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MADRE CECILIA PIACENTINI

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BIOGRAFIA
DELLA VEN.MA MADRE CECILIA

scritta
da Madre Pia Aldegheri e da M. Giovanna Usilla

riveduta
da Mons. Egidio Negrin

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INDICE

I° LA PREPARAZIONE ALL'APOSTOLATO

1. Il rosaio p. 8
2. La famiglia Piacentini p. 10
3. Nascita di Ernestina p. 12
4. A Trieste p. 16
5. Infanzia di Ernestina p. 16
6. La I° S. Comunione p. 20
7. Spirito di pietà p. 22
8. Apostola p. 27
9. Pericoli p. 30
10. Mezzi di santificazione p. 33
11. Santa amicizia p. 35
12. Vocazione p. 37
13. Fra le Dimesse p. 45
14. Il Fondatore delle Suore della Provvidenza p. 49
15. L’Istituto delle Suore d. Provvidenza
all’entrata della Piacentini p. 51
16. Probandato p. 54
17. Vestizione p. 58
18. Noviziato p. 61
19. Professione p. 65

II° ATTIVITA'APOSTOLICA

20. Sr. M. Cecilia assiste i feriti p. 69


21. Un tirocinio scolastico a Cormóns p. 70
22. A Primiero p. 72
23. A Tesero p. 81
24. Fondazione della Casa di Cormóns p. 85
25. Maestra a Cormóns p. 89
26. Superiora a Cormóns p. 92
27. Elezione al Generalato p. 95
28. La Madonna di Lourdes nella grotta di Cormóns p. 99
29. La morte del Fondatore delle Suore della Provvidenza p. 101
30. Il lavoro delle Costituzioni p. 104
31. A Roma p. 107
32. A Monfalcone p. 123
33. I primi voti perpetui p. 124

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34. S. Giuseppe, speciale Patrono di M. Cecilia
e della sua opera p. 125
35. A Parenzo e a Roncegno p. 126
36. 1895 - Ricovero di Cormóns – Ospedale di Pola p. 127
37. Salute cagionevole di M. Cecilia p. 130
38. I° Capitolo Generale p. 131
39. Consacrazione dell'universo al S. Cuore di Gesù –
Visita a Cormóns di S. Em. Giuseppe Sarto,
Patriarca di Venezia p. 138
40. "1900" p. 140
41. Malattia di M. Cecilia a Roncegno p. 142
42. Le nuove Corone di Rosa Mistica p. 148
43. Giubileo del Generalato di M. Cecilia p. 149
44. Il Noviziato al Nazareno p. 151
45. "1911" – Anno di lutto e di riparazione p. 153
46. 50° anniversario di religione p. 154
47. Guerra 1914 – 1918 p. 155
48. Le Suore a Cormóns nell'anno 1915 p. 160
49. Capitolo Generale straordinario –
Elezione di una nuova M. Generale p. 167
50. Nuova malattia di M. Cecilia p. 171
51. M. Cecilia passa nell'Infermeria p. 174
52. Le prime Missionarie p. 175
53. L'ultimo anno ed il sereno tramonto p. 176
54. I funerali p. 181

III° FISIONOMIA SPIRITUALE DI M. CECILIA

55. - La fede p. 184


a) Verso al SS. Trinità; b) Verso l'Incarnazione, Passione e
Morte di N.S.G.C.; c)Verso l'Eucaristia; d) Verso la SS.
Vergine; e) Verso i Santi; f) Desiderio del martirio; g) Zelo
per istruire le anime nella fede; h) Verso la Gerarchia
ecclesiastica; i) Verso il Clero; l) Partecipazione alle
gioie e ai dolori della Chiesa; m) Per il decoro e l'ornamento
della Casa di Dio; n) Per le Sacre Cerimonie; o) Osservanza
diligente dei Precetti di Dio e della Chiesa; p) Le S. Indulgenze;
q) Lotta contro i nemici della fede; r) Fede nel Sacramento
della Penitenza; s) Zelo per la S. Comunione frequente e
quotidiana.

56. - La speranza p. 205


a) Grande fiducia della propria eterna salvezza; b) Apostolato
della speranza; c) Disprezzo per le cose del mondo; d) Serena
fiducia nelle varie prove dell'Istituto; e) Tutto per Iddio;
f) Mirabile pazienza; g) Come tollerava le malattie e i dolori;
h) Desiderio di Dio; i) Desiderio di patire per l'eterna beatitudine.

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57. - La carità p. 211
a)Verso Dio; b) Fedele osservanza delle S. Regole;
c) Odio al peccato; d) Unione con Dio;
e) Penitenza e mortificazione; f) Devozione alla Passione
di Gesù, al S. Cuore, alla Madonna.

58. - Carità verso il Prossimo p. 224


a) Per la conversione dei poveri peccatori ; b) Per le anime
dei Defunti; c) Per i nemici; d) Per i poveri; e) Rettitudine
d'intenzione; f) Per la Congregazione; g) Consolatrix
afflictorum; h) Per le ammalate.

59. - Alcuni tratti della carità di M. Cecilia p. 235

60. - La prudenza p. 240


a) Nelle parole e nei divisamenti; b) Amore per la sincerità
e la semplicità; c) Umiltà nel ricorrere a Dio e agli uomini;
d) Remissività nei giudizi; e) Laboriosità.

61. - La giustizia p. 244


a) Doveri verso Dio,gli Angeli e i Santi; b) Devozione nella
recita dell'Ufficio della Madonna; c) Umile soggezione
verso i Superiori; d) Premura nel pagare i debiti;
e) Gratitudine verso i Benefattori.

62. - La temperanza p. 249


a) Come vinceva se stessa; b) Il cibo, il vestito, la stanza,
il riposo; c) Mortificazione corporale; d) Suo portamento.

63. - La fortezza p. 253


a) Nel difendere i diritti della Congregazione; b) Nel
sopportare le pene fisiche e morali.

64. - S. Voti p. 254


a ) La povertà; b) La castità; c) L'obbedienza

65. - Amore per il nascondimento p. 259

66. - Doni straordinari di grazia p. 260


a) Dono del consiglio;b) Penetrazione nei cuori e nel futuro.

67. - Giudizi su M. Cecilia nelle varie epoche della sua vita p. 263

68. - Di fronte alla morte p. 264

69. - Fatti straordinari p. 265

70. - Il cuore di M. Cecilia p. 268

Conclusione p. 273

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N. B.
La presente copia della "Biografia della Ven.ma Madre Cecilia" – (Capp. 1 – 70)
- corrisponde alla prima stesura scritta da M. Pia Aldegheri e da M. Giovanna Usilla,
riveduta da Mons Egidio Negrin.
Della medesima Biografia esiste una II° stesura, della quale è stata rinvenuta
finora solo la I° parte - (Capp. 1 – 31) -.
Nella II° stesura non appaiono alcuni brani che, nella presente copia integrale,
sono riportati in corsivo; per il resto la seconda stesura – nella parte finora rinvenuta - è
uguale alla prima.

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Sotto il tuo materno sguardo, o Rosa Mistica e Madre della
Provvidenza, nacque, visse e morì la nostra amatissima Madre Cecilia
Piacentini; a te, perciò, consacro queste memorie; tu siimi guida
nell’arduo lavoro, diretto soltanto alla maggior gloria di Dio ed a far
conoscere le virtù della tua Serva fedele.

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PREPARAZIONE ALL'APOSTOLATO

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1.

IL ROSAIO DI CORMÓNS

"Quasi rosa plantata super rivos aquarum".

Bella, maestosa, attraente nel suo immacolato candore, si presenta fra il delicato
verde degli arbusti, l’alitar leggiadro dei fiori multicolori, fra il melodico concento degli
augelli, la nivea statua dell’Immacolata di Lourdes che campeggia nella imponente
grotta in fondo al viale principale dell’orto nel convento di Cormóns ed è meta costante
delle buone Suore. Il luminoso sorriso e lo sguardo materno di Maria soavissimamente
penetra, conquide, ed attira le Vergini Spose dell’Immacolato Agnello.
A primavera, quando tutto sorride all’intorno e le piante tutte si ridestano a vita
novella, anche la grotta, che durante l’inverno fu ammantata solo del cupo colore dei
sempreverdi, risorge, si abbella, si profuma di mille fiori, si ricolora di infinite
gradazioni.
Tra tutti i fiori si distingue un bellissimo rosaio che protende i suoi rami
circondando di ricca ghirlanda la rustica grotta; pare allora che il sorriso della Vergine
Santa si faccia più dolce, più luminoso, più attraente. Le rose di un bel rosso fiammante
spiccano sul delicato verde novello ed espandono all’intorno il loro gentile profumo
imbalsamando la dolce auretta che, quasi lieve carezza, aleggia accanto alla bianca
effige dell’Immacolata.
E’ pur bello quel rosaio, sono pure delicate quelle rose, ma al cuore delle Suore
esse hanno un linguaggio particolare: parlano di anni lieti, passati, di lontani dolci
ricordi che scendono nelle anime con la soavità del balsamo che rallegra, risana,
vivifica. Quel rosaio, infatti, ha la sua storia.
Tanti e tanti anni fa, un giovane signore picchiò alla porta del convento e
consegnò una pianta di rose.
“Perché ?” fu la muta domanda della Suora portinaia: “Sono, disse, fratello della
vostra Madre Generale. Fu caro costume che ogni qualvolta in casa nostra la nostra
famiglia si arricchiva di un nuovo angioletto, anche il modesto giardino che ornava la
nostra abitazione s'abbellisse di una nuova pianta. Quando la nostra Ernestina entrò nel

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caro nido intessuto di gioie e di dolori un rosaio entrò nel giardino sotto il bel cielo
azzurro.
Crebbe rabbuiato qualche volta dalla tempesta che scrosciava percuotendo e
devastando, come crebbe la piccola nostra cara nel nido domestico rattristato, alle volte,
ohimé, dalle sventure, che, quasi folgori, piombavano sulla famiglia portandovi rovine e
pianti. Ernestina ed il rosaio così crebbero insieme, a lei appartiene, a lei lo porto perché
l’accompagni nella vita ed al suo cuore buono parli di noi”.
Fu così che il rosaio, nato e cresciuto con la piccola Ernestina, fu posto accanto a
quella statua della Vergine Immacolata di Lourdes; ella stessa, divenuta Generale, aveva
l'aveva voluto collocare in mezzo all’orto, nel posto d’onore, richiamo eloquente a
riconoscenza ed amore.
Quale analogia! Rose e spine accanto alla piccola Piacentini, accanto alla sua
cuna, sempre durante la sua lunga vita. Se avesse bisogno di uno stemma nobiliare, il
rosaio potrebbe essere il motivo dominante. Un intreccio di rose e di spine fu veramente
la sua esistenza: rose di virtù cristiane e religiose, rose di perfetto amore,
d’incondizionato abbandono, d’immolazione suprema, rose che sbocciate e coltivate
con saggezza nell’ambito familiare e ringagliardite nei sacri recinti della religione,
salirono gradite al cospetto dell’Altissimo in odore di soavità.
E le spine? Oh, sì, anche di spine fu ricca la sua esistenza: disastri familiari,
privazioni, malattie, pene interne s’abbatterono su quella delicata personcina facendola
soffrire, è vero, ma temprandola nello stesso tempo alla vita, rendendo adamantino il
suo carattere, virile il suo animo abbeverato con tanta frequenza al calice amaro del
dolore. Spine e rose, sì, attorno alla piccola Ernestina, nella sua grande casa; spine e
rose nella vita della giovane professa e durante il suo lungo generalato. Spine e rose che
abbelliscono la vita, la santificano, la preparano al premio eterno.
Ora il rosaio del ricordo continua a intrecciare i suoi rami intorno alla bianca
Regina ed il suo tronco legnoso sembra sfidare i secoli. Madre Cecilia, ormai penetrata
nella luce indefettibile, continua su nel cielo ad abbracciarsi alla Vergine Immacolata,
librandosi lieta sull’ali del puro amore.
Come ogni anno il rosaio della Veneratissima Madre rifiorisce a vita novella
donando a piene mani rose purpuree, così la Congregazione, orgoglio santo della diletta
nostra Madre, dona tutti gli anni al mondo agitato e sconvolto, addormentato spesso in
un letargo di morte, rose novelle, le Suore della Provvidenza che, nelle scuole, negli

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asili, nelle corsie degli ospedali, nelle carceri, nelle Missioni ecc., si studiano di
diffondere l’olezzo delle virtù che appresero alla sublime scuola di tale Madre.

2.

LA FAMIGLIA PIACENTINI

L’antica borgata di Cormóns conservava ancora nel 1800 la grazia un po’


austera dei valenti coloni romani, assidui lavoratori della terra ed abilissimi nel
maneggio delle armi; ma la grande casa, situata nell’attuale via Principe Umberto, di
fronte all’antico palazzo Wais, rilucente di sole e di verde, era esuberante di giovinezza.
Le risa e i canti di cinque fratelli e quattro sorelle, riempiendo di letizia i lunghi corridoi
ed il bel giardino, salutarono, un giorno, la venuta al mondo di Ernestina.
Il Signor Giuseppe Piacentini di Giovanni, era un ricco possidente della fertile
terra di Dolegna. Dotato d’ingegno non comune, di modi eleganti, di aspetto bellissimo
era grandemente stimato ed amato da tutti. Stabilitosi a Cormóns, giovane ancora, aveva
sposato la signorina goriziana Cecilia Juch di Felice.
La giovane sposa era fornita di rara bellezza, di aperta intelligenza, d’animo
delicato e gentile. Ricca anche di beni materiali, portò in dote la somma, non
indifferente a quei tempi, di 20.000 fiorini il cui possesso però valse ad acuire in lei quel
desiderio di comparire che, indice di vanità, si era rivelato in lei fin dalla fanciullezza.
Il Signor Piacentini poi, sentendosi tutto ad un tratto doppiamente ricco, reso
cieco dall'affetto, senza riflettere menomamente, assecondò la moglie moltiplicando le
spese, circondandosi di lusso, sfoggiando e sciupando più di quanto lo comportasse il
suo grado.
La Signora Cecilia desiderò ed ebbe tosto abiti costosi, gemme preziose,
carrozze di lusso e, come una bambina, pensò a divertirsi col marito, senza riflettere che
le spese potevano superare le entrate e che i debiti potevano accumularsi e minacciare
un fosco avvenire. Così continuò per alcuni anni.
Un giorno un’amica di famiglia, con fine delicatezza, fece osservare alla Signora
Cecilia il reale stato di cose, dicendo: "Mia cara, qui le uscite sono favolose, le spese
ingenti; non so… non vorrei…". Ma la vana Signora non rispose, non si persuase, non
comprese forse e continuò la pazza corsa verso la rovina. Intanto, la casa dei giovani

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sposi era diventata un piccolo centro: essi erano ugualmente piacevoli ed attraenti, cari
ai poveri ed ai ricchi per la loro intelligente, spontanea cordialità e per la gioia che
l’avvenente sposa, specialmente, sapeva irradiare attorno a sé. Essa possedeva
veramente il dono che rende la donna regina; la capacità di donare e di donarsi.
Nell’agiata famiglia, i giorni si susseguivano sereni e la comparsa dei vaghi fiori
del puro amore dei giovani sposi intensificava e completava la loro grande gioia. Già
undici figli erano venuti nel giro di sedici anni; due dei quali morti in tenera età. Ma né
la larga corona di figli, né i consigli di sagge persone bastarono a trattenere gli sposi
Piacentini sul pendio della rovina. L’agiatezza, molte volte, fa dimenticare Iddio, e non
è nella prosperità e nella mollezza che si temprano le coscienze e si sale nella via della
perfezione. La croce, l’arma dei forti, il segno dei predestinati, fortunatamente, non
tardò a colpire la giovane sposa che, ignara del destino doloroso che le sovrastava,
trascorreva tranquilla e sicura i giorni nell’agiatezza e nel fasto.
Un giorno, attorniata dalle cameriere che l’abbigliavano per un ricevimento, aprì
l’astuccio delle gemme, ma oh! dolorosa sorpresa… più nulla vi trovò. In un baleno,
tutto comprese: il suo Giuseppe, oltre che ai divertimenti, ai conviti, alle feste, alle
larghezze, erasi dato al giuoco giungendo al punto di consumarvi i suoi gioielli. Così lei,
che fino allora era vissuta nell’opulenza, avrebbe dovuto combattere forse con l’inopia?
Lei, la ricca, l’invidiata dama, a nessuna seconda in buon gusto ed eleganza, dovrà ora
guadagnare il pane col lavoro? Triste, dolorosa, crudele realtà.
I buoni parenti, venuti a conoscenza del fatto, fecero ogni sforzo per impedire il
fallimento, ma purtroppo non vi riuscirono: tutto declinò rovinosamente e dallo stato di
signorile agiatezza la famiglia Piacentini cadde nella condizione di una paurosa povertà.
Ed è appunto in un periodo di tanta ambascia per la povera madre che venne al
mondo la dodicesima creaturina.

Nota: I figli del Signor Giuseppe Piacentini furono:

1. Anna Maria Luigia nata l’8 – 10.1819


2. Giovanni Felice nato il 15 – 11. 1820
3. Maria Luigia nata il 16 - 12. 1821
4. Gioseffa nata il 15 - 12.1823
5. Felice Leopoldo nato il 18 –11. 1825, morto il 14 – 1.1826
6. Felice Giuseppe Antonio nato il 9 – 1. 1827
7. Eleonora nata l’1- 2. 1828
8. Felice nato il 28 - 5.1829
9. Filippina Maddalena nata il 26 - 5.1830, morta il 16-11.1833

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10. Antonio nato il 27 - 7.1831
11. Francesco nato il 6 - 2.1834
12. Ernestina Felicita nata il 23 - 11.1836
13. Caterina nata il 7 - 9.1839, morta l’8-9.1842.

3.

NASCITA DI ERNESTINA

Era il 23 novembre 1836. Un mesto, triste giorno d’autunno inoltrato, in cui la


natura, ammantata ormai nel grigio velo di nebbia, pareva piangere la vita che
lentamente si spegneva. Tristezza all’esterno, quindi, tristezza accanto alla cuna in cui
vagiva la debole creaturina venuta alla luce della vita in mezzo alle lagrime materne.
Solo fra tante tenebre brillava un raggio di speranza in un avvenire migliore. Era di
mercoledì, giorno in cui i fedeli onorano San Giuseppe, sposo di Maria, padre putativo
di Gesù, patrono della Chiesa universale.
Ed il Santo Patriarca certo sorrise benedicente alla cara neonata la quale poi,
durante tutta la sua vita si distinguerà per una illimitata devozione verso il Santo della
Provvidenza, e ne sarà del pari protetta ed amata.
Nacque dunque il delicato fiore fra le lagrime della desolata mamma che
rimpiangeva ancora con acerbo dolore le ricchezze perdute, i beni di fortuna da cui fino
allora era stata circondata, le comparse, i vestiti, le feste.
Ma se il cielo avesse alzato un pochino il velo del futuro e lei avesse potuto
intravedere l’avvenire della sua neonata, oh, certo la tristezza le si sarebbe cambiata in
gaudio, il mesto singhiozzo in voce di giubilo.
Il giorno dopo la nascita, il grazioso bocciolo di Casa Piacentini fu portato al
sacro Fonte e gli furono imposti i nomi di Ernesta Felicita.
Fungevano da padrini il barone Antonio Locatelli e la Signora Ernestina
Cipriani, contessa Thun. Il M. R. Don Fabiano Vosca, domiciliato a Cormóns, versò
l’acqua lustrale sul capo della neonata, mentre gli angeli si libravano a volo su quella
candida rosellina che, alla rugiada feconda della grazia, apriva la sua corolla per
riscaldarsi ben tosto ai raggi benefici del sole divino. Era un giovedì, e noi crediamo che
non senza una mirabile disposizione della Provvidenza, veniva rigenerata al sacro Fonte
nel giorno consacrato al ricordo dell’amore del buon Dio, colei che doveva essere la

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serafina del Tabernacolo, la vigile sentinella dell’Ostia Immacolata, colei che
giustamente si sarebbe meritato l’appellativo di “Angelo dell’Eucaristia”.
E l’innocente Ernestina, divenuta tempio vivo dello Spirito Santo, venne
riportata alla casa paterna, alla mamma che, oppressa sotto il peso del cupo dolore,
strinse fra le braccia il delicato fiore bagnandolo di lagrime.
L’ottima contessa Strassoldo Locatelli si offrì a nutrire col proprio latte la cara
piccina essendo la mamma, per le dolorose vicende, tanto scossa in salute. La cara
bambina venne così nutrita dalla nobile dama che, visitando molti anni dopo l’Ernestina,
divenuta Madre Generale delle Suore della Provvidenza, si compiaceva raccontare alle
Suore com’ella fosse la seconda mamma della loro ottima Madre. Questa allora, amante
della S. Povertà fino all’eroismo, illuminandosi in volto, era solita dire: “Com’è
consolante per me il pensiero d’essere nata povera e di avere dovuto mendicare il
nutrimento già nel mio entrare nel mondo. Mio Dio,Vi ringrazio”.
Sappiamo dalla fede che Dio permette che le sue creature soffrano il male per
ricavarne il loro vero bene, perché Egli è tanto potente che sa trarre il bene anche dal
male. Così avvenne nella famiglia Piacentini.
Il signor Giuseppe licenziò la numerosa servitù senza imprecare alla sua sorte,
lasciò le carrozze, i cavalli, i conviti, le feste d’ogni sorta e poiché era cristiano probo e
leale si dedicò interamente alla sua professione onde guadagnare onestamente alla
numerosa famiglia il necessario sostentamento. La signora Cecilia poi, calmato il primo
dolore, adorò sommessa le disposizioni della Provvidenza, non rimproverò il marito,
non s’adirò, ma, datasi alla pietà, alla ritiratezza, al lavoro, iniziò un’era nuova nella sua
vita. Certo, il buon Dio con quel rovescio di fortuna, voleva temprare la donna leggera e
vana nella donna forte del Vangelo, modello vero delle madri cristiane. I figli già
grandicelli e quindi consci dell’accaduto, non mossero lamento al padre, causa di tanto
danno, non gli diminuirono punto il dovuto rispetto, e la famiglia, pur versando nelle
strettezze, continuò a godere l’armonia e la pace. I figli crescevano esuberanti
d’intelligenza e di vita. Era la loro un’esistenza gaia, aperta, senza frivolezze ora, senza
pretenziosità; i caratteri si plasmavano a vicenda con quel misto d’indipendenza e di
socievolezza che è proprio dei fanciulli cresciuti in una famiglia numerosa. Ma per
l’ottima mamma specialmente, il vedere crescere i figliuoli sani, intelligenti e buoni e
non poter dare loro l’educazione che il grado richiedeva, era il massimo dei dolori.
Benedicendo però le disposizioni della Provvidenza, chinava il capo di fronte
all’adorabile divina volontà pronunciando triste, ma rassegnata, il supremo “fiat”.

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Avvezza ad essere servita, si mise a servizio ella stessa, prestando l’opera sua
intelligente presso l’amica Contessa Strassoldo Locatelli, dalla quale riceveva un largo
compenso atto a soddisfare poi i bisogni più urgenti.
La piccola Ernestina intanto cresceva buona e sana. Il suo animo s’apriva
sorridendo alla vita con la purezza e la freschezza del giglio.
Aveva due o tre anni appena, quando uscendo per la passeggiata, tirava con la
manina la governante verso la Chiesa di S. Caterina: voleva ad ogni costo entrarci e,
quando veniva accontentata, s’afferrava alle inferriate del coretto e lì stava in silenzio
osservando, ammirando, contemplando, finché, a forza, non era ricondotta via.
Ma quale era la forza arcana che sì benevolmente agiva in lei? Sentiva forse
l’invito dell' Angelo Custode che la chiamava a visitare il Divin Prigioniero proprio in
quella Chiesa che, molti anni dopo, in qualità di Madre Generale delle Suore della
Provvidenza, avrebbe posseduto?
La mamma intanto seguiva con occhio vigile di predilezione la sua bimbetta,
forse presaga dei disegni che Iddio aveva sopra di lei. Spesso, tenendola sulle ginocchia,
e stringendosela al seno, con la soave eloquenza del cuore e della fede e con quel dono
che ha la madre di adattarsi alla capacità dei suoi bambini, le narrava, a tratti, la vita di
Gesù, e le mostrava nella Madonna la Mamma del Cielo che sempre vigila su noi
amorosamente. Le parole della madre si scolpivano nella tenera mente che sbocciava
alla luce della verità e nel cuore innocente. Si può ben dire che, per la bimba fortunata,
il primo altare furono le ginocchia della mamma. Aveva tre anni appena quando, piena
di gioia, contemplò estatica la piccola Caterina, la nuova sorellina che, come vago
angioletto, apparve alla luce della terra solo per godere, dopo tre brevi anni, la luce del
cielo.
Ernestina non si stancava mai di ammirare quel batuffolo roseo che dolcemente
riposava nella cuna ed, in silenzio, osservava la mamma che canterellava sommessa,
dondolando lievemente l’ultimo suo tesoro. Un giorno la piccola Ernestina volle fare
altrettanto. Attese che la mamma uscisse e, piano, piano, si pose all’opera. Col sorriso
dell’innocenza sulle pure labbra, dondola beatamente la culla, mentre gli occhietti
brillanti di felicità inattesa, si posano attenti sulla delicata piccina che, tranquilla,
risposa sognando gli angeli del buon Dio. Ma, ad un tratto, Ernestina non s’accontenta
più del moderato dondolio, vuole rallegrare maggiormente la sorellina e raddoppia lo
sforzo. Ma ahimè, è troppo ardente lo sforzo: la cara piccina sfugge dal tepido nido e,
dopo breve volata, si trova a terra, accanto alla povera Ernestina che, addolorata e

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tremante, osserva il fatale risultato della sua sbadataggine. La piccina intanto manda
grida disperate e la mamma accorre in aiuto di quell’angioletto, questa volta sì mal
custodito. All’apparire della mamma, Ernestina china gli occhietti lacrimosi e
congiunge le manine in atto di preghiera. Sì, buona piccina, il perdono è accordato, il
bacio della mamma lo suggella. L’angioletto ripiglia il sonno interrotto fra le braccia
materne, mentre Ernestina, ridivenuta allegra e felice, si siede accanto alla mamma
rivolgendo di quando in quando, una furtiva occhiata alla cuna, causa, secondo lei, del
malanno fatale.
Aveva quattro anni circa quando la mamma le affidò, un giorno, la sorellina
ammalata raccomandandole di somministrarle, di tratto in tratto, un po’ di miele, appena
appena la punta di un cucchiaino. Ernestina obbediente, eseguì perfettamente l’ordine
materno e con bel garbo porgeva alla sorellina la piccolissima pozione di miele. Ma il
dolce, si sa, attira e seduce. Ernestina, fra sé, ragionò così: la mamma disse di darne
pochissimo alla Caterina, a me però nulla disse, quindi io obbedisco: ne do pochino alla
sorellina, di più invece posso darne a me. E la bimba golosetta, pacificamente seduta
accanto alla cuna, gustava deliziosamente il dolce nettare e guai se, anche questa volta,
la mamma non fosse prontamente intervenuta. Ma ben presto la morte venne a mietere
con la sua falce inesorabile l’ultimo fiore di casa Piacentini: la piccola Caterina fece
ritorno al cielo.
Tutti piansero in famiglia perché, essendo tanto carina, era grandemente amata.
Ernestina, vedendo i familiari in lagrime, chiamò il fratellino Francesco, maggiore di lei
di soli due anni e: ”Tutti piangono, disse sillabando – piangiamo anche noi”. E sì
dicendo, lo condusse in cucina ed entrambi si bagnarono gli occhi abbondantemente.
Poco dopo la morte della piccola Caterina, una zia venne a visitare e consolare la
povera mamma sempre in lagrime per la perdita del suo caro angioletto. Cominciò ella a
tessere le lodi della piccina rapita troppo presto al comune affetto e, guardando
l’Ernestina che mesta e silenziosa se ne stava presso la mamma, esclamò: “Sarebbe stato
meglio che fosse morta questa, che a sei anni ancora non parla. Il Signore poteva
prendere questa e lasciarci il grazioso nostro angioletto”. Ernestina, che non parlava, è
vero, ma comprendeva tutto bene, a tali parole, si sentì trapassare il cuore. Guardò la
mamma: oh, ella non pensava certo come la zia. La bimba intelligente lesse la risposta
nell’occhio materno che s’abbassò dolcemente verso lei, comprese l’amore della
mamma nella stretta al cuore, nel bacio che, sulla pura fronte, le impresse l’ottima
genitrice.

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Più tardi ella racconterà il fatto alle sue religiose e ne ritrarrà saggi insegnamenti
pedagogici.
Di carattere sensibilissimo, di pronta intelligenza, Ernestina tutto osservava,
comprendeva, valorizzava. Dal dolore materno, ella aveva ritratto un senso di profonda
mestizia che si rifletteva sul suo volto pallido e mesto, nell’espressione grave degli
occhi, e delle labbra rarissimamente atteggiate al sorriso. Essendo anche tarda a parlare
e poco amante dei giuochi infantili, i fratelli, un po’ birichini, la soprannominarono
“cucchetta”.
Ernestina allora, pur provando, ogni volta, una stretta al cuore, continuava a
tacere e a pensare. Così, nel silenzio, ella iniziò quel lavoro di purificazione che doveva
renderla degna delle divine compiacenze, nel silenzio apprese quel perfetto dominio di
sé che la rese intrepida nelle sofferenze ed umiliazioni di cui fu intessuta la sua vita.
Finalmente a sei anni la sua lingua si sciolse e cominciò a parlare, ma il suo dire
era conciso, assennato, preciso ed i fratelli che la ritenevano tarda di mente, stupirono a
tanta saggezza.

4.

A TRIESTE

Ma la Provvidenza che veglia amorosa suoi figli suoi venne in aiuto della
famiglia Piacentini offrendo al Signor Giuseppe un posto di amministratore presso il
signor Tomadoi di Trieste.
La famiglia si trasferì quindi nella bella, ridente città marinara prendendo a
pigione un modesto quartiere in via delle Scorzerie N. 11.

5.

INFANZIA DI ERNESTINA

I saggi genitori che, in seguito al fatale rovescio di fortuna, soffrivano


immensamente non potendo dare ai loro figliuoli quell’educazione elevata che il loro
grado esigeva non essendovi a Cormóns delle scuole superiori alle elementari, e d’altra
parte non trovandosi nella felice possibilità di metterli altrove a pensione, godettero

16
immensamente allorché si presentò l’occasione tanto ardentemente desiderata. Il loro
primo pensiero quindi, appena sistemati nella città degli studi e dell’arte, fu quello di
collocare i figli a scuola, affinché si preparassero un posto distinto nella vita, conforme
lo esigeva il loro natale.
La piccola Ernestina, avendo raggiunto i sei anni, venne affidata alle RR. Madri
Benedettine che da diversi anni impartivano alle giovinette un’ottima istruzione. Ed
Ernestina portò nel sacro recinto il profumo della sua innocenza, l’ingenuo slancio della
pietà e della virtù e le doti di un ingegno non comune che le attirarono ben presto la
simpatia delle Suore e delle compagne. Era seria, silenziosa, riflessiva, assennata in
tutto, per nulla simile alle altre bambine, che però l’amavano teneramente perché nel
suo silenzio, nella fioca vocina e nell’angelico sorriso vi riscontravano qualche cosa di
soprannaturale che attraeva e che misteriosamente parlava all’anima di coloro che
l’avvicinavano. Le ottime religiose compresero subito quale tesoro il buon Dio aveva
loro affidato e con occhio vigile ed attento ne seguivano i rapidi progressi nella bontà e
nello studio. L’amavano teneramente e spesso si domandavano a vicenda: Che sarà di
questa bambina buona, pia, intelligente?
Appena arrivata all’uso della ragione, la piccola Ernestina volle accostarsi al
Sacramento della Penitenza. Così, ottimamente istruita dalle Rev. Madri Benedettine
fece, nella cappella del convento, la sua prima Confessione. “Fin d’allora, lo racconterà
più tardi ella stessa, dedicavo intere ore all’esame di coscienza, pentendomi poi e
proponendo seriamente di non ricadere mai più in simili peccati”.
Era tanta la volontà di mantenersi pura e cara a Dio che, fin dai più teneri anni,
l’innocente piccina sapeva eludere la sorveglianza dei parenti per correre al
confessionale e riacquistare il candore immacolato di cui voleva fosse costantemente
adorna l’anima sua.
A sei anni, Ernestina faceva ogni sera il suo esame di coscienza e con giudizio e
criterio superiore all’età sua, sapeva trovare le mancanze e darsi per giunta la penitenza.
La gola, si sa, è il difetto predominante dell’infanzia. E un po’ golosetta fu anche
Ernestina.
Un giorno, per esempio, giocando con un’amica, prese alla mamma un po’ di
zucchero… la sera rivedendo a modo suo le azioni della giornata, comprese d’aver
errato e si punì: pian piano entrò nella sua cameretta, per la prima volta si spogliò da sé
e ricusò la cena dicendo che, giacché aveva rubato lo zucchero, poteva ben fare a meno
di cenare.

17
La mamma, commossa di fronte alla fortezza e rettitudine della sua bambina, se
la strinse fortemente al cuore, ringraziando il buon Dio di tanto dono.
Andava qualche volta la piccola Ernestina a giocare, a pianoterra, presso una
fruttivendola. Un giorno la sua amichetta le additò una cassa contenente fichi. La
tentazione fu forte anche questa volta: le due golosette si misero attorno alla famosa
cassa: Ecco: una terrà alzato il coperchio, l’altra vi introdurrà la manina. Detto fatto:
Ernestina con ambo le manine sostiene il coperchio arrossendo terribilmente per la
fatica, la vergogna, il timore, l’altra stringe nel piccolo pugno due fichi. Poco discosto
quindi consumano il lieve furto leccandosi poscia beatamente anche le dita. Ma a casa,
durante il tempo del quotidiano rendiconto, Ernestina comprese il fatto, e pianse
inconsolabilmente. Alla prossima confessione, genuflessa nel banco, con la testina
chiusa fra le mani, con lagrime cocenti, chiese perdono al buon Dio di questo, secondo
lei, così grave peccato. Anche Ernestina aveva dunque i suoi difetti.
Oltre la gola si rivelò ben tosto in lei una buona dose di amor proprio che ella
però, fortunatamente, represse e seppe mettere a servizio del bene.
Un giorno sentì la mamma che si lamentava di lei con un’amica. La piccina
diventò rossa, versò due lagrime, ma in cuor suo pensò: Mamma parla così perché io
sento, certo, quando uscirà di stanza mi loderà. Fin d’allora però sapeva dominare se
stessa.
Spesso la mamma la conduceva alla S. Messa oppure a fare una visitina al
Santissimo Sacramento nella Chiesa dei RR. Padri Cappuccini. Ernestina gioiva allora
all’idea di poter salutare da vicino il suo Gesù, ma il timore di dover passare sopra
un’inferriata posta davanti alla porta della chiesa e destinata a dar luce al sottosuolo, con
pericolo di lasciarvi le sue scarpette, le faceva provare una stretta al cuore. Pure, nulla
disse mai: seguiva tremando la mamma, intensificando la stretta di mano quando,
secondo lei, il pericolo doveva essere massimo. I fratelli, di frequente, la
rimproveravano perché non prendeva parte ai loro trastulli e, molte volte, anche la
burlavano perché risaltava troppo forse sul suo visino delicato, il naso un po’
pronunciato. La piccina che già da natura aveva sortito un’indole mite e buona,
toccandosi il naso, calma, calma, rispondeva: “Avete proprio ragione, ho un bel
nasone”. I motteggi e le derisioni finivano allora subito. Invece allorché i fratelli,
birichini, prendevano di mira il maiuscolo naso della sorella Eleonora, lo scherzo non
finiva così presto, perché questa si stizziva, s’indispettiva, piangeva e, molte volte, solo
la parola autorevole della mamma valeva a por termine ai fraterni litigi.

18
Benché di famiglia signorile, godeva moltissimo nel trattare con i poveri, i quali
furono anzi, durante tutta la sua lunga vita, i prediletti. In una buia stanza della soffitta
della sua casa, abitava una povera famiglia. Ernestina saliva spesso a giocare
quietamente con quei poveri, ma buoni bambini. Si divertiva un mondo, poi la sera,
quando il padre di tutti quei piccini faceva ritorno in famiglia. Tutti gli correvano
incontro battendo le mani, ed egli, aprendosi la camicia, si cavava dal seno delle
nocciole e ne dispensava un pugnetto a ciascuno. Era quella tutta la cena. Anche
Ernestina riceveva la sua porzione di nocciole e, al buio, in buona compagnia, se le
mangiava allegramente.
Più tardi comprese che quel povero padre, che lavorava tutto il giorno in un
negozio, rubava quei frutti per donarli ai suoi piccini e ne fu dolentissima. Ugualmente
si dolse poi del poco cuore avuto, secondo lei, nel consumare parte della cena di quei
poveri bambini e perciò, accusandosi in colpa, pianse anche allora amaramente.
Aveva nove anni la piccola Ernestina quando i nonni materni la invitarono a
Monfalcone a trascorrere colà parte delle vacanze autunnali.
In mezzo alla campagna ricca di messi, di frutti scintillanti al cocente sole di
luglio, il delicato bocciolo si aprì a novella vita e inusitata gaiezza parve animare allora
l’esile personcina. Al benefico contatto con la natura, l’animo suo si ridestò: nuovo
vigore corse nelle sue membra, gli occhietti ebbero frequenti lampi di gioia, le labbra si
atteggiarono quasi ad un perpetuo sorriso. All’ombra dei grandi alberi, nell’aria dorata,
si sentiva allora echeggiare il trillo gaio delle sue risate quando in compagnia delle
piccole amiche, giocava nella serena freschezza mattinale.
Ernestina scorrazzava liberamente per i campi, s’intrufolava tra le siepi, provava
un gusto matto a mettersi in mezzo alle pecorelle, nell’addossarsi gli agnelli.
Appassionata com’era per i fiori, ne coglieva a piene mani e poi li portava tutta festante
alla nonna affinché li mettesse davanti all’immagine della Madonna.
Ma troppo presto finì per Ernestina questo periodo così giocondo della sua vita.
La mamma, che sentiva troppo, forse, la mancanza del suo tesoro, volle riavere
l’Ernestina accanto a sé e la cara piccina venne quindi riportata in seno alla famiglia,
nella città rumorosa, povera di sole e di aria. Sentì allora il delicato giglio la difficoltà di
questo trapiantamento e ne soffrì: le sopraggiunse tosto un improvviso malore che mise
in grandi angustie i buoni genitori e che trasse il caro angioletto in fin di vita.
Il medico, chiamato d’urgenza, dichiarò il male gravissimo poiché trattavasi
nientemeno che di infiammazione cerebrale e intestinale.

19
Stette tre mesi a letto fra acerbissimi dolori ed affanni diffondendo ognora
accanto a sé il delicato olezzo delle sue virtù. I familiari stupivano nel vedere
quell’angioletto sempre dolce, paziente, sereno rivolgersi al buon Dio con ferventi
giaculatorie invocanti aiuto e sollievo.
Finalmente con stupore di tutti, anche dei medici, la cara piccina guarì. I
genitori, che, in preda al più acerbo dolore, accanto a quel bianco lettino, avevano
passato momenti di angoscia indicibile, temendo di perdere da un istante all’altro il loro
tesoro, trasalirono di gioia e pieni di riconoscenza verso il buon Dio, si effusero in
ripetuti, fervidi ringraziamenti.
Raddoppiarono quindi le loro sollecitudini e le loro premure a vantaggio del caro
angioletto forse presagendo gli altissimi fini per i quali il Signore ridonava alla vita un
tanto prezioso tesoro.

6.

LA S. COMUNIONE

"Chi mangia di me, vivrà per me".Così, sotto le vigili cure materne e più ancora
sotto l’azione della grazia, la cara Ernestina veniva acquistando la sanità e quel senso
del divino che forma l’aroma della vita spirituale.
In tal modo divenne in lei ardente la sete di Dio, dell’infinito, dell’eterno. Fin
d’allora, accesissimo fu il suo amore per l’Eucaristia.
Quando usciva di casa, difilata correva alla Chiesa e, per forza soprannaturale,
sentiva in quale altare era Gesù Sacramentato. Là, allora, s’inginocchiava e con rispetto
e fervore angelico, pregava. Quando poi vedeva aprire il Tabernacolo e contemplava
Gesù sotto i veli dell’Ostia bianca darsi alle anime, si struggeva dal desiderio di
possedere lei pure nel suo cuore Gesù, che già pregustava come l’unico tesoro
dell’anima sua.
A nessuna seconda nell’apprendere il catechismo, supplicava spesso con accento
accorato il Catechista affinché le donasse Gesù. Ma non era ancor prevalso l’uso di
ammettere i fanciulli alla I^ Comunione appena possono comprendere ciò che vanno a
ricevere e quel santo Sacerdote, mentre negava il favore richiesto, ne accresceva le
brame e disponeva sempre meglio quel piccolo cuore al grande giorno.

20
Ernestina a tali ripulse, ne restava afflitta e si compensava con frequenti
comunioni spirituali.
Le ottime religiose sue maestre, intanto, osservavano meravigliate questa cara
piccina che, finita la scuola, credendosi inosservata, scappava ad adorare Gesù nella
Cappella del Convento quindi, raccolta e silenziosa, si recava frettolosa alla porta onde
essere con le compagne, pronta per l’uscita. Ormai il divin Prigioniero attirava con una
forza arcana l’innocente Ernestina tanto ch’essa non poteva più passare vicino ad una
Chiesa senza entrare ad adorare il suo Gesù. L’amore all’Eucaristia fu dunque la
caratteristica di tutta la sua vita. Ben a ragione, s’ebbe l’appellativo di ”Angelo
dell’Eucaristia”. E la bambina, tanto parca nelle parole, umile e timida oltre misura,
spinta dall’infuocato desiderio di ricevere nel suo cuore il Re d’amore, alfine si fa ardita
e supplica e scongiura il Catechista di non ritardarle più a lungo la I^ Comunione.
“Fino a 12 anni compiuti è impossibile – risponde il buon Sacerdote – devi
attendere ancora”.
“Oh, Padre – esclama allora la piccola impallidendo – non posso attendere
ancora un anno, non posso più vivere senza Gesù”!
E il pio Sacerdote, commosso a tanto fervore, declina dalle comuni usanze e dà
il sospirato consenso.
Ernestina allora mette a parte della sua immensa gioia gli ottimi genitori, i quali
però, temendo che la figlia non possa rimanere a lungo digiuna, oppongono un serio
rifiuto. Nuove suppliche allora, nuove proteste si avvicendano. Onde commuovere i suoi
e farli desistere dal loro proposito, la buona piccina narra come, molte volte, a loro
insaputa, si era accostata alla Confessione, il mattino, prima della scuola, ed era rimasta
digiuna fino al mezzodì onde abituarsi al rigoroso digiuno richiesto per la S.
Comunione.
Gli ottimi genitori allora, sbalorditi e commossi alla rara pietà del loro
angioletto, senza por tempo in mezzo l’affidarono alle RR. Madri Benedettine perché
l’apparecchiassero al grande atto. Queste accolsero felici il delicato incarico, tanto più
che conoscevano Ernestina come una creatura angelica, sopra la quale pareva che il
buon Dio avesse formulato dei disegni di particolare predilezione.
La mamma intanto si accinge ad apparecchiarle il vestitino bianco ed altre
cosette, mentre Ernestina, immersa nel divino, tutta assorbita dal pensiero del gran
giorno ormai vicino, tralascia assolutamente le cose del tempo per poter più liberamente
contemplare le verità eterne. Divengono allora più lunghe e più ferventi le sue

21
preghiere, più frequenti le sue mortificazioni, vivissimo il bisogno di raccoglimento e di
silenzio; deve adornare il suo cuore perché venendo Gesù lo trovi bello come un altare
fiorito, ricco come un piccolo trono regale. Maria SS., la sua Madre celeste, deve essere
la sua Maestra, in lei si abbandona con trasporto filiale.
Finalmente spunta il giorno di S. Luigi, 1847. La Chiesa di S. Antonio è una
festa di fiori; un delizioso profumo si diffonde per l’ampie volte. La Vergine dal suo
altare, che è tutto un rosaio, sorride del suo sorriso più dolce. Ernestina, senza por mente
al bianco corteo delle comunicande, né al suono solenne delle campane che in quel
giorno d’insolita festa particolarmente commuove i cuori, s’inginocchia trasumanata di
gioia, nel posto assegnatole. All’intorno tutto tace, s’ode solo la nota tremula di una
sinfonia celeste: è il canto degli Angeli che intorno all’altare vanno ripetendo le sublimi
parole: “Ecce panis Angelorum, factus cibus viatorum”.
Ernestina estatica non vede e non ode più nulla. Il Sacerdote depone su quelle
labbra immacolate l’Ostia Santa: la fanciulla abbassa gli occhi, stringe le mani al petto
e, come vinta dalla grandezza del mistero, si abbandona alle purissime gioie
eucaristiche.
A tarda età, la Ven. Madre Cecilia ricorderà ancora con commozione profonda la
sua I^ Comunione e la qualificherà come l’atto supremo e decisivo della sua vita.

ERNESTINA NUTRE LA SUA FANCIULLEZZA DI UNA SODA PIETA’

Ernestina, fin da fanciulla, amò la preghiera: Gesù Ostia e la SS. Vergine erano
la sua delizia. Il centro della sua devozione era naturalmente la S. Comunione. Si può
dire che la sua giornata era un apparecchio ed un ringraziamento continuo al grande
atto.
Dopo Gesù amava intensamente la Madonna. Dalla buona mamma Ernestina
aveva appreso, fin da piccina, ad invocarla con trasporto filiale, a ricorrere a lei con
illimitata fiducia, a ricoverarsi nel suo cuore materno nelle pene, nelle lotte, nelle
burrasche della vita. A Lei, il giorno della sua I^ Comunione, aveva affidato il delicato
fiore della sua purezza, il candido giglio che, più tardi, per le mani dell’Immacolata,
offrirà per sempre al suo Gesù, mediante il voto di castità.

22
Era devotissima di Maria sotto il titolo Nostra Signora del S. Cuore. A lei
ricorreva nei dubbi, nelle perplessità, nelle varie vicende della vita, recitava con
angelico fervore tutti i giorni il Rosario ed inculcava tale devozione alle persone di sua
conoscenza. Piccina ancora, aveva appreso a recitare preghiere alla Vergine SS. e, fatta
grande, provava un diletto immenso nel recitare e cantare inni dedicati alla Madonna fra
i quali prediligeva il canto tanto popolare, riportato anche nel libro di devozione “La pia
giovinetta” intitolato appunto

“LA GIOVANE AI PIEDI DI MARIA”


Taccia il mondo a me d’intorno Come la placida
O mia Madre, io son con Te! onda del rivo
La preghiera d’ogni giorno come gli aromati
Ti depongo umile ai piè. D’un roseo olivo,
Quando l’angelo divino era l’infanzia
alla luce mi chiamò per me un sorriso
nell’ebbrezza del mattino fra i desideri
il mio spirto a te volò. del paradiso.
D’un cuore virgineo Ma, ahi,che ignota lagrima
che a te s’apria or mi vela il ciglio!
i primi palpiti Forse me pure attendono
fur tuoi, Maria. gli affanni dell’esilio?
Quando l’immagine Perché il figliuol del secolo
tua mirai cerca per sé il mio cuor
il primo bacio perché m’infiora i tremiti
le consacrai. d’uno straniero amor?
Quando mi dissero D’allor turbossi il limpido
che tu ami i gigli seren di mia pupilla
e più quell’anima mi punse il cor venefica
che lor somigli, una mortal favilla.
Anch’io porgendoti Piansi qual scossa all’alito
di gigli un serto, d’un aspide crudel
t’ho pur quest’anima pianse il vicino eccidio
per sempre offerto. dei figli suoi l’augel.
Da quel dì memore Dunque, innocente, oVergine,
la mia preghiera, dunque più tua non sono?
Madre chiamandoti mi renderai quest’anima
da mane a sera, ch’hai già raccolta in dono?
O Madre, i tuoi ginocchi
fidente abbraccerò,
e se non tace il turbine,
ai piedi tuoi morrò.

23
Dopo molti anni, divenuta Generale, la Ven. Madre si deliziava tutta nel recitare
tale inno che le ricordava tutte le dolci impressioni provate da fanciulla.
La piccola Ernestina aspettava con ansia il suggestivo mese di maggio durante il
quale poi si studiava di presentare alla SS. Vergine un culto di devozione particolare.
Così, fin d’allora, consacrava tutti i sabati alla Madonna astenendosi in suo
onore dalle frutta e compiendo numerosi sacrifici che, come omaggio filiale, a lei
offriva. Fatta più grandicella, volle essere iscritta alla Pia Unione delle Figlie di Maria.
Si apparecchiò al gran giorno dell’aggregazione con preghiere speciali e mortificazioni
continue. Allorché ricevette la medaglia, l’anima sua si sentì inondata di tanta felicità e
di una dolcezza che trovano un confronto solo nel gaudio della Comunione Eucaristica.
Sentendosi interamente cambiata e spiritualmente pronta ad ogni sacrificio, con
uno slancio tutto nuovo, rinnovò la sua consacrazione all’Immacolata giurandole fedeltà
eterna ed incondizionata. Il ricordo di quel giorno di grazia rimase incancellabile nel suo
cuore e tutti gli anni ne celebrerà la ricorrenza con sempre nuovo fervore. Anche gli
ultimi anni della sua vita, la Venerata Madre, ricordando tal giorno beato, rammentava
pure i canti e i suoni che avevano contribuito a rendere più solenne quella festa di cielo.
Così la pietà eucaristica e la pietà mariana furono il solido fondamento della sua
spirituale formazione.
Del suo Angelo Custode pure fu devotissima durante tutta la vita e ne tenne, fin
da bambina, l’immagine vicino al letto. Lo considerava come un caro amico, lo
invocava frequentemente, lo incaricava di portare ambasciate in Paradiso, a Gesù, alla
Madonna e, molte volte, pure lo pregava di fare per lei una visitina in Chiesa a Gesù
Sacramentato, meta, centro e fine di tutti i suoi pensieri, desideri e affetti. Spontanea
sempre usciva dalle labbra dell’angelica fanciulla la preghiera. In Chiesa, in casa, nelle
vie, ella rivolgeva il pensiero a Colui che teneramente amava.
Uscendo a passeggio con la mamma, preferiva la campagna alla città perché in
mezzo al verde dei prati e dinanzi al mare immenso si sentiva elevare più facilmente
verso il Creatore e quelle ore di svago si convertivano per lei in tempo di profonde
meditazioni. Se avveniva che per via sentisse qualcuno pronunciare senza rispetto il
nome di Dio o peggio, subito in riparazione, recitava il “Dio sia benedetto” e faceva una
Comunione spirituale.
In ogni circostanza la preghiera era la sua arma. In famiglia avveniva qualche
volta che i fratelli, mentre sedevano a tavola, si accalorassero un po’ troppo nel

24
discorso. Ella, allora, temendo litigi o dissensi, si raccoglieva in sé supplicando il buon
Dio a stabilire la pace fra i suoi.
Fra i Santi, nutriva speciale devozione verso l’angelico S. Luigi, la cui
immacolata purezza esercitava un fascino irresistibile sul suo cuore verginale. Una volta
con una sua amica lesse la vita del caro Santo e ambedue tanto s’infervorarono che, ad
ogni costo, vollero provare ad imitarlo. Si prefissero quindi di custodire e mortificare gli
occhi sempre e dovunque. Eccole quindi per le vie della città, strette l’una all’altra,
camminare raccolte e silenziose con gli occhi completamente chiusi. Ma ciò che è bello
e lodevole non è sempre attuabile. Fatti pochi passi, Ernestina s’imbatté proprio nella
testa madornale di un bue che veniva alla sua volta. Meno male che il tragico fatto finì
soltanto con un buon spavento, mentre avrebbe potuto avere conseguenze funeste.
Ma la lezione giovò ad Ernestina che, pur continuando ad amare ed imitare il
caro S. Luigi, d’allora in poi si fece un dovere di tenere gli occhi ben aperti onde non
incorrere un’altra volta in simili e peggiori pericoli.
In seguito alla grave malattia di cui abbiamo parlato più sopra, Ernestina era
rimasta molto debole. Facevano impressione qualche volta il suo visetto pallidissimo, le
labbra smorte, gli occhi infossati ed abbattuti. I buoni genitori che, pur non
risparmiando né medici né medicine, vedevano la loro figliuola deperire di giorno in
giorno, pensarono di mandarla a Cormóns presso i parenti, ritenendo che il
cambiamento d’aria avrebbe giovato alla sua salute. Ernestina, che fin d’allora provava
vivissima simpatia per il suo paese natio, accolse la notizia con piacere.
La vita semplice, quasi primitiva di quei buoni contadini attirava le sue
compiacenze e la quiete della campagna silenziosa e ridente si confaceva appieno col
suo spirito desideroso di raccoglimento e di pace. Vi si recò dunque lieta e felice
portando seco le doti del suo gran cuore: l’amore a Gesù, la passione per la ritiratezza,
la solitudine, il silenzio.
Colà seppe dalle sue amiche che un ottimo Sacerdote inscriveva le giovanette
alla Compagnia di Maria Ausiliatrice. Ernestina, tanto amante della Madonna, ne provò
tosto vivissimo desiderio ed avuto il permesso dai buoni parenti, si fece accompagnare
da quel Sacerdote e lo supplicò di ammetterla alla Compagnia mariana. Egli l’ascoltò
paternamente, l’esaminò, l’esortò poscia alla devozione vera e costante dell’imitazione
delle eroiche virtù della Vergine. Quindi l’assicurò che, rimanendo lei fedele, avrebbe
avuto in cambio le grazie più elette, le compiacenze e l’amore particolare della
Immacolata Regina. Le consegnò dunque la pagella dell’aggregazione, recante l’effige

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di Maria SS. e le raccomandò di tenerla vicina durante tutta la vita, anzi, perché non si
sciupasse, volle egli stesso fissarla sopra un cartoncino.
Ernestina, felice, promise che tenendo sempre accanto a lei la cara effige,
avrebbe amato la SS. Vergine come figlia. Passarono gli anni, ma Ernestina non si
separò mai dalla cara immagine. La teneva sotto il guanciale e la baciava spesso mattina
e sera, tutta se stessa offrendo alla Vergine, chiedendo in ricambio amore e fedeltà allo
Sposo Divino. Non volendo poi staccarsi da tale ricordo neppur dopo morte, pregò le
sue religiose che volessero deporre la cara immagine nella bara con lei poiché
desiderava, anche dopo morte, riposare accanto alla sua Madonna. E le figlie,
obbedienti, seppellirono assieme al corpo della Ven. Madre, quel talismano prezioso che
pur avrebbero voluto conservare come caro ricordo di colei che le aveva innamorate
della Vergine Santa.
Durante il breve soggiorno a Cormóns, Ernestina diffuse attorno a sé abbondante
luce di esempi, di consigli, di esortazioni. Umile e dimessa, la cara fanciulla trascorreva
le sue giornate nella perfetta quiete della campagna, incurante di sè e del mondo, senza
pretese, senza ostentazione. Dal suo portamento, dal tratto, dall’espressione del volto,
trasparivano tale una superiorità d’animo che costringeva al rispetto, alla venerazione.
Avvicinandola, tutti sentivano la straordinaria efficacia del suo esempio. Molti anni
dopo le buone cormonesi, amiche di Ernestina, ricorderanno, commosse, le rare virtù
della Piacentini e parleranno di lei come di una Santa.
Trascorsi alcuni mesi, Ernestina ritornò a Trieste molto migliorata in salute. La
buona mamma, che attentamente l’osservava, s’avvide tosto che anche lo spirito della
sua figliuola era rinforzato, ammirava la sua pietà, il contegno nobile, il portamento
grave e distinto, la delicatezza nel tratto, la parsimonia e la saggezza nel parlare: cose
che è difficile si riscontrino in una fanciulla appena quattordicenne.
Pensò allora di darle un’istruzione conveniente al suo stato e l’affidò a delle
ottime maestre che arricchirono la mente della saggia fanciulla di utilissime cognizioni,
le insegnarono il francese e il tedesco, nella pronuncia del quale si rese ben presto così
esperta da parlarlo con accento naturale. Oltre che attendere allo studio però, la buona
mamma volle che la sua figliuola apprendesse ogni genere di lavoro: cucito, taglio,
ricamo ecc., ecc., non trascurando altresì i lavori casalinghi che completano la
formazione d’una giovanetta e la preparano alla vita. In breve l’educazione di Ernestina
fu compita. I genitori, orgogliosi di lei, la consideravano come la parte più cara della
casa, l’essere più prezioso e moralmente più necessario alla famiglia. E veramente la

26
buona figliuola studiava di rendersi utile a tutti: la mamma, specialmente, trovava ogni
conforto nella sua figliuola che l’aiutava nelle faccende domestiche, che sapeva trovare
sempre la parola buona che conforta, che solleva, alleggerisce le croci di cui è tessuta la
vita. Ma, mentre attendeva all’adempimento del dovere quotidiano, la sua mente e il suo
cuore spaziavano i cieli. Fin d’allora, ella viveva conforme al programma di vita che si
prefiggerà più tardi: “Il cuore e l’occhio a Dio, la mano all’opera”.

APOSTOLA

Finora abbiamo veduto – e perchè no ?- ammirato l'Ernestina tutta intenta, sotto


il vigile ed amoroso sguardo dei genitori, ad un intenso lavoro di formazione spirituale,
e chi conosce la vita che questa predestinata fanciulla condurrà in seguito, non può non
sentirsi rapito di meraviglia nel contemplare l'arte finissima della mano di Dio nel
preparare questa futura formatrice di anime.
Ma ora Ernestina, non sentirà il potente richiamo dell' apostolato?
Chiusa in se stessa si accontenterà di pensare a sé stessa, alla sua formazione,
senza mai uscire per portare un raggio di bontà e di calore ad altre anime? Se tutto il
lavoro interiore di Ernestina è opera dell'amore di Dio che potentemente la trasformava,
si può pensare che questo amore, per sé stesso esuberante e diffusivo, non straripi sui
prossimi per condurli con sé all'oggetto amato?
Ernestina Piacentini è già un'apostola; Iddio che le aveva impresso il seme
straordinario di una specialissima vocazione, l'aveva già fin da bambina, conquistata
all'ideale dell'apostolato. Né poteva essere diversamente. Ed ecco Ernestina, fanciulla
ancora, cercare appassionatamente e trovare il suo campo di apostolato, giacché
dovunque c’è da far del bene per chi ha buona volontà. L'amore del prossimo è
derivazione dell'amore di Dio che opera quando la volontà è decisa ad operare.
Ecco un fatto che rivela come lo zelo per la salute delle anime regnasse nel cuore
della cara fanciulla fin dai suoi giovani anni.
Il nonno materno di Ernestina era impiegato a Gorizia. Molto retto e religioso
conduceva vita esemplare rallegrando il domestico nido in cui viveva solo con la sua
consorte di nome Maria. Trascorrevano entrambi serenamente ed agiatamente la vita,

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quando una triste calunnia tolse all’ottimo capo di famiglia l’impiego non solo, ma
anche il diritto alla pensione. Essendo già avanzati in età, i due coniugi si ritirarono a
Monfalcone presso la figlia Giuseppina, sposata Stagno, senza figli. Il marito di questa
aveva un buonissimo impiego, ma, avendo perduto l’uso delle gambe, in seguito ad
apoplessia, era costretto a farsi trasportare da due facchini dall’ufficio all’abitazione. E
ciò per sopperire alle spese aumentate in seguito all’ospitalità accordata ai due
vecchietti. In casa regnava perfetta armonia quantunque il genero fosse uno
spregiudicato, segnato a dito per le sue gesta, degne dell’ateo più arrabbiato (erasi
confessato quando fu colto dalla paralisi e poi basta). Il suocero invece, uomo di viva
fede e di sincera pietà, assisteva tutti i giorni alla S. Messa, dopo la quale, facendo un
giretto per la città, era solito comperare un pasticcetto per “la sua dolce metà”, com’egli
diceva e, rientrando in casa, con il sorriso più dolce del mondo: ”Toh! Toh! Maria –
diceva presentandoglielo – per te, per te”.
Ernestina si recava dagli ottimi nonni che la consideravano come una vera
benedizione del cielo. Essa infatti portava in quella casa doppiamente colpita dalla
sventura, una nota gaia, un raggio di pura giovinezza. Prestava ai buoni vecchietti ogni
genere di piccoli servizi, ma specialmente la sua carità non si esauriva nell’attorniare la
cara nonnina di attenzioni, di cure. La mattina appena la vecchietta si svegliava,
Ernestina la salutava con un caldo bacio, poi la lavava, la pettinava, la girava e rigirava
nel letto, le infilava le calze e finiva di vestirla.
La sua serenità abituale però spesso era offuscata dal pensiero dell’ateismo dello
zio che la terrorizzava: il pensiero dell’eterna dannazione di quell’anima l’affliggeva in
modo straordinario, non cessava di pregare per quel poveretto, che derideva Dio, anzi ne
negava brutalmente l'esistenza.
I due vecchietti, negli ultimi anni della loro vita, si ritirarono presso altri parenti
perché, volendo morire assistiti dal sacerdote, temevano che lo spregiudicato genero, in
un modo o nell’altro, negasse loro tanta grazia. Un triste giorno, infatti, il nonno di
Ernestina ammalò gravemente. Le figlie, signora Cecilia e Giuseppina, accorsero presso
il capezzale del caro infermo per assisterlo e prodigargli quelle delicate attenzioni che
solo il cuore di una figlia sa escogitare onde sollevare, confortare, aiutare i propri cari.
La malattia fu di breve durata: il buon vecchietto morì santamente come era vissuto,
lasciando alle figlie la preziosa eredità dei suoi esempi e delle sue virtù. Ernestina allora
circondò la nonna sì duramente colpita, di raddoppiate attenzioni. Voleva riempire il
vuoto lasciato da colui che era partito per l’eternità e consolare colei che, mesta sempre

28
ed afflitta, a chi le chiedeva come stava, invariabilmente rispondeva: “Come una tortora
scompagnata”.
La cara vecchietta era felice quando poteva godere della compagnia e
dell’assistenza della nipote, anzi spesso, ringraziandola delle infinite cure che le
prestava, commossa, pronunciava queste parole che erano augurio e presagio ad un
tempo: “Vedrai, Ernestina mia, come sarai bene assistita tu quando sarai vecchia”, e ciò
dicendo la guardava amorosamente.
Ma la fanciulla non aveva dimenticato lo zio perverso, e continuò anche lontana
a far violenza al cielo con la preghiera e la mortificazione.
La signora Giuseppina, allorché era partita per assistere il padre morente, aveva
lasciato il marito infermo a buone persone perché avessero cura di lui durante la sua
assenza. Ma, ritornata al domestico focolare, lo trovò pensieroso, preoccupato,
febbricitante. In seguito a ripetute richieste seppe che, mentre egli si era trovato la notte
solo, nella grande camera matrimoniale, aveva udito chiaramente una forte picchiata
all’uscio (che era munito pure di un controuscio). Spaventato aveva atteso senza
rispondere pensando: se è qualcuno verrà avanti.
Angosciosa attesa di qualche minuto. Poi nuove picchiate e poi altre ancora più
forti delle prime. In preda a grandissima agitazione, aveva trascorso il resto della notte,
tormentato da lugubri pensieri, da terrorizzanti previsioni. Al mattino si era trovato
febbricitante. Da allora erano passati alcuni giorni, ma il ricordo delle sonore picchiate
non usciva più dalla sua mente. Il pensiero della morte e dell’eternità lo tormentava
continuamente, il ricordo del passato ridestava in quell’anima colpevole rimorsi senza
fine. La grazia divina intanto lavorava in quell’anima. Le preghiere incessanti della
nipote, erano salite fino al trono di Dio e stavano strappando la sospirata grazia. Teneva
egli in camera parecchi libracci che avidamente leggeva assaporando le funeste dottrine
in essi contenute. Dopo le famose picchiate, un po’ alla volta, ne aveva distrutti
parecchi: forse la vista di quelli accresceva in lui amari rimorsi. Solo da un fido cane
che aveva quasi del misterioso, il povero pregiudicato non sapeva staccarsi. Stava questi
accovacciato sotto il suo letto, minaccioso, spesso ringhiando ed abbaiando. La moglie,
intanto, non lasciava il poveretto un solo istante ed assieme alla sorella, signora Cecilia,
accorsa presso di lei in tale doloroso frangente, gli prestavano infinite cure adoperandosi
nello stesso tempo per indurlo a fare una buona confessione. Ma la natura già da anni
indurita nel peccato, fortemente resisteva. Ernestina intanto raddoppiava le preghiere, le
mortificazioni, i sacrifici. Col maggior fervore si rivolse alla sua cara Madonna invocata

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sotto il bel titolo di N. S. del S. Cuore e, non invano pregò e confidò. Un bel giorno,
l’ammalato chiese il Sacerdote. Si confessò con molto sentimento e compunzione,
quindi fece bruciare gli altri libri cattivi che ancora teneva accanto a sé, poscia si
preparò con preghiera e raccoglimento a ricevere il S. Viatico. Cosa prodigiosa!
All’entrare del SS. Sacramento nella stanza il cane misterioso uscì precipitosamente di
sotto il letto e fuggì; nessuno lo vide più, nessuno seppe più nulla di lui. La gente di
casa, venuta a conoscere il fatto, congetturò essere stato il demonio che, sotto le
sembianze del cane, se ne stava accanto a quel letto, pronto a portarsi quella povera
anima all’inferno.
La divina misericordia però aveva vinto e il demonio scornato dovette ritornare
nell’abisso. Tutto dà a sperare che il poveretto si sia salvato poiché la sua fu veramente
la morte dei giusti.
Grande fu la gioia di Ernestina e la riconoscenza sua verso l’Altissimo che erasi
degnato benedire le prime scintille di quell’ardente fiamma dell’apostolato che, più
tardi, divamperà traducendosi in molteplici opere di bene. E non è questo che un
episodio di quell' ardente amore per le anime che sempre la divorò.

PERICOLI

Intanto, col passare degli anni, inoltrandosi oltre le soglie della giovinezza,
Ernestina si rivelava sempre più modesta nel contegno, raccolta e riflessiva, attiva e
laboriosa, pia e fervente. Piena di carità per tutti, si attirava la benevolenza di quanti la
circondavano. La mamma, poi, in particolare, aveva riposto nella figlia prediletta le sue
compiacenze. In lei trovava abbondante conforto e sollievo nelle quotidiane sofferenze
fisiche e morali. I fratelli pure amavano teneramente la buona sorella, però l’avrebbero
desiderata più conforme alle loro inclinazioni, simile alle giovani vane e leggere che,
nei ritrovi mondani, erano soliti incontrare. La invitavano perciò molto di frequente alle
feste, ai conviti, ai passeggi usando mille arti ingannatrici onde indurre l’innocente
colomba ad assaporare l’alito pestifero del mondo. Ernestina, per alcun tempo tenne
duro, ma poi cedette alle ripetute ed insistenti istanze dei fratelli. Diminuì allora in lei
l’amore per il natio focolare, i legami che la tenevano stretta alla mamma si allentarono

30
assai e, vincendo la naturale sua timidezza, un triste giorno, fece la sua prima comparsa
in società. Un po’ alla volta allora il suo fervore per le pratiche di pietà s’illanguidì,
l’amore per la ritiratezza s’alterò. Incominciò ad accorgersi di quanto avveniva fuori
della cerchia della sua vita ristretta. Il suo cuore, svuotandosi di Dio, sentì prepotente il
bisogno di riempirsi delle creature.

Con la pia madre, che dolcemente la richiamava alle pure gioie della vita
devota, divenne dura ed aggressiva: anzi il suo contegno dava a capire che si diportava
in tal modo per il timore di cedere alle materne insistenze. In tal modo, però, se
soddisfaceva a meraviglia il desiderio dei fratelli, feriva crudamente il cuore di sua
madre. Quanto durò questa crisi? Non più di qualche mese, ne siamo certi! Iddio non
permise che l'anima di questa figliuola, che egli preparava a compiere opere mirabili
nella sua Chiesa, avesse ad estraniarsi troppo a lungo dal suo amore. E se ci fosse
lecito tentare di penetrare nei segreti disegni di Dio non saremmo forse indotti a
pensare che Egli abbia permesso questo passeggero disorientamento perché la futura
educatrice di tante anime, esperimentasse un tantino a sue spese, l'amara follia di chi si
va’ allontanando da Dio e fosse quindi capace di compatire, sollevare, aiutare
maternamente chi ha errato? Più tardi Ernestina, divenuta religiosa e madre spirituale
di religiose, avrà bisogno di una tenerezza senza confini per ogni genere di peccatori,
manderà le sue figliuole da lei plasmate a nuovi compiti, negli ospedali, nei collegi, nei
riformatori, nelle carceri; per ogni genere di miserie spirituali avrà figliuole pronte a
sollevare, lenire, rimarginare, incoraggiare, onde facilitare l'arduo cammino del
ritorno a Dio. Senza voler per nulla tentare un paragone tra l'Ernestina e l'Apostolo
San Pietro, non vien fatto qui di pensare che S. Agostino ed altri Padri asseriscono che
Dio permise le cadute di Pietro onde rendere esperto della debolezza del peccatore
colui che doveva divenire il capo, il padre, il maestro dei ministri del perdono? Né si
deve credere che l'inesperta fanciulla, incamminatasi per breve periodo sulla via che
mena alla vita leggera, fosse colpevole, abbia commesso chi sa quali peccati. Oh, no;
non si può affatto pensare. Iddio misericordioso, certo per intercessione di Maria
SS.ma, cui la signora Cecilia aveva tante volte fatto ricorso, intervenne al momento
opportuno.

Una sera, infatti, mentre la figliuola abbigliavasi per un festino, la madre


riguardandola con mestizia, con la voce velata dal pianto, “Ernestina mia – le disse –

31
non fa così una Figlia di Maria”. Figlia di Maria! Figlia di Maria! Fu come il lampo
della grazia che abbatte. Il materno rimprovero bastò. Parve alla fanciulla ch’esso
uscisse dalla bocca stessa della Madonna. Ebbe l'impressione che un velo le scendesse
dagli occhi; si sentì trapassare il cuore alla rapida considerazione della sua incipiente
tiepidezza e, decidendo all’istante di mutar vita, ritornò alla mamma, alla casa, alla
chiesa, a Dio. E, come tutte le anime generose, la sua conversione non si fermerà a metà
strada; ammaestrata a sue spese dalla facilità a scivolare sulla via del male, saprà ora
mantenersi con maggiore prudenza e prepararsi alle nuove lotte. I fratelli, infatti, dati ai
divertimenti di ogni genere, se ne lagnarono, protestarono, fecero il possibile per
attirarla nuovamente nelle loro reti. Ma tutto fu inutile: Ernestina rimase ferma nel suo
proposito. Vestì con tanta semplicità che i facchini del porto, vedendola passare
modesta e raccolta, col cerchio della gonna ridotto ai minimi termini, la deridevano e la
facevano bersaglio al tiro di limoni guasti. Ma la pia giovane continuava serena la via,
offrendo anche quell’insulto a Colui che, innocente, aveva sofferto gli affronti di un
popolo crudele. S’immerse allora più che mai nella considerazione del mistero
eucaristico e, tutta compresa delle sublimi follie dell’amore divino per lei, ritrovò ai
piedi del Tabernacolo, la pace e la gioia dei suoi primi anni. Spinta da tale amore, volle,
come l’Apostolo, fare del suo corpo un’Ostia viva, santa, accetta a Dio. Proprio in
questo periodo cominciò a frequentare la famiglia la figlia di un impiegato: giovane
educata, istruita, avvenente, tale da destare, a prima vista, l’ammirazione e l’affetto di
quanti l’avvicinavano. Ernestina, semplice e pura, ben presto cominciò ad amarla, tanto
più che presso i suoi familiari, ella godeva la massima stima. Per un po’ di tempo, tutto
andò bene: Ernestina gioiva in cuor suo e ringraziava il Signore perché, in
quell’amicizia, le sembrava di aver trovato un tesoro. Ma ben presto la giovane astuta si
smascherò: cominciò a tenere all’Ernestina discorsi contro la fede e la morale dando
insomma a vedere chiaramente come il suo intento fosse quello di condurre l’inesperta
giovane a fatale rovina. L’astuta però fece male i suoi conti. Ernestina, appena se ne
avvide, narrò tutto alla mamma e all’istante quella vipera fu cacciata dalla famiglia
Piacentini. Più tardi si seppe la tristissima fine che fece quell’infelice. Ma il demonio,
scornato una e due volte, non ristette dal tendere all’Ernestina nuovi lacci onde
ingarbugliarla nella sua diabolica rete. Ella era molto appassionata per la lettura. In
famiglia i fratelli introducevano libri e giornali di ogni qualità. La pia giovane se ne
avvide, comprese il pericolo cui era esposto il suo cuore verginale e fece fermo

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proposito di non aprire nessun libro che non fosse prima stato approvato dalla mamma
sua.

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MEZZI DI SANTIFICAZIONE

La buona mamma, che, progredendo mirabilmente nella pietà e nell’amore del


Signore vegliava attenta sulla figliuola, donò a questa il libro di devozione intitolato “La
pia giovinetta”. Ernestina lo lesse avidamente e non seppe e non volle mai più
staccarsene. La meditazione prima, specialmente, “Consacrare a Dio i primi anni” tutta
la rapì. Le dolci parole di Gesù: ”Figliuola, se tu sapessi quanto mi sono care le
giovanette che i primi anni consacrano al mio servizio, tu non tarderesti più oltre a
donarmi tutta te stessa”, la commossero profondamente e giovarono a raffermarla nel
proponimento di consacrarsi allo Sposo divino irrevocabilmente. Giovandosi delle
parole del prezioso libretto, ella ripeté con tutto l’entusiasmo del suo giovane cuore: “O
mio Gesù, posto che cotanto vi tornan grati i miei primi anni, io ve li offro di buon
grado fin da questo istante”. Era la promessa fatta il giorno indimenticabile della sua I°
Comunione che, parecchi anni dopo, affiorava sulle sue pure labbra partendo da un
cuore non più ignaro della vita, ma temprato alla lotta, vittorioso su varie tentazioni.
L’ottima madre che, abbandonate ormai le lusinghe del mondo, camminava
ormai spedita verso la perfezione, volendo togliere dal cuore della figlia anche ogni più
lieve affetto per i piaceri mondani, e sapendo per propria esperienza quanto questi siano
pregiudizievoli, la consigliò a mettersi sotto la direzione del suo stesso Confessore: il
M. R. P. Lodovico, Cappuccino. Era questi un santo religioso, una guida illuminata e
sicura che alla Piacentini fu Padre e Maestro nella via del bene. Quantunque la giovane
non fosse allora ascritta al Terz’Ordine Francescano, la buona signora molte volte
conduceva la figlia alle conferenze mensili che gli zelanti Cappuccini erano soliti tenere
agli ascritti. La pia Ernestina s’innamorò così tanto del serafico Poverello che emise ben
presto la Professione Terziaria e divenne discepola fedelissima del caro Santo. A suo
esempio, disprezzò il mondo e se stessa, amò la povertà e non si commosse più per la
buona o l’avversa fortuna poiché, oltre alle ricchezze terrene, ella aveva imparato ad
intravedere la gloria eterna, alla quale generalmente si arriva mediante la noncuranza,
l’abbandono, il disprezzo. Sotto un maestro sì dotto e sì santo, quale era il Padre

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Lodovico, la pia giovane fece rapidi progressi nella via della virtù. Crebbe in lei il
desiderio di ricevere più di frequente il suo Gesù ed il saggio Direttore, che fin da
principio aveva compreso quale tesoro di grazia la divina liberalità aveva profuso in
quell’anima eletta, si vide costretto ad accontentarla. Le permise così di fare la SS.
Comunione tre volte la settimana, cosa rara a quei tempi. Faceva la sua Confessione
ogni otto giorni e una volta in settimana si presentava ancora al Padre per la Direzione.
Ogni suo motto, veniva così sanzionato dall’obbedienza: non usciva di casa, non faceva
azione alcuna benché minima senza il consiglio o il consenso del suo Direttore. Questi
non mancava però di sottoporla a varie prove onde ornare l’animo suo delle più belle
virtù.
Così, per esempio, per fortificare il suo naturale eccessivamente timido, e
fiaccare il suo amor proprio, egli più volte, in presenza di varie persone, con sgarbo, le
chiuse lo sportello del confessionale senza ascoltarla. Diverse volte, la rimproverò
duramente anche in presenza di altri Padri. Una volta, fra le altre, Ernestina si presentò
al Confessionale e cominciò: “Padre, mi sento molto fredda”. Egli, per tutta risposta,
chiudendo con strepito lo sportello, gridò: “O fredda o calda, …” e con sì bruschi
accenti la poverina dovette uscire.
La settimana seguente, come nulla fosse successo, si ripresentò al Padre. Questi
le chiese con quali sentimenti avesse accolto la precedente umiliazione e la incoraggiò
ad accettare sempre con profitto quanto ripugna alla nostra orgogliosa natura. Più di una
volta però Ernestina fu sul punto di cambiare Confessore. Ma, saggia com’era, capiva
che difficilmente un nuovo Direttore avrebbe potuto leggere così chiaramente l’animo
suo bisognoso di una mano forte che la sostenesse nella difficile via. Ed il buon Dio
premiò la sua costanza facendole ritrarre da tale direzione abbondanti frutti. Il prudente
Direttore, permetteva alla signora Cecilia la S. Comunione quotidiana.
Conoscitore esperto com’era delle anime, aveva intuito quale tesoro di virtù si
fosse condensato in quella signora. Ed era bello vedere, al mattino, per tempissimo,
ascendere il colle dei Cappuccini madre e figlia Piacentini. Erano raccolte, silenziose,
solo desiderose di cibarsi di quella Manna celeste che corrobora lo spirito e lo rende atto
a trionfare di qualunque assalto dell’infernale nemico. La virtuosa giovanetta non
badava alle critiche dei fratelli che erano soliti chiamarla “bigotta, mezza monica ecc”.
Ella, ammaestrata alla scuola di Gesù Crocifisso, sopportava con pazienza e
serenità ogni dileggio, desiderando unicamente essere cara al suo Gesù Sacramentato,
pronta a sacrificare per Lui tutto e tutti.

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La fede era così radicata nel suo cuore che un solo atto di scherno verso le cose
sante bastava per farla fremere ed arrossire. Più tardi affermò di riconoscere come una
grazia singolare ricevuta dal Signore quella di avere fatto sempre gran caso delle
pratiche di pietà. Guai se i fratelli o altre persone di famiglia avessero messo in burla le
pratiche della religione; se ne affliggeva tanto che niuno osava farlo menomamente.
Mamma e figlia, intanto, erano unite, oltre che dall’affetto naturale, dall’uguaglianza di
sentimenti che culminavano tutti nel vivissimo desiderio di perfezione. Si sarebbe detto
allora che una non avrebbe potuto vivere senza l’altra, ma il buon Dio che tutto opera
secondo la sua sapiente bontà, trovò modo di troncare soavemente quegli affetti.
Egli voleva Ernestina per Sua Sposa, voleva svellerla dal mondo e trapiantarla
nel mistico giardino, voleva insomma possedere interamente quell’innocente creatura
che, adorna di rare virtù sarebbe diventata eletto strumento di santificazione per molte
anime. E l’Amante Divino, soavemente, ma insistentemente, cominciò a picchiare a
quel cuore con le dolcissime effusioni dell’Evangelico: ”Veni, sequere me”.
Divenuta Terziaria, la buona figliuola digiunava tre volte la settimana; durante la
Quaresima prendeva al mattino soltanto una tazzina di caffè nero e la sera non altro che
un po’ di caffè latte; e tutto ciò benché soffrisse delle debolezze estreme. La mattina si
alzava per tempissimo e temendo di non svegliarsi all’ora stabilita, parecchie volte, nel
breve corso della notte, interrompendo il sonno, guardava l’orologio onde assicurarsi.
Noi osiamo affermare che la pia figliuola, trasportata da straordinario fervore, non abbia
talvolta esagerato nelle penitenze; sono però cose che si perdonano volentieri a
un'anima destinata da Dio ad essere maestra incomparabile di perfezione.

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SANTA AMICIZIA

“Fossero sempre gli amici, angeli nel pericolo, cherubini nell’intrecciare la punta
delle ali dell’anima sui santi altari della fervida preghiera, custodi fedeli e consolatori
delle anime nelle prove della fede e presso le tombe nostre più amate”!
Ernestina trovò nella giovane Giuseppina Diotallevi, maggiore a lei di soli
quattro anni, tutto quanto un cuore può desiderare in fatto di amicizia. Ernestina, lieta

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del tesoro trovato, tutta si diede alla compagna della sua giovinezza, tutto effuse nel
tenero cuore dell’amica la piena del suo.
Quelle due anime verginali fin dalle prime innocenti confidenze s’intesero, si
compresero, si unirono, si amarono di quell’amore santo veramente più forte della
morte. Lo stesso P. Lodovico benedì quest’amicizia intravedendo il bene reciproco che
ne sarebbe derivato alle due fortunate. La signora Piacentini, pure nutrendo moltissima
stima per la Diotallevi, soffriva in cuor suo vedendo come la figlia diminuisse
quell’affetto santo che fino allora le aveva dimostrato e che ora tutto effondeva nel
cuore dell’amica. Non mancava forse una punta di gelosia in questo timore; ma non
sapeva rassegnarsi, la solerte genitrice, che la figlia perdesse verso lei quella confidenza
illimitata che le era tanto cara. La condotta irreprensibile di Ernestina ben presto dissipò
ogni timore. Essa infatti mai diminuì verso la madre il rispetto e l’amore. Forse il buon
Dio permise quell’apparente raffreddamento per apparecchiare la buona mamma alla
non lontana dolorosa separazione che immensamente di più le sarebbe costata se
l’amicizia della Giuseppina non l’avesse in qualche modo mitigata.
Infatti, racconterà più tardi la nostra Rev.ma Madre Cecilia, come partita dalla
casa paterna, Giuseppina tenne, si può dire, il suo posto nel cuore della mamma, la
quale scorgeva in lei, tanto erano unite, la sua Ernestina e quanto più poteva la voleva a
sé vicina. L’amicizia di queste due anime elette era più del cielo che di questo mondo; i
loro discorsi altro non erano che uno sprone vicendevole alla virtù, all’amore possente
di quel Dio che sì mirabilmente le aveva avvinte.
Molte volte, nella suggestiva ora del tramonto, le due amiche sole, raccolte nei
loro santi ideali di perfezione, si allontanavano dalla città, e, preso un sentiero di
campagna, s’inoltravano in un luogo ombroso e solitario. Quivi, sedute sopra un sasso,
poco lungi dall’incantevole mare, contemplando la bellezza della natura avvolta nella
rosea tinta del tramonto, con l’animo commosso, le due anime belle meditavano
l’immensità dell’Artefice sommo. Quel sasso, meta dei loro colloqui, era da loro
chiamato il “sasso dei lumi”. Lo stesso Padre Lodovico, di quando in quando, mandava
le due giovani a quel sasso a riflettere, a meditare. Quali dolcissime ore non passarono
le due amiche assise su quel sasso! Astratte a quanto le circondava, esse parlavano
all’unico oggetto del loro amore, del loro ideale, del Paradiso.

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12

VOCAZIONE

Stiamo per entrare in un argomento che ci deve dare la chiave di tutta la


prodigiosa attività di Madre Cecilia Piacentini. Lo facciamo trepidanti e con
venerazione perché si tratta di scandagliare gli abissi dell'opera di Dio che prepara
un'anima a compiere i suoi disegni. La collaborazione della natura colla grazia divina
è sempre un mistero che solo quando saremo in Paradiso riusciremo a sondare
pienamente. Questo si può dire di ogni incontro dell'anima con la grazia. Quando poi
questa natura è dotata di singolari doni, come quella di Ernestina Piacentini, e la
grazia è il dono straordinario della divina vocazione, allora il mistero diventa ancora
più profondo e l'anima che lo vuole avvicinare deve accontentarsi di contemplare il
succedersi delle manifestazioni divine senza pretendere di penetrarne il segreto.
D'altronde, per chi conosce , almeno sommariamente, il corso di questa mirabile vita,
non deve riuscire al tutto incomprensibile il lavoro sapientemente discreto di Dio per
gettare in quest'anima i germi di una solidissima vocazione.C'incoraggia il fatto che
questa biografia poi è specialmente destinata a persone che furono tutte più o meno
privilegiate del dono della vocazione. Ognuna di esse ha gelosamente custodita in
cuore, la storia – sto per dire – il dramma della chiamata divina; ognuno ha la sua
storia, il suo dramma, ché lo Sposo divino mai si ripete nei suoi doni d'amore. Questo
fatto rende le anime che mediteranno queste pagine, in condizione di assaporare il
mirabile cesello della grazia della vocazione nel cuore di Ernestina Piacentini. La
vocazione, a dirla con precisione, più che una grazia, è un complesso di grazie: Iddio
si serve da principio di mille piccoli espedienti per mettere le mani nell'anima che vuole
conquistare e legare a sé. Anzi nell'atto stesso di creare un'anima predestinata alla
vocazione, Iddio la prepara, la plasma, la adorna di quelle prerogative che poi saranno
il terreno adatto allo sviluppo della vocazione stessa. Quando poi l'anima fortunata
incomincia a prestarsi dandosi all'opera della grazia, allora i doni di Dio non si
contano più, incalzano, inseguono, circondano, a mano a mano vincolando così le
libere facoltà dello spirito, che diventa sempre così malagevole l'allontanarsene anche
solo l'adagiarvisi sopra a dormicchiare, appena l'anima da detto alla grazia della
vocazione un "Si" cosciente e pieno, Iddio la considera come cosa tutta sua e non le

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lascia pace se non nell'amplesso del suo amore. Tutto in lei sarà da quel momento in
funzione della vocazione. La fede stessa sarà, per così dire, quasi investita dal nuovo
fuoco che cesserà di bruciare solo quando sarà gettato nell'eterno fuoco dell'amore.
Già abbiamo in parte ammirata l'opera della grazia nell'anima di Ernestina
Piacentini, l'abbiamo anche vista un po' ricalcitrante ma subito pentita ed
esperimentata dalla sua stessa debolezza, l'abbiamo contemplata riprendere
decisamente il volo che la porterà al possesso di Dio. Quanto vedremo in seguito avrà
ormai questo segno incomparabile dell'amore di Gesù, sposo immacolato, cui Ernestina
si è donata senza riserve, senza rimpianti, senza condizioni. Si tratterà in seguito di
perfezionare sempre di più i particolari,di mettere sempre più appunto il suo
funzionamento, ma la spinta iniziale è già data, il motore è già in movimento verso la
meta suprema.

Infatti, già nella sua prima infanzia, Ernestina sentiva in sé il germe della
vocazione religiosa. Allora, com'ebbe a dichiarare varie volte, immaginava la vita
claustrale come una vasta sala semibuia, ove le Suore, ai piedi del Crocifisso, tutto il
giorno rimanevano a piangere e a pregare. Anche in famiglia, tutti comprendevano che
la cara piccina era destinata ad una singolare perfezione. Il suo tratto era semplice e
modesto, unito a quella dolce gravità che, affascinando i cuori, incute stima e rispetto.
Però Ernestina soffriva molto all’idea di fare alla mamma la grande rivelazione
imponendo un tale sacrificio a chi tanto l’amava, tanto più che, essendo malaticcia,
tanto bisogno aveva dell’affetto e delle cure della figliuola prediletta. In genere,
dall’intera famiglia, Ernestina era teneramente amata e stimata; in sua presenza nessuno
osava pronunciare parola che potesse ledere in qualsiasi modo la fama altrui. Era la
consigliera di tutti, tutti ricorrevano a lei nei bisogni, consci della gioia che lei provava
nel prodigarsi per gli altri, nel darsi generosamente a tutti, a tutti. Trovava le sue delizie
nel soccorrere i poveri e sapeva condire la carità con parole di conforto,
d’incoraggiamento e di confidenza nella Provvidenza e di esortazione alla rassegnazione
che tutti se ne partivano ammirati dalla bontà di quell’anima buona e spronati
efficacemente a bene operare. La famiglia temeva di essere indegna di tale tesoro e
sentiva che, per quell’anima piena di zelo, abbisognava un campo di apostolato vasto e
fecondo.
Nel 1854 a Trieste, come in tutto il mondo cattolico, vennero fatte funzioni
solenni in apparecchio alla proclamazione del Dogma dell’Immacolata. I Frati

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Cappuccini tenevano dette funzioni al mattino, molto per tempo. Ernestina, sempre
deboluccia, soffriva immensamente nell’alzarsi così presto, pure, per amore di Maria
SS., mai perdette il merito d’intervenire all’ossequio reso all’Immacolata. Quei giorni
furono per lei giorni pieni di preghiera e di sacrifici tanto che poi riconobbe il dono
della vocazione allo stato religioso come il ricambio fattole dalla Madonna per il filiale
tributo resole in quel periodo. Cominciò fin d’allora a recitare, oltre a quella che ogni
giorno recitava per devozione, una Coroncina all’Immacolata per ottenere la grazia di
effettuare la sua vocazione conforme alla volontà di Dio e continuò poi tale pratica tutta
la vita, sostituendo alla prima intenzione quella della perseveranza finale ben
corrisposta.
La vocazione dal cuore di Maria SS.ma Immacolata! Che sorte invidiabile quella
di M. Cecilia Piacentini! Ascoltiamo come lei stessa ne parlerà cinquant'anni dopo.
Il 19 XI – 1903, la Ven. ma Madre scriveva ad una Suora (M. Placidia)

Figliuola in Gesù carissima,


lessi con piacere la tua del 26 – 9 – 1903 e spero che come allora continui a
trovarti bene, conservando questa volta il santo fervore degli Esercizi che, se mai
fossero un po’ abbassati i pesi, ti esorto a rialzarli, ora che ci avviciniamo alla bella e
cara novena dell’Immacolata. Quest’anno dobbiamo farla con più fervore in
apparecchio all’anno venturo che si compirà il cinquantesimo della proclamazione del
Dogma. Tu allora esistevi nella mente di Dio, ma io vivevo e feci già qualche fioretto in
apparecchio a quella gran festa. Ora tu aiutami a ringraziare Nostro Signore perché
credo che da lì ebbe fondamento la mia vocazione. Oh, quanto dobbiamo esser
riconoscenti al Signore per la grazia della vocazione, come pure a Maria SS. per cui
mezzo ottenemmo tanto favore. Ama questa cara vocazione anche quando ti senti
oppressa da qualche crocetta interna od esterna; oh! allora è il momento di baciare
questa veste che costò a Gesù tutto il suo Sangue prezioso.
Vivi qual colombella, costì in mezzo al fango, né il tuo piede s’imbratti in esso
menomamente. Prendi forza, vigore e fervore dalla S. Comunione, nella preghiera, nel
sacrificio e nell’apertura di cuore. Gesù ti benedica e custodisca ora e sempre.
Io pure ti benedico e resto tu aff.ma
M. Cecilia

39
Ernestina da lungo tempo pregava e scongiurava Gesù Sacramentato ad
illuminarla sulla vocazione ed a farle palese ove e come volesse essere da lei servito.
Ma comprese subito che aveva bisogno dell'uomo di Dio, che in suo nome parlasse al
suo cuore e le indicasse il cammino da percorrere. Manifestò il suo desiderio al suo
Padre Direttore e lo pregò con molta insistenza a prendersi cura di tale importantissimo
affare, mentre lei avrebbe continuato a pregare ed a mortificarsi per ottenergli i lumi
necessari. Il Padre Lodovico non le diede né il consenso, né il consiglio di farsi religiosa
a motivo della complessione sua tanto debole e quasi sempre sofferente, affermando che
in Convento non avrebbe fatto né per sé, né per gli altri. La poveretta patì molto a tale
risposta, ma non si perdette di coraggio, anzi raddoppiò le preghiere, le mortificazioni
onde muovere il cielo a pietà. Ma la buona mamma, testimonio della sue lagrime
davanti a Gesù Sacramentato e vedendola deperire tanto da farne temere la perdita,
reprimendo le esigenze dell’affetto materno, con gesto magnanimo pregò il buon
Direttore ad assecondare i desideri della figlia che era ridotta in uno stato di salute così
compassionevole da sembrare ormai rovinata ed incapace di più rimettersi. Non poteva
più prendere cibo, né ritenerlo nello stomaco, e per lo spazio di un anno ebbe a soffrire
affanni ed angosce mortali. Il desiderio ardente di Ernestina era di farsi Cappuccina
perché si sentiva attratta dalla grande povertà, mortificazione e penitenze praticate in
quell’Ordine. Quella vita di morte, più fruttuosa di ogni altra per la salute delle anime,
al parere di Ernestina era quella che più l’attirava; ma il savio Direttore le negò il
consenso, persuaso che là la sua salute non avrebbe potuto resistere.
Quando il P. Lodovico, commosso, le diede finalmente il suo consenso,
cominciò a migliorare così che in brevi giorni pareva risorta da morte a vita. Cominciò
subito a farsi il corredo e si diede premura di approfondirsi nello studio, sperando così
di venire accettata più facilmente. Un’ottima signora le diede lezioni di francese e così
venne a parlarlo, in poco tempo, con facilità e speditezza.
L’umile religioso si consigliò con un suo cugino, pure religioso, ed ambedue si
adoperarono a cercare il nido a quell’innocente colomba che, ansiosa, aspettava il
desiderato istante di dare un addio al mondo e abbandonarsi totalmente allo Sposo
divino.
In Udine, Capitale del Friuli, antica città aquileiese, la città dei Santi Ermacora e
Fortunato, che oggi conta circa 60.000 abitanti, sorgeva una nuova Congregazione
religiosa fondata da Padre Luigi Scrosoppi, Filippino, Congregazione che aveva di quei
giorni ricevuto dalla S. Sede legale riconoscimento (marzo 1862). Colà rivolsero i loro

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occhi quei buoni religiosi e fecero domanda d’accettazione per la loro protetta. Contro
ogni previsione, ne ebbero formale rifiuto e fu provvidenziale perché i parenti non
avrebbero, certo, permesso allora ad Ernestina, così gracile, di unirsi con quelle
religiose dette allora “le Poverelle”, tutte date ai digiuni, alle mortificazioni, alle
penitenze più austere. Ma il Signore ha i suoi tempi e noi vedremo come l’amore a Gesù
Sacramentato, meditato nell’umiliazione dell’Eucaristia rese invincibile e forte quella
che sembrava debole e incapace di patire.
Una povera giovanetta, testa balzana, in seguito a preghiera presentata con le
migliori raccomandazioni, era riuscita ad entrare in quel Noviziato. I primi giorni si
diportò bene, poi un po’ alla volta cambiò in modo da far soffrire non poco quelle
povere religiose le quali ebbero il loro da fare per allontanare la male intenzionata e
restituirla alla famiglia. Impressionate di questo fatto, non vollero accettare la
Piacentini. In seguito, il buon Dio fece loro vedere quale tesoro respingevano.
Intanto la povera Ernestina pregava intensamente, ma la sua preghiera era calma
e serena: ella voleva soltanto quello che voleva Iddio.
“Parlate, Signore, che la vostra Serva vi ascolta. Voglio seguirvi, o mio Signore
Gesù, nella Povertà, Castità e Obbedienza, vivendo ai Vostri piedi, nella cella
dell’anima mia, insieme agli Angeli che chi vedono, vi lodano, vi adorano
incessantemente”.
A pochi passi dall’Istituto di Padre Luigi Scrosoppi, trovasi quello delle Signore
Dimesse, fondato da un Rev. Padre Francescano già nel 1656. A quell’epoca, le
religiose vivevano come Dame ritirate osservando una regola di vita, non emettevano
Voti, però Udine poteva celebrare il profumo delle loro virtù. (NB. Ora le RR. Suore
Dimesse hanno Voti regolari e sono vere religiose Diocesane).
Fallito il tentativo presso le figlie del P. Scrosoppi, i due buoni Padri vollero
tentare presso le Signore Dimesse. Queste non negarono l’accettazione, ma con
prudenza pari a bontà, vollero vedere, esaminare, interrogare la candidata. Il Padre
Lodovico avrebbe dovuto accompagnarla. Ma come avvertire la famiglia? Come fare
senza che la mamma ne avesse tanto a soffrire? Concertando il da farsi, gli interessati
provocarono un invito da parte dei parenti di Cormóns i quali chiesero all’Ernestina di
passare fra loro qualche giorno e particolarmente la Festa del S. Rosario. Vi andò,
dunque, col Rev.do Padre, e pensava ormai riuscito il pio stratagemma. Ma quale non fu
la loro sorpresa quando, due giorni appresso, videro capitare un fratello di Ernestina, il
quale veniva proprio per accertarsi che la sorella fosse veramente lì; in famiglia, tutti

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temevano una sua clandestina entrata in religione. Il venerando religioso non si perde di
coraggio: organizza un pellegrinaggio a Udine, alla Madonna delle Grazie. Vi prende
parte anche il fratello di Ernestina. Giunti i pochi pellegrini nella città, tosto si dirigono
al Santuario. Il Padre celebra il S. Sacrificio e comunica quell’anima tanto sitibonda del
Pane che solo germina i Vergini. Poi con ingegnoso pretesto, arriva a staccarla dalla
comitiva e a presentarla alfine alle Signore Dimesse.
La Superiora li accolse freddamente e si mostrò quasi dura con la candidata.
Mise innanzi molte ragioni che, secondo lei, ostacolavano l’accettazione della giovane:
primieramente lo stato di salute della postulante, che pallida e gracile, poco utile
avrebbe potuto essere alla comunità, le mancava poi la dote richiesta dall’Istituto o
almeno il Diploma di Maestra. Che fare? Il Padre ascoltò in silenzio e finite le tante
obbiezioni tessè un panegirico tale della sua protetta che questa ne rimase stupita,
sbalordita, interdetta. Con gli occhi a terra, col cuore che le batteva forte, forte, ella
pregava il buon Dio affinché in lei si compisse solo la sua divina volontà.
La compagna della Superiora, commossa, finì col conchiudere che Ernestina si
presentasse entro otto giorni per sentire la definitiva decisione, intanto poteva rimanere,
come ospite, nella sua famiglia che, essendo udinese, dimorava non molto lungi dal
convento. Il consiglio fu accettato e la figliuola passò quella settimana nella preghiera
più fervente e sentita. Conosceva ella per propria esperienza il valore dell’orazione e
sapeva che le buone operazioni, per avere il loro pregio, devono essere prima maturate e
trattate con Dio.
Accolse ella quindi con animo grato quest’occasione e, nel silenzio della sua
cameretta, pregò fervidamente lo Sposo Celeste affinché avesse pietà di lei e volgesse in
bene la prova decisiva.
Quando il fratello e i cugini videro ritornare da solo il buon Padre, si misero in
sospetto che Ernestina fosse davvero rimasta in qualche convento e si quietarono
soltanto quando si accertarono con i loro stessi occhi e udirono da quegli ottimi signori
che la giovane rimaneva alquanto presso di loro quale graditissima ospite.
Passati gli otto giorni, la fervente candidata, con fede sicura, si presentò alla
Superiora per sentire la decisione. Accolta con molta cordialità, le fu detto senz’altro
che era accettata e, di comune accordo, venne fissata la data d’entrata per la prossima
Quaresima. Ernestina ringraziò commossa quelle buone Signore e si accomiatò in sì bel
modo ch’esse ne rimasero ammirate ed edificate.

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Uscita dal convento, corse Ernestina ai piedi di Gesù Sacramentato a rendere
fervide azioni di grazie e si congedò dalla Taumaturga Madonna delle Grazie affidando
a lei se stessa, la sua vocazione, la sua famiglia e sopratutto la mamma. Indi, piena di
santo entusiasmo, si restituì alla famiglia e confidò, in segreto, alla mamma, la sua
immensa felicità. Anche la signora Cecilia aveva molto pregato per la figliuola nel
momento ch’ella stava decidendo del suo avvenire, desiderando che la volontà del buon
Dio si adempisse in lei. Ella si era fortificata col Pane degli Angeli per avere la forza di
offrire all’Onnipotente il più ed il meglio che possedeva quaggiù. Ma chi può misurare
lo strazio di quel cuore di mamma che amava di un affetto tanto più intenso e profondo
la sua Ernestina quanto più leggeva da anni ormai, nel suo parlare, nel suo tratto, tante
angeliche bellezze? La sua casa sarebbe rimasta vuota senza quel tesoro di figlia che le
portava via tutto il suo cuore, ma Gesù la voleva e si adempisse dunque la di Lui
adorabile volontà.
Ben lo sapeva la signora Cecilia che Gesù Cristo non si lascia vincere in nessuna
gara di affetto. Chi gli dà una figlia, si sposa col Suo Cuore, donando Egli, con una
parentela di divini affetti, il contraccambio di quel tanto di sangue e di anima che gli è
stato amorosamente consegnato. Sapeva che l’amore divino ha le sue viste misteriose
che sembrano talvolta crudeli e invece sono semplicemente celesti.
La fervente figliuola sentiva immensamente al pensiero di lasciare i suoi, la cara
mamma soprattutto, ma sapeva che chi segue Gesù non perde i cuori dai quali, per Lui,
si allontana, anzi Egli li colloca solamente nel suo Cuore, dove li ritroverà, finito il suo
viaggio, per non separarsene mai più.
Ernestina volle spendere i pochi mesi che le restavano nell’unione più stretta con
Dio, nel ringraziarlo della segnalatissima grazia, nell’apparecchiarsi insomma al
benedetto giorno nel quale totalmente si sarebbe data al Signore.
Mise in ordine il suo corredo materiale, ma soprattutto cercò di adornare l’anima
con l’esercizio della mortificazione interna ed esterna. Per l’entrata in religione, si
confezionò un abito semplicissimo, si provvide di un rosario di legno e di altre cosette
di uso personale di pochissimo valore, tanto era l’amore alla s. povertà che, fin d’allora,
l’animava.
Un giorno, la buona Ernestina confidò alla sua insegnante di francese la sua
vocazione e l’accettazione fra le Signore Dimesse di Udine. Questa, molto pia e molto
esperimentata nella conoscenza degli animi giovanili, non la credette adatta per
quell’Istituto, anzi chiaramente le fece osservare che le Dimesse erano ottime Signore

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ritirate che vivevano senza voti, guidate da una regola per nulla ristretta, insomma non
confacenti per lei, inclinata ad una vita piuttosto austera e mortificata.
A questa asserzione, Ernestina rimase addolorata e sconcertata, tanto più che
allora le sovvenne la pia raccomandazione della mamma: “Figlia mia, se vuoi farti
Suora, ricordati di essere totalmente Suora”. In preda ad una indicibile ambascia,
com’era sua abitudine, ella si sfogò con Gesù Sacramentato ed un giorno, recatasi in
Cimitero, nella Chiesa, ai piedi del Tabernacolo, pregò e pianse:”Gesù mio, io voglio
seguirvi nella povertà, castità, obbedienza, vivendo ai vostri piedi, nella cella dell’anima
mia, assieme agli Angeli che vi vedono, vi lodano, vi adorano incessantemente”. Le sue
lagrime e le sue preghiere ferirono il cuore di Dio tanto che dal Tabernacolo le parve
uscisse la seguente risposta: “Calmati, tu finirai i tuoi giorni in un Istituto di grande
perfezione e ciò avverrà dopo molti anni dalla tua Professione, tu sarai passiva, io sarò
attivo”. A tale divina assicurazione, l’anima della giovane si riaprì alla speranza, alla
fiducia, alla gioia. Comprese ai piedi dell’Altare l’impellente dovere di obbedire a chi la
guidava in nome di Dio, comprese che la santità è volere la volontà di Dio: persone,
cose, istituzioni non sono che strumenti di cui Dio si serve per esplicare la sua volontà.
Intanto coi cari parenti, Ernestina si mostrava più che mai affabile,
condiscendente, affezionata per lasciar loro un buon ricordo e mostrare che la vocazione
non toglie gli affetti, ma li nobilita, li divinizza.
Un giorno, venne a lei una signorina di bell’aspetto, dal volto franco e sincero,
figlia di un impiegato, la quale candidamente le manifestò come da molto tempo si
sentisse chiamata allo stato religioso, ma non sapeva a chi rivolgersi per averne
consiglio e conforto. Avendo inteso che lei pure stava abbracciando tal genere di vita, la
pregava di aiutarla a seguire lei pure la divina chiamata. La Signorina era Maestra
diplomata e parlava correttamente il tedesco. Prevedeva molte difficoltà da parte dei
parenti e perciò si raccomandava caldamente alle sue preghiere, lei che, fortunata, aveva
scelto la parte migliore. La pregò inoltre di andare dai suoi genitori, affinché le
permettessero di accompagnarla a Udine, mentre poi lei si sarebbe accordata con le
Signore Dimesse o con le Suore della Provvidenza per la sua entrata. Le manifestò
ancora il suo amore per Gesù, per la perfezione, per il sacrificio, per l'apostolato, e,
ancora a lungo le parlò delle severe opposizioni dei parenti.
Ernestina, stupita a tanto candore e a tanta semplicità della compagna, che,
avendola veduta per la prima volta, sì schiettamente le aveva aperto tutto l’animo suo,
ringraziò, commossa, lo Sposo Celeste e promise alla signorina preghiere ed aiuto in

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tutto quello che poteva. Difatti, si recò volentieri dal Signor Fabris onde ottenere alla
figliuola il desiderato consenso e, se non l’ottenne per allora, lasciò però nella mente di
quel signore un’impressione di soave bontà che gioverà, più tardi, per concedere alla
figlia il bramato consenso.

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FRA LE DIMESSE

Giunse finalmente l’ora aspettata. Come stabilito, il Mercoledì delle Ceneri, 16


febbraio 1863, Ernestina lasciava il mondo per tutta consacrarsi al Signore. Più tardi,
ella dirà che solo per Iddio poté lasciare Trieste.
Le Signore Dimesse, vedendola così puntuale, si rallegrarono interpretando tale
fatto come lieto presagio della corrispondenza della candidata al dono inestimabile della
vocazione. L’uomo che le portò il baule del corredo era il carrettiere di Cormóns, sua
antica conoscenza. Nel salutarla, questi le disse in tono quasi profetico: “Arrivederci
dunque a quando lei verrà a Cormóns ad istruire le nostre giovanette”. Ella sorrise;
infatti chi avrebbe detto allora, che dopo alcuni anni, l’augurio di quell’uomo si sarebbe
perfettamente avverato?
Entrata nella casa religiosa, Ernestina godette di quella pura ed inesprimibile
gioia che il Signore, di solito, riserva alle anime nei primordi della loro donazione.
Tosto, Ernestina si affezionò alla sua Madre Maestra, la quale, essendo vecchia e cieca,
amava servirsi della giovane postulante per i vari lavoretti. Ben presto le venne affidato
l’incarico di apparecchiare il caffè per la Superiora e per le Maestre, ma, purtroppo, il
tempo le era così avaro che per non giungere in ritardo alla S. Messa, lei doveva
accontentarsi il più delle volte di un po’ di fondi e basta. E’ da notare che, a quei tempi,
ogni religiosa doveva provvedere da sé al proprio mantenimento. Tale ufficio le
procurava così una quotidiana mortificazione e appunto per questo lei mai l’espose ai
superiori, desiderosa com’era di dare al Signore sempre "con misura scossa, pigiata ed
abbondante". Un’altra mortificazione le derivava poi da questo stesso incarico: la
Superiora imponeva alla postulante di apparecchiarle il caffè esclusivamente nero;
naturalmente lei obbediva; ma le altre Signore, che tanto amavano la loro Superiora,

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rimproveravano la Piacentini perché non vi aggiungeva un po’ di latte. La poveretta così
soffriva molto e non sapeva proprio a chi obbedire.
Del resto, era trattata ottimamente, stimata per le sue virtù e generalmente amata.
Ma quello che lei sommamente ambiva era il patire, era il sacrificarsi per la gloria di
Dio ed il bene delle anime e questo suo più ardente ideale sentiva di non poter appagare
in quella Congregazione in cui il servizio di Dio era quanto mai facile e comodo.
Ma ascoltiamo lei stessa: ”Appena entrata fra le Signore Dimesse parevami di
godere la pace del Paradiso; specialmente la recita dell’Ufficio Divino era per me di tale
consolazione che non potrei appieno esprimere. Ciò nonostante una voce interna
dicevami:’Sì, sì, godi pure mentre il tuo Gesù tanto sofferse per te’. Tutte le volte che
qualche cosa mi andava a genio, sentivo infallibilmente il mesto ritornello il cui
sentimento s’imprimeva così profondamente nel mio spirito ch’io ne soffrivo
terribilmente. Cercavo di persuadermi che la vita ritirata offre, certo, delle consolazioni
e che quei rimproveri provenivano dal nemico d’ogni bene, pure non riuscivo a
pacificarmi. Gesù mi seguiva ovunque mostrandomi i suoi patimenti, le fatiche
sostenute nella sua vita mortale e trovava, secondo me, da rimproverarmi in ogni mio
atto”.

Come non ammirare qui i disegni della divina Provvidenza nel tracciare la
strada all'anima insignita del dono della vocazione religiosa ? Ernestina sarà più tardi
la Maestra ricercata ed amata da innumerevoli schiere di anime chiamate alla
perfezione. Avrà per moltissimi anni il compito di preparare le candidate alla vita
religiosa; sarà la consigliera di tante figliuole che, incerte sul proprio avvenire, oppure
in preda a violente tentazioni, si rivolgeranno alla sua materna tenerezza ed esperienza
per averne luce e conforto. Non vi è dubbio pertanto che Iddio sapientissimo volle porre
la giovane Piacentini a dura prova per rendere adamantina la sua vocazione, per
dotare il suo cuore di quella illuminata pratica delle vie della Provvidenza, nelle quali
per cinquanta e più anni guiderà le anime generose. Per questo dapprima il netto ed in
parte inesplicabile rifiuto nell'Istituto Religioso di P. Luigi, per questo la prova presso
le ottime Signore Dimesse; per questo infine l'insperata e definitiva accettazione fra le
Suore della Provvidenza. Bisognava che il sensibilissimo cuore di Ernestina sentisse lo
strazio del dubbio, gustasse le amarezze di una insaziata sete di amore e di sacrificio,
sanguinasse per lo strappo violento dai parenti prima, dalle ottime Dimesse, poi. Ma

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Ernestina Piacentini sapeva che prima di tutto bisogna fare la volontà di Dio. Questa
volle conoscere, questa, conosciuta, volle ad ogni costo, attuare.

Ormai era convinta che il Signore veramente la chiamava ad una vita di


perfezione, voleva fosse con Lui confitta sulla Croce. Egli stesso disse: “Chi vuol venir
dietro a me, prenda la sua croce e mi segua”. Ernestina sapeva che per arrivare lassù,
l’unica via da battere è quella dei patimenti e, nonostante le ripugnanze della natura,
voleva giungervi a qualunque costo. Ma che fare in tali combattimenti? Non dubitò
molto sul mezzo da scegliere. Unico espediente era manifestare interamente l’animo suo
al M. R. Padre Spirituale che, illuminato da Dio, le avrebbe indicato sicuramente il
divino volere a suo riguardo.
Il M. R. Don Francesco Fantoni, Confessore delle Signore Dimesse, era uomo di
mente elevata, tutto di Dio, praticissimo nel guidare le anime. A Lui dunque Ernestina
aprì interamente l’animo suo: gli disse gli interni suggerimenti, le pene, le angosce del
suo spirito, le brame ardenti di una vita austera, il desiderio vivissimo di emettere i S.
Voti e lo pregò umilmente di aiutarla e illuminarla. Il prudente Direttore esaminò molto
bene la giovane, la esortò a pregare fervidamente e a mettersi in una totale indifferenza
circa la manifestazione della divina volontà a suo riguardo. Più tardi, le chiese se sentiva
inclinazione per le Suore della Provvidenza, alla quale domanda lei rispose
affermativamente poiché ”So - disse – che in quella Congregazione le Religiose
emettono i S. Voti e, fra le altre pratiche, fanno dopo tutti i pasti, una visita a Gesù
Sacramentato”. Il Rev.do Don Fantoni allora le promise di perorare la sua causa e di
farla accettare dalle Suore della Provvidenza. Ernestina ne fu felicissima poiché tale
Congregazione, oltre ad attrarla per la vita povera, austera e penitente, la invogliava
anche per l’accettazione della sua amica, Giuseppina Diotallevi, la quale, ottenuto il
consenso dei genitori, entrava fra le Suore della Provvidenza nel luglio di quel 1863.
N.B. Nella Vestizione cambiò il nome in quello di Madre M.a Lodovica e fu
religiosa esemplare.
Il M. R. Don Fantoni si portò dal Padre Luigi Scrosoppi, Fondatore delle Suore
della Provvidenza, suo intimo amico, e caldamente perorò la causa della sua protetta. Il
buon Padre, per l’affetto e l’alta stima riposta nell’amico, acconsentì subito.
Appena lo seppe, Ernestina si portò ai piedi di Gesù Sacramentato rendendo
vivissime azioni di grazie. Ma il demonio, invidioso del gran bene che avrebbe arrecato
alle anime tale decisione, le mosse una tremenda guerra.

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Sentiamo Ernestina: ”Quando seppi – scriveva – che venivo accettata dalle
Suore della Provvidenza, dopo il primo impeto di gioia naturale, sentii nel mio spirito
un grande turbamento. Temetti, infatti, fosse la mia una violenta tentazione diabolica
per cui, appena lasciate le Dimesse, mi sarei, ahi, troppo tardi, pentita. Il mio
Confessore cercava di persuadermi che Dio richiedeva da me una vita più perfetta di
quella che avevo fino allora condotto, ch’Egli voleva essere da me servito in una
Comunità di fervente osservanza, mediante un genere di vita rispondente appieno con i
miei ideali, ma, dopo un istante, io ricadevo nelle consuete perplessità ed ansietà di
spirito. Il saggio Confessore, volle consultare anche il buon padre Lodovico e lo fece
venire appositamente alcuni giorni a Udine. Si presentò egli molto turbato non
conoscendo il vero motivo delle mie angustie e volle sapere minutamente ogni cosa. Gli
esposi francamente tutto quello che il cuore dettavami ed in quel primo abboccamento
egli non decise nulla sul mio avvenire. Temeva pure lui fosse inganno del maligno e si
spaventò non poco. Passai alcuni giorni piangendo e pregando. Il Signore alfine ebbe
pietà di me e dispose che la vittoria fosse sua e non dell’astuto nemico. I Superiori,
assicurati della volontà di Dio, mi obbligarono ad abbracciare la nuova Congregazione.
Mi ordinarono pertanto di darne ampia relazione alla Superiora delle Dimesse e di
dispormi alla partenza”.
Non è meraviglia se quelle Signore, sentirono vivo il dolore per la partenza della
Piacentini. Infatti, nei pochi mesi che dimorò fra loro, aveva diffuso attorno a sé il
delicato aroma delle sue virtù e tutte le religiose ne speravano un’ottima riuscita. Si
diedero pertanto premura di indurre la giovane a rimanere fra loro e chi in un modo chi
nell’altro volevano trattenerla. Una soltanto appoggiò il suo divisamento poiché lei pure
desiderava ardentemente seguirne l’esempio. Domandata del motivo che la induceva a
partire, Ernestina rispondeva: ”Vado perché qui mi trattano troppo bene”. Ed era vero:
fra quelle mura, giammai ella avrebbe potuto estinguere la sua sete di sofferenza e di
immolazione. Ma quello che commosse ed addolorò il cuore della generosa postulante
fu il distacco dalla Madre Maestra. Gli ultimi giorni specialmente, ella sentivasi a così
dura prova che evitava in ogni modo di incontrare la sua Maestra poiché temeva che il
suo cuore sensibilissimo non finisse col tradirla. Tanto si amavano!
Fu in quella benedetta Casa che la Piacentini tanto s’infervorò del gran Patriarca
San Giuseppe. Là attinse quella devozione sì forte e confidenziale che la distinguerà
durante tutto il corso della sua vita e trasfonderà efficacemente nel cuore delle figlie. La
Cappella del Noviziato delle Signore Dimesse era dedicata al caro S. Giuseppe: lì le

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giovani facevano le pratiche devote, lì solennemente veniva onorato nelle novene e feste
dall’intera comunità. Alcuni giorni prima della sua definitiva partenza dalle Dimesse, le
Suore della Provvidenza vollero vederla e conoscerla. Ottenuto il consenso, Ernestina vi
si recò con l’animo riboccante di felicità, desiderosa com’era di conoscere da vicino
quelle che Dio le aveva, fin dalla eternità, destinato a compagne nella pratica delle virtù
evangeliche.
Quel giorno, la Rev. ma Madre Generale, Suor M. Teresa Fabris, era ammalata,
per cui scesero in parlatorio la M. Vicaria, M. Serafina e la Maestra delle Novizie, M.
Maria Luigia Dario. Queste buone Madri, per provare lo spirito di Ernestina, si misero
ad enumerare le pene, le difficoltà, le privazioni, i sacrifici, le umiliazioni cui avrebbe
dovuto sottostare abbracciando la loro vita. Ma Ernestina, raggiante di felicità, con gran
pace e dolcezza rispose: “E’ appunto quello che desidero e cerco”. Così, soddisfatte,
quelle Venerande Madri decisero l’entrata della postulante il 5 giugno 1863.

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IL FONDATORE DELLE SUORE DELLA PROVVIDENZA

N.B. Antonia Lazzarini, udinese, maritata nel 1874 al Nob. Francesco Filaferro,
possessore di ferriere in Malborghetto di Carintia, ebbe due figli: Carlo Nicolò Tomaseo
che nacque il 14 novembre 1786, e Giovanni Battista Giuseppe, che morì fanciullo il 13
novembre 1787.
Carlo, che divenne il P. Carlo Filaferro, fu Preposito dei Filippini e Fondatore
dell’Opera benefica delle Derelitte in Udine. Questo santo Sacerdote morì il 29 gennaio
1854 lasciando tutto il suo all’Opera da lui fondata. Mortole il marito, la pia signora, nel
1801, tornò in Patria ove passò a seconde nozze col signor Domenico Scrosoppi,
negoziante di specchiati costumi e d’una onestà eccezionale. Nel 1803 nacque Giovanni
Battista, che divenne fervente Sacerdote e zelantissimo Missionario, Arciprete di Sacile,
morì in Udine nel 1879 lasciando universale erede il fratello, P. Luigi.
Il Fondatore delle Suore della Provvidenza nacque in Udine il 4 agosto 1804 da
Domenico Scrosoppi e Antonia Lazzaroni. Nel S. Battesimo ebbe i nomi di Luigi,
Domenico. Appena nato, la pia genitrice, madre di tre futuri Sacerdoti, lo consacrò alla

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Madonna scongiurandola a farlo tutto suo e a prenderlo anche in Paradiso, assieme agli
altri due figliuoli, piuttosto che avessero, in vita, a commettere un solo peccato mortale.
La preghiera della buona Mamma salì veramente al cuore di Dio e fece
discendere sulle innocenti creature le più elette benedizioni del cielo.

Sempre così; quando il Signore vuole donare all'umanità qualche uomo


eccezionale, qualche grande benefattore, specialmente qualche Santo Sacerdote, ha
cura di preparargli una madre profondamente cristiana. Sembra proprio che Iddio, in
qualche modo, voglia ricopiare, se ci è lecito esprimerci così, in miniatura, quanto Egli
volle fare per il Figlio suo Unigenito, quando gli preparò una Madre Vergine
Immacolata (piena di grazia) .Oh! le mamme dei Santi, quanta parte hanno avuto nella
loro formazione alla fede, alla santità, alle opere di carità, specialmente. Così di
Antonia Lazzarini si deve dire la stessa cosa. Né possiamo trattenerci dal sottolineare
un'altra singolarità di ogni altra opera grande nella Chiesa di Dio: la presenza, cioè,
fin dagli inizi, di Maria Santissima cui persone ed opere vengono consacrate perché
prosperino e vivano. Così il bimbo Luigi Scrosoppi, dalle mani e dal cuore di una
Madre esemplare fu, appena nato, offerto e consacrato alla Madre Celeste, che non se
lo lascerà più sfuggire e ne farà un Sacerdote di esimia pietà, carità e prudenza. Padre
Luigi doveva diventare, a suo tempo, il Padre di una schiera innumerevole di anime
verginali che, fregiate del titolo di "madre" nel senso più nobile di questo nobilissimo
vocabolo, nel nome e nell'amore di Maria Santissima della Provvidenza,
moltiplicheranno a beneficio dei fratelli, specie se poveri, malati, disprezzati, i prodigi
di quella carità di cui il Cuore santissimo di Gesù è fornace e modello. Padre Luigi è,
si può dire, nato sotto lo sguardo materno di Maria.
Ernestina Piacentini è nata e vissuta sotto il manto di Maria! Come non
prospererà rigogliosamente un'opera sorta sotto auspici tanto sicuri? Non è forse
esatto dire che fondatrice vera dell'Istituto delle Suore della Provvidenza è Maria
SS.ma , di cui Padre Luigi, Madre Cecilia ed altre anime eccezionali che vi hanno
vissuto ed operato sono stati generosi strumenti? Qui, lo crediamo, sta il segreto dello
sviluppo di questo Istituto pure in mezzo a tanto ostacoli. Ma ritorniamo alla nostra
storia.
Luigi crebbe buono, pio, devoto della Madonna, amantissimo dell’Eucaristia, ai
cui piedi maturò in lui la vocazione sacerdotale. Entrò nel patrio Seminario e si distinse
subito per gli ottimi costumi, per la diligenza e il profitto negli studi. Fu ordinato

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sacerdote nel 1827. Entrò tra i RR. Padri Filippini e ne divenne zelantissimo Preposito.
Terziario Francescano, nell’assenza dei RR. Padri Cappuccini da Udine, funse da
Direttore e tutto si diede, specialmente dopo la soppressione dei Filippini in Udine, alle
Opere di carità aiutando mirabilmente il fratello Carlo nella fondazione e formazione
dell’Istituto delle Derelitte. La Provvidenza lo chiamò a fondare uno stuolo di Vergini
consacrate al Signore, le quali, unendo in bell’accordo la vita attiva alla contemplativa,
vivessero per Iddio e per il prossimo vittime doppiamente sacre del più puro e perfetto
amore. Eccolo quindi cercare delle buone signorine, dal cuore materno, che, vestito
l’abito religioso, si dessero tutte all’Istruzione e all’educazione delle dilette orfanelle.

Attraversando mille difficoltà, compose per loro le S. Regole, volle si


distinguessero per una illimitata fiducia nella divina Provvidenza, si adoperassero a
lenire tutte le umane miserie, cercando in ogni cosa la propria interna ed esterna
abnegazione, con la mira di piacere a Dio solo, fosse pure col sacrificio della propria
vita.
Il Padre Luigi si distinse per un intenso spirito di pietà che lo portava a protrarre
le sue preghiere fino a notte inoltrata, in positura scomodissima. Amò i digiuni, le
mortificazioni, le penitenze più rigorose e più austere. Le flagellazioni, i cilizi, le
catenelle erano infatti per lui la chiave che, unita alla preghiera, gli apriva i ricchi tesori
del cielo. La carità era personificata in lui; non v’era in Udine opera caritativa nella
quale Padre Luigi non avesse parte attiva. Il suo cuore veramente era aperto a tutti,
arrivò persino a farsi mendicante per le sue dilette orfanelle. La sua vita si può
riassumere nel trinomio che teneva sempre davanti agli occhi: "Fare Patire Tacere".
Morì il 3 aprile 1884 lasciando alle sue figlie il ricco patrimonio delle sue virtù,
in particolare dell’abbandono in Dio e della carità.
“Carità, ecco lo spirito della Congregazione, salvare le anime e salvarle con la
carità”. Furono le ultime sue parole.

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L’ISTITUTO DELLE SUORE DELLA PROVVIDENZA


ALL’ENTRATA DELLA GIOVANE PIACENTINI

Come convenuto con le sue Superiore, il 3 giugno 1863, Ernestina entrò fra le
Suore della Provvidenza. Saputo del suo arrivo, il buon Padre Fondatore discese a darle

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il “bene arrivata”. La postulante, commossa e raggiante di felicità, s’inginocchiò a
baciargli la mano, ringraziandolo con fervore di sentimenti d’averla accettata in
Congregazione e dichiarandosi pronta ad assumere qualunque ufficio pur di farsi santa,
poiché, “fra le Suore della Provvidenza sono venuta per fare la volontà di Dio, per
servire il mio Signore nell’umiliazione, nel patire, nell’osservanza dei S. Voti”. Piacque
al buon Padre la postulante e, paterno com’era, le fece la migliore delle accoglienze.
Le fece subito notare come, essendo quel giorno il I° venerdì del mese
consacrato al Cuore SS. di Gesù, avrebbe dovuto in tutta la sua vita segnalarsi nella
devozione a questo Sacratissimo Cuore ed onorarlo particolarmente con la pratica
costate delle sue virtù.
Ernestina esultò in cuor suo e custodì in cuore le parole del Padre facendone
poscia il programma, direi, della sua vita.

Padre Luigi potè, in quell' incontro, intuire subito quale tesoro Iddio gli donava
a bene della Congregazione? La festa con cui l'accolse, le raccomandazioni che le fece,
la paterna assistenza di cui circondò subito Ernestina Piacentini ci fanno rispondere
affermativamente. Padre Luigi era ormai anziano, anzi quasi vecchio, nel 1863; aveva
ormai una consumata esperienza delle anime. Il suo esteriore rapiva per nobiltà
d'aspetto, semplicità e carità dolcissima. Ernestina sentì subito di aver trovato in lui
l'uomo di Dio che l'avrebbe indirizzata per quella perfezione a cui anelava. E quando
17 anni più tardi la giovane Suora Piacentini sarà eletta M. Generale, il buon Padre
esulterà di gioia purissima perchè vedrà collocata in mani sicure la diletta
Congregazione. Quel 3 giugno 1863 segna pertanto la data importante in cui avvenne
l'incontro di due anime eccezionali che Iddio aveva scelto per compiervi particolari
disegni di misericordia!

All’entrata della Piacentini, la Comunità era davvero nel massimo rigoglio della
regolare osservanza. Era morta solo da dieci anni una delle prime Superiore della Casa
Matrice di Udine, Madre Lucia De Giorgio, nata a Udine nel 1814. Giovane di illibati
costumi e di profonda pietà, appena ebbe sentore del novello Istituto, chiese di entrare
quale infima, nel 1837. Anima tutta di Dio, esemplare, di coscienza delicatissima, fu
Maestra delle Novizie, Superiora e incomparabile Madre di tutte le figlie. Si notano
nella sua vita, fatti che hanno del soprannaturale.

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Alta di persona, grave, dotata di criterio e di virtù non comuni, era tutta zelo per
la gloria di Dio e per il bene delle fanciulle. In particolare risplendette la vivezza della
sua fede e l’ardore della sua carità nei sette anni del suo Superiorato.
Si narra, tra il resto, che eravi in quel tempo, in collegio, una fanciulla infetta da
una malattia schifosissima al cui fetore nessuno poteva avvicinarsi senza provare
un’estrema ripugnanza. La Madre Lucia volle ella stessa curare la povera piccina al cui
contatto, come raccontano le religiose che ne furono testimoni oculari, il puzzo
proveniente dalle piaghe si cambiava in una fragranza mista d’incenso e di fiori. La
buona Madre sapeva farsi tutta a tutti, ogni dolore, ogni pena, ogni privazione trovava in
quell’affettuosa Madre conforto, sollievo, novello vigore.
Sceglieva sempre il lavoro più faticoso, il più di spregevole per sé, procurava a
tutto suo potere di sollevare le figlie che svisceratamente amava. Aveva appreso dalla
divina sapienza l’arte difficile di ben governare ed il segreto per farsi amare, di maniera
che ognuna ingenuamente si credeva la prediletta della Madre Lucia. Teneva quale suo
principale dovere l’assistenza delle ammalate, né mai lasciava in ciò il campo all’altrui
carità. A questo proposito non possiamo tralasciare questo episodio. Una Suora
ammalata di cancrena allo stomaco, appena ricevuta l’Eucaristia, rimandò cibo e
marciume. La Madre Lucia, lì presente, senza alcun indugio, prende ed inghiotte senza
esitazione. Le Suore presenti vogliono trattenerla, ma che è che non è…. Vedono la
veneranda Madre tutta circonfusa di un’aureola luminosa.
Un giorno, portò al Padre Fondatore un’orfanella piccolissima arrivata in quel
momento e “Padre – gli disse – questa bambina sarà nostra, la benedica”. Fu così. La
piccina crebbe, divenne Religiosa, lavorò molto per la Congregazione e fece una santa
morte. Sebbene fosse infermiccia, non volle cedere mai ad altre il dolce compito
dell’assistenza alle inferme. Assistette infatti alcune Suore e derelitte colpite dal colera,
ne restò vittima lei pure e morì il 28 luglio 1855 lasciando un immenso vuoto ed un
profondo dolore.
Dopo morte sembra che sia apparsa più volte alle dilette sue figlie. In particolare
narrasi che fu vista in parlatorio al posto dell’accompagnatrice mancante, qual monito
per la mancanza alla S. Regola, che lo prescriveva.
Quando nel 1863 Ernestina Piacentini entrò fra le suore della Provvidenza, lo
spirito di M. Lucia De Giorgio vi dominava in pieno. L' Istituto aveva avuto il Decreto
di Lode e di riconoscimento della S. Congregazione dei Vescovi e Regolari in Roma
firmato da S.S. Pio IX nel marzo 1862 ed il giorno del grande protettore della

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Congregazione - 7 agosto - di quello stesso anno le Suore avevano fatto nella Chiesa
dell’Istituto la Professione Religiosa pubblica.
All'ingresso della Piacentini, fungeva da Superiora Generale la Madre Teresa
Fabris, udinese, nata nel 1813. Religiosa ferventissima, di un’esattezza eccezionale nelle
piccole osservanze, tanto buona ed indulgente con gli altri, altrettanto era rigorosa e
forte con se stessa. Amante del lavoro, della fatica, del sacrificio, assidua alla preghiera
che protraeva fino a notte inoltrata, tutta cuore per le Suore e le dilette orfanelle, fu
eletta più volte Maestra delle Novizie, e le Suore che furono alle sue dipendenze mai
dimenticarono poi quella Madre che, per la sua esattezza, soprannominarono il
Berchmans. Morì nel 1882 assistita dal Ven. P. Fondatore, lasciando alle figlie la
preziosa eredità delle virtù.
Nel 1863 era Superiora della Casa e quindi Vicaria Generale, la Madre Serafina
del S. Amore, un vero Serafino d’amore per la SS. Eucaristia. Ai piedi dell’altare,
rimaneva immobile per ore e ore; eroica nel patire per Gesù, oltre le molte e varie
penitenze con cui affliggeva il suo corpo senza pietà, portò in silenzio, per diversi anni,
un malore interno fino a che questo si palesò da sè. Allora poi per verecondia, non volle
mai essere operata e tirò innanzi generosamente fino a che morì. Venne eletta due volte
Superiora Generale, fu stimata ed amata da tutti qual Santa. Era d’una dolcezza
inalterabile, d’una bontà affascinante; le Suore la chiamavano un S. Francesco di Sales.
Passò i primi cinque anni di vita religiosa con la I° Superiora Generale Madre Lucia De
Giorgio e ne attinse lo spirito di regolarità e prudenza, fu il braccio destro del P.
Fondatore, con lui e con la M. Teresa Fabris si adoperò per la compilazione delle
Regole e lavorò, si sacrificò, lottò con lui fino a che egli visse per l’incremento
dell’Opera, per il bene della Congregazione delle Suore della Provvidenza. Questo
l'ambiente spirituale in cui Ernestina s'immerse al suo ingresso in religione.

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IL PROBANDATO

Ma la Piacentini trovò un cuore veramente materno nella sua Madre Maestra: la


Madre Luigia Dario, vero angelo di bontà, di saggezza, di prudenza, che Dio aveva
proprio plasmato per quell’ufficio. In lei Ernestina ripose tutta la sua confidenza, a lei

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ricorse, fiduciosa, nei dubbi, nelle incertezze, nelle pene, nelle difficoltà del cammino
ascensionale che si era prefisso, si mise insomma nelle sue mani come la creta nelle
mani del vasaio, pregandola a plasmarla come voleva, secondo lo spirito della
Congregazione. La saggia Maestra comprese tosto il tesoro che Dio le aveva affidato e
si diede con tutto lo zelo a lavorare quel cuore così ben disposto a corrispondere ai
divini disegni. Quelle due anime si compresero, si amarono molto e la Piacentini
conservò per tutta la vita una grande venerazione per la sua Maestra.
Già dai primi giorni, Ernestina ammirò nelle Suore un fervore che aveva più
dell’angelico che dell’umano; ardevano d’amore per Gesù Sacramentato, lavoravano
giorno e notte per sostentare le care orfanelle, erano avide di umiliazioni, di patimenti
fino all’eroismo. Alla scuola del Santo Fondatore imparavano ad attingere dal Cuore SS.
di Gesù lo zelo ardente per la salvezza delle anime e per la propria santificazione.
Ernestina subito si sentì pervasa da quell’atmosfera di fervore ed ebbe l’impressione di
avere alfine trovato quello che il suo cuore cercava. Si diede ad un’osservanza esatta dei
regolamenti e, ben presto, si mostrò modello alle sue compagne. Era delicatissima di
coscienza e, più tardi, raccontava alle Suore che una volta, essendo probanda, fu
mandata a passeggiare un po’ in braida. Obbedì Ernestina ma, subito dopo, andando a
Confessione, si accusò che in quella passeggiata aveva commesso 12 difetti. Il
Confessore le rispose: "Il numero è bello, ma non la specie". Avvezza nel mondo a
pregare in Chiesa tutta curva, con la faccia fra le mani, le pareva che la Madre Maestra
avrebbe dovuto farsi coscienza di farle perdere il fervore imponendole di star diritta in
Cappella; e si fece un dovere di avvertirla; però, visto che la Madre era di altro parere,
obbedì puntualmente.
Era molto assennata. Una compagna, vedendo il padre Fondatore e la Madre
Superiora che parlavano fra di loro di cose importanti, chiamò Ernestina e: “Senti, - le
disse – ecco una bella occasione per buscarci una sgridata, andiamo là vicino e
domandiamo il permesso di andare in braida a mangiare uva, così ne avremo una buona
umiliazione”. E Ernestina: “Ma no, benedetta, non commettiamo questa indiscrezione,
rispettiamo i loro affari, piuttosto raccomandiamoli a Gesù e se Lui vorrà, saprà anche
mandarci delle umiliazioni”.
Alla sua entrata, Ernestina, aveva detto che davvero desiderava patire per Gesù
ed il Signore la prese in parola poiché subito ebbe a sostenere dure prove. Da quando
mise piede fra le Suore della Provvidenza i suoi parenti non le scrissero più, né
s’interessarono di lei. Come buona figliuola, naturalmente, lei continuò a tenerli

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informati sul suo conto, ma mai ebbe una riga di risposta. Solo, allorché seppero del suo
cambiamento, le scrissero un letterone così pieno di acerbi rimproveri che i saggi
Superiori credettero bene non mostrare alla postulante. La buona probanda intanto
tremava al pensiero che i genitori non fossero contenti del suo divisamento e che un
giorno la forzassero a ritornare in famiglia.
E che non fa il demonio per abbattere un’anima? Quali sottili inganni non usa?
Ernestina, come le altre postulanti, aveva un buon letto, da poveretta, ma comodo e
pulito. Il diavolo, certo per tentarla, le mise in mente che in quel letto dovevano essere
morte delle Suore e che, per provare la sua vocazione ed esercitarla nella penitenza e
mortificazione a lei l’avevano dato senza neanche pulirlo. E la fantasia intanto lavorava
ed il sonno non veniva e la giovane deperiva. Finalmente, attraverso accidentali
circostanze, poté persuadersi del contrario. Talvolta, Ernestina sentiva che qualche
buona Suora, con molta semplicità, lamentava la sua debolezza per cui poco utile, certo,
sarebbe stata alla Comunità, o avrebbe finito come la tale che, poco addietro, aveva
dovuto uscire per alienazione mentale. La poveretta taceva e soffriva offrendo con
generosità a Gesù tutte le sue afflizioni, e raddoppiava di attività per non dare ad altri
l’occasione di muovere lamentele sul suo conto.
La sua ottima Madre Maestra però l’amava moltissimo, e anche questo fu
sorgente di sofferenza suscitatele da qualche invidiosetta, che attribuiva quelle
attestazioni di ben meritato affetto a ingiusta parzialità. Ma a queste crocette di lieve
entità, se ne aggiunsero tosto altre ben più gravi. Guai a lei se non avesse riposta tutta la
sua fiducia in Gesù Sacramentato, ai piedi del quale sfogava quotidianamente la pena
dolorosa delle sue ambasce.
La sua complessione gracile, i combattimenti interni sostenuti fra le Dimesse
finirono con lo sfibrarla talmente che, certe volte, per debolezza cadeva priva di sensi.
Finché poté stare alla vita comune, soffriva con gioia, lieta di offrire allo Sposo
Celeste le delicate finezze del suo amore, ma, un giorno, sentendosi venir meno ed
essendo incapace di compiere i suoi doveri, dopo aver pregato Gesù ad illuminarla ed a
dirigere sicuramente i suoi passi, andò dal Rev. do Padre Luigi Scrosoppi e, con filiale
confidenza a lui espose tutte le sue pene, i suoi bisogni, i suoi timori. Il buon Padre la
confortò, l’esortò a confidare nella bontà del Signore ed ordinò che le venisse
somministrato un vitto sano e ricostituente. Fu in quella circostanza che il Ven. Padre le
disse: “Sta tranquilla, figlia mia, tu persevererai nella Congregazione, vi lavorerai

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moltissimo fino a tarda età”. Ernestina ne uscì consolata e custodì in cuor suo le
profetiche parole del Padre.
La bella Chiesetta dedicata a S. Gaetano, ove viveva il Suo Sacramentato
Signore, formava la delizia della giovane Piacentini. Ai piedi di quell’altare passava
tutto il tempo concessole dall’obbedienza, là attingeva la forza per combattere la natura
ribelle, là l’ardore per proseguire intrepida nella via della religiosa perfezione. Oh, se
quelle care pareti potessero parlare: quanti colloqui d’amore esse ci svelerebbero. Ma le
cose del Cielo si scopriranno soltanto in Cielo.
Non si deve credere però che tutto le riuscisse facile e leggero. Oh, no! Lei
stessa confessò che nei primi anni della sua vita religiosa era tale la violenza che doveva
fare per vincere se stessa ed in particolare il suo carattere caldo e spontaneo, che,
qualche volta, per un’umiliazione subita, o per nascondere agli altri un atto virtuoso,
sentivasi ribollire il sangue così che correva in cella e, inginocchiata a terra, stringendo
il suo Rosario, ripeteva: “Buona cosa è per me, Signore, l’avermi umiliata”, e nel dire
così tremava tutta.
Non sarà inutile dire una parola su quella chiesetta di San Gaetano che fu
testimone di tante effusioni di pietà di Ernestina Piacentini.
Questa era ormai pronta nella primavera del 1847, mentre il Coro per le Suore
non era ancora compiuto nella primavera del 1852. A gara, tutte le buone Suore
portarono il materiale per la fabbrica. Fra esse si distingueva Madre Orsola Baldasso
nata a Buia di Udine nel 1808. Era ella un vero serafino d’amore e lavorava indefessa
tutto il giorno a portar pietre e la notte la passava in adorazione davanti al tabernacolo.
Mortificata a segno di nutrirsi solamente dei rimasugli di polenta avanzati alle fanciulle,
più volte fu vista dissetarsi con l’acqua in cui erano state lavate le stoviglie.
Nell’inverno, andava scalza pur avendo delle profonde screpolature ai piedi. Per provar
maggior dolore, ella, sulle asprezze della strada, saltellava allegramente. Recitava ogni
giorno devotamente l’Ufficio divino facendo benissimo spiccare le parole pur non
sapendo leggere, poiché già da fanciulla, la Madonna stessa le aveva insegnato tale
recita. Morì prima che il Coro fosse compiuto il 7 maggio 1852, però, come confidò lei
stessa al Padre, diverse volte vide - sogno o visione? – il Coro ultimato descrivendolo al
Fondatore anche nei più minuti particolari. La sua morte fu l’eco della vita. Prima di
spirare, intonò una devota Laude alla Madonna.
Al tempo della Piacentini, era sagrestana Sr. Maria Rosa Mulinis. Anche questa
un cherubino d’amore per il prigioniero del Tabernacolo.

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Adornava meglio che poteva l’altare e teneva tutto pulito e lucido come se i
candelabri e i vasetti fossero di purissimo oro. Intanto, beatamente, con tutta confidenza,
parlava col suo Gesù come fosse persona visibile davanti a lei. La notte dormiva poco,
anzi si alzava più volte per correre da Gesù “a vedere – diceva lei – se il lumicino
ardeva”. In una di quelle visite notturne, venne assalita da paralisi cerebrale che in breve
la trasse alla tomba. Suor M. Rosa, qualche volta, chiamava Ernestina ad aiutarla e la
fervente probanda correva, felice di lavorare per Gesù, sotto il suo sguardo, a Lui così
vicina. Era fuori di sé dalla gioia quando poteva preparare per la S. Messa e tagliare le
particole. Quando doveva passare e ripassare davanti al Tabernacolo, benché avesse
fretta, faceva sempre devotamente la sua genuflessione, tanto che le Suore, fin da allora,
ammiravano il profondo rispetto per le cose sante, la scrupolosa esattezza e l’ardore
eucaristico di quella giovane che appena, si può dire, aveva posto piede in convento.
Ella ascoltava poi con santa avidità la lettura e la spiegazione delle S. Regole che il
medesimo Fondatore, con religiosa e scrupolosa esattezza, teneva alle giovani, ma non
essendo ancora pago il suo fervore aggiungeva all’osservanza regolare la pratica di
molte penitenze e mortificazioni il cui permesso ben sapeva ottenere dalla Madre
Maestra.

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LA VESTIZIONE

Il tempo passava e le postulanti sospiravano alla Vestizione, avendo compiuto ed


anche oltrepassato il tempo prescritto. Ma Ernestina era l’ultima venuta; come poteva
lusingarsi di essere ammessa? Pure desiderava ardentemente il S. Abito e dal fondo del
cuore innalzava al Signore i più accesi voti, mentre intensificava il suo fervore per
l’esatta osservanza anche delle più minute prescrizioni della S. Regola.
Né si turbò e perdette la pace in attesa delle decisioni dei Superiori, i quali
trovandola matura di senno, avanzata nella perfezione, certi di avere un soggetto utile
alla Congregazione, l’ammisero senz’altro, con le compagne, alla Vestizione. Come
esprimere la gioia e la felicità della fervente Ernestina? Lei, che nel breve tirocinio,
aveva provato tante dolorose incertezze, tanti timori di essere rimandata? Oh, come
corse ai piedi del suo Gesù a rendergli vivissime grazie per un tanto dono!

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All’epoca fissata, entrò pertanto nei S. Esercizi. E’ impossibile descrivere il
fervore della cara postulante. Dopo lavatasi nella Sacramentale Confessione, totalmente
si abbandonò nelle mani del suo celeste Sposo lasciando ch’Egli liberamente lavorasse
nell’anima sua. Uscì da quel Ritiro trasformata, soltanto famelica di Lui, della sua
croce, desiderosa di dargli amore per amore, sangue per sangue, vita per vita. Spuntò
finalmente il giorno tanto aspettato: 18 aprile 1864 - Festa del Patrocinio di S. Giuseppe.
La piccola campana del convento, fin dalla vigilia aveva fatto sentire la sua voce di
festa, e tutto infatti era festa là dentro. Il Presbiterio ornato di piante sempreverdi,
l’altare olezzante di candidi fiori fra cui fulgeva il Tabernacolo dorato come un piccolo
Trono fra lo sfavillio delle candele. Oltre gli Assistenti all’altare, anche una numerosa
schiera di Sacerdoti testimoniavano al benemerito Fondatore la loro deferenza, la loro
devozione. Anche la mamma di Ernestina era venuta ad assistere alla cerimonia
all’insaputa dei parenti che, ancora troppo urtati per la risoluzione della giovane, non
volevano saperne della sua Vestizione. La buona mamma, invece, commossa e felice,
mai finiva di ringraziare il Signore che s’era degnato di scegliere proprio nella sua casa
una sposa.
Ecco, in Cappella, il silenzio è profondo, in alto, per l’aria, si distende la voce
della pia campana del Convento, mentre dall’orchestra si sprigiona un’onda di canto:
“Prudentes Virgines”. A passo, lo stuolo delle vergini bianco vestite, recanti in mano il
cero acceso, entrano e si dispongono nei banchi drappeggiati di rosso.
S. E. Mons. Giuseppe Luigi Arcivescovo di Udine, comincia la S. Messa.
Giunge il momento della Comunione: lo Sposo chiama le anime per ammantarle della
sua luce, per vestirle di Lui, prima che ricevano la veste del convento. La buona mamma
vuole pur lei comunicarsi ed il Padre Fondatore trova modo di accontentarla. Finito il
canto del Veni Creator, il Prelato chiede alle Vergini la manifestazione del loro
desiderio. Ernestina, anche a nome delle compagne, pronuncia, calma e sicura, le parole
del rituale con le quali chiede di essere ammessa a vestire l’abito religioso delle Novizie
dell’Istituto delle Suore della Provvidenza. La sua voce chiara e sonora, delicata e
commossa, echeggia nel cuore della mamma come il canto dell’innocenza, come la
preghiera della vittima, e lei sì buona e pia, ripete al buon Dio la generosa offerta della
figlia.
Ma quando, dopo il canto delle Litanie dei Santi, dopo la triplice invocazione,
vede la figlia sua con la nuda croce sulle spalle, con la corona di spine sopra quella di
bianco mirto, le sue lagrime non hanno freno e sente tutte l’acerbità della ferita del suo

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cuore materno. “Consolatevi – dice il Presule – perché grande è la ricompensa che vi si
va preparando lassù in cielo”. La mamma alza lo sguardo e già le sembra di vedere la
sua figliuola godere fra gli angeli del buon Dio.
Ma ecco le prescelte gettare con disprezzo lungi da sé le aborrite pompe
mondane e, con gioia indicibile, ricevere dalle mani dell’Arcivescovo l’abito benedetto
e quindi riapparire rivestite delle sacre lane. E col candido velo sormontato dalla corona
di rose, ecco le fortunate s’appressano a ricevere il nome che d’ora in poi le distinguerà
in comunità. “Sr. M. Cecilia, da questo punto voi siete considerata quale Novizia delle
Suore della Provvidenza”. Oh, la commozione della mamma è al colmo. Ella sente il
cuore delicato della figlia palpitare presso il suo e non vede l’istante di effondere la
piena dei suoi affetti in colei che tanto teneramente ama.
Compiuta la solenne cerimonia, lo stesso Padre Fondatore, assieme alla Madre
Maestra, accompagnano Sr. Cecilia dalla mamma, la quale con delicato sentire chiede il
permesso di abbracciarla.
Rimangono sole alcune ore che ad ambedue sembrano istanti. Ernestina
promette preghiere, preghiere molte per tutti i suoi cari, parla della sua gioia, dei suoi
ideali, delle sue aspirazioni, della sua felicità. La mamma riparte sul far della sera
portando in cuore la dolce impressione di avere intravisto un'oasi di pace nel deserto
infausto di questo povero mondo e sente nell'anima ardente, profonda la nostalgia
dell'eterna felicità del cielo. Fu questa per Sr. Cecilia e le sue compagne una giornata
senza ombre. Il Ven. Padre Fondatore pure era felice. Lui stesso volle distribuire i
confetti alle novelle fidanzate e congratularsi con loro della immensa predilezione loro
dimostrata da Gesù e animarle alla corrispondenza, alla gratitudine. In segno di festa,
volle che le giovani Novizie portassero per tre giorni in capo la candida corona di rose.
Ecco i nomi delle fortunate:

Sr. M. Scolastica D’Orlando Sr. M. Rosa Luigia Baschieri


Sr. M. Benvenuta Metis Sr. M. Anna Maria Maura
Sr. M. Chiara Bertoldi Sr. M. Teresa Angelica Padovan
Sr. M. Gioseffa Fabris Sr. M. Francesca Gioseffa Fantoni
Sr. M. Lodovica Diotallevi Sr. M. Cecilia Piacentini

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IL NOVIZIATO

Non è possibile descrivere al gioia santa della Novizia nel vedersi rivestita della
divisa di Sposa di Gesù. Nel rimirarsi, sentivasi spinta ad una più perfetta osservanza,
ad un più acceso fervore onde rendersi meno indegna di un tale privilegio. Quante volte
baciava con trasporto il S. Abito, oggetto di tanti sospiri, di tante preghiere, di tanti
sacrifici! Come spontaneo le usciva dal cuore l’inno del ringraziamento!
Secondo l’uso del tempo, alle Novizie veniva assegnato un ufficio. Ed ecco Sr.
M. Cecilia diventare Maestra di Lavoro e di studio delle educande interne di età
superiore ai 12 anni. L’ufficio le si adattava perfettamente: aveva un talento non
comune, sodo criterio, mente elevata e, quello che più conta, un cuore sensibilissimo.
Ma tutto questo, se appagava le Suore ed i parenti delle educande, non appagava la
nuova legge dello Stato che imponeva anche agli Istituti privati di avere le Maestre
diplomate. Il Rev.mo Padre Fondatore, persuaso della necessità di adattarsi ai tempi,
desideroso di procurare alle sue dilette orfanelle un’istruzione che loro consentisse il
modo di guadagnarsi onestamente il pane quando, uscite di Collegio, avrebbero dovuto
bastare a loro stesse, scelse sei fra le novizie e probande più intelligenti e privatamente
le fece istruire onde poi sottoporle all’esame di abilitazione magistrale.
La buona Novizia Sr. Gioseffa Fabris - già diplomata – le avrebbe istruite negli
studi letterari, il Sac. Don Fantoni nella Catechetica e metodica e lo stesso Fondatore
nella geografia ed astronomia. Fra le Novizie prescelte vi fu Sr. Cecilia che si sottopose
con entusiasmo alla nuova fatica, dolce fatica per chi sa di lavorare solo per Iddio.
Naturalmente dovette abbandonare momentaneamente il suo ufficio per attendere allo
studio, con grave disappunto delle educande che subito l'avevano apprezzata ed amata.
Finita l’affrettata preparazione, il Rev.mo Fondatore convocò in Casa una Commissione
esaminatrice composta di due Professori e due Maestri affine di non esporre le Suore a
un pubblico esame. Il 21 marzo 1865 tutte furono regolarmente diplomate.
Sr. M. Cecilia tornò allora alla sua scuola, tornò alle sue fanciulle che
l’attendevano ansiose e festanti. Sotto sì abile Maestra, la Scuola si trasformò ben presto
in un fiorente Noviziato. La Maestra vegliava e guidava amorosamente, mentre le
scolarette facevano a gara per apprendere le sapienti lezioni della Maestra. Bastava una
sola occhiata dell’Insegnante per fare rientrare in sé qualche bricconcella, una parola

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soave per infonderle coraggio, un semplice rimprovero per ammansirla e ridurla
all’obbedienza. La brava Maestra, con la sua affettuosa persuasione, sapeva dare sì
benefico impulso a quelle giovani anime che le porterà in seguito non alla rassegnata
accettazione del sacrificio, non all’abnegazione gemente, ma alla generosa abnegazione,
al disimpegno esatto, amoroso ed energico del proprio dovere.
Dimentica di se stessa, non risparmiò sacrifici e fatiche, non curò disillusioni ed
incorrispondenze: tutto sopportò generosamente pur di fare del bene a quelle fanciulle
tanto care al Signore. Con qualcuna più tocca dalla grazia, arrivò perfino a spingerla
tanto avanti da emulare in fervore di virtù le religiose più esemplari di maniera che, per
spirito di povertà, non volevano tenere nell’agoraio più di un ago ed avendo bisogno di
una altro andavano a chiederlo per carità.
Non si può dire quanto quelle fanciulle amassero la loro Maestra e come in tutto
cercassero di imitarla. Non sfuggiva loro il suo contegno grave senza ricercatezze, umile
senza ostentazione. Buon numero delle sue scolare si fecero Suore della Provvidenza e
riuscirono egregiamente. La buona Novizia, pur attendendo alla scuola, continuava il
Noviziato con angelico fervore. Dal S. Tabernacolo attingeva la forza per lottare
continuamente contro se stessa, per osservare scrupolosamente le S. Regole, e
prepararsi, giorno per giorno, momento per momento, alla desiderata emissione dei S.
Voti.

Il Noviziato è, secondo la mente della Chiesa, un periodo intenso di studio e di


formazione. La novizia, sotto la guida di anime particolarmente esperimentate nelle vie
di Dio, deve progressivamente studiare il suo temperamento, le sue qualità buone e
cattive e su di esse stabilire un piano di riforma di vita. Deve abituarsi a considerare
persone, cose, avvenimenti con l'occhio della fede, esercitarsi nello spirito dei SS. Voti;
insomma gettare almeno le solide basi di una vita religiosa che porti alla perfezione.
Suor Cecilia sapeva bene che, divenuta Suora Professa, avrebbe dovuto
scendere nel campo dell'apostolato, affrontare i pericoli del mondo, pur conservando,
anzi aumentando sempre più la sua vita interiore. Voleva perciò prepararsi
convenientemente alle nuove responsabilità; quindi in lei si poterono subito notare un
amore straordinario per la pietà, fondamento di ogni perfezione, la carità,
l'obbedienza, la povertà, la purezza. E bisogna dire che Iddio, che aveva disegni
particolari su quest'anima, l'aveva collocata in un ambiente in cui la spiritualità si
respirava, per così dire, con l'aria che entrava nei polmoni: le Suore e le novizie, sotto

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lo sguardo e la guida del Padre Luigi, erano tutte intensamente impegnate nel
progredire verso la perfezione, né d'altro si curavano che di santificarsi per santificare.

Non sarà qui fuor di luogo riportare alcuni aneddoti che M. Cecilia, negli ultimi
anni di sua vita, raccontava nelle ricreazioni alle sue carissime Suore, per santamente
sollevarle nel Signore. Si tratta di episodi avvenuti durante il suo noviziato.
Una notte dovette uscire dal dormitorio in cui dormiva con le sue connovizie,
all’oscuro s’intende; nel ritorno, perdette la cognizione del luogo e più non seppe
trovare il proprio letto… Per non disturbare l’altrui sonno e non rompere menomamente
il silenzio di regola, sedette tranquilla in un angoletto fino all’alba, allora ritornò al suo
letto onde riscaldarsi un po' sotto le coltri.
Un giorno, essendo indisposta, rimase a letto. Verso le ore 15, ecco
un’infermiera con un vassoio recante un bicchier d’acqua ed uno di scemata. Non le
pareva vero d'aver tanta grazia di Dio! Sedette sul letto, lisciò ben bene le coperte, e,
piena di riconoscenza verso il Signore, la bevette a sorsi trovandovi tutti i migliori gusti.
Aveva appena terminato, quando si spalanca la porta ed entra la capo infermiera e:
“Hanno portato forse qui la scemata? La povera Madre Maestra attende perché piena di
dolori”. “L’hanno portata qui, Madre, e già la presi”.”Bene, bene, aggiunge l’altra
rabbonita, ha almeno l’acqua”?. ”Eh, sì, Madre, l’acqua c’è, eccola”. Si può immaginare
quale pro facesse alla povera Novizia quella scemata condita per di più dall’umiliazione
di restituire l’acqua”.
Era l’onomastico della Rev.ma Madre Vicaria ed il Padre Fondatore voleva che
alle Superiore si facesse gran festa. Scelse quindi Sr. Cecilia affinché declamasse una
lunga poesia in refettorio, durante il pranzo. Le raccomandò di parlare adagio e
soprattutto a voce alta. La obbediente Novizia si reca in mezzo al refettorio e con quanta
voce ha in gola, grida: ”Rev.ma Madre"! La Vicaria, a quella voce, a quel grido si
spaventa, si alza, allarga le braccia e chiede: “Che è mai?” “Se ise po”. Si può ideare
l’ilarità della comunità.
Siccome Sr. Cecilia doveva stare tutto il giorno con le fanciulle, era costretta a
farsi le pratiche di pietà da sola. Si era però imposto l'obbligo di compierle con rigorosa
regolarità e con il maggior fervore e raccoglimento possibile. Tuttavia era felice quando
poteva pregare insieme con Madre Rosalia Simeoni - nata a Udine nel 1829, ed entrata
in Congregazione nel 1849- .

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Questa religiosa passava la sua giornata a custodire ed educare le Sordomute che
la carità di Padre Luigi aveva raccolte in un locale attiguo al Collegio, detto "Casetta",
ed era considerata da tutte come una santa. Sr. Cecilia era dunque felice quando poteva
avvicinarla e faceva assieme a lei il ritiro mensile: “Solo al sentirla leggere mi sento
infervorata", diceva. Quelle due anime s’intesero e si amarono molto.
M. Rosalia morì i1 10 giugno 1871 lasciando alla Congregazione, da lei tanto
amata, il profumo delle sue non comuni virtù, del suo zelo ardente per le anime, del suo
spirito di penitenza austera e di una semplicità ed umiltà da santa.
In quei tempi di fervore e, diciamolo pure, di robustezza fisica, si facevano in
Congregazione tante penitenze, scarso era il cibo, i digiuni frequenti. A colazione, le
religiose avevano una tazzina di broda piuttosto che di caffè, in mezzo alla tavola, ogni
tanto, vi era un piattino con alcune fetterelle di pane. La Madre Maestra, donna di tanto
cuore, allungava, di quando in quando, alla povera Novizia qualche fettina in più, ma il
più delle volte, una frase sommessa, intanto, le feriva il cuore: “Che si farà di quella
Novizia così patita? Non arriverà, certo, alla Professione. Se tengono quelle Novizie
là…”; e la povera Sr. Cecilia sentivasi invadere da una profonda malinconia che in
nessun modo poteva scacciare. A questa tortura si aggiunsero altre pene interne che lei
medesima non sapeva definire. Debole, gracile com’era, con tanta angoscia nell’anima,
deperiva a vista d’occhio.
Il buon Padre Luigi, al quale la Novizia candidamente aveva aperto l’animo suo,
cercò di consolarla, ma inutilmente. Una sera, il Padre le si avvicinò e “Domani – le
disse – verrai con me ad Orzano”. All’ora fissata, si misero in carrozza con una
fanciulla e via. Lungo la strada la Novizia vide che il Padre fervidamente pregava, lei
pure pregò raccomandando al caro S. Luigi, di cui era devotissima e del quale portava
una reliquia al collo, la sua vocazione. Nel ritorno, sentì tutto ad un tratto, svanire ogni
turbamento e la calma e la serenità inondarono l’animo suo. Appena arrivata all’Istituto
raccontò al Padre la sua felicità. Egli le mise un dito sulle labbra e: ”Zitta, sai, non dire
nulla a nessuno”. Però le buone Suore s’accorsero che qualche cosa di sovrumano era
successo alla cara Novizia e l’attribuirono alla santità del P. Fondatore avvezze,
com’erano, ai fatti straordinari. Sr. Cecilia, da quel giorno, prese l’abitudine di recitare
ogni dì un Pater Ave Gloria al caro S. Luigi.
Col pieno consenso dei Superiori, Sr. Cecilia tenne sempre, oltre che buona
memoria e riconoscenza, anche corrispondenza con le Signore Dimesse.

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Un giorno, una di queste, ivi ritirata già da sette anni, con la quale la Piacentini
aveva molto trattato, le scrisse chiedendole consiglio poiché lei pure desiderava entrare
tra le Suore della Provvidenza, pronunciare i SS. Voti, vivere vita più austera, in una
parola, santificarsi.
La buona Novizia rispose molto assennatamente:”Pria di fare il gran passo,
pensaci bene se sei disposta a passare dal letto di rose a quello di spine”. Suor Cecilia,
che amava il letto di spine, e che per averlo aveva abbandonato le ottime Dimesse, non
si sarebbe mai sognata che queste parole potessero essere male interpretate; invece fu
proprio così, ne ebbe rimproveri, noie, umiliazioni. Suor Cecilia le sopportò in silenzio,
asserendo però con fermezza che colei non avrebbe fatto buona riuscita. Né s'ingannò.
La Dimessa infatti riuscì a trattare la cosa col Rev.do Don Fantoni, col Padre Luigi ed in
fine con S. E. l’Arcivescovo che la fece accettare. Passò in Congregazione un fervoroso
Noviziato, si mostrò esatta nell’osservanza della Regola, pia, fervente, per cui, dopo la
Professione le fu affidato il delicato incarico di Maestra delle Novizie. Con dolorosa
sorpresa di tutti, si seppe poi che era entrata con la speranza di essere mandata per le
Case e quindi, in qualche modo, far parlare di sè. Uscì dall’Istituto per entrare tra le
Dame Inglesi a Rovereto e, dopo un anno, lasciò anche quella Congregazione per
recarsi a Napoli a fare l’insegnante. Ivi si sposò ed andò in America. Si avverò quindi
quanto aveva asserito Sr. Cecilia, la quale molto pianse e pregò per l’eterna salvezza di
quell’anima.

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LA PROFESSIONE

Con la pace interiore riacquistata mediante l’intercessione del caro S. Luigi,


anche la salute di Sr. Cecilia cominciò a rifiorire. I parenti, che fino allora si erano
mostrati contrari alla sua vocazione, vista la sua irremovibile decisione, si calmarono e
la lasciarono proseguire la difficile via intrapresa. La buona Novizia ne ringraziò il
Signore e, col permesso dei Superiori, li invitò ad assistere alla solenne cerimonia della
sua Professione.
Difficilmente possiamo immaginare l’ardore di quel cuore fedele
nell’apparecchiarsi al grande sposalizio col Re dei Re. Tutte le sue operazioni, le sue
mortificazioni, i suoi patimenti e penitenze erano rivolte a questo scopo. Ora le

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sembrava tutto poco quello che aveva patito e lottato durante l’anno e andava ripetendo:
“Oh, sì, mio Sposo diletto, Vi seguirò fino alla morte, mi costi pure il sangue e la vita”.
Tutta la sua vita sta a testimoniare che quelle non furono parole vane. E’ il 22 aprile
1866, festa del Patrocinio di S. Giuseppe. Nella cara Chiesetta e nel Coro del Noviziato
di Udine si prega, incomincia il S. Sacrificio. Pontifica S. E. Rev.ma Mons.
Arcivescovo, assistito da numeroso clero. Questa Messa e questa Comunione non
cadranno più dalla memoria di Sr. M. Cecilia. Il sacrificio di Cristo ed il suo sono
strettamente uniti da formare un’azione sola, poiché il Corpo ed il Sangue dell’Altare
sono discesi fino all’altare del suo cuore su cui ella sta per immolare tutta se stessa.
Finita la S. Messa, il Presule a piè dell’Altare, intona il Veni Creator, indi,
invitate da S.E., le novelle Spose s’accostano e Sr. Cecilia a nome di tutte espone il
desiderio di emettere i S. Voti. Il Prelato intona le Litanie dei Santi mentre le Novizie si
stendono, bocconi, a terra. E’ un momento di ansia per gli astanti. Anche i fratelli e i
parenti della nostra Sr. Cecilia si sentono fremere internamente e come pervasi da un
senso di soprannaturale. Rizzatesi, le Professande nuovamente s’accostano all’altare e,
ancora una volta, Sr. Cecilia, a nome di tutte, dichiara di essere ferme e costanti nel
desiderio testè espresso. Ad una ad una ricevono dalle mani di S. E. Mons. Arcivescovo
il Crocifisso, la corona di fianco, il velo nero ed infine la corona di fiori. Chi assiste ha
l’impressione di essere presente ad una delle suggestive cerimonie che, nei lontani
tempi, si compivano nelle Catacombe. Per la terza volta il rappresentante di Cristo
invita le giovanili esistenze alla riflessione poiché grande e sublime è la promessa che
stanno per fare. “Volete ora pronunciare i S. Voti, dilette del Signore? Volete
consacrarvi interamente e disposarvi a Gesù Cristo Figlio del Dio vivo”?
E per la terza volta, Sr. Cecilia, a nome delle sorelle, “Eccoci deliberate e pronte,
o Padre nostro Veneratissimo"! E in un balzo ecco la fervente Novizia ai piedi
dell’Altare per giurare al suo Gesù amore e fedeltà. “Io, Sr. M. Cecilia di Gesù, faccio
voto di povertà, castità, obbedienza secondo la Congregazione delle Suore della
Provvidenza”. Ed il Prelato con un senso di vivissima commozione: ”Ed io vi sposo a
Gesù benedetto, Figlio dell’Eterno Padre, vi conservi egli illibate”, e le pone in dito
l’anello, segnacolo dello Spirito Santo. Sr. Cecilia di Gesù (e volle questo cognome
perché esso costantemente le ricordasse il solo, grande oggetto del suo amore) torna al
suo posto radiosa e felice. Il cuore vergine della Sposa trascorre istanti di Paradiso; tutto
ha dato, ella ormai non appartiene più che a Dio. Dall’orchestra intanto si sprigionano le
note d’un canto che, maestoso e devoto, scende e commuove anche i più sacri recessi

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dell’anima: “Annulo fidei suæ subharravit me et tamquam sponsam decoravit me
corona”. La cerimonia volge al termine, ancora una preghiera sommessa del Prelato,
un’ultima Benedizione. Ma il cuore del Pastore non è pago: dall’Altare si volge verso
quelle fortunate e si congratula con loro, porzione eletta del suo gregge, col Ven.
Fondatore il quale, nella sua profonda umiltà si fa piccino, piccino dichiarandosi servo
inutile, atto a rovinare le anime, ad essere pietra di scandalo nelle cose del Signore.
Finalmente, fra la commozione dei presenti, il coro intona il “Te Deum laudamus”. Le
neo professe, coronate di fiori, con l’anima in festa, liete dell’olocausto compiuto, si
ritirano in silenzio mentre gli sguardi dei presenti seguono pieni di ammirazione le
Vergini Spose dell’Immacolato Agnello.

Professarono

1. M. Scolastica D’Orlando
2. M. Rosa Luigia Baschieri
3. M. Anna Maria Maura
4. M. Chiara Bertoldi
5. M. Gioseffa Fabris
6. M. Cecilia Piacentini

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II °

ATTIVITA' APOSTOLICA

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20

SR. CECILIA ASSISTE I FERITI

Nel 1866 l’orizzonte della nostra patria fu nuovamente turbato dalla bufera
devastatrice della guerra. Erano sorte delle inimicizie fra Prussia ed Austria e l’Italia
pensò di avvantaggiarsene stringendo alleanza con la Prussia e dichiarando guerra
all’Austria. Purtroppo le nostre armi non riuscirono vittoriose. L’esercito italiano, dopo
una mischia terribile, dovette battere in ritirata, mentre un mese dopo anche la nostra
flotta veniva sconfitta nelle acque di Lissa. Per nostra ventura però la Prussia aveva
sbaragliato gli eserciti austriaci e l’Austria sarà costretta più tardi a cederci il Veneto,
ritenendo però in suo potere le Venezie Tridentina e Giulia con l’Istria e la Dalmazia.
Ma intanto anche le campagne e le città del nostro Friuli ben presto divennero teatro di
guerra e gli ospedaletti da campo si empirono di feriti invocanti aiuto, sollievo,
conforto. Ed anime generose, dimentiche di sé, accorrevano subito presso i valorosi
combattenti e le persone religiose pervase dallo spirito di Gesù Cristo, uscirono tosto sul
nuovo campo di apostolato, e sotto l’infuriare delle palle, fra il pauroso tuonar del
cannone, si prodigarono instancabili a sollievo dei fratelli gementi sotto l’angoscia delle
morali e fisiche ferite.
Il P. Luigi Scrosoppi con lo stesso zelo dimostrato per i poveri feriti negli
sconvolgimenti politici del 1848, andò pure in aiuto di quelli feriti nella sanguinosa
battaglia di Custoza. Nel numero delle Suore spedite dal Fondatore all’assistenza dei
feriti vi era pure Sr. M. Cecilia la quale, felicissima dell’obbedienza ricevuta, portò a
quei poveri soldati l’entusiasmo del suo giovane cuore, il suo spirito d’incondizionato
sacrificio e le finezze di un’animo eminentemente materno. La sua mano leggera curava
le piaghe, mentre dal suo labbro scendeva la parola di conforto, della cristiana
rassegnazione. Al suo contatto, i cuori si aprivano alla speranza, gli animi rifiorivano
nella fede e nell’amore di quel Dio che anche la prova permette per i suoi santissimi
fini. Conoscendo il francese ed il tedesco, Sr. Cecilia era avvicinata dalla totalità dei
poveretti i quali, ciascuno nel proprio idioma, la battezzavano col nome dolcissimo di
Mamma.
"Mamma", proprio così! Quei poveri soldati, straziati nel corpo e non di rado,
anche nello spirito dell'odio fraterno realizzato nella guerra, chiamano "Mamma" la

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Suora benefica che li assiste maternamente nel nome di Dio. Essi certo non sapevano
che, chiamando questa Suora con quel nome, esprimevano il titolo che compendierà
meravigliosamente tutta la limpidissima vita di lei: essa è e sarà la Madre Cecilia, la
Madre Nostra, "la Madre" . Non possiamo trattenerci dall'osservare ancora una volta
la mano sapientissima della divina Provvidenza, che, sottoponendo Madre Cecilia a
molteplici prove, esperimentandola in svariatissimi campi di Apostolato, la va
preparando alla eccezionale missione a cui l'ha destinata. In questa religiosa
educatrice, maestra, infermiera, in mezzo ai pericoli della guerra, in mezzo
all'incomprensione delle creature, Iddio vede la futura Madre delle educatrici, la
Maestra di infermiere; e chi ricorda l'assistenza ai feriti del '66 non si meraviglierà
della prodigiosa attività di M. Cecilia, ormai ottantenne, per i feriti ed i sinistrati della
guerra europea 1914- 1918. La stessa provvidenzialità costateremo ad ogni passo in
questo periodo di preparazione alla grande missione che Dio assegnerà a M. Cecilia
Piacentini.

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UN TIROCINIO SCOLASTICO A CORMÓNS

Il 3 febbraio di quel 1866, la M. Vicaria, M. Serafina, aveva condotto una


piccola schiera di Suore della Provvidenza nel lontano Primiero (Trentino) per
l’assistenza dei poveri ammalati. Nell’autunno seguente, altre Suore dovevano unirsi per
tenere le Scuole Elementari, l’Asilo Infantile e il Ricreatorio festivo.
M. Cecilia fu destinata per quella scuola. Appena lo seppe, chiese, nella sua
umiltà, di andare un po’ di tempo a Cormóns onde apprendere da quelle brave Suore
Maestre il metodo d’insegnamento. A Cormóns, infatti, fin dal 23 gennaio di
quell’anno, le Suore della Provvidenza avevano assunto la scuola elementare comunale.
Il Padre Fondatore fu lieto di accontentare Sr. Cecilia e la mandò a Cormóns nel 1867.
Come diremo a suo tempo, a Cormóns, Casa Generalizia, trovò la Superiora
Generale Madre Teresa Fabris, al governo della Congregazione.
Il P. Scrosoppi, nello staccare la Casa Generalizia da Udine, da prudentissimo
uomo qual’era, pensò di affidare la direzione spirituale delle Suore a persona che
potesse dirigerle per farle progredire nella via della virtù. Il buon Dio, veramente Padre
amoroso, provvide nel modo migliore facendo sì che Cappellano e Confessore di quella

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Casa benedetta fosse il M. R. P. Giuseppe Rossi S. J., modenese. Nato nel 1920, a 17
anni entrò nella Compagnia di Gesù, assolti gli studi e legatosi a Dio coi S. Voti venne
designato a vari ministeri letterari, scientifici e spirituali mostrando ovunque talenti non
comuni. Resse vari convitti e fu preposto alla cura spirituale di varie Congregazioni. Per
le sue dolci maniere e per il suo zelo dappertutto fu amato e stimato.
Dietro domanda del Fondatore, fatta a nome delle Suore, ai Superiori della
Compagnia, il P. Rossi venne concesso alla comunità di Cormóns. Vi rimase per 13
anni facendo del bene immenso alle Suore ed alla popolazione finché nel 1879 fu
richiamato e mandato quale Direttore della Casa degli Esercizi a Padova. Quivi rimase
tre anni, dopo i quali morì carico di virtù e di meriti (6 – 7- 1883). Era tale e tanto
l’affetto che gli portavano i buoni cormonesi che dovette partirsene segretamente di
notte onde non suscitare troppa commozione in quel buon popolo.
Sr. Cecilia, di solito molto restia a parlare di sé, la prima volta che si presentò al
buon Padre Rossi per riverirlo, si sentì internamente spinta a manifestarsi tutta a lui e,
obbedendo all’interno impulso, tutta gli narrò la sua vita spirituale, le ispirazioni divine,
i movimenti della grazia ecc. ecc. di modo che il Padre, fin da quel primo colloquio,
comprese ed ammirò il colossale lavorio che il Signore aveva già operato in quell’anima
privilegiata. Egli l’animò alla diffidenza di sé, alla pratica costante dell’umiltà, e ad un
totale abbandono in Dio. Lei restò meravigliata di quanto aveva fatto, quasi senza
volerlo, ma vedendo anche in questo la disposizione di Dio, Padre misericordioso, adorò
i suoi imperscrutabili disegni e caldamente lo ringraziò.
Soltanto pochi mesi Sr. Cecilia rimase a Cormóns, ma essi furono sufficienti a
fornirle tutte quelle utili cognizioni che dovevano fare di lei un gioiello di religiosa
insegnante. In sì breve tempo si guadagnò anche la stima e la benevolenza della
Superiora Generale e di tutte le Suore che veramente si dimostrarono addolorate quando
suonò anche per lei la partenza da Cormóns.
La Rev.ma Madre Generale con delicato pensiero aveva avvertito i parenti della
Piacentini affinché, se lo desideravano, si recassero a Cormóns a fare una visitina alla
figliuola, giacché poi la stessa se ne sarebbe andata lontana a compiere la sua missione.
E vennero, anzi la mamma, guardandola nella divisa di Sposa di Gesù Cristo, come il
giorno solenne della Vestizione, dominata da profondo rispetto, chiese: “Ti posso
ancora baciare, figlia mia?” E quelle due anime belle godettero unite alcune ore di
intima felicità. Sr. Cecilia però s’accorse dell’intima sofferenza della povera mamma e

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pregò fervidamente il buon Dio a conservare ancora, a lungo, alla famiglia colei che ne
era tutto il sostegno morale.

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A PRIMIERO

Le fanciulle del collegio di Udine, che erano tanto affezionate alla loro Maestra,
fecero ogni tentativo per trattenerla: pregarono, andarono tutte concordi a supplicare il
Padre, ma nulla ottennero, Sr. Cecilia doveva proprio partire per Primiero. Sapute le
insistenti pressioni delle allieve, la brava maestra fece loro una calda raccomandazione
sulla sottomissione della propria volontà a quella dei Superiori, disse parole di fuoco
sull’Eucaristia, tanto che quelle fanciulle, anziché raffreddarsi con lei come avrebbe
voluto, le diedero la mattina dopo una prova luminosa del loro attaccamento e del loro
santo affetto. La mattina della partenza infatti alle ore 2, tutte erano schierate in porteria
onde vedere una volta ancora la loro insegnante e darle l’ultima attestazione della stima
e dell’affetto che sempre le avevano portato.
Il premuroso Fondatore, avendo ormai compreso a quale viaggio faticoso e
pericoloso esponevansi le sue figlie, pregò il M. R. Don Francesco Fantoni ad
accompagnarle fino a Primiero. Il fedele amico accettò volentieri l’importante incarico.
Fatta la prima giornata di viaggio, pernottarono a Treviso. Ebbero una comoda stanza
con un letto immenso: tutto sembrava nel massimo ordine. Tutte erano stanche, quindi,
appoggiate appena, placidamente si addormentarono. Ma bentosto un esercito di ospiti
molto poco graditi, tutte le assalì e coprì. M. Annunziata Felcher che le stava vicina:
“M. Cecilia – si mise a gridare – per carità non senti? Accendi il lume, ci mangiano”.
Lei, avvezza a trattare duramente il suo somarello (così chiamava il suo corpo) si sentì
felice dell’occasione di patire e “Mi lasci dormire, ho tanto sonno”. Era salva così la
Regola che vuole si osservi in dormitorio sempre, ma più durante la notte, rigoroso
silenzio.
Il mattino noleggiarono una vettura fino a Fonzaso. Qui trovarono ad incontrarle
il Signor Decano di Primiero Don Giuseppe Sartori il quale, tutto premuroso per le
Suore, aveva fatto apparecchiare tre asini affinché, cavalcando, potessero salire lo
“Schenèr”. Ma le Suore non sapevano decidersi a salire in groppa a quella curiosa
cavalcatura fino a che, vinte dalle insistenze del Decano, tenendosi ben strette per mano,

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si adagiarono con molta ilarità sugli asini bizzarri. Ma, fatti pochi passi, Sr. Cecilia
dovette scendere perché un forte capogiro poco mancò non la rovesciasse nei dirupi
sottostanti. Con immensa fatica dovette quindi fare tutta quella strada a piedi
figurandosi di seguire Gesù sull’aspra vetta del Calvario. Quando Dio volle, giunsero
sull’altipiano. Ma dovevano fare un tratto di strada non indifferente, passando Imer,
Mezzano ecc. Il buon Decano attendeva la carrozzella ordinata, quando sopravvennero
delle persone le quali dissero che il Giudice arrivava a momenti. Le Suore si
appartarono un pochino per scuotere la polvere dagli abiti e presentarsi al Giudice
decentemente. Ma quale non fu la loro sorpresa e la loro ilarità quando seppero che il
Signor Giudice altri non era che il carrozziere. Finalmente arrivarono alla cara casetta di
Primiero, accolte con festa dalle Consorelle ed in particolare dalla Superiora.
Naturalmente, il primo pensiero di tutte fu quello di prostrarsi ai piedi di Gesù
Sacramentato a rendere fervide azioni di grazie. Entrarono quindi in quella Cappella in
cui più tardi i ricoverati e le Suore vedranno il Ven. Fondatore sospeso in aria e soffuso
il volto di celestiale splendore, in quella cappella che diverrà per Sr. Cecilia l’unico
testimonio delle sue lagrime, delle sue preghiere, degli slanci d’amore generoso per il
suo Gesù.
Superiora di quella casa era la M. R. Madre Gioseffa Luigia Visentini, vero
esemplare di virtù, anzi come le Suore la qualificarono “una Regola vivente”. Vera
superiora, saggia e prudente, sapeva spargere il sorriso attorno a sé e per quella buona
gente dal cuor semplice e retto, era una vera provvidenza. Le buone Suore, felici di tanta
Madre, grate al buon Dio di sì prezioso dono, la tenevano come un vero tesoro. Ma ben
presto quell’orizzonte, tanto sereno, si annuvolò e la croce presentita ed accettata dalla
Madre Cecilia fin dalla prima visita a quel Tabernacolo, si fé vedere irta di spine.
In quei paesi cominciò ad infierire il vaiolo e le Suore ospedaliere si prestarono
ad assistere con cure materne i poveri ammalati. Ma ben presto, la Superiora, che a
nessuna era seconda in quell’opera di carità, fu presa dal morbo che la trasse in fin di
vita. Per grazia di Dio, si riebbe e guarì, portandone però una fatale conseguenza per
tutta la vita, cioè fino al 1886, anno in cui morì.
Restò con la mente indebolita a segno che mise a dura prova la virtù e la
pazienza delle povere suddite. Si accorsero queste un po’ alla volta che non era più essa,
quantunque parlasse bene e non facesse cose di rilievo e che emergessero tanto da
giudicarla inabile al suo ufficio. Era subentrata in quella casa un’aria di malcontento e
di diffidenza indescrivibile.

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Interpretava cose e detti a capriccio, vi fantasticava sopra e poi giù letterone al
Padre Fondatore piene di lagni delle Suore. Un esempio: venne il Signor Decano a
visitarle e mostrandosi molto soddisfatto non finiva più di lodare lo zelo delle Suore, il
loro lavoro indefesso, la loro carità, dimenticanza di sé ecc. ecc.; disse fra l’altro che le
signore erano soddisfattissime dell’istruzione impartita alle fanciulle e che furono da lui
a chiedere premurosamente se le buone Suore avevano il necessario mantenimento,
poiché, in caso contrario, loro stesse avrebbero provveduto.
La povera Superiora che, ammalata, in tutto vedeva male, interpretò
sinistramente anche questo e senz’altro scrisse al Fondatore che ormai le Suore non
facevano che lagnarsi del vitto anche con i secolari. Passato alcun tempo, quando ormai
nessuno pensava più alla visita del Signor Decano, le Suore si videro mettere a tavola
doppia pietanza e condita con una lettera del Padre Fondatore, scritta con forza ed in cui
mostrava tutto il suo dolore per la loro condotta tutt’altro che religiosa. E l’ordine era
che Sr. Cecilia dovesse leggerla tutti i giorni durante il pranzo. Fu un fulmine a ciel
sereno per quelle povere Suore che compresero alfine quanto il loro Padre fosse
sinistramente prevenuto sul loro conto. La buona Sr. Cecilia sentì fino in fondo
all’anima quei paterni rimproveri, fece un serio esame della sua condotta per vedere se
mai avesse mancato, ma la coscienza nulla le rimproverò. Avvicinandosi l’ora della
lettura della famosa lettera, tremava verga a verga e, finita che l’aveva, non poteva
assaggiare un boccone, tanto grande era la sua angustia. A questa croce si aggiungevano
molte altre privazioni e disagi che contribuivano a scuotere la sua già tanto debole
salute. La scuola era lontana dal convento, le strade impraticabili per lei abituata al
selciato delle vie di Trieste. Nell’inverno infatti doveva calpestare la neve e per di più
aveva ricevuto un paio di stivali così grandi che le restavano nella neve ad ogni passo e
ad ogni passo quasi doveva abbassarsi e con la mano tirare la scarpa. In casa, il quartiere
destinato alle Suore era piccolissimo e buio, lei per correggere i temi delle scolare
doveva andare sulla cima d’una scaletta poggiata alla parete presso una finestrina. Ma le
strettezze materiali erano un nulla per lei tanto amante della santa povertà. Tutte le croci
impallidivano di fronte alle pene di spirito, alle angosce dell’anima, agli abbandoni in
cui si vide, o meglio credeva vedersi lasciata da parte dell’unico suo bene, del suo Gesù.
Lei stessa dichiarò più tardi che senza un aiuto speciale dall’alto non avrebbe potuto
perseverare, tanto erano forti le tentazioni e le torture diaboliche provate in quel
periodo. In questo stato d’animo più che mai il suo rifugio era il S. Tabernacolo, là
sfogava tutta la piena delle sue ambasce. Come già fu detto, le Suore ed anche le altre

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persone andavano pianino a mirare la fervente professina che, tutta assorta nella
preghiera, adorava il Sommo Creatore. Le sue lagrime scorrevano tacite e abbondanti,
chiedenti forza per portare l’incubo enorme di tante croci. “Oh, mio Gesù – esclamava –
non vi ho pregato le mille volte a farmi parte della vostra croce? Ora che mi avete
graziata, deh, vi prego, non mi lasciate cadere sotto il peso, ma sostenetemi con la
vostra grazia”. Difatto, mai niuno si accorse del suo interno martirio.
Un giorno entrò, come di solito, nella sua stanza e vide qualcosa sul suo letto.
Prende e legge: “Mamma spirata ora, prega. Tuo papà”. Ah, come descrivere l’angoscia
del suo cuore teneramente filiale? Fu breve, ma le parve morire. Come può essere morta
quella mamma adorata, unica confidente dell’anima sua, che pochi giorni prima le
scriveva che stava bene?
Anche questa volta, se resse ad un dolore sì forte ed al quale non era certo
preparata, fu certo perché Iddio lo volle. La povera Superiora commise davvero
un’imprudenza della quale, come fu detto, non era colpevole, ma il buon Dio
permetteva anche quella prova per meglio purificare l’anima di colei che tanto
generosamente sapeva corrispondere ai divini disegni di predilezione. La signora
Piacentini era morta di polmonite doppia in pochi giorni, il 20 gennaio 1868 a Trieste;
ebbe il S. Viatico, l’Estrema Unzione, assistita affettuosamente dalla famiglia che,
inconsolabile, pianse poi la perdita di una tale mamma.

Fu certo questa sventura tra le più gravi che M. Cecilia abbia sofferto; anzi si
può dire che fu senz'altro la più grave di tutte. Per rendersene conto bisogna ricordare
il cuore estremamente sensibile della religiosa, la reciproca comprensione tra le ostilità
o l'indifferenza della famiglia, l'identità dei gusti per le cose spirituali, l'eroicità del
sacrificio che la Signora Piacentini aveva saputo generosamente compiere nel donare a
Dio la figlia prediletta. Si aggiunga che M. Cecilia, pur così disposta sempre alla SS.
Volontà di Dio, non era affatto preparata alla dura prova; nessuno le aveva mai
notificato la malattia della mamma, né sarebbe stato facile, data la sua breve durata…
Almeno la notizia ferale le fosse stata data con un po' di cuore, con qualche parola di
conforto, nulla. Anche qui, a costo di annoiare, dobbiamo ripetere che appare chiaro il
disegno di Dio che voleva fare di questa suora la Madre consolatrice per eccellenza.
Avremo occasione più innanzi di esporre con quale materna bontà consolava le anime
colpite da qualche grande dolore, specialmente dalla perdita di persone care.
Conserviamo lettere ridondanti di affetto e di soprannaturale conforto in simili

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occasioni. Sarà M. Cecilia che vorrà che queste notizie non vengano date alle Suore di
sera, ma al mattino, dopo che l'anima, che sta per essere segnata dal crisma del dolore,
ha fatto il suo incontro e rinnovato il suo amore con Gesù Eucaristia, incomparabile
amico e consolatore. Intanto M. Cecilia sta bevendo goccia a goccia il calice
amarissimo che il suo Sposo divino, assecondando il desiderio ardente della sua Sposa,
le ha preparato.

M. Cecilia pianse molto ed intensificò la preghiera per la povera mamma sua, si


diede anche ad una più perfetta osservanza, ad una maggior puntualità nei suoi doveri,
ma in fondo sentiva sempre un’acuta spina: Oh, la mamma mia sarà in Paradiso? E ne
soffriva tanto, tanto.
Ma il buon Dio ben presto consolò l’anima fedele poiché, una notte, vide la
mamma in fondo al letto, fino a mezzo busto, con la testa circonfusa di una bellezza
sorprendente, sorridente e felice. Fu sogno o visione? Noi non lo sappiamo, ma da quel
momento, la figlia si sentì liberata da una grande apprensione e rassicurata di avere la
mamma in Paradiso. Nel sogno anzi vi fu qualche cosa di più: la buona signora aveva
sul capo un ricchissimo diadema così lucente che abbagliava la vista. All’affettuoso
saluto della mamma, M. Cecilia rispose commossa e felice, anzi, agognando lei pure al
cielo, pregò la mamma a prenderla con sé. “Non ancora, non ancora”, fu la dolcissima
risposta e quindi la consolante visione lievemente andò dileguandosi fino a che,
gradatamente, scomparve del tutto.
Prima della sua partenza da Udine, il Ven. Fondatore aveva premurosamente
imposto a Sr. Cecilia di scrivergli ogni 15 giorni. Lei, come sempre, ciecamente obbedì.
Nulla mai però disse delle sue sofferenze provenienti dall’incomprensione della
Superiora, fedele al suo proposito di non scusarsi mai, sentendosi perfettamente in pace
con la coscienza, lasciava interamente il pensiero al buon Dio. La Superiora intanto,
continuava con i suoi lagni presso il Padre sul conto delle Suore ed in particolare di Sr.
Cecilia e sapeva così bene rivestire le cose col manto della verità che il Fondatore, con
immenso dolore, credeva. Per alcuni mesi lasciò così le lettere di M. Cecilia senza
risposta, di modo che la povera vittima non aveva che Gesù solo, solo, cui sfogare il suo
povero cuore.
Intanto a Udine, M. Cecilia cominciava ad essere ritenuta come una segregata
dalla Congregazione, un soggetto da fuggirsi e temersi. Il Fondatore, un giorno, volle
riunire il Consiglio Generalizio per prendere qualche severo provvedimento sul conto di

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quella giovane Suora che tanto male faceva parlare di sé e tanto indegna ormai si
dimostrava del S. Abito. Fortunatamente la M. R. Madre Luigia, già sua Madre Maestra
di Noviziato, difese la povera Suora a spada tratta e, con forti ragioni, fece comprendere
che non si potevano assolutamente prendere delle decisioni senza avere meglio
esaminate le cose e sentita la Suora stessa.
Il M. R. P. Rossi, col quale pure il Ven. Fondatore aveva voluto abboccarsi per
discutere sull’argomento, dissipò in parte almeno le ombre che gravavano sulla povera
Suora e consigliò il Padre ad occuparsi per venire a conoscenza della cosa ed a fare
conto, grande conto di quella giovane Suora che, secondo lui, era tutt’altro che un
soggetto da allontanare dalla Congregazione. Ecco perché il Signore, nei suoi
imperscrutabili disegni, aveva disposto che M. Cecilia, fin dal suo primo incontro, tutta
l’anima sua aprisse a quel degno Gesuita; lui, a tempo opportuno, l’avrebbe aiutata,
difesa, salvata. La Madre Luigia, intanto, scrisse di nascosto a M. Cecilia, le narrò le
accuse fatte sulla sua persona e la eccitò a difendersi. Questa lettera aprì gli occhi alla
Suora la quale comprese finalmente che tutto quell’arruffio di cose aveva avuto
principio dalle caritatevoli parole del Signor Decano, tanto male interpretate. Come sua
consuetudine, corse ai piedi del suo Sacramentato Signore e comprese essere follia,
illusione bramare la santità senza morire a se stessa e a guisa d’informe marmo,
conviene ricevere le scalpellate, le martellate, le trafitture per riuscire, a qualunque
costo, una statua degna di Lui. Tutto ella comprese e tutto accettò pur di rendere a Lui
amore per amore, vita per vita, morte per morte.
Scrisse una lettera al Rev.mo Don Fantoni, cui lei riveriva ed amava qual Padre.
Sapeva d'altronde quanto il Padre Luigi lo amasse e stimasse e com’era benemerito
verso la Congregazione. Lo pregò ad interessarsi presso il Padre Luigi per sapere quali
difetti avesse, dichiarandosi pronta a riconoscersi ed emendarsi, felice di venir
illuminata. In fine versò filialmente tutta l’anima sua in quella del santo Sacerdote. Il
Rev. D. Fantoni, commosso a quella lettera, corse tosto dal P. Luigi e lo convinse del
come stavano le cose assicurandolo che M. Cecilia era davvero innocente, non solo, ma
molto avanti nella santità. Il buon Padre Fondatore, avuto sentore del martirio interno
della figliuola spirituale volò, angelo consolatore, in suo soccorso, scrivendole alcune
pagine dalle quali emanava quello spirito di paterna dolcezza che distingue veramente
gli uomini tutti di Dio. Egli infatti la confortava molto e le diceva che quanto prima
penserebbe a metterla in una casa ove troverebbe vero conforto alle molte sue
sofferenze. Tutte le croci, le tribolazioni interne ed esterne per le quali il Signore fece

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passare la cara M. Cecilia non tarparono punto le ali del suo zelo. Fedelissima al suo
dovere, faceva la sua scuola con religiosa esattezza, le scolare sue l’amavano e, molti
anni più tardi, divenute madri di famiglia, ricordavano con devoto affetto quella “santa
Suora”. Le fanciulle dell’Oratorio, avide della sua parola buona e santa, si vedevano
ogni giorno divenire migliori, e le mamme e le famiglie benedicevano il momento in cui
pose piede nel loro paese.
Una volta tenne una scolara in castigo dopo la scuola della mattina, cioè alle 11,
pensando di accompagnarla poi lei a casa sua, intanto avrebbe corretto alcuni quaderni.
Ma la povera figliuola quando si vide sola in classe con la Maestra, cominciò a gridare
disperatamente, e a piangere desolata: “Ah, povera me, cosa hanno fatto di me! Ah,
mamma, vieni a prendermi, vieni a vedere cosa hanno fatto della tua figlia. Lascia la
polenta, mamma, e vieni a vedere cos’hanno fatto della tua fanciulla (tosata)". La
povera Maestra, vedendo tanta disperazione, fece in cuor suo il proposito di non dare
più simili castighi. In quell’epoca era zelantissimo Cappellano di Primiero il M. R. Don
Giovanni Battista Depeder (dal 10-8-1867 al 31–12–1871), da Bresina. Questi, nella sua
vecchiaia, amava raccontare quanto egli fosse stato edificato dallo zelo della M. Cecilia
Piacentini che era tutta per la gioventù, per il Ricreatorio allora fiorentissimo, o meglio,
al completo, poiché tutte le sue giovanette lo frequentavano assiduamente. A tutte M.
Cecilia prodigava i tesori racchiusi nel suo cuore veramente materno, pure le donne
guidava, come poteva, sulla via del bene, essendo in massima parte inscritte fra le Figlie
del S. Cuore. Si può dire, insomma, come affermava quel degno Sacerdote, che M.
Cecilia aveva in mano tutto l’elemento femminile della Parrocchia.
Una giovanetta di quelle parti si sentiva chiamata alla vita religiosa fra le Suore
della Provvidenza, ma prima di entrare veramente in Congregazione, chiese di fare un
po’ di pratica nell’Ospedale di Primiero. Secondo le esigenze del servizio, fu assegnata
una volta al turno notturno. Quando non vi erano malati gravi, la Suora non rimaneva a
fare veglia completa: restava vicino al reparto di guardia, dormendo ad intervalli,
venendo chiamata al bisogno, dalla sottoinfermiera.
Avvenne che in una di queste notti, la futura aspirante, andò in tutta fretta a
chiamare M. Cecilia, poiché temeva ci fosse pericolo per una ammalata. La Madre
prontamente accorse, esaminò il caso, pregò un poco e poi se ne tornò a letto: non era
proprio nulla di allarmante.
Dopo un po’, quella giovane ripete la chiamata: la Madre nuovamente si alza,
prega, e tutto considerato, ritorna a letto. Non bastava ancora. Parecchie volte ancora

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durante quella stessa notte, la giovane chiamò la Madre, e rimase non poco edificata nel
vederla sempre uguale a se stessa, senza dare mai il minimo segno di stanchezza, di noia
o di disgusto. E fu tale l’esempio della buona Suora che, non poco concorse con la
divina grazia all’effettuazione di quella incipiente vocazione: la giovane entrò,
perseverò e divenne la fervente religiosa M. Teresa Luigia.
Un’altra volta faceva lei stessa il turno di veglia agli ammalati dell’Ospedale,
quando un buon vecchietto la chiama vicino e: “Ditemi in verità, fate volentieri tutti
questi servigi a noi, poveri vecchi”? “Ma sì, benedetto, - fu la risposta – io sono felice
qui con voi e vorrei potervi tutti sollevare”. “Ah – ribattè l’altro – come può essere? Voi
siete una santa, così giovane, così giovane”, e non finiva più di ripetere nel suo dialetto:
“Così zovena, così zovena”.
In casa era a tutte carissima per la sua singolare virtù ed ognuna, vedendola tanto
saggia e buona, la richiedeva di qualche consiglio, e lei con tutta semplicità rispondeva
cordialmente con la sua parola prudente ed assennata. Avvenne che, per non so quali
motivi, un giorno la Superiora dovette assentarsi da casa. Ricorrendo, durante la di lei
assenza, un giorno di festa, le Suore espressero a M. Cecilia, che allora fungeva da
Assistente, il desiderio di gustare in tavola una torta. La buona Madre, sempre piena di
condiscendenza verso le sue Consorelle, consegnò alla cuoca 4 soldi, gli unici di cui
poteva disporre, affinché facesse le relative spese e rallegrasse poscia le Suore con una
buona merendina. Sorrise la cuoca, ma non si perdette d’animo. Preparò più col cuore
che con lo scarso materiale, la famosa torta “simona”, che condita dallo zucchero della
più raffinata carità, fu veramente gustata dalle ottime e ferventi religiose.
Riguardo alla Superiora, dalla quale non aveva che amari rimproveri, suscitati da
false interpretazioni, M. Cecilia si comportò sempre quale amorosissima figlia. Aveva
compreso l’anormalità della Madre in seguito al superato vaiolo, e perciò filialmente la
compativa in tutto. D’altro canto, la vedeva assidua alla preghiera, molto osservante,
sempre in lagrime e sentiva di amarla e compatirla molto. Sempre premurosa per la
salute della sua Madre, di frequente si presentava alla porta della cucina raccomandando
alla cuoca di mettere qualche cosa di sostanzioso in tavola alla Superiora, poiché avendo
questa il pensiero di tutta la casa, poverina, aveva bisogno di speciale nutrimento. Il suo
spirito di fede, infatti, mai fu scosso minimamente. La sua retta coscienza le fece vedere
la Superiora circondata dalla sacra aureola dell’autorità e, come tale, mai non scemò
l’omaggio di stima, di rispetto e d’obbedienza dovutole. Ognuno anzi, avrebbe potuto
additare lei come esempio alle sue consorelle. Nonostante, M. Cecilia pativa, pativa

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immensamente sotto il peso angoscioso di tanta croce. Ma il buon Dio ciò permise
perché la figlia sua prediletta conoscesse, per propria esperienza, le dolorose agonie del
cuore umano e potesse poscia, nel corso della sua lunga vita, confortarne tante, ed
insegnare ad assaporare sovente le amarezze dell’incomprensione e dell’abbandono.
Naturalmente, i Superiori compresero alfine l’infermità di Madre Gioseffa
Luigia e la ritirarono a Udine ove, non avendo responsabilità, visse tranquilla, buona,
lavorando di cucito e di ricamo fino alla beata morte.
Madre Cecilia però, sotto l’incubo di tante croci, era ridotta proprio a non poter
digerire quasi niente, e dire che la cuoca caritatevole provava ad apparecchiarle qualche
cosetta leggera, ma non c'era verso di sostenerla in nessun modo. Aveva per di più
perduto affatto la voce per cui si era resa quasi inabile a fare la scuola. Il Padre
Fondatore dispose pertanto che si portasse a Tesero (ove le Suore della Provvidenza fin
d’allora avevano la direzione di quell’ospedale) ove avrebbe trovato riposo e cura.
Partì dunque da Primiero il 20 settembre 1870, dopo esservi rimasta tre anni, tre
mesi, tre giorni, in compagnia di M. Fedele Scrosoppi e di una giovanetta che poi si fece
Suora Conversa. Ebbero come guida un uomo conducente un cavallo del quale però M.
Cecilia non potè servirsi causa i frequenti capogiri. Era in uno stato compassionevole:
pallida, con lo stomaco nel massimo disordine, lei stessa dubitava se sarebbe alfine
giunta alla meta assegnata. Salutò per l’ultima volta quella cara Cappella, quel Santo
Tabernacolo testimonio delle sue lagrime e dei suoi atti di sommissione alla divina
Volontà, rinnovò il suo atto di abbandono nelle braccia del suo Gesù e partì tranquilla e
serena fra i commossi saluti delle amate consorelle, fra gli addii e gli auguri e
manifestazioni di gratitudine di quei buoni alpigiani i quali vedevano col cuore stretto
partirsi dal loro paese quella fervente religiosa.
Si misero in viaggio la mattina molto per tempo, che in quell’epoca non vi erano
strade carrozzabili e conveniva essere ben pratici del suolo per poter viaggiare
sicuramente. La giornata era bigia ed a stento le viaggiatrici distinguevano uno stretto
sentiero che ben presto le condusse in una folta boscaglia, dalla quale purtroppo non
sapevano uscire. Passavano e ripassavano per quegli stessi sentieri e si ritrovavano
sempre nel medesimo posto. Si può immaginare l’angoscia di quelle povere Suore e
quali preghiere innalzavano a Dio ed al loro Angelo Custode affinché le guidassero alla
meta (S. Martino). M. Fedele e la giovane erano in groppa al cavallo e ben provvedute
del viatico, ma la povera M. Cecilia col suo stomaco indebolito aveva soltanto in

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saccoccia una boccettina di caffè e di tanto in tanto ne prendeva un sorsetto, con altro
non avrebbe potuto ristorarsi mentre si sentiva affranta dalla stanchezza e dai dolori.
Quando Dio volle, uscirono da quel labirinto. Attraverso S. Martino, arrivarono
a Predazzo ove noleggiarono una vettura che le condusse a Tesero.

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A TESERO

Tesero, grossa borgata della Valle di Fiemme, a poco più di 1000 m. dal livello
del mare, fu scelta già nel 1731 per edificarvi l’Ospedale che doveva accogliere gli
ammalati di tutta la valle. Sorse quindi portando il nome del Fondatore “Giovanelli”.
Allorché vi era qualche innovazione da farsi o spesa importante, i Capi dei Comuni
della Valle, presieduti dal Rev.mo Decano e dall’On. Podestà di Cavalese, che allora era
il Nob. Signor Francesco Rizzolli, si adunavano fraternamente e tutto procedeva nel
miglior modo possibile, poiché regolato dal santo timor di Dio. Visitando la devota
Chiesina, si vede un grandioso quadro del Fondatore dell’Ospedale Giangiacomo
Giovanelli (nato a Tesero il 17 – 6- 1665) la cui vita fu un romanzo e dopo essersi
arricchito con le sue industrie, morì a Cavalese lasciando tutto il suo ai poveri ed
ordinando che l’Ospedale venisse eretto nella sua casa a Tesero a Pedonda (1/2 piè
dall’onda). Chiamate dall’Amministrazione, nel giugno 1869, le Suore della
Provvidenza assunsero la direzione di quell’Ospedale. Sorgeva questo in una bellissima
posizione, sopra un piccolo poggio, con vasto cortile sul davanti e dietro ameni
praticelli ed orti. Le Suore avevano allora un quartierino a parte con la Chiesetta
dedicata alla SS. Trinità in cui era custodito il SS. Sacramento che davvero formava
tutta la felicità di quelle buone religiose.
Superiora delle Comunità era Madre Angela del Redentore, (Rodaro Domenica,
nata a Udine il 4 – 10 – 1833 - entrata fra le Suore della Provvidenza il 25 – 1- 1858,
professò il 24 – 9 – 1862) religiosa esemplare, di spirito di sacrificio non comune, di
preghiera fervente e costante, di osservanza, soprattutto di grande, impareggiabile carità.
Eletta Superiora fin dai primi anni della professione, vi stette in carica fino a che l’età
avanzata glielo permise. Tutte le suore che furono con lei elogiarono la sua carità.

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La cara M. Angela dunque accolse con cuore materno quelle poverette che,
stanche, spossate, sfinite, dopo un disagiato viaggio, finalmente giunsero a lei. Le fece
subito riposare, le ristorò, le confortò di modo che, anche Sr. Cecilia che era giunta
mezza morta, in pochi giorni alquanto si riebbe. Dai Superiori era stata assegnata quale
Assistente, guardarobiera, farmacista perché tutto il paese acquistava le medicine dalla
farmacia delle Suore.
Era proprio quello l’ambiente che occorreva per ristabilire un fisico tanto
sciupato e rialzare un morale com’era quello della povera M. Cecilia. Il gran cuore di
M. Angela trovò un farmaco per ogni male. Più tardi, la nostra M. Cecilia confiderà ad
una Suora: “Se ho goduto, lo fu in quell’anno a Tesero, lo passai proprio felicemente”.
Fin dai primi giorni, M. Cecilia fu ammirata dalla carità della sua Superiora e quindi
spronata ad imitarla. M. Angela, d’altra parte, trovò nella nuova Suora tanto esile e tanto
debole, un cuore ardente di amore, uno spirito di preghiera intensa uniti ad una
semplicità ed umiltà da bambina. Quelle due anime si compresero quindi e si amarono.
Nei sotterranei dell’Ospedale, spesso davano sfogo al loro cuore cantando i colloqui
dell’anima con Dio di S. Alfonso M. de’ Liguori
“Dove fosti o mio Diletto…”
Madre Cecilia più tardi racconterà alle sue figlie molti aneddoti graziosi di
quell’epoca, noi intanto ne citeremo alcuni.
Dovendo M. Cecilia prender nota della biancheria sudicia dei ricoverati, toccava
appena con la punta delle dita i fazzoletti da naso; M. Angela che la scorse: “Ma così si
schifa tanto a toccare la roba delle membra di Gesù Cristo”? Quell’anno si trovava pure
a Tesero M. Chiara Bertoldi, sua compagna di Noviziato. Tutte e due soffrivano molto
freddo ai piedi; allora le due Suore si rincorrevano per scaldarsi attorno ad un gran
tavolo della guardaroba. M. Cecilia faceva la lettura in tavola delle vite dei Santi,
s’intende. Quando s’imbatteva in qualche descrizione di paesaggi od altro, con molta
dolcezza: “Salta alla virtù, figlia mia, salta alla virtù”. La buona Madre conduceva ogni
tanto le sue figlie, or l’una or l’altra per non far torto a nessuna, a fare qualche
passeggiata che aveva per meta o qualche dovere da compiere o qualche Chiesa da
visitare. Dopo una di queste gite, sentì, o meglio le parve sentire, M. Cecilia tossire. La
fece tosto mettere a letto, le fece un buon tè caldo, la caricò di coperte e di piumini e
vedendola sudare volle farle passare una visita medica. Il Dottore sentì il polso, le mise
il termometro: niente. Le fece parecchie domande alle quali dovette rispondere che non

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aveva niente, infine la Madre obbiettò: “Ma quel sudore, Dottore?” “Eh, diss’egli – vuol
provare a levarle qualche coperta”?…
Ma con gioia immensa della buona Madre, la cara Suora andava rinforzandosi e
in breve poté senza difficoltà col cibo stare alla vita comune, mentre i due ultimi mesi a
Primiero, non sapendo più che darle, le preparavano una polpettina con un uovo e un
po’ di pane grattugiato e stentava moltissimo a digerirla. A Tesero, invece, cominciò a
mangiare polenta, fagioli, patate, insomma di tutto, e tutto le faceva bene e si rimetteva
a vista.
Ma M. Cecilia trovava le sue più care delizie ai piedi di Gesù Sacramentato.
Passava tutto il tempo libero in silenzio ascoltando, adorando. In fondo alla Chiesa, si
trovava al I° piano una tribuna per comodità della S. Messa a quelle ricoverate che non
avessero potuto discendere, e a sinistra di essa una stanza ove dormivano le Suore,
compresa M. Cecilia. Questa esultò di felicità quando vide ai piedi del suo letto la
finestrella che metteva rimpetto al S. Tabernacolo. Quante volte ottenne di rimanersene
ad adorare il suo Diletto per qualche lunga ora dopo della quale si coricava adagino,
adagino per non disturbare la compagna. E quali infuocati sospiri non emanavano dal
suo cuore allorché si svegliava la notte! Ah, era proprio pervasa dall’amore. E le Suore
lo comprendevano e provavano per lei un senso di rispettoso affetto mentre lei tutta si
prodigava per assisterle, se ammalate, aiutarle, se oppresse dal lavoro, e soprattutto era
loro luminoso esempio di perfetta osservanza regolare.
In una bellissima giornata di maggio, la buona Madre Superiora propose alla M.
Cecilia di fare una gita fino a Cavalese ove avrebbero venerato la miracolosa statua
della Madonna Addolorata. La proposta fu accolta con animo grato. Il loro fu un vero
pellegrinaggio: la strada era carrozzabile, ma loro per essere libere a pregare,
prendevano dei sentieri lungo i prati variopinti di non ti scordar di me, di graziose
margherite. La Madre ogni tanto si fermava a contemplare l’amenissima valle bagnata
in fondo dall’Avisio e dava sfogo al suo ardore recitando dei versi o cantando a mezza
voce. Ebbero le migliori accoglienze da parte del Presidente dell’Ospedale Don Corrado
Mersa, Sacerdote tutto di Dio e delle anime, sui 50 anni, che morì soltanto quattro anni
dopo, pianto da tutti, specie dai poveretti ai quali aveva dato tutto, tutto, fino a non
trovare in casa nemmeno la biancheria per coprirne la salma. Dopo aver parlato dei loro
affari, le due Madri si accomiatarono ed il buon Decano pregò la Madre a ricordarlo
sempre quando avrebbe scritto al Fondatore P. Luigi, poiché, disse, “Lo tengo come una
delle anime più sante di questo mondo”. Ma la buona servente volle accompagnarle un

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bel po’ di strada, chè aveva bisogno di sfogarsi con loro, e difatti raccontò com’era
pesante il servire i Santi, come il suo padrone faceva troppa carità, che a mezzodì
quando lei voleva levare la carne messa a cuocere nella pentola più non la trovava, che
il sabato non avrebbe trovato la biancheria per il cambio se con industria non gli avesse
nascosto qualche cosa, poiché lui dava tutto ai poveri, senza pensare a se stesso. “Dopo
che fece amicizia col P. Fondatore, il P. Scrosoppi, che venne a combinare qui per
l’Ospedale e pernottò in canonica, continuò la perpetua – il mio Signor Decano non
vuole più che gli si rifaccia il letto e nemmeno gli si scopi la stanza, tutto fa da sé come
un Certosino. Questa cosa la imparò dal vostro Padre; un dì, quasi senza accorgersene,
me la confessò: Oh, i Santi”!! E quella buona donna non avrebbe più finito se le due
Suore, giunte sul piazzale della Chiesa, non avessero esposto il desiderio di entrarvi. Lei
pure allora ricordò i suoi doveri e si accomiatò.
La Chiesa parrocchiale di Cavalese, consacrata nel 1134 dal Vescovo Altamanno
di Trento, è di stile gotico. Contiene molti quadri di celebri pittori di Fiemme e la
insigne reliquia del cuore del Ven. Principe Arcivescovo di Trento, Riccardo Riccabona,
nato a Cavalese il 23 marzo 1807, colà trasportata da Trento nel 1879 per opera del
Rev.mo Arciprete Don Domenico Valentinich.
Dopo aver adorato Gesù in Sacramento, le due Suore, essendo sole, secondo il
costume della fervente M. Angela, fecero un devoto canto e quindi passarono a venerare
il Simulacro prodigioso della Vergine Addolorata.
Chi entra la prima volta in quel tempio, di stile ionico, resta meravigliato della
sua magnificenza. Tutto colonne marmoree, arcate, logge disposte con eleganza e buon
gusto, adorne di fiorami di stucco artistici e pregiati. Nel mezzo delle due parti laterali,
in una nicchia trovasi la statua di grandezza naturale di Giuseppe d’Arimatea e
Nicodemo, ma ciò che più colpisce è la cara Madonnina posta in una graziosa nicchia di
vetro, a cornice dorata finemente, posta nel bellissimo altare di marmo. E’ l’Addolorata
col suo Gesù morto fra le braccia, è la Madre, la Benefattrice della Valle di Fiemme,
alla quale mai nessuno ricorse invano, ne fanno fede tutti i fiemmesi che parlano con
commozione della loro Madonna ed additano i quadri votivi che, appesi alle pareti,
assieme agli ex voto di oro e d’argento, magnificano la potenza interceditrice
dell’Addolorata. La statua dell’Addolorata ha una storia prodigiosa. Venne scoperta già
nel 1645 dal sagrestano de Vitali e, dopo una serie di meravigliose vicende, finalmente
nel 1830, venne posta nell’attuale tempio consacrato da S. E. Mons. Carlo Giuseppe
Riccabona de Reichenfeld.

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La buona Madre Cecilia conservò tutta la vita per quella Madonna una
devozione tutta particolare e quando, fatta Superiora, si porterà nel Trentino, mai
trascurerà di visitarla e, tornata a Cormóns, dirà alle Suore della Valle di Fiemme: “Ho
pregato per loro l’Addolorata…”. Sapeva la veneranda Madre che alle buone fiemmesi
non poteva fare regalo migliore.
Ma, tutto passa quaggiù. Riposata e ristabilita in salute, M. Cecilia venne
destinata dal P. Fondatore a fare scuola a Cormóns.
Le buone Consorelle di Tesero, piangenti per la partenza, l’accompagnarono
fino al portone e lei, commossa a tali e tante dimostrazioni di affetto, per le Suore e i
Ricoverati ebbe fino all’ultimo un sorriso, una parola, una preghiera. La M. R. M.
Angela volle accompagnare fino a Udine la buona figliuola: le premeva anche
raccontare ai Superiori quale tesoro di virtù e di saggezza, di perfetta osservanza questa
nascondeva sotto l’ombra della più sincera umiltà. Ma la povera M. Angela, tosto fu
nella diligenza, si sentì presa da forti dolori di stomaco che la fecero rimandare tutto il
viaggio con affanni e ambasce da morire. La buona M. Cecilia si moltiplicava attorno a
lei e cercava ogni rimedio possibile, ma tutto invano, ad ogni goccia di limone, acqua,
caffè, ecc. si ripetevano gli sforzi e gli affanni. Pregarono caldamente il Signore ad
aiutarle a giungere almeno fino a Udine. Quando Dio volle infatti vi giunsero. Le Suore
del Convento, avvertite, levarono adagio l’ammalata, la stesero in una stanzetta della
porteria e corsero a ragguagliare il P. Fondatore, il quale ordinò le si portasse subito una
buona zuppa coll’uovo e un bicchiere di buon vino. Discese egli stesso e fece alle due
arrivate le migliori accoglienze. M. Angela che si vide portare tutta quella grazia di Dio:
“Oh, Padre, disse, mi sento morire, non posso inghiottire nemmeno una goccia”. Ma il
Padre: “Su, coraggio, Madre, prenda e starà bene” e fiduciosa nella santità del Padre ed
avvezza ad ubbidire e a morire a se stessa, prese tutto e s’alzò guarita perfettamente.
Madre Cecilia passò dieci giorni a Udine, da tutti fatta segno di molto affetto, quindi
andò alla sua destinazione: a Cormóns.

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FONDAZIONE DELLA CASA DI CORMÓNS

Prima di portare M. Cecilia nel suo nuovo campo di lavoro, bisogna che ci
fermiamo un istante a tracciare la storia della casa di Cormóns. E' una narrazione in

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cui non si sa se si debba ammirare di più lo straordinario svolgersi degli avvenimenti o
la mano dolcemente materna di Maria SS. che, a nome di Dio, ne tessè la trama e ne
ordì la mirabile tela. E' infatti Maria SS. Rosa Mistica, Madre della Provvidenza, la
vera fondatrice della casa di Cormóns. Ella ne sarà la sapiente guida, il prodigioso
baluardo di difesa e protezione, la vera Mamma sempre. Ci diffonderemo poi nel
tracciare queste note storiche, tanto più volentieri in quanto che Cormóns. sarà ormai
il teatro della vita di M. Cecilia, che qui porrà, per così dire, il suo quartier generale,
donde irradierà attorno a sé, per quasi 60 anni, una vasta opera di apostolato.

Da tempo il P. Fondatore era preoccupato perché il suo caro Noviziato nella


Casa di Udine, non aveva ormai più l'ambiente ordinato e tranquillo ch’egli era
necessario. In quella casa benedetta le opere si erano andate moltiplicando e allargando:
c'era pertanto un continuo andirivieni. Fanciulle di ogni condizione, ordinazione di
lavori, i bachi, i fornelli per tirare la seta, ecc. ecc., tutto poteva scompigliare il
raccoglimento del Noviziato. Era poi desiderio del Padre che le Postulanti e le Novizie
più intelligenti venissero istruite e diplomate, ma in tale ambiente ciò era quasi
impossibile. Pregò perciò caldamente la Provvidenza e questa davvero non fece
attendere il suo intervento.
Nel 1714 la nobil donna udinese Contessa di Strassoldo fondò in Cormóns -
circa 20 Km. distante da Udine - un Sodalizio, le “Consorelle della Dottrina Cristiana”
per l’istruzione delle fanciulle, Sodalizio che nel 1812 venne soppresso. Quelle ottime
religiose dovettero separarsi e ritornare alle loro famiglie, con quanto strazio nel cuore,
ognuno può idearsi. Così, Convento e Chiesa vennero incamerati.
Più tardi la illustre Dama Cormonese Ernesta Strassoldo Locatelli, grande amica
della Signora Cecilia Piacentini, e, come sappiamo, nutrice della piccola Ernestina, offrì
la somma di fiorini 4000 per la fondazione nel vecchio convento di una scuola
femminile a vantaggio delle povere fanciulle del paese. Il M. R. Don Antonio Marocco,
Decano, si adoperò con piacere all’effettuazione dell’Opera caritatevole della pia
signora, si mise tosto in trattative col Padre Scrosoppi perché volesse mandarvi alcune
delle sue Suore. Il buon Padre Fondatore sentì nel cuore come il Signore esaudiva i suoi
voti e, da uomo saggio e prudente, andò subito a fare un sopraluogo e prendere i
necessari accordi. Trovato un buon campo per le servette del Signore, come egli
umilmente le chiamava, diede parola alla signora Contessa di mandarle appena il luogo
fosse convenientemente preparato. Nel 1865 fu acquistata una parte dell’antico

86
convento con l’annesso orto del soppresso Sodalizio delle Consorelle della Dottrina
Cristiana. In breve, tutto fu sistemato per l’inizio dell’Opera. Il Signor Decano fece le
necessarie pratiche per il nulla osta onde ottenere dalle competenti autorità il permesso
di aprire una scuola femminile e si arrivò così al 1866. Per l’apertura venne scelto il 23
gennaio, giorno dedicato, dalla Chiesa, allo sposalizio della Madonna con S. Giuseppe.
Furono destinate: M. Francesca Colloredo, Superiora, M. Eletta Cucito e M. Giuliana
Ferro maestre e una Novizia assistente alla scuola, M. Annunziata Economa, e la Sor.
Luigia Novello spenditrice, alla piccola Comunità ben presto si aggiunse M. Gioseffa
Fabris quale Direttrice delle scuole.
Alcuni giorni prima della regolare apertura, parecchie Suore da Udine si
portarono a Cormóns onde sistemare per bene ogni cosa. Il Padre Fondatore sorvegliò
attento tutti i lavori, e, come sempre, schivo di onori, ritornò a Udine la vigilia
dell’apertura, mentre si recavano a Cormóns le Suore destinate per la nuova Opera
assieme ad altre che, il dì della festa, avrebbero dovuto sostenere il canto.
Ecco la descrizione della solenne cerimonia relativa all’ingresso delle Suore
della Provvidenza in Cormóns, tolta dal giornale “La Libertà Cattolica” di Venezia, il
24 gennaio 1866.
“Mentre nel così detto Regno d’Italia si cacciano con la violenza i religiosi e le
monache dai sacri ritiri, si spogliano di quanto hanno e si gettano sul lastrico con orrore
dei buoni, nell’Impero dell’Austria si vanno invece aprendo delle case per le famiglie
religiose. Una di queste fu ieri solennemente aperta in Cormóns per le Suore della
Provvidenza, della Casa Matrice di Udine.
Al principio del secolo passato veniva eretto in Cormóns un convento delle
Sorelle delle Carità o della Dottrina Cristiana; ma quel convento nel 1810 subì la stessa
sorte degli altri nella bufera napoleonica. Scomparse quelle benefiche consorelle, si
sentì la necessità di una cristiana educazione da darsi al sesso femminile e
principalmente nei tempi che corrono. Ed ecco una illustre Dama di Cormóns,
consanguinea della contessa Sulpizia Strassoldo insigne benefattrice delle antiche
Sorelle della Carità, diede le mosse alla santa opera coll’offerta di fiorini 4000, per cui
ottenuto il permesso dalle autorità sì Ecclesiastica che Politica, ed ottenuta la sanatoria
per l’acquisto del fu pio luogo, fu comperato il convento delle Sorelle della Carità,
riparato, ridotto, e ieri aperto solennemente coll’intervento di S. A. Rev.ma il Principe
Arcivescovo di Gorizia, cui andavano incontro il Parroco - Decano, l’i.r. Pretore, il
Barone Locatelli ed altri Signori di Cormóns fino al confine della Parrocchia. Alle ore 8

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ant. pertanto si radunarono le Suore della Provvidenza nella Cappella pubblica del
Conte Del Mestri dedicata allo Sposalizio di Maria SS.ma dove, ascoltata la S. Messa,
processionalmente accompagnate dal Clero, dalle Dame ed altre signore di Cormóns
nonché dalla scolaresca di ambedue i sessi e da numeroso popolo furono introdotte nella
chiesa del convento e condotte nel Presbiterio. Di lì a poco arrivò in detta Chiesa
l’Arcivescovo e, fatta l’aspersione al popolo si portò all’altar maggiore, dove adorato il
SS. Sacramento, ascese poscia il trono che a tal uopo era stato preparato. Allora il M. R.
Parroco – Decano presentò le Suore all’Arcivescovo pregandolo di voler accettarle
come figlie e d’impartire loro la sua Paterna benedizione. Ciò fatto la Rev. Superiora
della Casa Matrice di Udine si presentò ai piedi di S. A. Rev. ma per ringraziarla della
bontà che dimostrò verso di esse e per prestarle il suo omaggio baciandole il S. Anello:
ciò che fecero pure tutte le altre Suore alle quali l’Arcivescovo diresse tosto analogo
discorso ricordando loro i Voti fatti e la loro mansione come educatrici della tenera
gioventù femminile. Dopo ciò l’Arcivescovo indossò i sacri abiti per la Messa, prima
della quale fu cantato il Veni Creator. Alle parti principali del S. Sacrificio le Suore
cantarono a sole voci dei devotissimi inni composti dal celebre Maestro di Cividale Don
Giacomo Tomadini che dirigeva le commoventi armonie. Dopo la Comunione,
l’Arcivescovo comunicò pure le Rev. Suore dando poi alle medesime al fine della S.
Messa la solenne Pontificale Benedizione. Indi esposto il SS. Sacramento fu cantato
l’Inno Ambrosiano ed impartita dall’Arcivescovo la trina Benedizione. Finalmente
deposto il piviale bianco ed assunto il violaceo, l’A. Rev. ma passò a benedire il
convento. Così la casa comperata e ridotta colle offerte della generosa Benefattrice
Contessa Strassoldo – Locatelli, dei piissimi Benefattori l’Imperatore Ferdinando e
l’Imperatrice Maria Anna e di altri fu aperta solennemente alle Suore della Provvidenza.
Non si può esprimere quanto gli abitanti di Cormóns e dei vicini villaggi esultassero per
questo beneficio: come tutte le signore di Cormóns gareggiassero nel provvedere le
Suore e di mobili e di vettovaglie”.
Stabilite nel loro convento, le buone Suore si misero all’opera con tutto il
fervore possibile dedicandosi interamente al bene della gioventù cormonese che, con
tanta fiducia, era stata posta nelle loro mani.
Durante la Quaresima, nell’Avvento e in tutte le Domeniche tenevano nella
Chiesa di S. Caterina la Dottrina Cristiana.
La Chiesa venne ottenuta dall’Imperatore Francesco Giuseppe con sovrana
risoluzione il 19 – 12 – 1865. Ceduta la Chiesa con le sue adiacenze e pertinenze, con

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facoltà di far trascrivere tavolarmente detta realtà a proprio nome e favore – addì 16 – 5
– 1867 - le Suore ne presero possesso.
Dalla Curia di Gorizia fu decretato Confessore delle Suore Don Paolo Fabris, il
quale però durò poco poiché, dopo brevi mesi, morì. Come già si disse vi subentrò
nell’ufficio il M. R. Padre Rossi S.J.
La popolazione era sempre più felice di avere le Suore e l’illustre Fondatrice ed
il buon Parroco ne ringraziavano il Signore come di singolare beneficio.
Il 30 – 6 – 1866, il Fondatore delle Suore della Provvidenza, per ragioni sue
particolari derivanti dalle condizioni politiche d’allora, d’accordo con S. A.
l’Arcivescovo di Udine e quello di Gorizia, trasferì pure a Cormóns la Casa Generalizia
non avendo in Udine casa propria essendo l’Istituto intestato alle “Derelitte”.

25

MAESTRA A CORMÓNS

Fu nell’autunno 1871 che, come si disse, la nostra M. Cecilia passò a Cormóns.


Qui ebbe le migliori accoglienze da parte delle Suore, in particolare dalla Superiora
della Casa M. Luigia Dario, stata già sua Maestra di Noviziato. Fin dai primi giorni,
tutte compresero il grande progresso nella virtù fatto dalla Piacentini nei soli cinque
anni trascorsi dalla sua Professione. Aveva davvero passato molte prove che erano valse
a staccarla dalle cose del mondo e sempre più unirla allo Sposo divino. Era infatti
sempre silenziosa e raccolta: dalla sua fisionomia tranquilla e serena, dalla dolcezza
della sua voce, dall’angelico riserbo e dalla soave dignità inconsapevole di se stessa che
traspariva da tutta la sua persona, si poteva comprendere facilmente che la sua
conversazione era sempre in cielo. E questo riflesso di bellezza spirituale colpiva
specialmente coloro che la vedevano per la prima volta, per cui, meravigliati,
domandavano chi fosse mai quella giovane religiosa dall’aria così celestiale.
M. Cecilia rivide ben volentieri la borgata dei suoi primi anni: là infatti era
venuta alla luce, là venne rigenerata alla vita soprannaturale, là passò i primi anni della
sua fanciullezza attorniata dalle squisite tenerezze dei suoi familiari, in quella comunità
fervente aveva trovato, da novizia, quello a cui solo aspirava il suo cuore: l’osservanza
regolare portata, talvolta, allo scrupolo. La Chiesa di S. Caterina poi esercitava sul suo
cuore verginale delle particolari attrattive. Ricordava che, fanciulla ancora, visitava ivi

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spesso devotamente il Santissimo Sacramento e ai piedi di quell’altare l’animo suo
desideroso di perfezione, aveva risentita molte volte l’eco dolcissima dello Sposo che la
invitava a seguirlo più da presso.
Sono davvero mirabili i disegni della Provvidenza. Quella Chiesa tanto cara al
cuore della giovane Ernestina e poscia oggetto di tante affettuose premure di lei,
divenuta Religiosa e Generale, era stata fabbricata nel 1779, sul suolo appartenente alla
famiglia Piacentini (come appare dalle Cronache delle Sorelle della Dottrina Cristiana
fiorite in Cormóns dal 1714 al 1812, dal contratto di compera).
Vi è un meraviglioso intreccio di fatti intorno al Venerato Santuario di Cormóns,
fatti che nel loro misterioso significato, pare vogliano preludere alle disposizioni divine
nei riguardi delle fortunate succeditrici delle Sorelle della Dottrina Cristiana. E infatti
non prelude forse alle Suore della Provvidenza il titolo con cui venne, fin dai primi
tempi, invocata la miracolosa statua di Maria SS.ma Rosa Mistica, ovunque conosciuta
anche sotto il titolo di Madre della Provvidenza, "Mater Providentiæ"? E perché mai
sulla pala dell’altar maggiore una mano d’artista dipinse il grande protettore delle Suore
della Provvidenza un secolo prima che le stesse ne prendessero possesso? Ed il caro San
Giuseppe, Padre e patrono delle Suore della Provvidenza, non prese forse, come rilevasi
dalle antiche cronache, sotto la sua particolare protezione quella chiesa e quella casa?
Quella casa ebbe poi le benedizioni del cielo in una maniera del tutto soprannaturale. In
essa infatti si verificarono delle meraviglie che solo la mano dell’Onnipotente avrebbe
potuto operare.
La graziosa statua di Maria SS.ma Rosa Mistica, trasportata per ordine della
celebre cormonese Madre Orsola de Grotta a Romans allo scopo di ottenere dalla
Vergine la grazia di vincere la contrarietà di quei paesani che, vedendo di mal occhio il
bene operato dalle religiose, cercavano in ogni modo di allontanarle dal paese; portata
pertanto colà la statua, ed invocata con fede, i dissidi tosto cessarono e le religiose,
felici, rimasero in quell’ambiente non più ostile ad esercitare il loro ministero in favore
della gioventù. In quello stesso luogo, la statua portentosa fece suonare un antico
strumento musicale che serviva alle principianti per apprendere l’arte. Riportata a
Cormóns, il 15 gennaio 1837, la statua si mostrò più che mai prodigiosa movendo tre
volte gli occhi ed emettendo dalla mano e dal braccio destro un sudore così copioso che
valse a bagnare diversi pannolini! Questi, usati con fede, operarono moltissime
guarigioni miracolose.

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Non è quindi da meravigliarsi se la Madre Cecilia era tanto lieta di essere
ritornata a Cormóns ove tante memorie care affioravano al suo spirito rendendole più
facile e più rapida la quotidiana ascesa verso il bene.
Si mise con tutto lo slancio e con quell’impegno che metteva in ogni cosa, a fare
la sua scuola: la IV classe. Ella era veramente l’educatrice modello. Le alunne sentivano
per lei un sincero, ardente, filiale affetto e, nello stesso tempo, una profonda
venerazione.
Fungeva allora da Direttrice della scuola la M. Gioseffa Fabris da Trieste che noi
già conosciamo. Queste due anime belle, che sinceramente fin dal loro primo incontro
tanto si erano amate in Dio, rassodarono, nella vita di comunità, la loro santa amicizia.
Col debito permesso della Superiora Generale si fecero promessa che la prima di loro
che avesse a morire pregherebbe il Signore a permetterle di venire a chiarire alla
superstite certi dubbi ed incertezze che avevano. Morì per prima Madre Gioseffa il 10-
10-1872 e la Madre Cecilia stava continuamente ad aspettarla, ma restò delusa. Solo,
raccontò poi ella stessa, che un giorno la vide in coro dov’era inginocchiata e, prostrata
ai suoi piedi, le chiese: ”Dunque, M. Gioseffa, il Signore non le ha permesso di venire a
chiarirmi quelle cose? La morta, tutta composta a serietà le fé cenno di no, facendole
contemporaneamente comprendere internamente che bisogna fidarsi di Dio senza aver
desideri, ciò doveva bastarle per tranquillizzarsi ed abbandonarsi in Dio. Nei pochi anni
che visse in Congregazione, Sr. M. Gioseffa fu a tutte esemplare e specchio di virtù. Dei
suoi talenti non comuni si valse unicamente per il bene delle anime e la gloria del buon
Dio.
M. Cecilia, oltre che saggia Maestra, era educatrice perfetta: con la sua mente
elevata e molto colta sapeva abbassarsi e farsi piccina con le sue allieve. Queste le erano
molto affezionate, tanto che, anche quando fatte adulte si troveranno in incertezze o
pene, ricorreranno alla loro antica maestra per averne conforto e sollievo. Avveniva di
frequente che, recandosi alla stazione per i suoi numerosi viaggi, incontrava delle sue
antiche scolare ed era indicibile la gioia di queste nel rivedere la cara insegnante. Lei era
così felice nella sua scuola, ma il Signore voleva ben presto assegnarle un campo più
vasto alla sua dedizione per il bene. Dopo due anni che faceva scuola e precisamente 40
giorni prima che terminasse il II° anno, la Rev. ma Superiora Generale M. Serafina, le
impose che cercasse d’interessarsi e vedere come e quello che faceva la M. Superiora
della casa M. Luigia, perché facilmente lei avrebbe dovuto assumere quell’ufficio. “E
piansi – raccontava poi la buona Madre – quei 40 giorni e anche due anni dopo”. Venne

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infatti eletta Superiora della casa di Cormóns il giorno di S. Cecilia dell’anno 1873,
allorché la M. Luigia Dario fu nuovamente nominata Maestra delle Novizie.

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SUPERIORA A CORMÓNS

Quantunque M. Cecilia fosse ancora annoverata fra le Suore più giovani


dell’Istituto, pure la solidità delle sue virtù, il suo senno maturo, l’avvedutezza del suo
ingegno colto e perspicace non erano sfuggiti agli occhi di coloro che sanno leggere ben
addentro delle anime. La Rev. ma Madre Generale e le Suore tutte erano convinte che in
M. Cecilia il Signore aveva risposto abbondantemente i tesori del suo SS. Cuore.
In mezzo alla gioia cordiale ed unanime delle sue consorelle che, pieno il cuore
di gratitudine verso Dio, lo benedicevano sinceramente per avere dato loro Madre sì
buona, solamente l’eletta non sapeva darsi pace. Combattendo quindi contro il proprio
cuore che, come fu scritto, nei santi è ferito più dalla gloria che dall’umiliazione, chinò
rassegnata la fronte ed accettò quel peso che, accresciuto notevolmente di mole, dovrà
essere da lei portato quasi fino al termine della sua lunga vita.
Tanta umiltà valse ad accrescere nelle Suore la sacra fiamma dell’amore e tutte
con affettuosa spontaneità le protestarono filiale obbedienza, rispetto e amore. Ella,
come sempre, solo nel suo Gesù Sacramentato trovò conforto e più volte fu trovata
prostesa davanti al Tabernacolo di giorno e di notte implorante forza, consiglio, luce.
Ella era veramente la Superiora ideale. Sempre velata di celestiale modestia,
nulla di straordinario rivelava all’esterno. Posata, riflessiva, parca di parole, spiccava
specialmente per due doti ch’ella sapeva conciliare a perfezione: spirito di preghiera ed
attitudine ad ogni genere di lavori.
Il suo esteriore, da principio, incuteva soggezione e poi, a poco a poco, inspirava
quella confidenza santa che è necessaria per addentrarsi nelle anime e farle progredire
sulla via del bene. Insomma, il suo esteriore rivelava a perfezione la squisita purezza
dell’anima sua. Il suo tratto era sì pieno di Dio che naturalmente destava in tutti un
santo rispetto per la sua persona. Amava la povertà e la praticava rigorosamente. Pure in
lei riluceva sempre il decoro ed una delicata nettezza elevata, ben si può dire, alla
dignità di virtù. Le sue mani si porgevano a tutto con umiltà, ma il suo cuore era

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costantemente libero: essa sapeva con tanta facilità staccarsi da ogni cosa, da ogni più
assillante preoccupazione per sollevarsi e concentrarsi in Cielo.
Fin dai primi giorni del suo governo, fu tutta per le sue Suore. Madre tenera e
premurosa sapeva continuamente donare se stessa ed anche moltiplicarsi per aiutare le
sue figliuole. Durante i giorni di bucato, per esempio, mandava a lavare anche la cuoca,
lei rimaneva in cucina e preparava il desinare per le suore. All’ora stabilita, andava a
chiamarle e le conduceva in Chiesa affinché là, sui gradini dell’altare, facessero, unite,
la visita a Gesù Sacramentato e l’esame del mezzodì. Poi, liete e felici, si recavano in
refettorio ove il pranzo, condito con tanto amore materno, le attendeva ancora fumante.
Molti anni più tardi, parlando con una Madre ormai anziana, la M. Cecilia rievocando
quei tempi, diceva tra l’altro: “Ricordate, Madre Bartolomea, il fervore di quella visita?
Il raccoglimento di quell’esame”? “Eh, Madre – rispose l’interrogata – ricordo, ma
ricordo pure i pensieri distrattivi che noi, giovani, piene di appetito, formulavamo
intorno al pranzo che lei con tanto cuore ci aveva preparato”. La Madre rise
bonariamente a tale uscita ed in ricreazione, ogni tanto, le Suore che erano state presenti
al famoso dialogo, lo raccontavano poi di quando in quando alla comunità suscitando
l’allegria e un caro ricordo del passato nel cuore della Rev. ma Madre che forse si
rivedeva ancora su quei gradini, tanto vicina al suo Gesù.
Fin dal 1866, fungeva in Cormóns, quale Cappellano della Chiesa e Direttore di
spirito, come fu detto a suo luogo, il M. R. Padre Rossi S.J.. E’ impossibile descrivere il
bene ch’egli apportò alla Chiesa, alle Suore ed a tutti i cormonesi durante i 13 anni di
apostolato ch’egli esercitò colà. Con impegno provvidenziale, coltivò lo spirito religioso
di quella già fiorente comunità e fu di grande aiuto al Ven. Padre Fondatore Luigi
Scrosoppi anche nell’adattamento delle Costituzioni. Egli dimostrò uno zelo infaticabile
nel restaurare la Chiesa di S. Caterina. Fidandosi solamente sulla Provvidenza, iniziò i
lavori avendo in cassa soltanto 12 soldi. Ma S. Giuseppe, da lui sempre invocato in
simili circostanze, non deluse la fiducia del suo devoto, anzi lo provvide così
abbondantemente che, finiti i restauri, erano pure coperte le fatture. Eppure la spesa
aveva superato i 700 fiorini. La Madre Superiora, naturalmente, benediceva il Signore
di tanta guida e facendo tesoro dei suoi insegnamenti, progrediva di giorno in giorno
nella religiosa perfezione.
Donna di grandi vedute, d’intelligenza non comune, condivideva i disegni del
buon Padre e godeva nell’osservare l’armoniosa bellezza che la chiesa tanto cara al suo
cuore assumeva gradatamente sotto la esperta direzione di sì valente architetto.

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Alle volte, il Padre nella sua umiltà chiamava la Superiora e chiedeva a lei
consiglio sopra certi lavori ed era bello osservare queste due anime grandi desiderose di
dare alla casa di Dio la maestà che gli si conveniva.
Un giorno, il Padre fece chiamare “Trinca”, un buon uomo e, per quei tempi,
discreto pittore. Lo condusse nella chiesa e, fattisi entrambi presso il presbiterio,
mostrandogli i coretti, disse: “Senti, Trinca, vorrei colorire queste grate, fa il conto,
quanto verrà a costare il lavoro”?
Il pittore aguzza gli occhi, si fa serio e volgendosi a destra e a sinistra: “Tre e
due cinque da questa parte – dice – tre e due cinque dall’altra, facciamo un totale di…”.
Ed il buon Padre: ”Attento, vecio mio, ho paura che ti sbagli, troppo poco, non ne salti
fuori, torna, torna a contare, fa meglio i tuoi conti”. “Due e tre cinque qua, due e tre
cinque là, dieci… tanto, tanto che ghe salto fora”, e sì dicendo scandiva lentamente le
parole, sorridendo in cuore dell’eccessiva bonarietà del Padre, ottimo sotto tutti gli
aspetti, ma affarista no davvero. “Vecio mio, - ripete – non ti sbagli”? E la Madre
Cecilia che, per caso, aveva sentito il dialogo, adagio, adagio, si avvicinò al Padre e,
tirandolo per la sottana, gli sussurrò: “Basta, basta, per amor del cielo! E bastò davvero.
Sorrise poi il Padre al ripiego industrioso della Superiora, la quale sapeva bene come la
cassa fosse sfornita di danaro e come molte persone, che non erano certo fior di
galantuomini come Trinca, si approfittavano della eccessiva fede del buon Padre.
Quando nel 1879, il buon Padre Rossi partì da Cormóns per recarsi quale
Direttore della Casa degli Esercizi che la Compagnia di Gesù aveva aperto a Padova, la
buona Superiora ne sofferse, ma uniformata sempre alla divina volontà, pronunciò il suo
generoso “fiat”. Con mano ferma e cuore materno, la Superiora continuò a dirigere
saggiamente la casa riscotendo il silenzioso plauso del Ven. Fondatore il quale molte
volte restava ammirato di fronte alla rettitudine, prudenza, saggezza che dimostrava
nelle varie circostanze la Superiora.
Fin d’allora nell’osservanza delle Regole era di un’esattezza scrupolosa, l’unica
sua mira era far piacere al Signore e dirigeva ogni cosa in ordine a tale principio.
Naturalmente, retta com’era, non sempre era compresa ed apprezzata a dovere, pure non
mai un passo ella fece per retrocedere. Con l’occhio fisso alla volontà di Dio, ella
avrebbe compiuto sacrifici eroici.
Molte volte il Ven. Padre Fondatore si recava da Udine a Cormóns. Quando le
Suore Maestre sentivano il rumore della carrozza che portava il Fondatore o la Madre
Generale, correvano giù per ossequiarli. Se ne avvide la Superiora e giustamente

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disapprovò il fatto che le Suore lasciavano sole le fanciulle, sia pure per il lodevole
motivo di riverire i Superiori. Infatti le fanciulle, in balia di loro stesse, si affacciavano
alle finestre e facevano, come si può immaginare, un allegro finimondo.
La Superiora, una o due volte, lasciò correre, poi con fermezza mista a bontà
fece comprendere alle Suore i pericoli a cui venivano esposte le fanciulle lasciate senza
sorveglianza e proibì severamente di ripetere la cosa. Finita la scuola avrebbero avuto
tutto l’agio di ossequiare i Superiori ed attestare loro la venerazione, il rispetto e
l’amore filiale loro dovuto.
Naturalmente, come succede alle volte, questo provvedimento non piacque a
tutte, per cui vi fu qualcuna che accusò la Superiora di invidia, di gelosia, di zelo
indiscreto ecc. La Madre vide attorno a sé i volti delle figlie molte volte rabbuiati, si
sentì spinta a dubitare della verità, ma non volle, preferì scegliere la ragione migliore e
attendere in pace che la luce si facesse da sé. E la luce non tardò. Un giorno ricevette un
biglietto da parte di un Sacerdote il quale le raccomandava espressamente di non essere
gelosa delle sue Suore. La Madre capì ogni cosa e parlò alle Suore con carità e
fermezza, rimanendo inflessibile nel suo proposito di non derogare mai per nessun
motivo dai suoi sacri impegni. Le Suore compresero e la sorveglianza delle fanciulle fu
regolarmente osservata.
Come si vede dal fatto, la M. Cecilia era la donna forte del Vangelo. Per la gloria
di Dio ed il bene delle anime, ella era sempre pronta ad ogni sacrificio. Di fronte ai
difetti delle Suore ella non esitava punto: correggeva con dolcezza mista ad una fortezza
che, alle volte, raggiungeva i più alti toni.

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ELEZIONE AL GENERALATO – 1880 -

Dopo la rinuncia al Generalato della Rev.ma Madre Serafina Strazzolini, le


Suore si adunarono a Udine onde eleggere colei che avrebbe dovuto addossarsi
l’importante e difficile peso della Congregazione, allora quasi nascente. Sentivano tutte
infatti la solenne gravità dell’ora: l’avvenire dell’Istituto poteva dipendere dalla scelta di
colei che ne avrebbe avuto in mano autorevole le sorti. Fatti precedere alcuni giorni di
pio raccoglimento, il Padre Fondatore, il giorno 12 ottobre 1880, invitò le professe a

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deporre nell’urna il voto di elezione. Il momento era solenne: doveva balzare chiara e
precisa la volontà del Signore.
Si fa lo scrutinio, la maggioranza dei voti risulta per la Madre Cecilia. A prima
vista, poteva parere strano che la scelta fosse caduta su di lei, persona sì timida, sì
diffidente di sé, interamente avvolta da un fitto velo che lasciava trasparire fra le tante
doti di cui era adorno il suo cuore, solo la modestia. Ma chi trattava alquanto con lei oh,
quanti tesori scopriva in quel verginale riserbo. Aveva una soavità di tratto, una
intelligenza dei cuori, una riverenza verso le anime che commoveva addirittura.
Spiccava in lei l’umiltà, ma questa virtù non era che il fondamento richiesto a quel suo
vigore di energia che sbalordiva, conquideva ed attirava a sè. L’elezione era avvenuta
per generale consenso e quale premio manifesto delle sue virtù e per le rare doti
manifestatesi in lei di vero, massiccio spirito religioso.
Quando il buon Dio riserva ad una sua creatura mansioni speciali, e sopratutto la
fondazione o quasi di un’Opera che deve continuare nel tempo, Egli le concede sempre i
doni naturali e le attitudini necessarie per l’adempimento esatto dell’importante dovere.
E la Madre Cecilia fu veramente lo strumento provvidenziale di cui Dio si servì per il
rassodamento della Congregazione destinata a compiere in mezzo alla società una
fruttuosa opera di bene. Ma, umile sempre, persuasa di essere inadatta all’importante
ufficio, temette e si sgomentò. Temette per sè e per la Congregazione della quale sino al
presente era stata figlia devota e ossequiente. Una fiera lotta sì accese nel suo spirito fra
la sua perfetta umiltà e l’adesione della sua volontà al divin beneplacito. Al fine
quest’ultimo trionfò ed ella accettò il peso della grave responsabilità. Così, china sotto il
peso di tanta croce, iniziò con la trepidazione nel cuore l’ardua ascesa del Calvario.
Chi avrebbe osato, Madre, in quell’ora per te d’intensa angoscia, preannunziarti
che il peso di Superiora Generale avresti dovuto portarlo per 40 anni? Sarebbero stati, è
vero, anni di apostolato fecondo, di gioie celestiali per le numerose conquiste al Re
dell’eterno Amore, ma nello stesso tempo sarebbero stati anni per te di pene indicibili,
di responsabilità immani, di desolazioni profonde, di dolori, di tristezze, di lotte interne
ed esterne.
Ma, vincendo se medesima, la nuova Madre Generale intensificò la sua vita di
abbandono, di zelo, di carità e con mano ferma resse fin dal primo tempo del suo
Generalato la Congregazione.
Dispiegò subito una prudenza e una sapienza di governo ammirabili, coltivò il
cuore, lo spirito, l’intelletto delle sue religiose, regolò saggiamente l’andamento delle

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varie opere, accettò o temporeggiò a seconda dei casi, le richieste di nuove fondazioni,
ma soprattutto si diede alla riforma delle Costituzioni che, in uniformità al volere del
Ven. Padre Fondatore, si dovevano allora mandare a Roma per l’approvazione.
S. A. Rev. ma l’Arcivescovo di Udine, Mons. Andrea Casasola, così ratificava in
data 10 novembre 1880, l’avvenuta elezione: “Veduto il processo Verbale eretto dal
nostro Pro Vicario Generale in data 12 ottobre p.p. dal quale risulta che a maggioranza
di voti e di conformità alle regole fu eletta Superiora Generale delle Suore della
Provvidenza Sr. M. Cecilia di Gesù, al secolo Piacentini Ernesta, e considerato che la
medesima ha i requisiti necessari e richiesti dalle regole dell’Istituto stesso per tale
ufficio, Noi confermiamo la fatta nomina ed impartiamo all’eletta Superiora la Nostra
Pastorale Benedizione.
+ Andrea Arcivescovo

Ma mentre la notizia dell’elezione si diffondeva nelle varie comunità portando


ovunque la letizia e la gioia, l’umile Madre, conscia della propria responsabilità,
correva, oh, quante volte, a prostrarsi dinnanzi all’altare e, assorta in una misteriosa
estasi d’amore, solo di là ritraeva la forza per proseguire intrepida nell’ardua ascesa.
Fu infatti in uno di quei momenti di maggiore sconforto che il buon Dio levò la
mano benedicente sopra i flutti agitati di quell’anima in pena e trasportandola nel
soprannaturale, le fece provare istanti di gaudio celestiale.
Lo racconterà, infatti, la veneranda Madre quando, in una stanzetta
dell’infermeria, passava le sue giornate nell’’attesa dello Sposo. Aveva 90 anni allora,
ed un ingenuo candore di bambina abbelliva, anche in età sì avanzata, il suo spirito forte
e virile. Una sera, più del solito forse compresa nei ricordi del passato, chiamò a sé la
Suora che, durante alcuni giorni, in assenza della solita infermiera, le aveva prestato i
suoi servizietti: “Senti – disse la Madre – stasera voglio pagarti la sagra. Siedi qui
accanto a me e ascolta”, e nel dire così la veneranda Madre s’accese in volto di una
sacra fiamma, socchiuse gli occhi, quasi a meglio ricordare la soavità del fatto e narrò:
“Una volta, figlioletta mia, in sogno (e nella sua umiltà denominava sogno senz’altro
quella che forse era stata visione) vidi il Signore. Era bello, amabile, di una dolcezza e
di una soavità indicibile. Egli mi fece vedere e gustare alcun poco i gaudi del Paradiso,
ossia le gioie celesti che Egli riserva a coloro che lo amano, lo servono e s’immolano
generosamente per suo amore tutti i giorni sull’altare del sacrificio. La soprannaturale
letizia di quegli istanti di cielo io non riesco a descrivere. Mi associo al grande Apostolo

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Paolo e con lui ripeto. Occhio non vide, orecchio non udì ciò che il Signore tiene
preparato per colore che lo amano. Gustai gli ineffabili gaudi del cielo circa tre
mesi…poi….ritornai alla terra. Ma il pensiero del Paradiso valse a sostenermi nelle
preoccupazioni, pene, dolori, che certo non mancarono nel mio lungo Generalato. Così
anche tu, figlioletta mia, abbi nelle varie difficoltà della vita presente il pensiero
dell’eterna felicità che ci attende lassù ove non ombre, non tristezze, non separazioni,
non lotte, ma un gaudio senza fine. Di questo mio sogno, non parlare ad alcuno. Promisi
a te la sagra spirituale, mantenni la promessa per tuo conforto e tuo incoraggiamento
nella quotidiana lotta per il bene”.
Ed il pensiero del cielo, oh, quante volte infatti valse a ridare alla Veneranda
Madre novella energia! Il suo cuore non aveva certo stanza su questa misera terra, ella
viveva in Dio, di Lui e per Lui, per possedere Lui nella beata eternità. Molte volte,
quando la croce immane della responsabilità pesava più del consueto sulle sue povere
spalle, ovvero la condotta poco esemplare di una figlia faceva gemere la Madre, o le
difficoltà esteriori si addensavano sull’incipiente famiglia che, essendo in bocciolo
ancora, era fragile e delicata, la Madre sollevava lo sguardo al cielo e risentendo forse
ancora nell’anima l’indicibile felicità provata nella celeste visione, riprendeva nuova
lena per continuare alacre nella via dolorosa. Allora ripeteva il canto devoto di S.
Alfonso Maria de’ Liguori

“Paradiso, sei pur bello / sempiterno è il tuo seren; / dei beati il bel drappello /
tu racchiudi nel tuo sen”.

Ed il pensiero del cielo, oh, come affiora nella corrispondenza della Rev. ma
Madre! Scrive ad una Suora. “Presto andremo a godere il Signore in Paradiso… Anche
se altri dicono che pecchiamo di gola spirituale, io non me ne confesso, né me ne pento
d’averlo desiderato e di sospirarlo ancora. Oh, che giorno beato sarà quello”. E altrove:
”Oh, quanto saremo beate e felici in Paradiso! Là, non più angustie, perplessità, affanni
e timori, ma sempre beate e felici col nostro buon Dio. Rimaniamo unite col Cuore di
Gesù ora, per esserlo poi eternamente in cielo”. Sì, il pensiero del cielo, si può dire, non
mai abbandonò la Rev.ma Madre Cecilia. Fu quello anzi che la sostenne nelle
numerosissime prove e la confortò nei burrascosi eventi del suo lungo Generalato.
Con questa mira soprannaturale dinanzi agli occhi si può bene immaginare quale
impronta assumesse fin dagli inizi il suo governo. Fu sempre per la Congregazione

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Madre e Maestra. Fu Madre: e le figlie tutte, vicine e lontane, trovarono nel suo cuore
un tesoro inesauribile di tenerezza. Fu Maestra: modello di osservanza regolare, sempre
la prima nell’ardua ascesa della religiosa perfezione.

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LA MADONNA DI LOURDES NELLA GROTTA DI CORMÓNS

Divenuta Generale, la Madre Cecilia sentì più forte il bisogno di stringersi a


Colei che tanto teneramente amava: Ella sapeva che affidarsi a Maria e ricorrere
continuamente a lei equivale ad essere sicuri della propria salvezza e santificazione, e
raggiungere, nella vita spirituale, i gradi più elevati della santità. Ecco perché la fervida
amante della Vergine, fin dal 1882, fece venire dalla Francia una bellissima statua
dell’Immacolata da collocare nell’orto della Casa ove le Suore, recandosi a Lei,
potessero venerarla qual Madre e Custode. Ma l’idea vagheggiata ed accarezzata da
tanto tempo, dovette far sosta per quasi due anni, poiché appena in giugno fu dato
principio al lavoro, che riuscì oltre ogni aspettativa, bello e grazioso.
In fondo al viale maggiore dell’orto venne eretta un’artistica grotta, simile in
tutto a quella in cui apparve la candida Regina. Svariatissime piante selvatiche danno al
luogo un non so che di fantastico e di giocondo. In primavera, essa si abbella di una
fiorita di rose che intrecciano armoniosamente fra loro le più svariate sfumature di tinte,
dando alla grotta un aspetto che attrae e incanta.
Il 7 agosto 1882 venne collocata la statua nella grotta. Qualche giorno prima,
ella era stata posta nella chiesa pubblica dell’Istituto sopra un apposito trono onde
soddisfare la brama dei cormonesi che, in folla, accorrevano a visitarla ed onorarla. La
sera prima del giorno fissato per l’inaugurazione, uno scampanio festoso annunziava ai
fedeli la solennità dell’indomani. Nel pomeriggio infatti la statua venne solennemente e
pubblicamente benedetta dal Rev.mo Decano, assistito da diversi Sacerdoti. Alla
benedizione seguì l’appropriato discorso di un M. R. Padre Gesuita che valse ad
entusiasmare maggiormente la folla dei fedeli accorsi alla sacra funzione. Finalmente un
drappello di giovanette bianco vestite presero sulle spalle quel caro peso e, seguite dal
popolo fra canti e suoni fu portata dalla Chiesa alla grotta. Allorché entrò nel sacro
asilo, le Suore erano già disposte in bell’ordine, con gli occhi bagnati dalle lagrime della

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più schietta allegrezza, accompagnarono la loro Regina fino al posto stabilito. Chi potrà
descrivere in questo momento la gioia celestiale della Rev. ma Madre Cecilia? Il pallore
del suo volto, lo sguardo raccolto, il pianto che le rigava le gote, attestavano alle figlie
l’amore ardente della loro madre terrena per la Madre del Cielo.
Finita la cerimonia e, ritornata nella quiete del Convento, la venerata Madre si
prostrò ai piedi della celeste Regina e la supplicò di voler regnare quale tenera Madre in
quella Comunità che annoverava come uno dei giorni più belli quello del suo trionfo. E
Maria, sempre Madre generosa, cominciò a spargere una serie di grazie e di benedizioni
sull’Istituto e sui devoti che con fede a Lei ricorrevano per aiuti e conforti. La prima
guarigione che la Vergine Santa, invocata sotto il titolo di Nostra Signora di Lourdes, si
compiacque di operare nella Casa di Cormóns, fu in favore della Novizia Sr. M.a
Giuseppina Doliac. Questa da più mesi andava deperendo, anzi in breve tempo si
ridusse a tali condizioni da non riconoscerla più. Era giunta intanto da Tolosa la statua
di Nostra Signora di Lourdes e la Vicaria della Casa, M. Serafina Strazzolini, aveva
pregato caldamente la Vergine a voler dare un segno della sua materna benevolenza
verso quella comunità ridonando la salute a detta Novizia. Appena giunta la statua,
venne spedita alla Novizia, che si trovava a Udine, un pezzo di carta nella quale il
benedetto simulacro era stata involto, affinché se l’applicasse con fede sulla parte
inferma. L’ammalata così fece e tosto migliorò così da poter ritornare a Cormóns,
professare con le compagne e poscia occupare, per parecchi anni, l’importante e faticoso
ufficio di Maestra delle Novizie. Riposta nell’artistica grotta, la Vergine continuò a
diffondere ai fedeli ogni sorta di celesti favori.
Nel marzo 1886, due Suore della Provvidenza si trovavano in un Ospedale
gravemente inferme. Dichiarate incurabili, avrebbero dovuto essere trasportate nella
Casa Madre, ma il medico curante, impressionato dalla gravità del male, non accordò il
permesso. Venuta a conoscenza del fatto, la Rev. ma Madre Cecilia, dopo aver
fervidamente pregato l’Immacolata Regina per la salute delle sue figliuole, inviò alle
stesse dell’acqua che, naturalmente, sgorga ai piedi della grotta. Cominciarono le malate
la novena e alla fine di questa, furono in condizioni tali da mettersi in viaggio e
giungere alla meta ove il cuore sempre materno della M. Generale le attendeva ansiosa.
Ma l’accorrere sempre continuo dei secolari alla grotta del convento per venerare la
dolce Immacolata, naturalmente turbava il raccoglimento delle Religiose per cui la Rev.
ma Madre, sempre tanto sollecita del bene della comunità, volle conciliare le due cose e,
pur favorendo la devozione dei cormonesi verso la Madonna, li portò a Rosa Mistica,

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venerata nella chiesa e fece circondare l’orto di mura affinché le Suore, libere da esterne
distrazioni, potessero vivere nel costante raccoglimento espressamente voluto dalla S.
Regola.

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LA MORTE DEL PADRE FONDATORE

Erano trascorsi quattro anni ormai dal giorno in cui il peso della Congregazione
erasi addossato sulla Veneranda Madre. Conscia sempre più dell’immane responsabilità,
ella ricorreva fiduciosa al supremo Datore di tutti i beni, implorando da Lui luce
abbondante, dolcezza e fermezza insieme per guidare rettamente il timone della
navicella che gradatamente avanzava prendendo stabilità e progresso.
Figlia devota del Fondatore, la buona Madre rendeva esatto conto del suo
operare al Rev.do Padre ed era giorno di festa quello in cui queste due anime grandi
potevano incontrarsi e proficuamente trattare gli interessi della famiglia. Quanti sapienti
insegnamenti, quanti paterni conforti scendevano allora nell’umile cuore della
Superiora: le parole del Padre, quale benefica rugiada, s’adagiavano delicate nell’animo
di colei che, qual fiore, s’apriva ricco di speranze. Sotto una direzione così sapiente, sì
forte, è facile immaginare quale vantaggio ne ritraesse l’umile Madre che, docile e
sottomessa, s’atteneva stretta ai paterni insegnamenti. Era suo principale impegno
attuare e far attuare nella Congregazione, allora quasi incipiente, i vari punti della S.
Regola che al Ven. Padre era costata preghiere, digiuni, penitenze innumerabili. Non
mai ella osava staccarsi neppur d’un apice da quel codice benedetto e se, dati gli inizi,
l’osservanza aveva un carattere di prova, oh come la volonterosa Superiora vigilava
attenta, di ogni cosa rendendo conto al Fondatore. Certo, il consiglio ed il suggerimento
del Padre esercitavano un magico potere sopra quell’anima umile: nulla mai ella
avrebbe fatto senza interpellare il giudizio del Padre. I disegni di Dio però sono
imperscrutabili. Considerando le cose umanamente, si sarebbe detto che per il bene
della Congregazione era assolutamente necessaria la duplice opera di quelle creature
che ad essa avevano consacrato con generosità di propositi e di fatti, tutte le loro
migliori energie. Ma tristi presentimenti allarmavano di quando in quando la Superiora
Generale. Ella vedeva il Padre lentamente declinare: come in un campo di battaglia,
attorno a lui erano già caduti parenti, amici, conoscenti, egli rimaneva solo, quasi

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ottantenne, su questa terra di esilio. Le parole del Ven. Padre ora specialmente
lasciavano un’impressione incancellabile nel cuore delle figlie. Sembrava loro che quei
ricordi santi, uditi pur tante e tante volte, assumessero un tono straordinario e fossero
come l’atto della volontà ultima del Padre che si sentiva prossimo all’eternità. Poco
prima della sua fatale infermità, egli si recò a Cormóns a visitare la Casa Generalizia ed
il Noviziato. La Rev.ma Madre Cecilia gustò veramente tanto sì preziosa visita, ascoltò,
commossa, le sue parole e, pur essendo la donna forte per eccellenza, non seppe
trattenersi dal mescere le proprie lagrime a quelle delle care figlie. Eppure, per allora,
tutto non era che una funesta previsione. In tale circostanza, il buon Padre lasciò alla
Comunità, ed in particolare alla M. Generale ch’egli tanto stimava, i suoi più preziosi
ricordi e tutte paternamente benedicendo, commosso, disse che si sarebbero riveduti in
Paradiso. E fu così.
Ritornato a Udine, il Ven. Fondatore continuò, per alcun tempo, il suo metodo di
vita laborioso e penitente, con immenso dolore delle Suore che s’accorgevano come tale
preziosa esistenza lentamente, ma fatalmente, andava declinando. Obbedendo al
medico, fu costretto a mettersi a letto con la diagnosi infausta di penfigo. Accorse tosto
la Rev. ma Superiora Generale al letto del caro infermo, il quale, accortosi della di lei
profonda afflizione: ”Madre mia, - le disse – coraggio. Veda lo stato in cui mi trovo,
osservi le mie mani, sembro un lebbroso…”. Ed esprimendogli la Superiora i sensi del
suo vivo dolore, egli ripigliò: “Che vuole? Così è piaciuto al nostro buon Padre che è
nei Cieli e così deve piacere anche a noi, non è vero, Madre mia? Ed ella si uniformò
alla divina volontà, ma con uno strazio di cui Dio solo poteva misurare tutta
l’immensità. Intanto, con delicato pensiero, fece venire presso il caro infermo le Madri
Vicarie delle varie case del Veneto, dell’Istria, del Trentino, affinché con le loro
relazioni confortassero il Fondatore e da lui ricevessero l’ultima paterna benedizione.
Ma il fiero morbo, intanto, gradatamente incalzava: il Rev.mo Mons. Domenico
Someda, Vicario Generale dell’Arcivescovo, consigliò il pio vegliardo a ricevere il S.
Viatico ed il degnissimo Sacerdote Don Luigi Costantini, suo intimo amico e suo
assiduo infermiere, glielo amministrò solennemente. Subito dopo le preci rituali, al
“Domine non sum dignus”, il Padre Luigi con voce distinta, raggiante il volto di felicità
soprannaturale, fece esplicita professione di fede, chiese perdono alle Suore ed alle
persone tutte della Casa, benedisse tutte e singole le persone della Congregazione e
tacque infine solo per espresso comando di Don Costantini. Chi potrà descrivere lo
strazio della Rev. ma Superiora Generale di fronte a quella scena? Ella si vedeva già

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sola, sola a capo di quell’eletta schiera, sola al timone di quella piccola nave fino allora
guidata da pilota sì santo, sì dotto, sì prudente. Ma, da donna forte, seppe mirabilmente
padroneggiarsi ed essere alle figlie, anche in quell’istante di tremendo dolore, esempio e
modello. Data la gravità del male, tutti ritenevano utile cosa amministrare al venerando
infermo in giornata, anche l’Estrema Unzione. Ma se tale era il desiderio di tutti, niuno
sentiva il coraggio cristiano di parlarne al Padre. Anche questo delicatissimo compito si
assunse la Madre Generale. S’avvicinò al letto dell’ammalato col cuore in sussulto,
invocò l’aiuto del buon Dio e ”Padre – cominciò – io le chiederei per grazia un favore”.
“E quale?” “Noi tutte sue figlie – ripigliò la Madre – desideriamo ch’ella stasera abbia il
conforto di ricevere l’Estrema Unzione, che, ove piaccia a Dio, può arrecarle anche la
salute del corpo”. “E non vuole, Madre mia, ch’io sia disposto e contento? Da gran
tempo ho fatto a Dio il sacrificio della mia vita, faccia di me il Signore ciò che vuole, io
sono pienamente rassegnato. Il medico ha forse giudicata grave la malattia? Non potrei
aspettare domani per dispormi meglio”? “Potrebbe, Padre, ma noi sue figlie, saremmo
contente se le fosse amministrato stasera”. E con la calma e le disposizione di un santo
Egli ricevette, quella sera, l’Estrema Unzione.
Visse ancora alcuni giorni in piena lucidità di mente, diffondendo attorno a sé
sprazzi di quella benefica luce che adornò l’animo suo durante tutta la sua lunga vita.
Allorché vedeva attorno al suo letto le Suore afflitte per la sua prossima dipartita, e
leggendo nell’animo particolarmente della Superiora Generale l’angoscioso timore che,
morto lui, la Congregazione avesse a venir meno, diceva: “No, no, figliuole mie, non
voglio vederle meste e sconsolate. Non temano di nulla, questa è casa di Dio, Egli ne è
il Padrone, questa fu opera sua e, come l’ha fatta nascere e crescere, così la farà
progredire. Dio non abbisogna di nessuna creatura, Egli si vale di qualunque strumento
per compiere l’opera sua”.
E le parole del Padre scendevano nel cuore della Superiora ed accrescevano in
lei quella fede viva, quella fiducia illimitata in Colui che, solo, tutto può. “Carità, carità
– ripeteva ancora il Ven. morente – carità, ecco lo spirito della vostra Congregazione,
salvare le anime e salvarle con la carità”. Tali estreme raccomandazioni del Fondatore
rimasero scolpite nel cuore delle figlie ed ancor oggi risuonano all’orecchio dei novelli
germogli che, numerosi, sbocciano, all’ombra della virtù regina: la carità.
Il giorno 3 aprile 1884, un’ora dopo la mezzanotte, confortato oltre che dagli
ordinari sussidi spirituali, anche dalla Benedizione Pontificia, il Ven. Padre rese la sua
bell’anima a Dio. Accanto al Sacerdote Costantini, con altre tre Suore, la M. Cecilia fu

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presente al doloroso transito. Chi potrà descrivere l’ambascia del suo cuore? Sola, sola,
sola ella si vedeva a capo di una Congregazione nascente.
Ma il previdente Padre erasi già associato nelle sue Opere di carità il Can.
Antonio Feruglio ed il Sacerdote Luigi Costantini. Il primo successe al Padre nella
Direzione dell’Istituto delle Derelitte in Udine, e nel delicato ufficio di Patrocinatore e
Consigliere della Congregazione delle Suore della Provvidenza. Il secondo fu nominato
Vice Direttore della Casa delle Derelitte. Con questi due validi collaboratori, la
Superiora Generale riprese l’erto Calvario del suo governo e, fidente nel divino aiuto,
s’incamminò verso sempre maggiori altezze.

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IL LAVORO DELLE COSTITUZIONI

Le S Regole compilate dal Fondatore delle Suore della Provvidenza Padre Luigi
Scrosoppi, validamente coadiuvato dal Sacerdote Don Francesco Fantoni, erano state
spedite a Roma alla Congregazione dei Vescovi e Regolari nel 1861. L’anno appresso,
giungeva al benemerito Fondatore il Decreto di Lode firmato dallo stesso Pontefice Pio
IX. Come di consueto, la S. Congregazione rimise al Fondatore le Costituzioni con
l’aggiunta di alcune riforme e con la calda esortazione di fare un lungo esperimento
delle medesime prima di richiedere l’approvazione. Nel 1871 la Superiora Generale M.
Serafina Strazzolini aveva ottenuto dalla S. Congregazione dei Vescovi e Regolari un
Decreto che approvava e confermava il Pio Istituto delle Suore, ma ne differiva a tempo
più opportuno l’approvazione delle Costituzioni, prescrivendo che si adottassero
parecchie modificazioni.
La nuova Superiora Generale Madre Cecilia, eletta, come si disse, nel Capitolo
Generale tenutosi a Udine il 12 ottobre 1880, si prese sommamente a cuore la sospirata
approvazione e, in unione al Ven. Fondatore, prima, poi con l’aiuto di altri zelanti
religiosi, si adoperò instancabile onde raggiungere alfine la meta desiderata.
Si giunse così al 1889, quando la Superiora Generale stimò giunta l’ora segnata
dalla Provvidenza per la definitiva conferma di quella Regola di cui ella, fin da Novizia,
era stata un vivente modello. Cominciò ella il lavoro della revisione delle Costituzioni il
12 Marzo 1888, terzo giorno della Novena di S. Giuseppe, finì il lavoro nel suo mese, lo

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corresse e riordinò nella novena del Patrocinio e nel dì della festa lo depose ai piedi del
Santo acciò lo rivedesse e lo benedicesse.
Allo scopo di constatare l’esatta osservanza nelle varie comunità, fece frequenti
visite alle Case, esaminò attentamente ogni punto di Regola, consultò assiduamente le
Superiore delle diverse Opere affine di aggiungere o togliere quanto conveniva, sempre
in conformità a quanto sapientemente era stato suggerito dalla S. Congregazione.
Nel delicato ed importante compito venne aiutata dal Rev.mo Mons. Antonio
Feruglio e da altri benemeriti Sacerdoti fra cui il M. R. Padre Pastarini S. J. Nel 1889,
ella aveva apparecchiate le Regole e le Costituzioni corredate da lodevolissime lettere di
tutti gli Ordinari sotto la cui giurisdizione si esercitavano in opere di carità le Suore
della Provvidenza. Col voto delle prudenti Consigliere, la Superiora Generale decise di
recare lei stessa le Costituzioni a Roma affine di sciogliere verbalmente i dubbi che
avrebbero potuto insorgere in un affare di tanta importanza. Fatti i necessari preparativi,
dopo aver preso congedo da Rosa Mistica e da S. Giuseppe, alla protezione dei quali
venne affidata la Comunità di Cormóns, dopo aver salutato le Suore Professe, le
Novizie e le Converse, l’11 gennaio 1890 la Rev. ma Madre partì per l’eterna Città,
accompagnata dalla Vicaria, M. Giuditta, che assunse l’ufficio di segretaria.
Seguivano le due partenti i voti e gli auguri delle figlie tutte. Ormai i cuori delle
Suore della Provvidenza non avevano che un’unica brama: vedere alfine approvate le
Regole ed essere legalmente riconosciute dalla S. Sede. Chi potrà enumerare le
preghiere, le mortificazioni, i sacrifici, le rinunce che a tale scopo offrirono allora
all’Altissimo? Chi potrà misurare l’ardore delle suppliche con cui accompagnavano le
rappresentanti della Congregazione ai piedi del Vicario di Cristo?
Dopo aver sostato una giornata a Udine, le due Venerande Madri, alle ore 11 del
13 gennaio, partirono alla volta di Bologna, onde proseguire il 14 per Forlì ed ebbero la
grande grazia di visitare la S. Casa di Loreto. Ma, erano appena giunte alla Stazione,
quando successe un triste incidente, che anche per le due Suore, avrebbe potuto avere
conseguenze fatali.
Il treno giunto a Forlì, per un falso scambio, urtò violentemente contro un treno
di fronte che proveniva da Rimini: le due macchine andarono in rovina, tre carrozzoni si
sfondarono e, per grazia singolare del caro S. Giuseppe, invocato fiduciosamente dalle
Suore nel tremendo pericolo, il loro carrozzone rimase illeso e, ad eccezione di un forte
balzo e di un serio spavento, non ebbero a soffrire altri malanni. Narra la Madre
Giuditta che fu proprio un miracolo di San Giuseppe se ne uscirono illese, poiché la

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valigia che stava sopra la loro testa, per l’ urto del vagone, si scostò dalla parete e restò
come sospesa in atto di cadere. Pure scendendo dal vagone, la Rev. ma avrebbe dovuto
cadere poiché, essendo il treno agghiacciato ed il predellino piuttosto alto, ella era
malamente scivolata, ma un caritatevole signore, intervenne a tempo. In ringraziamento
le due protette recitarono un Rosario intero e 7 Pater in onore di S. Giuseppe.
Arrivarono quindi a Loreto alle 17. Si accostarono subito alla S. Casa visitandola
intanto all’esterno ed affrettando con i più accesi desideri l’istante nel quale avrebbero
potuto baciare le sacre mura spettatrici di tanti e sì augusti misteri.
L’indomani per tempo infatti, eccole alla Basilica. Furono inondate da un gaudio
di Paradiso nel vedere la semplicità di quella casetta Nazarena nella quale le tre più
sante creature avevano trascorso la massima parte del loro mortale pellegrinaggio.
Fecero la S. Comunione e nel tempo delle due Sante Messe che ascoltarono, la
Rev.ma Madre, come affermava lei stessa, non sapeva ove fosse, tanto era compresa da
riverente, fervido affetto.
Scrivendo infatti l’indomani del loro arrivo nella Città eterna alla comunità di
Cormóns, la Rev.ma Madre dice: “Nella Casa Santa io dimenticai me stessa e tutto il
creato, per ciascuna delle mie carissime figlie recitai un’Ave Maria, per ciascuna baciai
le sacre mura e pregai per i bisogni particolari di ognuna”. Là, ai piedi della statua
prodigiosa la Rev. ma Madre depose le Costituzioni e pregò la Vergine a benedirle ed
accordare a tutte le Suore che le abbracceranno la grazia di osservarle perfettamente ed
essere in eterno fedeli al suo Gesù. Nel pomeriggio le due devote pellegrine ritornarono
alla Basilica ed una guida fece loro vedere il tesoro e l’appartamento dei Sommi
Pontefici. Fra le cose preziose, quella che loro piacque tanto fu una perla pescata da un
devoto di Maria, il quale aveva promesso alla Vergine di donarle la prima perla che
avrebbe trovato. Maria SS. aggradì il delicato pensiero e fece trovare al devoto
pescatore una perla su cui è impressa la sua immagine che posa delicatamente sopra una
nube.
Assistettero pure alla chiusura della S. Casa ed invidiarono santamente la
ventura dei RR. Padri Cappuccini che, tutte le sere, scopano, ginocchioni, quel tesoro
veramente unico al mondo.
L’indomani mattina vi ritornarono e, compiute le loro devozioni, ripartirono alle
7,15 per Roma ove giunsero alle 20.

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A ROMA

Roma era sempre stata per la Rev.ma Madre Cecilia la patria dello spirito, la
patria del cuore, il centro di ogni suo affetto. Aveva attinto la fervida devozione alla S.
Sede dalla bocca stessa del Ven. Fondatore il quale per il Vicario di Cristo aveva una
devozione e un attaccamento veramente inconcussi. Il trovarsi quindi nell’alma Città,
nella Patria dei suoi primi sogni e dei suoi accesi desideri era per la Veneranda Madre
fonte di grande letizia. Roma era per lei, come del resto per ogni cristiano degno di tal
nome, un vero preludio del cielo.
“Il viaggio – scrive ella alla Comunità di Cormóns – fu felice. Non soffrimmo né
caldo, né freddo. Attraversammo città memorande dove fiorirono tanti Santi e Sante,
passammo delle lunghe gallerie e quasi sempre fra dirupi e terre sterili, pochissime
pianure estese”.
Ma desiderando, come tenera mamma, informare le figlie lontane della sua
nuova sistemazione, aggiunge: ”Qui stiamo ottimamente. (Le Suore della Provvidenza
non avevano allora casa a Roma, perciò le due Madri eransi alloggiate presso le Suore
del SS. Sacramento le quali tenevano nel loro convento una specie di pensione). Vi è in
primo luogo una bella chiesetta con tribuna per le paganti. S. Giuseppe domina la
Chiesa e ne è il titolare”. Felice coincidenza – diremo noi – che riempì il cuore della
Madre della più pura gioia. Ella si vedeva alloggiata all’ombra dell’inclito Patriarca, di
colui che teneramente amava ed al quale aveva con perfetta confidenza, affidato l’esito
dell’importante affare.
“Qui – continua la Madre – abbiamo ciascuna una bella stanzetta, con tutti i
comodetti che, a dir vero, non ci stanno male. S’intende che non ci manca nemmeno la
toilette e la specchiera (aggiunge burlescamente la Madre). Il vitto è ottimo e adatto ai
nostri stomaci. In refettorio siamo assieme alle Dame. Tutte parlano il francese benché
parecchie sappiano l’italiano. Così, voglia o no, devo ingegnarmi ad esprimere quanto
so”. Come si sente il cuore della Madre che parla! Ella vuole rassicurare le figlie
lontane, notificando loro tutti i particolari della sua nuova vita. Ella sente le loro
apprensioni, fa suoi i loro timori e loro tutte vorrebbe mettere a parte della sua gioia. Era
giunta alfine nell’Eterna città, nella Sede del Vicario di Cristo, in quella Roma bagnata

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dal sangue di tanti Martiri, di quegli eroi ch’ella tante e tante volte aveva invidiato negli
ardori della sua verginale giovinezza.
Ora là, dal “Dolce Cristo in terra” ella attendeva il suggello che a lei e alle figlie
avrebbe portato sicurezza, conforto, felicità senza fine.
Com’è naturale pensarlo, l’indomani del loro arrivo, le Venerande Madri si
portarono in S. Pietro. Recarono seco il dolce peso delle Costituzioni onde
raccomandarne l’esito al Principe degli Apostoli.
Quali le loro impressioni? Ascoltiamo la Rev.ma Madre che così si esprime
scrivendo alle dilette figlie di Cormóns: “S. Pietro è una magnificenza, un incanto”.- Ma
dal suo cuore abituato al silenzio, al raccoglimento, all’intimità con lo Sposo, esce
spontaneo un confronto – “Quale differenza però fra la Basilica prima del mondo e la
povera Casa di Nazareth. Quanto più riempie questa il cuore e lo spirito. S. Pietro pare
una magnifica piazza, anziché una chiesa. Tutti girano, passeggiano, ammirano,
contemplano la bellezza delle arti, ma parmi che tutto finisca lì”. E continuando col suo
delicato umorismo diretto a sollevare gli spiriti “Racconto loro una bella – scrive.- Il
Comm. Sassi ci esortò a portarci il dopopranzo in S. Pietro onde assistere ai Vespri
solenni essendo la Festa della Cattedra di S. Pietro. Andammo infatti. Ma aspetta,
aspetta presso la grande abside illuminata, non vedendo mai uscire i Canonici, girammo
e passammo, a caso, presso la Cappella detta del Coro. Udiamo allora cantare il 'Nunc
dimittis'. E dire che il coro e l’organo sono così sonori che fanno stordire”.
Ma in quell’immensità l’umile Madre, forse ricorda il suo minuscolo Coro di
Cormóns, la sua Madonna, il caro S. Giuseppe, muto testimonio delle sue preci, dei suoi
ardori eucaristici.
Consigliate dalla Contessa Kinski, le due Madri, l’indomani del loro arrivo, si
recarono da S. Em. il Card. Vanutelli, da una sola settimana nominato Presidente
dell’esame delle Costituzioni. Il Cardinale accolse le due visitatrici con la benevolenza
di un Padre. Rivolse loro parecchie domande alle quali la Rev.ma Madre rispose con la
sua solita semplicità e chiarezza. “E’ un secondo Mons. Valussi – scrive in proposito la
M. Generale – ed io parlai con lui come col Padre Pastarini”.
Iniziata così la lunga serie delle visite, le Madri si diressero a destra e a sinistra
allo scopo di raccomandare l’affare che a loro ed alle figlie stava tanto a cuore. Ma,
abituate alla dolce quiete del convento, al giocondo silenzio dell’anima che conversa
solo con Dio, nella città movimentata e rumorosa cominciarono a trovarsi alquanto a
disagio. Per risparmio di borsa, come si espresse poi la Rev.ma, erano solite fare la

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strada a piedi e solo quando la distanza era eccessiva noleggiavano una modesta vettura.
Il 21 gennaio la Veneranda Madre con la sua dolce semplicità, quasi ancora infantile,
scrive alle figlie cormonesi: ”Questa è la Città eterna per gli affari, ma per le carrozze, i
pedoni, è la città delle furie. E’ proprio una desolazione dover uscire sia a piedi che in
carrozza, e ciò per la calca della gente come per l’infinità delle carrozze e carrozzelle e
barelle che servono per la pulizia ed il trasporto dei materiali, giacché demolizioni se ne
fanno a destra e a manca. Stamane il vetturino ci fece girare un quarto di Roma per non
sapere che via prendere dato che era il funerale dell’Ambasciatore francese. Io ero
proprio desolata. Una calca di gente per tutte le vie e vicoli, militari a piedi e a cavallo,
bande e carri, carrozze e carrozzelle, una sopra l’altra, tutte s’inseguivano, si urtavano,
si attraversavano, spingevano ecc. Ci trovammo alfine in una via piuttosto stretta
talmente assediata di gente che chiedemmo in grazia di smontare per rifugiarci sotto un
portico. Non era bisogno, no, che ci dicessero che qui nessuno custodisce gli occhi, se
ne avessi otto invece di due li terrei tutti spalancati”.
Il sacrificio comincia dunque a farsi sentire, ma la Madre non lo paventa. “Per
amore della comunità si può e si deve fare ogni sacrificio. Dio ci aiuterà”.
Dopo S. Pietro le due pellegrine visitarono un po’ alla volta parecchi dei
monumenti di Roma cristiana. Con la loro solita fede si prostrarono fidenti nella Chiesa
di Nostra Signora del S. Cuore. Nella pace e nella quiete del Convento pregarono la
grande e possente Regina affidandosi a Lei all’alba del loro soggiorno romano.
Visitarono anche la Chiesa di S. Ignazio ove riposano pure i corpi di S. Luigi e S.
Giovanni Berchmans. Così scrive in proposito la Madre Generale in una sua del 23
gennaio: “Visitammo anche le due Cappellette ove un tempo erano le camerette nelle
quali morirono il Berchmans e S. Luigi. Pregai fervidamente S. Ignazio per l’affare
delle Costituzioni e S. Luigi onde dia a tutte purità di anima e di corpo; S. Giovanni
perché ottenga a me e a loro la fedele osservanza delle Costituzioni e Regole ed
abbiamo tutte ad essere vere Religiose. Pregai prima per le Professe, poi per le Novizie,
quindi per le postulanti e finalmente per le Sorelle”. Nessuno dimentica l’ottima Madre:
l’intera grande famiglia passa sotto il suo sguardo: è Madre, quindi ama teneramente
tutte le figlie.
Il 23 gennaio le due Madri si recarono al Carcere Mamertino onde fare la prima
affettuosa visita ai SS. Sposi Maria e Giuseppe. Speravano anzi di poter consegnare le
Costituzioni, il Memoriale e le cinque Lettere commendatizie dei Vescovi ed
Arcivescovi e la Supplica diretta al S. Padre nel giorno dello Sposalizio ed infatti così si

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esprimeva la Madre Generale scrivendo: “Siamo piene di fiducia essendo tale fortunata
coincidenza non stata scelta da noi, né eletta, né prevista. Tutti ci dicono di non avvilirci
e di non abbatterci per una dilazione che potrebbe avvenire, ma noi siamo pienamente
pacifiche e diciamo a tutti che l’affare è in mano a S. Giuseppe e perciò siamo tranquille
e fidenti”.
Ma cadendo tale festività in giorno di feria, dovettero rimettere la presentazione
al sabato e, dopo aver caldamente pregato nella Chiesa di Nostra Signora del S. Cuore,
si recarono dal Rev.mo Mons. Sepiaci, agostiniano, Segretario della Congregazione dei
Vescovi e Regolari. A dir vero, egli accolse le due latrici un po’ freddamente, fece loro
pochissime domande e si tenne in gran riserbo. La Madre Generale disse ch’erano
venute in persona per dare a voce le necessarie spiegazioni, animate dalla speranza di
conseguire la bramata approvazione. Ma il Rev.mo Padre volle forse provare
l’inconcussa fede di quelle due anime grandi per cui aggiunse: “Ne dubito. Finora il loro
Istituto è stato appena riconosciuto e approvato. Ora si esamineranno con tutto rigore le
Costituzioni e poi si daranno ad esperimento”.
Umilmente, ma con la dolce fortezza cristiana che la caratterizzava, la Madre
rispose: “Noi saremmo soddisfatte anche se arrivassimo soltanto a farci intendere bene.
Il resto lo lasciamo fare al Signore”.
Lo stesso giorno la Madre scrivendo alla Comunità di Cormóns, così ne parla:
”Ora credo comincerà il buono per me, dovendo rispondere a tutte le questioni che mi
faranno questi Em.mi”. Ma risalendo sempre a maggior confidenza aggiunge: “Così i
nostri difensori si faranno ancor più onore, preghiamoli quindi di gran cuore e con
fede”.
E alcuni giorni dopo, riprendendo la penna e ritornando sull’argomento, dice:
“Presentammo sabato le Costituzioni e già sono protocollate e presentate all’Em.mo
Consesso. Ci fu detto che sono sette le Costituzioni prese in nota. Evviva San Giuseppe
e il numero sette. Intanto preghiamo e lavoriamo senza posa “.
E pregasti e lavorasti, Madre infaticabile, nell’eterna Città. Nessun mezzo
risparmiasti pur di raggiungere il fine ultimo al quale anelavi con tutto lo slancio
dell’animo tuo grande e generoso.
E’ lungo davvero l’elenco delle persone autorevoli che le due Madri visitarono
affinché direttamente o indirettamente giovassero allo scopo. Fra gli Em.mi Cardinali
vanno ricordati: Macchi, Vanutelli, Parocchi, Lodonowschi, Verga; fra i Rev.mi
Monsignori: Montel, Salina ecc. Quest’ultimo accolse le Madri con particolare bontà,

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diede loro una larga benedizione e sollevò il loro spirito pronunciando queste
memorande parole: “Iddio vi benedica, figlie, siete animate da buono spirito e da retto
fine, perciò tutto andrà bene. Iddio vi benedica”.
Era naturalmente desiderio della Rev.ma Madre di visitare la Basilica della sua
Santa Patrona. Messesi quindi le due pellegrine, un giorno, in cammino, si diressero alla
meta sospirata. Ma lasciamo la parola alla M. Giuditta, che così descrive il fatto nelle
sue Memorie.
“Ancor nell’atrio l’animo si commuove scorgendo l’antichità del tempio e dei
caseggiati circostanti. Entrate in chiesa ci sentimmo mosse da una santa attrattiva ad
appressarci al sepolcro della Santa illuminato da 49 lampade ad olio e sormontato da un
baldacchino di prezioso marmo. Al di là di un cancello di ferro, proprio sul luogo ove
riposa il suo venerato corpo, si scorge una statua di marmo bianco del Canova. Poggia
sul lato destro, con la testa quasi rivolta verso il pavimento, al collo si scorge la ferita
che ricevette dal carnefice e che la fece agonizzare tre dì prima di morire. Ha la chioma
rivolta sulla testa affine di lasciare posto al ferro micidiale, tiene tre dita della mano
destra alzate e l’indice della sinistra, volendo così attestare, anche nell’istante che le
venne a cessare la favella, l’Unità e Trinità di Dio. Vedemmo pure il luogo dove fu
uccisa, l’oratorio ove pregava, essendo la chiesa fabbricata nella stessa sua casa ove
abitò e morì. Che sante e indelebili impressioni fanno questi santi luoghi, scrive la
Rev.ma Madre, ove tanti e tante diedero la vita per Gesù Cristo!”.
E nell’ardore della sua fede l’ottima Madre, si prostrava sulla nuda terra e la
baciava supplicando le Martiri invitte a donare a lei e alle sue figlie tutte quel santo
amore che un giorno sostenne loro nell’agone della lotta suprema.
Il giorno 26 gennaio ebbero pure la grazia segnalata di assistere alla
Beatificazione del religioso Padre Pompilio Maria Perotti delle Scuole Pie. “Verso le 9
– racconta la Madre Giuditta nel suo Diario – arrivammo in Vaticano sudate e stanche,
ma la solenne funzione fu lenimento potente al nostro malessere. La Sala Regia era
abbellita e risplendente così che pareva di essere nell’anticamera del Paradiso. Lungo
tutto il cornicione della volta erano più di 1000 candele. L’altare era di una bellezza
indescrivibile. Nel mezzo, coperta ancora da una serica tenda, stava la statua del nuovo
Beato. Alle 10 ebbe inizio la funzione. Un Sacerdote dal pergamo lesse il Breve di
Beatificazione ed un riassunto della vita del novello Beato, finito il quale echeggiò nelle
imponenti navate un solennissimo Te Deum. Fu un momento di Paradiso. Anche se
vivessimo cent’anni non lo dimenticherò mai. Calò come per incanto la tenda che

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copriva il Beato e lo vedemmo là circondato dalle legioni angeliche, bello così che
pareva proprio allora entrasse nella gloria”.
La Veneranda Madre pianse di commozione e, più tardi, narrando
l’avvenimento, era solita aggiungere queste considerazioni: “Che è mai, - diceva – un
po’ di patire, di umiliazioni se alla fine potremo andare nella beata eternità, nella gloria
immensa del Paradiso? Se quella sala incantava e commuoveva, se quel Beato, là in alto
parlava tanto al mio cuore, che mai sarà il Paradiso? Coraggio, dunque; nelle difficoltà;
diciamo noi pure: Breve patire, eterno godere”.
E scrivendo ad una Superiora commenta il solenne avvenimento ricordando pure
una Suora morta durante la di lei assenza da Cormóns: “Domenica assistemmo alla
Beatificazione del Perotti, io pensava alla Madre Ignazia e già la vedeva in quel gaudio
sempiterno. Ah, mia cara, quella Beatificazione non mi si cancella dalla mente. Che
vorrà essere poi il Paradiso? E dire che noi speriamo di poter assistere fra giorni ad
un’altra Beatificazione! E’ questa una delle poche gioie del nostro soggiorno di Roma
terrena, quantunque le chiese e le funzioni siano una magnificenza”.
Dopo il S. Vangelo, allorché il Rev.mo Superiore Generale della Congregazione
delle Scuole Pie presentò agli Em.mi Cardinali e Vescovi il Breve di Beatificazione ed
il volume della vita del Beato, naturalmente il pensiero della Madre Generale corse al
Ven. Fondatore ed innalzò fervidissimi voti all’Altissimo affinché si degnasse
concedere un giorno anche alle figlie della Provvidenza, grazia sì segnalata.
Ambedue le Madri erano tanto immerse in questi pensieri che sembrò loro di
riscontrare fra i Generali dei diversi Ordini religiosi presenti, uno che rassomigliava al
Ven. Fondatore. Se così posso esprimermi, più fervente allora, salì dal cuore della
Rev.ma Madre Cecilia la supplice voce implorante dal Padre benedizioni e grazie
sull’importante affare della sua spirituale famiglia.
Nel pomeriggio, non badando a stanchezza, le due Madri si recarono al Vaticano
allo scopo di vedere il S. Padre che doveva discendere nella Basilica per fare orazione
davanti all’immagine del nuovo Beato. Alle 4 giunse anche quell’istante solenne. Chi
potrà descriverlo? Solo la penna di un Serafino potrebbe esprimere quello che passò
nell’animo della veneranda Confondatrice allorché vide il Vicario di Cristo. La parola
umana si sente incapace di fronte ad un sentimento pervaso di soprannaturale.
Rinvigorite così nello spirito, le due Madri ripresero l’itinerario delle visite. Così
racconta la Madre Generale l’incontro con S. Em. il Card. Verga, Prefetto della
Congregazione dei Vescovi e Regolari: “Ci accolse con bontà grande e ci confuse per la

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sua umiltà, era in arnese sì semplice che pareva un pretino. Per umiltà non volle
nemmeno benedirci e meno che meno lasciarsi baciare l’anello”. Fatte sedere le due
Madri alla destra sul sofà, rivolse alla Rev.ma diverse domande, alle quali ella rispose
con la sua consueta sicurezza. Parlò anche dei beni che possiede l’Istituto ed egli le
diede i relativi consigli.
Nel salutarle soavemente disse: “Iddio vi benedica e protegga in tutte le vostre
faccende”. Si allontanarono esse con l’animo commosso e piene di edificazione,
comprese di aver veduto un santo che, pur non essendo legato dai Voti religiosi,
praticava in sì eccelso grado le virtù proprie dei religiosi.
La stessa dolce impressione riportarono visitando S. E. il Card. Parocchi, Vicario
di S. S. Pio IX. Egli s’interessò degli affari della Congregazione e chiese fra l’altro a
quale numero ammontavano le Case religiose. La Rev.ma Madre rispose ch’erano 13 le
Case esistenti, che le erano state fatte altre domande alle quali essa aveva opposto un
rifiuto perché il numero delle Suore richiesto era molto basso. Lodò S. Em. questa
determinazione dicendo che nelle Case poco numerose lo spirito religioso gradatamente
va perdendosi. Santo ammaestramento che la Veneranda Madre seguì sempre e
tramandò alle altre Superiore.
Il 9 febbraio assistettero alla beatificazione di un nuovo Beato: Giovanni
Giovenale Ancina, Filippino. Risentirono allora le dolci impressioni della prima volta e
rinnovarono più fervide al Signore le preci affinché si degnasse riservare una simile
gloria al Ven. Fondatore.
Intanto, un mese di soggiorno nell’eterna Città era trascorso e le Costituzioni
erano passate in esame. “S. Giuseppe con due passi ancora può soddisfarci interamente”
– scriveva la Rev.ma Madre. E quasi pregustando la felicità dell’approvazione, dalla
Roma eterna si solleva alla Roma Celeste, ove il clima, com’ella si esprime, è certo più
dolce, più confacente. Intensificarono le buone Madri i pii pellegrinaggi non
risparmiando fatiche e disagi per recarsi nelle varie chiese ad adorare la SS. Eucaristia, a
venerare i corpi dei Martiri e le sacre Reliquie. Ma, anima eminentemente Eucaristica, si
sentiva attirata ove Gesù Eucaristia veniva solennemente esposto. Per visitarlo ed
adorarlo, ella non risparmiava fatiche, ogni stanchezza svaniva alla vista dell’Ostia
divina, il suo cuore a quel contatto s’infiammava, si sollevava, si elevava si può dire
dalla terra al cielo. E Gesù benediceva gli ardori delle sue spose poiché, come asserisce
la buona M. Giuditta, durante il loro soggiorno in Roma, non entrarono in una chiesa
senza assistere all’Elevazione di una S. Messa e alla Benedizione col SS. Sacramento.

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Con una devozione ammirabile fecero pure il pio esercizio della Scala Santa e
ristettero in profonda meditazione dinanzi alle preziosissime gocce del divin Sangue.
Premeva moltissimo alla Rev.ma Madre anche la concessione delle Indulgenze
plenarie, perciò, compilata una supplica, dopo preghiere, riflessioni e consigli, si recò
dal Rev.mo Mons. Mezzezjnski Ladislao perché la presentasse al Santo Padre. Questi
lesse e sorridendo esclamò: “Madonnina mia, quanta roba! Non le potranno, certo,
ottener tutte. Il Santo Padre ne concede ordinariamente 12 e qui sono 30, però lascino,
che domandare è lecito”. E fu così. La Rev.ma Madre segnò allora le date più
importanti: la festa della Maternità, di Rosa Mistica, di S. Gaetano e i nove mercoledì
antecedenti la festa di questo Santo.
Sull’esempio di alcune Suore Romane, la Rev. ma Madre, durante il suo
soggiorno a Roma, diede nuova forma ai veli, fece cioè in modo che si potessero
abbassare durante la S. Comunione, durante i ritiri ed in altre circostanze volute dalle
Costumanze.
Ma una gioia ben grande ancora attendeva le due venerande Madri. Il 25 marzo
con una quarantina di persone vennero ammesse alla presenza del S. Padre. Assistettero
pure alla celebrazione della sua Santa Messa e dalle auguste mani ricevettero pure la S.
Comunione. Momento solenne: il Vicario di Cristo che dispensa Cristo alle anime.
Finita la S. Messa, il S. Padre ne ascoltò un’altra, quindi rivolto al suo Segretario disse.
“Fate sfilare i pellegrini davanti a me”. Entrarono nella sala attigua dove Egli, assiso sul
suo trono, attendeva i figli. La Rev.ma Madre fu la prima a prostrarglisi davanti e a
baciargli la mano. Madre Giuditta gli baciò il piede e poi si ritirò mentre Egli le porse
anche la mano. Allora con un accento dolcissimo disse: “Che religiose sono?” Il
cameriere non fu pronto a rispondere per cui lo fece la Rev.ma Madre dicendo: “Santo
Padre, siamo Suore della Provvidenza”. Ed Egli: “della Provvidenza, della Provvidenza.
Avete Casa a Roma"? “No, Santo Padre” – aggiunse la Madre – siamo qui per la
conferma delle nostre Costituzioni”. “Oh, bene, bene, abitate a Firenze”? Allora il
cameriere disse che eravamo di Cormóns ed il Papa replicò due volte questo nome,
forse non sapendo con certezza ove fosse. La Rev.ma Madre allora soggiunse:
“Arcidiocesi di Gorizia”, ed Egli capì. Benedisse largamente le due Madri e poi
aggiunse: “Iddio benedica tutte le Suore della Provvidenza” Con l’animo inondato da
una gioia celestiale, le due Madri fortunate si allontanarono tremanti di commozione e
di contento. Un’altra grandissima consolazione riservò in quei giorni il Signore alla
Rev.ma Madre Generale. Ella aveva consegnato il libro delle Costituzioni e delle S.

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Regole al M. R. P. Granello. Questi restò talmente ammirato scorgendo in quella
piccola mole tanta perfezione che restituendolo, disse che le Suore che le osserveranno
perfettamente non potranno non essere grandemente care al Signore. Lodò il silenzio e
disse che essendo l’epoca nostra quella del nervoso, il silenzio è un gran mezzo per
frenare la lingua la quale recherebbe in certi tempi danni non piccoli. Ebbe qualche
consiglio da dare alla Rev.ma Madre riguardo la S. Comunione e la Confessione. Ma,
anima veramente umile, ad ogni osservazione ripeteva: ”Madre mia, guardi ch’io le dò
questi consigli come privato, senza alcuna autorità”. Restò pure molto edificato allorché
sentì che noi stiamo sempre nella nostra casa e non usciamo se non per gravi motivi
mentre il parlatorio da noi non è neppure quasi conosciuto.
Scrivendo in proposito, la Rev.ma Madre dice: “Le nostre S. Regole furono
vedute da uno della S. Inquisizione il quale le scrutinò e trovò di gran perfezione”.
Questa asserzione e la speranza di vedere in breve conchiusa ogni cosa faceva gioire la
Rev.ma Madre, per cui, temendo che in tale tregua il Signore si fosse dimenticato di lei,
scriveva: “Non so, mi dà un po’ di pena il constatare come qui tutte le cose ci vanno
prosperamente. E’ vero che abbiamo tribolato per l’addietro ed il Signore non percuote
due volte, dunque stiamo in pace nelle mani del nostro buon Padre”.
Povera Madre, fu breve sì la tregua; nuovi e più pesanti affanni si addensano
sull’orizzonte della tua giornata.
Intanto era giunta anche la Pasqua, Pasqua di esilio, Pasqua di ricordi dolci e
lontani. Ella passa la giornata rivivendo con le figlie lontane. Scrive loro infatti in tali
termini affettuosi:

Roma, il dì della letizia 1890


Car.me figlie in Gesù Signor Nostro,
Dopo l’agonia e la morte, la risurrezione. Così per la casa di Cormóns: ha
mietuto quasi durante tutta la Quaresima e prima ancora nel dolore e nel lutto, oggi deve
esultare poiché Dio non castiga due volte. Coraggio, dunque, e santa letizia. Gesù
apparisca loro come già agli Apostoli e dica loro: La pace sia con voi, pace che non
abbia tramonto, pace che infonda nuova lena e vigore nella via della virtù, pace che
risiede nell’intimo del cuore, pace che unisce, trasforma l’anima con Dio e in Dio, pace
che fin d’ora faccia vivere nella Patria dei Beati comprensori del Cielo. Sì, Gesù
apparisca loro non solo, ma con loro si fermi e stabilisca in loro, trovi un dolce riposo,
in loro trovi quell’orto chiuso in cui brama deliziarsi.

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Oh. beata l’anima che si trova disposta ad accogliere Gesù risorto. Ma come
disporsi? Mie care, con l’intima unione, col perfetto abbandono in Lui. E come si
arriva? Gradatamente. Rassegnazione in tutti gli eventi, riconoscendoli come disposti e
venuti da Lui che è somma Sapienza. Conformità, uniformità, abbandono totale non
solo in tutti gli eventi di grande rilievo, ma in tutti i più minuti incontri. Così ha disposto
Iddio, così egli ha permesso, così egli ha voluto, sia fatta in eterno la sua santissima
volontà. Ma tutto ciò con pace, con vero spirito, con piena e volontaria sottomissione.
L’anima che è giunta a quest’ultimo grado è beata e gode in mezzo ai guai un vero
Paradiso anticipato. Mie care, diceva S. Teresa, provate e vedrete. Io auguro a tutte un
tale esperimento e prego Gesù a benedirle da cima a fondo: Madri, Novizie e Sorelle ed
insieme benedica l’ultima fra loro in amore, ma che però vorrebbe essere la prima.
Resto loro
aff.ma M. Cecilia.

Parole sacre, documento prezioso dello spirito innamorato della Confondatrice.


Ben a ragione ella aveva seguito il desiderio del Ven. Fondatore ponendo come base
della Congregazione un santo, perfetto abbandono nelle braccia paterne di Dio. E di
questa sublime virtù quale esempio non lasciasti, o Madre, alle figlie tue! La tua vita, si
può dire, fu un atto di perfetta uniformità al divin Volere.
Tre mesi erano ormai trascorsi dal giorno in cui avevano lasciato la dolce terra
natia per ottenere dalla possente autorità del Vicario di Cristo la conferma delle
Costituzioni. Pareva alfine che ogni cosa fosse a buon punto, quando un fatto doloroso
venne a troncare la felicità delle due Madri che già pregustavano un ritorno lieto e
felice.
Il 9 aprile ricevettero da Cormóns una dolorosa notizia: la M. R. M. Giuseppina
Doliac, Maestra delle Novizie, erasi gravemente ammalata. Anima bella e cara alla
Rev.ma Madre per le sue innumerevoli doti intellettuali e morali, ella formava la
speranza e l’avvenire poiché nelle sue mani erano affidati i germogli novelli, le tenere
piante ch’ella coltivava con cura intelligente e materna.
“Può immaginare la mia pena? – scrive la Rev.ma Madre alla Superiora di
Cormóns – può immaginare la mia pena ed il mio dolore? Credo però che ad onta della
gravità del male, essa guarirà. Oh, sì, lo spero, lo credo. Ne ha superate tante mercé la
possente protezione della Madonna, Essa ci conforterà anche questa volta. Dunque

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pregare e confidare, non abbattersi e desolarsi, Iddio ci è Padre e Padre amoroso, Egli
farà tutto bene, confidiamo in Lui, abbandoniamoci in Lui”.
Oh, come ritorna spontanea sul labbro della veneranda Madre la fiduciosa
certezza del divino aiuto e non restò delusa.
Ma la natura sentiva il peso angoscioso dell’incertezza, sentiva tutta l’amara
previsione della morte che sovrastava un’anima tanto singolarmente amata.
“Ad onta della mia grande fiducia – scrive – tosto mi metto a disporre ogni cosa,
per cui ad un telegramma io sarò pronta. Intendo dire che se la Madre peggiorasse a
colpo d’occhio, mi telegrafi, ed io partirò. Partirei anche subito, ma non so risolvermi,
essendo che le persone a noi più affezionate mi hanno sempre inculcato a non
retrocedere fino ad affare compiuto. Oggi stesso il Padre Pastarini mi scrive di non
partire, che è meglio sacrificare ancora un mese, che aspettare poi un anno. Però è
indubitato che se la Madre si aggravasse maggiormente non me ne starei qui. Il
sacrificio sarà doloroso poiché in tal caso avremmo potuto tornare anche due mesi fa,
essendo proprio ora alla vigilia, cioè speriamo che la prossima settimana abbia ad avere
luogo la discussione del nostro affare e troppo premerebbe essere qui per allora.
Ma, ripeto, ora sto su un piede e tosto andiamo a comperare un baule. Poi
andremo da Nostra Signora del S. Cuore a pregare ed a far pregare. Facciano accendere
la lampada a Rosa Mistica coll’olio di casa e per nove dì si porti il velo alla Madre. Alla
famiglia, per ora, non si dica nulla. Ciò non servirebbe che a mettere in allarme pria del
tempo; se il male precipita allora si dica a mezzo del Rev.mo Mons. Alpi, pregando Lui
a far sapere alle sorelle e poi esse alla Mamma. Ma tutto ciò non sarà, le bronchiti non
sono fulminanti, è affare piuttosto lungo. Dunque, ripeto, non si smarrisca pria del
tempo. Riguardo la Madre se peggiora vi è il Confessore, egli ci penserà. Dio le
benedica e conforti quanto io lo prego e desidero. Ora usciamo per sollecitare il nostro
affare, caso mai dovessimo partire. Tante cose a tutte, resto
aff.ma M. Cecilia

Come si vede la lettera è tutta un intreccio di timori e di speranze. Incoraggia le


figlie che immagina oppresse sotto l’ombra della tristezza mentre lei pure sente l’animo
avvolto nelle fitte tenebre della desolazione. Un solo raggio di speranza riluce nella sua
mente e nel suo cuore: l’onnipotente bontà della Vergine che già altra volta venne in
soccorso della cara ammalata guarendola con un segnalato prodigio.

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E M. Giuseppina lievemente migliora. La Superiora lo notifica tosto alla M.
Generale, la quale così risponde in data 10 aprile.

Car.ma in Domino,
testè ricevetti due sue in data 8, una 9. Ora mi sento sollevata da un gran peso; io
speravo grandemente, anzi quasi non dubitavo, ma tuttavia mi sentivo un incubo…
basta, Dio sia ringraziato di tutto”.
Il travaglio è grande però, e nonostante il fidente abbandono, la Madre teme per
la salute di colei che teneramente ama e dalla quale tanto bene spera per il diletto
Istituto. Il giorno 11 giunge alla Rev.ma Madre un telegramma. Ascoltiamo da lei stessa
la crudele ambascia che l’incertezza del suo contenuto cagionò a lei e alla M. Giuditta.
Così ne riferisce il fatto alla Superiora di Cormóns.

Car.ma figliuola in Gesù,


se le avessi scritto ieri le avrei detto che faceva meglio a non mandare il
telegramma, oggi poi che ho ricevuto la sua del 9, le dico che ha fatto bene. Ma che
trangosciare. Eravamo appena a tavola per il desinare che capitò, ed essendo in tavola
con altri lo riposi per risparmiarmi anche un dolore maggiore. Intanto, pensai, pregherò
dal Signore forza e l' abbandono. Poi andammo per la visita e l’esame ed intanto il
telegramma stava sull’altare della Madonna. Finito l’esame lo apersi in chiesa, e, per
primo vidi il suo nome, allora dissi: l’è fatta. La Madre sta malissimo, poiché dee sapere
che prima di aprire il telegramma non si sa donde venga, così mi confortava pensando
che forse verrà da Porto o da Udine. Ma quando capii che veniva da Cormóns non mi
aspettava che tristi notizie, essendo che le buone non si telegrafano. Finalmente
abbandonata in Domino, lessi, e nel leggere soffriamo tutte due più fisicamente che se si
avesse letto: è morta, tanto eravamo certe di cattive notizie, ché la notizia del meglio
troppa sorpresa e troppa gioia, non potemmo dir parola e con le gambe tremanti e le
lagrime agli occhi montammo in camera a riprendere forza e calma. Compresi allora per
la prima volta come più facilmente si possa morire di gioia che di dolore. Io non
intendeva il perché di quel telegramma, mentre una sua già mi aveva asserito il
miglioramento. Lo compresi stamane all’arrivo della sua, come le dissi più sopra. Oggi
hanno cominciato a Nostra Signora un triduo pubblico e noi abbiamo fatto la S.
Comunione e vi torneremo anche domani e posdomani e spero che N. Signora ci
esaudirà e ci lascerà quiete i pochi giorni che resteremo ancor qui, unitamente a loro. E,

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figliole care, quando ne avranno passate più d’una non si spaventeranno prima dell’ora.
Coraggio, coraggio e niente paura, il Paradiso è bello e bisogna fare qualche sforzo per
arrivare a “piarlo”. Tutte le Congregazioni, allorché si tratta della conferma delle
Regole, ebbero a patire molti travagli. Questo è buon segno, cioè che l’Istituto darà
gloria a Dio e manderà molte anime belle in Paradiso. Io volerei costì, ma mi pare che
Dio non lo voglia. Tanti cordiali saluti alla Madre e le raccomando somma prudenza, le
dirò io quando potrà uscire di camera. Gesù benedica le Madri, lei e tutte.
Aff.ma M. Cecilia.

Timori e speranze, come si vede, si alternavano nell’animo della Rev.ma: la


natura impressionata dallo stato allarmante della cara ammalata, si sente curva sotto il
peso desolante di un’amara perdita, lo spirito sostenuto e vivificato dalla fede, sperava
anche contro ogni speranza in Colui che solo tutto può.
E veramente l’affare delle Costituzioni era opera tua, o divino Gesù, e tu lo
sottoponevi alle tue consuete prove. La Madre Confondatrice comprendeva i tuoi
imperscrutabili disegni e la sua invitta fede la sosteneva nel quotidiano martirio.
Intanto da Cormóns giungevano nuove che rassicuravano ed abbattevano
insieme. La Madre “non mi sento quieta – scrive – non vedo l’ora che passi il giorno
d’oggi per poter decidere la partenza. Se la M. Giuseppina è rassegnata, io non lo sono.
Sento ancor tanto forte la perdita di M. Ida, di non averla potuta vedere, e non mi sento
di stare qui nel dubbio. La speranza è grande e confido di trovarla benino, se non bene
al mio ritorno; con tutto ciò: chi ama teme”.
Propense dunque più per la partenza che per un ulteriore soggiorno nell’Eterna
Città, le due Madri intensificarono e raddoppiarono le visite di raccomandazione alle
numerose autorità che avevano in mano l’affare. Ma ebbero, in massima, parecchie
delusioni: le Costituzioni erano ancora da stampare e ciò, a quanto pare, per incuria
dell’Archivista o meglio, come si espresse, in una sua, Madre Cecilia: “Così avendolo
disposto l’Archivista sommo ed eterno”.
S. Em. il Card. Vanutelli, allorché vide le due Madri e seppe che da quattro mesi
si trovavano in Roma nella lusinghiera speranza di fare ritorno in Casa Madre con la
sospirata approvazione, restò sorpreso e certo, in cuor suo, lodò la costanza di quelle
due creature che, per amore dell’Istituto, erano capaci di sostenere tante e sì lunghe
privazioni. “Una volta di più – scrisse la Rev.ma Madre – abbiamo in tale circostanza

119
riconosciuto col fatto che se non fossimo qui le carte dormirebbero saporitamente. Ma
intanto, io sono fra la vita e la morte”.
Così, in questa alternativa, passavano i giorni. Il 20 aprile giunge alla M.
Generale un telegramma. Tremò nell’aprirlo presagendo una mesta notizia. Infatti
annunciava l’improvviso aggravarsi della M. Maestra. Senza por tempo in mezzo,
affranta dal dolore, la Rev.ma Madre accompagnata dalla sua segretaria, si portò dal
Rev.mo Mons. Montel raccomandandogli per l’ultima volta l’affare. Indi, fatti i pochi
preparativi, si disposero alla partenza. Il calice erasi riempito fino all’orlo e la Madre ne
assaporava tutta l’amarezza. Salutate da quelle ottime religiose e dalle Signore
pensionanti, le due Madri lasciarono la casa ospitale alle ore 8 del giorno 20 aprile e alle
11 diedero all’eterna Città il loro ultimo saluto. L’indomani alle 21 circa arrivarono a
Udine. Alla Stazione trovarono la Superiora del Collegio delle Derelitte, M. Giacinta e
M. Massimina. Queste assicurarono alquanto le due viaggiatrici dicendo che la M.
Maestra, dopo aver ricevuto l’Olio Santo, pareva migliorata. Ringraziarono di cuore il
buon Dio e proseguirono per Cormóns, per il caro nido, meta desiderata e sospirata ove
tanti cuori erano in trepida attesa, ove un’anima tanto cara lottava serenamente fra la
vita e la morte. Giunsero alla stazione. M. Edvige e M. Domitilla diedero loro il
benvenuto e confermarono, riguardo la M. Maestra, quanto avevano detto le Suore di
Udine. Con l’animo alquanto sollevato, la Rev.ma Madre s’appressò quindi al convento.
Lei, la donna forte del Vangelo, era commossa. In doppia fila, le Suore con in mano la
candela accesa, attendevano la Madre Generale. Ella entrò, sorrise e salutò in silenzio.
Quindi passò oltre con la sua andatura semplice e maestosa che la caratterizzava e andò
a prostrarsi ai piedi del suo Gesù Sacramentato nella piccola cara Cappella, implorando,
ringraziando, benedicendo.
Poi, in fretta, una breve visita alla M. Giuseppina. Che dire di quell’incontro? Fu
la fusione di due cuori, di due anime belle che allo stesso scopo, alla medesima causa
avevano consacrata tutta la loro esistenza ed ora una di esse si vedeva giunta ormai alla
soglia dell’eternità, alla vigilia del possesso di quel regno beato che era il sogno, il
desio, la brama ardente dell’altra.
Dato un po’ di sfogo alla gioia, le due novelle arrivate si portarono in camera
comune, ove in via eccezionale, venne apparecchiata la cena che fu consumata mentre
la Rev.ma Madre, serenamente raccontava alle figlie le varie vicende del lungo
soggiorno romano.

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Fin qui è stata riportata in una unica trascrizione la I° e la II° stesura della
Biografia di M. Cecilia. I brani già trascritti in corsivo fanno parte della I° stesura.
Poiché la II° parte della II° stesura (capp. 31 – 70) non è stata ancora
rinvenuta, da qui in poi, trascriviamo solo la I° stesura della Biografia (capp. 31-70).
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La Madre Maestra, dopo il ritorno di M. Cecilia da Roma, continuò a mantenersi


stazionaria, anzi ebbe qualche leggero miglioramento. M. Cecilia passò i primi giorni a
raccontare con ricchezza di particolari le peripezie della sua lunga permanenza a Roma.
Il miglioramento di M. Giuseppina permise anzi a M. Cecilia di portarsi alla casa di
Udine per salutare le Suore che ivi ansiosamente l’attendevano. E qui rifulse ancora una
volta la bontà di M. Cecilia. Il suo arrivo non essendo affatto previsto, nessuno in casa
l’attendeva. Sulla scala adiacente all’ingresso, M. Crocifissa stava ripulendo i gradini
con il grembiule bianco e i manicotti. Quando questa buona e semplice Suora vide la M.
Generale, dapprima impallidì e stette un momento incerta, ma poi allargò le braccia per
impedire alla Madre di passare oltre e poi con quanto fiato aveva in gola si mise a
recitare l’Agimus che ripeté tre volte, con un Gloria Patri ogni volta. La buona Madre
Cecilia sorridendo si fermò, rispose ai Gloria Patri di M. Crocifissa, che la lasciò
proseguire solo dopo di averle baciato con commozione il Crocifisso. Si può
immaginare la festa di tutta la fiorente Comunità di Udine.
Il 27 aprile successivo, festa del Patrocinio di San. Giuseppe, M. Cecilia poté
dare al suo Santo prediletto un nuovo segno della sua pietà. In quel giorno infatti fu
inaugurata una nuova statua in onore del castissimo Patrono della Chiesa; insieme
furono benedette anche due statue di Maria SS.; le tre statue erano fatte sul modello di
quelle che M. Cecilia aveva visto nella Chiesa dei Missionari del S. Cuore a Roma. La
festa del Patrocinio di S. Giuseppe ebbe in quell’anno uno straordinario splendore.
Anche l’altare di Rosa Mistica ebbe, dopo il ritorno di M. Cecilia da Roma, nuove
attenzioni e abbellimenti. Anzi la stessa M. Cecilia donò in segno di riconoscenza a
Maria Rosa Mistica due cuori d’argento e con l’offerta di 15 fl. Iniziò la raccolta del
denaro destinato a rendere possibile l’incoronazione di Rosa Mistica; volle anzi che a
tale scopo fosse devoluto il denaro ricavato dai lavori fatti dalle Suore per gli esterni,
come fiori artificiali, rosari ecc. …così tutte le Suore poterono contribuire alla
incoronazione della loro Madre celeste.

121
Verso la fine di maggio Madre Cecilia, approfittando del miglioramento di M.
Giuseppina, partì per visitare le case del Tirolo. Ma l’8 giugno la cara ammalata si
aggravò di nuovo subentrando dolorose apprensioni: qualche leggero miglioramento
venne di tanto in tanto a premiare l’instancabile fervore di preghiere con cui le Suore di
Cormóns ricorrevano a Dio per la cara ammalata. La domenica 15 giugno, a sua
richiesta, ebbe il S. Viatico che ricevette con commovente pietà. Il 16 fu telegrafato a
M. Cecilia lo stato grave di M. Giuseppina, che intanto andava lentamente spegnendosi:
le sue sole parole nelle ultime ore furono: “Oh mio Dio"! Morì come muoiono i Santi,
alle ore 2 e ¼ del martedì 17 giugno 1890. M. Cecilia, che al ricevere il telegramma era
partita immediatamente dal Tirolo, arrivò alle ore 11. Si può immaginare il suo dolore
per questa perdita, specialmente se si tien conto dell’affetto santo che legava queste due
anime privilegiate. Però, come sempre, M. Cecilia sopportò con mirabile fortezza la
nuova perdita, tenendo lo sguardo fisso al Paradiso, cui costantemente tendeva per sé e
per le sue figliuole.
Ma in quell’epoca, specie dopo la lunga attesa della permanenza a Roma, una
pena opprimeva particolarmente il cuore di M. Cecilia: il ritardo dell’approvazione delle
Costituzioni. E’ vero che, dopo il suo ritorno da Roma, ebbe assicurazione da influenti
personalità ecclesiastiche: tutti facevano sperare che l’approvazione sarebbe arrivata per
settembre. Fu così che, quando il 16 settembre 1890 arrivò a Cormóns un plico
raccomandato da Roma, la Madre Vicaria s’affrettò a spedire il tutto a Udine dove la M.
Cecilia si trovava. La M. Vicaria accompagnava il plico con una lettera riboccante di
gioia e di lode a Dio; essa credeva che si trattasse delle Costituzioni belle e approvate.
Se non ché invece la Sacra Congregazione dei Religiosi, spediva le proposte
Costituzioni alla Madre Generale perché si provvedesse a correggerle in 38 punti: è
facile immaginare la sorpresa di M. Cecilia, ma essa subito si riprese e, riconoscendo in
tutto la mano di Dio, si mise all’opera per ottemperare alle osservazioni proposte. Il
lavoro durò ancora qualche tempo, le correzioni furono sottoposte al parere di Mons.
Feruglio e di altri, e di nuovo mandate a Roma. Esse furono finalmente approvate con
Decreto recante la data di Mercoledì 23 settembre (giorno sacro a S. Giuseppe) 1891;
però il S. Padre ne aveva dato l’approvazione il 28 agosto antecedente. Essa fu
notificata a M. Cecilia solo il 7 novembre successivo. Era naturale che si approfittasse
della vicina festa di S. Cecilia per festeggiare insieme con la Veneratissima Madre
anche il fausto evento della approvazione delle Costituzioni. E ciò fecero le Suore tanto
più volentieri in quanto la Madre Generale non aveva voluto assolutamente che fosse

122
festeggiato il suo 25° di religione, che era scaduto nella festa del Patrocinio di S.
Giuseppe di quell’anno 1891.
Fu quella festa un tripudio di gioia, di riconoscenza a Dio, a Maria SS., a S.
Giuseppe, e a S. Gaetano. La Congregazione delle Suore della Provvidenza aveva ormai
il suo posto ufficialmente assegnato dalla Chiesa: le sue Costituzioni, sottoposte a
rigorosa ispezione risultarono adatte a promuovere la santificazione delle Suore a gloria
di Dio e a bene dei fratelli: oh! come avrà goduto in cielo P. Luigi Scrosoppi che nella
Congregazione, di cui era stato Padre sapiente, aveva impresso il suo largo spirito di
fede, speranza e amore! Deo gratias! Deo gratias!

32

A MONFALCONE

Il giorno 30 giugno 1892 M. Cecilia condusse alcune Suore a Monfalcone per


dirigere l’ospedale di quella cittadina. Le trattative per l’accettazione di tale opera si
erano iniziate l’8 ottobre 1891. Il Rev.mo Decano di Monfalcone D. Gio. Batta
Mantolpi, fu efficace intermediario in quest’affare: Egli ideò l’iniziativa, prese accordi
con le autorità e facilitò l’esecuzione del contratto che fu stipulato il 29 aprile 1892.
Ma in quali condizioni fu trovato quell’ospedale! M. Cecilia restò a Monfalcone
per circa 20 giorni; fu, come si può immaginare, l’anima di tutto. L’epistolario di quel
periodo è una meraviglia di equilibrio, tatto, pazienza.
In mezzo a un lavoro “massacrante” trova modo di sollevare continuamente lo
spirito alla Provvidenza che non avrebbe mancato di aiutare le figliuole che in essa
speravano: né mai le venne meno il buon umore, ché di tanto in tanto scoppia in
espressioni caratteristiche. “Ci avessi vedute – scrive in una lettera alla Superiora di
Cormóns – eravamo come due spazzacamini grondanti di sudore; piene di vesciche dei
mosconi, specie Genoveffa – le gambe sanguinanti dalle pulci, trafelate…”. Tuttavia
con quale delicatezza rileva le buone qualità dei poveri ricoverati – tutti vecchi dai 50 ai
90 anni! Così non può celare le sue meraviglie per il vecchietto di 90 anni sempre in
ginocchio con le braccia allargate per tutta la durata della S. Messa. E ancora: ”Anche
quel barbone (descritto come difficile e intrattabile) è come un agnello e fu a Messa” E
per i poveri ricoverati immagina ogni espediente, onde alleviare la loro solitudine e

123
rendere meno tediosa la già pesante vecchiaia: per loro bisogna usare “buone maniere
sempre”; per loro, scrivendo a Cormóns, prega di mandare certi peretti che essi gustano
tanto: “si contentano di così poco questi poveretti”.
M. Cecilia lasciò Monfalcone solo quando vide che la comunità era ben avviata
e l’opera sufficientemente provveduta sia spiritualmente che materialmente.

33

I PRIMI VOTI PERPETUI

Finalmente è il 9 ottobre 1892, festa della Maternità di Maria SS.ma. In armonia


alle Costituzioni appena approvate dalla S. Sede, in tale giorno si doveva fare la Prima
Professione Perpetua. M. Cecilia aveva dato ordini opportuni e precisi perché in tutte le
Case questo grande atto avvenisse con la massima solennità; in esso doveva essere
adottato il nuovo cerimoniale. M. Cecilia aveva pure fatto preparare gli anelli tutti d’oro
per le fortunate che in quel giorno si legavano per sempre al loro Sposo, Gesù
benedetto.
Novantasette furono le Suore che in quell’occasione pronunciarono i voti
perpetui, sparse nelle varie Case dell’Istituto: a Cormóns c’era tra esse la M. Cecilia.
Pochi giorni dopo, e precisamente il 30 ottobre 1892, Mons. Antonio Feruglio,
Direttore dell’Istituto delle Suore della Provvidenza, viene elevato alla dignità
Vescovile e destinato a Vicenza. Il degnissimo Prelato, ricevuto in udienza dal Sommo
Pontefice Leone XIII, disse che fra gli altri ostacoli che secondo lui si opponevano alla
sua elezione, c’era anche il fatto che egli era Direttore delle Suore della Provvidenza
sotto la protezione di S. Gaetano Tiene. Il S. Padre, allora: ”E non siete contento che io
vi mandi nella Patria di S. Gaetano? e le Suore della Provvidenza prendetevele con Voi,
prendetevele con Voi”. Però Mons. Feruglio conservò la carica di Direttore dell’Istituto,
pur delegandone i poteri a Mons. Iucis.

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34

S. GIUSEPPE SPECIALE PATRONO DI M. CECILIA


E DELLE SUE OPERE

Nel corso di questa monografia più volte abbiamo potuto ammirare la particolare
devozione di M. Cecilia verso S. Giuseppe. E bisogna dire che specialmente la Casa di
Cormóns porta scritta su tutte le sue pareti la benedizione di S. Giuseppe. Non v’è
difficoltà, non v’è ostacolo, di qualsivoglia genere che l’intercessione di S. Giuseppe
non abbia fatto superare. Più volte si ebbero interventi che non sarebbe azzardato
chiamare miracolosi; spesso proprio quando ogni speranza umana era perduta, S.
Giuseppe, caldamente invocato risolveva ogni cosa. Ogni qualvolta la casa di Cormóns
era a corto di denaro, o quando ne era affatto priva, come non di rado avvenne, fu S.
Giuseppe che provvide in modo straordinario.
Ora questa fiduciosa devozione a S. Giuseppe è sorta in gran parte dal cuore di
M. Cecilia, che del resto personalmente ebbe a provare spesso il benefico intervento del
S. Patrono.
Così avvenne il 19 luglio 1893. M. Cecilia era ad Udine per la sistemazione di
certi affari relativi all’eredità sua, quando ebbe a sperimentare l’evidente aiuto di S.
Giuseppe. Ma lasciamo la parola a lei stessa che ne scrive alla M. Vicaria a Cormóns in
data 20 – 7 – 93.
“E ora vuol sentirne una di bella e fresca? Ieri mattina verso le 8 ½ M. Elena ed
io facemmo una bella capriola e senza il possente aiuto di S. Giuseppe oggi saremmo
all’Ospedale o sul cataletto. Ma vede ch’io scrivo allegramente e M. Elena è bensì a
letto per una contusione all’omero, ma nulla più. Andavamo a Orzano e quando il
cavallo vide le rotaie della strada ferrata, retrocesse e fu così repentino il voltarsi della
carrozza, che appena scorto il pericolo eravamo già nel fosso che per fortuna era
asciutto. Arrivate in un baleno al fondo e vedutami salva, balzai come un uccellino, ma
l’affar serio fu estrarre M. Elena che era sotto e non poteva muoversi. In tutto il tempo
non si fece che gridare: S. Giuseppe, S. Giuseppe, ed egli venne in nostro soccorso.
Eravamo presso il casello e là potemmo far riavere M. Elena e poi ritornammo giù e,
messala a letto, constatarono non esservi malanni di conseguenza. In quanto a me fu
proprio nulla. Non ebbi nemmeno spavento. L’uomo riportò ei pure qualche
ammaccatura, il cavallo restò sano come me e così tutto finì bene. Ora resta il debito

125
con S. Giuseppe. Qui ieri alla Benedizione fu cantato il Te Deum, ché certo il caso
poteva esser grave”.
Fu pure evidente l’intervento di S. Giuseppe nella fabbrica e nell’allestimento
dell’Infermeria della Casa di Cormóns. Era giusto che il tesoro della Congregazione
trovasse posto nella Casa di Cormóns, accanto a Rosa Mistica, sotto lo sguardo
benedicente di S. Giuseppe.

35

A PARENZO E A RONCEGNO

Il 25 marzo 1894 la Rev.ma Madre Cecilia partì per Parenzo per aprirvi un Asilo
Infantile con la scuola di lavoro. L’opera era sorta in seguito all’eredità lasciata alle
Suore della Provvidenza dalla signora Francesca Sbisà ved. Corner. M. Cecilia
veramente sul principio era in dubbio se dovesse accettare o no l’eredità, dato che
temeva che poi le Suore non avessero a sufficienza per vivere: ma subito prevalse l’idea
di abbandonarsi alla divina Provvidenza che non avrebbe dimenticato le sue figliole.
Insieme con M. Cecilia partì per Parenzo Madre Marta Simonetti, maestra di
lavoro: prima erano state mandate due Coriste e due Sorelle. Così sorsero in quella
cittadina l’Asilo Infantile, la Scuola di lavoro e il ricreatorio festivo per le figliuole del
luogo.
Altra Opera cui pose mano Madre Cecilia fu l’Asilo Infantile di Roncegno. La
stessa Rev.ma Madre vi si recò il 25 giugno 1894 per aprirlo solennemente. La
benemerita Signorina Margherita Waiz, oriunda di Cormóns, regalò a questo luogo
2.000 fiorini: i fratelli Waiz aggiunsero qualche cosa, poi il Comune forse con altre
offerte, supplì alle spese e fabbricò un bel locale, in aperta campagna, poco distante
dall’Ospedale. Il signor Parroco e la Signorina Waiz ottennero da M. Cecilia una Suora
Maestra d’Asilo, promettendo che appena le circostanze lo avessero permesso,
avrebbero chiesto e preparato ogni cosa per una seconda Suora. La Suora addetta
all’Asilo, resterà nell’Asilo stesso nelle ore di scuola e poi si unirà alla Comunità
dell’Ospedale di cui fa parte.
Allo scopo di conoscere sempre più il cuore di Madre Cecilia diamo qualche
particolare sulle relazioni intercorse fra la Signorina Waiz e la M. Cecilia stessa.

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La Signorina Waiz morì ultranovantenne nel Convento di Cormóns felice e
contenta come non era stata mai in vita sua sebbene avesse nel mondo “goduto quanto
di meglio si può godere, banchetti, balli, amiche, trattenimenti, sport”, non provando
alla fine che un gran vuoto nel cuore. In gioventù era entrata nella Congregazione delle
Figlie del S. Cuore, ma ne era uscita per circostanze di famiglia; però il cuore non fu
mai soddisfatto anche quando si dedicò tutta a opere di bene. In particolare beneficò in
ogni modo le Suore di Roncegno. Quando M. Cecilia la ricevette in convento all’età di
86 anni, e la trattò con tante attenzioni e riguardi ne era ammirata e andava dicendo alla
Suora che le teneva compagnia: “Veda che cosa mi diede la Rev.ma; senta cosa mi
disse, oh! che bontà! Oh che carità"! E correva ad esporre alla M. Cecilia le sue
difficoltà, i suoi timori, i suoi crucci di coscienza, e la Rev.ma con tutta bontà ad
ascoltarla, confortarla, tranquillizzarla. La buona Madre le permise di fare i SS. Voti
privati e le diede per divisa una mantellina nera, che essa baciava e ribaciava con
infinita tenerezza. Per rendere meno faticosi a questa suora di nuovo genere i tre gradini
che mettono nella prima stanza del priorato a Cormóns, M. Cecilia vi fece mettere la
piccola ringhiera, che anche ora si vede. Come è vero che la santità è madre di ogni
gentilezza.

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1895 – RICOVERO DI CORMÓNS - OSPEDALE DI POLA

Nello stesso anno 1895 fu la volta del Ricovero di Cormóns. Già fin dal 3
novembre 1893 erano state chieste le Suore per dirigere e governare il nuovo ricovero.
La solenne apertura fu fatta da M. Cecilia il 26 maggio 1895. Fu lei stessa con le Suore
destinate a quella casa, che vi si portò per ordinare locali, disporre, dividere. Per questo
ricovero M. Cecilia conserverà un particolare affetto, e fin dall’inizio la sua carità nel
fornirlo di ogni cosa necessaria non ebbe limiti.
Presso a poco nel medesimo tempo il Municipio della città di Pola richiese a M.
Cecilia di accettare tutto il servizio per il nuovo grande ospedale di Pola. Le trattative a
questo scopo erano state veramente iniziate fin dal 1886, quando era ancora in uso il
vecchio ospedale. Ma a quell’epoca la Rev.ma Madre era stata irremovibile di fronte a
una grave difficoltà; infatti la direzione non intendeva provvedere infermieri per la

127
immediata assistenza degli uomini; di più l’ospedale era assai ristretto e il luogo
destinato alle Suore, troppo angusto e inadatto per i servizi e più per le necessarie
cautele della vita religiosa. Quindi le trattative si arenarono e non se ne parlò più.
Quando fu edificato il nuovo ospedale, con nuovi criteri, a padiglioni separati, la
Direzione, in data 2 Novembre 1894, ripeté la domanda delle Suore per l’assistenza agli
ammalati, la cucina, la lavanderia, il guardaroba, ecc… Il 21 aprile M. Cecilia partì alla
volta di Pola per andare a vedere e per trattare eventualmente la cosa. L’impressione che
ebbe dalla visita al nuovo fabbricato non fu buona; troppe distanze; padiglione per le 15
– 20 Suore piccolo e inadatto; tuttavia dopo tre ore di animata discussione, il contratto
fu concluso. M. Cecilia nell’accettare quest’opera così impegnativa, cui tante difficoltà
parevano opporsi, seguì solo il grande desiderio di bene che l’animava sempre. “Le
Suore hanno grande desiderio e piacere di fare del bene, specie a Pola dove è
grandissimo il bisogno: siamo scarse di soggetti ed ancora si teme che abbiano ad
ammalarsi… del resto se il Signore vorrà affidare questo incolto campo di lavoro alle
Suore della Provvidenza, penserà a provvedere, fosse pure con miracoli, a ciò che sarà
necessario”. Dunque: difficoltà grandi, mancanza di soggetti, ma …la Provvidenza ci
penserà… E la Rev.ma ha accettato… E’ la logica dei Santi.
Scrivendo in data 27 aprile 1895 alla M. Vicaria Suor Giuditta dice testualmente:
“Ieri sera dalle 6 alle 9 si discusse, si combinò, si conchiuse. Ascolti… Per il I° Agosto
occorrono 20 Suore… ed io accettai; anzi 6 – 8 dovranno essere qui per il 20 luglio
onde mettere ordine. Adesso pensi la S. Famiglia a provvedere il personale occorrente”.
Il giorno seguente da Rovigno scriveva: “Anche qui hanno intenzione di
fabbricare un Ospedale bello, ma non strambo come a Pola. Oh! preghino, preghino
perché Dio ci aiuti. Spero che Dio lo farà, perché io provo una gran pace e
contentezza… Deo gratias… che così piace a Lui d’ispirare”. Sempre così con le opere
di Dio! Solo col 1° settembre 1895 andarono a Pola le prime 5 Suore. E ciò non per
colpa della Congregazione, ma per difficoltà sorte a Pola, tanto che solo verso la fine
dello stesso anno avverrà il completo trasloco del malati dal vecchio al nuovo ospedale.
Ma intanto quante peripezie, difficoltà, ostilità; insomma sacrifici senza numero. M.
Cecilia ne ebbe il cuore strapieno, come scrisse più volte nelle ripetute lunghe visite che
in quegli anni dovette fare a Pola. “Oh! Dove ci avete mandate? scrivevano le buone
Suore da Pola. Noi ritorniamo a Cormóns”! E la M. Cecilia a consolarle, incoraggiarle,
spronarle. Bisogna dire che il demonio aveva giurato di impedire ad ogni costo
l’affermarsi di quest’opera. La stessa M. Generale corse due volte seri pericoli nella sua

128
permanenza a Pola. Così una volta, essendo andata in carrozza a fare una visita, nello
smontare in uno stretto andito lungo un muro per poco non restò schiacciata tra il muro
e la carrozza per l’improvviso muoversi del cavallo; il cocchiere credette che per lo
meno ne avesse le ossa delle spalle frantumate, invece solo una leggera contusione e
nulla più. Un’altra volta stava salendo in una vettura per tornare a Cormóns, quando il
treno improvvisamente si mosse e M. Cecilia restò prodigiosamente ferma in piedi sui
montatori per tutto il tratto fra una stazione e l’altra; ebbe dei capogiri, ma resistette ed
evitò una disgrazia grave. Però se il demonio si mise con tanto impegno ad osteggiare
quest’opera di bene, cozzò invano contro il petto d’acciaio di M. Cecilia e delle sue
Suore che, nonostante ogni cosa, perseverarono e fecero tanto del bene in mezzo a un
mare di difficoltà. Anche qui è evidente il sigillo delle opere del Signore.
In questa medesime opere M. Cecilia diede un altro mirabile esempio di carità
verso le sue figliuole ammalate.
Era Superiora dell’Ospedale di Roncegno M. Emanuela Lorenzi di anni 38,
molto apprezzata per pietà e zelo. Cadde ammalata nel giugno 1895. La povera casa di
Roncegno si trovò subito in grandi angustie; mancava di ogni possibilità di assistenza
all’ammalata. Dato che notte e giorno abbisognava di aiuti, M. Cecilia si fermò a
Roncegno circa un mese con qualche volata a Pergine. Molte notti passò al capezzale
della Suora ammalata; le lettere che M. Cecilia scrisse in quel periodo sono ridondanti
di carità per la povera Suor Emanuela che si spense, assistita da M. Cecilia, il 28 luglio
1895.
Ma l’anno 1895 non poteva concludersi senza che S. Giuseppe, cui dopo Gesù e
Maria, M. Cecilia donava tutta la sua fiducia, avesse un segno particolare di devozione.
Nell’anno 1886 M. Cecilia abbisognava di grandi aiuti per condurre innanzi l’Istituto
che le era affidato. Secondo il suo solito fece ricorso a S. Giuseppe, che le fu largo di
ogni benedizione, come stanno a comprovare gli effetti connestati in sviluppi materiali e
spirituali “che sarebbe stato follia sperare”.
M. Cecilia in quell’occasione aveva promesso a S. Giuseppe che, quando avesse
ottenuto quanto desiderava, avrebbe messa una statua alla portineria, perché il celeste
Patrono della Chiesa, fosse anche visibilmente proclamato Padre, Protettore ed
Economo dell’Istituto. Ed ora, dopo 10 anni, essendo ormai condotti a termine
imponenti lavori nella Casa di Cormóns, cui con divina larghezza provvide il Santo
della Provvidenza, bisognò mantenere le promesse. La statua fu concessa dalla ditta
Zanoner di S. Ulrico di Gardena.

129
Per di più quell’anno 1895, precisamente il giorno dell’Immacolata, cadeva il
25° anniversario della proclamazione di S. Giuseppe a Patrono universale della Chiesa.
Anche la Comunità di Cormóns, come tutte le Comunità delle Suore della Provvidenza,
doveva pertanto dare il suo contributo al coro di gloria e di festa che in tale occasione
tutta la Chiesa sciolse al suo Patrono celeste. M. Cecilia aveva stabilito che il
collocamento della nuova Statua in portineria avvenisse il giorno dell’Immacolata:
senonché, essendo per tale data i lavori in portineria ancora incompiuti, si pensò di
trasferire il collocamento al giorno dell’ottava. Vi si fece precedere la pia pratica delle
sette Domeniche; un pio triduo tenuto da un valente P. Cappuccino preparò le anime
alla circostanza. Però le Suore, che non potevano decidersi a terminare una festa che
tanto le conquideva, chiesero ed ottennero che la Statua restasse ancora otto giorni
esposta in Chiesa, con libertà di andarvi a pregare a proprio bell’agio. Così si arrivò alla
vigilia del S. Natale. La statua, portata a spalle da quattro Suore Professe, precedute e
seguite da altre con ceri accesi, fu accompagnata in porteria dove la M. Cecilia recitò
alcune preghiere adatte, e poi fu collocata al suo posto sul piedistallo, su cui erano state
impresse queste parole di M. Cecilia:”Sto qui qual loro Padre, Protettore e Economo”.

37

SALUTE CAGIONEVOLE DI MADRE CECILIA

La Ven. M. Generale, già sofferente fin dal luglio del precedente anno, dovette
sottoporsi per tre mesi alle noie della cura Kneipp. Le fatiche diuturne del suo ufficio,
l’instancabile zelo cui si sobbarcava in ogni opera, per ultimo gli strapazzi
dell’assistenza della Superiora di Roncegno, finirono per limare la sua fibra già di per sé
non forte. Il suo male era allo stomaco, che, debole e malnutrito, non digeriva che a gran
fatica: di ciò non fa mistero nelle sue lettere alla M. Vicaria. Però quanto a curarsi, o
quanto meno, a prendersi il riposo che pure avrebbe un po’ ristorate le sue forze, non era
il caso di parlare. “Oh! benedetto Iddio, che ci tocca con la sua verga sanatrice! Altro
che riposarci! Lo dice bene il Kempis che qui non è il luogo del riposo, bensì del
travaglio. Ebbene travagliamo, e sia tutto in Gesù e con Gesù; e poi con lui al riposo”.
Così scriveva il 15 luglio 1895 da Roncegno alla Rev. M. Vicaria. Così essa pensava e
così essa faceva.

130
Ma quando il male giunse al punto da impedirle ormai di attendere al suo lavoro,
dovette cedere ai consigli pietosi delle sue figlie e sottoporsi a replicate visite e,
permettendo Iddio, i tre specialisti non riuscirono a diagnosticare il suo male; le fu
suggerito di sottoporsi alla cura Kneipp. Fu così che per tre mesi lasciò la casa di
Cormóns per trasferirsi a Udine dove meticolosamente seguì le varie fasi della cura, che
pur richiedono molta pazienza. Si prese così anche un po’ di riposo; e le sue figliuole si
accordarono di rispettarglielo il più possibile. Essa continuava però a dirigere
spiritualmente il suo Istituto con le sue lettere, che giungevano ovunque
opportunamente.
In esse fa sempre capolino il buon umore che pur in mezzo alle più gravi
preoccupazioni mai non la abbandona. Della sua cura, per es., scrive così, in data 9 – 6 –
'96.
“Ho tardato molto a scriverle, ma sappia compatirmi: ne ho tante da fare che non
mi resta briciolo di tempo; oltre la cura che devo usare a M. Cecilia, ne ho altre sette in
cura Kneipp”.
Mentre M. Cecilia era a Udine in cura, da tutte le case si alzava al cielo un coro
irresistibile di preghiere per Lei. S. Giuseppe e S. Gaetano furono, per così dire, presi
sotto un fuoco di fila che non lasciano loro pace. Fu così che le cure, il riposo e più la
protezione celeste, ridonarono la Rev.ma Madre alla sua Casa di Cormóns, dopo tre
mesi di assenza, l’8 agosto 1896. Si può immaginare la festa di quella ferventissima
Comunità. Festa che si ripeté in occasione di S. Cecilia, che diede modo alle Suore di
manifestare alla beneamata Madre il proprio affetto. In questa circostanza il Rev.mo
Mons Luigi nob. Tinti, Decano di Portogruaro, presentò a M. Cecilia la prima copia
della Memoria Storica da lui scrupolosamente compilata del P. Fondatore L. Scrosoppi.
Il volume, lodato largamente dalla Stampa Cattolica, fu di grande consolazione a M.
Cecilia e alle Suore perché ebbero così un nuovo incitamento alla pratica delle virtù del
Ven. Fondatore.
38

I° CAPITOLO GENERALE

Nel Marzo 1897, si tenne a Cormóns il I° Capitolo Generale a norma delle


Costituzioni recentemente approvate. In esso dovevano essere elette la M. Generale e le
quattro Assistenti o Consigliere.

131
Come prescrivono le Costituzioni, il Capitolo fu preceduto da un Corso di
Esercizi Spirituali per tutte le Suore che dovevano partecipare al Capitolo stesso. Il
Sacro Ritiro fu predicato dal P. Tomasetich S. J.
Il giorno 18, vigilia della festa di S. Giuseppe, il Capitolo fu aperto da S. Ecc.
l’Arcivescovo di Gorizia, Mons. Luigi Zorn. Si procedette dapprima alla elezione della
M. Generale. Tutti i voti caddero unanimi sul nome della ormai Veneratissima M.
Cecilia Piacentini, con generale soddisfazione. Finito lo spoglio e riconosciuta e
consolidata l’elezione l’Arcivescovo tenne un breve discorso congratulandosi con le
Suore ed animandole a vivere con vero spirito religioso “come finora avete fatto, perché
le Suore della Provvidenza mi sono proprio di grande consolazione”. A tutte le vocali
(in numero di 19, cioè le Superiore locali; le Consigliere, e una Assistente del Trentino,
dell’Istria e del Veneto) raccomandò di essere di aiuto e di conforto alla Rev.ma Madre
Generale, che commossa fino alle lagrime s’inginocchiò e baciò i piedi del Venerato
Pastore. Lo stesso Mons. Zorn volle tosto andare in Chiesa per cantare il Te Deum, che
egli officiò assistito dal Padre Tomasetich. Subito dopo l’Arcivescovo s’intratteneva
con P. Tomasetich, e le Professe si portarono nella sala del Capitolo per baciare la mano
alla Rev.ma M. Generale in segno di ossequio. Quindi le Professe si ritirarono e due
delle vocali andarono ad invitare l’Arcivescovo che tosto presiedette all’elezione delle
quattro Consigliere o Assistenti Generali; risultarono elette a unanimità la M. Elena
Zuccolli, M. Giuditta De Francesco, M. Agnese Caracristi, e M. Marcella Rotta.
S. Eccellenza fu giustamente ammirato per la concordia e unione che aveva
costatato tra le Suore della Provvidenza e se ne partì tutto consolato. Appresso le Suore
Professe entrarono nella Sala del Capitolo per udire la lettura del Verbale della elezione
avvenuta e si fece un po’ di festa per ringraziare Iddio.
All’indomani, solennità di S. Giuseppe, fu tutto canti e preghiere; verso sera
processione in onore di San Giuseppe. Dopo cena nel corridoio San Giuseppe al I°
piano s’improvvisò una splendida illuminazione: in fondo al corridoio s’innalzò come
un trono a S. Giuseppe, che, circondato da trasparenti con le scritte in onore della M.
Generale, faceva un mirabile effetto. Poi candele, globi, e di qual tratto poesie e canti,
tra la più schietta e santa gioia.
Come sbagliano coloro che pensano al servizio di Dio come a un continuo
piangere, mortificazioni nella più cupa tristezza. Quanta gioia in tutti quei giorni per la
rielezione canonica della Rev.ma M. Cecilia. Ma che cosa passava per il cuore di questa
donna forte ed eccezionale, che vedeva così prolungarsi un lavoro enorme che per 17

132
anni aveva assorbita tutta la sua attività? La Cronaca non dice che abbia fatto alcunché
per allontanare da sé il peso del Generalato; però noi la vediamo passare lunghe ore in
preghiera davanti a Gesù, o nel segreto della sua camera. Era una di quelle anime
eroiche che, fatta una volta la propria donazione a Dio, non la ritirano più; ché, se pure
nella loro profonda umiltà sentono il peso della propria miseria, pure poggiano
immediatamente al cielo, cui guardano con semplicità e serenità, a cui aspirano con tutte
le forze del loro cuore.
D’altronde M. Cecilia sapeva che tutta la Congregazione era con Lei; poteva,
doveva, voleva contare sulla filiale collaborazione di tutte le sue Suore. Dopo la morte
del Ven. P. Fondatore M. Cecilia, che ne aveva ereditato lo spirito, impersonava ormai
la Congregazione. Le figlie erano sicure della Madre; la Madre si sentiva amata e
seguita da tutte le figlie. Così M. Cecilia non farà che continuare la sua poderosa opera
di formazione spirituale, di governo, di estensione della Congregazione.
Una delle prime cure di M. Cecilia fu la scelta del nuovo Cappellano della Casa
di Cormóns; in sostituzione di D. G.B. De Nardi, che aveva dovuto ritirarsi per motivi
di salute dopo breve permanenza. A questo scopo tutta la Congregazione pregava con
l’intensità che essa sapeva mettere per strappare le grandi grazie dal Cielo. Mons.
Feruglio da Vicenza ed altri personaggi avevano preso a cuore la cosa. Furono fatti
alcuni nomi e presentate alcune proposte: ma il tempo passava e nulla si concludeva.
Per vari motivi le diverse proposte tramontavano. Bisogna dire che l’ufficio di guidare
alla perfezione tante anime, richiede, per se stesso, tali doti da spaventare ogni
Sacerdote. M. Cecilia d’altra parte vedeva chiaramente l’urgenza della cosa e, dopo aver
invocato il suo S. Giuseppe, decise di tentare la cosa da sé. Era il giorno del Patrocinio
di S. Giuseppe; M. Cecilia fece chiamare l’ottimo Sacerdote Don Giovanni Blasutich,
confessore della casa, della Diocesi di Udine, ma passato nella Diocesi di Gorizia fin dal
1873, come beneficiato del Monte Del Mestri. Essa aveva saputo che Don Giovanni
aveva in animo di rinunziare al beneficio e ritirarsi a casa sua. Perciò, avutolo a sé, gli
disse schiettamente, com’era il suo naturale che andava diritto alla cosa voluta: “Senta,
Don Giovanni, Lei sa che abbiamo bisogno di un Cappellano che sia adatto per
l’Istituto; abbiamo sentito che lei ha intenzione di ritirarsi in casa sua e lasciare il
beneficio; ci dica liberamente: accetta il posto di Cappellano sì o no? Glielo abbiamo
offerto altre volte; non l’ha mai accettato: sarà così anche adesso? Don Giovanni pensò
un poco poi rispose: “Accetto fino a tanto che non troveranno uno migliore di me”.
Così, con generale soddisfazione, ottenuti i necessari permessi dalle competenti autorità,

133
Don Giovanni Blasutich prese possesso del suo nuovo ufficio il giorno di San Martino
del 1897.
Intanto altre opere furono fondate in questo anno 1897. Così a Castions, il 16
agosto, fu iniziato l’asilo con annessa scuola di lavoro e oratorio festivo, tutto con
generale soddisfazione.
Inoltre, il giorno 11 ottobre, fu stipulato il contratto di compravendita della Villa
Rosa in Gorizia. M. Cecilia aveva visto subito l’opportunità della nuova Casa di
Gorizia. Questa villa era proprietà delle tre sorelle Spazzoli, che dedite alla pietà e alle
opere di bene, desiderando ritirarsi in città, erano felici che la loro villa passasse in
mano di persone religiose e fosse destinata ad opere di bene.
Era idea di M. Cecilia che la Casa, oltre che per il recapito delle Suore che
avessero bisogno di recarsi a Gorizia, servisse da convitto per studenti magistrali e per
oratorio festivo.
Ma intanto si profilava un’altra opera di bene cui il grande cuore di M. Cecilia
non avrebbe mancato di aderire. Né poteva mancare S. Giuseppe in quest’affare. Infatti,
mentre correvano le trattative per l’acquisto di Villa Rosa, le orfanelle di San Giuseppe
di Trieste facevano una Novena al loro Santo per ottenere che le Suore della
Provvidenza di Cormóns accettassero l’impegno di educare alla vita religiosa quelle fra
loro che si sentissero chiamate a tale vita.
Infatti arrivò a Cormóns in quei giorni la fondatrice, Signora Giovanna
Sormanni, a scongiurare M. Cecilia di prendere alcune orfanelle e di prepararle alla vita
religiosa, che avrebbero in seguito abbracciato nella Congregazione delle Ancelle di S.
Giuseppe, che avrebbero istituito col beneplacito dell’Autorità Ecclesiastica. Si può
immaginare che trattandosi delle orfanelle di S. Giuseppe, M. Cecilia non avrebbe fatto
nessuna obiezione. Senz’altro destinò Villa Rosa per il nuovo Noviziato, in cui
entrarono sette orfanelle sotto la guida di M. Serafina Durante, Superiora e Maestra. Il
noviziato fu iniziato il 29 novembre 1897, primo giorno della Novena dell’Immacolata.
La stessa M. Cecilia dimorò per qualche tempo in quella casa, per darle quell’indirizzo
che la sua esperienza le suggeriva. Il 4 dicembre fu benedetta solennemente la nuova
Cappella.
Infine, l’anno 1897, per le Suore della Provvidenza, e specie per M. Cecilia,
resterà memorabile per l’apertura e la solenne benedizione della chiesetta della
Madonna di Loreto in Orzano, ove riposano le ossa del Ven. P. Luigi Scrosoppi. Egli
aveva quasi profetata questa festa dicendo: “Oh la chiesa di Loreto in Orzano sarà

134
benedetta da tre Vescovi"! E così avvenne. Ma preferiamo lasciare le parole a Mons.
Pugnetti che così ne scrive nel “Cittadino Italiano”.

Orzano 19 ottobre 1897.


“In onore di P. Luigi Scrosoppi".
Il P. Luigi Scrosoppi, il santo fondatore della casa delle Derelitte e della
Congregazione delle Suore della Provvidenza, nel 1853 comprò una bella tenuta in
Orzano e avendo cominciato a ridurla a luogo di villeggiatura per le sue orfanelle, vi
aggiunse una piccola, ma bella chiesetta, modellata sulle dimensioni e in tutte le sue
parti sulla S. Casa di Loreto; non ebbe però la consolazione di poterla aprire al pubblico
come ardentemente desiderava. Nella solitudine di questo luogo campestre soleva il
buon Padre ritirarsi per i suoi Esercizi annuali e siccome la prediligeva sopra ogni altra,
così dispose in testamento di essere seppellito in codesta chiesetta e così fu fatto il 5
aprile 1884. Finita quest’anno la riduzione del locale a villeggiatura di ottanta e più
orfanelle, le Suore decisero di aprirla finalmente al culto compiendo così il voto ardente
del loro Fondatore. E per dare la maggiore solennità a quest’atto tanto desiderato dal P.
Luigi, oltre al Vescovo di Vicenza mons. Feruglio, loro Direttore Generale, invitarono
anche l’Arcivescovo nostro, ed i Vescovi Antinori ed Isola, i quali, per onorare le
memorie di P. Luigi, tanto benemerito della città e della provincia di Udine, gentilmente
accolsero l’invito. La mattina dunque del 18 ottobre, festa di S. Luca, i Vescovi fecero
solenne ingresso in Orzano, fra due schiere di popolo riverente, allo scampanio dei sacri
bronzi e al suono della banda cittadina di Remanzacco, salutati dal Rev.mo Parroco di
Remanzacco che venne loro incontro con i Sacerdoti della Parrocchia. Quindi adorato
Gesù in Sacramento nella chiesa filiale, seguiti da tutto il popolo sotto una galleria di
archi e fra le case tappezzate di scritte in loro onore, si diressero al locale delle Suore,
che è a settentrione del paesello. Poi Mons. Feruglio, assunti i paramenti pontificali,
assistito da due canonici della Metropolitana, e seguito dai Vescovi Antivari ed Isola,
diede la Benedizione solenne nella gentile chiesetta; e dal sacro rito e dal canto dei
Salmi l’anima di P. Luigi certamente esultò di gioia nel cielo. Finita la benedizione,
nella Messa celebrata da Mons. Feruglio, ivi per la prima volta scese Gesù fra i cantici
soavi e le adorazioni di quelle buone Suore e di tutto il popolo, che devoto, vi assisteva
dall’atrio. Dopo la S. Messa Mons Antivari nella chiesa filiale amministrò la S. Cresima
a circa 70 fanciulli, a cui diresse alcune parole, che siccome escono dal suo cuore pieno
di carità, vanno sempre al cuore di chi ascolta. Fra tanto giunse da Rosazzo Mons.

135
Arcivescovo Zamburlini accompagnato dalla banda e dal buon popolo di Orzano, che
era andato incontro al suo Pastore. Quindi in un’ampia sala bellamente ornata dalle
Suore con festoncini di edera e di fiori e con varie iscrizioni ad onore dei Vescovi,
questi sedettero a mensa con tutto il clero presente ed alcuni Signori di Orzano; ed il
pranzo fu rallegrato dalla schietta e santa letizia dei convitati, da alcuni pezzi di musica
bene eseguiti dalla banda e da un sonetto molto appropriato alla circostanza, diretto a P.
Luigi. Finalmente alle ore 4, radunato il Clero le Suore e il popolo, nella Chiesa filiale
Mons. Arcivescovo Zamburlini disse brevi parole per dimostrare il grande beneficio che
dall’apertura della nuova chiesa proviene alle Suore ed anche al popolo ed invitò tutti a
rendere grazie a Dio con il solenne Te Deum. Così ebbero fine queste care funzioni che
resteranno memorabili per le Suore e per il popolo di Orzano, per la presenza di quattro
Vescovi che vollero così onorare la memoria benedetta del P. Luigi. Una lode speciale,
oltre le ottime Suore che sanno tutto disporre a puntino, si merita il Rev.mo Parroco di
Remanzacco ed il clero di Orzano che seppero animare e dirigere così bene il popolo e
fare un’accoglienza tanto bella, cordiale e riverente ai sacri Pastori ed un encomio alla
Banda di Premariacco che in poco più di un anno di esistenza fu condotta al punto da
eseguire con maestria i bei pezzi, che ha suonati.“
Fin qui il “Cittadino Italiano".

Alla festa assistettero anche Mons. Tinti, Mons. Pugnetti, Mons. Zuno, il Prof.
Tirelli, il Parroco di Remanzacco e i due Sacerdoti di Orzano. Le Suore si
moltiplicarono per ordinare, trasportare da Udine il necessario, predisporre ogni cosa.
M. Cecilia vi venne il giorno innanzi la festa con M. Giuditta. Ma la premurosa
M. Generale, nei giorni seguenti condusse a più riprese vari gruppi di Suore perché
appagassero la loro devozione e pregassero sulla tomba del Ven. P. Fondatore.
Finalmente il 24 novembre 1897 fu fatta formale richiesta di Suore a Muggia,
presso Trieste, dove un vecchio Parroco voleva beneficare il paese, fondando un Asilo
Infantile con Oratorio festivo. Il denaro lasciato era appena sufficiente per provvedere
alla casa ed allestirla, al resto doveva pensare la carità dei buoni. M. Cecilia promise di
mandare cinque o sei Suore per l’autunno del 1899.
Il 27 giugno 1898 moriva a Cormóns la M. Rev. M. Agnese Caracristi,
Assistente Generale e già Maestra delle Novizie. Aveva solo 36 anni e 18 di religione.
Era un’anima di elezione che “aveva logorata la sua salute e la sua vita per la
Comunità” e “in ricambio si avrà il bel Paradiso”. Sono parole di M. Cecilia che

136
altamente stimava quest’umile religiosa, su cui tante speranze erano state riposte. La sua
morte preziosa come la sua vita, fu un esempio commovente d’ogni virtù.
M. Cecilia il 3 settembre ha fatto ricondurre a Trieste le sette orfanelle di Villa
Rosa. La progettata istituzione delle Ancelle di S. Giuseppe non ebbe l’approvazione
degli Ecc.mi Vescovi di Gorizia e di Trieste i quali, anzi, contrariamente a quanto aveva
affermato la Signora Giovanna Sormanni, fondatrice dell’Orfanatrofio, nulla ne avevano
mai saputo. Tuttavia le sette orfanelle ebbero a Villa Rosa ogni cura sia spirituale che
materiale: ritornarono a Trieste ad aspettare che per loro si manifestasse la SS. Volontà
di Dio.
L’ottobre di quest’anno 1898 fu per M. Cecilia e per le sue figlie causa di gioia e
di dolore insieme. La gioia fu portata dalla presenza a Cormóns del nuovo Principe
Arcivescovo di Gorizia che accettò di presiedere alla Vestizione di dieci Probande e alla
Professione di dodici Novizie. L’amatissimo Presule volle passare tutta la giornata (24
ottobre) nella Casa di Cormóns fra il giubilo di tutte le Suore, sane ed ammalate. Ma
proprio quel giorno un Monsignore che accompagnava l’Arcivescovo portò la notizia
che due giorni innanzi era morto improvvisamente a Gorizia il buon P. Tomasetich che
M. Cecilia e tutta la Congregazione dovevano considerare come un insigne benefattore.
Per 20 anni e più egli si era prodigato per le Confessioni, SS. Esercizi, Ritiri, senza
sosta, con la comprensione e la pazienza propria dei Santi. La sua parola semplice,
facile, ma profonda, convinta, incisiva, penetrava nelle anime; le sue massime sono
diventate proverbiali nelle comunità della Congregazione.
Una lieta inaspettata notizia alla M. Cecilia da Pola: S. A. I. Francesco Giuseppe
I° si era benignamente degnato di decorare della croce d’oro al merito la Rev.da
Superiora dell’Ospedale di Pola in segno di riconoscimento per la carità e lo zelo con
cui la Superiora e le Suore si erano prodigate in quell’anno in occasione di una grave e
epidemia di tifo che era scoppiata nell’Istria. M. Cecilia, che pochi giorni prima di
ricevere tale notizia aveva detto in ricreazione “che non bramava certo tali onori”,
ringraziò Iddio che in tal modo permetteva che fosse esaltata anche agli occhi del
mondo la carità delle sue figliuole che, proprio a Pola, avevano avuto prima tanto da
patire. La decorazione concessa alla Superiora di Pola faceva parte di una larga
concessione di onorificenze elargite dall’Imperatore in occasione del 50° del suo Regno.
Tutto l’Impero celebrò con feste straordinarie la circostanza: anche le Suore della
Provvidenza accolsero l’invito dell’Ecc. Vescovo di Gorizia a partecipare alle feste che
la città di Cormóns aveva indetto per tale ricorrenza; M. Cecilia, che aveva imparato che

137
anche l’autorità civile viene da Dio, volle che le sue figlie avessero a mostrare, come a
religiose si conviene, il proprio attaccamento e il proprio amore a coloro che Iddio
aveva posto come suoi rappresentanti, nell’ordine civile, sulla terra.
Non si può chiudere la cronaca di quest’anno 1898 senza ricordare un’altra gioia
che ebbe M. Cecilia. Una buona signora di Cormóns, devotissima di Rosa Mistica,
aveva fatto voto che se la Madonna le avesse donato un bambino, di cui era tanto
desiderosa dopo molti anni di matrimonio passati in inutile attesa, avrebbe fatto dono a
Rosa Mistica di una Rosa d’oro. Maria SS. accolse il voto e concesse la grazia; la buona
signora ebbe una bambina che poi crebbe buona e brava. Il I° agosto di quest’anno 1898
adempì il suo voto portando a Rosa Mistica una magnifica rosa d’oro di zecca, con il
gambo d’argento dorato: in mezzo alla rosa c’è un magnifico brillante. Il tutto poi
ammirevole anche come opera d’arte. Non si può descrivere la gioia della Rev.ma
Madre e di tutte le Suore, alle quali pareva che senza la rosa d’oro Rosa Mistica non
potesse essere Rosa Mistica.

39

CONSACRAZIONE DELL’UNIVERSO AL S. CUORE DI GESU’


VISITA A CORMÓNS DI S. EM. GIUSEPPE SARTO
PATRIARCA DI VENEZIA

S. Santità Leone XIII, volendo dare al tramonto del secolo XIX un’impronta
religiosa che richiamasse gli uomini sviati da tanti falsi ideali alla necessità di cercare
solo in Gesù Cristo la salvezza, volle che il genere umano tutto intero si consacrasse al
S. Cuore di Gesù. Il giorno fissato fu la domenica dopo l’ottava del Corpus Domini, che
cadeva in quell’anno 1899, l’11 giugno. In tutte le parrocchie, sotto la guida sapiente dei
Vescovi, furono indetti corsi di predicazione, tridui, missioni, giornate di adorazione e
di penitenza, affinché più solenne riuscisse la consacrazione al S. Cuore. La vigilia e la
notte precedente quel sacro 11 giugno furono contrassegnate da un eccezionale fervore
di preghiere, Comunioni generali, adorazioni notturne di imponenti masse di uomini e di
giovani. Il SS. Cuore di Gesù trionfava nei cuori degli uomini di buona volontà. Si può
immaginare che M. Cecilia non poteva lasciare che le sue figliuole nulla facessero per
gareggiare col mondo intero nell’onorare il SS. Cuore di Gesù. Quante penitenze,
quante preghiere nei giorni precedenti la Consacrazione, che emulazione tra Suore sane

138
ed ammalate, tra Superiore e suddite: bisognava che dalle sue Spose Gesù ricevesse un
particolare segno di amore. Il giorno poi della Consacrazione fu a Cormóns un tripudio
di cuori. Rosa mistica fu davvero in quel giorno un ponte d’oro per andare a Gesù, al
Cuore SS. di Gesù. Quel giorno il Cuore Immacolato di Maria apparve come non mai,
fuso insieme al Cuore SS. di Gesù Salvatore.
Il 15 agosto 1899 fu pure giornata memorabile per la Congregazione delle Suore
della Provvidenza e per la loro M. Cecilia Piacentini. Tutte le Suore attendevano in quel
pomeriggio ai loro doveri, quando la campana dei segnali presse a chiamare la Rev.ma
M. Generale, la M. Vicaria, l’Economa e la forestaia. Quest’ultima, quasi infastidita di
dover interrompere il suo lavoro, esclamò: “Misericordia! Che confusione! neanche che
sia arrivato il Patriarca di Venezia”! Senza volerlo fu profetessa. Scesa infatti in
parlatorio vi trovò S. Em. il Cardinale Giuseppe Sarto Patriarca di Venezia. L’Em.mo
Principe della Chiesa si trovava da alcuni giorni a riposare nella villa del suo carissimo
amico l’Arcivescovo di Udine Mons. Zamburlini a Rosazzo. In quel pomeriggio Mons.
Zamburlini volle condurre il suo ospite illustre a Cormóns per visitare la nostra casa e
fare così anche una breve gita. Mentre Mons. Zamburlini chiese di ritirarsi
nell’appartamento dei Sacerdoti per scrivere una lettera urgente all’Arcivescovo di
Gorizia, il Cardinal Sarto s’intratteneva coi Sacerdoti accorsi a riverirlo – molti di essi
assai giovani. Col suo fare scherzevole e burlesco raccontò alcuni aneddoti di Suore che
erano accaduti a Lui nei conventi. M. Cecilia s’ingegnò di difendere le Suore così
scherzevolmente portate in campo. Ma il Patriarca vieppiù insisteva facendo smascellar
dalle risate quei buoni Sacerdoti che pure cercavano di darsi un contegno conveniente
alla presenza di un Principe della Chiesa. Ad un certo momento M. Cecilia scoppiò a
dire: “Em.za, in che stima mette lei le Suore presso questi giovani sacerdoti!…” Ma
Egli, con la massima disinvoltura: “Oh! io ho tanta stima delle Suore che quando
abbisogno di qualche speciale grazia, scrivo di mia mano un biglietto a tutti i Conventi
di Venezia, chiedendo novene, tridui ecc., e sono certo di ottenere quanto bramo perché
Gesù benedetto nulla sa negare alle sue dilette spose”. In quel momento rientrava S.
Ecc. Mons. Zamburlini, il quale confermò essere questo il metodo del Patriarca. M.
Cecilia condusse poi S. Em. nel nostro giardino e dopo averlo guidato all’immagine
della Madonna di Lourdes lo invitò a salutare e benedire le Suore raccolte in quel
momento nella sala delle riunioni. Ma che! Non ci fu modo di fargli accettare l’invito.
“Ne conosco anche troppe di Suore” - disse -; e lì, sotto l’atrio di S. Giuseppe le
benedisse tutte senza vederle. Mentre stava salendo in carrozza andava ripetendo alla

139
Rev. Madre Generale: ”Mi spiace…. mi spiace… senza terminare la frase pronunciata
in tono sempre benevolmente scherzoso. Allora la M. Cecilia proseguì: “D’averne dette
tante?” “Oh, soggiunse subito lui, avrei potuto dirne molte di più, di più… ne
avvengono tante nei conventi…”. “Qui tra noi, Eminenza, regna la pace, la concordia,
cor unum et anima una”. E lui con benevolenza… “Eh!… eh!…si sa, voi altre siete tutte
sante”, e partì lasciando di sé il più caro ricordo.
Nel corso dell’anno 1900 la Congregazione continuò il suo normale sviluppo
sotto la mano ferma e prudente di M. Cecilia. Primo fu il Ricovero di Pirano che poi
diventerà Ospedale; vi andarono cinque Suore accolte trionfalmente. Poi il Ricovero di
Rovigno, dove pure quattro Suore furono accolte tra una festa da non dirsi. Tanto a
Pirano quanto a Rovigno la Rev.ma M. Cecilia era prima andata in sopraluogo per
vedere i locali, le persone, le opere in atto e in progetto, e solo dopo minuta ispezione
concluse i relativi contratti.
Come sempre poi, all’apertura delle nuove opere anche M. Cecilia era presente e
vi si fermava alcuni giorni quasi per dare il via alla vita di disciplina e di apostolato
delle varie case; voleva personalmente rendersi conto dell’ambiente e delle difficoltà in
cui le sue figliuole dovevano santificare se stesse e far del bene al prossimo. Del resto
quante raccomandazioni alle singole Suore quando M. Cecilia stava per lasciarle sole
nelle nuove opere; e come insisteva nel volere che avessero con lei frequenti relazioni
epistolari. Voleva così tenere sempre tesi i legami che l’avvicinavano alle sue figlie.

40.

“1900”

La notte del 31 dicembre 1900 fu dalle Suore di Cormóns, sull’esempio di M.


Cecilia, passata in turni di adorazione davanti a Gesù in Sacramento. Per volere di SS.
Leone XIII il secolo XX è consacrato a Gesù Redentore. In molti luoghi ad iniziativa di
privati e di governi, sulle cime più alte dei monti s’innalzano a ricordo delle statue a
Gesù Redentore. Le Suore della Provvidenza della casa di Cormóns desiderarono esse
pure un segno di particolare benevolenza da parte di Gesù loro Sposo all’inizio del
nuovo secolo. Fu così che M. Cecilia chiese a S. Em. il Card. Missia il permesso verbale
e in perpetuo di tenere il SS. Sacramento nel Coro con il solo obbligo di celebrarvi la S.

140
Messa una volta alla settimana. Così nella benedetta casa di Rosa Mistica ci sono tre
Tabernacoli dove Gesù aspetta le sue spose per ricevere l’omaggio del loro cuore. Ma
l’anno iniziato con tante gioie doveva portare anche le sue amarezze e le sue croci.
Sempre così le opere di Dio. Si comprende che se diciamo che ne ebbe a soffrire la
Congregazione delle Suore della Provvidenza, chi più portò la croce fu sempre M.
Cecilia che ormai impersonerà tutte le Suore da lei dipendenti.
I rivolgimenti politici di quegli anni ebbero più o meno il loro contraccolpo
anche nelle opere religiose. Elementi anticristiani o semplicemente, come essi dicono,
atei, entrati più o meno trionfalmente nelle amministrazioni comunali e provinciali,
incominciarono una guerra dapprima occulta e mascherata, ma poi palese e aperta
contro il clero e gli ordini religiosi. Si comprese che gli strali venivano diretti
specialmente contro le opere che i religiosi dirigono, collegi, ricoveri, orfanotrofi, ecc.
L’arma preferibile era, s’intende, la calunnia; se poi qualche sacerdote o religioso
mostra un po’ il fianco e commette anche solo qualche piccola imprudenza, apriti cielo;
ne fanno un “casus belli”. Inchieste, commissioni, verbali, interrogatori, pubblicazioni
infamanti sui giornali. Anche le Suore della Provvidenza furono qua e là prese di mira.
Dapprima a Trento, in quel grande Ospedale, dove la guerra contro le Suore fu lunga e
dolorosa. Fu aperta a carico delle Suore un’inchiesta minuziosa e parziale. Furono fatti
lunghi interrogatori agli infermieri, ai medici; la cosa in certi giorni toccò momenti di
grande tribolazione. M. Cecilia, si può bene pensarlo, era là in mezzo alle sue figliuole a
portare con esse la croce.
Come sono riboccanti di amarezza le sue lettere di quei giorni, ma sempre il suo
pensiero sa immediatamente elevarsi e poggiare in Dio e S. Giuseppe (che è sempre
prima linea): “tutti i momenti liberi li passo in ginocchio; bisogna pure che S. Giuseppe
ci metta una mano”. Sono espressioni che ritornano nelle frequenti lettere di quei giorni.
Ma un altro pensiero le punge il grande cuore: forse il Signore “non è contento di noi:
per questo ci tocca… perché è lui che ha in mano la macchina” (21 – 6 – 1901). Ecco il
solito ragionamento del Santi! Senonché il sereno ritornò più presto di quanto si poteva
temere. “S. Giuseppe ci salvò”, aveva esclamato con fede M. Cecilia. E S. Giuseppe
fece veramente trionfare l’innocenza. Anzi ne vennero per le Suore e per gli ammalati
segnalati benefici, migliorato il vitto, aumentate le razioni, le Suore messe al sicuro da
ogni possibile assalto. Così sempre le prove, accettate dalle mani di Dio “riescono al
bene”. Ma non era finita la burrasca di Trento che un’altra, che si annunciava più
furiosa, si scatenava a Pergine. Qui la cosa andò così. Il macellaio, fornitore

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dell’Ospedale, con lettere falsificate, e con testimoni sobillati da lui, voleva mostrare
che le Suore, anziché comprare da lui le carni di prima qualità, compravano carne non
bollata di qualità inferiore; ciò realizzava per le Suore un ingiusto guadagno ed un
danno per gli ammalati. Tutto ciò fu pubblicato sul giornale socialista “Il Popolo”, con
gli effetti che ciascuno può prevedere. Anche qui inchieste, interrogatori, soprusi,
minacce. E M. Cecilia sempre in mezzo a confortare, a sostenere, a dirigere lo sguardo
al cielo, donde solo può venire la vera giustizia.
L’angelo di cui S. Giuseppe si servì per venire in aiuto alle sue figliuole fu il
Rev.mo Don Giuseppe prof. Lange, amico intimo del dott. Avv. Conci di Trento,
membro della Giunta Provinciale. In quei giorni, sollecitate da M. Cecilia, da tutte le
case della Congregazione si levò una vera crociata di preghiere a S. Giuseppe. L’effetto
fu così portentoso, che non solo fu sfatata ogni calunnia, ma le Suore dell’Ospedale di
Pergine ebbero dalla Giunta Provinciale di Trento un attestato di lode. Così a Rovigno,
dove si ebbero molte noie per mancanza di maestre patentate. Ma anche qui finì per il
meglio a gloria di Dio.

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MALATTIA DI M. CECILIA A RONCEGNO

Queste lotte che avvennero la prima metà dell’anno 1901 influirono però
sinistramente sull’organismo già indebolito di M. Cecilia. Nel mese di giugno, mentre a
Trento e a Pergine infuriava la burrasca, M. Cecilia era, come abbiamo detto, in mezzo
alla battaglia e si può immaginare quanto il suo cuore n’ebbe a patire; lo attestano le
numerose lettere di quel periodo. Compiute le visite a Trento e a Pergine, placate alfine
le tempeste, sebbene ormai le forze più non la sostenessero, volle tuttavia continuare il
suo programma e portarsi a Roncegno. Era arrivata il giorno 25 giugno. Doveva
ripartire per Pergine il 27. Senonché proprio quella mattina M. Cecilia si mise a letto
con 40° di febbre. L’angoscia delle Suore del piccolo Ospedale si può immaginare,
qualora si conosca l’immenso affetto che legava le buone Suore alla loro Madre.
Angoscia delle figlie che contrastava fortemente con la serena tranquillità della Madre.
Si credette però un malanno passeggero, dato lo strapazzo di quel viaggio, tanto più che
i disturbi che l’ammalata accusava erano simili a quelli di cui, si può dire, aveva sempre
sofferto; per questo l’ammalata stessa pensò che non era il caso di chiamare il medico.

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Le Suore però interpellavano di nascosto il sanitario del luogo il quale suggerì quello
che poteva in siffatte condizioni. Alla sera però, persistendo alta la febbre, fu proposto
all’ammalata di chiamare il medico; essa, più per tranquillizzare le sue figliuole che per
vera utilità, com’essa credeva, accondiscese. Il sanitario, venuto a sera inoltrata,
diagnosticò il sospetto di febbre tifoide. Si può pensare la confusione e il dolore della
povera Comunità di Roncegno, dove le Suore, già poche di numero, e qualcuna pure
malandata in salute, non sapevano proprio che cosa fare. Subito la Superiora M.
Gaetana Bonatti provvide ad informare le varie Case e prima di tutte la Casa Madre di
Cormóns.
Intanto la malattia, che in seguito fu definita gastro-enterite aggravata da forte
anemia, procedeva fra la trepidazione di tutti. Verso il 10 o 11 luglio si ebbe un
sensibile miglioramento tanto che si pensò alla partenza per i1 13 luglio: questa data fu
poi prudentemente rimandata al 20. Ma Iddio aveva disposto diversamente. Infatti, la
sera del 18 luglio le Suore facevano la loro ricreazione attorno alla Madre che era
l’anima della conversazione, quando una Suora uscì a dire: “Madre, che cosa ci porterà
domani S. Vincenzo de’ Paoli”? E la Madre: “Figliuole care, ci porterà una grande
uniformità alla SS. Volontà di Dio”. Le belle parole caddero in quei cuori che non
presagivano quanto peso poteva avere per loro lo speciale dono di S. Vincenzo. La
ricreazione durò ancora qualche minuto: poi si andò a riposare. Ma quale notte per le
povere Suore di Roncegno. Appena andata a letto M. Cecilia si sentì tanto male: le
Suore accorsero e fecero quanto poterono. La povera Madre non poteva ritenere
nemmeno un sorso d’acqua. La sua debolezza poi divenne estrema. La malattia
felicemente superata, ma non vinta del tutto, aveva ripreso la sua violenza. Ma la
malata, stremata di forze fisiche, aveva lo spirito sempre elevato in Dio, ed era lei ad
infondere animo alle sue figliuole. Intanto si provvide a dare nuovamente notizia della
ricaduta alle varie case, e da ogni parte si elevarono a Dio preghiere, penitenze, sacrifici.
Alcune Suore offrirono a Dio la propria vita per quella della Madre. Ma le Suore di
Roncegno fecero ricorso a S. Giuseppe e a S. Antonio. Anzi, al Santo Taumaturgo di
Padova incominciarono tosto una Novena per implorare una pronta guarigione della
Madre.
I giorni tra il 19 e il 29 luglio furono pieni di ambasce e di speranze: la M.
Cecilia era debolissima, non prendeva quasi nulla, e si temeva seriamente per la sua
vita. Il 29 si compiva la Novena di S. Antonio e le buone Suore confidavano che
almeno… almeno avvenisse un leggero miglioramento. Ma ahimé! La M. Cecilia

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sembrava più abbattuta degli altri giorni. La Superiora M. Gaetana, che dirigeva l’Asilo
infantile, andò al suo ufficio quella mattina con la certezza che, nonostante tutto, quel
giorno avrebbe portato grande gioia a lei e a tutti. Però a mezzogiorno, ritornata
all’Ospedale, dovette costatare che le sue speranze, per allora almeno, erano vane.
Alla sera le Suore erano in Cappella per iniziare la novena a S. Gaetano, quando
si aperse pian piano la porta e comparve la Madre, debole sì ancora, ma in via di felice e
veloce miglioramento. S. Antonio? S. Gaetano? S. Giuseppe? Chi lo può dire? E’ facile
pensare che tutto il Paradiso, interessato dalle preghiere, dalle angosce di tante anime,
abbia ottenuto dalla divina Provvidenza il dono tanto sospirato. Da quel giorno M.
Cecilia andò sempre migliorando così che il giorno 3 agosto poté partire per Pergine e il
12 agosto fu a Cormóns, accolta dagli evviva commossi di tanti cuori che avevano
trepidato, non invano. M. Cecilia, durante la malattia fu però sempre un vivo esempio di
perfetto abbandono alla SS. Volontà di Dio. Che pazienza inalterata! che dolcezza!
quale sorriso sempre sulle sue labbra! Quale festa e quale scuola il contemplarla in
mezzo ai suoi dolori! Nei brevi intervalli del male riprendeva poi il suo lavoro per
l’amatissima Congregazione. Non si possono leggere senza commozione alcune delle
sue lettere di quei giorni: i caratteri incerti denotano la debolezza della mano, ma le
parole sono quelle della donna forte, che vive interiormente unita a Dio, che anzi dalla
stessa tribolazione trae motivo per nuovo lavoro e nuovi sacrifici. Le fortunate
destinatarie delle sue lettere di quei giorni, devono averle ricevute con particolare
venerazione, impreziosite com’erano dal dono inestimabile della sofferenza. Qualcuna
di esse porta una data che è, da sola, un poema d’amore e di sacrificio; per es:
“Roncegno – dal letto – S. Anna 1901”. Quel “dal letto”, che cosa non deve dire a
quanti conoscono M. Cecilia? Durante la malattia di M. Cecilia a Cormóns era stato
fatto il contratto per l’acquisto a Gorizia della Villa Munich. Anche per la buona riuscita
di questo contratto, oltre che dare le sue direttive, M. Cecilia aveva offerto al Signore le
sue tribolazioni, come ebbe a dire in una lettera in data 31 agosto 1901. Però, quando M.
Cecilia in settembre andò in sopraluogo, notò subito un grave inconveniente che ad altri
era sfuggito; la vicinanza della casa dei Gesuiti, separata da Villa Munich solo da una
muraglia. S. Ecc. Mons Feruglio stesso, appena vide la situazione, volle che la casa
fosse venduta. Il che avvenne.
Il 21 ottobre di quell’anno 1901 M. Cecilia poté finalmente dare le Suore
nell’Asilo Infantile di Muggia, come già era stato convenuto quattro anni innanzi. M.
Cecilia aveva felicemente superata la grave malattia del luglio 1901 però le persisteva

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uno stato di debolezza generale, che la indusse ad accettare di rinunziare per l’anno
1902 alla visita delle varie Case. Avrebbe diretta la Congregazione restando a Cormóns.
Ma anche quell’anno ebbe le sue croci: così la morte quasi improvvisa di S. Ecc. il
Cardinal Missia avvenuta a Gorizia il 24 marzo; la morte santa di M. Benedetta
Dellantonio, infermiera da tutti amata nell’infermeria di Cormóns; e specie la morte
quasi improvvisa di M. Vittorina Bragagna, superiora del Convitto di Gorizia a Villa
Rosa. Invece fu causa di gioia per tutta la casa di Cormóns ed in particolare per M.
Cecilia il trasporto del “tesoro” da Udine a Cormóns.
Si tratta di una piccola arca dove la nob. e piissima principessa Porcia
Clementina teneva varie reliquie preziose, fra cui una della santa Croce; v’era pure una
certa statuetta di Maria SS. venerata dalla Principessa, sotto il titolo di Madonna della
Cintura.
Tanto Maria SS. quanto il Bambino Gesù erano adorni di preziosissime corone
d’oro gemmato. La pia principessa aveva espresso il desiderio che la sua cara Madonna
fosse venerata nel Noviziato delle Suore della Provvidenza.
Fu così che il “tesoro” fu portato a Cormóns; ma vedendo M. Cecilia che la
immagine di Maria SS. assomigliava un po’ a Rosa Mistica, volle levargli dalle mani la
Cintura, per riporvi la rosa; divenne così "Rosa Mistica, Mater Providentiae”.
Il 20 luglio 1903 l'intiera cristianità fu in lutto per la morte del S. Padre Leone
XIII; aveva 93 anni, mente ancora lucida e ferma. Unanime il cordoglio da parte del
mondo intero. Anche le Suore della Provvidenza presero parte al grande lutto con
suffragi e con una solenne ufficiatura funebre.
Invece il 4 agosto si diffuse in un baleno la lieta notizia che gli Em.mi Cardinali
raccolti in conclave avevano eletto Sommo Pontefice S. Em. Il Cardinale Patriarca di
Venezia Giuseppe Sarto. Quale giubilo per tutta la Chiesa ed in particolare per la
Congregazione della Provvidenza che da tanto lo amava! Le buone Suore innalzarono
ardenti preghiere a Dio perché al suo Vicario, che aveva accettato il peso del Pontificato
con tanta riluttanza, concedesse consolazione e gioia.
In quello stesso anno fu tenuto il capitolo Generale sessennale imposto dalle
Costituzioni. Fu presieduto da S. Ecc. Mons. Jordan Principe Arcivescovo di Gorizia.
Tra i vari argomenti, il principale era la decisione circa l’opportunità di acquistare il
fabbricato da adibire per il Noviziato e circa il luogo da scegliere. Mons. Jordan
espresse il desiderio che si scegliesse la sua città Episcopale, cioè Gorizia; cosa questa
che era già stata ventilata e tentata in un recente passato. Lo stesso Mons. Principe

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Arcivescovo consigliò di ricorrere per il denaro al Monte di Pietà che concedeva
volentieri prestiti a buone condizioni. Le Suore Capitolari decisero unanimemente in
questo senso: S. Ecc. Mons. Feruglio fu pure contento. Così Gorizia
diventerà il nuovo centro di irradiazione della Congregazione delle Suore della
Provvidenza.
E’ inutile dire che M. Cecilia fu l’anima del Capitolo Generale. Fu press’a poco
in quell’epoca che M. Cecilia dovette prendere la dolorosa decisione di chiudere l’opera
dell’asilo ed educandato aperto qualche anno prima a Castions: motivo ne fu la
deficienza di aiuti materiali ed anche spirituali; le povere Suore si erano trovate in ben
tristi condizioni da ogni punto di vista. Così M. Cecilia decise di ritirarle.
M. Cecilia in segno di gratitudine per il bene che i RR. PP. Stimatini o
Bertoniani facevano alla Casa di Udine, regalò al loro Istituto di Udine la grande
Biblioteca appartenente ai fratelli Scrosoppi. In riconoscenza quegli ottimi Padri
donarono alle Suore della Provvidenza una piccola Teca contenente le Sante Reliquie
della Madonna, S. Giuseppe, S. Gaetano e S. Cecilia.
Negli ultimi tre mesi dell’anno 1903 fu un gran traffico a Gorizia per la scelta
del luogo e del fabbricato da acquistare secondo le decisioni del Capitolo Generale. La
Congregazione delle Suore della Provvidenza dev’essere riconoscente al dottissimo e
praticissimo Mons. Luigi dott. Faidutti, Preposito Capitolare di Gorizia che
benevolmente si offerse a condurre le pratiche necessarie e difatto le condusse
felicemente in porto, d’accordo con S. A. il Principe Arcivescovo, Mons. Feruglio e la
Rev.ma M. Cecilia. Quest’ultima anzi, fece, in quello scorcio del 1903, diversi viaggi a
Gorizia per vedere i vari luoghi che venivano proposti: in uno di quei sopraluoghi, per
non dare nell’occhio e destare sospetto, M. Cecilia insieme con la M. Vicaria si finse
Suora Mendicante che andasse di casa in casa a questuare: arrivate nei pressi della casa
del Fondo Pinangig, in via Straccis che era quella su cui si posavano le preferenze, M.
Cecilia domandò a un ragazzo se là abitassero famiglie di signori e se potessero sperare
di ricevere qualche carità. “Oh, rispose il garzoncello, qua no sta siori, ma je tutta gente
cussì cussì….prové…prové….". Le due Madri tirarono innanzi ed entrarono nel cortile;
ma vedute di malocchio da una donna, si ritirarono contente di essersi fatte un’idea del
caseggiato. Per non destare sospetti, proseguirono per Via Straccis e qual non fu la loro
sorpresa allorché, dopo alcuni passi, si trovarono davanti una graziosa edicola dove
stava dipinto Gesù Nazareno! A lui affidarono l’affare dell’acquisto della nuova casa
che tra breve sarà compiuto. Infatti il 15 gennaio 1904 Mons. Faidutti venne a Cormóns

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a trattare la cosa. Nell’aprile fu stipulata la prima parte del contratto; il I° luglio fu fatta
la definitiva stesura del contratto e fu sborsato l’importo a soldo contante. La nuova
località acquistata, trovandosi davanti all’edicola di Gesù Nazareno, si volle chiamarla
“Il Nazareno”, nome che anche oggi si usa.
Poco tempo dopo la stessa M. Cecilia volendo dare una giornata di sollievo alle
Suore Maestre, le condusse a passare alcune ore al Nazareno, dove si prepararono da sé
il pranzo e godettero l’aria buona del luogo.
A Cormóns M. Cecilia conduceva a termine nella seconda metà di quell’anno
1904, un’opera che stava tanto a cuore a lei e a tutte le suore. Si sa che sotto l’altare di
S. Teresa si conservano le reliquie del santo Martire Floriano; ma in quale stato si
trovavano! In verità le buone religiose della Dottrina Cristiana che abitavano la Casa e
tenevano un tempo la Chiesa di Rosa Mistica, avevano composte quelle reliquie in
modo inadatto e senza nessun criterio di proporzione; ne era risultata una mostruosità
più che un oggetto da attirare devozione e pietà. M. Cecilia volle provvedere un po’
meglio; ordinò a M. Pia Bortolotti, che sapeva bene lavorare la cera, di disfare il santo e
rifarlo nelle debite proporzioni. Il lavoro richiese parecchi mesi: fu anche preparata una
nuova cassa intagliata e dorata a dovere. Il Santo, bello e attraente, fu collocato nella
bella arca; ai suoi piedi fu posta l’ampolla del sangue ormai cristallizzato. M. Cecilia
stessa compose in suo onore un devotissimo triduo di preghiere, che per la prima volta
fu recitato nei giorni 11- 12- 13 agosto 1904. L’arca delle sante Reliquie fu dapprima
collocata sull’altare della Cappella di S. Giuseppe: Don Blasutich, delegato vescovile, vi
appose i sigilli, ne redasse i Verbali. Il giorno 15 agosto, Festa dell’Assunta, l’arca fu
esposta sotto l’altare di S. Teresa, dove una gran moltitudine di fedeli accorse ad
ammirare il Santo Martire.
Il 16 ottobre 1904 M. Cecilia e la M. Vicaria furono a Capodistria per visitare
l’Orfanatrofio “Grisoni”, dietro un invito espresso di S. Ecc. Mons. Magl, Vescovo di
Trieste e Capodistria, il quale intendeva affidare quell’opera alle Suore della
Provvidenza. Poiché l’esito della visita fu favorevole, si convenne che col 15 luglio
1905 vi sarebbero andate cinque Suore.

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42

LE NUOVE CORONE DI ROSA MISTICA

Per disposizione mirabile della Provvidenza divina, nel gennaio 1905, fu a


predicare il triduo di Rosa Mistica il celebre predicatore P. Alfonso Casoli, Rettore del
Collegio Leone XIII di Milano, che in quei giorni trovavasi in predicazione nel
Trevigiano, La sua predicazione, a causa del grande freddo e la molta neve caduta in
quei giorni, non fu udita da grande uditorio; però la venuta di detto Padre fu per il
Santuario di Rosa Mistica una segnalata benedizione di Dio. Infatti il buon Padre,
avendo sentito che era grandissimo desiderio di M. Cecilia e di tutte le Suore che
fossero preparate le corone d’oro onde a suo tempo incoronare Rosa Mistica e il
Bambino Gesù, si offerse di prendere su di sé l’incarico di fare eseguire a Milano il
prezioso lavoro. Egli assunse questo incarico tanto più volentieri in quanto seppe che
l’oro necessario, oltre che dalle offerte spontanee dei devoti di Rosa Mistica, proveniva
anche dai così detti ”lavorucci” a guadagno che Suore malate, malaticce (ed anche sane
nei loro ritagli di tempo) da molti anni andavano facendo, a costo spesso di grandi
sacrifici, a questo scopo. L’oro consegnato a Padre Casoli fu gr. 356 ½: vi furono pure
49 piccole perle preziose.
Fra queste furono anche due ametiste lucentissime di cui bisogna narrare la
storia. Il Rev. P. Voltolina S. J. chiese a M. Cecilia in carità due manicotti di lana: la
Madre, scherzando, gli chiese in cambio che scrivesse al S. Padre, con cui mentre era a
Venezia era in grande intimità, di mandare in dono qualche gemma per le corone di
Rosa Mistica. Il buon Padre, avuti i manicotti, presse la cosa sul serio. Infatti l’ottimo
religioso ne fece parola col P. Salgari che ne interessò Mons. Bressan, Segretario
particolare del S. Padre: appena Mons. Bressan gliene ebbe fatta l’umile richiesta,
subito accondiscese e donò le due gemme che nel mese di marzo furono portate a
Venezia dallo stesso benemerito Monsignore. Il Rev.mo Padre Rossi S.J., Provinciale
veneto, recandosi a Cormóns per la visita ufficiale, portò le due gemme del Papa alle
Suore di Rosa Mistica. Così le corone di Rosa Mistica e del Bambino Gesù saranno
preziose anche per le gemme del Papa, le quali saranno come la benedizione del Vicario
di Cristo su tutti i sacrifici che le corone rappresentano. Le corone compiute nel
successivo anno 1906, tutte d’oro massiccio, sono opera artistica del Prof. Morandutti

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per cura ed indirizzo del Rev.mo Padre Alfonso Casoli, coadiuvato dall’Ingegner Spirito
Maria Miaggetta. L’oro adoperato fu di gr. 530, le gemme 140.
Oltre quanto era stato dato dalle Suore, le corone costarono, per l’aggiunta di oro
e pietre preziose e per il lavoro, £. 2.472. Nell’interno delle corona della Madonna c’è la
scritta “Mariæ Rosæ Misticæ”. In quella del Bambino Gesù “Sorores Providentiæ
1906”.
Intanto, a Dio piacendo, la Rev.ma M. Cecilia continuava a ricevere proposte di
fondazioni da affidare alle Suore. Né sempre era possibile dare risposta favorevole. Così
nel maggio di quest’anno il Rev.mo Mons Cerrutti, benemerito Parroco di Murano,
chiese le Suore per l’Ospizio Marino di Venezia. Così per l’Orfanatrofio di Capodistria.
Mons. Faidutti poi insistette ed ottenne quattro Suore per un Asilo da erigersi a Grado.
Mons. Decano di Monfalcone per l’Asilo, Mons. Arciprete di Aviano per il Ricovero,
Mons. Arciprete di S. Vito al Tagliamento per l’Asilo Fabrici. Per tutti M. Cecilia spera
di avere mezzi e soggetti sufficienti per il prossimo anno.

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GIUBILEO DI GENERALATO DI MADRE CECILIA

Il 12 ottobre 1905 fu gran festa per tutte le Suore della Provvidenza. Cadeva in
quel giorno il 25° anniversario da quando la Rev.ma M. Cecilia aveva assunto il
generalato delle Congregazione. Avevano temuto le buone religiose che M. Cecilia,
come aveva fatto per il 25° di vita religiosa, non volesse alcuna festa per questa
occasione. Invece il Signore permise che questa volta le figliuole potessero dar libero
sfogo al loro filiale e immenso affetto per la Madre loro. Oh, come è vero che la nostra
santa religione affina, spiritualizza i più cari sentimenti del cuore umano, unendoli e
rendendoli eterni nel cuore stesso di Gesù!
Le Suore di tutte le case si prepararono alla data memoranda con un mese di
particolari preghiere e fioretti. Il 12 ottobre poi, in ogni casa, fu celebrata per lei la S.
Messa; ne fa fede il quadro che fu presentato in quel giorno alla Madre dove questo
fervore di preghiere e di opere è concretato in cifre.
Si capisce che la festa più cara fu a Cormóns. In Chiesa S. Messa cantata – Te
Deum nel pomeriggio -, musica nuova e soavissima. Il coro tutto rimesso a nuovo, per

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così dire, perché tutto quanto fu adoperato era nuovo per la circostanza: candelabri,
cartegloria, fiori, conopeo, campanello, tappeti, le due lampade davanti al SS.mo
inargentate, il bellissimo tappeto ricamato a mano, dono della casa di Udine. Le Suore
che hanno vissuto in quel giorno a Cormóns, dicono che fu una giornata di Paradiso. La
Rev.ma M. Elena Zuccolli, la Rev.ma M. Giuditta De Francesco, come le semplici
suore recitarono le loro poesie e i loro discorsetti. Fu veramente la festa dei cuori che
nell’amore di Gesù, sanno trovare parole ed espressioni verso quelle persone, che, nello
stesso amore di Gesù, le hanno amate. Parole, espressioni, felicitazioni, alla Madre
sapiente e buona volevano essere l’augurio che per molti anni ancora continuasse a
reggere la cara Congregazione. M. Cecilia ha ormai 70 anni; la sua salute è sempre
cagionevole: eppure quale attività. Pare che il passar degli anni, anziché fiaccarne la
fibra, la irrobustisca. Lavoro di personale santificazione, lavoro di formazione delle sue
figliuole, cui vuole impastato lo spirito di semplicità, povertà, umiltà che è il suo
programma. E’ meraviglioso vedere con quale cura segue le comunità e le singole
suore, come è appropriata nelle correzioni scritte e verbali. Ed anche nel materiale
sviluppo della Congregazione quale fervore di opere. Basterebbe da solo ad assorbire
l’attività di una persona giovane l’attendere alle molteplici opere in pieno sviluppo in
questi anni, invece per M. Cecilia queste opere che osiamo dire materiali, sono una
piccola appendice all’immenso lavoro spirituale che essa va sapientemente costruendo
in sé e negli altri a gloria di Dio e a bene dei prossimi.
Basta guardare al lungo e paziente succedersi di preoccupazioni per l’acquisto e
per lo sviluppo del Nazareno. Quante ansie, discordie, incomprensioni. M. Cecilia
interveniva sotto la mano protettrice di S. Giuseppe e tutto si risolveva. Così la compera
della casa Spongia di Rovigno, con le seguenti osservazioni del governo per la mancata
domanda di permesso per farne l’acquisto. La compera della casa Brisco, vicino alla
Villa Rosa a Gorizia, per dare respiro e libertà all’opera che era installata nella stessa
Villa Rosa.
A leggere il lavoro di M. Cecilia in questi affari di compravendita si direbbe che
fosse nata per questo: ma bisogna dire che quando Iddio prepara un’anima per una
grande missione non fa le cose a metà ma la fornisce delle doti e grazie necessarie
perché, col suo aiuto, riesca bene; tutto sta che l’anima vi corrisponda. E stanno proprio
qui la grandezza e il merito di M. Cecilia: essere stata un docilissimo strumento nelle
mani di Dio per condurre innanzi, verso la perfezione, tante anime privilegiate dallo
stesso amore di Dio.

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Bisogna anche dire che Dio volle che S. Giuseppe spesso intervenisse sia con
aiuti straordinari ed improvvisi per l’acquisto dei locali, sia con protezione straordinaria
nei gravi pericoli, a tener desta la grande fede di M. Cecilia e ad animarla a non fermarsi
nel duro lavoro. S. Giuseppe, d’altra parte, non era lasciato mai in pace dalle buone
Suore della Provvidenza che continuamente lo invocavano come vero Economo e
Protettore.

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IL NOVIZIATO AL NAZARENO

L’anno 1908 resterà memorabile negli annali delle Suore della Provvidenza per
il trasloco del Noviziato e probandato da Cormóns a Gorizia, nel nuovo fabbricato del
Nazareno.
Il 10 febbraio di quell’anno fu istituita in quella parte del Nazareno che poteva
dirsi compiuta, una piccola comunità di quattro Suore, specialmente per la custodia dei
locali. Insieme con le prime Suore era naturalmente arrivata da Cormóns anche una
Statua di S. Giuseppe. Il 4 maggio questa Statua fu portata in processione dal vecchio
fabbricato al nuovo. Era lì per combinazione anche M. Vicaria che partecipò alla
piccola processione e ne conservò memoria. M. Vicaria camminava a fianco di M.
Eustella che teneva sulle braccia l’immagine di S. Giuseppe: quand’ecco ad un tratto M.
Eustella abbandonare la compagna e correre giù sotto la gran tettoia del vecchio
fabbricato esclamando con le lagrime agli occhi: “Oh S. Giuseppe benedetto, vedete i
nostri bisogni. Qui occorre la lavanderia, la legnaia, un bel pozzo, un cavallino e due
mucche perché il latte costa 24 centesimi al litro…”. Come restassero le altre Suore
presenti non si può esprimere. M. Vicaria pianse di commozione, così le altre.
Il tiro è stato così spontaneo e pieno di fede che S. Giuseppe dovette egli stesso
commuoversi. Infatti, in pochi mesi, tutto era a posto, tanto che il 26 agosto il Nazareno
fu solennemente inaugurato. Quale festa in quel benedetto giorno.
Verso le 8 era pronto il clero (10 tra Sacerdoti e chierici) ad accompagnare S. A.
il Principe Arcivescovo. Questi benedì tutta la casa; poi benedì la Cappella dove celebrò
la S. Messa lasciandovi poi il SS. Sacramento. M. Cecilia aveva il cuore esuberante di
gioia purissima. Lo manifestò dopo l’elevazione della S. Messa quando esclamò: “Oh
Dio, che in questa vostra casa mai da nessuna venga commesso un peccato mortale”.

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S. A. volle poi visitare la casa e la campagna circostante. C’erano alcuni operai
che lavoravano a scavare un pozzo; si sa che a Gorizia è tanto difficile trovare acqua
abbondante e buona. Ebbene, proprio mentre Mons. Arcivescovo stava ad osservare il
lavoro, ecco sgorgare una bella fonte ancor limacciosa sì, ma fresca e promettente. S. A.
si godé un mondo a sentire le espressioni di gioia delle Suore che ringraziavano S.
Giuseppe per il dono prezioso. Il giorno 2 settembre partirono per il Nazareno da
Cormóns 16 Novizie, e il 5 successivo vi arrivarono per ferrovia 12 probande che il 3
ottobre vi fecero la loro Vestizione.
L’anno 1908 così ricco di benedizioni di Dio ebbe pure, come era giusto
aspettarsi, le sue croci. Il 5 marzo moriva il P. Giuseppe Pastarini, insigne benefattore
della Casa di Cormóns. Il 26 novembre moriva a Portogruaro Mons. Dott. Luigi nob.
Tinti, egli pure benefattore della Congregazione ed autore, come già si disse, della
Biografia del Ven. Padre Luigi Scrosoppi.
Negli anni 1909–10 continua la progressiva espansione delle opere della
Congregazione. Il 17 settembre 1909 poterono finalmente le Suore dare inizio al nuovo
Asilo Infantile di Monfalcone, mentre pochi mesi prima era stato aperto, dopo non lievi
difficoltà, quello di Grado. Il 26 dicembre 1910 è la volta dell’Asilo di Umago
nell’Istria, per interposizione di Mons. Mecchia, Cancelliere della Curia di Trieste.
La Congregazione delle Suore della Provvidenza subì, il 24 dicembre 1909, una
irreparabile perdita con la morte, quasi improvvisa, di M. Giuditta De Francesco,
Vicaria dell’Istituto. M. Cecilia ne aveva una stima illimitata; era la sua confidente in
cui spesso M. Cecilia effondeva la somma dei suoi dolori; ne sono testimonio le
numerosissime lettere di M. Cecilia a M. Giuditta. Come M. Cecilia, era devotissima di
S. Giuseppe, di cui estendeva la devozione con l’esempio e con la parola. Di lei fu
scritta una buona monografia che si legge anche dai laici con vero profitto spirituale.
In occasione della morte di M. Giuditta, M. Cecilia soffrì immensamente.
Tuttavia mostrò un abbandono così forte in Dio, che tenne calma tutta la Comunità, e
all’ora di portarsi in Coro per la recita dell’Ufficio di Natale intonò il Pater Ave Credo
con grande energia e sostenne i Salmi con tanta forza che animò tutta la Comunità
presente.

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1911 – ANNO DI LUTTO E DI RIPARAZIONE

I Vescovi d’Italia, aderendo all’accorato invito del Santo Pontefice Pio X


avevano organizzato nelle rispettive Diocesi turni di Adorazioni riparatrici in modo che
ogni domenica ci fosse almeno una Chiesa in cui si tenesse l’Adorazione. Scopo di tale
iniziativa era di offrire a Dio riparazioni e suppliche per la dilagante miscredenza che
invadeva tutte le classi di persone: questa poi dava origine a una profonda e vergognosa
campagna di scandali, di malcostume, d’immoralità, spesso difese ed erette ad esempio
e sistema. I Vescovi d’Italia, dopo di aver tentata ogni via per arginare il pauroso
torrente di disonestà e incredulità che dovunque imperversava, indissero i turni di
adorazione di cui sopra abbiamo fatto cenno.
S.A. il Principe Arcivescovo di Gorizia volle unirsi a questa santissima iniziativa
e così mentre la Parrocchiale di Cormóns ebbe fissata la festa dell’Immacolata, M.
Cecilia fissò per la Chiesa di Rosa Mistica l’ultima domenica di Carnevale. Nel mattino
durante le due Sante Messe e poi per tutta la giornata canti di penitenza accompagnati
dal suono dell’organo, preghiere di riparazione, in cui popolo e Suore gareggiavano per
offrire al Cuore Eucaristico un qualche compenso delle offese che riceve da individui e
da popoli.
Per le Suore fu una giornata di Paradiso. M. Cecilia era in quel giorno sempre in
chiesa, si può dire; né poteva essere altrimenti, per un cuore che così profondamente
doveva essere colpito dall’immoralità dovunque invadente. Una Sposa di Dio che non
faccia di tutto per riparare le offese dirette contro il suo Sposo sarebbe essa degna del
titolo glorioso che porta?
Press’a poco negli stessi giorni e precisamente l’8 febbraio 1911 la
Congregazione era colpita da un altro gravissimo lutto. La morte quasi improvvisa di S.
Ecc. Mons. Antonio Feruglio, già Vescovo di Vicenza, benemeritissimo Direttore e
Padre della Congregazione delle Suore della Provvidenza. Aveva amato la
Congregazione mentre ancor viveva il Ven. Padre Luigi Scrosoppi; da lui morente
Mons. Feruglio aveva ricevuto quasi in eredità la cura paterna delle Suore della
Provvidenza. Anche quando, promosso Vescovo di Vicenza, si temeva che il nuovo
altissimo incarico dovesse privare le Suore di sì valida protezione, Mons. Feruglio, con
il consenso e la benedizione del S. Padre, continuò ad essere il Direttore solerte e

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sapiente della Congregazione. M. Cecilia si considerava come la figlia maggiore del
Ven. Pastore. Negli ultimi anni fu travagliato da mal di cuore che poi lo trasse anzi
tempo alla tomba. Per la sua cagionevole salute che, secondo lui, non gli permetteva di
attendere al governo della vasta Diocesi, chiese al S. Padre di essere esonerato dal
governo di Vicenza. Pio X° dapprima resistette, ma poi, in seguito alle insistenze del
santo Vescovo, cedette, e Mons. Feruglio lasciò definitivamente Vicenza il 28 dicembre
1910. Lasciò all’intera Diocesi imperitura memoria di opere ed esempi luminosi. Si
ritirò a Staranzano presso Monfalcone nella speranza di riposare un po’ le proprie forze
e di poter attendere almeno al governo della Congregazione. Questa era pure la speranza
di M. Cecilia e di tutte le Suore della Provvidenza; per questo innalzarono al cielo
fervide preci. Ma il cielo aveva stabilito altrimenti; la morte lo colse repentinamente il
mattino dell’8 febbraio, mentre stava vestendosi per celebrare la S. Messa. M. Cecilia
subito informata, mandò colà le Suore a vegliare la venerata salma, altre presenziarono i
funerali che avvennero il 15 febbraio con un imponente concorso di Vescovi, clero e
popolo. Benefattore della Congregazione in vita, volle ricordarle anche in morte con un
vistoso legato.
Il 9 novembre M. Cecilia cedendo alle ripetute insistenze delle autorità, mandava
alcune Suore a prendere la direzione del Ricovero di Portogruaro.
Il 6 novembre 1912 altro grave lutto per la Casa di Cormóns: la santa morte di
Don Giovanni Blasutich. Aveva 70 anni: M. Cecilia che lo stimava grandemente, lo
visitò ogni giorno: l’ultima volta Don Giovanni le chiese perdono di quanto avesse a lei
dispiaciuto nella sua vita. Era così umile, sottomesso, che solo dopo mesi e mesi si
riusciva a conoscere ciò che gli dispiaceva. “E’ inutile – diceva talora M. Cecilia – nulla
si ricava, non si può mai sapere ciò che desidera”. Nelle sue ultime ore gli fu detto che
M. Cecilia desiderava che ricevesse gli ultimi Sacramenti. Lui, che non credeva di
essere così grave, disse: ”Se la M. Generale lo desidera, si faccia subito”, e lo fece con
edificante pietà. La sua morte fu un lutto per la Congregazione e per tutta Cormóns,
perché era amato e stimato da tutti.
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50° ANNIVERSARIO DI RELIGIONE

Le Suore di Cormóns e di tutte le Case filiali avevano atteso la data del 5 giugno
1913 con grande desiderio, sperando di poter festeggiare ancora una volta la loro

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amatissima Madre in occasione del 50° anniversario di religione. E’ cosa veramente
degna di nota la spontaneità e la universalità di questo desiderio: nessun particolare
interesse, nessun riguardo umano, spingeva le Suore a desiderare l’occasione di
festeggiare la Rev.ma M. Generale. Solo il soprannaturale affetto che a lei tutte legava,
faceva sorgere in loro tale speranza.
Ben aveva detto M. Cecilia a S. Em. il Cardinale Giuseppe Sarto, Patriarca di
Venezia – ora Pio X felicemente regnante: “Noi, Em.za, siamo cor unum et anima una”.
Proprio così! E la festa delle sue nozze d’oro religiose doveva essere solo l’espressione
di questa unità di cuore e d’intenzioni. Senonché bisognava fare i conti anche con
l’umiltà di M. Cecilia, la quale appena subodorò che le sue figliuole stavano tramando
contro di lei qualche cosa, proibì loro ogni esterna manifestazione, permise solo che si
pregasse e si offrissero per lei al Signore sacrifici e fioretti; il più grande di tutti, la
rinuncia a festeggiare la loro Madre! E crediamo di non andare lontani dal vero se
pensiamo che M. Cecilia, presagendo la burrasca di odio e di morte, che l’umanità
andava ingegnosamente preparandosi in quei giorni, partecipando all’angoscia che già
stringeva in una morsa – che sarà alla fine mortale – il cuore grande del S. Pontefice Pio
X°, abbia voluto unire la sua rinuncia alla somma dei sacrifici che tutte le anime
generose offrivano in gara all’Altissimo per avere la pace.
“Come festeggiare una povera donna, come io sono, pensava e diceva M.
Cecilia, mentre sul mondo si vanno addensando tante minacciose tenebre”? E così si
fece. Il 5 giugno 1913 passò in preghiera, in silenzio, in riparazione. Anche la festa di S.
Cecilia di quell’anno, cadendo in quel giorno il 40° di superiorato a Cormóns fu fatta
con grande semplicità e senza apparato di sorta.

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GUERRA 1914 - 1918

Il 1914, per quanto le nubi foriere di tempesta, si addensassero spaventose


sull’Europa e sul mondo, pure era incominciato nella calma e nell’ordine. Anche le
Suore della Provvidenza guardavano al nuovo anno con serena fiducia. Del resto M.
Cecilia era là ad infondere loro fiducia in quella Provvidenza, del cui titolo esse erano
fiere di fregiarsi. Il 2 febbraio M. Cecilia ebbe il grande dolore che le procurò la

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improvvisa e santa morte di M. Antonina Camuffo del SS. Sacramento. L’ottima Suora
lasciò memoria di vita santa, di inesausta carità per i poveri ammalati, come attestarono
i funerali imponenti e le lagrime di tanti miseri che in lei avevano trovato aiuto e
conforto.
Poi la vita della Congregazione riprese tranquilla in mezzo ai lampi sinistri che
preannunciavano non lontana la tempesta. Il 28 giugno 1914 si diffuse funerea e paurosa
la notizia dell’assassinio del Principe Ereditario Arc. Francesco Ferdinando e della sua
consorte Sofia Duchessa Haemberg n. Contessa di Clotek per mano di un anarchico
serbo di nome Princip. La notizia in se stessa orrenda per ogni cuore ben nato, portò
negli animi di tutti, anche di coloro che avversavano la politica degli Asburgo, il
presentimento di rivolgimenti spaventosi che avrebbero fatto seguito all’esecrando
delitto. Ormai la guerra era alle porte, guerra che era facile prevedere sanguinosissima e
lunga, date le alleanze esistenti tra i popoli che avrebbero travolto nel conflitto tutta
l’Europa. Il malessere generale stava ormai per scoppiare; la scuola dell’odio stava
ormai per portare i suoi frutti di morte: l’umanità e specie l’Europa che si allontanava
ostinatamente da Dio, stava per fabbricarsi essa stessa il suo castigo.
Intanto a Cormóns, nella pacifica casa delle Suore della Provvidenza, sotto lo
sguardo sorridente e materno di Rosa Mistica e la protezione valida di S. Giuseppe, si
moltiplicarono le preghiere e le penitenze onde strappare al cielo la grazia della pace.
M. Cecilia era a capo di questa crociata di preghiera, ma la serenità del suo volto, la
fermezza dei suoi ordini, la immutata linea di condotta della sua vita mantennero nelle
Suore della Casa di Cormóns e anche nelle case filiali al di qua e al di là del confine, la
fiducia e la quiete. Così avvenne che la notizia dell’inizio della guerra – tra la Serbia da
una parte e l’Austria – Germania – Turchia - Bulgaria dall’altra – (non) portò negli
animi lo sconvolgimento e la sfiducia. In M. Cecilia e nelle sue figliuole, come del resto
in tutti coloro che hanno il cuore fermo in Dio, trovò serenità e prontezza di azione.
Avevano tanto pregato per scongiurare la guerra. Essa era venuta: bisognava vedere
anche in essa la mano di Dio e prepararsi non solo a subirne le conseguenze, ma
possibilmente ad aiutare i fratelli a portarne il peso.
M. Cecilia, già fin dal primo giungere di tale notizia, ebbe chiara la visione delle
conseguenze che la guerra avrebbe avuto per la sua Congregazione, ma anche aprì il
cuore a tutte le opere di carità che il conflitto avrebbe potuto richiedere.
Intanto Cormóns e tutta l’Istria assunsero in breve l’assetto di guerra: leva in
massa, notizie contrastanti, sconfitte, vittorie. Qualche sinistra notizia – l’annuncio di

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qualche caduta al fronte. I primi feriti stanno per arrivare; fu così che il 10 agosto 1914
M. Cecilia ebbe la richiesta di alcune Suore per l’Ospedale Militare di Gorizia. La
risposta immediata fu la partenza di M. Adeodata, superiora di Cormóns, per Gorizia.
Era il primo passo per una lunga serie di separazioni, il primo gesto di una mirabile
storia di carità.
L’Ospedale Militare fu allestito nel Seminario diocesano, i primi feriti
incominciarono ad arrivare il 5 settembre. Così tra alternative di notizie buone e cattive
si arrivò all’anno 1915 che doveva portare anche in mezzo alla Congregazione della
Provvidenza la dispersione e il disordine. Ciò che più si temeva e che da tutti si dava
ormai per certo era l’entrata in guerra dell’Italia a fianco degli Anglo – Francesi, che nel
frattempo avevano pure dichiarato guerra alla Germania. Si può capire che tale
tremenda eventualità aveva per conseguenze immediate di dividere in due tronconi le
Case della Congregazione della Provvidenza, le quali appunto erano situate in buona
parte in territorio austriaco, in piccola parte in territorio italiano. Cormóns poi, dove
risiedeva M. Cecilia, era al confine tra i due stati. Tutto questo vedeva M. Cecilia,
eppure una lettera del maggio è tutta sul tema ”Bisogna confidare in Domino. Sebbene
in posizione poco rassicurante e con malate intrasportabili, pure confidiamo nella
potenza dell’Alto. Il meglio è sempre tenerci calme ed abbandonate in Domino in
qualunque evento. Se ella scrive a quelle emigrate dica che le benedico e prego per
tutte, che confidino e stiano calme in Corde Jesu nostro conforto e difesa”.
Così il 22 maggio 1915 a M. Teresa, mentre Cormóns era ormai semideserta,
chiusi tutti gli uffici pubblici, sospese le scuole. Dappertutto sconvolgimento, disordine,
fuga: e nella casa del Signore, serena fiducia, semplice abbandono in Dio, preparazione
spirituale ed anche teorica ai nuovi compiti che la carità avrebbe aperto fra breve.
Così fino alle ore 4 ½ del 23 maggio 1915. A quell’ora le Suore vengono
svegliate da forti scoppi. Che sarà? Erano gli ultimi soldati austro – ungarici che
avevano fatto saltare i ponti della ferrovia della strada maestra. Era il segno certo della
guerra ormai incombente. Le Suore della Provvidenza con a capo M. Cecilia si
portarono in Coro, si offersero tutte a Gesù, pronte a fare e patire quanto a Lui piacesse
loro inviare, sicure che in ogni evento sarebbero state da Lui protette e difese. M.
Cecilia, radunata la Comunità, disse: “Figlie mie, non temano, le ho tutte poste sulla
spalla destra di Gesù”. La mattina del 24 maggio alle ore 9 ½ gli Italiani entrarono nella
cittadina e il tricolore fu issato dovunque. Le truppe poi proseguirono la loro marcia,
senza incontrare ostacoli, in modo che in breve tutta la zona fu occupata. Ma dopo

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alcuni giorni il cannone si fa udire pauroso, segno certo che l’esercito italiano aveva
trovato resistenza verso Gorizia. Così a Cormóns fu aperto l’Ospedale da campo 44
nelle “Scuole elementari”. Fu allora cosa mirabile vedere le Suore della Provvidenza,
anche le malate che fossero in grado di muoversi, presentarsi a M. Cecilia per prestarsi
al servizio dei malati e dei feriti. Il primo lavoro assillante ed urgente, che si dovette
proseguire anche di festa, fu di unire fodere, pagliericci, guanciali, camicie, lenzuola
ecc. E di tutto, l’anima era la mirabile M. Generale che, con i suoi 79 anni, pareva
ringiovanita nel nuovo lavoro.
Il 10 giugno fu arrestato e condotto in carcere il Confessore e Cappellano della
Casa di Cormóns, Don Massimiliano Pelca.
Però dopo due ore, riconosciuta la sua lealtà e innocenza, fu lasciato libero e
ritornò a darne avviso alla M. Cecilia, che ne ringraziò vivamente il Signore, ma volle
che il buon Padre restasse definitivamente in convento, nell’appartamento dei forestieri.
Il 9 giugno M. Cecilia condusse le Suore destinate a dirigere l’Ospedale Militare
N. 44. In seguito altri Ospedali da campo furono aperti in varie località e fin nelle
Scuole di Casa Madre: dappertutto furono richieste e fecero ottima prova di sé le Suore
della Provvidenza: la carità di Cristo è sempre fonte di abnegazione e di eroismo.
Tutto ciò si protrasse fino al 15 dicembre 1915, quando, dopo un
bombardamento di cinque ore, i feriti furono tutti allontanati da Cormóns e le Suore,
dagli Ospedaletti, fecero ritorno a Casa Madre. Questa casa però aveva aperto i suoi
battenti a tutte le miserie che avessero bisogno di aiuto, così vi trovarono rifugio e
alloggio alcuni profughi dei paesi situati sulla linea del fuoco, qualche sacerdote pure
profugo. La Casa di Rosa Mistica fu visibilmente benedetta da Dio, e in mezzo a
incendi e rovine provocate dai bombardamenti, rimase illesa. Iddio benediceva anche in
questo modo la Casa delle Sue Spose.
Così si chiudeva per la casa di Cormóns, ove M. Cecilia risiedeva, l’anno 1915.
Il primo anno di guerra. Ma che ne era delle Suore che erano oltre la linea del fronte, a
Gorizia, nell’Istria? E’ vero che narrando la vita di M. Cecilia, essendo essa restata a
Cormóns, non avremmo, a rigore storico, bisogno di correre dietro al troncone che per
tutto il corso della guerra fu separato da casa Madre e dipendente dalla Madre Vice
Generale. Però si può ben capire quanto queste figlie disperse interessassero il cuore
sensibilissimo di M. Cecilia che ne cercava avidamente tutte le briciole di notizie, che
fece ogni sforzo per tenersi con loro in relazione, per le quali lei e tutte le Suore fecero
tante preghiere. Diremo pertanto una parola anche su quello che P. Colombara, nel libro

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“Un apostolo della Carità - P. Luigi Scrosoppi - e l’Istituto delle Suore della
Provvidenza da lui fondato” chiama ”il calvario delle Suore della Provvidenza”.
Quando il 24 maggio scoppiò la guerra tra l’Austria e l’Italia, tutte le case delle
Suore della Provvidenza, che erano sul suolo austriaco, cioè nella Venezia Giulia e nel
Trentino, si trovarono come staccate da ogni comunicazione coll’amatissima Madre
Generale, residente a Cormóns, cittadina che venne subito occupata dagli Italiani.
E primo il Noviziato del Nazareno a Gorizia, in magnifica posizione, ma sotto i
tiri dell’artiglieria, cosicché la popolazione di Gorizia diceva: “Il Noviziato delle Suore
della Provvidenza sarà il primo ad essere raso al suolo”. Invece, benedicendo Iddio, il
Noviziato restò solo in piedi in mezzo a un cimitero di case e cose.
Resterà memorabile per il Nazareno la sera del 24 maggio: cannonate
tutt’all’intorno, palle che fischiavano, le povere Novizie spaventate; le batterie piazzate
a pochi metri. La M. Rev. Madre Maestra, secondo gli ordini ricevuti, radunò Novizie e
Probande e disse loro: “Figlie mie, con sommo dolore, le vedrò partire. Pur tuttavia, fin
da questo momento, avverto loro che sono libere di ritornare in famiglia, nessun obbligo
le lega ancora alla Congregazione, della quale chissà che ne avverrà. A guerra finita
saranno riammesse in Congregazione”. Il cannone tuonava intorno; le palle
sinistramente fischiavano; ma quelle mirabili giovinette che avevano dato un addio alla
famiglia e al mondo per seguire solo Iddio a qualunque costo, singhiozzando alzarono le
braccia verso la Maestra e gridarono: ”Madre, per carità, non ci mandi via: ci tenga qui
con lei, non vogliamo abbandonare l’Istituto”. E rimasero. Anzi subito, Probande e
Novizie si diedero ad aiutare le Suore nell’assistenza dei feriti e dei malati. Iddio solo
avrà notato in cielo quante opere di carità uscirono da questi cuori verginali che,
amando supremamente Iddio, avevano da Lui imparato ad amare il prossimo come se
stesse e più di se stesse.
Ma il Nazareno, posto in un luogo troppo esposto, dovette il 5 giugno 1915
essere abbandonato per rifugiarsi a Villa Rosa, che era in posizione più sicura, almeno
per il momento. Intanto per interessamento dell’Arcivescovo e di una pia persona
residente a Vienna, per intercessione dell’Arciduchessa Giuseppa, si ottenne il
passaggio gratis da Gorizia a Vienna per tutte le Suore della Provvidenza che trovavansi
a Gorizia e anche per quelle nate in Italia. E queste di Gorizia furono le più fortunate.
Perché le Suore Italiane di Pola, Parenzo e Rovigno e le altre Case dell’Istria ebbero a
subire la deportazione, il campo di concentramento, in mezzo a mille sofferenze fisiche
e specie morali.

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Dopo poco più di un mese alcune Suore italiane internate furono rilasciate e
rimandate in Italia attraverso la Svizzera e trovarono ricovero nella Casa Madre, sul
cuore grande di M. Cecilia. Le Suore rimaste, dopo qualche mese di inaudite sofferenze,
furono adibite al servizio dei vari Ospedali aperti a Wagna, dove esse furono ben
accolte e poterono fare tanto del bene.
Le Suore del Nazareno e delle altre Case di Gorizia poterono restare in città fino
ai primi del mese di agosto 1915, ma poi bisognò rassegnarsi all’esilio e andarono a
Vienna dove, per interessamento di Mons. Uičjć, già Cappellano delle Suore della
Provvidenza a Gorizia, e allora Cappellano di Corte, trovarono stanza e lavoro
nell’Ospedale di guerra dell’XI Distretto di Vienna, chiamato Simmering. Ivi, in mezzo
ad innumerevoli sacrifici, rimasero per ben tre anni, tra la benevolenza e la stima
generale. Ma le buone Probande e Novizie non cessavano di pregare S. Giuseppe per
ottenere un luogo che potesse essere il loro Noviziato e così emettere i SS. Voti. E S.
Giuseppe le esaudì. Fu acquistata una Casa dove Probande e Novizie poterono attendere
alla loro formazione, sotto la protezione di S. Ecc. Mons. Colin, Vescovo di Marburg,
sul fiume Mur. Quivi si poté procedere alla Vestizione e alla Professione, né più né
meno che se fossero state al Noviziato di Gorizia. Così Iddio in mezzo alla universale
rovina, proteggeva e benediva le sue figliuole.

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LE SUORE A CORMÓNS NELL’ANNO 1915

Abbiamo seguito le Suore della Provvidenza a Gorizia e a Vienna e poi a


Marburg: abbiamo accennato ai patimenti delle Suore Italiane dell’Istria e del Trentino,
che però nel luogo del loro esilio trovarono sempre modo di esercitarsi generosamente
in opere di carità. La Provvidenza di Dio, che aveva permessa la grande prova, dava
loro modo di conservare anche lontano dalla Patria, in mezzo a tribolazioni di ogni
genere, lo spirito della loro vocazione.
Ora facciamo ritorno a Cormóns dove M. Cecilia è al centro di una mirabile rete
di carità che va irraggiandosi oltre i confini della cittadina, verso tutti coloro che ne
avessero bisogno.
L’anno 1916 e parte del 1917 passarono relativamente tranquilli. Le Suore di
Rosa Mistica furono adibite nei vari ospedali da campo e si moltiplicarono per assistere

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i soldati feriti e malati. Le numerose attestazioni dei medici e direttori di Ospedali da
campo sono a testimoniare l’universale soddisfazione dei superiori e più dei beneficati.
Questi specialmente diedero alle Suore infermiere le più dolci consolazioni. La
carità resta sempre il più efficace mezzo di conquista delle anime. Quante Prime
Comunioni di soldati, quante Cresime, perfino qualche Battesimo e qualche matrimonio
accomodati, insomma le Suore infermiere si trovarono spesso ad essere inconsapevoli
strumenti della bontà di Dio, che in mezzo allo strazio dei corpi, si serviva della carità
delle Suore, per attirare a sé le anime.
Bisogna dire che M. Cecilia, quasi generale in capo di questo magnifico esercito
della carità, vedeva moltiplicate nelle sue figliuole quelle brame d’amore che le
riempivano il cuore. Ed è bello pensare alle buone Suore che nei rari momenti di riposo,
corrono, dopo che al Tabernacolo e a Rosa Mistica, al cuore della loro Madre e le
confidavano le loro pene ma più le loro consolazioni, nel lavoro lento, ma divino, della
conquista delle anime. La venerata Madre Cecilia provava allora le più soavi
consolazioni che cuore umano possa gustare. Né la Provvidenza di Dio mancò in quel
periodo di benedire palesemente la casa di Rosa Mistica.
Ma giorni molto tristi si preparavano nell’ottobre 1917: scoppi, bombardamenti,
furono i segnali della imminente controffensiva. Il 25 ottobre viene l’ordine di
sgomberare gli Ospedali: in breve tutti i feriti lasciano Cormóns. Le Suore libere dal
servizio negli Ospedali, corrono a ricongiungersi a Casa Madre, dove sapevano bene di
essere al sicuro. Del resto non si può notare senza inspiegabile meraviglia il fatto che
tutt’intorno non si vedevano che macerie, sassi, rovine, distruzioni e quanto può
produrre di confusione e di disordine una simile condizione di cose; mentre varcato
l’ingresso di casa Madre, pareva di trovarsi in altro mondo; e se non era l’affollarsi di
tutti i disgraziati che vi avevano cercato rifugio e il cupo rombo del cannone, lo scoppio
assordante delle granate che prima fischiando passavano sopra la casa, sarebbe proprio
sembrato che la guerra non vi fosse penetrata. Però M. Cecilia, pur col cuore pieno di
abbandono in Dio, pensò alle povere ammalate che trovandosi nei piani superiori della
casa, sentivano maggiormente le scosse prodotte agli scoppi e, in condizioni fisiche
minorate, soffrivano immensamente. Decise dunque la Rev. ma Madre di farle tutte
trasportare in sala di ricreazione. Il pietoso e commovente pellegrinaggio avvenne nel
pomeriggio del 26 ottobre. M Cecilia, col sorriso sul labbro, le seguiva ad una ad una,
queste povere ammalate, le rincuorava; faceva loro capire che se le aveva fatte
trasportare, lo aveva fatto solo per una misura di umana prudenza, ma che lei era

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proprio sicura “che nessuna di esse sarà tocca; patirete certo, ma né le bombe, né le
granate ci colpiranno, no, noi resteremo incolumi”.
La mattina del 27 ottobre M. Cecilia credette opportuno prendere un’altra
disposizione, di trasportare cioè, d’accordo col cappellano della Casa, il SS.mo con tutto
il Tabernacolo nella Cappella di S. Giuseppe, ove nel dì seguente, fu pure collocata la
statua prodigiosa di Rosa Mistica, essendo la chiesa in serio pericolo per gli incendi
scoppiati nelle case vicine.
A giudicare la situazione con occhio umano, si era giunti a tal punto, che ogni
speranza di salvezza sembrava perduta. “Chi non fu in mezzo a quella tragedia –
narrano le Suore testimoni oculari – non può certo farsene un’idea”. Granate di tutti i
calibri cadevano da ogni parte, scoppi formidabili di depositi di munizioni facevano
traballare le case, come per un continuo terremoto, rovinavano tetti, abbattevano pareti,
crollavano soffitti, scardinavano usci, ed imposte e coi loro sinistri bagliori, davano una
visione spaventosa, orribile. Poi le truppe in ritirata, che saccheggiavano negozi e
depositi di vino, e poi una buona parte ubriachi, sparavano colpi di fucile o di rivoltella
all’impazzata, coprivano d’ingombri le vie e facevano rintronare l’aria di grida, di urla
feroci, di bestemmie, cui facevano eco le grida di strazio e di terrore di vecchi, di donne,
di bimbi che fuggivano in cerca di luogo più sicuro, sui monti, nelle trincee, nell’aperta
campagna. Gli arditi poi diedero l’ultimo colpo al tremendo quadro appiccando fuoco
alle case. Cormóns, ad eccezione di pochi vecchi e impotenti, era deserta. E le Suore?
Affidate a Colui che tutto può, si tenevano strettamente unite vegliando e pregando,
sane e malate, vicino al loro Amico e Sposo, loro unico conforto e aiuto, sotto lo
sguardo protettore di Maria SS. Rosa Mistica. E qui ormai eransi rifugiati tutti coloro
che a Cormóns erano rimasti, ad eccezione di quei pochi che presero stanza in Duomo
sorretti e consolati dal degnissimo Parroco. Qui pure furono portati i malati
dell’ospedale che, sconquassati dagli scoppi, erano ormai poco sicuri. Si videro le Suore
condurre su piccoli carretti a mano, accompagnare amorevolmente e a braccio i poveri
malati per le vie della cittadina, che erano tutte travolte e scavate dalle granate che
anche allora continuavano a scoppiare intorno; e tutto questo sotto gli scrosci di una
pioggia torrenziale.
Com’è vero che Iddio non misura le grazie a chi si affida a Lui, specialmente
quando si tratta di aiutare per carità i propri fratelli! Si può dire che il convento era
divenuto una piccola arca di Noè, dove tutti trovavano rifugio, conforto, aiuto. “Ma chi
era che maggiormente brillava per l’ardente zelo di carità evangelica, chi apprestava a

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tutti gli scoraggiati il balsamo dell’incoraggiamento, chi infondeva lena, chi ispirava
fiducia ad abbandonarsi tranquillamente nelle braccia paterne della divina Provvidenza?
Era la M. Generale, che, tutta piena di Dio, quindi piena di carità, dimentica di sé, non
aveva altro pensiero che di essere in ogni luogo, ove era maggiore il bisogno, per
dispensare i suoi efficaci e materni conforti. Si portava di frequente presso le malate,
animandole a confidare in Dio nostro buon Padre; volava con i suoi ottant’anni da un
corridoio all’altro, da una stanza all’altra, scendeva in cucina, in porteria, presso i
ricoverati, per tutto.
Ma il quadro più bello di lei si presentò in cappella dove si portava giorno e
notte, nelle ore in cui più ferveva il bombardamento a incoraggiare tutti, a porre solo in
Dio la propria speranza. Era la mattina del 28 ottobre, ed ecco che dopo alcuni scoppi
formidabili che sembravano fatali, il buon P. Pelca, che era con le Suore, a loro
conforto, impartì loro l’assoluzione in “articulo mortis”, e le poverette tutte prostrate ai
piedi dell’altare imploravano la divina misericordia. La M. Cecilia si mise sulla predella
dell’altare, proprio davanti al Tabernacolo, e come nuovo Mosè, stese le mani
supplicanti, poi sollevatele scongiurò Gesù ad aver pietà di loro e a salvarle, e con
quella fede che trasporta i monti, stette lì immobile sempre con le mani alzate e orò a
lungo chiedendo a Dio a voce alta pietà e misericordia, con formule sempre nuove che
le uscivano spontanee dal cuore fervente di carità. Le Suore a tale spettacolo,
l’ammiravano commosse e ripetevano col cuore quello che lei pronunciava ad alta voce.
Ad ogni tratto poi si volgeva fiduciosa a Rosa Mistica che era collocata al lato sinistro
dell’altare e con lei pure si tratteneva pregando per le sue figliuole. Quindi intonava il
Rosario, che in quelle ore di angoscia formava la loro unica consolazione di giorno e di
notte, alternato con il “Misericordia del mio Dio”; e Dio avrà misericordia, perché al
terzo giorno di quell’angosciosa agonia, la domenica sera, cessò il bombardamento, e
più tardi anche gli scoppi delle munizioni. La pioggia però continuava a dirotto; a notte
inoltrata non s’udiva che qualche colpo di fucileria… anche la pioggia cessò…
comparve la luna… è silenzio perfetto. Prima che le Suore uscissero di Cappella M.
Cecilia si pose nuovamente in mezzo all’altare, davanti al Tabernacolo, si prostrò
inchinandosi profondamente e pronunciò riconoscente: “Grazie, o Gesù, delle Tua bontà
e misericordia; ora tutto è compiuto!” E rivoltasi alle Suore che non erano ancora
persuase, disse: “Ringraziamo il Signore, è cessato il pericolo…”. Dopo la S. Messa si
cantò il Te Deum e si cominciò a respirare. Più tardi, dopo l’arrivo degli austriaci, le
Suore si posero di nuovo all’opera per i feriti, per i malati, per i profughi, che ritornando

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alle loro case non trovavano che rovine e distruzioni. Furono rimessi a posto
nuovamente gli ospedali, e si riprese l’opera di carità; perché, se era passato il pericolo,
la guerra continuava a mietere nuove vite, a seminare nuove rovine!
Intanto M. Cecilia da un lato era soddisfatta perché ora poteva mettersi in
relazione con le sue figliuole di cui ormai da due anni non aveva notizie, disperse
com’erano a Vienna e altrove, d’altra parte si vedeva separata da quelle che la nuova
linea del fronte aveva lasciate al di là. Di qui nuova fonte di pene e di preoccupazioni.
Ma a Cormóns la vita riprese il suo ritmo regolare: la pietà riprese il suo posto; le feste
si poterono celebrare con solennità; vi parteciparono cordialmente popolo e soldati. Così
passarono relativamente tranquilli i primi mesi dell’anno 1918; se non ché altre
preoccupazioni si facevano strada. Fu specialmente in questo periodo che la
Provvidenza divina si dimostrò particolarmente paterna con le Suore della Provvidenza,
soccorrendole spesso in modo prodigioso. E ciò sempre per intercessione del celeste
economo S. Giuseppe.
Un giorno una Suora di cucina tutta affannata disse alla Superiora: “Ora non
abbiamo più nemmeno un pezzetto di legna, fu tutto distrutto ciò che si aveva di vecchio
in casa. Il pranzo è a metà cottura, come si fa”?... “Niente, rispose la Superiora. Ora
passi nella Cappella S. Giuseppe, preghi un “Ricordatevi"…, poi continui a cuocere il
suo pranzo ed abbia fiducia”. La Suora obbedisce. Tosto si sente un po’ di confusione
sotto la finestra della strada, si guarda. Era un uomo che apriva il portone del cortile
lasciandovi passare tre carri di legna, mandati da un buon Capitano con un gentilissimo
biglietto, in cui ringraziava le Suore per aver dato della verdura per la sua mensa, e le
pregava ad accettare in cambio quella legna, non sapendo egli che cosa potesse
occorrere alle Suore. Una Suora ammalata chiedeva un giorno un po’ di minestra,
piuttosto leggera. Che fare ? In quei tempi era quasi impossibile averne. Quand’ecco
arrivare una Suora addetta all’Ospedalino dei soldati, che vi era in casa. Teneva in mano
un pentolino, e domandò se forse occorresse un po’ di buona minestrina. “C’è un
Ufficiale, ella disse, che desidera del latte e non l’abbiamo, vorrebbe farne il cambio”?
Un’altra, ammalata di stomaco, chiedeva un giorno un mandarino. Si mandò a
vedere, ma non se ne trovò in nessun modo. Poco dopo si presenta alla porta una
ragazzetta con quattro mandarini in mano e domanda se forse le Suore ne
abbisognassero.
In casa si era comperato del grano, promettendo di pagarlo appena fosse
possibile. Or ecco che un giorno si chiama la Superiora. C’era l’uomo del grano in

164
parlatorio! Denaro non ce n’è. “Pensaci tu, caro S. Giuseppe”, dice tra sé la Superiora,
ed entra nel parlatorio, e: “Mi spiace davvero, disse essa, un po’ confusa, ma non ho
ancora il denaro per pagare il debito”, e l’altro rispose subito: “Non sono venuto per
quello, anzi tutt’altro; veda, un mio fratello arrivò ieri, portando parecchi risparmi; se
occorressero loro dei denari noi saremmo felici di depositarli qui”.
Un giorno l’infermiera si presenta alla Superiora e dice: “Ho finito proprio oggi
il laudano, e me ne occorre ogni momento, avendo più di 40 ammalati di colera”. Si
ricorre a S. Giuseppe affinché provveda quanto prima. Proprio mentre stanno pregando,
si sente suonare il campanello; la Superiora scende e incontra lungo il corridoio un
soldato (era un Gesuita, il Fratello Clerico), inviato dalla Provvidenza, con una bottiglia
in mano: “Fui col camion, egli disse, a provvedere delle medicine per gli ospedaletti;
pensai che certamente le poteva occorrere un po’ di laudano”. “Oh! messaggero del
nostro caro Santo, esclama la Superiora, e corse a portare all’infermiera la bottiglia con
le lagrime agli occhi, per sentimento di gratitudine verso S. Giuseppe. “Una notte,
scrive la superiora, mi chiamano: quattro individui sono entrati, non so come, nell’orto e
tentavano pure ogni mezzo per entrare in casa. Li vidi dallo spiraglio di una finestra
aggirarsi in cerca di un pertugio. Intanto noi si pregava S. Giuseppe, fintanto che dopo
un po’ se ne andarono. La mattina dopo con nostro spavento e gioia ad un tempo,
vedemmo una scala posta all’angolo della casa, di maniera che, se quegli individui
l’avessero veduta, con tutta facilità avrebbero potuto, da una finestra lasciata aperta,
entrare nel primo piano e da questo girare per tutta la casa. Ma il caro Santo li rese in
quel momento come ciechi”.
Ancora. “Si comperò della legna, continua la Superiora, ed io, mentre col metro
andavo misurandola, mi raccomandavo col cuore al caro nostro Economo perché non
c’era denaro per pagarla, ed il venditore era di un altro paese e doveva partire. Non
finisco nemmeno di misurarla e mi si chiama e trovo il postino che mi presenta un
vaglia. Era proprio ciò che mi occorreva fino all’ultimo centesimo per pagare la legna”.
Quanto sono mirabili le vie della Provvidenza!
Intanto ecco la controffensiva italiana; ecco il cedimento delle truppe ungheresi
e ceche; ecco la ritirata generale. Il 6 novembre gli italiani ripassano senza trovare
resistenza, da Cormóns a Gorizia. Le Suore per parecchi giorni si trovarono sole, senza
medici, infermieri, medicine, cibo, a curare ed assistere intere sale di ammalati e feriti
che erano stati abbandonati dal personale fuggito. Ma le Suore, animate e sostenute
dall’esempio e dalla parola di M. Cecilia, non si scoraggiano, sanno a Chi servono, e

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raddoppiano di lena e durano costanti nella fatica, nelle veglie, nelle molteplici cure che
malattie sì gravi reclamano, specie la cosidetta “spagnola” che in quel periodo mieté
tante giovani vite.
Intanto, dopo il 6 novembre 1918 M. Cecilia incominciò a ricevere notizie dalle
varie case; cessata la guerra, tolta la barriera del fronte, tutte le figliuole poterono
ritrovare la strada per arrivare al cuore grande della Madre che le aspettava.
Fu specialmente nei primi mesi del 1919 che poterono ritornare i vari gruppi di
Suore che erano nell’interno dell’Austria. Si può immaginare la festa della casa e più di
M. Cecilia, che, ottantatreenne, esultava ad ogni figliuola che poteva riabbracciare.
E che gioia il 16 luglio 1919, quando, essendo la festa della Madonna del
Carmine, si poté a Cormóns fare la Professione di alcune Novizie che avevano vestito
l’abito a Marburg! A poco a poco le opere si ricompongono, la fiducia ritorna; il
noviziato si ripopola. Dopo la morte, la vita; dopo il temporale, il sereno. M. Cecilia,
ormai, carica di anni e di acciacchi, vede il rifiorire della sua amata Congregazione e ne
ringrazia Gesù che ne è l’anima e la vita.
Durante la guerra essa non aveva potuto lasciare Cormóns; ma aveva diretto,
come i tempi lo permettevano, la sua Congregazione con le sue lettere, tuttora
conservate, piene di sapienza e di fede. La guerra, con i suoi terribili dolori, aveva
messo alla prova la Congregazione delle Suore della Provvidenza, come nessuna altra
Congregazione, si può dire. Eppure la tremenda prova era stata felicemente superata; lo
spirito infuso nelle Suore era di buona lega e resistette nell’ora dell’esperimento.
Quando le Suore si ritrovarono sotto lo sguardo di M. Cecilia, dopo la dispersione di
quasi quattro anni, ebbero l’impressione che il dolore avesse maturata la loro
esperienza, riconfermata la fiducia nella loro vocazione, e M. Cecilia, guardando alle
sue figliuole, poté ringraziare il Sommo Datore di ogni bene che dalla morte sa trarre
anche la vita. Fu forse questa considerazione che indusse M. Cecilia a pensare alla
rinuncia del suo ufficio? Aveva 83 anni e mezzo, è vero: ma le sue figliuole nulla di
cambiato sapevano vedere in lei. Fu perciò per loro amarissima sorpresa quando si
diffuse la notizia che la Madre sapiente e buona, aveva presentato a Roma, alla
Congregazione dei Religiosi, la sua rinunzia al generalato, un anno prima che scadesse
il tempo del solito Capitolo Generale. Se M. Cecilia poteva pensare ormai di aver finito
il suo lavoro, non erano di questo pensiero le Suore tutte che sentivano fortemente il
bisogno di tanta Madre. Ma forse M. Cecilia, considerando che al seguito di una guerra,
che aveva così profondamente modificato il volto politico ed economico dell’Europa,

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non poteva mancare anche un profondo cambiamento morale, pensò che per questo la
sua Congregazione, che doveva affrontare tempi nuovi, aveva bisogno di nuovi
dirigenti. In altre parole, si credette inadatta a guidare con mano ferma la
Congregazione in mezzo alle nuove esigenze dei tempi nuovi. Forse sentì pure che il
rapido declinare delle sue forze le impediva di visitare, come era allora necessario, le
case, e di seguire da vicino la vita delle comunità e delle singole Suore.
Sono questi, supponiamo, i motivi che hanno spinto la Rev.ma M. Cecilia, a
prendere la grave decisione. Non conosciamo il testo della sua lettera di rinuncia, ma
crediamo di immaginarlo conoscendo la tempra di questa donna eccezionale in tutto.
Non possiamo quindi non ammirare la delicatezza di coscienza, l’amore stesso immenso
per la Congregazione e la grande umiltà che inspirarono il gesto generoso.
La S. Congregazione dei Religiosi, tenuto conto dei motivi addotti nella
domanda ed anche per rientrare nello spirito dei SS. Canoni del nuovo Codice, che
prescrivono il periodico avvicendamento delle cariche nelle Congregazioni e negli
Ordini religiosi, esaudì la richiesta; ma subito a mezzo del Cardinal Protettore S. Em.
Gaetano De Lai, le mandò un “attestato di lode” per il suo prudente e saggio governo di
questi 40 anni, specie durante i recentissimi tempi burrascosi.

49

CAPITOLO GENERALE STRAORDINARIO

Elezione di una nuova Madre Generale.


M. Cecilia, appena ebbe da Roma la risposta che la sua supplica era stata
accettata, informò le Consigliere e le Superiore locali che aveva deciso di indire il
Capitolo Generale per il giorno 24 aprile 1920, per la elezione della nuova Superiora
Generale e delle sue Consigliere; invitò quindi tutte le Capitolari ai SS. Esercizi dal 13
al 29 aprile in preparazione al Capitolo stesso. Obbedendo al comando di M. Cecilia le
Suore capitolari intervennero ai SS. Esercizi e poi, sotto la presidenza di S. A.
l’Arcivescovo Principe di Gorizia Mons. Sedej, si tenne il Capitolo in cui risultò eletta a
maggioranza di voti la Rev. ma M. Elena Zuccolli. Nel pomeriggio del giorno
successivo, M. Stanislaa Lunelli, I° Assistente, alle Superiore adunate lesse la lettera di
congedo di M. Cecilia. Ne diamo il testo nella sua evangelica semplicità.

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I.M.I.
Nell’atto di consegnare la croce, di cui venni aggravata per quasi 40 anni,
ringrazio tutti i membri di questa pia Congregazione ed in modo speciale le Rev. de
Superiore, per avermi sopportata, ed anche, contro mio merito, amata; domando
perdono degli sbagli commessi e per averle in qualche occasione, disgustate: Ad ogni
modo posso assicurare che le ho sempre amate, e nel mio operare, sebbene poco
garbato, ebbi sempre di mira la gloria di Dio ed il bene delle anime e l’onore
dell’Istituto. Ora non mi resta che raccomandarmi alle loro preghiere, tanto viva che
morta, assicurando che io, viva o morta, le avrò sempre presenti. Nostro Signore
benedica tutte e le custodisca nel suo divin Cuore.

Sempre aff.ma loro M. Cecilia di Gesù

La lettera discese nei cuori di tutte le Suore capitolari e ne strappò calde lagrime.
Esse, aderendo al suo desiderio, avevano proceduto alla nomina della nuova
Madre Generale, però Madre Cecilia resterà la Madre veneranda, cui esse ricorreranno
sempre per aiuto e consiglio. “Madre nostra” volle continuare ad essere semplicemente
chiamata. E tale restò per gli ultimi otto anni di vita che Iddio ancora le concesse e tale
resterà per sempre finché l’Istituto vivrà. Ché M. Cecilia si può veramente considerare
come la seconda fondatrice della Congregazione delle Suore della Provvidenza.
Intanto M. Cecilia che cosa farà ora? come si adatterà alla nuova vita? Come
riempirà le sue giornate questa straordinaria religiosa nata per il comando e la
direzione? Convinta di essere nella santa volontà di Dio, si ritirò discretamente in un
angolo, decisa a nascondersi più che le fosse stato possibile per non intralciare l’opera
della nuova Superiora Generale. Chi avesse temuto che M. Cecilia volesse ora
intromettersi in questioni di governo, avrebbe dimostrato di non avere un concetto
esatto della santità, la quale è essenzialmente lo sforzo amoroso di fare in tutto la Ss.
Volontà di Dio. Ed anche quando le buone Suore non potranno a meno di visitarla per
averne una parola di conforto e di consiglio, ora condizionava sempre le sue parole alla
conferma dei superiori, dai quali essa stessa sentiva e voleva assolutamente dipendere.
Ed era bello ed edificante vedere la nuova M. Generale, che si considerava
sempre come una figliuola di M. Cecilia, essere costretta ad esercitare anche con lei la
sua autorità per non vedere santamente disgustata la santa vegliarda. M. Cecilia del

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resto non faceva in questo che mettere in pratica la linea di condotta che sempre aveva
seguito con l’esempio e con la parola. Quando era in alto comandava; adesso che era in
basso, obbedisce. Ciascuno al suo posto, perché questa è la volontà di Dio.
Era naturale che M. Cecilia scegliesse di restare a Cormóns, tanto più che l’età
con i suoi acciacchi le faceva pensare vicino il tempo di prendere il suo posto
nell’Infermeria. Qui a Cormóns quindi continuerà per otto anni la sua vita esemplare
nell’attesa, talvolta impaziente, di quel Paradiso, che sempre era stato la sua ansia e il
suo ideale. La vita a Cormóns continuò il suo ritmo normale, nel silenzio, nel
raccoglimento, nel lavoro, nelle opere di carità; preghiere, SS. Esercizi, Consacrazione
al SS. Cuore di Gesù, che in quell’anno 1920 fu solennemente rinnovata. Ma anche
quest’anno doveva avere le sue grandi prove per la Congregazione. Dapprima la santa
morte della M. Assistente Generale M. Stanislaa, assistita da M. Cecilia che
teneramente la amava.
Ma un lutto ancora più grave doveva avvenire. La Rev.ma M. Generale, di
ritorno dalla visita delle Case dell’Istria, s’ammalò seriamente. Si può immaginare
l’angoscia di tutte e le preghiere che furono fatte. In questa circostanza la Veneratissima
M. Cecilia fu il sostegno e il conforto di tutta la casa. Brevi miglioramenti di tanto in
tanto, aprivano i cuori a sperare, ma subito la cara ammalata peggiorava, finché il 21
gennaio 1921, alle ore 10 e ½ ant. serena e contenta se ne partì per unirsi allo Sposo
fedelmente servito ed amato. Anche questa morì fra le braccia di M. Cecilia che l’assisté
qual vera Madre in tutta la malattia e poi, insieme con la Rev. ma Madre Adeodata,
aiutò le Suore ad accettare la SS. Volontà di Dio.
Nel Capitolo Generale del 27 aprile successivo restò eletta M. Generale la
Rev.ma M. Agnese Delugan, già per 12 anni Maestra delle Novizie. M. Cecilia riprese
la sua veglia in attesa della festa del cielo.
La sua permanenza a Cormóns sarà ininterrotta, salvo una piccola parentesi di
circa 20 giorni che passò a Gorizia. Infatti la Rev.ma Madre Agnese desiderò che M.
Cecilia andasse con Lei a Gorizia, al Noviziato, per esaminare le nuove postulanti già
scelte dalla defunta M. Elena. Dopo rientrò a Cormóns, dove dunque rimase. Qui la sua
occupazione sarà la preghiera e il consiglio sempre largo e materno a tutte le figliuole
che dalla casa stessa o di passaggio, o in occasione del SS. Esercizi ricorrevano a Lei.
Ma già nell’ottobre del 1921 la sua salute cominciò a cedere, il 15 ottobre fu
assalita da dolori, tremiti, vomito. Il medico è preoccupato. Ma lei, la cara Madre, è
serena e contenta; la malattia dura a lungo; le preghiere si moltiplicano a Colui che ha in

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mano la vita e la morte di ciascuno. Il letto di M. Cecilia è divenuto per le Suore come
una cattedra sacra dalla quale vengono impartiti i più edificanti esempi di virtù, specie
di umiltà, di pazienza, di abbandono in Dio. Le preoccupazioni si fanno sempre più
gravi nel corso del mese di dicembre e parte di gennaio. Il 29 dicembre ricevette
piissimamente il S. Viatico e l’Olio Santo. Non parlava allora d’altro che di Paradiso;
sembrava dall’espressione del volto che avesse già la visione del cielo. Poteva ben
guardare serenamente in faccia alla morte Lei, la cui vita era stata un continuo olocausto
a Dio, per il bene dell’Istituto. Ma le buone Suore non sapevano adattarsi a perderla; per
questo fecero dolce violenza al Cielo, e Maria Rosa Mistica, proprio durante la sua
Novena, diede loro un cenno di volerle esaudire, cosicché M. Cecilia il 4 febbraio poté
un po’ alzarsi. Il 22 novembre 1922 M. Cecilia compie 86 anni; è il suo onomastico;
compie anche il 60° anno di vita religiosa. La Comunità di Cormóns, avrebbe voluto
solennizzare queste ricorrenze in modo degno, ma M. Cecilia non volle assolutamente e
convenne ubbidire. Le Suore offersero il sacrificio della rinuncia al Signore, perché in
cambio convivesse ancora a lungo a modello, sprone e conforto la loro Madre. M.
Cecilia è, si può dire, nata con l’Istituto; ne personifica le Regole e le Costumanze:
Iddio dunque la conservi “ad multos annos”
Il 26 febbraio 1923 anche la Ven. ma M. Cecilia poté ricevere la benedizione
dell’insigne reliquia del braccio di S. Francesco Saverio, accolto solennemente in
Convento. In tale occasione avvenne un fatto che vogliamo riportare. Per prepararsi
meglio alla visita della S. Reliquia, anche le ammalate dell’Infermeria ricevettero quella
mattina la S. Comunione. Il M. R. P. Pelca, nel dare la SS. Comunione a M. Gemma, da
più mesi affetta da “spondilite” e sorretta dal busto meccanico, costretta a riposare sopra
una tavola, disse: “Veda che quest’oggi deve lasciare il letto”. Erano tre mesi che non si
muoveva, per calmarle i dolori, che le strappavano grida e pianti continui, bisognava
farle spesso iniezioni di morfina. Il giorno avanti gliene avevano fatte otto. Ebbene, M.
Gemma baciò con le altre la S. Reliquia, ne ricevette la Benedizione e poi
s’addormentò: dormì per due ore di seguito; quando si svegliò non avvertì più alcun
dolore. Che sia guarita?… Chiama l’infermiera e la prega di darle i vestiti. Questa si
mette a ridere…Ma l’ammalata si alza da sola, si fa levare il busto, si veste, cammina,
come da più mesi non poteva fare… Scende le scale…, va a trovare M. Cecilia, poi la
Superiora che era a letto con l’influenza. Stupore in tutti e riconoscenza a Dio e a S.
Francesco Saverio.

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NUOVA MALATTIA DI M. CECILIA

M. Cecilia ha ormai 88 anni. La sua vita è tutta preghiera e buon esempio. Nella
Casa di Cormóns essa impersona la Congregazione, richiama la mite e santa figura del
Ven. Padre Luigi: Iddio la lascia vivere ancora perché nella rinnovazione operatesi nel
dopoguerra innesti il ricordo e la linfa delle sane tradizioni delle origini della
Congregazione. Non ha più ufficialmente nessuna carica; è un perfetto modello di
obbedienza a quelle Superiore che erano state sue scolare e sue figlie amatissime. E’
circondata quindi da tutte, vicine e lontane, da tenero affetto, da venerazione che non è
diminuita con la rinuncia al generalato; la sua salute è oggetto continuo di preghiere e di
sacrifici di mille e mille cuori. Questo spiega la continua richiesta di notizie sulla sua
salute; questo fa capire che ogni Suora desidera di andare a Cormóns a veder la Madre;
ché andare a Cormóns voleva dire andare visitare M. Cecilia; quasi, quasi, fatte le
necessarie proporzioni, come per il cristiano andare a Roma vuol dire andare a vedere il
Papa. E bisogna dire che Iddio, negli otto anni che M. Cecilia passò dopo la sua
rinuncia, spesso permise che la sua salute destasse serie preoccupazioni seguite da
insperate guarigioni. Così avvenne nel marzo 1924. M. Cecilia aveva passato l’inverno
con una salute che per l’età, la debolezza fisica, la malattia per se stessa seria, finirono
per riempire di timore le Suore. M. Cecilia tante volte aveva detto: ”Se mi ammalo non
preghino per la mia guarigione, ma lascino che il Signore compia liberamente la sua
volontà”. E siccome le buone Suore protestavano di non poter obbedire a quest’ordine,
essa aggiungeva: “Verrà tempo che per compassione, supplicheranno il Signore di
prendermi con sé”. Tutta la Casa, come si può ben immaginare, fu in moto in quei
giorni; ed era una gara per vederla, assisterla, ricevere una sua parola e un suo sorriso.
Ma il male continuava inesorabilmente il suo lavoro, tanto che il P. Pelca credette
opportuno amministrarle il SS. Viatico e l’Estrema Unzione. La notizia dell’aggravarsi
di M. Cecilia fu diramata a tutte le case, chiedendo preghiere insistenti, perché Iddio
ancora lasciasse alle figlie una tal Madre: che però in ogni caso si facesse la Sua
Volontà.
Il I° aprile un leggero miglioramento apre il cuore alla speranza. Poi ogni giorno
un alternarsi di aggravamenti e di brevi miglioramenti. Il 4 aprile fu tutto un deliquio. Il

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5 la M. Generale, telefonicamente chiamata da Gorizia, trova la venerata ammalata in
stato allarmante; in sua presenza il P. Pelca le impartisce l’Estrema Unzione, fa la
raccomandazione dell’anima e le dà la Benedizione papale. Finita la commovente
cerimonia M. Cecilia, come svegliandosi a nuova vita esclamò: “Eccomi pronta”. E
serenissima parla del Paradiso come se già lo possedesse. No! Non era ancora giunto il
momento; altri dolori, altre pene l’attendevano; le sue figliuole avevano ancora bisogno
della sua presenza, della sua parola, dei suoi esempi. Ma intanto il suo cuore si fa
sempre più debole. Il 6 aprile fu un continuo susseguirsi di affanni… I piedi gonfi, ma
l’occhio e l’anima in perfetta pace. Le buone Suore hanno l’animo sospeso; quando si
sente muoversi in direzione della camera di M. Cecilia, si teme che sia qualcuno che
venga ad annunziare l’agonia e il felice trapasso. I giorni si susseguono; ora di tanto in
tanto soffre anche moralmente. Il dottore il 10 aprile giudica prossima ormai la
catastrofe. Il 16 alle 4 pom. pare proprio che stia per spiccare il volo. Le si porta il SS.
Viatico in forma solennissima; tutte le suore con candela accesa la accompagnano: chi
può, immagini l’angoscia di tutti! Ma Iddio ancora non chiama. Il 18 aprile, venerdì
santo, c’è un leggero miglioramento che continuò fino al 25, in cui nuovamente la cara
ammalata peggiorò e fu viaticata alle 10 ant. Il 2 maggio il medico dichiara perduta ogni
speranza per intervenuta idropisia generale. Alle Superiore delle case si dà questa
informazione. “La Ven. inferma continua stazionaria, ad eccezione del cuore che da tre
giorni va ognor più infiacchendosi, e questo ci fa stare sempre sospese e timorose. Ma il
Signore la sostenga con la sua grazia e la conforti nel suo tanto patire”. Ora anche le sue
pene spirituali aumentano fino a farla piangere a lungo; è ridotta ad uno stato veramente
compassionevole.
L’11 maggio si tenne a Cormóns il Congresso Eucaristico Decanale, che fu un
vero trionfo per Gesù Sacramentato: grande animazione, grande folla, solenne triduo di
preparazione, processione solennissima durata due ore. M. Cecilia, benché così grave,
vuole essere informata dell’andamento della festa, e certamente il suo letto è divenuto
ancora più veramente un turibolo di profumato incenso che sale all’Ostia Santa collo
stigma del sacrificio. Il 22 maggio il dottore fu abbastanza soddisfatto dell’inferma, la
quale, quando il sanitario stava per allontanarsi, lo richiamò e gli disse: “Sempre ho
pregato per lei, Sig. Dottore, ma in Paradiso lo farò ben di più, perché voglio che anche
Lei ci venga”. Il dottore confuso rispose: “Lei è certa di andarvi; ma io nol merito;
preghi, che sono contento”. “Ebbene, con un atto di dolore si aggiusta tutto”, continuò la
Madre. Il dottore uscì commosso fino alle lagrime. Il 23 e il 24 maggio continuò il

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miglioramento constatato dalla stessa ammalata. La Rev.ma Madre Generale la trovò
proprio benino; così conferma il dottore. M. Cecilia è di ottimo umore, e racconta
barzellette a quanti stanno estasiati dappresso al vederla così ridonata alla vita, ma,
mentre il corpo migliora, purtroppo dobbiamo costatare che la sua mente, forse in
effetto della debolezza, non è più così lucida; anzi nei primi giorni di giugno era in
continuo vaneggio. Oh! quanto allora si pregò dalle Suore perché Iddio conservasse
lucida la mente della venerata Madre! Il 25 giugno fu a benedire l’inferma l’Ecc.mo
Vescovo di Trieste di passaggio per Cormóns. Il primi giorni di luglio passarono colmi
di grandi trepidazioni: M. Cecilia soffriva nel corpo e nello spirito. Spesso era fuori di
sé. Il 17 luglio ricevette l’Olio Santo e la benedizione papale. Ma vi partecipò solo a
brevi intervalli, quando cioè, ripresa la conoscenza, poté capire quel che avveniva.
Verso il 6 o 7 luglio si notò qualche miglioramento; però il vaneggio continuava, e non
si può dire quanto M. Cecilia soffrisse quando nei momenti di lucidità, poteva rendersi
conto del suo vaneggio. Due mesi innanzi però, accortasi quale nuova prova il Signore
richiedeva da lei, dapprima gemette e ne pianse a lungo; ebbe a dire allora che era
disposta a qualunque altro sacrificio, alla morte stessa, piuttosto che essere privata del
dono della ragione. Ma subito si sottomise al volere di Dio, accettando anche questa
rinuncia più grave della morte. Nei primi giorni di luglio il vaneggio era continuo; ma,
cosa mirabile, quando arrivava il confessore, il vaneggio subito cessava, durante la
confessione, per riprendere subito dopo. Questa prova cessò il giorno di S. Gaetano. Il
20 agosto, M. Cecilia, aiutata dall’Infermiera poté lasciare il letto e appoggiarsi sul
seggiolone presso la finestra. Fu in quella circostanza che diede una nuova prova della
sua squisita bontà d’animo. Appena seduta sul seggiolone desiderò che fossero chiamati
alla finestra il vecchio ed ottimo sagrestano Antonio Gall e il bravo ortolano Giovanni
Fain, perché voleva salutarli. Essa aveva saputo che i due valent’uomini si struggevano
dal desiderio di vederla e ossequiarla, più volte avevano fatto arrivare alla venerabile
inferma il loro sincero augurio, ora essa lo voleva anche ricambiare. Il sagrestano,
arrivato sotto la finestra, per la gioia e la commozione non poté trattenere le lagrime,
dolente solo che la sua sposa, assente da casa, non potesse condividere la sua letizia.
Anche l’ortolano fu entusiasta di questo regalo. Né sapevano allontanarsi da quella
finestra donde M. Cecilia li salutava benevolmente con la mano. Ma la gioia comune fu
di breve durata, perché il 22 agosto M. Cecilia fu presa da un così grave sfinimento
generale, che credette vicino il suo trapasso. Alla Suora che le proponeva un’iniezione
rispose: “Perché non lasciano che il male vada per la sua strada?… Faccia il Signore ciò

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che vuole e non stiano ad impedirnelo”. In quei giorni, oltre i dolori fisici, ebbe una
prova ben più grave e dolorosa: la desolazione spirituale alla quale il Signore volle
abbandonarla. Il patire con la sensibile musica della poesia divina, può facilmente essere
chiamato godere: ma il patire senza alcun sollievo, senza alcun bene, nel più completo
abbandono, questo è il vero martirio del cuore; ebbene, questo pure ebbe a provare M.
Cecilia – puro patire – vero purgatorio. Il martirio durò molto a lungo. Ma più mirabile
fu la pazienza di M. Cecilia che lo seppe sopportare con successo.
A poco a poco, nel declino dell’anno 1924, M. Cecilia si riprese fisicamente e
spiritualmente.
E la camera di M. Cecilia diventò nuovamente la scuola di virtù, a cui tutte le
Suore volevano attingere, la méta di pii pellegrinaggi. M. Cecilia riprese il suo ufficio di
Madre e Maestra, che dovrà continuare ancora per qualche anno prima che Iddio
consideri completata la sua missione.
Leggendo la Cronaca della Casa di Cormóns, diventa quasi un ritornello questa
frase: ”le Suore, le Probande vennero a Cormóns e dopo aver adorato il SS. Sacramento,
di aver venerata la taumaturgica Immagine di Rosa Mistica, salirono alla camera di M.
Cecilia per ricevere da lei una parola di incitamento e di benedizione”. Così il 5 luglio
1925 da Gorizia vennero 21 Probande, che visitarono M. Cecilia “la quale conoscenza,
dopo Rosa Mistica, è il principale motivo delle camminate annuali delle Probande”. E
M. Cecilia parlò loro con grande zelo e con ardore per l’osservanza delle S. Regole, per
la pratica della vera virtù.

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MADRE CECILIA PASSA NELL’ INFERMERIA

Durante la sua lunga malattia M. Cecilia era sempre stata nella sua cameretta,
dove tutte le Suore desideravano che avesse da rimanere, per averla più vicina e poterla
più facilmente vedere. M. Cecilia invece espresse subito il desiderio di essere trasportata
nell’Infermeria: ivi infatti sarebbe stata in maggior quiete ed avrebbe disturbato meno
l’andamento della vita comune. Poi avrebbe avuto l’assistenza comune a tutte le
ammalate sia di giorno che di notte, senza che ci fosse bisogno di veglia speciale per lei;
e poi nell’Infermeria le era più facile ricevere con tutte le care ammalate i SS.

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Sacramenti. Per questi motivi, più volte insistette presso i Superiori per esservi
trasportata; ma poi vedendo il dolore delle sue figliuole, taceva e si adattava.
Ma finalmente, verso il 20 agosto 1925, decise di fare il cambio e pregò quindi
la M. Superiora della casa, di farle allestire nella massima segretezza una cameretta; ciò
che in tre o quattro giorni fu fatto. Si combinò che all’indomani, 26 agosto, sul
mezzogiorno, quando le Suore erano tutte a pranzo, M. Cecilia sarebbe trasportata
nell’’Infermeria. Ma forse perché si temeva che la cosa trapelasse, o chissà per quale
altro motivo, il mattino del 26, durante la S. Messa di Comunità, senza che le Suore
s’accorgessero, M. Cecilia fu trasportata nell’Infermeria. Non si può descrivere la
dolorosa sorpresa delle Suore, che uscivano dal coro. Ma così Iddio aveva voluto e
bisognò adattarsi. Intanto M. Cecilia portò, con la sua presenza, grandissima gioia a
tutte le ammalate; quelle che potevano alzarsi vennero a darle il “benvenuto”; invece M.
Cecilia volle visitare, portata su un seggiolone, quelle che erano costrette a letto. La
venerata Madre è ora quieta e felice in mezzo alle sue figliuole sofferenti, per le quali
aveva sempre avuto tanto amore. D’ora in poi M. Cecilia sarà la vera Madre e Maestra
delle ammalate; la sua parola, il suo solo aspetto basteranno a portare in cuori turbati la
serenità, ad offrire a tutte quelle anime la visione del cielo a cui aspirava potentemente.
Anche qui non mancarono le prove del suo spirito. Una delle più gravi fu certamente la
morte santa del venerato Sacerdote Don Massimiliano Pelca, per tanti anni Cappellano
della Casa e Confessore della Comunità. Era l’unica persona che conosceva a fondo
l’anima di M. Cecilia, tanto provata da pene spirituali, tentazioni, desolazioni, e spesso
priva di ogni umana e divina consolazione. Ebbene, quando le fu riferito che Don Pelca
era morto, rivolti gli occhi al cielo, esclamò: ”Avevo solo questo conforto per il mio
spirito ed ora non ho più nessuno; sia fatta, o Signore, la vostra volontà”.

52

LE PRIME MISSIONARIE

La Rev.ma M. Agnese, nelle udienze speciali di cui volle onorarla il S. Padre Pio
XI, si sentì dire dal Vicario di Gesù Cristo che alle Suore della Provvidenza voleva
affidare la grande Repubblica americana del Brasile. Bisogna dire che da molti mesi la
Rev.ma Madre Generale aveva in cuore l’idea di mandare le sue Suore in terra di

175
Missioni nell’America del Sud, ma era un’idea ancora imprecisata e piena di incognite.
Quando poi Pio XI, come ispirato da Dio, ebbe parlato così chiaro, una luce chiarissima
ravvolse il nuovo ideale missionario.
La Rev.ma, sicura ormai della volontà di Dio, si diede attorno subito per
preparare quanto era necessario per la nuova prossima spedizione missionaria. Appena
ritornata a Gorizia procedette alla scelta delle fortunate sorelle che avrebbero dovuto
salpare da Genova il 31 dicembre di quello stesso anno. Le prime Missionarie, prima di
partire, dovevano venire a Cormóns per mettersi sotto la protezione di Colei che la
Chiesa invoca Regina degli Apostoli. Le Suore di Cormóns fecero grande festa alle loro
Sorelle, che erano per partire; festa in Chiesa, prima di tutto, sotto gli sguardi di Rosa
Mistica, ed anche in Comunità, dove le Sorelle partenti poterono, ancora una volta,
esperimentare la fraterna carità che le anima.
Ma uno dei momenti più solenni e commoventi fu l’incontro con M. Cecilia.
Essa pure aveva tripudiato all’annuncio che era volontà di Dio che le Suore della
Provvidenza si dedicassero anche alle Missioni. E le fortunate prime Missionarie non
potevano essere private della benedizione della venerata M. Cecilia, che col suo grande
zelo per le anime le accompagnava. “Quando fui a darle l’ultimo saluto - racconta la
Superiora di quel drappello apostolico – essa stava seduta in letto nell’Infermeria;
appena mi vide, conoscendo il motivo della mia visita, mi benedisse dicendomi: “E’
volontà di Dio che ella parta per le Missioni, vada, il Signore l’aiuterà…Nel mentre le
spuntava sul ciglio una grossa lagrima”. Fu con questa benedizione e con queste lagrime
che le prime Missionarie delle Suore della Provvidenza salparono da Genova sul
Piroscafo “Taormina” alle ore 12 esatte del 31 dicembre 1926. Una nuova pagina di vita
si apriva in quel momento per questa fiorente Congregazione Religiosa.

53

L’ULTIMO ANNO E IL SERENO TRAMONTO

M. Cecilia ha novant’un anni: Iddio le concede ancora grande lucidità di mente.


Essa si prepara alle nozze definitive con lo Sposo divino, che ormai sarà certo vicino.
Intanto la sua vita nell’Infermeria è un perfetto modello di religiosa osservanza.
Per quanto le sue forze glielo consentivano, voleva seguire in tutto lo svolgimento della

176
vita di comunità. Osservava scrupolosamente il silenzio rigoroso dalle 2 alle 3 del
pomeriggio. Quest’ora di silenzio grande è destinata alla meditazione della Passione e
Morte di N. S. G. C.: in essa M. Cecilia non voleva mai prendere alcun ristoro,
nemmeno un sorso d’acqua; quando la prendeva una tosse insistente e veniva invitata a
prendere qualche cosa, rispondeva fra un colpo di tosse e un altro: “Non sono mica
moribonda, posso aspettare fino alle tre”. In tutti i venerdì non voleva mai prendere
nulla fuori di pasto, nemmeno una caramella e diceva: “Almeno astenermi dal superfluo
per riconoscere che è giorno di astinenza”. Quando poi stava benino, allora chiamava a
sè la Suora Infermiera e, per sollevarla un po’, le raccontava qualche episodio. Si
interessava ogni giorno di tutte le ammalate, e quando sentiva che or questa, or quella,
andava aggravandosi, voleva andare a visitarla, portata sulla poltrona, perché non
poteva ormai più camminare. E la sua visita riportava il sorriso della benedizione di
Dio. Quando riceveva qualche dolce o biscotti, conservava il tutto per qualche prossima
occasione; ed allora chiamava intorno al suo letto le Suore che erano alzate e distribuiva
a ciascuna qualche cosetta, ma facendo questo diceva: “Prendete, perché io ho la licenza
di dare a voi e per Voi ho avuto la licenza che possiate ricevere”. Ma non dimenticava
quelle che erano a letto, alle quali mandava ogni tanto qualche regaluccio. Alle Suore
poi, sedute intorno al suo letto, insieme col piccolo regalo, dava anche qualche buon
consiglio condito spesso da qualche lieta facezia.
Temeva sempre di stancare troppo la sua Infermiera; quando sapeva che
qualcuna delle Suore Infermiere non era molto sana e forte, la faceva riposare sul
divano accanto al suo letto ed aveva cura di non disturbarla durante il breve riposo,
neppure se avesse avuto bisogno del suo aiuto. “Quando ritornavo dal pranzo – racconta
una Suora che assistette ad intervalli M. Cecilia – s’interessava se avessi fatta la visita a
Gesù Sacramentato, e mi diceva spesso: “Per tua norma, figliuoletta, prima di venir qui,
va da Gesù, e se proprio non puoi recitare i sei Pater ecc. della visita, recita almeno i 6
Gloria per soddisfare alla S. Regola che dice: subito dopo il pranzo faranno una breve
visita a Gesù in Sacramento. Mi chiedeva se avevo fatto tutte le pratiche di pietà, e se
non le avevo fatte, mi lasciava il tempo di farle”. Che dire poi della sua dipendenza?
Dipendeva dalla Suora infermiera come se fosse stata la sua Superiora. “Posso alzarmi
oggi? E fino a che ora? Che crede che possa mangiare oggi"? E se la Suora rispondeva:
“Madre, resti alzata fino a quando sente di poter stare”: oppure:”Dica lei, Madre, che
cosa vuol prendere oggi, ecc…” Allora risoluta diceva: “ Non deve rispondere così: lei è
la mia Infermiera e quindi lei deve comandare e io devo obbedire; deve dirmi: deve

177
stare alzata fino alla tal ora: oggi mangerà questo e questo; faccia così e io sarò
contenta”. Era stata Madre Generale per 40 anni e Confondatrice della Congregazione.
Un giorno mandò la Suora per le stanze dell’Infermeria a distribuire
l’immaginetta con la novena di Sr Bertilla alle ammalate. Ma venne poi a conoscere che
la M. Superiora aveva più piacere che le Suore pregassero il Padre Fondatore; allora
fece subito ritirare le immagini e la novena dicendo: “Non voglio andare contro
l’obbedienza”. Qualche volta era destinata a vegliarla una giovane probanda: M. Cecilia
soffriva assai per questo, come ebbe a dichiarare più tardi, ma non disse mai una parola.
Sempre poi in tema di umiltà e di dipendenza, anche negli ultimi giorni di vita, chiedeva
alla M. Superiora anche le più piccole cose; persino chiedeva il permesso di slacciarsi la
cuffia quando aveva affanno, di poter accendere la luce di notte quando ne aveva
bisogno, e tante altre piccole licenze; tutto per aver il merito dell’obbedienza.
E la sua pietà? Si può dire che era sempre in unione con Dio. Alla sera pregava
la Suora Infermiera che le prendesse fuori di sotto il guanciale la busta contenente varie
preghiere di sua devozione: le baciava e pregava: fra queste conservava anche una
immaginetta regalatele dal suo Catechista quand’era fanciulla. Come amava la
Madonna, in particolare Maria SS. Addolorata! Ogni giorno poi, specie se durante la S.
Messa della Comunità aveva un po’ sonnecchiato, magari dopo una notte insonne,
diceva che suppliva coll’ascoltare la S. Messa delle 10 che sempre si celebra nella
Chiesa di S. Antonio a Trieste, oppure quella del S. Padre alle 8. Allora si faceva
mettere l’orologio sul letto per vederlo meglio e così regolarsi per accompagnare le
singole parti del Divin Sacrificio; si raccoglieva e si concentrava in quei santi misteri
così che per quella mezz’oretta non parlava, né rispondeva mai a nessuno.
Così edificando col suo esempio quanti l’avvicinavano, M. Cecilia passò l’anno
1927. Quasi sempre calma e serena; nessun segno lasciava prevedere l’imminenza della
tremenda tempesta che avrebbe scossa la sua anima prima della morte ormai vicina.
Infatti, durante i primi giorni del mese di dicembre M. Cecilia fu visitata di notte da N.
Signore con quelle prove dolorose e terribili che Dio riserba solo alle anime predilette:
abbandono, desolazione estrema, tentazioni violentissime. Non si poteva portarle alcun
aiuto, era inaccessibile affatto ad ogni conforto; ebbe proprio a provare le dolorose
agonie del Getsemani e del Calvario senza che nessun angelo scendesse a confortarla. Si
può pensare che nulla fu lasciato di intentato per portarle sollievo, ma inutilmente. La
poveretta era immersa in un mare di dolore, lotte assai terribili. “Vedo il demonio –
diceva alla M. Superiora che cercava di sollevarla – che come leone ruggente mi gira

178
intorno per divorarmi”. Ed emetteva grida strazianti che ferivano dolorosamente le
ammalate e le infermiere.
Alle 2 ant. del venerdì precedente la sua morte, le Infermiere destarono la M.
Superiora, perché M. Cecilia la desiderava. Appena la vide appresso al letto: “Madre, le
disse, sono in preda a tale abbattimento e desolazione che non ne posso più, non ne
posso più”. E piangeva. La M. Superiora allora: “Madre, lei che è sempre stata sì forte
in tante dure prove, che fu sempre così confidente nella bontà e protezione del Signore,
che anzi ebbe come caratteristiche sue virtù la confidenza e l’abbandono in Dio, lo sia
ancora in questo momento”. S’inginocchiò allora presso il letto e si cominciò a pregare;
così fino alle 5 del mattino. M. Cecilia seguiva essa pure le preghiere. Se qualcuno si
avvicinava per parlare alla Superiora, M. Cecilia faceva segno col dito alla bocca di
tacere. Al mattino la S. Messa fu celebrata all’altare di Rosa Mistica per la povera
Madre; in coro furono recitate le Litanie della Madonna; M. Cecilia ne ebbe un po’ di
sollievo. A mezzogiorno circa del venerdì, vigilia della morte - festa dell’Epifania – una
buona Suora ammalata che l’aveva tanto aiutata nei giorni delle terribili lotte, le disse:
”Madre, ora vado in Chiesa a pregare e salutare per lei Rosa Mistica e tutti i Santi
Patroni“. E difatti, con altre ammalate fece un lento e devoto giro di preghiera di altare
in altare, di reliquia in reliquia. Di ritorno la buona Suora corse in camera della Madre e
le disse tutta in festa: “Le porto il saluto di Rosa Mistica col suo bel Bambino. Non è
contenta? Non si sente sollevata”? ”Si – risponde la Madre – ma la Madonna vuole che
patisca ancora”. Era però tranquilla e serena; aveva ripreso il suo abituale aspetto dolce,
buono, e sul piumino che teneva sulle ginocchia segnò con dito: “Addio”. Sentiva
l’approssimarsi della morte.
Verso sera di quel venerdì, festa dell’Epifania, più intensi e più vivi si fecero i
suoi slanci verso Gesù; ed ecco che tutto ad un tratto si mette a battere le mani: “Che
cosa vuole, Madre”?, chiese la Sorella che l’assisteva. “Chiamo Gesù” – risponde la
Madre - chiamo Gesù che venga a prendermi”. E per tre volte continuò a battere le
mani, tanto che fu sentita anche dalle altre ammalate che erano a letto. Alla sera il
Rev.mo Sig. Decano venne a darle l’assoluzione che certo nessuno pensava che fosse
l’ultima, perché la venerata inferma non dava alcun segno di aggravamento. Anzi
sembrava un po’ riprendersi: tanto che la Rev. ma Madre Generale aveva creduto di
potersi allontanare per recarsi a Udine, dove l’attendevano urgenti affari. Invece verso la
mezzanotte sul sabato 7 gennaio l’infermiera di turno s’accorse che la cara ammalata
s’aggravava repentinamente. Chiamò subito l’infermiera e la M. Superiora. Le

179
ammalate, avvertendo l’insolito movimento si alzarono tutte, quelle che potevano. La
Rev. Superiora intonò le Litanie Lauretane e indi subito le preghiere dei moribondi. Alle
ore tre ant., senza alcun movimento, nella massima serenità, M. Cecilia rendeva la
bell’anima al suo Creatore.
Crediamo sia impossibile descrivere il dolore che colpì tutte le Suore ed anche
quanti avevano avuto modo di conoscere la venerata Madre. Appena per la Casa di
Cormóns se ne diffuse la notizia, fu una generale esplosione di pianto: tutte le Suore,
sane e ammalate, erano così abituate ad avere con sé la santa mamma che pareva loro
impossibile che ciò non fosse più. La cara salma fu composta sul suo letto in attesa del
ritorno della Rev. ma M. Generale che doveva arrivare in mattinata. Sul far del mattino
il M. R. Don Desiderio Spagnuol fu invitato a venire a celebrare la S. Messa da
Requiem nella Cappella dell’Infermeria. Vi assistevano tutte le Suore ammalate che
potevano lasciare il letto. Il buon Sacerdote, sentendo intorno all’altare un generale
singhiozzo, volle rivolgere loro, al Vangelo, una parola di conforto: macché!, anche lui,
appena si fu voltato verso le Suore, fu preso da un nodo di pianto e non poté parlare.
Quando discese dall’Infermeria, con gli occhi tuttora pieni di lagrime, ebbe a dire che
non avrebbe sofferto tanto se gli avessero annunziato la morte della mamma sua. Alle
10 circa arrivò la Madre Generale, che una Suora era andata a chiamare a Udine
portandole la dolorosa notizia. La M. Superiora l’attendeva in portineria. Il reciproco
saluto fu uno scoppio di pianto. Si portarono poi subito all’Infermeria, nella camera
dove ancor giaceva l’amata salma; presso di essa pregarono a lungo. Intanto per ordine
della M. Generale si radunava la Comunità per il trasporto della salma nella Cappella di
S. Giuseppe. Fu disposto che la salma fosse fermata un poco in ogni piano per la recita
di un De profundis. Per le scale si recitò il Miserere. Ma quando, arrivata in Cappella, la
Rev. ma Madre avrebbe dovuto recitare l’Oremus, poté solo iniziarlo: ché per la
commozione non poté proseguirlo, sicché dovette un’altra Suora venirle in aiuto.
Intanto furono spediti telegrammi con la triste notizia ai parenti della defunta ed ai
Sacerdoti di maggior conoscenza. A tutte le case poi l’annunzio della morte di M.
Cecilia fu trasmesso con la seguente lettera circolare:

I.M.I.
Figlie carissime in Gesù,
Dio sia benedetto!... - E' giunta l'ora del gran sacrificio!... II Signore ha chiamato
a sé nell'eternità la Ven. ma Madre Nostra ad ore 3 ant. del 7 gennaio.

180
II doloroso pensiero ch' Ella non è più fra noi, ci commuove amaramente, ma ciò
che maggiormente approfondisce il nostro dolore è la conoscenza di quanto oggi
abbiamo perduto. Dio ci aveva dato in Maria Cecilia una Madre ed un modello di anima
forte e sublime nelle doti preclari e nelle insigni virtù della mente vasta, vigorosa, colta;
del cuore effuso a generosità e bontà; della sua arte di governo sapiente, provvido,
fermo, materno; dei suoi atti preparati, compiuti, dominati con vigile, serena e sicura
rettitudine. Pregò, lavorò e si sacrificò in ogni maniera per il bene e l'incremento
dell'Istituto e non le furono eziandio risparmiati dolori e prove, cosicché a buon diritto
potea Ella esclamare: Ho combattuto il buon combattimento, ho terminata la corsa, ho
conservata la fede, ho sempre osservato la mia Regola! Ora è spenta una sì preziosa
esistenza, ma non è spento però né mutò l'esempio che la Ven. ma M. Cecilia ha dato a
noi sue figlie, nei 40 anni che maternamente ci guidò. II Suo esempio chiaro e luminoso
ci camminerà innanzi come astro splendente, per quanto oscuri possano essere ancora i
giorni che ci attendono.
Seguire questo esempio, ecco la promessa che deponiamo ai piedi della Sua bara
quale attestato di sincero e riconoscente affetto, affinché lo spirito Suo viva operoso e
fervido sempre tra noi, ed Ella, se la sua missione quaggiù ha compiuta ce la continuerà
ognora dal cielo, e con questa dolce speranza chiniamo il capo alle adorabili
disposizioni di Dio e pronunciamo generose il "Fiat voluntas tua", ciò che la Ven. ma
Trapassata ripeteva assai sovente in vita e più ancora nella Sua malattia, e questo
abbandono alla divina Volontà Le procurò una morte tranquilla e santa. Il funerale fu
lunedì scorso 9 gennaio alle ore 9 ant.
Pienamente rassegnata al divin volere, benché profondamente addolorata, in
Gesù sempre loro
Aff. ma Madre
Maria Agnese del Crocifisso
Sup. Gen. d. S. d. P.

54

I FUNERALI
La salma di M. Cecilia fu esposta fino al mattino del venerdì 9 gennaio, giorno
fissato per i funerali. Erano nel frattempo arrivate molte persone che avevano avuto

181
qualche debito di riconoscenza verso la Ven. ma Madre. Il M. R. Don Antonio Rosa che
in tempo di guerra aveva fatto il soldato a Cormóns ed era stato aiutato dalla M. Cecilia
per il vitto e l’alloggio, arrivò alla sera della vigilia del funerale. Quando fu vicino alla
cara defunta, le baciò la mano, gliela strinse, se l’accostò alla fronte come se volesse
esserne benedetto; le pose tra le dita il suo Breviario; né poteva staccarsi da colei che gli
era stata più che Madre nel momento di maggior bisogno. Anche la baronessa Locatelli
si fermò a lungo a pregare vicino alla sua cara e diletta M. Cecilia e chiese in ricordo
qualche cosa che avesse toccato la salma benedetta. Una Suora colse dal rosaio della
grotta di Lourdes, il rosaio di M. Cecilia, l’unico bocciolo di rosa che vi fosse in quella
stagione, lo depose tra le mani della salma e poi lo consegnò alla baronessa che lo
ricevette come una reliquia. Al mattino del lunedì nella Cappella S. Giuseppe, - a salma
scoperta - fu celebrata la S. Messa da Requiem, mentre parecchie altre S. Messe
venivano celebrate nella Chiesa di Rosa Mistica e all’Infermeria. Subito dopo, la
venerata salma fu portata nella Chiesa di Rosa Mistica dove alle ore 8,30 il Rev.mo Sig.
Decano di Cormóns celebrò la S. Messa; vi assisteva una folla di popolo d’ogni età e
condizione, venuto a dare l’ultimo saluto alla Madre tanto amata. Era presente anche,
insieme a molti Sacerdoti, il Sig. Podestà di Cormóns con due impiegati del Municipio.
Finita la S. Messa si mosse il lungo corteo che dalla Chiesa di Rosa Mistica trasportò la
salma nel Duomo di Cormóns, dove M. Cecilia aveva ricevuto il S. Battesimo. Dodici
Postulanti in velo bianco e tracolla nera, venute appositamente da Gorizia, ebbero la
invidiata sorte di portare a spalle il feretro. Seguiva la Rev.ma M. Generale con le Rev.
de Consigliere e una cinquantina di Suore. La salma fu deposta nel cimitero di
Cormóns, nello spazio riservato alle Suore della Provvidenza. Così anche in morte M.
Cecilia restò in mezzo alle sue figliuole che tanto aveva amato in vita.

182
III °

FISIONOMIA SPIRITUALE
DI MADRE CECILIA

183
55

La Fede

Dopo la rapida visione della vita di M. Cecilia Piacentini sembrerebbe quasi


superfluo una trattazione a parte sulle Sue virtù cardinali e teologali. Le opere di M.
Cecilia sono di per se stesse così eloquenti; la narrazione storicamente documentata
della sua vita è così chiara, conclusiva, piena, che il lettore, giunto alla santa morte di sì
nobile figura di religiosa, è costretto a dire: “Siamo di fronte a virtù veramente
straordinarie esercitate generosamente in una vita eccezionalmente lunga e ricca di
singolari difficoltà”. Senonché il suo abbondantissimo epistolario, che si potrebbe
opportunamente pubblicare a parte, e la ricca raccolta di episodi raccolti dalla viva voce
dei testimoni che vi hanno assistito e spesso partecipato, ci inducono a questo lavoro di
carattere strettamente ascetico, onde mettere ancor meglio in rilievo questa vita già così
provvidenzialmente mirabile. La traccia che seguiamo è quella tradizionale delle virtù
teologali e cardinali; essa è tenuta la più adatta e, inutile dirlo, la più chiara. Come è
anche superfluo ripetere che ogni particolare qui presentato, è fondato su documenti
scritti originali, o su testimonianze dirette e degne di quella fede umana che ad esse si
vuole e si deve solamente dare.

Parlare della fede di M. Cecilia Piacentini vuol dire parlare di tutta la sua vita; la
sua, infatti, a testimonianza di quanti la conobbero, fu una vita piena, esuberante di fede,
e ciò, si può dire, fin dall’infanzia. Nata in una famiglia, in cui la fede, oltre che norma
di vita pratica era anche nobile tradizione, cresciuta in mezzo a numerosi fratelli, sotto il
vigile sguardo di una madre, che la sventura aveva reso generosa ed eroica, abituata fin
dai primi anni a guardare all’avvenire come ad un dovere da compiere a costo di
inevitabili sacrifici, più che un divertimento, M. Cecilia trovò nel suo ambiente
domestico l’atmosfera più adatta per lo sviluppo graduale e costante dei germi di fede
depositatale nell’anima col santo Battesimo. La soda vigorosa pietà cui la saggia Madre
e poi i vari direttori spirituali l’andavano formando, fu il solido fondamento della sua
fede. Essa, del resto, conobbe prima nella pratica che nella teoria che la perfezione
cristiana è essenzialmente una collaborazione generosa e costante alle successive grazie
di Dio.

184
L’anima che in qualunque stato di vita cerca con tutte le sue forze di cooperare
alle grazie del Signore, è sulla strada sicura della santità. Sulla testimonianza di quanti
la conobbero possiamo affermare che la giovinetta Piacentini comprese ciò e si sforzò di
attuarlo molto presto. Per questo non si creda per carità che Madre Cecilia fosse già
santa fin da fanciulla; no, di certo lei stessa, anche negli ultimi anni di vita, si indugiava
volentieri a narrare aneddoti della sua fanciullezza che denotano la natura ardente, non
sempre frenata, gli allettamenti del mondo non sempre precisamente combattuti e
superati; in una parola, se l’ambiente e l’educazione materna ebbero nella sua
collaborazione alla grazia tanta parte, non si vuol negare che essa abbia dovuto metterci
di suo qualche cosa; anzi è a lei che in definitiva noi dobbiamo attribuire il merito di
aver frenato se stessa, di aver resistito in tempo alle esigenze del cuore, tenero e
sensibilissimo, di non aver sopravalutato i particolari doni di intelligenza e di buon
senso di cui era largamente dotata.
Insomma, se gli altri l’hanno aiutata, fu lei che lavorò sodo e duro, senza tregua,
senza scoraggiamenti per gli inevitabili tentennamenti. Come sempre, anche qui, la
grazia collaborò con la natura ricca di doni, ma spesso riluttante, cosicché quando il
dono della vocazione alla vita religiosa si fece strada nel suo cuore, sano e vergine, tutto
apparve così chiaramente disposto e sapientemente preparato in lei che anche i profani
ne videro subito la convenienza, anzi, la logica conclusione.
Vita di fede che nella religione trovò il suo naturale sviluppo. Iddio visto,
adorato, amato, ringraziato dappertutto, sempre, specialmente quando più duro è il
sacrificio richiesto, più ricalcitrante la natura. Iddio, nei Superiori la cui parola accettava
come parola divina, cui nessuna discussione è possibile; Iddio, negli uguali, verso i
quali, per il dono della vocazione e della fede, nutriva sempre un senso di profonda
venerazione. Iddio nei poveri, ammalati, peccatori, specie negli ultimi, nei più
disprezzati. Iddio, nella sua paterna Provvidenza, che governa il mondo materiale e
spirituale, che nei suoi imperscrutabili decreti permette anche il male morale, da cui sa
trarre anche il bene. Iddio presente sempre in sé e negli altri, nel santo Tabernacolo,
verso il quale irresistibilmente fu sempre attratta anche fanciulla; nel santo Padre e nella
Chiesa docente, verso cui nutriva profonda filiale devozione; nei fratelli tutti, in cui
vedeva, solo e sempre il volto di Gesù. Ma anzitutto fede nella verità che Iddio ha
rivelato e la S. Chiesa ci propone a credere. Fede che si sforzò di avere sempre chiara e
semplice, senza dubbi e incertezze; nutrita da severi studi, accettata con esemplare
umiltà. Fede che presiedeva ai suoi pensieri e alle sue parole, che guidava sempre e solo

185
le sue decisioni. Quante volte, per esempio, dopo di aver lungamente pregato davanti al
Tabernacolo, si alzava e, recatasi al suo tavolo di lavoro, prendeva le sue deliberazioni
con sicurezza affermando: “Dio lo vuole, Dio lo vuole”. Chi l’udì ebbe spesso
l’impressione che Iddio avesse davvero anche sensibilmente parlato alla sua serva
fedele.
Così la sua conversazione, anche quando trattava forzatamente di cose materiali,
senza quasi avvertirlo, veniva trasportata in alto, nel campo dello spirito, dove solo
quelle cose avevano la loro naturale soluzione. Persone laiche e religiose ebbero ad
affermare che M. Cecilia, specie negli ultimi anni della sua vita, era tutta pervasa dal
soprannaturale e che a conversare con lei, si diventava più buoni. Le Suore che la
conobbero durante i lunghi anni del suo generalato, dicono che tutti i suoi atti erano
improntati a fede ardente: “Bastava vederla per infervorarsi tosto e sentirsi come
trasportate in altre sfere”. Bastava vederla a fare la genuflessione!. E’ nella luce di
questa fede che si devono vedere le sue numerosissime lettere di direzione spirituale, le
istruzioni, i corsi di Esercizi Spirituali che lei stessa dettò non una sola volta alle Suore
e alle Superiore, le cure diuturne per l’anima e per il corpo delle sue figliuole,
l’infaticabile zelo per la salvezza delle anime. Perfino le asprezze, talvolta non
sufficientemente frenate del suo carattere forte e autoritario, devono essere misurate e
vagliate alla luce della fede. A lei dunque si può applicare la parola del Salmo: “Lucerna
pedibus meis verbum tuum”. La tua parola è luce ai miei passi”; e l’altra dell’Apostolo:
“Iustus autem meus ex fide vivit”. “L’anima giusta vive di fede”. Ma sarà buona cosa
che passiamo un poco al particolare, onde renderci conto delle varie manifestazioni di
fede della venerata M. Cecilia.

a) Verso la SS. Trinità


La sua fede illuminata e semplice la portava direttamente all’augusto mistero
della SS. Trinità. Ne parlava spesso in pubblico e in privato. A una Suora, scoraggiata e
paurosa del peso della vita religiosa, M. Cecilia consigliò di invocare l’aiuto della SS.
Trinità con preghiera umile e perseverante. Quanto poi era meticolosa nell’esigere che
le Suore facessero bene il segno della S. Croce; con quanta fede lei stessa lo faceva!
Sull’altare del Nazareno fece mettere l’immagine delle tre divine Persone perché le
Novizie ne apprendessero la più grande devozione. Era edificante poi quando al “Gloria
Patri” piegava il capo in segno di riverenza alle tre divine Persone. Era commovente

186
spesso quando alle Suore dava la sua benedizione nel nome del Padre, Figlio e Spirito
Santo.

b) Verso l’Incarnazione, Passione e Morte di N.S.G.C.


Né minore la sua pietà verso il II° Mistero principale di nostra santa fede. Il
Santo Natale le diede occasione, ogni anno per i 40 anni del suo generalato, di fare alle
Suore delle varie Case delle bellissime ed originali considerazioni sul Mistero
dell’Incarnazione. Voleva che le Suore si preparassero con una Novena di preghiere e
più ancora di virtù alla rinascita spirituale di Gesù nel loro cuore. Finché l’età e gli
acciacchi glielo permisero, dirigeva lei stessa il canto del Mattutino di Natale; anzi
voleva che per recitarlo bene le Suore lo provassero in sua presenza qualche giorno
prima. Nella notte santa poi, quando alla mezzanotte, si portava in processione il S.
Bambino, era lei che voleva avere l’onore di tenere l’immagine cara fra le braccia e
quando lo dava da baciare alle Suore sembrava in estasi. Durante le ricreazioni di quei
giorni natalizi M Cecilia raccontava aneddoti e leggende tanto edificanti, di sapore
natalizio. Quando poi aveva l’occasione di scrivere a qualche Suora o a qualche
Comunità dedita a qualche Asilo Infantile, spesso parlava di Gesù Bambino con grande
pietà per invitare ad amare i bambini che, nella loro innocenza, sono vive immagini del
S. Bambino di Betlem. Ma, come per tutte le anime che cercano veramente Gesù, non si
fermava alla grotta di Betlemme M. Cecilia; sapeva che la via del Paradiso era quella
stessa calcata da Gesù e passa per il Calvario. Perciò la sua devozione e pietà verso la
Passione e Morte di Gesù era commovente. Potendolo, faceva ogni giorno l’esercizio
della Via Crucis. Qualche volta lo faceva anche per qualche Suora che non lo aveva
potuto fare. Alle Suore, specialmente per confermarle nella virtù della umiltà, inculcava
molto la meditazione sulla Passione. “Uno sguardo al Crocifisso, diceva, vale molto a
mettere in pace lo spirito”. Per il Crocifisso aveva tratti di particolare tenerezza; per
esempio, quando deponeva la Corona del Rosario aveva cura che il Crocifisso
rimanesse supino. A proposito della sua devozione a Gesù Crocifisso si ricordano questi
due graziosi episodi. Il Rev. P. Pelca, che fu per alcuni anni benemerito Confessore e
Cappellano della Casa di Cormóns, andò un giorno, durante la grande guerra, a Brum,
dove era stato Parroco, per vedere se il suo bel Crocifisso fosse stato ancora salvo. Lo
trovò intatto, ad eccezione di un piccolo guasto alla Croce, allora lo adagiò su di un
carro e con esso alla sera arrivò a Cormóns. Qui nessuno sapeva nulla dello scopo della
sua visita a Brum. Il Rev. De Pelca si recò allora subito dalla M. Generale e “Madre,

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disse, c’è a basso un povero che domanda ospitalità e carità”. M. Cecilia, aprendo le
braccia, disse: “Oh, se è un povero, venga, venga, che gli daremo tutto quello che
abbiamo”. Don Pelca disse allora chi era il grande mendico. Allora, maggiormente
animata, disse: “Dica alle Suore che facciano una bella Processione e con solennità lo
portino a posto. Fu così portato nella sala del Professato; però due giorni dopo si fece
una nuova processione a cui M. Cecilia disse che non avrebbe preso parte, ché non si
sarebbe sentita in forze. Ma quando venne l’ora non poté resistere e con le sue figliuole,
piena di santo fervore, baciò lo Sposo Crocifisso, e poi seguì le Suore che, levato il caro
peso, pregando e con la candela accesa e cantando inni percorsero l’orto più volte finché
lo portarono sopra il grande tavolo della camera comune, ove rimase fino a ché gli si
apparecchiò in coro il posto che occupa ancora oggi. M. Cecilia confessò poi ridendo
che fece tutta quella strada (aveva allora 82 anni) senza accorgersi per seguire il suo
caro Gesù Crocifisso.
Sempre durante la guerra, dal Ricovero di Cormóns, furono portati in Convento i
mobili, per salvarli da ogni pericolo: una Suora portò il grande Crocifisso del parlatorio
alla M. Cecilia, dicendo: ”Madre, Gesù le chiede se lo prende in casa, perché le granate
lo hanno cacciato dalla sua casa”. “Oh, sì, sì, che lo voglio il mio Gesù”, esclamò, e lo
appese presso il suo letto nella stretta. E quando, finita la guerra, fu ritirato, se ne dolse
e disse: “Oh, m’aveva chiesto asilo ed io lo baciavo prima di coricarmi”! Lo baciava il
Crocifisso con un trasporto che rapiva chi la vedeva. Anzi, a questo proposito, una
Suora racconta un episodio che, oltre la devozione a Gesù Crocifisso, mette in luce
anche la grande umiltà di M. Cecilia. La Rev.ma “Madre nostra” era ormai
impossibilitata a muoversi e giaceva distesa a letto. Siamo nel 1926: aveva 90 anni. La
Suora, che era andata a visitarla, le chiese la Benedizione. M. Cecilia, dopo averla
benedetta con il suo caro crocifisso, vi impresse un grosso bacio; ma poi, con semplicità
da bambina, fece notare alla Suora attonita: “Baciando il Crocifisso gli ho sempre
baciato solo i piedi”. Meravigliata, la Suora ebbe il coraggio di insistere: “Madre, Lei
non ha mai baciato Gesù Crocifisso in viso?” “No, rispose, non l’ho mai fatto, sarebbe
troppo ardire, non bisogna avere troppa confidenza in questo”. In così dire, impresse un
caldo affettuoso bacio, ma tanto umile, a Gesù Crocifisso. Né poteva essere altrimenti in
un’anima che aveva acquistato un così alto spirito di penitenza. Sarà questo per M.
Cecilia il più forte argomento per spingere le sue figliuole ad un pratico amore per N.
Signore Gesù Cristo: “Sii forte, sii generosa e servi senza interesse Colui che ti ama di
un amore eterno – forte – generoso - disinteressato. Egli ti amò anche quando era

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flagellato, contraddetto, umiliato, schernito, crocifisso. Fortezza e generosità, dunque”.
Così M. Cecilia in una lettera del 24/11/1892. Ma si può dire che questo è il punto
capitale della sua ascetica religiosa: la Sposa di un Dio Crocifisso non può essere che
crocifissa. Con questa predilezione per la croce di Gesù si capisce l’ardore di M. Cecilia
per le ore di adorazione riparatrici al SS. Cuore di Gesù e per l’Ora santa.

c) Verso l’Eucaristia
La fede e l’amore a Gesù Crocifisso – alla sua Passione e Morte – non può
certamente essere disgiunta dalla fede e dall’amore a Gesù Eucaristia. Il Sacrificio
dell’Altare, come ci insegna la S. Fede – è lo stesso Sacrificio della Croce. Nessuna
meraviglia dunque se M. Cecilia era un’anima eminentemente eucaristica. Il
Tabernacolo era il centro di ogni sua attività. Quando essa si portava ad aprire nuove
case, si preoccupava innanzitutto della Chiesa e del Tabernacolo. “Il Tabernacolo sia
per lei ogni cosa. Verrà la lotta, l’oscurità, l’agonia spirituale. Oh, sia allora stretta più
che può all’amante divino, che ferisce per guarire” (13–12-1894) e ancora: “Teniamoci
strette al Tabernacolo almeno col desiderio. Oh, quanti conforti ebbi io pure da colui
che stessi prigioniero in questo sacro ciborio. Tienti stretta a lui e non perirai mai”. (9-
12-1892). “Felice l’anima che trova ogni delizia in Gesù prigioniero”. (3-3- 1892) Così
a una Suora che le aveva confidato che per vincere scrupoli tralasciava la S.
Comunione: “Con ciò ti privi del vero solo aiuto per vincere le tue inclinazioni,
tendenze, debolezze, tentazioni… il diavolo lo sa e quindi procura di impedire il
rimedio per farla poi più franca. E poi con ciò fai un gran torto a Gesù tuo Sposo, lo
tratti da severo e burbero, mentre è la stessa longanimità, bontà e misericordia. Una
buona mamma compatisce le debolezze del suo bimbo e scusa pure i suoi capriccetti. E
Gesù è mille volte più tenero della più tenera delle Madri”. (4-12-1910) Era questo un
argomento su cui spesso amava ritornare, convinta com’era che una Suora è degna di tal
nome solo se è profondamente un’anima Eucaristica. Così era santamente insistente
quando si trattava di ottenere il SS.mo per qualche Casa della Congregazione; anzi volle
che l’inizio del secolo XX° fosse solennizzato a Cormóns con il permesso verbale
ottenuto dall’Arcivescovo di Gorizia, di tenere il SS.mo in Coro. Che festa si fece a
Cormóns in quella circostanza! M. Cecilia era raggiante di gioia. Quando arrivava in
una Casa, la prima visita era per Gesù in Sacramento e voleva che le Suore facessero lo
stesso sia nell’entrare, sia nell’uscire di casa. Quando arrivava in una città, appena
poteva correva nella prima chiesa trovata aperta a visitare il suo Gesù. Anzi a questo

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proposito racconta una Suora, che spesso l’accompagnò nei suoi viaggi, che M. Cecilia,
appena messo il piede in una chiesa, “sentiva” la presenza di Gesù Eucaristia, oppure, se
non c’era, usciva presto dicendo: ”Qui non c’è il Signore”. Durante il suo lungo
soggiorno romano, nel 1890, per ottenere l’approvazione pontificia delle Costituzioni,
nei tempi liberi da urgenti occupazioni, “M. Cecilia, anima eminentemente Eucaristica,
si sentiva attirata a quelle Chiese dove Gesù era solennemente esposto. Per visitarlo, per
adorarlo, ella non risparmiava fatiche, ogni stanchezza svaniva alla vista dell’Ostia
divina, il suo cuore a quel divino contatto s’infiammava, si sollevava, si elevava, si può
dire, dalla terra al cielo". "E Gesù – continua M. Giuditta che l’accompagnò in quel
viaggio, benediceva gli ardori della sua sposa perché durante il suo soggiorno in Roma
non entrarono in una Chiesa senza poter assistere all’Elevazione di una S. Messa e alla
Benedizione del SS. Sacramento”. Fu durante tale permanenza a Roma che, contro ogni
speranza, M. Cecilia e la sua compagna ebbero il 25 marzo la sorte di assistere, assieme
ad un piccolo gruppo di persone, alla S. Messa privata di Leone XIII e di ricevere dalle
sue mani la SS. Eucaristia. “Il Vicario di Cristo che dispensa Cristo alle anime…,
momento incancellabile, istante di Paradiso”.
Che dire delle feste eucaristiche di Cormóns, in cui M. Cecilia aveva sempre la
parte direttiva per immaginare nuovi espedienti, congegni particolari, onde Gesù
Eucaristia fosse sempre più onorato e amato. E l’amore di cui voleva circondato l’altare
del SS. Sacramento, la pulizia accuratissima dei sacri lini…. Una volta, racconta una
Suora, la sagrestana, tolta la tovaglia dall’Altare del SS. Sacramento la stava ripiegando
senza allontanarsi dalla predella. M. Cecilia che era presente si alzò dal suo posto e
sottovoce: “Se tu avessi invitato a pranzo un gran signore ti metteresti così davanti a lui
a piegare la tovaglia adoperata“? E non era forse per rispetto verso la SS. Eucaristia il
silenzio, il raccoglimento che voleva nel Coro, nel tempo della preghiera? Con fervore
angelico, anche nella tarda età, stava in ginocchio con le mani giunte staccate dal banco
dell’Elevazione fino alla S. Comunione. Parlava volentieri e frequentemente della S.
Messa e del suo valore e diceva che si dovrebbe fare ogni sforzo per non perdere una S.
Messa. Dopo la S. Comunione nessuno avrebbe osato avvicinarla, tanto era soffusa di
raccoglimento. Esortava molto al silenzio dopo la S. Comunione per ascoltare Gesù.
Quand’era indisposta faceva dei veri sforzi per alzarsi e ricevere Gesù. Quando era
giunta qualche notizia dolorosa da comunicare a qualche Suora, aspettava a farlo dopo
la S. Messa e la S. Comunione, perché, diceva, l’anima è allora più forte della fortezza
di Gesù. Né si deve dimenticare che, quando ancora la S. Comunione frequente o

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quotidiana era una rarissima eccezione, anzi da alcune personalità della Chiesa non bene
accetta, M. Cecilia, che pure fin da fanciulla aveva lottato contro la pubblica opinione a
questo scopo, introdusse e zelò tra le sue figlie la pratica della SS. Comunione frequente
e quotidiana. Anche in questo M. Cecilia mostrava il genuino spirito di pietà vera, che
animava le sue direttive. Non è a dire poi quanto esultò quando Pio X° ebbe con
successivi decreti a inculcare la SS. Comunione frequente e quotidiana. Così per tutta la
sua vita. Già da fanciulla quando al Catechista dichiarò che non poteva più attendere la
I° Comunione, poi nella giovinezza e nella lunga operosissima vita religiosa M. Cecilia
giustificò in pieno il titolo che, bambina, si meritò dalle Religiose benedettine che
l’ebbero alunna - di “Angelo della SS. Eucaristia”.

d) Verso la SS. Vergine


Maria SS., Madre di Dio e Madre nostra, corredentrice del genere umano, non
poteva non avere nella pietà di M. Cecilia il posto che le compete sulla base della S.
Fede. Sappiamo pure che Maria SS., oltre che essere causa meritoria secondaria della
grazia, è il modello perfetto di ogni virtù, è anche, secondo una dottrina ormai comune,
la mediatrice universale delle grazie, in modo che “non vi è una sola grazia concessa
agli uomini che non venga immediatamente da Maria SS., vale a dire senza il suo
intervento.
Devozione – cioè dono di sé – vera a Maria SS. sarà dunque offerta
dell’intelligenza, con la venerazione più profonda della volontà, con la confidenza più
assoluta; del nostro cuore col più filiale amore di tutto il nostro essere, con l’imitazione
più perfetta possibile delle sue virtù. Questo piano di devozione mariana, fondato
solidamente sulla santa fede, M. Cecilia attuò per sé dapprima e poi volle attuato anche
dalle sue figliuole nel modo più completo. Non sarà che lo sviluppo della tenera
devozione della fanciulla che si consacra a Maria, che a Maria affida la sua verginale
purezza e poi la sua vocazione e la sua virtù religiosa. Come per Gesù Eucaristia, così
per Maria SS. M. Cecilia sentiva, si può dire, un trasporto quasi istintivo. La pietà con
cui recitava il S. Rosario era spesso oggetto di ammirazione per chi poteva vederla.
Ogni immagine di Maria aveva da lei il suo saluto riverente. E come descrivere l’ardore
di M. Cecilia per la cara Rosa Mistica, la cui devozione in gran parte è dovuta proprio a
Lei? Le feste annuali di Rosa Mistica sono proprio quelle della pietà mariana di M.
Cecilia. Già abbiamo visto M. Cecilia all’opera per la grotta di Lourdes nel noviziato di
Cormóns nel 1882; già abbiamo ammirato la sua pietà nella sua visita alla S. Casa di

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Loreto e poi ai Santuari Mariani di Roma e di altri luoghi. Di Maria SS. teneva una cara
immagine sotto il guanciale e volle che questa immagine fosse posta anche nella sua
bara. Era particolarmente devota di N. Signora del S. Cuore, ne consigliava la novena
alle anime che soffrivano per pene interne. Quando morì M. Giuditta che aveva sempre
tenuto l’incarico della Chiesa di Rosa Mistica, disse: “Fino a che era viva M. Vicaria, la
lasciai fare, ma d’ora innanzi avrò io il compito della Chiesa di Rosa Mistica”. E difatto
finché lo poté fare lo fece con lo zelo che è facile immaginare. Sofferse assai, pur
sottomettendosi prontamente al volere di Dio, quando, nel 1908, la Rev. Curia di
Gorizia rispose negativamente alla domanda di incoronare solennemente la taumaturga
immagine.
Aveva poi una particolare devozione per il S. Rosario e volle che tutte le Suore
all’atto della Professione si iscrivessero alla Confraternita del S. Rosario. Parlava di
Maria SS. con tanta tenerezza che spesso ne era visibilmente commossa; le novene poi e
le feste di Maria SS. volle sempre celebrate con la massima solennità possibile. Fu in
onore di Maria SS. che volle stabilire che le Suore si astenessero dalle frutta il sabato.
M. Cecilia era dunque devotissima di Maria Vergine: la sua devozione era fondata sulla
fede, che pone Maria SS come il passaggio obbligato per andare a Gesù - per Mariam ad
Jesum. – Era pertanto ordinata, fedele, ma insieme fervente e generosa, fatta più di
opere che di parole. A Maria la S. Chiesa applica la parola della Sapienza: “Qui
elucidant me vitam æternam habebunt”. Non si possono queste consolantissime parole
riferire anche alla M. Cecilia, grande devota di Maria SS.? Chiamava Maria col nome di
“Nostra dolcissima mamma del cielo”. Un giorno, parlando della Madonna delle Grazie
di Udine disse che si commuoveva ogni volta che vedeva quell’immagine perché le
ricordava quanto Gesù ci ha amati e quanto si umiliò per noi”.

e) Verso i Santi
Ma dopo Maria SS. M. Cecilia aveva una particolarissima devozione a S.
Giuseppe, Sposo di Maria SS, Padre putativo e custode di Gesù, Patrono della Chiesa
universale. L’immagine di questo Santo volle in tutte le case e in tutte le Cappelle. Era
felice quando lo vedeva onorato nelle chiese e negli stessi capitelli o tabernacoli lungo
le vie. Le feste di S. Giuseppe sia a Cormóns, sia nelle varie Case, volle celebrate tutte
con grande solennità. Si può dire che la vita spirituale della Congregazione della
Provvidenza è tutta impregnata della più confidente devozione a S. Giuseppe. In
particolare è celebrata da tutta la Congregazione la festa del Patrocinio di S. Giuseppe, e

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ciò fin dal I° maggio 1886 quando M. Cecilia, in adempimento ad un voto fatto al Santo
Patriarca per ottenere uno straordinario aiuto, avuta la grazia – ordinò fra le altre cose ad
onore di S. Giuseppe che fosse celebrata con particolare solennità la festa del suo
Patrocinio. “In tale frangente, ella dice nella lettera circolare (1 –5- 1886), altro rifugio
non seppi trovare che ricorrere a S. Giuseppe, facendogli in pari tempo promessa che,
qualora avesse esaudite le mie supplice, tutti i membri della Congregazione gli
avrebbero dimostrato riconoscenza. La grazia fu fatta. Egli esaudì benigno le suppliche
e pria che l’anno spirasse le tempeste calmaronsi, si appianarono difficoltà, si
dileguarono dubbi e parecchi affari difficili furono combinati. Ora dunque conviene
mantenere la promessa che fu: I° Di premettere una fervorosa Novena alla festa del
Patrocinio che cade la terza Domenica dopo Pasqua; II° di digiunare la vigilia di detta
festa tutte quelle che possono; III° di far celebrare il dì della Festa una S. Messa
possibilmente nella propria Cappella e solennizzare quanto più si può tale festività; IV°
di far pubblicare la grazia sul “Devoto”; V° di esporre all’ingresso della Casa – madre
l’immagine del S. Patriarca. I primi tre punti a nome di tutte e per tre anni consecutivi.
Confido che le Rev.de Madri Vicarie avranno zelo di eseguire e far eseguire queste pie
pratiche in onore di Colui che è il nostro Protettore, Padre ed Economo e a cui
dobbiamo tanta riconoscenza; e che tutte le Suore della Provvidenza lo onoreranno con
sincero fervore”…Ciò che doveva essere fatto solo per tre anni, divenne invece una
deliberata e cara pratica che ogni anno si ripete, tanto più che S. Giuseppe continua ad
essere largo di aiuti alle Suore della Provvidenza. E le occasioni non mancarono. Già
abbiamo notato che M. Cecilia a S. Giuseppe affidò il lavoro di compilazione delle S.
Regole e poi l’affare della loro approvazione a Roma. S. Giuseppe salva M. Cecilia e la
sua compagna dal grave pericolo corso durante il viaggio. Egli, come lei stessa racconta
in una lettera a M. Vicaria in data 20 – 7 – 1893, la salva in una paurosa caduta di
carrozza in quel di Orzano. Egli, implorato con ferventi preghiere perché apra il cuore di
qualche benefattore alla carità in una speciale necessità, provvede mirabilmente
ispirando le signorine Doliac di Udine a donare alle Suore la somma di corone
Austriache 10.000. M. Cecilia, parlando di questo straordinario aiuto, disse in una
lettera in data 28 – 3 – 1912: “Al ricevere la sua con quella notizia sorprendente non
seppi che dire, ma mi caddero le lagrime in riconoscenza verso S. Giuseppe e tosto
andai con la Superiora in Cappella per un breve ringraziamento intanto”.
Anche durante il periodo della guerra europea S. Giuseppe fu il rifugio e la
speranza di questa Congregazione. M. Cecilia, appena scoppiata la guerra, affidò a lui la

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vita fisica e la vita spirituale delle sue figlie disperse dalla furia devastatrice e divise dal
fronte di guerra in due parti, impossibilitate a comunicare fra loro. S. Giuseppe fu in
certe gravi circostanze lo strumento spesso prodigioso della Provvidenza di Dio.
A questo proposito vogliamo riportare il seguente episodio, riferito dal Rev. P.
Scaparoni, Salesiano, in un ritiro. “Ero stato mandato dai Superiori a Gorizia per trattare
l’acquisto di un tratto di terreno per erigere una casa, ma incontrai tali difficoltà che mi
perdetti d’animo e mi ritirai sfiduciato. Nel ritorno mi fermai a Cormóns e narrai a M.
Cecilia il poco buon esito della mia spedizione. Ma M. Cecilia mi disse: “Uomo di poca
fede, perché ha dubitato”? Cercò di rianimarmi e poi andò a prendere delle medaglie di
S. Giuseppe e me ne diede una manata dicendo: “Dove lei ha intenzione di fondare
l’opera sparga sul terreno le medaglie, poi cominci le trattative e vedrà che cosa saprà
fare S. Giuseppe”. Rianimato ricominciai le trattative; fu come M. Cecilia mi aveva
detto e tutto andò bene. Se non fosse stata la fede di M. Cecilia io avrei abbandonato
l’affare”.
E insieme con S. Giuseppe, S. Gaetano, sotto il cui nome è posta la stessa
Congregazione delle Suore della Provvidenza. E’ noto che S. Gaetano è detto il Santo
della Provvidenza, perché egli inalberò, in mezzo a un secolo corrotto e infedele, la
bandiera della fiducia in Dio, secondo la parola di Gesù: “Cercate prima il regno di Dio
e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in più”. Volle che i suoi figli, i PP. Teatini,
vivessero solo delle spontanee offerte dei fedeli, mentre essi si dedicarono solo alla
preghiera e alle opere della carità: queste opere poi dovevano pure essere mantenute
dalla Provvidenza. Questo spirito di S. Gaetano, squisitamente evangelico, trovò
risonanza nel cuore del Servo di Dio P. Luigi Scrosoppi e di M. Cecilia che le segui ed
ereditò le direttive. Per cui la Congregazione delle Suore della Provvidenza è sotto la
protezione di S. Gaetano Thiene, Santo della Provvidenza. M. Cecilia ebbe per S.
Gaetano una filiale devozione, volle che la sua festa il 7 agosto fosse celebrata con
solennità non solo dalle Suore ma anche dagli ammalati, dai fanciulli, dai vecchi,
insomma da tutte le persone che dalle Suore vengono assistite nelle opere affidate alla
Congregazione stessa.
S. Giuseppe e S. Gaetano ebbero, si può dire, nel cuore di M. Cecilia un posto
unico; insieme invocati, insieme intervenivano ed intervengono tutt’ora a beneficio
spirituale e materiale delle Suore della Provvidenza e di tutti i loro assistiti.
Aveva inoltre M. Cecilia una particolare devozione a S. Teresa di Gesù, di cui
conosceva le opere e di cui citava spesso le parole; di S. Vincenzo de’ Paoli, di S.

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Francesco d’Assisi, di S. Francesco di Sales, di S. Giovanna Francesca Fremiot de
Chantal, di S. Luigi e di S. Ignazio. Anche gli Angeli Custodi avevano un posto distinto
nella pietà di M. Cecilia: di essi parlava con grande affetto, ne raccomandava la
devozione specialmente alle Suore addette alla gioventù.

f) Desiderio del martirio


Parlando del martirio ripeteva spesso: “Forse questa grazia così grande a noi non
verrà concessa, certo non ne siamo degne! Ma quale felicità poter dare il proprio sangue
per la causa di Dio”. All’inizio della guerra europea si parlava a Cormóns di molte cose
oscure, anche di possibilità di martirio: M. Cecilia, interpellata, rispose: “Conviene
prepararsi anche a questo, se Dio lo vorrà: preghiere, osservanza, abbandono“. Altra
volta parlando del martirio esclamava: “Oh, vivere – morte -; fare il proprio dovere e
poi sarà quel che Dio vorrà; il suo aiuto non mancherà; siamo nelle mani di Colui che
sa, vuole, e può tutto”.
Con quale ardore parlava dei martiri antichi e recenti. Durante la sua
permanenza a Roma nel 1890 ebbe a visitare le Catacombe e poi il sepolcro di S.
Cecilia. Scriveva allora: “Che sante e indelebili impressioni fanno questi santi luoghi,
ove tanti e tante diedero la vita per Gesù Cristo”. E nell’ardore della sua fede si
prostrava sulla nuda terra, e la baciava supplicando le martiri invitte a donare a lei e alle
figlie tutto quell’ardore di santo amore che sempre le sostenne nell’ agone della lotta
suprema.

g) Zelo per istruire le anime nella Fede


Piena di fede com’era, non si può immaginare M. Cecilia se non tutta intenta a
diffondere questa stessa fede fra coloro che la ignoravano. Finché era Maestra delle
Novizie, considerava l’istruzione delle nuove aspiranti come suo primo dovere. Lei
stessa spesso suppliva la Maestra delle Novizie, allo scopo di farne delle Maestre di
Catechismo e le sue istruzioni erano mirabili per chiarezza e ordine. Alle Superiore
raccomandava che procurassero alle Suore una sufficiente istruzione religiosa e che si
prestassero per l’insegnamento della Dottrina Cristiana ai fanciulli. Un giorno venne a
sapere che presso il Convento di Cormóns viveva un ragazzo che, essendo senza capelli,
non andava alla Dottrina perché aveva vergogna di mettersi, in quella condizione,
insieme agli altri ragazzi. M. Cecilia lo fece istruire da una Suora che poi, per evitargli il
rossore, nel giorno della I° Comunione, lo fece comunicare alla finestrina del coretto.

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Le Suore di Cormóns poi, parlano ammirate delle sollecitudini di M. Cecilia per
impedire che tante figliuole andassero al Collegio Protestante di Russic. Del resto quale
altro scopo aveva la stessa Congregazione delle Suore della Provvidenza, se non di
illuminare le anime con la parola e con l’opera per portarle alla fede e alla grazia? I
collegi, gli orfanotrofi, gli asili infantili, gli oratori festivi per la gioventù femminile che
altro sono se non scuole di fede? E queste opere furono la passione di M. Cecilia. E
come era sapiente nell’insegnare lei stessa alle Suore, alle Novizie, alle fanciulle! E
quando le varie Superiore si recavano da lei per riferire sulla loro opera bisognava che
dessero particolareggiata relazione sulle attività a cui erano a capo; ed allora M. Cecilia
non finiva di consigliare, dirigere, spronare a più larga attività, a più zelante
penetrazione, a maggiore comprensione e pazienza per conquistare a Cristo Gesù le
anime, specie della gioventù. Era un’anima eminentemente apostolica, M. Cecilia, ed
anche quando gli acciacchi e le malattie le resero impossibile ogni attività esteriore,
adoperava le armi efficacissime della preghiera e della sofferenza per ottenere alle sue
figliuole grazie e doni particolari di apostolato. “Vedi questa corona?, diceva ormai
novantenne a una giovane Suora che la visitava: io la recito intera per voi, perché
facciate tanto bene alle anime”.
Si capisce che l’amore per la Chiesa si concretava specialmente in una profonda
devozione, in un filiale amore pel Papa, i Vescovi, i Sacerdoti. M. Cecilia parlava
spesso del S. Padre, e lo faceva con accenti infuocati di affetto. Si teneva informata sulla
salute del Santo Padre e ne riferiva alle Suore durante la ricreazione, anzi una volta,
essendo Leone XIII ammalato, rimproverò le Suore perché non si erano curate di
chiedere a Lei informazioni sulla salute del Papa. Così pregava e faceva pregare pel S.
Padre sapendo che il Papa doveva provvedere a tanti bisogni e largheggiare in tante
opere di carità. M. Cecilia pensò di consigliare anche per le Comunità l’Obolo di S.
Pietro. Volle che il ricavato delle calze che faceva nei ritagli di tempo fosse conteggiato
per l’Obolo di S. Pietro. Ed era tanto edificante vedere questa attivissima Religiosa che
pure aveva sulle spalle tanta responsabilità sferruzzare con lena e brio in tutti i più
piccoli ritagli di tempo per aumentare il guadagno per il Papa! “Chissà che capitali”, le
dicevano con ilarità le Suore, arriveranno a Roma da sì fiorente commercio: uova a iosa,
calze a pacchi, ce ne sarà per distribuirne a tutte le cinque parti del mondo”. La buona
Madre rideva, ma le sue mani agilissime continuavano a lavorare per il Papa. Abbiamo
già avuto occasione di rilevare i sentimenti di pietà filiale onde fu pieno il cuore di M.

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Cecilia allorché il 26 gennaio 1890 ebbe la sorte di vedere in S. Pietro il Papa Leone
XIII; e poi quando poté parlare al S. Padre in una udienza semipubblica.

h) Verso la Gerarchia Ecclesiastica


Il suo amore per i Vescovi era poi fatto di sottomissione semplice, generosa,
allegra; di preghiera per loro e per le loro opere. M. Cecilia ebbe nella sua lunga vita di
M. Generale, contatti frequentissimi sia con S. Ecc. Mons. Feruglio, Vescovo di
Vicenza, che venerava qual padre, sia con i Pastori di Udine, di Gorizia, di Trieste e di
Trento Quando qualche Ecc.mo Vescovo arrivava a Cormóns tutta la casa era
mobilitata, per fargli onore, per riceverlo con i riguardi che la sua altissima dignità
richiedeva.

i) Verso il Clero
Non si contano poi gli episodi in cui M. Cecilia manifestò uno straordinario
amore per i Sacerdoti. La stessa fanciullezza di M. Cecilia è tutta orientata verso alla più
profonda venerazione per il Sacerdote. Del resto non poteva essere che così. “Un’anima
così intensamente eucaristica, doveva essere, per così dire, un’anima eminentemente
sacerdotale”. Mentre fu Generale, ebbe innumerevoli occasioni di porgere aiuti spesso
considerevoli a sacerdoti bisognosi. E ciò si verificò specialmente durante la guerra
europea. Vogliamo qui riportare qualche episodio in proposito. Era ammalato il
Sacerdote cooperatore della Parrocchia di Cormóns. I medici gli pronosticavano solo
qualche mese di vita, sebbene egli fosse ancora in piedi. M. Cecilia alla Comunità
radunata per la ricreazione raccomandò di pregare e di offrire sacrifici per ottenere a
questo sacerdote la guarigione. In quell’occasione M. Cecilia ebbe parole di santa
ammirazione per la preziosità della vita di un Sacerdote, sicché le Suore tutte erano
infervorate e fecero quanto suggeriva loro per la guarigione di quel Sacerdote. Una
Suora, di matura età, si sentì inspirata di offrire la sua vita per quel Sacerdote. Com’era
suo dovere, si presentò a M. Cecilia per chiedere il necessario permesso. Ma la Madre
rispose: “Vada e preghi e poi venga domani a ricevere la risposta”. All’indomani disse
alla buona Suora che attendeva la sua decisione: “Ben volentieri acconsento che ella
offra la sua vita per conservare la vita a un Sacerdote, ne vale bene la pena; faccia
quindi la sua offerta, io gliene dò la più ampia benedizione”. Quella Suora, sebbene un
po’ sofferente di cuore, viveva però pienamente la vita di comunità. Se non ché, pochi
giorni dopo, fu chiamata in fretta la M. Superiora perché quella Suora stava per morire

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per una paralisi. Si corse tosto per il P. Confessore. La M. Superiora cercò in porteria il
sagrestano, che corresse dal Padre. Ed “oh! provvidenza“, esclamò; in quel momento
entra quel giovane Sacerdote per il quale la Suora aveva offerto la sua vita. Perché
veniva? Non era solito frequentare la Casa! Fu pregato di salire dalla morente, che
ricevette da lui l’Assoluzione, l’Estrema Unzione e la Benedizione Papale; dopo di ché
placidamente spirò. Il degno Sacerdote nulla sapeva dell’offerta della Suora. Quando lo
seppe, ne restò profondamente commosso e celebrò diverse S. Messe a suffragio della
sua piccola vittima. Egli visse ancora dieci anni durante i quali esplicò il suo zelo
ardente per la salvezza delle anime.
Secondo il genuino spirito della Chiesa voleva Sacerdoti Santi; e soffriva
indicibilmente quando sapeva di qualche Sacerdote che non compiva il proprio dovere.
Un giorno la M. Superiora di Cormóns entrò nella stanza di M. Cecilia, e la trovò tutta
in lagrime davanti a un Crocifisso. Interrogata sul motivo della sua tribolazione rispose:
“Piango al pensiero di quanto soffrirà Gesù per i traviamenti dei suoi Consacrati”. E
continuò un bel po’ a singhiozzare. Così se veniva a sapere che qualche religioso o
religiosa lasciavano la religione per ritornare al secolo, sospirando, diceva: ”Le carte di
proscioglimento dei voti sono il passaporto per l’inferno”. Un’altra volta, nel permettere
a una Suora di recarsi in pellegrinaggio verso un Santuario di Maria SS., le disse:
“Senta, mi saluti tanto la Madonna, preghi per tutti i nostri bisogni, e poi se vede il buon
Sacerdote del luogo, me lo riverisca tanto e gli dica che lo raccomando nelle mie povere
preghiere e che Suor Angelina e le care ammalate tutte soffrono ed offrono secondo la
sua intenzione”. La Suora, arrivata al luogo prefisso, compì fedelmente la missione
datale, e quale non fu la sua sorpresa quando seppe dallo stesso Sacerdote che egli era in
quel luogo in punizione per la sua passata condotta poco lodevole e che appunto la
buona Madre, sapendolo, si era offerta insieme con le sue care ammalate per la sua
conversione ormai felicemente ottenuta.
La sua venerazione per i Sacerdoti era così grande che non voleva che le Suore
entrando in chiesa quando non vi erano funzioni all’altare, si inginocchiassero nel
mezzo della predella dell’altare stesso, perché, diceva: “Quello è il posto del
Sacerdote”. Voleva che le Suore pregassero molto per ottenere alla Chiesa santi
Sacerdoti, perché diceva che i santi Sacerdoti, oltre gli altri benefici, portano anche
quello di suscitare belle vocazioni religiose.
Con i Sacerdoti poi che si prestavano per le case era di una delicatezza
sorprendente; li aiutava in tutto, anche materialmente. Mostrava poi verso di loro una

198
particolare riconoscenza. Per quel che riguardava le sacre cerimonie, le sacre funzioni,
gli orari, si rimetteva a loro completamente. Se qualche volta ebbe qualche dissenso con
sacerdoti o religiosi, sapeva distinguere gli interessi della giustizia, dalla dignità
sacerdotale, esigendo quella con severo rigore, senza per nulla venir meno agli obblighi
imposti dalla dignità. Insomma, M. Cecilia viveva una vita di fede intensa; perciò
sapeva vedere Dio specie nei suoi Ministri i Sacerdoti.

l) Partecipazione alle gioie e ai dolori della Chiesa


Voleva che tutte le Comunità godessero dei gaudi e dei trionfi della Chiesa. Lei
stessa le teneva regolarmente informate con le sue lettere circolari che erano attese e
lette con avidità dalle buone Suore. M. Cecilia, pratica com’era, non si illudeva sui
trionfi della Chiesa, ma su di essi fondava nuove speranze a più ardite conquiste. Ma
come godeva dei gaudi della S. Chiesa, così e con più prontezza di dedizione, soffriva
quando la Chiesa era perseguitata e danneggiata.
Sapeva benissimo, M. Cecilia, che la persecuzione è un fatto continuo nella
Chiesa, che anzi è questo uno dei segni che contraddistinguono la vera Chiesa di Cristo,
l’essere cioè sempre perseguitata. E nelle persecuzioni di cui lei stessa e la sua
Congregazione furono bersaglio, fece vedere la fortezza e la pazienza con cui tutto
tollerava per amore di Dio. Ma, d’altra parte, la finezza d’amore che la legava alla
Chiesa - Corpo Mistico di Gesù – era tanto grande che ogni dolore della Chiesa era suo
dolore, come voleva che fosse dolore anche di tutte le sue figliuole. E’ con questo
spirito che organizzò nella Casa di Cormóns e nelle Case della Congregazione, quelle
magnifiche giornate di riparazione, che poi divennero una felice tradizione.
Quanto ebbe a soffrire per gli insulti lanciati contro la Chiesa docente, il S.
Padre, i Vescovi, i Sacerdoti, negli anni che precedettero e prepararono la guerra
europea 1915 – 1918. Si può dire che il suo cuore sempre in vigile attesa, pulsava
all’unisono col cuore della Chiesa, di cui voleva vivere intensamente le gioie e i dolori.
Quando voleva efficacemente confortare un’anima colpita da qualche sventura,
ricorreva spesso all’idea che ogni nostra passione è un piccolo contributo alla grande
passione della Chiesa – che ciascuno deve completare in se stesso ciò che ancora manca
alla Passione di Gesù, nel proprio Corpo. Così M. Cecilia viveva come devota figlia
della S. Chiesa, Sposa immolata di un Dio Crocifisso.

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m) Per il decoro e l’ornamento della Casa di Dio
Il suo amore per la Chiesa la portava naturalmente a fare ogni sforzo per
decorare ed ornare la Casa di Dio. Il rispetto del tempio, che aveva radicato nel suo
nobile animo fin da fanciulla, inspirò nelle sue figliuole, sicure che ogni bellezza
dev’essere messa al servizio di Dio. Così vediamo M. Cecilia prendersi a cuore
particolarmente la Chiesa di Rosa Mistica a Cormóns, che fu sempre oggetto di speciali
attenzioni, quindi la cura per il rinnovamento dell’altare di Rosa Mistica, per le varie
Chiese e Cappelle della Casa, per le Cappelle del Nazareno e delle altre Comunità, per
l’ornamento delle tante Reliquie e Sante Immagini, specie dei Santi per cui aveva
particolare devozione. M. Cecilia ripeteva spesso che era pensiero costante dei Santi
come pure del Ven. Padre Luigi Scrosoppi, che fosse pur povera la casa degli uomini,
ma ricca, adorna, decorata, la casa del Signore. Era felice quando vedeva addobbata ed
adorna la Cappella. Alle Superiore raccomandava caldamente e, potendolo le aiutava
anche finanziariamente, a comperare qualche oggetto per la cappella col denaro
economizzato nei viaggi, guadagnato con piccole industrie; e lei stessa dava in questo
frequentissimo esempio.

n) Per le Sante Cerimonie


Poveri in casa, poveri sempre, ma ricchi, sempre ricchi in chiesa!
L’abbellimento della Casa di Dio esigeva ragionevolmente una cura speciale per il culto
di Dio, le cerimonie sacre, per il canto liturgico; in generale per tutto quello che S.
Madre Chiesa imponeva per regolare le sacre cerimonie. Era convinta M. Cecilia che
non si poteva onorare convenientemente Iddio disobbedendo alla Chiesa da Dio istituita
Madre e Maestra degli uomini; voleva fedeltà ed esattezza nell’osservanza delle sacre
cerimonie; era su questo puntualissima e rigorosa. Era d’altronde istruita nella sacra
Liturgia e voleva che anche le Suore, specie le Superiore e le addette alla cura delle
Chiese, ne fossero diligentemente istruite. Racconta una Suora che un giorno nella casa
di Cormóns si stava facendo pulizia grande; il SS. era stato portato altrove, il
Tabernacolo tolto dall’Altare era stato invece collocato in un angolo esposto alla
polvere. M. Cecilia, passando, vide il Tabernacolo, lo prese subito tra le braccia con
tutto il rispetto possibile e se lo portò in camera collocandolo nel posto migliore.
Voleva che le Suore avessero il più grande rispetto delle immagini sacre. Una
Suora stava un giorno per uscire dalla camera della Madre quando questa, guardandola
severamente, le disse: “Così si fa? Si parte senza far nulla? Bel modo, questo!”. La

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Suora, sorpresa, non comprende, avendo, secondo lei, compiuto quanto si doveva nella
circostanza: aveva ringraziato, fatto l’inchino alla Madre, aveva salutato, che altro
restava da fare? E stava lì impietrita e confusa. “Ma non vede quel Bambino Gesù, lì sul
cassettone? Orbene, anche a Lui il saluto”. Così la recita delle preghiere doveva essere
fatta adagio, scandendo bene le sillabe senza alterare la voce, d’accordo. Spesso, M.
Cecilia interrompeva le preghiere comuni per fare osservazioni a questo riguardo. Era
esattissima nell’osservanza delle rubriche e prescrizioni della Chiesa e scrupolosamente
vigilava perché fossero diligentemente osservate. Così una volta la Suora sagrestana
aveva collocato sotto il vaso dei fiori dei supporti, così che i fiori oltrepassavano
l’altezza dei candelieri. M. Cecilia, venuta in Coro, fece subito togliere i supporti per
stare alla legge liturgica. Sorvegliava l’ufficiatura perché non fosse né precipitata, né
stiracchiata, si osservasse l’asterisco; girava fra i banchi avvertendo l’una, scuotendo
l’altra. Se chi intonava non lo faceva bene, era lei che ripeteva l’intonazione. Talora si
metteva a sedere vicino a questa o quella Suora per insegnarle a recitare l’Ufficio.
Insegnava che in Chiesa si deve parlare solo brevemente anche ai Superiori, per non
mancare di rispetto al SS.. Una volta un Monsignore aveva regalato una piletta
d’argento da mettersi nella Cappella dell’Infermeria; la Suora sagrestana, prima di
appenderla, volle farla vedere a M. Cecilia, che allora era ammalata all’Infermeria. La
Ven. ma Madre disse. “A me questa cosa non fa nessuna gioia, l’argento sulla porta
mentre sull’altare vi è roba scadente, poveri candelieri di vetro, o di metallo scadente”.
Così M. Cecilia, se desiderava fiori sull’altare, non voleva però fare dell’altare un
giardino, pochi candelieri, pochi vasi, ma tutto bene ordinato, pulito, il più bello
possibile. Si può dire che viveva lo spirito della Liturgia: si poteva notare una differenza
di tono ed anche di argomento secondo che si era in Avvento o in Tempo Natalizio, in
Quaresima o in Tempo Pasquale, in venerdì o in altro giorno della settimana.
Perché la preghiera fosse fatta bene, sapeva scegliere i luoghi più adatti, secondo
le stagioni, dato che il Coro era troppo freddo d’inverno e troppo caldo d’estate. Voleva
che le Suore seguissero fedelmente le azioni liturgiche che si svolgevano all’altare. Una
domenica, durante le S. Funzioni, vide una Novizia che leggeva in un libro. Si alzò
allora dal suo posto e quando le fu vicino: “Metti via quel libro, le disse, ora non è
tempo di leggere, ma di seguire le funzioni della Chiesa”. Diede poi ordine alla Madre
Maestra di proibire la lettura di qualunque libro, anche buono e santo, durante le sante
Funzioni.

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o) Osservanza diligente e dei precetti di Dio e della Chiesa
Com’è facile immaginare, era rispettosissima delle leggi della Chiesa, oltre che
delle leggi di Dio. Voleva che le Suore potessero assistere comodamente alla S. Messa
festiva, né ammetteva eccezioni in proposito; anzi a questo riguardo concedeva anche
alle ammalate, appena lo potessero fare, di lasciare il letto, per ascoltare la S. Messa,
salvo poi a ritornarvi immediatamente. Né era facile concedere che per qualsiasi grave
motivo, le Suore in giorno di festa assistessero solo alla parte essenziale della S. Messa.
Quanto ai digiuni ed astinenze era rigorosissima per sè e anche per le Suore. Anche
quando era ammalatala, vecchia, piena di acciacchi, voleva osservare questa legge:
“Almeno astenersi da quello che è superfluo il venerdì”, diceva negli ultimi giorni di
sua vita: E’ noto che M. Cecilia soffriva assai di stomaco e spesso di notte era
disturbata. Tuttavia non volle mai smettere le sue abitudini di penitenza, specialmente
nei tempi di astinenza e di digiuno. Un venerdì, durante la ricreazione, non ne poteva
più dai dolori. “Veda, diceva la M. Vicaria con la sua amabile franchezza, vuol far di
magro ed ora ne paga il tributo. Benedetta lei e il suo “uovo in tecia”. Alcune Suore, una
volta, forse per mettere alla prova la virtù di M. Cecilia, le scrissero chiedendo qualche
dono per S. Lucia. M. Cecilia rispose: “Nel Sacro Avvento, digiuno e penitenza”; e
mandò alle Suore un cestino pieno di discipline”. Anche riguardo al riposo festivo era
molto rigorosa, non voleva che di festa si facessero nemmeno disegni, immaginette,
fiori per la Chiesa o che si mettesse ordine negli armadi, o che si facessero i conti.
Neppure i pagamenti delle fatture. Una volta, per esempio, in giorno di festa – era un
bel sole dopo parecchi giorni di pioggia – era stata distesa al suolo della biancheria ad
asciugare. Ordinò subito che venisse ritirata dicendo che i laici che potevano vedere non
ne sarebbero stati edificati. Non voleva neppure che in giorno di festa si facessero cose
straordinarie per lenire i suoi disturbi: “Posso bene aspettare domani, diceva, oggi è
festa e portiamo pazienza”. Ebbe spesso a ripetere che era così rigorosa pel rispetto del
riposo festivo in riparazione delle offese fatte al giorno sacro. Sempre in tema di rispetto
del giorno del Signore, M. Cecilia diceva che le Religiose devono stare con la Chiesa
anche riguardo alle feste soppresse: se la Chiesa fa festa, dobbiamo farla anche noi,
sebbene chi lavora non faccia peccato; ma noi non dobbiamo metterci con i secolari. E
ad una Suora che le chiese se potesse lavorare in una di tali feste soppresse, disse:
“Vada via, vada via”.

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p) Le S. Indulgenze
Inculcava molto l’acquisto delle S. Indulgenze. Quando fu a Roma per
l’approvazione delle Costituzioni, presentò al S. Padre una lunga lista di Indulgenze e
privilegi spirituali per la sua Congregazione. Come abbiamo già notato nelle descrizioni
del soggiorno a Roma, l’elenco delle Indulgenze richieste era così lungo, che il Prelato
che lo ricevette, esclamò: “Madonna mia, quanta roba, non le potranno certo ottenere
tutte, il S. Padre ne concede di solito 12 e qui sono 30; però lascino, che domandar è
lecito”. E le indulgenze furono ottenute, con grandissima gioia di M. Cecilia. E che dire
della cura per lucrare le Indulgenze comuni della Chiesa: Perdon d’Assisi, Morti?
Oppure dello zelo per l’acquisto delle Indulgenze dei vari Giubilei intercorsi nella sua
vita? Però mentre inculcava l’uso delle Indulgenze, specialmente per i poveri defunti,
raccomandava l’osservanza delle Regole: “Poco e bene: un atto di dolore perfetto vale
l’Indulgenza”. E spronava le Suore ad agire bene per puro amore di Dio, piuttosto che
per interesse.

q) Lotta contro i nemici della fede


Custode scrupolosa del dono della fede, M. Cecilia aveva in orrore tutto ciò che
poteva, in qualche modo, metterla in pericolo. Quindi la sua cordiale avversione ai libri
pericolosi, anzi si può dire senz’altro che aveva una istintiva profonda antipatia per i
libri moderni. Su questo argomento parlava spesso alle Suore, specialmente a quelle che
dovevano dedicarsi agli studi per l’insegnamento, ed anche alle fanciulle. “Benedetti i
libri dove c’è f per s”, diceva spesso. Diceva che si poteva essere sicuri dei libri che
erano lodati dalla Civiltà Cattolica. Aveva cura che non arrivassero in mano alle Suore o
alle fanciulle giornali o riviste pericolose; si dava premura di togliere dai pacchi i
giornali che li avvolgevano; di togliere dalle scatole delle medicine gli stampati che li
accompagnavano, prima di consegnarle alle Suore o alle fanciulle. Insomma, M.
Cecilia, conoscendo l’arte del demonio, di servirsi della stampa, delle immagini o
giornali per attentare alla fede e alla vita cristiana, si dava da fare per circondare le
anime a lei affidate, di ogni salvaguardia per ovviare a questo pericolo.

r) Fede nel Sacramento della Penitenza


Del Sacramento della Penitenza aveva la stima che conveniva. Già fin da
fanciulla era abituata a considerare la S. Confessione, oltre che come una distruzione del
peccato, come un inizio di vita nuova. E così volle che fosse sempre per sé e per le sue

203
figliuole. Sia come semplice Suora, sia come Superiora era abituata ad osservare un
particolare raccoglimento nel giorno fissato per la Confessione, e così insegnò alle sue
figliuole. Mentre la preparazione era così giunga e meticolosa – altrettanto breve era il
tempo occupato nella Confessione stessa; invece faceva dopo un buon ringraziamento.
Voleva poi che le Suore non parlassero mai di quanto avveniva in Confessionale. Una
volta una Professina disse scherzando: “Oggi a Confessione avevo 16 peccati”; subito
s’accorse d’aver commesso un’imprudenza e guardò M. Cecilia aspettando un
rimprovero; ma M. Cecilia disse: “Beata lei, che sa trovarli”! Un’altra volta si avviava
per la Confessione. Una Suora dice: “Oh, Madre, quanti peccati potrà avere”? E la
Madre: “Eh! i peccati ci sono, ma trovarli è difficile!”.

s) Zelo per la SS. Comunione frequente e quotidiana


Amante com’era di Gesù, era infiammata di un’ardente, inestinguibile desiderio
di riceverlo spesso; magari ogni giorno. Ebbe la sorte di vivere una parte della sua vita
dopo la promulgazione del Decreto di Pio X sulla Comunione frequente e quotidiana.
Quando tale Decreto fu notificato, M. Cecilia esultò di purissima gioia, perché vi trovò
confermato quanto fin da fanciulla, aveva sempre desiderato e pensato per sé e per tutti.
Anche negli ultimi anni s’imponeva grandi sacrifici per restare digiuna e potersi
comunicare. Avveniva spesso che trovandosi in viaggio, restava digiuna fino a tarda
ora, alle 11 o mezzogiorno onde potersi comunicare. E come era triste quando le
riusciva proprio impossibile trovare modo di essere comunicata magari dopo ore e ore
di estenuante digiuno, saziato solo dalla sua inesausta “fame” di Gesù! Era spesso
oggetto delle sue istruzioni, delle sue lettere comuni, o personali, la Comunione
frequente, il modo di accostarvisi con frutto; il ringraziamento che si deve farle seguire.
Quando nel 1915 molti Sacerdoti vennero internati e si presentava il pericolo di esserne
del tutto privati, “Oh!, come faremo senza Gesù”, esclamò – e poi alzando gli occhi al
cielo se ne stette pregando, e il Signore l’esaudì: a Cormóns non mancarono mai né la S.
Messa né la S. Comunione.

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56

LA SPERANZA

a) Grande fiducia della propria eterna salute


La vita di M. Cecilia è tutta pervasa dalla più fiduciosa attesa della eterna
felicità. Anima perfettamente normale, eminentemente pratica, fin da bambina fissò lo
sguardo alla méta cui si propose di tendere con tutte le sue forze. Il suo lento, ma
continuo e progressivo lavoro di perfezionamento morale non è che una faticosa ascesa
verso la felicità somma che è Dio stesso. L’ambiente familiare che trovò nascendo era
saturo di questa spiritualità, specialmente dal momento che la M. Cecilia, sotto il
pungolo di impreviste sventure, seppe ritrovare la fede, un tantino sopita in una vana
ricerca di terrena felicità, - riuscendo subito a vedere la mano paterna di Dio che
colpisce per salvare. Fra le immagini sacre che in Casa Piacentini erano numerosissime,
si trovava anche quella che presenta Gesù in piedi con una verga in mano; in ginocchio,
davanti a lui, un cristiano che bacia la verga che lo ha percosso, e sotto la scritta: “Gesù,
ti amo nella tua giustizia, perché sei buono anche nel rigore e non percuoti se non per
guarire”.
La madre di M. Cecilia realizzò in pieno il programma di vita velato da queste
severe, ma consolantissime parole. E la piccola Ernestina, fanciulla, giovinetta,
studente, aspirante alla vita religiosa, finalmente nella Casa di Dio portata fino al più
alto gradino della autorità, conserverà sempre questa impronta scavatale nel cuore
innocente dalla madre, fatta sapiente dalla sventura. La sguardo fisso alla Patria: il cuore
fermo nel lavoro per Iddio. Come è avvenuto per tutte le anime privilegiate, anche M.
Cecilia avrà le sue ore grigie, avrà le sue pene, specie nell’ultimo periodo della vita,
quando il maligno, permettendolo il Signore, approfittò della debolezza del corpo ormai
affranto dalla vecchiaia per sferrarle furibondi attacchi. Ma è affare di poche ore, di
qualche giorno; la preghiera della fede sostenne la pia Religiosa, che subito, pur in
mezzo alla terribile prova, seppe vedere la mano di Dio, che “colpisce per guarire” e
dice subito amorosamente allo Sposo il suo “Fiat”. Questa serena speranza, che illuminò
tutta la vita di M. Cecilia, le rese santa e invidiabile anche la morte che le apriva le porte
dell’eterna felicità.

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b) Apostolato della Speranza
M. Cecilia, formata dalla mano sapientissima di Dio, divenuta maestra e madre
di altre anime, doveva, vorrei dire, quasi naturalmente, imprimere in esse la sua
immagine. Abituata a vedere Iddio ovunque, specialmente nelle prove e nelle croci, a
questa insuperabile scuola di amore crocifisso, essa vorrà plasmare le anime da Dio
affidatele. Sarà dapprima con le fanciulle sue compagne, nel mondo, poi con le sue
consorelle novizie, con le fanciulle degli oratori e dei collegi, e finalmente con le stesse
Spose di Cristo cui per 40 anni sarà esempio e sprone a maggior perfezione per il
raggiungimento della felicità.
Le Suore che più la conobbero a fondo, sono unanimi nell’affermare che M.
Cecilia con la serenità del suo volto, con la forza incisiva della sua parola, con la intensa
spiritualità che traspariva dalla sua persona, era un potente continuo richiamo al
Paradiso. Quante anime turbate, inquiete, terrorizzate, decise a retrocedere, a tradire la
vocazione, appena entrate nella camera di M. Cecilia, si sentivano trasformate,
infiammate, rinfrancate per sempre!
Talvolta perfino avveniva che M. Cecilia per prima intuiva le interne lotte delle
anime e con una parola le consolava. “Pensate alla preziosità della vocazione,
all’eternità felice, che ci aspetta se vi corrispondiamo bene; saremo felici per
un’eternità. Le anime vergini in cielo seguono sempre l’Agnello immacolato. Il
desiderio di essere anche noi in questa schiera deve sempre più animarci nell’esercizio
della virtù. Ricordatevi che per andare in Paradiso bisogna soffrire molto nell’anima e
nel corpo… Se noi conoscessimo la bellezza e la gioia del Paradiso non avremmo paura
di patire per meritarcelo”. (Parole di M. Cecilia a un gruppo di Probande nel 1925). Si
può dire che questo sia il succo di tutta l’opera spirituale di M. Cecilia. Lavorare,
pregare, soffrire, per il Paradiso.

c) Disprezzo per le cose del mondo


Proporzionato alla sua illimitata fiducia nella Provvidenza di Dio, era il
disprezzo delle cose di questo mondo. Sapeva che il primo gradino della perfezione è
l’abbandono generoso e totale di tutta la roba: “Va, vendi quello che hai e dallo ai
poveri”, aveva detto Gesù. M. Cecilia, su questa via della santità aveva davanti a sé,
accanto a modelli che la Santa Chiesa ha elevato all’onore degli altari, la forte e chiara
figura di P. Luigi Scrosoppi. Questo suo totale distacco, anzi disprezzo delle cose del
mondo, oltre che alla roba, era rivolto a tutto quello che il mondo suole stimare: onori e

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ricchezze. Abbiamo già avuto modo di notare il fatto che M. Cecilia non aveva
permesso che le sue figliuole celebrassero con esterne manifestazioni le varie ricorrenze
della vita religiosa. Nell’occasione poi del suo Cinquantenario di vita religiosa, un
sacerdote pubblicò poche parole su un giornale. M. Cecilia ne rimase spiacentissima ed
ebbe parole di vero rincrescimento per questa inutile pubblicità sulla sua vita. Così non
si dimostrò affatto soddisfatta quando qualche Suora riceveva qualche onorificenza
civile. Una giovane Probanda un giorno le disse ingenuamente: “Madre, mi hanno detto
che sono bella”. “Figlia mia, ricordati che anche gli asini sono belli, quando sono
giovani”. Una Suora scrivendo la prima volta dal luogo da cui da poco era arrivata,
disse: “Madre, qui il clima mi è molto confacente; pensi che peso più di un quintale”.
M. Cecilia rispose prontamente: “Più fortunata M.…, morta ieri, che era tutta pelle e
ossa, e quindi ha dato meno da mangiare ai vermi”. Una Suora scrivendole fece
l’indirizzo ”alla moderna”. M. Cecilia la corresse. Un’altra Suora scrivendole la chiamò
”Rev. ma Madre; M. Cecilia la chiamò, gettò a terra la cartolina e calpestandola disse:
“Così ai titoli”. Per inculcare nelle giovani Suore l’idea del nulla della vita umana, M.
Cecilia, un giorno in cui era avvenuta la Professione, condusse le giovani Professe, con
la testa ancora inghirlandata di fiori, nella camera mortuaria dove era esposta una morta.
“Ecco, disse, o figliuole, come diventiamo. Se questa religiosa ha fatto tutto bene, ora è
a godere; viceversa, sarà in Purgatorio ad espiare i suoi mancamenti”.
Avremo occasione di parlare in seguito della sua umiltà e della sua povertà:
queste due virtù sono le compagne inseparabili del disprezzo delle cose del mondo.

d) Serena fiducia nelle prove dell’Istituto


Le opere di Dio crescono a poco a poco in mezzo a grandi prove. Anzi sono
proprio queste il segno della predilezione del Cielo. Anche la Congregazione delle
Suore della Provvidenza doveva avere le sue tribolazioni; quando poi si considera che
cosa fu M. Cecilia per più di 50 anni per la Congregazione delle Suore della
Provvidenza, si comprende che i dolori e le tribolazioni della Congregazione si possono
identificare con i dolori e le tribolazioni di M. Cecilia. Erano incomprensioni da parte di
Superiori laici ed ecclesiastici; erano strettezze economiche contro cui tanto spesso ebbe
a lottare; erano aperte persecuzioni contro qualche opera dell’Istituto da parte di settari
o di persone mal intenzionate. La stessa tremenda prova della guerra europea che spezzò
in due tronconi l’intera Congregazione; e ciascun troncone poi stritolò per tre anni in
mezzo a un mare di disagi fisici e morali. Eppure M. Cecilia, ancorata nella sua

207
speranza in Dio, in Maria SS., in S. Giuseppe e S. Gaetano, mai si lasciò abbattere; e se
nelle sue lettere c’è talvolta tra riga e riga qualche accenno a protesta o insopportazione,
è affare di un istante; immediatamente l’aquila che si era un attimo indugiata nel bosco
della pianura, riprende il dominio del cielo terso e puro, dove la visione di Dio è più
spontanea, l’abbandono in Lui quasi istintivo e normale. I suoi scritti, indirizzati alle sue
collaboratrici, o anche a semplici Suore, sono riboccanti di questa filiale e serena
certezza che Iddio, quando lo giudichi opportuno, interviene immancabilmente - anche
con miracoli – a premiare la speranza di chi confida in Lui.
Altrove abbiamo avuto occasione di accennare che non è fuor di luogo parlare di
miracoli, che sarebbero venuti a confermare la speranza di M. Cecilia in mezzo a tante
tribolazioni. Chi non ricorda la lunga trepida attesa della conferma pontificia delle
Costituzioni? Eppure mai sfuggì a M. Cecilia una parola di rammarico o di biasimo;
anzi animava tutte le sue figliuole dicendo “che Iddio al momento opportuno avrebbe
messo a posto ogni cosa”. Nelle lettere di M. Cecilia diventarono pertanto dono di Dio
le tentazioni, le malattie, le disgrazie economiche, le stesse defezioni della vita religiosa.
Tutto vi è visto sotto il prisma della paternità di Dio, che ogni cosa dispone a maggior
bene delle anime predilette. Anche in mezzo alle più desolanti umiliazioni, con un
poderoso colpo d’ala, solleva se stessa e gli altri alla visione della felicità eterna, ove
“né lutto, né pianti, né alcun dolore“, ma tutto sarà felicità nel possesso di Dio.

e) Tutto per Iddio


Il pensiero del Paradisio, così abituale a M. Cecilia – era la meta di ogni suo
desiderio. Il Paradiso, cioè il possesso, la visione beatificante di Dio. Possiamo
affermare che M. Cecilia, quando ancora era nel mondo, anzi appena fanciulla, ebbe la
forza e la grazia di affissare il suo sguardo in Dio, come era stata sapientemente
educata. Dimodoché, quando divenuta Suora e poi Superiora Generale, ebbe
lungamente a lottare per porre in ceppi il suo focoso temperamento, non durò invece
grande fatica a dirigere costantemente le sue azioni a Dio. Né si deve credere che le
siano mancate a questo riguardo le tentazioni; l’altissimo ufficio a cui fu unanimemente
innalzata, la stima grandissima di cui era fatta segno da parte di prelati, di laici, di
Suore, il concetto di santità in cui era tenuta, specie nella seconda parte della sua vita,
potevano essere, ed erano di fatto, un continuo attentato alla sua modestia; ma, come
vedremo a suo luogo, M. Cecilia non esitava a trovare la via giusta che si poteva

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compendiare nella frase del Salmo: “Non nobis, Domine, non nobis; sed nomini tuo da
gloriam”. Non a noi, Signore, non a noi; ma al tuo nome sia gloria.

f) Mirabile pazienza
Abbiamo già avuto occasione di notare che la spiritualità di M. Cecilia era
l’attuazione pratica della parola di S. Paolo: “Io non voglio gloriarmi d’altro che della
croce di N. S. G. C. per cui il mondo è crocifisso a me ed io al mondo”, ed ancora: “Io
non voglio sapere altra cosa se non Gesù Cristo Crocifisso”. E in verità, pur sentendo il
peso della sua carne, i difetti della sua natura, le responsabilità del suo ufficio, era
sempre, specie negli ultimi anni del suo generalato, di una serenità che si sarebbe detta
imperturbabile. Solo di fronte al peccato non confessato con umiltà si sentiva ardere di
santo sdegno e prorompeva in parole e frasi degne dei più grandi apostoli di Dio. “Noi
siamo religiose per essere crocifisse”, ripeteva. “Ancora un poco di lotta, diceva a una
Suora che le manifestava il proprio scoraggiamento, e poi la vittoria in Dio”. Si
commoveva invece e piangeva per i peccati degli uomini, specie se Suore o Sacerdoti.
“Ma lasci che s’arrangino, l’hanno voluto, che se la cavino loro”, disse un giorno
l’infermiera, vedendo M. Cecilia tutta in lacrime perché aveva saputo di certi disordini
avvenuti per colpa di alcuni sacerdoti. M. Cecilia la sgridò per questo.
Se si può parlare di un luogo comune nelle lettere e nelle conversazioni di M.
Cecilia, questo è il pensiero della speranza del Paradiso. Era il cavallo di battaglia per
sollevare ogni miseria morale o fisica. Già abbiamo potuto notare la potenza
consolatrice delle sue parole: le anime, anche turbatissime, si allontanavano da lei
serene e pronte a nuovi sacrifici.
M. Cecilia fu madre nel senso più nobile di questo termine. Dovunque passò
fece del bene. Aveva il potere straordinario di far tornare il sorriso sulle labbra e nel
cuore. Ma non ricorreva a mezzi umani per questo: era la virtù della speranza che in lei
aveva sollevato a sublime altezza la natura, che le serviva di trampolino per avvicinare
le anime a Dio. In questo, lo si comprende subito, la speranza fondata su una fede
incrollabile si esercita attraverso alle opere della carità soprannaturale. Pertanto, quando
tra breve avremo occasione di parlare della carità di M. Cecilia, non faremo che vieppiù
mettere in evidenza anche la virtù della speranza e della fede insieme.

209
g) Come tollerava le malattie e i dolori
La speranza che infondeva negli altri che fossero in mezzo alle tribolazioni, era
per lei stessa il più efficace mezzo per tollerare le proprie miserie fisiche e morali. Già
nella descrizione della sua vita abbiamo dovuto sottolineare la sua invitta pazienza, la
sua eminente serenità, anzi spesso la sua generosa riconoscenza al Signore, quando il
dolore spirituale e corporale più la torturava. Né crediamo ci sia bisogno di maggiori
argomento allo scopo.

h) Desiderio di Dio
Il desiderio del Paradiso, così accentuato in tutta la vita di M. Cecilia, divenne
prepotente negli ultimi anni, quando, ormai fiaccata dagli acciacchi, pensava di essere
vicina al premio. Le persone che l’assistevano nelle varie tappe della sua lunga
infermità degli ultimi anni, attestano che M. Cecilia non mostrava alcuna gioia quando
avveniva in lei qualche miglioramento; anzi, esprimeva spesso un doloroso stupore, una
filiale lagnanza con Gesù che procrastinava così il suo arrivo. E con quanta insistenza
scongiurava le sue figliuole a non pregare per la sua guarigione, ma a lasciare che la sua
malattia si svolgesse naturalmente. “Lasciatemi andare, diceva implorando, lasciatemi
andare”. Beata lei, che aveva così grande in cuore la certezza della eterna beatitudine.

i) Desiderio di patire per l’eterna beatitudine


Possiamo asserire senza tema di smentita, che tutta la vita di M. Cecilia non fu
che una continua ricerca di mezzi per guadagnarsi il Paradiso; i mezzi le vennero dalle
noie del suo alto ufficio, dalla delicatezza della sua natura, dalla cattiveria degli uomini.
Spesso era un lavoro intimo, segreto con cui M. Cecilia affliggeva il suo corpo ed il suo
spirito in vista del premio eterno. Talvolta però, nonostante le astuzie cui ricorreva per
celarsi, le sue figliuole scoprivano il segreto intento della loro Madre e ne restavano
ammirate ed edificate. “Ora la croce pesa, scriveva M. Cecilia, ma poi la corona non
peserà lassù in Paradiso”, e ancora: “Il suo povero cuore – scrive a una suora per
confortarla – è sotto il torchio e Gesù stringe, stringe per farne uscire tutto ciò che non è
conforme al suo puro amore …la vittima oltreché pulita deve essere anche
scorticata…quando il suo cuore sarà purgato a quel grado che Gesù pretende, troverà in
se stessa la felicità, il gaudio, la pienezza di ogni soddisfazione”. M. Cecilia ha qui
tracciato la sua fisionomia spirituale: instancabilmente, sapientemente moltiplicare i
mezzi di sacrificio onde “rendere sempre più certa la propria felicità in cielo”.

210
Veramente, M. Cecilia credette di ricevere più volte la notizia della sua morte
vicina. Ricevette più volte gli ultimi Sacramenti e dichiarò che ormai se ne andava. E
difatti le Suore, che tanta violenza facevano al cielo per trattenere in terra la madre,
ebbero più volte una chiara percezione che solo in seguito alle loro insistenze Iddio
manteneva in vita M. Cecilia. Gli ultimi anni di vita, come il suo terreno trapasso
all’eternità, sono contrassegnati da una vigilante, impaziente attesa dello Sposo. La
Parola di Paolo: “Desidero essere sciolto dalla morte per vivere con Cristo”, che fu, si
può dire, il programma di vita di M. Cecilia, non fu smentito mai, tanto meno quando
essa era prossima alla sua conclusione e l’anima bella della Madre conobbe di essere
ormai vicina alla Patria. Già abbiamo parlato del sogno o forse della visione del
Paradiso che M. Cecilia ebbe all’inizio del suo generalato e che servì mirabilmente a
confermare il suo spirito immerso in mille trepidazioni. Lo raccontò lei stessa, ormai
novantenne alla sua infermiera; né sarebbe azzardato sospettare che di tali sogni o
visioni altre volte Iddio abbia deliziato la sua fedelissima Sposa; ma non ci possiamo
trattenere dal ripetere le sue parole di conclusione: “In seguito gustai gli ineffabili
gaudii del cielo circa tre mesi…Poi ritornai alla terra, ma il pensiero del Paradiso valse a
sostenermi nelle preoccupazioni, pene, dolori che certo non mancarono nel mio lungo
generalato. Così anche tu, figlioletta mia, abbi nelle varie difficoltà della vita, presente il
pensiero dell’eterna felicità, che ci attende lassù, ove non ombre, non tristezze, non
separazioni, non lotte, ma un gaudio senza fine”. Quale magnifico compendio ha dato
della sua stessa vita M. Cecilia con queste parole!

57

LA CARITA’

a) Verso Dio
S. Tommaso d’Aquino, compendiando la dottrina della S. Scrittura e dei Padri,
insegna che la perfezione consiste essenzialmente nell’amore di Dio e del prossimo
amato per Iddio.
“La perfezione della vita cristiana per sè, ed essenzialmente, consiste nella
carità, principalmente verso Dio, secondariamente verso il prossimo. (Sm. Teol. IIa IIna
q. 184. a.3). Ma siccome l’amore di Dio nella vita presente, non si può praticare senza

211
rinunziare all’amore disordinato di se stessi – cioè alla triplice concupiscenza,
praticamente all’amore bisogna aggiungere il sacrificio. Amore e sacrificio – il
sacrificio di sé, anzi come prova d’amore. Ecco sintetizzata la vita di M. Cecilia. Oh! le
ardenti aspirazioni in cui spesso prorompeva nelle sue istruzioni, nelle sue
conversazioni, nelle sue lettere! “Oh! amalo questo Sposo dilettissimo che ci ha tanto
amato”!
Chi potrà mai penetrare la profondità di amore con cui M. Cecilia effondeva il
suo cuore nel Cuore SS. di Gesù nelle lunghe ore di adorazione che di giorno ed anche
di notte – pure nel turbinio di una straordinaria attività – faceva così spesso? Le Suore
che poterono assistere quando M. Cecilia parlava dell’amore di Dio, ne riportarono una
incancellabile impressione.
Non ci possiamo trattenere dal riferire una di queste esortazioni tenuta in
occasione del Ritiro mensile del Gennaio 1909; è un riassunto fatto a memoria da una
Suora che vi assisteva.
Esortazione della Rev.ma M. Cecilia nel Ritiro di Gennaio 1909
a) Iddio porta a ciascun’anima un amor eterno, disinteressato, forte, e generoso.
Egli fin dall’eternità mi ha amata, deve dire ognuna, senza alcun mio merito, anzi con
demerito, perché come ho io corrisposto ai suoi benefici?… Riguardo a quelli d’ordine
naturale?…. E soprattutto a quelli d’ordine soprannaturale?
b) Amore disinteressato. Egli era beato e felice senza della creatura, ma per sua
pura bontà e amore ha voluto crearmi per farmi un dì partecipe del Paradiso. Le creature
di questo mondo amano sempre per proprio interesse o consolazione; e poi l’amore di
esse non è sincero, né perseverante; dunque mai appoggiarsi alle creature, mai, dico, a
nessuna creatura, perché Dio vuole per sè tutto il nostro cuore e da lui solo ci deve
venire ogni vero conforto. Quindi non da Confessori, non da Superiori, non da
Consorelle: Dio solo, Dio solo, mie care, dev’essere il nostro conforto, la nostra vera
consolazione.
c) Dio ci ha amate con un amore forte. Ed infatti quale delle creature si
lascerebbe trapassare qualche parte del corpo da un chiodo per mio amore?…Nessuno
certo; né padre, né madre, né Superiori, né Confessori, né Consorelle, nessuno. E Dio a
quali patimenti non si è sottoposto per mio amore, per farmi felice in eterno?…Ed io
che cosa ho fatto per amor suo? … Per corrispondere a tanta sua carità?
d) Dio mi ha amato di un amore generoso. Sì, sovrabbondante fu l’amore di Dio
verso di me… Egli ha voluto patire e morire in un mare di dolori, mentre un solo suo

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sospiro bastava a salvarmi ed io come, quando, mi sono mostrata generosa in amarlo?
…ho io mai fatto un piccolo sacrificio per suo amore più di quello cui ero costretta dal
dovere? … Dunque, mie care, non diciamo più di non essere amate da nessuno, non
lasciamoci mai più andare alla malinconia perché non curate, dimenticate e quasi, si
dice, abbandonate… Abbiamo un Dio che ci ama di un amore eterno, disinteressato,
forte e generoso. Questo deve, non solo bastarci, ma stimolarci a riamare questo Dio
così amante, così buono, a costo di qualunque sacrificio e ricordiamoci che le
contrarietà e tutte le trafile sì fisiche che morali che ci possono arrivare sono state tutte
(dico tutte) apparecchiate da Lui; sì, da Dio stesso a ciascuna anima conforme al posto
che a quell’anima tiene preparato lassù. Dunque, quando, per esempio, avrò angustie,
aridità di spirito ecc., ecco, devo dire, una purificazione; dunque, pazienza,
sopportiamola in pace, intanto per oggi, domani sarà quel che Dio vorrà e avanti in
Domino. Quando ho un dispiacere e il cuore mi si stringe, ecco una purificazione.
Quante volte questo cuore ha traviato ed offeso Dio, dunque è giusto che paghi il fio un
po’… Quando un dolore fisico mi tormenta, pazienza, è la purificazione che mi fa lo
Sposo e avanti. Sursum corda… La sposa, è giusto che segua lo sposo e con lui divida
non solo le gioie ma anche i dolori, le pene…
Se mai l’anima talvolta si trovasse in tale cimento che tutto questo amore di Dio
non bastasse a farci superare la tentazione del demonio e la ribellione delle passioni,
allora pensi alla gloria, al premio che l’attende in Paradiso, se sarà fedele al suo Signore.
E se ancor tutto questo non bastasse a mantenersi fedele, dice S. Teresa: allora l’anima
vada con l’immaginazione all’inferno, e là consideri seriamente il posto che l’aspetta se
non vuole essere fedele a Gesù… Con questi pensieri sosteniamoci nell’occasione e
vediamo di camminare avanti con fervore e generosità nell’amore e nel servizio di Dio
in questo nuovo anno; prima io e poi tutte loro”.
M. Cecilia, fin da bambina, aveva imparato che l’amore verso Dio si manifesta
anzitutto nel fare la SS.ma sua Volontà. Gesù ha detto: ”Chi mi ama osserva i miei
comandamenti”. Nell’osservanza dei comandamenti di Dio e della Chiesa M. Cecilia
era di uno zelo, che il mondo naturalmente considerava eccessivo. Già abbiamo notato
la sua paura del peccato, la insistenza con cui alle sue figliuole, che pur voleva tanto
perfette, inculcava prima di tutto l’obbligo di osservare i Comandamenti, ricordando che
la perfezione religiosa consiste primariamente nei precetti, di cui il principale è la carità;
secondariamente nell’osservanza di un certo numero di consigli. Con questi concetti M.

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Cecilia aveva formato man mano il suo spirito; così voleva che le sue figliuole si
formassero sull’esempio dei Santi e del Ven. P. Luigi Scrosoppi.

b) Fedele all’osservanza delle Regole


Una Suora che conobbe molto a fondo M. Cecilia la definì: “La Regola vivente”.
La sua vita religiosa era uno specchio vivo dell’osservanza più perfetta di ogni minima
Regola o Costumanza. E questo per puro amore di Dio. Quindi, dovunque si trovasse,
nulla tralasciava per osservare le S. Regole; e se, talvolta, era costretta a permettersi
qualche eccezione, suppliva alla involontaria inosservanza con atti di penitenza. Questa
ben nota scrupolosità nell’osservare sempre e dovunque le S. Regole, giustificava il
rigore con cui esigeva nelle Suore tutte le stesse cose. E’ unanime l’attestazione che M.
Cecilia era severissima su questo punto, convinta com’era che il raffreddamento
nell’osservanza rende facile il passare alla trasgressione dei Comandamenti di Dio e
della Chiesa.
Crediamo utile a questo punto riportare una esortazione fatta da M. Cecilia in
occasione del Ritiro mensile del 7 maggio 1899.

I.M.I. Domenica, 7 maggio 1989 – Ritiro mensile


S. Regola
La Rev.ma M. Cecilia Superiora Generale, dopo aver letto il Capitolo che tratta
dell’osservanza della S. Regola su “L’uomo in religione”, così lo commentò:
“L’osservanza delle S. Regole per un Istituto Religioso è il perno e la vita di
esso. Guai qualora i soggetti si raffreddassero nell’osservanza! Si starebbe poi molto
poco a passare dall’inosservanza delle Regole alla trasgressione dei Comandamenti di
Dio e della Chiesa! Tutti i cristiani cattolici sono obbligati di osservarli sotto pena di
peccato, tanto più quindi sarà tenuta una Religiosa, una religiosa che per lo stato da essa
eletto deve tendere alla perfezione, ma se questa fa poco caso della regolare osservanza,
ed oggi manca in una e domani in un’altra Regola, senza scomporsi, e forse, senza tanti
rimorsi, perché dice che le Regole non obbligano a peccato, c’è molto da temere che poi
all’occasione faccia poco conto anche dei Precetti. C’è pericolo specialmente nel
trascurare la legge del digiuno nei giorni dalla Chiesa stabiliti. Quelle Religiose che
vivono un po’ all’ingrosso, non vanno tanto per il sottile su questo punto e si scusano
col dire: eh mi mettono, mi danno, la Superiora è essa che ordina ecc. Sì, sì, la Superiora
fa mettere in tavola, fa mettere la merenda; ma… tu devi giudicare di te stessa e

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prendere quello che basta per conservare la salute. Io certo non mi sentirei tranquilla di
prendere e dispensarmi dall’astinenza e dal digiuno senza farne parola col P.
Confessore. E’ vero che la Superiora domanda il permesso per tutte e può quindi dare di
grasso ecc. a chi crederà bisognosa, ma tuttavia io direi: Padre, io mi sento così e così,
mi pare che avrei bisogno ecc. In Comunità si mette poi ciascuna deve regolarsi come
ho detto.
La religiosa ogni qual tratto deve fare una rivista speciale sull’anima propria per
esaminare e conoscere in quali mancanze cada più facilmente e prima di tutto deve
esaminarsi sui Voti e farne un caso speciale di quelle mancanze per quanto siano
leggere ed accusarle per prime in Confessione. Sappiamo come su tutti i mobili la
polvere si attacca facilmente e qualora non la levassimo una o due volte al giorno,
l’oggetto ne soffrirebbe, così è di noi. se non facciamo diligente ricerca delle nostre
miserie, se non ci togliamo di dosso i piccoli difetti, succede quello che avviene al
mobilio: la polvere, per così dire, si attacca agli occhi dell’anima nostra e c’impedisce di
conoscere noi stesse, i nostri difetti, e quando l’anima è così accecata fa certo poco o
nessun progresso nella virtù. Facciamo quindi gran caso dei nostri mancamenti e, come
dicevo prima, specie di ciò che riguarda i S. Voti. Diamo uno sguardo alla castità:
custodia dei sensi, occhi, udito, lingua, fantasia, cuore. Alla povertà: niente ricevere, né
dagli interni né dagli esterni, né dare né ricevere d’imprestito nessuna cosa. Non
cambiare con altri le cose di proprio uso, né cibi, né vesti, né libri ecc. Non farsi dare
dalle ufficiali ciò che si deve domandare alla Superiora. Alle volte si va dall’infermiera
per bibite o altro, che si sa dover prima domandare alla Madre – si va dalla dispensiera a
dire che metta più, metta meno, di questo o di quello ecc. L’operare in questo modo che
vuol dire? Che si manca al voto, ma indirettamente, perché non si prende da sole questo
o quello, ma si procura d’averlo per via indiretta.
Obbedienza: Riconoscere la Superiora qualunque essa sia come luogotenente di
Dio, quindi rispetto interno ed esterno. Sì, dobbiamo essere comprese di questa verità,
altrimenti il buon ordine della Casa verrebbe fortemente compromesso, perché dove non
c’è rispetto, stima verso la propria Madre, non vi sarà perfetta obbedienza e dove questa
manchi, la fabbrica spirituale cade e rovina. Vediamo dunque per amore di Dio, di
obbedire con prontezza, senza scuse e pretesti, sottomettendo sempre il proprio giudizio
a quello di chi ci sta in luogo di Gesù Cristo.
Dobbiamo pure di tratto in tratto dare uno sguardo al come osserviamo la vita
comune, se l’amiamo, se procuriamo di praticarla a costo anche di sacrifici. Già lo

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sappiamo che la vita di comunità è una penitenza: facciamo nostro quel bel detto di S.
Giovanni Berchmans: “La mia maggior penitenza è la vita comune”, quindi non
manchiamo alla Cappella, Refettorio, Ricreazione ecc., adottando futili pretesti per
esserne dispensate. Chi ama esimersi dagli atti comuni si priva di molti meriti e si carica
invece di demeriti. Ricordiamoci che non dobbiamo accarezzare ed ascoltare la nostra
debole natura che ci tira sempre al basso, al più comodo, ma siamo in dovere di
sforzarci, di animarci, e quando verrà la voglia di domandare dispensa dagli atti comuni
per piccoli disturbi, per miserie, diciamo a noi stesse: ma e la Regola chi l’osserverà per
me? chi terrà il mio posto in Comunità? La sera specialmente, per quel quarticello di più
procuriamo di non perdere il merito della vita comune. Guardiamoci bene dal rilassarci
e intepidirci. Finché si è in Noviziato, oh, sì, si fanno degli sforzi perché si teme…ma
dopo la Professione si sta più tranquille e dopo i Voti perpetui poi, oh allora si pensa che
ormai si è incorporate definitivamente nell’Istituto e quindi… oh, no, no, mie care,
guardiamoci bene da tali tentazioni del demonio.
Ad un’altra cosa dobbiamo riflettere: se dopo la rottura della Regola siamo
sollecite di raccomodarla coll’accusarci dalla Superiora. Guardiamo di non lasciarci
girare la testa dal Decreto… prendiamo le cose nel loro senso…. Il Decreto dice che non
siamo obbligate alla manifestazione segreta della coscienza, quindi non occorrerà dire le
cose interne, se ho tentazioni, se assecondate ecc., ma mancanze esterne che riguardano
i S. Voti e le Regole certo che devo manifestarle alla Madre, ed essa ha tutto il diritto di
farmi delle domande, ed è suo dovere l’interessarsi del mio progresso nella perfezione.
Darò un esempio. – Io avevo intenzione di appropriarmi di qualche cosa -; ma non ho
avuto il comodo, quindi non l’ho fatto; tal pensiero è cattivo desiderio, non è necessario
ch’io lo dica alla Madre, ma se invece lo avessi assecondato e posto in effetto tal
desiderio, allora sì che dovrei dirlo.
Guai a chi lascerà spegnere la lampada per mancanza d’olio, l’olio che alimenta
la fiamma nelle comunità religiose è appunto l’umiliazione dopo la caduta,
manifestando cioè la propria debolezza alla superiora, la quale è responsabile
dell’osservanza regolare. Per quante debolezze una abbia, se dopo la caduta si umilierà,
è indubitato che farà progresso nella virtù. Oh, sì, mettiamoci tutte a camminare
alacremente per la strada che ci conduce al cielo e ricordiamoci sempre che questa
strada è l’osservanza delle S. Regole.
Nessuno ci ha sforzate ad abbracciare la vita religiosa, se dunque l’abbiamo
scelta di libera volontà, anche volontariamente abbiamo promesso di osservare le sue

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Leggi. Tale promessa l’abbiamo fatta in pubblico il giorno della Professione, in faccia a
Dio e agli uomini. Ricordiamocelo spesso, ché tal pensiero ravviva la nostra fede, ci
animerà a proseguire con fervore ed un giorno troveremo una larga ricompensa e così
sia”.
Per l’osservanza delle Regole non ammetteva ritardi o eccezioni ingiustificate.
Quando nel 1911, in gennaio, morì S. Ecc. Mons. Feruglio, che era stato per tanti anni il
vero Padre dell’Istituto, la Suora lettrice durante la cena, lesse il discorso funebre che
era stato recitato ai funerali e le buone Suore ne erano commosse fino alle lagrime.
Finita la cena, ma non la commozione, per non farsi vedere a piangere, tardavano a
portarsi a ricreazione. M. Cecilia, saputa la cosa, disse: “La venerazione e la gratitudine
verso i morti si dimostra con l’obbedienza alle S. Regole”.
Era prontissima agli orari della comunità; al suono della campana era sempre la
prima a trovarsi nel luogo fissato. Una Suora ricorda questo episodio. Il giovedì,
essendo vacanza, le allieve di piano venivano in convento a scuola di musica. M.
Cecilia aveva raccomandato alla Suora Maestra che, durante le esercitazioni al piano, le
finestre della scuola fossero chiuse per non disturbare i confessori che stavano in questo
tempo in Confessionale. L’orario era per le 9. Ma le allieve, specie una, arrivavano
sempre in anticipo, e subito si mettevano a suonare senza ricordarsi di chiudere le
finestre. La Suora Maestra scende all’ora giusta e trova la M. Cecilia al suo posto, che
ascoltava l’allieva, che suonava con grande impegno. M. Cecilia disse: “Ho inteso
suonare e ho detto: guarda quella Suora: le ho raccomandato di chiudere la finestra
prima di suonare, ma invece,… vengo giù con intenzione di sgridarla e invece trovo la
scolara”. “Ed io trovo – rispose umilmente la Suora – la M. Generale che fa come Pio X
che, essendo Vescovo, si metteva al Confessionale per dare l’esempio ai Sacerdoti…”.
Particolarmente rigorosa era col silenzio. Un giorno trovò due Suore ferme sulle
scale a parlare. Tutta seria disse loro: “Per chi è fatta la S. Regola?”, e le lasciò come si
può immaginare. Altra volta diceva a una Suora, che aveva trasgredito qualche punto
della S. Regola: “Vada a leggere il tal punto della S. Regola….Oppure il Capitolo del
Kempis sull’obbedienza e poi venga a ripetermelo”. Ripeteva spesso che l’osservanza
delle Regole ci santifica: “E’ il nostro Codice – diceva – su questo saremo giudicate dal
Signore”. “Nell’osservanza troviamo la vera gioia, la felicità”, ripeteva. Ed ancora:
“Certe anime si domandano che cosa devono fare per piacere al Signore, ebbene, basta
che osserviamo la S. Regola”. Altra volta diceva con fare inspirato e con lo sguardo
rivolto al cielo: “Noi ci facciamo sante con la perfetta osservanza della S. Regola: se

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viviamo di osservanza, viviamo di Dio. Egli benedirà la nostra Congregazione e la farà
rifiorire. Quante anime si salveranno se noi corrisponderemo alla nostra vocazione”. Le
S. Regole M. Cecilia conosceva ad una ad una; le erano costate tanti sacrifici e tanto
lavoro! Lei che, si può dire, le aveva fatte, era la prima ad osservarle. Esse erano la
volontà di Dio per la santificazione dei membri della Congregazione. In esse M. Cecilia
cercava dunque non la lettera che uccide, ma lo spirito che vivifica, cioè l’amore di Dio,
di cui ogni piccola osservanza deve essere l’espressione. Per M. Cecilia la S. Regola era
la Vita Religiosa: la viveva lei stessa e voleva che di essa vivessero anche le sue
figliuole.

c) Odio al peccato
L’amore verso Dio ha per necessaria conseguenza l’odio verso il peccato,
qualunque peccato, compreso il peccato veniale. Già parlando dell’osservanza dei
comandamenti di Dio e dei precetti della Chiesa abbiamo potuto notare lo zelo
indefesso di M. Cecilia a questo riguardo, memore che non si può amare veramente
Iddio senza fare la sua volontà. Le Suore che erano presenti all’inaugurazione della
Cappella del Nazareno, ricordano il grido pieno di preghiera e di angoscia: “Oh!
Signore, che in questa Casa non si commetta mai nessun peccato!”. In questo grido così
spontaneo ed espressivo, sta tutta la passione di M. Cecilia. Del resto l’abbiamo vista
fanciulla ancora, trepidare e angosciarsi per piccole colpe infantili che avrebbero fatto
sorridere le persone mature. Anche nella sua adolescenza e giovinezza conservò tale
istintivo orrore ad ogni colpa, specie relativamente alla virtù angelica, che quanti
l’avvicinavano ne erano conquisi ed ammirati; né alcuno in casa e fuori si sarebbe
permesso in sua presenza qualunque azione, benché minima, che non fosse del tutto
castigata e semplice. Anche allora “bastava vederla per essere portati alla virtù”. Era
tanto lontana dalla colpa che i suoi stessi familiari ne avevano venerazione; e sua madre
quando la visitava già religiosa, non ardiva neppure toccarla, né tanto meno baciarla per
il rispetto che sentiva verso la figliuola. Si capisce che in tutto ciò nulla c’era di
esagerato, nessun segno di scrupoli: M. Cecilia in convento e fuori fu sempre
equilibratissima e pratica; mirava alla vera pietà che è aliena da qualsiasi esagerazione e
questa volle raggiungere con la fermezza che è caratteristica dei Santi. Il suo contegno,
la sua parola, la sua preghiera erano tutti sforzi di purificazione personale ad esempio
degli altri, di fuga della colpa. Oh, con quale cura, anche religiosa anziana, amava
purificare la sua coscienza da ogni più piccola macchia. Racconta in proposito una

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Suora questo episodio. Essendo morta durante la notte una consorella, alcune Suore alle
5 del mattino, andarono al luogo dove erano depositate le bare funebri per prelevare la
bara adatta alla defunta. Detto ripostiglio era proprio sopra il Coro. Le Suore nel fare il
loro lavoro dovettero spostare varie bare e produssero così inavvertitamente un po’ di
rumore . M. Cecilia che era in Coro, disgustata per questo rumore, - tutte le Suore
sapevano quanto silenzio e raccoglimento esigeva intorno al luogo della preghiera -,
quando la Suora che aveva presieduto a quel lavoro arrivò in Coro, la chiamò nella sua
stanza e le manifestò il suo dispiacere per lo strepito fatto in quell’ora di rigoroso
silenzio”. Non si poté fare a meno, - rispose la Suora, - la cassa che occorreva era sotto
le altre; movendole bisognò far rumore perché bisognava far presto per incatramarla.
“Bene, disse M. Cecilia, allora vada a vedere se il Padre è alzato, perché prima della
Comunione devo riconciliarmi, perché mi sono infastidita con questi strepiti". E così
fece.
Non è poi a dire la sua cura perché le Suore non si trovassero in occasione di
pericolo: perché fossero circondate da ogni cautela onde tener lontana anche l’ombra
della colpa; perché avessero confessori santi ed esperti nella vita religiosa. Vigilava
sulla corrispondenza, sulle relazioni, sui viaggi, voleva conoscere le persone che
frequentavano le varie case religiose, sempre per tener lontano il peccato ed anche il
sospetto del peccato. E quando le pervenivano notizie di disordini o scandali operati da
religiosi o sacerdoti era presa da un dolore intenso, che la faceva gemere piangere a
lungo finché nella penitenza sua e delle sue figliuole non avesse offerto allo Sposo
divino offeso, qualche riparazione. Amava M. Cecilia pensare le sue figliuole, sotto la
sua guida, scese in campo aperto contro ogni forma di peccati. A questo Lei si andava
addestrando; a questo tendeva e voleva condurre le sue figliuole.

d) Unione con Dio


L’anima di M. Cecilia appariva, specialmente negli ultimi anni di vita,
abitualmente fissa in Dio. Sapeva prendere ogni piccola occasione per innalzare il
pensiero a Dio. Abituata fin dalla fanciullezza a vedere la mano di Dio dovunque, le
riusciva sempre relativamente facile il salire dalle creature al Creatore. La sua preghiera,
anche all’inizio della vita religiosa, assorbiva tutte le sue energie. Non di rado le Suore
che entravano in camera sua, quando era generale, la trovavano così assorta in
preghiera, che non si accorgeva della loro presenza. Anzi la sua rigorosità nell’esigere il
più perfetto silenzio durante il tempo della preghiera, trova la sua origine proprio da

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questo “gusto intenso dell’orazione”, che tutti le riconoscono. La sua facilità a salire
dalle cose del mondo a Dio è testimoniata anche da questo aneddoto. M. Cecilia
viaggiava in carrozza assieme ad una Professina diretta a Roncegno in Valsugana. La
Rev.ma Madre era tutta assorta in contemplazione e certamente nel suo interno lodava
Iddio, creatore della cose grandi - come le montagne – piccole come una goccia
d’acqua… Quando la Professina esce in questa esclamazione: “Che monti, Madre!”. E
M. Cecilia, strappata così dalla sua gioiosa contemplazione rispose: Così si parla delle
opere di Dio?”. “Pregava come un serafino”, disse una buona donna che furtivamente
ebbe più volte ad osservarla quando, credendosi sola, si abbandonava alle sue filiali
effusioni nel Cuore di Gesù. Della preghiera aveva tanta stima che voleva che le Suore,
per andare a pregare, fossero ben pulite, bene composte…”.
E una volta che osservò una Suora con una mantellina poco decente, la mandò a
cambiare l’indumento perché “quando si prega bisogna cercare di mettersi meglio che si
può”. “Noi dobbiamo essere sante, gran sante, ma nascoste”, diceva. La preghiera era il
suo rifugio abituale, il grande mezzo, sempre usatissimo per ottenere ogni grazia. Così
pregava a lungo e faceva pregare prima di prendere qualche grave decisione, per
ottenere grazie spirituali e materiali. Così pregò un giorno a lungo con le braccia aperte
davanti a Maria SS.ma Immacolata onde ottenere che l’Ospedale di Portogruaro non
fosse chiuso; e la grazia fu ottenuta. Una Suora entrò una volta nella sua stanza e la
chiamò parecchie volte, ma era così immersa nella preghiera che non intese nulla;
finché la Suora uscì di stanza molto impressionata. La stessa Suora, divenuta portinaia,
trovò un giorno M. Cecilia assorta in preghiera dinanzi alla Statua di S. Giuseppe che è
in portineria,- pregava intensamente con le mani alzate – né s’accorse di nulla.
Quale fosse poi la confidenza in Dio di M. Cecilia apparisce dal seguente
episodio. Si era durante l’invasione del 1917. Due soldati italiani vengono a chiedere un
po’ di cibo per ristorarsi e per il viaggio. M. Cecilia interrogata dalla cuciniera dice: “Sì,
sì, dia più che può”.. I soldati però hanno fretta perché la loro compagnia già partiva. La
Suora li anima a mangiare: intanto viene anche M. Cecilia che si presta per mettere in
un pacco tutto quel che può e lo consegna ai soldati, che partono in fretta soddisfatti e
riconoscenti. Ma la Suora è presa da grande angoscia nel timore che avessero quei
poveretti delle noie per essersi fermati in Convento. M. Cecilia, cui aveva manifestato il
suo timore: “Senti, risponde, va a raccontare tutto al Cuor di Gesù e poi non aver più
alcun timore, ché lui saprà accomodare tutto”. E così fu.

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Era sempre la prima al luogo della preghiera. Prima della meditazione del
mattino, fece per molto tempo la pia pratica della Via Crucis, sempre con le ginocchia a
terra; solo negli ultimi anni – essendo malata ad una gamba accondiscese ad
inginocchiarsi in un banco. Le sue genuflessioni erano una predica; talvolta stentava a
farla per la debolezza delle ginocchia e si sosteneva sulla spalla di qualche Suora, felice
di portare alla Madre questo sollievo. Spesso passava lunghe ore in preghiera prostrata
sul pavimento. Quando, ormai vecchia e stanca, non riusciva più a pregare da sola,
implorava da una Suora la carità di aiutarla. Quando, ormai inchiodata in un letto, non
poteva fare più nulla, ebbe a dire ad alcune Suore che si raccomandavano alle sue
orazioni: ”Io prego sempre e molto per le Suore attive e specialmente per quelle che si
trovano in maggiori pericoli; e quando di notte non dormo, recito il Rosario intero per
voi”. Anche in viaggio pregava senza ombra di rispetto umano. Una Suora Conversa
che accompagnò la Madre nella visita canonica di S. Vito e a Porto – racconta che
appena il treno si fu messo in moto, M. Cecilia disse: “Ora ascolteremo la S. Messa in
ispirito, ed il Manuale lo terrete voi”. E pregò intensamente per lungo tempo. Arrivata a
S. Vito, andò subito in Cappella, dove l’attendevano le Suore, per ringraziare e salutare
Gesù; mentre poi le Suore uscivano, notò che una, nel genuflettersi, urtò una compagna
per sbadataggine. Allora M. Cecilia disse ad alta voce che la genuflessione si deve fare
con gran fede, non pensando che a Gesù che ci guarda… senza quindi guardare a quel
che fanno le altre”. Quando pregava, - dice una Suora – sembrava che vedesse Iddio,
tanto era immersa in Lui e viveva di Lui”.
La sua carità verso Dio si manifestava nel dolore fisico, quando udiva qualche
bestemmia o parola sconcia. Fu spesso trovata in preghiera e piangente per i peccati
degli uomini; né sapeva darsi pace che le creature amassero così poco il Creatore. Le
Cronache della Casa di Cormóns, testimoniano della prontezza di M. Cecilia e della
cura meticolosa nell’organizzare giornate e funzioni riparatrici; sia che questo avvenisse
su invito delle Superiori autorità diocesane, sia che questo facesse di sua iniziativa per
riparare qualche peccato pubblico di cui veniva a conoscenza. Possiamo notare che
questo spirito di riparazione – così intonato alla vera devozione al S. Cuore di Gesù –
trovò risonanza nel cuore di M. Cecilia ancora fanciulla. Le Regole e le Costumanze
della Congregazione delle Suore della Provvidenza, gli stessi formulari delle preghiere
di Regola, sono impregnati di questo spirito di riparazione. Anche quando era costretta
dal suo grave ufficio a rimproverare qualche Suora, per qualche grave disordine,
metteva innanzitutto in evidenza l’offesa di Dio ed invitava in primo luogo chiederne

221
perdono al Signore. Se poi s’accorgeva che talvolta le Suore erano addolorate più per
aver recato dispiacere a Lei che non per l’offesa di Dio, se ne mostrava oltremodo
contrariata e faceva ogni sforzo per mettere le cose a posto. Riguardo poi al suo assiduo,
profondo, sapiente lavoro per condurre le anime religiose ad amare Gesù, se noi
volessimo portare tutte le testimonianze che abbiamo a disposizione delle sue parole ed
opere, non finiremmo proprio più.
Ci pare proprio, leggendo il suo ricchissimo epistolario spirituale, di sentire l’eco
delle grida estatiche di S. M. Maddalena de’ Pazzi: ”L’amore non è amato, l’amore non
è amato”! Già abbiamo potuto notare come la spiritualità di M. Cecilia, fondata sulla
sua ortodossa teologia ascetica - era tutta imperniata sull’amore di Gesù espresso
attraverso lo spirito di sacrificio. Ci basti ripetere una citazione – riportata altrove:
“Gesù ci ha amati di un amore eterno, forte, generoso, disinteressato. Egli ce ne
domanda il ricambio. Dunque, amar Lui sopra tutte le creature – amarlo anche per il
tempo passato – amarlo perché merita di essere amato – saper sopportare per amor suo
pene fisiche e morali. Pensare spesso ai benefici ricevuti, ai beni che ci tiene preparati;
rendere amore per amore, sacrificio per sacrificio, vita per vita”.

e) Penitenze e mortificazioni.
M. Cecilia aveva imparato fin da fanciulla, sotto la vigile educazione materna,
l'arte del vincere se stessa per mezzo delle mortificazioni. In questa difficilissima arte,
nella sua vita si nota un progresso costante e veloce. Anche vecchia e malata non
concedeva al suo corpo nulla che fosse superfluo o anche semplicemente comodo.
Quando si voleva che prendesse qualche ristoro, nelle sue frequenti malattie, bisognava
armarsi come per smantellare una fortezza. Eppure si può dire che sia stata sempre
malata di stomaco; spesso nei viaggi era presa da nausee; ma era irremovibile nel
trattare "il suo asino" con la massima durezza. Spesso le sue astinenze, le sue rinunzie a
piccoli ristori erano velati e prudentemente nascosti sotto il capacissimo manto della sua
carità verso i poveri e gli ammalati. Già abbiamo potuto notare la sua astinenza, specie
nei giorni di Venerdì, anche durante la sua lunga ultima malattia. Solo l'obbedienza
allora riusciva a smuoverla. Si capisce che quando era relativamente sana, la sua lotta
contro se stessa era anche più decisa. "Spesso, racconta una Suora, che le fu vicina molti
anni, mandava a dire alla cuoca che per pranzo e cena le preparasse patate condite con
alcune gocce d'olio; e questo era tutto il suo pasto. Ciò faceva particolarmente quando
voleva ottenere qualche speciale grazia per il suo diletto Istituto. Una sera in ricreazione

222
raccontò che durante la notte antecedente si era sentita tanto e tanto male, che aveva
creduto di essere per morire, fino a pensare di far chiamare il sacerdote. La Madre
Vicaria le rispose rispettosamente: "Avrebbe fatto meglio a chiamare la cuoca che le
portasse qualche cosa per ristorarsi. Si mortifica troppo, digiuna continuamente, si
capisce che le sembra di morire". I suoi insegnamenti in fatto di mortificazione non
sono che l'espressione della sua vita. Ne riparleremo quando tratteremo della virtù della
temperanza.

f) Devozione alla Passione di Gesù, al S. Cuore e alla Madonna


Abbiamo già affermato che la Passione di Gesù era, si può dire, il punto debole
di M. Cecilia. Su di esso, sulle sue profonde ragioni che si perdevano nell'abisso
insondabile del Mistero augusto dell'Incarnazione, M. Cecilia basava la sua vita
interiore e il suo insegnamento. Le parole di S. Paolo: "Adimpleo ea quæ desunt
passionum Christi in corpore meo", cioè "cerco di completare in me ciò che manca alla
Passione di Gesù" è, si può dire, il suo programma; di qui si capisce la sua devozione
alla Passione di Gesù; la preferenza che dava a questo argomento nelle sue meditazioni
e nelle sue istruzioni alle Suore: la cura nella pratica della Via Crucis, che compiva con
una pietà che commoveva. Spesso questo pio esercizio era la prima azione della
giornata. Si alzava pian piano ed entrava in Coro sola soletta. Quivi nella meditazione
dei dolori di Gesù effondeva l'anima sua; caratteristica poi la Via Crucis di suffragio per
le Defunte Suore e per i parenti prossimi delle Suore. Questa devozione, del resto, oltre
che rispondere pienamente all'esigenza della sua anima, era anche nello spirito pratico
del P. Luigi Scrosoppi, che lo diffuse tra le sue prime figliuole.
Accanto alla Passione non poteva mancare, in M. Cecilia, un culto particolare al
SS. Cuore di Gesù. Devozione il cui indice è rappresentato dalla necessità della
riparazione con cui le anime fedeli devono dare una prova del loro amore a Gesù. Basta
a questo proposito ricordare ciò che più sopra abbiamo riportato: l'entusiasmo di M.
Cecilia nell'organizzare a Cormóns e nell'ordinare a tutte le Comunità le funzioni di
riparazione consigliate dall'autorità Diocesana o da Roma, sia anche spontanee. Si
vedeva che in quelle funzioni dove il sacrificio diventa purissima espressione di amore
a Gesù, M. Cecilia si trovava nel suo ambiente spirituale. E come era eloquente quando
parlava di questo argomento. Maria SS. non poteva non occupare il primo posto, dopo
Gesù, nella devozione di M. Cecilia. Maria SS., Madre nostra, attraverso la sua

223
partecipazione provvidenziale alla Passione di Gesù, ecco il fulcro della sua pietà
mariana.

58

LA CARITA' VERSO Il PROSSIMO

a) Per la conversione dei peccatori


Il suo amore verso le anime era un'espressione sincera del suo amore per Dio.
Tutta la sua vita è spesa per amore di Dio e per le anime. Del resto, che altro facevano le
sue Suore se non lavorare incessantemente per portare le anime a Gesù? E' questo lo
scopo di ogni apostolo. M. Cecilia soffriva e pregava in modo particolare per i poveri
peccatori. E quando veniva a sapere che qualche persona, a Lei nota, offendeva Iddio,
ne piangeva amaramente ed offriva a Dio le sue più aspre penitenze. Di alcune anime di
persone molto vicine al suo grande cuore, si prese una cura tutta particolare in vita e
anche in morte. Ad un giovane che durante la guerra aveva perduto la fede, fece per
molti anni dolce violenza ed in morte gli lasciò una letterina, piena di sante esortazioni
ed una piccola corona di metallo argentato. Già abbiamo visto la sua grande carità verso
le anime consacrate a Dio che avessero prevaricato.

b) Per le anime dei Defunti


Anche le anime dei poveri Defunti erano oggetto di carità di M. Cecilia. I
defunti in generale avevano i suffragi stabiliti dalla Chiesa – e le preghiere stabilite dalle
Costituzioni. C'erano poi le preghiere e pratiche particolari per le Suore defunte e per i
loro stretti parenti. M. Cecilia faceva spesso celebrare SS. Messe per i Defunti – specie
per le Suore Defunte -; concedeva volentieri che le Superiore delle Case facessero
celebrare SS. Messe per i parenti delle Suore. Come abbiamo già accennato, è regola di
questo Istituto che per i Defunti si faccia la pia Pratica della Via Crucis. Racconta una
Suora che quando giunse a Cormóns la triste notizia della morte della mamma sua, essa
era a letto indisposta. M. Cecilia raccomandò alle Suore di pregare subito per la
Defunta. La mattina seguente anche la Suora, ormai ristabilita, era in Coro per la SS.
Comunione. M. Cecilia pregò la Suora di fare la S. Comunione secondo la sua
intenzione. Anch'io, dice la Suora, feci secondo il desiderio della Madre senza neppur
pensare che era proprio in suffragio di mia madre. Dopo la S. Comunione, prima di

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passare in Chiesa per la S. Messa, M. Cecilia mi chiamò nella sua stanza per darmi la
triste notizia. Io piansi molto, né la M. Cecilia riusciva a consolarmi. "Senti, mi diceva,
ancora ieri sera io ho fatto subito la Via Crucis in vece tua perché tu eri a letto.
Stamattina tutte abbiamo fatto la S. Comunione; ora ascolteremo la S. Messa e poi io
pregherò ancora tanto".

b) Per i nemici
Il comando di Gesù di "voler bene anche ai nemici" ebbe in M. Cecilia la più
scrupolosa attuazione. E nemici non poteva non averne molti un'anima così piena di
amor di Dio. La sua causa era la causa di Dio; quindi i nemici di Dio si possono
considerare suoi nemici. Nella sua lunga vita trovò nemici anche in persone buone, e
d'altronde, bene intenzionate. M. Cecilia, se combatteva fortemente per la causa di Dio e
della giustizia – era di una carità sconcertante nel trattare le persone che la
combattevano. Anche quando era vittima di calunnie si diportava con i calunniatori
come avrebbe fatto con i migliori benefattori. Ebbe varie volte da soffrire per aver agito
con fortezza per difendere i diritti dell'Istituto e delle anime; ma coloro che la fecero
oggetto della loro ostilità furono sopraffatti dall'esuberanza della sua carità; non di rado
chi era partito contro di lei per ferire, vinto dalla sua bontà, le diventava amico e
difensore. E' questa del resto la storia dei Santi. La fama del prossimo poi le era
veramente sacra. Giustamente rigorosa nel rispettarla, voleva che le Suore seguissero il
suoi esempi. Nei suoi scritti, nelle sue conversazioni, invano si sarebbe cercato un cenno
che potesse in qualche punto essere di pregiudizio al prossimo. E se talvolta, senza
colpa, essendo male informata, si era pronunciata a carico di qualche persona, appena
s'accorgeva dell'errore incorso, si umiliava e riparava. Così una volta, in tempo di
guerra, sinistramente informata da una Suora, aveva paternamente rimproverato un
Sacerdote Cappellano di un Ospedale Militare. Il Sacerdote, nell'allontanarsi dalla Casa
di Cormóns, era commosso e piangente. M. Cecilia, informata della cosa, volle andare a
fondo della questione e, constatata l'innocenza del Sacerdote, quando dopo due giorni
venne a celebrare a Rosa Mistica, gli si inginocchiò davanti e gli chiese perdono e volle
che anche le Suore, informatesi, facessero altrettanto. E anche quando era costretta a
dimettere qualche Probanda o Novizia, aveva cura che nessuno pensasse a motivi
disonoranti per la dimessa, e allora la carità veniva incontro alla Verità per far sì che la
poveretta ritornata nel secolo, non avesse a soffrire.

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c) Per i poveri
I poveri trovarono sempre nel cuore di M. Cecilia inesauribile calore di carità. A
ciò era stata abituata fin dall'infanzia dalla saggia madre sua che ben sapeva nulla essere
tanto efficace nell'opera dell'educazione, quanto l'esercizio di una illimitata carità verso
il prossimo.
I poveri sono fratelli nostri, rappresentanti di Gesù sofferente e povero. "Ciò che
avete fatto ad uno dei miei piccoli l'avete fatto a me", dice Gesù. M. Cecilia non diede
mai fine alla sua carità. Soccorreva i poveri di cibo, di vestito, di alloggio. Durante i
periodi tremendi in cui la guerra seminò anche nel Cormonese tante sventure, per volere
di M. Cecilia la casa di Rosa Mistica divenne il rifugio di tutti: la carità moltiplicava le
risorse, centuplicava le energie, arrivava invariabilmente a tutto. Quanti poveri, vecchi,
abbandonati da tutti, nella Casa di Ricovero di Cormóns ebbero da M. Cecilia
delicatezze di Madre. Era frequente vedere qualche Suora uscire dal Convento per
andare frettolosa all'Ospedale portando cibo, indumenti, dolci mandati da M. Cecilia a
qualche povero vecchio o ammalato. Quanti poveri soldati italiani od austriaci,
trovarono nella casa di Cormóns, o meglio nel cuore di M. Cecilia, ogni conforto. Dice
bene S. Agostino che "chi ha il cuore pieno della carità ha sempre qualche cosa da
dare". Così in tempi di grande strettezza per i poveri, per gli ammalati, la carità di M.
Cecilia seppe sempre trovare qualche cosa. Ma non soltanto concorreva materialmente.
Una sua parola era spesso un ambito regalo. E le finezze della sua carità? Basterà
ricordare il seguente episodio: vivevano presso il convento i nonzoli Gall; la moglie,
specialmente in certi periodi, non riusciva a dormire la notte, perchè disturbata
continuamente dai bambini. M. Cecilia, insieme con la M. Vicaria, sul pomeriggio, si
portava per qualche ora presso i poveri nonzoli per custodire i loro piccoli finché la
sposa potesse prendere un po' di riposo. Alla Suora portinaia di Cormóns aveva dato
ordine di non mandare via nessuno senza avergli fatto la carità; e che se non avesse
nulla, andasse da lei. Una mattina, racconta la Suora, andai in cucina per chiedere
qualche cosa per un povero e mi dissero che non c'era nulla; compresi però che era il
momento difficile per le cuoche. Me ne andai allora dalla Rev. ma Madre Cecilia, la
quale mi ordinò di andare in cucina e di farmi dare non solo la minestra, ma anche la
pietanza, cioè il pranzo come andava, e così potei aiutare per bene quel povero. Povera
lei stessa per voto e per virtù, aveva predilezione materna per i veri poveri, che
soccorreva con ogni mezzo.

226
e) Rettitudine d'intenzione
Eletta Superiora Generale e poi rieletta una seconda e una terza volta, dedicò
tutta sé stessa a glorificare Iddio attraverso l'incremento della beneamata
Congregazione. Mente chiara, equilibrata, pratica, mirava sempre diritta alla meta, e non
si lasciava deviare da considerazioni strane o contrarie al fine della sua attività. Conscia
che Iddio l'aveva portata ad essere Superiora generale anzitutto per il bene delle Suore a
lei soggette e secondariamente anche a bene dei prossimi in generale, M. Cecilia
dedicava alle Suore il meglio delle sue attività. Una volta, essendo andata a Pergine per
la visita Canonica, le fu annunziato che persone di riguardo chiedevano di parlarle. M.
Cecilia rispose: "Son venuta a Pergine per ricevere le Suore e trattare gli interessi
dell'Istituto. Non ho tempo per ricevere estranei". E anche quando non poteva sottrarsi a
trattare di cose estranee alla gloria di Dio e al bene della Congregazione, sapeva
destramente riportare la conversazione su quanto le stava a cuore. Persone che la
avvicinavano al solo scopo di riverirla, restavano meravigliate della prontezza di M.
Cecilia di salire dalla terra al cielo, dalle creature a Dio e ne riportarono sempre
indelebili impressioni. Il suo epistolario è sovrabbondante di questo spirito: nessun
complimento vano, nessun fronzolo inutile, solo l'Istituto di cui era a capo, le anime
delle Suore la interessavano, a gloria di Dio. Già trattando del suo spirito di fede
abbiamo sottolineato la facilità di M. Cecilia a vedere in ogni evento lieto o triste
riguardante l'Istituto delle Suore della Provvidenza in generale, o qualche Comunità o
singole Suore, la mano di Dio che guida gli uomini volenti o nolenti a glorificarlo nei
suoi attributi essenziali: sapienza, potenza, giustizia e bontà infinita. Questo spiega la
prodigiosa sua attività, i lunghi viaggi, le complesse lunghe pene che la travagliavano
senza mai fiaccare il suo cuore.

f) Per la Congregazione
E' testimonianza generale di quanti conobbero M. Cecilia che questa santa
religiosa nel suo lunghissimo e fecondissimo generalato, abbia sempre dimenticato se
stessa per la Congregazione di cui era a capo. Non già, s'intende, che cercasse per
l'Istituto la stima degli uomini e la benevolenza umana; no, essa consumava se stessa
perché Iddio fosse glorificato nelle anime della sua Congregazione. Per questo le sue
occupazioni non erano mai terminate, la sua giornata oltre le pratiche comuni cui
scrupolosamente attendeva come fosse sempre novizia, erano dense di una attività che
avrebbe sfibrato una tempra meno robusta della sua. "La mia vita, diceva alle Suore,

227
appartiene a Dio e a voi". Così la salute, il cibo, il sonno non erano mai presi
seriamente in considerazione per sé da M. Cecilia. Per le Suore a questo riguardo era di
estrema delicatezza, per lei stessa non voleva distinzioni di sorta. Così una Suora
durante l'inverno stava suonando l'organo a scopo di esercizio, M. Cecilia temendo che
avesse a soffrire il freddo le si avvicinò silenziosamente e le mise sulle spalle uno
scialle di lana. Altra volta provvide di pantofole una Suora che si era lagnata di soffrire
il freddo ai piedi; per una Suora che soffriva dello stesso disturbo dispose che durante
l'inverno potesse usare a letto una bottiglia d'acqua calda. E con quale meticolosità
provvedeva a queste finezze di carità. Mentre tutte le Suore sapevano che M. Cecilia
non aveva per sé nessun riguardo; solo negli ultimi anni, durante l'ultima malattia,
accettò qualche piccolo sollievo per il corpo, ma anche questo per non disgustare le sue
figliuole che soffrivano per lei al vederla tanto dimentica di sé.
Dopo giornate intere di assidua fatica fisica e spirituale, quando la comunità
riposava, M. Cecilia vegliava nella sua povera stanza per scrivere quelle lettere in cui
effondeva, con la sua sapienza, la bontà del suo cuore. Al leggere il suo epistolario, si
può dire che alcune lettere, dal largo respiro dei Santi, ridondanti di carità
soprannaturale, risentono del silenzio sacro della notte, in cui erano state stilate dalla
penna e dal cuore di M. Cecilia. L'abbiamo poi vista intraprendere lunghi e penosi
viaggi anche quando medici e Suore le consigliavano un riposo di cui aveva evidente
bisogno. In viaggio si nutriva pochissimo, spesso restava digiuna intere giornate.
Arrivata alla meta, magari in piena notte, più che a riposarsi, pensava alla preghiera
davanti a Gesù Sacramentato e alle ospiti e compagne di viaggio. Solo dopo, se pur si
decideva a farlo, pensava a sé, al suo cibo e al suo riposo. Cresciuta alla scuola di P.
Luigi Scrosoppi, aveva appreso da lui l'arte di sacrificarsi per i fratelli.

g) Consolatrix afflictorum
Chi avesse tenuto conto solo del suo esteriore fermo e autoritario, l'avrebbe
immaginata come poco adatta a consolare le anime afflitte. Invece era di una tenerezza
senza fine. Appena poteva capire – ed aveva certamente lumi particolari dal cielo a
questo riguardo – che qualche anima era in pena, non si dava pace finché non fosse
riuscita a confortarla. Perfino quando era costretta a correggere qualche Suora, se
vedeva poi che la Suora era triste e stava lontano, M. Cecilia girava di qua e di là finché
aveva occasione di incontrarla e rappacificarla, magari con qualche regaluccio di
caramelle o di mentine. Era tanto fine la sua carità che non voleva che le Suore, afflitte

228
per qualche correzione, andassero a riposare prima di essersi del tutto messe in pace.
Racconta una Suora: "Nel 1915 mi trovavo come Probanda a Cormóns. Un giorno stavo
lavando la verdura all'aperto; ero tutta intenta nel mio lavoro, quando sento picchiare ai
vetri di una finestra; alzo gli occhi e vedo la Rev. ma Madre che dalla sua stanza mi
faceva cenno di andare da lei. Corsi in fretta credendo di avere la gioia di poter fare alla
nostra santa Madre qualche servizio. La trovai sulla porta che mi attendeva; mi fece
entrare nella sua stanza, mi fece sedere sul lettuccio di suo uso, mi chiese se ero stanca o
fiacca (essa mi aveva vista pallida in volto) e nel dire ciò mi presenta un piattino dove
c'era un po' di tutto quello che può rinforzare: frutta cotta, un uovo, torta, cioccolato, e
mentre m'invitava a mangiare, mi incoraggiava a non aver timore e quando ebbi
terminato quel succoso spuntino, mi disse: "Ora vai, figliuola, fa sempre i tuoi doveri
alla presenza di Dio". Un'altra volta, racconta la stessa Suora, credendomi triste e
sconvolta, mi chiama in camera e chiude la porta, mentre io tutta spaventata pensavo:
Chissà che mai avrò fatto e che razza di ramanzina mi toccherà: e mi inginocchiai
tremante presso la Madre, che invece sorridendo mi rialza e mi dice: "Ma perché aver
paura? Senti figlioletta, dimmi tutto: sono tua Madre, ti senti male? Hai ricevuto
qualche dolore? Soffri qualche cosa? Hai qualche passione nel cuore che ti dà pena? Ed
io rispondevo sempre di no, perché in realtà non avevo nulla". Poi mi disse: "Quando
dispensi il cibo alle ammalate (ero allora aiutante infermiera) e avanzi qualche uovo,
oppure un po' di torta o altro, ti do io il permesso, non solo, ma l'obbedienza di tenere
per te e di mangiare quanto ti abbisogna". La stessa Suora racconta ancora che, essendo
Probanda, aveva ricevuto una lettera da sua Madre che la voleva a casa ad ogni costo, e
diceva che se non fossi andata, mi avrebbe mandata a prendere con la polizia. Io corsi
da M. Cecilia per essere confortata. Essa mi accolse amorevolmente e mi chiese che
cosa avessi: io mi metto in ginocchio e presentandole la lettera, le dico: "Mia Madre mi
vuole a casa…". "Figlia mia, mi rispose, e tu vuoi andare a casa"? "No, Madre, prima
mi lascerei tagliare a pezzi!...". "Ebbene, mi rispose, se tu non vuoi sta tranquilla, sulla
mia parola non andrai. Scrivi pure alla mamma che non ci vai", e tutto fu veramente
finito. Voleva che alle Probande e alle Novizie fosse consegnata la posta di casa con
ogni sollecitudine, "perché, diceva, alle giovani sanguina ancora il cuore". Andava ogni
tanto per il giardino con un involto sotto il braccio e dava dei confetti a quelle che
sapeva timide e non avevano il coraggio di andarle vicino. Una volta a Cormóns, una
Novizia era stata mandata fuori della stanza di comunità per aver commesso una
mancanza. M. Cecilia, vedendola, "Che fai qui", le disse. E la Novizia: "Sono in castigo,

229
Madre". "Ebbene, sei pentita? ". "Si", rispose. "Ed allora, andiamo, disse, a chieder
misericordia". E la condusse dalla Madre Maestra e chiese perdono per lei. Una
Probanda era di turno in cucina e stava facendo la polenta, pensava tra sé: "Se non
faccio bene mi manderanno a casa", e piangeva. M. Cecilia si avvicina, non vista, in
punta di piedi; e quasi le leggesse nel pensiero, disse quasi canticchiando: "Tirulì, tirulì,
non l'andrà sempre così". Queste parole, dette in tono così benevolo fecero ritornare la
pace nel cuore della probanda.
Le Suore sono unanimi nell'affermare che appena si era fatto ricorso a M.
Cecilia si era consolati. Una Suora rammenta che in risposta ad una sua lettera che
chiedeva consiglio e conforto, si ebbe un letterone di 8 pagine, riboccanti di affetto.
Anzi alcune affermano di aver avuto la precisa impressione che appena la notizia del
loro bisogno era arrivata a M. Cecilia e questa, come suo costume, aveva pregato, si
sentissero subito sollevate ancor prima di ricevere la immancabile risposta scritta.
"Quando M. Cecilia si recava a far visita alle case filiali sembrava che portasse con sé il
Paradiso", afferma una Suora, la quale continua: "Quali giorni felici e santi erano quelli!
Sarebbe stato proprio il caso di dire: Facciamo qui un altro tabernacolo e non lasciamola
più partire". Eppure a tutte era nota la sua severità, la rigidezza adamantina del suo
carattere, ma era da tutte amata, desiderata, trattenuta. Come si può spiegare questa
apparente contraddizione, se non pensando che M. Cecilia, alla rigorosità forte del suo
carattere naturale, sapeva unire una inesausta carità soprannaturale ?

h) Per le ammalate
Ma dove il cuore di M. Cecilia ha manifestato ed esaurito la profondità del suo
amore fu verso le Suore ammalate. Forse, essendo lei stessa sempre malaticcia, aveva da
Dio il dono di comprendere meglio l'anima dei malati. Il fatto è che, a unanime
testimonianza, essa qui ha mostrato in pieno il suo cuore di buona Madre. Già abbiamo
ricordato alcuni tratti della sua carità per prevenire ed impedire che le sue figliuole
avessero da ammalarsi; ma quando la malattia era venuta, M. Cecilia circondava la
Suora colpita da tali delicatezze da provocare nelle sane il desiderio di ammalarsi. Una
suora si era rivolta a M. Cecilia per avere una maglietta di lana, di cui aveva bisogno per
i suoi disturbi. La Ven. Madre ne fece comperare una immediatamente. Poi mandò a
chiamare la Suora e le fece notare i pregi del nuovo capo: doppio petto, per proteggere
dai raffreddori, soffice, lunga, ma lo faceva con tale grazia, che la Suora pensò alla
mamma sua, contenta solo quando vedeva felice la sua figliuola.

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Una Sorella Conversa, occupata a tagliere legna, interrompeva continuamente il
suo lavoro perché stanca e affaticata. M. Cecilia, che la vedeva dalla finestra, pensò che
fosse malata e la fece chiamare e con grande bontà le disse: "Sorella, che avete oggi che
fate tante soste nel vostro lavoro? Vi sentite forse poco bene?" "Veramente oggi non sto
bene, stento a tirare avanti la scopa", rispose la conversa. "Ebbene, andate subito
all'infermeria e parlerò io alla vostra Madre". Una Suora d'inverno aveva le mani gonfie
assai per i geloni, ma taceva e tirava innanzi. M. Cecilia però osservò la cosa e chiamò a
sé la Suora e le disse: "Faccia uso di questo unguento e guarirà in pochi giorni": come
fu. Una Suora si era lagnata di andar soggetta a frequente mal di capo. M. Cecilia le
disse: "Già mi immagino la causa di questo malanno: dopo pranzo vieni da me". La
Suora, andata dopo pranzo, ricevette una bella bottiglia di Marsala e un cartoccio di
biscotti con l'ordine che quando avesse terminato tutto ritornasse da lei per rifornirsi. La
Suora, finita quella buona cura, non aveva il coraggio di ritornare da M. Cecilia, la
quale però, incontratala un giorno, le disse: "Parmi impossibile che non abbia terminato
quanto ti diedi, devi avere altro che terminato". La Suora si ebbe un'altra bottiglia con
tutto il resto. Un'altra volta, essendo morta una consorella, volle che le Suore di veglia
alla salma, essendo gran freddo, passassero gran parte della notte in una stanza
riscaldata.
M. Cecilia aveva speciale cura per le Probande. Sorvegliava il loro cibo, le loro
vesti per vedere se erano adatte alle stagioni. Era bello vedere questa venerata Madre
nell'orto di Cormóns a insegnare alle Probande il modo di arieggiare i polmoni, a
camminare diritte ecc. ecc. Allorché mandava nelle varie case una Suora un po'
deboluccia, dava ordine alla Superiora perché venisse trattata secondo il bisogno e poi
voleva essere informata se tutto andava bene. Talvolta si privava di quanto era stato
preparato per lei per mandarlo a questa o a quella Suora anche lontana. Tutto questo M.
Cecilia faceva con la più grande semplicità, come un rigoroso dovere da compiere, né si
rammaricava se non era ringraziata. E quante altre attenzioni per le sue figliuole. Per
esempio: portare una tavoletta perché una Novizia che stava inginocchiata sul marmo
non prendesse freddo. Evitava che vi fossero pericolose correnti d'aria; evitava che le
Suore restassero a lungo con i piedi bagnati ecc. Quando arrivava a Cormóns qualche
Suora che sapeva debolina, mandava subito a chiamare una Suora e le diceva: "Sai, la
Madre tal dei tali ha dolori alle gambe, perciò le metterai un cuscinetto
nell'inginocchiatoio e sotto i piedi lo strato". Per esempio, quando veniva M. Elena
Zuccolli, più tardi Superiora Generale, se era nella stagione invernale, ordinava che in

231
stanza le fosse messo un tappeto sotto il tavolo, "perché, diceva, soffre tanto il freddo ai
piedi e deve fermarsi in stanza lunghe ore".
Ancora un luminoso episodio. Era gravemente ammalata nell'ospedale di Trento
Sr. M. Fortunata Zanon; il suo male, ossite al femore, la faceva soffrire immensamente,
cosicché notte e giorno si lamentava e penava: fu curata a Trento per tre mesi; ma poi
M. Cecilia volle ad ogni costo che fosse trasportata a Cormóns. Ottenne a tale scopo
dalla direzione dei trasporti di Bologna un vagone letto di prima classe, che da Trento
doveva proseguire fino a Cormóns. Due robusti infermieri la portarono su una
portantina appositamente costruita alla Stazione di Trento. Soffrì pochissimo nel
viaggio: fu circondata di attenzioni da parte di tutto il personale ferroviario. Nelle
fermate i facchini e le altre persone si affannavano a chiedere: "Le Loro Altezze
abbisognano di qualche cosa"? Veramente si trattava di Spose del Re del Cielo! A
Cormóns due bravi uomini con una portantina la portarono al Convento. La Rev.ma
volle che entrasse dalla Chiesa e fosse deposta ai piedi di Rosa Mistica. La accolsero
tutte le Suore, che commosse pregavano per lei: oh! la carità dei Santi!
Però si capisce che il cuore di M. Cecilia ebbe modo di esplicarsi specialmente
con le Suore ammalate dell'Infermeria di Cormóns. Fu detto che lì, M. Cecilia aveva il
suo cuore; né ci si può meravigliare se si conosce la sua inesausta carità, unita al fatto
che l'Infermeria si può ben dire creazione sua. Nella sua soprannaturale visione di
apostolato l'Infermeria era la "sua cassaforte", la riserva, il luogo dove si facevano i
migliori affari spirituali, dove le anime si affinavano e si preparavano alle nozze eterne.
Quindi non si possono contare i tratti di finissima delicatezza verso le ammalate
ricoverate nell'Infermeria di Cormóns.
Durante il suo generalato, trovandosi in casa, ogni giorno nel pomeriggio le
visitava ad una ad una. "Era un tratto di Paradiso la sua visita". Dice una ammalata:
"Entrava nelle stanze con un chiaro sorriso, s'informava dello stato della salute, della
malattia, delle pene fisiche e morali: "Come stai? Dormi di notte? Gesù ti consola? Ti
dà i suoi confortini? Hai delle noie, delle difficoltà? Ti manca qualche cosa? Lungo il
giorno come te la passi? Ti trovi bene con la compagna di camera? Chiedi quando ti
occorre qualche cosa? Hai qualche cosetta per distrarti"? E a seconda poi delle risposte,
la venerata Madre eccola a sollevare, spiegare, ammirare. E continuava: "Se hai qualche
pena, qualche cosa che ti disturba, non aver riguardo a chiedere un confessore, perché i
sacerdoti hanno il mandato tutto speciale di sollevare ed aiutare le anime".

232
Nel 1895 a Cormóns una Suora cadeva ammalata di vaiolo. Ebbene, M. Cecilia
si assumeva l'incarico della assistenza, prodigandole ogni cura, ogni servizio,
vegliandola di giorno e di notte. Così per tutto il mese. Soleva chiamare le malate "i
parafulmini dell'umanità". Un giorno incontrando una Suora le disse: "Senti, vai in
Infermeria e tieni allegre le care ammalate perché nella santa allegria il demonio non
trova nulla da pescare ed io sono felice quando regna l'allegria". Quando aveva qualche
dolce o frutta ricevuto in dono era felice di distribuire il tutto alle sue ammalate.
Racconta una Suore che nel 1912, essendo andata a Cormóns per i SS. Esercizi ed
essendo caduta ammalata, per felice combinazione trovò in infermeria indisposta anche
M. Cecilia, la quale ogni giorno le mandava parte del suo caffè e di qualche altro ristoro
che lei riceveva.
Quando cessò il generalato, sua cura più gradita era di interessarsi delle care
ammalate. Quando lei stessa era costretta a letto, più volte al giorno chiedeva notizia
delle ammalate più gravi. Finalmente ottenne di essere portata anch'essa nell'Infermeria
nel 1924 e fu per lei grandissima gioia. Quando lo poteva si faceva condurre nelle
camere di ciascuna a portarvi il sorriso e la benedizione. Se era costretta a letto voleva
che le Suore alzate, in certe ore venissero nella sua camera e le edificava con consigli e
le teneva allegre con facezie e racconti. Spesso in quel tempo, nel cuore della notte,
suonava il campanello per informarsi sulla condizione di qualche Suora aggravata. I
regalini poi, che le Suore e i Superiori le facevano, erano tutti per le sue ammalate.
Finalmente, a dimostrare ancor meglio le cure di M. Cecilia per le ammalate, giova
riportare le sapienti norme da lei stilate dall'Infermeria dove non si sa se più ammirare la
carità per le ammalate o il desiderio che esse nel dolore si santifichino e siano di
giovamento alle altre.

NORME PER L'INFERMERIA


(composte dalla Rev.ma Madre Generale Cecilia Piacentini)
1. L'Infermeria è il luogo delle sofferenze fisiche e talvolta anche morali, - è
qui, proprio qui che la religiosa ammalata rappresenta Gesù penante, perciò vi deve
regnare il massimo ordine e silenzio.
2. Le ammalate che possono scendere per fare la Comunione, si alzeranno
all'Angelus Domini, e alle 7 quelle che desiderano e possono ascoltare la S. Messa.
3. Per quanto è possibile le inferme e convalescenti procureranno di unirsi
alla comunità per le pratiche di pietà, silenzio, ricreazione… Un atto comune è

233
grandemente meritorio, quindi non potendo unirsi realmente alla comunità, lo si faccia
almeno in ispirito.
4. Alle 11,30 chi può, si recherà in Cappella, le altre nella propria stanza per
l'esame del mezzodì.- Le refezioni ciascuna le prenda nella propria stanza sul tavolo,
con dispensa di silenzio. Non è permesso di scambiarsi le pietanze; chi ha desideri o
bisogni li esponga alla Madre Infermiera.
5. Solo in tempo di ricreazione possono le infermicce visitare le ammalate
nelle stanze, fuori di questo tempo nessuna può entrarvi tranne il caso di urgenza o con
permesso speciale.- All'una e mezza tutte si ritireranno nelle proprie celle e vi
resteranno fino alle tre. Dopo cena possono altresì fare un po' di ricreazione, alle 9 tutte
andranno a riposo.
6. Le Suore in Comunità che abbisognassero di qualche cosa dall'Infermeria
vi si recheranno nell'ora dei lavoretti alla sera e mai durante il giorno, tranne un vero
urgente bisogno, e attenderanno quanto loro occorre nella stanza della Madre Infermiera
e non in cucinetta o sul corridoio.
7. Le consorelle visiteranno le inferme nei dì festivi, alla mattina dalle 9 ½
alle 10 e ¾, e al dopo pranzo dalle 3 ½ alle 4 e ½ l'inverno, e dalle 4 1/2 alle 5 ½
l'estate – non meno di due e non più di cinque per stanza. Dalle più aggravate solo brevi
momenti, parlando sommessamente per non aggravarle – dalle altre potranno fermarsi
più a lungo.
8. Non dimenticheranno che vanno a compiere un'opera di misericordia,
perciò si studieranno di esser loro di conforto e sollievo e non di affanno e di peso. Al
segno del campanello tutte troncheranno ogni discorso e lasceranno prontamente
l'Infermeria.
9. Durante le visite la Madre Infermiera vorrà prendersi la responsabilità del
buon ordine e per impedire che le ammalate siano disturbate e stancate più del
conveniente.
10. Sull'uscio delle ammalate che bramano rimanere quiete, appenderà il
cartello della scritta "Impedito" e nessuna potrà entrarvi senza speciale permesso.
11. Il posto assegnato per iscuotere spolveracci, vestiti ecc. e per istendere
fazzoletti o checchessia è il poggiolo dalla parte della lavanderia. E' proibito farlo dalle
finestre interne o dal poggiolo verso il coro.
12. Durante la Confessione tutte si ritireranno nelle proprie stanze e verranno
avvertite dalla Madre Infermiera quando dovranno presentarsi. Se si confessa una dura

234
d'orecchio o una moribonda, l'uscio può venir chiuso, altrimenti la porta della Cappella
e delle stanze in tempo di Confessione devono stare aperte.
13. Quando sulla porta delle scale vi è il cartello "Confessione" vuol dire che
non si vada avanti e indietro senza una urgente necessità.
14. Tre volte per settimana verrà portata la SS. Comunione alle ammalate e
quattro Suore l'accompagneranno con candela accesa.
15. Tutte le Suore libere potranno fra giorno accompagnare il S. Viatico con
candela accesa, partendosi dal Coro.- E' dovere di tutte le Suore libere al segno della
campana accompagnare una Sorella defunta che dall'Infermeria viene portata nella
camera mortuaria.
16. Durante il riposo delle ammalate nel pomeriggio si eviti ogni strepito con
porte o altro, non fregare, spazzare, portar legna o andare su e giù pel corridoio, ma badi
l'infermiera che in quelle ore vi regni la massima quiete e tranquillità.
N.B. Nei tempi in cui furono compilate queste norme non esisteva l'uso della
Comunione quotidiana. Appena fu possibile la defunta M. Cecilia si occupò onde
ottenere che le ammalate potessero usare come le attive quotidianamente del
Sacramento dell'Altare.

59

ALCUNI TRATTI DELLA CARITA' DI M. CECILIA

M. Cecilia considerava i parenti stretti delle sue Suore come suoi stessi parenti
ed aveva per loro, specie se soli o poveri, tratti di materna bontà. Così talvolta volle che
qualche vecchio genitore di qualche Suora fosse ricoverato negli Istituti o Ricoveri
diretti dalle sue Suore, perché fosse assistito e aiutato.
M. Cecilia era spesso di una tenerezza che confondeva: così un giorno scrivendo
a una Superiora per consegnarle una Suora da lungo tempo desiderata, diceva: "Me la
cavo di bocca per mandarla a lei".
Amava le Suore di un affetto che non si può immaginare: "Sono tanti anni che
vivo con loro e non mi stanco ami di guardarle", diceva durante una ricreazione, quando
ormai aveva deposto il generalato.

235
Aveva per le Suore dei riguardi insospettati. Così una volta essendo il tempo
pessimo mandò una carrozza ad aspettare al cancello del cimitero di Cormóns alcune
Suore che vi si erano recate per un funerale: voleva che non prendessero freddo e
pioggia nel ritorno.
La carità da lei praticata voleva vedere anche nelle Suore. "Io non chiedo altra
grazia prima di morire, che di vedere le mie figlie amarsi vicendevolmente". A
proposito di carità M. Cecilia ricordava spesso questo fatto: "Era morta una sposa che
viveva in una famiglia, dove c'erano anche altre cognate. Il marito vedovo radunò
intorno alla bara le cognate e gli altri parenti e fece della defunta questo elogio: Non si è
mai lagnata di nessuno". Se questo fanno i secolari, diceva M. Cecilia, che cosa
dobbiamo fare noi religiosi?". Erano state rubate le galline del pollaio di Cormóns. M.
Cecilia, pensando che certamente i ladri erano poveri bisognosi di tutto, li compativa
dicendo: "Poveretti, chissà quanto ne avevano bisogno. Ringraziamo Iddio che quei
poveretti sono venuti da noi, che, ringraziando la divina Provvidenza, il pane non ci
manca… Ma qual dispiacere se fossero andati in qualche povera famiglia privandola
dell'unico sostentamento". Un giorno, essendo venuta a sapere di qualche mancanza di
carità, fece radunare "a capitolo" tutta la comunità (anche la portinaia); quando tutte
furono radunate entrò e disse: "Chi manca alla carità è nella morte".
Una novizia si mostrava un giorno preoccupata per dover portare da sola un
materasso dal piano-terra al primo piano; M. Cecilia, ridendo: "Così si fa, figliuola,
disse; e lo prese sulle spalle e salì svelta la scala.
Una Suora aveva fatto un giorno a M. Cecilia una lunga accusa e si aspettava
una solenne lavata di capo, invece: "Ringrazia Iddio, figliuola, che ti ha illuminata così
perché conosca i tuoi difetti". Una Suora aspettava il suo turno davanti alla porta di M.
Cecilia; la buona Madre vede e porta lei stessa una sedia alla Suora perché non si
stanchi ad aspettare. "Chi dà prontamente, dà doppiamente", soleva ripetere, e ne dava
l'esempio per prima.
Una giovane temeva di non essere accettata perché non sapeva scrivere: "Stia in
pace, disse M. Cecilia, che in Paradiso ci andrà lo stesso". Una Suora una sera fu presa
da una gran tosse: "Prenda queste tre arance, disse M. Cecilia, le gusti con fede e le
faranno bene". E così fu.
Una Suora ha rotto sbadatamente un vetro. Va ad accusarsi da M. Cecilia che la
rimprovera dolcemente: appena uscita dalla camera della Madre, rompe un secondo

236
vetro. Va disperata ad accusarsi aspettandosi un severo rimprovero; invece ebbe solo
parole di sollievo e di conforto.
Non voleva che le bestie patissero inutilmente. Mandò una Suora a vedere un
giorno il motivo per cui un gatto miagolava sotto la finestra della sua camera. "Certo,
diceva, avrà fame e sete; procuri che gli diano da mangiare e da bere". Quando poi la
Suora tornò le disse: "Vede? Le bestie non hanno mai offeso il Signore; quindi non
bisogna farle patire; non è certo bene accarezzare le bestie, prenderle in braccio, no; ma
dobbiamo trattarle bene, perché esse non hanno un giorno il Paradiso come noi; quindi
dobbiamo renderle felici quaggiù". Alla sera veniva spesso un sorcetto nella sua camera
e si voleva mettergli la trappola: ma la Ven. Madre non volle, dicendo: "Lasciamolo
vivere, poverino"; e preparava per lui un pezzetto di pane e formaggio, acciò avesse
pronta la cena. Così all'inverno metteva delle briciole di pane sulla finestra perché gli
uccelli potessero venire a sfamarsi. Quando era ammalata aveva spesso zanzare sul viso
e sulle mani. Una volta l' infermiera volle cacciarne via una dal viso: "La lasci,
poveretta, disse, anch'essa ha diritto di nutrirsi, quando è sazia si distacca da sé". E la
tenne finché la bestiolina ben sazia, con l'addome ben pieno di sangue, se ne volò via
contenta.
Era entrata in convento da pochi giorni una postulante. Questa figliuola una sera
passeggiava sola, soletta in orto a piangere. M. Cecilia le si avvicinò e le disse
benevolmente: "Perchè piangi, figliuola"? "Piango perché sento cantare i vendemmiatori
nella vigna della collina; io quando ero a casa, andavo sempre a vendemmiare; e qui vi è
l'uva e non si può toccare". La M. Cecilia le disse una parola di conforto e se ne andò;
ma quando la postulante rientrò in casa, trovò nella sua stanza un bel piatto di uva fresca
e bianca. Mentre era a Cormóns qualche volta si recava dalla M. Maestra con conferire.
Ma se, arrivata alla porta della camera di M. Maestra veniva a sapere che dentro c'era
una novizia o anche solo una probanda, non picchiava, ma si allontanava per ritornare
più tardi.
Una novizia andò un giorno da M. Cecilia senza averne alcun motivo. Entrata in
camera disse: "M. Maestra non vuole che si venga da lei, per non disturbarla". M.
Cecilia rispose: "M. Maestra fa così per non stancarmi; ma tu vieni lostesso, quando hai
bisogno". "Ma se non ho nulla da dire, Madre"? "Non importa, vieni lostesso e ti dirò io
una parolina".
Una Suora confidava a M. Cecilia di avere un'avversione verso una Consorella.
M. Cecilia le rispose: "Quando ti viene regalato un caco in parte buono in parte bacato,

237
tu pensi di mangiare la parte buona, non è vero? E lasci la parte trista? Così devi fare
riguardo alla tua consorella, nella quale vedi questo difetto; procura di vedere solo il
lato buono per imitarlo; procura di non vedere il lato cattivo. Se proprio non puoi, allora
pensa solo a non cadere anche tu in quel difetto; così è salva la carità".
Sempre a proposito della carità: una Suora morente ebbe a confidare a una
consorella questo sogno: le pareva di trovarsi in parlatorio nell'atto di offrire qualche
cosa a tre Monsignori. M. Cecilia, già morta a quel tempo, entra nel parlatorio, fa un
profondo inchino ai Monsignori e dice alla Suora: "Ho da parlare con te" e poi aggiunge
sottovoce: "Carità, carità, carità!, non è osservata la carità: le Superiore, per non
disgustare, non correggono le Suore per le mancanze di carità".- "Qui, Madre"? – "Non
qui, ma per le case". E mentre usciva, dopo un altro profondo inchino ai Monsignori,
ripeté per tre volte alla Suora: "Carità, carità, carità"!
Una Suora operata di un grave malore, soffriva atroci dolori. M. Cecilia le stette
accanto molte ore, le rifaceva il letto, insegnava alle Suore Infermiere il modo di
muoverla e di trasportarla senza farla troppo soffrire. Le faceva impacchi sulla parte
malata. La Suora, molti anni dopo, ricordando la carità della Madre, piangeva di
commozione.
Non più generale e gravemente ammalata continuava a ricevere le Suore che la
visitavano con venerazione e le manifestavano spesso le loro pene. "Senti, diceva, mi
rincresce assai, di non poter giovarti come una volta che ero in ufficio: ma sta sicura che
quando sarò in Paradiso, pregherò tanto per te"!
La sorella di una Suora era gravemente ammalata. M. Cecilia prese parte al suo
dolore profondo pregando intensamente per la sua guarigione. Infatti guarì
perfettamente. La Suora, molto tempo dopo, ebbe modo di dire a M. Cecilia che la
sorella stava proprio bene. "Quanto ne godo, disse la buona Madre, non osavo neppure
di chiederlo per timore di sentire che non fosse guarita bene. Quanto ne avrei sofferto,
povera figliuola, così buona e cara"!
In occasione del suo onomastico scrisse alla Superiora di una casa: "Rallegri le
sue consorelle con un buon pranzetto".
Una Suora aveva commesso una grave mancanza, tanto che tutte le Suore le
erano contro, ma la buona Madre disse: "Gesù ha perdonato ai suoi nemici, ed io non
perdonerò ad una mia figliuola? Si è umiliata, e tanto basta".
Una Suora, forse di Trieste, si era fermata alcuni giorni a Cormóns, diretta a
Pola. M. Cecilia volle sapere se aveva ancora i genitori. Saputo che li aveva, le disse:

238
"Passando, vada a salutarli, chissà come saranno felici di vederla dopo gli spaventi della
guerra".
Mentre era ammalata in Infermeria godeva di fare regalucci e improvvisate alle
Suore che l'assistevano giorno e notte. E quando le rifacevano il letto o ripulivano la
stanza, trovavano nascosta in qualche angolo o sotto il guanciale qualche buona cosina.
Una Suora, che fu tanto beneficata da M. Cecilia, andò un giorno a riverire la
Madre, ormai novantenne, nell'Infermeria. La santa religiosa chiese alla Suora, tra le
altre cose, anche come si diportasse una povera disgraziata che aveva tradito la
vocazione. La Suora dovette darle proprio brutte notizie. Allora M. Cecilia scoppiò a
piangere e a gemere da straziare il cuore e disse: "Oh! Quando penso che S. Vincenzo, il
grande Santo della carità, dice chiaro e preciso che le anime che abbandonano Dio e
disprezzano la grazia della vocazione, vanno inesorabilmente perdute, mi sento lacerare
il cuore". E la Suora conferma che M. Cecilia non abbandonò mai quella disgraziata;
continuò a seguirla con la preghiera ed anche con l'aiuto materiale.
Racconta una Suora che nei primi tempi della sua vita religiosa ebbe molto da
soffrire ed era perciò facile alla malinconia. Ma quando nella ricreazione entrava M.
Cecilia che le rivolgeva il suo primo largo sorriso, si sentiva sostenuta ed incoraggiata.
Quando poi veniva il suo onomastico il sorriso era sempre accompagnato da un
cartoccio di confetti.
Una Probanda che era refettoriera, mentre portava un vassoio con 30 bicchieri,
nella fretta inciampò e cadde rompendo 29 bicchieri. M. Cecilia era assente e doveva
arrivare pochi minuti appresso. La poveretta era disperata e pensava di scrivere a sua
madre perché le mandasse o bicchieri o denaro per comperarli. Tutte le Suore le furono
attorno per consolarla e chiederle se si fosse ammaccata cadendo: "No, per grazia di
Dio", rispose la desolata Probanda, e appena arrivò la Madre le si presentò per
ossequiarla, ma vedendola scoppiò a piangere dirottamente. "Sapesse, Madre, che ho
fatto"! "Prima di tutto asciuga gli occhi e poi mi racconterai". "Ho rotto 29 bicchieri".
"L'hai fatto apposta? "Oh! no, Madre"! "Bene, senti; se tu avessi rotto la carità mi
dispiacerebbe di più, per i bicchieri la Provvidenza non mancherà".
Volendo beneficare certe signorine nobili decadute, che non avevano il coraggio
di chiedere aiuto, mandò loro una rosa di carta lavorata con dentro un piccolo astuccio
con una moneta d'oro.
Era morta M. Giuseppina Doliac, Maestra delle Novizie. M. Cecilia, che l'amava
moltissimo, non era presente. Arrivata a Cormóns, si gettò sul cataletto e pianse a lungo:

239
c'era lì vicino una Novizia, che pure piangeva. M. Cecilia se la strinse al cuore dicendo:
"Tu soffri; io pure soffro tanto, sai"!
Spesso piangeva con le Suore che avevano ricevuto da casa la notizia di qualche
disgrazia. A una Suora che piangeva per la morte della mamma ebbe a dire tra le
lagrime: "Il vuoto lasciato dalla mamma non sarà mai colmato; io pure ho tanto pianto
quando morì mia madre".

60

PRUDENZA

a) Nelle parole e nei divisamenti


Parlare della prudenza di M. Cecilia sembrerebbe proprio superfluo. Quanto già
abbiamo detto della sua carità, del suo amore per il prossimo, della sua fede e speranza,
è più che sufficiente per attribuire a M. Cecilia il titolo di donna e Madre prudente. Fin
da fanciulla era stata abituata a vedere tutte le cose "sub specie æternitatis"; "ciò che
non è eterno è nulla", ripeteva nei suoi ritiri. Lo stesso pensiero del Paradiso, cui tanto
spesso si richiamava nelle sue lettere e nelle istruzioni e conversazioni, non era che un
continuo stimolo a lei e agli altri per ordinare ogni pensiero, parola ed opera al fine per
cui ogni creatura deve agire. Quindi le sue parole erano misurate, pesate, dosate: i suoi
divisamenti preceduti dalla preghiera e dal sagace ricorso al consiglio delle sue
collaboratrici e di quanti, sacerdoti o laici, la potevano aiutare. La stessa straordinaria
facoltà di leggere nei cuori (e anche nel futuro?) la coadiuvavano mirabilmente in
questa virtù. A questo specialmente era diretta la sua profonda devozione allo Spirito
Santo. Il mondo talvolta classificava di imprudenza la sua incondizionata fiducia nella
divina Provvidenza. Ma si sa che cosa il mondo intende per prudenza. D'altra parte M.
Cecilia nel prendere qualunque decisione che riguardasse il bene dell'Istituto e delle
anime, non mancava di usare – come si è detto poco sopra – i mezzi umani – che le
erano a portata di mano, per non errare. Quante volte le sue figliuole, che magari di
primo istinto, non sapevano rendersi conto di qualche decisione di M. Cecilia, più tardi,
di fronte al susseguirsi dei fatti, hanno dovuto esaltare la prudentissima condotta di M.
Cecilia! Bisogna dire che la prontezza a riferire a Dio ogni cosa e da Lui ricevere il bene
ed il male come dono, è una caratteristica universalmente riconosciuta a quest'anima
grande; che se talvolta la sua ferrea indole le strappava qualche parola che rivelasse

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un'ombra di imprudente impetuosità, sapeva immediatamente correggere l'eccesso con
un tratto di convinta umiltà. Del resto la sua fede, la sua stessa carità che cosa sarebbero
state se non fossero state moderate dalla prudenza? Tanto è vero che ogni virtù, nel suo
esercizio, richiama e richiede tutte le altre virtù.
Che dire della prudenza di M. Cecilia nell'accettazione delle giovani Probande?
Con quale occhio le seguiva, le vegliava! Spesso bastava il primo sguardo per prendere
una decisione che in seguito appariva prudente e illuminata! Le sue lettere sono tutte
letteralmente ridondanti di questa sana e virile prudenza che, sublimata dalla grazia di
Dio, guida le anime luminosamente per la via più breve alla vita eterna. E com'era
pronta e perspicace nel cogliere ogni occasione nel lato giusto in cui era opportuno
insistere e fermare l'attenzione! Non di rado una questione dibattuta a lungo tra i
subalterni, veniva risolta da M. Cecilia con una sola parola – talvolta con un gesto della
mano. Alcune Suore hanno attestato che avevano avuto spesso l'impressione precisa che
M. Cecilia avesse particolari lumi dello Spirito Santo, di cui, del resto, - come già si
disse – era discepola fedelissima e docilissima. Né questo viene infirmato dal
linguaggio profumato di umiltà che soleva usare nell'esprimere il suo pensiero: "Parmi",
oppure "mi parrebbe", oppure " se non erro", "se loro pare conveniente" ecc. La fiducia
delle Suore in lei era tanto grande che ogni sua parola era un oracolo, ogni suo cenno un
comando, un invidiato privilegio, un suo espresso desiderio, una festa l'obbedirla e
l'assecondarla. Anche quando, avendo prudenzialmente deposto il generalato si era
ritirata in un angolo ad aspettare la morte!

b) Amore per la sincerità e la semplicità


E' naturale che un'anima così rettilinea avesse un particolare orrore per ogni
mancanza di sincerità e di semplicità. Ogni doppiezza o simulazione provocava in lei
una dolorosa impressione, da cui non riusciva a liberarsi. Durante gli anni del suo
generalato fu costante nel considerare inadatta alla vita religiosa del suo Istituto una
Probanda o Novizia che avesse l'abitudine della insincerità o della menzogna. Tra le
norme che sempre inculcava alle varie maestre delle novizie che si avvicendarono
durante il suo generalato, la più rigorosa riguardava proprio la semplicità e la sincerità.
Tollerava, per così dire, ogni difetto; ma non poteva tollerare la menzogna. Era pronta a
perdonare e magari a difendere davanti ai Superiori subalterni, una Suora, o novizia o
probanda che avesse semplicemente manifestato la sua colpa; ma non lasciava impunita
la colpevole che cercava di coprire con la bugia la propria colpa. Così si ricorda che una

241
volta ad Udine licenziò su due piedi una Probanda perché colta in flagrante bugia; non
valsero lagrime, o scuse, o promesse; bisognò che se ne andasse. Tutta l'opera di M.
Cecilia è improntata a questa nota di austera, chiara, rettilinea sincerità.
Quando era costretta a correggere a voce o per iscritto, non c'era pericolo che
usasse mezzi termini o frasi a doppio senso per non umiliare o ferire. Colpiva a segno,
diritta, salvo poi a farsi in quattro per chiudere la ferita che le sue parole potevano aver
aperto nel cuore altrui. Né si deve credere che per questo fosse meno amata; tutt'altro: le
Suore erano sicure che da M. Cecilia avevano sempre la verità; ed anche le sue sferzate
erano amate come le sue carezze, perché le une e le altre venivano da un cuore che
amava la gloria di Dio. Se si tiene presente il grande pericolo che per la vita religiosa è
rappresentato dalla mancanza di sincerità, bisogna dire che non è piccolo merito per M.
Cecilia l'aver creato e quasi tramandato per eredità nella sua Congregazione questo
spirito semplice e retto che tuttora vige nelle sue figliuole.

c) Sua umiltà nel ricorrere a Dio e agli uomini


La gloria di Dio era sempre il primo dei suoi pensieri. Le era diventata così
abituale che ne parlava spontaneamente qualunque fosse l'argomento anche il più
profano, che stesse trattando. Convinta poi che Datore di ogni grazia è sempre Dio, a
Lui soleva ricorrere in ogni evenienza. Già abbiamo visto M. Cecilia concentrata in
lunghe preghiere prima di dedicarsi a qualche importante lavoro o prendere qualche
grave decisione. Non di rado, dopo un lungo colloquio col Signore, proponeva soluzioni
o decisioni in piena opposizione a quanto lei stessa prima aveva pensato o detto; e
allora, afferma qualche Suora, si aveva l'impressione che parlasse in lei lo Spirito Santo
a cui con sì largo cuore aveva fatto ricorso. Ed era pure questo il consiglio che dava a
Superiore o Suore: "Pregate, diceva, pregate; confidate a Dio e a Maria SS. Rosa
Mistica e a S. Giuseppe ogni vostra pena, siete certe di essere esaudite. Solo dopo
intensa preghiera passate all'opera". Di questa altissima stima della preghiera sono
testimonio le sapienti disposizioni delle Costituzioni riguardanti le Pratiche di pietà, che
devono avere sempre il primo posto anche nella vita ordinaria. Del resto in questo M.
Cecilia era più che mai fedele interprete del Ven. P. Luigi. Dopo di aver pregato,
conscia del dovere che le incombeva di non trascurare gli aiuti umani che le venivano
dalle sue collaboratrici, le interpellava secondo le Regole e ne teneva nel dovuto conto il
parere: ciò fece anche negli ultimi anni del suo generalato, quando la sua parola aveva il
valore di un oracolo per tutti, anche per le sue consigliere. Nei casi più gravi poi, usava

242
ricorrere al consiglio di venerandi Sacerdoti che interrogava col più grande rispetto: S.
Ecc. Mons. Feruglio, il fratello di lui Mons. Domenico, il P. Rossi, i P. Pastarini, D.
Pelca, ed altri Sacerdoti ebbero la stima e la confidenza di M. Cecilia che ne conservava
sempre un grato ricordo. Anche questo aspetto della sua attraente fisionomia spirituale
era frutto di lungo, paziente lavoro personale tendente a confermarsi sempre più nella
virtù dell'umiltà, fondamento insostituibile di ogni solido edificio soprannaturale.

d) Remissività nei giudizi


Il forte carattere di M. Cecilia poteva forse lasciar pensare che non fosse
disposta a mutare i suoi giudizi, qualora persone anche autorevoli si manifestassero di
contraria opinione. Ma non è così. M Cecilia, che quando aveva presa una decisione
dopo lunga preghiera e maturo consiglio delle sue collaboratrici e, se del caso, anche dei
suoi consiglieri ecclesiastici, era irremovibile come torre d'acciaio, era invece di una
remissività sconcertante quando si trattava di prendere la decisione stessa. Né era raro il
caso che in cose non gravi, meglio consigliata ed illuminata, ritornasse sulle sue
decisioni per seguire i consigli altrui.
M. Cecilia ebbe più volte a dire che benediceva la Provvidenza di Dio che aveva
disposto che la sua famiglia, al suo apparire al mondo, fosse in gravi strettezze
economiche che le resero severa e laboriosa la sua stessa fanciullezza che è per gli altri
bambini l'età dei trastulli. Così Ernestina, la futura M. Cecilia, imparò ben presto a fare
un rigoroso uso del suo tempo e a considerare l'ozio come un capitale nemico dell'anima
e del corpo. Semplice religiosa da prima, più tardi maestra delle novizie, superiora
locale e superiora generale, fu di un'attività straordinaria, specie se si tiene conto della
sua debole salute, che la costringeva a frequenti soste a letto.
Anzi anche a letto, quando il male non era tale da impedirle assolutamente ogni
attività, attendeva ai suoi lavori ordinari, senza badare ai pietosi consigli delle persone
che la circondavano. Fino a tarda età, anche quando era ritornata semplice Suora, aveva
le mani sempre in movimento per cucire, rammendare, fare maglie e calze per sé e per
le Suore. "Pareva, dice una Suora, che quelle mani non potessero stare ferme e si
movessero da sé". Anche durante le ricreazioni portava i suoi lavoretti, anzi quest'uso è
passato in consuetudine nella Congregazione della Provvidenza. Anima di intensa vita
interiore M. Cecilia; pure attivissima, prediligeva le belle ore di silenzioso
raccoglimento notturno davanti al Tabernacolo, dove si portava a sfogare il suo cuore, a
chiedere conforto, luce, grazia e vita…

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LA GIUSTIZIA

a) Doveri verso Dio, gli Angeli, i Santi.


Giustizia è "dare a ciascuno ciò che gli è dovuto". Anche la virtù della religione,
da questo punto di vista, cade sotto il dominio della giustizia. Il culto è precisamente la
forma con cui l'uomo dà a Dio, agli Angeli, ai Santi, l'onore loro dovuto. Già trattando
della fede abbiamo visto M. Cecilia nella sua vita di pietà adorare Iddio, riconoscendone
i supremi diritti; ringraziarlo per i benefici ricevuti; chiedergli perdono delle offese
recate; implorare il suo aiuto per l'anima e per il corpo; per sé e per gli altri: si può dire
che questa fu la vita di M. Cecilia specialmente da quando, sentita la voce di Dio, si
diede a Lui senza riserva. Quindi la sua predilezione per la S. Messa che è il più
perfetto modo di onorare Iddio; quindi la facile, spontanea ascesa di M. Cecilia dalle
creature al Creatore, quindi il continuo esercizio della presenza di Dio; quindi infine, la
meticolosa, perseverante progressiva cura di piacere solo a Dio, offrendogli sempre ciò
che di più perfetto riusciva a cogliere. Maria SS.ma, S. Giuseppe, gli Angeli, i Santi
quali amici di Dio, erano da M. Cecilia onorati con pratiche di culto che sono tutt'ora
una rigogliosa tradizione nella Congregazione.
La giustizia verso Dio, porta logicamente alla giustizia verso gli altri. M. Cecilia
con la sua straordinaria rettitudine che la distingueva, non poteva non essere precisa nei
doveri verso il prossimo, l'onore e la fama del prossimo. La sua imparzialità nel
giudicare le sue figliuole era proverbiale. Così una volta avvenne questo fatto. La Suora
lettrice in refettorio, nonostante ripetute osservazioni, continuava a leggere "facezìe"
invece di "facèzie". Le Suore sorridevano e una più delle altre. La M. Cecilia allora con
voce severa: "Chi non ha mai sbagliato si alzi in piedi" e alla sera, la Suora che aveva
riso di più dovette leggere a voce chiara e sillabando per più volte: "Chi ride alle spalle
degli altri, ride alle spalle proprie".

b) Sua devozione nella recita dell' Ufficio della Madonna


Recitava l'Ufficio della B. V. Maria con singolare devozione. Quando era in
viaggio o costretta dal suo ufficio non poteva partecipare alla recita comune, lo faceva
per suo conto con la massima cura. Nella recita comune voleva che la voce fosse da

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parte di tutte moderata, devota, come si conviene a chi prega. Non di rado faceva
interrompere la recita perché giudicava che si andasse troppo in fretta. Le Suore che la
conobbero ricordano ancora la voce ferma e devota con cui M. Cecilia intonava e
proseguiva l'Ufficio della B.V. Maria. Recitava l'Ufficio con la persona ritta, anche
quand'era vecchia e piena di acciacchi. Stava inginocchiata sull'orlo dell'inginocchiatoio
perché voleva che i suoi piedi toccassero il pavimento. Guai se alcuno si muoveva per
cedere il posto quando lei arrivava:"Quieta, quieta, diceva, non sospenda la preghiera
per me".

c) Umile soggezione verso i Superiori


Verso i Superiori la giustizia si esercita vedendo in loro l'autorità di Dio stesso.
M. Cecilia era nata per il comando. Però si sa che non sa bene comandare chi non ha
imparato prima ad obbedire. Anche in questo M. Cecilia ebbe un'ottima scuola nella
casa paterna ove tradizionalmente vigeva una disciplina paternamente severa, che,
raddolcita dalla carità cristiana, era il miglior mezzo per sviluppare in Ernestina quelle
doti che Dio le aveva così largamente elargito. Sottomessa in tutto ai genitori e al suo
direttore spirituale, non sapeva pensare che fosse possibile disobbedire. Così crebbe e si
presentò al Convento. Si sa pure che nella vita religiosa l'obbedienza è la forma pratica
dell'umiltà, la quale è il fondamento della santità.
M. Cecilia si trovò subito nel suo ambiente. Anzi abbandonò l'Istituto delle
Dimesse per entrare in quello di P. Luigi Scrosoppi proprio perché nel primo non aveva
trovato quella severità di disciplina che il suo spirito desiderava. Né il Signore mancò di
mettere alla prova l'obbedienza di M. Cecilia che, destinata a divenire la Superiora
Generale ideale, doveva nel quadro dell'economia provvidenziale, esperimentare in sé il
peso di penosi comandi, che qualche volta erano dettati da pregiudizi, che ferivano
profondamente il suo delicatissimo senso di giustizia. La storia dei primi anni della sua
vita religiosa è tutta intessuta ed impreziosita da queste esperienze che maturarono in lei
il senso della responsabilità e l'equilibrio della più rigorosa imparzialità. Così plasmata
da Dio, quando la fiducia delle sue Consorelle la chiamò alla massima carica della
Congregazione, avendo imparato ad obbedire, fu subito sorretta da Dio, capace di
comandare a nome di Dio.
Non è però a credere che i Superiori debbano sempre comandare, anche loro
hanno i propri Superiori ecclesiastici cui debbono amore, rispetto, obbedienza. M.
Cecilia, che pure comandò per tanti anni a centinaia di anime, era di una sottomissione a

245
tutta prova ai suoi Superiori. Le sue lettere, indirizzate a Vescovi, Cardinali, alla Sacra
Congregazione dei Religiosi, come anche alle civili autorità, ridondano di rispettosa e
devota sottomissione. I loro ordini, anche se talvolta pesanti per lei o per la
Congregazione, che era veramente tutt'uno, trovarono in M. Cecilia un'esecutrice
perfetta. Se talvolta credeva opportuno esprimere i motivi del suo parere diverso, lo
faceva con esemplare umiltà, professandosi pronta in tutto e per tutto a seguire l'ordine
ricevuto, qualora i suoi argomenti in contrario non fossero ritenuti validi. Più spesso
però, specie trattandosi di ordini venuti da autorità religiose, preferiva tacere ed eseguire
in santa pace, sicura che Dio avrebbe provveduto Lui, qualora lo avesse creduto
opportuno, per il bene della Congregazione.
In 40 anni di generalato non sono certo mancate le occasioni di esercitare questa
virtù. Quando però qualche Suora o la sua beneamata Congregazione erano vittime di
evidenti ingiustizie, M. Cecilia trovava ingiusto tacere: allora alzava la sua voce, armata
di quel senso di giustizia che era la sua caratteristica, e difendeva i diritti della verità e
dell'equità. Si ricordano persone che, andate da lei per giudicare e condannare l'operato
di qualche Suora o di qualche comunità, ne uscirono vinte e scosse dalla rettilinea e
ferma condotta di M. Cecilia che, umile e sottomessa quando si trattava solo di lei,
diventava fiera e santamente forte quando ingiustamente si colpiva la sua
Congregazione. Questo fece durante il suo generalato. Ma più mirabile apparve la sua
sottomissione quando, abbandonata la sua carica, ritornò, secondo il suo desiderio,
semplice religiosa e per 8 anni fu un esemplare di perfetta obbedienza non solo ai
Superiori maggiori o locali, ma anche alle sue Suore specie alle sue infermiere. Già
abbiamo tratteggiato questo mirabile aspetto della sua fisionomia spirituale; altre cose
diremo quando, tra breve, tratteremo esplicitamente della virtù dell'obbedienza.

d) Premura nel soddisfare i debiti


Lo sviluppo della Congregazione della Provvidenza impose spesso la dura
necessità di contrarre debiti a più o meno lunghe scadenze. M. Cecilia li faceva solo
quando era rigorosamente necessario e dopo di aver chiesto ed ottenuto il consiglio
delle sue collaboratrici e di Sacerdoti particolarmente sperimentati in simili affari. La
sua illimitata illuminata fiducia nella Provvidenza le era sufficiente garanzia che Iddio
avrebbe poi reso possibile il pagarli alle scadenze. La storia della Congregazione ha
spesso registrato particolari tratti della Provvidenza per dar modo a M. Cecilia di pagare
i suoi debiti che erano per scadere. Per quanto ci è dato sapere, ella ha sempre, come si

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suol dire, fatto onore alla sua firma. Talvolta, è vero, fu costretta a chiedere qualche
dilazione; ma fu cosa di poco conto e che fu ottenuta senza soverchia difficoltà. Ma le
Suore della varie Case, specie di quelle di Cormóns, sanno bene quanta preghiera, ore di
adorazione, fioretti hanno fatto in momenti difficilissimi, nell'imminenza della scadenza
di gravi debiti. Il modo insperato con cui il cielo rispondeva a questa "violenza" era un
segno evidente che Iddio benediceva l'opera della sua serva. L'intervento di Dio però
non dispensava M. Cecilia dal provvedere con la necessaria prudenza ad evitare i debiti
ed a pagarli nelle circostanze pattuite. Il che fece sempre, anche se talvolta consigliata a
fare piuttosto nuove spese che a pagare i debiti contratti.
La delicatezza della sua coscienza è dimostrata anche dal fatto seguente: essendo
a Roma per l'approvazione delle Regole, le avvenne di sbattere inavvertitamente una
sedia contro un'invetriata o portiera a vetro nella Basilica di S. Pietro e di rompere il
vetro. Ne ebbe gran dolore e si acquietò solo quando il Confessore la rassicurò
dicendole: "Di queste cose ne succedono tutti i giorni, stia in pace e non si preoccupi".
La serena e profonda pace nella Provvidenza di Dio, unita ad un carattere retto e
sincero, ci garantiscono che M. Cecilia sarà del tutto aliena dal ricorrere a sotterfugi o
giochetti per ottenere favori, denari od altro. Essa odiava queste cose, offensive della
giustizia e della bontà di Dio. Così, alla fine della guerra, fu invitata a fare domanda
d'indennizzo per i danni subiti, col motivo che l'anticipo già concesso era stato troppo
scarso. Si sa purtroppo che in simili casi persone anche buone sono spesso di una
incomparabile larghezza. Ma così non era M. Cecilia, la quale non volle saperne per
timore di chiedere più di quello che era giusto, disposta piuttosto a patirne un danno:
"Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio".
Talvolta, nelle varie opere, qualche Suora di coscienza un po' larga, si lasciava
andare a prendere per sé o per la comunità qualche cosa che apparteneva all'opera cui
prestava la sua attività. M. Cecilia si mostrò su questo punto severissima anche se a
giustificazione si diceva che lo stipendio percepito dalla amministrazione dell'opera era
molto inferiore al lavoro che le Suore compivano. Parlando della povertà di M. Cecilia
avremo modo di notare la sua scrupolosità nel restituire ai Superiori le cose di suo uso
che non adoperava, anche uno spillo, un ago, una gugliata di filo. E' chiaro che in queste
delicatezze proprie della virtù della povertà, entrava in primo piano anche il suo
finissimo senso di giustizia. Era in base a questo che talvolta preferì rinunziare a vistosi
benefici – ad abbondanti eredità -, quando il diritto non era del tutto chiaro e sicuro,
oppure quando da parte di terze persone si erano sollevate obbiezioni e si incontravano

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liti. M. Cecilia in questi casi, rinunciava ad ogni cosa dicendo che la Provvidenza divina
ha ben altri modi per mantenere le sue figliuole senza mettere in pericolo la carità di
Cristo.

f) Gratitudine verso i suoi benefattori


Un'anima così delicata non poteva non sentire potentemente il dovere della
riconoscenza verso i benefattori dell'Istituto. E' stato scritto che la gratitudine è il fiore
più bello che sia spuntato sull'albero rigoglioso della carità cristiana. Era riconoscente
prima di tutto pregando per i Benefattori vivi e defunti. E le Costituzioni contengono
precise disposizioni in merito. Ma ancora esprimeva la sua gratitudine con lettere
esuberanti di cristiana carità anche per i più piccoli benefici ricevuti. Teneva nota delle
date in cui cadevano ricorrenze particolari relative a qualche benefattore e quando
queste venivano, ne approfittava per mandare ad esse qualche segno della sua
riconoscenza: sarà un oggetto di devozione, un libro, un Rosario; oppure cose utili,
come qualche indumento confezionato dalle Suore o da lei stessa. Questo avveniva
specialmente per i Sacerdoti e i Religiosi, che essa soccorse talvolta anche con doni
molto costosi, quando sapeva che essi ne avevano bisogno. Così i Confessori, i vari
Cappellani della Casa di Cormóns, nelle più solenni ricorrenze della Chiesa, ricevevano
da M. Cecilia regali utili e pratici, che testimoniavano la sua riconoscenza. Del resto
tutto quello che possiamo sapere di questa grande anima, ci autorizza a credere che la
riconoscenza che M. Cecilia aveva verso le persone che avevano beneficato lei o la sua
Congregazione, altro non fosse che un riverbero, un riflesso della riconoscenza
soprannaturale che ella sentiva di dover a Dio. Per lei ogni benefattore non era che un
ambasciatore del Dio di ogni bontà: i doni spirituali e materiali degli uomini erano doni
di Dio stesso; quindi a Dio, innanzitutto, e, in Lui, a Maria SS. ma, a S. Giuseppe, a S.
Gaetano, ai SS. Patroni andava prima di tutto la riconoscenza di M. Cecilia. Lo stesso
spirito di riparazione che era in lei così accentuato, non era che un'espressione del
bisogno prepotente di ripagare il cuore di Gesù dei tanti insulti che riceveva dagli
uomini in cambio degli innumerevoli benefici che continuamente loro elargisce.

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62

LA TEMPERANZA

a) Come vinceva se stessa


"Vincere se stessi" è la grande legge di ogni perfezionamento umano e più
ancora cristiano. Il peccato originale, sebbene cancellato dal Battesimo, lascia
nell'anima la "legge del peccato" che ci spinge al male piuttosto che al bene. Questa
legge del peccato è fomentata dallo spirito del mondo che è sfruttato dal nemico delle
anime, il demonio. Ogni persona ha ricevuto dalla natura un'indole diversa. Diversa
quindi in ognuno è anche la legge del peccato; come pure da parte di Dio diversa è la
misura di grazia con cui il Padre nostro che sta nei cieli ci aiuta a vincere noi stessi. Qui
si comprende la frase di Giobbe: "La vita dell'uomo sulla terra è un combattimento".
Così è per tutti. Così è specialmente per le anime generose che hanno accettato l'invito
di Dio a una vita più perfetta, anzi alla vita perfetta – alla perfezione. Per loro la lotta è
più accanita, lunga, continua; il demonio contro di loro infierisce con particolare
ferocia, il mondo, alleato del maligno, fa loro una guerra spietata.
Aggiungete poi, se è il caso, un temperamento ricco di passioni e quindi
esuberante in inclinazioni al male, e avrete il quadro preciso del campo di lotta in cui si
sono immolati gli autentici eroi della vita che sono i Santi.
M Cecilia ebbe da natura un'indole fremente di vita, forte, ferma; lasciata a se
stessa, senza freno, sarebbe forse diventata un'anima superba. Buon per lei che Iddio le
collocò accanto fin dall'infanzia persone d'ingegno e di vita interiore che la compresero
in tempo e l'aiutarono in quella lotta diuturna, da cui non potrà mai cessare fino alla
morte. E quando, maestra delle novizie, superiora locale e poi generale, dirige le anime
in questa lotta, parlerà per esperienza personale di crocifissione e di martirio per amore.
E' questo tono di vita vissuta che dà al suo epistolario un così palpitante carattere di
attualità. Come già più volte abbiamo notato, M. Cecilia era il tipo della donna forte e
rigida che non chiedeva agli altri quello che non sapeva dare essa stessa. Donde la fiera
lotta che sempre ebbe a condurre contro la sua natura. La sua rigorosità era nota a tutti.
Ma se, nonostante questa, era tanto amata che le Suore erano felici di essere bersaglio
della sua severità, pur di poterle parlare ed avvicinare, fino al punto di desiderare di fare
qualche mancanza per avere la gioia di essere rimproverata da lei, bisogna dire che, sia

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pure dopo lunga lotta, era riuscita a fondere insieme fortezza e soavità così da renderle
inseparabili.
Una volta, verso la fine del suo generalato, diceva: "So bene che tutti mi
accusano di essere rigorosa nel mio governo". "Altro che rigorosa, Madre, fece una
Suora; faceva tremare anche il fazzoletto da naso che si aveva in saccoccia quando
sgridava, ed io più di una volta ho pensato che nel giorno del giudizio universale, al
suono delle trombe non mi spaventerò più, perché lei ci ha abituate agli spaventi. Però,
Madre, noi abbiamo sempre saputo che ci sgridava perché ci voleva tanto bene; erano le
sgridate di una vera mamma". "Sì, sì, le Suore le ho sempre tanto amate e posso dire che
procurai di essere per loro sempre una mamma". Talvolta, infatti, trasportata dal suo
naturale, dava risposte dure e sferzanti. Ma si può star certi che qualche ora dopo essa
stessa andava in cerca della Suora rimproverata e, chiedendole perdono, la
rappacificava. "Non so perché mi abbiano rieletta, disse in occasione della terza
rielezione nel 1909…e tutti sanno che sono sempre aspra, collerica, impetuosa,
sgarbata…". Chissà quanto avrebbe continuato se, per tutta risposta, una delle Madri
Anziane non le si fosse avvicinata e non le avesse stampato in fronte un bacio. Rise la
Madre, risero tutte a questa conclusione. Una Suora dice che aveva spesso pensato che
nessuna faceva l'esame di coscienza meglio di M. Cecilia che, dopo essere uscita in
qualche scatto in pubblico o in privato, riparava sempre. Una mattina aveva
rimproverato fortemente una Suora. Nel pomeriggio la incontrò nel corridoio, la fermò e
le disse: "Hai la bocca amara" ? La Suora pensò al pranzo fatto e a qualche pietanza
forse non ben confezionata e non riusciva a ricordare. "Ho pensato, continuò M. Cecilia,
che avrai la bocca amara e così ti ho portato questa scatoletta di confetti". Un'altra Suora
rammenta: "Avevo speso molto lavoro e molta pazienza per preparare alla prima
Comunione un gruppo di fanciulle ignoranti e maleducate. Le fanciulle avevano
apprezzato il mio lavoro e, grazie a Dio, si erano preparate convenientemente al grande
giorno. Le fortunate fanciulle, in segno di riconoscenza, mi regalarono una statuetta
della Madonna e un cartoccio di frutta; io porto la frutta all'economa e con la statua in
braccio mi presento a M. Cecilia dicendo: 'Madre, le fanciulle della Dottrina mi hanno
portato…'. La M. Cecilia mi guarda tutta seria e: 'Sono 40 anni, mi dice, che facciamo
Dottrina e nessuno ha mai portato niente, ora perché a lei capitano i regali? Restituisca
subito la statua'. Non proferii parola e sempre con la statua in mano mi ritirai. Che fare?
Vado in Chiesa diritta, ove ero attesa già dalle fanciulle, pongo la statua sull'altare di S.
Luigi, attendo che la Vergine mi aiuti a trarmi d'impiccio e comincio la Dottrina. Non

250
era trascorso un quarto d'ora ed ecco che tutta calma e sorridente vedo venire M. Cecilia
che mi fa cenno d'avvicinarmi a lei: 'Senti, dirai alle fanciulle che noi siamo grate del
loro regalo, ma è meglio che la portino in Duomo dove possono vederla ogni volta che
vi si recano, mentre noi abbiamo già la nostra Rosa Mistica'".
Una volta, alle ore 14, fu disturbata da una Suora che voleva sottoporle il testo di
un telegramma da spedire: ebbe una frase d'impazienza: ma quando la Suora rientrò in
casa dopo aver spedito il telegramma, fu invitata ad andare da M. Cecilia che le si
inginocchiò davanti e le chiese perdono. Spesso, per umiliarsi di più, pranzava stando in
ginocchio in mezzo al refettorio. M. Cecilia compiva così un lento ma sicuro progresso
nel dominio di se stessa. Tanto che negli ultimi anni del suo generalato si poteva dire
che la sua impetuosità era ormai vinta. Ma mentre talvolta si lasciava andare ad impeti
d'ira, quando vedeva qualche disordine, o constatava qualche mancanza, era al
contrario, di una serenità imperturbabile quando era colpita da qualche ingiustizia o
quando la sua Congregazione era bersaglio di inique persecuzioni. Allora il contegno di
M. Cecilia era così tranquillo che le sue figliuole, imitandola, trovavano esse pure la
pace dello spirito. Già abbiamo potuto costatare questo fatto nel raccontare le
complesse, non di rado, dolorose vicende del suo lungo governo.

b)Il cibo, il vestito, la stanza, il riposo.


Il suo cibo fu sempre semplice e comune, come già abbiamo detto. E ciò non
tanto per i frequenti disturbi di stomaco cui andava soggetta, quanto per spirito di
penitenza, specialmente nei tempi di Quaresima e d'Avvento, e quando aveva bisogno di
particolari grazie dal cielo, una delle armi che usava preferibilmente per ottenere grazie,
per domare la sua carne, fu sempre l'astinenza e il digiuno. Tanto che le sue figliuole,
specie la M. Vicaria, ebbero più volte a spronarla amorevolmente ad avere maggior cura
del suo corpo. Un giorno fu vista bere un po' di latte che una sorella ammalata aveva
lasciato nella scodella. Un'altra volta ebbe la forza di trangugiare una bevanda dove
erano cadute ben tre mosche. Ma anche vecchia e malata, rifuggiva da qualunque
distinzione; solo cedeva quando era insistentemente pregata, e ciò per amorevole
condiscendenza. Ciò che diciamo del suo cibo, si può ripetere della bevanda. Anche qui
la regola era mortificarsi sempre e in tutto. Si capisce quindi quanto erano efficaci le sue
esortazioni su questo argomento quando le Suore sapevano che le precedeva con il suo
chiaro esempio. Il suo vestito sempre proprio e pulito, però, rispecchiava il suo spirito
alieno da ogni vanità. Abitualmente si rattoppava da sè i suoi indumenti personali nel

251
timore che le Suore, trovandoli così sciupati e malconci, non li avessero a sostituire con
altri migliori. Una Suora chiese uno scialle di lana nuovo al posto di quello che usava
vecchio e consumato. M. Cecilia acconsentì al patto che il vecchio fosse ceduto a lei per
usarlo di notte e fu così per molti e molti anni. La sua camera poi era quanto di più
semplice si può immaginare: un tavolo, rozzo e misero, qualche sedia, un letto
comunissimo, un attaccapanni ordinario e peggio; nulla più. E spesso rifaceva e puliva
da sè la sua stanza, sebbene le Costituzioni e le Costumanze le consentissero di usare a
questo scopo di una Sorella Conversa. Emula anche in questo dello spirito di
mortificazione del Ven. P. Luigi. Talvolta le Suore, desiderose di manifestare alla M.
Cecilia la loro filiale gratitudine, le donavano qualche cosa che avrebbe potuto figurare
nella sua stanza; ma si poteva star sicuri che M. Cecilia non ne avrebbe fatto uso. Così
un paralume lavorato e dipinto, opera paziente e laboriosa di alcune Suore, introdotto di
nascosto e collocato sopra il tavolo di lavoro di M. Cecilia, fu trovato all'indomani sul
tetto sottostante la finestra della camera.
Il suo riposo era ridotto al minimo necessario per conservare le forze e tirare
innanzi. Le Suore infermiere di Cormóns, che dovevano vegliare durante la notte,
attestano che il lume della cameretta di M. Cecilia era sempre l'ultimo a spegnersi nella
casa; e ciò spesso molto e molto tardi. Per non dire che talvolta, spento il lume in
camera, scendeva silenziosamente in Cappella ad effondere la sua anima spesso piena di
angosce, nel cuore dello Sposo divino. Le Suore infermiere, che ebbero la fortuna di
assisterla negli ultimi anni, quando già era in infermeria, narrano che spesso, nel cuor
della notte, trovavano la Ven. Madre, assorta in lunga, quasi estatica, preghiera.

b) Mortificazioni corporali
Il riserbo rigoroso di cui circondatala sua vita spirituale, non ha permesso alle
Suore che pure la circondavano di così attente cure, di avere argomenti positivi per
affermare che M. Cecilia usasse straordinari mezzi di penitenza, come cilizi, catenelle,
o altro. Però crediamo di essere nel vero se sosteniamo che M. Cecilia, cosciente della
sua debolezza e insieme consapevole della importanza che le penitenze fisiche sogliono
avere nella repressione della carne, ha largamente usato di questi mezzi, che teneva
accuratamente nascosti. I punti della Regola, che riguardano le penitenze fisiche sono
certamente stilati oltre che dalla sua sapienza anche dalla sua personale esperienza.

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d) Il suo portamento
Se c'è una cosa su cui tutti vanno d'accordo, non solo le Suore ma anche i laici,
si è che M. Cecilia aveva un incedere maestoso e grave fin dal suo ingresso in religione.
Si capisce che questo, oltre che frutto di natura, fu effetto anche di educazione. Le
persone che l'avvicinavano ebbero a dichiarare di aver trovato in lei la perfetta
gentildonna con l'aggiunta della amabilità che le veniva dalla consuetudine della vita di
pietà. Le Suore attestano che il suo portamento dignitoso non allontanava, ma attirava le
anime. Amava il silenzio e la solitudine; lo esigeva intorno a sé, insegnava a non far mai
rumore nel camminare, nell'aprire e chiudere le porte, e ciò specialmente durante la
preghiera e le S. Funzioni in Chiesa. Nella Casa di Cormóns c'era sempre tanto silenzio
che due muratori, un giorno, mentre stavano lavorando, si scambiarono queste battute:
"Guarda, disse uno, noi a casa non riusciamo a far tacere una o due donne, e qui ce ne
sono tante insieme e sembra che ci sia nessuno in questa casa"! "Sfido mi, rispose
l'altro, come vustu che le ciacola con quella Superiora Piacentina là"?

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LA FORTEZZA

a) Nel difendere i diritti della Congregazione.


Dopo quanto abbiamo detto sembra quasi superfluo sottolineare la forza con cui
M. Cecilia difese i diritti della Congregazione delle Suore della Provvidenza. Questa era
la sua vita. M. Cecilia apparisce così identificata con la sua Congregazione, che le
Suore attestano che non potevano pensare al loro Istituto senza pensare a M. Cecilia che
lo impersonava da tanti anni ormai. Quindi M. Cecilia si alzava a difendere, con la forza
di cui era così largamente fornita, i diritti, sia delle singole Suore, sia dell'Istituto.
Narrando la sua storia abbiamo visto M. Cecilia impegnata a proteggere il buon nome
delle sue figliuole contro la malevola e menzognera volontà di settari che dominavano
nella Amministrazione Provinciale di Trento. Ugualmente M. Cecilia fu irremovibile di
fronte alla maligna condotta della Amministrazione Provinciale di Pola nei riguardi del
nuovo Ospedale. Così le Suore della Provvidenza erano sicure di trovare in M. Cecilia
una giusta e forte protezione; né ebbero mai a pentirsene.

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a) Nel sopportare le pene fisiche e morali.
Ma la fortezza di M. Cecilia rifulse in modo mirabile nelle tribolazioni interne
ed esterne che segnarono la sua vita. Le infermità della sua debole costituzione, le prove
frequenti e squisite dello spirito, le delusioni da parte di Suore, di Ecclesiastici e di
laici, le calunnie anche più umilianti, le ingiurie aperte e sfacciate; tutto ciò ed altro
amaro fu il bagaglio di sofferenza con cui Iddio permise che la sua serva fosse provata.
E se talvolta sembrava cedere sotto il peso delle avversità, fu sempre affare di un
istante, dopo il quale si ergeva più forte, più generosa, più umile a ringraziare e baciare
la mano paterna di Dio che la colpiva. Questo suo contegno personale nelle sue
tribolazioni le diede quella formidabile forza che noi riscontriamo in tutto il suo lavoro
di formazione verso le sue figliuole. Le sue lettere di direzione spirituale sono colme di
questo spirito di perfetto abbandono nelle mani di Dio Padre, sempre buono e benevolo.
E le Suore che ricevevano le sue lettere o sentivano le sue parole invitanti a "godere in
mezzo alle tribolazioni" sapevano bene che la cara Madre metteva essa in pratica quel
che ad esse insegnava. Ma la sua ammirabile pazienza fu manifestata durante gli ultimi
anni della sua lunga vita, quando, per sua volontà, messa da parte ogni autorità, colpita a
più riprese da tenaci e gravi infermità, tormentata da persistenti, estenuanti tentazioni,
mai perdette la sua calma invidiabile; ed anche quando era costretta ad esclamare che
proprio "non ne poteva più", lo faceva pienamente adagiandosi tra le braccia di Gesù e
di Rosa Mistica. Persino quando s'accorse che la mente le svaniva e capì che per
qualche tempo non ragionava più, anche allora, con quanta prontezza seppe pronunciare
il suo Fiat generoso. Quante volte non espresse il suo atto di accettazione della morte!
Anzi con quanto desiderio l'andava affrettando!

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SANTI VOTI

a) Povertà
Iddio, dice la S. Scrittura, plasma uno ad uno il cuore degli uomini, a seconda
dei disegni che Egli, infinitamente sapiente ha fatto di ciascuno di loro. M. Cecilia ebbe
una vocazione chiara, forte, decisa; Iddio certamente le istillò nel cuore la semente delle
virtù che, circondate dall'aureola della religione per i S. Voti, costituiscono la base della
vita religiosa. Povertà volontaria, castità perpetua, obbedienza perfetta sono in verità i

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tre piloni della vita religiosa: anzitutto la povertà. Nata da famiglia tradizionalmente
benestante, ebbe la ventura di passare la fanciullezza in mezzo a strettezze tanto più
dure quanto più accuratamente nascoste. Si abituò così Ernestina a rinunciare a tante
cose a cui le giovani della sua età e condizione dedicano gran tempo e cura meticolosa.
Cresciuta in questa scuola, imposta dalla necessità – che del resto accolse con animo
pronto e sereno – M. Cecilia si trovò ad essere ben preparata alle privazioni di religiosa.
Anzi la povertà diventerà per lei una esigenza spirituale quasi spontanea; tanto era
pronta ad abbracciarla serenamente.
Già abbiamo avuto occasione di parlare di questa virtù a proposito della
temperanza. Basterà farne qualche cenno. Era così poco attaccata alla sua stanza, che
era pronta a cederla al primo cenno di bisogno; così la diede a Sacerdoti, a predicatori,
una volta la mise a disposizione delle esercitande, perché vi potessero passare qualche
ora a prendere gli appunti delle prediche. Ogni volta che cadeva il Ritiro mensile, M.
Cecilia trovava sempre qualche cosa di superfluo di cui privarsi, o qualche cosa di suo
uso da restituire; tanto che le Suore ormai erano sicure che in tali circostanze qualche
cosa prendeva il volo, fosse pure un lapis, una falsariga, uno spillo. Una volta, avendo
trovato uno spillo, di cui aveva bisogno – non era più Generale allora - lo chiedeva
umilmente alla Superiora della casa. Un giorno stava rammendando una sottoveste a
maglia che ormai aveva più toppe che punti: una novizia la guardava meravigliata.
"Vedi, disse, che cosa faccio io? Non so fare altro, sai". Quando negli ultimi anni
scendeva le scale dovendo sostenersi per non cadere, con una mano si teneva alla
ringhiera, e con l'altra sosteneva modestamente alzate le vesti per non strisciarle e non
mancare così di povertà. Una volta, avendo freddo, si mise sotto la sottana un grembiule
nero, che però inavvertitamente lasciava fuori un pezzetto. "Che cos'ha qui sotto di
scuro"?, le chiese la Madre Maestra del Noviziato, M. Agnese Caracristi. "Sentivo
freddo e per non adoperare un'altra sottana, ho rimediato così". Così per molti anni, per
non insudiciare federe, si servì per dormire di un cuscino da sofà dalla copertina
colorata. Durante le ricreazioni e nei brevi momenti liberi faceva talvolta dei cuscini da
mettersi sui sedili dei confessionali, lavorati a lana colorata, che sono ancora in uso.
Orbene, per consumare fino all'ultimo le gugliate di lana, quand'era sul finire, faceva
passare la cruna dell'ago invece della punta. Un giorno una Suora, meravigliata le
osservò: "Madre, come lavora, dal tetto in giù"? "Così, rispose, risparmio lana, vedi?".
"Ma intanto si punge le dita"! E la Madre continuava il suo metodo economico. "Una
volta, racconta un'altra Suora, viaggiavo in carrozza con M. Cecilia, la quale dopo un

255
po' di tempo estrasse dalla borsetta due pere, una molto bella, l'altra un po' maculata. La
buona Madre volle che io prendessi la migliore, mi diede pure un pezzo di carta bianca
e sottile per non insudiciarmi le dita e per pulirmi poi le mani per non insudiciare il
fazzoletto da naso. Fino a questo aveva pensato. Le chiesi poi il temperino per
mondarla, M. Cecilia estrasse allora il temperino di suo uso: ma che povero temperino!
Tagliava come il mio dito e la lama si girava in tutte le direzioni come un' arcolaio".
Fu vista più volte per spirito di povertà e di mortificazione, mangiare gli avanzi
lasciati con troppa abbondanza nelle scodelle dalle probande e dalle novizie. Non
perdeva briciolo di tempo e finché la luce, anche dopo il tramonto, le permetteva di
vedere, si sedeva vicino alla finestra e rammendava indumenti di suo uso. Sceglieva le
ore della penombra per fare le sue devozioni particolari e ciò per utilizzare il tempo e
non rubarlo ad occupazioni spettanti il suo ufficio e così risparmiare il lume. Aveva
sempre fra le mani qualche lavoraccio, anche in viaggio. Nel 1910 ebbe alcuni giorni di
malattia, il viso gonfio e flussione; dovendo subire frequenti medicazioni si portò in
silenzio in infermeria e si mise nello stesso letto dove era morta poche ore prima una
suora, e non era neppure cambiata la biancheria. Nessuno osava parlare, perché impose
silenzio a chi se ne accorse.
Che dire del suo spirito di fede e di dipendenza dopo la rinuncia al Generalato?
Voleva allora dipendere in tutto dall'ultima infermiera. "Una volta, racconta una Suora,
trovandomi a Cormóns per i SS. Esercizi, chiesi a M. Cecilia, non più Generale,
un'immaginetta come ricordo. M. Cecilia rispose: "Cara figliuola, non ho più nulla,
diedi via tutto e non sono più Generale". Ma poi dispiacente di avermi dato un rifiuto,
mi si avvicinò e mi disse: "Vieni un momento con me in stanza; ci andai."Ho trovato
questa piccola immagine; prendi, ora non ho più nulla"! Abbiamo narrato diffusamente
quanto abbiamo potuto raccogliere riguardo alla povertà di M. Cecilia per farci un'idea
della sua virtù. Non bisogna però pensare che, così scrupolosa nella povertà lasciasse
mancare il necessario alle sue figliuole. Abbiamo già visto come fosse pronta ad andare
incontro ai ragionevoli desideri delle Suore. Cura particolare aveva per la salute di esse.
Così una Suora ebbe bisogno di cambiare le proprie lenti: M. Cecilia vi provvide nello
stesso giorno. Rimproverava le Suore che non erano pronte a chiedere ciò di cui
abbisognassero per la loro salute. Una Suora di un ospedale si era lagnata di avere un
cibo troppo scarso. M. Cecilia richiamò severamente la Superiora per questo. Ad una
Novizia che, essendo grande e grossa, abbisognava di maggiore nutrimento, impose di
mangiare un pane in più alla merenda del pomeriggio. Non badava a spese quando si

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trattava di aiutare i poveri e di provvedere allo spirito delle sue Suore. Era larga di aiuto
anche con i parenti poveri delle Suore, specie con i vecchi genitori, rimasti soli e
senz’aiuto per l'ingresso in religione delle figliuole. Aiutava anche periodicamente le
disgraziate che avevano lasciato il Convento anche dopo la Professione. Una volta la
Suora economa di Cormóns si lagnò con M. Cecilia perché la Suora cuciniera era troppo
generosa con le Suore. Ma la Rev. ma Madre rispose: "Non importa; le Suore hanno
bisogno di essere ben nutrite e rinforzate e si deve dar loro quanto è necessario"! "Ma, -
insistette l'economa, - come faremo ad andare avanti così"? "Ci penserà la
Provvidenza", concluse M. Cecilia. Si può dire che questa parola di M. Cecilia è il
ritratto del suo amore per la S. Povertà. "Ci penserà la Divina Provvidenza".

b) Castità
Sembra veramente superfluo parlare della bella virtù in M. Cecilia. Dopo di aver
visto la sua pietà, la sua giustizia, prudenza, fortezza e temperanza non si può pensare a
M. Cecilia, senza vederla come un angelo di purezza. Bisogna dire che anche in questo
la prima scuola ella ebbe in famiglia fin dai più teneri anni. Ma l'umiltà, la preghiera, la
mortificazione, circondarono così presto la sua anima verginale che, quando anche per
lei vennero gli immancabili giorni della lotta, li seppe sempre superare valorosamente.
Era tanto stimata per la sua virtù, che in sua presenza nessuno avrebbe osato proferire
anche solo una parola meno castigata; e se qualche sfacciato che non la conosceva, si
azzardò talvolta a qualche accenno che avesse l'ombra di non rispettare abbastanza la
purezza di Ernestina, ne ebbe tale lezione che non dimenticò tanto facilmente. Né si
deve credere che M. Cecilia, prima di essere Suora, sia vissuta in una campana di vetro.
No, visse in mezzo al mondo, i cui pericoli conobbe e seppe temere in tempo. Il suo
cuore sensibilissimo ebbe le sue prove, i suoi assalti, fu tentata anche dai suoi fratelli,
perché lasciasse la volontà di farsi Suora. Ma vinse sempre, aveva Dio e Maria SS. con
lei. "La sua buona mamma ebbe sempre tale stima, e sto per dire, venerazione, per
questa figliuola, che quando fu religiosa non osò più guardarla in viso. Si capisce che
un'anima come questa era fatta per volare sopra il fango della terra, e veramente la sua
vita si può tutta compendiare nell'immagine del volo; non di un uccello qualunque ma di
un angelo. Così si spiega la sua istintiva ripugnanza ad ogni macchia, ad ogni impurità,
la cura che pose nel coltivare le sue figliuole perché non avessero da correre soverchi
pericoli su questo punto. Così si spiega il suo contegno riservatissimo con i secolari, con
i sacerdoti, (anche se amici di casa o benefattori). Né voleva che le Suore fossero

257
impacciate o scortesi, voleva che fossero gentili e riservate insieme, tutte cose di cui ella
dava il più bell'esempio".
"Ero novizia, racconta una Suora, prossima alla emissione dei voti temporanei e
M. Cecilia, come una mamma, mi diede qualche spiegazione riguardo al voto di castità;
e chiarì quanto io le andava chiedendo; fra l'altro disse: "Quando si fa la pulizia
personale si manda intanto l'Angelo Custode a fare una visitina a Gesù". In una
istruzione durante gli Esercizi, raccomandò alle Suore grande riservatezza con tutti,
anche con quelli che paressero santi; acqua santa e cenere santa formano fango", diceva.
Tra breve dovremo notare la straordinaria potenza di M. Cecilia di penetrare i cuori: non
si può forse pensare che esista una intima relazione fra il suo culto per la purezza e la
sua forza di penetrazione dei cuori?

c) Obbedienza
Le Suore che conobbero M. Cecilia sono unanimi nel definirla "la Regola
vivente". Questo giudizio riguarda non solo il periodo della vita di M. Cecilia Generale,
ma anche il tempo che va dall'ingresso in religione all'elezione a Generale. Era entrata
in convento con il proposito fermo di volersi santificare; or è noto che l'obbedienza è il
più grande mezzo di santificazione. La parola dello Spirito Santo che dice: " L'uomo
obbediente canterà vittoria sempre", ha trovato in questa esemplare religiosa la sua
pratica attuazione. Dapprima come Suora suddita e poi per 40 anni come Superiora
Generale, dimostrò di considerare l'obbedienza come il fulcro e l'anima della vita
religiosa. Abituata ad obbedire prontamente, ciecamente, allegramente, esige che le sue
figliuole crescano a questa scuola austera, ma sicura di santificazione. Nella scelta delle
candidate alla vita religiosa, il crogiuolo è sempre questo: l'obbedienza. M. Cecilia sa
che per obbedire bisogna essere umili e che l'umiltà è l'unica strada alla vita eterna.
Pronta a compatire ogni difetto, diventa inesorabile quando si trova di fronte a una
ribellione cosciente e ostinata. M. Cecilia comprende che talvolta per un istante si possa
restare incerti nella pronta adesione alla volontà di Dio espressa per mezzo dei
Superiori; è un piccolo tributo che si rende alla debolezza della nostra natura; ma non
può tollerare che abitualmente si persista in un atteggiamento di disobbedienza. Così è
inesorabile con le Probande o Novizie che mostrano di non apprezzare il valore di tutti
gli articoli della S. Regola. Alle Superiore dà ordini precisi di esigere la perfetta
obbedienza in tutto e a tutti. I suoi consigli, le sue conferenze in occasione di ritiri o
infine di Esercizi, hanno spesso questo argomento: "Chi vive secondo la Regola, vive

258
secondo Dio". M. Cecilia voleva che questo fosse quasi l'insegna della sua
Congregazione. Ed essa ne dava luminoso esempio fino all'ultimo istante della sua vita.
"Se guardi con occhio di fede i Superiori, guarderai con occhio di fede anche il
Signore", soleva ripetere. E quando ormai ottantaquattrenne, ridiventata
volontariamente semplice Suora, riprese a vivere nella Casa di Cormóns, ridiventa
immediatamente quel perfetto modello di obbedienza meticolosa che era stata prima di
essere Generale. Le Suore che allora ebbero la sorte di avvicinarla, dichiararono che
l'umiltà di M. Cecilia era la cosa che più le impressionava. Citiamo un solo esempio da
aggiungere ai molti che abbiamo altrove riportati: "Vorrei chiederle un consiglio".-
"Madre, che dice, per carità, un consiglio a me che sono una ciabatta"? – "Senta, io
vorrei fare questo e questo… (si trattava di una cosa di poco conto). La Suora ascoltò,
poscia umilmente rispose: "Madre, questo non mi parrebbe".- "Bene, disse M. Cecilia,
allora non lo faccio".

65

AMORE PER IL NASCONDIMENTO

Se M. Cecilia era forte quando si trattava dei diritti di Dio e degli interessi della
Congregazione, era invece di una remissività e pazienza inalterabili quando si trattava
solo della sua persona. Non le mancarono certamente, durante la sua lunga vita
religiosa, le prove più dure: talora anche da parte di persone da lei tanto beneficate,
riceveva a voce e per iscritto scherni ed oltraggi; soffriva allora solo perché vedeva
l'offesa di Dio; ma per quel che la riguardava, era pronta a proclamare che meritava ben
di peggio e che sia le Suore che i laici la trattavano sempre troppo bene. E questa norma
di vita che attuava in se stessa, consigliava anche alle sue figliuole, onde si esercitassero
nella virtù dell'umiltà. Talvolta avveniva che M. Cecilia si accorgeva di aver
rimproverato e magari punito una Suora che non lo meritava; era allora commovente il
vedere questa veneranda Madre umiliarsi, chiedere perdono con le espressioni più
toccanti; e ciò faceva tanto più volentieri quando le Suore colpite da lei senza merito,
avevano accettato in silenzio l'immeritato castigo: in questi casi M. Cecilia si abbassava
all'inverosimile e la Suora, che ne era oggetto, diventava la sua beniamina. Il gusto di
M. Cecilia per l'umiltà si manifestava anche nella sua condiscendenza verso i poveri, gli

259
operai, il popolo. In una parola, chi la vedeva abitualmente seria e dignitosa com'era,
non poteva immaginare la sua bontà nel trattare con gli umili. Lo sanno i parenti delle
Suore che immancabilmente ricevevano una sua visita quando si recavano a trovare le
loro parenti Suore nelle case dove pure era M. Cecilia. Così trattava le persone di
servizio e voleva che le Suore facessero altrettanto.

66

DONI STRAORDINARI DI GRAZIA

a) Dono del Consiglio


Che M. Cecilia avesse doni straordinari di consiglio e di scienza è
unanimemente affermato da quanti la conobbero intimamente. Tale convinzione era
così radicata in tutte le Suore che bastava citare una sua frase, un suo aforisma, un suo
consiglio perché ogni questione ed incertezza avesse da cessare. "L'ha detto M. Cecilia",
"Così consiglia di fare M. Cecilia", "Probabilmente M. Cecilia non farebbe in questo o
in quell'altro modo". Erano le parole che mettevano in tacere ogni imbarazzo e
toglievano ogni dubbio. Né questo avveniva per timore reverenziale o per vile
servilismo. Era in tutte la convinzione che in lei parlasse lo Spirito Santo; la sua parola
era la voce stessa di Dio. Si sa che è proprio questo l'impegno più grave dei Superiori.
Rendersi sempre più santi anche allo scopo di rendere sempre più facile ai sudditi di
vedere in loro il Signore. Ebbene, si può dire che in questo M. Cecilia aveva raggiunto
un grado altissimo; l'obbedienza era una festa; l'ascoltarne un consiglio la gioia. Fino al
punto che certe buone Suore erano disposte a commettere a posta qualche cosa per avere
motivo di essere rimproverate, consigliate, ammonite da M. Cecilia. Le sue lettere così
ridondanti di spirito soprannaturale, sono lezioni perfette, chiare, semplici, di vita
spirituale. Nel leggerle si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad un'anima che viveva
quel che diceva, e sapeva bene quel che doveva vivere lei e far vivere agli altri. Nessuna
incertezza, nessun mezzo termine; M. Cecilia portava le anime a Dio, direttamente per
la strada maestra dell'amore e del sacrificio. Né ciò può far meraviglia se si tien conto
del fatto, a tutti noto, che M. Cecilia, prima di scrivere una lettera importante, prima di
dare qualche consiglio di rilievo, soleva trattare l'affare a tu per tu con Dio in lunghe e
profonde preghiere. Usciva dal contatto con Dio, come trasfigurata ed allora le parole le

260
uscivano dal labbro e dalla penna facili, semplici, buone, ferme, decise. Erano il riflesso
immediato delle voci interne provenienti dallo Sposo divino.

b) Penetrazione nei cuori e nel futuro


Stiamo per entrare in un campo in cui bisogna procedere con ogni cautela per
non aggiungere nulla a quanto fu scrupolosamente vagliato e raccolto. Né quanto
andremo dicendo vuole in alcun modo prevenire o impegnare un eventuale giudizio
della Chiesa in merito. Il predire il futuro e lo scrutare i cuori sono sempre considerati
come specialissimi doni di Dio. Noi non vogliamo che riportare quanto fu riferito senza
aggiungervi alcun rilievo personale. M. Cecilia un giorno a Trieste partecipò al funerale
di una giovane Terziaria; accanto al feretro scoperto pregava intensamente una fanciulla
sedicenne. M. Cecilia disse a M. Elena, che le era accanto: "Quella figliuola sarà nostra
e farà del bene", e così avvenne puntualmente. Talvolta quando una Suora era da lei per
accusarsi, M. Cecilia diceva: "Hai detto tutto? Proprio? Guarda questa cosa…e quest'
altra… non ti danno pena?", e aggiungeva notizie e particolari che solo Iddio poteva
conoscere. Una volta una Suora, che era tutta scombussolata nel suo interno da
fortissime tentazioni, ma si studiava all'esterno di apparire indifferente, si sentì
improvvisamente dire da M. Cecilia: "Il demonio gira intorno per far del male, non per
santificare, non per aiutare". Come lo sapeva M. Cecilia?
Un'Aspirante si presenta a M. Cecilia per essere accettata in Convento. La buona
Madre le dice: "Bada che sia Dio che ti chiama; pensa che lasci i tuoi genitori; che poi
non voglia uscire per tornare dalla mamma". L'aspirante disse che era convinta, e che
voleva entrare per fare la volontà di Dio. Professò, ma poi, per amore della mamma,
volle uscire dalla Congregazione. Contrasse matrimonio, ma ebbe a confessare che era
tanto infelice. Una Suora conversa spaccava legna nell'orto; la Ven Madre la vedeva
dalla finestra sedersi di tratto in tratto. Scese le scale in fretta, si avvicinò e le disse:
"Tu, figliuola, non stai bene. Va subito nell'infermeria, e resta lì finché te lo dico io".
"Madre, rispose la Conversa, non mi sento tanto bene, è vero; però non crederei di aver
bisogno dell'Infermeria". "Hai bisogno di cura, figlia mia", disse M. Cecilia. La
Conversa andò e dopo qualche mese era morta. Una Suora Conversa era nell'Infermeria
a letto con fortissimi dolori che le impedivano ogni movimento. Temeva di dover
morire, ma non lo disse a nessuno. Un giorno M. Cecilia la visitò e le disse: "Sta
tranquilla che di questo male non morirai"! Una Suora Professina venne da Gorizia a
Cormóns per fare la calzolaia. Credette bene di andare a riverire M. Cecilia che era

261
allora malata nell'Infermeria e che, appena la vide, abbozzò un mezzo sorriso e le disse:
"Va, va, figliuola, che ci vedremo ancora prima che tu cominci a fare le scarpe". Infatti,
dovevano passare circa tre anni prima che la Suora potesse esercitare l'ufficio per cui
era stata mandata.
Una Suora, una mattina, lavandosi, aveva inghiottita un po' d'acqua. Non sapeva
se poteva fare o no la S. Comunione. Ma per rispetto umano, non ne parlò ad alcuno e si
comunicò per molti giorni. La coscienza non era tranquilla, ma la Suora continuò a
comunicarsi. Venuto il giorno del Ritiro mensile, la Suora era in Chiesa, mentre nel
vicino Confessionale il Padre predicatore confessava le Suore che lo desideravano. M.
Cecilia, che era al suo posto, si alzò e si avvicinò pian piano alla Suora, che non pensava
affatto a confessarsi, e le disse: "Quando uscirà la Suora che sta confessandosi, vi andrai
tu". E se ne andò. Chi aveva manifestato a M. Cecilia lo stato dell'anima di quella
Suora? Un'altra volta M. Cecilia chiese ad una Superiora: "Da quanto tempo sei in
questa casa?" "Da 18 anni, Madre", rispose. "Ebbene, ora ti manderò 12 anni in un'altra
casa". Quando suonarono 12 anni, M. Cecilia non era più M. Generale; si era in tempo
di guerra (1), le granate piovevano intorno alla casa dove si trovava quella Suora, pareva
impossibile partire in quelle condizioni. Invece la Suora ebbe l'ordine di lasciare la casa
esattamente allo scadere dell'ultimo giorno del dodicesimo anno. Una Suora Conversa
desiderava avere un abboccamento spirituale con M. Cecilia, ma non aveva il coraggio
di chiederlo e non ne parlò con alcuno. Una domenica la Conversa va dalla sua Madre
Superiora, che era M. Elena Zuccolli, e s'intratteneva un po' con lei. Poco dopo ecco
entrare M. Cecilia, che, fatta uscire M. Elena, disse alla Conversa: "Parlate, eccomi qui
ad ascoltarvi". "Madre, rispose la povera Conversa strabiliata, parli lei che io le
risponderò, perché non so cosa dire". M. Cecilia, allora, entrò nei più intimi pensieri
della Sorella, lasciandola tutta consolata e stupita. Una Suora racconta: "Per incarico
della mia Madre Superiora dovevo scrivere a una mia nipote per avvertirla che era stata
accettata in Convento, secondo il suo desiderio. Per caso ne feci parola alla Rev. ma
Madre Generale, la quale, facendo un viso serio, mi disse: "No, quella no; le darà molti
dispiaceri… piuttosto la più piccola". Io restai mortificata per il rifiuto, tanto più che
sapevo con certezza che M. Cecilia non conosceva mia nipote. Tuttavia essa fu, più
tardi, accettata; vestì, ma non professò, perché fu rimandata in famiglia perché proprio
non aveva vocazione; mentre due anni dopo entrò la più piccola, che perseverò, ed ora è

1) M. Cecilia fu Generale fino al 1920. (N. d. c.)

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una buona Suora". Un'altra Suora racconta: Avevo chiesto di entrare in Convento
insieme ad una mia carissima amica molto più buona e più brava di me. Invece io fui
accettata da M. Cecilia e l'altra nò. Essa allora chiese ed ottenne di entrare tra le
Canossiane; alla fine del mio Noviziato ebbi occasione di avvicinare e riverire M.
Cecilia che mi ricevette con gran festa. Ed allora le chiesi: "Perché non ha voluto
accettare quella mia amica?" E la Rev. ma Madre: "La tua amica è molto buona, ma non
potrà perseverare: vedrai"! E così fu: la mia amica, alla vigilia della Professione, ritornò
in famiglia per ragioni di salute. Così nel 1920, una Novizia disse a M. Cecilia, allora
ancora Generale: "Madre, io vorrei essere Suora Missionaria". M. Cecilia rispose subito
(si noti che allora nessuno pensava alle Missioni): "Figlioletta mia cara, guarda di essere
buona, buona, osservante delle S. Regole; poi verrà giorno che le Suore andranno
nell'America, e vi andrai anche tu", e così avvenne.

67

GIUDIZI SU M. CECILIA NELLE VARIE EPOCHE DELLA SUA VITA

La lunga vita di M. Cecilia fu sempre sotto l'occhi vigile e scrutatore di molte


persone, spesso benevole, non di rado mal intenzionate. Eppure si può affermare che il
giudizio comune relativo a tutti i vari periodi della sua vita fu sempre questo: Madre
Cecilia era di una eccezionale bontà. Questo pensarono ed affermarono i genitori, i
parenti, i confessori, le amiche di Ernestina ancora nel secolo, sia a Cormóns che a
Trieste.. Quando fu confermato nel Probandato e nel Noviziato, sotto la guida
impareggiabile di P. Luigi Scrosoppi che aveva da Dio il provvidenziale dono di
leggere nelle anime. Questo fu il giudizio che di M. Cecilia si fecero le Suore che la
conobbero nei vari uffici che ebbe a ricoprire prima di essere generale. Anche le varie
prove cui fu sottoposta per l'incomprensione della sua Superiora di Primiero, fecero
maggiormente esaltare la sua virtù. La sua elezione al generalato, attestano poi la stima
generale da cui era circondata. Durante poi i 40 anni di generalato la fama di vita
intemerata e santa, si confermò così, che nessuna voce si levò mai a smentirla. Abbiamo
già visto le sue robuste virtù, che progredivano sempre alla luce della grazia, con il

263
sostegno della sua costante vita interiore. Riportiamo il giudizio che un venerando
Sacerdote Salesiano ebbe a dare di M. Cecilia nel 1924, quando la Ven. ma Madre era
gravissimamente ammalata e, secondo il giudizio di tutti, prossima a spirare: "E' l'anima
più eletta, più santa ch'io abbia conosciuto; ed ora sta per beatificarsi in cielo; ma esce
dal mondo con la sua divisa, che ha degnamente portato; col libro delle S. Regole, che
ha sì bene osservato; imitatela anche voi che siete sull'aurora della vita religiosa. La
conosco da quasi 20 anni; posso assicurare che ogni volta che l'avvicinai dovetti
convincermi che avevo dinanzi a me una santa".
Questo giudizio ebbe sempre conferma da parte delle Suore e dei Sacerdoti
secolari e regolari che la conobbero.

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DI FRONTE ALLA MORTE

In morte fu generale il plauso delle sue grandi virtù. M. Cecilia morì a 92 anni,
più di vecchiaia che di malattia. Per circa 8 anni dopo la rinuncia al generalato, fu più
malata che sana e passava le sue giornate spesso tra letto e lettuccio. Specie nella
malattia del 1924 espresse più volte il desiderio di essere lasciata morire, per andare
finalmente al cielo, al quale tendevano tutte le sue aspirazioni. Non si può parlare invece
di una vera e propria predizione della morte. Con queste disposizioni si comprende che
M. Cecilia non ebbe mai soverchia paura della morte; e se qualche poco fu turbata e
inquieta, ciò avvenne per le gravi tentazioni che l'assalirono. La sua lunghissima
malattia fu tutta una scuola di virtù, che il dolore andava sempre più affinando. Le
attenzioni filiali di cui fu oggetto non fecero che rendere più evidente la sua indomita
fisionomia spirituale, che di tanto in tanto mandava sprazzi degni dell'eroismo dei santi.
"Lasciatemi morire", implorava spesso dalle persone che le si affannavano intorno per
alleviarle i dolori. "Lasciatemi morire". Ben sapeva M. Cecilia che cosa l'attendeva
nell'altra vita. Il Paradiso che aveva sempre avuto dinnanzi alla mente, di cui aveva
tante volte decantate le bellezze, che era stato in ogni tempo la meta di tutti i suoi
desideri, l'attirava irresistibilmente. Era il "cupio dissolvi et esse cum Cristo" di S.
Paolo, ripetuto con ardente desiderio da quest'anima generosa, dopo una lunga vita
consumata per la gloria di Dio. Fu così che si poté dire che tutta la vita di M. Cecilia

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non fu che una fervida preparazione alla morte e alla gloria eterna. Ricevette i SS.
Sacramenti più volte. Il S. Viatico le fu portato sempre con grande solennità anche nelle
ore del pomeriggio. Ed era una visione edificantissima la pietà con cui riceveva il suo
Dio per l'ultima volta. Fu lei stessa che chiese gli ultimi Sacramenti, che ricevette in
piena coscienza. Spesse volte, durante la sua vita, assistendo qualche Suora moribonda,
era presa da singolare tremore al pensiero "del Giudice divino che stava per venire a
giudicare quell' anima". Quando lei stessa si trovò al passo supremo nessun timore, ma
pace e gioia. Pochi giorni prima della morte, una Suora di veglia corse a svegliare la
Suora infermiera di M. Cecilia perché le pareva che la Madre non respirasse più. La
Suora Infermiera accorsa, accende una candela e la mette sotto il naso della ammalata,
che apre gli occhi e tranquillamente disse: "Non sono morta, no, sono ancor viva".
M. Cecilia già gravissima, quasi moribonda, avendo saputo che c'era in
Infermeria una Suora pure aggravatissima, licenziò la Suora di veglia dicendo: " Vada a
soccorrere quella poverina; io intanto non muoio". E rimase sola. Il giorno precedente la
morte fu un continuo susseguirsi di ardentissime aspirazioni allo Sposo Celeste, Gesù
benedetto. La sera poi, poche ore prima della morte, M. Cecilia si mette a battere con
forza le sue manine diafane e fredde: "Che cosa vuole, Madre"?, domanda premurosa la
Suora che l'assiste. "Chiamo Gesù, rispose, chiamo Gesù che venga a prendermi".
Furono le ultime parole di questa santa religiosa. Erano un sospiro ed un invito insieme.
Si può dire che erano il compendio di tutti i palpiti del suo grande cuore. A Gesù aveva
sempre pensato in vita; a Lui aveva dato ogni sua cosa migliore, tutta se stessa. Ora,
presentendo ormai il termine della sua vita, chiama lo Sposo che si è fatto tanto
aspettare, perché finalmente venga a celebrare le eterne nozze. E venne Gesù,
ardentemente invocato, e prese con sé quest' anima fedele, per essere "la sua mercede,
tanto, tanto grande".
69
FATTI STRAORDINARI

Ne riportiamo solo alcuni tra i molti che sono stati raccolti.


Una novizia, in servizio all'Ospedale di S. Vito al Tagliamento, si ammalò con
sintomi di tubercolosi, per cui doveva essere rimandata in famiglia. M. Cecilia la visitò,
le fece un segno di croce in fronte: immediatamente scomparve la febbre con ogni segno
di malattia. - Oggi (1946) è viva, sana, occupata seriamente in un ospedale.La Suora
sagrestana fece osservare una volta a M. Cecilia che la farina destinata per la confezione

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delle particole non era perfetta e sana. "Me la porti qui", le disse M. Cecilia. La Suora
obbedì, ma poi, invitata ad andarsene, fece mostra di allontanarsi, ma in realtà tenne
d'occhio la Madre e vide che faceva sopra la farina un segno di croce. "La porti via",
disse la Madre, e l'adoperi pure". La farina era sanissima.
Una Suora che morì nell'agosto 1938, narrò a una Consorella quanto segue:
"Essendo tormentata dal dubbio della mia perseveranza in religione, mi rivolsi con fede
alla defunta M. Cecilia di Gesù per ottenere la grazia di perseverare. Ogni volta che
passavo per il corridoio S. Cecilia, dove è esposta l'immagine di M. Cecilia, recitavo un
"De profundis" in suo suffragio. Ne ebbi subito consolazione e pace. Dopo la
Professione fui mandata in una Casa, dove in un cambiamento di Superiori, tutte le
Suore ebbero molto a soffrire. Una notte sognai di essere andata a letto prima della
comunità, che era in ricreazione, quando venne una Suora a dirmi: "Nella camera
comune c'è la venerata M. Cecilia che la desidera e la chiama". Io le risposi: "Ci sono
tante Madri anziane che hanno più diritto di me d'intrattenersi con la nostra Madre". "La
M. Cecilia vuole lei", insistè la Suora, faccia presto, e per essere più sollecita si vesta
solo con la sottana e le calze" . Mi alzai e scesi; vidi M. Cecilia al posto della Superiora;
mi faceva segno di avvicinarmi. Mentre le altre Suore prudentemente si ritirarono, io mi
accostai e mi inginocchiai accanto alla Madre che maternamente mi disse: "Non ho
dimenticato i tuoi "De profundis" in mio suffragio durante il tuo Probandato e
Noviziato. Per questo vengo ora ad aiutarti…" ed enumerò le difficoltà in cui mi
trovavo e mi diede consigli sul modo di comportarmi. Poi soggiunse: "Io non ho
dimenticato la Congregazione, anche ora seguo le mie figlie passo passo, dalla loro
entrata in religione - durante la loro vita - fino all'ultimo respiro". Poi mi benedisse e
scomparve… ed io mi svegliai, e mi trovai nella sala comune, all'oscuro, inginocchiata
presso la sedia della Superiora in sottoveste e calze. Da notare che da tempo non
pensavo a M. Cecilia e che non mi era mai capitato di alzarmi in quel modo di notte nè
mi capitò più in seguito. Inoltre debbo aggiungere che in seguito io misi in pratica i
consigli datimi allora da M. Cecilia e mi trovai tanto bene; ogni difficoltà fu subito
appianata".
Una Suora racconta: "Una sera andai da M. Cecilia con l'anima ricolma di
amarezza, in seguito a gravissime tentazioni e a pene di ogni genere. Ma nella stanza vi
era la Suora che dormiva con lei, e quindi non potei dirle le mie pene". "Oh, Madre,
gridai piangendo, soffro moltissimo, e quel che è più non posso dirle nulla perché non è
sola". La buona Madre fece inginocchiare vicino a sè la povera Suora e le mise la mano

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destra sul capo per circa due minuti, alzando gli occhi al cielo in muta preghiera. Subito
ogni pena scomparve dal cuore della Suora che come per incanto si sentì liberata da
ogni tentazione.
Un Sacerdote di Vienna aveva scritto a M. Cecilia per avere un consiglio per
un'opera di carità. La cassa della Congregazione era letteralmente esausta, poche lire e
nulla più. M. Cecilia manda cinque fiorini al Sacerdote di Vienna dicendo: "A noi
penserà la Provvidenza". In quei giorni la Congregazione ebbe un'eredità di 500.000
lire. Iddio aveva premiato la fede della sua serva.
Una Suora attesta di essere stata guarita da una grave malattia per intercessione
di M. Cecilia. Ciò avvenne nel 1932. Tutti i rimedi erano stati provati; erano state fatte
parecchie novene. Si sentì un giorno ispirata a ricorrere a M. Cecilia morta da quattro
anni. In breve, contro ogni speranza, fu completamente guarita.
Dovevano ritornare a Cormóns le Suore che erano state in campo di
concentramento. M. Cecilia era desolata perché non aveva nulla di speciale da preparare
per le poverette che pensava affannate e bisognose di tutto. "Avessimo almeno delle
patate!... Ma neppure una"! M. Cecilia fece pregare per questo la Provvidenza. Certo
fece ricorso al suo S. Giuseppe. Il fatto è che qualche giorno dopo si sente una forte
scampanellata alla porta: "Che c'è?" E' un uomo che prega di aprire il portone per lasciar
passare tre carri di belle e grosse patate.
La venerabile Madre aveva avvertito una Suora di correggersi di due difetti
esterni: la Suora riuscì a correggersi di uno; ma l'altro era troppo radicato. M. Cecilia,
che nel frattempo era morta, le apparve nel sonno e le disse che assolutamente doveva
estirpare anche l'altro, perché altrimenti sarebbe andata male. La Suora si mise all'opera
e vi riuscì, fiduciosa nell'aiuto soprannaturale che M. Cecilia le otteneva.
M. Cecilia avendo male ad un dente, se lo fece levare da una Suora pratica del
mestiere e, ad operazione finita, si ebbe una lode per avere provocato poco o nessun
male alla paziente. Ma la Suora dentista teneva il dente in mano, con l'evidente
intenzione di portarselo via come reliquia. M. Cecilia intuì il pensiero della Suora e,
seria seria, disse: "Dov'è il dente"? La Suora, aprendo la mano, pregò: "Me lo lasci, la
prego". "Lo metta lì", disse M. Cecilia, che lo prese e lo gettò là donde non poté essere
pescato. "M. Cecilia era morta da parecchi giorni. Una Suora che di notte dormiva nel
suo letto, si sente chiamare per nome. Si sveglia e vede M. Cecilia vicino al suo letto:
"Madre, che cosa desidera"? "Pregate per questa Novizia" (e nominò una Novizia morta
alcuni giorni dopo la Madre). "Madre, rispose la Suora, abbiamo ancora da terminare

267
i suffragi per lei". "Lo so, rispose, mancano due Via Crucis. Ma pregate per la Novizia".
E scomparve. La Suora non aveva fino allora saputo della morte della novizia".
Un Suora era affetta da una malattia che non le impediva di lavorare, ma la
faceva soffrire assai. Pensò di fare una novena di 6 Pater Ave Gloria ad onore di M.
Cecilia, morta da poco. Alla fine della novena fu liberata da ogni malanno. Una volta
M. Cecilia non sapeva che Superiora mettere in una casa; pregò a lungo inginocchiata
sulla predella dell'altare. Ecco uscire dal Tabernacolo un lumino acceso ed andare a
posarsi sul capo di una Suora che fu poi la prescelta.
Un'altra volta aveva un ufficio importante da coprire e le occorreva una Suora
adatta: come il solito ricorse alla preghiera, nel fervore della quale vide passare davanti
a sé un quadro con entro la Suora che destinò poi a quell' ufficio, in cui fece bene per
molti anni.

70

IL CUORE DI M. CECILIA

Era M. Cecilia amantissima del nascondimento; - fu solo a sorpresa che si potè


farle la fotografia – era nemica delle Cronache riguardanti l'Istituto, sui giornali. Voleva
che le Suore facessero il tragitto dalla Casa di Cormóns alla stazione in carrozza per non
essere esposte agli sguardi dei passanti.
Non voleva che si parlasse della "Chiesa delle Suore della Provvidenza", e ciò
per spirito di povertà e di umiltà.
"Meno c'è dell'uomo, più c'è di Dio", soleva dire per incoraggiare le anime
desolate.
"Vedere tutto, dissimulare molto, correggere poco", era la sua massima.
Era pronta a perdonare quando la colpevole si umiliava – perdonava e
dimenticava. Però subito dopo le parole della riprensione, quando capiva che la
colpevole era convinta del suo torto, diventava di una bontà attraente. "Mi riceverei
sgridate ogni giorno, per avere poi dalla Madre tanta carità", diceva una Suora.
Alla sera non rimproverava – non dava brutte notizie – perché non passassero le
Suore una notte in pena. Il momento buono era dopo la S. Comunione. Approfittava di
ogni benché minima circostanza per insegnare: così una Suora, ricevuta una lettera,

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l'aperse subito per leggerla. M. Cecilia osservò: "Quando ricevo una lettera aspetto ad
aprirla quando sono sola".
Mancando una festa la Suora organista, M. Cecilia incaricò una Suora, che
appena incominciava a suonare, di mettersi all'organo per le Funzioni del giorno. La
poveretta cercò di esimersi allegando la sua incapacità, ma la Madre fu irremovibile.
Giunta l'ora la povera Suora si avvia all'organo tutta tremante; per via incontrò M.
Cecilia che sorridendo la benedisse. E suonò così bene che tutti credettero che ci fosse
la solita organista.
Una Superiora, malandata in salute, poté passare alcuni giorni di riposo a
Cormóns. Sentendosi ormai ristabilita, chiese alla Madre di poter ritornare alla sua
Casa: "Sento, disse M. Cecilia, che è molto apprezzata e che tutti sono contenti, e Deo
gratias; ma lei veda di non invanirsi di lei… Lei dovrebbe avere un confessore come
l'avevo io nel secolo, che quando gli raccontavo qualche mia prodezza: "Oh, che crede
di aver fatto? Non ha fatto che il suo dovere, superba Triestina".
Scrisse ad una Superiora che per la morte di una Suora sarebbero avvenuti molti
cambiamenti e che anche lei forse non era al sicuro. La buona Superiora rispose,
mettendosi completamente e generosamente nelle mani della Madre, anche se il suo
cuore ne avesse a soffrire: "Sono una pallottola nelle sue mani", diceva. M. Cecilia
rispose dopo pochi giorni: "La sua lettera mi ha commosso… Il Signore l'ha destinata
per la Casa di… dove avrà un campo più vasto…, immagino l'alto mare che sarà in
codesta casa quando dovrà partire… io l'accompagnerò con la mia benedizione".
Una Suora Conversa ebbe un giorno un battibecco con la sua capoufficio, la
quale corse a parlarne alla M. Cecilia caricando, si capisce, le tinte addosso alla
Conversa. M. Cecilia la lasciò dire, ma poi: "Eh, andate là, figliuola, che anche voi siete
un peverino"; e non aggiunse altro, lasciandola andare a testa bassa.
"Perché sei venuta in religione"?, chiese M. Cecilia a una postulante. "Per fare la
volontà di Dio!", rispose la figliuola. "Va bene! E per patire"? "Anche, Madre, se Dio lo
vuole". "Bene, figliuola, scrivi qui, su questo foglio: "Come l'uccello nasce al volo, così
l'anima religiosa, quando entra in convento, nasce al patire".
Un religioso presentò per iscritto al Convento una figliuola "buona, sana, forte";
fu accettata da M. Cecilia, che però non sapeva che era molto piccola di statura; il Padre
si guardò bene dallo scrivere ciò per paura di un rifiuto; anzi raccomandò alla sua
candidata di presentarsi con i tacchetti piuttosto alti. M. Cecilia, quando la vide: "Oh,

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ecco qui il mio colosso…mi hanno scritto: "Sana, forte"… Credevo di avere un gigante
ed invece ho una nocella". E si trattenne a passeggiare con essa.
Narra una Suora Conversa che, entrata giovanissima, correva dietro alla Madre
come prima aveva fatto con la sua mamma. Mentre era ancora Probanda fu chiamata
dalla M. Generale. Vi andò tutta tremante pensando a chi sa quali cose. Entrata nella
stanza, si sentì dire: "Senti, tu m'insegnerai a filare". "Io, Madre"? "Si, proprio tu;
verrai qui nelle ore che ti dirò, e m'insegnerai; e con quel filato faremo le lenzuola".
Quando scoppiò il conflitto tra l'Italia e l'Austria non mancò qualche piccolo
screzio tra le Suore delle nazioni belligeranti. M. Cecilia disse con fermezza: "Il Signore
ha scelto da ogni parte e dalle varie nazioni le sue predilette, che come tenere pianticelle
furono trapiantate nel giardino della religione: davanti a Dio non vi sono né Italiane, né
Austriache, né Slave, ma solo Spose di Gesù Cristo! Del resto nessuna è obbligata a
restare". La parola forte di M. Cecilia fece cessare come per incanto ogni malumore.
Durante i mesi dell'ultima malattia, quando non era proprio molto grave, durante
la notte, se aveva bisogno di qualche cosa, lo prendeva freddo, per non disturbare la
Suora infermiera. E quando la si rimproverava per questa sua soverchia delicatezza,
rispondeva: "State tranquille, perché io ho preso tutto caldo". "Ma come, Madre?"
"Tengo un po' in mano il latte e il brodo finché è tiepido e poi lo ingoio".
Una Suora scrisse una lettera a M. Cecilia; ma era scritta così male! M. Cecilia
nel rispondere, rilevando che nel luogo dove la suora abitava c'era gran freddo, per non
umiliarla rimproverandola per la brutta calligrafia, disse: "Si capisce che costì fa molto
freddo; me lo dice la tua calligrafia".
Una probanda aveva ricevuto l'ordine di preparare un letto. M. Cecilia la seguì
nella stanza designata. "Dove hai il saccone"? "E' giù in fondo alle scale; ed aspetto che
mi aiuti qualcuno a portarlo". "Andiamo, disse la Madre, ti aiuterò io; tu prendi da
quella parte, io prenderò da questa…così va bene, ma tu lo devi alzare
ancora…ancora… ancora un po'". La probanda alzò più che poté fino a che poggiò
tutto sulle spalle di M. Cecilia, che lo portò da sola fino al terzo piano. "Madre, Madre,
gridava la Probanda spaventata, no, Madre, per carità". "Lascia, figliuola, non pesa
mica, sai".
Una Superiora aveva scritto due lettere: una alla M. Cecilia, Generale, ed una ad
un dottore. Ma, per errore, mise nella busta diretta a M. Cecilia la lettera del dottore; e
viceversa. Non sappiamo che cosa abbia pensato o fatto il Sanitario, ma M. Cecilia

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rispose solo: "Lo sbaglio avvenuto le servirà per stare più attenta". Fu tutto questo il suo
rimprovero.
Una Superiora, in un caso urgentissimo, aveva dovuto mandare una Suora
Infermiera a domicilio, senza informare prima la Madre. La povera Superiora era in
affanno; ne scrisse a M. Cecilia, la quale subito rispose: "Non si inquieti, cara Madre,
per quello che ha fatto; faccia sempre le cose davanti a Dio e la Generale sarà sempre
contenta".
Una Suora Professa aveva l'abitudine di correre. "Piano, piano, disse M. Cecilia
incontrandola. I Santi non si fanno con la furia".
Una Suora, per certe sue pene interne, ebbe molto a soffrire e fece anche molto
soffrire i Superiori, specie M. Cecilia, la quale però, passata la burrasca, incontrando la
Suora che voleva chiederle perdono, non la lasciò neppure parlare, ma mettendole una
mano sul capo, le disse: "Non parlarne e non pensarci più; Gesù ha distrutto tutto. Viva
felice e contenta, amandolo sempre più".
Una Suora Conversa era molto amata da M. Cecilia e le sue compagne avevano
invidia. M. Cecilia, che se ne accorse, disse: "Vedete, la vostra Consorella? Era senza
mamma nel mondo; quindi merita più compassione e più affetto degli altri".
Scelse per sua Infermiera una Conversa che non aveva pratica di malati. "Oh,
non fa nulla, disse, l'ammaestrerò io". E trascorso qualche tempo, chiamò la Suora
Conversa che era sempre in pena per la sua incapacità e le disse: "A sua tranquillità le
dico che sono contenta di lei". La Suora si fece animo ed assistette M. Cecilia fino alla
morte.
M. Cecilia si trovava nel Collegio di Udine di passaggio. C'era lì una bimbetta
di quattro anni, orfana, che non voleva a nessun costo andare all' Asilo dell'Immacolata.
M. Cecilia si recò allora nella scuola delle piccine, rivolse qualche parola alle bimbette,
se la prese per mano e senz'altro la condusse all'Asilo. La bimba non fece la menoma
resistenza, si lasciò condurre, fu messa nella scuola dei mezzani, la M. Cecilia
l'accompagnò al banco dicendole: "Tieni posto anche per me, che poi verrò". La bimba
buona, con le braccia conserte, stava attenta a tutto quello che facevano gli altri
bambini e soprattutto vigilava che nessuno occupasse il posto della Madre Generale. Ma
così si abituò e andò sempre volentieri all'Asilo.
Una bambina di cinque anni, che era venuta a visitare una zia Suora a Cormóns,
incontra in corridoio M. Cecilia, che benevolmente si piega verso la piccina per

271
accarezzarla; la bimba le prende con ambe le mani il viso e le scocca un grosso bacio.
"Buono anche questo"!, esclama sorridendo la buona Madre.
Dopo benedetta la ricreazione non voleva che si formassero piccoli crocchi di
qua e di là. In ricreazione non voleva si raccontassero cose tristi, perché in quel tempo
bisogna essere allegri. Così una voltaiche M. Elena Zuccolli, che era allora Superiora a
Udine, narrava cose piuttosto dolorose avvenute in quella casa, M. Cecilia esclamò
senza tanti preamboli: "Lasci, lasci, che racconto io qualcosa di meglio". E subito
divertì la Comunità con i suoi ameni racconti che, sebbene ripetuti le tante volte,
piacevano sempre, quando uscivano dalle sue labbra.
Un giorno d'inverno vide una Suora tutta tremante di freddo. "Perché trema, le
disse, non ha maglie di lana"?. "No, Madre". "E perché"? "Ha le maniche strette e non
posso metterla". "La porti subito a me". La Suora portò la maglia a M. Cecilia che per
due giorni vi lavorò intorno per allargare le maniche in modo che potesse essere usata
subito.
Voleva ordine, pulizia, esattezza in tutto; e le ne dava l'esempio.
Era delicatissima di coscienza. Una volta, mentre quasi novantenne era
ammalata in infermeria, chiamò una delle Suore addette all'assistenza delle ammalate;
ma quando questa si presentò, disse: "Come sta, Madre? Mi ha chiamato, vero?" "No",
disse la Madre. E la Suora si ritira .Dopo un poco la stessa Suora viene chiamata ed essa
ritorna. Madre Cecilia le dice tutta compunta: "Senta, devo farle una confessione…" "A
me, Madre"?... "Si, … non so che ghiribizzo mi sia venuto in mente; t'ho chiamata, ma
poi quando sei venuta ti ho detto di no"… "Eh, Madre, che vuole…forse non si
ricordava…". "Eh, no, no, figliuola, non voglio presentarmi così al tribunale di Dio:
bisogna andare tutti senza raggiri, bugie, …", e avanti di questo passo… a chiedere
scusa, ad accusarsi…
Due Suore, passando davanti alla camera di M. Cecilia si fermarono e una di
esse disse: "Su questo uscio si potrebbero scrivere a lettere cubitali queste parole:
"Chirurgia spirituale". L'altra dovette convenire che in quella camera avvenivano
operazioni di alta chirurgia spirituale.
Due Suore, nel portare un recipiente pieno d'acqua, ruppero una delle maniglie.
Subito sorse un piccolo diverbio, perché ognuna voleva andare ad accusarsi; vinse la più
anziana di religione, piccola di statura, così che il recipiente era quasi più grande di lei.
"Dove vai con quell' arnese"? disse M. Cecilia vedendola entrare nella sua stanza con
quell'affare in mano. "Madre, veda. Ho rotto la maniglia nel vuotarlo". "Ho inteso",

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disse M. Cecilia. "Hai fatto apposta"? "Eh, no, Madre"!"Va da sé che maneggiando gli
oggetti si rompono. Bene, per penitenza ne chiederai un altro alla Madre Economa". E
tutto finì così.
La Mamma di una Novizia, nell'uscire dal convento, era caduta in malo modo e
si era spezzata una gamba. Fu amorevolmente curata per 50 giorni in foresteria; né M.
Cecilia volle ricevere alcun compenso dalla famiglia, dicendo: "Siamo Suore di carità e
ci prestiamo per tutti, maggiormente poi dobbiamo farlo per i parenti delle nostre
Consorelle".
Così passò M. Cecilia, facendo del bene: la sua memoria è in benedizione; i suoi
esempi rivivono nelle sue figliuole che, nelle molteplici opere di carità, si prodigano a
beneficio dei fratelli. Di esse si possa dire, come di M. Cecilia: "E' una perfetta
Religiosa".

CONCLUSIONE

Al termine di questa Biografia della M. Cecilia, la sua figura si presenta al


nostro sguardo in linee precise, indimenticabili, e alla nostra anima s'impone non solo
con la forza di un modello santo ma sopratutto come legge di vita per chi chiamasi e
vuole essere Suora della Provvidenza. E dicendo "legge di vita" non intendiamo
caricarci di una nuova legge, di nuovi doveri oltre quelli assunti, professando le Regole
nostre, ma semplicemente intendiamo vedere nella figura della nostra Madre
l'attuazione pratica delle Regole che abbiamo abbracciato, l'espressione vivente dello
spirito che le vivifica.
M. Cecilia fu una di quelle anime che visse rigorosamente le norme precettive e
direttive, perciò troviamo in Lei l'interpretazione esatta di tutta la Regola, e la sua
santità è la dimostrazione più evidente che l'osservanza di tutta la Regola conduce alla
più alta santità. Anche qui ci sono variazioni di tinte, perché Dio non si ripete nei Suoi
Santi, perché la natura che ci ha data Egli non la distrugge, ma la corregge, la eleva, la
santifica coi Suoi doni, tuttavia rimane un carattere comune, universale per tutte quelle
anime alle quali Dio propone il medesimo codice di perfezione.
Noi, Suore della Provvidenza, fissiamo lo sguardo nella figura austera e soave,
energica e mite, apostolica e contemplativa della nostra amata Madre; impariamo da lei
la profondità della vita interiore e lo zelo instancabile per gli interessi di Dio attraverso

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il bene delle anime; continuiamo, come la Madre, a vivere la nostra vita di sacrificio più
assoluto nel nascondimento, nel silenzio, nell'umiltà, nella semplicità. Benediciamo
Iddio d'aver così sapientemente disposto l'incontro delle due bellissime anime: Padre
Luigi e Madre Cecilia. Il Sacerdote di Dio che trascorreva la Sua vita nella penitenza,
nella preghiera, nell'umiltà e soprattutto nella carità più eroica, che dopo lunghi anni di
vita vedeva realizzato il suo sogno nel sorgere della nuova Congregazione, non poteva
trovare spirito e cuore di donna più affine al suo, più capace di fissare il medesimo
ideale raggiungendolo per la stessa via. Il Padre plasmò lo spirito della figlia sul
proprio. Quante volte nel corso di questa biografia vediamo confondersi per identificarsi
i lineamenti di queste due creature, e come sentiamo nella nostra Regola riflettersi
precisa la vita vissuta dall'uno e dall'altra. Difatti, uscita dal loro cuore, e dalla loro
esperienza, segna la via luminosa che li ha condotti a sì alta santità; e la medesima si
apre per accogliere ogni Suora della Provvidenza e condurla alla perfezione. La via è
aspra, erta, difficile, ma Padre Luigi e Madre Cecilia, che ci hanno precedute, ci
attendono al termine del nostro faticoso cammino per riconoscerci come vere figlie, ci
sorridono dal Cielo, incoraggiandoci, spronandoci, ricordandoci che un giorno davanti a
Dio ci siamo obbligate a servirlo seguendo la via dei nostri Fondatori, ed è viltà il
retrocedere, e tradimento mancare alla parola data.

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