi, dove i Borboni erano occupati a costruire una
monarchia assoluta, in cui l'autorità reale regnava incontrasta-
ta. Il libro di Bellarmino fu condannato pubblicamente dal par-
lamento parigino, i gesuiti furono banditi dall'insegnamento in
Francia per diversi anni e scoppiò una breve crisi diplomatica
tra la corte borbonica e il Vaticano.
Con la pubblicazione del libro di Santarelli nel 1625 a Pari-
gi, i gesuiti cercavano con ogni probabilità di istigare una crisi
simile, che avrebbe costretto il papa, volente o nolente, a torna-
re tra le braccia degli Asburgo.

148
Il piano fallì miseramente 19 • I francesi effettivamente si in-
ferocirono con il libro di Santarelli, ma diressero la loro furia
contro i gesuiti, piuttosto che contro il papa. Il libro fu condan-
nato alle fiamme dal parlamento di Parigi e denunciato dalla
Sorbona e da altre università francesi. Il 16 marzo 1626 i prin-
cipali gesuiti di Francia furono convocati dal parlamento e fu
loro richiesta una pubblica abiura della "malvagia dottrina" di
Santarelli. Di fronte alla minaccia di distruzione dell'intera mis-
sione dei gesuiti in Francia, in caso di rifiuto, i gesuiti umilmente
abiurarono. Se questa umiliazione non fosse stata sufficiente,
un'altra, più grande, li aspettava a Roma: il 16 maggio il papa
convocò Muzio Vitelleschi, generale della Compagnia di Gesù,
e, di fronte ai cardinali e ai prelati della curia, lo castigò pub-
blicamente per il tentativo di sabotare la sua politica verso la
Francia. <<Non contento di denigrarmi in Francia, vuoi anche
distruggermi in Italia>> tuonò il papa. Era un'umiliazione straor-
dinaria per il capo dei gesuiti, e un pubblico ripudio dell'ordine
tutto. Solo quattro anni dopo la canonizzazione di Ignazio, i ge-
suiti, una volta considerati invincibili, erano relegati ai margini
più remoti della curia romana.
Con i gesuiti in sofferenza, i loro nemici prosperavano. Ga-
lileo, che si trovava a Roma a sovrintendere alla pubblicazione
del Saggiatore, nella primavera del 1624 incontrò diverse volte
il papa, con cui si intrattenne in amichevoli discussioni sulla fi-
losofia naturale. Tornò a Firenze in giugno, portando una lettera
del papa che lo definiva "figlio prediletto" e conteneva ardenti
incoraggiamenti per il suo prossimo libro, che a quel punto si
intitolava Discorso sopra il flusso e il riflusso del mare, ma sa-
rebbe diventato Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo.
Galileo credette perfino di aver ottenuto l'implicito consenso
a riaprire la questione del moto della Terra 20, un errore di va-
lutazione che gli costò la libertà, nove anni più tardi. Nell'in-

19 Sull'affare Santarelli, si veda Bangert, Storia della Compagnia di Gesù, cit.,


pp. 200-201, e Redondi, Galileo eretico, cit., pp. 126-128.
20 lvi, p. 60.

149
verno del 1628 l'attitudine al libero pensiero di Galileo e dei
suoi sostenitori arrivò nel profondo del potere dei gesuiti: in una
splendida cerimonia nell'aula magna del Collegio Romano, alla
presenza di numerosi cardinali, il marchese Pietro Sforza Pal-
lavicino (1607-1667), figlioccio del cardinale di Savoia, difese
la sua tesi di laurea in teologia. Il giovane aristocratico era un
astro nascente nei circoli intellettuali romani 21 , con un grande
futuro che lo avrebbe alla fine portato al collegio dei cardinali.
A ventun anni era già membro dell'Accademia degli Incammi-
nati, un brillante circolo letterario, e amico di Galileo. In questa
occasione, si provò tale: la sua tesi era una difesa dell'ortodossia
della dottrina dell'atomismo, che Galileo sosteneva nel Saggia-
tore, oggetto dell'accusa di eterodossia e perfino di eresia. Al
contrario di ciò che sosteneva la nemesi di Galileo, padre Orazio
Grassi del Collegio Romano, l'atomismo, secondo Pallavicino,
era in modo incontestabile perfettamente coerente con la dottri-
na officiale dell'Eucarestia. Solo qualche mese più tardi Palla-
vicino, dopo aver studiato dai gesuiti, divenne membro a pieno
titolo dell'Accademia dei Lincei.
Con le loro fortune al minimo storico, e la loro autorità e
il loro prestigio sotto attacco, i gesuiti a tutti gli effetti sospe-
sero la campagna contro l'infinitamente piccolo. Dopotutto,
in un momento in cui la difesa dell'odiato atomismo si poteva
ascoltare nella loro aula più sacrosanta, come potevano i gesuiti
condannare con credibilità la dottrina correlata degli indivisibi-
li? Quindi tennero un profilo basso per diciassette anni, senza
pronunciare una sola condanna, mentre la matematica dell'in-
finitamente piccolo prendeva piede. Fu durante questi anni che
Cavalieri sviluppò il suo metodo degli indivisibili e, alla fine, si
assicurò la prestigiosa cattedra di matematica all'università di

21 Sulla discussione della tesi di Pallavicina, si veda ivi, pp. 251-253. Padre Grassi
era stato l'oppositore di Galileo in una disputa sulla natura delle comete ed era
il principale bersaglio del Saggiatore. La sua condanna dell'ortodossia dell'ato-
mismo di Galileo è nel suo libro, pubblicato sotto lo pseudonimo Lothario Sarsi:
Orazio Grassi, Ratio ponderum librae et simbellae, Cramoisy, Parigi 1626.

150
Bologna. E fu durante questi anni che Torricelli venne a cono-
scenza della nuova matematica, per mezzo del suo mentore, Be-
nedetto Castelli, e intraprese una carriera che lo avrebbe reso il
più influente esponente della nuova matematica. In tutto questo
periodo i gesuiti osservavano, prendevano appunti e aspettava-
no il proprio momento, con pazienza.

La crisi di Urbano VIII

Il 17 settembre 1631 le armate protestanti di Svezia e Sas-


sonia si scontrarono con le forze cattoliche del Sacro Romano
Impero in una battaglia vicino al villaggio di Breitenfeld, in Sas-
sonia. Alla carica degli imperiali, i sassoni, inesperti, si fecero
prendere dal panico e scapparono dal campo di battaglia, espo-
nendo il fianco dei loro alleati svedesi a un attacco potenzial-
mente devastante. Ma gli svedesi mantennero il terreno: protes-
sero il fianco e poi si lanciarono all'attacco a loro volta. Sotto
la direzione calcolata del re Gustavo II Adolfo, circondarono i
soldati dell'imperatore, infliggendo perdite a migliaia alle trup-
pe, fino ad allora invincibili, del conte di Tilly. In un momento,
la strada fino al cuore della Germania cattolica era spalancata
di fronte alle armate degli svedesi protestanti.
La vittoria svedese a Breitenfeld lasciò l'Europa senza fia-
to, dando un nuovo corso a una guerra che durava ormai da
tredici anni, e che sarebbe durata altri diciassette. Fino a quel
momento le armate del Sacro Romano Impero avevano surclas-
sato e vinto i nemici. Avevano distrutto i nobili di Boemia nella
battaglia della Montagna Bianca, nel 1620, e avevano sconfit-
to i danesi, intervenuti a supporto dei loro correligionari pro-
testanti. L'unione dei principi protestanti, sotto il comando di
Giovanni Giorgio I di Sassonia, si dimostrò non all'altezza dei
generali imperiali, il conte di Tilly e Albrecht von Wallenstein.
Ma nel 1630 Gustavo II Adolfo di Svezia terminò la guerra con
la Polonia e condusse il suo esercito vittorioso nella Germania
settentrionale. Il Sacro Romano Imperatore, Ferdinando II, spe-

151
o rava di mantenere gli svedesi isolati e deboli, ma le sue aspetta-
tive furono deluse all'inizio del1631, quando Gustav si accordò
u con il cardinale Richelieu in Francia. Pur essendo cardinale,
Richelieu era più incline a frustrare le mire di dominazione de-
gli Asburgo in Europa che a promuovere gli interessi della Santa
Madre Chiesa, quindi promise a Gustav di finanziare la sua
campagna in grande. Il risultato di quest'alleanza eterodossa
divenne chiaro sul campo di Breitenfeld, dove i veterani di Gu-
stav (bene armati, ben addestrati e uniti sotto la guida di un re
ispirato) distrussero l'armata più potente dell'impero.
Per più di un anno, dopo la battaglia, gli svedesi imperversa-
rono per la Germania, inarrestabili, come una forza della natu-
ra. Sconfissero di nuovo le armate degli Asburgo nell'aprile del
1632, sul fiume Lech, uccidendo il conte di Tilly e marciando
verso sud, in Baviera. L'esercito di Gustav era ora nel cuore del
cattolicesimo tedesco, saccheggiava le città e dissacrava le chie-
se. I collegi dei gesuiti, simbolo dell'orgoglio del cattolicesimo
rinascente, erano tra i bersagli preferiti degli svedesi. Furono
depredati senza pietà, i libri e i tesori dispersi, i padri studiosi
scacciati. Nel frattempo, Giovanni Giorgio I di Sassonia, appro-
fittando delle vittorie svedesi, invase la Boemia, occupando e
saccheggiando Praga, l'ex capitale del Sacro Romano Impero,
e sciogliendo il famoso collegio dei gesuiti della città. In quel
novembre l'esercito imperiale, ora sotto il comando dell'esper-
to Von Wallenstein, fece un altro tentativo, vicino alla città di
Liitzen, ma le armate svedesi ebbero la meglio ancora una volta.
Solo la morte di re Gustavo II Adolfo in quella battaglia final-
mente rallentò la valanga svedese, portando sollievo ai cattolici.
Quando la notizia si diffuse nell'Europa cattolica, le campane
suonarono a festa da Vienna a Roma e i figli della Chiesa si
riunirono in speciali messe di ringraziamento al Signore, che li
aveva liberati da un nemico tanto spietato.
L'improvvisa crisi delle fortune cattoliche in Germania colpì
la curia papale come un fulmine a ciel sereno. In un solo istan-
te, la politica papale di mettere la Francia contro gli Asburgo
per mantenere la propria autonomia divenne insostenibile. Un

152
conto era fare delle aperture a Richelieu quando l'impero catto-
lico regnava supremo e con i protestanti allo sbando. Un altro
era mantenere questa politica quando Richelieu si alleava con
gli eretici e il destino della Germania cattolica era in pericolo.
Urbano ancora vacillava, ma non per molto: quando sembrò ri-
luttante ad allearsi con gli Asburgo, e giocare il tutto per tutto in
una lotta per la vita o la morte contro le scorrerie degli svedesi,
ci fu chi, a Roma, fu pronto a ricordargli il suo dovere.
Il primo fra questi fu il cardinale Gaspare Borgia (1580-
1645), ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede e capo
dell'opposizione nella curia alla politica papale pro-francese. Di
altrettanta importanza era il fatto che fosse nipote di Francesco
Borgia, duca di Gandia, devoto seguace di Ignazio di Loyola e
terzo generale della Compagnia di Gesù. I legami tra la famiglia
Borgia e i gesuiti rimanevano forti, e Gaspare era un naturale
alleato della Compagnia nelle guerre culturali romane. Il cardi-
nale e i gesuiti avevano combattuto fianco a fianco negli anni
venti del Seicento, contro ciò che interpretavano come la tolle-
ranza di Urbano nei confronti di opinioni pericolose ed eretiche,
prima di tutto quelle di Galileo e dei suoi amici. Politicamente,
il cardinale e i gesuiti erano fieri avvocati di un'alleanza con gli
Asburgo, che avrebbe unito il Sacro Romano Impero, la Spagna
e il papato in una guerra santa contro gli scismatici protestanti.
Messi da parte dall'elezione di Urbano VIII nel1623, Borgia
e i suoi alleati credevano che la crisi della Germania cattolica
potesse fornire l'occasione che aspettavano. L'8 marzo 1632,
nella sala del concistoro in Vaticano, alla presenza del papa e
dei cardinali, Borgia sferrò il suo attacco. Trasgredendo tutte
le regole di protocollo e di decoro, prese di sorpresa Urbano
leggendogli una lettera aperta in cui criticava aspramente la po-
litica estera papale. Denunciò l'empia alleanza franco-svedese e
richiese che il vicario di Cristo in terra facesse sentire la sua voce
apostolica, come le trombe della redenzione, a unire i cattolici in
una lotta titanica contro gli eretici. Scandalizzato dall'insulto al
papa, il cardinale Antonio Barberini (fratello di Urbano) si sca-
gliò contro Borgia, ma fu respinto dalla consorteria di cardinali

153
pro-Spagna e pro-Asburgo che circondavano il messo spagnolo.
Borgia finì di leggere la lettera.
Per un papa, dover ascoltare la lezioncina di un cardinale e
venire accusato di fare il gioco dei nemici della fede era un'umi-
liazione insopportabile. Nei mesi seguenti, Urbano VIII cercò di
mantenere la dignità e riaffermare la sua autorità punendo alcu-
ni dei prelati che gli si erano rivoltati contro nella sua stessa casa
e mandando lettere di indignata protesta a Madrid. Ma i giochi
erano fatti, e il papa lo sapeva. Con il rovesciamento delle fortu-
ne belliche, e il cambiamento negli equilibri del potere politico
a Roma, Urbano VIII era ormai a corto di alternative22 • Si tirò
indietro dalla sua alleanza informale con Richelieu e parteggiò
apertamente per gli Asburgo nella battaglia per salvare la Bavie-
ra e la Boemia dagli svedesi. Il drammatico cambio di direzione
del papa fu avvertito fortemente a Roma, dove, secondo l'amba-
sciatore fiorentino Francesco Niccolini, la sorveglianza dell'or-
todossia e la vigilanza contro gli eretici e gli innovatori erano gli
strumenti di potere del partito spagnolo, in ascesa. Urbano ora
prendeva le distanze dai liberi pensatori e dai Lincei, toglien-
do in effetti la sua protezione a Galileo. Il cardinale Borgia era
l'uomo più potente nella città eterna, secondo solo al papa, e
forse nemmeno a lui. E i gesuiti, che nei nove anni dall'elezione
di Urbano erano stati allontanati dai centri di potere della curia,
tornarono alla ribalta.
Nel1632 i gesuiti erano come un partito politico che torna al
potere dopo un lungo esilio, determinati a lasciare il segno nella
vita politica e culturale di Roma e di tutto il mondo cattolico.
Il loro primo bersaglio fu l'uomo che li aveva umiliati per anni
con i suoi scritti arguti pieni di scherno e, fortunatamente, aveva
fornito loro proprio l'occasione perfetta per colpirlo. Nel mag-
gio del1632 Galileo pubblicò il Dialogo sopra i due massimi si-
stemi del mondo, la versione finale del suo libro sulla causa delle
maree, di cui aveva discusso con il papa anni prima. Il Dialogo

22 Sulla crisi politica a Roma nel 1631 e sull'attacco del cardinale Borgia a Urbano
VIII si veda Redondi, Galileo eretico, cit., pp. 288-292.

154
probabilmente non viola la lettera dell'ammonizione di Bellar-
mino del 1616 contro il copernicanesimo, perché il libro alla
fine si rimette all'autorità della Chiesa sulla questione del moto
della Terra. Però, come qualunque lettore si poté rendere conto,
violava lo spirito dell'ammonizione, presentando con eloquenza
tutti i ragionamenti a favore di Copernico, mentre sminuiva e
ridicolizzava tutti gli argomenti contrari. Galileo, tuttavia, non
era troppo preoccupato, sicuro della protezione del papa e del
suo nipote cardinale all'Accademia dei Lincei.
Ma il tempismo di Galileo non poteva essere peggiore. Invece
della Roma che lui conosceva, in cui i suoi amici Lincei si muo-
vevano nei circoli più esclusivi, mentre i padri gesuiti sbuffava-
no impotenti ai margini, c'era ora una nuova Roma, in cui le
posizioni erano invertite: i gesuiti in ascesa e gli amici di Galileo
in fuga 23 • Il Dialogo era stato autorizzato dai censori vaticani,
ma i nemici di Galileo riuscirono a sostenere che l'autorizzazio-
ne era stata ottenuta sotto false premesse. Galileo fu accusato
di sostenere le idee di Copernico, violando così la dottrina della
Chiesa, come l'ammonizione personale impartita dal cardinale
Bellarmino sedici anni prima.
Fu interrogato tre volte dall'Inquisizione, nel 1632 e nel
1633, l'ultima volta sotto minaccia di tortura. Fu trovato «ve-
ementemente sospetto d'eresia>> 24 e condannato al carcere ad
arbitrio dell'Inquisizione. Dopo aver pubblicamente abiurato
le proprie opinioni, la sua sentenza fu commutata in arresti
domiciliari. Galileo passò il resto della sua vita confinato nella
sua villa ad Arcetri.
Fiumi d'inchiostro sono stati versati sulla persecuzione di
Galileo, con ipotesi che vanno da un insopprimibile conflitto
tra scienza e religione, a un papa Urbano VIII eccessivamente

23 Non tutti riuscirono a salvarsi. Nell'aprile del 1632 a Giovanni Ciampoli, il


Linceo più prominente nella curia, segretario personale del papa stesso, fu dato
l'altisonante titolo di "governatore di Montalto di Castro" e fu esiliato da Roma
sugli Appennini. Non sarebbe più tornato.
24 Gaspare Borgia et. al., Sentenza del Sant'Uffizio, Roma 22 giugno 163;
http://www.minerva.unito.it/Storia/GalileoTesti/GalileoSentenzaOriginale.htm.

155
permaloso e vendicativo contro lo scienziato che, a suo parere,
lo aveva reso ridicolo nel Dialogo. È un dibattito che continua
da quattrocento anni, e di sicuro continuerà ancora per molti
altri, e ognuna delle cause proposte probabilmente ebbe un ruo-
lo negli eventi.
Ciò nonostante, non può essere una coincidenza che il tragi-
co rovesciamento delle fortune di Galileo coincise proprio con
la crisi politica a Roma e il ritorno in auge dei suoi nemici gesu-
iti. La sua caduta in disgrazia fu resa possibile in grande misura
dall'ostilità della Compagnia di Gesù in ascesa.
I gesuiti, proprio quando si preparavano ad accusare Galileo
e metterlo sotto processo, rilanciarono un'altra battaglia, non
tanto visibile pubblicamente, ma altrettanto cruciale per il loro
piano di dare nuova forma al paesaggio politico e religioso: la
guerra contro l'infinitamente piccolo. Rilanciata nel 1632, la
lotta contro quest'idea pericolosa sarebbe ripresa con fiera e
indomabile determinazione per i decenni a seguire. Non sareb-
be terminata finché gli infinitesimi fossero stati completamente
eliminati in Italia e sufficientemente ridotti nel resto dei paesi
cattolici.

I censori (parte seconda)

E così, in un giorno di un'estate romana, il 10 agosto 1632,


i revisori generali si riunirono al Collegio Romano per emette-
re una sentenza sulla dottrina dell'infinitamente piccolo. Come
sempre, la proposizione di fronte ai revisori era stata, presumi-
bilmente, "mandata" a loro per un giudizio; però, stranamente,
nel verbale della riunione non c'è traccia della provincia da cui
originava. È più che probabile che, in questo caso, l'iniziativa
per la sentenza sia arrivata non da qualche provinciale ansioso,
ma dalla gerarchia dei gesuiti a Roma. In verità, per i gesuiti,
la questione era urgente, perché l'insidiosa dottrina sembrava
filtrare nel cuore dell'ordine stesso. Solo qualche mese prima
padre Rodrigo de Arriaga, a Praga, aveva pubblicato il Cursus

156
philosophicus25 , un libro di testo sulle dottrine filosofiche es-
senziali da insegnare nei collegi della Compagnia. Arriaga non
era un padre gesuita qualsiasi. Mandato a Praga dopo la ricon-
quista della città da parte delle forze imperiali nel 1620, aveva
giocato un ruolo di spicco nell'assicurare il controllo dei gesuiti
sulle scuole e sulle università di Boemia. Ben presto diventò di-
rettore della facoltà di arte ed era ora rettore del collegio gesuita
a Praga. La sua autorità intellettuale e la sua fama come inse-
gnante erano tali che diventò un modo di dire: "Pragam videre,
Arriagam audire" ("Vedi Praga, ascolta Arriaga").
Il Cursus philosophicus di Arriaga ebbe un successo imme-
diato tra gli studiosi e gli educatori gesuiti, e tra molti altri al di
fuori dell'ordine. A prima vista, sembrava un testo tradizionale,
perfino un po' datato, modellato sui commentari medievali di
Aristotele. In verità, Arriaga era famoso per la ripresa del vec-
chio formato della "disputa", tipico della scolastica medievale,
in cui si pongono domande su un testo canonico, a cui viene ri-
sposto mediante ampie discussioni. Ma, con orrore dei superiori
di Arriaga, questo libro apparentemente innocuo esponeva alcu-
ne opinioni veramente radicali. Un'intera sezione era dedicata a
una discussione sulla composizione del continuo e le conclusio-
ni non erano affatto accettabili dalle autorità dei gesuiti. Dopo
aver soppesato con cura i vari argomenti a favore e contro la
dottrina degli indivisibili, e dopo averli discussi lungamente, Ar-
riaga arrivò a una conclusione: è più probabile che il continuo
sia composto di indivisibili separati.
Non sappiamo perché Arriaga si sia infilato in questo gine-
praio. Probabilmente fu influenzato dal suo amico Gregorio di

25 Rodrigo de Arriaga, Cursus phi/osophicus, Moretus, Anversa 1632. Su Arriaga e


le sue opinioni sull'infinitamente piccolo, si veda Rossi, I punti di Zenone, cit.,
pp. 398-399; Hellyer, "Because the Authority of My Superiors Commands", cit.,
p. 339; Feingold, Jesuits: Savants, ci t., p. 28; Redondi, Galileo eretico, ci t., pp.
304-306; John L. Heilbron, Electricity in the 17th and 18th Centuries, University
of California Press, Berkeley 1979, p. 107.

157
o San Vincenzo 26 • I due insegnavano insieme a Praga, e quando,
dopo la battaglia di Breitenfeld, furono costretti a lasciare la
u città di fronte ai sassoni invasori, fu Arriaga a salvare i mano-
scritti di San Vincenzo dalla distruzione. Forse Arriaga fu colpi-
to dall'uso degli infinitesimi, e voleva fornire una giustificazione
filosofica ai controversi metodi matematici dell'amico e collega.
Forse Arriaga pensava che la sua posizione nell'ordine lo avreb-
be reso immune alla censura, e poteva anche aver ragione, se
i gesuiti fossero rimasti nell'ombra in cui si erano trovati per
la gran parte del decennio precedente. Ma nel 1632 i gesuiti
a Roma erano di nuovo in sella, determinati a porre fine alla
tolleranza degli eretici e a imporre i loro rigidi dogmi teologici.
In questa nuova Roma, la sfida di Arriaga ai suoi superiori non
poteva rimanere senza risposta. Il verbale che documenta la riu-
nione dei revisori quel giorno, firmato da padre Bidermann e dai
suoi quattro colleghi, è conservato negli archivi della Compa-
gnia di Gesù a Roma. Come richiede la gravità della questione,
il testo è insolitamente formale. Occupa un'intera pagina del
registro dei revisori, invece del solito paio di righe, e inizia con
un'intestazione imponente: "Giudizio sulla composizione del
continuo dagli indivisi bili".
Riferendosi ad Arriaga velatamente, dice:

Questo ci è stato richiesto di esaminare, proposto da un


certo professore di filosofia, sulla composizione del continuo. Il
continuo permanente può essere costituito di soli indivisibili fisici,
o corpuscoli atomici identificati da parti matematiche. Quindi i
corpuscoli si possono distinguere gli uni dagli altriY

26 Sull'amicizia tra Arriaga e San Vincenzo, si veda Van Looy, A Chronology


and Historical Analysis, cit., p. 59.
27 Il decreto dei revisori è conservato nell'ARSI come manoscritto numero FG 657,
p. 183. È anche riprodotto in Festa, La querelle de /'atomisme, cit., e citato in
francese in Festa, Quelques aspects de la controverse sur /es indivisibles, ci t., e in
Massimo Bucciantini e Maurizio Torrini (a cura di), Geometria e atomismo nella
scuola galileiana, Olschki, Firenze 1992, p. 198. Uno speciale ringraziamento alla
professoressa Carla Rita Palmerino della Radboud Universiteit a Nijmegen, in
Olanda, per aver reso disponibili le sue note dagli archivi dei gesuiti.

158
La terminologia medievale usata dai revison e piuttosto
opaca, ma il significato della dottrina proposta è chiaro: ogni
grandezza continua, fisica o matematica, è composta da parti di
indivisibili, irriducibili, che si possono identificare una per una.
Di fronte ai revisori si trovava la dottrina dell'infinitamente pic-
colo, la base della matematica infinitesima di Galileo, Cavalieri
e Torricelli.
Il giudizio dei revisori fu spietato:

Giudichiamo questa proposizione non solo contraria alla


dottrina comune di Aristotele, ma anche improbabile, e nella
nostra Compagnia è sempre stata condannata e proibita. Nel
futuro, non può considerarsi permessa dai nostri professori.

E fu tutto. La dottrina dell'infinitamente piccolo era ora ban-


dita dalla Compagnia di Gesù per l'eternità. Né filosofi come
Arriaga, né matematici come San Vincenzo potevano da lì in poi
permettersi di sostenere le loro teorie sovversive all'interno della
Compagnia. La posizione dell'ordine era stata chiarita e tutti i
gesuiti che avessero messo in discussione questo dogma avreb-
bero dovuto affrontare la censura da parte degli alti ranghi.
Una volta pronunciato, il verdetto fu comunicato a tutte le
istituzioni gesuite sparse in giro per il mondo. Il processo era
di routine, e di solito era responsabilità degli scrivani e dei se-
gretari che gestivano la corrispondenza ordinaria tra Roma e
le province. Ma dal momento che si trattava dell'infinitamente
piccolo, questo non fu ritenuto sufficiente: il comando di de-
sistere dall'insegnare, credere, o perfino considerare la dottri-
na venne direttamente dal generale superiore dell'ordine. Solo
qualche anno prima, il generale Muzio Vitelleschi era stato
pubblicamente umiliato dal papa, dopo l'affare Santarelli. Ora
che era sul punto di riformare la vita culturale e intellettua-
le dei cattolici, Vitelleschi era determinato a fare sì che, sulle
questioni d'importanza, la Compagnia parlasse con una voce
sola, onnipotente. Il generale si mosse in fretta. Appena sei mesi
dopo la stesura dell'editto dei revisori, scriveva a padre lgnace

159
Cappon, al collegio gesuita di Dole, nella Francia orientale, per
lamentare che le sue ripetute istruzioni rimanevano ignorate 28 •
«Per quanto riguarda l'opinione sulle quantità costituite da
indivisibili» scrisse seccato «ho già scritto alle province molte
volte che non è in alcun modo approvata da me e finora non ho
permesso a nessuno di proporla, o di difenderla». In verità, ave-
va fatto del suo meglio per sopprimere la dottrina: «Se qualcu-
no l'ha mai esposta, o difesa, è stato a mia insaputa. Piuttosto,
io ho dimostrato chiaramente al cardinale Giovanni de Lugo
stesso che non desidero che i nostri membri parlino di questa
opinione, e la diffondano». Il generale ingaggiò personalmente
la battaglia per rimuovere ogni traccia della dottrina offensiva
dalla Compagnia.
I confini erano chiari. Da una parte i gesuiti, determinati a
cancellare la dottrina dell'infinitamente piccolo. Dall'altra una
piccola armata di matematici, che ancora guardavano a Galileo
come alloro capo indiscusso, nonostante la pubblica umiliazio-
ne. E la lotta infuriava. Nel1635, Cavalieri pubblicò Geometria
indivisibilibus, contenente la più sistematica esposizione del me-
todo degli indivisibili. Tre anni più tardi, Galileo pubblicò il Di-
scorso in Olanda, incluso il paradosso della ruota di Aristotele
e la sua discussione degli infinitesimi. L'enorme considerazione
in cui era tenuto Galileo assicurava che il suo punto di vista
sarebbe stato preso molto seriamente da tutti gli studiosi d'Eu-
ropa e il suo elogio di Cavalieri stabilì il monaco gesuata come
l'autorità indiscussa sugli indivisibili. Come risposta, i gesuiti
colpirono con reiterate condanne dell'infinitamente piccolo. Da
questo punto in poi si vide un flusso ininterrotto di denunce del-
la dottrina condannata dai pulpiti dei revisori generali a Roma.
Il 3 febbraio 1640, per esempio, i revisori furono chiamati
a commentare la proposizione: <<Il continuo successivo [... ] è

28 Lettera del generale Muzio Vitelleschi a lgnace Cappon, 1633, citata in Michael
John Gorman, A Matter of Faith? Christoph Scheiner, ]esuit Censorship, and the
Triai of Galileo, in "Perspectives on Science", IV, 3, 1996, pp. 297-298. Citata
anche in Feingold, ]esuits: Savants, ci t., p. 29.

160
composto di indivisibili separati>> e la loro sentenza fu che «la
dottrina è proibita nella Compagnia» 29 • Nel gennaio del 1641,
ancora una volta furono loro presentate idee <<inventate, o inno-
vate da certi moderni», inclusa la proposizione che <<il continuo
è fatto di indivisibili che si espandono e si contraggono» 30 • En-
trambe le proposizioni, decretarono i revisori, erano «contrarie
all'opinione solida e comune». 1112 maggio 1643, la misero giù
dura contro un autore che preferiva Zenone ad Aristotele: <<Non
approviamo, né concediamo» scrissero <<poiché è contrario alla
costituzione e alle regole della Compagnia, come pure ai decreti
della Congregazione Generale» 31 •
Si stabilì una sorta di rituale. A Roma i gesuiti erano abba-
stanza forti da zittire qualunque discussione sulla dottrina proi-
bita; ma, più lontano, alcuni matematici riuscivano a difenderla
e a promuoverla. Torricelli, per esempio, era a Roma negli anni
trenta del Seicento e continuava in privato a lavorare sulla nuo-
va matematica, ma non pubblicava una pagina. Invece ci vollero
solo due anni dopo il suo insediamento alla corte dei Medici
a Firenze come successore di Galileo perché pubblicasse il suo
scritto Opera geometrica, contenente il frutto del suo lavoro si-
lenzioso a Roma. Pur protetto dalla sua posizione a corte, Torri-
celli cercò di evitare il conflitto aperto con i suoi potenti critici.
Al contrario di Galileo, non ingaggiò direttamente battaglia con
loro nel libro, ragionando sui meriti del metodo, o ridicoliz-
zando le loro ragioni. Lasciò che i suoi autorevoli risultati si
difendessero da soli, cosa che fecero egregiamente: l'Opera ge-
ometrica fu ammirata e imitata dai matematici dalla Germania
all'Inghilterra. In Italia l'ombra lunga della Compagnia di Gesù
era sufficiente ad assicurare che nessun matematico esprimes-
se un simile entusiasmo per il lavoro di Torricelli. Ma i gesuiti
presero nota del suo successo e si prepararono a contrattaccare.

29 ARSI, manoscritto n. FG 657, p. 481.


30 lvi, p. 381. Citata e discussa in Festa, Quelques aspects de la controverse sur /es
indivisibles, cit., pp. 201-202.
31 ARSI, manoscritto n. FG 657, p. 395.

161
Tre anni più tardi, Cavalieri sparò l'ultimo colpo di cannone
nella guerra sull'infinitamente piccolo. Quale professore di ma-
u tematica all'università di Bologna, godeva della protezione del
suo ordine, i gesuati di San Girolamo, e del senato bolognese,
al quale dedicò diversi scritti. Come Torricelli e Cavalieri, era di
Roma, e si trovava in una posizione in cui poteva permettersi di
rischiare di incorrere nell'ira dei gesuiti dominanti. Nel1647 era
in ogni caso malato terminale e non aveva ragione di temere le
ritorsioni future.dei suoi nemici.
Poco prima della sua morte, riuscì a vedere la pubblicazione
del suo secondo, e ultimo, libro sugli indivisibili, Exercitationes
geometricae sex. Per quanto riguarda il metodo matematico, le
Exercitationes contenevano poche novità, per chiunque aves-
se familiarità con il monumentale Geometria indivisibilibus di
Cavalieri. In realtà, nessuno, eccetto l'autore, trovò alcuna dif-
ferenza fondamentale tra i due, ma questo libro giocò un ruolo
ben diverso e significativo nella lotta sugli infinitesimi: in una
sezione affatto nuova, Cavalieri attaccò direttamente il mate-
matico gesuita Paolo Guidino, che aveva criticato aspramente
l'approccio di Cavalieri.
Era l'ultima parola sugli indivisibili da parte di chi era ri-
conosciuto universalmente come la maggiore autorità sull'ar-
gomento, ma non riuscì ad arginare la marea delle censure dei
gesuiti. Nel1649 i revisori valutarono due diverse varianti della
dottrina degli infinitesimi, proposte dai gesuiti milanesi. Come
al solito, decretarono che la dottrina era proibita e che non si
poteva insegnare nelle scuole della Compagnia32 •

L'umiliazione del marchese

L'opinione di Arriaga sul continuo fu inequivocabilmente


condannata da padre Bidermann e dai suoi revisori nel 1632,

32 lvi, p. 475.

162
ma il Cursus philosophicus, ciò nonostante, prosperava 33 • Non
solo il libro manteneva la sua popolarità, ma Arriaga riuscì ad
assicurarsi il permesso dai suoi superiori di pubblicare nuove
edizioni ogni qualche anno e l'ultima apparve due anni dopo
la sua morte, avvenuta nel 1667. La ragione di questa indul-
genza non era, come Arriaga sembra suggerire nell'introduzione
all'edizione postuma, che aveva pubblicato le sue opinioni in
buona fede, ed esse <<non riguardano questioni di fede», perché
tali considerazioni non avevano mai fermato le gerarchie gesuite
dal prendere posizioni molto dure contro il sostegno agli indi-
visibili. Era certamente l'immensa popolarità di Arriaga come
insegnante e la sua reputazione come uno dei più grandi intellet-
tuali d'Europa a permettere la pubblicazione del suo libro non
ortodosso.
Arriaga portava prestigio intellettuale a un ordine ansioso
di stabilire il proprio dominio culturale su tutta l'Europa e i
generali gesuiti pensavano quindi che fosse meglio }asciarlo in
pace. Ma, una volta morto, non c'era più bisogno di tollerare
tale dissenso. L'edizione del 1669, approvata prima della morte
di Arriaga e pubblicata poco dopo, sarebbe stata l'ultima del
Cursus philosophicus.
Almeno un altro gesuita di rango cercò di emulare l'esempio
di Arriaga: il marchese Pietro Sforza Pallavicino, che, quand'era
un giovane scapestrato, aveva osato sfidare i gesuiti in un di-
scorso pubblico nelle loro stesse aule, a Roma. Quando il cli-
ma politico a Roma cambiò a sfavore dei galileiani, Pallavicino
pagò il prezzo di quell'audacia. Nel 1632 fu esiliato dalla corte
papale e inviato a governare le città provinciali di Jesi, Orvieto
e Camerino. Ma nel 1637 il marchese si era già stufato della
vita bucolica ed era prontq a vedere la luce: con una mossa che
lasciò la società romana del tempo sbalordita, Pallavicino prese
i voti ed entrò nella Compagnia di Gesù come novizio.

33 Su Arriaga e sulla storia della pubblicazione del suo Cursus philosophicus,


si veda Hellyer, "Because the Authority of My Superiors Commands ", ci t.,
pp. 339-341.

163
o Per i gesuiti fu un colpo inaspettato. Non solo Pallavicino era
un nobile d'alto rango, rinomato come poeta e studioso, ma era
anche famoso per le sue aperte critiche contro la Compagnia.
Niente dimostrava il trionfo dei gesuiti quanto la diserzione del
brillante marchese dal campo nemico, per aggiungersi ai loro
ranghi quale umile novizio. Eppure, Pallavicina non era un no-
vizio qualunque 34 • A Clavio, di umili origini, ci vollero vent'an-
ni per passare da novizio a professore al Collegio Romano. Il
nobile Pallavicino compì lo stesso percorso in due anni, prima
di venire nominato professore di filosofia, un onore a cui Cla-
vio non arrivò mai. Sembra probabile che il generale Vitelleschi
avesse stretto un patto con il giovane marchese, promettendo-
gli un apprendistato veloce e una prestigiosa nomina a Roma
in cambio del suo ingresso nella Compagnia. In ogni caso, nel
1639 Pallavicina insegnava filosofia al Collegio Romano e di-
versi anni più tardi occupò anche la cattedra di teologia, l'apice
della carriera accademica nel collegio. Nel 1649 pubblicò una
difesa comprensiva dei gesuiti, intitolata Vindicationes Societa-
tis Iesu, compito quanto mai appropriato per chi, qualche anno
prima, era stato tra i più veementi critici della Compagnia. A
seguito di una personale richiesta del papa, firmò una storia del
concilio di Trento, intesa come risposta ufficiale alla storia con-
troversa (e diffamatoria, secondo il papato) pubblicata dal ve-
neziano Paolo Sarpi nel1619. I tomi di Pallavicina uscirono nel
1656 e nel 1657 con il titolo [storia del Concilio di Trento e gli
valsero l'onore maggiore della sua vita: la porpora cardinalizia.
La carriera di Pallavicina tra i gesuiti passò da un trionfo
all'altro, ma negli anni quaranta ci fu qualche battuta d'arre-
sto. Nonostante avesse disertato il campo galileiano, unendo-
si ai suoi nemici, il marchese si riteneva ancora un pensatore

34 Su Pietro Sforza Palla vicino e sulla sua carriera, si veda Redondi, Galileo eretico,
cit., pp. 332-333; Hellyer, "Because the Authority of My Superiors Commands",
cit., p. 339; Festa, La querelle de /'atomisme, cit., pp. 1045-1046; Festa, Quelques
aspects de la controverse sur /es indivisibles, cit., pp. 202-203; Feingold, Jesuits:
Savants, cit., p. 29.

164
progressista e un ammiratore di Galileo35 • Era chiaro che una
tale lealtà residua al nemico sconfitto dai gesuiti avrebbe susci-
tato il sospetto delle gerarchie della Compagnia e, invero, Pal-
lavicina fu frequentemente sottoposto allo scrutinio dei revisori
per ciò che chiamavano dottrine innovative36 • Ciò nonostante,
senza dubbio incoraggiato dall'esempio di Arriaga, e convinto
che la sua posizione lo avrebbe protetto dalla censura, Pallavi-
cino andò avanti, insegnando le sue opinioni non ortodosse agli
studenti del Collegio Romano 37 • Ma il marchese aveva fatto
male i suoi conti. Forse se ne rese conto egli stesso, perché nelle
Vindicationes ricorda di aver dovuto <<affrontare una battaglia,
diversi anni fa>> quando voleva esprimersi su una questione che
considerava «comune, e ben nota>>. Pallavicino, sembra, fu criti-
cato, e forse censurato, per le sue posizioni, ma non era tipo da
ammettere di essere nell'errore. Al contrario, insiste, sebbene le
proposizioni di cui parla potrebbero essere false, in una Com-
pagnia così dedicata al bene degli studenti, «una certa libertà di
parlare di posizioni meno accettate dovrebbe, fino a un certo
punto, non essere eliminata, ma incoraggiata>>.
Pallavicino cercò di affrontare l'incidente con il sorriso sulle
labbra, ma un'immagine più reale degli eventi emerge da una
lettera furiosa dal generale superiore Vincenzo Carafa, succes-
sore di Vitelleschi, a Nithard Biber, a capo della provincia della
Germania meridionale. «Quando vengo a sapere che nella Com-
pagnia c'è chi segue Zenone, chi dice in un corso di filosofia
che una quantità è composta di soli atomi, si sappia che io non
approvo>> scrisse il generale superiore il 3 marzo 164938 • «E
siccome a Roma padre Sforza Pallavicino insegnava queste cose,

35 Redondi, Galileo eretico, cit., p. 333.


36 Sui conflitti di Palla vicino con i revisori e il generale Carafa, si veda Claudio
Costantini, Baliani e i gesuiti, Giunti, Firenze 1969, pp. 98-101.
37 Pallavicino allude ai suoi problemi in Pietro Sforza Palla vicino, Vindicationes So-
cietatis Iesu, Dominic Manelphi, Roma 1649, p. 225. Citato e discusso in Festa,
Quelques aspects de la controverse sur /es indivisibles, cit., pp. 202-203.
38 Lettera di Vincenzo Carafa a Nithard Bi ber, 3 marzo 1649, in Georg Michael
Pachtler (a cura di), Ratio studiorum et institutiones scholasticae Societatis ]esu,
Biblio-Verlag, Osnabriick 1968, III, 76, doc. n. 41.

165
o gli fu ordinato di ritrattare, durante le lezioni>>. Era una risposta
dura e indubbiamente un'esperienza umiliante per il marchese,
u essere costretto a ritrattare le sue stesse parole di fronte agli
studenti.
La durezza dell'esperienza ha un'eco nelle Vindicationes,
ma, come membro di un ordine che apprezza l'obbedienza su
ogni altra qualità, rifiutare un comando diretto da un supe-
riore era impossibile. Quindi Pallavicino dovette ingoiare l'or-
goglio, ritrattare i suoi insegnamenti sull'infinitamente piccolo
e, imparata la lezione, ricominciò a scalare silenziosamente la
gerarchia dei gesuiti. La lettera di Carafa a Biber spiega che il
generale non poteva permettere nemmeno al marchese di inse-
gnare la dottrina proibita. Quando aveva scritto per censurare
un professore che la insegnava in Germania, continua Carafa, il
professore rispose, «come scusa, che Arriaga e un certo porto-
ghese avevano espresso queste opinioni in certe pubblicazioni>>.
Il generale però non ne voleva sapere: «Io allora risposi che,
pubblicati questi [due] lavori, non ce ne sarebbe stato un ter-
zo>>. Arriaga (così come il portoghese senza nome) era un caso
particolare, generato in tempi di maggiore lassismo. Ma nessu-
no, nemmeno il marchese Pallavicino, poteva considerarli dei
precedenti. La dottrina dell'infinitamente piccolo era proibita
per tutti i gesuiti, e chiunque osasse promuoverla ne avrebbe
sofferto le conseguenze.

Una soluzione permanente

Nel momento stesso in cui il generale ammoniva personal-


mente i suoi subordinati e umiliava pubblicamente i gesuiti ec-
cessivamente orgogliosi, la pressione aumentava per trovare una
soluzione permanente al problema del dissenso nella Compa-
gnia. Già nel 1648 Carafa aveva istruito i revisori di spulciare
i loro registri e trovare una lista delle dottrine che si sarebbero
dovute permanentemente bandire dall'ordine. Quando, dopo
la morte di Carafa, la congregazione generale dell'ordine eles-

166
se Francesco Piccolomini quale preposito generale nel dicembre
del 1649, lo incaricò di continuare l'iniziativa del predecessore.
Nell'anno e mezzo successivo, un comitato si riunì e stilò una
lista di dottrine proibite. I risultati delle loro fatiche furono pub-
blicati nel 1651, come parte dell'Ordinatio pro studiis superio-
ribus39, pensata per conservare la «solidità e l'uniformità della
dottrina>> della Compagnia. Da quel momento in poi, qualun-
que gesuita, in qualunque luogo del mondo, avrebbe avuto ac-
cesso a una lista autorevole di quali dottrine fossero considerate
proibite dal suo ordine e non dovessero essere insegnate.
Le sessantacinque tesi filosofiche citate nell'Ordinatio (ce
ne sono anche venticinque teologiche) formano un'accozzaglia
un po' eclettica. Alcune proposizioni bandite trasgredivano le
interpretazioni accettate della fisica aristotelica, come <<La ma-
teria può in natura esistere senza forma>> (numero 8), oppure
<<La pesantezza e la leggerezza non differiscono per specie, ma
solo secondo più o meno>> (numero 41). Alcune sfioravano il
materialismo, come <<Gli elementi non sono composti di forma
e materia, ma solo di atomi>> (numero 18). Altre tesi vennero
bandite perché mettevano in discussione l'onnipotenza divina,
come <<Esiste una creatura così perfetta, che Dio non ne può
creare una più perfetta>> (numero 29); altre perché sostenevano
il moto della Terra (numero 35) o la cura delle ferite a distanza,
per magia (numero 65). Ma almeno quattro delle proposizioni
condannate affrontavano direttamente la questione della com-
posizione del continuo:

39 Francesco Piccolomini, Ordinatio pro studiis superioribus, Roma 1651 (versione


digitale disponibile qui: http:/ltinyurl.com/ordinatio). Le sessantacinque tesi
filosofiche bandite sono a pp. 20-26, le venticinque tesi teologiche a pp. 26-29.
Disponibili anche in Patchler, Ratio studiorum, ci t., pp. 90-94 e 94-96. Per una
discussione sull'Ordinatio, sulle sue origini e sui suoi effetti, si veda Hellyer,
"Because the Authority of My Superiors Commands", cit., pp. 328-329. È anche
citata in Feingold, ]esuits: Savants, ci t., p. 29; Carla Rita Palmerino, Two ]esuit
Responses to Galileo's Science of Motion: Honoré Fabri and Pierre le Cazre, in
Mordechai Feingold (a cura di), The New Science and ]esuit Science: Sevente-
enth-Century Perspectives, Kluwer Academic Publishers, Dordrecht 2003, p. 187.

167
o 25. Il continuo delle successioni, e l'intensità delle qualità con-
sta solo di indivisibili.
u 26. Esistono punti che cambiano dimensione, e di questi è fatto
il continuo.
30. L'infinito, in numero o grandezza, si può racchiudere tra
due unità, o due punti.
33. Nel continuo si trovano piccoli vuoti, pochi o tanti, piccoli
o grandi, a seconda della rarefazione o della densità.

La tesi 25 è la più comprensiva delle quattro e si riferisce a


qualunque possibile tipo di continuo, e alla sua composizione.
La questione dell'"intensità delle qualità" si riferisce alle dispute
medievali in cui l'intensità di qualità come "caldo" o "freddo"
esisteva su un gradiente, il che poneva la questione se cì fosse un
numero infinito di gradi di queste qualità che formava un con-
tinuo. La tesi 26 era la risposta a una speculazione comune nel
diciassettesimo secolo su cosa causa il cambiamento di densità
di un materiale, una questione considerata tra le sfide più diffi-
cili per la teoria atomica della materia. La tesi sosteneva che la
materia fosse composta di innumerevoli punti "gonfiabili" la cui
dimensione in ogni istante era determinata dal grado di densità o
rarefazione, ma per i gesuiti questo non era più accettabile della
dottrina, più semplice, che il continuo fosse composto di indivi-
sibili. La tesi 30 è la più esplicitamente matematica delle quattro,
e si riferisce direttamente al metodo degli indivisibili praticato
da Cavalieri e Torricelli, che si basa sulla divisione di segmenti o
figure in un numero infinito di parti indivisibili. La tesi 33 sem-
bra riferirsi alla teoria di Galileo sul continuo così com'è esposta
nel Discorso del1638. Basandosi su un'analogia con la materia,
e il paradosso della ruota di Aristotele, Galileo conclude che il
continuo è disseminato da infiniti piccolissimi vuoti. Tra tutte,
queste quattro proposizioni racchiudono le diverse varianti del
metodo degli indivisibili sotto esame a metà del diciassettesimo
secolo. Tutte erano bandite, inequivocabilmente.
L'Ordinatio del1651 fu un punto di svolta nella battaglia dei
gesuiti contro l'infinitamente piccolo. La proibizione della dot-

168
trina era ora permanente, e appoggiata dalla maggiore autorità
dell'ordine, la congregazione generale. Stampata, pubblicata e
divulgata ampiamente, fu portata all'attenzione di ogni padre
gesuita che insegnasse in qualunque istituzione della Compa-
gnia nel mondo. I colpi successivi dei revisori, che ogni due anni
pubblicavano le loro censure della dottrina, erano alla fine. Non
c'era bisogno di alcuna condanna ulteriore: la proibizione era
ora permanente e obbligatoria, e ogni membro dell'ordine lo
sapeva bene. E così fu per il secolo successivo, rimanendo l'Or-
dinatio la guida fondamentale per l'insegnamento dei gesuiti.
In realtà, il documento ebbe conseguenze anche più importanti:
definì il tono della vita intellettuale nelle terre in cui i gesuiti
dominavano. Per i pochi matematici che ancora difendevano gli
infinitesimi in Italia le conseguenze furono devastanti.

169
Capitolo 5

La battaglia dei matematici

Guidino contro Cavalieri

«Il ragionamento per indivisibili convince tutti i famosissimi


geometri citati»!, scrive nel 1659 Stefano degli Angeli (1623-
1697), professore di matematica all'università di Padova. Degli
Angeli si esprimeva con grande spavalderia, com'era nel suo ca-
rattere, ma la verità era ben diversa. All'epoca in cui scriveva,
degli Angeli era forse l'ultimo matematico a usare il metodo
degli indivisibili in Italia. La maggior parte degli appartenenti al
suo elenco di "famosissimi" adepti del metodo risiedeva a nord
delle Alpi, soprattutto in Francia e in Inghilterra. Gli italiani del-
la lista appartenevano a una vecchia e moribonda generazione
di galileiani che aveva smesso di pubblicare sull'argomento de-
cenni prima. Con quelle parole degli Angeli in realtà non stava
facendo il resoconto di una situazione favorevole: stava incitan-
do le truppe a una disperata battaglia di retroguardia in favore
degli infinitesimi, che erano a rischio di estinzione proprio nel
paese in cui avevano prosperato.
Sull'identità dei nemici non aveva dubbi: i «tre gesuiti Gul-
dino, Bettini e Tacquet» erano, secondo lui, gli unici non ancora
convinti dal metodo degli indivisibili. «Da quale spirito siano

1 Stefano degli Angeli, De infinitis parabolis, La Noù, Venezia 1659, prefazione:


Lectori benevolo, p. 7.
o mossi, non so» conclude, con frustrazione evidente2 • Paolo
Guidino, Mario Bettini (1584-1657) e André Tacquet erano tra
u i più ragguardevoli matematici della Compagnia di Gesù a metà
del Seicento. Tacquet, che abbiamo già incontrato, era il più ori-
ginale e creativo dei tre, ma anche Guidino era un matematico
ampiamente rispettato. Bettini forse un po' meno, essendo noto
soprattutto come prolifico autore di sgangherate raccolte di ri-
sultati e curiosità matematiche, piuttosto che come pensatore
originale. Ma anche lui era conosciuto, nell'ambiente gesuita
e non solo, come uomo di ampia erudizione e di considerevo-
le autorità in ambito matematico. Insieme, Guidino, Bettini e
Tacquet erano un trio formidabile, perfetto esempio del valore
intellettuale e del marchio culturale e politico della scuola ma-
tematica gesuita. Negli anni quaranta e cinquanta del Seicento i
tre erano impegnati nella stessa missione: screditare e indebolire
il metodo degli indivisibili usando argomentazioni matematiche
solide e inoppugnabili. Nella guerra gesuita contro gli infinitesi-
mi il loro era un fronte importante quanto la condanna da parte
dei revisori o l'Ordinatio del 1651. Se l'uso degli infinitesimi in
matematica doveva essere abolito per sempre, infatti, non era
sufficiente dichiararli erronei dal punto di vista filosofico, te-
ologico o addirittura morale, e proibirli per legge. Era anche
cruciale dimostrare che erano sbagliati dal punto di vista ma-
tematico3.
Guidino, il più vecchio dei tre, fu il primo a scendere in cam-
po. Nato a San Gallo, in Svizzera, da una famiglia protestante
di origine ebraica, Habakkuk Guldin (questo il suo nome alla
nascita) è forse il primo rappresentante di una lunga e illustre
tradizione di matematici ebrei (o ebrei convertiti) che continua
a tutt'oggi. Guidino era stato allevato per diventare un artigia-
no, non uno studioso, e lavorava come orafo quando iniziò ad
avere i primi dubbi sulla fede protestante. All'età di vent'anni si
convertì al cattolicesimo ed entrò nei gesuiti, cambiando nome

2 Ibidem.
3 Redondi, Galileo eretico, cit., p. 367.

172
da Habakkuk (un profeta dell'Antico Testamento) a Paolo, il
nome del più famoso ebreo convertito, colui che predicò la fede
cristiana ai gentili. L'estrazione di Guldino era eclettica e inso-
lita per un gesuita, dal momento che incarnava molti elementi
di frattura religiosa ed etnica del giovane mondo moderno, ma
questo non gli pregiudicò l'accettazione nella Compagnia. In
verità una delle caratteristiche più ammirevoli dei primi gesuiti
era che, nonostante le pressioni della monarchia di Spagna, che
metteva al primo posto la limpieza de sangre ("purezza del san-
gue"), la Compagnia rimase una delle istituzioni cattoliche più
aperte ai convertiti di ogni provenienza.
La Compagnia di Gesù era anche in buona parte meritocra-
tica e, sebbene nobili di alto lignaggio come il marchese Pallavi-
cino godessero di vantaggi invidiabili, anche agli uomini di umi-
le origine come Guldino era aperta una possibilità di carriera.
Da giovane brillante qual era, con un particolare talento per la
matematica, scalò con costanza i ranghi dell'ordine e fu infine
mandato al Collegio Romano, a studiare con Cristoforo Clavio.
Guldino trascorse meno di tre anni sotto la tutela dell'anziano
maestro, che morì nel 1612. Cinque anni dopo fu mandato a
insegnare matematica nell'Austria asburgica e trascorse il resto
della sua vita a Graz e all'università di Vienna. A giudicare dalla
carriera successiva, tuttavia, è chiaro che gli anni trascorsi con
Clavio plasmarono per sempre il suo pensiero matematico 4 •
Guldino era un seguace di Clavio sotto ogni aspetto: come lui
riteneva che la matematica stesse a metà strada tra la fisica e la
metafisica, credeva nel primato della geometria tra le discipline
matematiche e insisteva nel seguire i metodi euclidei tradizionali
di dimostrazione deduttiva. Tutto ciò faceva di lui la persona
ideale per confutare il metodo degli indivisibili.

4 Per un'ottima breve biografia di Guidino (e di altri matematici), si veda


l'archivio di storia della matematica sul sito della University of Saint Andrews,
in Scozia: http://www-history.mcs.st-and.ac.uk/. Si veda anche la biografia reperi-
bile in internet di Guidino di John Joseph O'Connor ed Edmund F. Robertson:
http://www.gap-system.org/-history/Biographies/Guldin.html.

173
La critica guldiniana al metodo degli indivisibili di Cavalieri
è contenuta nel quarto libro del De centro gravitatis (o Centro-
baryca), pubblicato nel 1641. Guldino parte insinuando che il
metodo di Cavalieri non sia in realtà farina del suo sacco, ma
sia derivato da quello di altri due matematici: uno era Keplero
che, sebbene protestante, era amico di Guldino a Praga; l'al-
tro era il matematico svizzero Barthélemy Souvey (Bartolomeo
Sovero) 5 • L'accusa di plagio è quasi sicuramente immeritata e,
in ogni caso, Guklino non sta certamente facendo un favore a
Keplero o a Sovero, dato che si lancia presto in una critica aspra
e puntuale del metodo.
Le dimostrazioni di Cavalieri, sostiene Guidino, non sono
costruttive nel senso accettato dai matematici di formazione
classica. Questo è senza dubbio vero: nel metodo euclideo le
figure geometriche sono costruite un passo alla volta, dal sem-
plice al complesso, con l'aiuto di riga e compasso. Ogni passo di
una dimostrazione deve comportare una costruzione di questo
genere, seguita da una deduzione delle implicazioni logiche sulla
figura risultante. Cavalieri invece procede al contrario: parte da
figure geometriche già pronte, come parabole, spirali e così via,
poi le suddivide in un numero infinito di parti: è un procedimen-
to che si potrebbe chiamare decostruzione, anziché costruzione,
e il suo scopo non è edificare una figura geometrica coerente,
ma decifrare la struttura interna di una figura esistente. Guldi-
no, che è di formazione classica, fa immediatamente notare che
questo modo di procedere non rispetta le regole della dimostra-
zione euclidea, e solo per questo merita di essere rifiutato.
Guldino passa quindi alle fondamenta del metodo di Cava-
lieri: l'idea che un piano sia composto di un'infinità di linee,
o un solido di un'infinità di piani. Idea priva di senso, secon-

5 Paolo Guidino, De centro gravitatis, libro secondo, Cosmerovius, Vienna 1639, p.


4. L'accusa di plagio di Guidino a Cavalieri si trova citata anche in Enrico Giusti,
Bonaventura Cavalieri and the Theory of Indivisibles, Cremonese, Bologna 1980,
pp. 60-62, e in Paolo Mancosu, Philosophy of Mathematics and Mathematical
Practice in the Seventeenth Century, Oxford University Press, New York-Oxford
1996, pp. 51-52.

174
do lui: «A mio avviso» scrive «nessun geometra accetterebbe
la sua affermazione che la superficie sia, e possa essere chia-
mata in linguaggio geometrico, "tutte le linee di tale figura".
Non è mai possibile chiamare superfici alcune o tutte le linee,
giacché una moltitudine di linee, per quanto grande, non potrà
mai dar luogo alla più piccola superficie>> 6 • In altri termini,
dal momento che le linee non hanno larghezza, accostandone
un numero qualunque non si riuscirà a ricoprire nessuna figura
piana, nemmeno la più piccola. Il tentativo di Cavalieri di cal-
colare l'area di una figura piana a partire dalla dimensione di
"tutte le sue linee" è quindi assurdo. Questo porta all'ultimo
punto di Guidino: il metodo di Cavalieri si fonda sullo stabilire
un rapporto tra "tutte le linee" di una figura e "tutte le linee" di
un'altra. Ma, insiste Guidino, entrambi gli insiemi di linee sono
infiniti, e il rapporto tra due infiniti è privo di senso. Per quante
volte si moltiplichi un insieme infinito di indivisibili, questi non
supereranno mai in numero un diverso insieme infinito di indi-
visibili. In altre parole, i presunti rapporti tra "tutte le linee" di
una figura e quelle di un'altra violano l'assioma di Archimede, e
sono dunque insensati7 •
Considerata nel suo insieme, la critica di Guldino del metodo
di Cavalieri rappresenta i principi fondamentali della matema-
tica gesuitica. Clavio e i suoi eredi erano convinti che la mate-
matica dovesse procedere in modo sistematico e deduttivo, da
semplici postulati a teoremi sempre più complessi, descrivendo
relazioni universali tra le figure. Le dimostrazioni costruttive
che, un passo logico alla volta, portano dalle rette e dai cerchi
alle costruzioni complesse sono l'incarnazione di questo ideale.
In maniera lenta ma robusta costruiscono un ordine matema-
tico rigoroso e gerarchico che, come aveva dimostrato Clavio,
avvicina la geometria euclidea più di ogni altra scienza all'ideale

6 Paolo Guidino, De centro gravitatis, libro primo, Gelbhaar, Vienna 1635, p. 340.
7 La critica di Guidino a Cavalieri e ai suoi metodi si trova descritta in Giusti,
Bonaventura Cavalieri, cit., pp. 62-64, e anche in Mancosu, Philosophy of
Mathematics, cit., pp. 50-55.

175
gesuita di certezza, gerarchia e ordine. L'insistenza di Guldino
sulle dimostrazioni costruttive non era quindi una questione di
pedanteria o di chiusura mentale, come pensavano Cavalieri e
i suoi amici: era un'espressione delle convinzioni più profonde
del suo ordine religioso.
Lo stesso si può dire della critica guldiniana alla divisione
di figure piane e solide in "tutte le linee" e "tutti i piani". La
matematica non dev'essere solo gerarchica e costruttiva, ma an-
che perfettamente razionale e priva di contraddizioni. Invece gli
indivisibili di Cavalieri, come fa notare Guidino, sono intrin-
secamente incoerenti, giacché l'idea del continuo composto di
indivisibili non regge all'esame della ragione. «Le cose che non
esistono, né possono esistere, non si possono confrontare» af-
ferma, con ragionamento impeccabile. Non sorprende, quindi,
che portino a paradossi e contraddizioni e, in ultima analisi,
all'errore. Per i gesuiti avere una matematica siffatta era molto
peggio che non averne alcuna. Se questo sistema fallace fosse
stato accettato, la matematica non avrebbe più potuto essere
la base di un ordine eterno e razionale. Il sogno gesuita di una
rigida gerarchia universale inoppugnabile quanto le verità geo-
metriche si sarebbe infranto.
Nei suoi scritti Guldino non spiega i profondi motivi filosofi-
ci del suo rifiuto degli indivisibili, né lo fanno Bettini o Tacquet.
A un certo punto Guldino arriva vicino ad ammettere che ci
sono in ballo questioni più importanti di quelle strettamente
matematiche e scrive cripticamente: <<Non credo che il metodo
[degli indivisibili] debba essere rifiutato per motivi che è me-
glio coprire col mai inopportuno silenzio>> 8, ma non dà alcun
chiarimento su quali possano essere questi "motivi che è meglio
coprire". La reticenza dei tre gesuiti a svelare qualunque moti-
vazione non matematica alla base delle loro prese di posizione
è comunque abbastanza naturale. Come matematici avevano il
compito di attaccare gli indivisibili sul terreno della matemati-

8 Guidino, De centro gravitatis, libro secondo, ci r., p. 3.

176
ca pura, non su quello della filosofia o della religione. La loro
autorità e la loro credibilità ne avrebbero risentito, se avessero
dichiarato di essere mossi da considerazioni teologiche o filo-
sofiche.
Chi era coinvolto nella diatriba sugli indivisibili naturalmen-
te sapeva che cosa fosse realmente in gioco. Quando degli Ange-
li scrive scherzosamente che non sa <<da quale spirito siano mos-
si>> i matematici gesuiti e quando Guldino allude a <<motivi che
è meglio coprire», il riferimento è all'opposizione ideologica dei
gesuiti agli infinitesimi. Nondimeno, tranne pochissime eccezio-
ni, queste considerazioni più ampie non vennero mai esplicitate
nel dibattito matematico, che rimase una controversia tecnica
tra professionisti esperti, su quali procedure siano ammissibili
in matematica e quali no. Quando Cavalieri lesse la critica di
Guidino, nel 1642, cominciò immediatamente a lavorare a una
confutazione dettagliata. Inizialmente pensò di darle la forma di
un dialogo tra amici, seguendo l'esempio del suo mentore Gali-
leo. Ma quando ne mostrò una prima bozza all'amico e collega
Giannantonio Rocca, questi lo sconsigliò. Onde evitare la fine di
Galileo era più sicuro, secondo Rocca, stare lontani dalla forma
provocatoria del dialogo, con le arguzie tipiche e le schermaglie
per avere l'ultima parola che avrebbero facilmente fatto infu-
riare i potenti oppositori: molto meglio scrivere una risposta
diretta alle accuse di Guidino, concentrandosi sulle questioni
strettamente matematiche ed evitando le provocazioni galileia-
ne9. Quel che Rocca tralasciò di dire era che negli scritti di Ca-
valieri non c'era traccia del genio letterario di Galileo, né della
sua capacità di presentare questioni complesse in modo arguto
e appassionante. Probabilmente è per noi una fortuna che Cava-
lieri abbia dato ascolto all'amico, evitandoci un "dialogo" nella
sua caratteristica prosa pesante e quasi indecifrabile. La rispo-
sta a Guldino è invece inclusa nelle Exercitationes come terzo
esercizio, intitolato appunto In Guldinum ("Contro Guldino").

9 Giusti, Bonaventura Cavalieri, cit., pp. 57-58.

177
Nella risposta Cavalieri non appare eccessivamente turbato
dalla critica guldiniana e liquida rapidamente le accuse di plagio
prima di passare alle questioni prettamente matematiche. Nega
di aver postulato che il continuo sia composto di un numero in-
finito di parti indivisibili, sostenendo che il suo metodo non ha
bisogno di questa ipotesi. Se si crede che il continuo è composto
di indivisibili, allora è vero che "tutte le linee" formano una
superficie e "tutti i piani" un volume; se invece non lo si accetta,
ciò significa che oltre alle linee c'è qualcos'altro che riempie il
piano, come c'è altro in un volume oltre ai piani. Niente di tutto
ciò ha conseguenze sul metodo degli indivisibili, che confronta
tra loro "tutte le linee" o "tutti i piani" di due figure, indipen-
dentemente dal fatto che ne siano i soli costituenti 10 •
L'argomentazione di Cavalieri, pur se tecnicamente accet-
tabile, è in malafede. Chiunque legga la Geometria o le Exer-
citationes non può dubitare che l'intuizione su cui si fondano
sia proprio quella del continuo composto di indivisibili. No-
nostante la riluttanza di Cavalieri, l'unica ragione possibile per
confrontare "tutte le linee" o "tutti i piani" di coppie di figure
è pensare che in qualche modo questi ne costituiscano la super-
ficie o il volume. Il nome stesso che Cavalieri sceglie, metodo
degli indivisibili, ne è testimonianza e le sue famose metafore
della tela e del libro parlano da sé. Guldino ha perfettamente
ragione a chiedere a Cavalieri ragione delle sue idee e la difesa
del gesuato sembra una scusa piuttosto debole.
La risposta all'obiezione di Guldino che «un infinito non ha
proporzione o rapporto con un altro infinito» non è molto più
persuasiva. Cavalieri distingue tra due tipi di infinito, sostenen-
do che l'" infinito assoluto" non può avere in effetti un rapporto
dato con un altro infinito assoluto, ma "tutte le linee" e "tutti
i piani" sono un "infinito relativo". Questo tipo di infinito, so-
stiene, può avere e anzi ha un rapporto definito con un altro
"infinito relativo" 11 • Come in precedenza, Cavalieri sembra di-

10 Mancosu, Philosophy of Mathematics, cit., p. 54.


11 Ibidem e anche Giusti, Bonaventura Cavalieri, ci t., p. 64.

178
fendere il proprio metodo su basi tecniche piuttosto astruse, che
potevano essere accettate o no dai suoi colleghi matematici. In
ogni caso la sua argomentazione non ha alcuna relazione con il
ragionamento o le vere motivazioni alla base del metodo degli
indivisi bili.
Queste ultime vengono alla luce quando Cavalieri risponde
all'accusa, da parte di Guidino, di non "costruire" le figure in
maniera corretta. Qui la sua pazienza è arrivata al limite e il
gesuato lascia trasparire il suo vero pensiero. Guidino afferma
che ogni figura, angolo o linea in una dimostrazione geometrica
deve essere costruito con cura a partire dai principi primi: Cava-
lieri lo nega seccamente. «Affinché una dimostrazione sia vera»
scrive «non è necessario descrivere effettivamente queste figure
analoghe, ma è sufficiente presumere che siano state descritte
mentalmente [... ] e di conseguenza nulla di contraddittorio si
può dedurre se ipotizziamo che queste figure siano già state
costruite>> 12 •
Ecco finalmente la vera differenza tra Guidino e Cavalieri,
tra i gesuiti e gli indivisibilisti. Per i gesuiti lo scopo della ma-
tematica era definire il mondo come un luogo fisso ed eterna-
mente immutabile, nel quale l'ordine e la gerarchia non possano
mai essere messi in discussione. Per questo ogni oggetto esisten-
te deve essere costruito meticolosamente e razionalmente e non
è ammissibile alcun accenno di contraddizione o paradosso. È
una matematica "dall'alto al basso", che si prefigge di portare
ordine e razionalità in un mondo altrimenti caotico. Per Cava-
lieri e i suoi colleghi indivisibilisti era invece l'esatto contrario:
la matematica iniziava da una perc:ezione intuitiva e materica
del mondo: le figure piane sono fatte di linee e i volumi di pia-
ni, proprio come la tela è fatta di fili e il libro di pagine. Non è
necessario costruire queste figure razionalmente, perché sappia-
mo tutti che esistono nel mondo. Tutto quel che serve, sostiene
Cavalieri, è ipotizzarle e immaginarle, quindi passare a inda-

12 Cavalieri, Exercitationes Geometricae sex, parte terza, In Guldinum. Citato in


Giusti, Bonaventura Cavalieri, cit., p. 64.

179
o garne la struttura. In ultima analisi «nulla di contraddittorio si
può dedurre>>, perché il fatto che le figure esistano ne garantisce
u la coerenza interna. Se incontriamo apparenti paradossi o con-
traddizioni, questi non possono che essere superficiali e dovuti
alla nostra comprensione limitata, e si possono spiegare, oppure
usare come strumento d'indagine. Ma non devono mai impedir-
ci di indagare la struttura interna delle figure geometriche e le
relazioni nascoste che le legano.
Per un matematico classico come Guldino l'idea che la ma-
tematica si potesse fondare su una percezione intuitiva, vaga e
paradossale della materia era assurda. «Chi sarà giudice>> della
veridicità di una costruzione geometrica, chiede ironicamente
a Cavalieri, «la mano, l'occhio, l'intelletto?>> 1:. Ma l'accusa di
praticare una geometria irrazionale della mano o dell'occhio
non riuscì a dissuadere Cavalieri, i cui metodi erano proprio
fondati su intuizioni pratiche di questo genere. Per il gesuato
l'insistenza di Guldino sull'infondatezza del metodo a causa
delle apparenti contraddizioni è un'inutile pedanteria, giacché
tutti sanno che quelle figure esistono, e sostenere che non do-
vrebbero esistere non ha senso. Simili pignolerie potevano avere
gravi conseguenze, secondo Cavalieri: se avesse vinto Guldino,
si sarebbe rinunciato a un metodo potente e la matematica sa-
rebbe stata tradita.

Il pungiglione di Bettini

Quando Cavalieri pubblicò la sua risposta a Guidino, il ge-


suita era ormai morto da tre anni e lui stesso sarebbe vissuto
ancora qualche mese. Ma la morte dei due protagonisti, seguita
da quella di Torricelli nel 1647, non estinse certo il dibattito. I
matematici andavano e venivano, ma il proposito della Compa-
gnia di eliminare l'infinitamente piccolo rimaneva ugualmen-

13 Paolo Guidino, De centro gravitatis, libro quarto, Cosmerovius, Vienna 1641,


p. 345.

180
te determinato e il ruolo di principale critico degli indivisibili
passò semplicemente a un altro matematico gesuita. Mario Bet-
tini, l'erede designato di Guldino14 non pretendeva di essere
un luminare della matematica, né era considerato tale dai suoi
contemporanei. La sua aspirazione alla fama era come autore
di due lunghe ed eclettiche raccolte di curiosità matematiche,
intitolate Apiaria universae philosophiae mathematicae ("Al-
veare della filosofia matematica universale"), pubblicato nel
1642, e Aerarium philosophiae mathematicae ("Il tesoro della
filosofia matematica"), pubblicato nel 1648 15 • Entrambi sono
ottimi esempi dell'atteggiamento gesuita verso la matematica,
con il loro sottolineare i tanti modi in cui i principi matemati-
ci pervadono il mondo. Tra questi, la discussione del moto dei
proiettili, la costruzione di fortificazioni, l'arte della navigazio-
ne: tutti campi governati dai principi universali e inoppugnabili
della geometria. La teoria degli indivisibili non era un argomen-
to del tutto congruo in queste raccolte eclettiche e di impronta
pratica; tuttavia lo troviamo come punto centrale del libro 5
nel terzo volume dell' Aerarium. Era passato dopotutto solo un
anno dalla pubblicazione della risposta di Cavalieri a Guidino
e per la Compagnia era imperativo reagire e non dare tregua ai
sostenitori dell'infinitamente piccolo.
È molto probabile che Bettini e Cavalieri si conoscessero di
persona e, a giudicare da diversi indizi, il loro rapporto doveva
essere tutt'altro che amichevole. Nel 1626 Cavalieri fu nomi-
nato priore del convento dei gesuati a Parma, dove Bettini era
professore universitario, ed è difficile pensare che i due mate-
matici non si siano mai incrociati, date le modeste dimensioni

14 Su Bettini, il suo posto tra i gesuiti e il suo rapporto con Christoph Grienberger,
si veda Michael John Gorman, Mathematics and Modesty in the Society of ]esus:
The Problems of Christoph Grienberger, in Feingold (a cura di), The New
Science and ]esuit Science: Seventeenth-Century Perspective, Kluwer, Dordrecht
2003, pp. 4-7.
15 Mario Bettini, Apiaria universae philosophiae mathematicae, 2 voli., Ferroni, Bo-
logna 1642; Mario Bettini, Aerarium philosophiae mathematicae, 3 voli., Ferroni,
Bologna 1647-1648.

181
o della città. Cavalieri, come si ricorderà, coltivava la speranza di
una cattedra all'università di Parma, ma, come scrive a Galileo
il 7 agosto di quell'anno, la cosa non ebbe seguito. «In quanto
alla lettura di matematica, se qui non fossero i Padri Gesuiti, ne
haverei molta speranza per la molta inclinatione del Sig.r Card.le
Aldobrandini a favorirmi (... ] ma poiché [l'università] è sotto la
disciplina de' Padri Gesuiti, non posso sperar più in là che d'es-
ser conosciuto da quella» 16 • Non v'è motivo di dubitare che tra
i padri gesuiti che affondarono la nomina di Cavalieri ci fosse
proprio il loro migliore matematico, Mario Bettini.
Cavalieri ebbe la sua rivalsa quando, nel 1629, divenne pro-
fessore di matematica a Bologna. La nomina di un galileiano a
questa prestigiosa cattedra nell'università più antica d'Europa
era un duro colpo per i gesuiti, e in particolar modo per Bet-
tini, nativo di Bologna. Negli anni successivi, forse in risposta
alla nomina di Cavalieri, o forse preoccupati per la loro scarsa
influenza nella città felsinea, i gesuiti si riproposero di trasferire
tutto il loro corpo docente da Parma a un nuovo collegio gesuita
a Bologna. La mossa fu alla fine impedita dal senato bolognese,
che nel 1641, con un'ordinanza, proibì a chiunque non facesse
parte delle liste dell'ateneo l'insegnamento di materie universi-
tarie17. È facile immaginare Bettini e Cavalieri schierati ancora
una volta su posizioni opposte: da una parte il gesuita, deside-
roso di stabilire un avamposto dell'ordine nella sua città natale,
che preme con forza per il nuovo collegio; dall'altra il gesuato,
scottato dall'esperienza a Parma e grato al senato bolognese per
avergli permesso di coltivare in pace i suoi studi di matematica,
che fa il possibile per arginare l'invasione gesuita.
Quel che gli mancava in raffinatezza matematica, veniva
compensato da Bettini con il fervore. Guidino, come in seguito
anche Tacquet, mantenne il dibattito in buona parte entro i mar-
gini della matematica tecnica; Bettini, invece, non esitò a usare

16 Bonaventura Cavalieri, Lettera a Galileo Galilei, Parma 7 agosto 1626,


in Galilei, Opere, cit., vol. XIII, p. 336.
17 Giusti, Bonaventura Cavalieri, pp. 9-10, n. 26.

182
un linguaggio crudo e a lanciare oscure minacciare di terribili
conseguenze se i suoi moniti non fossero stati ascoltati. È pos-
sibile che l'acredine della sua vicenda personale con Cavalieri
l'abbia indotto a trascendere dalla sua missione di calmo critico
degli indivisibili; quali che fossero le sue motivazioni persona-
li, tuttavia, l'atteggiamento di Bettini era probabilmente più in
linea con il vero tenore della campagna gesuita contro l'infinita-
mente piccolo, a cui lui si limitava a dar voce.
Bettini non aggiunge nulla di sostanziale, dal punto di vi-
sta matematico, alla critica di Guidino, ma martella instanca-
bilmente su un unico punto: «Tra infinito e infinito non c'è
proporzione» 18 , dunque non ha senso confrontare le infinite
linee di una figura con le infinite linee di un'altra. Poiché que-
sta procedura è alla base del metodo degli indivisibili, Bettini
insiste sull'assoluta necessità che gli studenti e i novizi siano
messi in guardia contro questo approccio facile ma erroneo. «Al
fine di esporre gli elementi della geometria» scrive «metto in
risalto queste allucinazioni affinché i novizi imparino a ricono-
scere (come nel proverbio) "la differenza tra monete di bronzo
e lupini" nella filosofia geometrica>> 19 • Gli indivisibili, secondo
Bettini, sono una fantasia pericolosa che è meglio ignorare, am-
messo che sia possibile. Date le circostanze, tuttavia, «essendo
pressato, rispondo al filosofare contraffatto sulle figure geome-
triche attraverso gli indivisibili. Lungi, lungi da me voler ren-
dere i miei teoremi di geometria inutili, privi di dimostrazione
di verità. Cioè confrontare [... ] le figure e discuterne usando gli
indivisibili» 20 • Per evitare di guastare tutte le dimostrazioni e
sovvertire la stessa geometria, bisogna tenersi lontani dalle allu-
cinazioni pericolose, ossia dal metodo degli indivisibili.

18 Guidino, De centro gravitatis, libro quarto, cit., p. 341.


19 Bettini, Aerarium, cit., vol. III, libro quinto, p. 20. Il proverbio è una citazione
da Orazio, Epistulae, libro primo, 7.
20Citato in Stefano degli Angeli, Problemata geometrica sexaginta, La Noù,
Venezia 1658, p. 295.

183
n fiammingo cortese
Nel 1651 André Tacquet, il raffinato fiammingo i cui scrit-
ti erano elogiati sia dai cattolici sia dai protestanti, pubblicò
Cylindricorum et annularium libri IV ("Quattro libri su cilin-
dri e anelli"), un'opera dedicata alle caratteristiche geometriche
di queste due figure e alle loro applicazioni 21 • Come si addice
a una pubblicazione gesuita, il frontespizio mostra due ange-
li che, illuminati dalla luce divina, sorreggono un anello che
racchiude il titolo del libro. Sul suolo sottostante un gruppo di
cherubini mette in pratica la teoria. L'implicazione è chiara: la
matematica divina, universale e perfettamente razionale, ordi-
na e sistema il mondo nel più proficuo dei modi. È un'affasci-
nante illustrazione del punto di vista gesuita sul ruolo e sulla
natura della matematica.
Cylindricorum et annularium è l'opera più famosa di Tac-
quet, quella che lo rese famoso come uno dei matematici più
originali e creativi d'Europa. A quanto pare, forse un po' troppo
"originale e creativo" per i suoi superiori: quando il nuovo pre-
posito generale Goswin Nickel ricevette una copia del libro, rea-
gì con sorprendente freddezza 22 • Dopo aver ringraziato l'autore
e avergli fatto i complimenti per il libro, Nickel aggiunse che
sarebbe stato meglio se avesse usato il suo notevole talento per
scrivere libri di geometria elementare per gli studenti dei collegi
gesuiti, anziché opere originali destinate a un pubblico selezio-
nato di addetti ai lavori. La ragione della critica non era ostilità
nei confronti di Tacquet, bensì un modo per dar voce al sospetto
dei gesuiti nei confronti della novità e alla loro convinzione che
il compito della matematica fosse quello di stabilire un ordine
fisso e immutabile. Molto probabilmente Nickel era anche tur-
bato dal fatto che Tacquet avesse adoperato gli indivisibili, pur
se come strumento di scoperta e non di dimostrazione. In ogni
caso Tacquet, da buon soldato dell'Esercito di Cristo, ubbidì. Da

21 André Tacquet, Cylindricorum et annularium libri IV, Meursium, Anversa 1651.


22 Henri Bosmans, André Tacquet, ci t., pp. 66-82.

184
..

cL

Frontespizio dell'opera di Tacquet, Cylindricorum et annularium libri IV (per gentile


concessione della Huntington Library).

185
quel momento non pubblicò più lavori originali e si concentrò
sulla stesura di libri di testo, alcuni dei quali di qualità talmente
elevata da diventare classici del settore per oltre un secolo.
Nato nel 1612, Tacquet era più giovane di Guidino e di Bet-
tini, e aveva quindi assistito alla diffusione degli infinitesimi al
di là delle Alpi, con Roberval in Francia e Wallis in Inghilterra,
a guidare la carica. Bettini, che non aveva una fama interna-
zionale da proteggere, poteva permettersi di bollare gli indivi-
sibili come "allucinazioni". Ma Tacquet non poteva essere così
irrispettoso verso un metodo che stava guadagnando consensi
tra i suoi colleghi dell'Europa settentrionale. Sarà stata la pres-
sione delle circostanze, sarà che, a differenza di Bettini, Tacquet
non nutriva alcun risentimento nei confronti di Cavalieri e dei
suoi seguaci, o forse solo una questione di carattere, ma, quan-
do rivolse la propria attenzione alla questione degli indivisibili,
Tacquet mantenne un tono molto più contenuto rispetto agli
attacchi sguaiati di Bettini.
Nella sua critica Tacquet è rispettoso, addirittura reveren-
ziale, verso i rivali. Definisce Cavalieri un «nobile geometra>> e
ripete di non voler <<togliere nulla alla meritata lode>> della <<bel-
lissima invenzione>> di Cavalieri23 • Tacquet parla con cognizio-
ne di causa, perché lui stesso ha molta dimestichezza con l'opera
di Cavalieri e Torricelli, ed è altrettanto abile nell'usarne il me-
todo per ottenere nuovi risultati. Ma se si guarda oltre lo stile
affabile e la padronanza della matematica, appare chiaro che
la disapprovazione di Tacquet nei confronti dell'infinitamente
piccolo è incrollabile quanto quella del bellicoso Bettini. <<Non
considero [questo metodo] né legittimo né geometrico>> dichiara
senza giri di parole all'inizio della discussione sugli indivisibili.
<<Esso procede dalle linee alle superfici e dalle superfici ai solidi,
e applica alla superficie l'uguaglianza o la proporzione trovata
nelle linee, e trasferisce ai solidi quella trovata nelle superfici>>.
<<Con questa forma di ragionamento>> conclude <<non si ottiene

23 Tacquet, Cylindricorum, cit., pp. 23-24; citato e discusso in Festa, Quelques


aspects, cit., pp. 193-207.

186
rigorosamente nulla» 24 • Diversamente da Guidino o Bettini,
Tacquet non ritiene che il metodo degli indivisibili sia del tutto
inutile. Per lui si tratta di uno strumento pratico che permette
di trovare nuove relazioni geometriche, e verificarle. Ma non
si deve mai fare l'errore di scambiare un risultato ottenuto per
mezzo degli indivisibili con una verità geometrica correttamen-
te dimostrata. «Se è proposta un'asserzione, non dimostrabile
se non con il metodo degli indivisibili, della sua verità io du-
biterò fintanto che non sia chiaro in quale modo essa si possa
ricondurre agli omogenei>> 25 (omogenei è il termine usato da
Tacquet per caratterizzare le dimostrazioni classiche). Il ragio-
namento per indivisibili, sebbene talvolta utile, può condurre a
risultati erronei e assurdi tanto quanto a risultati veri: dunque
non bisogna mai fidarsene.
Nel merito della critica, Tacquet segue le orme dei suoi pre-
decessori Guidino e Bettini. Ammette senza problemi che una
grandezza continua può essere formata da indivisibili che si
muovono: una linea da un punto, una superficie da una linea,
un solido da una superficie in movimento. Questo non significa
che la grandezza sia composta di indivisibili, giacché, ripete, ac-
cettare un'idea simile significherebbe la morte della geometria.
Alla fine è quindi il raffinato e cortese André Tacquet, e non il
rude e litigioso Mario Bettini, a riassumere la posizione dei ge-
suiti sugli indivisibili: se gli indivisibili non saranno distrutti, lo
sarà la geometria stessa. Non esistono vie di mezzo.

La campagna segreta

La campagna gesuita del Seicento contro l'infinitamente pic-


colo procedette su diversi binari paralleli. L'aspetto legale era
demandato principalmente ai decreti dei revisori generali, spal-
leggiati dagli ordini diretti dei superiori e dalle punizioni ai su-

24 Tacquet, Cylindricorum, cit., p. 23.


25 lvi, p. 24; citato e discusso in Bosmans, André Tacquet, ci t., p. 72.

187
bordinati recalcitranti. L'aspetto matematico era curato dai ma-
tematici professionisti dell'ordine: Guidino, Bettini e Tacquet.
Il loro compito era screditare gli infinitesimi su basi puramente
matematiche ed esaltare invece i metodi antichi. L'enorme pre-
stigio dei gesuiti e la solidarietà tra i matematici della Compa-
gnia, che si sostenevano a vicenda, assicuravano che sia i decreti
ufficiali, sia le opinioni matematiche avessero risonanza ben ol-
tre i confini dell'ordine.
Ci sono tuttavia molte cose che non sappiamo, della decen-
nale campagna contro l'infinitamente piccolo: quanti matema-
tici, sostenitori in privato del metodo degli indivisibili, scelsero
di rimanere in silenzio per paura delle rappresaglie gesuite? A
quanti furono negate cattedre universitarie a causa di una so-
spetta simpatia per la dottrina proibita? Quanti aspiranti ma-
tematici voltarono le spalle all'infinitamente piccolo, temendo
di rovinare le proprie prospettive professionali? Questo aspetto
nascosto della campagna gesuita, condotto attraverso interazio-
ni personali, corrispondenza privata e pressioni istituzionali, è
molto difficile da ricostruire con certezza. Sappiamo però ab-
bastanza per avere un'idea dell'ostilità e della pressione subita
dai matematici sostenitori dell'infinitamente piccolo in Italia, il
paese in cui il potere gesuita era massimo.
L'influenza gesuita in Italia era profonda e pervasiva. An-
che negli anni venti del Seicento, un periodo in cui il potere
dei gesuiti era in ribasso, Cavalieri cercò per anni di ottenere
una cattedra universitaria, prima di venire finalmente nominato
professore a Bologna nel1629. Almeno uno dei rifiuti, quello di
Parma del 1626, fu sicuramente dovuto alla rigida opposizione
dei gesuiti. Torricelli sviluppò la sua matematica in privato ne-
gli anni trenta del Seicento, non fu mai seriamente candidato a
cattedre universitarie e pubblicò i suoi studi solo dopo essersi
stabilito alla corte dei Medici a Firenze. Sembra più che pro-
babile che anche qui la longa manus dei gesuiti, nuovamente in
ascesa, sia intervenuta per soffocare qualunque possibilità che
il giovane e brillante matematico si affermasse nella comunità
accademica.

188
Le cose andarono ancor peggio per gli amici e i discepoli
di Cavalieri e Torricelli, quelli tra loro che in condizioni nor-
mali avrebbero proseguito il lavoro pionieristico dei maestri.
Di questa generazione fecero parte molti matematici di talento,
ma nessuno di loro (con un'unica eccezione) riuscì a continuare
lungo la strada tracciata dai due mentori. Prendiamo per esem-
pio Urbano Davisi (1618-1666), che fu studente di Cavalieri a
Bologna e scrisse una biografia del suo maestro piena d'ammi-
razione, ma in campo matematico si accontentò di firmare un
libro di testo di astronomia elementare. Un altro studente di
Cavalieri, Pietro Mengoli (1626-1684), gli succedette alla catte-
dra di matematica a Bologna, ed era un matematico sottile e di
talento26 • Ma era anche un conservatore che evitò gli indivisibili
e in seguito abbandonò completamente la matematica per dedi-
carsi alla meditazione religiosa solitaria. Anche Giannantonio
Rocca (1607-1656), l'amico di Cavalieri che gli aveva sconsi-
gliato di pubblicare la critica a Guldino in forma di dialogo, era
noto per il suo talento matematico, e Cavalieri addirittura inserì
qualcuno dei suoi risultati nelle Exercitationes. Ma Rocca non
pubblicò nemmeno una riga sugli indivisibili.
Il caso della cerchia di Torricelli è molto simile. Vincenzo
Viviani (1622-1703) fu, con Torricelli, amico fraterno di Gali-
leo nei suoi ultimi anni di vita. Dopo la morte dello scienziato
i due amici lavorarono insieme a Firenze e Viviani succedette a
Torricelli come matematico di corte dei Medici. Viviani si con-
siderò sempre discepolo ed erede intellettuale di Galileo, di cui
scrisse una biografia usata come base per tutte quelle moderne.
Ma per quanto riguarda la matematica, l'opera di Viviani è tutta
impostata classicamente: tradusse i classici antichi e pubblicò
nuove edizioni delle Coniche di Apollonio e degli Elementi di
Euclide, ma solo raramente fece riferimento agli indivisibili, e in
quel caso solo per ripetere risultati già noti, come la quadratura

26 Su Davisi e Mengoli, si veda Giusti, Bonaventura Cavalieri, cit., pp. 49-50, così
come le voci Cavalieri e Mengoli, in Charles Gillispie (a cura di), Dictionary of
Scientific Biography, Scribner, New York 1981-1990.

189
della parabola. In età avanzata, a quanto pare, rinunciò anche
a quel poco: quando nel 1692 Leibniz pubblicò la soluzione ad
alcuni problemi lasciati in sospeso da Galileo, Viviani lo criti-
cò aspramente per aver usato gli infinitesimi27 • Evidentemente
anche gli studenti italiani di Galileo avevano ormai accettato,
e forse interiorizzato, la proibizione dell'infinitamente piccolo.
Antonio Nardi, un altro amico di Torricelli, scrisse molto di
matematica e in sostegno del metodo degli indivisibili, ma non
pubblicò mai, nonostante l'intenzione, più volte espressa, di far-
lo. Tutto ciò che rimane del suo lavoro sono migliaia di pagine
manoscritte custodite alla Biblioteca Nazionale Centrale di Fi-
renze, nessuna delle quali vide mai la luce 28 • E poi c'è il caso
di Michelangelo Ricci, che fu studente di Torricelli e Castelli a
Roma, negli anni trenta del Seicento, e divenne in seguito car-
dinale. Ricci era un matematico dotato e stimato nonché, come
dimostrano le sue lettere, ammiratore di Galileo, Cavalieri e
Torricelli, ed entusiasta sostenitore del metodo degli indivisibili.
Ma anche lui tenne sotto chiave le sue preferenze matematiche e
non pubblicò mai nulla sull'argomento.
Il silenzio di Mengoli, Nardi, Viviani e Ricci è sintomatico
del lento soffocamento e della conseguente morte di una bril-
lante tradizione matematica italiana. Cavalieri, il più vecchio dei
discepoli matematici di Galileo, fu abbastanza fortunato da as-
sicurarsi una cattedra universitaria negli anni venti del Seicento,
quando i galileiani erano influenti a Roma. Torricelli, più giova-
ne, incontrò un ambiente molto più ostile nel decennio successi-
vo, ma si salvò dall'oblio grazie al notevole colpo di fortuna di
arrivare ad Arcetri in tempo per essere nominato successore di
Galileo. Tuttavia, per chi voleva seguirne le orme, la Compagnia
di Gesù si assicurò che non ci fossero più miracoli del genere a
disposizione. Nessuna città o principe voleva rischiare l'ira dei

27 Giusti, Bonaventura Cavalieri, cit., p. 51; si veda anche, in internet:


http://www·groups.dcs.st·and.ac.uk/history/BiographiesNiviani.html.
28 Giusti, Bonaventura Cavalieri, cit., p. 51 e Lanfranco Belloni, Torrice/li et son
époque, in De Gandt (a cura di), L'oeuvre de Torrice/li, ci t., pp. 29-38.

190
gesuiti, di conseguenza per i sostenitori dell'infinitamente picco-
lo non c'erano all'orizzonte cattedre universitarie o ruoli ono-
rari a corte. Dunque essi rimasero in silenzio, corrispondendo
tra loro e con i matematici d'oltralpe, ma senza mai pubblicare i
propri studi o attrarre l'attenzione su di sé. E una volta usciti di
scena anche loro, in Italia non rimase nessuno a portare la torcia
dell'infinitamente piccolo.

L'ultima battaglia dell'infinitamente piccolo

Prima di arrendersi definitivamente al nemico e dichiararsi


sconfitti, i sostenitori italiani dell'infinitamente piccolo tentaro-
no un'ultima battaglia in difesa della teoria. Questa fu condotta
con acume e spirito indomito dall'ultimo matematico italiano
che osò servirsi apertamente degli infinitesimi, padre Stefano
degli Angeli, dell'ordine dei gesuati di San Girolamo. Nato a
Venezia, degli Angeli entrò nell'ordine gesuato in giovane età.
Le sue capacità intellettuali furono evidentemente riconosciute
abbastanza presto, dato che all'età di ventun anni fu inviato al
convento gesuato di Ferrara per insegnare letteratura, filosofia
e teologia. Dopo circa un anno, forse per problemi di salute, fu
trasferito di nuovo, questa volta a Bologna. Qui incontrò l'uo-
mo che avrebbe contribuito a plasmare il resto della sua vita e
della sua carriera: il priore di Bologna, frate gesuato Bonaven-
tura Cavalieri.
Quando i due si incontrarono, a metà degli anni quaranta
del Seicento, Cavalieri era già famoso negli ambienti matematici
e noto come padre del metodo degli indivisibili. All'epoca sta-
va elaborando la risposta a Guidino, ma era anche in pessime
condizioni di salute, a causa della gotta che lo avrebbe portato
alla tomba nel 1647. In degli Angeli Cavalieri trovò un amico e
un discepolo, che aderì con entusiasmo al metodo del maestro
e ben presto si dimostrò egli stesso matematico di talento. È
facile immaginarli insieme, avvolti nell'abito bianco dell'ordine
con cintura di cuoio, l'uomo di mezz'età e il giovane discepolo,

191
o mentre camminano affiancati per le affollate vie di Bologna dal-
la sede dei gesuati fino all'antica università. Discettavano forse,
u lungo la strada, della composizione del continuo, o di un nuo-
vo metodo per calcolare l'area sottesa da una spirale? Magari
discutevano della miglior risposta da dare a Guldino e di come
presentarla, oppure si lamentavano dell'ultimo attacco da parte
dei gesuiti. Non lo sapremo mai, naturalmente, ma è più che
probabile che tutti questi argomenti siano affiorati nei loro di-
scorsi. Quel che sappiamo è che tra i due si creò un legame forte
e che degli Angeli si considerava il custode dell'eredità scientifi-
ca di Cavalieri. Quando, negli ultimi mesi della sua vita, Cava-
lieri era troppo malato per occuparsi della pubblicazione delle
Exercitationes, fu degli Angeli ad apportare le ultime correzioni
e a seguire le sorti del libro fino alla stampa.
Dopo la morte di Cavalieri, degli Angeli fu di nuovo trasferi-
to, probabilmente su sua richiesta, e trascorse i successivi cinque
anni come rettore del convento gesuato di Roma. La promozio-
ne, ragguardevole per un giovane di soli ventiquattro anni, fu
senza dubbio aiutata dal forte sostegno del defunto maestro.
Degli Angeli era già un matematico pienamente formato ed è
dunque significativo che durante l'intero soggiorno a Roma non
abbia pubblicato nulla. Abbiamo già incontrato una situazio-
ne simile con l'esperienza di Torricelli, che trascorse il decennio
1630-1640 a Roma, impegnandosi a fondo nella matematica,
ma che iniziò a pubblicare solo dopo essersi messo al riparo alla
corte dei Medici a Firenze. La Città Eterna, quartier generale
della Compagnia di Gesù e sede del Collegio Romano, non era
un posto in cui si potesse impunemente sostenere la dottrina
dell'infinitamente piccolo.
Nel 1652, tuttavia, degli Angeli fu trasferito nella nativa Ve-
nezia, dove era stato nominato consigliere provinciale ("defi-
nitore") dell'ordine gesuato. Dev'essere stato un trasferimento
assai gradito, giacché Venezia era un ottimo rifugio per chi cer-
casse riparo dalla longa manus della Compagnia di Gesù. Nel
1606, infatti, la città si era imbarcata in una disputa con papa
Paolo V sul diritto di processare e condannare gli ecclesiastici:

192
infuriato per il mancato rispetto della propria autorità da parte
dei capi cittadini, il papa scomunicò Venezia. Il senato venezia-
no, tuttavia, non si lasciò intimidire e ordinò che il clero della
città continuasse ad amministrare i sacramenti nonostante la
proibizione. La maggior parte dei prelati ubbidì; ma i gesuiti,
sempre fedeli al papa, si rifiutarono e furono espulsi dalla città.
Venezia e il papa si riconciliarono l'anno successivo, ma i gesuiti
rimasero banditi dalla città per i successivi cinquant'anni. Furo-
no riammessi nel 1656, ma, anche dopo il loro ritorno, la loro
influenza a Venezia rimase limitata. Degli Angeli ne approfittò:
protetto dai capi del suo ordine e dal senato veneziano ancora
sospettoso nei confronti dei gesuiti, il matematico era in grado
di esprimersi liberamente e iniziò a pubblicare sul metodo degli
indivisibili.
L'ingresso di degli Angeli nella battaglia sull'infinitamente
piccolo fu caratterizzato da uno slancio e una passione che non
si vedevano da decenni. Cavalieri aveva cercato di ammorbidi-
re i censori allontanandosi il meno possibile dal canone classi-
co e più tardi aveva rinunciato al provocatorio dialogo contro
Guidino. Torricelli si era semplicemente rifiutato di sfidare i de-
trattori del suo metodo, mentre gli altri, da Nardi a Ricci, non
resero mai pubblico il proprio punto di vista. Ma degli Angeli
si lanciò nella battaglia come un angelo vendicatore, determi-
nato a farla pagare ai gesuiti per il laccio che stava lentamente
soffocando il metodo a lui caro. La sua prima raffica di colpi si
trova in un'appendice 29 allegata allibro Problemata geometri-
ca sexaginta ("Sessanta problemi geometrici") e prende di mira
direttamente Mario Bettini.
Nel difendere gli indivisibili, degli Angeli mette in ridicolo
la discussione, fatta da Bettini, di un paradosso presentato nei
Discorsi di Galileo, nella quale dimostra che la circonferenza
di una scodella è uguale a un punto. <<Padre Mario Bettini del-
la Compagnia di Gesù» scrive degli Angeli <<è un uomo che,

29 Degli Angeli, Appendix pro indivisibilibus, in Problemata, cit., pp. 291-296.

193
essendo autore degli Alveari, possiamo chiamare Ape». Un so-
prannome appropriato, continua, giacché «come un'ape produ-
ce miele ma punge, così fa anche Bettini: produce miele perché
insegna la più dolce delle dottrine, ma punge ciò che secondo lui
è errato in matematica>>. Purtroppo, Bettini è «un'ape sfortuna-
ta>>. Anche se «usa il pungiglione per scacciare gli indivisibili, è
comunque in pericolo>> perché, come dimostra in dettaglio degli
Angeli, il paradosso di Galileo prova che la posizione di Bettini
è insostenibile.
Paragonare Bettini a un'ape confusa è abbastanza canzona-
torio, ma degli Angeli non ha ancora finito. Cita il passaggio in
cui Bettini chiama il metodo degli indivisibili "imitazione di filo-
sofia" ("similitudinem philosophantium") ed esclama: <<Lungi,
lungi da me voler rendere i miei teoremi di geometria inutili>>.
Vedendo un punto debole, degli Angeli affonda: <<Noti il lettore
come questo autore, avvicinandosi agli indivisibili, gridi come
se incontrasse dei demoni: Lungi, lungi da me eccetera>>. Bettini
è ora un esorcista isterico che cerca di scacciare i diabolici indi-
visibili con furiosi incantesimi. Ma quanto a sostanza, conclude
degli Angeli, <<non aggiunge nulla fuorché disprezzo»30•
L'iperbolico Bettini era forse una preda facile, ma nemmeno
il formidabile Tacquet fu risparmiato dall'affilata penna di degli
Ang.eli. Nella prefazione al suo De infinitis parabolis del 1659,
degli Angeli racconta come qualche giorno prima della pubbli-
cazione del suo libro precedente, quello in cui affossava Bettini,
fosse entrato a curiosare nella libreria Minerva, a Venezia. Qui
si era imbattuto in Cylindricorum et annularium, opera di un
altro <<degnissimo matematico della stessa Compagnia». Men-
tre lo sfogliava, l'occhio gli era caduto su un passaggio nel quale
l'autore <<cavilla sugli indivisibili>>, sostenendo che essi non sono
né legittimi, né geometrici. Degli Angeli afferma di non aver
mai sentito parlare del libro né della sua critica degli indivisi-
bili, ma questo è assai improbabile: era molto informato sulla

30 Le citazioni di Stefano degli Angeli degli ultimi due paragrafi sono ivi,
pp. 293-295.

194
produzione matematica dei suoi contemporanei e, nel seguito
della prefazione, cita i francesi Jean Beaugrand e Ismael Boul-
liau, l'inglese Richard White e l'olandese Frans van Schooten,
oltre ai colleghi italiani. Richiede un certo sforzo credere che
non conoscesse l'opera di Tacquet, il maggior matematico ge-
suita del tempo, o il suo punto di vista sugli indivisibili, fino al
momento in cui vi si imbatté per caso in una libreria veneziana.
La dichiarazione di ignoranza di degli Angeli sembra piuttosto
una posa retorica, atta a presentarsi come uno studioso impar-
ziale che reagisce alle scandalose affermazioni di Bettini e di
Tacquet. La lunga e amara storia che lo aveva contrapposto ai
gesuiti per decenni non è neppure menzionata.
Degli Angeli continua sostenendo che non c'è nulla di par-
ticolarmente sconvolgente nella critica di Tacquet. Le sue argo-
mentazioni sono vecchie, scrive, e sono già state sollevate da
Guidino e confutate da Cavalieri anni prima. Ma Tacquet dà in
effetti a degli Angeli la possibilità di proclamare quanto fosse
diventato importante il metodo degli indivisibili poco prima del
1660. «Chi convince questo modo di ragionare?» si chiede reto-
ricamente Tacquet, riferendosi a quella che considera l'intrinse-
ca implausibilità del metodo degli indivisibili. <<Chi convince?»
ripete degli Angeli, incredulo. Tutti, risponde, tranne i gesuiti31•
Degli Angeli cerca di ribaltare le carte in tavola: non sono
gli indivisibilisti a essere un gruppetto sparuto ed evanescente
sotto l'attacco di potenti nemici; piuttosto sono i gesuiti a ri-
manere i soli oppositori di un metodo ormai universalmente
accettato. In effetti, a una prima lettura l'elenco citato da de-
gli Angeli colpisce molto e sembra dargli ragione. Ma a uno
sguardo più attento si scopre che le cose stanno diversamente:
è vero, Beaugrand, Boulliau, White e van Schooten hanno in
effetti adottato il metodo di Cavalieri, ma abitavano in paesi
lontani, a nord delle Alpi. Dei tre italiani che cita degli Angeli
(Torricelli, Rocca e Raffaello Magiotti) solo Torricelli aveva in

31 Le citazioni degli ultimi due paragrafi sono tratte da: degli Angeli, De infinitis
parabolis, cit., prefazione: Lectori benevolo, p. 4.

195
realtà pubblicato scritti sugli indivisibili, mentre Rocca e Ma-
giotti erano rimasti muti; in ogni caso, nel 1659 erano tutti e
tre già morti. Nonostante i suoi proclami, nella sua terra degli
Angeli era rimasto solo.
Soddisfatto di queste sue sparate retoriche, degli Angeli af-
fronta l'oscuro avvertimento di Tacquet, secondo il quale se il
metodo non fosse stato distrutto per tempo, l'idea che il conti-
nuo sia composto di indivisibili avrebbe distrutto la geometria.
Cavalieri aveva ripetuto che la questione della composizione
del continuo era irrilevante per il metodo degli indivisibili, e
qui degli Angeli segue il suo maestro; ma solo fino a un certo
punto. Come Cavalieri, anche lui sostiene che Tacquet ha torto,
e che <<anche se il continuo non è composto di indivisibili, il
metodo degli indivisibili rimane indisturbato>>. Ma aggiunge un
elemento nuovo: <<Se per approvare il metodo degli indivisibili
è necessario postulare la composizione del continuo da parte di
indivisibili, questo non fa che fortificare tale dottrina ai nostri
occhi»32• In altri termini, diversamente dal suo cauto maestro,
degli Angeli è perfettamente disposto ad accettare che il conti-
nuo sia davvero composto di indivisibili.
La potenza e l'efficacia del metodo degli indivisibili sono una
dimostrazione sufficiente della sua correttezza, e se esso porta
alla conclusione che il continuo è composto di indivisibili, allora
anche questo deve essere vero. Il fatto che questa dottrina con-
duca a contraddizioni e paradossi non lo turba minimamente.
Degli Angeli, il focoso gesuato, si scaglia contro i gesuiti come
nessun altro aveva osato dai tempi di Galileo. Li insulta, chia-
mandoli con epiteti vari, ne ridicolizza le pratiche esorcistiche
e finge di non aver mai sentito parlare del più celebre dei loro
matematici. Ma nulla illustra il conflitto tra gesuiti e gesuati
quanto i loro punti di vista opposti riguardo alla composizione
del continuo. Per i gesuiti l'idea che il continuo sia composto di
indivisibili conduce a paradossi, e questo basta a decretarne la

32 lvi, p. 7.

196
messa al bando dalla matematica. Un metodo fondato su questa
idea, anche se efficace e fruttuoso, è inaccettabile perché mina
alla base la ragione stessa per cui si studia matematica, ossia la
sua struttura puramente logica. Il punto di vista di degli Angeli
è l'esatto contrario: poiché il metodo degli indivisibili è efficace,
le sue implicazioni di fondo devono essere vere, e se queste con-
ducono a paradossi pazienza, significa che dovremo imparare a
conviverci.
Un punto di vista dà più importanza alla purezza della mate-
matica, l'altro ai risultati pratici; uno insiste sull'ordine assoluto
e perfetto, l'altro è disposto a convivere con ambiguità e incer-
tezze. La spaccatura è profonda e insanabile.

La caduta dei gesuati

Grazie alla protezione del suo ordine e all'ostilità del senato


veneziano verso i gesuiti, era chiaro che degli Angeli l'avrebbe
fatta franca con la sua sfida aperta alla Compagnia di Gesù.
Il gesuato continuò a lavorare e nel corso dei successivi otto
anni pubblicò altri sei libri di matematica, in ciascuno dei quali
adoperò e difese il metodo degli indivisibili. Il suo più grande
trionfo arrivò nel 1662, quando l'università di Padova gli asse-
gnò la cattedra di matematica che era stata di Galileo. I gesuiti,
così potenti nel resto d'Italia, potevano solo rodersi il fegato alla
notizia che il gesuato rampante era assurto a una delle posizioni
di maggior prestigio in tutta Europa. Non risposero mai ai suoi
dileggi, né lo denunciarono apertamente: in silenzio, con pazien-
za, stavano a guardare.
I gesuiti erano in difficoltà. Finché degli Angeli continuava
con la sua insolenza, c'era il pericolo che la dottrina proibita
fosse riportata in auge in Italia, vanificando la loro campagna
pluridecennale. Ma cosa potevano fare? Degli Angeli era al si-
curo a Venezia e, se anche avessero pensato di persuadere le
autorità locali a ridurlo al silenzio, la nomina alla cattedra di
Padova dimostrava quanto questo fosse improbabile. Cambia-

197
rono quindi strategia: a Venezia avevano poco peso, ma a Roma
erano ancora molto influenti. Per tacitare l'ultima voce italiana
che difendeva l'infinitamente piccolo, si rivolsero alla curia. Di
quanto avvenne in seguito si hanno solo prove indiziarie, poi-
ché i documenti rilevanti sono a tutt'oggi sepolti negli archivi
vaticani. Ciò che sappiamo è questo: il 6 dicembre 1668 papa
Clemente IX emise una bolla che sopprimeva tre ordini religio-
si italiani. Uno era una congregazione di canonici regolari con
sede sull'isola di San Giorgio in Alga, nella laguna veneziana; il
secondo erano gli eremiti di San Girolamo di Fiesole, un ordine
popolare che, al suo apice, contava quaranta conventi in tutta
Italia; il terzo erano i gesuati di San Girolamo. Come afferma la
bolla, non c'era da aspettarsi <<alcun vantaggio o utilità al popo-
lo cristiano dalla loro sopravvivenza» 33 •
I canonici di San Giorgio erano una comunità minuscola,
confinata in un'unica isola veneziana, ed è possibile che i bu-
rocrati vaticani fossero davvero giunti a convincersi della sua
inutilità. Gli eremiti di Fiesole erano un ordine molto più esteso,
ma nel loro caso il termine soppressione è fuorviante. Se è vero,
infatti, che cessò di esistere come ordine indipendente, la con-
gregazione non fu in realtà dissolta, bensì fusa con quella sorella
dei poveri eremiti di San Girolamo, di Pisa; i loro conventi con-
tinuarono a esistere senza grossi cambiamenti. Ma per i gesuati
la soppressione fu una condanna a morte: da un giorno all'altro
l'ordine cessò di esistere, i conventi furono sciolti e i frati si di-
spersero. Fu una fine incredibilmente violenta e inaspettata per
un ordine così antico e venerabile. Fondato dal beato Giovanni
Colombini nel 1631, per assistere i poveri e i malati, era soprav-
vissuto esattamente tre secoli e sette anni.
Il motivo ufficiale, citato ancor oggi in tutte le fonti pub-
bliche, è che nell'ordine si era fatta strada l'intemperanza. Ma
questa spiegazione non convince più di quella della presunta
inutilità. Alcuni studiosi osservano che i gesuati erano spesso

33 Clemente IX, Romanus Pontifex, bolla papale, 6 dicembre 1668, Exordium.


Una versione digitalizzata è disponibile qui: http://goo.gl/6AnQbd, p. 19.

198
chiamati frati dell'acquavite34, un epiteto che potrebbe far pen-
sare a scarsa moralità o a una certa dissolutezza. Ma le cose non
stavano affatto così: il soprannome derivava dalla loro vocazio-
ne all'assistenza dei malati di peste, ai quali somministravano
un liquore prodotto dai loro conventi. Non si hanno prove che
la gerarchia ecclesiastica fosse contraria alle pratiche mediche
gesuate, né che avesse cercato in precedenza di fermarle.
In realtà i gesuati erano da tutti i punti di vista un ordine
prospero. Gregorio XIII (1572-1585), il papa che aveva patro-
cinato i gesuiti, fu anche sostenitore dei gesuati e ne annoverò
il fondatore, il beato Giovanni Colombini, nel calendario dei
santi della Chiesa, dedicandogli la data del 31 luglio. L'ordine si
espanse rapidamente nel corso del sedicesimo e diciassettesimo
secolo, fondando decine di conventi in tutta Italia. Dovevano
essere ben visti dai ceti alti delle città italiane, se sia i Cavalieri a
Milano, sia i degli Angeli a Venezia avevano trovato opportuno
mandare i loro promettenti rampolli a studiare nell'ordine. Il
fatto che due membri della congregazione occupassero cattedre
accademiche a Bologna e a Padova, due tra le più prestigiose
università europee, dava ai gesuati un lustro intellettuale che
pochi ordini potevano vantare. Sebbene non sia facile avere
un'idea della vita tra le mura di un convento gesuato, nulla di
quanto sappiamo lascia pensare a una degenerazione morale. La
lettera di Cavalieri a Galileo del 1620 sulla vita nel convento di
Milano, in cui si lamenta di essere circondato da vecchi che si
aspettano da lui studi di teologia, non dà l'idea che si trattasse di
un luogo dedito ai bagordi. Lo stesso si può dire del convento di
Bologna, dove Cavalieri trascorse gli ultimi diciotto anni della
sua vita, malato di gotta, e dove discettava di matematica con il
giovane degli Angeli. L'impressione inevitabile è che si trattasse
di istituti seriamente concentrati sulla formazione accademica

34 William Eamon, The Aquavitae Brothers, in hrtp://williameamon.com/?p=552;


Thomas Kennedy, Blessed fohn Colombini, in The Catholic Encyclopedia,
Appleton, New York 1910, disponibile qui: hrtp://www.newadvent.org/
cathen/0845 8a.htm.

199
e sul ministero religioso, e la rapida ascesa di Cavalieri e degli
Angeli a posti di rilievo gerarchico nell'ordine è segno che i tra-
guardi intellettuali erano tenuti in alta considerazione. Prima
del 1668 il Vaticano in generale non trovò motivo di ingerire
nelle vicende dei gesuati, tranne che nel 1606, quando per la
prima volta permise ai sacerdoti di entrare nella congregazione:
un cambiamento che fa pensare a un aumento più che a una
diminuzione delle quotazioni dell'ordine. Non c'è nulla in tutto
ciò che possa spiegare perché questa antica e venerabile confra-
ternita sia stata presa di mira e improvvisamente spazzata via.
Ma i gesuati in effetti in qualcosa si distinguevano: anno-
veravano tra le proprie fila i più eminenti matematici italiani
promotori della dottrina degli infinitesimi. Cavalieri e degli
Angeli furono, prima l'uno e poi l'altro, i maggiori difensori
degli indivisibili della propria generazione, sempre con il pieno
sostegno dell'ordine. Non solo, infatti, fecero entrambi rapida-
mente carriera nella confraternita, ma molti dei loro libri furono
approvati personalmente dal superiore dei gesuati. Inevitabil-
mente, quando degli Angeli e Cavalieri entrarono aspramente in
conflitto con i gesuiti sull'infinitamente piccolo, la battaglia non
rimase solo la loro, ma divenne quella di tutto l'ordine. Sia stato
per un disegno deliberato o per un caso fortuito, i gesuati di San
Girolamo erano diventati l'ostacolo principale per i gesuiti nella
loro lotta per l'eliminazione dell'infinitamente piccolo.
È possibile che, se i gesuiti avessero trovato un modo di ri-
durre al silenzio degli Angeli lasciando in pace i suoi confratel-
li, lo avrebbero fatto. Ma è ugualmente probabile che fossero
decisi a rendere quello dell'ordine umile un caso esemplare, un
avvertimento per chiunque nella Chiesa avesse osato sfidare
la Compagnia di Gesù. Alla fine il risultato fu lo stesso. Non
potendo persuadere le autorità veneziane a sanzionare il pro-
fessore insolente, si rivolsero alla curia romana, dove la loro
influenza fu decisiva. Non potevano punire direttamente degli
Angeli, quindi fecero ricadere la propria collera sull'ordine che
aveva protetto lui e il suo defunto maestro. Di fronte all'ira del-
la potente Compagnia di Gesù, i gesuati non avevano scampo.

200
L'ordine che era sopravvissuto a oltre tre secoli di sconvolgi-
menti politici e religiosi, i cui padri somministravano l"'acqua
di vita" alle vittime della peste e due dei cui membri erano saliti
agli onori della fama matematica, svanì nel nulla con un tratto
di penna papale.
La cosa quasi surreale fu che l'uomo nell'occhio del ciclo-
ne rimase esattamente dov'era; almeno dal punto di vista ge-
ografico. Sebbene la confraternita che era stata la sua casa fin
dall'epoca della sua giovinezza si fosse improvvisamente dissolta
intorno a lui, degli Angeli era ancora professore di matematica
all'università di Padova e ancora protetto dal senato veneziano.
Rimase a Padova per i successivi ventinove anni, fino alla sua
morte nel 1697. Ma quantunque continuasse a professarsi am-
miratore di Galileo, e sebbene avesse pubblicato in precedenza
ben nove libri che promuovevano e adoperavano il metodo de-
gli indivisibili35, degli Angeli non pubblicò più una sola parola
sull'argomento. I gesuiti avevano vinto.

Due sogni di modernità

Negli anni settanta del Seicento la guerra per l'infinitamen-


te piccolo era ormai finita. Con degli Angeli finalmente ridot-
to al silenzio, e tutti gli altri dissenzienti affossati o in via di
estinzione, l'Italia era una terra bonificata dagli infinitesimi e
i gesuiti regnavano sovrani. Per la Compagnia era un grande
trionfo, giunto alla fine di una campagna difficile che aveva mie-
tuto molte vittime; alcuni erano personaggi conosciuti all'epoca,
come Luca Valerio e Stefano degli Angeli, ma molti altri rimar-

35 l nove libri di degli Angeli sono: Problemata, ci t.; De infinitis parabolis, ci t.;
Miscel/aneum hyperbolicum et parabolicum, La Noù, Venezia 1659;
Miscellaneum geometricum, La Noù, Venezia 1660; De infinitorum spiralium
spatiorum mensura, La Noù, Venezia 1660; De infinitorum cochlearum mensuris,
La Noù, Venezia 1661; De superficie ungulae, La Noù, Venezia 1661; Accessionis
ad stereometriam et mecanicam, La Noù, Venezia 1662; De infinitis spiralibus
inversis, Bolzetta de Cadorinis, Padova 1667.

201
ranno per sempre anonimi. La fredda mano della Compagnia di
Gesù stese un pesante velo su questa generazione di matematici
italiani e la consegnò all'oblio.
La Compagnia di Gesù non combatté questa battaglia per
meschinità o cattiveria, o semplicemente per mostrare i muscoli
e umiliare gli avversari. Lo fece in base alla convinzione che fos-
sero a rischio i principi ad essa più cari e, in ultima analisi, il de-
stino della cristianità. I gesuiti si erano forgiati nel crogiolo della
Riforma, che aveva visto lacerarsi il tessuto sociale e religioso
dell'Occidente cristiano. Diverse dottrine religiose, ideologie po-
litiche e alleanze sociali lottavano per accaparrarsi la mente e
l'anima degli europei, portando caos, carestie, pestilenze e guer-
re decennali. La sola, unica Verità dell'antica Chiesa, che aveva
unito i cristiani e dato uno scopo alla loro vita, era improvvisa-
mente sparita nel frastuono delle fedi rivali. Annullare gli effetti
di questa catastrofe, e assicurarsi che non si verificasse mai più,
era il proposito principe della Compagnia di Gesù dal giorno
della sua fondazione da parte di Ignazio di Loyola.
I gesuiti perseguirono il loro obiettivo in molti modi, ma
sempre con abilità e determinazione. Divennero teologi, votati
alla formulazione di un'unica verità religiosa, e filosofi, per dare
sostegno alla loro teologia. E fondarono il più vasto sistema
educativo che il mondo avesse mai visto, per diffondere in lun-
go e in largo la conoscenza di queste verità. Furono il motore
della rinascita cattolica nella seconda metà del Cinquecento ed
ebbero un ruolo chiave nell'arrestare la diffusione del protestan-
tesimo e nel ribaltare l'esito di alcune delle sue vittorie.
Ma i gesuiti dovevano affrontare un problema spinoso: dap-
pertutto c'erano opinioni diverse e ogni dottrina religiosa o fi-
losofica sembrava oggetto di discussione tra diverse autorità.
A parte la matematica. Almeno questa era l'idea di Cristoforo
Clavio, che iniziò a perorarne la causa al Collegio Romano negli
anni sessanta e settanta del Cinquecento. In matematica, e spe-
cialmente nella geometria euclidea, non c'era mai stato nessun
dubbio, diceva Clavio, che arrivò a fare della matematica un
pilastro della visione del mondo gesuita.

202
È a causa di questo forte investimento nella matematica, e
della convinzione che le sue verità garantissero stabilità, che i
gesuiti reagirono con tanta furia all'ascesa dei metodi infinitesi-
mali. Perché la matematica dell'infinitamente piccolo era tutto
ciò che la geometria euclidea invece non era. Laddove la geome-
tria cominciava da chiari principi universali, i nuovi metodi par-
tivano dalla vaga e incerta intuizione che gli oggetti siano fatti
di una moltitudine di parti minuscole. Ma ancor più devastante
era che, mentre le verità della geometria erano incontestabili, i
risultati del metodo degli indivisibili erano l'esatto contrario. Il
metodo poteva portare tanto spesso all'errore quanto alla verità
ed era disseminato di contraddizioni. Se lo si fosse lasciato in
vita, pensavano i gesuiti, sarebbe stato un disastro per la mate-
matica e per la sua pretesa di essere una fonte di conoscenza in-
contestabile. Le implicazioni in senso lato erano anche peggiori:
se perfino la matematica si dimostrava indebolita dall'errore,
quale speranza c'era per altre discipline meno rigorose? Se la
verità non si può trovare nella matematica, allora è possibile che
non si possa trovare da nessuna parte: questo avrebbe gettato di
nuovo il mondo nella disperazione.
Fu per evitare tale esito catastrofico che i gesuiti condussero
la loro campagna contro gli infinitesimi. Ma i matematici ita-
liani che sostenevano il metodo degli indivisibili erano davvero
individui pericolosi che avrebbero goduto nel rovesciare l'auto-
rità? Sembra davvero improbabile. Galileo, Cavalieri, Torricelli
e degli Angeli erano dopotutto accademici e professori, non un
manipolo di rivoluzionari. Galileo era forse un esuberante indi-
vidualista, ma non era certo un contestatore dell'autorità, come
dimostrò quando scelse di lasciare la repubblicana Venezia per
accettare il ruolo alla corte del granduca di Toscana. Cavalieri
era un tranquillo chierico, un professore che lasciò la città di
Bologna una sola volta negli ultimi diciott'anni della sua vita,
mentre Torricelli, dopo essersi stabilito a Firenze, fece del suo
meglio per evitare il conflitto con chi lo criticava. Degli Angeli
indubbiamente mostrò una buona dose di intraprendenza nel
condurre l'ultima battaglia in favore degli indivisibili, ma sa-

203
o rebbe eccessivo descriverlo come un sovversivo. Dopotutto era
anche lui un religioso e un docente che contava sulla protezio-
u ne del suo antico ordine e del senato veneziano per tenere alla
larga i nemici. Sarebbe davvero difficile trovare tra i sostenitori
dell'infinitamente piccolo qualcuno che giustifichi la feroce re-
azione dei gesuiti alla dottrina, o la loro paura delle sue impli-
cazioni.
Dunque sbagliavano, i gesuiti, nel temere i paladini dell'infi-
nitamente piccolo? Non proprio. Se infatti è vero che i galileiani
non erano dei sovversivi, è vero anche che essi predicavano un
livello di libertà che per i gesuiti era inaccettabile. Galileo era
un brillante pubblico sostenitore della libertà di filosofare (li-
bertas philosophandi), espressione con cui lui e i suoi seguaci
intendevano il diritto di perseguire le proprie indagini, ovunque
queste conducessero. Si prendeva apertamente gioco dei gesui-
ti e della loro deferenza all'autorità, scrivendo che <<l'autorità
dell'opinione di mille nelle scienze non val per una scintilla di
ragione di uno solo>> 36 • Galileo non solo scrisse che, quando la
Scrittura e i fatti scientifici confliggono, è l'interpretazione della
prima a dover essere cambiata, ma andò pubblicamente contro
l'autorità di teologi illustri. Non sorprende che i gesuiti fosse-
ro furiosi: era precisamente il tipo di trasgressione che secondo
loro avrebbe portato al caos.
Galileo era il portavoce principale del suo gruppo, ma i suoi
colleghi Lincei, i suoi studenti e i suoi seguaci ne condividevano
le idee. Tutti credevano nel principio della libertas philosophan-
di e vedevano nel processo e nella condanna del loro capofila
un mostruoso crimine contro le libertà a loro care. Per loro la
ricerca gesuita di una verità unica, autorizzata e universalmente
accettata cozzava contro qualunque possibilità di filosofare li-
beramente. Sostenendo la matematica dell'infinitamente piccolo
si schieravano contro la pretesa totalitaria dei gesuiti di una ve-
rità sancita ufficialmente.

36 Galileo Galilei, Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro


accidenti, Mascardi, Roma 1633, pp. 199-200; in Opere, cit., vol. V, pp. 200-201.

204
Il conflitto cardine tra gesuiti e galileiani era sulle questioni
dell'autorità e della certezza. I gesuiti insistevano che la verità
dovesse essere una sola ed erano convinti di aver trovato nel-
la geometria euclidea l'esempio perfetto di come un sistema di
questo tipo avesse il potere di plasmare il mondo e prevenire il
dissenso. Anche i galileiani cercavano la verità, ma il loro ap-
proccio era l'opposto di quello gesuita: invece di imporre un
ordine unificato sul mondo, essi cercavano di studiare il mondo
così come ci è dato e di trovarne l'ordine intrinseco. E, mentre
i gesuiti cercavano di eliminare misteri e ambiguità al fine di
arrivare a una verità limpida e unificata, i galileiani erano di-
sposti ad accettare un certo livello di ambiguità e perfino di pa-
radosso, a patto che portasse a una maggiore conoscenza della
questione studiata. Un punto di vista insisteva su una verità im-
posta dall'alto attraverso la ragione e l'autorità; l'altro accetta-
va pragmaticamente la possibilità dell'ambiguità e perfino della
contraddizione, e cercava di costruire la conoscenza dal basso
verso l'alto. Un approccio insisteva sulla proibizione dell'infi-
nitamente piccolo, perché introduceva il paradosso e l'errore
nella struttura perfetta e razionale della matematica; l'altro era
disposto a convivere con i paradossi dell'infinitamente piccolo,
a patto che fornissero un metodo potente e fruttuoso, conducen-
do a una conoscenza matematica più profonda.
Collocata all'alba dell'era moderna, la lotta sull'infinitamen-
te piccolo fu una gara tra due visioni opposte di ciò che sarebbe
stata la modernità. Da una parte c'erano i gesuiti, una delle pri-
me istituzioni moderne al mondo, che con organizzazione razio-
nale e unità d'intenti lavorava per plasmare il mondo moderno
a propria immagine. Il loro era un sogno totalitario di unità
monolitica che non lasciava spazio al dubbio e al dibattito, una
visione ricomparsa più volte sotto diverse spoglie nel corso della
storia moderna. Dall'altra parte c'erano i loro avversari, in Italia
rappresentati dagli amici e seguaci di Galileo. Essi credevano
che una nuova era di pace e armonia non si sarebbe instaurata
con l'imposizione di verità assolute, bensì per mezzo di una len-
ta, sistematica, imperfetta accumulazione di conoscenza e verità

205
o condivise. Era un modo di vedere che lasciava spazio al dubbio
e al dibattito, riconosceva la possibilità che alcuni misteri rima-
u nessero irrisolti, ma ribadiva che ciò nonostante molto si può
scoprire con l'indagine; apriva la strada al progresso scientifico,
ma anche al pluralismo politico e religioso, e alla limitazione in
senso non totalitario del potere. Anche questo gruppo ha avuto
molte incarnazioni diverse nel mondo moderno: il loro punto
di vista è ancor oggi riconoscibile negli ideali della democrazia
liberale.
Nell'Italia del diciassettesimo secolo i nemici dell'infinita-
mente piccolo ebbero la meglio. Si affermarono i principi del-
la gerarchia, dell'autorità e dell'assoluta unicità della verità,
mentre quelli della libertà di indagine, del pragmatismo e del
pluralismo furono sconfitti. Le conseguenze per l'Italia furono
profonde.

La terra dell'ordine

Per quasi due secoli l'Italia era stata patria della comunità
matematica forse più vivace d'Europa 37 • Era una tradizione che
risaliva ai primi uffici bancari nei crocevia commerciali italiani
e che in seguito formò matematici di professione e universitari,
antesignani dei moderni accademici. All'inizio del Cinquecento,
Cardano, Tartaglia e i loro colleghi cosisti (com'erano chiamati)
si guadagnavano da vivere grazie alla capacità di risolvere equa-
zioni cubiche e quartiche. Qualche decennio più tardi classicisti
come Federico Commandino e Guidobaldo del Monte riporta-
rono in auge gli antichi, di cui pubblicarono nuove edizioni e
traduzioni. E, successivamente, i sostenitori dell'infinitamente
piccolo (Galileo, Cavalieri e Torricelli) esplorarono nuove tec-
niche che avrebbero trasformato le fondamenta dell'indagine e
della pratica matematica.

37 Mario Biagioli, The Social Status of Italian Mathematicians, 1450-1600,


in "History of Science 27", l, 1989, pp. 41-95.

206
Ma quando i gesuiti trionfarono sui difensori dell'infinita-
mente piccolo, questa brillante tradizione morì di morte im-
provvisa. Con degli Angeli ridotto al silenzio, Viviani e Ricci
che tenevano per sé le loro opinioni in matematica, in Italia
non era rimasto più nessuno a raccogliere il testimone. I gesui-
ti, ora potentissimi, insistevano nell'aderenza stretta ai metodi
dell'antichità, e dunque il fronte dell'innovazione matematica
attraversò le Alpi spostandosi definitivamente in Germania,
Francia, Inghilterra e Svizzera. È in questi paesi settentrionali
che il "metodo degli indivisibili" di Cavalieri e Torricelli sarebbe
stato sviluppato dapprima nel "calcolo infinitesimale" e poi nel
vasto settore matematico oggi chiamato analisi. L'Italia rimase
tagliata fuori: il luogo in cui tutto ebbe inizio divenne un paese
in cui non c'era futuro per chi avesse voluto intraprendere una
carriera matematica. Negli anni sessanta del Settecento, quan-
do il giovane prodigio matematico torinese Giuseppe Lodovico
Lagrangia cercò di farsi un nome tra i "grandi geometri" della
sua epoca, dovette lasciare la patria e trasferirsi prima a Berli-
no, poi a Parigi. Ebbe successo, ma le sue radici italiane furono
presto dimenticate. Per le generazioni successive era e rimarrà
francese: Joseph-Louis Lagrange, uno dei più grandi matematici
della storia.
L'estinzione della tradizione matematica italiana fu il risulta-
to più immediato della soppressione dell'infinitamente piccolo,
ma il trionfo gesuita ebbe effetti molto più profondi e di più va-
sta portata. Nell'alto Medioevo l'Italia era stata il paese più in-
novativo di tutta Europa in campo politico, economico, artistico
e scientifico. Qui già nell'undicesimo e nel dodicesimo secolo
cominciarono a emergere dall'età buia le prime città, che ebbero
un ruolo cruciale nel far rifiorire un'economia rimasta a lungo
assopita, ed erano luoghi di vivace sperimentazione politica con
diverse forme di governo, dall'autocratico al repubblicano. Nel
Duecento i mercanti italiani si trasformarono nei primi ricchi
banchieri europei e, a partire dalla metà del quattordicesimo
secolo, l'Italia fu alla guida della rinascita artistica e culturale
che trasformò l'Europa. Umanisti da Petrarca a Pico della Mi-

207
o randola, pittori da Giotto a Botticelli, scultori da Donatello a
Michelangelo e architetti da Brunelleschi a Bernini fecero del
Rinascimento italiano un punto di svolta nella storia dell'uma-
nità. Nelle scienze personaggi del calibro di Leon Battista Alber-
ti, Leonardo e Galileo diedero contributi cruciali alla conoscen-
za umana e aprirono nuovi orizzonti di indagine. Come terra
della creatività e dell'innovazione, si può tranquillamente dire
che l'Italia non aveva pari.
Tutto questo, però, verso la fine del Seicento finì. La terra
dinamica della creatività e dell'innovazione divenne una terra
di stagnazione e decadenza. I floridi crocevia commerciali del
Rinascimento divennero centri marginali dell'economia euro-
pea, incapaci di reggere il confronto con la rapida espansione
dei rivali settentrionali. Dal punto di vista religioso la penisola
italiana rimase sotto l'influenza del cattolicesimo più conser-
vatore, che non permetteva alcun dissenso dagli editti papali
e non lasciava spazio ad alcuna altra setta o credo. Dal punto
di vista politico, l'Italia era un amalgama di piccoli principati
governati da re, duchi, arciduchi e dallo stesso papa. Con po-
che eccezioni, erano tutti reazionari e oppressivi, e reprimevano
con la forza ogni parvenza di opposizione politica. Nelle scien-
ze qualche personaggio brillante, come Spallanzani, Galvani e
Volta, compiva studi all'avanguardia della propria disciplina ed
era ammirato dai colleghi di tutta Europa. Ma queste poche ec-
cezioni non facevano che confermare l'impoverimento globale
della scienza italiana, che nel Settecento fu solo un'appendice
della fiorente scienza parigina. Nel 1750 non c'era già più trac-
cia dello spirito d'innovazione che aveva caratterizzato la vita
italiana per tanto tempo.
Sarebbe un'esagerazione attribuire tutti questi effetti alla
sconfitta dell'infinitamente piccolo in Italia alla fine del Seicen-
to. Le cause del declino politico, economico, intellettuale e reli-
gioso dell'Italia furono molte, ma è innegabile che, tra queste, la
guerra sull'infinitamente piccolo ebbe un ruolo importante. Fu
una battaglia strategica in cui fu decisa la strada che avrebbe in-
trapreso la modernità italiana e la vittoria di una parte sull'altra

208
contribuì a delineare la traiettoria dell'Italia nei secoli successivi.
Non era un esito scontato: la lotta fu serrata e, se avessero vinto
i galileiani sconfiggendo i gesuiti, è facile immaginare un'evo-
luzione dell'Italia completamente diversa. La terra di Galileo
sarebbe probabilmente rimasta all'avanguardia della matema-
tica e della scienza, e avrebbe benissimo potuto essere alla testa
dei trionfi scientifici del diciottesimo e diciannovesimo secolo.
L'Italia avrebbe potuto essere un centro di filosofia e cultura
illuminista e gli ideali di libertà e democrazia avrebbero potuto
risuonare nelle piazze di Firenze, Milano e Roma, anziché nelle
places di Parigi o nelle squares di Londra. È facile immaginare
le piccole signorie dinastiche sostituite da forme di governo più
rappresentative e le grandi città italiane diventare importanti
centri di commercio e industria, alla pari delle loro controparti
settentrionali. Ma così non andò: alla fine del diciassettesimo
secolo l'infinitamente piccolo era stato soppresso. In Italia si era
preparata la scena per secoli di arretratezza e ristagno.

209
Parte II
Il Leviatano e l'infinitesimo

Il calcolo in geometria è quello stesso


che è l'esperienza nella fisica.
Bernard le Bovier de Fontenelle,
Éléments de la géométrie de l'infini, prefazione
Capitolo 6

La venuta del Leviatano

Zappatori

Il primo di aprile del 1649, una domenica, un gruppo di in-


digenti si raccolse, con le famiglie, sulla Saint Georges Hill, vi-
cino alla città di Kingston, nel Surrey, in Inghilterra. La collina
era spoglia e appariva come un luogo inospitale, poco adatto a
un nuovo insediamento. Ma erano venuti per restare: avevano
portato tutte le loro cose e ben presto iniziarono a costruire ca-
panne per ripararsi dalle intemperie.
Poi iniziarono a zappare. Giorno dopo giorno continuaro-
no a zappare, ricavando fossi e piantando ortaggi sulla collina
rocciosa, chiamando a raccolta gli abitanti dei paesi vicini per
aiutare. «Invitano tutti a venire ad aiutare» osservava un con-
temporaneo «promettendo cibo, bevande e vestiti». Prevedeva-
no, con sicumera, di aumentare il loro numero a «quattro o cin-
quemila nel giro di dieci giorni>> e, se questa previsione risultò
in effetti troppo ottimistica, la comunità riuscì comunque ad
attirare nuovi membri e il loro numero raggiunse presto diverse
dozzine di famiglie. E continuavano a zappare 1 • Con il crescere
della comunità, crebbe anche l'atteggiamento sospettoso degli

1 La storia degli zappa tori si trova in Christopher Hill, Il mondo alla rovescia: idee
e movimenti rivoluzionari nell'Inghilterra del Seicento, Einaudi, Torino 1981,
cap. VII (ed. orig. The World Turned Upside Down, 1975).
abitanti dei villaggi vicini. <<Si teme che abbiano qualche pro-
getto in mente>> osserva lo stesso contemporaneo, e non aveva
torto. Zappare su una collina spoglia può sembrare un'attività
innocente, a noi, ma le cose erano ben diverse nell'Inghilterra
del diciassettesimo secolo. Con questo atto, gli zappatori dichia-
ravano la proprietà e il diritto di coltivare le terre demaniali,
che erano state recintate, o venivano comunque controllate da-
gli aristocratici della zona. Era un attacco diretto e premeditato
ai diritti di proprietà delle classi benestanti e, se le loro inten-
zioni non fossero state sufficientemente chiare, gli zappatori fe-
cero seguire in breve un opuscolo2 che distribuirono in lungo
e in largo. <<Il nostro lavoro ha il seguente scopo>> spiegarono
«coltivare la Georges Hill e le terre intorno [... ] così da poterle
lavorare con diritto, e gettare le basi per una terra che sia tesoro
comune di tutti, ricchi e poveri [... ] senza qualcuno che governi
sopra gli altri, ma dove tutti si prendano cura di ognuno, come
uguali nella Creazione>>.
Una negazione tanto ardita della proprietà privata è suffi-
ciente a far venire i brividi lungo la spina dorsale di qualunque
proprietario terriero, ora come allora. Ma c'era dell'altro: <<Che
questa proprietà privata sia la maledizione si manifesta nel fatto
che chi compra e vende la terra, cioè i proprietari, l'ha ottenuta
tramite l'oppressione, l'omicidio e il furto>>. Tutta la proprietà
privata, secondo questa logica, era rubata e doveva essere resti-
tuita con diritto al legittimo proprietario: il popolo. È vero, gli
zappatori professavano il pacifismo ed erano molto chiari sul
rifiuto della violenza nel reclamare la terra. Ma, essendo molti
degli accoliti veterani della guerra civile inglese, con i suoi sac-
cheggi, la "gente bene" di Weyburn e dintorni non si sentiva
molto rassicurata. Additati quali ladri e assassini, i loro diritti di
proprietà negati, erano comprensibilmente in allarme. Temendo
per la loro terra e i loro possedimenti, per non parlare della loro
sicurezza e della loro stessa vita, attaccarono.

2 George Winstanley et al., The True Leve/lers Standard advanced: Or, The State of
Community opened, and Presented to the Sons of Men, Londra 1649.

214
Quali membri onorati della società, prima di tutto si rivol-
sero alle autorità, nella persona di sir Thomas Fairfax, coman-
dante nell'esercito di nuovo modello (new mode/ army), che
stazionava nelle vicinanze; i proprietari terrieri si appellarono a
lui per rimuovere gli abusivi. Fairfax era probabilmente l'uomo
più influente in Inghilterra, in quel momento, avendo condotto
le forze parlamentari a decisive vittorie sulle armate realiste di
Carlo l. Nobile e cavaliere, Fairfax nutriva ben poche simpa-
tie per le richieste rivoluzionarie degli zappatori e i proprietari
terrieri si aspettavano che prendesse le loro difese. Ma Fairfax
si comportò in maniera ambigua: arrivato a Saint Georges Hill
con le sue truppe, si mise a discutere con il capo degli zappatori,
Gerrard Winstanley, e questo fu tutto. Se i proprietari terrieri
avevano un problema con la banda di Winstanley, li informò
Fairfax, dovevano rivolgersi al tribunale.
E, delusi da Fairfax, fu esattamente quello che fecero. Accu-
sarono gli zappatori di comportamento licenzioso e convinsero
la corte a rifiutare loro di difendersi in tribunale. Nel frattempo
Francis Drake, signore del vicino maniero di Cobham, organiz-
zò delle incursioni contro gli insediamenti degli zappatori e ri-
uscì infine a distruggere una delle loro case comuni. Attaccati
sia legalmente sia fisicamente, gli zappatori cedettero: in agosto
furono costretti a lasciare Saint Georges Hill e a spostarsi in
un nuovo sito, qualche chilometro più lontano. Quando anche
questo rifugio venne attaccato, abbandonarono la terra e si di-
spersero. I proprietari terrieri avevano vinto.
La tragedia di Saint Georges Hill è uno dei tentativi meglio
documentati di sovvertire l'ordine sociale stabilito nell'Inghil-
terra dei tempi moderni. Ma non fu un incidente isolato. Altre
colonie di zappatori sorsero durante lo stesso periodo, mentre
abbondavano diverse forme di protesta, sovversione e perfino
insurrezione. Infatti, verso la metà del Seicento, dal 1640 al
1660, l'Inghilterra era in tumulto e le istituzioni tradizionali era-
no instabili, quando non completamente allo sbando. A meno
di quarant'anni dalla scomparsa dell'illustre Regina Vergine,
Elisabetta I (1558-1603), il suo secondo successore, Carlo I, fu

215
o rimosso dal parlamento londinese, le sue armate sconfitte sul
campo ed egli stesso imprigionato e, infine, giustiziato. La Chie-
u sa d'Inghilterra, creata da Elisabetta e da suo padre, Enrico VIII
(1509-1547), si era a tutti gli effetti dissolta, i suoi vescovi erano
stati costretti all'esilio e le sue grandi cattedrali erano state con-
quistate da Chiese protestanti rivali. Un'armata scozzese aveva
invaso l'Inghilterra e, per un certo periodo, occupato le contee
settentrionali; mentre in Irlanda i cattolici in rivolta avevano
distrutto le terre dei signori e dei coloni inglesi, massacrandone
una gran parte e costringendo gli altri a fuggire. Nel mezzo di
questa crisi nazionale, con lo Stato decapitato, la Chiesa ufficia-
le smantellata, la legge della terra ignorata e rimossa la censura
sulla stampa, una moltitudine di gruppi emerse dalle ombre, con
l'obiettivo di rivoltare il mondo. Gli zappatori di Saint Georges
Hill erano solo uno dei tanti.

La terra senza un re

Le cause di ciò che si chiama rivoluzione inglese, o guerra


civile inglese, o anche interregno, sono argomento di dibattito
tra gli storici ancora oggi. Si citano ragioni politiche, religiose,
sociali ed economiche; senza dubbio, tutte hanno contribuito
in qualche modo alla caduta del governo inglese nel 1640. Una
cosa è comunque chiara: a partire dal1603, quando Giacomo I
(1603-1625), della casata degli Stuart, succedette a Elisabetta I
sul trono, i re d'Inghilterra si trovarono sempre più in conflitto
con il parlamento, un organo che rappresentava gran parte della
classe dei proprietari terrieri. Da un lato, fu una semplice lotta
di potere. Il parlamento, le cui radici risalivano al tredicesimo
secolo, al tempo di Elisabetta I aveva acquisito il diritto esclusi-
vo di imporre tasse. Siccome l'esercito e la marina assorbivano
la grande maggioranza della spesa pubblica di un giovane Stato
moderno, e si potevano finanziare solo attraverso la tassazio-
ne, ne conseguiva che il re non poteva gestire la politica estera
senza l'approvazione del parlamento. A causa del suo controllo

216
sugli introiti dello Stato, il parlamento poteva mettere il veto
sulle politiche che non approvava, e non esitò a farlo. Finché la
politica reale era accettabile per il parlamento, non c'era alcun
problema. Questo fu il caso della lunga, costosa e inconcludente
guerra di Elisabetta contro la Spagna, che, ciò nonostante, man-
teneva il supporto popolare. Ma quando Giacomo I firmò la
pace con la Spagna e Carlo I decise di allearsi con Luigi XIII di
Francia per sconfiggere gli ugonotti, le cose cambiarono. Il par-
lamento rifiutò di autorizzare nuove tasse per finanziare quelle
che considerava azioni "tiranniche" e "contrarie alla volontà di
Dio", rendendo di fatto impossibile per il re mettere in atto la
sua politica.
Gli Stuart trovavano intollerabile questa situazione. Solo il
re, insistevano, ha potere decisionale, può imporre le tasse, e la
stretta mortale del parlamento sulla tassazione rappresentava
un'usurpazione illegale del potere reale. Guardavano con invi-
dia ai re di Francia, che avevano umiliato la loro assemblea,
gli Stati Generali, e concentravano tutto il potere nelle proprie
mani. Giacomo I, forse il più erudito tra i re d'Inghilterra, scrisse
perfino un trattato, intitolato The True Law of Free Monarchies
("La vera legge delle monarchie libere"), in cui sosteneva che i
re governano per diritto divino e in nessuna circostanza il popo-
lo poteva legittimamente contrastare un regio decreto.
Il parlamento diventava sempre più prepotente e i re Stuart
sempre più furiosi, rendendo inevitabile lo scontro: nel 1629
Carlo I sciolse il parlamento e si rifiutò di convocarne un al-
tro. Negli undici anni seguenti regnò da solo, mentre le casse
dello Stato si svuotavano progressivamente e la sua libertà di
azione diventava sempre più limitata. Alla fine, nel 1640, in se-
guito a un tentativo disastroso di riformare la Chiesa scozzese,
che portò le due nazioni sull'orlo della guerra, Carlo non riuscì
più a controllare la situazione e richiamò il parlamento. Il suo
scopo era solo approvare il finanziamento della guerra contro
gli scozzesi e poi sciogliere nuovamente quell'entità ribelle, ma
il parlamento attaccò per primo: per prevenire una ripetizione
della decisione tirannica di Carlo, passò subito una risoluzione

217
o per cui il parlamento sarebbe rimasto convocato fino a che non
si fosse sciolto da sé. Rimase formalmente in sessione per dieci
anni; questo evento passò alla storia con il nome di parlamento
lungo.
La crisi istituzionale del 1640 fu uno scontro di due punti di
vista fondamentalmente opposti sull'ordine politico. Il casato
degli Stuart cercava con tutte le sue forze di istituire una monar-
chia assoluta, sul modello di quella francese, in cui l'autorità era
concentrata nelle mani del re, per diritto divino. Il parlamento,
invece, sosteneva una monarchia costituzionale (sebbene questo
termine non fosse ancora in uso): nemmeno il re, secondo tale
visione, poteva calpestare gli antichi diritti degli uomini liberi.
Il potere reale doveva venire temperato e, se necessario, contra-
stato dal "popolo", rappresentato dal parlamento. Ovviamente,
i capi parlamentari non si sognavano nemmeno di includere le
classi più umili e povere all'interno del "popolo" d'Inghilter-
ra: solo i proprietari terrieri erano rappresentati in parlamento,
quindi soltanto loro avevano il diritto di condividere il potere
con il re. Ma, comunque, il partito parlamentare cercava di otte-
nere un allargamento della classe politica in Inghilterra: questo
era esattamente ciò che i realisti cercavano di evitare.
Oggi siamo abituati a pensare a questioni costituzionali (per
esempio l'opportuno equilibrio dei poteri tra il re e il parlamen-
to) come distinte dalle questioni religiose. Ma nell'Inghilterra
del diciassettesimo secolo politica e religione erano indistingui-
bili. L'audacia del parlamento nello sfidare il potere del re deri-
vava in misura non trascurabile dalla nuova fede protestante e
dall'insegnamento secondo il quale tutti gli uomini hanno ac-
cesso alla grazia divina, per mezzo della fede e della preghiera.
Mentre secondo i cattolici la grazia si può ottenere solo per
mezzo dei sacerdoti ordinati, detentori di speciali poteri, al con-
trario tutte le denominazioni protestanti sostengono il "sacer-
dozio universale dei credenti".
Tutti gli uomini, secondo questa dottrina, sono "sacerdoti"
davanti a Dio e sono in grado di ricevere la grazia direttamente
da Lui. E se tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio, perché

218
mai avrebbero dovuto accettare il potere assoluto del re, che,
dopotutto, era un uomo come gli altri?
La filosofia protestante non implicava di certo l'uguaglianza
di tutti gli uomini, nemmeno lontanamente. Però aveva come
conseguenza una maggiore difficoltà di sostenere il diritto di-
vino dei re (uomini scelti da Dio per governare il popolo) nei
paesi protestanti rispetto a quelli cattolici, dove la supremazia
reale era sostenuta dall'autorità della Chiesa. Di conseguenza,
il parlamento inglese era molto più aggressivo, nel sostenere
i propri diritti e il proprio potere, dei suoi equivalenti conti-
nentali. Mentre il parlamento inglese sfidava gli Stuart a ogni
passo, gli Stati Generali francesi e le Cortes della Spagna im-
periale ben presto persero vigore di fronte all'autorità divina
dei loro re.
La commistione tra politica e religione significava che la bat-
taglia costituzionale tra il re e il parlamento in Inghilterra era
anche una battaglia religiosa, sulle forme opportune di culto e
sul loro significato. La Chiesa d'Inghilterra rappresentava un
compromesso tra il protestantesimo radicale e il cattolicesimo
conservatore. Sotto Elisabetta, la Chiesa aveva mantenuto la te-
ologia calvinista dei radicali, combinandola però con una strut-
tura istituzi.onale e una liturgia quasi indistinguibili da quelle
cattoliche. Unici tra i protestanti, gli anglicani avevano mante-
nuto la figura del vescovo, una stretta gerarchia religiosa con il
re a capo e rituali solenni in grandi cattedrali, condotti da au-
torità religiose splendidamente abbigliate. La Chiesa anglicana
era un matrimonio mal riuscito tra due concetti molto diversi di
fede e di comunità, ma dava modo a ognuna delle due fazioni
di enfatizzare gli aspetti del compromesso ad essa più consoni.
I seguaci del parlamento, in generale, enfatizzavano la teologia
calvinista con le sue implicazioni egualitarie, mentre il re favori-
va le forme di culto gerarchiche, simili a quelle del cattolicesimo.
Come disse Giacomo I: «Niente vescovo, niente re!>>.
Arrivati al 1640 la spaccatura tra il re e il parlamento si
era approfondita, al punto che il compromesso anglicano non
sembrava più sostenibile. Le fazioni dominanti nel parlamento

219
proponevano l'abolizione dei vescovi e dell'intera gerarchia re-
ligiosa, per rendere la Chiesa anglicana più allineata alle altre
denominazioni protestanti. Il casato degli Stuart, nel frattempo,
corteggiava apertamente la Chiesa cattolica e sembrava favore-
vole ad abbandonare completamente l'esperimento protestante,
ritornando a unirsi a Roma. Il conflitto religioso era insepara-
bile dalla crisi politica e rendeva quest'ultima difficile da argi-
nare: essendo in gioco non solo il potere, ma anche la fede e le
coscienze, da entrambe le parti, il margine di compromesso tra
il re e il parlamento si assottigliava velocemente. Nel 1640 era
praticamente scomparso.
Quando il parlamento lungo si riunì, nel 1640, iniziò un as-
salto sistematico al re e alla Chiesa. Investì un'assemblea di te-
ologi del compito di riformare radicalmente la Chiesa e mise il
primo ministro di Carlo l, il conte di Strafford, sotto accusa, ar-
rivando infine a giustiziarlo. La principale fazione parlamenta-
re, nota con il nome di presbiteriani, sosteneva un governo della
Chiesa di stile scozzese, il che avrebbe significato l'abolizione dei
vescovi e la loro sostituzione con dei concili di anziani laici (pre-
sbiteri, appunto). Negando al re i fondi necessari a finanziare un
esercito, scatenarono una crisi militare e invitarono gli scozzesi
a invadere le contee settentrionali. Nel 1642, Carlo era fuggito
da Londra e cercava di raccogliere un'armata nel Nord, con lo
scopo di spodestare il ribelle parlamento e riaffermare il suo di-
ritto reale. Il parlamento contrattaccò formando la sua propria
milizia e i due anni successivi videro una furibonda guerra civile
per tutta l'Inghilterra, mentre nessuna delle due fazioni riusciva
a prevalere. Le battaglie furono poche e distanziate nel tempo,
ma furono frequenti i saccheggi di castelli e città, le devastazioni
e le malattie, che portarono le isole inglesi alla rovina.
Nel 1645, frustrato dalla guerra, costosa e inconcludente, il
parlamento lanciò una riforma militare radicale: le milizie locali
tradizionali, comandate dai maggiorenti di ogni paese o con-
tea, sarebbero state sostituite da un vero esercito professiona-
le, comandato da soldati di professione, selezionati in base alla
loro abilità militare e non per il loro stato sociale. Gli uomini

220
sarebbero stati reclutati da tutti i segmenti della società, e pro-
mossi per i loro successi, indipendentemente dalle loro origini.
Il comando generale fu affidato ai migliori soldati d'Inghilter-
ra, sir Thomas Fairfax e Oliver Cromwell. L'esercito di nuovo
modello, come venne chiamato, ebbe un impatto immediato e
imponente. Nella battaglia di Naseby, nel giugno del 1645, le
forze parlamentari circondarono le armate reali e, poco dopo,
catturarono lo stesso Carlo l.
Il parlamento, incerto sul da farsi con il prigioniero reale,
vacillò. I presbiteriani volevano trovare un accordo con il re,
mantenendo la monarchia, ma garantendo potere al parlamento
e riforme nella Chiesa. Ma, a questo punto, i presbiteriani non
erano più il partito dominante, come cinque anni prima, ma
solo una fazione tra le molte. Il loro potere era stato eclissato
dai più radicali indipendenti, che accusavano la gerarchia della
Chiesa presbiteriana di non essere migliore di quella anglicana o
di quella cattolica, e insistevano sull'autoregolamentazione delle
congregazioni. Ancora più radicali erano i livellatori, che propo-
nevano di "livellare" l'ordine sociale, e le numerose sette, chia-
mate gli entusiasti, che sostenevano di avere ispirazione divina e
prevedevano la prossima vendetta di Dio sulle classi possidenti.
Tutti questi gruppi sostenevano che il re dovesse essere ritenuto
responsabile dell'oppressione del popolo e molti proponevano
l'abolizione della monarchia. Con grande costernazione dei pre-
sbiteriani, tali opinioni erano prevalenti nell'esercito di nuovo
modello, lo strumento della vi[toria parlamentare.
Rendendosi conto della divisione tra i suoi nemici, il re cer-
cava di prendere tempo. Mise un gruppo contro l'altro, e alla
fine riuscì a evadere e riprendere la guerra. Tutto ciò fu inutile:
l'esercito di nuovo modello ben presto disperse le truppe realiste
e alla fine del 1648 il re era di nuovo in prigione. Questa volta i
suoi nemici erano determinati a non !asciarselo scappare: quan-
do qualcuno in parlamento cercò nuovamente di negoziare con
il re, l'esercito epurò tutti i moderati, lasciando solo i radicali
più estremi. Questo parlamento diminuito elesse cinquantanove
commissari che misero il re sotto processo e in fretta e furia lo

221
condannarono a morte. Il 30 gennaio 1649 Carlo I fu decapita-
to nel palazzo reale di Whitehall, a Londra, e rimane l'unico re
inglese a essere stato processato e giustiziato.
La decapitazione di Carlo I non mise fine al periodo turbo-
lento in cui versava l'Inghilterra, che rimase una terra senza un
re per i dieci anni successivi. La contesa tra i moderati in par-
lamento e i radicali nell'esercito proseguiva e il controllo dello
Stato fu assunto alternativamente dalle due fazioni. Finalmente,
nel 1653, per uscire dall'impasse, si promulgò una nuova costi-
tuzione, in cui si dichiarava Oliver Cromwell "lord protettore
dell'Inghilterra", conferendogli il potere assoluto. Era, proba-
bilmente, l'unica persona con sufficiente autorità e credibilità
da riuscire a tenere insieme lo Stato, ma fu una sfida eccessiva
anche per lui. In maniera simile ai rivoluzionari francesi, più
di cent'anni dopo, decise di rivolgere le passioni politiche degli
inglesi dall'interno all'esterno e si lanciò in una serie di guer-
re: prima contro la Scozia, poi contro la Danimarca, e alla fine
contro la Spagna. Cromwell portò grande energia e abilità am-
ministrativa nel suo nuovo ruolo; manovrò con accortezza tra i
radicali e i moderati e, quando la sua astuzia politica si rivelava
insufficiente, non esitò a usare tutta la forza di cui disponeva.
Di conseguenza, sotto il protettorato, l'Inghilterra godette di un
periodo di pace e stabilità interna, perlomeno a confronto con i
dieci anni precedenti.
Ma nel settembre del1658, a cinquantanove anni, Cromwell
morì. Suo figlio Richard, che gli successe come lord protetto-
re, non aveva l'autorità del padre e la lealtà dell'esercito, e ben
presto fu messo da parte e costretto alle dimissioni. Ancora una
volta senza controllo governativo, riemersero gli stessi gruppi
rivoluzionari che avevano terrorizzato le classi abbienti in anni
precedenti. Gli zappatori di Winstanley erano forse spariti per
sempre, ma molti altri gruppi, e innumerevoli individui, spunta-
rono al loro posto 3 • Presentavano una grande varietà, da par-

3 Per un resoconto particolareggiato delle sette radicali della rivoluzione inglese,


si veda Hill, Il mondo alla rovescia, ci t. Il commento è del reverendo Henry

222
titi politici riconoscibili, come i livellatori a Londra, a profeti so-
litari che vagavano per la campagna cercando seguaci, a tutte le
sfumature possibili tra gli uni e gli altri. Tutti, però, rifiutavano
il rigido sistema di classi sociali del loro tempo e credevano in
un Dio onnipresente e accessibile a tutti.
Alcuni gruppi presero il nome dalla loro agenda sociale. I
livellatori erano il gruppo più numeroso e politicamente più po-
tente, e spingevano per far seguire alla rimozione del re riforme
sociali in senso egualitario. I livellatori più moderati speravano
solo di rimuovere le barriere sociali tra le classi dei proprietari
terrieri, mentre fazioni più radicali perseguivano un completo
rovesciamento dell'ordine sociale. Altri gruppi erano noti per le
loro posizioni religiose "entusiaste", come i Seekers e i Ranters,
che negavano il peccato e sostenevano che la religione organiz-
zata fosse solo un inganno per opprimere i poveri. I primi quac-
cheri, molto lontani dai sobri pacifisti che sarebbero diventati
in anni seguenti, erano considerati pericolosi sovversivi, mentre
un'altra setta (che si rifaceva a una mitica Quinta Monarchia)
prevedeva l'imminente fine del mondo, con la dissoluzione delle
gerarchie terrene e la venuta del regno di Dio.
Alle classi abbienti in Inghilterra, nobili, latifondisti, mer-
canti, piccoli proprietari terrieri, sembrò che si fossero aper-
te le porte dell'inferno, e guardavano nell'abisso, terrorizzati.
L'Inghilterra, credevano, era sull'orlo di un'altra terribile guerra
civile. Se non si restaurava un'autorità centrale, i castelli e i pos-
sedimenti in campagna, gli uffici bancari dei mercanti londinesi,
le case e le proprietà dei signori sarebbero stati alla mercé di una
folla inferocita, aizzata dal fervore religioso.
Di fronte al pericolo di una rivoluzione, l'élite inglese supe-
rò le faide interne e serrò i ranghi. Perfino i presbiteriani, che
avevano combattuto per decenni contro la tirannia regale, ora
giunsero alla conclusione che un re era meglio dell'anarchia as-
soluta. Mandarono degli emissari a Carlo Il, figlio del re giusti-

Newcombe, citato in Christopher Hill, The Century of Revolution, 1603-1714,


W. W. Norton and Company, New York 1982, p. 121.

223
ziato, che, a quel tempo, era in esilio in Belgio, con la sua corte.
Carlo rispose alle loro domande sulle condizioni per una restau-
razione rassicurandoli: una volta re, avrebbe lavorato assieme al
parlamento, non contro di esso, e non avrebbe cercato vendetta
contro i suoi antichi nemici. Nonostante tutte queste rassicu-
razioni, ci volle l'intervento decisivo dell'esercito per forzare la
questione. Nei primi mesi del 1660, il generale George Monck,
comandante delle truppe stanziate sul confine scozzese, avanzò
su Londra, la occupò e sciolse il parlamento ridotto, convocan-
done un altro, più moderato, al suo posto. Il nuovo parlamento
immediatamente si prodigò per il ritorno del re e il 25 maggio
1660 Carlo II arrivò a Dover. L'Inghilterra era nuovamente una
monarchia.
La restaurazione di Carlo II fu accolta con grande sollievo
dalle classi dominanti inglesi. Con un re sul trono, un governo
legittimo al potere e la Chiesa anglicana ristabilita, la minaccia
di una guerra civile o di una rivoluzione si allontanava e torna-
va l'ordine pubblico. Ma i fantasmi dell'interregno turbavano
ancora il cuore e la mente degli inglesi, e ben presto fu chiaro
che le cose non si erano sistemate affatto. Il ritorno di Carlo II
in Inghilterra non rappresentò il successo dei sogni assolutisti
di suo padre; non rappresentò nemmeno un ritorno allo status
quo dell'inizio del Seicento. Prima del 1640, la parola del re era
legge. I re e le regine si potevano detronizzare e sostituire con
altri, e magari i limiti del loro potere si potevano contestare,
ma non c'era alternativa a un monarca per diritto divino. Ben
pochi riuscivano a immaginare l'Inghilterra governata in un al-
tro modo.
La monarchia restaurata, tuttavia, era molto diversa: non era
l'inevitabile continuazione del governo reale da tempi immemo-
rabili, ma il risultato di un attento calcolo politico da parte di
certe fazioni del parlamento e dell'esercito. Qualunque fossero
le sue personali inclinazioni, Carlo II si rendeva perfettamente
conto che il suo potere dipendeva dal riuscire a mantenere dalla
propria parte alcuni blocchi chiave nel parlamento e gli interessi
che rappresentavano. Perciò era una creatura meno formidabile

224
dei suoi predecessori, spogliato di gran parte della magica aura
regale, e doveva la propria sopravvivenza all'acume politico al-
meno quanto al mistico diritto divino. Che forma avrebbe preso
la monarchia, e che posto avrebbe avuto nella vita della nazione,
erano domande che avrebbero dominato la vita politica in In-
ghilterra per il mezzo secolo successivo.
Il dibattito sul carattere del nuovo regime era ancora più
urgente a causa dello spettro dell'interregno, quando i realisti
erano contro i parlamentari, i presbiteriani contro gli anglica-
ni, gli indipendenti contro i presbiteriani, i livellatori contro gli
indipendenti, e gli zappatori contro i livellatori. Per gli inglesi
benestanti, era un incubo da non ripetere mai più. Perfino un
ministro presbiteriano, che aveva perso i suoi mezzi di sussisten-
za con il ritorno del re, ammetteva che le cose erano meglio con
il re, rispetto a quando «eravamo alla mercé di una moltitudine
sanguinaria, di teste calde, in preda a un furore e una malevo-
lenza caotica, disperata e senza legge>>. La scelta, come Samuel
Pepys spiegò nei suoi diari, appena prima della restaurazione,
era tra i fanatici e i nobili e i cittadini d'Inghilterra4, ed era una
battaglia che i nobili e i cittadini non potevano permettersi di
perdere. Anche quando discutevano sulla forma e sulla struttura
del nuovo regime, erano uniti da un principio cardine che avreb-
be dovuto ispirare il nuovo governo: i giorni bui dell'interregno
dovevano rimanere per sempre nel passato.
Questo stato di cose in qualche modo ricorda quello in cui si
trovarono i gesuiti durante i primi decenni della Riforma. Allo-
ra, erano la Chiesa e la comunità cristiana d'Occidente a essere
dilaniate da una moltitudine di sette eretiche, ognuna convinta
di essere la depositaria della verità divina. Così come in Inghil-
terra cent'anni dopo, il pericolo di una rivoluzione sociale era
più che mai presente e il ricordo della rivolta dei contadini in
Germania, e della repubblica anabattista a Miinster, avrebbe
terrorizzato la classe dominante europea per i secoli a venire.

4 Samuel Pepys, Il diario (1660-1669), mercoledì 18 aprile 1660, Bompiani,


Milano 1982 (ed. orig. Memoirs of Samuel Pepys Esq. F.R.S., 1825).

225
Il parallelo tra la loro situazione e l'inizio della Riforma non
era ignoto agli inglesi che avevano vissuto durante l'interregno.
Perfino il reverendo Henry Newcombe, che non amava certo i
cattolici, riconosceva le analogie, dicendo che, durante l'inter-
regno, l'Inghilterra era stata terrorizzata da un'anarchia «come
quella di Miinster>>.
I gesuiti risposero alla crisi della Riforma riaffermando il po-
tere del papa e della gerarchia ecclesiastica come l'unica fonte di
verità assoluta e-come fondamento di un ordine eterno e univer-
sale. In Inghilterra, allo stesso modo, c'era chi cercava di riaffer-
mare il potere assoluto del sovrano e dello Stato come l'unico
mezzo per mantenere l'ordine e tenere a bada i fanatici. Per la
gran parte erano realisti, cortigiani e nobili che erano rimasti
fedeli a Carlo I durante la guerra civile e a Carlo II durante
l'esilio, e credevano che solo il pugno di ferro di un re potesse
salvare il paese.
Uno di questi spicca tra gli altri. Non era un nobile illustre,
ma un anziano cittadino comune, con i capelli bianchi, la cui
prestigiosa posizione a corte era insegnare matematica al fu-
turo re, Carlo Il. Il suo aspetto e la sua posizione non erano
appariscenti, ma si trattava di uno degli intelletti più brillanti
d'Europa e i suoi scritti filosofici erano irriverenti e arditi. Ca-
stigava temerariamente i clerici di tutte le denominazioni come
impostori e usurpatori, e denunciava il papa e l'intera gerarchia
cattolica come il "regno delle tenebre". Disprezzava i gesuiti, ma
condivideva con loro una posizione: anch'egli temeva la disinte-
grazione della società ed era convinto che l'unica risposta fosse
una forte autorità centrale. Si chiamava Thomas Hobbes, e oggi
viene ricordato soprattutto come il brillante e irriverente autore
del Leviatano, e uno dei grandi nella filosofia politica di tutti
i tempi. È meno noto per uno dei suoi interessi, anche questo
condiviso con i gesuiti e che, come loro, considerava essenziale
per la sua filosofia: la matematica.

226
L'orso in inverno

Al tempo della pubblicazione del Leviatano, il suo lavoro più


noto e celebrato, Thomas Hobbes aveva sessantatré anni: un
vecchio, per quel tempo. In verità, probabilmente per molte cose
sembrava ai suoi contemporanei, ammiratori e nemici, un uomo
di un altro tempo. Nato nel1588 nel villaggio di Westport, vici-
no a Malmesbury, nel Wiltshire, venne alla luce prematuramen-
te, a causa dello choc provato da sua madre quando apprese
dell'arrivo dell'Invincibile Armada. Come raccontò egli stesso
in un'autobiografia scritta in versi latini, verso la fine della sua
vita, sua madre «diede alla luce due gemelli: me e la paura»5•
Che Hobbes fosse un pavido lo sappiamo dalla sua testimo-
nianza diretta: sosteneva di aver paura del buio, dei ladri, della
morte e (con qualche ragione) della persecuzione da parte dei
suoi nemici. Questo può sembrare strano, da parte di un uomo
con la reputazione di Hobbes, e certamente non c'era niente
di timido nella presentazione della sua nuova, radicale filoso-
fia, o nei suoi attacchi temerari alle convenzioni e alle credenze
dei suoi contemporanei. Ma, in un senso più profondo, Hobbes
probabilmente conosceva se stesso molto bene, perché la sua
filosofia era in verità basata sulla paura: la paura del disordine
e del caos, della <<guerra di tutti contro tutti», di un'anarchia
«come a Miinster», che dovevano essere evitati a tutti i costi.
Il padre di Hobbes, anch'egli di nome Thomas, era un vicario
di campagna, noto più per la sua attitudine al bere e ai giochi
di carte che per la sua erudizione. «Era un tipico rappresentante
della Chiesa della regina Elisabetta: a quei tempi si poteva tirare
avanti con pochi studi, e questo era il caso suo come di tanti
altri parroci di campagna» 6 scrisse l'amico e biografo John Au-

5 Thomas Hobbes, Magni Philosophi Thomae Hobbes Malmesburiensis Vita,


Crooke, Londra 1679, p. 1.
6 La biografia di Hobbes, scritta da John Aubrey, si trova, con il titolo Thomas
Hobbes, in Andrew Clark (a cura di), Vite brevi di uomini eminenti, Adelphi,
Milano 1977, p. 145 (Brief Li ves, Chiefly of Contemporaries: Set down by ]ohn
Aubrey, between the Years 1669 and 1696, 1898).

227
o brey, riferendosi a un periodo in cui molti chierici di campagna
erano semianalfabeti. Al contrario, il giovane Hobbes sosteneva
u di essersi ubriacato solo un centinaio di volte in tutta la vita,
poco più di una volta l'anno. Quando beveva, «Quando beveva,
lo faceva in eccesso per raggiungere il beneficio del vomito, cosa
che gli veniva facilmente; grazie al quale beneficio otteneva che
la sua mente non fosse disturbata se non nell'intervallo in cui
stava bevendo, e non veniva oppresso il suo stomaco». Aubrey,
che ci scrive queste parole e calcola la frequenza delle ubriaca-
ture di Hobbes, lo considera un esempio di sobrietà 7, cosa che
probabilmente era, in quel tempo di spaventoso alcolismo.
Quando Hobbes padre fu costretto a lasciare Malmesbury
dopo una lite con un parroco, il suo fratello più ricco, Fran-
cis, si fece carico dell'istruzione del giovane Thomas. Negli anni
seguenti, Hobbes prese lezioni di latino, greco e retorica, e a
quattordici anni si iscrisse al Magdalen College, a Oxford. Ne
uscì sei anni più tardi, con una laurea in mano e un profondo
disgusto per la filosofia scolastica, che rappresentava il nucleo
del curriculum universitario al tempo. Voleva studiare la nuo-
va astronomia, la nuova geografia, non il corpus di Aristotele,
e voleva <<meo quaeque probare modo>> 8 ("dimostrare le cose
a modo mio"), non secondo le rigide categorie aristoteliche. Il
disprezzo per Aristotele e la determinazione ad andare per la
propria strada lo avrebbero accompagnato per tutta la vita.
Poco dopo la laurea, Hobbes fu assunto come insegnante e
accompagnatore del figlio di William Cavendish, il futuro conte
di Devonshire. Era un'ottima posizione, per un giovane comune
cittadino, fresco di studi universitari, e Hobbes probabilmente
la accettò senza pensarci due volte. Il legame con la famiglia
Cavendish sarebbe durato per sempre e influenzò la sua vita
e i suoi studi più di tutto ciò che aveva imparato a Oxford.
I Cavendish erano una delle grandi casate d'Inghilterra e la
loro nobiltà risaliva al regno di Enrico l, figlio di Guglielmo il

7 lvi, p. 156.
8 Hobbes, Magni Philosophi, cit., p. 3.

228
Thomas Hobbes, 1588-1679. Questo ritratto di John Micheal Wright data 1669 o 1670,
quando Hobbes aveva ottantadue anni (bpk, Berlino/Art Resource, New York).

Conquistatore. Più recentemente, oltre al tradizionale servizio


militare e politico, richiesto dal re alle famiglie nobili, si erano
anche distinti per il loro interesse alla Nuova Filosofia, come si
chiamava allora la scienza. Charles Cavendish (1594-1654), per
esempio, era un rispettabile matematico; suo fratello William
(1593-1676), duca di Newcastle, aveva un laboratorio nella sua
tenuta; la moglie di William, Margaret (1623-1673), era una
poetessa e saggista di successo, con un grande interesse per le
scienze naturali. I Cavendish non versati negli studi erano me-
cenati di scrittori e scienziati, e le loro residenze di campagna
erano centri della vita culturale e intellettuale. Quale membro
della casa dei Cavendish, Hobbes aveva accesso ai circoli lette-
rari e artistici più importanti del paese. A Chatsworth e Welbeck
Abbey, le tenute dei Cavendish, trovò sfide e stimoli intellettuali
mai sperimentati durante i suoi anni a Oxford.

229
o Stabilendosi nella casa dei Cavendish, Hobbes seguiva una
strada ben battuta dagli intellettuali del Rinascimento; infatti
u nulla al mondo forniva i mezzi, le risorse o la libertà di persegui-
re i propri interessi quanto la protezione di una famiglia nobile.
I grandi artisti e umanisti italiani (Leonardo, Michelangelo, Pico
della Mirandola, per dirne alcuni) erano stati oggetto del me-
cenatismo dei Medici a Firenze, degli Sforza a Milano e di una
lunga lista di papi. Perfino Galileo, già famoso al tempo, scelse
la vita di cortigiano presso i Medici, piuttosto di un'esistenza
sicura ma banale come professore all'università di Padova. In
Inghilterra, l'eclettico Thomas Harriot (1560-1621) fu mem-
bro della casa di sir Walter Raleigh e poi di Henry Percy, conte
di Northumberland; mentre il matematico William Oughtred
(1575-1660), contemporaneo di Hobbes, era tutore del figlio
del conte di Arundel.
Hobbes scelse la tradizionale strada della protezione di un
mecenate, ma altri ambiziosi uomini di lettere cercavano stra-
de alternative per la sicurezza economica. William Shakespeare
(1564-1616) si guadagnò la vita vendendo e rappresentando i
suoi lavori teatrali sul mercato con grande successo, e molti al-
tri commediografi e drammaturghi del tempo fecero lo stesso,
sebbene non sempre con la stessa fortuna. Il matematico Henry
Briggs (1561-1630) si fece una posizione nel nuovo Gresham
College, a Londra, dove divenne il primo professore di geome-
tria in Inghilterra, insegnando al pubblico in cambio di denaro.
Perfino Oxford e Cambridge, università notoriamente conserva-
trici, il cui scopo principale era preparare i giovani a una carrie-
ra ecclesiastica mediante un rigido curriculum di stampo medie-
vale, occasionalmente aprivano le porte a studiosi più moderni.
Briggs, per esempio, finì i suoi giorni come primo professore di
geometria a Oxford. La scelta di Hobbes di legarsi a una nobile
famiglia non era inusuale per quel tempo, ma, arrivati alla metà
del Seicento, quando pubblicò i suoi lavori più importanti, era
diventata un po' vecchio stile. Questo, insieme all'età e al fatto
di essere cresciuto nei giorni gloriosi dell'era elisabettiana, gli
dava un ruolo un po' in disparte rispetto ad amici e rivali.

230
Vecchio stile o no, il mecenatismo di una famiglia nobile
aveva ancora numerosi vantaggi e Hobbes ne godette appieno.
Tre volte, tra il 1610 e il 1630, si imbarcò per un Grand Tour
nel continente europeo con i suoi allievi, giovani membri della
famiglia Cavendish, e il loro entourage. Fece buon uso di questi
viaggi. Quando era in Italia, nel 1630, incontrò Galileo, che
ammirava, lodandolo poi come colui che «per primo ha a noi
aperto la prima porta di tutta quanta la fisica, cioè la natura
del moto» 9 • A Parigi conobbe Marin Mersenne, il frate al cen-
tro della "repubblica delle lettere", corrispondente di studiosi
di tutta Europa, smistando lettere, commenti e risultati tra tutti
loro. Attraverso Mersenne, Hobbes venne in contatto con il fi-
losofo René Descartes (Cartesio), i matematici Pierre de Fermat
e Bonaventura Cavalieri, e molti altri, diventando membro della
comunità intellettuale europea a tutti gli effetti.
Hobbes fece un'altra illustre conoscenza per mezzo della
famiglia Cavendish: per molti anni, dopo il 1620, divenne se-
gretario personale di Francesco Bacone (1561-1626), filosofo
e grande promotore delle scienze sperimentali. Al contrario di
molti suoi contemporanei continentali, Cartesio in particolare,
Bacone era convinto che la conoscenza si dovesse acquisire per
mezzo dell'induzione (la sistematica accumulazione di osser-
vazioni ed esperimenti) e non del puro ragionamento astratto.
Bacone era uno dei giuristi più importanti in Inghilterra, era
stato cancelliere di Giacomo I, finché fu accusato di corruzione
e costretto alle dimissioni nel 1621. Durante gli ultimi anni si
dedicò alla filosofia e passò i giorni scrivendo i suoi pensieri
sulla scienza naturale e sui suoi metodi. Infatti, quasi tutto il la-
voro per cui Bacone è noto ai giorni nostri fu prodotto durante
il breve periodo in cui Hobbes lavorò per lui, gli anni tra il pen-
sionamento forzato e la morte nel1626. Aubrey racconta come
Hobbes accompagnasse Bacone durante le passeggiate nella sua

9 Thomas Hobbes, Elementi di filosofia: il corpo, l'uomo, Utet, Torino 1972,


dedica al conte di Devonshire (ed. orig. Elementorum Philosophiae, Sectio Prima,
De Corpore, 1655).

231
o tenuta, Gorhambury House, prendendo appunti. Si dice che Ba-
cone preferisse Hobbes a tutti gli altri segretari perché solo lui
riusciva a capire cosa stava scrivendo. Il rapporto tra Hobbes e
Bacone dimostra l'importanza del collegamento con il mondo
aristocratico reso possibile attraverso la famiglia Cavendish, ma
si rivela ironico: in anni seguenti, i seguaci di Bacone, quelli che
si ritenevano i suoi veri eredi e volevano mettere in pratica le
sue idee, consideravano Hobbes il loro nemico più pericoloso.
Un altro vantaggio di cui godeva Hobbes, in una casa aristo-
cratica, era il non essere pressato a pubblicare. Shakespeare do-
veva produrre regolarmente per guadagnarsi da vivere; Henry
Biggs doveva dare lezioni pubbliche; perfino Clavio al Collegio
Romano aveva l'obbligo di insegnare e scrivere libri di testo. Ma
chi godeva della protezione di una grande casata veniva ricom-
pensato semplicemente per la buona compagnia fornita ai suoi
padroni, non per la sua produttività. Era una vita agiata, per
uno studioso, che poteva passare il tempo in contemplazione e
immerso nelle sue ricerche, ma a volte aveva anche conseguenze
strane: Thomas Harriot, per esempio, era considerato uno dei
matematici più eminenti d'Europa, e studi recenti dei suoi ma-
noscritti evidenziano come tale reputazione fosse invero merita-
ta 10 • Però fu per tutta la vita a servizio delle famiglie Raleigh e
Percy, e, come risultato, non pubblicò mai una sola pagina delle
migliaia (letteralmente!) di lavori matematici prodotti.
In circostanze ordinarie, questo sarebbe probabilmente stato
il fato di Hobbes: durante i decenni presso i Cavendish, nono-
stante la sua riconosciuta intelligenza e i suoi contatti con gli
intellettuali più importanti in Inghilterra e sul continente, non
pubblicò niente, con l'eccezione di una traduzione delle Guer-
re del Peloponneso, di Tucidide. Rimase l'unica pubblicazione
di Hobbes fino alla sua mezza età, e sembrava probabile che
non avrebbe avuto alcun seguito. Sarebbe rimasto una figura
oscura e in ombra, nota oggi solo agli studiosi più assidui. Ma,

10 Su Harriot, si veda Amir Alexander, Geometrica/ Landscapes, Stanford


University Press, Stanford 2002.

232
nel 1640, a cinquantadue anni, vide il suo mondo sgretolarsi e
improvvisamente iniziò a scrivere e pubblicare freneticamente.
Non smise mai, fino alla sua morte.
La crisi del 1640 colpì la casata dei Cavendish come un ful-
mine. Come gran parte delle grandi famiglie nobili d'Inghilterra,
i Cavendish erano realisti convinti e rimasero indefessamente
leali agli Stuart per tutto l'interregno. La rivolta parlamentare
sembrava loro una semplice ribellione popolare, da soffocare
con la forza, quindi presero subito le armi in difesa del re. Wil-
liam Cavendish, il futuro duca di Newcastle, e Charles Caven-
dish, figlio del duca di Devonshire, avevano entrambi posizioni
di alto rango nell'esercito di Carlo I, nei primi anni della guerra
civile, condividendo con il re l'avversa fortuna. Charles fu uc-
ciso in battaglia nel 1643 e William fu costretto a fuggire in
Europa, a seguito della sconfitta a Marston Moor nel1644. Alla
fine riuscì ad arrivare a Parigi, dove raggiunse altri membri della
sua famiglia, precedentemente alla corte di Carlo I, in esilio. Tra
questi si trovava Thomas Hobbes.
Per Hobbes, la scelta della fazione realista nella guerra civile
fu naturale. Sebbene fosse un cittadino comune, viveva con una
famiglia nobile, da cui era molto stimato e, con il tempo, era
giunto a condividerne i valori e le opinioni politiche e sociali.
Nel1640, ai primi segni di turbolenza, partì per Parigi, raggiun-
gendo una comunità in crescita di realisti in esilio. Si sistemò e
riprese i contatti con Mersenne e i suoi corrispondenti francesi.
Come intellettuale di spicco alla corte degli Stuart, gli fu offerta
la posizione di tutore del principe di Galles'', il futuro Carlo II,
ma qui, per la prima volta, incontrò il tipo di opposizione che
l'avrebbe tormentato per il resto della sua vita. Diversi impor-
tanti cortigiani mossero obiezioni alla sua nomina, motivate dal
suo essere ateo e materialista, sostenendo che avrebbe contagia-
to il futuro re con le sue opinioni eretiche. Alla fine fu deciso che

11 Samuel I. Mintz, The Hunting of Leviathan: Seventeenth-Century Reactions to


the Materialism and Mora/ Philosophy ofThomas Hobbes, Cambridge University
Press, Cambridge 1970, p. 12.

233
o Hobbes poteva diventare il tutore reale, a patto che si astenesse
dal parlare di filosofia o di politica, e si attenesse solo al suo
u campo di studi. Che, ovviamente, era la matematica.
La ragione per cui il leale e obbediente Hobbes era giunto a
incutere timore, perfino orrore, alla corte degli Stuart, è chiara.
Arrivati al 1645, quando si materializzò la possibilità della po-
sizione di tutore reale, Hobbes non era più noto solo come umi-
le intellettuale nella casa dei Cavendish, ma quale filosofo non
convenzionale e provocatorio, le cui opinioni avrebbero offeso i
religiosi di ogni sorta, assieme a molti realisti scrupolosi. Infatti,
nel1642, poco dopo il suo arrivo in Francia, Hobbes pubblicò il
suo primo lavoro politico, un tomo scolastico intitolato Elemen-
torum philosophiae sectio tertia de cive ("Elementi di filosofia,
parte terza, sul cittadino"). Scritto interamente in latino, il libro
era pensato per i filosofi professionisti, non per i cortigiani, ma
parte sufficiente del suo contenuto riuscì a filtrare, raggiungere i
consiglieri di Carlo I e mettere Hobbes in cattiva luce.
Molti, nei suoi panni, avrebbero cercato di rassicurare i suoi
critici o, perlomeno, si sarebbero astenuti dal procurare altre
ragioni di sospetto. I cortigiani, dopotutto, erano a lui superiori
nella scala sociale e anche suoi alleati nella battaglia per restau-
rare la monarchia. Invece, come ben presto scoprirono i suoi cri-
tici, Hobbes non era tipo da mitigare le proprie idee, o sfuggire
a un conflitto. Nel1647 ripubblicò De cive (com'era noto il suo
libro) e tre anni dopo uscì una traduzione in inglese (On the Ci-
tizen), così che tutti i suoi compatrioti potessero comprenderlo,
sia in Inghilterra, sia nella corte in esilio. Quello stesso anno, il
1650, pubblicò altri due trattati in lingua inglese, Human Natu-
re e De Corpore Politico, or the Elements of the Law, che, insie-
me, spiegavano la sua visione della natura umana e dell'ordine
politico reso necessario da essa. Infine, nel 1651, questo fiume
di creatività produsse il suo capolavoro, che avrebbe fatto di
Hobbes uno dei giganti della filosofia: il Leviatano 12 • A quel

12 Thomas Hobbes, Leviatano, Rizzoli, Milano 2012 (ed. orig. Leviathan, or the
Matter, Forme, and Powers of a Commonwealth Ecclesiastica/ and Civil, 1651).

234
punto, come conseguenza delle sue fatiche letterarie, Hobbes era
"persona non grata" alla corte degli Stuart. Nel 1652, non sa-
pendo dove altro andare, lasciò Parigi e riattraversò la Manica.
E negli ultimi ventotto anni della sua vita non lasciò mai più
l'Inghilterra.

Misera, brutale e breve

Il Leviatano è figlio della guerra civile inglese, per più ragio-


ni. Durante i lunghi anni di silenzio presso i Cavendish, Hob-
bes quietamente costruì un elaborato sistema filosofico. Doveva
avere tre parti, iniziando dalla materia (De corpore), continuan-
do con l'uomo (De homine) e concludendo con il cittadino (De
cive). Dati i suoi trascorsi, possiamo legittimamente supporre
che, in circostanze normali, nessuno di questi trattati avrebbe
mai visto la luce, ma la crisi del 1640 ruppe gli indugi di Hob-
bes. Invece di procedere sistematicamente attraverso la sua fi-
losofia, sentì che era la terza parte, sulla vita politica, ad essere
la più importante. Con rinnovato entusiasmo, finì il De cive e
lo pubblicò in tutta fretta (sebbene si chiamasse formalmente
"terza parte"). Poi, in breve tempo, seguì la pubblicazione degli
altri trattati politici culminanti con il Leviatano, che riassume le
sue opinioni in generale, ma con una particolare attenzione alla
politica. In un tempo di guerra civile, con l'Inghilterra dilania-
ta, ponderate discussioni sulla natura della materia dovevano
lasciare spazio a un'analisi su come creare uno Stato stabile e
pacifico.
Non fu solo il tempismo a rendere il Leviatano un prodotto
della guerra civile, ma anche, e più profondamente, la cupezza
della visione di Hobbes e la disperata soluzione che propone.
Dietro ogni parola si nasconde lo spettro dell'anarchia sociale
e della guerra fratricida che stava sconvolgendo l'Inghilterra.
Dietro ogni frase precisa e autorevole, dietro a ogni ragiona-
mento filosofico elegante, si nasconde la folla ribelle contro le
classi agiate; le magioni dei grandi ridotte in cenere, i campi di

235
battaglia ricoperti di sangue a Marston Moor e a Naseby, il re
trucidato. Secondo la visione di Hobbes, il parlamento aveva
rimosso il re permettendo ogni forma di sovversione politica
e sociale. L'ordine era sostituito dal caos, e la pace civile si era
trasformata in un ciclo di guerra civile che sembra autoalimen-
tarsi, al punto che non aveva più importanza chi combattesse
contro chi, o perché. Non era più la guerra del parlamento con-
tro il re, o dei presbiteriani contro gli anglicani, ma semplice-
mente di tutti contro tutti. L'unico modo di porre fine a questa
mattanza, credeva Hobbes, era restaurare il sovrano, riman-
dare i demoni dell'anarchia e della sovversione nei pozzi infer-
nali da cui erano venuti, e chiuderceli per sempre. Il Leviatano
avrebbe mostrato la via.
Il primo passo per porre termine al caos della guerra civile
era capire cosa l'aveva causato e, secondo Hobbes, non erano le
controversie politiche o religiose che infuriavano in Inghilterra,
ma qualcosa di molto più fondamentale: la natura umana. Gli
uomini, spiega Hobbes nel Leviatano, non sono particolarmente
aggressivi. Tutto ciò di cui hanno bisogno è: cibo, sesso, qualche
comodità e un minimo di sicurezza, per poter godere di tutto
questo. Il problema è che, senza ordine politico stabilito, ciò che
Hobbes chiama Commonwealth, gli uomini non riescono a sen-
tirsi sicuri. Quello che uno ha conquistato con il suo lavoro, un
altro può portargli via, senza conseguenze. Tutti diventano al-
lora sospettosi dei propri vicini e l'unico modo di acquisire suf-
ficiente sicurezza è sottometterli; in altre parole, è la paura che
porta gli uomini a farsi la guerra. Sfortunatamente, ammonisce
Hobbes, il potere non porta mai alla sicurezza, perché, una volta
che gli uomini lo acquisiscono, inevitabilmente ne vogliono di
più: «La causa di questo>> scrive «non è sempre il fatto che un
uomo [... ] non può essere contento di un potere moderato, ma
è perché non può assicurarsi il potere e i mezzi per vivere bene,
che ha al presente, senza acquisirne di maggiori>> 13 •

13 lvi, capitolo Xl, par. 2.

236
Gli uomini, lasciati a se stessi, secondo Hobbes, hanno paura
del proprio prossimo e questa paura porta alla guerra, che porta
ad ancora più paura, che a sua volta conduce ad altre guerre. In
queste condizioni non c'è ragione di investire nel futuro e la vita
è miserabile. <<Non c'è posto per l'industria, perché i suoi frutti
sono incerti, e quindi non c'è coltura della terra, non c'è naviga-
zione, costruzioni, strumenti per muovere o rimuovere cose che
richiedono grande sforzo, non c'è conoscenza della superficie
della Terra, né del tempo, non c'è arte, letteratura, società, e,
peggio di tutto, si vive nella continua paura e in pericolo di mor-
te violenta>>. Questa è la vita nello <<stato di natura>> di Hobbes
e lui la riassume in quella che è forse la frase più famosa della
sua filosofia politica: senza ordine politico, la vita è <<solitaria,
misera, sgradevole, brutale e breve>> 14 •
Questa era anche, secondo Hobbes, la condizione dell'In-
ghilterra durante la guerra civile. Con la rimozione del re, gli
inglesi erano tornati allo stato di natura, e quindi si trovavano
in una guerra di <<tutti contro tutti>> 15 • Gli individui poteva-
no avere molte ragioni di farsi la guerra: i presbiteriani e gli
indipendenti magari si accusavano a vicenda di avere dottrine
religiose erronee; i livellatori e gli zappatori potevano accusare
i ricchi, sostenendo che tutti gli uomini sono creati uguali; i so-
stenitori della Quinta Monarchia proclamavano di stare prepa-
rando la via per il giorno del giudizio. Ma tutti questi proclami
sembravano a Hobbes solo dei paraventi, perché la vera ragione
per cui gli inglesi stavano combattendo era un'altra, molto più
semplice: la paura. Scomparso il sovrano, il popolo era indifeso
dalla depredazione dei vicini e, per guadagnare un senso di si-
curezza, attaccava per primo.
Il risultato era un ciclo infinito di violenza. Hobbes aveva
già visto le stesse dinamiche in atto, quando aveva visitato la
Francia, insieme al suo pupillo Cavendish nel 1610, poco dopo
l'assassinio di re Enrico IV. La paura e il disordine di quei giorni

14 lvi, capitolo XIII, par. 9.


15 lvi, capitolo Xlll, par. 13.

237
avevano lasciato una profonda impressione nel giovane Hob-
bes, che non si sarebbe mai più dimenticato cosa succede a un
paese senza sovrano. I francesi nel 1610 giustificavano le pro-
prie azioni in maniera diversa dagli inglesi del 1640, ma questo
aveva poca importanza: in un paese senza re, aveva imparato
Hobbes, ognuno vive nel terrore e muove guerra al prossimo.
Ma se la guerra civile permanente è lo stato naturale del-
la società umana, come si può portare la calma? Come può
il popolo guadagnare la sicurezza, per sé e per la propria fa-
miglia, richiesta per il fiorire dell'agricoltura, del commercio,
della scienza e delle arti? La risposta, secondo Hobbes, sta in
una caratteristica puramente umana: la ragione. Gli animali
sono intrappolati per sempre nel loro stato naturale e anche
alcuni uomini, come, per esempio <<in America, dove la libertà
naturale degli indigeni [... ]ne fa dei selvaggi miserabili>> 16 • Ma
la ragione dà agli uomini la scelta. Possono rimanere nel loro
miserabile stato naturale, o riconoscere la loro infelice condi-
zione e, razionalmente, cercare una soluzione che li porti al di
sopra di essa. Una volta fatta questa scelta, secondo Hobbes, le
scelte finiscono, perché la ragione porterà gli uomini all'unica
soluzione alloro dilemma: il Leviatano.
Cos'è il Leviatano? È molto più di un sovrano assoluto, o
perfino di uno Stato assoluto. È la letterale incarnazione di tutti
i membri della comunità politica in un solo uomo: il sovrano.
Nella loro disperazione di sfuggire al loro stato di natura, gli
uomini concludono che l'unico modo per uscirne è rinunciare
ognuno al libero arbitrio, consegnandolo al sovrano. Il sovra-
no quindi assorbe tutte le libertà individuali di tutti i membri
della comunità politica e le sue azioni diventano perciò le loro
azioni. Questo è il punto. Gli uomini non si sottomettono sem-
plicemente a un tiranno, rinunciando alla propria volontà in
favore della sua, ma, piuttosto, il volere del sovrano è anche il
volere di ognuno dei suoi sudditi. Ognuno, sostiene Hobbes,

16 lvi, capitolo XIII, par. 11.

238
«riconosce se stesso come l'autore» di qualunque cosa il sovra-
no ritenga di fare. Sotto il comando del Leviatano, non ci può
essere guerra civile, perché il Leviatano incarna il volere di tutti
i suoi sudditi, e nessuno vuole la guerra civile. Il risultato finale
è un corpo politico perfettamente unificato: «È più del consen-
so o della concordia, è una reale unità di tutti loro in una sola
e medesima persona>> 17 • «La moltitudine così unita si chiama
Commonwealth>> scrive Hobbes.

Questa è la generazione di quel grande LEVIATANO, o


piuttosto (per parlare con più riverenza) di quel dio mortale, al
quale noi dobbiamo, sotto il Dio immortale, la nostra pace e la
nostra difesa. Infatti, per mezzo di questa autorità datagli da ogni
particolare nello Stato, è tanta la potenza e tanta la forza che gli
sono state conferite [... ] che con il terrore di esse è in grado di
informare le volontà di tutti alla pace interna. 18

E questa, per Hobbes, è la vera essenza del Leviatano: «Una


persona, dei cui atti ogni membro di una grande moltitudine[ ... ]
si è fatto autore>> 19 per far prevalere la pace.
La teoria di Hobbes sullo Stato toglie il fiato, per la sua au-
dacia. Egli non ha alcun interesse nella discussione sulle diverse
forze che operano nella società umana, o nella valutazione delle
diverse forme di organizzazione politica. Invece, senza alcuna
qualificazione e senza alcun equivoco, si lancia in uno stile fi-
losofico che non prende prigionieri. Il problema della società
umana, sostiene, è chiaro, ed è la guerra perpetua che esiste nel-
lo stato di natura. La soluzione è altrettanto chiara: la creazione
di uno Stato assoluto. Hobbes porta avanti il suo ragionamento
con la sola forza intellettuale, un passo logico dopo l'altro, sen-
za lasciare spazio al dissenso o alla contraddizione: la natura
umana porta allo stato di natura, che porta alla guerra civile,

17 lvi, capitolo XVII, par. 13.


18 Ibidem.
19 Ibidem.

239
che porta alla remissione della volontà personale, che porta al
Leviatano. Di conseguenza, il Leviatano è l'unico ordine politico
u possibile. Q.E.D.
Fin dall'inizio, molti trovarono il Leviatano aberrante. Qual
era il posto del parlamento? E la Chiesa anglicana (o qualunque
altra Chiesa, d'altra parte)? Ma anche i critici, che considerava-
no repellente la conclusione, avevano difficoltà a trovare delle
crepe nel suo ragionamento. Infatti, qual era l'errore di Hobbes?
Le sue ipotesi eraho solide e ogni passo sembrava ragionevole,
in se stesso: sì, gli umani sono avidi ed egoisti. Sì, sono in compe-
tizione tra loro e si temono a vicenda. Sì, sono portati ad attac-
care, motivati dalla paura, e ogni attacco porta inevitabilmente
ad altra violenza. Sembra così ragionevole che ben pochi mette-
rebbero in discussione ogni singolo passo particolare. Quando il
lettore si rende conto dove stanno portando questi passi logici,
è già tardi. In qualche modo, senza aver fatto un passo falso,
o pericoloso, il lettore suo malgrado concede che l'unico Stato
possibile è il Leviatano di Hobbes, il "Dio vivente".
Per molti contemporanei di Hobbes questa conclusione non
era assolutamente accettabile, ma il potere del ragionamento nel
Leviatano è tale che risultava straordinariamente difficile indi-
care il punto in cui si trovava l'errore. Hobbes seguì le sue dedu-
zioni fino alla loro logica conclusione, qualunque potesse essere,
portando con sé i suoi lettori. Era come se stesse delineando una
dimostrazione geometrica.
Il Leviatano, composto di innumerevoli individui uniti in una
singola volontà, è, sicuramente, una bellissima invenzione. Ma,
per quanto sia audace ed elegante, come organizzazione politica
fa pensare. Non è solo uno Stato potente e centralizzato, come
già esisteva ai tempi di Hobbes in Francia, dove l'opposizione
politica era difficile e lo Stato repressivo. È, piuttosto, uno Stato
in cui l'opposizione politica è letteralmente impossibile. L'oppo-
sizione al sovrano da parte dei suoi sudditi significa che essi si
oppongono alla propria volontà: un paradosso e un'impossibili-
tà logica. In verità, nel Leviatano i soggetti non sono in relazione
con lo Stato nel modo che intendiamo solitamente, perché il Le-

240
viatano non è un'organizzazione politica, ma un tutto unificato
e organico. È un essere vivente composto dei corpi di tutti i suoi
sudditi e una volontà incarnata nel solo sovrano. Hobbes dice
proprio questo, quando spiega nell'introduzione che <<il grande
LEVIATANO, chiamato COMUNITÀ POLITICA o STATO (in
latino CIVITAS) [... ] non è altro che un uomo artificiale, sebbe-
ne di statura e forza maggiore di quello naturale»20• In un corpo
umano, la mano, il piede o un follicolo pilifero non possono
opporsi alla volontà umana. Allo stesso modo, i membri della
comunità politica sono semplici componenti del corpo della co-
munità e sono incapaci di opporsi alla sua volontà.
Niente riassume la vera essenza dello Stato secondo Hob-
bes meglio dell'immagine che adorna il frontespizio delle prime
edizioni del Leviatano (e anche molte seguenti). Nell'incisione
dell'artista francese Abraham Basse, si vede un paesaggio tran-
quillo di colline e vallate, campi e villaggi, con una città prospe-
rosa e ordinata in primo piano, fatta di piccole case adagiate
con cura all'ombra di una grande chiesa. L'occhio, però, non si
ferma su questa scena idilliaca, ma è attirato dalla figura che si
staglia sullo sfondo: un re enorme, torreggiante sulla terra come
Gulliver tra i lillipuziani, le braccia spalancate, come ad abbrac-
ciare il suo regno. Sulla sua testa, una corona; nella mano sini-
stra il bastone pastorale, nella destra una spada per governare
la terra e difenderla da tutti i nemici. Domina la sua terra, e non
c'è dubbio che la pace, l'ordine e la prosperità sono dovuti a lui.
A prima vista, l'immagine sembra la pubblicità per una forte
monarchia centralizzata, sul modello francese. Ma c'è qualcosa
di strano in questo re gigantesco. Il suo corpo appare gibboso,
sembra vestire un'armatura a scaglie. Guardando più attenta-
mente, si vedono i particolari: non sono scaglie, ma persone.
Quello che sembra il corpo del re è in realtà composto dagli uo-
mini della comunità; ogni singolo uomo è impotente, nient'al-
tro che un minuscolo componente di questo corpo enorme. Ma,

20 lvi, Introduzione.

241
insieme, lavorando con un'unica volontà, sono l'onnipotente
Leviatano. Lo Stato rappresentato nel frontespizio è così im-
pressionante e totalizzante, che non lascia spazio ad alcuna isti-
tuzione indipendente. Secondo Hobbes, qualunque istituzione
non direttamente dipendente dal sovrano è una minaccia per
l'unità del Leviatano e per la stabilità dello Stato, minaccia che,
se non viene opportunamente tenuta sotto controllo, porterà di-
scordia e conflitti, conducendo, ancora una volta, alla guerra
civile. Il nemico numero uno, nel libro di Hobbes, è la Chiesa
cattolica, che proclama la sua superiorità su tutte le altre auto-
rità civili e, di conseguenza, si guadagna un intero capitolo nel
Leviatano, intitolato Il regno delle tenebre.
In Inghilterra, il parlamento ribelle è, naturalmente, aborri-
to da Hobbes, ma così sono anche istituzioni apparentemente
innocue come la Chiesa anglicana e le università di Oxford e
Cambridge. La Chiesa anglicana è preferibile alla gran parte
delle confessioni religiose perché, almeno di nome, è soggetta al
re, anche se, secondo Hobbes, gli ecclesiastici anglicani mostra-
vano troppa indipendenza. Altre denominazioni, i presbiteriani
in particolare, sono molto peggio, perché stabiliscono le proprie
regole, separate dalla comunità politica, e Hobbes non si perita
di accusarli direttamente dello scoppio della guerra civile21 • Le
università si guadagnano l'ira di Hobbes in parte perché fanno
risalire le loro origini intellettuali alla scolastica medievale, e
quindi sono corrotte dall'associazione con il regno delle tenebre.
Ma, ancora più fondamentale, le università sembrano a Hob-
bes terreni pericolosi di coltura di dottrine e idee potenzialmen-
te in conflitto con la volontà del sovrano, il che porterebbe a

21 Riflettendo sul ruolo dei religiosi, anni dopo, Hobbes scrisse che «la causa della
mia stesura di quel libro [cioè il Leviatano] fu la considerazione di ciò che i mi-
nistri prima della guerra civile, e all'inizio di quel periodo, fecero per contribuire,
con i loro scritti e i loro sermoni». Si veda Thomas Hobbes, Six Lessons to t be
Professors of Mathematiques, One of Geometry, the Other of Astronomy, in the
Chairs Set Up by the Noble and Learned Sir Henry Savile, in the University of
Oxford, Crooke, Londra 1656, lezione VI, in sir William Molesworth (a cura di),
The English Works ofThomas Hobbes, Longman, Brown Green and Longmans,
Londra 1845, p. 335.

242
Il Leviatano. Dal frontespizio dell'edizione del Leviatano del 1651. «Non est potestas
super terram quae comparetur ei» dichiara il testo intorno alla corona: "Non c'è
potere sulla Terra paragonabile al suo" (Brirish Library Board/Robana/Arr Resource,
NcwYork).

243
controversie senza fine. E la controversia, ammoniva il conte di
Newcastle, protettore di Hobbes, scrivendo a Carlo II qualche
anno dopo la sua restaurazione sul trono, è una guerra civile
con la penna, che ben presto diventa una spada22 •
Decidere quali opinioni e dottrine devono venire insegnate e
quali bandite23 , nelle università e in altri luoghi, è prerogativa
del solo sovrano, insiste Hobbes. Se ai chierici è permesso pre-
dicare ciò che vogliono e ai professori insegnare ciò che desi-
derano, allora ne conseguirà divisione, conflitto e ben presto la
guerra civile. Ma Hobbes si spinge anche più in là: il Leviatano
decide non solo quali insegnamenti sono pericolosi per lo Stato
e quali benefici, ma, più fondamentalmente, cos'è giusto e cos'è
sbagliato. Nello stato di natura non c'è giusto e sbagliato, se-
condo Hobbes, perché ognuno fa del suo meglio per assicurare
i propri interessi. Il concetto di giusto e sbagliato arriva sulla
scena solo con il Leviatano e il metro è semplice: <<La legge, che
è la volontà e il desiderio dello Stato, è la misura>>, e nient'altro.
Seguire la legge delineata dal sovrano è giusto, infrangerla è sba-
gliato, ed è tutto lì. Chiunque si appelli ad altre fonti di autorità,
come Dio, la tradizione, antichi diritti, sta minando alla base
l'unità della comunità politica, e probabilmente sta tramando
contro di essa per trame beneficio personale. Il diritto e l'ingiu-
stizia, il giusto e lo sbagliato, sono nelle mani del sovrano.
Come esercizio di teoria politica, il Leviatano è un trattato
tra i più audaci che siano mai stati scritti e, giustamente, merita il
suo posto negli annali del pensiero occidentale. Ma la soluzione
di Hobbes, con tutta la sua logica, riesce a descrivere uno Stato
storicamente plausibile? Ci sono stati, sicuramente, regimi che
cercavano di mettere in atto questo ideale, tra cui i tristemen-
te famosi Stati totalitari nel ventesimo secolo, in particolare la
Germania di Hitler e l'Unione Sovietica di Stalin. Anche questi

22 Si veda Steven Shapin e Simon Schaffer, Il Leviatano e la pompa ad aria:


Hobbes, Boy/e e la cultura dell'esperimento, La nuova Italia, Scandicci 1994
(ed. orig. Leviathan and the Air Pump, 1985).
23 Hobbes, Leviatano, cit., capitolo XVIII, par. 9.

244
erano Stati in cui il popolo era (in teoria) unito nella persona del
suo comandante, la cui volontà rappresentava quella dell'intera
nazione. Come il Leviatano, anch'essi non tolleravano dissenso,
considerandolo un'offesa alla volontà nazionale (in Germania)
o alla marcia del proletariato verso il progresso (in Russia). Ma
anche questi cupi regimi dell'ultimo secolo non misero mai in
pratica l'idea di Hobbes. Tanto per cominciare, entrambi dovet-
tero affrontare episodi di dissenso reale, per quanto sporadici e
repressi, mentre nella visione di Hobbes il dissenso è inesistente,
per definizione. In un senso più profondo, sia i nazisti sia i bol-
scevichi vedevano se stessi come i propugnatori di un ideale più
alto, il mistico destino della Germania, o la rivoluzione mondia-
le che avrebbe condotto a un'utopia senza differenze di classe. I
loro Stati totalitari erano un mezzo per raggiungere un fine più
elevato.
Il Leviatano di Hobbes è una cosa diversa: non esiste alcuna
verità più alta (religiosa, mistica, o ideologica) al di fuori della
legge delineata dal sovrano e chiunque sostenga l'esistenza di
tali verità è per definizione un nemico dello Stato. Il Leviatano
è l'essenza ultima e finale, ed esiste per se stesso solo. È neces-
sario, in modo assoluto, come baluardo contro il caos, ma non
rappresenta niente e risolutamente nega l'esistenza di obiettivi
ultimi, o ideali più elevati. Contano solo lo Stato, il sovrano e
la sua volontà.
La soluzione proposta da Hobbes alla crisi degli anni quaran-
ta del Seicento gli valse il riconoscimento della sua originalità di
pensiero, ma lo mise in contrasto con i suoi contemporanei: non
solo i parlamentari, che disprezzava, ma anche i realisti, ai quali
intendeva dare supporto. Nel Leviatano c'era certamente mol-
to che attraeva i sostenitori del re, in particolare l'insistenza su
un forte governo centrale, guidato (preferibilmente) da un solo
uomo, e la condanna dei parlamentari e di tutti i dissidenti come
traditori della comunità, a favore del loro personale interesse.
Ma nel libro si trovavano anche molte idee che disturbavano i
realisti più devoti. Un re legittimo, dopotutto, governa la terra e
il popolo per diritto divino; è scelto da Dio e nessuno può sosti-

245
o tuirlo. Il Leviatano, al contrario, non governa per diritto, ma per
pratica necessità di prevenire la guerra civile. Chiunque, in linea
di principio, può ricoprire questo ruolo, a patto che riesca a
difendere la terra e a mantenere la pace. Se un re fallisce in que-
ste imprese, allora, per principio, potrebbe venire sostituito da
qualcun altro, come in effetti era successo in Inghilterra. Alcuni
realisti erano così preoccupati da questa visione che arrivarono
ad accusare Hobbes di aver scritto il Leviatano in supporto del
protettorato di Cromwell, e non del re. Non era vero (il Levia-
tano fu pubblicato due anni prima del protettorato), ma non
era un'accusa del tutto irragionevole: il libro non è in verità
una difesa della monarchia legittima, ma piuttosto di una dit-
tatura totalitaria. A questo si aggiunga il fatto che il Leviatano
riuscì a offendere tutti gli uomini di Chiesa, sia gli anglicani,
sia i cattolici francesi che ospitavano la corte in esilio, e diviene
chiaro come questo trattato (in teoria) realista non sia riuscito
a rendere Hobbes ben visto dai seguaci del re. Invece di venire
celebrato come un difensore del vessillo reale, gli fu revocato il
titolo di tutore, fu scacciato dalla corte e ben presto si ritrovò,
ironicamente, a far parte dell'Inghilterra rivoluzionaria.
Con grande delusione di Hobbes, nessuno sembrava interes-
sato a seguire il suo estremo suggerimento per fermare la guer-
ra civile. Ma Hobbes sapeva di essere nel giusto, a prescindere
dal giudizio altrui. Per riuscire a superare il loro scetticismo,
concluse, avrebbe semplicemente dovuto esplicare la sua intera
filosofia più chiaramente e in modo più comprensivo. Una volta
spiegato, passo per passo, come era arrivato alle sue conclusio-
ni, i dubbiosi, era sicuro, non avrebbero potuto far altro che
accettare i suoi precetti politici. Ora, Hobbes non aveva mai
pensato che i suoi trattati Leviatano e De cive si sostenessero
da soli. Nel suo piano, concepito durante i lunghi decenni silen-
ziosi nella tenuta dei Cavendish, dovevano essere solo i capitoli
finali di una completa filosofia, che avrebbe coperto tutti gli
aspetti dell'esistenza. La crisi politica precipitò la stesura e la
pubblicazione delle ultime parti, nella speranza (subito delusa)
che avrebbero potuto portare al termine della guerra civile e alla

246
restaurazione del re. Ora, di nuovo in Inghilterra, al lavoro per
puntellare il suo edificio filosofico, decise di scrivere finalmente
le prime due parti.
Nel 1658, Hobbes pubblicò il De homine, un trattato sulla
natura umana che confermò la sua reputazione di misantropo,
ma, al confronto del Leviatano, ricevette poca attenzione. I prin-
cipi più importanti, tuttavia, furono delineati nel De corpore,
che uscì tre anni più tardi. Questo è un trattato denso, tecnico,
mirato ai filosofi professionisti, che tratta di questioni astruse,
come se la verità universale esista e se la materia non sia altro
che una sua estensione. Le immagini vivaci e la focosa retorica
tipiche del Leviatano sono assenti, e probabilmente ebbe ben
pochi lettori. Ciò nonostante, fu il De corpore, e non il Levia-
tano, a invischiare Hobbes in una diatriba personale che durò
tutto il resto della sua vita. Infatti, prima ancora che il libro
vedesse le stampe, un uomo determinato a diventare suo nemico
ottenne segretamente una copia del manoscritto dall'editore di
Hobbes e preparò una risposta devastante. Quest'uomo non era
un filosofo rivale, che sfidava Hobbes su qualche definizione
tecnica di "materia" o di "moto". Si chiamava John Wallis, ed
era un matematico.

247
Capitolo 7

Thomas Hobbes, geomètra

Innamorato della geometria

L'incontro di Hobbes con la matematica ha del leggenda-


rio. Non avendola studiata a Oxford, vi si imbatté per caso a
quarant'anni, mentre visitava Ginevra con uno dei suoi giova-
ni pupilli. <<Siccome si trovava nella biblioteca di un signore»
racconta il suo biografo Aubrey <<c'era lì aperto il libro degli
elementi di Euclide, precisamente il47 El. libri I» (il teorema 47
del primo libro degli Elementi). Come sapeva chiunque avesse
studiato la matematica classica, si trattava del teorema di Pita-
gora, che afferma che il quadrato costruito sull'ipotenusa di un
triangolo rettangolo è uguale alla somma dei quadrati costruiti
sui cateti. <<Per Dio ... disse [... ], questo è impossibile! Quindi
legge la dimostrazione, che lo riporta a una precedente propo-
sizione>>, la quale a sua volta fa riferimento a una precedente, e
così via, tanto <<che alla fine, per via dimostrativa, rimase con-
vinto della verità in questione». Questo, stando a Aubrey, «lo
fece innamorare della geometria» 1 •
Negli anni che seguirono, Hobbes si diede da fare per recu-
perare lo svantaggio dell'aver iniziato tanto tardivamente a in-
teressarsi della materia. Ma già negli anni quaranta del Seicento

1 Clark (a cura di), Vite brevi di uomini eminenti, cit., p. 149.


o era in contatto regolare con alcuni dei più illustri matematici
dell'epoca, tra cui Cartesio, Roberval e Fermat, e quando il ma-
tematico inglese John Peli si invischiò in una disputa con il col-
lega danese Christian S0rensen (Longomontano) chiese pubbli-
camente il sostegno di Hobbes, che evidentemente considerava
un'autorità. Quando poi, qualche anno più tardi, morì Cartesio,
il cortigiano francese Samuel Sorbière lo omaggiò come uno dei
maggiori matematici mondiali, insieme con «Roberval, Bonnel,
Hobbes e Fermat»2. Va detto che Sorbière era molto amico di
Hobbes, e la sua alta opinione delle doti matematiche dell'in-
glese magari non era condivisa da tutti. La sua valutazione mo-
stra nondimeno che, quando fu nominato tutore matematico
del principe di Galles in esilio, Hobbes era uno dei matematici
inglesi più rispettati del momento. Perché Hobbes era così pre-
so dalla matematica? La storia di Aubrey ci fornisce un indizio
cruciale: in geometria ogni risultato è costruito su un altro più
semplice, e questo permette di procedere un passo logico alla
volta, partendo da verità autoevidenti verso altre sempre più
complesse. Quando arriva a risultati come il teorema di Pitago-
ra, il lettore si convince <<di quella verità dimostrata».
Questo per Hobbes era qualcosa di straordinario: ecco una
scienza davvero in grado di dimostrare i propri risultati, sen-
za lasciare il minimo dubbio sulla loro veridicità. Era «la sola
scienza che finora è piaciuto a Dio di largire all'umanità» 3,
modello ideale per tutte le altre. Tutte le scienze, pensava Hob-
bes, dovevano procedere come la geometria, giacché <<non può
esservi alcuna certezza dell'ultima conclusione senza una cer-
tezza di tutte quelle affermazioni e negazioni sulle quali era
fondata e inferita» 4 • Finora nessun'altra aveva mai raggiunto
il livello necessario di certezza sistematica, ma la musica stava
per cambiare: ci avrebbe pensato Hobbes a formulare la vera

2 Sorbière è citato in Douglas M. Jesseph, Squaring the Circle: The War between
Hobbes and Wallis, University of Chicago Press, Chicago 1999, p. 6.
3 Hobbes, Leviatano, cit., capitolo IV, par. 12.
4 lvi, capitolo V, par. 4.

250
filosofia, strutturata sistematicamente come la geometria e con
risultati altrettanto certi.
Nel corso degli oltre quattro secoli trascorsi dalla sua nascita,
Hobbes è stato accusato di molte cose: l'accusa (probabilmente
falsa) di condotta dissoluta e immorale, e quella (probabilmente
vera) di essere ateo e di promuovere l'irreligione. Più di recente
è stato accusato di avere una visione troppo tetra della natura
umana e di aver ispirato alcuni dei più oppressivi regimi del-
la storia. Ma mai nessuno, in tutto questo tempo, ha accusato
Hobbes di eccessiva modestia. E in verità, quando Hobbes arri-
vò a presentare il suo sistema filosofico ispirato alla geometria,
di questo deplorevole difetto non v'era traccia. Al contrario, i
suoi testi ribollono di impertinenza e spirito polemico.
Per la maggior parte della sua storia, spiega Hobbes nella
dedica del De corpore al suo mecenate Cavendish, conte del
Devonshire, il mondo non ha avuto quasi nessuna filosofia. Gli
antichi hanno compiuto grandi progressi in geometria, e di re-
cente sono stati fatti passi importanti nella filosofia naturale
grazie agli studi di Copernico, Galileo, Keplero e altri. Ma tut-
to il resto della filosofia, da Platone e Aristotele fino al tempo
presente, è stato peggio che inutile. «Si aggirava nell'antica Gre-
cia un fantasma, simile alquanto alla filosofia per una parvenza
di gravità (ma dentro era pieno di frode e di sporcizia)», che
alcuni scambiarono per vera filosofia. Invece di insegnare la ve-
rità, questa pseudo-filosofia insegnava alle persone a dissentire
e polemizzare, e questo solo allo scopo di garantire lauti com-
pensi ai sedicenti "filosofi". La parte peggiore era la scolastica,
ossia l'aristotelismo medievale insegnato nelle università, una
filosofia «dannosa» che «ha suscitato [... ] innumerevoli contro-
versie, e dalle controversie ha fatto scaturire guerre>>. Hobbes
chiama questo abominio Empusa, il mostro femminile della
mitologia greca con una gamba di bronzo e una d'asina, foriero
di sventura 5 •

5 Tutte le citazioni in questo paragrafo si trovano in Hobbes, Elementi di filosofia:


il corpo, l'uomo, ci t., dedica al conte di Devonshire.

251
Ma le cose stanno per cambiare, grazie a Hobbes. La filoso-
fia naturale sarà anche una disciplina giovane, spiega, visto che
risale al massimo a Copernico, ma la filosofia civile lo è ancor
di più, in quanto <<non è piu' antica del libro da me stesso scritto
Sul cittadino>> 6 • In quel libro, per la prima volta, aveva usato
ragionamenti inoppugnabili per dimostrare che qualunque au-
torità statale, sia essa religiosa o civile, deve provenire esclusi-
vamente dal sovrano. Ora, nel De corpore, completerà il lavoro,
formulando la vera filosofia che avrebbe sostituito quelle false
e perniciose, sconfiggendo finalmente la mostruosa Empusa.
Hobbes non considerava la propria filosofia un contributo a
una conversazione che durava da migliaia di anni: era piuttosto
una filosofia che avrebbe messo fine a tutte le altre, l'unica vera
dottrina che avrebbe chiuso ogni discussione e dibattito. Il suo
libro, scrive, è breve, ma questo non ne diminuisce la grandez-
za, «se è vero che giusto equivale a grande>>. I suoi critici (che
saranno molti) potranno non essere d'accordo, ma Hobbes non
se ne cura. Sono semplicemente invidiosi delle sue opere e lui,
dopotutto, non si sforza certo di compiacerli, come osserva con
candore. La genialità del De corpore li sbaraglierà: «Sopporterò
il peso cui mi sono sobbarcato; né scongiurerò l'invidia, piut-
tosto me ne vendicherò facendola crescere>> 7 annuncia, senza la
minima traccia di ironia.
L'arma con cui la nuova filosofia di Hobbes si propone di
sconfiggere Empusa è semplice: la geometria. I sedicenti filoso-
fi del passato fallirono perché si basavano su metodi di ragio-
namento viziati e inconcludenti. Insegnavano la disputa invece
della sapienza, accusa Hobbes, e istruivano a «decidere di ogni
questione con l'arbitrio di ciascuno>> 8 • Di conseguenza, anziché
portare pace e unanimità, erano forieri di lotte e guerre civili. La
geometria, al contrario, conduce necessariamente a un accordo:

6 Ibidem. Avendo Hobbes pubblicato il De corpore nel 1655, mentre il De cive


uscì nel 1642, la vera filosofia civile non ha più di tredici anni.
7 Ibidem.
8 Ibidem.

252
<<Infatti chi è così stupido da commettere uno sbaglio in geome-
tria e persistere in esso anche quando un altro gli svela il suo
errore?»9• Di conseguenza, la geometria produce pace e non
discordia, e la filosofia di Hobbes intende seguirne l'esempio. Il
De corpore, come spiega nella lettera dedicatoria, è stato scritto
<<per un lettore attento e ben versato nelle dimostrazioni ma-
tematiche>>, e alcune parti sono destinate <<ai soli matematici>>.
Ma le implicazioni del metodo geometrico si estendono a tutti
i campi: infatti la fisica, l'etica e la politica, se ben dimostra-
te, non sono meno certe delle proposizioni matematiche. Basta
seguire il metodo chiaro e incontestabile del ragionamento ge-
ometrico e, annuncia Hobbes, <<mi accingo [... ] a impaurire e
bandire questa Empusa metafisica>> 10 •
Nelle sue opere Hobbes è convinto di seguire strettamente
l'esempio geometrico: la sua filosofia (una volta pubblicate tut-
te le sue parti) muove da semplici definizioni enunciate nel De
corpore, come Gli elementi di Euclide muovono da definizioni e
postulati. E proprio come Gli elementi procedono dal semplice
e autoevidente al complesso e sorprendente, così l'opera di Hob-
bes si sviluppa attraverso tre sezioni: De corpore ("Sulla ma-
teria"), De homine ("Sull'uomo") e De cive ("Sul cittadino").
Dalla discussione delle definizioni (che chiama nomi) Hobbes
passa alla natura di spazio, materia, grandezze, moto, fisica,
astronomia, e così via. Infine, al termine di tutta questa catena
di ragionamenti, arriva all'argomento più urgente e complesso
di tutti, quello che dà senso all'intera impresa: la teoria del com-
monwealth (la comunità politica). Certamente ci fu chi mise in
dubbio che fosse riuscito a mantenersi a livello paritetico con la
geometria, ma Hobbes non diede peso alle critiche. Il suo proce-
dimento sistematico e accurato a partire da definizioni di base
assicurava, ne era convinto, che le sue conclusioni sull'organiz-
zazione dello Stato erano assolutamente certe. Tanto quanto il
teorema di Pitagora.

9 Hobbes, Leviatano, cit., capitolo V, par. 16.


10 Hobbes, Elementi di filosofia, cit., dedica al conte di Devonshire.

253
Lo stato geometrico

Se l'intera filosofia di Hobbes è strutturata come un gran-


dioso edificio geometrico, ciò è particolarmente vero nel caso
della sua teoria politica. Questo perché la comunità politica ha
una caratteristica fondamentale in comune con la geometria:
entrambe sono creazioni totalmente umane, dunque perfetta-
mente conosciute dall'uomo. «La geometria è[ ... ] dimostrabile,
perché le linee e le figure di cui discutiamo sono tracciate e de-
scritte da noi stessi, e la filosofia civile è dimostrabile, perché noi
stessi costruiamo il patto sociale» 11 • La nostra comprensione di
come si crea uno Stato ideale è perfetta quanto la nostra com-
prensione della verità geometrica. Nel Leviatano Hobbes mette
in pratica questo principio, costruendo una teoria politica a suo
parere perfettamente logica, le cui conclusioni sono da tutti i
punti di vista certe quanto un teorema matematico.
Non sono solo i principi fondamentali della comunità poli-
tica a essere caratterizzati dalla certezza delle dimostrazioni ge-
ometriche. Anche le leggi stabilite dal Leviatano per governare
lo Stato hanno la stessa ineluttabile forza logica di un teorema
matematico e sono altrettanto inoppugnabilmente vere 12 • Per
usare le parole di Hobbes, «l'abilità di fare e mantenere gli Sta-
ti consiste in certe regole, come l'aritmetica e la geometria>> 13 •
Questo perché le leggi definiscono esse stesse che cosa è giusto e
vero, e che cosa è sbagliato e falso. Prima che si formasse la co-
munità politica, nello stato di natura, i termini giusto e sbaglia-
to, vero e falso erano parole vuote che non si riferivano a nulla.
Non esistevano giustizia e ingiustizia, giusto o sbagliato, nello

11 Thomas Hobbes, Six Lessons to the Professors of Mathematiques, One of


Geometry, the Other of Astronomy, in the Chairs Set Up by the Noble and
Learned Sir Henry Savile, in the University of O x ford, Crooke, Londra 1656,
dedica a Henry lord Pierrepoint, in sir William Molesworth (a cura di), The
English Works o(Thomas Hobbes, Longman, Brown, Green, and Longmans,
Londra 1845, p. 184.
12 Shapin e Schaffer, Il Leviatano e la pompa ad aria, cit.
13 Hobbes, Leviatano, cit.

254
stato di natura. Ma una volta che gli uomini hanno rinunciato
ai propri desideri personali in favore del Leviatano, questi ha
istituito la legge e ha dato significato ai termini: giusto è seguire
la legge, sbagliato è infrangerla, Chiunque accusi i decreti del
sovrano di essere "sbagliati" dice cose prive di senso, perché
ciò che è "sbagliato" è definito dai decreti stessi. Opporsi a una
legge è assurdo quanto negare una definizione geometrica.
Naturalmente Hobbes non era l'unico intellettuale dell'ini-
zio dell'era moderna che idealizzava la geometria. Solo qualche
decennio prima anche Clavio aveva cantato le lodi della geo-
metria, promettendo ai suoi confratelli gesuiti che sarebbe stata
un'arma potente nella lotta contro il protestantesimo. Ma a par-
te l'ammirazione per la geometria, Clavio e Hobbes non hanno
quasi nulla in comune. Clavio era un accademico gesuita che
aveva studiato la filosofia aristotelica e i metodi della scolasti-
ca, basati sulle dispute, adottati dal suo ordine e perfezionati al
Collegio Romano. Era anche un guerriero della Controriforma,
che lottava per diffondere la parola di Dio e innescare una ri-
nascita spirituale; aborriva protestanti, materialisti ed eretici di
ogni genere. L'ambizione della sua vita era instaurare il regno di
Dio sulla Terra, il che, per lui, consisteva nel porre il papa in po-
sizione di dominio su tutti i sovrani secolari e la Chiesa al di so-
pra di tutte le istituzioni civili. Hobbes, al contrario, non nutriva
che disprezzo per la disputatio scolastica, credeva che spirito
fosse un termine privo di significato e che al mondo esistessero
solo la materia e il moto. L'unico scopo di termini come spirito e
anima immortale era permettere a prelati corrotti e privi di scru-
poli di terrorizzare le persone e soggiogarle. L'idea che il papa
potesse governare al di sopra dei monarchi era intollerabile, per
Hobbes. Qualunque opposizione al potere assoluto del sovrano
civile avrebbe portato a disaccordi, divisioni e, inevitabilmente,
alla guerra civile.
Clavio morì nel 1612, molto prima che Hobbes pubblicasse
i suoi trattati, e quasi certamente senza aver mai sentito no-
minare il filosofo inglese. Ma, se avesse avuto la possibilità di
leggere una qualunque delle opere di Hobbes (De cive, De cor-

255
o pore, Leviatano) non ci sono dubbi su quale sarebbe stata la
sua reazione. Per un devoto gesuita come Clavio, Hobbes era
u un materialista miscredente ed eretico, un nemico della Chiesa
cattolica i cui libri andavano banditi. Se Hobbes avesse avuto
la sventura di cadere nelle mani di Clavio e dei suoi confratelli,
avrebbe potuto ringraziare il cielo di scampare al rogo. D'altro
canto, il verdetto di Hobbes sui gesuiti non era meno feroce: il
loro obiettivo, secondo lui, era spaventare gli uomini e metter
loro «paura di ubbidire alle leggi del proprio paese>>. Hobbes
pensava questo di tutti i religiosi, ma aveva un particolare di-
sprezzo per la Chiesa cattolica: il sogno gesuita di una Chiesa
universale e onnipotente, governata dal papa, per Hobbes era il
peggiore degli incubi.
Solo sul ruolo della geometria questi due nemici erano per-
fettamente d'accordo. La geometria euclidea, secondo Clavio,
era un modello di corretto ragionamento logico, che avrebbe
assicurato il trionfo della Chiesa romana e l'instaurazione di
un regno cristiano universale, con a capo il papa. Lo Stato del
Leviatano di Hobbes era, da molti punti di vista, l'esatto contra-
rio del regno cristiano dei gesuiti: era governato 'da un sovrano
laico, che incarnava la volontà del popolo, non dal papa, che
invece faceva discendere la propria autorità da Dio; le sue leggi
provenivano dalla volontà del Leviatano, non da ingiunzioni di-
vine o bibliche, e il Leviatano non avrebbe tollerato alcuna op-
posizione clericale al suo potere assoluto. Entrambi sono Stati
assolutistici e gerarchici in cui la volontà del sovrano, Leviatano
o papa, è legge.
Entrambi negano la legittimità, o anche solo la possibilità,
del dissenso e assegnano a ogni persona un posto fisso e inalte-
rabile nell'ordine dello Stato. Entrambi, infine, affidano la pro-
pria gerarchia immutabile e la propria eterna stabilità alla stessa
impalcatura intellettuale: la geometria euclidea.
Oggi la geometria euclidea non è che un'area alquanto limi-
tata della matematica, pur se caratterizzata da una tradizione
ragguardevole e straordinariamente lunga. Non solo è uno tra i
tanti settori della matematica ma, dall'Ottocento a questa parte,

256
è anche una tra le infinite geometrie possibili. Viene insegnata
nelle scuole superiori moderne, in parte per tradizione e in parte
perché si ritiene che faciliti l'apprendimento dei potenti metodi
del ragionamento rigorosamente deduttivo. A parte questo, è di
scarso interesse per i matematici attivi. Ma le cose erano molto
diverse all'inizio dell'era moderna, quando la geometria eucli-
dea era vista da molti come uno dei massimi traguardi raggiunti
dall'umanità, l'inespugnabile bastione della ragione stessa. A
Clavio, Hobbes e i loro contemporanei sembrava naturale che
la geometria avesse implicazioni in campi ben più vasti di quello
dei triangoli e dei cerchi. Come scienza della ragione, avrebbe
dovuto essere applicata a qualunque campo in cui il caos minac-
ciasse di eclissare l'ordine: la religione, la politica, la società, tut-
te in uno stato di profondo sconquasso in quel periodo. Sarebbe
bastato usarne i metodi, e pace e ordine avrebbero sostituito
caos e conflitti.
La geometria euclidea finì così con l'essere associata a una
particolare forma di organizzazione sociale e politica, a cui aspi-
ravano sia Hobbes, sia i gesuiti: rigida, immutabile, gerarchica
e permeante tutti gli aspetti della vita. A noi, che abbiamo co-
nosciuto l'ascesa e la caduta di regimi totalitari sanguinari nel
passato anche recente, questa sembra un'idea agghiacciante. Ma
all'alba dell'era moderna, con il mondo medievale in disgrega-
zione e nessuna alternativa in vista, il modo di vedere le cose
era diverso. A Clavio, Hobbes e a molti altri sembrava che la
risposta al disordine e all'incertezza fossero la certezza assoluta
e l'ordine immutabile. E il mezzo per raggiungere entrambi gli
obiettivi, secondo loro, era la geometria.

Il problema che non si riusciva a risolvere

Per quanto bella e potente fosse, la geometria euclidea non


era priva di punti deboli, come scoprì Hobbes con sconcer-
to quando iniziò a studiare seriamente la materia, negli anni
successivi all'incontro con il teorema di Pitagora. La difficoltà

257
consisteva nel fatto che certi problemi classici di matematica,
noti dall'antichità, erano ancora senza soluzione: la quadratura
del cerchio, la trisezione dell'angolo, la duplicazione del cubo.
Nonostante gli sforzi dei maggiori matematici succedutisi nel
corso di quasi due millenni, questi rovelli classici continuavano
a sconfiggere qualunque tentativo di soluzione.
Questa era una brutta notizia per la scienza della politica di
Hobbes. Se la geometria è perfettamente nota, come Hobbes ha
affermato che deve essere, allora non dovrebbero esistere pro-
blemi irrisolti, e men che meno irresolubili 14 • Il fatto che esista-
no lascia pensare che la geometria possieda angoli bui, dove non
splende il sole della ragione. E se non si capisce del tutto la geo-
metria, che tratta di semplici punti e linee, come si può sperare
di conoscere perfettamente la teoria del patto sociale, che tratta
dei pensieri e delle azioni umane? Se la geometria ha le sue zone
d'ombra, allora anche la scienza della politica potrebbe aver-
ne, e probabilmente sarebbero più grandi e d'importanza assai
maggiore di quelli geometrici. Hobbes era convinto che, fino a
quando non si fossero risolti i problemi classici della geometria,
l'intero edificio della sua filosofia avrebbe avuto fondamenta
malferme e lo Stato del Leviatano si sarebbe rivelato una casa
costruita sulla sabbia.
Per consolidare le fondamenta della sua teoria politica, Hob-
bes si propose di risolvere i tre problemi classici della geometria.
Sembra che all'inizio non lo ritenesse un compito troppo diffi-
cile; avendo corretto gli errori di tutti i filosofi del passato, pen-
sava, di sicuro sarebbe stato in grado di correggere anche quelli
di tutti matematici venuti prima di lui. Forse il suo ottimismo si
può scusare, visto che tra i motivi per cui quei problemi aveva-
no attratto l'attenzione dei più grandi matematici nel corso dei
secoli c'erano proprio la loro facilità di formulazione e l'appa-
rente semplicità. Quadratura del cerchio significa costruire un
quadrato di area uguale a quella di un dato cerchio, trisezione

14 Hobbes, Elementi di filosofia, cit., parte seconda, capitolo X, par. 5.

258
H
.

Q R

Figura 7.1. La quadra tura del cerchio l. Il caso del poligono inscritto.

dell'angolo significa dividere un angolo in tre parti uguali e du-


plicazione del cubo significa costruire un cubo di volume dop-
pio rispetto a un cubo dato 15 • Non sembrano certo problemi
complicati. Invece sono molto difficili. Anzi, impossibili.
Per capire il motivo, consideriamo il problema che più in-
teressava a Hobbes e al quale è dedicato un intero capitolo del
De corpore: la quadratura del cerchio. Già nel secondo seco-
lo a.C., Archimede aveva dimostrato che l'area del cerchio è
uguale a quella di un triangolo rettangolo con cateti uguali al
raggio e alla circonferenza del cerchio: PQ e QR nella figura
7.1. La dimostrazione di Archimede parte dai poligoni regolari
inscritti e circoscritti al cerchio: maggiore è il numero di lati, più
l'area del poligono si avvicina a quella del cerchio. Consideria-
mo per esempio l'ottagono AHDGCFBE: la sua area è uguale
a quella del triangolo rettangolo che ha per cateti l'apotema e
il perimetro dell'ottagono (l'apotema è il segmento perpendico-
lare al lato tracciato dal centro del poligono). Questo è ovvio

15 Jesseph, Squaring the Circle, cit., pp. 22-26; Eduard Dijketerhuis (a cura di),
Archimede, Ponte alle Grazie, Firenze 1989, capitolo VI (ed. orig. Archimedes,
1938).

259
o se pensiamo all'area dell'ottagono come somma delle aree di
otto triangoli, ciascuno avente come base un lato e come vertice
u opposto il centro del poligono. L'area di ciascun triangolo è pari
alla metà della base moltiplicata per l'altezza (l'apotema): di
conseguenza l'area dell'ottagono vale la metà della somma dei
lati moltiplicata per l'apotema; ossia, l'area del triangolo rettan-
golo in questione.
Consideriamo ora l'area del cerchio, che chiamiamo C, l'area
del triangolo rettangolo avente per cateti il raggio e la circonfe-
renza, che chiamiamo T, e l'area di un poligono regolare inscrit-
to di n lati, che chiamiamo In. Supponiamo per il momento che
l'area del cerchio sia maggiore di quella del triangolo, ovverosia
C > T. Archimede aveva già dimostrato che, crescendo il nume-
ro di lati del poligono inscritto, la sua area si avvicina a quella
del cerchio di una quantità piccola a piacere. Di conseguenza
esiste un numero di lati n per cui l'area del poligono è compresa
tra l'area del cerchio e quella del triangolo, cioè è maggiore di
quella del triangolo, ma (essendo il poligono inscritto) è sempre
minore di quella del cerchio. In notazione moderna, In> T.
Questo però è impossibile, perché l'area di In è uguale a quel-
la di un triangolo rettangolo che ha per cateti l'apotema e il
perimetro. L'apotema è minore del raggio del cerchio, e il peri-
metro del poligono è minore della circonferenza. Ciò significa
che In < T, in contrasto con l'ipotesi iniziale: il triangolo non
può quindi essere più piccolo del cerchio. Archimede prosegue
ipotizzando che il triangolo abbia area maggiore di quella del
cerchio, e ripete il ragionamento, questa volta usando i poligoni
regolari circoscritti. Anche in questo caso dimostra che all'au-
mentare del numero dei lati la loro area si avvicina a piacere a
quella del cerchio. Ma poiché rimane sempre maggiore di quella
del triangolo T, quest'ultima non può essere superiore a quel-
la del cerchio, e questo contraddice l'ipotesi. Di conseguenza,
l'unica possibilità rimasta è che il triangolo abbia la stessa area
del cerchio, ossia C= T. Q.E.D.
La dimostrazione di Archimede, esempio del classico "meto-
do di esaustione", è una dimostrazione euclidea perfettamente

260
rigorosa. Sembrerebbe che la quadratura del cerchio sia com-
piuta: il triangolo ha la stessa area del cerchio, ed è a questo
punto facile costruire un quadrato con la stessa area del trian-
golo. Problema risolto, dunque? Non secondo gli schemi della
geometria classica. Archimede, infatti, dimostra che l'area del
cerchio è uguale a quella di un particolare triangolo, ma non
"costruisce" il triangolo con riga e compasso, gli unici strumen-
ti ammessi nelle costruzioni euclidee. Per essere accettato dai
matematici euclidei il procedimento di quadratura doveva con-
sistere in un numero finito di passaggi che, partendo da un dato
cerchio, producessero il triangolo desiderato con il solo aiuto
di riga e compasso. Archimede non aveva fatto questo: aveva
dimostrato che l'area del cerchio è uguale a quella del triangolo,
ma non aveva mostrato come costruire un triangolo con quelle
misure a partire dal cerchio. Dunque la sua dimostrazione, per
quanto elegante e per quanto corretta, non era una quadratura.
A noi queste richieste rigide della geometria classica possono
sembrare piuttosto pedanti, se non totalmente inutili. I matema-
tici moderni non si limitano alle dimostrazioni costruttive, men
che meno a quelle limitate a riga e compasso. In realtà la dimo-
strazione di Archimede è più che soddisfacente, per chiunque
voglia determinare l'area del cerchio. Ma Hobbes la pensava
diversamente. Per lui il fatto che la geometria fosse costruita
passo dopo passo, dai componenti più semplici ai risultati più
complessi, era ciò che la rendeva un modello appropriato per la
filosofia e per la scienza della politica. Per mantenersi degna di
questo ruolo, la geometria non doveva allontanarsi da quel mo-
dello e costruire sempre i propri oggetti procedendo sistematica-
mente dal semplice al complesso, usando gli strumenti più rudi-
mentali. Per Hobbes le richieste classiche non erano imposizioni
arbitrarie, ma rappresentavano l'essenza stessa della geometria.
Per risolvere la quadratura del cerchio è dunque necessario co-
struire un quadrato che abbia l'area del cerchio, come chiede-
vano gli antichi matematici e come Archimede non aveva fatto.

261
o Il Leviatano quadra il cerchio

u Perché i matematici non erano riusciti a quadrare il cerchio,


nonostante i ripetuti tentativi nel corso dei millenni? Diversi
matematici dell'epoca di Hobbes cominciarono a sospettare che
forse i tre problemi classici erano semplicemente insolubili 16,
ma questa era una possibilità che Hobbes non poteva prendere
in considerazione. Dovendo servire da chiave di volta della sua
filosofia, la geometria doveva essere perfettamente conoscibi-
le, e dunque ci poteva essere solo una spiegazione: i matema-
tici partivano da ipotesi fallaci. Una volta instaurate le ipotesi
corrette, i risultati veri ne sarebbero germogliati naturalmente,
perché «è nelle scienze come nelle piante»; scrive Hobbes: <<La
crescita e la diramazione non sono che il proseguimento della
generazione delle radici».
Secondo Hobbes il problema di Euclide (o meglio, dei se-
guaci e interpreti di Euclide) era che le definizioni usate sono
eccessivamente astratte e non si riferiscono a nulla di esistente
nella realtà. La definizione euclidea di punto, per esempio è <<ciò
che non ha parti>>, quella di linea è «lunghezza senza spessore>> e
quella di superficie è <<ciò che ha solo larghezza e lunghezza»17•
Ma che cosa significano quelle definizioni? <<Ciò che non ha
parti» sostiene Hobbes <<non è una quantità; e se un punto non
è quantità [... ] non è nulla. E se Euclide intendeva questo con la
sua definizione [... ],tanto valeva definirlo in maniera più breve
(ma ridicola) così: "un punto non è nulla"». Lo stesso vale per
le definizioni di linea, superficie o solido: non hanno referenti e
sono di conseguenza prive di significato.
Solo un tipo di definizione potrebbe soddisfare Hobbes:
quello fondato sulla materia in movimento. Da vero materia-
lista, Hobbes è anzi convinto che al mondo non ci sia altro che
materia in movimento: tutte le disquisizioni su astrazioni e spi-

16 Jesseph, Squaring the Circle, cit., pp. 222-223.


17 La discussione sulle definizioni di Euclide si trova in Hobbes, Six Lessons, ci t.,
lezione l.

262
riti immateriali sono solo cospirazioni per raggiungere il potere
sugli uomini. I punti, le linee e i solidi, i mattoni della geometria,
devono essere dunque definiti in termini di cose che esistono
davvero.

Se, di un corpo che si muove, non si considera, sebbene ce ne


sia sempre una, nessuna grandezza, la via per la quale passa si dice
"linea", o "dimensione unica e semplice", lo spazio che attraversa
"lunghezza" e lo stesso corpo "punto" .18

Superfici e solidi sono definiti nello stesso modo: una superfi-


cie dal moto di una linea, e un solido dal moto di una superficie.
La cosa strana della definizione di Hobbes è che nel suo
schema i punti, le linee e le superfici sono corpi reali, e dun-
que hanno un'estensione. I punti hanno una dimensione, le linee
una larghezza, le superfici uno spessore 19 • Questa era un'eresia
per i geometri tradizionali, i quali dai tempi di Platone (e pro-
babilmente ancor prima) vedevano gli oggetti geometrici come
pure astrazioni, della cui perfezione le rozze manifestazioni fisi-
che erano solo pallide ombre. E se la questione filosofica della
vera natura degli oggetti geometrici non fosse stata una ragione
sufficiente per rifiutare il pensiero di Hobbes, c'erano anche le
questioni pratiche di come tener conto di queste strane esten-
sioni nelle dimostrazioni geometriche. Quale larghezza si deve
assegnare a una linea, e quale spessore a un piano? E le dimo-
strazioni tradizionali rimangono valide, per questi oggetti poco
ortodossi? A queste domande non c'erano risposte soddisfacen-
ti, e non sorprende che, ai matematici tradizionalisti, l'idea di
trattare gli oggetti geometrici come corpi materiali dotati di lar-
ghezza e spessore sembrasse la fine della geometria.
Conscio di queste difficoltà, Hobbes argomenta che, sebbene
gli oggetti geometrici, essendo corpi, abbiano in effetti estensio-

18 Hobbes, De corpore, in Elementi di filosofia, cit., parte seconda, capitolo VIII,


par. 12.
19 Hobbes, Six Lessons, cit., lezione V.

263
ni non nulle, nelle dimostrazioni queste vengono trascurate. In
altre parole, un punto è un corpo "considerato" di dimensioni
nulle, una linea è un cammino "considerato" dotato di lunghez-
za ma di larghezza nulla e così via, anche se, nella realtà, i punti
hanno una dimensione e le linee una larghezza. Che cosa inten-
desse esattamente Hobbes con questo ragionamento è tutt'altro
che chiaro. Sembra cercare un compromesso tra la sua insisten-
za sul fatto che ogni cosa, compresi gli oggetti geometrici, è fat-
ta di materia in moto e le richieste tradizionali della geometria
euclidea, di cui era un grande ammiratore. Quel che è chiaro è
che i matematici ortodossi erano ben lungi dall'essere convinti.
Concepire gli oggetti geometrici come corpi materiali è una
delle componenti chiave della geometria di Hobbes. L'altra è
un attributo apparentemente fisico: il moto. Linee, superfici e
solidi sono creati dal moto dei corpi e la geometria di Hobbes si
basa su questo. Hobbes chiama conato il più piccolo movimen-
to possibile, compiuto «per uno spazio e un tempo minori di
qualunque quantità data>>, e impeto la velocità del conato20 • Per
spiegare come questi minuscoli moti si sommino per dar luogo
a linee e superfici, Hobbes attinge a una fonte sorprendente: gli
indivisibili di Cavalieri.
Hobbes, in effetti, conosceva l'opera di Cavalieri meglio di
quasi qualunque altro matematico europeo: era uno dei pochi
ad aver letto davvero quei pesanti tomi, anziché appoggiarsi
all'adattamento fattone in seguito da Torricelli. Ma com'era
possibile che uno come Hobbes, così insistente sulla chiarezza
logica della geometria, adottasse gli indivisibili, notoriamente
fumosi e così spesso criticati per la loro logica incoerente e para-
dossale? La risposta sta nell'interpretazione non convenzionale
degli indivisibili proposta da Hobbes. Gli indivisibili di Cava-
lieri sono secondo Hobbes oggetti materiali di estensione finita:
le linee sono in realtà sottilissimi parallelogrammi e le superfici
corpi solidi di spessore minuscolo, "considerato" nullo per co-

20 Per una discussione del concetto di "conato" e di "impeto", si veda Hobbes,


De corpore, in Elementi di filosofia, cit., parte terza, capitolo XV, par. 2.

264
modità di calcolo. Come spiega il suo amico Sorbière, «invece
di dire, che la linea era una longhezza, che non era larga, ha
ammesso alquanto di larghezza, ma così picciola [... ],che non
era di considerazione alcuna, salvo che in alcune occasioni» 21 •
Questi punti, linee e superfici non sono oggetti fissi e stazionari,
nella geometria di Hobbes: come gli altri corpi fisici, possono
muoversi e lo fanno. Con un dato conato e un dato impeto, i
punti generano linee, le linee generano superfici e le superfici
generano solidi.
Clavio, il paladino della geometria classica, sarebbe rima-
sto scandalizzato dalla geometria non convenzionale di Hob-
bes. Linee larghe e superfici spesse, in moto nello spazio con un
dato impeto, per lui non avrebbero avuto posto nel regno puro
e immateriale degli oggetti geometrici. Ma Hobbes non cerca
di rovesciare la geometria tradizionale. Al contrario, cerca di
riformarla, fondandola sui principi della materia in movimen-
to e rendendola in questo modo ancor più rigorosa e potente.
«Qualunque dimostrazione è viziata se non costruisce le figure
tirando linee» e «tirare una linea è un movimento» 22 • Nessu-
no ha mai visto un punto senza dimensioni o una linea senza
larghezza ed è ovvio che oggetti simili non possono esistere al
mondo. Una geometria vera, rigorosa e razionale dev'essere una
geometria materiale ed è questo che Hobbes vuole creare. La
nuova geometria materiale, Hobbes ne era convinto, avrebbe
risolto tutti i problemi più vistosi (come la quadratura del cer-
chio) che assillavano i geometri da millenni. Avrebbe realizzato
l'aspirazione della geometria tradizionale: costituire un sistema
perfettamente conoscibile.
Purtroppo per Hobbes, i suoi sforzi per quadrare il cerchio
non procedettero in maniera naturale e liscia come la crescita
di una pianta dalle radici. Poco dopo il 1650 fece sapere agli
amici di essere riuscito a quadrare il cerchio, ma, pur andando

21 Sorbière, Viaggio di leuante del Signor di Loir, cit., p. 397.


22 Thomas Hobbes, De principiis et rationcinatione geometrarum, Crooke, Londra
1666, capitolo XII, citato in Jesseph, Squaring the Circle, cit., pp. 102-103.

265
molto fiero del risultato, non prevedeva di pubblicarlo a breve.
Era troppo indaffarato, a quanto pare, con la pubblicazione del
De corpore. Tuttavia nel 1654 ricevette una sfida: Seth Ward,
una vecchia conoscenza ora titolare della cattedra di Professo-
re Saviliano di astronomia a Oxford, pubblicò anonimamente
una minuziosa difesa delle università in risposta a Hobbes, che
nel Leviatano le aveva definite "serve del regno delle tenebre".
Avendo udito che «il signor Hobbs ha lasciato intendere d'aver
trovato la soluzione di certi problemi, tra cui niente meno che
la quadratura del cerchio», Ward prometteva di «unirsi a co-
loro che più alte ne proclamano le lodi>> 23 , se Hobbes l'avesse
pubblicata.
Era una trappola, e Hobbes lo sapeva 24 • Ward lo stava pro-
vocando per indurlo a rivelare la sua dimostrazione, convinto
che Hobbes non potesse davvero aver risolto un problema che
resisteva da millenni. Non di meno, sicuro che la sua geometria
riformata sarebbe riuscita dove Euclide aveva fallito, Hobbes
raccolse la sfida, e in tutta fretta aggiunse al De corpore un
capitolo che conteneva una dimostrazione del problema classi-
co. Quadrando il cerchio, Hobbes era convinto che in una sola
mossa avrebbe messo in imbarazzo il suo spocchioso detrattore,
dimostrato la superiorità della sua geometria rimodernata e, per
estensione, la verità del suo sistema filosofico e del suo pro-
gramma politico. Nonostante i rischi, era un'opportunità che
non poteva rifiutare.
Ma il piano partì subito male. Dopo aver inviato alle stampe
il manoscritto del De corpore, che conteneva la quadratura del
cerchio al capitolo 20, Hobbes ebbe dei ripensamenti. La dimo-
strazione era davvero inattaccabile come pensava? La mostrò
ad alcuni amici fidati, che gli indicarono prontamente l'errore.
Hobbes inviò immediatamente una correzione allo stampatore.

23 (Seth Ward), Vindiciae academiarum, Litchfi, Oxford 1654, p. 57, citato


in jesseph, Squaring the Circle, ci t., p. 126.
24 Sull'inizio della guerra tra Hobbes e Wallis, e sul ruolo di Ward, si veda
jesseph, Squaring the Circle, cit., p. 126.

266
Probabilmente avrebbe voluto togliere completamente la dimo-
strazione dal libro, ma era troppo tardi. Trovò quindi una so-
luzione ingegnosa. Com'era consuetudine nei libri del periodo,
all'inizio di ogni capitolo era presente un sommario. Hobbes
decise dunque di lasciare la dimostrazione nel testo, ma cam-
biarne la descrizione nel sommario: invece di chiamarla qua-
dratura del cerchio, la intitolò "Da una falsa ipotesi, una falsa
quadratura". Se questo da una parte lo salvava dall'imbarazzo
di pubblicare a suo nome una dimostrazione falsa, dall'altra an-
nullava completamente il valore della dimostrazione stessa. Per
compensare, Hobbes aggiunse al capitolo una seconda dimo-
strazione che però, a un esame più attento, si rivelò una semplice
approssimazione. Hobbes lo ammise nel sommario del capitolo
e continuò. Una terza dimostrazione non ebbe miglior fortuna:
pur avendola fiduciosamente intitolata Quadratura circuii vera
("Una vera quadratura del cerchio"), fu poi costretto ad aggiun-
gere alla fine del capitolo un'avvertenza importante:

Poiché (dopo averla scritta) mi è venuto in mente che ci


potrebbero essere alcune obiezioni a questa quadratura, mi è
sembrato opportuno avvertirne il lettore piuttosto che ritardare
ulteriormente la pubblicazione[ ... ] I lettori devono quindi prendere
i risultati dichiarati "esatti", riguardo alle dimensioni del cerchio e
degli angoli, come invece "problematici" .25

Già, problematici. In un solo capitolo del De corpore, nono-


stante le sue affermazioni fiduciose agli amici e la sua sicumera
nel raccogliere la sfida di Ward, Hobbes aveva fallito tre volte
nel tentativo di quadrare il cerchio. Invece di una dimostrazio-
ne incontrovertibile, aveva prodotto una "falsa quadratura",
un'approssimazione e una dimostrazione che andava conside-
rata "problematica". Non era certo l'esito che Hobbes spera-
va quando si era imbarcato nella creazione di una geometria

25 Hobbes, De corpore, in Elementi di filosofia, cit., parte terza, capitolo XX,


par. 6.

267
inconfutabile e di un'altrettanto inconfutabile filosofia. Si era
ritrovato invece con risultati imprecisi e discutibili che, anziché
stabilire un nuovo e pacifico regime geometrico, portavano solo
altre controversie e speculazioni.
Come se non bastasse, un nuovo nemico si stava preparando
ad approfittare dell'imbarazzo di Hobbes, trasformandolo in
umiliazione pubblica. John Wallis, Professore Saviliano di ge-
ometria a Oxford, era preoccupato quanto il suo collega Ward
riguardo alla pericolosa influenza dell'uomo che chiamavano il
mostro di Malmesbury. Wallis aveva seguito da vicino i progres-
si di Hobbes con il De corpore e, usando le sue conoscenze, era
riuscito ad averne le bozze non ancora pubblicate dal tipografo
di Londra. Una tattica subdola e forse immorale, ma che si rive-
lò estremamente efficace nel minare la credibilità matematica di
Hobbes. Le bozze diedero a Wallis un notevole vantaggio nella
confutazione delle affermazioni matematiche del De corpore,
uscita solo pochi mesi dopo la pubblicazione del libro di Hob-
bes nell'aprile del1655. Ma Wallis si spinse oltre: confrontando
la bozza in suo possesso con la versione pubblicata del testo,
fu in grado di ricostruire l'intera catena di eventi che avevano
portato alle strane affermazioni contraddittorie del capitolo 20.
I fiduciosi proclami di successo di Hobbes, ripetutamente seguiti
da imbarazzanti ritrattazioni, furono tutti allegramente esposti
nell'Elenchus geometriae Hobbianae di Wallis 26 • La reputazio-
ne di Hobbes come matematico di prestigio non si risollevò mai
più.

La vana speranza

Dunque la riforma delle fondamenta della geometria da par-


te di Hobbes non cambiò di molto le sorti della quadratura del
cerchio. Sebbene il suo amico Sorbière dichiarasse fiducioso che

26 John Wallis, Elenchus geometriae Hobbianae, Hall for John Crooke, Oxford
1655.

268
l'insistenza di Hobbes sulla natura materiale di punti e linee
fornisse finalmente la «soluzione de' problemi, che infino ad ora
sono rimasti insolubili, come appunto quello della quadratura
del circolo, e della dupplicazione del cubo» 27, l'esperienza di-
mostrava il contrario. I tentativi di dimostrazione della quadra-
tura nel De corpore erano in effetti poco ortodossi, fondati sul
moto di punti e linee per produrre linee e superfici, ma al dun-
que non erano più conclusivi di quelli dei geometri classici28 •
Che fosse affrontata con i metodi euclidei tradizionali o con la
nuova geometria di Hobbes, la questione era senza speranza: è
semplicemente impossibile costruire un quadrato con la stessa
area di un dato cerchio usando solo riga e compasso. Hobbes
questo non lo poteva accettare, perché avrebbe significato la
presenza di segreti inconoscibili nella geometria, ma diversi ma-
tematici della sua generazione, tra cui Wallis, sospettavano che
in effetti non si potesse fare. Come minimo, il fatto stesso che
i matematici ci avessero provato senza successo per quasi due
millenni suggeriva che, forse, cercare di quadrare il cerchio non
fosse il modo migliore di impiegare il proprio tempo. La dimo-
strazione che la quadratura del cerchio è impossibile, tuttavia,
sarebbe arrivata solo due secoli dopo, avvalendosi di un tipo
di matematica che né Hobbes né Wallis avrebbero mai potuto
immaginare.
Per avere un'idea del perché quadrare il cerchio sia una spe-
ranza vana, consideriamo un cerchio di raggio r. Come sa qua-
lunque studente delle superiori, l'area del cerchio, in notazione
moderna, vale nrl. Di conseguenza, il lato del quadrato la cui
area è uguale a quella del cerchio ha lunghezza W o, più sem-
plicemente, .Jii;. . Il valore di r è dato dal problema e possiamo
prenderlo per comodità uguale a l. Rimane dunque da costrui-
re un segmento lungo Jii e, dato che Euclide ha mostrato come

27 Sorbière, Viaggio di leuante del Signor di Loir, ci t., pp. 397-398.


28 Per un'esposizione moderna, in inglese, di due di queste dimostrazioni, si veda
Jesseph, Squaring the Circle, cit., pp. 22-28.

269
Capitolo 7

Figura 7.2. Perché la quadratura del cerchio è impossibile.

costruire un segmento lungo quanto la radice quadrata di un


altro, il problema si riduce a costruire un segmento lungo π
usando solo riga e compasso. E questo è appunto impossibile.
Il motivo, come hanno scoperto i matematici del Settecento, è
che le costruzioni geometriche classiche possono produrre solo
grandezze algebriche; ossia, quantità il cui valore è radice di
un’equazione algebrica a coefficienti razionali. Ci volle ancora
un altro secolo, ma nel 1882 il matematico Ferdinand von Lin­
demann dimostrò che π non è un numero “algebrico”, perché
non è soluzione di equazioni algebriche. Di conseguenza un seg­
mento di lunghezza π non si può costruire con riga e compasso,
e la quadratura del cerchio è impossibile.
Tutto ciò, comunque, avvenne secoli dopo la pubblicazio­
ne della quadratura del cerchio da parte di Hobbes, il quale
non sapeva nulla di numeri algebrici o trascendenti, né dei limiti
delle costruzioni classiche, per non parlare della dimostrazio­
ne di Lindemann, e rimase convinto per tutta la vita che il suo
metodo dovesse per forza portare a una vera quadratura del
cerchio. Attribuì alla fretta eccessiva i passi falsi della prima edi­
zione del De corpore e continuò a produrre versioni emendate
della dimostrazione nelle edizioni successive e in altri trattati.
Wallis gli stava alle calcagna, confutando ogni nuovo tentativo

270
di dimostrazione, supportato da altri matematici di spicco. Ini-
zialmente Hobbes riconobbe le critiche che gli venivano mosse,
seppur malvolentieri, e corresse ripetutamente le sue dimostra-
zioni. Con il tempo, tuttavia, perse la pazienza: diede sempre
meno ascolto alle critiche dei suoi detrattori, liquidandoli come
personaggi meschini e invidiosi che rifiutavano di riconoscere i
suoi profondi contributi alla geometria. Pedanteria, pregiudizio
e piccineria erano, per Hobbes, l'unica spiegazione possibile per
l'ostilità della comunità matematica verso i suoi risultati. La sua
strada era quella giusta, non ne aveva dubbio.
Hobbes non indietreggiò mai dalla sua incrollabile convin-
zione di aver quadrato il cerchio. Qualche anno prima della sua
morte, alla veneranda età di novantun anni, consegnò a Aubrey
una breve autobiografia con l'elenco dei traguardi raggiunti. Tra
questi, la matematica ha un posto d'onore. Hobbes si attribui-
sce il merito di aver «corretto alcuni princìpi della geometria»
e di aver «corretto alcuni principi della geometria e di aver ri-
solto alcuni dei problemi più difficili, inutilmente sottoposti al
diligente scrutinio dei più grandi matematici fin dall'antichità>>.
Segue un elenco di sette grandi problemi risolti, tra i quali il cal-
colo di baricentri e la divisione di angoli. Ma non c'è dubbio su
quale sia il "traguardo" di cui Hobbes andava più fiero: il primo
della lista è la quadratura del cerchio.

271
Capitolo 8

John Wallis, chi era costui?

L'istruzione di un giovane puritano

Nel 1643, mentre Hobbes era a Parigi, cercando di distri-


carsi nel labirinto politico di una corte in esilio e di perfezio-
nare il suo sistema filosofico, un giovane religioso a Londra si
cimentava con la filosofia. «Come facciamo a sapere quello che
sappiamo e come possiamo assicurarci che quello che sappiamo
è vero?» si chiedeva. Le domande erano simili a quelle che si po-
neva Hobbes nello stesso periodo, ma le risposte erano diverse.
«Una conoscenza "speculativa"» scriveva il pastore in un breve
opuscolo intitolato Truth Tried <<si trova nella stessa misura nei
demoni come nei santi sulla Terra>>, Questo, spiegava, è perché
perfino le persone diaboliche sono creature razionali e posso-
no seguire un ragionamento logico tanto quanto i figli di Dio.
Tuttavia esiste una forma più elevata di conoscenza: <<La cono-
scenza "sperimentale"», che è di tutt'altra natura. Con questo
tipo di conoscenza, <<non solo "sappiamo" che una cosa è così,
ma "vediamo" e "sentiamo" che è così»1. Al contrario delle
credenze basate sulla speculazione, «le verità così chiaramente
e sensatamente [... ] rivelate all'anima, non sembra possibile che
la volontà rifiuti>>.

1 John Wallis, Truth Tried, Richard Bishop for Samuel Gellibrand, Londra 1643.
o Il giovane pastore era John Wallis, allora ventisettenne, usci-
to da Cambridge qualche anno prima. È probabile che non aves-
u se mai sentito parlare di Thomas Hobbes, l'uomo che sarebbe
diventato la sua ossessione negli anni a venire, ma allora era
solo un oscuro insegnante a servizio dei Cavendish, con pretese
di filosofo. Va da sé che Hobbes non aveva mai sentito parlare
di Wallis. Ciò nonostante, anni prima che si lanciassero nella
loro furiosa battaglia durata un quarto di secolo, il contrasto tra
i due era già evidente. Hobbes sosteneva che la vera conoscenza
iniziasse da definizioni precise e procedesse con rigidi ragiona-
menti logici; Wallis era convinto che questo tipo di conoscenza
appartenesse tanto a Satana quanto a Dio. Wallis sosteneva che
la più alta forma di conoscenza è basata sui sensi: "vedere" e
"sentire" la verità; Hobbes disdegnava tale conoscenza sensua-
le, considerandola inaffidabile e facile all'errore. Solo su una
questione i due sembravano in completo accordo: la matema-
tica è la scienza del ragionamento corretto e della conoscenza
certa, e dovrebbe servire da modello per tutti i campi del sapere.
L'interesse di Hobbes per la matematica non è certo una sor-
presa, essendo essa alla base del suo sistema filosofico e politico.
Nel 1643 la sua abilità in geometria era già nota e il suo astro
matematico avrebbe continuato a brillare per qualche tempo.
Ma Wallis, nello stesso anno, non era affatto un matematico,
bensì un pastore presbiteriano emergente, profondamente im-
pegnato negli sforzi parlamentari per riformare la Chiesa. Non
era certo un'impresa che richiedesse conoscenze matematiche
particolari. Inoltre, i suoi commenti nel libro Truth Tried non
suggeriscono grande ammirazione per i ragionamenti di tipo
matematico. Se la conoscenza più certa si basa sull'esperienza,
che importanza può avere la matematica? Certamente, l'opinio-
ne di Wallis espressa quando aveva ventisette anni non sembra
un punto di partenza promettente per una carriera in matema-
tica. E invece, dopo solo pochi anni, a Wallis fu assegnata una
delle cattedre più prestigiose di tutta Europa e, qualche tempo
dopo, egli si rivelò uno dei matematici più creativi e ammirati
nel mondo, dimostrando di meritare la posizione.

274
Perché un uomo con i convincimenti religiosi, e la vocazio-
ne, di Wallis dedica la sua vita alla matematica? Sembra una
carriera strana, improbabile, ma Wallis aveva le sue ragioni e,
come Hobbes, queste ragioni si estendevano alle sue opinioni
filosofiche e politiche. Le convinzioni politiche di Wallis, come
quelle di Hobbes, riflettevano una forte reazione ai caotici anni
dell'interregno, ma le sue conclusioni furono diverse. Mentre
per Hobbes l'unica risposta alla crisi era uno Stato dittatoriale,
Wallis credeva in uno Stato che avrebbe permesso una pluralità
di opinioni e larghi margini di dissenso. E mentre Hobbes si ba-
sava sul rigido edificio della geometria euclidea, per puntellare
l'inflessibile Stato del Leviatano, Wallis si affidava a un nuovo
approccio, flessibile e potente quanto paradossale e controver-
so: la matematica dell'infinitamente piccolo.
Nato nel 1616, Wallis era della generazione successiva a
quella di Hobbes, ma il suo retroterra culturale era molto si-
mile a quello del suo grande antagonista. Anch'egli veniva dal
Sud, dalla città di Ashford, nel Kent, a est del villaggio natale di
Hobbes, Westport, nel Wiltshire. Anche il padre di Wallis era un
religioso, sebbene di tipo più rispettabile. Mentre Hobbes padre
era noto più per la sua attitudine al gioco che per la sua erudi-
zione, John Wallis senior era, perlomeno secondo suo figlio, «un
sacerdote ortodosso, pio, prudente e istruito», e anche laureato
al Trinity College, a Cambridge. Come ricorda Wallis in un'au-
tobiografia scritta quando aveva più di ottant'anni, suo padre
era la guida spirituale della comunità e prendeva questo ruolo
molto sul serio: <<Oltre alle prediche, due volte al giorno nelle
feste, e i sermoni occasionali, e il catechismo, egli teneva una let-
tura settimanale, il sabato, molto frequentata [... ] da molti mi-
nistri dei paesi vicini, dai giudici di pace, e altri aristocratici>> 2 •
Purtroppo per il giovane John, suo padre morì quando aveva
solo sei anni, un colpo del destino che ricorda lo stesso subito da

John Wallis, Autobiography, in Christoph J. Seri ba, The Autobiography of fohn


Wallis, F.R.S., "Notes and Records of the Royal Society of London 25", I, giugno
1970, pp. 21-23.

275
o Hobbes da ragazzino. Ma la famiglia Wallis aveva, sembra, una
posizione sociale migliore e, mentre Hobbes fu mandato a vive-
re con lo zio, la madre di Wallis, Joanna, riuscì a tenere unita la
famiglia e a crescere i suoi cinque figli. Inoltre, pur avendo tro-
vato molte occasioni per risposarsi con pretendenti rispettabili e
benestanti, rimase una vedova, «per il bene dei bambini>>, come
disse Wallis anni dopo. John era il terzo figlio di Joanna, ma il
maggiore dei maschi, così che la sua istruzione fu incoraggiata e
seguita con entusiasmo. Per assicurarsi che avesse gli insegnanti
migliori, sua madre lo mandò a scuola, prima a Ashford, poi
nella cittadina vicina di Tenterden, dove studiò grammatica e
latino. Già da bambino, scrisse più tardi, non si accontentava
mai di "sapere" una cosa, ma voleva capirla: «Fu sempre il mio
obiettivo, in tutti i campi della conoscenza, non solo di imparare
a memoria, per poi dimenticare in fretta, ma trovare le radici e
le ragioni della conoscenza>>.
Nel1630, a Natale, quando aveva tredici anni, si trasferì alla
scuola di Martin Holbeach, a Felsted, nell'Essex, una mossa che
avrebbe dato una svolta al suo futuro. Holbeach non era solo
un maestro, o un direttore didattico, ma un famoso ministro
puritano, attivo negli sforzi di riformare il governo della Chiesa
e spesso in conflitto aperto con gli arcivescovi e i vescovi a capo
della Chiesa anglicana. Qualche anno più tardi Holbeach diven-
ne un appassionato sostenitore del parlamento, nella sua lotta
contro il re, e infine un avvocato della causa per l'indipendenza
della Chiesa, in opposizione sia agli anglicani sia ai presbiteria-
ni. La sua reputazione di uomo di Dio e affidabile sostenitore
del parlamento, così come di eccellente studioso e insegnante,
era tale che i puritani più importanti da tutto il paese manda-
vano i figli a studiare nella sua scuola. Tra questi c'era Oliver
Cromwell, i cui quattro figli studiarono alla scuola di Felsted.
Wallis non aveva il privilegio di una casata illustre, ma, ciò
nonostante, catturò l'attenzione del docente con la sua mente
brillante e le sue abitudini diligenti. «Mr. Holbech era molto
gentile con me>> ricorda nella sua autobiografia <<e diceva sem-
pre che avevo basi migliori di qualunque alunno avesse mai ri-

276
cevuto da un'altra scuola>> 3 • Sotto la direzione di Holbeach,
Wallis migliorò in latino e in greco, studiò logica ed ebbe un'in-
farinatura di ebraico, tutte cose che si rivelarono utili quando
andò all'università. Ma la vera influenza dell'insegnante andava
al di là delle pure informazioni accademiche. Holbeach, come
dissero più tardi i realisti inaciditi, «non produsse neanche un
allievo fedele al suo re>> 4 e Wallis non faceva eccezione. A Fel-
sted fu attratto dal circolo degli ecclesiastici puritani, opposti
alla gerarchia anglicana, e imparò a difendere i diritti degli in-
glesi liberi, di fronte alla percepita oppressione del re. Quando
scoppiò la guerra civile, dieci anni più tardi, Wallis rimase fedele
a ciò che aveva appreso a Felsted, e senza esitazione alcuna pre-
se le parti del parlamento.
C'era una materia, tuttavia, che Wallis non imparò a Fel-
sted, né in un'altra scuola. Al tempo, spiega Wallis, la matema-
tica «non era tenuta in grande considerazione negli studi ac-
cademici, ma piuttosto in quelli meccanici; come strumento di
mercanti, marinai, carpentieri, addetti alle misurazioni, e altre
professioni del genere>> 5 • Semplicemente, non era considerata
parte dell'istruzione di un gentiluomo, quindi non era inclusa
nel curriculum di studi di alcuna scuola per gentiluomini. Di
conseguenza, il primo incontro di Wallis con la matematica,
proprio come quello di Hobbes, fu puramente accidentale. Nel
dicembre del 16 31, Wallis era a casa, a Ashford, per le feste di
Natale, quando osservò uno dei suoi fratelli più piccoli impe-
gnato in una strana attività. Il ragazzino era apprendista di un
mercante in città, che gli insegnava matematica e ragioneria per
farsi aiutare negli affari. Wallis era curioso e il ragazzino, senza
dubbio lusingato dell'attenzione del fratello più grande, si offrì
di insegnargli cos'aveva imparato. I due passarono il resto delle
vacanze insieme, rileggendo le lezioni, e così Wallis imparò i pri-
mi rudimenti di contabilità. «Questo fu il mio primo incontro

lvi, p. 25.
4 John Bramston, Autobiography, Bowyer, Londra 1845, p. 124.
5 Wallis, Autobiography, cit., p. 27.

277
o con la matematica>> osservò pensoso anni dopo «e tutto l'inse-
gnamento che ricevetti mai>>. Infatti, dopo queste prime lezioni
u dal suo fratellino, negli anni seguenti per i suoi studi matematici
Wallis si basò esclusivamente su se stesso.
Sebbene sia Wallis sia Hobbes, per loro stessa ammissione,
avessero scoperto la matematica per caso, i racconti dei due
sono molto diversi. Hobbes si imbatté nella matematica nella
biblioteca di un nobile, durante un viaggio nel continente con
il suo compagno .di alto lignaggio. Si trovava in un ambiente
aristocratico, in cui la matematica faceva parte dell'istruzione
classica e veniva studiata non per la sua utilità, ma come una
delle raffinate occupazioni della vita della classe agiata. Wal-
lis, al contrario, scoprì la matematica nella casa di sua madre,
senza dubbio rumorosa e affollata di fratelli e sorelle durante
le vacanze di Natale. Non c'era niente di raffinato, piuttosto il
contrario: era considerata adatta a un giovane apprendista, non
a un aspirante gentiluomo come lui.
Non solo l'ambiente, ma anche il tipo di matematica che in-
contrarono fu radicalmente diversa. Nella biblioteca aristocrati-
ca, Hobbes scoprì la maestosa geometria euclidea e fu affascina-
to dalla sua bellezza algida e rigorosa. La matematica scoperta
da Wallis, invece, non riguardava affatto la geometria, ma solo
l'aritmetica e un po' di algebra rudimentale, abbastanza per te-
nere i conti. Non c'erano teoremi, né dimostrazioni, in questo
tipo di scienza, e nemmeno l'ombra dei maestosi concetti filo-
sofici derivati dalla geometria euclidea. La geometria di Hob-
bes era per lui un esempio di verità universale e incontestabile,
mentre la matematica di Wallis era solo uno strumento pratico
per i mercanti, i marinai, chi misurava la terra, per risolvere i
problemi che incontravano tutti i giorni. L'imponente edificio
tanto ammirato da Hobbes non era nemmeno all'orizzonte.
Sia Wallis sia Hobbes raccontarono le loro storie molti anni
più tardi e le loro opinioni mature, ben ponderate, sulla mate-
matica hanno probabilmente influenzato i ricordi delle prime
esperienze. Anche tenendo questo in considerazione, non c'è
modo di negare che i racconti colgono un punto fondamentale,

278
nel diverso approccio dei due studiosi alla disciplina. Per Hob-
bes, la matematica rimaneva una scienza sofisticata e aristocra-
tica, ammirata per le sue strette deduzioni logiche. Se fosse utile
o no, importava ben poco. Per Wallis, non c'era niente di nobile
nella matematica, e rimaneva in fondo uno strumento pratico
per ottenere risultati utili, così come pensava anche il mercante
che la insegnava a suo fratello. Se fosse rigorosamente logica o
no, importava ben poco.
Wallis apprezzò gli insegnamenti di suo fratello durante quel
fatidico Natale e rimase sorpreso dal proprio talento per la
matematica. Da quel momento in poi, continuò a studiarla da
solo, sebbene «non in maniera formale, ma come una piacevole
distrazione durante le ore libere» 6 • Non aveva insegnanti né
tutori, ma si esercitò ogni volta che avesse un po' di tempo,
leggendo i libri che riusciva a trovare. Non avrebbe mai immagi-
nato che questo piacevole passatempo sarebbe diventato la sua
occupazione principale. La sua carriera, pensava, era altrove: da
buon giovane pio e serio, impaziente di dare il suo contributo
al mondo, voleva diventare un pastore, come suo padre, e pre-
dicare la parola di Dio. A questo scopo, doveva prima ottenere
un diploma a Oxford o a Cambridge, che, al tempo (e per molti
secoli a venire), si occupavano principalmente dell'istruzione dei
religiosi.
Wallis entrò a Cambridge a Natale del1632, nell'Emmanuel
College. La scelta del "collegio" probabilmente non era una
coincidenza: l'Emmanuel College era noto quale collegio puri-
tano, fondato specificamente per l'istruzione degli ecclesiastici
puritani. Era la naturale destinazione di Wallis, dopo aver stu-
diato a Felsted, e il suo mentore Holbeach probabilmente usò le
sue conoscenze nel clero puritano per assicurare l'ammissione
di Wallis. Il curriculum universitario consisteva principalmen-
te della scolastica medievale, basata su Aristotele, e gli studenti
erano giudicati a seconda della loro abilità di contestare o di-

6 Ibidem.

279
fendere gli insegnamenti dei filosofi antichi e medievali durante
le pubbliche dispute. Hobbes, durante i suoi anni all'università,
arrivò a disprezzare la scolastica e più tardi la condannò aper-
tamente, nel Leviatano, come "aristotelità", ma Wallis non la
trovava così odiosa. Ben presto si impadronì degli intricati det-
tagli dei sillogismi, come riporta orgogliosamente nella sua au-
tobiografia, a tal punto che «riuscivo a tenere testa a quelli degli
anni più avanti» e presto si guadagnò la reputazione di "buon
contendente". In· questo modo imparò non solo la logica, ma
anche gli altri campi del canone aristotelico, incluse l'etica, la
fisica e la metafisica. Il suo maggiore interesse fu sempre la teo-
logia, però, e all'Emmanuel College non mancavano le occasioni
di studiarla. A partire dalle basi della sua educazione familiare
religiosa, iniziò quindi a studiare teologia accademica sistema-
tica e divenne ben presto molto apprezzato in questo campo.
Pur attenendosi al curriculum aristotelico richiesto, Wallis
non mancò di fiutare altri venti intellettuali, che spiravano at-
traverso il campus universitario in quegli anni. Le scoperte geo-
grafiche del secolo precedente avevano rivelato interi continenti
mai nemmeno nominati dalle fonti classiche, novità che metteva
seriamente in discussione l'autorità del canone tradizionale e
rendeva la geografia uno dei campi più entusiasmanti del tempo.
La medicina aveva anch'essa fatto molti passi avanti dai testi di
Galeno studiati all'università, grazie, tra l'altro, all'atlante ana-
tomico di Andrea Vesalio e alla recente scoperta della circola-
zione del sangue da parte di William Harvey. Ma le scoperte più
incredibili si erano verificate nel campo dell'astronomia. Fin da
quando Copernico aveva pubblicato il suo De revolutionibus,
nel 1540, la teoria che la Terra gira attorno al Sole aveva stabil-
mente guadagnato consensi, passando dal rappresentare un'ipo-
tesi stramba a rendere conto accuratamente della struttura dei
cieli. Il crescente successo del copernicanesimo fu aiutato dagli
accurati calcoli, fatti da Keplero, dell'orbita dei pianeti e della
relazione tra essi, e dalle incredibili scoperte di Galileo mediante
il telescopio, descritte nel Sidereus nuncius. La persecuzione di
Galileo da parte della Chiesa cattolica per il suo supporto a Co-

280
pernico, proprio negli anni in cui Wallis era a Cambridge, rese
ancora più popolare la teoria nell'Inghilterra protestante. E fu
nientemeno che un'eminenza quale Francesco Bacone, ex lord
cancelliere d'Inghilterra, a combinare queste diverse scoperte in
un sistema filosofico che, promise, avrebbe rivoluzionato la co-
noscenza e il dominio dell'umanità sulla natura.
Queste prime avvisaglie della rivoluzione scientifica al tem-
po si chiamavano Nuova Filosofia, espressione che combina-
va un certo fascino modaiolo con una grande promessa e un
pizzico di pericolo e di eterodossia. Nessuna di queste teorie
era inclusa nel curriculum incartapecorito delle università, ma
questo non significa che non avessero raggiunto Oxford e Cam-
bridge. L'eccitazione per la nuova scienza era nell'aria, e pro-
fessori e studenti insieme si riunivano informalmente per stu-
diarla. Wallis era tra questi e passava il suo tempo nello studio
dell'astronomia, della geografia e della medicina, oltre che della
sua antica passione, la matematica. Arrivò perfino a difende-
re la circolazione del sangue in una disputa pubblica, e fu il
primo studente a farlo. Queste attività, che si aggiungevano ai
suoi studi formali, probabilmente occuparono quasi tutto il suo
tempo all'università; ma Wallis aveva una curiosità intellettuale
insaziabile e una notevole capacità di lavorare senza posa. Per
lui, come scrisse più avanti, «la conoscenza non è un peso>> 7 e
se, alla fine, non risulta utile, di sicuro male non fa. Solo pochi
anni più tardi, questo interesse secondario sarebbe diventato il
centro della sua attività, quando, insieme ad altri studiosi, fon-
dò una delle prime accademie scientifiche al mondo: la Royal
Society, a Londra.
Wallis prese il suo diploma nel1637, la laurea magistrale nel
1640, e sarebbe entrato a far parte della facoltà dell'Emmanuel
College, se non per il fatto che c'era già un membro della facoltà
proveniente dal Kent, e lo statuto permetteva solo un professore
per ogni contea. Divenne quindi professore al Queens College,

7 lvi, p. 29.

281
o ma se ne andò poco tempo dopo, in seguito al proprio matri-
monio. Negli anni successivi fu sacerdote in una serie di chiese
londinesi e cappellano privato di diversi aristocratici sostenitori
del parlamento nella battaglia contro il re. Una di questi era
lady Mary Vere, vedova del militare sir Horatio Vere. Una sera,
mentre Wallis era a tavola, in una delle residenze londinesi di
lady Vere, un altro cappellano portò una lettera scritta in co-
dice, intercettata dalle forze parlamentari, e per scherzo chiese
a Wallis di decifrarla. Wallis accettò e, con grande sorpresa del
collega, riuscì nell'intento in un paio d'ore. Il codice era sempli-
ce, ma l'arte della crittografia non esisteva nemmeno, al tempo,
e questa impresa guadagnò a Wallis la reputazione di una sorta
di uomo dei miracoli. I codici che cercò di decifrare in seguito
erano più complessi, ma la sfida lo divertiva, quindi riuscì a de-
cifrarne un buon numero. Da allora in poi, nel periodo del pro-
tettorato di Cromwell, e più tardi durante la restaurazione, fu
regolarmente impiegato come crittografo per il governo. Nono-
stante diverse richieste da parte dei suoi corrispondenti, Wallis
non rivelò mai le sue tecniche, ma è probabile che fossero basate
sull'algebra, la pietra miliare del suo approccio alla matematica.
Quale studente di Holbeach e laureato dell'Emmanuel Colle-
ge, Wallis era ben inserito nei circoli puritani, e fiero sostenitore
del parlamento fin dai primi tempi del conflitto con Carlo L
Solo nel 1644, però, il giovane pastore ebbe la sua occasione
di giocare un ruolo significativo nei grandi eventi del periodo,
quando fu chiamato a testimoniare al processo contro l'arcive-
scovo William Laud 8 • Quale arcivescovo di Canterbury, Laud
era il capo della Chiesa anglicana sotto Carlo I e il nemico nu-
mero uno dei puritani. Testimoniando pubblicamente contro di
lui, Wallis diede prova di sé quale astro nascente nel partito dei
presbiteriani, che guidava la lotta del parlamento contro il re
nei primi anni della guerra civile. La conferma di questo sta-
tus arrivò quello stesso anno, quando fu nominato segretario

8 Agnes Mary Clerke, Wallis, fohn (1616-1703), in Dictionary of National


Biography, vol. LIX, Smith, Elder & C., Londra 1899.

282
dell'Assemblea di Westminster. L'assemblea era una creazione
del parlamento lungo e aveva il compito di stilare un piano per
creare una o più nuove chiese, per sostituire la Chiesa d'Inghil-
terra. Come il parlamento stesso, l'assemblea era dominata dai
presbiteriani, che volevano abolire i vescovi e sostituirli con una
gerarchia di anziani (i "presbiteri", appunto). Wallis, giovane,
brillante, ben inserito, con credenziali presbiteriane impeccabili,
era una scelta eccellente per dirigere le riunioni dell'assemblea.
Scrivendo di questi eventi decine di anni dopo, con sia il re
sia la Chiesa anglicana nuovamente al potere, Wallis cercò di
minimizzare il radicalismo dell'Assemblea di Westminster e il
proprio ruolo al suo interno. Ma i fatti parlano da sé: dopo anni
di dibattiti furiosi, l'assemblea raccomandò di abolire i vescovi,
cioè la caratteristica che definiva la Chiesa anglicana e l'emble-
ma della sua alleanza con il re. La diminuzione dell'influenza
dei presbiteriani, insieme alla finale restaurazione della Chiesa
d'Inghilterra, assicurò che queste raccomandazioni non venis-
sero mai messe in pratica; al tempo, però, le proposte erano
piuttosto radicali e rappresentavano un progetto per rendere il
governo della Chiesa più democratico, e rimuovere la Chiesa
dal controllo reale. Quale segretario dell'assemblea, Wallis dava
pieno sostegno a questo piano, e la cosa era nota.
Sebbene i presbiteriani fossero i capi riconosciuti della fa-
zione parlamentare nei primi anni della lotta contro il re, il ra-
dicalismo crescente della rivoluzione ben presto li lasciò indie-
tro. Gli indipendenti vedevano poca differenza tra i presbiteri
e i vescovi, e volevano abolire entrambi. Ancora più pericolosi
sembravano i quaccheri, gli zappatori, e altre sette che minaccia-
vano le fondamenta stesse dell'ordine sociale. Era abbastanza,
per i presbiteriani rispettabili, da far loro rimpiangere i brutti
tempi andati, con il re e i vescovi: un tempo di legge e ordine che
sembrava di molto preferibile al caos totale d'attorno. E così i
presbiteriani radicali degli anni quaranta del Seicento divennero
i conservatori degli anni cinquanta, in una battaglia di retro-
guardia contro le forze della sovversione che essi stessi avevano
aiutato a scatenare, anni prima. La carriera dello stesso Wallis

283
tracciò una parabola simile. Nel 1648 firmò una rimostranza
contro l'esercito per difendere la vita del re, un atto nobile, che
però non aiutò il re a evitare la decapitazione. Nel 1649 fir-
mò con altri prelati londinesi un documento chiamato A Se-
rious and Faithful Representation 9 , in cui protestavano con-
tro la Purga di Pride, cioè la cacciata dal parlamento, compiuta
dall'esercito, dei membri considerati troppo moderati. La purga
era un crimine, dichiararono Wallis e i suoi compagni, peggiore
di qualunque atto simile compiuto mai dal re. Inoltre, argomen-
tarono, con una buona dose di senno di poi, i parlamentari del
1640 non avevano mai nemmeno immaginato di privare il re dei
suoi diritti e dell'autorità regale.
Fu un gesto coraggioso, ma anche questo non riuscì a salvare
né il re, né il partito presbiteriano. Una volta fulcro del parla-
mento, i presbiteriani avevano esaurito la loro forza politica.
Troppo conservatori per gli indipendenti e altri radicali, che ora
dominavano la comunità, erano anche guardati con sospetto dai
realisti, che li ritenevano responsabili di aver mosso guerra al
re, rilasciando la furia che stava devastando il paese. Incapaci
di trovare la propria via politica, molti presbiteriani alla che-
tichella passarono dalla parte dei realisti, nella speranza che i
loro misfatti passati fossero perdonati, una volta che il re fosse
tornato sul trono.
Il declino delle fortune del suo partito lasciò Wallis in una
situazione molto scomoda, a Londra. Era ancora parroco della
Saint Martin's Church, in Ironmonger Lane, ma non c'erano
molti parrocchiani generosi, ora che il clima politico era avverso
ai presbiteriani, e la sua abilità di partecipare ai grandi eventi in
atto attorno a lui stava scemando. Anche la sua sicurezza per-
sonale era a rischio, in un momento in cui i presbiteriani erano
accusati di tradimento del sovrano dai realisti, e di tradimento

9 Thomas Gataker et al., A Serious and Faithful Representation of the ]udgements


of Ministers of the Gospel Within the Province of London: Contained in a Letter
(rom Them to the Generai and His Counsel of War. Delivered to His Excellency
by Some of the Subscribers, 18 gennaio 1649.

284
alla causa dagli indipendenti e altri gruppi radicali. Ma proprio
in questo momento a Wallis si presentò l'opportunità di lasciarsi
tutto alle spalle ricominciando da zero: il14 giugno 1649, solo
qualche mese dopo aver firmato A Serious and Faithful Repre-
sentation, gli fu conferita la cattedra di Professore Saviliano di
geometria a Oxford.

Pastore e professore

Dire che la nomina di Wallis fu una "sorpresa" sarebbe un


gigantesco eufemismo. Fino all'anno prima, la cattedra saviliana
era stata di Peter Turner, matematico di spicco, molto rispettato.
Ma Turner, come molti dei suoi colleghi, era un realista e, quan-
do nel 1648 il parlamento iniziò la riforma delle università, fu
espulso, lasciando vacante la cattedra saviliana. Per sostituirlo,
le autorità cercavano uno studioso con forti credenziali parla-
mentari, e da quel punto di vista Wallis era perfetto. Ma non era
qualificato. Al contrario di Turner, professore di geometria al
Gresham College, a Londra, prima di passare a Oxford, Wallis
non aveva esperienza né nell'insegnamento, né nella ricerca in
matematica. Aveva solo i trucchetti di partita doppia imparati
dal suo fratello minore da giovane, e anni di letture causali e
frammentarie, in cui aveva studiato matematica da solo, senza
alcuna guida. Il solo lavoro matematico a suo nome era un trat-
tato sulle sezioni angolari, un argomento molto lontano dalla
prima linea e, in ogni caso, non pubblicato. Non era certo il
curriculum che ci si aspettava da un professore di geometria a
Oxford.
Wallis fu nominato per ragioni politiche, né più, né meno, e
si può dire con certezza che nessuno si aspettava che diventasse
un matematico vero. Come sia riuscito un uomo con così poche
frecce al proprio arco ad assicurarsi una posizione del genere
è ancora un mistero, ma Wallis era molto intraprendente. Solo
pochi anni dopo la fine dei suoi studi a Cambridge, era riuscito
a piazzarsi al centro della vita politica nazionale, diventando

285
o segretario dell'Assemblea di Westminster. Ora, quando tutte le
strade di progresso sembravano chiuse per lui, ne usciva vinci-
tore della posizione matematica più ambita del paese. È pos-
sibile che, come suggerisce il suo contemporaneo, l'antiquario
Anthony Woods, i buoni rapporti con Oliver Cromwell abbiano
avuto un ruolo nella nomina: Cromwell conosceva e rispettava
Martin Holbeach, l'insegnante dei suoi figli, e forse rimase ben
impressionato dall'alta opinione in cui il maestro teneva Wal-
lis. Però, nel 1649 Cromwell era solo un generale, non illord
protettore, e forse non ebbe poi una grande influenza nella que-
stione. Fatto sta che Wallis, grazie alla sua notevole arte di ar-
rangiarsi, che risplende ancora fulgida tre secoli e mezzo dopo,
riuscì a districarsi da una situazione difficile e accaparrarsi una
posizione brillante. A Londra era imperituramente legato alla
fazione dei presbiteriani, in grande difficoltà, ma a Oxford era
semplicemente un sostenitore del parlamento, con il supporto
del governo, che aveva caldeggiato la sua nomina.
E, mentre a Londra era visto come un politico e giudicato
coerentemente, a Oxford era giudicato solo come studioso, im-
pegnato in una vita di contemplazione lontana dal tumulto della
Londra rivoluzionaria. Tutto quello che doveva fare era diventa-
re nei fatti quello che già era nel nome: un matematico.
Riuscì velocemente in questa impresa. Già nel 1647 aveva
letto il famoso testo di algebra di William Oughtred, Clavis ma-
thematicae, e l'anno dopo lo aveva esteso con il suo trattato
sulle sezioni angolari, che venne infine pubblicato quasi qua-
rant'anni dopo. Ora, Professore Saviliano, riconosceva che «ciò
che aveva rappresentato una divertente distrazione doveva di-
ventare oggetto di serio studio» 10 , e iniziò a studiare, da auto-
didatta, i più moderni lavori matematici. Wallis il dilettante, con
un'infarinatura della matematica moderna, riuscì ad assorbire
i sofisticati risultati matematici di Galileo e Torricelli, Cartesio
e Roberval. Nel giro di qualche anno non solo aveva imparato

10 Wallis, Autobiography, cit., p. 40.

286
dal lavoro dei colleghi continentali, ma si era lanciato nel suo
programma di ricerca in matematica. Nel1655 e 1656, sei anni
dopo la sua nomina, pubblicò due trattati matematici di grande
originalità, uno sulle sezioni coniche e un altro sulla matema-
tica degli infinitin. I suoi lavori ebbero vasta risonanza nella
comunità matematica europea e furono studiati dall'Italia alla
Francia, all'Olanda.
Come riuscì Wallis, il pastore puritano, a reinventarsi quale
matematico accademico di levatura internazionale? Il suo talen-
to innato sicuramente ebbe un ruolo, così come la sua prodigio-
sa capacità di studio concentrato e duro lavoro. Ma c'era di più:
Wallis aveva manovrato con abilità, basandosi su una vasta rete
di conoscenze, e amici in posti chiave. Aveva anche dimostrato
flessibilità nei suoi convincimenti ideologici e nei suoi sentimen-
ti di lealtà: il dottrinario presbiteriano dell'Emmanuel College
e dell'Assemblea di Westminster era ormai un lontano ricordo,
sostituito da un pastore moderato, felice di professare lealtà a
chiunque si trovasse al potere, Cromwell, i re Stuart reinsediati,
o (dopo la seconda rivoluzione inglese del 1688) Guglielmo III
d'Inghilterra e Maria II Stuart. In verità, nello scrivere l'au-
tobiografia, sul finire della sua vita, cercò di minimizzare le
sue posizioni politiche ribelli della gioventù sostenendo, un po'
ingenuamente, che il termine presbiteriano si riferiva a rispet-
tabili ecclesiastici opposti ai radicali indipendenti, non già ai
vescovi anglicani 12 • La fluidità delle sue alleanze, e il suo talen-
to per gli accordi sottobanco, gli furono di grande aiuto negli
anni seguenti la sua nomina a Professore Saviliano: nel 1658 fu
eletto alla posizione di "archivista" (custos archivorum) a Ox-
ford 13 , a seguito di un dubbio procedimento che suscitò vivaci

11 John Wallis, De sectionibus conicis, Lichfield, Oxford 1655; John Wallis,


Arithmetica infinitorum, Lichfield, Oxford 1656.
12 Scrive Wallis: «Quando erano chiamati "Presbiteriani" non era nel senso di "ami-
episcopali", ma nel senso di "ami-indipendenti"». Si veda Wallis, Autobiography,
cit., p. 35.
13 Sull'elezione di Wallis ad archivista e l'opposizione di Stubbe, si veda Christoph
J. Scriba, ]oh n Wal/is, in Gillispie (a cura di), Dictionary of Scientific Biography,

287
proteste da parte del collega alla biblioteca bodleiana, Henry
Stubbe, il principale sostenitore di Hobbes a Oxford. Nel 1660
Wallis fu confermato nella sua posizione dal monarca restaura-
to, Carlo II, e più tardi fu nominato cappellano reale.
La flessibilità della coscienza di Wallis ovviamente provocò
il disdegno del suo famoso rivale Hobbes, che mai si discostò
dal suo supporto di uno Stato dittatoriale leviatano, rimanen-
do ostinatamente fedele alle sue conclusioni nella buona e nella
cattiva sorte, con grandioso sprezzo della crescente ostilità da
parte dei suoi colleghi. Fu denunciato come ateo e materialista,
«un istigatore alla bestialità le cui dottrine hanno tale e tanta
responsabilità nella dissolutezza della sua generazione, che un
buon cristiano può a stento sentire il suo nome senza pronun-
ciare una preghiera>>. Fu solo grazie ai suoi potenti protettori, e
al riguardo del re per il suo vecchio tutore, se Hobbes si salvò
quando Seth Ward, ora vescovo di Sarum, presentò una mozio-
ne in parlamento per farlo condannare al rogo come eretico 14•
Rinnegato e vessato qual era, Hobbes sopportò tutto con com-
postezza, senza mai deviare dalle sue opinioni. Per l'adattabile
Wallis, e il suo talento di reinventarsi a seconda di come spirava
il vento politico, non aveva altro che il pientù profondo disprez-
zo.
Inflessibile, impermeabile ai compromessi, il carattere per-
sonale di Hobbes era lo specchio della sua visione filosofica e
matematica. Nella geometria euclidea riconosceva un sistema
che, come lui, era rigido e inflessibile. I suoi critici erano degli
sciocchi, degli inetti, e per Hobbes andava bene così. Wallis l'op-
portunista, nel frattempo, aveva ben poco interesse per gran-
diosi proclami della geometria come incarnazione della ragione,
e modello della verità assoluta. Per lui, la matematica era uno
strumento pratico per ottenere risultati utili. Gli importava ben

cit. Su Stubbe e Hobbes, si veda Jesseph, Squaring the Circle, cit., p. 12. Sulla
demonizzazione di Hobbes, si veda Samuell. Mintz, Thomas Hobbes, in Gillispie
(a cura di), Dictionary of Scientific Biography, ci t.
14 Clark (a cura di), Vite brevi di uomini eminenti, cit.

288
John Wallis nel 1670, all'apice dei suoi scontri con Hobbes. Incisione di William
Faithorne (per gentile concessione della Narional Portrait Gallery, Londra).

289
o poco se le sue dimostrazioni non arrivavano agli eterei livelli di
certezza richiesti dalla matematica euclidea. Tutto ciò che vo-
leva erano teoremi "sufficientemente veri" per il problema da
risolvere in quel momento. E se, per arrivare al risultato, bi-
sogna violare qualche sacro principio della geometria classica,
vorrà dire che quei sacri principi si devono togliere di mezzo.
Gli studiosi tradizionali avrebbero storto il naso all'idea che un
piano sia composto di un numero infinito di rette, sulla base
di paradossi antichi e ben noti. Ma, se questa ipotesi risultava
efficace per i calcoli di Wallis (come in effetti era), a lui non im-
portava niente delle loro obiezioni. Se bisognava forzare un po'
i principi per arrivare al risultato, Wallis era pronto a farlo, nella
matematica e nella vita.
Per Wallis, la rigidità di Hobbes era pedante, inflessibile, e
alla fine non efficiente. La disprezzava nell'uomo e la rifiutava
nella sua filosofia, ma più di tutto la considerava politicamen-
te pericolosa. Un dogmatismo che riconoscesse una sola verità,
negando la legittimità, e perfino la possibilità, di dissenso, cre-
deva Wallis, non avrebbe mai portato la pace civile ricercata da
Hobbes. Per come la vedeva Wallis, il dogmatismo inflessibile
da parte dello Stato avrebbe provocato dogmatismo inflessibile,
e perfino fanatismo, nei suoi oppositori, il che alla fine avrebbe
portato alla guerra civile e al caos sociale e politico: esattamente
il risultato che Hobbes cercava di evitare.
In effetti, la preoccupazione più grande di Wallis e di Hob-
bes era la stessa: impedire una discesa nell'anarchia e nel caos
dell'interregno. Sia Wallis, sia Hobbes, temevano gli zappatori
del mondo, e avevano lo stesso intento: conservare l'ordine sta-
bilito. La differenza stava solo nei metodi per arrivare a questo
risultato: Hobbes credeva che l'unico modo di conservare l'or-
dine fosse stabilire uno Stato totalitario senza alcuno spazio per
il dissenso, mentre Wallis era convinto che l'unico modo fosse
permettere il dissenso, all'interno di limiti attentamente definiti,
che avrebbe permesso il disaccordo tra le persone, mantenendo
però lo stesso terreno comune.
Non dobbiamo tirare a indovinare sulle idee politiche di

290
Hobbes, o sul ruolo della matematica in esse, perché egli stesso
le ha descritte nella sua prosa fiorita. Al contrario, Wallis scrisse
largamente di matematica, e fu autore di diversi sermoni religio-
si nel corso degli anni, ma non si fregiò mai del titolo di filosofo.
Per ricostruire le sue idee sull'ordine politico, dobbiamo guar-
dare più in là dei suoi scritti, verso il circolo in cui si muoveva.
Nei suoi giorni da studente all'università, e nei primi tempi della
lotta contro il re, questo era il gruppo di teologi presbiteriani
che dominava il partito del parlamento. Ma, dalla metà degli
anni quaranta del Seicento, Wallis divenne membro prominente
di un altro gruppo, molto più vario. Si incontrava regolarmente
in case private a Londra o a Oxford per tutto il periodo dell'in-
terregno ed era noto con nomi diversi in momenti diversi. A
volte era il "Collegio Invisibile"; altre la "Società Filosofica".
Nel 1662 il monarca restaurato, Carlo II, conferì a quest'asso-
ciazione riconoscimento ufficiale, mediante uno statuto, e un
nome: la Royal Society.

La scienza in un periodo buio

Tre secoli e mezzo dopo la sua fondazione, la Royal Society è


tra le istituzioni scientifiche più auguste che il mondo abbia mai
visto. Dire che una lista degli accademici associati include gli
scienziati più grandi del mondo è un eufemismo: se si contano
gli associati stranieri, li include praticamente tutti. Robert Boyle
(1627-1691), quello delle "leggi di Boyle", fu uno dei fondatori
della Royal Society e il più influente tra i primi associati. Isaac
Newton (1643-1727), spesso nominato quale primo scienziato
moderno, i cui Principia mathematica del1687 rivoluzionarono
la fisica, l'astronomia e perfino la matematica, fu presidente del-
la Royal Society dal 1703 fino alla sua morte nel 1727. Il fran-
cese Antoine-Laurent Lavoisier (1743-1794), fondatore della
chimica moderna, fu uno dei membri stranieri, così come il pa-
dre fondatore degli Stati Uniti Benjamin Franklin (1706-1790).
Negli anni seguenti ci fu Charles Babbage (1791-1871), che

291
o progettò il primo calcolatore programmabile, e William Thom-
son, lord Kelvin, fondatore della scienza della termodinamica e
u presidente della società dal 1890 al 1895. Charles Darwin (te-
oria dell'evoluzione), Ernest Rutherford (struttura dell'atomo),
Albert Einstein (relatività), James Watson (DNA), Francis Crick
(di nuovo DNA) e Stephen Hawking (buchi neri) furono tutti
associati, o lo sono ancora. Questa è solo una breve selezione
dei nomi più famosi, ma è abbastanza per farsi un'idea: chiun-
que si sia fatto un nome nella storia della scienza moderna è
stato membro della Royal Society.
Ma nel 1645, quando Wallis iniziò a seguire le riunioni in-
formali tenute da un gruppo di studiosi interessati alla filosofia
naturale, tutto ciò era di là da venire. Il fine di quelle riunioni,
come racconta qualche anno più tardi il primo storico della so-
cietà, Thomas Sprat, non era fondare un'accademia scientifica,
e le frontiere della conoscenza erano una preoccupazione se-
condaria. «Il loro scopo principale>> riporta Sprat «era niente
di più che respirare aria fresca e conversare tranquilli tra loro,
senza venire travolti dalle passioni e dalla follia di quel perio-
do convulso>> 15 • In un momento in cui il re e il parlamento, i
presbiteriani e gli indipendenti, i puritani e gli entusiasti, i pro-
prietari terrieri e i contadini, si scannavano tutti tra loro, questi
studiosi cercavano una via d'uscita. La trovarono nello studio
della natura.
«Per una compagine così innocente e tranquilla>> riflette
Sprat «in un periodo così buio, quale argomento migliore da
studiare della filosofia naturale?>>. La teologia o «i problemi del
paese>> sarebbero stati argomenti troppo deprimenti. Ma lana-
tura poteva distrarli, «distogliere il loro pensiero dalle sfortune
passate e presenti>>, dar loro un senso di controllo in un mondo
impazzito e renderli <<padroni delle cose>> 16 • Le loro riunioni
erano uno spazio in cui potevano conversare in tranquillità, dare
voce all'opposizione senza urlarsi addosso e trovare un terreno

15 Thomas Sprat, History of the Royal Society of London, T. R., Londra 1667, p. 53.
16 lvi, pp. 55-56.

292
comune nonostante il disaccordo. In mezzo al furore, al fanati-
smo e all'intolleranza dell'Inghilterra rivoluzionaria, cercavano
un porto tranquillo di tolleranza, per studiare un argomento
che, credevano, avrebbe portato beneficio a tutti gli inglesi, e
forse a tutta l'umanità. La chiamavano filosofia naturale, e noi
la chiamiamo scienza.
Wallis, nelle sue stesse parole, aveva già incontrato la Nuova
Filosofia a Cambridge. Ora, con i suoi nuovi compagni, iniziò
a studiarla sistematicamente. Incontrandosi una volta alla set-
timana, a casa di uno dei membri del gruppo, o al Gresham
College, discutevano e sperimentavano tutta la gamma di nuove
idee e scoperte che stavano scuotendo le fondamenta dell'ordine
medievale della conoscenza. Wallis ne fa un elenco:

Fisica, anatomia, geometria, astronomia, navigazione, statica,


magnetismo, chimica, meccanica [... ] la circolazione del sangue,
le valvole nelle vene, l'ipotesi copernicana, la natura delle comete
e le nuove stelle, i satelliti di Giove, la forma ovale [come allora
appariva] di Saturno, la macchie del Sole, e la sua rotazione sul
suo asse, le disuguaglianze e la selenografia della Luna, le diverse
fasi di Venere e di Mercurio, i miglioramenti del telescopio, e la
costruzione di lenti al proposito, il peso dell'aria, la possibilità o
l'impossibilità del vuoto, e il relativo aborrimento della Natura;
l'esperimento di Torricelli con il mercurio, la caduta dei gravi e i
gradi di accelerazione relativi.17

Ci sono solo due campi, spiega Wallis, lasciati intenzional-


mente fuori: la teologia e gli affari di Stato.
Wallis prese parte agli incontri a Londra per diversi anni,
anche mentre perseguiva la sua carriera di risoluto presbiteria-
no, protestando contro l'esecuzione del re e la purga del par-
lamento. È possibile che, come scrisse anni dopo, gli scienziati
sperimentali apolitici gli fornissero un gradito rifugio dal clima
politico di intolleranza dogmatica dell'interregno. È altrettanto

17 Wallis, Autobiography, cit., pp. 39-40.

293
o possibile che stesse preparando un "piano B", nella speranza
che l'associazione con i filosofi naturali lo avrebbe aiutato a
u trovare sicurezza e successo, nel caso di perdita del potere dei
presbiteriani. In ogni caso, questo è ciò che accadde. Wallis, solo
un dilettante in matematica, iniziò a studiare testi più avanzati,
e questo quasi certamente ebbe un ruolo nella sua nomina a
sorpresa a Professore Saviliano a Oxford.
Il trasloco a Oxford non pose fine al coinvolgimento di Wal-
lis con il gruppo:Diversi altri membri finirono a Oxford nello
stesso periodo e, insieme ad alcuni vecchi oxoniensi, fondarono
la Oxford Philosophical Society, incontrandosi regolarmente a
casa di Robert Boyle. «Quelli di Londra» ricorda Wallis «conti-
nuavano a incontrarsi come prima (e noi ci univamo a loro, se
eravamo in città), e noi di Oxford [... ] continuavamo le riunio-
ni a Oxford; rendendo di moda quegli studi anche lì»18• I due
gruppi interagivano strettamente e quando Carlo II istituì la so-
cietà londinese con uno statuto, il gruppo di Oxford fu incluso e
i suoi aderenti divennero membri fondatori della Royal Society.
Wallis, che animava entrambi i gruppi, divenne un membro pro-
minente della nuova organizzazione.
Sotto la protezione del re, la Royal Society divenne un'orga-
nizzazione scientifica che faceva tendenza e, insieme all' Acadé-
mie des sciences, in Francia, un modello di istituzione scientifica
in Europa e altrove. Le sue riunioni regolari in quei primi anni
erano dedicate a esperimenti pubblici riguardo all'ottica, alla
struttura della materia, alla realtà del vuoto e alle osservazioni
con il telescopio, eseguite dal curatore degli esperimenti dell'ac-
cademia, Robert Hooke. Tra i più famosi, vi furono gli esperi-
menti di Robert Boyle con la pompa ad aria, in cui indagava la
struttura e la composizione dell'aria, condotti nel laboratorio
della Royal Society di fronte a diversi testimoni. Nel 1665 il
segretario della società, Henry Oldenburg, fondò una delle pri-
me riviste scientifiche al mondo, "Philosophical Transactions of

18 Ibidem.

294
the Royal Society of London", sicuramente la più longeva 19 •
"Philosophical Transactions" riporta non solo i risultati degli
studi degli associati, ma anche studi condotti da altri, rendendo
la società un centro mondiale di ricerca scientifica.
Alcune pratiche della Royal Society degli inizi possono sem-
brare peculiari a uno scienziato moderno. Per esempio, c'era
poca distinzione tra quelli che oggi considereremmo dilettanti
e gli scienziati professionisti, e le pagine di "Philosophical Tran-
sactions" di quegli anni sono piene di rapporti di strani feno-
meni metereologici, o della nascita di animali mostruosi o mal-
formati. Il rango sociale era molto importante nell'accademia e
molti nobili dovevano la loro associazione più alla loro nascita
illustre che alle loro abilità scientifiche. Molto strano, dal nostro
punto di vista, è anche il fatto che gli esperimenti venissero fatti
in pubblico, cioè di fronte a una platea di associati e a volte an-
che di altri ospiti illustri. Tutti i presenti discutevano i risultati,
esaminando il loro significato e le implicazioni. A uno scienziato
moderno questo deve sembrare più un circo che un esperimento
scientifico.
Alcune differenze tra la Royal Society degli albori e le pro-
cedure scientifiche moderne si possono attribuire al fatto che la
scienza nel diciassettesimo secolo era giovane, e la sua pratica
ancora molto in divenire. Lo scienziato professionista è una cre-
azione dell'Ottocento, non del Seicento. Altre differenze sono
dovute alla visione della Royal Society di se stessa come molto
più di un'istituzione scientifica del tipo che conosciamo oggi. Un
istituto scientifico moderno, o il dipartimento di un'università,
si occupa solo della ricerca e dell'insegnamento della scienza, e
il loro successo si misura con il numero e la qualità delle pub-
blicazioni e delle innovazioni. Anche la Royal Society poneva
l'accento sulla ricerca e sull'innovazione, insistendo sempre
sull'utilità delle scoperte; ma, in aggiunta, aveva una missione

19 L'altro candidato come prima rivista scientifica al mondo è "Le Journal des sça-
vans", deii'Académie des sciences, il cui primo volume apparve due mesi prima di
"Philosophical Transactions".

295
diversa da tutte le sue controparti moderne: fornire un modello
per il funzionamento dello Stato nel suo insieme.
Questa missione trova le sue radici negli incontri del gruppo
di Londra, negli anni quaranta del Seicento. Fuori dalla sala in
cui si riunivano, i membri del gruppo erano radicali o moderati,
presbiteriani o indipendenti, sostenitori del parlamento o per-
fino del re, tutti impegnati nella lotta mortale per riuscire vin-
centi. Ma, all'interno delle loro riunioni, tutto questo non aveva
importanza: indipendentemente dalle loro affiliazioni religiose
o politiche, le loro ricerche sulla natura venivano condotte in
pace e civilmente. «È la Natura stessa>> scrive Sprat, parlando di
quelle prime riunioni, che «distoglie la nostra mente dalle sfor-
tune presenti o passate [... ] e non ci divide mai in fazioni mortal-
mente avverse; ci dà spazio per il disaccordo, senza animosità;
e ci permette di immaginare idee contrarie, senza pericolo di
guerra civile»20• Nello studio della natura, Wallis, Boyle e i loro
associati crearono uno spazio sicuro dove anche il disaccordo
si poteva gestire in pace e civiltà. Era un gradito sollievo dalla
politica spietata dell'interregno.
Però ciò che iniziò come un semplice rifugio alla fine si svi-
luppò in un ideale: se uomini ragionevoli con retroterra cul-
turali diversi, e diverse opinioni, potevano incontrarsi per di-
scutere del funzionamento della natura, perché non potevano
fare lo stesso nelle questioni che riguardavano lo Stato? Perché
i sostenitori del parlamento e del re non risolvevano le loro
differenze in pace e civiltà, invece di sbudellarsi nei campi di
battaglia dell'Inghilterra del Nord? Perché gli indipendenti, i
presbiteriani e gli anglicani non giungevano a un accordo ra-
gionevole sul governo della Chiesa invece di cercare di imporre
ognuno il proprio sistema, sopprimendo gli altri? L'armonia
che governava nelle riunioni dei filosofi naturali, anche quan-
do non erano affatto d'accordo, sembrava incarnare un'impor-
tante lezione per il corpo politico inglese. Infatti, come disse

20 Sprat, History of the Royal Society, ci t., p. 56.

296
Sprat, in quegli incontri «ci appare un'insolita visione nella na-
zione inglese: uomini di partiti diversi, con modi di vita diversi,
dimenticano l'odio, e si riuniscono per l'avanzamento unanime
dello stesso lavoro [...] Perché qui essi non solo si sopportano
senza violenza o paura, ma lavorano e pensano insieme, e si
aiutano l'un l'altro nelle loro invenzioni»21•
Nel clima duro della politica dell'interregno, Wallis e i suoi
accoliti si dilettavano di riuscire a perseguire i propri interessi
in pace, di cooperare nonostante i punti di scontro e, insieme,
contribuire all'avanzamento della causa che stava a cuore a tut-
ti. Quando emersero dall'ombra, ufficialmente riconosciuti da
Carlo II, erano pronti per diffondere la parola e usare la loro
esperienza per ricostruire l'intero corpo politico. Il dogmatismo
dei decenni precedenti sarebbe stato sostituito dalla moderazio-
ne e dall'apertura mentale tipiche dei loro incontri e della loro
scienza. La presunzione dei fanatici avrebbe lasciato spazio alla
modestia dello sperimentatore, le passioni al dibattito razionale
e l'intolleranza settaria alla tolleranza tra uomini diversi, ma
ragionevoli, che lavorano insieme per una causa comune22 •
Proponendosi come modello per lo Stato, la Royal Society
cercava di essere il più inclusiva possibile. Non c'era nulla di
democratico, nemmeno per idea, e le classi umili erano sgradite
nelle sale dell'accademia quanto lo erano tra la classe politicà.
Wallis, Boyle e i loro compagni temevano la gente comune, di
cui non si fidavano, convinti che l'unico modo di raggiungere
la pace e l'ordine fosse restaurare l'autorità delle classi abbienti.

21 lvi, p. 427.
22 Per un approfondimento sui primi anni della Royal Society e sulla sua
missione di ricostruire la vita politica inglese, impedendo il ritorno al dogma·
tismo disastroso dell'inrerregno, si veda: Shapin e Schaffer, Il Leviatano e la
pompa ad aria, ci t.; Margaret C. Jacob, lnewtoniani e la rivoluzione inglese:
1689-1720, Feltrinelli, Milano 1980 (ed. orig. The Newtonians and the English
Revolution 1689-1720, 1976); James R. Jacob, Robert Boy/e and the English Re-
volution, Franklin and Co., New York 1977; Barbara J. Shapiro, Probability and
Certainty in Seventeenth Century England, Princeton University Press, Princeton
1983; Steven Shapin, A Social History of Truth: Civility and Science
in Seventeenth-Century England, University of Chicago Press, Chicago 1995.

297
o Ma, se ci si limitava a queste, la Società cercava di essere un mo-
dello di apertura, il che significava, per esempio, accettare tra i
u suoi ranghi anche uomini di modesto successo. Se si fossero pre-
sentati come "professionisti" con l'esclusione dei "dilettanti",
avrebbero dato l'impressione di rifarsi al settarismo del passato,
in cui un gruppo si eleva a giudice di tutti gli altri.
Gli esperimenti pubblici dei primi anni giocarono un ruolo
nella missione politica dell'accademia, quale esempio di come
uomini ragionevoli di buona volontà riuscissero a discutere di
questioni difficili e arrivare a un accordo. Il modello dovevano
essere le riunioni private dei fondatori durante l'interregno, in
cui sperimentavano e discutevano, offrendo diverse interpreta-
zioni delle osservazioni.
Alla fine, però, arrivavano a un'interpretazione su cui si tro-
vavano d'accordo, anche se, magari, lasciava molte domande
senza risposta. Ma discussioni di quel tipo, ora che l'accademia
era un'istituzione ufficiale, non si potevano tenere facendo gli
esperimenti in privato, in un laboratorio chiuso. Se i membri
dovevano formarsi un'opinione, dovevano poter osservare il
procedimento in prima persona. Quindi era essenziale che gli
esperimenti si conducessero di fronte a testimoni di carattere
irreprensibile, quasi sempre altri membri dell'accademia, che
poi discutevano ciò che avevano visto e arrivavano al consenso
sulle osservazioni. Un laboratorio moderno, al contrario, non
ha le incombenze ideologiche della Royal Society dei primi tem-
pi; si basa solo sulla testimonianza degli esperti, prendendo per
buono che la gente comune non capirebbe comunque il proce-
dimento.
Non tutte le forme di filosofia naturale erano ugualmente
adatte ai fini dell'accademia di promuovere la pace, la tolleran-
za e l'ordine pubblico. Particolarmente sospetti erano i grandi
sistemi filosofici che sostenevano di arrivare a verità indiscuti-
bili attraverso il potere della ragione. Uno di questi, ben noto
ai soci fondatori, era la filosofia cartesiana, che si andava af-
fermando, espandendosi nel continente in lungo e in largo pro-

298
prio in quel periodo 23 • Nei suoi scritti, Cartesio si proponeva
di smantellare tutti i presupposti senza prove, riducendo tutta
la conoscenza a una sola verità incrollabile: "Penso, e dunque
sono". Da questo pilastro di certezza ricreò il mondo attraverso
un rigoroso ragionamento, un passo alla volta, accettando solo
la validità di idee chiare e distinte. E, siccome il ragionamento
era senza fallo, sosteneva Cartesio, le sue conclusioni dovevano
per forza essere vere.
Boyle, Wallis, Oldenburg e gli altri eminenti scienziati della
Royal Society furono molto impressionati da Cartesio, ma an-
che molto critici nei confronti del suo approccio e delle sue con-
clusioni. Ancora di più li preoccupava un altro sistema ancorato
al ragionamento puro, che si annidava nel loro cortile di casa: la
filosofia di Hobbes, ovviamente. Hobbes e Cartesio presentano
differenze profonde su molti aspetti cruciali, ma questo hanno
in comune: entrambi credono che il loro sistema sia strutturato
come la geometria euclidea, fondato su presupposti evidenti, da
cui procede seguendo un ragionamento rigoroso, fino alla veri-
tà. Ed era proprio questa sicurezza inattaccabile nella validità
del loro ragionamento sistematico, e nella verità delle proprie
conclusioni, a mettere in allarme i fondatori della Royal Society.
Il problema con la filosofia dogmatica, spiega Sprat nella sua
storia della Royal Society, «è che di solito porta quegli uomini,
che già si credono sicuri e immutabili nelle loro opinioni, a di-
venire ancora più imperiosi e insofferenti di chi li contraddice>>.
Un atteggiamento simile è distruttivo per la scienza, perché <<essi
tendono a sottovalutare il lavoro degli altri e ignorare il van-
taggio reale che potrebbe venire dalla loro _assistenza. Hanno
paura che la loro gloria possa essere offuscata» 24. Si tratta di
<<una disposizione della mente, la più pericolosa di tutti», alla
quale attribuiva la «lentezza di sviluppo della conoscenza tra

23 Il riassunto più conciso della filosofia di Cartesio si trova nel suo incredibilmente
leggibile Discorso sul metodo, Einaudi, Torino 2014 (ed. orig. Discours de la
méthode, 1637).
24 Sprat, History of the Royal Society, ci t., p. 33.

299
gli uomini»25• Ancora peggio, questo tipo di arroganza facil-
mente porta al sovvertimento dello Stato: <<La ragione per cui
gli uomini disdegnano l'autorità e il potere viene dall'idolatra-
re la propria intelligenza [... ] si credono infallibili» 26 • Questo
inevitabilmente porta alla sedizione, perché «il padre più fertile
della sedizione è l'orgoglio, e una grande opinione della propria
saggezza; per cui si immaginano in grado di dirigere e censurare
tutte le azioni dei loro governanti» 27 •
Sprat aveva solo ventotto anni quando divenne membro
della Royal Society nel 1663, un giovane non particolarmen-
te distinto, probabilmente ammesso nei ranghi con l'espresso
compito di scriverne la storia. Ma, se Sprat era allora un signor
nessuno, gli uomini che gli commissionarono il lavoro erano i
più grandi. Tra loro troviamo il presidente, lord Brouncker, il
suo segretario Henry Oldenburg, lo scienziato più importante,
Robert Boyle; tutti revisionarono e corressero il testo di Sprat
per assicurarsi che presentasse il loro punto di vista. Il risultato
è che la History of the Royal Society non è solo un riassunto
delle riflessioni private di Sprat, ma un proclama pubblico degli
obiettivi e degli scopi dell'accademia, così come li concepivano
i suoi membri più illustri2 8 • E quando si arriva alloro punto di
vista sulle filosofie dogmatiche, il verdetto è chiaro: il dogmati-
smo porta alla sedizione e alla sovversione dello Stato, e non è il
tipo di approccio praticato nella Royal Society29 •
L'alternativa al dogmatismo razionalista di Cartesio e di
Hobbes, secondo i fondatori della Royal Society, era la filoso-
fia sperimentale. Invece dell'orgoglio, la filosofia sperimentale

25 lvi, p. 428.
26 lvi, p. 430.
27 lvi, pp. 428-429.
28 Su Sprat e sui membri più illustri della Royal Society, si veda Jackson l. Cope
e Harold Whitmore Jones (a cura di), The History of the Royal Society by
Thomas Sprat, Washington University Studies, Saint Louis 1958, Introduzione,
specialmente pp. xiii-xiv.
29 Nelle parole di Sprat: «Fornisce loro una temeraria certezza nel proprio giudizio,
e li porta dalla competizione per svago all'opposizione vera e propria [... ]
nello Stato come nella scuola». Sprat, History of the Royal Society, ci t., p. 429.

300
.
insegna l'umiltà e, mentre le filosofie razionaliste portano alla
meschineria e all'invidia di filosofi rivali tra loro, la filosofia
sperimentale favorisce la cooperazione e la fiducia reciproca.
Ancora più importante, invece della sedizione e della sovver-
sione, «l'influenza degli esperimenti è l'obbedienza al governo
civile» 30 • Al contrario dei filosofi razionalisti, lo sperimentalista
non sostiene mai di aver scoperto l'unico sistema vero, o che i
suoi risultati sono irrefutabilmente veri. Invece di fare ipotesi su
ciò che troverà, procede umilmente da un esperimento all'altro,
cercando di spiegare quello che trova. Le sue conclusioni sono
sempre le migliori che può fornire al momento e possono sem-
pre essere contraddette nel prossimo esperimento. Per lui non
valgono i presuntuosi pronunciamenti di Hobbes sulla materia,
sulla natura umana e sull'unica possibile forma di governo. Al
contrario, procede lentamente, con molti diversi esperimenti,
fatti e rifatti molte volte, e solo allora si avventura, con cautela,
e in qualche modo controvoglia, a fornire spiegazioni teoriche
temporanee dei risultati.
La filosofia sperimentale è una ricerca che richiede umiltà,
molto diversa dal fulgore e dalla brillantezza della filosofia si-
stematica di Cartesio e Hobbes. Scrive Sprat: <<È una filosofia
laboriosa [... ] che insegna agli uomini l'umiltà e li mette di fron-
te ai propri errori» 31 • E questo è proprio ciò che la Royal So-
ciety apprezzava. La filosofia sperimentale, come osserva Sprat,
<<rimuove tutta l'altezzosità e l'immaginazione fuori controllo
dalla mente>>, insegnando a lavorare sodo, a riconoscere i propri
fallimenti e i contributi degli altri. Questo è proprio l'atteggia-
mento che i fondatori della Royal Society speravano di favorire
nell'intero corpo politico. Invece del fanatismo intollerante dei
partiti e delle sette che avevano gettato la comunità nella violen-
za e nel caos, l'empirismo avrebbe generato moderazione, coo-
perazione, rispetto per le diverse opinioni e infine la pace civile.
Quando i membri della Royal Society celebravano le glorie del

30 lvi, p. 427.
31 lvi, p. 429.

301
o metodo sperimentale, celebravano anche l'uomo che conside-
ravano il fondatore di tutto questo, il «grande uomo che ebbe
la vera immaginazione dell'intero scopo di questa impresa»32•
Era Francesco Bacone, lord cancelliere di Giacomo I, che, una
volta ritiratosi a vita privata, scrisse alcuni lavori sul metodo
sperimentale che influenzarono il mondo scientifico come altri
mai. Al contrario del suo più giovane contemporaneo Carte-
sio, secondo il quale la vera conoscenza dev'essere basata sul
ragionamento chiaro e rigoroso, Bacone insisteva che la vera
conoscenza della natura può solo venire dall'osservazione, dagli
esperimenti e dall'accurata raccolta di dati. Per la Royal Society,
Bacone era il profeta del metodo sperimentale e il padre spiri-
tuale della società stessa, sebbene fosse morto diversi anni prima
della sua fondazione. In verità, la Royal Society si considerava
l'incarnazione della "Casa di Salomone" di Bacone, un'istituzio-
ne statale per lo studio della natura, proposta nella sua utopica
opera Nuova Atlantide.
È ironico che il segretario di Bacone, negli ultimi anni, fos-
se proprio Thomas Hobbes. Da razionalista inveterato, Hobbes
aveva messo in ridicolo il valore degli esperimenti nella sua di-
sputa con Robert Boyle e il suo pensiero non venne influenzato
granché dal suo illustre datore di lavoro (eccetto forse per l'in-
teresse nelle scienze naturali). Ma non c'era modo di aggirare il
fatto che, con tutta la loro adorazione per Bacone, nessuno dei
grandi della Royal Society gli era mai arrivato nemmeno vicino,
mentre il loro nemico Hobbes era stato suo intimo compagno.
La reputazione di Bacone rimane intatta ancora oggi; sebbe-
ne non fosse uno scienziato molto creativo, è considerato una fi-
gura fondamentale nella rivoluzione scientifica, i cui scritti han-
no reso possibile la crescita e l'espansione della scienza. Bacone
difese brillantemente il metodo scientifico, visto con sospetto
durante i secoli in cui le dispute degli scolastici e l'affidamen-
to all'autorità degli antichi erano considerate la strada maestra

32 lvi, p. 35.

302
verso la vera conoscenza. Fornì una mappa per lo sviluppo della
scienza sperimentale, sostenendo la raccolta sistematica di dati
da parte di molti ricercatori sul campo, fatti confluire in un'isti-
tuzione centrale, così da poter essere studiati in seguito. Il suo
contributo più importante, forse, fu dare rispettabilità al meto-
do sperimentale.
Molto prima di Bacone, ci fu sempre chi cercò di strappare
alla natura i suoi segreti attraverso tentativi ed errori. A volte
si registrarono grandi successi, come con l'invenzione della pol-
vere da sparo e della bussola, a volte meno, come nel caso degli
alchimisti, che costruirono sofisticati laboratori per cercare la
pietra filosofale. Ma la conoscenza ottenuta con questi metodi,
anche quando risultava utile, non era considerata appropriata
per l'insegnamento nelle istituzioni universitarie: era "grezza" e
"meccanica", associata alle classi più umili, che si sporcavano le
mani e lavoravano per vivere. Nessun gentiluomo si sarebbe mai
abbassato a lavorare in quel modo, per paura di venire contami-
nato dall'associazione con i plebei. La vera conoscenza, degna
di studi accademici, si trovava negli scritti dei grandi maestri
del passato, o si deduceva da questi tramite ragionamenti logici
precisi 33 • I risultati sperimentali non erano considerati affatto
conoscenza, perché si basavano sui sensi, notoriamente inaffi-
dabili, e quindi non arrivavano al livello necessario di certez-
za. Bacone, quasi da solo, riuscì a demolire questa percezione.
Ecco un personaggio del livello nientemeno dellord cancelliere
d'Inghilterra, che sosteneva la filosofia sperimentale quale stra-
da maestra per la vera conoscenza. In un momento, le pratiche
grezze della "rozza meccanica" diventarono un'attività degna
del gentiluomo intellettualmente curioso.
C'è un aspetto della metodologia di Bacone, tuttavia, che è
stato spesso oggetto di critica: il suo disprezzo per la matemati-
ca quale strumento scientifico. Non è che la ignorasse comple-
tamente, infatti riconosceva che gli oggetti nel mondo hanno

33 La vera conoscenza, nello schema aristotelico, veniva chiamata scientia e richie-


deva assoluta certezza, basata sul ragionamento logico e l'autorità degli antichi.

303
o quantità, e la matematica era proprio la scienza delle quantità.
Però pensava che la conoscenza matematica fosse troppo ge-
nerale per poter essere veramente utile. «Essendo naturale per
la mente dell'uomo>> scrisse <<dilettarsi nell'ampia libertà delle
astrazioni, come in una zona di campagna, e non nella clausura
del particolare>>, la matematica era proprio il campo perfetto
per «soddisfare tale appetito>>. Questo, però, è di «sommo pe-
ricolo della conoscenza»34 perché tutta la conoscenza che val
la pena raggiungere sta nella clausura del particolare, non nella
libertà delle astrazioni. La matematica può essere utile, conce-
de Bacone, ma solo come ancella del campo sperimentale, non
come scienza di per sé. Niente infatti può nuocere alla cono-
scenza quanto l'orgoglio dei matematici, che vorrebbero questa
scienza quasi dominante sulla fisica.
La diffidenza di Bacone per la matematica come strumento
per interpretare il mondo non è difficile da capire. La matema-
tica descrive correttamente la natura solo se la natura è fon-
damentalmente matematica, cioè è strutturata secondo principi
matematici. Se questo è il caso, allora per penetrare i misteri
della natura bisogna solo seguire le regole rigorose della mate-
matica, e tutte le osservazioni e gli esperimenti sono superflui.
Ma Bacone non seguiva questa ipotesi. Non c'è modo di sapere
com'è strutturato il mondo, credeva, fino a quando non si fanno
osservazioni precise e sistematiche. L'idea che si possa dedurre il
funzionamento della natura in base a puri ragionamenti mate-
matici è un'illusione pericolosa basata sull'orgoglio immotivato
ed è destinata a portare gli scienziati fuori strada.
L'ammonimento di Bacone, contro "la raffinatezza e l'orgo-
glio" dei matematici, non fu ignorato dai suoi seguaci, i fonda-
tori della Royal Society. Sebbene l'accademia fosse ufficialmente
descritta come un'"istituzione per la promozione della cono-
scenza fisico-matematica sperimentale", in pratica la parte "ma-

34 Francesco Bacone, La dignità e il progresso del sapere divino ed umano,


in Scritti filosofici, Utet, Torino 2009, libro secondo, capitolo VIII (ed. orig.
On the Dignity and the Advancement of Learning, 1605).

304
tematica" era rigidamente subordinata a quella "sperimentale".
Infatti i membri più importanti dell'accademia condividevano la
preoccupazione di Bacone che la matematica possa incoraggiare
l'orgoglio e condurre all'ipotesi che Dio abbia creato il mondo
secondo rigide strutture matematiche. Come Bacone, erano pre-
occupati che il ragionamento matematico avrebbe portato gli
scienziati lontano dalle laboriose fatiche degli esperimenti.
Ma i fondatori della Royal Society avevano anche altri pen-
sieri, preoccupazioni che andavano al di là degli ammonimenti
di Bacone, mezzo secolo prima. La matematica, credevano, era
l'alleato e lo strumento del filosofo dogmatico, il modello per
gli elaborati sistemi dei razionalisti; l'orgoglio dei matematici
era il fondamento dell'orgoglio di Cartesio e di Hobbes. E, così
come il dogmatismo di quei razionalisti, la matematica avrebbe
potuto portare a intolleranza, conflitti, perfino alla guerra civile.
I risultati matematici venivano prodotti in privato, non in dimo-
strazioni pubbliche, da parte di una piccola congrega di eletti
che comunicavano in un linguaggio e usavano metodi compren-
sibili solo a loro, e non accettavano interferenze dai non specia-
listi. Una volta introdotti, i risultati matematici si imponevano
con potere tirannico, pretendendo adesione totale senza alcun
dissenso. Questo, ovviamente, era esattamente ciò che Hobbes
ammirava della matematica, ma era anche ciò che Boyle e i suoi
compagni temevano: la matematica, per sua natura, credevano,
porta a pretese di verità assoluta, al dogmatismo, a minacce di
tirannia e, probabilmente, alla guerra civile.
Eppure, nonostante i pericoli ideologici e politici, non si po-
teva fare a meno del tutto della matematica;_infatti, era il fon-
damento di alcuni dei più grandi risultati della Nuova Filosofia.
Successi in medicina, come la scoperta, da parte di Harvey, del-
la circolazione del sangue, erano certamente sperimentali, così
come le misure barometriche della pressione atmosferica note
come "esperimento di Torricelli" e le indagini di William Gilbert
sulla natura del magnetismo. Ma i più grandi trionfi scientifici
del tempo erano in verità in astronomia, e questi erano dovuti
principalmente alla matematica.

305
o Cosa potevano dunque fare i membri della Royal Society?
Non potevano semplicemente ignorare i brillanti contributi del-
u la matematica alla scienza, e nemmeno i forti segnali che que-
sti contributi non si sarebbero esauriti presto. Ma come poteva
l'accademia accogliere i contributi matematici, evitando però le
pericolose implicazioni metodologiche, filosofiche e politiche?
Questo dilemma causò un'ambivalenza della Royal Society ver-
so la matematica che durò per molti anni. E nessuno soffrì per
questo conflitto più intensamente di John Wallis 35 •

35 Sull'ambivalenza della Royal Society verso la matematica nei suoi primi anni, e
in particolare sulla diffidenza di Roberr Boyle, si veda Shapin, A Social History
of Truth, ci t., capitolo VII.

306
Capitolo 9

Matematica per un nuovo mondo

Un'infinità di linee

Wallis era l'unico matematico tra i fondatori della Royal So-


ciety e toccava quindi a lui affrontare la situazione problema-
tica della matematica. Come i suoi colleghi membri aborriva il
dogmatismo e, nella sua autobiografia, si dice orgoglioso della
propria moderazione e della propria apertura alla diversità di
opinioni, anche quando divergono dalle sue. «Mi sono sempre
sforzato>> riassume «di agire secondo principi moderati, nel
mezzo tra i due estremi [... ] senza la feroce e violenta animosità
che in casi simili è rivolta a chi non fa come ho fatto io, sapendo
che da entrambe le parti erano impegnate persone di valore>> 1 •
Eppure, in quanto matematico e Professore Saviliano, Wallis
si era votato a un campo tradizionalmente fiero della propria
inflessibile metodologia e dell'inconfutabile verità dei suoi ri-
sultati. Come si poteva conciliare questo con la moderazione e
la flessibilità caratteristiche della Royal Society? La soluzione di
Wallis era semplice e radicale: bisognava creare un nuovo tipo
di matematica. Diversamente da quello tradizionale, il nuovo
metodo non avrebbe proceduto per dimostrazioni rigorosamen-
te deduttive, ma per prove ed errori; i suoi risultati sarebbero

1 Wallis, Autobiography, ci t., p. 42.


stati estremamente probabili, ma non inconfutabilmente certi,
convalidati non dalla "pura ragione", ma dal consenso, proprio
come gli esperimenti pubblici condotti alla Royal Society. A de-
terminare il giudizio ultimo sulla nuova matematica non sareb-
be stata la perfezione logica, ma l'efficacia nel produrre nuovi
risultati.
La matematica di Wallis, in altre parole, non era modellata
sulla geometria euclidea, il grandioso edificio logico che aveva
ispirato Clavio, Hobbes e moltissimi altri nel corso di due mil-
lenni; era invece pensata per conformarsi al punto di vista spe-
rimentale adottato dalla Royal Society. In caso di successo, Wal-
lis avrebbe liberato la matematica dalla sua associazione con il
dogmatismo e con l'intolleranza, e avrebbe finalmente sciolto le
riserve che gli altri soci nutrivano da lungo tempo nei confron-
ti di questa disciplina. Sarebbe stata una nuova "matematica
sperimentale", potente ed efficace, al servizio della scienza, ma
modello di tolleranza e moderazione, piuttosto che di rigidità
dogmatica. E alla base ci sarebbe stato il concetto di infinita-
mente piccolo.
La natura singolare dell'approccio di Wallis appare subito
dal primo teorema della sua prima pubblicazione da Professore
Saviliano, De sectionibus conicis ("Le sezioni coniche" )2:

Supporrò, per incominciare (secondo la Geometria degli


Indivisibili di Bonaventura Cavalieri) che ogni piano sia fatto, per
così dire, di infinite linee parallele. O meglio (come preferisco)
di un numero infinito di parallelogrammi di uguale lunghezza, e
di altezza pari a 1/oo della larghezza totale, cioè una sua frazione
infinitamente piccola (il simbolo oo denota un numero infinito),
così che la loro altezza totale sia uguale all'altezza della figura. 3

2 John Wallis, De sectionibus conicis, nova methodo expositis, tractatus, Leon


Lichfield, Oxford 1655. Sulla pubblicazione di questo trattato, così come
dell'Arithmetica infinitorum, si veda John Wallis, The Arithmetic of Infinitesi·
mals, Springer-Verlag, New York 2004, p. xvii.
3 Wallis, De sectionibus conicis, ci t., proposizione l.

308
In un attimo ci ritroviamo catapultati nel mondo altamen-
te eterodosso della matematica infinitesimale di Wallis. Come
Cavalieri e Torricelli prima di lui, Wallis considera i piani come
oggetti quasi materiali composti da un numero infinito di linee
fittamente accostate l'una all'altra, non come i concetti astratti
propri della geometria euclidea. Che questo fosse in conflitto
con i paradossi classici di Zenone, e con il problema dell'incom-
mensurabilità, era ovvio a ogni matematico che leggesse il trat-
tato, e sia Hobbes, sia il matematico francese Pierre de Fermat
lo fanno subito notare. Ma Wallis non si fa intimidire da queste
critiche scontate. L'idea che le figure piane siano composte da
linee viene dalla famosa similitudine di Cavalieri, che aveva pa-
ragonato un piano a un tessuto fatto di fili, e dalla sua consue-
tudine a considerare il piano come un aggregato di linee. Wallis,
quindi, si limita a rimandare il lettore a Cavalieri, che si suppone
abbia già liquidato a suo tempo tutte le obiezioni, e prosegue.
Il nostro inventa addirittura un nuovo simbolo, con cui denota
il numero di infinitesimi che costituiscono il piano e la loro lar-
ghezza, indicandoli rispettivamente con oo e 1/oo.
Con questi strumenti in mano Wallis passa a illustrare la po-
tenza del suo metodo dimostrando un vero teorema:

Poiché un triangolo consiste di un numero infinito di linee o


parallelogrammi aritmeticamente proporzionati, a partire da un
unico punto fino ad arrivare alla base (com'è chiaro dalla discus-
sione), allora l'area del triangolo è uguale al prodotto della base
per la metà dell'altezza. 4

Inutile dire che Wallis non aveva bisogno di una dimostra-


zione complicata per trovare che l'area di un triangolo è la metà
del prodotto base per altezza. Lo scopo della dimostrazione non
era provare il risultato: al contrario, era dimostrare la validità
di questo approccio non convenzionale, che portava a un risul-

4 lvi, proposizione 3.

309
tato notissimo e corretto. Una volta stabilita l'affidabilità del
metodo, lo si sarebbe potuto usare per risolvere problemi meno
scontati.
L'affermazione che le linee di cui è composto un triangolo
sono "aritmeticamente proporzionate" richiede qualche spie-
gazione. Significa che se in un triangolo si tracciano segmenti
paralleli alla base ed equispaziati tra loro lungo l'altezza, le loro
lunghezze formano una progressione aritmetica. Per esempio, se
si traccia una linea a metà tra il vertice del triangolo e la base,
la sua lunghezza sarà la metà di quella della base, formando
la successione aritmetica (0, 1/2, l) riferita rispettivamente al
vertice, alla linea tracciata e alla base. Se l'altezza viene divisa in
tre, e se in corrispondenza delle tacche a 1/3 e 2/3 si tracciano le
parallele alla base, le loro lunghezze formeranno la successione
(0, 113,2/3, l); se l'altezza viene divisa in 10 parti uguali, le lun-
ghezze saranno (0, 1/10, 2/10, 3/10 ... 9/10, 1), e così via. Questo
vale indipendentemente dal numero di parti in cui si suddivide
l'altezza, a patto che siano tutte uguali. Nella sua dimostrazione
Wallis ipotizza che il principio rimanga vero anche se il numero
di suddivisioni diventa infinito.
«È regola nota ai matematici>> continua «che la somma di
una progressione aritmetica, cioè il risultato dell'addizione di
tutti i termini, è uguale alla somma degli estremi moltiplicata
per la metà del numero totale di termini». È una regola sem-
plice, oggi conosciuta da molti studenti liceali. La somma dei
numeri naturali da l a 10, per esempio, è data da 11 (cioè 1+10)
moltiplicato per 5 (la metà del numero di addendi), ossia 55.
Designando la grandezza infinitesima di un punto con la lettera
"o", Wallis usa la regola per sommare le linee indivisi bili che
compongono il triangolo:

Quindi, se consideriamo il termine minimo "o" (giacché suppo-


niamo che un punto valga "o" in grandezza e zero in numero), la
somma dei due estremi coincide con il termine massimo. Sostitui-
sco l'altezza della figura al numero dei termini nella progressione
per questo motivo: se supponiamo che il numero di termini sia oo

310
Figura 9.1. l triangoli di Wallis, composti di linee parallele (Wallis, De sectionibus coni-
cis, nova methodo expositis, tractatus, Leon Lichfield, Oxford 1655).

allora la somma delle loro lunghezze vale (oo/2)XBase (dato che la


base è uguale alla somma dei due estremi).

Wallis sta cercando la lunghezza totale delle linee che for-


mano il triangolo. Poiché sono in numero infinito, e spaziano
da zero ("o") alla lunghezza della base, la loro lunghezza totale
vale (oo/2)xBase. Bisogna ora moltiplicare per lo spessore di cia-
scuna linea:

Ma abbiamo ipotizzato che lo spessore o larghezza di ciascuna


(linea, o parallelogramma) sia (l!oo)xAltezza del triangolo; e per
questa si deve moltiplicare la somma delle lunghezze. Dunque
(1/oo)xA moltiplicato per (oo/2)XBase darà l'area del triangolo.
Ossia (lfoo)AX(oo/2)B = (1/2)AB. .

Wallis calcola dunque l'area del triangolo sommando le lun-


ghezze di tutte le linee componenti come una progressione arit-
metica e moltiplicando la somma per lo "spessore" di ciascuna
linea. Arrivato a un'espressione che contiene oo al numeratore
e oo al denominatore, li semplifica e ottiene la formula nota.
Q.E.D.

311
o Ora, è probabilmente un eufemismo dire che nessun ma-
tematico moderno seguirebbe Wallis in questi suoi calcoli ru-
spanti. E lo stesso vale per i suoi contemporanei, tra i quali i ge-
suiti e Fermat. A parte l'ipotesi problematiça che una superficie
sia fatta di linee dotate di uno spessore (molto piccolo), Wallis
sta dando per scontato, senza dimostrarlo, che le regole per la
somma di una serie finita valgano anche per le serie infinite. E
se queste ipotesi poco giustificate non fossero abbastanza di-
scutibili, Wallis divide allegramente infinito per infinito o, per
usare la sua notazione, oo per oo. Per la matematica moderna oo/oo
è indeterminato, per la semplice ragione che se oo/oo = a, allora
oo =a x oo e, dato che qualunque numero moltiplicato per oo dà
oo, a può avere qualunque valore. Wallis invece tratta oo/oo come
una qualunque espressione algebrica e semplifica gli infiniti.
Di fronte alle critiche di Fermat e degli altri 5 , Wallis sembra
non preoccuparsi delle difficoltà logiche del suo procedimento
e non cede su nessuno dei punti sollevati. Il suo metodo, do-
potutto, non aveva lo scopo di illustrare l'aderenza dell'autore
al più stretto rigore formale: era invece pensato per rendere la
matematica accettabile agli altri membri della Royal Society.
Che cosa ha ottenuto Wallis, con il suo metodo poco or-
todosso? Innanzitutto, ha postulato che gli oggetti geometrici
siano oggetti reali, esistenti da qualche parte nel mondo, e che
come tali si possano studiare, al pari di ogni altro oggetto natu-
rale. È l'esatto contrario del punto di vista tradizionale, secondo
il quale ogni oggetto geometrico deve essere costruito a partire
dai principi primi. Va anche contro il punto di vista di Hobbes,
il quale sostiene che gli oggetti geometrici sono perfettamente
noti perché siamo noi a costruirli. Per Wallis, invece, il triangolo
esiste nel mondo e il compito del geometra è di decifrarne le

5 Le critiche di Fermat si trovano in una vasta corrispondenza sull' Arithmetica


infinitorum di Wallis: John Wallis, Commercium epistolicum de quaestionibus
quibusdam mathematicis nuper habitum, Lichfield, Oxford 1658. Le lettere
di Fermat si trovano, nella traduzione in francese, in Paul Tannery e Charles
Henry (a cura di), Oeuvres de Fermat, Gauthiers-Villars et Fils, Parigi
1894-1896, voll. Il e III.

312
caratteristiche nascoste, proprio come uno scienziato cerca di
capire una formazione geologica o le caratteristiche biologiche
di un organismo. Facendo leva sul buon senso e sull'intuito sul o

mondo fisico, Wallis conclude che un triangolo è composto di


linee parallele accostate le une alle altre, proprio come una for-
mazione geologica è fatta di strati, un pezzo di legno è fatto di
fibre o (per citare l'esempio usato da Cavalieri) un tessuto è
fatto di fili.
Se gli oggetti geometrici esistono già nel mondo, ne segue che
il rigore matematico è completamente superfluo. Nella geome-
tria tradizionale, che costruisce gli oggetti geometrici partendo
dai principi primi e dimostra teoremi sulle relazioni che li lega-
no, il rigore logico è indispensabile. Dopotutto è solo l'inflessi-
bile insistenza sulla correttezza delle deduzioni logiche a garan-
tire la correttezza dei risultati. La questione è molto diversa se
invece si esamina un oggetto che esiste già, perché in quel caso è
la sua realtà oggettiva a decidere se il risultato è corretto. Un'in-
sistenza eccessiva sul rigore del ragionamento logico può essere
più d'ostacolo che d'aiuto.
Consideriamo, per esempio, uno studioso che analizza una
formazione geologica: non butterà certo i suoi risultati dalla fi-
nestra solo perché qualcuno gli ha fatto notare che la sua richie-
sta di finanziamenti ha un errore di ortografia, o perché una del-
le misure è affetta da un piccolo errore. Se i risultati descrivono
correttamente la formazione geologica (in termini di struttura,
datazione, genesi e via dicendo) il geologo concluderà invece
che la metodologia usata è nel complesso corretta, nonostante
qualche piccola incoerenza. È sempre bene. insistere sul rigore,
ma non quando ostacola la possibilità di fare nuove scoperte. I
matematici potevano anche lagnarsi (e alcuni infatti lo fecero)
delle sue linee infinitesime e della divisione di infinito per infi-
nito, ma per Wallis questa era solo pedanteria. Dopotutto aveva
ottenuto il risultato corretto.
Un disprezzo così disinvolto del rigore logico è un atteg-
giamento strano da parte di un matematico, ma Wallis aveva
già esposto il suo punto di vista inusuale nella sua opera del

313
o 1643, Truth Tried ("La verità alla sbarra"). Rifiutando il ra-
gionamento puro della geometria euclidea, Wallis vi postulava
u che il triangolo fosse un oggetto quasi materiale, percepibile a
livello intuitivo per mezzo dei sensi. Per Wallis il triangolo si può
certamente vedere, la sua struttura interna si può «toccare con
mano>> e, se non si può davvero «assaggiare», si ha almeno la
sensazione di riuscire quasi a farlo. «Le entità matematiche esi-
stono>> scrive con sicurezza «non nell'immaginazione, ma nella
realtà»6•
Molte cose sono accadute nella vita di Wallis nel periodo
intercorso tra l'uscita di Truth Tried e le pubblicazioni matema-
tiche del decennio successivo. Lasciate alle spalle le radici pre-
sbiteriane, si è trasferito da Londra a Oxford, dove si è dedicato
alla matematica ed è stato nominato Professore Saviliano. Ma
quando si parla di come acquisire la vera conoscenza, l'illustre
professor Wallis non è diverso dal giovane Wallis focoso parla-
mentarista: il cammino da seguire non risiede nel ragionamento
astratto, ma nell'intuizione materiale che, «a quanto sembra, la
volontà non ha il potere di confutare>> 7 •

Matematica sperimentale

Nella sua impostazione del De sectionibus conicis, Wallis


stabilisce che gli oggetti geometrici sono corpi reali esistenti al
mondo, ma lascia aperto il problema di come studiarli. Il suo
calcolo dell'area del triangolo si affida all'intuito materiale per
suddividere la figura piana in un'infinità di linee parallele, che
poi risomma. Questo si dimostra efficace per il problema in que-
stione, ma non è un "metodo" applicabile a un ampio spettro
di problemi matematici. In Truth Tried Wallis suggerisce che un
approccio più vasto debba essere incentrato sull'esperimento,
ma non è affatto chiaro che cosa intenda. Come si dovrebbe

6 John Wallis, Mathesis universalis, Leon Lichfield, Oxford 1657, capitolo III.
7 lvi, capitolo XII.

314
applicare il metodo sperimentale, fatto di strumenti scientifici
materiali e di osservazioni fisiche, a corpi matematici astratti
come triangoli, cerchi e coni? Wallis ha una risposta, e la dà o

nell'Arithmetica infinitorum, pubblicata nell656 assieme al De


sectionibus conicis e considerata da molti la sua opera più si-
gnificativa.
<<Il più semplice metodo di indagine, in questo e in molti altri
problemi che seguono, è esporre la cosa fino a un dato punto,
osservare i rapporti che si producono e confrontarli tra loro,
cosicché a lungo andare la proposizione generale risulti nota per
induzione>> 8 • Così scrive Wallis nella proposizione l dell'Arith-
metica infinitorum. La parola critica qui è l'ultima: induzione,
usata per designare il metodo tanto da Wallis quanto dai suoi
detrattori. Oggi chiamiamo principio di induzione un metodo di
dimostrazione perfettamente rigoroso e largamente usato, inse-
gnato nei licei e nelle università: consiste nel dimostrare un te-
orema per un caso iniziale indicato con n = 0 , e poi dimostrare
che se è vero per un generico n lo è anche per il caso n + l, e di
conseguenza per tutti gli n. Questo, però, fu sviluppato molto
più tardi, e non era affatto ciò che aveva in mente Wallis. Nel
Seicento, e in particolare nell'Inghilterra del Seicento, la parola
induzione era infatti associata a un preciso approccio scientifico
e a un preciso individuo: Francesco Bacone, lord cancelliere di
Giacomo I, nonché profeta e paladino del metodo sperimentale.
Bacone sviluppa la sua teoria dell'induzione nel Novum or-
ganum del 1620, la sua opera più sistematica sul metodo scien-
tifico. L'induzione è vista come alternativa alla deduzione, con-
siderata da Aristotele e dai suoi seguaci nelle università europee
la forma più solida di ragionamento logico. La deduzione è il
tipo di ragionamento usato nella geometria euclidea e nella fi-
sica aristotelica: procede dal generale (<<Tutti gli uomini sono
mortali») al particolare (<<Socrate è mortale») e dalla causa (<<Il
luogo naturale dei gravi è il centro del cosmo») all'effetto (<<l

8 John Wallis, Arithmetica infinitorum, Leon Lichfield, Oxford 1656, proposizione l.

315
o gravi cadono a terra>>). Ma secondo Bacone questo modo di ra-
gionare non porterà mai a nuova conoscenza, perché non lascia
u spazio all'acquisizione di nuovi fatti attraverso l'osservazione e
l'esperimento. L'induzione è per Bacone una forma alternativa
di ragionamento che, diversamente dalla deduzione, può servirsi
dell'esperimento.
All'inizio del Seicento l'induzione non era certo un'idea nuo-
va. Era sicuramente nota ad Aristotele e ad altri filosofi antichi,
che la consideravano una forma di ragionamento inferiore alla
deduzione. Invece di passare dal generale al particolare, l'indu-
zione fa il contrario: parte dalla raccolta di molti casi particolari
e ne trae una regola globale. Ne segue che, invece di procedere
deduttivamente dalla causa all'effetto, l'induzione parte dagli
effetti osservati nel mondo che ci circonda e, da questi, inferisce
le cause.
I difetti del ragionamento induttivo sono bene illustrati dal
caso del cigno nero, un esempio caro a molti filosofi. Gli abitan-
ti d'Europa conoscevano il cigno da secoli, ma avevano sempre
visto solo cigni bianchi. Usando il ragionamento induttivo, ave-
vano ragionevolmente concluso che tutti i cigni sono bianchi.
Ma quando i primi europei arrivarono in Australia all'inizio del
Settecento, fecero una scoperta inaspettata: il cigno nero. Dun-
que nonostante le innumerevoli osservazioni particolari fatte
dagli europei nel corso di molti secoli, e nonostante il fatto che
ogni osservazione desse come risultato un cigno bianco, la rego-
la "tutti i cigni sono bianchi" era falsa.
Bacone, che scrive all'inizio del Seicento, non ha idea dell'esi-
stenza del cigno nero, ma è perfettamente conscio dell'incertezza
intrinseca al metodo induttivo. Questo, però, non lo scoraggia.
La fisica aristotelica è per lui una trappola elegante e ben archi-
tettata, coerente dal punto di vista logico, ma completamente
separata dal mondo. L'unico modo per espandere la conoscenza
umana, sostiene, è il confronto diretto con la natura, e questo
comporta osservazioni sistematiche ed esperimenti. Poiché que-
sti metodi funzionano per induzione, sono soggetti alle debolez-
ze caratteristiche di quel ragionamento e le loro conclusioni non

316
sono quindi mai assolutamente certe. Ma se applicata in manie-
ra accurata e sistematica, avendone ben presenti le potenziali
debolezze, nel lungo termine l'induzione può portare all'avan-
zamento della conoscenza umana. È l'unico modo, sostiene Ba-
cone, per studiare la natura e scoprirne i segreti.
Dunque quando Wallis all'inizio dell' Arithmetica infinito-
rum scrive che procederà per induzione, sta dichiarando la sua
adesione a un particolare ideale filosofico: la filosofia sperimen-
tale teorizzata dal defunto Francesco Bacone e in seguito adot-
tata e promossa dai fondatori della Royal Society. Wallis ave-
va già mostrato nel De sectionibus conicis che considerava gli
oggetti matematici come corpi realmente esistenti, al pari degli
oggetti fisici. Nell' Arithmetica infinitorum spiega come inten-
de studiarli: attraverso l'esperimento. In altre parole, studierà
triangoli, cerchi e quadrati usando lo stesso metodo impiegato
dal suo amico Robert Boyle per studiare la struttura dell'aria e
dal suo collega Robert Hooke per studiare minuscoli organismi
al microscopio 9 • Nel cercare di stabilire una verità matemati-
ca, comincerà mettendola alla prova su diversi casi particolari
e osservando con attenzione i risultati degli "esperimenti". Alla
fine, dopo aver ripetuto la procedura per molti casi diversi, la
proposizione generale può emergere "per induzione". Wallis
aveva trovato la risposta ai dubbi dei suoi colleghi sul metodo
matematico: aveva sviluppato una matematica sperimentale che
incarnava lo spirito empirista della Royal Society. Anziché de-
durre leggi universali che obbligano all'assenso ed escludono il
dissenso, la matematica di Wallis avrebbe accumulato le proprie
prove gradualmente, caso per caso, e sarebbe arrivata lentamen-
te e con cautela a conclusioni generali, per quanto provvisorie.
Perché è così che si comporta uno sperimentatore.
La matematica sperimentale è lo strumento principale
dell'Arithmetica infinitorum, l'opera che rappresenta le fon-

9 Le sorprendenti immagini di insetti comuni e microbi invisibili a occhio nudo


furono pubblicate in Robert Hooke, Micrographia or Some Physiological De-
scriptions o( Minute Bodies Made by Magnifying Glasses, Allestry, Londra 1667.

317
damenta della reputazione matematica di Wallis. L'oggetto del
trattato è molto simile all'impresa matematica più ambiziosa
u in cui si era lanciato Hobbes: la determinazione dell'area del
cerchio. C'è tuttavia una differenza cruciale tra i due progetti.
Hobbes cerca di costruire un quadrato di area uguale a quella
di un dato cerchio, usando gli strumenti tradizionali euclidei di
riga e compasso. È destinato a fallire, perché il lato di un qua-
drato con l'area di un cerchio di raggio r vale Jii;., e n, come
sarà dimostrato due secoli dopo, è un numero trascendente, che
non si può costruire in quel modo. Wallis, ovviamente, non cer-
ca di costruire nulla. Cerca invece di arrivare a un numero che
dia il rapporto corretto tra l'area di un cerchio e quella di un
quadrato di lato uguale al raggio r. Poiché l'area del quadrato
vale r2 e quella del cerchio nr, il numero cercato è n. Essendo
trascendente, n non può essere scritto come una frazione, o con
una rappresentazione decimale finita. Ciò nonostante alla fine
del trattato Wallis riesce a produrre una serie infinita che gli
permette di approssimare TC con la precisione desiderata:

4 3x3x5x5x7x7x9x9xllxllx
=

Wallis inizia il calcolo dell'area del cerchio praticamente nel-


lo stesso modo in cui ha iniziato quello dell'area del triangolo:
considera un quadrante del cerchio di raggio R e lo affetta se-
condo linee parallele, come mostrato nella figura 9 .2. La più
lunga misura R, mentre le altre si accorciano via via, fino ad ar-
rivare a lunghezza nulla in corrispondenza della circonferenza.
Chiamiamo r 0 la lunghezza del segmento più lungo, quelle dei
successivi rl' r 2 , r 3 e così via. Anche l'area del quadrato circo-
scritto al quadrante è composta di un'infinità di linee, ma tutte
della stessa lunghezza. Di conseguenza il rapporto tra l'area del
quadrante e quella del quadrato vale

ro + + r2 + + ... + rn
R+R+R+R+ ... +R

318
R

Figura 9.2. Linee parallele compongono la superficie del quadrante (Wallis, Arithmetica
infinitorum, Leon Lichfield, Oxford 1656, proposizione 135).

Quanto maggiore è il numero di linee nel quadrante e nel


quadrato (o, come diremmo oggi, nel limite in cui n tende a in-
finito), tanto più il numero si avvicina al rapporto tra l'area del
quadrante e l'area del quadrato circoscritto.
Ora, la lunghezza esatta di ciascuna linea r che compone il
quadrante dipende dalla sua distanza dalla prima, lunga R. Se
dividiamo il raggio R in n parti uguali e consideriamo ogni parte
di lunghezza unitaria, allora la lunghezza della linea iù vici-
J
na a R è R2 -1 2 , la linea successiva sarà lunga R 2 - 22 , quel-
J
la dopo R2 - 32 , e così via fino ad arrivare all'ultima linea in
corrispondenza della circonferenza, lunga R2 - R2 , cioè zero.J
Il rapporto tra la lunghezza totale delle linee che suddividono
il quadrante e quella dello stesso numero di linee tracciate nel
quadrato sarà quindi

+ ...
R+R+R+R+ ... +R

Lo scopo di Wallis nell'Arithmetica infinitorum è calcolare


questo rapporto quando n tende all'infinito, cosa che si rivela
un compito non facile. Wallis arriva al risultato attraverso ap-
prossimazioni successive di serie simili, che si avvicinano sem-

319
pre di più al rapporto desiderato. Ma ben più significativo del
calcolo dell'area del cerchio è il metodo usato da Wallis per
sommare le serie infinite, che gli permette di arrivare al risul-
tato finale.
Supponiamo, suggerisce all'inizio dell'Arithmetica infinito-
rum, di avere una «serie di quantità in proporzione aritmetica,
continuamente crescenti, a partire da un punto o 0,[ ... ] dunque
come O, l, 2, 3, 4 eccetera>>. Qual è, si chiede, il rapporto tra la
somma dei termini della serie e quella di un ugual numero di
addendi tutti uguali al maggiore dei termini precedenti? Wallis
decide di provare. Comincia dal caso più semplice, con la serie
di due termini O, l. Il rapporto vale
0+1
- -=-
1+1 2

Prova quindi altri casi:

0+1+2=3
=
2+2+2=6 2

0+1+2+3=6
=
3+3+3+3 = 12 2

0+1+2+3+4=10
4+4+4+4+4= =2

0+1+2+3+4+5 = 15
5 + 5 + 5 + 5 + 5 + 5 = 30 2

0+1+2+3+4+5+6=21
6+6+6+6+6+6+6 = 42 = 2

Ogni esempio dà lo stesso risultato e Wallis ne trae una con-


clusione precisa: <<Se si ha una serie di quantità in proporzione
aritmetica (ovvero la sequenza naturale dei numeri) continua-
mente crescente, a partire da un punto ovvero da O, tanto finita
quanto infinita (giacché non c'è motivo di distinzione), questa

320
starà a una serie con lo stesso numero di termini tutti uguali al
maggiore, come l sta a 2» 10 •
Wallis avrebbe potuto facilmente dimostrare questo semplice
risultato usando la formula generale per la somma della sequen-
za di numeri naturali a partire da O, e dividendola per la som-
ma di un numero uguale di termini uguali al massimo: n( n?+ l)
diviso per n(n+l) dà immediatamente 1/2. Ma il suo scopo non
era calcolare il rapporto, bensì dimostrare l'utilità del metodo
di induzione: provare con un caso, poi con un altro, poi un al-
tro ancora. Se il teorema vale in tutti i casi, allora per Wallis è
dimostrato e vero. <<L'induzione» scrive molti anni dopo <<è un
metodo di indagine molto valido [... ] che molto spesso ci por-
ta alla precoce scoperta di una regola generale». E soprattutto
<<non necessita di altre dimostrazioni>> 11 •
Una volta sistemato il primo teorema, Wallis passa a fare
lo stesso con serie più complesse: che cosa accade se, invece di
sommare una successione di numeri naturali e dividerla per la
somma dello stesso numero di termini uguali al maggiore, si
sommano i quadrati dei numeri naturali e si divide il risultato
per la somma di un ugual numero di termini uguali al maggiore
dei quadrati 12 ?
Usando il metodo a lui caro dell'induzione, Wallis comincia
a fare delle prove. Il caso più semplice dà

Aggiunge quindi altri termini, ricalcoland_o le somme:

10 Wallis, Arithmetica infinitorum, ci t., proposizione 2. Wallis include un passo


ulteriore, per dimostrare che ciò che è vero per la successione O, l, 2, 3 ... è vero
anche per qualunque successione aritmetica che inizi da O.
11 John Wallis, A Treatise of Algebra, Both Historical and Practical, Playford,
Londra 1685, p. 306.
12 Wallis, Arithmetica infinitorum, cit., proposizione 19.

321
4+4+4 = 12 12 3 12

0+1+4+9=14
9+9+9+9=36

= 30
16+16+16+16+16=80 80 8 3 24

0+1+4+9+16+25=55
25+25+25+25+25+25=150 150 30 3 30

0+1+4+9+16+25+36=91
36+36+36+36+36+36+36=252 252 36 3 36

Esaminando tutti questi casi, Wallis deduce che all'aumen-


tare del numero di termini nella serie il rapporto si avvicina
sempre più a 1/3. Per una serie infinita, conclude, la differenza
si annullerà completamente. Lo scrive in un teorema (proposi-
zione 21):

Se è proposta una serie infinita, di quantità che sono quadrati


di numeri in proporzione aritmetica (ovvero una serie di quadrati
di numeri) continuamente crescenti e a partire da un punto ovvero
O, essa starà a una serie dello stesso numero di termini, tutti uguali
al maggiore, come l sta a 3. 13

Come dimostrazione, a Wallis basta un'unica frase: «È evi-


dente da quanto visto sopra». L'induzione non ha bisogno di
ulteriori prove.
Wallis prova con un'altra serie di questo tipo, con i cubi dei
numeri naturali anziché i quadrati:

13 lvi, proposizione 21.

322
o

0+1+8=9
8+8+8=24

0+1+8+27=36
27+27+27+27=108 12 4 12

l +8+ 27 +64 =
64 + 64 + 64 + 64 + 64 = 16 4 16

0+1+8+27+64+125=225
125+125+125+125+125+125=750 4

l +8+ 27 +64+ 125+216 = 441 .l+_l


216 + 216+ 216+ 216 + 216+ 216 + 216 = 1512 24 4 24

Il metodo di induzione si dimostra da solo ancora una vol-


ta. All'aumentare del numero di termini, il rapporto si avvicina
sempre di più a 1/4, il che conduce alla preposizione 41:

Se è proposta una serie infinita di quantità che sono cubi di


numeri in proporzione aritmetica (ovvero una serie di numeri al
cubo) continuamente crescenti e a partire da un punto ovvero O,
essa starà a una serie dello stesso numero di termini, tutti uguali al
maggiore, come l sta a 4. 14

Come il teorema precedente, anche questo non richiede di-


mostrazioni oltre all'evidenza induttiva.
In notazione moderna i tre teoremi di Wallis sarebbero de-
scritti così:

14 lvi, proposizione 41.

323
lim 0+1+2+3+ ... +n
n+n+n+n+ ... +n 2
u

-+ -+ ... +n- 1
l
Im .
n- +n- +n- +n-+ ... + n-
1
3

Wallis considera questi rapporti passi importanti verso il cal-


colo dell'area del cerchio, perché ognuno di essi corrisponde a
un particolare caso geometrico. Il primo rappresenta il rapporto
tra un triangolo e il rettangolo che lo racchiude, come mostrato
da Wallis nella dimostrazione dell'area del triangolo del De sec-
tionibus conicis. La sequenza O, 1, 2, 3 .. , n rappresenta le lun-
ghezze delle linee parallele che compongono il triangolo, mentre
n, n, n, n ... , n rappresenta un numero uguale di linee parallele,
che compongono il rettangolo circoscritto; il rapporto ½ è in ef-
fetti quello tra l'area del triangolo e quella del rettangolo (figura
9.1). Il secondo caso corrisponde al rapporto tra l'area di una
semiparabola e quella del rettangolo circoscritto o, più precisa-
mente, il rapporto tra l'area all'esterno della parabola e quella
del rettangolo. Le linee parallele che compongono quest'area
crescono come quadrati, ossia O, 1, 4, 9 ... , n2, mentre il rettan-
golo è rappresentato da nZ, n 2, n 2, n2 ••• , n 2 • Wallis dimostra che il
rapporto tra l'area esterna alla parabola e quella del rettangolo
circoscritto è in effetti 1/3. Il terzo rapporto (figura 9.3) corri-
sponde a una più ripida "parabola cubica", per la quale il rap-
porto corrispondente è 1/4. Sebbene ci sia ancora molta strada
da fare per calcolare il rapporto tra l'area del quarto di cerchio
e quella del quadrato circoscritto, la strategia di Wallis a questo
punto sta chiaramente prendendo forma.
Avendo stabilito questi risultati, Wallis fa di nuovo uso
dell'induzione per arrivare a un teorema ancor più generale: ciò

324
che vale per i numeri naturali, i loro quadrati e i loro cubi deve
essere vero per qualunque potenza m dei naturali 15 :

l. ... = -l -
+ ... m+l

Wallis non lo scrive naturalmente in questa forma. Non


avendo a disposizione la nostra notazione, usa una tabella in
cui assegna il rapporto 1/2 alla "prima potenza", il rapporto 1/3
alla "seconda potenza", 1/4 alla "terza potenza" e così via. La
tabella non ha una fine e la regola è manifesta: per una qualun-
que potenza m, il rapporto sarà _l_ .
m+l

Figura 9.3. Semi parabola cubica e corrispondente rettangolo circoscritto. Wallis mostra
che il rapporto tra l'area AOT esterna alla cubica e l'area del rettangolo vale 1/4 (Wallis,
Arithmetica infinitorum, Leon Lichfield, Oxford 1656, proposizione 135).

15 lvi, proposizione 44.

325
o Wallis considerava le figure geometriche oggetti materiali
e dunque credeva che, come qualunque altro oggetto, fossero
composte di parti fondamentali. Le figure piane erano fatte di
linee indivisibili accostate le une alle altre e i solidi di piani ac-
catastati uno sull'altro, proprio come per Cavalieri e Torricelli
prima di lui. Ma diversamente dai maestri italiani, Wallis pre-
diligeva come metodo d'indagine l'induzione baconiana, che lo
faceva somigliare più a uno sperimentatore da laboratorio che
a un matematico da scrivania. Materiale, infinitesimale e speri-
mentale, il metodo di Wallis fu una delle imprese meno ortodos-
se nella storia della matematica occidentale.
Non sorprende, quindi, che non tutti all'epoca siano rimasti
affascinati dal risultato di Wallis. Pierre de Fermat è oggi princi-
palmente noto per il suo famoso "ultimo teorema", uno dei pro-
blemi rimasti più a lungo irrisolti nella storia della matematica
e finalmente dimostrato dal matematico inglese Andrew Wiles
nel 1994, ma ai suoi tempi era uno dei matematici più celebri e
stimati d'Europa. Fermat legge l'Arithmetica infinitorum poco
dopo la sua pubblicazione nel1656 e l'anno successivo ingaggia
un vivace dibattito con Wallis 16 • Fermat è scettico e le sue cri-
tiche vanno direttamente al cuore del metodo poco convenzio-
nale di Wallis. Per prima cosa attacca l'adesione al metodo degli
infinitesimi, il quale dà acriticamente per scontato che si possa-
no sommare le linee di una figura piana per calcolarne l'area.
Secondo Fermat, è vero il contrario: non si possono sommare le
linee di una figura se non si conosce già la sua area, calcolata
attraverso metodi tradizionali. Se ha ragione, allora l'intero pro-
getto di Wallis perde ragion d'essere, giacché finge di dimostrare
ciò che in realtà è stato preso come ipotesi.

16 Wallis pubblicò l'intero carteggio in Wallis, Commercium epistolicum, cit. Oltre


alle lettere di Wallis e Fermat, include anche quelle di sir Kenelm Digby, lord
Brouncker, Bernard Frénicle de Bessy e Frans van Schooten. La critica di Fermat
sull'Arithmetica infinitorum si trova principalmente nell'epistola XIII, una lettera
da Fermat a Kenelm Dingby, lord Brouncker, scritta in francese, che fu inoltrata
a Wallis. La lettera si trova anche in Tannery e Henry (a cura di), Oeuvres de
Fermat, cit., vol. II, pp. 347-353.

326
Se Fermat è scontento dell'uso disinvolto degli infinitesimi
da parte di Wallis, non è certo più indulgente riguardo al suo
insolito metodo di dimostrazione. Dapprima, commentando il
trattato di Wallis con il cortigiano cattolico inglese Kenelm Di-
gby, è, almeno superficialmente, cerimonioso: «Ho ricevuto una
copia della lettera di Mr Wallis, per cui nutro la stima che gli
è dovuta>>, lasciando aperto il dubbio su quanta sia, la stima
dovuta. A giudicare da ciò che segue, forse non è molta: «Ma
il suo metodo di dimostrazione, fondato sull'induzione anziché
sul ragionamento nello stile di Archimede, può risultare un po'
difficile per i novizi che vogliono dei sillogismi rigorosi dall'ini-
zio alla fine>>. Io e lei, lascia intendere con una certa sufficienza,
capiamo benissimo il metodo insolito di Wallis, ma i "novizi"
della matematica potrebbero trovarsi in difficoltà e Wallis do-
vrebbe avere la bontà di venir loro incontro.
Tuttavia, a parte le buone maniere e il tono paternalistico,
è subito chiaro che la preoccupazione di Fermat non sono le
esigenze dei non addetti ai lavori, ma il metodo di Wallis in sé: è
molto meglio, scrive <<dimostrare le cose nel modo usuale, legit-
timo e archimedeo>> 17 • Se ne deduce che il metodo di Wallis non
è né usuale, né legittimo.
Fermat chiarisce quale sia il problema dell'induzione in una
diversa lettera, che scrive poco dopo. Bisogna stare molto attenti
nell'usare questo metodo, avverte, perché si rischia di proporre
una regola che <<sarà valida per diversi particolari, e tuttavia
sarà in effetti falsa e non universale>>. Il metodo può essere utile
in alcune circostanze, continua, se usato con cura. Non deve
tuttavia <<prendere le deduzioni così ottenute come fondamento
di qualche scienza, come fa il signor Wallis. Per quello non ci si
deve accontentare di nulla di meno di una dimostrazione>> 18 •
L'ineludibile implicazione che le induzioni di Wallis non siano
dimostrazioni è lasciata sottintesa.

17 Pierre de Fermat, Lettera a Kenelm Digby, 15 agosto 1657, in Tannery e Henry


(a cura di), Oeuvres de Fermat, cit., vol. II, p. 343.
18 lvi, p. 352.

327
Wallis non fa una piega. La sua matematica degli infiniti,
risponde, si fonda sul metodo degli infinitesimi di Cavalieri e le
obiezioni di Fermat riguardo alla composizione delle figure ge-
ometriche sono già state affrontate e risolte nei libri di quell'au-
tore19. Lungi dal costituire una spaccatura radicale rispetto alla
prassi tradizionale, il metodo non è che una rappresentazione
semplificata dell'irreprensibile metodo di esaustione usato dagli
antichi maestri Eudosso e Archimede. Nel caso in cui Fermat
volesse comunque ricostruire le dimostrazioni in forma classica,
scrive Wallis, è «libero di farlo>>. Ma «può risparmiarsi la fatica,
perché è già stato fatto da Cavallerius di sua mano»20•
Wallis aggira di proposito la valida obiezione di Fermat sugli
infinitesimi, evitando di rispondere direttamente. Dire "qui non
c'è nulla di nuovo" suona poco sincero per uno che va pro-
clamando a gran voce l'originalità del proprio lavoro. «Trove-
rai quest'opera completamente nuova (se giudico bene)>> scrive
nella dedica dell'Arithmetica infinitorum a William Oughtred,
aggiungendo che non vede <<perché non proclamarlo>> 21 . Soste-
nere che Cavalieri avesse già risposto a tutte le obiezioni era
una strategia già usata da Torricelli, degli Angeli e altri promo-
tori dell'infinitamente piccolo. Significava ignorare gli attacchi
sferrati a Cavalieri dai gesuiti e da altri, e dunque far passare
gli indivisibili come molto più accettati di quanto lo fossero in
realtà. Wallis contava anche sul fatto che Fermat non avesse mai
davvero letto i tomi di Cavalieri, la cui nota illeggibilità ha co-
perto le spalle a molti indivisibilisti secenteschi.
Anche la critica che Fermat muove al suo metodo di induzio-
ne non sembra turbare Wallis. Le dimostrazioni per induzione,
sostiene, <<sono chiare, ovvie e semplici>>, e non richiedono pro-
ve ulteriori. «Se qualcuno le ritiene meno valide>> scrive <<per-

19 Wallis, Arithmetica infinitorum, cit., dedica.


20 Wallis, Treatise of Algebra, cit., p. 305. L'equivalenza del metodo degli indivisi-
bili di Cavalieri e del metodo di esaustione è a p. 280, mentre la composizione di
linee, superfici e solidi è a p. 285.
21 Wallis, Arithmetica infinitorum, ci t., dedica.

328
ché non esibite con la pomposa ostentazione di linee e figure,
ebbene io sono di parere decisamente diverso»22• Qualunque
matematico competente disposto a spenderei un po' di tempo,
dice Wallis, sarebbe in grado di tradurre le sue dimostrazioni per
induzione in dimostrazioni geometriche tradizionali, ma farlo
sarebbe solo pignoleria: «Non mi pare che Euclide fosse d'abi-
tudine così pedante>> scrive e «sono certo che Archimede non lo
era»23• I pedanti come Fermat secondo Wallis sono una piccola
minoranza: «La maggior parte dei matematici con cui ho parla-
to, dopo che l'induzione è andata avanti per qualche passo [... ]
si ritengono abbastanza soddisfatti da concludere universalmen-
te e così in maniera analoga per le potenze successive. E questo
tipo d'induzione è stato fino a questo momento considerato[ ... ]
un argomento conclusivo>> 24 • Così, con questi brevi e sprezzanti
commenti, Wallis liquida millenni di tradizione.

Wallis salva la matematica

Se l'approccio di Wallis era inaccettabile per matematici di


mentalità relativamente più ortodossa come Fermat, per i colle-
ghi della Royal Society era invece la soluzione di un problema
rognoso. Boyle, Oldenburg e i loro soci avevano consacrato il
metodo sperimentale come la via corretta per il perseguimento
della scienza. Non era solo la corretta metodologia per rive-
lare i segreti della natura, ma anche un modello per il buon
funzionamento dello Stato. Sfortunatamente, se da una parte
la filosofia sperimentale rappresentava la visione sia della natu-
ra, sia della società dei fondatori della Royal Society, dall'altra
lasciava la matematica sul versante sbagliato dello spartiacque
metodologico e politico. La matematica, così com'era comune-

22 Wallis, A Treatise of Algebra, cit., p. 298. Il fatto che l'induzione non richiede
altre dimostrazioni è enunciato a p. 306.
23 lvi, p. 306.
24 lvi, p. 308.

329
o mente percepita, non lasciava spazio a punti di vista diversifica-
ti, imponendo l'unità di vedute attraverso l'irresistibile potenza
del ragionamento, anziché raggiungerla attraverso il libero con-
senso. Era dominio esclusivo di un piccolo numero di esperti,
il cui lavoro era troppo tecnico ed esoterico per essere valutato
in maniera competente da non addetti ai lavori per quanto in-
telligenti e istruiti, e i cui pronunciamenti (assoluti e arroganti)
dovevano essere accettati per veri sulla sola base del principio di
autorità. Per finire, la matematica era il fondamento di un'idea
della conoscenza e dello Stato che i padri fondatori della Royal
Society vedevano con disgusto e orrore: la scienza autoritaria e
la teoria totalitaria del patto sociale di Hobbes. Laddove la filo-
sofia sperimentale significava moderazione, tolleranza e pace, la
matematica a loro avviso era lo strumento dei paladini del dog-
matismo, dell'intolleranza, e della loro inevitabile conseguenza,
la guerra civile.
Questo lasciava i fondatori della Royal Society in un serio
dilemma. Come mantenere la potenza e i risultati scientifici del-
la matematica senza portarsi dietro il suo scomodo fardello?
Wallis aveva la risposta: la sua matematica originale era poten-
te quanto quella tradizionale, ma anche perfettamente in linea
con l'empirismo tanto amato dalla Royal Society. Per i fondatori
dell'accademia era un dono dal cielo: un metodo matematico
flessibile che lasciava spazio al dissenso ed era modesto nelle
sue affermazioni. Esattamente il tipo di matematica che la Royal
Society poteva avallare e promuovere.
Per capire quanto la matematica di Wallis fosse lontana dal
detestato punto di vista euclideo, è istruttivo confrontarne i
metodi con quelli dell'uomo che la Royal Society temeva mag-
giormente, Thomas Hobbes. Per cominciare, Hobbes insiste sul
fatto che le entità geometriche devono essere costruite da noi, a
partire da principi primi, e di conseguenza sono perfettamente
conosciute. Non è così, replica Wallis: le linee, i piani e le figure
geometriche ci sono date già formate, e noi dobbiamo investi-
game i misteri come fanno gli scienziati con gli oggetti naturali.
C'è poi la questione del metodo: Hobbes insiste sulla deduzione

330
rigorosa come unico modo accettabile di procedere in matema-
tica, essendo il solo che assicura la certezza assoluta. Wallis ap-
poggia invece l'induzione che, secondo lui, è molto più efficace
nello scoprire nuovi risultati. Il fatto che l'induzione non preten-
da mai di raggiungere quel livello di certezza tanto fondamenta-
le per Hobbes, per Wallis è un prezzo modesto da pagare. Infine
Hobbes, essendo convinto che le sue deduzioni matematiche ar-
rivino alla verità assoluta, non si cura per niente delle opinioni
altrui. La dimostrazione è intrinsecamente valida, che gli altri la
capiscano o no. Le dimostrazioni induttive di Wallis, invece, non
sono deduzioni logiche infallibili, bensì argomentazioni forti e
persuasive atte a convincere il pubblico. Il loro successo dipende
molto da quanto i lettori alla fine siano persuasi della verità del
teorema per tutti i casi, non solo quelli esaminati.
Sotto quasi tutti gli aspetti, la matematica di Wallis rispec-
chiava le pratiche sperimentali dei colleghi della Royal Society.
Studiava oggetti esterni, non oggetti costruiti; era fondata
sull'induzione e non sulla deduzione; non pretendeva mai di
arrivare a una verità definitiva; l'arbitro ultimo della sua ve-
ridicità era il consenso degli uomini. Era esattamente il tipo di
matematica che ci si aspettava dall'unico matematico presente
tra i fondatori dell'accademia, ed era esattamente ciò che i padri
dell'istituzione cercavano. Invece di essere un pericoloso rivale
dei metodi sperimentali, la matematica poteva ora unirsi ad essi
nel promuovere la buona scienza e un buon ordine politico.
Sia Wallis, sia Hobbes credevano che l'ordine matematico
fosse il fondamento dell'ordine politico e sociale, ma, a parte
questo punto in comune, non concordavano praticamente su
nulla. Hobbes invocava un metodo matematico rigorosamente
deduttivo, che per lui fungeva da modello a uno Stato assolutista,
rigido e gerarchico. Wallis invocava una matematica modesta,
tollerante e governata dal consenso, pensata per incoraggiare le
stesse qualità nel soggetto politico in generale. Dai lati opposti
della barricata politica e matematica i due si fronteggiavano e la
posta in gioco non poteva essere più alta: la natura della verità,
l'ordine sociale e politico, l'aspetto del mondo moderno.

331
o Golia contro i calunniatori

u Il primo attacco nella guerra tra il Professore Saviliano di


geometria e il sofisticato filosofo politico fu sferrato nell'estate
del 1655 con la pubblicazione da parte di Wallis dell'Elenchus
geometriae Hobbianae25, una critica feroce degli sforzi geome-
trici di Hobbes nel De corpore. L'ultimo sarebbe arrivato ven-
titré anni dopo, con la pubblicazione da parte di Hobbes del
Decameron physiologicum26 , contenente una discussione del-
la «proporzione tra una linea retta e la metà dell'arco di un
quadrante». Fu l'ultimo tentativo di Hobbes di difendere la
sua matematica e screditare l'avversario, ma è probabile che il
botta e risposta sarebbe proseguito indefinitamente, se Hobbes
non fosse morto l'anno successivo. Nel frattempo Wallis aveva
pubblicato altri dieci libri e saggi esplicitamente diretti contro
Hobbes, il quale aveva pubblicato almeno tredici trattati contro
Wallis. A questi si possono aggiungere innumerevoli altri insulti,
offese, accuse e (di tanto in tanto) critiche serie, quasi nascoste
sotto forma di digressioni in altre opere dei due prolifici autori.
All'apice della battaglia le accuse volavano da entrambe le parti
a ritmo furioso: non solo accuse di incompetenza matematica,
ma anche di sovversione politica, di eresia religiosa e di malva-
gità a livello personale.
All'inizio della guerra i due probabilmente non si erano mai
incontrati. Wallis senza dubbio conosceva il famoso autore del
Leviatano, e il suo amico e collega Seth Ward si era recato a
Londra per incontrare Hobbes al suo ritorno in Inghilterra nel
1651 27• Se Hobbes aveva sentito parlare di Ward era sicuramen-
te solo in quanto nuovo (e a quanto pare incompetente) Profes-
sore Saviliano a Oxford, nominato dal parlamento per ragioni
esplicitamente politiche. Anche negli anni successivi, spesi in
buona parte nel tentativo di demolire ciascuno la reputazione

25 John Wallis, Elenchus geometriae Hobbianae, Hall for Crooke, Oxford 1655.
26 Thomas Hobbes, Decameron physiologicum, Crooke, Londra 1678.
27 Jesseph, Squaring the Circle, cit., p. 50.

332
dell'altro, non ci sono prove che i due si siano mai incontrati,
sebbene sia difficile immaginare che non si siano mai incrociati
nei ristretti circoli dell'élite intellettuale inglese. Il conflitto tra
loro aveva radici nelle opposte vedute politiche, religiose e me-
todologiche, non in rancori personali. Ma non ci volle molto
perché gli scambi scendessero sul piano personale, diventando
particolarmente malevoli.
Wallis fin da subito usa certi toni: «Nessuno può aver dub-
bio di quanto sia gonfio di superbia e arroganza quest'uomo»
scrive nella dedica dell'Elenchus a John Owen, decano del
Christ Church College e vicecancelliere dell'università a Ox-
ford. «Vedendolo simile al Leviatano (che gli ha dato il nome),
o meglio a Golia, pavoneggiarsi con tanta arroganza, ho deci-
so che dev'essere attaccato su tutti i fronti, affinché veda che
non può fare quel che gli pare senza essere chiamato a renderne
conto»28• Un Golia tronfio e arrogante che si pavoneggia come
se possedesse l'esclusiva della verità è la caricatura preferita che
Wallis fa di Hobbes, ripromettendosi di «far scoppiare il pallo-
ne gonfiato>> di «quell'uomo così pieno di discorsi fatti d'aria>>.
Hobbes, dal canto suo, non sembra turbato dal linguaggio of-
fensivo di Wallis e, pur lamentandosi di tanto in tanto dei toni
poco urbani dell'avversario, accetta la sfida con piacere impe-
gnandosi al meglio.
Il paternalistico titolo della risposta alla prima invettiva di
Wallis prefigura molto ciò che verrà in seguito: Sei lezioni ai
professori di matematica, uno di geometria, l'altro di astrono-
mia. Se Wallis considerava Hobbes arrogante prima, questo trat-
tato sicuramente lo conferma nel suo giudizio. Questo Hobbes,
intellettuale di rappresentanza della famiglia Cavendish, senza
alcuna credenziale o posizione, ha la presunzione di insegnare
la geometria a Wallis e Ward, titolari di due delle più prestigiose
cattedre europee di matematica. E non si ferma qui, visto che
nella dedica a lord Pierrepont, Hobbes sostiene di meritare quei

28 Wallis, Elenchus, cit., dedica a John Owen.

333
posti più di loro: gettando le vere fondamenta della geometria
nel De corpore, afferma, «ho svolto io il lavoro per cui il dr
u Wallis riceve il suo salario>> 29 •
Nel trattato vero e proprio, Hobbes passa dalla difesa del
proprio lavoro in matematica alla derisione di Wallis e risponde
al disprezzo con disprezzo: <<Credo fermamente>> scrive riguar-
do all'Arithmetica infinitorum e agli scritti di Wallis sull'angolo
di contatto <<che dall'inizio dei tempi non è mai stata scritta, né
mai lo sarà, una tale quantità di assurdità in geometria come
quella che si trova in questi libri>>. Riguardo all'uso dei simboli
algebrici da parte di Wallis, alcuni (oo) di sua invenzione, scrive
che <<i simboli sono povere e brutte, quantunque necessarie, im-
palcature della dimostrazione; e non dovrebbero comparire in
pubblico al pari delle più indecorose necessità a cui si ottempera
nelle proprie stanze»30•
Il trattato di Wallis sulle sezioni coniche è secondo Hobbes
<<talmente incrostato di simboli che non ho avuto la pazienza di
esaminare se sia bene o mal dimostrato>> 31 • Forse sono queste
le frecciate che Wallis ha in mente quando, anni dopo, si lamen-
ta di chi deride i simboli e insiste sulle dimostrazioni classiche
presentate con «la pomposa ostentazione di linee e figure>>. 32
Quando Wallis cerca di rispondere ad alcune delle critiche più
sostanziose di Hobbes, questi lo redarguisce come un severo
maestro alle prese con uno scolaretto ribelle: <<Vi agitate, vi con-
torcete>> scrive con insofferenza <<e versate inchiostro, e io non
riesco a capire da che parte andate, né mi serve saperlo>>. Ma è
tutto inutile: <<Il vostro libro dell'Arithmetica infinitorum è il
nulla totale, dall'inizio alla fine>> 33 •

29 Hobbes, Six Lessons, cit., in Molesworth (a cura di), The English Works
o(Thomas Hobbes, cit., p. 185.
30 lvi, lezione III, p. 248.
31 lvi, lezione V, p. 316.
32 Wallis, A Treatise of Algebra, cit., p. 298.
33 Thomas Hobbes, STlGMAl, or Markes of the Absurd Geometry, Rural
Language, Scottish Church-Politicks, and Barbarisms of fohn Wallis, Crooke,
Londra 1657, p. 12.

334
Il botta e risposta continuò su questo tono per quasi un quar-
to di secolo. Hobbes era quello con lo stile migliore e lo spirito
più arguto, ma Wallis teneva duro grazie al suo grande fervore
e alla quantità delle sue denunce. Era anche decisamente quello
con i migliori contatti, e usò la propria posizione a Oxford e
alla Royal Society per isolare a poco a poco Hobbes e scredi-
tarlo presso i letterati inglesi. Se negli anni cinquanta del Sei-
cento Hobbes era considerato uno scienziato e un matematico
formidabile, vent'anni dopo era visto come un filosofo politico
che si era imprudentemente avventurato fuori dal suo campo,
con il risultato di essere sbugiardato come dilettante. Perfino
Carlo Il, ex studente di Hobbes, si unì al divertimento generale
di tormentare l'anziano filosofo: «Ecco che arriva l'Orso a farsi
punzecchiare>> 34 annunciava il re in occasione delle frequenti vi-
site a corte di Hobbes. Di conseguenza, pur essendo uno dei più
celebri studiosi d'Inghilterra, e pur avendo molte conoscenze nei
ranghi della Royal Society, il vecchio filosofo non fu mai elet-
to membro. Hobbes attribuì la mancata nomina all'implacabile
ostilità dei suoi potenti nemici all'interno dell'istituzione, Wallis
e Boyle, e indubbiamente c'è del vero in questo. Ma c'è anche
il fatto che la sua estenuante battaglia con Wallis durata de-
cenni (e quella con Boyle, durata un po' meno) avevano fatto a
brandelli la sua reputazione scientifica, il che rendeva legittimo
liquidarlo come indegno dell'ammissione.
Dietro al clamore che si genera quando due intellettuali in-
gaggiano un combattimento pubblico, in effetti la posta in gioco
era alta. Wallis lo esplicita quando spiega perché ha lanciato il
primo assalto alla matematica di Hobbes. Perché, chiede, <<do-
vrei prendermi la briga di confutare la sua geometria, lasciando
fuori la teologia e altre filosofie, quando ci sono altre cose in
cui ha fatto errori molto più pericolosi?» 35 • La ragione, spiega,
è che Hobbes ha <<dato una tale importanza alla geometria che

34 Clark (a cura di), Vite brevi di uomini eminenti, cit., Thomas Hobbes, p. 153.
35 Wallis, Elenchus, cit., dedica a John Owen.

335
o senza di essa non c'è da aspettarsi nulla di solido in filosofia>> 36 •
Hobbes è talmente sicuro del fondamento matematico del pro-
u prio sistema che <<se vede qualcuno dissentire da lui in teologia
o filosofia pensa che debbano essere mandati via con la risposta
supponente che, se non sono istruiti in geometria, non possono
capire quelle cose>>. Il modo sicuro per ribaltare il suo intero
edificio filosofico è dimostrare che Hobbes in matematica è in
realtà un ignorante. In questo modo l'uomo «così pieno di di-
scorsi fatti d'aria>> si «sgonfierà>>, e la gente saprà «che non c'è
più nulla da temere dal Leviatano da questo punto di vista, dal
momento che la sua armatura (nella quale riponeva la massima
fiducia) è facilmente perforabile>> 37 •
Wallis ripete la spiegazione, dopo aver sopportato diver-
si massacranti scontri con Hobbes, in una lettera del 1659
all'eclettico scienziato olandese Christiaan Huygens. La «duris-
sima diatriba>> con Hobbes, spiega, non è causata dalla sua ma-
leducazione, ma dalla «necessità del caso>>. È stata «provocata
dal nostro Leviatano, quando attacca con tutta la sua potenza,
e distrugge le nostre università [...] e specialmente il clero, qua-
lunque istituzione e qualunque religione>>.
Poiché questo Leviatano faceva molto affidamento sulla
matematica, conclude Wallis, «è parso necessario che qualche
matematico [...] gli mostrasse quanto poco egli capisca di ma-
tematica (dalla quale prende il suo coraggio)>> 38 • Distruggere
la credibilità matematica di Hobbes avrebbe screditato i suoi
insegnamenti e salvaguardato le istituzioni minacciate dalla sua
filosofia distruttiva.
Fortunatamente per Wallis, la geometria poco convenziona-
le di Hobbes aveva molti punti deboli che prestavano il fianco
all'attacco di matematici esperti. Se Hobbes si fosse attenuto
rigorosamente alla geometria classica che lo aveva affascinato

36 lvi, p. 108.
37 Wallis, Elenchus, cit., dedica a John Owen.
38 john Wallis, Lettera a Christiaan Huygens, 11 gennaio 1659, citata in Jesseph,
Squaring the Circle, cit., p. 70.

336
anni prima, quando si era imbattuto in un volume aperto di Eu-
clide nella biblioteca di un nobiluomo del continente, sarebbe
rimasto ben più saldo. Ma per Hobbes non era abbastanza: per
sostenere il suo sistema politico, la geometria doveva essere una
scienza perfetta, in grado di risolvere tutti i problemi aperti.
E, nel tentativo di trasformare la geometria in questo ideale,
Hobbes affondò. Non perché fosse un ignorante in materia:
i suoi tentativi di dimostrazione mostrano che la sua era una
mente matematica notevole. Il motivo è semplicemente che certi
problemi antichi non si possono risolvere con metodi classici,
e il progetto in cui si era imbarcato Hobbes era fin dall'inizio
destinato al fallimento.
Fino a un certo punto Hobbes aveva seguito le orme di Cla-
vio e dei gesuiti, che avevano cercato di usare la geometria come
modello per l'ordine della conoscenza, della società e dello Sta-
to. Il rigido Stato che essi auspicavano, nel quale la parola del
sovrano (per Hobbes) o del papa (per i gesuiti) aveva la forza
della legge, e qualunque dissenso era giudicato assurdo, rispec-
chiava l'ordine razionale della geometria.
Ma Hobbes era un passo avanti rispetto ai gesuiti: anziché
limitarsi a considerare la geometria un modello e un ideale, cer-
cò di dedurre la propria filosofia in maniera logica e sistematica
dai principi geometrici che lui stesso aveva modificato. Questo
richiedeva la dimostrazione che ogni cosa nel mondo si potesse
costruire a partire dai principi geometrici: questa è l'ambizione
del De corpore.
Ma il mondo, in verità, non si può dedurre dalla matemati-
ca. I pitagorici lo avevano imparato oltre duemila anni prima,
quando la scoperta delle grandezze incommensurabili rovesciò
la loro convinzione che tutto al mondo si potesse descrivere in
termini di rapporti di numeri interi.
Hobbes cerca di difendersi. Quando Wallis schernisce i suoi
molteplici tentativi di quadrare il cerchio, il filosofo protesta
contro il rigurgito da parte del professore di risultati già scar-
tati: <<Sapendo che io avevo già rifiutato quella proposizione>>
scrive <<è alquanto meschino da parte vostra pensare di prendere

337
o il volo, come fanno certi insetti, dai miei escrementi>> 39 • Ammet-
te i suoi errori nei primi due tentativi del De corpore, ma insiste
u nel dire che la causa dell'errore è la semplice negligenza, non un
problema intrinseco al metodo.
Hobbes non voleva, e probabilmente non poteva, ammettere
che il suo metodo di base fosse viziato. Era in gioco il suo intero
sistema filosofico, e ammettere che la sua impresa geometrica
era disperata risultava, per lui, equivalente ad ammettere che
tutto quanto aveva scritto e difeso era privo di valore. E dunque,
per oltre vent'anni, Hobbes continuò a produrre nuove "dimo-
strazioni" e Wallis, che aveva ben capito quanto fossero critiche
per Hobbes, continuò a demolirle. Messo all'angolo e isolato,
minacciato da un'onda crescente di critiche matematiche, Hob-
bes alla fine si arrende. «Non ho più intenzione di fare cam-
biamenti, conferme o discussioni riguardo alla dimostrazione in
stampa» scrive all'amico Sorbière nel 1664 a proposito dell'en-
nesima quadratura del cerchio. «È corretta: e se la gente carica
di pregiudizi non riesce a leggerla con sufficiente attenzione, è
colpa loro, non mia» 40 • Morì pienamente convinto di essere ri-
uscito a quadrare il cerchio.

Quale matematica?

Wallis si divertì un mondo a demolire una per una le soluzio-


ni proposte da Hobbes ai tre problemi classici. Ma aveva anche
critiche metodologiche riguardo all'approccio matematico del
rivale, e le esplicitò nelle sue accuse. In particolare, Wallis obiet-
ta al tentativo, da parte di Hobbes, di costruire la matematica
a partire da principi fisici materiali. <<Chi mai, prima di voi, ha
definito il punto come un corpo? Chi mai ha seriamente affer-

39 Hobbes, Six Lessons, cit., lezione V, in Molesworth (a cura di), The English
Works ofThomas Hobbes, cit., p. 324.
40 Thomas Hobbes, Lettere a Sorbière, 7 e 17 marzo 1664, citate in Jesseph,
Squaring the Circle, cit., pp. 272-273.

338
mato che i punti matematici hanno un'estensione?>> 41 • Se i pun-
ti hanno una grandezza finita, continua Wallis, mettendone as-
sieme due, tre, o cento, l'estensione complessiva diventerà due,
tre, cento volte più grande, il che è assurdo. La stessa critica si
applica all'uso di altre proprietà fisiche nella definizione di con-
cetti geometrici, come il conato e l'impeto. Hobbes ha bisogno
di questi termini perché è convinto che tutte le dimostrazioni
vadano ricondotte a cause materiali. Ma Wallis, intravedendo
un punto debole, adotta qui la posizione classica euclidea che
traccia una distinzione netta fra gli oggetti geometrici perfetti e
le loro imperfette controparti materiali: «A qual fine>> chiede <<ci
devono essere considerazioni di tempo, peso, o qualunque altra
quantità del genere>> nelle dimostrazioni geometriche? Simili at-
tributi fisici non hanno senso nel mondo della geometria.
La critica che Wallis muove alla matematica di Hobbes sul-
la base dell'uso di concetti materiali è a dir poco in malafede.
Lui stesso nel suo approccio faceva quasi lo stesso, postulando
che gli oggetti matematici esistano da qualche parte nel mon-
do, suddividendoli nei loro componenti indivisibili e studiandoli
sperimentalmente. Infatti Hobbes fu lieto di restituire il favore
condannando Wallis proprio con questo argomento. Peraltro la
matematica di Wallis era in ultima analisi molto meno suscetti-
bile di attacchi metodologici rispetto a quella di Hobbes, perché
quest'ultimo voleva usare la matematica come un bastione di
certezza, a sostegno della sua filosofia politica. Per cui ogni cri-
tica che mettesse in dubbio la solidità logica del metodo colpiva
al cuore l'intero progetto. Wallis, al contrario, si curava poco
delle certezze. Il suo scopo, spiegò anni dopo, <<era non tanto
illustrare un metodo di dimostrazione per le cose già note [... ]
quanto di illustrare un metodo d'indagine per scoprire cose an-
cora ignote»42• L'importante per Wallis era l'efficacia del suo
approccio nel trovare nuovi risultati: usare un metodo di dimo-
strazione perfetto e irreprensibile contava davvero molto poco.

41 Wallis, Elenchus, cit., p. 6.


42 Wallis, Treatise of Algebra, cit., p. 305.

339
Hobbes non poteva accettarlo. Fondamenti imprecisi porta-
vano a ragionamenti imprecisi, a una conoscenza confusa, alla
controversia e al conflitto sociale. L'unica ragione che potevano
avere Wallis e i suoi colleghi chierici per promuovere istanze
indifendibili come i punti senza dimensione e gli spiriti immate-
riali era l'interesse personale, il tentativo di appropriarsi dell'au-
torità che spettava di diritto al sovrano civile. Hobbes era deciso
a fermarli. Il Leviatano, spiega, è stato scritto per rendere noto
quanto i religiosi inglesi, con il loro tentativo di accaparrarsi il
maggior potere possibile, avessero contribuito allo scoppio della
guerra civile, e anche la lotta con Wallis faceva parte della stes-
sa lotta contro il clero assetato di potere. «La mia questione»
scrive a Sorbière nel 1655, era <<con tutti quanti gli ecclesiastici
d'Inghilterra, a nome dei quali Wallis scriveva contro di me» 43 •
Il modo per fermare il complotto e salvare la comunità politica
era mettere alla berlina le falsità della matematica di Wallis e
rimuovere l'autore con infamia dalle fila dei matematici.
Hobbes mira direttamente ai due pilastri principali della ma-
tematica di Wallis. Dapprima l'induzione: <<Egregi logici e geo-
metri» esclama Hobbes incredulo <<che ritengono un'induzione
sufficiente a inferire una conclusione universale, e adatta per
essere accettata come dimostrazione geometrica!»44• Il fatto che
una regola valga per un certo numero di casi non dice nulla
sulla sua validità nei casi che non sono stati considerati. Anche
Fermat aveva sollevato la stessa obiezione, come invero avrebbe
fatto qualunque matematico di formazione classica.
Ma è il secondo pilastro della matematica di Wallis a costi-
tuire il vero bersaglio del disprezzo di Hobbes: il concetto di
infinitamente piccolo. Wallis ha calcolato l'area di un triangolo

43 La discussione della ragione per la stesura del Leviatano si trova in Hobbes,


Six Lessons, cit., lezione VI, in Molesworth (a cura di), The Eng/ish Works of
Thomas Hobbes, cit., p. 335. La lettera a Sorbière è citata in Simon Schaffer,
Wallification: Thomas Hobbes on School Divinity and Experimental Pneumatics,
in "Studies in History and Philosophy of Science", XIX, 1988, p. 286.
44 Hobbes, Six Lessons, cit., lezione V, in Molesworth (a cura di), The English
Works o(Thomas Hobbes, cit., p. 308.

340
suddividendolo in un numero infinito di linee parallele, ciascuna
di larghezza 1/oo, che ha poi risommato. Hobbes, avendo fiutato
un punto debole, colpisce con forza e precisione: <<Nella prima
proposizione delle vostre Sezioni Coniche si ha dapprima que-
sto, "che un parallelogramma la cui altezza è infinitamente pic-
cola, vale a dire nulla, praticamente non è altro che una linea"»
comincia Hobbes, citando le parole testuali di Wallis. <<È questo
un linguaggio da geometra?» tuona. <<Come si determina il si-
gnificato di praticamente?>> 45 • lntuitivamente capiamo bene che
cosa volesse dire Wallis con quell'espressione, ma Hobbes ha
perfettamente ragione nel dire che non sono termini matematici.
Non si tratta di un problema di scarso rilievo: il motivo ultimo
per cui si studia la matematica, secondo Hobbes, è il suo rigore,
la sua precisione, la sua certezza. Usare una terminologia am-
bigua, come Wallis ama fare, vuol dire minare alla base l'intera
impresa matematica.
Ma Hobbes aveva altro in serbo per Wallis. L'altezza delle
linee-parallelogramma che costituiscono il triangolo o è qualco-
sa o non è nulla, e la dimostrazione di Wallis naufraga misera-
mente in entrambi i casi. Se le linee non hanno larghezza, accusa
Hobbes, «l'altezza del vostro triangolo consiste in un numero
infinito di altezze nulle, ossia di un numero infinito di nullità,
e di conseguenza l'area del vostro triangolo non ha quantità>>.
Permettere alle linee di possedere una certa larghezza formando
minuscoli parallelogrammi è altrettanto disastroso: «Se dite che
con "parallele" intendete parallelogrammi infinitamente piccoli,
non va certo meglio>> 46 continua Hobbes. Questo perché i lati
corti del parallelogramma nella costruzione_ di Wallis formano i
lati del triangolo. E dato che, come fa notare Hobbes, i lati di un
triangolo non sono mai paralleli, non possono esserlo nemmeno
i lati corti dei parallelogrammi che li costituiscono. Ciò porta
inevitabilmente alla conclusione che non sono affatto paralle-
logrammi.

45 Ibidem.
46 lvi, p. 310.

341
o Su altri punti dell' Arithmetica infinitorum, Hobbes è ancor
più spietato. Nelle sue dimostrazioni, Wallis calcola il rapporto
u tra una serie crescente infinita, e un <<ugual numero>> di termi-
ni uguali al più grande tra quelli a numeratore. Ma come fa
una serie crescente infinita ad avere un <<termine più grande»?
E come fanno due serie infinite, una a numeratore e l'altra a
denominatore, ad avere lo <<stesso numero» di termini? Trattare
una serie infinita come se avesse un termine massimo o un dato
numero di termini, accusa Hobbes, equivale a trattare da finito
l'infinito, il che è una contraddizione in termini. «È un principio
talmente assurdo» chiosa Hobbes <<che fatico a credere possa
essere proposto da una persona sana di mente» 47 • Alla disinvol-
ta attribuzione a Cavalieri della dimostrazione <<che qualunque
quantità continua consiste di un numero infinito di indivisibili,
ovvero di parti infinitamente piccole», Hobbes risponde che pur
avendo letto il libro di Cavalieri (e sospettando giustamente che
invece Wallis non lo abbia fatto), non ricorda nulla del gene-
re. <<Perché è falso. Una grandezza continua è per sua natura
sempre divisibile in parti divisibili: né può esistere qualcosa di
infinitamente piccolo» 48 •

La battaglia per il futuro

Ed era quello, in effetti, il punto cruciale. Hobbes rifiutava il


concetto dell'infinitamente piccolo e la matematica che ne segui-
va. La matematica, insisteva, deve cominciare dai principi pri-
mi e procedere deduttivamente, passo dopo passo, verso verità
sempre più complesse ma ugualmente vere. In questo processo
tutti gli oggetti geometrici si devono costruire a partire dai più
semplici, usando solo le definizioni semplici e intuitive di punto,

47 Thomas Hobbes, Lux mathematica, Crooke, Londra 1672, in sir William


Molesworth (a cura di), Thomae Hobbes Malmesburiensis opera philosophica,
vol. 5, Longman, Brown, Green, and Longmans, Londra 1845, p. 110.
48 Ibidem.

342
linea, superficie, e così via. In questo modo, pensava Hobbes,
è possibile costruire un intero mondo, perfettamente raziona-
le, assolutamente trasparente e completamente conosciuto; un
mondo che non ha segreti e le cui regole sono semplici e assolute
come i principi della geometria; il mondo, insomma, del Levia-
tano, il sovrano supremo i cui decreti hanno la potenza della
verità indiscutibile. Qualunque tentativo di alterare il ragiona-
mento perfettamente razionale della matematica indebolirebbe
l'ordine perfettamente razionale dello Stato e condurrebbe alla
discordia, alla divisione in fazioni, alla guerra civile.
Dal punto di vista di Hobbes l'infinitamente piccolo, intruso
sgradito, faceva esattamente questo: distruggeva la razionalità
trasparente della matematica, minando di conseguenza l'ordine
sociale, religioso e politico. Innanzitutto non costruiva i propri
oggetti con logica e sistematicità, come invece la matematica
deve fare se vuole essere la base di un ordine razionale univer-
sale. Ancor più critico era il fatto che l'infinitesimo era notoria-
mente foriero di paradossi, perfino contraddittorio, e si poteva
usare per dimostrare come vere delle ovvie falsità. Un approccio
non costruttivo e paradossale di questo genere rappresentava
per Hobbes tutto ciò che la matematica non dovrebbe mai es-
sere. Se si fosse lasciato spazio all'infinitamente piccolo in ma-
tematica, ogni tipo di ordine sarebbe stato a rischio, e la società
e lo Stato sarebbero andati in rovina. Nel vago e mal definito
infinitesimo Hobbes sentiva un'eco dei ribelli zappatori sulla
Saint Georges Hill.
Wallis la vedeva in modo diverso. Praticamente tutte le ca-
ratteristiche dell'infinitamente piccolo che Hobbes considera-
va foriere di disastri, per Wallis erano invece chiari vantaggi.
Hobbes era convinto che l'esistenza stessa del dissenso condu-
cesse inesorabilmente al caos e alla lotta, ed era determinato a
sopprimerne ogni accenno. La matematica, la sola scienza che
(secondo lui) era riuscita a eliminare il dissenso, gli era utile a
questo riguardo. Ma Wallis, insieme con i colleghi della Royal
Society, era convinto i disastri degli anni quaranta e cinquanta
del Seicento fossero invece dovuti al dogmatismo e all'intolle-

343
ranza. La loro preoccupazione non era tanto che la conoscenza
fosse incerta, quanto che ad alcuni apparisse troppo certa e dog-
matica, escludendo le opinioni diverse. La matematica di Wallis
proponeva un'alternativa.
Diversamente dalla geometria euclidea classica, la matema-
tica di Wallis non cercava di costruire un mondo matematico,
ma di indagare il mondo così com'è. Questo di per sé la rendeva
più attraente per chi temeva l'idea di un ordine mondiale stret-
tamente razionale. Il mondo di Wallis era ancora misterioso,
inesplorato e pronto per nuove indagini condotte con la mate-
matica o con altri mezzi. L'ambiguità dell'infinitamente picco-
lo, lungi dallo squalificarlo come oggetto matematico, era una
caratteristica positiva: opaca, e perfino paradossale, lasciava
spazio a diverse interpretazioni e spiegazioni della sua natura e
delle sue proprietà. Da ultimo, l'infinitamente piccolo di Wallis
si dimostrò estremamente efficace nel rivelare nuove verità ma-
tematiche, dimostrando la potenza di questo concetto ancora
non completamente compreso. La via da seguire, com'era chiaro
ai sostenitori del metodo, era procedere con cautela, in maniera
sperimentale, gradualmente e laboriosamente, usando qualun-
que cosa funzionasse, al fine di rivelare i misteri del mondo.
Qualunque tentativo di costruire un mondo matematico perfet-
tamente noto e razionale non solo era politicamente pericoloso,
ma rappresentava un vicolo cieco dal punto di vista scientifico.

344
Epilogo

Due idee di modernità

La vittoria andò a Wallis. Nel 1660, quando la guerra che


sarebbe durata qualche decennio era appena iniziata, Hobbes
fu di fatto estromesso dalla comunità matematica, mentre Wal-
lis ne rimase uno dei membri più stimati. Al contrario dell'altra
nemesi di Hobbes, Seth Ward, non fu nominato vescovo angli-
cano, probabilmente a causa della sua appassionata adesione
alla causa dei presbiteriani in gioventù. Ma rimase Professore
Saviliano e archivista a Oxford; fu regolarmente consultato dal
re come crittografo per decifrare la corrispondenza intercetta-
ta e frequentava regolarmente la corte. Tra i suoi amici conta-
va i fondatori della Royal Society, inclusi Henry Oldenburg e
Robert Boyle, e i loro illustri successori: Isaac Newton e John
Locke. Continuò a pubblicare lavori scientifici per tutta la vita,
non solo di matematica. ma anche di meccanica, logica e gram-
matica inglese; si considerava inoltre un esperto nell'insegna-
mento della parola ai sordomuti. Durante la sua vita furono
pubblicate diverse dozzine di suoi sermoni scritti in decine di
anni di sacerdozio 1 •
Alla sua morte, nel 1703, all'età di ottantasei anni, fu com-
pianto come «uomo ammirevole, industrioso, tanto famoso per

1 John Wallis, Three Sermons Concerning the Sacred Trinity, Parkhurst, Londra
1691; John Wallis, Theological Discourses and Sermons on Severa/ Occasions,
Parkhurst, Londra 1692.
il suo profondo talento matematico, da venire considerato il più
grande del suo tempo» 2•
Ma, ancora più importante dei suoi successi personali e pro-
fessionali, è il fatto che la matematica controversa di Wallis si
affermò. Mentre le dimostrazioni di Hobbes rimasero ignorate,
perché considerate amatoriali, i risultati di Wallis nell'Arithme-
tica infinitorum e in altri lavori furono controllati e conferma-
ti dai colleghi, tra cui il più importante fu senza dubbio Isaac
Newton. Quando il ventitreenne Newton produsse la propria
versione della matematica degli infinitesimi nel1665, l'Arithme-
tica infinitorum, come ammise più tardi, fu una delle principali
fonti di ispirazione. Nei decenni successivi l'analisi matematica
di Newton, così come la versione rivale di Leibniz, si diffusero
in lungo e in largo, trasformando la pratica della matematica e
di tutte le scienze; l'analisi divenne l'area dominante della mate-
matica nel diciottesimo secolo e rimane tuttora uno dei pilastri
della disciplina. Rende possibile lo studio matematico di una
vasta gamma di fenomeni, dal moto dei pianeti alla vibrazione
delle corde, al funzionamento delle macchine a vapore, all'elet-
trodinamica: praticamente ogni area della fisica matematica, da
allora fino a oggi. Wallis riuscì durante la propria esistenza a
vedere l'inizio di questa rivoluzione matematica, che trasformò
il mondo nei secoli seguenti; alla sua morte, nel 1703, il verdetto
era già chiaro: l'infinitamente piccolo stava trionfando.
Da Roma a Firenze, da Londra a Oxford, la battaglia sull'in-
finitamente piccolo infuriò nell'Europa occidentale, a metà del
Seicento. Su sponde opposte del continente, la lotta ebbe esi-
ti opposti: in Italia i gesuiti sconfissero i galileiani, mentre in
Inghilterra Wallis trionfò su Hobbes. Questo risultato non era
scontato: se nel 1630 si fosse chiesto a un osservatore indipen-
dente di divinare le fortune della matematica nei due paesi, la
previsione sarebbe quasi certamente stata opposta. L'Italia era
patria di un'illustre tradizione matematica, mentre l'Inghilterra

2 Charles Eward Doble (a cura di), Remarks and Collections ofThomas Hearne,
Clarendon, Oxford 1885, vol. VIII, p. 198.

346
non aveva prodotto nessuno studioso degno di nota, con la pos-
sibile eccezione di Thomas Harriot, il recluso che non pubblicò
mai nulla. Se una nazione aveva i numeri per ospitare i pionieri
di un nuovo tipo di matematica, era certo l'Italia, in cui le arti
e le scienze avevano ispirato l'Europa intera durante il Rinasci-
mento. L'Inghilterra sembrava allora destinata a rimanere quel-
lo che era sempre stata: un luogo provinciale, dal punto di vista
intellettuale, che raccattava le briciole dei vicini continentali più
acculturati.
Ma le cose non andarono così. A seguito della guerra sull'in-
finitamente piccolo, la matematica in Italia si ritrovò impanta-
nata, mentre in Inghilterra divenne ben presto una delle tradi-
zioni nazionali dominanti in Europa, con quella francese come
unica possibile rivale.
Per rendersi conto dell'effetto degli infinitesimi sul mondo
occidentale, consideriamo come starebbero le cose, se non fosse-
ro stati accettati. Se i gesuiti e i loro alleati avessero vinto, non ci
sarebbe analisi matematica, così come nessuna delle innovazioni
tecnologiche scaturite da questa potente tecnica. Fin dall'inizio
del Seicento, il "metodo degli indivisibili" fu applicato a pro-
blemi di meccanica e si dimostrò particolarmente efficace per
descrivere il moto. Galileo lo usò per descrivere il moto dei gravi
e il suo contemporaneo Keplero per scoprire e descrivere il moto
dei pianeti attorno al Sole. Isaac Newton creò una nuova fisica
e diede una descrizione matematica del completo "sistema del
mondo", tenuto insieme dalla gravitazione universale.
Il lavoro di Newton fu sviluppato nel secolo seguente da lu-
minari quali Daniel Bernoulli, Leonhard_ Euler (Eulero) e Jean
d'Alembert, i quali diedero descrizioni matematiche del moto
dei fluidi, della vibrazione delle corde e delle correnti d'aria. I
loro successori, Joseph-Louis Lagrange e Pierre-Simon Lapla-
ce, riuscirono a descrivere la meccanica del cielo e della Terra
in un insieme di eleganti "equazioni differenziali", equazioni
che usano l'analisi matematica. A dire la verità, da allora fino
ai nostri giorni, l'analisi è rimasta lo strumento fondamentale
usato dai fisici per spiegare i fenomeni naturali. E tutto ciò ebbe

347
origine nella <<linea indivisibile de' matematici>> che tanto turbò
Sorbière nel 1664.
Ci volle un po' più di tempo perché l'analisi matematica aves-
se un impatto sull'ingegneria e sulla tecnologia, ma l'effetto fu
altrettanto rivoluzionario. La teoria matematica della diffusione
del calore, sviluppata da Joseph Fourier, e la termodinamica, svi-
luppata da William Thomson, nel diciannovesimo secolo, resero
possibili la progettazione e la produzione di macchine a vapore
sempre più efficienti. Negli anni sessanta dell'Ottocento, James
Clerk Maxwell scrisse le equazioni che presero il suo nome, un
insieme di equazioni differenziali che descrivono il rapporto tra
elettricità e magnetismo. Il conseguente sviluppo del motore
elettrico e dei generatori, e delle comunicazioni radio, non sa-
rebbe mai stato possibile, senza il suo lavoro. Aggiungiamo il
ruolo fondamentale dell'analisi matematica nell'aerodinamica
(che rese possibile i viaggi aerei), nell'idrodinamica (navigazio-
ne, raccolta e distribuzione delle risorse idriche), nell'elettroni-
ca, nell'ingegneria civile, nell'architettura, nei modelli economi-
ci, e così via, e si ottiene un'immagine chiara: il mondo moderno
sarebbe rimasto una fantasia, senza l'analisi matematica e la sua
descrizione del funzionamento del mondo naturale.
Ma la storia non finisce qui, perché le implicazioni della lotta
sull'infinitamente piccolo vanno ben al di là del mondo mate-
matico, o perfino della scienza e della tecnologia. La battaglia
era sull'aspetto della modernità e, in verità, nei due paesi in cui
la guerra fu più feroce, la modernità prese forme decisamente
differenti. L'Italia divenne ciò che i gesuiti decisero: profonda-
mente cattolica, imbevuta delle verità eterne e immutabili dei
dogmi della Chiesa, e dominata dall'autorità spirituale assoluta
del papa e della gerarchia religiosa. Quest'ordine spirituale so-
steneva un ordine secolare con caratteristiche molto simili. La
supremazia papale impedì lo sviluppo di uno Stato forte, mentre
i vari piccoli principi e regnanti che governavano le province
come autocrati tirannici dovevano la loro posizione ad antichi
diritti dinastici e rivendicavano l'autorità assoluta sui propri
domini. Il dissenso religioso era impensabile, l'opposizione po-

348
litica duramente repressa, l'innovazione intellettuale malvista e
la mobilità sociale quasi inesistente. Mentre le nazioni del Nord
Europa diventavano focolai di dibattito intellettuale, innovazio-
ne tecnologica, sperimentazione politica e progresso economico,
l'Italia rimase congelata nel tempo. La terra che per secoli aveva
trainato l'Europa nelle arti e nelle scienze, le cui famose città-
stato a un certo punto erano più ricche e prosperose di molti
grandi regni, divenne stagnante, retrograda, impoverita.
Negli stessi anni in cui l'Italia restava al palo, l'Inghilterra di-
venne la nazione più dinamica, con la maggiore crescita di tutta
Europa, lo sguardo verso il futuro. Per lungo tempo considera-
ta una terra selvaggia e semibarbara, al limitare nordico della
civiltà europea, divenne il centro della cultura e della scienza,
un modello per il pluralismo politico e il successo economico.
Presentava una visione della modernità completamente opposta
a quella italiana: invece dell'uniformità dogmatica, l'Inghilter-
ra era caratterizzata da un'apertura decisa e crescente verso il
dissenso e il pluralismo. Dal punto di vista politico, religioso ed
economico, l'Inghilterra divenne un luogo dove molte voci, opi-
nioni e interessi rivaleggianti si confrontavano apertamente, in
relativa libertà dalla repressione statale. E fu in questa relativa
libertà che l'Inghilterra trovò la sua strada verso la ricchezza e
il potere.
Gli sforzi dei re Stuart per stabilire una monarchia assoluta
furono sbaragliati dalla fiera resistenza del parlamento, prima
durante la guerra civile, poi nella seconda rivoluzione inglese
del 1688. Quando l'ultimo degli Stuart, Giacomo II, fu manda-
to in esilio e sostituito da Guglielmo III d'Orange, di opinioni
costituzionaliste, il parlamento divenne l'istituzione suprema di
governo dello Stato. Certamente, il parlamento inglese del Sei-
cento e Settecento era ben lontano dalle istituzioni democrati-
che di oggi. Era una struttura conservatrice, che rappresentava
le classi abbienti dei proprietari terrieri, terrorizzati dalle rivolte
sociali popolari molto più che dalla tirannia reale. Ciò nono-
stante, era un corpo deliberante, che permetteva livelli mai visti
prima di dissenso, dibattito e libera espressione delle idee. Nel

349
tempo, l'apertura intrinseca di un sistema parlamentare avreb-
be trionfato sul senso di appartenenza sociale e di classe dei
suoi membri. Durante il diciottesimo e diciannovesimo secolo la
rappresentanza fu lentamente ma inesorabilmente allargata, e il
parlamento esteso a includere segmenti sempre più vasti di po-
polazione. Il processo fu compiuto solo nel1928, quando anche
alle donne fu esteso il diritto di voto.
Il pluralismo politico in Inghilterra andò di pari passo con
una tolleranza religiosa senza precedenti. I puritani del Seicento
non erano particolarmente tolleranti. Si consideravano gli eletti
da Dio, e il loro zelo per imporre le proprie credenze e la propria
morale a tutta la popolazione ebbe un ruolo non marginale nel-
lo scoppio della crisi del 1640 e della guerra civile che ne seguì.
Ma la tragedia della guerra civile, in gran parte attribuita allo
scontro di dogmi diversi, ebbe come risultato l'insorgere di un
atteggiamento più condiscendente verso la verità religiosa. Mol-
ti vescovi anglicani, dopo l'interregno, e quasi tutti i membri più
importanti della Royal Society, appena costituita, sostenevano
un approccio tollerante alla religione, piuttosto che dogmatico:
invece di insistere su una rigida dottrina religiosa, escludendo
chiunque non l'accettasse in pieno, cercarono di incoraggiare
l'apertura nelle questioni dottrinali, riconoscendo che la Verità
doveva essere ricercata, non data a priori. Una vasta gamma di
credenze diverse fu accolta sotto l'ala della Chiesa anglicana, a
patto che si allineassero su alcuni principi fondamentali, come
la Trinità e la supremazia del re (al posto del papa).
Il pluralismo religioso, all'inizio incoraggiato all'interno del-
la Chiesa anglicana, ben presto fu esteso al di là dei confini re-
ligiosi. Nell'Atto di Tolleranza del 1689, promulgato sull'onda
della seconda rivoluzione inglese, si garantirono dalla persecu-
zione tutte le sette protestanti non conformi agli anglicani, come
i presbiteriani, i quaccheri, gli unitarianisti. Sebbene esclusi (fino
al 1828) da molti aspetti della vita pubblica, così come dalle
università di Oxford e Cambridge, i dissidenti erano tuttavia
protetti dall'interferenza statale e prosperarono sia dal punto di
vista economico, sia da quello intellettuale. Istituirono le pro-

350
prie chiese e accademie, spesso più avanzate, dal punto di vista
scientifico e intellettuale, delle elefantiache università anglicane.
Il cattolicesimo, però, non godeva di tanta tolleranza. Detestato
e temuto allo stesso tempo, veniva associato al pericolo di in-
terferenza straniera e delle pretese di supremazia del papa, così
come a quelle dei deposti Stuart. Ma, sebbene fossero sistema-
ticamente discriminati, i cattolici inglesi furono in gran parte
lasciati in pace, fino alla loro riabilitazione totale, nel1829.
Il pluralismo politico e religioso andò di pari passo con
l'apertura scientifica, intellettuale ed economica. La Royal So-
ciety, assieme all' Académie d es sciences, in Francia, divenne
ben presto l'accademia più importante d'Europa e la scienza
inglese era di modello per tutto il continente. Nell'ambito della
letteratura, l'Inghilterra divenne un luogo di pubblici dibattiti
filosofici e politici, in cui luminari come John Locke, Jonathan
Swift e Edmund Burke si scontravano con ragionamenti arguti
e brillanti. La liberalizzazione politica rese possibile quella eco-
nomica e l'impresa privata fiorì come mai prima. L'accumulo
di capitali e l'aumento di dimensione dei laboratori rese profit-
tevole l'investimento in nuove tecnologie, in particolare quella
delle macchine a vapore. Il risultato fu che, verso la fine del Set-
tecento, l'Inghilterra divenne la prima nazione industrializzata
nel mondo, lasciando le rivali continentali nella polvere, in lotta
per stare al passo.
Se il continuo sia veramente costituito da infinitesimi sem-
bra una questione di lana caprina: è veramente difficile per noi
comprendere le passioni che suscitò. Ma quando la lotta era al
culmine, nel Seicento, i combattenti di entrambe le parti erano
convinti che la risposta avrebbe dato forma a ogni aspetto del
mondo moderno in procinto di venire alla luce. Avevano ra-
gione: posatasi la polvere, i campioni degli infinitesimi avevano
vinto, i nemici erano sconfitti. E il mondo non sarebbe mai più
stato lo stesso.

351
Dramatis personae

I sostenitori degli infinitesimi

Luca Valerio (1553-1618) Matematico e amico di Galileo, diede im-


portanti contributi al metodo degli infinitesimi. Quando, però,
Galileo si scontrò con i gesuiti nel 1616, Valerio si schierò contro
di lui e fu aspramente condannato dai suoi vecchi amici. Morì in
disgrazia poco dopo.

Galileo Galilei (1564-1642) Lo scienziato più famoso del suo tempo.


Fu perseguitato dai gesuiti per la sua adesione al copernicanesi-
mo, che lo portò al processo e alla sua caduta in disgrazia. Galileo
usò gli infinitesimi nel suo lavoro, sostenendo e incoraggiando una
generazione di giovani matematici a sviluppare ulteriormente il
concetto. Anche dopo la condanna, rimase il capo indiscusso degli
"infinitesimalisti" italiani.

Gregorio di San Vincenzo (1584-1667) Un matematico gesuita che


sviluppò un nuovo metodo, basato sulle divisioni infinite, per cal-
colare i volumi di figure geometriche. I suoi superiori gesuiti con-
siderarono il metodo troppo vicino a quello degli infinitesimi e gli
proibirono di pubblicare il suo lavoro.

Bonaventura Cavalieri (1598-1647) Discepolo di Galileo, poi professo-


re di matematica all'università di Bologna, frate gesuato. I suoi libri
Geometria indivisibilibus (1635) ed Exercitationes geometricae sex
(1647) divennero classici della nuova matematica, cioè del "meto-
do degli indivisibili", come lui lo chiamò.
Evangelista Torricelli (1608-1647) Discepolo di Galileo, divenne il suo
successore a Firenze. Appassionato sostenitore del metodo degli in-
finitesimi, molto meno interessato al rigore tecnico di quanto fosse
Cavalieri, divenne famoso per le sue tecniche potenti e creative,
basate sul calcolo della "larghezza" e dello "spessore" degli infini-
tesimi. Il suo libro Opera geometrica del 1644 fu studiato da ma-
tematici di tutta Europa e, in particolare, Wallis prese a modello
il lavoro di Torricelli per l' Arithmetica infinitorum. Tra i risultati
più sorprendenti di Torricelli troviamo il calcolo del volume di un
solido di lunghezza infinita.

John Wallis (1616-1703) Pastore puritano e ardente sostenitore del


parlamento nei primi anni dell'interregno, Wallis divenne segretario
dell'Assemblea di Westminster. Dalla metà degli anni quaranta del
Seicento partecipò regolarmente alle riunioni private che, più tar-
di, avrebbero dato i natali alla Royal Society, a Londra. Nel 1649
fu nominato Professore Saviliano di geometria a Oxford. Wallis si
fece un nome come matematico sostenitore degli infinitesimi, e in
politica come un pragmatico e moderato, in linea con la posizione
della Royal Society. Fu impegnato per decenni in una guerra con-
tro Hobbes sulla matematica e sulle idee politiche autoritarie di
quest'ultimo.

Stefano degli Angeli (1623-1697) Amico e discepolo di Cavalieri, fu


professore di matematica all'università di Padova e frate gesuato.
Negli anni cinquanta e sessanta del Seicento rimase l'unica voce
pubblica a difendere gli infinitesimi in Italia, in aperto conflitto
con i gesuiti. Ma quando l'ordine dei gesuati fu sciolto senza tante
cerimonie dal papa nel 1668, degli Angeli si arrese e non pubblicò
mai più una riga sugli infinitesimi.

Gli oppositori degli infinitesimi

Cristoforo Clavio (1538-1612) Professore di matematica al Collegio


Romano e fondatore della tradizione matematica gesuita. Clavio
insisteva su un approccio geometrico, che apprezzava per il suo or-
dine e il rigoroso metodo deduttivo, e per i risultati assolutamente
veri. Sperava di applicare questa metodologia a tutti i campi della
conoscenza e non era interessato ad alcuna innovazione in campo
matematico. Clavio non si interessò mai direttamente degli infinite-

353
simi, perché al tempo non erano usati quasi per nulla dai matema-
o
tici, ma fu l'autore dei principi chiave della matematica dei gesuiti,
che portò direttamente alla guerra contro gli infinitesimi .
E
Paolo Guidino (1577-1643) Grande matematico gesuita, si impegnò
a screditare la teoria degli infinitesimi. Attaccò Cavalieri e il suo
metodo nel libro De centro gravitatis dei1641.

Mario Bettini (1584-1657) Alla morte di Guidino, divenne il princi-


pale critico gesuita dell'infinitamente piccolo. Mise in ridicolo gli
infinitesimi nelle sue raccolte di curiosità matematiche, Apiaria
universae philosophiae dei 1642 e Aerarium philosophiae mathe-
maticae del1648.

Thomas Hobbes (1588-1679) L'autore del Leviatano, avvocato di uno


Stato assolutista e autoritario, si considerava anche un matemati-
co. Credeva che la sua filosofia fosse fondata su principi matema-
tici, e quindi fosse certa quanto una dimostrazione di geometria. I
decreti del Leviatano, era convinto, sarebbero stati incontestabili
quando le dimostrazioni di Euclide.

André Tacquet (1612-1660) Matematico gesuita di spicco, anch'egli


si impegnò a screditare gli infinitesimi. Denunciò la matematica
basata sugli infinitesimi nel suo Cylindricorum et annularium,
pubblicato nel 1651, ma ne ammise un uso limitato come metodo
euristico. In seguito i superiori gli impedirono di pubblicare lavori
originali, invitandolo a concentrarsi sulla scrittura dei libri di te-
sto. Obbedì.

I gesuiti

Ignazio di Loyola (1491-1556) Nobile e soldato spagnolo, originario


dei Paesi Baschi, ebbe una rivelazione religiosa dopo essere stato fe-
rito nella battaglia di Pamplona nel1521. Con dieci devoti seguaci
fondò la Compagnia di Gesù, che venne riconosciuta ufficialmente
da papa Paolo III nel 1540. Sotto la sua guida, i gesuiti divennero
l'ordine più dinamico nella Chiesa e il più efficace nel combatte-
re la Riforma. Alla morte di Ignazio la Compagnia contava circa
mille membri, diverse dozzine di scuole e collegi, ed era in rapida
espansione.

354
Benedetto Pereira (1536-1610) La nemesi di Clavio al Collegio Roma-
no sosteneva che la matematica non si potesse definire "scienza".
Fu anche il primo gesuita a condannare direttamente gli infinitesi-
mi, sebbene il contesto non fosse la matematica, ma un commenta-
rio su Aristotele.

Claudio Acquaviva (1543-1615) Generale superiore dei gesuiti dal


1581 al 1615, Acquaviva stabilì l'uffizio dei revisori generali e so-
stenne la campagna iniziale contro gli infinitesimi.

Muzio Vitelleschi (1563-1645) Generale superiore dei gesuiti dal1581


al1615, durante il loro periodo buio (1623-1631) e il loro ritorno
al potere a Roma. Fu a capo della campagna finale contro gli infini-
tesimi e scrisse a tutte le province per proibire la dottrina.

Jacob Bidermann (1578-1649) Capo dei revisori generali nel 1632,


quando i gesuiti rinnovarono l'attacco agli infinitesimi.

Vincenzo Carafa (1592-1667) Generale superiore dei gesuiti dal 1646


al 1649. Rese esecutivo il bando degli infinitesimi e umiliò Pallavi-
cino costringendolo a ritrattare le sue idee. Istruì i suoi sottoposti
a vigilare contro gli infinitesimi e iniziò il processo per aggiungerli
alla lista delle dottrine permanentemente bandite.

Rodrigo de Arriaga (1592-1667) Eminente filosofo gesuita. Nel 1632


pubblicò il Cursus philosophicus, in cui, sorprendentemente, giun-
ge alla conclusione che gli infinitesimi siano plausibili. Quando il
libro arriva alla pubblicazione, tuttavia, i gesuiti sono di nuovo al
potere a Roma, determinati a stroncare il supporto alla dottrina
degli infinitesimi. Il generale superiore Carafa dichiarò che non ci
sarebbe mai più stato un Arriaga.

Pietro Sforza Pallavicino (1607-1667) Nobile di nascita (marchese),


appassionato galileiano in gioventù, Pallavicino fu esiliato da
Roma in seguito alla caduta di Galileo. Tornò e, resosi conto del-
la direzione del vento politico, divenne gesuita e infine cardinale.
Ancora fedele alle idee galileiane, insegnò al Collegio Romano la
possibilità degli infinitesimi. Nel1649 fu denunciato in una lettera
del generale superiore e costretto a ritrattare pubblicamente.

355
c La Royal Society
o

Sir Francis Bacon (Francesco Bacone) (1561-1626) Giurista, filosofo,


statista inglese, lord cancelliere sotto Giacomo I dal1618 al 1621.
Sebbene non fosse uno scienziato, è considerato uno dei maggiori
esponenti della rivoluzione scientifica, a causa del suo supporto alla
filosofia sperimentale e allo studio della natura. In una serie di sag-
gi e libri di grande influenza, Bacone sostenne che il modo giusto di
studiare la natura è l'osservazione sistematica e la sperimentazione,
piuttosto che attraverso ragionamenti a priori, o la matematica.
Molto tempo dopo la sua morte, Bacone divenne il santo patrono
ufficioso della Royal Society, che sosteneva il suo approccio speri-
mentale.

Henry Oldenburg (1619-1677) Di origine tedesca, si stabilì a Londra


negli anni cinquanta del Seicento, e divenne una figura importan-
te nei circoli intellettuali e scientifici, famoso per la sua vasta rete
di corrispondenti. Insieme a Robert Boyle, John Wallis e altri, fu
uno dei fondatori della Royal Society e ne fu il primo segretario.
In questa funzione la guidò attraverso i suoi primi difficili anni,
consolidando la sua reputazione di principale accademia scientifica
europea, nota per il suo approccio sperimentale.

Thomas Sprat (1635-1713) Propagandista principale della Royal So-


ciety dei primi anni. Nel 1667 pubblicò la storia dell'accademia,
delineandone i principi scientifici come pure i fini politici. Sprat
sosteneva che lo studio sperimentale della natura non solo accresce
la conoscenza, ma promuove anche l'armonia civile e religiosa. Nel
1665 Sprat fu l'autore di un'aspra risposta al resoconto di Sorbière
della sua visita in Inghilterra.

I sovrani

Carlo V (1500-1558) Sacro Romano Imperatore dal 1519 e re di Spa-


gna (come Carlo l) dal 1516 fino all'abdicazione nel 1556. I suoi
domini si estendevano dall'Europa orientale fino al Perù, renden-
dolo il sovrano di uno dei più grandi imperi nella storia, sebbene la
sua autorità fosse spesso vacillante. Vedeva se stesso come la spada
della Chiesa, e come tale affrontò Lutero nel 1521 alla dieta di
Worms, emanando un editto che lo dichiarava proscritto e illegale

356
la sua dottrina. Passò il resto dei suoi giorni di regnante a cercare,
senza successo, di sradicare il protestantesimo dalle sue terre.

Gustavo II Adolfo (1594-1632) Re di Svezia dal 1611, è considerato


uno dei più grandi innovatori militari di tutti i tempi. Nel giugno
del 1630 arrivò con la sua flotta nella Germania settentrionale
a sostegno dei principi protestanti, in difficoltà nella guerra dei
trent'anni. Nei due anni seguenti procedette a sconfiggere le arma-
te cattoliche del Sacro Romano Impero in una serie di battaglie,
cambiando drammaticamente l'equilibrio di potere in Europa. La
minaccia svedese cambiò anche i calcoli politici a Roma, portando
bruscamente a termine un periodo di favore galileiano e riportan-
do il potere nelle mani dei gesuiti. Gustav morì nella battaglia di
Liitzen, guidando una carica di cavalleria contro le forze imperiali.

Oliver Cromwell (1599-1658) Uno dei principali comandanti dell'eser-


cito di nuovo modello, istituito dal parlamento durante la guerra
civile inglese, era anche capo dei puritani indipendenti (contro i
presbiteriani). Divenne lord protettore d'Inghilterra, Scozia e Irlan-
da nel 1653. Alcuni credettero di scorgere la sua figura nel Levia-
tano di Hobbes.

Carlo I (1600-1649) Re d'Inghilterra dal1625, il suo regno fu segnato


dal conflitto crescente con il parlamento e infine dalla guerra civile.
Seguendo l'esempio dei re francesi, Carlo I cercò di stabilire una
monarchia assoluta in Inghilterra, ma dovette affrontare la feroce
resistenza del parlamento, che controllava le entrate dello Stato.
Il suo malaugurato tentativo di governo personale portò alla crisi
del 1640 e allo scoppio della guerra civile tra il parlamento e il re.
Sconfitto in battaglia, fu catturato e giustiziato nel 1649.

Carlo II (1630-1685) Figlio di Carlo I, crebbe nella corte in esilio,


dove, per qualche tempo, ebbe Hobbes come tutore. Nel 1660 fu
richiamato in Inghilterra e reinsediato sul trono da una coalizione
di realisti ed ex parlamentari, in ansia per l'ascesa di gruppi radi-
cali religiosi e politici. Preoccupato di ripetere la storia di suo pa-
dre, governò con cautela insieme al parlamento. Nel 1662 conferì
il riconoscimento ufficiale, mediante uno statuto, a un gruppo di
filosofi naturali convinti che lo studio della natura fosse la chiave
per la pace sociale e politica. Il gruppo divenne la Royal Society
di Londra.

357
I papi

Leone X (papa dal1513 al1521) Proveniente dalla famiglia dei Medici


a Firenze, era un dotto intellettuale, grande mecenate dell'arte del
Rinascimento. La sua risposta lenta ed esitante alla sfida di Lutero
contribuì a trasformare un problema di provincia, in Germania, in
una crisi esistenziale per la Chiesa cattolica.

Paolo III (papa dal1534 al1549) Dopo l'ascesa al soglio papale, al cul-
mine della Riforma, quando l'ondata protestante stava travolgendo
ogni cosa, mise in moto una controffensiva che avrebbe riportato in
auge la Chiesa cattolica. Nel1540 accolse la richiesta di Ignazio di
Loyola di fondare un nuovo ordine chiamato Compagnia di Gesù,
destinato a giocare un ruolo chiave nella Controriforma. Nel 1545
convocò il concilio di Trento, che gettò le basi della dottrina catto-
lica sostenuta ancora oggi.

Gregorio XIII (papa dal1572 al 1585) Amico e protettore della Com-


pagnia di Gesù, garantì ai gesuiti la terra e le risorse per costruire
un quartier generale permanente della loro università: il Collegio
Romano. Istituì una commissione per la riforma del calendario,
in cui Clavio giocò un ruolo fondamentale, e implementò le sue
raccomandazioni nel 1582. Il calendario gregoriano, usato quasi
universalmente ancora oggi, prese il nome da lui.

Urbano VIII (papa dal 1623 al 1644) Amico e protettore di Galileo


prima dell'ascesa al soglio papale (quando era noto con il nome di
cardinale Maffeo Barberini), Urbano continuò da papa a concedere
il suo favore a Galileo, dando vita a un"'età dell'oro" liberale a
Roma. Ma nel1632, a seguito della pubblicazione dei Dialoghi di
Galileo sul sistema copernicano, e di altri eventi politici sfavorevoli,
Urbano VIII abbandonò Galileo, che venne quindi messo sotto pro-
cesso e condannato. I gesuiti tornarono in auge a Roma, ottenendo
carta bianca per sopprimere gli infinitesimi.

Clemente IX (papa dal 1667 al 1669) In un papato breve e modesto,


Clemente IX fu responsabile della soppressione dell'ordine dei ge-
suati, che contavano tra le loro fila due tra i più eminenti matema-
tici sostenitori degli infinitesimi: Bonaventura Cavalieri e Stefano
degli Angeli.

358
Altri riformisti, rivoluzionari e cortigiani

Martin Lutero (1483-1546) Monaco agostiniano e professore di te-


ologia all'università di Wittenberg, Lutero lanciò la Riforma nel
1517, affiggendo le sue novantacinque tesi sulla porta della chiesa
del castello. Arrivati al1621 era stato scomunicato dal papa e ban-
dito dall'imperatore, ma l'ascesa del protestantesimo si dimostrò
irreversibile. Altri riformatori religiosi seguirono le orme di Lutero,
stabilendo il loro tipo di protestantesimo.

Charles Cavendish (1594-1654) Eminente matematico, membro di


una delle casate aristocratiche più grandi d'Inghilterra, noto nel
diciassettesimo secolo come mecenate delle scienze e delle arti. Suo
fratello William (1592-1676), duca di Newcastle, aveva un labora-
torio nella sua tenuta e la moglie, Margaret (1623-1673); era una
stimata poetessa e saggista. I Cavendish trasformarono i loro ca-
stelli di Chatsworth e Welbeck Abbey in circoli di fervente attività
intellettuale e furono patroni di Hobbes per tutta la sua vita.

Gerrard Winstanley (1609-1676) Capo degli zappatori, che iniziarono


a coltivare la terra sulla Saint Georges Hill, nel 1649, insieme ai
suoi seguaci credeva che la terra fosse proprietà comune e che tutti
gli uomini avessero diritto di coltivarla. Le loro attività misero in
allarme i proprietari terrieri locali, che riuscirono a scacciarli per
mezzo di azioni legali e attacchi militari. La paura degli zappatori,
e di altri gruppi radicali, spinse le classi abbienti a superare le divi-
sioni interne e portò alla restaurazione della monarchia nel 1660.

Samuel Sorbière (1615-1670) Cortigiano francese, medico e uomo di


lettere, nonché amico e ammiratore di Thomas Hobbes. Dal 1663
al 1664 visitò l'Inghilterra, ospite della Royal Society per molto
tempo. Il suo resoconto della visita offese profondamente i suoi
ospiti, specialmente la sua apoteosi di Hobbes e la sua ridicoliz-
zazione di Wallis. Questo provocò una ferma risposta di Thomas
Sprat e portò al termine la carriera di Sorbière alla corte di Francia.

359
Cronologia

Sesto secolo a.C.: Pitagora e i suoi seguaci dichiarano che «tutto è nu-
mero», cioè ogni cosa si può descrivere per mezzo di numeri interi,
o di loro frazioni.
Quinto secolo a.C.: Democrito usa gli infinitesimi per calcolare il vo-
lume di coni e cilindri.
Quinto secolo a.C.: Il pitagorico lppaso di Metaponto scopre l'incom-
mensurabilità (cioè i numeri irrazionali). Da ciò segue che grandez-
ze diverse non sono composte di minuscoli atomi distinti, o infini-
tesimi. Dopo questa scoperta, lppaso scompare misteriosamente in
mare, forse annegato dai suoi confratelli pitagorici.
Quinto secolo a.C.: Zenone di Elea propone diversi paradossi, mostran-
do che gli infinitesimi portano a contraddizioni logiche. Da quel
momento gli antichi matematici mettono da parte gli infinitesimi.
300 a.C.: Euclide pubblica il suo trattato sulla geometria, uno dei testi
antichi più influenti, Gli elementi, in cui evita accuratamente gli
infinitesimi. Servirà da modello di stile e pratica matematica per
quasi duemila anni.
Circa 250 a.C.: Archimede di Siracusa rompe la tradizione e sperimen-
ta con gli infinitesimi. Arriva a nuovi notevoli risultati su aree e
volumi inclusi in figure geometriche.
1517: Martin Lutero lancia la Riforma affiggendo una copia delle sue
novantacinque tesi alla porta della chiesa del castello di Witten-
berg. La conseguente battaglia tra i cattolici e i protestanti dura
due secoli.
1540: Ignazio di Loyola fonda la Compagnia di Gesù, l'ordine dei ge-
suiti, dedicato a ravvivare la dottrina cattolica e restaurare l'auto-
rità della Chiesa.
1544: A Basilea si pubblica una traduzione in latino dell'opera di Ar-
chimede, rendendo per la prima volta possibile lo studio degli infi-
nitesimi a una vasta platea di scienziati.
1560: Cristoforo Clavio inizia a insegnare al Collegio Romano dei
gesuiti. Fonda la tradizione matematica gesuita sulle fondamenta
della geometria euclidea.
Fine del Cinquecento e inizio del Seicento: Si ravviva l'interesse sugli
infinitesimi tra i matematici europei.
1601-1615: I revisori generali dei gesuiti, responsabili dei giudizi sulle
questioni di dottrina, producono una serie di denunce degli infini-
tesimi.
1616: I gesuiti si scontrano con Galileo sul copernicanesimo, ma anche
sull'uso degli infinitesimi. Galileo smorza la sua retorica e prende
tempo, nell'attesa di un'occasione per riaprire il dibattito.
1616: Il matematico Luca Valerio si schiera con i gesuiti contro l'amico
Galileo. Muore in disgrazia poco dopo.
1618: Scoppia la guerra dei trent'anni, tra i cattolici e i protestanti.
1623: L'amico di Galileo Maffeo Barberini diventa papa con il nome
di Urbano VIII e si schiera apertamente con lo scienziato e i suoi
seguaci.
1623-1631: Un"'età dell'oro" liberale a Roma. Galileo in ascesa.
1625-1627: I superiori proibiscono al matematico gesuita Gregorio di
San Vincenzo di pubblicare un lavoro considerato troppo vicino al
metodo degli infinitesimi.
1628: Thomas Hobbes per la prima volta vede una dimostrazione ge-
ometrica, durante un viaggio in Europa.
1629: Bonaventura Cavalieri è nominato professore di matematica
all'università di Bologna.
Anni trenta del Seicento: Evangelista Torricelli sviluppa il suo metodo
degli infinitesimi, ma non pubblica nulla.
1631: Il re protestante Gustavo II Adolfo di Svezia sbaraglia le armate

361
del Sacro Romano Impero nella battaglia di Breitenfeld durante la
guerra dei trent'anni. La sua vittoria cambia l'equilibrio delle forze
u belliche.
1631: Sotto pressione dai tradizionalisti, Urbano VIII rinuncia alla sua
politica liberale e riporta in auge i gesuiti. Fine del momento di
gloria di Galileo.
1632: Il generale superiore dei gesuiti, Muzio Vitelleschi, scrive alle
province denunciando la dottrina degli infinitesimi.
1632-1633: Galileo è accusato di eresia, messo sotto processo dall'in-