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Entropia e vita

Entropia? Una parola suggestiva, che richiama qualche improbabile ricordo


scolastico. È però una parola, un concetto, uno strumento interpretativo che
coinvolge e può modificare la nostra immagine del mondo. Farla ignorare è forse
un’astuzia del nostro tempo, rivolto solo alla crescita di produzione e consumi, cui
è utile non conoscere parole che ci raccontano molto sulla natura del mondo, che ci
avvertono che questo sistema economico e la sua cultura, surrettiziamente
presentata come unica possibile, portano a un futuro insostenibile per il nostro
pianeta e che, quindi, è necessario "un altro mondo". E non è una questione
ideologica: la natura ha le sue leggi e il concetto di entropia è necessario per
comprendere ed esprimerne una parte fondamentale.
Lasciamo a fisici, chimici, biologi, ingegneri e quant’altri l’uso di relazioni formali
quantitative (le "formule") per descrivere i fenomeni, per quanto utile ed espressivo
sia quel linguaggio. Non dobbiamo parlare di alchimie di laboratorio, ma della
nostra automobile, se l’abbiamo, del frigorifero e di ogni altra macchina, ma anche
e soprattutto della vita di una cellula o dei nostri gerani o del nostro gatto; e, se non
abbiamo gerani o gatti, della vita del nostro corpo, come di quella dei sistemi più
ampi in cui viviamo: i campi, i boschi, la città, il pianeta quindi. Anche
l’evoluzione dell’universo è un problema entropico, ma limitiamoci qui alla Terra
e ai tempi della presenza umana.
La parola, derivata dal greco ‘h t r o p h ‘ (trasformazione), è introdotta nel 1865 da
Rudolph Clausius, in un testo in cui sintetizza i risultati della allora recente scienza
termodinamica in due lapidarie proposizioni:
a) nell’universo l’energia si conserva;
b) nell’universo l’entropia tende al massimo.
Non ingannino la brevità degli assunti: si tratta della brillante conclusione di un
percorso iniziato il secolo precedente quando si sono costruite le prime macchine
termiche, le macchine che utilizzano fonti di calore per ottenere movimento: dalle
pompe per estrarre l’acqua dalle miniere, ai telai per le industrie tessili nel
settecento, dalla locomotiva a vapore nei primi decenni ai motori a combustione
interna, come quelli delle auto, negli ultimi decenni dell’ottocento. Intorno alla
metà di quel secolo numerosi ricercatori contribuirono, partendo da diversi punti di
vista, a quella che, insieme alla teoria dell’elettromagnetismo, rappresenta il grande
risultato della fisica dell’Ottocento: la termodinamica, uno dei grandi capitoli delle
scienze naturali. Non è cosa che riguardi le sole macchine, si è detto, ma anche gli
esseri viventi e, per l’uomo, l’organizzazione economica e sociale.
Che l’energia si conservi oggi è noto a tutti. Allora dov’è il problema energetico?
Potremmo, in un prossimo futuro, trovare nuove tecnologie e recuperare l’energia
già utilizzata per un secondo uso, e poi un terzo e un quarto...., restando sempre

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immutata la quantità totale. Una simile fortunata prospettiva, se fosse possibile,
potrebbe presentarsi in modo analogo per la materia ipotizzandone il completo
recupero e riciclo, eliminando così il problema dello smaltimento dei rifiuti.
Ma, ci avverte Clausius, l’entropia aumenta. Cioè l’energia si degrada, aumenta il
disordine nell’universo. Cioè.....cerchiamo di capire cosa significa.
L’energia utile nelle macchine corrisponde a un movimento ordinato: il pistone si
muove con un moto periodico lungo una direzione per ottenere il moto circolare
delle ruote intorno a un asse; le molecole dell’aria nel vento fanno girare le pale del
mulino se si muovono in un’unica direzione; se il loro moto fosse del tutto casuale
non sarebbe possibile ottenere alcun movimento. Anche la vita ha bisogno di
movimento e ordine. Non tanto perché il signor Rossi deve andare al lavoro e al
supermercato, ma perché il sangue deve muoversi nelle vene, il seme deve
raggiungere l’uovo, la foglia deve aprirsi al sole. L’ordine è necessario perché una
combinazione casuale di elementi non fa né una cellula, né una farfalla, né la
ghiandola pineale del signor Rossi. Del resto tutti sappiamo che il DNA è costituito
da una sequenza, il cui significato dipende dalla disposizione di pochi costituenti
elementari. Come sappiamo che la funzione clorofilliana, fondamento della vita
sulla Terra, è una grande operazione di ordine, distribuita nelle foglie verdi del
pianeta, in cui alcuni elementi vengono collocati in sequenze significative per
costruire i primi "mattoni" della vita.
Ma la natura tende spontaneamente al disordine e l’entropia è proprio una misura
del disordine. Se rovesciamo su di un tavolo le tessere di un puzzle, anche
precedentemente composto, è molto difficile, che il puzzle risulti casualmente
formato, tanto difficile che lo riteniamo impossibile. Se abbiamo due bombole, una
contenente gas e una vuota, e le mettiamo in comunicazione, ci aspettiamo, come
in realtà avviene dopo breve tempo, che le molecole si distribuiscano
spontaneamente in modo uniforme nelle due bombole e riteniamo improbabile,
anzi impossibile, che a un certo istante casualmente tutte le molecole si possano
trovare "ordinatamente" in una sola bombola. È una questione di probabilità: tra i
modi in cui le molecole possono ripartirsi tra le bombole comunicanti,
quest’ultimo caso è solo uno fra tutti gli altri, che sono in numero
inimmaginabilmente grande (per quanto calcolabile). Il disordine è più probabile
dell’ordine, perciò il passaggio da ordine a disordine costituisce la tendenza
spontanea di ogni fenomeno. L’entropia è appunto la grandezza scelta per fornire
una misura del disordine, anche se in modo non semplice ed immediato. Dire che
l’entropia aumenta significa dire muoversi verso stati fisici più probabili e quindi
più disordinati e, quindi infine, con una minore quantità di energia utilizzabile.
Il passaggio inverso non è impossibile. Ad esempio, le molecole possono essere
nuovamente tutte "spinte" in una sola bombola. Però bisogna spendere energia e
aumentare l’entropia nell’universo, vicino o lontano. Con l’energia di una
combustione realizziamo il movimento ordinato di un pistone, ma alla fine avremo,
oltre allo spostamento dell’auto, il movimento casuale delle molecole presenti nelle
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parti riscaldate e nei gas in uscita dalla marmitta. Bruciando cibo gli animali
ottengono l’energia per costruire il loro corpo ed esercitare le loro funzioni, ma la
produzione di cibo è avvenuta a spese di una quantità di energia maggiore di quella
utilizzata e, successivamente, con la morte la materia perde la sua organizzazione.
Ma i possibili ordini non sono tutti uguali. C’è l’ordine dei movimenti delle
macchine, capaci di imporsi anche ai movimenti dell’operaio Chaplin di "Tempi
moderni", a monte della cultura che produce il rigido conato di razionalità delle
villette a schiera. Un ordine ripetitivo, funzionale alla produzione per il consumo e
non alla conservazione, che non può prevedere novità e cambiamenti, incapace di
apprendere dall’interazione con il mondo circostante e quindi di evolvere. Un
ordine che fa scrivere al poeta:
ciò che era
area erbosa, aperto spiazzo, e si fa
cortile bianco come cera (…)
in un ordine ch’è spento dolore.
Ma c’è anche l’ordine che costruisce i sistemi complessi della vita, come abbiamo
visto. Questi sono sistemi che sanno riprodursi, il cui destino dipende da quanto
sanno apprendere dalle relazioni con il mondo esterno per organizzarsi, modificarsi
ed evolvere per mantenere il proprio equilibrio con quel mondo.
Tutto ciò è faticoso, è una vittoria ottenuta con il consumo di energia per creare
localmente l’ordine necessario (calo di entropia) mentre intorno inevitabilmente
aumenta il disordine (aumento di entropia, degrado dell’energia). Mentre nella
foglia nascono ordine e vita, in un altro luogo, dove si produce l’energia
necessaria, dove al suolo la natura morta si decompone, aumenta il disordine in un
bilancio complessivo sempre a suo favore. Una fatica e una vittoria che illuminano
l’eccezionalità e la preziosità della vita sul pianeta e sui suoi delicati equilibri, che
impone la necessità di assumere una posizione solidale in sua difesa, cioè in nostro
favore.
Una grande responsabilità questa, da assumere senza rinvii perché i danni non sono
rimediabili. La logica del recupero, per quanto talvolta necessaria, non funziona
perché il tempo ha una "freccia", si muove in una sola direzione, quella appunto
dell’aumento di entropia, senza ritorno. Anche spendendo energia e denaro non si
vince l’irreversibilità dei processi naturali, non è come riparare la ruota forata e
ripartire. Se si tagliano gli alberi in Amazzonia per fare posto ai pascoli necessari
agli hamburger di Mc Donald, non solo di sottrae ossigeno all’atmosfera, ma si
rompe anche definitivamente l’equilibrio tra vegetazione e suolo raggiunto in
milioni di anni. Il suolo si polverizza nell’aria e si perdono foreste, pascoli e
hamburger. Bisogna tagliare ancora, ma fino a quando? Intanto anche le specie
estinte non si possono riprodurre, neanche in laboratorio, e il suolo non si
ricostituisce più. E là dove l’opera dell’uomo ha raggiunto un equilibrio con la
natura, come nelle terrazze a ulivo dei nostri colli, una volta iniziata non può essere

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sospesa: l’abbandono non porterebbe stabili pendii coperti di vegetazione, quali
originariamente erano, ma solo degrado e dissesto idrogeologico.
Allora attenzione a quello che facciamo. Un mondo diverso è necessario, un
mondo a bassa entropia. Non è facile politicamente, non è facile culturalmente.
Dopo millenni di uso quasi esclusivo della sola energia umana e animale, negli
ultimi due secoli le nuove conoscenze hanno consentito l’utilizzo di quantità di
energia enormemente superiori, ampliando in proporzione la produzione agricola e
industriale e, di conseguenza, la possibilità di vita dell’uomo. Ma il processo è
avvenuto all’interno di una cultura in cui la conoscenza della natura è stata
premessa, autorizzazione e strumento della sua conquista, della presa di possesso e
utilizzo senza limiti, della impossibile sottomissione delle leggi naturali a presunte
leggi umane, in realtà proprie del sistema economico e politico che si è imposto a
livello planetario. Una cultura che subito ha saputo riconoscere l’importanza di una
prima parte delle scoperte termodinamiche, le potenzialità delle trasformazioni
energetiche, ma ha ignorato e ignora, perché così le conviene, l’avvertimento della
seconda parte, l’entropia aumenta, pur essendo le due informazioni contestuali e
correlate. Un’illusione, quella della crescita energetico-produttiva senza limiti, che
ha colpito anche la cultura attenta ai valori del progresso e della giustizia sociale.
L’inevitabile aumento di entropia non è la fine del mondo: sulla Terra possiamo
vivere in tanti, con una vita dignitosa e potenzialmente felice per tutti. Lasciamo, e
non sarà facile, un’economia, una politica, una cultura che guardano solo al PIL,
tanto più soddisfatte quante più risorse si sono consumate, senza considerare
quante e quali risorse sono disponibili per il futuro, come farebbe nel suo bilancio
ogni famiglia di buon senso. Poniamoci l’obiettivo immediato di una riduzione dei
consumi, anche attraverso l’uso razionale dell’energia e l’utilizzo del flusso
energetico che arriva ogni giorno dal sole.
La cultura del proprietario del pianeta appartiene a un passato colonizzatore che si
ostina a non finire, sostenuto da potenti interessi economici di pochi, aggiornati
nelle forme e spacciati per interessi generali. Se crediamo nella solidarietà con gli
uomini di oggi e di domani, se vogliamo stare meglio noi stessi, dobbiamo cercare
una cultura rispettosa e amichevole nei confronti della natura: conoscere per
migliorare le relazioni, dall’utilizzo possibile delle risorse ai benefici in termini di
benessere che la natura ci può dare quando riconosciamo di esserne parte.
Alleggeriti, senza alcuna nostalgia, della presunzione di onnipotenza e totale
possesso nei confronti del mondo naturale, lasciata l’illusione che il progresso
tecnologico consentirà sempre di risolvere tutti i problemi, li sapremo meglio
affrontare.

In maniera intuitiva, la vita viene definita come la capacità di:


* crescere
* riprodursi
* moltiplicarsi.
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Queste però sono funzioni peculiari ai sistemi viventi, dunque rappresentano ciò
che si intende definire: in altre parole, per definire la vita su questa base, sarebbe
necessario conoscere in anticipo cos'è la vita. Questa definizione è tautologica.
Le definizioni del concetto di vita date dai vari autori sono numerose, e spesso non
facilmente intelligibili di fuori dei contesti logici relativamente complessi
all'interno dei quali esse sono state formulate. Una via per sfuggire alla tautologia
di cui sopra è stata offerta negli anni '20 da Oparin ("una particolare forma di
movimento della materia"). Come movimento, Oparin intendeva il movimento
molecolare, che è oggetto della termodinamica più che della meccanica (essendo
noto che secondo i principi della termodinamica nei sistemi isolati ogni
trasformazione spontanea è diretta verso il punto di equilibrio, che corrisponde al
punto di massima entropia). Questa non è la condizione dei viventi e pertanto se ne
deduce che la vita è una proprietà dei sistemi aperti lontani dall'equilibrio, che
funzionano come sistemi (si definisce sistema un insieme di parti interagenti)
complessi auto-organizzanti (in essi si ha rottura di simmetria nello spazio e nel
tempo e irreversibilità - creano strutture ma non si possono destrutturare, sono
stabili soltanto quando non vengano modificate le condizioni che li mantengono
nello stato stazionario: in caso di morte, l'organismo non è in grado di assumere
ulteriormente energia dall'esterno e la sua organizzazione viene a dissolversi).
Si hanno pertanto tre conseguenze. Il sistema vivente:
* interagisce con il suo contorno
* è inserito in un flusso energetico
* dispone di strutture adatte a catturare una porzione dell'energia disponibile.
Queste strutture, effetto di un processo di auto-organizzazione del sistema,
mediante cicli ricorsivi che, regolati da attrattori, definiscono un cammino
evolutivo non ripetibile.
Definizioni del concetto di vita: La vita è una particolare forma di movimento della
materia, caratterizzata dal fatto che il vivente è in grado di mantenersi lontano dal
punto di equilibrio, pur essendo completamente soggetto alle leggi della
termodinamica che impongono un continuo aumento dell'entropia interna dei
sistemi. Questo risultato viene ottenuto mediante flussi di materia ed energia,
regolati da strutture che hanno funzione di organizzazione, prima fra tutte il DNA e
le membrane biologiche. I sistemi viventi sono dunque sistemi complessi auto-
organizzanti. In quanto tali, vi si possono riconoscere le caratteristiche proprie dei
sistemi auto-organizzanti (cicli ricorsivi, attrattori, biforcazioni, frattali ed
eventualmente anche la transizione al caos).

La seconda legge della termodinamica, una delle leggi basilari della fisica, sostiene
che in normali condizioni tutti i sistemi abbandonati a se stessi tendono a divenire
disordinati, dispersi e corrotti in relazione diretta al trascorrere del tempo. Ogni
cosa vivente e non vivente si consuma, si deteriora, decade, si disintegra ed è

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distrutta. Questa è la sicura fine che tutti gli esseri dovranno affrontare in un modo
o nell'altro e, secondo tale legge, questo processo inevitabile non ha ritorno.
Tutti lo osservano. Ad esempio, se si abbandona un'automobile nel deserto,
difficilmente la si potrà ritrovare in migliori condizioni dopo alcuni anni. Al
contrario, si vedrà che i pneumatici si sono sgonfiati, i finestrini sono stati infranti,
il telaio si è arrugginito e il motore è decaduto. Lo stesso processo inevitabile è
valido ed anche più rapido per gli esseri viventi.
La seconda legge della termodinamica rappresenta il mezzo con il quale questo
processo naturale viene definito con equazioni fisiche e calcoli.
Questa famosa legge è anche nota come "Legge dell'entropia". L'entropia fornisce
una misura del grado di disordine in cui si trovano gli elementi che costituiscono il
sistema. L'entropia di un sistema è incrementata dal movimento verso uno stato più
disordinato, disperso e non pianificato. Più elevato è il disordine di un sistema, più
elevata è la sua entropia. Tale legge sostiene che l'intero universo inevitabilmente
procede verso uno stato più disordinato, disperso e non pianificato.
La validità della seconda legge della termodinamica è stabilita in maniera
sperimentale e teoretica. I più importanti scienziati contemporanei concordano sul
fatto che questa legge avrà un ruolo centrale nel prossimo periodo della storia.
Albert Einstein, il più grande scienziato del nostro tempo, disse che è la "legge più
importante di tutta la scienza". In proposito, sir Arthur Eddington ha affermato che
è la "suprema legge metafisica di tutto l'universo".
La teoria evoluzionista è avanzata nella totale ignoranza di questa basilare e
universale legge della fisica. Il meccanismo proposto dall'evoluzione contraddice
radicalmente i suoi principi. Gli evoluzionisti sostengono che atomi disordinati,
dispersi e inorganici e molecole si siano riuniti spontaneamente nello stesso
periodo in un ordine preciso per formare molecole estremamente complesse quali
le proteine, il DNA, l'RNA; in seguito, questi avrebbero gradualmente determinato
milioni di differenti specie viventi con strutture addirittura più complesse. Inoltre,
questo ipotetico processo che produce ad ogni passo strutture più pianificate, più
ordinate, più complesse e più organizzate, ha presieduto autonomamente a tale
formazione in condizioni naturali. La legge dell'entropia mostra chiaramente che
questo processo cosiddetto naturale contraddice interamente le leggi della fisica.
Gli scienziati evoluzionisti sono consapevoli di questo fatto. J. H. Rush scrive:
Nel complesso corso della sua evoluzione, la vita rivela un notevole contrasto
rispetto alla tendenza espressa nella seconda legge della termodinamica. Mentre
quest'ultima parla di un irreversibile progresso verso una crescente entropia e
disordine, la vita evolve continuamente verso più elevati livelli di ordine.
Lo studioso evoluzionista Roger Lewin parla dell'empasse dell'evoluzione di fronte
alla termodinamica in un articolo apparso su Science:
Un problema che i biologi hanno dovuto affrontare è l'apparente contraddizione
rispetto all'evoluzione rappresentata dalla seconda legge della termodinamica. I

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sistemi dovrebbero decadere nel corso del tempo, presentando un minore, non
maggiore ordine.
Un altro scienziato evoluzionista, George Stravropoulos, parla dell'impossibilità
secondo la termodinamica della spontanea formazione della vita e confuta la
spiegazione dell'esistenza, per leggi naturali, di complessi meccanismi viventi nella
nota rivista evoluzionista American Scientist:
In condizioni ordinarie, nessuna molecola organica complessa potrebbe formarsi
spontaneamente, ma piuttosto disintegrarsi, in accordo alla seconda legge. In
realtà, maggiore è la complessità, maggiore è l'instabilità e maggiore la sicurezza,
presto o tardi, della sua disintegrazione. La fotosintesi e tutti i processi vitali, e la
vita stessa, nonostante il linguaggio confuso o confusionario, non possono ancora
essere compresi in termini di termodinamica o di ogni altra scienza esatta.
La seconda legge della termodinamica costituisce, quindi, un insormontabile
ostacolo per lo scenario dell'evoluzione sia in termini di scienza che di logica.
Incapaci di offrire una consistente spiegazione scientifica che permetta di superare
l'ostacolo, gli evoluzionisti possono solo vincere grazie all'immaginazione. Ad
esempio, il famoso evoluzionista Jeremy Rifkin parla della sua speranza che
l'evoluzione possa sopraffare questa legge della fisica grazie a un "potere magico":
La legge dell'entropia sostiene che l'evoluzione disperde l'energia disponibile
complessiva per la vita su questo pianeta. Il nostro concetto di evoluzione è
esattamente l'opposto. Crediamo che l'evoluzione crei sulla terra, con qualche
meccanismo magico, un valore complessivo maggiore e un maggior ordine.
Queste parole rivelano con grande chiarezza che l'evoluzione è soltanto una fede
dogmatica.
Minacciati da tutte queste verità, gli evoluzionisti hanno dovuto cercare rifugio
nella distruzione della seconda legge della termodinamica, affermando che sia
valida soltanto per i "sistemi chiusi", in quanto i "sistemi aperti" esulano
dall'ambito di questa legge.
Un "sistema aperto" è un sistema termodinamico nel quale energia e materia
circolano all'interno e all'esterno, a differenza del sistema chiuso in cui l'energia e
la materia iniziali rimangono costanti. Gli evoluzionisti sostengono che il mondo è
un sistema aperto, costantemente esposto al flusso di energia solare e che, quindi,
la legge dell'entropia non si applica al cosmo nel suo insieme. Asseriscono inoltre
che esseri viventi complessi e ordinati possono essere generati da strutture
semplici, disordinate e inanimate.
Ci troviamo di fronte a un'ovvia distorsione. Il fatto che un sistema riceva un
afflusso di energia non è sufficiente a renderlo ordinato. Sono necessari
meccanismi specifici affinché l'energia diventi funzionale. Ad esempio,
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un'automobile ha bisogno di un motore, di un sistema di trasmissione e di
meccanismi di controllo correlati per convertire l'energia della benzina in lavoro.
Senza tale sistema di conversione, l'automobile non sarebbe in grado di utilizzare
l'energia della benzina.
La stessa cosa capita nella vita. È vero che la vita deriva la sua energia dal sole.
L'energia solare, tuttavia, può essere convertita in energia chimica soltanto da
sistemi di conversione energetica incredibilmente complessi presenti nelle cose
viventi (come la fotosintesi delle piante e i sistemi digestivi di umani e animali).
Nessun essere vivente può vivere senza un tale sistema; privo di questo, il sole non
è altro che una fonte di energia distruttiva che brucia, inaridisce o fonde.
Come si può vedere, un sistema termodinamico che non presenti tali meccanismi di
conversione non è vantaggioso per l'evoluzione, che sia aperto o chiuso. Nessuno
asserisce che questi meccanismi complessi e consapevoli possano essere esistiti in
natura nelle primigenie condizioni della terra. In realtà, la vera questione a cui
devono rispondere gli evoluzionisti è come possano essere pervenuti
autonomamente all'esistenza complessi meccanismi di conversione dell'energia
quali la fotosintesi, che non possono essere duplicati neppure servendosi delle
moderne tecnologie.
L'influsso dell'energia solare sul mondo non ha effetti tali da imporre di per se
stessa un ordine. Indipendentemente dal grado elevato di temperatura che possa
essere raggiunto, gli amminoacidi resistono formando legami in sequenze ordinate.
La sola energia non è sufficiente a spingere gli amminoacidi a formare le molto più
complesse molecole proteiche o queste ultime a costituire le ben più composite e
organizzate strutture di organelli cellulari. La fonte reale ed essenziale di questa
organizzazione, ad ogni livello, è un progetto consapevole: in una parola, la
creazione.
Ben sapendo che la seconda legge della termodinamica rende impossibile
l'evoluzione, alcuni scienziati evoluzionisti, per avallare la loro teoria, hanno fatto
alcuni tentativi speculativi per superare la distanza che separa le due concezioni.
Come al solito, anche questi sforzi mostrano come la teoria dell'evoluzione si trovi
di fronte a un ineludibile vicolo cieco.
Uno scienziato che si è distinto per i suoi tentativi di coniugare la termodinamica e
l'evoluzione è il belga Ilya Prigogine. Partendo dalla teoria del caos, questi ha
proposto alcune ipotesi secondo cui l'ordine si forma dal caos. Ha affermato che
alcuni sistemi aperti possono descrivere un decremento nell'entropia dovuto ad un
influsso di energia esterna e che il conseguente "riordinamento" è una prova che
"la materia può organizzare se stessa". Da quel momento, il concetto di "auto-
organizzazione della materia" è divenuto abbastanza popolare tra gli evoluzionisti
e i materialisti. Si comportano come se avessero trovato un'origine materialistica
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per la complessità della vita e una soluzione materialistica al problema della sua
origine.
A uno sguardo più acuto, tuttavia, questo argomento si rivela del tutto astratto e, in
pratica, un mero wishful thinking. Nasconde, inoltre, un inganno molto semplice,
ovvero, la deliberata confusione di due distinti concetti, "auto-organizzazione" e
"auto-ordinamento".
Ciò può essere chiarito con un esempio. Si immagini una spiaggia con differenti
tipi di pietre di varie dimensioni mischiate tra loro. Quando un'onda forte si
abbatterà sulla spiaggia, potrà apparire un "ordinamento" tra le pietre. L'acqua
potrà sollevare quelle di peso simile in pari quantità. Quando l'onda si sarà ritirata,
le pietre potranno forse essere state ordinate secondo l'ordine di grandezza, dalle
più piccole alle più grandi, in direzione del mare.
Questo è un processo di "auto-ordinamento": la spiaggia è un sistema aperto e un
influsso di energia (l'onda) può esserne la causa. Ma si noti anche che lo stesso
processo non può erigere un castello di sabbia. Se guardiamo un castello fatto di
sabbia, siamo sicuri che qualcuno lo ha costruito. La differenza tra quest'ultimo e
le pietre "ordinate" è che il primo rappresenta una complessità veramente unica,
mentre il secondo include solo un ordine ripetitivo. È come una macchina da
scrivere che continui a battere il carattere "aaaaaaaaaaaaa" per centinaia di volte in
quanto un oggetto (un influsso di energia) è caduto sulla tastiera. Naturalmente, un
tale ordine ripetitivo di "a" non include alcuna informazione e quindi nessuna
complessità. È necessaria una mente cosciente per ottenere una sequenza di lettere
che includa informazioni.
La stessa cosa avviene quando il vento penetra in una stanza piena di polvere.
Prima di questo influsso, la polvere è sparsa intorno. Allorquando il vento entra,
questa si raccoglie agli angoli della stanza. Ciò è un "auto-ordinamento". Ma la
polvere non si "auto-organizza" mai autonomamente in modo da creare l'immagine
di un uomo sul pavimento.
Questi esempi sono molto simili agli scenari di "auto-organizzazione" degli
evoluzionisti. Questi affermano, infatti, che la materia ha una tendenza ad "auto-
organizzarsi", quindi mostrano esempi di auto-ordinamento tentando di confondere
i due concetti. Lo steso Prigogine ha parlato di molecole che si auto-ordinano
durante l'influsso di energia. Gli scienziati americani Thaxton, Bradley e Olsen, in
un libro dal titolo "The Mistery of Life's Origin", hanno spiegato questo fatto:
...in ogni situazione i movimenti casuali delle molecole in un fluido sono
spontaneamente sostituiti da un comportamento altamente ordinato.
Prigogine, Eigen e altri hanno suggerito che tale sorta di auto-organizzazione sia
intrinseca nella chimica organica e possa potenzialmente spiegare le
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macromolecole altamente complesse essenziali ai sistemi viventi. Ma simili
analogie hanno scarsa rilevanza per la questione dell'origine della vita. Per di più,
non distinguono tra ordine e complessità... La regolarità o l'ordine non possono
servire a immagazzinare l'enorme quantità di informazioni richieste dai sistemi
viventi. È richiesta una struttura irregolare, ma specifica piuttosto che una ordinata.
Ciò rappresenta un grave errore nell'analogia offerta. Non vi è connessione
apparente tra il tipo di ordinamento spontaneo che deriva dal flusso di energia
attraverso tali sistemi e l'opera richiesta per costruire macromolecole ad intensa
informazione aperiodica, quali il DNA e le proteine.
In realtà, Prigogine stesso dovette accettare che questi argomenti non avevano
rilevanza per spiegare l'origine della vita. Ha detto:
Il problema dell'ordine biologico implica la transizione dall'attività molecolare
all'ordine supermolecolare della cellula. Questo problema è ben lontano da una
soluzione.
Perché, allora, gli evoluzionisti continuano ad accettare punti di vista anti-
scientifici quali "l'auto-organizzazione della materia"? Perché insistono a rifiutare
la manifesta intelligenza visibile nei sistemi viventi? La risposta è la loro fede
dogmatica nel materialismo e la credenza che la materia abbia un misterioso potere
di creare la vita. Un professore di chimica presso l'Università di New York ed
esperto in DNA, Robert Shapiro, descrive la fede degli evoluzionisti e il dogma
materialistico che ne costituisce il fondamento:
Un altro principio evolutivo è quindi necessario per permetterci di superare la
distanza tra le miscele di semplici prodotti chimici naturali e il primo effettivo
replicatore. Questo principio non è stato ancora dettagliatamente descritto o
dimostrato, ma è stato anticipato ed ha ricevuto dei nomi, quali evoluzione chimica
e auto-organizzazione della materia. L'esistenza del principio è tenuta per certa
nella filosofia del materialismo dialettico, come dimostra la sua applicazione alle
origini della vita da parte di Alexander Oparin.
Un televisore è un oggetto altamente organizzato ma non si può dire che sia vivo.
L'organizzazione non è una caratteristica sufficiente per la vita.
Una sola cellula vivente è un organismo incredibilmente complesso ed altamente
organizzato.
Esiste il problema dell'origine e il problema del mantenimento e sviluppo della
vita. Che tutto sia dovuto al cieco caso è difficile crederlo ma i meccanismi
darwiniani funzionano solo dopo che i processi di riproduzione sono presenti e
consolidati. La cosa stupefacente è che la vita abbia la meglio nella lotta per la
sopravvivenza contro la legge dell'entropia crescente nell'universo.

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La cellula è un’organizzazione che gode di una sua autonomia, anche quelle cellule
che fanno parte di un organismo pluricellulare posseggono una propria autonomia.
Le funzioni dei viventi vanno distinte in funzioni vegetative e funzioni della vita di
relazione. Le prime comprendono le attività metaboliche che culminano nella
biosintesi delle macromolecole costituenti gli organuli e la divisione o
riproduzione cellulare. La reattività agli stimoli interni e ambientali e la motilità
del corpo, sono le manifestazioni della vita di relazione. Il metabolismo consiste in
tutte quelle trasformazioni chimiche di sostanze che avvengono negli organismi
viventi o con liberazione di energia (catabolismo) o con accumulo nei processi di
sintesi (anabolismo). Gli alimenti sono la fonte materiale ed energetica per la vita
dei viventi, negli alimenti, infatti, l’energia è contenuta allo stato potenziale quale
energia di legame chimico. La fonte primaria di energia è il sole, con la luce solare
le piante producono nuova sostanza organica attraverso la fotosintesi e l’energia
solare si converte in energia dei legami chimici. Le molecole così sintetizzate
vengono usate sia dalle piante stesse, dagli animali e dagli altri organismi non
fotosintetici per alimentarsi e ottenere energia mediante la respirazione cellulare.
Abbiamo detto che gli organismi viventi necessitano di energia chimica che è
contenuta nelle sostanze nutritive assorbite, l’energia può essere utilizzata o
accumulata attraverso la trasformazione di queste sostanze nel corso di reazioni
chimiche. Le reazioni trasformano i legami fra gli atomi costituenti le molecole dei
reagenti e quelle dei prodotti finali. Le variazioni dei legami avvenute nelle
reazioni chimiche corrispondono a variazioni di energia e seguono le leggi della
termodinamica. Queste leggi permettono di stabilire le differenze di energia che
esistono fra reagenti e prodotti e quali siano le reazioni possibili. La prima legge
della termodinamica afferma che nell’universo non si crea materia né si distrugge,
ma avvengono solo delle trasformazioni da una forma di energia all’altra. I viventi
trasformano l’energia chimica dei legami in altre forme di energia utilizzabili. Una
pianta assorbe l’energia solare la trasforma in amido con la fotosintesi, noi
possiamo alimentarci con l’amido ed estrarne l’energia chimica grazie alla
respirazione cellulare per convertirla in altre forme o in energia meccanica.
Durante queste trasformazioni una porzione dell’energia si perde nell’ambiente
come calore (energia termica) come è appunto detto dalla seconda legge della
termodinamica: in ogni trasformazione di energia una parte di questa va dispersa in
calore non utilizzabile per compiere lavoro. Il corpo umano genera calore che
deriva dalle trasformazioni di energia che avvengono nelle cellule. In un essere
vivente avvengono migliaia di reazioni chimiche in un istante e la quantità di
calore prodotto è comunque molto bassa, questo perché gran parte dell’energia
prodotta nelle reazioni viene immediatamente utilizzata in altri processi riducendo
la percentuale così la quantità di calore non utilizzabile. L’efficienza dei viventi
nell’utilizzo dell’energia e della materia è molto superiore a quella delle macchine
costruite dall’uomo. La seconda legge può enunciarsi anche : tutti i processi
chimici e fisici avvengono in modo da aumentare l’entropia. L’entropia è la misura
11
del disordine o della disposizione casuale. Più grande è il disordine più grande è
l’entropia. Si è detto che in ogni trasformazione di energia vi è quasi sempre una
perdita sotto forma di dispersione di calore nell’ambiente la sua dispersione
comporta un aumento dell’entropia, i viventi essendo altamente organizzati hanno
un’entropia molto bassa, ma questo stato viene mantenuto mediante un aumento
dell’entropia nell’ambiente.

I viventi possono essere autotrofi o eterotrofi, a secondo di come usano l’energia


per vivere. Gli autotrofi ricavano da soli dall’ambiente la materia inorganica e
l’energia necessaria occorrente per la sintesi delle sostanze organiche. Gli autotrofi
fotosintetici usano la luce come fonte di energia per trasformare l’acqua e
l’anidride carbonica in zuccheri (fotosintesi). Gli autotrofi chemiosintetici (batteri
nitrificanti, ferrobatteri e solfobatteri) utilizzano reazioni chimiche per estrarre
energia da sostanze inorganiche presenti nell’ambiente. Gli Eterotrofi devono
nutrirsi per vivere. Tutti gli animali più evoluti e la maggior parte dei
microrganismi sono eterotrofi, questi organismi usano l’energia accumulata nelle
cellule degli autotrofi per vivere.

Per vivere, dunque è necessario un continuo apporto di energia per consentire le


reazioni che avvengono nelle cellule. Durante questi passaggi l’energia si
trasforma e i prodotti di una reazione possono contenere più o meno energia di
quella contenuta nei reagenti. Tutte le reazioni chimiche che avvengono nei viventi
sono finalizzate per mantenere in vita l’organismo e sono collegate fra loro per
permettere alle cellule di assimilare e trasformare le molecole di cui abbisognano .
Questa attività, chiamata metabolismo, comprende quattro funzioni specifiche:
1) estrazione dell’energia chimica dalla luce o da sostanze organiche (fotosintesi e
respirazione);
2) trasformazione delle sostanze nutritive più complesse in composti semplici
(zuccheri);
3) unione di sostanze semplici per assemblare molecole biologiche (proteine, acidi
nucleici);
4) formazione e demolizione delle biomolecole necessarie.
La maggior parte delle reazioni metaboliche sono reversibili, cioè i prodotti
possono ritrasformarsi in reagenti fino a raggiungere un equilibrio detto dinamico
nel quale la reazione diretta e l’inversa hanno la stessa velocità. Le reazioni
chimiche che avvengono nel metabolismo possono accumulare energia, e sono
dette endoergoniche, oppure liberano energia e sono dette esoergoniche. Le
endoergoniche prendono l’energia dall’esterno e la trasformano in energia chimica
che si accumula e viene conservata nei legami di una molecola complessa, a
svolgere queste reazioni sono gli organismi autotrofi formando molecole ricche di
energia. In una reazione endoergonica il prodotto contiene più energia dei reagenti
quindi per avvenire richiedono un apporto di energia. Le reazioni esoergoniche
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liberano l’energia accumulata nei legami dei composti chimici, avvengono sia
negli autotrofi che negli eterotrofi. Quando si rompono legami di molecole
energetiche si formano prodotti più semplici che contengono meno energia, le
reazioni esoergoniche procedono spontaneamente senza apporto di energia. Queste
reazioni, però, non restituiscono tutta l’energia che le endoergoniche accumulano,
poiché una parte dell’energia si disperde, come abbiamo visto, in calore. L’ATP è
la principale fonte di energia per le reazioni metaboliche, è un nucleotide formato
dall’unione di una molecola di ribosio (zucchero a 5 atomi di C) una di adenina e
un gruppo trifosfato composto da tre fosfati legati fra loro da legami a alta energia.
L’ATP è un importante trasportatore di energia, trasferisce direttamente o
indirettamente energia a tutte le vie metaboliche. L’ATP svolge questa funzione
perché è altamente instabile e perde facilmente l’ultimo dei gruppi fosforici
(7,3Kcal/mole – 31 KJ/mole). Le cellule contengono quasi un miliardo di molecole
di ATP, anche quando l’organismo è a riposo le sue cellule consumano ATP per i
normali processi metabolici, scompare per idrolisi l’ATP e compare l’ADP e un
gruppo fosforico, che può essere ceduto a una molecola accrescendone il contenuto
energetico. Tale processo di addizione di un gruppo fosforico è detto
fosforilazione. La produzione di ATP è favorita da catene di trasporto di elettroni
dove sono coinvolti enzimi, cofattori e citocromi. Gli elettroni vengono incorporati
in particolari molecole che li trasportano lungo una catena di trasporto e poi ceduti
e utilizzati secondo il seguente schema: una molecola cede elettroni e quindi si
ossida, mentre quella che è a lei successiva si riduce accettando gli elettroni. Questi
passaggi sono reazioni di ossidoriduzioni. Le molecole coinvolte nei trasporti sono
i citocromi molecole che hanno un gruppo eme contenente ferro che è in grado di
accettare e cedere elettroni. Durante il passaggio da un citocromo all’altro l’energia
contenuta negli elettroni viene in parte perduta e in parte utilizzata. La catena di
trasporto può essere paragonata a una scala con gradini di altezza diversa, gli
elettroni rotolano giù da questa scala. Quelli in cima alla scala hanno il massimo di
energia e scendendo un gradino alla volta liberano a ogni salto una parte di energia
che è tanto maggiore quanto maggiore è il dislivello tra un gradino e il successivo.
L’energia liberata viene in parte recuperata e in parte conservata sotto forma di
ATP per compiere lavoro o fare avvenire le reazioni metaboliche.

La costruzione e la demolizione delle diverse sostanze all’interno di una cellula


richiede un controllo delle reazioni che fanno avvenire questi processi, tali processi
seguono precise sequenze, catalizzate da precisi enzimi, dette vie metaboliche. Le
reazioni di queste vie procedono lungo percorsi obbligati ed hanno degli intermedi
di reazioni comuni, cioè i prodotti di una reazione servono da reagenti per un'altra
reazione e così di seguito. Secondo il tipo di sostanza considerata possiamo
distinguere il metabolismo degli zuccheri, dei lipidi e delle proteine. Il
metabolismo di una cellula consiste in migliaia di reazioni che avvengono
contemporaneamente in diversi organuli specializzati in diversi compiti.
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Naturalmente tali reazioni sono coordinate fra loro si possono suddividere in due
principali categorie: le vie metaboliche di demolizione e quelle di biosintesi delle
molecole e dei componenti cellulari. Nelle vie di demolizione (glicolisi e
respirazione) sono demoliti proteine, carboidrati e lipidi che portano a molecole a
minore contenuto energetico. L’energia liberata è immagazzinata e il resto si perde
sotto forma di calore. Il metabolismo della biosintesi comporta la costruzione di
molecole complesse e quindi l’utilizzo di energia liberata durante i processi di
demolizione. Le reazioni dei processi metabolici possono essere lineari o cicliche.

Le reazioni metaboliche di trasformazione dell'energia sono dunque molto


complesse e il tutto avviene senza trasgredire alla seconda legge della
termodinamica. Ma oltre all'energia un essere vivente presenta anche un altro
aspetto non facilmente quantificabile: la forma. Dove viene memorizzata la forma
di un organismo biologico? Non a caso è stato ipotizzato un campo morfico che
presiederebbe alla formazione degli organismi viventi.
Le prestazioni degli organismi viventi che ci paiono tanto ovvie essendo noi
abituati ad osservarle abitualmente sono ad una analisi più attenta veramente
sbalorditive. L'efficienza e la precisione dei meccanismi biologici ha
dell'incredibile. Il semplice movimento di una mano che afferra un oggetto in
movimento è agli occhi dell'ingegneria cibernetica un processo incredibilmente
sofisticato.

La vita è un fenomeno altamente organizzato che esiste in sistemi


termodinamicamente aperti e assorbe energia dall'ambiente circostante cedendo
entropia. Essa rappresenta un fenomeno di auto-organizzazione, opposto al destino
dei sistemi termodinamicamente chiusi i quali evolvono in maniera irreversibile
verso uno stato di massima entropia, cioè verso uno stato completamente caotico.
La vita è possibile attraverso il controllo del caos.

C'era una volta, in un tempo molto lontano, il Caos.


Poi vennero l'aritmetica di Pitagora e la geometria di Euclide, e vennero la fisica di
Galilei e quella di Newton. Dopo vennero le geometrie non euclidee, la relatività e
i quanti. Passato ancora del tempo, ritornò il Caos.
Fin dall'inizio della sua apparizione sulla terra l'uomo ha dovuto costruire un
linguaggio per raccontare la Natura, conoscerla e potersi misurare con essa. E per
prima cosa, come adatto allo scopo, ha inventato il linguaggio dei miti.
Quali erano le forme della natura e come si potevano descrivere?
A ciò diedero una risposta l'artmetica di Pitagora e la geometria di Euclide.
Facendo un salto in avanti, è con questi occhi, fondamentalmente, che Galileo
affermava che si poteva leggere il gran libro della Natura. Attraverso il linguaggio
della matematica si potevano formulare le leggi della Fisica.

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Successivamente la meccanica Newtoniana aveva avuto bisogno di manipolare
l'infinitamente piccolo e da lì era nato il calcolo infinitesimale, con il suo concetto
fondante di limite.
Nel frattempo cominciava a svilupparsi la logica dell'incerto attraverso
l'introduzione del concetto di probabilità. L'aleatorio tornava alla ribalta.
Nello stesso tempo la geometria euclidea perdeva il suo primato poiché vennero
elaborate delle geometrie non euclidee.
Veniva più tardi intrapreso lo studio dei sistemi dinamici, cioè sistemi che
evolvono rispetti ad alcuni parametri, sistemi che mostrano una particolare
sensibilità rispetto alle condizioni iniziali. Un piccolo mutamento nelle condizioni
iniziali, in certi sistemi, conduce all'imprevedibilità del futuro del sistema.
Una causa molto piccola, che ci sfugge, determina un effetto considerevole, e
allora diciamo che tale effetto è dovuto al caso.
Il relativismo galileiano veniva completato dall'opera di Einstein, e la teoria dei
quanti forniva una diversa visione dei modelli fisici elaborati fino ad allora intorno
all'energia elettromagnetica, trasformando nuovamente ciò che era visto come una
grandezza continua in una grandezza discontinua. Il Caso entrava prepotentemente
nella meccanica quantistica e veniva introdotta l'entropia come misura della
quantità di caso presente in un sistema. E a fondamento della termodinamica era
posto il principio dell'entropia, per cui in ogni processo l'entropia rimane costante o
aumenta, e se aumenta il processo è irreversibile.
Il Caos cacciato dalla porta rientrava prepotentemente dalla finestra.
La maggior parte dei processi naturali mostra un aspetto caotico.
Con la meccanica quantistica l'osservatore torna al centro della scena e non può
essere più separato dalle misurazioni sperimentali.
L'interpretazione della meccanica quantistica in termini classici presenta alcuni
paradossi. Per esempio essa implica che un fenomeno cambia aspetto a seconda del
punto di vista dal quale viene osservato. Se predispongo un apparato di misura per
osservare delle onde osserverò delle onde se, nello stesso fenomeno, predispongo
l'apparato di misura per osservare particelle il risultato sarà una misura di
particelle. Il fotone o l'elettrone sotto osservazione è contemporaneamente un'onda
e una particella.

Che cos’è la vita? Questa è una domanda a cui molti hanno cercato di dare una
risposta in diversi modi e punti di vista, da quello religioso, filosofico e scientifico
ma spesso non si è riusciti a definire cosa veramente sia la vita. A questo
interrogativo tenta di dare una risposta il premio nobel per la fisica Erwin
Schrodinger, dando una interpretazione della vita sia fisica che filosofica in un
libro che suscitò molte discussioni in ambito accademico, ma che contribuì alla
scoperta, circa dieci anni dopo, della struttura del DNA; tale libro si intitola "Che
cos’è la vita? "Innanzitutto Schrodinger cercò di applicare i concetti della fisica
quantistica allo studio delle molecole di interesse genetico. Come sappiamo le
15
leggi della fisica sono leggi di tipo statistico estremamente ordinate e rigorose che,
però, sono sempre state applicate ai fenomeni inorganici macroscopici. Infatti i
fenomeni inorganici e macroscopici sono composti di un enorme numero di atomi
animati dai moti di agitazione termica dovuti alla temperatura: tali moti sono
completamente disordinati. Invece se prendiamo in esame un fenomeno
microscopico contenente un numero di atomi relativamente piccolo non è possibile
applicare le leggi statistiche della fisica in quanto la quantità degli atomi è troppo
piccola e disordinata e di conseguenza le leggi statistiche inesatte. Ma se
consideriamo un evento macroscopico contenente un enorme quantità di atomi,
allora le leggi statistiche sono più attendibili. Per chiarire meglio questo concetto
vorrei fare un esempio prendendo in esame il moto browiano e di diffusione: se
consideriamo la nebbia che cade, osserveremo che essa cade con regolarità e
omogeneità e ciò perché è composto da un elevato numero di molecole e di atomi.
Ma se osserviamo una singola gocciolina che si sposta indipendentemente dalle
altre vedremo che essa seguirà un moto irregolare e disordinato dovuto all’urto
delle altre molecole. In conclusione posso dire che le leggi della fisica statistica per
le loro proprietà e caratteristiche non sono applicabili a fenomeni microscopici con
un numero relativamente piccolo di atomi e molecole come accade all’interno del
nostro organismo. Infatti è dal punto di vista statistico che la struttura di un
organismo differisce da un pezzo di materia inorganica analizzata dai fisici e
chimici in laboratorio, in quanto è diversa per la sua disposizione molecolare e
atomica. Schrodinger definisce la parte di una cellula vivente, la fibra
cromosomica, come un cristallo aperiodico, mentre la fisica statistica fino ad allora
si era occupata di cristalli periodici inorganici. Per questo motivo Schrodinger
utilizza i principi della fisica quantistica per lo studio della cellula. La vita di un
organismo ha un graduale sviluppo irreversibile che parte dalla nascita fino alla
morte. Ma come avviene tutto questo? Il "progetto" dello sviluppo di un organismo
è già scritto ancor prima che questo nasca. Ciò è determinato dalla struttura di un
unica cellula, l’uovo fecondato e dal suo nucleo. Il nucleo appare durante le
divisioni cellulari (mitosi e meiosi) costituito da particelle a forma di bastoncelli
chiamati cromosomi e sono loro a contenere il codice cifrato, il "progetto" del
futuro sviluppo dell’individuo. Da che cosa ha origine l’uovo fecondato con tutto il
suo codice ereditario nel quale è scritto, ancor prima che nasca, l’intero disegno
dell’evoluzione dell’individuo? Tutto ciò è determinato da un processo molto
complesso ma soprattutto armonico e molto ordinato che io definirei praticamente
perfetto. Purtroppo la maggior parte delle persone vive questo evento molto
superficialmente giudicandolo come un normale processo naturale. Ma se
analizziamo il fenomeno più in profondità e osserviamo con la massima attenzione
questo procedimento nei suoi piccoli dettagli non lo giudicheremmo tale, ma
secondo il mio punto di vista, come un fatto meraviglioso senza precedenti. Tutto è
collegato stupendamente, ogni "pezzo" ha sua determinata funzione, che poi, è in
relazione con altri fenomeni, formando una vera e propria "catena di montaggio"
16
che ha come prodotto finale l’organismo vivente. Ora cercherò di descrivere il
procedimento di questa macchina perfetta. L’evento essenziale nella riproduzione
non è la fecondazione, come spesso si pensa, cioè l’unione del gamete maschile
con quello femminile, ma è la meiosi. Un gruppo di cellule viene riservato alla
riproduzione dei gameti( spermatozoi e ovuli)necessari per la riproduzione. Nella
meiosi, appunto, la doppia serie di cromosomi della cellula madre si separa in due
serie semplici e ciascuna va a una delle due cellule figlie chiamate gameti. Le
cellule con una serie cromosomica sono dette aploidi, mentre quelle con una
doppia serie sono dette diploidi. Nell’atto della fecondazione il gamete maschile e
quello femminile si uniscono generando la nuova cellula madre( diploide)con due
serie cromosomiche, una proveniente dal padre e una dalla madre. Né il caso, né il
destino possono avere influenza su questo processo. Invece il caso svolge un ruolo
importantissimo nel mescolare i caratteri ereditari. Infatti i cromosomi non
vengono trasmessi indivisi, ma durante la meiosi entrano in contatto tra loro
scambiandosi delle porzioni; questo procedimento viene scientificamente chiamato
scambio o crossing-over e se non esistesse tale procedimento i caratteri
passerebbero sempre indivisi. Il portatore del carattere ereditario è il gene. Anche
se possiamo considerare questa una macchina perfetta, all’interno del patrimonio
ereditario si verificano dei cambiamenti spiegabili con una qualche alterazione
nella sostanza ereditaria. Essa è causata da un cambiamento in una regione del
cromosoma (locus) e per questo motivo le due copie del codice non sono più
identiche. La configurazione dell’individuo seguirà una o l’altra versione. La
versione del codice è chiamato "allele" e quello che si manifesta è detto dominante
mentre l’altro è detto recessivo. Quando nell’individuo i due alleli sono diversi il
soggetto è eterozigote, invece quando sono uguali è detto omozigote. L’allele
dominante si manifesta comunque, sia che l’individuo sia eterozigote che
omozigote, al contrario l’allele recessivo si manifesta solo se l’individuo è
omozigote. Darwin considerava questi cambiamenti all’interno del carattere
ereditario come piccole continue variazioni accidentali su cui, poi lavorava la
selezione naturale. Questa teoria è stata riconosciuta valida dalla maggior parte
degli scienziati, anche se qualcuno ha ritenuto opportuno apportarle alcune
modifiche. De Vries, ad esempio, affermò che queste variazioni non sono continue
ma bensì discontinue e chiamò questi cambiamenti con il nome di mutazioni, in
quanto hanno, appunto, la loro caratteristica nella discontinuità. Per semplificare
questo concetto posso affermare che le mutazioni avvengono in modo accidentale,
ma con una notevole discontinuità e rarità, dovuto al fatto che un gene possiede
un’elevata stabilita e che poi si trasmettono ereditariamente come un qualunque
altro carattere. Comunque queste mutazioni non sono da considerarsi nocive.
Possiamo dire, infatti, che esse sono state determinanti per lo sviluppo della specie
poiché hanno permesso alla specie un cambiamento nella loro configurazione e
quindi di adattarsi al meglio alle condizioni dell’ambiente in cui vivevano. Ma
alcune volte però queste mutazioni non si sono rivelate favorevoli per cui la
17
selezione naturale ha provocato la loro scomparsa; come Darwin ha dimostrato a
suo tempo. Ho accennato prima che le mutazioni sono eventi rari e discontinui
rivelandosi una condizione importantissima per lo sviluppo della specie, poiché se
fossero dei casi frequenti quelle nocive prevarrebbero su quelle favorevoli con la
conseguente estinzione della specie. Questo fatto dipende da una cosa che secondo
Schrodinger è di fondamentale importanza, cioè la stabilità e la permanenza di un
gene. Tale proprietà, oltre a spiegarci la rarità delle mutazioni, ci permette di capire
come i caratteri riescano a conservarsi per intere generazioni e a trasmettersi per
via ereditaria da individuo a individuo anche per migliaia di anni. Schrodinger
cerca di spiegare tale stabilità attraverso le leggi della fisica quantistica e non di
quella statistica. Infatti dal punto di vista della fisica statistica è impossibile
ricondurre al fatto che un gene, raccogliendo un numero piccolissimo di atomi,
riesca a svolgere un’attività retta da leggi ordinate e definite come un corpo
macroscopico contenente un’enorme quantità di atomi. Inoltre il gene possiede
nello stesso momento un’elevata stabilità nonostante si trovi ad una temperatura di
circa 37° C all’interno del corpo, i suoi atomi non siano alterati in alcun modo
dalla tendenza disordinatrice del moto di agitazione termica. Il gene è identificato
come una molecola che può passare da una configurazione all’altra ed è
paragonata, da Schrodinger, ad un cristallo aperiodico. Mentre il cristallo periodico
è un aggregato di molecole tutte uguali ripetute infinite volte e a cui vengono
applicate le rigorose leggi della fisica statistica, il cristallo aperiodico è un
aggregato esteso di molecole tutte diverse nel quale ogni atomo ed ogni gruppo di
atomi ha una sua precisa funzione come, appunto, avviene in una molecola
organica come il gene. e tradizionali leggi della fisica non sono aderenti a questo
tipo di cristallo, per cui Schrodinger utilizza la teoria dei quanti ideata da Max
Plank nel 1900. La teoria dei quanti è molto complicata per essere spiegata con
termini puramente fisici, ma cercherò comunque di esporla nel modo più semplice
possibile. Posso dire che la teoria dei quanti consiste nello scoprire, all’interno
della natura, dei caratteri di discontinuità in un contesto nel quale qualunque cosa
diversa dalla continuità sembra assurda. Il caso più importante è quello
dell’energia: mentre un corpo macroscopico varia la sua energia con continuità, un
corpo microscopico (come la molecola) possiede quantità d’energia discreta: livelli
energetici; e il passaggio da un livello ad un altro, cioè la variazione d’energia, è
discontinua e tale fenomeno è detto salto quantico. Una molecola non può
cambiare la sua configurazione, passando da livello a livello, a meno che non gli si
fornisca dall’esterno l’energia necessaria per il salto. Quindi questa differenza
d’energia fondamentale per farle cambiare configurazione determina
quantitativamente il grado di stabilità della molecola. La stabilità della molecola
dipende anche dalla temperatura, ad esempio se una molecola allo zero assoluto si
trova nel livello energetico più basso per farla passare a quello superiore bisognerà
fornirgli energia con un conseguente aumento della temperatura. Ma non c’è una
temperatura precisa per passare da un livello all’altro, quindi per effettuare il salto
18
quantico che permette alla molecola di cambiare la sua configurazione; bisogna
piuttosto tener presente alcuni fattori importanti come ad esempio l’intensità del
moto di agitazione termica degli atomi e naturalmente l’energia necessaria per
effettuare il salto che varia da molecola a molecola. La molecola che cambia la sua
configurazione è definita isomerica, cioè una molecola composta da stessi atomi
ma disposti diversamente e con energia differente poiché rappresentano livelli
energetici diversi. La transizione tra un livello inferiore ad uno superiore, e
viceversa, non avviene mai spontaneamente: ciò è dovuto al fatto che tra i livelli
c’è una soglia di "confine" che impedisce alla molecola di effettuare in modo
spontaneo il salto quantico e quindi di cambiare la sua configurazione iniziale. La
quantità di energia indispensabile per la transizione non è la differenza di energia
tra i livelli, ma tra il livello e la soglia. Tra il livello minore e quello maggiore ci
sono livelli intermedi nei quali il passaggio avviene spontaneamente, ma questo
non può essere definito un salto quantico poiché non influisce sulla configurazione.
Il valore di soglia non è uguale per tutti i livelli ma cambierà da livello a livello e
varierà anche l’energia per il salto e la loro temperatura. Ragion per cui il trapasso
tra i vari stati non avviene con continuità ma con discontinuità, dando appunto alla
molecola una notevole stabilità. Questo concetto è ricollegabile alla biologia, dove
il passaggio di una molecola isomerica da una configurazione ad una altra
attraverso un salto quantico rappresenta la mutazione di un allele nello stesso locus
di un cromosoma, nel quale la mutazione è proprio il salto quantico in diverse
configurazioni. Comunque è sorprendente come la natura sia riuscita a fare una
attenta scelta dei valori di soglia per permettere che le mutazioni siano eventi rari
nonostante che questi valori non siano molto elevati.
Basta un modesto valore di soglia per garantire alla molecola una notevole
stabilità. In base al secondo principio della termodinamica, comunemente chiamato
il "principio di entropia", tutte le cose hanno una naturale tendenza a passare da
uno stato di ordine ad uno stato di disordine completo, raggiungendo lo stato di
equilibrio termodinamico, dove la materia si trasforma in un blocco inerte.
Secondo questo principio, la materia passa da uno stato di ordine totale ad uno
stato caotico aumentando la sua entropia, il quale prelude ad uno stato di massima
quiete(entropia massima), che in alcuni casi può coincidere con la morte. La vita
invece, difesa dalla teoria dei quanti, sembra dipendere da un comportamento
ordinato e retto da leggi rigorose della materia, non basata sulla tendenza di questa
a passare da uno stato di ordine ad uno di disordine, ma fondato soprattutto sulla
conservazione dell’ordine già esistente. L’organismo vivente si avvicina a quel
funzionamento meccanico in cui tutti i sistemi tendono alla temperatura dello zero
assoluto, nella quale l’entropia risulta nulla. Ma gli esseri viventi fanno anche parte
di un sistema che tende spontaneamente al disordine, perciò ci chiediamo come fa
un organismo ad evitare questo rapido decadimento, controbilanciando il disordine
con un principio d’ordine capace di neutralizzarne gli effetti, o almeno da
contrastarlo in modo da consentirne la vita? L’organismo evita questo rapido
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decadimento attraverso il metabolismo, cioè mangiando e bevendo, ma ci
chiediamo quale sia quell’elemento contenuto nel cibo capace di preservarci dalla
morte. Ogni fenomeno naturale è caratterizzato da un aumento d’entropia, così
anche l’essere vivente aumenta la sua entropia positiva avvicinandosi allo stato
pericoloso d’entropia massima: morte. Il corpo si tiene lontano da questo stato
estraendo continuamente entropia negativa dall’ambiente; quindi ciò di cui si nutre
l’organismo è entropia negativa, che cerca di liberarsi dell’entropia positiva
prodotta durante il corso della vita. Ad esempio l’organismo si libera dell’entropia
positiva con la sudorazione, cioè cedendo del calore all’ambiente esterno e in
questo modo riesce a mantenersi ad un livello di entropia molto basso. Non
dobbiamo considerare l’entropia come un concetto puramente astratto, ma, al
contrario, essa è una quantità fisica misurabile. Ho accennato prima che quando ci
si avvicina alla temperatura dello zero assoluto il disordine scompare, ciò introduce
il terzo principio della termodinamica basato sulla teoria dei quanti(teorema di
Nerst). Alla temperatura dello zero assoluto l’entropia è nulla in quanto il moto di
agitazione termica degli atomi è inesistente, ma se si cambia stato l’entropia cresce
di una quantità calcolabile dividendo la quantità di calore che si fornisce per la
temperatura assoluta alla quale il calore viene ceduto. Il concetto di entropia è
collegato ai concetti di ordine e disordine mediante la seguente relazione:
entropia = k log D
dove k è la costante di Boltzmann e D misura il disordine atomico del corpo.
Questa legge fisica non fa altro che di dimostrarci la naturale tendenza delle cose a
passare da uno stato di ordine ad uno di disordine. Ho detto però che l’organismo
assorbe entropia negativa dall’ambiente mantenendo basso il suo livello d’entropia
positiva, esprimibile anch’essa attraverso la seguente relazione:
- entropia = k log 1/D
dove l’entropia presa con segno negativo è una misura dell’ordine. Ciò non fa altro
che rafforzare il giudizio di come un organismo, animale o vegetale che sia, sia una
macchina perfetta, completamente autosufficiente, capace di adattarsi al meglio
all’ambiente che lo circonda. Infatti il procedere degli eventi in un ciclo vitale di
un essere vivente mostra una regolarità a livello atomico e molecolare senza
precedenti imparagonabile alla materia inanimata. L’organismo, definito da
Schrodinger come un cristallo aperidico, è composto da diverse molecole con un
numero di atomi molto basso, ottimamente ordinate e ben distribuite, il cui
comportamento è basato sul principio "dell’ordine dall’ordine" retto dalle leggi
della fisica quantistica. Le leggi della fisica statistica non sono in grado di spigare
questo fenomeno, poiché il regolare corso degli eventi retto dalle sue leggi ordinate
non è la conseguenza di un’ordinata e precisa configurazione a livello atomico, a
meno che non facciano riferimento ad un cristallo periodico. Il meccanismo
statistico produce "ordine dal disordine" e non possiamo pretendere che sia in
grado di spiegarci il comportamento di un essere vivente basato appunto sul
concetto di "ordine dall’ordine". Fin qui si è parlato del funzionamento di un
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organismo come una macchina perfetta, nella quale ogni singolo atomo segue leggi
rigorose e ordinate come uno strumento costruito dall’uomo senza né anima né
coscienza. Gli eventi spazio - temporali che si verificano all’interno di un corpo
corrispondono all’attività e al volere delle sua mente. Senza né la mente né la
coscienza, un corpo sarebbe paragonabile a qualunque essere inanimato e le loro
azioni, consce o inconsce, possono essere definite deterministiche, cioè risultato di
condizioni precedenti e concomitanti che hanno inizio proprio da loro. Ma alla luce
di queste osservazioni come si può definire la coscienza? Forse potremmo definirla
come la consapevolezza di esistere, di essere autonomi, che controlla non il
movimento degli atomi secondo le perfette leggi della natura, ma le azioni e le
scelte di ogni uomo in modo che sia capace di utilizzarle al meglio per i propri
bisogni e doveri. La coscienza è una e unica in ognuno, pensa e agisce
indipendentemente da tutte le altre ed è proprio questa sua caratteristica che ci
rende diversi l’un l’altro. Ognuno di noi è un singolo irripetibile che sicuramente
senza la coscienza sarebbe solamente una macchina perfettamente identica alle
altre, senza nessuna libertà di scelta. Secondo Schrodinger, alla luce delle sue
riflessioni sulla vita, v’è una contrapposizione tra il puro determinismo delle leggi
di natura e la libertà di scelta di ogni essere umano, la piena responsabilità degli
atti di ognuno. Per ricomporre questa contraddizione, una soluzione potrebbe
essere quella di considerare l’Io "libero" proprio in quanto capace di regolare le
stesse leggi deterministiche di natura, ovvero come la persona capace che controlla
il movimento degli atomi. Questa tesi corre il rischio di considerare l’essere umano
una sorta di divinità onnipotente, cosa che per il cristianesimo è insieme una
bestemmia e una sciocchezza. Eppure, per le Upanisad, 2500 anni fa, l’io personale
è uguale all’io onnipresente che tutto comprende, e da questa identificazione
dipende per il pensiero indiano antico la quintessenza della più profonda
conoscenza degli avvenimenti del mondo. E’ del resto aspirazione comune dei
molti mistici di molti secoli considerare il momento culminante della loro vita
nell’assomigliare il più possibile a Dio, nel farsi Dio. Sebbene questa idea sia per
lo più rimasta estranea al pensiero occidentale, alcuni mistici e filosofi – tra i quali
spicca Schopenhauer – tendono a considerare, come in certa tradizione del
pensiero orientale, i loro pensieri e i loro sentimenti una cosa sola. La coscienza,
dal loro punto di vista, non viene mai sperimentata al plurale, ma solo al singolare.
Come gli scrittori delle Upanisad, anch’essi sembrano combattere l’idea della
pluralità. Per Schopenhauer, ad esempio, v’è una sola volontà della natura, che si
manifesta in tutti individui, ma che nondimeno rimane unica e identica, che non è
riconducibile ad altro né spiegabile tramite altri concetti. Se estendiamo quello che
Schopenhauer dice della volontà alla coscienza, possiamo giungere alla
conclusione che anch’essa è un singolare il cui plurale ci è ignoto, che ciò che
sembra costituire una pluralità è semplicemente la serie dei diversi aspetti di una
sola cosa, e che tali aspetti o riflessi sono prodotti da una sorta di illusione,
dall’indiano e schopenaueriano velo di Maya. Ma come conciliare questa
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impostazione teorica e questa visione del mondo con l’indiscutibile impressione di
ognuno che la somma totale della sua propria esperienza e memoria sia un’unità
del tutto distinta da quella di un’altra persona? A cosa si riduce l’io alla luce della
concezione schopenhaueriana, nonché delle riflessioni di Schrodinger sulla vita?
Per Schrodinger esso è qualcosa di più che una collezione di dati singoli, di
esperienze e di memorie: esso è il canovaccio su cui queste sono intessute, la trama
che le raccoglie, e si sviluppa comunque oltre le nostre esperienze e i nostri ricordi,
tanto che nemmeno nel caso dovessimo perdere ogni memoria della nostra vita
personale questa potrebbe andare interamente perduta.

Gli esseri viventi mostrano un comportamento dinamico e mutevole, pur


conservando una certa stabilità per un certo tempo: ciò è evidente sia nel corso
dello sviluppo (embriogenesi e maturazione anatomofunzionale) che nelle loro
capacità di reintegrare la forma originale dopo un danno (guarigione).
Il fatto che si guarisca dalle malattie è una felice esperienza della vita di tutti i
giorni: noi guariamo da una ferita, da un’influenza, da un raffreddore. Grazie a
sofisticati sistemi biologici, dopo la maggior parte delle affezioni che colpiscono
l’organismo per ragioni chimiche, fisiche o biologiche, lo stato di salute è
restaurato, anche con poco o nessun aiuto medico. Questo stupefacente potere di
guarigione dell’organismo ha portato gli antichi autori medici a concepire
l’esistenza di una misteriosa "forza vitale", che sarebbe ultimamente responsabile
dei sottili e per lo più sconosciuti meccanismi biologici che regolano i processi
interni e le reazioni allo stato di sollecitazione esterno.
Il concetto di "forza vitale" è presente in diverse forme e diverse tonalità in molti
autori, tra cui Ippocrate.
Ovviamente, il concetto di forza vitale ha suscitato molte discussioni in ambito
scientifico, soprattutto perché si tratta di un’entità non facilmente definibile in
termini operativi. Tuttavia, non si devono confondere le posizioni dovute allo stato
delle conoscenze del tempo con un ricorso arbitrario a concetti metafisici. Parlare
di forza vitale come qualcosa di misterioso era, per quei tempi, nient’altro che
prendere atto delle capacità di difesa e di guarigione dell’organismo, senza poterne
dare una spiegazione in termini di fisiologia o di immunologia.
Oggi la biologia (letteralmente, lo "studio della vita") ha accumulato una grande
quantità di conoscenze riguardanti le componenti ed i meccanismi degli esseri
viventi, dalle singole cellule agli organismi superiori, fino a sfiorare ormai la
definizione scientifica delle funzioni cerebrali, per cui il concetto di forza vitale
sembra obsoleto e, comunque, non necessario per la descrizione dei fenomeni
biologici, inclusi i processi di guarigione.

I fenomeni ed i meccanismi coinvolti nei processi che regolano l’essere vivente


possono essere descritti essenzialmente secondo due metodi. Il primo, che potremo
chiamare analitico, considera i fenomeni individualmente: ad esempio, si
22
potrebbero indagare i cambiamenti molecolari che avvengono allorché un osso si
rompe e, successivamente, allorché esso viene riparato con nuovo tessuto
connettivo, poi cartilagineo, poi osseo; si potrebbe studiare e descrivere come un
infarto guarisce, prima mediante un processo infiammatorio che rimuove il
materiale necrotico, poi con formazione di una cicatrice fibrosa; si potrebbe
osservare con minuzia di particolari come un leucocita ingerisce un batterio, quali
enzimi produce per digerirlo, come elabora gli antigeni da presentare ad altri
leucociti, e così via. In questi e molti altri processi di guarigione, un’ampia serie di
trasformazioni molecolari, di cicli proliferativi cellulari, di modificazioni
metaboliche e di variazioni ematochimiche vengono attivate in un modo specifico
e (almeno inizialmente) finalizzato alla difesa ed all’integrità biologica.
Il secondo metodo, che si potrebbe definire sintetico, è quello di tentare di costruire
modelli che colgano i principi fondamentali, la "logica" di tutto il complesso dei
fenomeni osservati, cosicché del linguaggio dell’essere vivente si possa
comprendere non solo il vocabolario (molecole, forze fisico-chimiche), ma anche
la "grammatica" (regole di interazione a breve raggio) e pure la "sintassi"
(interazioni e comunicazioni di tutto il sistema). Per esempio, si potrebbe osservare
come la guarigione dopo un trauma o da un’infezione non è dovuta solo a fattori
locali (coagulazione, chemiotassi, crescita di epiteli, ecc.), ma anche alla
partecipazione concordata di tutti questi fattori, in modo che l’entità del loro
intervento sia sufficiente per le necessità riparative ma non le ecceda ed in modo
che i vari eventi abbiano un’opportuna sequenza temporale; inoltre, si potrebbe
osservare che il buon funzionamento del processo non è garantito solo dal
coordinamento in sede locale, ma anche dalla "sorveglianza" di meccanismi
gerarchicamente superiori di tipo generale, come l’attivazione dell’asse ipotalamo-
ipofisi-surrene, la produzione di citochine che informano tutto l’organismo di cosa
sta succedendo nel tessuto colpito, cui si aggiungono cambiamenti nel
metabolismo epatico, sintomi psichici e così via. Miliardi di cellule agiscono in
concerto ed in modo finalizzato al fine di distruggere gli aggressori e di ristabilire
lo stato di salute sia nella morfologia che nella funzione.
Ma anche all’interno di una singola cellula, miliardi di molecole e di organuli
coordinatamente agiscono a produrre e consumare energia, ricevere e trasmettere
segnali, costruire e demolire strutture al fine che la cellula possa funzionare in
modo efficiente assieme agli altri milioni di cellule di quel certo tessuto. Per
raggiungere questo tipo di coordinamento (ordine, coerenza), il legame tra fattori
locali e fattori generali è istituito secondo molte linee di comunicazione,
rappresentate da ormoni solubili e diffusibili, fibre nervose, citoscheletro,
interazioni membrana-membrana e probabilmente anche segnali elettromagnetici.
L’influenza reciproca di fattori sistemici e locali è di così grande importanza che
uno stress psicologico può essere seguito da aumentata suscettibilità alle infezioni
e un’infezione dentale può causare una seria depressione psichica.

23
Entrambe le vie di conoscenza dei fenomeni vitali, quella analitica e quella
sintetica, sono importanti per descrivere l’essere vivente e, possibilmente, per
influenzare in modo efficace i processi di guarigione, ma qui si darà più
importanza alla seconda prospettiva, quella che si accentra sulla dinamica delle
relazioni. Infatti, mentre l’approccio analitico è stato perseguito intensamente dalla
ricerca biomedica avanzata e particolarmente dalla biologia molecolare negli ultimi
decenni e rappresenta di gran lunga il principale corpo di insegnamento delle
scuole mediche, la prospettiva sintetica e dinamica è stata molto trascurata e
quindi, per le ragioni dette, merita di essere rivalutata.

Un ulteriore punto che si riconnette fondamentalmente all’approccio sintetico è il


problema "topologico". Questo termine designa lo studio della posizione che la
materia vivente prende nello spazio. L’analisi può dire moltissimo sulla
composizione di una cellula o di un tessuto, ma dice poco a riguardo dei
meccanismi di sviluppo e di restituzione della forma in un certo tessuto. Infatti
quest’ultima dipende solo in parte dalla composizione, essendo influenzata dalla
storia del tessuto stesso, da come è andato evolvendosi in modo dinamico nel
tempo, partendo da una singola cellula ed arrivando ad un assemblaggio di un gran
numero di tipi differenti di cellule con numerosissime interazioni reciproche. Il
problema topologico è particolarmente sentito a livello delle funzioni cerebrali,
perché esso riveste importanza tanto maggiore quanto più è complesso un organo o
un tessuto. È perciò interessante riprendere, in estrema sintesi, alcuni aspetti di tale
complessità del cervello:
a) Gran numero di componenti. La morfologia del cervello rivela che i neuroni
(10 miliardi) sono connessi da un milione di miliardi di connessioni sinaptiche.
Tale numero è enormemente più grande di qualsiasi possibile informazione
genetica, indicando che la struttura del cervello non è ultimamente determinata
geneticamente (in altre parole, essa non è determinata ultimamente dai materiali
di cui è fatta), ma piuttosto dall’interazione tra le potenzialità genetiche e le
sollecitazioni ambientali. Le ramificazioni dendritiche che collegano vari
neuroni si sovrappongono notevolmente (fino anche al 70%), così che non è
possibile disegnare dei circuiti unici e precisamente definiti.
b) Assenza di predeterminazione. Esaminando la formazione del cervello, si
vede che un preciso modo di connessione tra un neurone e l’altro, pre-
specificato dall’inizio, è da escludersi. I neuroni, quando emettono i
prolungamenti assonici non sanno dove inviarli, con quale altro neurone
connettersi. In ogni individuo, persino in gemelli identici, i neuroni si
ramificano in diversi modi. Non è pensabile che le connessioni siano specificate
unicamente a livello molecolare (molecole di adesione), perché non esistono
marcatori di membrana così specifici da dirigere un’architettura così complessa.
Ciò è sostenuto da G. M. Edelman, scopritore delle molecole di adesione
neurali e fondatore della topobiologia [Edelman, 1989; Edelman, 1993].
24
c) Variabilità delle mappe. Studiando il funzionamento di neuroni di aree
cerebrali deputate a specifiche funzioni, si osserva che ogni individuo ha mappe
diverse e che anche nello stesso individuo le mappe variano a seconda
dell’esperienza, allargandosi, restringendosi ed anche spostandosi lateralmente.
Nella stessa area, molti neuroni rimangono silenti anche quando la funzione è
attiva, ed è impossibile predire quali neuroni saranno silenti e quali
scaricheranno applicando un determinato stimolo.
d) Fenomeni collettivi. Le cellule della corteccia cerebrale sono organizzate in
gruppi funzionalmente accoppiati: quando arriva uno stimolo alla corteccia, ad
esempio uno stimolo luminoso proveniente dalla retina, molti neuroni sono
attivati e scaricano impulsi, ma non in modo casuale, bensì in modo coordinato,
con oscillazioni alla frequenza di circa 40 Hz. D’altra parte, la regolarità non è
una costante: l’elettroencefalogramma rivela che nelle oscillazioni cerebrali è
presente, come componente normale, una notevole caoticità [Freeman, 1991].
In sintesi, nel cervello sono rappresentate in modo emblematico tutte le
caratteristiche della complessità: enorme quantità di informazioni, reti,
comportamenti collettivi, fondamentale importanza della forma, plasticità
evolutiva, caos.

La danza è il respiro dell'universo. Che cos'è la danza se non il ritmico pulsare


delle stelle e degli atomi, dell'infinito che si espande e si contrae senza fine e senza
tempo, creando con ciò stesso il tempo? Vibrano le particelle e si muovono le
galassie, tutto fluttua e danza in un movimento che è energia e vita. Danzano gli
elettroni nelle loro orbite, si muovono le onde, magnetiche ed elettromagnetiche, le
onde sonore e quelle del mare, la luce. Se è vero che danza è ogni movimento
armonico e ritmato, allora è vero che, come credono gli Indù, la divinità, da loro
chiamata Shiva, crea e mantiene l'armonia cosmica grazie alla danza. Se cesserà la
danza vi sarà l'entropia, e quindi la morte dell'universo.
Quando l'uomo è in armonia con se stesso e con il mondo, egli danza. Il suo corpo
esprime la sua tensione interiore, il ritmo della sua biologia, che vibra degli stessi
ritmi di cui è fatta la materia dell'universo. Ma non solo la corporeità dell'uomo si
esprime attraverso il movimento: la sua anima allora si tende verso ciò che lo
contiene, ed egli sente di essere parte di un'armonia divina.
La danza la vita e la matematica sono intimamente intrecciate.
La matematica crea quell'ordine cosmico e quelle leggi a cui tutto l'universo
ubbidisce, è veramente straordinario che si possa descrivere la realtà attraverso
leggi matematiche. La matematica è una creazione della mente dell'uomo, la più
astratta e la più precisa. Da dove attinge la mente per creare la matematica? Forse
dalla realtà platonica che governa il mondo? Una realtà più sottile della realtà fisica
a cui siamo abituati.
Da sempre l'uomo ha pensato ad un ordine sottostante all'apparente caos che
osserviamo in natura, i fenomeni naturali sono caotici eppure presentano una
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straordinaria armonia di base, una musica che ci porta a pensare alle vette
armoniche più ardite per lo spirito umano. All'esistenza di un ordine creatore.
La legge di crescita dell'entropia si perde nel sorriso di un bimbo che nasce.
Nel sorriso di un bimbo che gioca si manifesta la danza della vita.
Ma il vecchio e barbuto docente universitario scuote la testa e riafferma il primato
dell'entropia come inevitabile processo verso la morte cosmica dell'universo.

Da un punto di vista filosofico, possiamo dire che il nostro potere crescente sulla
natura e sulle contingenze della vita sociale e individuale ci ha prima illusi di poter
tenere tutto sotto controllo e poi delusi di fronte a un'incertezza e a una finitezza
persistenti, che però, a differenza di ieri, non riusciamo più ad accettare. Mai come
oggi abbiamo parlato tanto di libertà e di rischi, e mai come oggi, a tutti i livelli,
abbiamo tanto desiderato la sicurezza. L'idea che prima o poi la nostra vita finirà e
che l'entropia consumerà la stessa vita dell'universo ci è sempre più insopportabile.

Per lo stesso motivo per cui, se unisco il latte e il caffè ottengo un caffellatte e non
posso più dividere di nuovo i due ingredienti, il progresso non si può fermare, non
si può tornare realmente indietro, si possono solo limitare i danni. Tutta colpa
dell'entropia. Forse il mondo si distruggerà nel 2012, come previsto dai Maya, per
opera di una catastrofe naturale. Chissà, non manca molto tempo e i deserti stanno
già avanzando, il clima si sta già modificando.

Sin dall'alba della scienza, gli studiosi hanno sempre cercato di ridurre i fenomeni
complessi ad altri più semplici, delineando un quadro generale dell'universo sulla
base di un numero ristretto di principi fondamentali. Nell'antichità Pitagora
pensava che il mondo fosse l'armonia dei numeri. Democrito vedeva l'universo
come un movimento di atomi nel vuoto. Ad Aristotele il mondo appariva come un
organismo vivente. Dal XVII al XIX sec. dominarono le idee meccaniciste in virtù
delle quali s'interpretavano tutti i fenomeni della natura inanimata. All'inizio del
XIX sec. si fecero tentativi per costruire un quadro fisico unico del mondo, fondato
sull'elettrodinamica, ma vi furono anche ricerche per stabilire un quadro fisico-
probabilistico universale del mondo.
Oggigiorno gli scienziati mirano a integrare le idee relativiste e quantiche con la
possibilità di costruire una teoria unificata di tutte le fondamentali interazioni. I
matematici, p.es., si servono degli insiemi come base universale delle loro teorie. I
biologi cercano una coerenza di fondo nei principi della attuale biologia
molecolare o della genetica o anche della teoria sintetica dell'evoluzione. Da tempo
si è scoperto che fra microcosmo e macrocosmo vi sono affinità sorprendenti. La
fisica delle particelle elementari è già all'unisono con la cosmologia.
Si potrebbe, in un certo senso, rappresentare lo sviluppo della scienza come una
successione di programmi riduzionisti sempre più perfetti sul cammino che
conduce dalla verità relativa a quella assoluta. Si ha infatti l'impressione che
26
l'assolutezza della verità coincida con la sua semplicità o essenzialità e che con tale
essenzialità si sia in grado di comprendere tutta la complessità dell'esistenza, la
quale, con le sue verità relative, ha mille sfaccettature. Si procede in avanti,
aumentando la conoscenza, ma come se si tornasse indietro, verso l'epoca in cui la
conoscenza era una sola cosa con la vita. Le costruzioni scientifiche
antiriduzioniste (generalmente fenomenologiche) sono destinate ad essere
riassorbite, in quanto il processo verso l'unificazione universale del sapere appare
irreversibile.
Il riduzionismo è legato non solo a ciò che la scienza riflette, ma anche al modo in
cui essa lo fa. La conoscenza scientifica è sempre più un insieme di varie
procedure cognitive e di diversi modi d'organizzazione del sapere acquisito, aventi
un carattere integrativo. In virtù di questa esigenza integrativa, si può addirittura
arrivare a dire che il fatto scientifico non è tanto il riflesso di un avvenimento
individuale, unico, quanto piuttosto la rappresentazione di tutta una classe di
fenomeni, unificati sulla base di un certo livello di astrazione. Noi troviamo nelle
regolarità empiriche di diversi gruppi di fatti formanti un tutto unico una maggiore
generalizzazione della realtà. E queste regolarità, a loro volta, possono essere
assimilate a una comune interpretazione, avente un numero limitato di principi
fondamentali.
In sostanza, tutte le forme di organizzazione del sapere scientifico realizzano una
descrizione generalizzata della realtà, a partire dalla quale si individua sempre più
profondamente l'essenza dei fenomeni, facendo così per tappe una riduzione che va
dalle forme poco generalizzate di organizzazione del sapere scientifico a forme
sempre più generalizzate. Naturalmente questo processo riduzionistico o
riunificativo non implica né la soppressione della diversità delle teorie e dei campi
d'indagine, né la loro concentrazione in un unico schema teoretico. Il problema, se
vogliamo, sta nell'alimentare la tensione delle singole discipline verso l'unità,
ovvero nel ricercare un metodo per stimolare questa tensione.
Il processo verso la riunificazione del sapere è reale ma non è automatico. Ad esso
non fa ostacolo l'estrema frammentazione dei metodi di conoscenza e dei
programmi di ricerca, quanto piuttosto la chiusura, il settarismo, la difesa
corporativa di arcaici privilegi. Se nel campo della fisica, ad es., vi sono
descrizioni deterministe e probabiliste, ciò rientra nella normalità, ma quando in
nome dell'una o dell'altra corrente si rifiuta il dialogo, il confronto aperto, critico e
autocritico, ecco che allora non solo la fisica ma tutta la scienza s'impoverisce,
mentre il processo di riunificazione del sapere inevitabilmente rallenta la sua
marcia.
Oggi molti ricercatori si trincerano dietro una solida argomentazione, quella
secondo cui tutto ciò che esiste nel mondo è il frutto di una evoluzione dal
semplice al complesso. Il che implica, per molti di loro, un affronto sistematico del
particolare, una specializzazione sempre più sofisticata delle conoscenze. Questo
modo di orientarsi non è in sé sbagliato, ma rischia di diventarlo ogniqualvolta si
27
perde il senso dell'insieme, la globalità del reale, che per forza di cose va colto
nella sua essenzialità.
Nel corso dello sviluppo della scienza il grado di unità del sapere scientifico, che
pur si ristruttura di continuo, tende ad aumentare, anche se in apparenza sembra il
contrario. Lo dimostra il fatto che le interrelazioni dei diversi campi scientifici si
rafforzano. Lo sviluppo del 'sapere fondamentale' (quello di cui non si può fare a
meno) apre possibilità sempre maggiori di sintesi delle conoscenze acquisite, a tutti
i livelli. Vi sono tuttavia dei problemi cui la metodologia riduzionista deve far
fronte con grandi capacità se vuole realizzare i suoi obiettivi.
Anzitutto va risolta la questione del rapporto fra la parte e il tutto. Senza dubbio, il
comportamento del tutto è determinato, essenzialmente, dalle proprietà e dal
carattere dei suoi singoli elementi. Ma la riduzione delle proprietà del tutto alle
proprietà delle sue parti è possibile solo nelle situazioni elementari dei cd. 'sistemi
sommativi', che rappresentano una piccola frazione dell'intera diversità degli
oggetti realmente esistenti. Di regola, il tutto è caratterizzato da parametri e leggi
specifiche che non valgono per i suoi elementi particolari. Così ad es., le
caratteristiche del gas in movimento dipendono da parametri termodinamici:
temperatura, entropia, ecc., i quali risultano ininfluenti per l'analisi delle sue
molecole particolari. Non è certo possibile ottenere quelle caratteristiche a partire
da una descrizione meccanica dettagliata del movimento di tutte le molecole.
La perfezione dell'insieme, rispetto a quella delle parti che lo compongono, la si
nota anche laddove le relazioni che l'insieme instaura con l'ambiente sono
determinate dal comportamento dell'insieme stesso e non da quello delle sue
singole parti. Questa situazione è tipica di tutti i livelli di organizzazione della
materia, specie di quelli più complessi. Ciò che è sostanziale per l'insieme di un
organismo è il funzionamento integrale e coordinato di ogni singola parte: è questo
che assicura la grande stabilità dei sistemi viventi in rapporto alle variabili
condizioni esterne e che accresce fortemente le capacità di adattamento
dell'organismo. La perfezione sta nel funzionamento equilibrato del tutto,
all'interno di margini più o meno flessibili, ma comunque invalicabili, di
tollerabilità. P.es., la struttura attuale dell'universo è determinata da una grandezza
che esprime la differenza di massa fra il neutrone e il protone. Questa differenza è
assai piccola, circa 10-3 della massa del protone. Ma se essa fosse stata tre volte
più grande, non avrebbe avuto luogo la sintesi nucleare e nell'universo non
esisterebbero elementi complessi.
L'intero dunque non può essere concepito come funzionante unicamente secondo
leggi che reggono gli elementi che lo compongono. Una casa di mattoni è
evidentemente una realizzazione di possibilità inerenti ai mattoni e alla calce; ma
per costruire una casa non basta conoscere le proprietà dei materiali: bisogna
possedere un progetto della casa, stabilito secondo il suo modo di funzionare in
quanto abitazione. Questo progetto, è vero, si realizzerà sulla base delle proprietà
dei materiali da costruzione, ma la sua ideazione dipende dalle leggi di un altro
28
livello di realtà. Del pari, il comportamento dell'uomo è sì legato alle sue qualità
naturali e sociali in quanto individuo, ma l'essenza dell'uomo -come vuole Marx- si
esprime sulla base del sistema di relazioni sociali in cui egli è inserito. Ogni
organismo vivente è determinato non soltanto dalla sua organizzazione interna, ma
anche dal suo rapporto con la popolazione circostante e con l'insieme del mondo
vivente.
Il tutto dunque non è riducibile alla somma delle sue parti e la parte non può essere
interamente compresa che nelle sue relazioni col tutto. Su questo principio vi è un
esempio significativo nel libro di W. Heinsenberg, La parte e il tutto, laddove
l'autore afferma che mentre osservava, indifferente, il castello Elsinore, che lo
scienziato N. Bohr gli indicava, ne capì l'importanza solo dopo che quegli gli
precisò che si trattava del castello in cui Shakespeare aveva scritto l'Amleto.
La fisica moderna fornisce una testimonianza esemplare di questa simbiosi della
parte con il tutto. Come noto, l'unità fondamentale dei principali tipi d'interazione
che descrivono il comportamento delle particelle elementari, non si è manifestata
che negli stadi iniziali dell'evoluzione del cosmo. In altre parole, l'unità reale delle
interazioni elettriche deboli e forti può manifestarsi in casi di energia che non
esistono nell'attuale universo e che potevano realizzarsi solo nei primi secondi
dell'evoluzione della metagalassia dopo il Big bang. D'altra parte, noi siamo
sorpresi dall'apprendere che le proprietà macroscopiche del mondo osservabile
(esistenza di galassie, di stelle, di sistemi planetari, di vita sulla terra) sono
determinate da un piccolo numero di costanti che caratterizzano sia le diverse
proprietà delle particelle elementari che i tipi-base delle fondamentali interazioni.
P.es., se la massa dell'elettrone fosse stata di tre o quattro volte maggiore di quella
attuale, la vita d'un atomo neutro d'idrogeno sarebbe solo di qualche giorno. Di
conseguenza, le galassie e le stelle sarebbero principalmente composte di neutroni
e l'attuale diversità fra atomi e molecole neppure esisterebbe.
Le acquisizioni della scienza moderna mostrano con evidenza che tutto quanto
esiste è frutto di una evoluzione. La teoria del Big bang, le ricerche sull'apparizione
dei sistemi prebiologici e delle prime forme di vita, l'individuazione delle leggi di
formazione e sviluppo della biosfera e delle specie animali, gli studi di antropo- e
socio-genesi permettono di descrivere le principali tappe dell'evoluzione del
mondo dall'apparizione delle particelle elementari all'origine dell'uomo e della
civiltà. 10-35 secondi dopo l'inizio del Big bang apparve l'asimmetria barionica
della Metagalassia, che si rileva oggi dalla quantità estremamente piccola di
antimateria da essa contenuta. Dopo 10-5 secondi sono venuti emergendo i barioni
e i mesoni a partire dai quarks. Nel secondo minuto di vita della Metagalassia
hanno cominciato a formarsi i nuclei dell'elio e di altri elementi leggeri. Le galassie
sono comparse un miliardo di anni più tardi e le stelle della prima generazione 5
miliardi di anni dopo. Gli atomi degli elementi pesanti nascono in seno alle stelle.
Il sole, quale stella della seconda generazione, ha circa 5 miliardi di anni. La terra
ne ha circa 4,6. Sulla terra, i microrganismi hanno 3 miliardi di anni, le forme
29
macroscopiche di vita esistono da un miliardo di anni. I primi vegetali sono apparsi
450 milioni d'anni fa, i pesci hanno 400 milioni di anni, i mammiferi 50 e, infine,
l'uomo esiste da 2 o 3 milioni di anni.
Noi deduciamo l'evoluzione dal semplice al complesso anche da moltissimi altri
processi che si svolgono nel cosmo. Soltanto nella nostra galassia esistono
centinaia di miliardi di stelle simili al sole e in tutto l'universo si contano decine di
miliardi di galassie simili alla nostra. Tutto è in perenne evoluzione, benché la
stragrande maggioranza delle linee evolutive non approdino alla nascita della vita e
dell'intelligenza. L'idea che la vita e la ragione siano molteplici nell'universo ha
giocato nella storia un ruolo progressista. Essa infatti postula l'origine naturale
della vita e della ragione, e favorisce lo sviluppo di un'interpretazione
materialistica del mondo, antitetica a quella religiosa. Tuttavia, alla luce delle
ricerche attuali, è forse più utile prestare attenzione alla concezione secondo cui la
vita e la ragione sono uniche nell'universo, o comunque rarissime, in quanto
nessuna forma di vita extra-terrestre è in grado per il momento di farci sostenere il
contrario.
D'altra parte l'universo è così grande che sembra incredibile che la vita si sia
evoluta solo sulla terra.
Un altro aspetto di cui bisogna assolutamente tener conto è la possibilità che il
processo evolutivo dal semplice al complesso diventi reversibile. Se ad es. la
densità della massa del nostro universo diventasse più grande di quella critica, esso
comincerebbe a comprimersi, dopo un certo tempo, provocando una riduzione
globale di tutte le forme complesse a forme più semplici. Tale fenomeno i
cosmologi prevedono che prima o poi accadrà. L'instabilità del protone tende a
convalidare questa supposizione. Il che non implica la sconfessione di determinate
leggi fisiche o chimiche, quanto, più semplicemente, la constatazione della loro
inapplicabilità alla nuova situazione che si verrà a creare.
La scienza è in un certo senso simile alla natura vivente. Per principio, la vita non
può esistere senza tradursi in una molteplicità di forme. Così è per la scienza. Il suo
polimorfismo è condizionato non solo dalla diversità reale del mondo, ma anche
dalle differenze che esistono negli statuti epistemologici del suo apparato
concettuale, la cui efficacia muta col mutare delle situazioni cognitive. L'unità
della scienza non sta nella ricomposizione, peraltro impossibile, delle sue tecniche
di ricerca o dei suoi criteri cognitivi e interpretativi, quanto piuttosto nella
interconnessione sempre più stretta fra diversi campi scientifici, il cui compito
principale è quello di riflettere adeguatamente l'essenza della realtà.
Tutto ciò che esiste è caratterizzato dall'unità e dalla diversità: né l'una né l'altra
possono sussistere o essere comprese separatamente. Il riduzionismo può aiutarci
in questa esigenza riunificativa, ma esso dovrà comunque riflettere la specificità
dei fenomeni, se non vorrà rischiare di offrire un'immagine semplicistica delle
interrelazioni fra unità e diversità. Pertanto, se vogliamo concretizzare il desiderio

30
di una ricomposizione del sapere scientifico, dobbiamo farlo con la pazienza di chi
sa rispettare le conquiste scientifiche di ogni singola disciplina.

La produzione di informazione è una delle caratteristiche, forse la principale, che


distinguono la materia vivente. Considerato termodinamicamente, ogni vivente è
un sistema semichiuso che trasforma energia solare in informazione. Il bilancio
termodinamico della nostra presenza sul pianeta è in buona parte costituito
dall'informazione e dall'eventuale ordine che lasceremo: qualcosa di unico e nuovo
che prima di noi non esisteva. E che esisterà solo grazie al modo in cui avremo
utilizzato il flusso di energia solare - diretta o indiretta - di cui viviamo. Qualcuno
l'ha chiamata neghentropia, cioè entropia negativa. Ordine e complessità che si
crea. E nessuno sa se capisce perché ciò accada.

Dal momento che la conoscenza non si riduce a delle semplici informazioni ha


bisogno di strutture teoriche che danno un senso alle informazioni; ci si rende
facilmente conto che se si possiedono troppe informazioni e poche strutture
mentali, l'eccesso di informazioni si trasforma facilmente in una nube di
confusione e poco chiara nella propria mente.

D'altro canto é pur vero che troppe teorie oscurano altrettanto facilmente la
conoscenza. Una teoria rigida si chiude su se stessa, crede di possedere la realtà o
la verità, ha già previsto tutto in anticipo.
Sono bellissime quelle teorie che spiegano tutto ma che non hanno possibilità di
verifica sperimentale, l'uomo è maestro nel costruire tali teorie.
Ognuno si crea la propria filosofia, e il pensiero filosofico che spazia oltre il
confine dell'immaginabile suscita un grande fascino nell'ascoltatore.

Nella nostra vita ci accompagnano, a livello implicito, quasi di postulato, due


sensazioni. La prima di esse ci fa percepire la vita come un cammino da percorrere.
La seconda ci presenta la vita stessa come una continua evoluzione, talvolta vissuta
attivamente ma anche subita passivamente.
Siamo di nuovo in presenza di proposte implicite, che essendo comuni a tutti, ci
persuadono dell'esistenza di una realtà oggettiva non definibile, nella quale
viviamo pervasi da un senso di speranza, anch'esso indefinibile.
Le sensazioni che proviamo, dovrebbero spingerci a considerare con attenzione la
rete di correlazioni che si accompagnano ai significati impliciti che possiamo
percepire, qualora si ascoltino i "messaggi" interiori.
Perché mai i concetti di evoluzione, di speranza, di significato, di cammino, di
ispirazione, di attrazione verso l'inconoscibile hanno tante cose in comune ? Ma
forse, invece di concetti, sarebbe meglio parlare di modi di essere.

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Un'altra domanda ci si dovrebbe porre : se si riconosce la presenza
macroscopicamente oggettiva di tali correlazioni, appare tanto peregrina
l'intuizione di una reale possibilità di evoluzione interiore, che consenta una
migliore coscienza delle sensazioni sfuggenti ?

L'embrione umano si sviluppa all'interno del corpo materno, specializzandosi e


differenziandosi nel nuovo organismo in costruzione. La nuova creatura si sviluppa
nell'utero e trae alimenti dal corpo materno, beve, respira e si muove nel liquido
che lo circonda, e forse sente il sussurro lontano del mare che chiama all'unità nella
vita, come preparazione all'inserimento nell'organismo ambientale. Le forze
d’attrazione e repulsione, con criteri di divisione e ricomposizione, agiscono come
colori, scelti, dosati e usati, con perizia, dell'artista, per esprimersi nell'opera e
comunicarne l'emozione. L'emozione, la curiosità, il gioco, il sogno e la fantasia,
che svincolano il pensiero dai limiti di spazio, di tempo e dal pessimismo, portano
a cogliere, oltre i sensi, nell'intimo nascosto del materiale, la sintonia del tutto con
la vita e ad intuire che l'evoluzione è l'amore, la comunicazione e il dialogo vivo
della materia iniziato agli albori e che ci pongono nel cammino verso il futuro,
voluto, sorretto e orientato da una misteriosa delicatezza: mistero di premura
globale, che agisce in noi e con coerenza c’invita a divenire evolutivi nell'unità.

Tante creature, di specie diverse, hanno popolato il mare e la terra dentro un unico
complessivo processo evolutivo ambientale che comprende, tuttora, anche noi, con
il senso dell'esistere che domanda apertura, rispetto e attenzione per ogni vita
nell'ambiente, in coerenza con l'evoluzione.

Si potrebbe dire che l'origine della vita si svolge interamente in base a leggi
interne. Le leggi rendono necessario una certa trasformazione ma in diverse
situazioni ci possono essere strade diverse e "accidentalmente", per caso
l'evoluzione ha intrapreso una strada piuttosto che un'altra.
Ma quali sono tali leggi, sono comprensibili all'intelletto umano?
Cosa possiamo dire sulla base della nostra esperienza diretta?
Noi osserviamo una unità dell'esistenza, ogni organismo mostra caratteristiche
uniche di autoconservazione. Eppure la vita è gettata nel mare delle trasformazioni
fisiche governate dall'entropia crescente: la vita lotta per la propria esistenza.

La teoria secondo cui la vita sarebbe sorta casualmente dalla materia inorganica
non è, in fondo, che la versione moderna di una credenza vecchia quanto la
osservazione superficiale della natura, la "generazione spontanea": quella, per
intenderci, in base alla quale gli antichi credevano che le anguille nascessero dalla
melma dei fiumi, le zanzare dai miasmi delle paludi, le mosche dalla carne
putrefatta, e altre favolette simili. La loro inconsistenza fu sperimentalmente
dimostrata da Francesco Redi nel 1668 per gli insetti, dall'abate Lazzaro
32
Spallanzani nel 1748 per i protozoi e da Louis Pasteur nel 1861 per i batteri. Tutti e
tre gli scienziati dovettero faticare molto per fare accettare le loro scoperte; ma,
mentre Redi dovette lottare solo contro i pregiudizi di sedicenti "conservatori",
Spallanzani e più ancora Pasteur si trovarono di fronte la opposizione dei
"progressisti", che della generazione spontanea facevano il supporto "scientifico"
di una filosofia materialistica: "La genesi spontanea non è più un 'ipotesi, ma una
necessità filosofica. Soltanto essa è razionale, soltanto essa ci sbarazza per sempre
delle puerili cosmogonie e fa rientrare nelle quinte quel deus ex machina esteriore
e del tutto artificiale che secoli di ignoranza hanno a lungo adorato".
È chiaro che, partendo da un simile preconcetto, non si poteva fare a meno di
cercare il modo di riaffermare quello che la esperienza scientifica aveva negato. E
il modo è stato trovato, e contrabbandato per "prova scientifica", ricorrendo a due
accorgimenti: primo, la sostituzione del vecchio e screditato termine "generazione
spontanea" con espressioni altisonanti, coniate pour épater le bourgeois, quali
"abiogenesi", "fase prebiotica della evoluzione", "evoluzione chimica", e simili;
secondo, la retrodatazione della presunta "abiogenesi" a lontanissime ere
geologiche, in condizioni ambientali non verificate né verificabili, ma "ricostruibili
in laboratorio", in cui - si afferma - sarebbe potuto avvenire quello che oggi è
impossibile.
Fra le numerose "teorie abiogenetiche" oggi disponibili la più accreditata rimane
quella delineata una cinquantina di anni fa, dal biologo sovietico Aleksandr
Ivanovic Oparin. Questa teoria (o, meglio, ipotesi) postula la esistenza - necessaria
per l'"abiogenesi" - di un'atmosfera primitiva a carattere fortemente riducente,
composta di idrogeno, vapore acqueo, metano, azoto e ammoniaca. In tale
atmosfera le radiazioni ultraviolette solari e le scariche elettriche dei fulmini
avrebbero provocato la sintesi di composti organici, tra cui amminoacidi, purine e
pirimidine. Tali composti, disperdendosi negli oceani, avrebbero formato il
cosiddetto "brodo prebiotico", nel quale, per reazioni chimiche successive, si
sarebbero formate, sempre casualmente, le prime biomolecole - soprattutto
proteine – e, infine, i primi organismi viventi.
Quando, all'inizio degli anni Cinquanta, la ipotesi di Oparin fu ripresa
dall'americano Harold Clayton Urey in base alle sue teorie sulla formazione del
sistema solare, si andarono subito a cercare le tanto agognate "conferme
sperimentali": e Stanley L. Miller ritenne di averle trovate allorché, facendo
passare scariche elettriche attraverso miscele gassose di metano, ammoniaca,
vapore acqueo e idrogeno, ottenne una miscela di composti organici da cui isolò,
tra l'altro, alcuni amminoacidi.
I risultati di Miller, successivamente confermati ed estesi, sia pure con qualche
lieve modifica per quanto riguarda la composizione dell'"atmosfera primordiale",
da esperimenti successivi, diedero un grande impulso alla "ipotesi abiogenetica":
gli amminoacidi sono i componenti fondamentali delle proteine di cui sono
costituiti i tessuti biologici; altri composti organici identificati da Miller nella sua
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miscela di prodotti si ritrovano, in gran parte, tra i prodotti del metabolismo di
organismi viventi. Altri amminoacidi e supposti "precursori prebiotici" di altri
costituenti fondamentali della cellula, quali gli acidi nucleici, sono sintetizzabili in
condizioni che, secondo gli autori, ricordano da vicino quelle dell'ipotetico "brodo
prebiotico".
Tutto bene, allora? Nessun dubbio? Sembrerebbe, a prima vista, proprio così, dato
che le discussioni tra gli "addetti ai lavori" hanno come oggetto non già
l'"abiogenesi" in sé, che si dà per scontata, ma, caso mai, il meccanismo con cui si
sarebbe verificata. Così, alcuni preferiscono, alle scariche elettriche, la irradiazione
con luce ultravioletta di una "atmosfera" di metano, azoto e vapore acqueo, allo
scopo di produrre altri composti organici, presentati anch'essi come possibili
"elementi prebiotici"; ma non mettono in discussione il "fatto" dell'"abiogenesi".
E, invece, proprio tale preteso "fatto" è da mettere in discussione: se, infatti, i
lavori riportati nelle memorie scientifiche sopra citate hanno in sé e per sé, come
metodi per la sintesi di alcuni composti chimici, una loro indubbia validità
scientifica, non ne hanno invece nessuna come "prove sperimentali
dell'abiogenesi". Una affermazione così netta può, a prima vista, stupire; tuttavia
essa è deducibile già da una attenta lettura degli stessi scritti di alcuni abiogenisti,
nei quali la "importanza prebiotica" dei risultati riportati è spesso discussa in poche
righe, a conclusione di un normalissimo articolo di chimica organica; e, ancora,
dalla "fuga nella fantascienza" di altri, che presentano, come "prova
dell'abiogenesi", la fotosintesi di composti organici in miscele gassose riproducenti
l'atmosfera di Giove. Tuttavia, dato che i risultati di simili esperimenti vengono
quotidianamente sbandierati come "prove" non solo in scritti "divulgativi", ma
anche in rispettabili testi universitari, sarà bene esaminarli un poco più
approfonditamente.
In tutti gli esperimenti sopra riportati si otteneva, al termine della scarica o della
irradiazione, una grande varietà di composti, da cui i supposti "elementi prebiotici"
andavano estratti e purificati con procedure spesso assai sofisticate. Anche le rese
erano bassissime: nel celebre esperimento di Miller esse andavano dal 10,3 al 7,3%
dei prodotti organici totali per gli amminoacidi e dal 16,5 al 7,1% per gli acidi e
ossiacidi organici. Ma vi è di più: negli esperimenti di "sintesi prebiotica" sono
stati ottenuti anche parecchi amminoacidi che non si ritrovano nelle proteine,
talvolta con rese più alte che quelli proteici; "la presenza di glicina, alanina,
valina, isoleucina e leucina nelle proteine, ma l'assenza di acido alfa-ammino-n-
butirrico, norvalina, alloisoleucina e norleucina, non può essere spiegata sulla
base delle rese ottenute da questo tipo di sintesi". Inoltre, la proporzione tra i vari
amminoacidi nelle proteine è quasi inversa che tra i prodotti di sintesi; per risolvere
questa difficoltà, Miller è costretto a supporre una ulteriore "condizione
necessaria", cioè una precipitazione frazionata di amminoacidi per evaporazione in
qualche laguna, con formazione di polipeptidi nella fase solida: e tutto questo a
conclusione di una serie di esperimenti in cui la resa totale in amminoacidi "utili" e
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no, era in media l'1,90%. Analoghe critiche potrebbero essere mosse alle varie
sintesi di "precursori prebiotici" degli acidi nucleici.
Tutte queste teorie, come si è già visto, presuppongono la presenza, sulla terra, di
una atmosfera riducente all'epoca della "evoluzione prebiotica" e "protobiotica".
Orbene, le teorie più recenti sulla formazione della terra e della sua atmosfera
escludono proprio questa ipotesi fondamentale, affermando che all'epoca della
comparsa dei primi viventi la terra aveva un'atmosfera neutra o debolmente
ossidante, non molto diversa dall'attuale, salvo, forse, per la mancanza di ossigeno.
Un tentativo di ovviare a questo inconveniente, che rischia di mandare all'aria tutta
la "teoria abiogenetica", è stato fatto in America da Allen J. Bard e dai suoi
collaboratori. Costoro, dopo avere scoperto che, irradiando con luce ultravioletta
una soluzione acquosa di ammoniaca satura di metano in presenza di biossido di
titanio platinato - cioè ricoperto di platino finemente suddiviso -, si ottiene una
miscela di amminoacidi, superano la obiezione relativa alla composizione
dell'atmosfera primordiale osservando che il biossido di titanio catalizza la
riduzione dell'azoto ad ammoniaca e dell'anidride carbonica a metano, formaldeide
e metanolo, sia pure con basse rese. Peccato che, per la formazione di amminoacidi
sia indispensabile l'uso del biossido di titanio platinato, un catalizzatore sintetico,
inesistente in natura. Infatti, sia il biossido di titanio non platinato, sia l'ossido
ferrico, sia il minerale ilmenite - ossido misto di titanio e ferro - non producono
amminoacidi nelle condizioni di reazione. Siamo, come si può vedere, ancora al
punto di partenza.
Passando poi alla seconda fase della "evoluzione chimica" quella in cui le
"molecole prebiotiche" avrebbero reagito tra di loro per formare polisaccaridi,
polipeptidi - e poi proteine - e polinucleotidi - e poi acidi nucleici -, che unendosi
insieme avrebbero formato i primi organismi, le difficoltà salgono alle stelle. Qui il
"caso" invocato dagli abiogenisti si rivela molto, molto intelligente.
La prima difficoltà è data dalla attività ottica delle sostanze di origine biologica,
dovuta alla dissimmetria sterica delle molecole. Gran parte delle molecole
organiche sono dissimmetriche, ossia prive di piani di simmetria, così che possono
esistere in due forme distinte, dette enantiomeri, che differiscono tra di loro per
essere l'una la immagine speculare dell'altra così come la mano destra differisce
dalla sinistra, donde il nome di molecole chirali - dal greco chéir, mano. La
possibilità di distinguere tra di loro i due enantiomeri è data, appunto, dalla loro
attività ottica: se la soluzione di un enantiomero, attraversata da un raggio di luce
polarizzata, ne ruota il piano di polarizzazione, per esempio, verso destra, una
soluzione uguale dell'enantiomero opposto lo ruoterà, a parità di condizioni
sperimentali, di un uguale angolo verso sinistra. La miscela di eguali quantità dei
due enantiomeri si chiama racemo e, ovviamente, non ruota il piano della luce
polarizzata. Orbene, tutte le molecole chirali che fanno parte degli organismi
biologici sono enantiomeri puri, e tutti della stessa configurazione cioè "tipo mano
destra" o "tipo mano sinistra" -, a seconda della classe di molecole a cui
35
appartengono. Così, tutti gli amminoacidi che entrano a fare parte delle proteine
sono otticamente attivi - meno la glicina, che è simmetrica - e tutti hanno la stessa
configurazione sterica, quella "tipo mano sinistra". Invece, tutte le sintesi di
amminoacidi compiute dagli abiogenisti dànno luogo a miscele racemiche, dato
che, per obbedienza al presupposto di partenza, sono compiute su reagenti non
chirali, senza impiegare catalizzatori otticamente attivi. Addirittura, l'assenza di
enantiomeri puri tra i prodotti è stata addotta come prova che gli amminoacidi non
erano dovuti a contaminazione da parte di microorganismi. Ora, è difficile capire
perché da reazioni casuali tra amminoacidi statisticamente distribuiti tra le due
forme si sarebbero formati polipeptidi enantiomericamente puri; lo stesso dicasi
per i "precursori prebiotici" dei polisaccaridi e degli acidi nucleici.
Ma non basta. Nelle proteine, non solo la configurazione sterica, ma anche la
sequenza degli amminoacidi è tutt'altro che casuale, come pure la sequenza delle
basi puriniche e pirimidiniche negli acidi nucleici: entrambe sono strettamente
ordinate alle funzioni biologiche della macromolecola all'interno dell'organismo;
tra le sequenze di basi negli acidi nucleici e le sequenze di amminoacidi nelle
proteine esiste una correlazione valida per tutto il mondo biologico - il codice
genetico, basato sulla corrispondenza fra terne di basi e amminoacidi -, così che la
struttura dei primi determina quella delle seconde. Polipeptidi statistici sono stati
ottenuti da Fox riscaldando a 170°C una miscela di amminoacidi posti su un pezzo
di roccia vulcanica, e dalla équipe romena di Simionescu - insieme con
polisaccaridi a struttura non ordinata, pseudo-lipidi e impurezze varie - mediante
esperimenti simili a quelli di Miller, ma condotti sotto vuoto alle temperature
"siberiane" di -40°C e -60°C, anziché a pressione e a temperatura ambiente. I
prodotti ottenuti, posti in soluzioni acquose, si aggregano in microsfere, talvolta
delimitate da una membrana polisaccaridica, chiamate dagli autori modelli di
"protocellule", ma che con le cellule autentiche non hanno proprio niente a che
vedere: sono prive di attività metaboliche e riproduttive, in altre parole non vivono.
Tutte le precedenti obiezioni alla "teoria abiogenetica" sono riconducibili a un
semplice principio, ovvio per ogni mente sgombra da preconcetti: l'ordine non può
nascere spontaneamente dal caos. Un organismo vivente è molto di più che un
aggregato di molecole e di macromolecole organiche: è una forma organizzatrice,
che costruisce e ordina queste molecole secondo un progetto strutturale, - è un
sistema cibernetico dotato di un grado di informazione superiore a quello delle
singole parti che lo compongono. "Quando dico che la vita trascende la fisica e la
chimica, intendo dire che la biologia non può spiegare la vita, quale vi presenta
oggi, in termini di semplice azione di leggi fisiche e chimiche".
Prendiamo come esempio il codice genetico, a cui ho già accennato, e che consiste
nella corrispondenza fra terne di basi nella struttura del DNA, o acido
desossiribonucleico, e amminoacidi delle proteine. È un codice universale e, dal
punto di vista chimico, arbitrario, sulla cui origine "invece che di "problema", si
dovrebbe parlare di enigma. Il codice non ha senso se non è tradotto. Il
36
meccanismo traduttore della cellula moderna comporta almeno cinquanta
costituenti macromolecolari, anch'essi codificati nel DNA. Il codice genetico può
dunque essere tradotto solo dai prodotti stessi della traduzione. È questa
l'espressione moderna dell'omne vivum ex ovo. Ma quando e come questo anello
si è chiuso su se stesso? È molto difficile anche solo immaginarlo" dice Monod,
che qui, nel suo campo specifico, è rigoroso, salvo poi pretendere, poco dopo, di
spiegare tutto con il solito binomio caso-necessità.
La pretesa degli abiogenisti, che i vari componenti della cellula, formatisi
spontaneamente nel "brodo prebiotico", secondo Fox, o nelle tempeste delle
regioni polari, secondo Simionescu, si siano casualmente aggregati "inventando" il
codice genetico "non appartiene neanche alla fantascienza, ma al delirio
intellettuale".
Allo scopo di rompere il circolo vizioso dell'uovo-DNA e della gallina-proteine, è
stata recentemente proposta una nuova teoria sulla origine della vita, la "teoria
ribotipica", che fa originare la cellula dalle ribonucleoproteine attraverso un
meccanismo a catena di "quasi-replicazione". Una analisi della teoria esula dagli
scopi presenti, rientrando piuttosto nel campo della genetica molecolare e della
microbiologia; essa, tuttavia, dà per scontata la "evoluzione chimica", ossia la
formazione spontanea di acido ribonucleico - RNA, diverso dal DNA - e di
proteine. Ma, come si è visto precedentemente, tale "evoluzione chimica" è
tutt'altro che scontata.
In ogni caso, il "messaggio" contenuto nella struttura degli acidi nucleici
costituisce uno "schema" ben preciso che non può essere riducibile a una sequenza
statistica di nucleotidi. "Dobbiamo rifiutarci di considerare lo schema attraverso il
quale il DNA diffonde informazione come parte delle sue proprietà chimiche. Il
suo schema funzionale deve essere riconosciuto come una condizione al contorno
posta all'interno della molecola del DNA".
"Infine, una parola sul modo in cui le condizioni al contorno che controllano i
processi fisico-chimici in un organismo possano aver avuto origine a partire da
materia inanimata. Il problema è se la categoria logica delle mutazioni casuali
includa o no la formazione di nuovi principi non definibili in termini di fisica e di
chimica. Sembra molto improbabile che possa includerla".

L'evoluzionismo viene quasi sempre presentato come una scienza esatta,


ampiamente supportata dai ritrovamenti e dalla ricerca, e accettata da tutti gli
scienziati. In realtà, l'evoluzione biologica come spiegazione delle origini della vita
non è né una teoria né un fatto, ma è una mera assunzione aprioristica.

Il piacere è il motore della vita ed è legato ad un principio fisico che possiamo già
rilevare a livello atomico e molecolare. L’anima della Natura risiede negli stati
vibrazionali, traslazionali, che armonizzano o disarmonizzano lo scambio di
energia tra i vari costituenti dei micro o macro-organismi, scambio informazionale
37
che ubbidisce ai principi della “musica”: l’energia né si crea né si distrugge, ma si
trasforma attraverso processi informazionali mediante i quali si riceve e si
trasmette costantemente energia e, al di là del tipo o della forma (visiva, acustica,
olfattiva, gustativa, tattile…), quel che conta è come le varie informazioni
(energia) vengono combinate fra loro dando luogo a processi di armonia o
disarmonia. Il nostro cervello è in grado di rilevare fin dalla nascita la fisicità
dell’armonia o della disarmonia, a cui corrispondono per effetto una serie di
risposte biofisiche e biochimiche ormai identificate come stati di benessere o di
malessere.
Tutti i sistemi scambiano costantemente energia producendo evoluzione e
indirizzando i sistemi stessi verso un equilibrio dinamico, la cui utilità risiede non
nella procreazione ma nell’evoluzione. Il concetto di procreazione deve essere
ampliato: non si “procreano” solo bambini o cuccioli di animale, ma anche idee,
pensieri, azioni nonché, a livello atomico e sub-atomico, nuovi atomi e nuove
particelle. Quando lo scambio di informazioni tra sistemi fisici avviene senza
violenza e per risonanza, si produce piacere, ovvero uno stato di trasformazione
della materia in energia: come dire che l’acqua, ricevendo energia, si trasforma in
vapore producendo nelle sue molecole uno stato vibrazionale di maggiore libertà
che potremmo definire come uno “stato di benessere” per le molecole e per gli
atomi. Il piacere, quindi, trova la sua spiegazione in fisica come stato armonico
vibrazionale che si trasferisce costantemente ai sistemi fisici circostanti.
Il sorriso di un bambino dà gioia, così come una carezza che esprime amore o un
prato fiorito; uno sguardo triste, un gesto “violento”, una situazione disarmonica
provocano sofferenza. Ognuno di noi può creare vibrazioni armoniche, o
informazioni armoniche, al fine di favorire un processo evolutivo cosciente e
consapevole che può sostituire al principio darwiniano dello stato di necessità, che
favorisce il più forte e il più adatto, il principio evolutivo dell’energia, che
favorisce l’energia più armonica la cui evoluzione trasforma la violenza in un
processo che alimenta livelli di coscienza e creatività sempre maggiori.
Tali forme di “coscienza” le troviamo in tutti i sistemi fisici: come in una cellula il
DNA costituisce il vero e proprio cervello della cellula stessa, così in un atomo il
dinamismo del nucleo, ovvero delle cariche di energia che guidano e mantengono
lo stato di equilibrio dinamico, rappresenta l’evoluzione della “coscienza”
dell’atomo. Non a caso i nostri organi di senso sono in grado di rilevare la
differenza che esiste tra un frutto prodotto con concimi chimici industriali da un
frutto prodotto con concimi naturali che hanno seguito tutti i loro processi evolutivi
all’interno dei sistemi naturali stessi, nei quali si sono arricchiti di “esperienze
vibrazionali” che hanno poi trasferito ai frutti.
Le leggi di Natura sono perfette e non conoscono errori o casualità; ma
l’evoluzione culturale ha condotto a codificare e decodificare tali leggi in principi e
concetti astratti, costruendo modelli teorici che nulla o poco dicono dell’anima
della Natura. Molti ragazzi a scuola non amano materie come la fisica, la chimica,
38
la biologia… Questo perché sono un “prodotto scientifico” creato spesso con
artifizi che ignorano l’anima della Natura, ovvero con interpretazioni che generano
modelli astratti, logico-matematici, prodotti con strumenti simbolici dissociati
dallo stato vibrazionale della materia e dell’energia che, nei processi naturali, trova
la sua massima espressione. Gli esseri umani, più che dalla scuola e dall’università,
imparano dall’osservazione e dalla risonanza con la Natura traendone informazioni
utili alla propria crescita e al proprio arricchimento, informazioni che quando
vengono codificate dall’emisfero sinistro del cervello in teorie e modelli astratti,
tolgono, a ciò che era stato acquisto e scoperto, gli aspetti armonici esperienziali –
ovvero emozionali – percepiti e vissuti dall’emisfero destro. L’evoluzione delle
conoscenze scientifiche consente al vero scienziato di risuonare con l’anima della
Natura e la Natura stessa, con gioia, offre la propria anima vibrazionale che si
traduce in conoscenza, coscienza ed evoluzione.
L’attuale paradosso dell’evoluzione umana vede la donna e l’uomo in un conflitto
talvolta parossistico, le cui radici risiedono nel bisogno di soddisfare esigenze di
piacere, giustizia, libertà, amore. Tale conflitto nasce, infatti, dalla grande
confusione che si genera all’interno dei cervelli fin dalla nascita, prodotta
dall’ignoranza informazionale che nega a priori il diritto di nascita di ciascuno di
svilupparsi e crescere in armonia e senza violenza: il “bastone” è violenza, la
“carota” è un malefico trucco che priva l’essere della spinta evolutiva verso la
ricerca della verità e della libertà. Il metodo del bastone e la carota è ancora in uso
nei cosiddetti processi educativi e formativi ed ha portato l’umanità verso il rifiuto
della vita e verso la degenerazione dell’armonia che dà vita ad una nascita… e che
dà vita alla vita.
L’uomo ha sperimentato l’arroganza della propria ignoranza: una cultura ignorante
vuole dominare la Natura, ma la Natura non può essere dominata né imprigionata
in schemi e modelli preformati. L’intelligenza della Natura deve diventare la nostra
intelligenza, con la quale è possibile scambiare energia creativamente, producendo
piacere e gioia a tutti i livelli, e contribuendo all’evoluzione culturale, sociale,
politica ed economica di tutte le società del mondo, in sintonia con l’evoluzione
armonica del mondo fisico e biologico.

Siamo talmente abituati alla vita che spesso ci dimentichiamo di una straordinaria
avventura: quella di una semplice cellula fecondata, una cellula così piccola da
essere invisibile a occhio nudo, che moltiplicandosi in miliardi di altre cellule
riesce a diventare, in soli nove mesi, un Homo sapiens.
E' la nostra storia. Tutti noi, infatti, partendo da una minuscola sferula di qualche
millesimo di millimetro, ci siamo "autocostruiti", diventando individui capaci di
vedere, pensare, risolvere problemi, lottare, amare, o anche inventare macchine e
comporre musiche.
Tale impresa, che ha del prodigioso, avviene nel buio del ventre materno. E' dentro
questo piccolo universo subacqueo che le cellule cominciano a differenziarsi e a
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collocarsi ognuna al posto giusto, nel momento giusto. Una specie di scultura che
si plasma da sola e che pian piano dà origine a un essere ogni volta unico.
Questi nove mesi sono il riassunto dell'evoluzione della vita sulla Terra: partendo
da una cellula che vive in assenza di ossigeno, l'embrione attraversa vari stadi di
complessità, con "accenni" alle varie tappe evolutive, fino ad approdare al modello
finale dell'essere umano, dotato di un cervello strabiliante.
E' una storia nascosta, che si dipana nel mondo invisibile dell'utero, e che nessun
uomo ha mai potuto osservare. Oggi la ricerca, in base alle scoperte che stanno
avvenendo nei laboratori di tutto il mondo, ci permette di penetrare nell'universo
segreto dell'embrione e di capire che cosa veramente vi succede.
Ma è anche la storia dei nove mesi visti dalla parte della madre. Al "piano di
sopra", infatti, la madre vive questo evento in parallelo: e oggi si riesce a
comprendere il perché di tanti avvenimenti che si producono in gravidanza. Il
corpo della madre, infatti, in quei nove mesi si trasforma per creare l'habitat giusto,
mentre fiumi di ormoni si riversano nei suoi vasi sanguigni per stimolare
adattamenti di ogni tipo: nasce la placenta, il seno si predispone all'allattamento, il
cuore pompa quasi il 50% in più di sangue e anche il comportamento subisce
l'influenza di questa tempesta di cambiamenti.
Tutto converge poi nel grande evento finale: la nascita. Nel giro di qualche minuto
questo nuovo essere passerà dalla vita subacquea a quella terrestre, dal buio pesto
alla luce abbagliante, dal caldo costante della vita interna alla varietà delle
temperature esterne; mentre la madre compie quel prodigioso exploit fisico che è il
parto.

L'origine della vita è probabilmente il risultato di un lungo e lento processo di


evoluzione della materia. Gli atomi che costituiscono gli organismi viventi si sono
formati nello spazio e sulla Terra si sono aggregati per formare molecole
complesse. Queste hanno dato luogo a strutture organizzate che hanno portato
gradualmente ai primi individui dotati di cellule. Le recenti scoperte di pianeti
extrasolari rende attuale l'ipotesi della vita in altre parti dell'Universo.

La teoria della generazione spontanea della vita, già espressa da Aristotele nel III
sec. a. C., pur avendo goduto di largo seguito per quasi duemila anni è stata
definitivamente confutata, nel 1863, da Louis Pasteur, che ha dimostrato come
qualsiasi forma di vita, anche la più microscopica, non può che originarsi da altra
vita. Ma è sempre stato così?
Un approccio di tipo "abiogenetico" (vita originata dalla non vita) sembra essere
indispensabile almeno per caratterizzare le prime fasi di sviluppo del fenomeno.
Infatti, tutte le teorie attuali cercano di definire uno scenario inorganico, all'interno
del quale collocare elementi chimici primordiali dalle cui interazioni il fenomeno
può aver avuto origine. A questo approccio "abiogenetico" è necessario, tuttavia,
aggiungere la coscienza dell'esistenza di una fenomenologia "evolutiva" che solo
40
recentemente è stata acquisita. Tale coscienza consente, infatti, di immaginare una
"vita in evoluzione" non statica e immutabile (teorie fissiste), una vita che nasce e
si sviluppa, una vita che cambia nel corso di un tempo enorme. Il merito di aver
offerto alla Scienza un'organica teoria evolutiva e di aver individuato per essa un
meccanismo immanente (Selezione Naturale) mediante il quale tale evoluzione
avrebbe potuto avvenire, va attribuito al genio di un naturalista inglese, Charles-
Robert Darwin (1809-1892).
Nella visione evoluzionista (visione che ha avuto, nel frattempo, notevoli sviluppi
sia concettuali che sperimentali) la vita sulla Terra non si manifesta attraverso
forme immutabili e statiche, ma in forme dinamiche e mutevoli. Nel corso di un
tempo enorme (della cui vastità non si è avuta coscienza fino al XIX secolo) queste
forme sono cambiate, diversificate, via via modulandosi sempre più all'ambiente
chimico-fisico che le accoglie, anch'esso caratterizzato da un estremo dinamismo.
Ma in che modo la vita può riaffermare la propria esistenza in un ambiente
mutevole che può rendere limitante quello che ieri era premiante e viceversa?
Attraverso la sua capacità di offrire, generazione dopo generazione, varianti di se
stessa, varianti in grado di proporsi come ulteriori alternative di vita all'ambiente.
La valenza adattativa, in termini di sopravvivenza, di queste varianti viene
sottoposta al vaglio della Selezione Naturale, vero motore evolutivo, che seleziona,
tra le innumerevoli variabili, solo le più idonee a cui viene consentito di
sopravvivere e di svilupparsi fino a quando le variazioni indotte nell'ambiente dalle
leggi chimico-fisiche e dalla stessa attività biologica non imporranno un nuovo
mutamento (appare chiaro, in tale contesto, l'enorme importanza, in termini
evolutivi, della riproduzione sessuale). In questo continuo inseguimento la vita
cambia, potendo raggiungere livelli strutturali e funzionali di sempre maggiore
complessità o comunque di equilibrio rispetto alla pressione selettiva.
Ripercorrendo a ritroso questo processo, seguendone le tracce nella
documentazione fossile, nella dinamica geologica della Terra, nelle strutture e
nella funzionalità che caratterizzano le forme viventi attuali, ci accorgiamo che la
vita si è mossa lungo linee filetiche che legano tra loro tutti gli organismi viventi e
che convergono in un punto che rappresenta la prima manifestazione del
fenomeno. La visione evoluzionistica, quindi, ci costringe a risalire nel tempo
verso forme di vita sempre più semplici e questo ci conduce necessariamente alla
scoperta, almeno sul piano concettuale, della prima "cellula vivente".
Tuttavia, una tale conquista concettuale impone di considerare anche una serie di
paradossi di non facile soluzione, che ricordano un po' quello famoso dell'uovo e
della gallina. Se spingiamo lo sguardo fino al limite di ciò che noi chiamiamo vita,
cioè le più semplici strutture biologiche in grado di esprimere il fenomeno,
osserviamo che questa struttura vivente (ad esempio un batterio) presenta
comunque una funzionalità metabolica e genetica molto complessa, che si basa sul
possesso di molecole organiche essenziali ma che sono esse stesse il frutto di tale
funzionalità. Zuccheri, grassi, proteine, acidi nucleici sono attualmente fabbricati
41
solo da sistemi viventi: come sono potuti comparire prima dei sistemi viventi di cui
rappresentano la struttura o il prodotto funzionale? Sappiamo che gli organismi
animali (eterotrofi) non sono in grado di sopravvivere senza gli alimenti sintetizzati
dalle piante (autotrofi); sembrerebbe quindi legittimo cercare l'origine della vita tra
i vegetali primitivi (alghe autotrofe). Questi organismi, tuttavia, necessitano di un
sistema di estrazione dell'energia solare e di un sistema di utilizzazione di questa
energia estremamente complicato, per essere considerato nel corredo funzionale
dei primi viventi. Inoltre, l'elemento essenziale a tale processo è la clorofilla, altro
prodotto di esclusiva sintesi dei viventi.
Tutte le attuali reazioni vitali sono regolate da enzimi, a loro volta informati dal
DNA, a sua volta montato da enzimi: chi è stato il primo? Tenendo conto di tutti
questi paradossi e della visione evoluzionistica, negli anni Trenta il biochimico
russo Alexsandr Ivanovic Oparin e il biologo inglese John Burdon Sanderson
Haldane formularono la prima delle cosiddette "teorie chimico-biologiche",
secondo le quali la vita si è sviluppata sul nostro pianeta per evoluzione a partire da
molecole non biologiche. Nella loro teoria i due studiosi cercarono di superare
molti dei circoli viziosi prima esposti.

Bisogna ricordare che l'evoluzione biologica, cioè la nascita e lo sviluppo della vita
sulla terra, è stata preceduta dalla evoluzione cosmica, la trasformazione che ha
dato vita al nostro sistema solare.

Secondo calcoli geochimici il sistema solare e quindi i pianeti si sono formati circa
4,6 miliardi di anni fa.
Probabilmente, all’inizio la Terra era una massa omogenea fredda; ma il calore
sviluppato dalla sua contrazione e dal decadimento degli elementi radioattivi ne
rese l’interno sempre più denso e caldo e intorno ai quattro miliardi di anni fa, era
ormai diventata una sfera infuocata ricoperta solo da una sottile crosta solida.
Con la liberazione dei gas che si erano formati nella massa fusa, cominciò a
formarsi una primitiva atmosfera, la cui composizione probabilmente era simile a
quella dei gas che ancora oggi fuoriescono dai vulcani: idrogeno, vapore acqueo,
idrocarburi semplici come il metano, idrogeno solforato, anidride solforosa,
monossido di carbonio e anidride carbonica. Questa primitiva atmosfera era quasi
certamente priva di ossigeno libero; l’ossigeno era presente soltanto in composti
chimici quali l’acqua e l’anidride carbonica, e nelle rocce silicee. Era quindi
un’atmosfera riducente, un fatto che ha favorito la nascita della vita. Infatti, molte
molecole biologiche, tra cui gli amminoacidi e i nucleotidi, non possono formarsi
spontaneamente in presenza di ossigeno, dato che questo elemento reagisce con
esse e le modifica chimicamente.
Inizialmente il vapore acqueo non faceva in tempo a condensare che il calore
intenso la faceva rievaporare immediatamente. Col tempo la crosta terrestre si

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raffreddò e la pioggia cominciò a estrarre sali minerali dalle rocce e ad accumularsi
nelle depressioni della crosta formando così i primitivi oceani.
E negli oceani si è formata la prima cellula, e dalla prima cellula i primi organismi
viventi fino all'uomo con la sua coscienza.

L'ultima cosa che l'uomo scopre è sé stesso. E' una verità strana, eppure universale,
che la sete umana della conoscenza debba cominciare da quello che è ; più lontano
e finire con quello che è più vicino. L'uomo primitivo ha studiato i cieli, ma
soltanto l'uomo moderno comincia ad esplorare i misteri della propria anima.
Moltissimi uomini sono un mistero per sé stessi; molti sono perfino inconsci della
esistenza del mistero. Se noi dovessimo domandare ad un uomo comune che cosa
sia lui, l'essere umano vivente che accada quando egli pensa, sente, agisce; e quale
sia la causa della lotta fra il bene e il male, che egli pur sente entro il suo petto, non
solo egli non saprebbe rispondere, ma le domande stesse gli apparirebbero strane e
nuove. Eppure, che cosa è più strano del fatto che un essere umano possa
attraversare la vita, sopportarne le vicissitudini, soffrirne le miserie, comuni a tutti
gli uomini, goderne i caduchi piaceri, portarne il perpetuo fardello, senza mai
chiedere perché? Se noi vedessimo un uomo viaggiare con grande incomodo e
numerose difficoltà, e se chiestogli dove vada ci sentissimo rispondere che questa
domanda non gli si è mai affacciata alla mente, lo riterremmo certamente pazzo.
Eppure, questa è precisamente la condizione della maggioranza degli uomini nella
vita comune. Essi compiono il viaggio dalla vita alla morte, si arrabattano nel
faticoso cammino della vita, e non chiedono mai perché, o tutt'al più si pongono
superficialmente il problema, senza curarsi poi in realtà di trovare una risposta. Ma
viene per ogni anima, nel suo lungo peregrinare, il momento in cui la vita diventa
impossibile se non ne conosce il perché; delusa del mondo circostante che non può
mai darle una soddisfazione durevole, essa desiste per un momento dal frenetico
inseguimento delle illusioni, e completamente esausta si ferma, silenziosa e sola. In
quel punto è nata nell'anima la coscienza di un nuovo mondo; in quel punto,
stornando il viso dal fascino del mondo circostante, essa scopre la sempiterna
realtà del mondo interiore, del mondo dell'Io. Allora, e soltanto allora, le domande
della vita trovano risposta; però, come dice Emerson, l'anima non risponde mai con
parole, ma con la stessa cosa richiesta.
Viviamo in un'epoca di estremismi e di contrasti impressionanti in cui le più
straordinarie scoperte scientifiche nel Regno Materiale coincidono con quelle
ancora più sorprendenti del futuro della Coscienza. Ma se le prime sembrano reali
scoperte, le seconde non sono altro che riscoperte della Conoscenza degli Antichi.
Infatti realizziamo poco alla volta che gran parte di questa conoscenza scartata dai
razionalisti come semplice superstizione, non può essere ignorata o negletta in
modo così sistematico e che i fenomeni supernormali (paranormali), prima
attribuiti all'intervento sporadico della divinità, erano solo manifestazioni di forze
naturali, in mano a coloro che le sapevano manipolare o facoltà percettive ancora
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sopite nella maggior parte degli uomini. Così, quello che una volta era chiamato
con devozione "miracolo", è oggi considerato più freddamente come un caso di
chiaroveggenza, chiarudienza, mesmerismo ipnotico, guarigione metafisica o
magnetica, secondo le circostanze. L'uomo ha scoperto che queste facoltà sono in
lui e possono essere, in parte, sia ereditate sia scientificamente sviluppate grazie
agli insegnamenti di un maestro qualificato. In tal caso è possibile provare a se
stesso con le sue proprie percezioni l'esistenza dei piani superfisici, stati superiori
di coscienza, delle molteplici entità disincarnate e dei numerosi poteri e
potenzialità di cui aveva, fino ad allora, ignorato l'esistenza. Attendendo di
possedere queste facoltà, fa dipendere la sua conoscenza dalla testimonianza di
coloro che le hanno acquisite, nello stesso modo in cui accetta come vere le
testimonianze scientifiche degli scienziati sull'astronomia, o altri fenomeni
scientifici che non ha il desiderio o la possibilità materiale di scoprire da solo. In
una parola la scienza occulta è, nel minimo dettaglio, altrettanto scientifica di
quella della materia ed il fatto che ci siano occultisti mediocri, indifferenti o
fraudolenti non può rimettere in ogni modo in causa la Verità stessa.

Oggi viviamo nel mezzo di una delle più profonde, e certamente più veloci,
trasformazioni della storia dell'umanità.
All'alba del prossimo secolo quasi tutti gli aspetti e le attività della vita umana
saranno esercitati all'interno di interazioni globali, di mercati globali, di tecnologie
globalmente efficienti e informazioni circolanti in un sistema globale. Vivere e
agire nelle nuove condizioni comporterà pertanto un diverso modo di agire e di
pensare. Anche a causa della velocità con la quale l'era prossima sta irrompendo su
noi, nella nostra generazione e nella generazione dei nostri figli non si sono ancora
evoluti la logica, i valori e le pratiche necessari. Nella maggior parte dei casi
stiamo per ora cercando di fronteggiare le condizioni della emergente società del
XXI secolo con le forme di comportamento del sistema industriale del XX secolo.
Questo, tuttavia, equivale al tentativo di vivere nelle città industriale degli anni 90
con la forma mentis dei villaggi feudali del Medioevo. È insufficiente e, a causa
della vulnerabilità delle nostre temporanee strutture sociali ed ecologiche, perfino
pericoloso. Il pericolo riguarda tutti noi. Ecco perché la maieutica strutturale oggi,
come resa concreta dai gruppi attivi, è essenziale. Non si può risolvere un
problema fondamentale con il modo di pensare che ha originato il problema. Come
ha detto Einstein. Non possiamo raggiungere la prossima tappa della nostra
evoluzione collettiva senza dare origine a un nuovo modo di sentire e di agire. Far
nascere è un processo difficile e spesso doloroso: è necessario aiutarlo con una
pratica " maieutica ". Abbiamo bisogno di una percezione del mondo e di noi stessi
integrata. Il compito epocale che ci aspetta e di fare evolvere modi di vivere e di
agire che siano appropriati all'era delle informazioni diffuse globalmente, nella
quale siamo tutti proiettati. Questi, a loro volta, dipendono da corrispondenti nuovi
modi di pensare. E non solo modi di pensare, perché non siamo solamente creature
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razionali. Essi dipendono anche dai sentimenti e dalle intuizioni, dai modi di
percepire noi e gli altri. Non possiamo ritornare a quelli del passato: un essere
umano si definisce nelle relazioni con la natura e con la società contemporanea. La
società, la natura stessa si evolvono, cambiano e si trasformano. Dobbiamo
riscoprire la nostra umanità, la nostra identità e il nostro ruolo. Il metodo strutturale
maieutico aiuta le persone, specialmente i giovani la cui generazione non può più
evitare e ignorare il compito epocale di tener fede alle trasformazioni che sono in
divenire, a identificare se stessi, a conquistare la giusta fiducia in sé e nel proprio
ruolo. Ciò è vitale per tutti noi. Evolvere la conoscenza e l'intuito che può dare
origine a modi di vivere e di agire efficienti e responsabili è l'immane compito dei
nostri tempi: aiutare la nostra e la futura generazione a dare alla luce il nuovo
pensare, sentire, percepire. Nella nostra epoca che si avvia alla comunicazione a
livello mondiale, nuove idee e valori si diffondono rapidamente nei cinque
continenti, malgrado le resistenze inerziali: essi corrispondono a un bisogno
profondamente sentito nella società. I giovani insoddisfatti dei credi e delle forme
tradizionali di esistenza, sono in cerca di modi di costruire la vita più significativi
ed efficienti. Il mondo contemporaneo è maturo per un importante passo avanti
nella sua coscienza collettiva. Il comunicare autentico, il processo strutturale
maieutico, come la scienza e la cultura, sono fattori profondamente influenti nel
raggiungere il prossimo stadio dell'evoluzione collettiva.

La vita è nata dall'acqua.


Circa 4 miliardi di anni fa si sono sviluppate le prime forme di vita nell'acqua. Tra
lampi, eruzioni vulcaniche, cadute di meteoriti, irradiazioni UV e radioattive è
stato possibile il miracolo della vita.
Le forme primitive di vita non erano ancora cellule, bensì formazioni sferiche che
erano in grado di riprodursi e presentavano un metabolismo. Da esse nel corso di
milioni di anni e con la protezione dell'acqua si sono sviluppate le prime cellule,
dalle cellule i batteri e infine gli esseri viventi più complessi.
Nei primi 3,4 miliardi di anni (circa l'85% del tempo da cui esiste la vita) gli
organismi viventi si sono formati, sviluppati e diffusi esclusivamente nell'acqua.
Circa 600 milioni di anni fa quando l'atmosfera conteneva già un po' di ossigeno e
il filtro di ozono nella stratosfera ha iniziato a proteggere dai letali raggi UV gli
organismi hanno conquistato la terraferma. Per prime vi si sono insediate piante
primitive accompagnate da riciclatori come i batteri, i vermi, i ragni, gli scorpioni,
le lumache. Poi sono seguiti i vertebrati. Uno dei compiti più importanti
dell'organismo era garantire il bilancio dell'acqua. Ogni animale portava con sé il
proprio oceano sulla terraferma

Si svilupparono delle strategie di sopravvivenza.


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Furono sviluppate numerose strategie per il mantenimento del volume idrico:
• gli animali terrestri e le piante formarono una pelle permeabile all'acqua.
• trasporto dell'acqua: assorbimento di acqua delle piante attraverso finissime
radici, attraverso una superficie fino al 2000% maggiore e ingrandita per
garantire l'assorbimento di acqua dal terreno
• l'effetto capillare dell'acqua le consente di salire attraverso un tubetto sottile
fino a 80 cm - un apporto di energia
• traspirazione: da piccolissimi fori presenti sulle foglie l'acqua evapora. Ciò
produce un'aspirazione verso le foglie e le sostanze nutritive vengono assorbite
dalle radici insieme all'acqua. L'energia viene fornita dal sole.
• l'acqua si occupa anche dell'eliminazione dei prodotti di scarto che sono in parte
velenosi. Negli esseri viventi sviluppati la velenosa ammoniaca di scarto viene
trasformata in innocua urina ed espulsa. In speciali organi (i reni) viene
trattenuto più liquido possibile espellendo per quanto possibile solo i prodotti di
scarto. Forti perdite di acqua infatti sono letali, negli esseri umani è sufficiente
già il 15% per causare la morte.
• Gli animali terrestri sono anche costretti a regolare la propria temperatura
corporea.
La gestione dell'acqua è di importanza fondamentale e vitale per tutti gli esseri
viventi.

L’acqua è sempre stata una risorsa preziosa ed indispensabile per la vita dell’uomo
e di ogni essere vivente. Solo dove c’è acqua c’è vita nell’universo conosciuto.
Nella cultura primitiva l’acqua fu considerata il principio femminile della fertilità.

Talete di Mileto (624 - 546 a.C), il primo che iniziò la riflessione scientifico-
filosofica sulla natura che è tutt’oggi alla radice della tradizione culturale Europea,
designò l’acqua quale elemento primordiale, in quanto l’acqua spenge il fuoco,
scioglie la terra e assorbe l’aria, ed inoltre in seguito alla considerazione che ogni
altro elemento che combinandosi con l’acqua dà luogo ad ogni essere del sistema
vivente, doveva esso stesso essere originato dall’acqua, da quest’ultima infatti
nasce la vita, così nel mare come nel grembo della madre.

Le manifestazioni che associano alla sacralità dell’acqua e quindi del mistero che
la correla strettamente alla vita, sono molte in tutto il mondo ed in tutte le culture
antiche e recenti. Purtroppo oggigiorno spesso si è persa memoria del loro antico
significato rituale e propiziatorio che generava un rispetto per l’acqua e la sua
decisiva importanza per la vita.
La proprietà del ghiaccio di galleggiare sull’acqua liquida è decisamente
importante per il mantenimento della vita sulla terra, perché‚ le superfici
ghiacciate, galleggiando, tengono protetti gli strati sottostanti da successivi

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raffreddamenti, così che essi rimangano liquidi; pertanto diviene possibile il
perpetuarsi della vita acquatica sotto lo strato di ghiaccio superficiale.
Per capire la importanza dell'acqua bisogna infatti pensare che gli esseri viventi,
noi compresi, sono fatti in gran parte di acqua. Gli esseri viventi primitivi sono
formati da piccole cellule, chiuse entro una membrana, nella quale la percentuale
di acqua è oltre il 98%; i primi animali sono stati probabilmente simili alle attuali
"meduse", la cui composizione ‚ di circa il 95% di acqua. Le piante hanno anche
esse una alta percentuale di acqua nelle loro composizione, (in media l'80%) e gli
animali che hanno uno scheletro, (ed anche l'uomo) hanno una composizione
media nella quale l'acqua e circa il 70 %.
L'acqua‚ quindi una sostanza importantissima per la vita sulla terra, ma la scienza
non è ancora riuscita a capire completamente le relazioni tra l'acqua e la vita.
Possiamo quindi dire che l'acqua per molti aspetti è ancora un mistero per la
scienza. Certamente sappiamo noi come gli antichi che dove non c'è acqua non c'è
vita.

Nel 1997 il satellite ISO ha puntato i suoi occhi verso la Nebulosa di Orione,
distante 1500 anni-luce. L'analisi dei dati rilevati è stata terminata solo nel 2001 ed
ha portato a conclusioni sorprendenti. La sorpresa è arrivata dalla rilevazione di
alcune righe infrarosse in emissione (spettro elettromagnetico) del vapore d'acqua.
La quantità rilevata corrisponde a circa una molecola di acqua ogni 2000 di
idrogeno, ovvero una quantità 100 volte superiore a tutta quella esistente sulla
Terra.

Gli studi compiuti dalle osservazioni dei satelliti SWAS e ISO portano alla tesi che
l'acqua esiste sicuramente nelle nubi diffuse che ospitano la nascita di nuove stelle
come la regione di Orione.
La scoperta dell'acqua avviene anche nelle protostelle (le stelle in formazione) sia
di grandi dimensioni che di piccole dimensioni. All'interno di oggetti protostellari
massicci è stata rilevata la presenza di righe di assorbimento del vapore d'acqua
eccitato a 30° C. E' probabile che a surriscaldare l'ambiente gelido spaziale sia stata
la collisione tra il materiale circostante la protostella e i getti emergenti dal suo
asse polare. L'onda d'urto avrebbe innescato la produzione di una grande quantità
d'acqua quantificata in 1 molecola ogni 10.000 molecole di idrogeno.
Se la componente dell'acqua nelle nubi calde o nelle protostelle è in prevalenza
sotto forma di vapore, la componente presente nelle nubi interstellari fredde (le
stelle che potrebbero dare vita a nuove stelle) è totalmente sotto forma di ghiaccio.
Le analisi dei dati rilevati da altre ricerche effettuate nel 2001 hanno rivelato che
l'acqua sotto forma di ghiaccio è presente nella stessa quantità che nelle nubi
protostellari. In termini pratici è stato calcolato che per una nube fredda di medie
dimensioni c'è una massa d'acqua sufficiente a 3000 pianeti come la Terra.

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Nella formazione di un eventuale sistema planetario ci sarà sempre acqua a
disposizione che in parte si distribuirà nella parte interna dei pianeti privilegiati e
in parte si conserverà in forma primordiale all'interno di oggetto che non subiranno
evoluzioni come comete, asteroidi e meteoriti.

Gli studi dell'origine della vita sulla Terra ci dicono quasi con certezza che i primi
organismi viventi si sono sviluppati nei mari e i primi organismi complessi si sono
allontanati emergendo dalle acque ed occupando le terre costiere per divenire
organismi terrestri.
Come è potuto accadere tutto ciò?
Per comprendere i processi e i sistemi della natura e per osservare gli organismi
che attivano tali processi, si è visto come il vero motore che innesca i processi
vitali sulla Terra sia il Sole. Questa stella emette diverse radiazioni luminose sia
visibili al nostro occhio sia invisibili. Tra queste ultime ci sono le radiazioni o
raggi ultravioletti, estremamente dannosi per la struttura di tutti i viventi.
Attualmente questi raggi arrivano in misura assai ridotta sulla Terra perché
vengono in gran parte assorbiti dall'ossigeno e dall'ozono presenti nell'atmosfera.
La diminuzione di questo gas O3 nella nostra atmosfera, il cosiddetto buco d'ozono,
causato dal fenomeno dell'inquinamento atmosferico provoca oggi molte
preoccupazioni per i danni che può causare alla salute dell'uomo.
All'inizio della storia della Terra l'atmosfera era priva di ossigeno, perché le piante,
con la loro attività di fotosintesi clorofilliana, non avevano contribuito ad
arricchirla di questo prezioso gas e ciò rendeva la Terra assolutamente inabitabile
per tutti gli organismi. L'acqua, a differenza dell'atmosfera, assorbe i raggi
ultravioletti rendendo possibile la vita subacquea. Queste considerazioni e la
conferma sperimentale, avuta dal ritrovamento di reperti di organismi marini,
hanno suggerito agli scienziati che la vita è proprio iniziata nei mari, a profondità
tali da poter essere raggiunte dalla luce del Sole, che a sua volta, attivando la
fotosintesi clorofilliana, rendeva possibile la vita ai primi organismi vegetali.

La natura è una realtà stupenda. È esaltante conoscerne i segreti: la vita intima


delle piante, degli uccelli, dei pesci negli abissi marini, le leggi degli astri nella
volta celeste... Ma la prima meraviglia da conoscere ed ammirare è la vita umana!
La vita umana non ha paragoni al mondo. Pensiamoci... L'essere umano è il
prodigio più grande dell'universo. In lui, solo in lui si accendono misteriosamente
coscienza, espressione, esperienza morale, nostalgie, tragedie e dedizioni di amore,
tutte cose che fanno di lui - errori e dolori compresi - la parte più nobile della
creazione.
Il corpo stesso dell'uomo è degno dell'immensità del suo spirito: le cellule del
nostro corpo - miliardi e miliardi di cellule - sempre al lavoro e sempre percorse da
una dolce fluorescenza energetica sono mille volte più numerose delle stelle del

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nostro cielo; eppure questo nostro organismo incredibilmente sofisticato si realizza
da una scintilla microscopica, in soli nove mesi!

La vita lotta per l'esistenza contro l'entropia crescente.


Questa lotta continua a tutti i livelli ed è sotto gli occhi di tutti.
Anche il pianeta si trova a dover affrontare questa lotta per la sopravvivenza.
Fra qualche miliardo di anni anche il sole smetterà di splendere.
Ma anche nell'immediato le prospettive di sviluppo non sono rosee, l'uomo quale
responsabile della punta dell'evoluzione e anche del degrado ambientale deve
operare verso prospettive di sviluppo sostenibile.
Prospettare linee di sviluppo che consentano alle generazioni future di continuare
sulla strada dell'evoluzione sia biologica che culturale.

Che dire del magnifico progetto insito nelle cose che vediamo tutt’attorno a noi
sulla terra, come ad esempio in tutti gli organismi viventi, anche nella più piccola
cellula vivente? Perfino le molecole e gli atomi, molto più piccoli, che si trovano
all’interno della cellula sono progettati e organizzati in maniera meravigliosa. Che
dire poi della mente umana, progettata così splendidamente? E ancora, che dire del
sistema solare, e della nostra galassia, la Via Lattea, e dell’universo?

L’Encyclopedia Americana fa notare “lo straordinario grado di complessità e di


organizzazione delle creature viventi” e dice: “A un attento esame, fiori, insetti e
mammiferi rivelano un’architettura dalla precisione quasi incredibile”.
L’astronomo inglese sir Bernard Lovell, riferendosi alla composizione chimica
degli organismi viventi, ha scritto: “La probabilità che . . . un evento casuale abbia
portato alla formazione di una delle più piccole molecole proteiche è
inconcepibilmente piccola. . . . è sostanzialmente nulla”.
Sullo stesso tono l’astronomo Fred Hoyle ha detto: “L’intera struttura della
biologia ortodossa continua . . . a sostenere che la vita sia sorta per caso. Ma
quanto più numerose sono le scoperte dei biochimici circa la grandiosa complessità
della vita, tanto più diventa evidente che le possibilità di originarla per caso sono
così piccole da poter essere completamente scartate. La vita non può avere
un’origine casuale”. — L’universo intelligente, trad. di G. Paoli e R. Morelli,
Mondadori, Milano, 1984, pp. 11, 12.
La biologia molecolare, una delle più recenti branche della scienza, è lo studio
degli organismi viventi a livello di geni, molecole e atomi. Il biologo molecolare
Michael Denton, commentando ciò che è stato scoperto, dice: “La cellula più
semplice che si conosca è talmente complessa che è impossibile accettare che un
oggetto del genere sia stato messo insieme per caso da qualche evento bizzarro,
estremamente improbabile”. “Ma non è solo la complessità dei sistemi viventi a
sfidare l’immaginazione, c’è anche l’incredibile ingegnosità così spesso manifesta

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nella loro struttura”. “È a livello molecolare che . . . il genio del disegno biologico
e la perfezione degli obiettivi raggiunti sono più pronunciati”.
Denton dice inoltre: “Ovunque guardiamo, a qualsiasi livello guardiamo, troviamo
un’eleganza e un’ingegnosità di qualità assolutamente superiore, che tanto
indebolisce l’idea del caso. Si può veramente credere che processi fortuiti abbiano
costruito una realtà il cui elemento più piccolo — un gene o una proteina
funzionale — è di una complessità che va oltre le nostre proprie capacità creative,
una realtà che è l’antitesi stessa del caso, che supera in ogni senso qualsiasi cosa
prodotta dall’intelligenza dell’uomo?” E aggiunge: “Tra una cellula vivente e il
sistema non biologico più altamente organizzato, come un cristallo o un fiocco di
neve, esiste l’abisso più vasto e assoluto che si possa concepire”. Chet Raymo,
professore di fisica, dichiara: “Sono affascinato . . . Ogni molecola sembra
miracolosamente ideata per il suo compito”.

Queste considerazioni ci portano a presupporre un creatore o forse leggi naturali


che ancora non conosciamo, leggi che governano la vita e la materia. Leggi
naturali che consentano l'auto-organizzazione della materia, oppure che
introducano lo spirito vitale quale artefice dell'evoluzione dei viventi.
Da sempre la ricchezza della vita psichica umana ha portato all'idea dell'esistenza
dell'anima, di una realtà trascendente la materia inerte.
La scienza moderna ha demolito questa idea, ma forse è giunto il momento di
reintrodurla nel bagaglio delle conoscenze investigabili dalla scienza stessa.
Molti fenomeni ed esperienze psichiche inspiegabili per la scienza trovano una
giusta collocazione nel regno dello spirito e dell'anima trascendente.
È questo il campo della parapsicologia in cui vengono investigati con metodo
scientifico gli aspetti più sorprendenti del mondo dell'occulto.
Ma anche la scienza ufficiale si imbatte in misteri e paradossi, in particolare la
meccanica quantistica risulta di difficile interpretazione in termini di concetti
classici, occorre un ampliamento di vedute ed un atteggiamento critico senza
pregiudizi. Le equazioni della meccanica quantistica presuppongono una
interazione istantanea tra le particelle dell'universo indipendentemente dalla
distanza che le separa, la non località, e questo significa che bisogna introdurre e
formalizzare un modo di ragionare in termini olistici, globali. E questo è
esattamente quello che siamo costretti a fare quando studiamo gli organismi
viventi. Gli organismi viventi non sono una accozzaglia di atomi assemblati a caso
ma mostrano una incredibile complessità organizzata ed unità.

L’uomo comune sfiora solamente le complessità della vita. Questo non vuol dire
che egli eviti le complessità, vuol dire che le subisce senza conoscerle.
Di fronte al mistero della Vita e della Morte a chi dobbiamo rivolgerci? Non
possiamo fidarci delle religioni organizzate poiché esse proibiscono la ricerca in
questo settore.
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Prima di tutto dobbiamo decondizionarci, cioè arrivare a zero poiché adesso siamo
sotto zero. Poi quando siamo arrivati a zero dobbiamo osservare la Realtà e trarre
le nostre conclusioni.
Nessuno nasce libero. L’uomo nasce schiavo di ignoranza, miseria, malattie,
parassiti. Anche quello che chiamiamo educazione è solo una rete avvolgente di
condizionamenti, convenzioni, superstizioni, obblighi, divieti.
Il ricercatore deve distruggere tutti questi condizionamenti e, sulle loro rovine,
costruire la sua vera personalità con la propria visione della Realtà.
Conoscenza vuol dire liberazione. Solo la conoscenza ci rende liberi.
Prima di fare qualsiasi teoria sulla Vita, bisogna osservare la Vita in tutti i suoi
aspetti: sani e malati, vecchi e giovani, belli e brutti, fortunati e disgraziati, deboli e
potenti…
Stabiliamo una scala di credibilità o validità dei dati raccolti. Fidiamoci delle
nostre esperienze ripetute. Fidiamoci meno di una esperienza avvenuta una sola
volta nella vita. Fidiamoci ancor meno del racconto di una esperienza di un
familiare. Diffidiamo dell’esperienza di un estraneo. Diffidiamo dell’esperienza di
un estraneo raccontata a un altro estraneo e poi riferita a noi. Possiamo fidarci degli
estranei quando: molti testimoni, che non si conoscono fra loro, concordano nel
riferire un fatto; quando il resoconto non è l’apologia di religiosi o politici; né
proviene da fonti religiose o politiche.

Molto spesso prendiamo un fatto raccontato come vero solo perché si confà al
nostro modo di vedere e giudicare le cose e invece consideriamo falso un fatto che
ci costringe a rivedere le nostre convinzioni. È normale, tutti lo fanno, è un modo
di procedere che ci consente di risparmiare tempo ed energie, ma così facendo
forse perdiamo l'occasione di conoscere la verità.
La Verità non ha bisogno di pulpiti altisonanti che ci rassicurano con la loro
autorità, molto spesso intuiamo la verità osservando la realtà con gli occhi semplici
e disincantati di un bambino.
Un semplice fatto che accade proprio a noi ci può essere di grande insegnamento,
una esperienza che ci convince che non tutto può essere spiegato dalla ragione ma
che esiste un piano diverso di realtà, che gli schemi interpretativi sono limitati e
che esiste un ampio margine per l'ignoto.
Che l'uomo esulta quando trova un sasso più levigato in riva a un mare inesplorato.

Consideriamo gli stati mentali.


Va notato che per poter parlare di "stati mentali", bisogna specificare, come
avviene generalmente, che questi stati sono determinati dalla coscienza. L'esistenza
di stati mentali non si può evincere soltanto dall'apparente presenza di
intenzionalità, dato che molti oggetti presentano comportamenti che potrebbero
suggerire l'esistenza di una volontà. Per esempio alcuni congegni costruiti dai
cibernetici per simulare il comportamento di animali. Come possiamo stabilire che
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negli altri animali (o negli umani) esistono stati mentali? Non e' possibile inferire
la capacita' di soffrire dalla presenza di una serie di comportamenti che sono
funzionali all'evitare stimoli nocivi o al benessere di un organismo. Un termometro
ovviamente reagisce alle condizioni ambientali e risponde ad essi in una maniera
funzionalmente appropriata per tornare al proprio stato iniziale "preferito".
Naturalmente, sarebbe stupido attribuire al termometro la capacita' di "sentire" o
"provare" una forma di "dolore" termico. Anche mettendo tra virgolette queste
parole un'affermazione del genere appare ridicola. Criteri meramente
comportamentali, o di reazioni funzionali di difesa, non sono ne' sufficienti ne'
necessari per stabilire l'esistenza di uno stato mentale o la capacita' di provare
dolore. Possiamo quindi partire dal presupposto, generalmente accettato nelle
scienze (incluse quelle biologiche), che la materia e' l'unico elemento costitutivo
primordiale dell'universo. Un approccio scientifico materialista non nega
l'esistenza di qualità emergenti o funzionali come la mente, la coscienza e i
sentimenti (o della volontà), ma le considera dipendenti dall'esistenza di una
materia organizzata. Il software non può funzionare in assenza di hardware. Se non
c'è un cervello integro e vivente, non si può parlare di mente. Anche le versioni
attuali del dualismo e le teorie sulla mente considerano gli stati mentali dipendenti
dalla presenza di una materia sufficientemente organizzata. In breve, si può dire
che funzioni cognitive come la coscienza e la mente vengono viste come proprietà
emergenti di una materia sufficientemente organizzata. Cosi' come la respirazione
e' una funzione di un complesso sistema di organi chiamato sistema respiratorio,
allo stesso modo la coscienza e' una funzione delle immensamente complesse
capacita' del sistema nervoso centrale preposte a processare le informazioni. E'
possibile, teoricamente, che i computer del futuro, data un'integrazione
sufficientemente complessa di hardware e software, potranno sviluppare queste
qualità emergenti. Mentre questi computer attualmente non esistono, noi sappiamo
con certezza che alcuni organismi viventi di questo pianeta le possiedono.
Teoricamente sarebbe possibile che i computer del futuro, data una sufficiente
complessità e ordine dell'organizzazione dell'hardware e intelligenza del software,
mostrassero i requisiti per l'emergere di simili qualità. Mentre computer del genere
ancora non esistono, pero', sappiamo con certezza che alcuni organismi viventi in
questo pianeta presenta una complessità di strutture specializzate e altamente
organizzate sufficiente all'emergere di stati mentali. Le piante potrebbero
sviluppare stati mentali paragonabili al dolore, SE, e solo SE, possedessero la
requisita complessità di tessuti vegetali organizzati da preporre allo sviluppo di
stati mentali ed alla percezione del dolore. Non esiste evidenza morfologica che
tessuti di una simile complessità esistano nelle piante. Le piante non hanno le
strutture specializzate necessarie allo sviluppo di stati mentali. Ciò non significa
che esse non siano in grado di reazioni complesse, quanto che, qualora le
definissimo "dolore", le sovrastimeremmo. Viceversa, i mammiferi, gli uccelli o i
rettili possiedono strutture nervose che li rendono capaci di provare dolore, oltre
52
all'evidente necessità evolutiva dello sviluppo di una coscienza. Possiedono organi
sensori altamente specializzati e complessi e strutture specifiche per analizzare le
informazioni e organizzare centralmente un comportamento appropriato in
relazione a rappresentazioni mentali, integrazioni e riorganizzazioni delle
informazioni. Dimostrare che questi animali sono in grado di soffrire è
semplicissimo, mentre dimostrare che le piante possano provare dolore non
sarebbe giustificabile, nemmeno con i più grandi sforzi d'immaginazione.

Ognuno di noi sperimenta i propri stati mentali e attribuirli a chicchessia è


un'ipotesi sperimentalmente non verificabile. Il nostro io è connesso al nostro
corpo in un modo unico e particolare. Estrapolare ciò che proviamo dal nostro
punto di vista, fosse anche ad un'altra persona a noi molto vicino, a qualcos'altro
distinto da noi significa utilizzare le nostre osservazioni fenomenologiche delle
reazioni altrui come indizio della presenza di uno stato mentale che non può essere
altro che nostro. Il solipsismo può essere sostenuto con grande coerenza.
Per questo non possiamo sapere, in realtà, se le piante provano dolore quando le
potiamo, così come non abbiamo accesso agli stati mentali di un'altra persona.

3,5 miliardi circa di anni fa si verificarono le condizioni favorevoli allo sviluppo


della vita sulla Terra. Gli oceani del pianeta, in cui proliferavano e si andavano
sviluppando primitive forme di vita, subirono ulteriori trasformazioni, che in
seguito avrebbero favorito l'evoluzione di forme più complesse. Da quei primi,
semplici organismi monocellulari discendono i microrganismi, gli insetti, le piante
e tutte le specie animali attuali. Anche le trasformazioni dell'atmosfera hanno
influenzato lo sviluppo della vita così come noi la conosciamo.
Secondo gli antropologi la comparsa del primo rappresentante moderno della
nostra specie, l'Homo sapiens, risale a 100.000 anni fa, in Africa sudorientale. Con
la sua intelligenza e abilità, l'uomo riuscì ad adattarsi ai diversi ambienti molto più
facilmente e rapidamente delle altre specie e, nel corso di successive migrazioni, si
diffuse rapidamente in tutta l'Africa e nell'Asia nordorientale. L'Europa, l'Australia
e l'America del Nord furono raggiunte 70.000 anni più tardi. Approssimativamente
10.000 anni fa l'umanità popolava già la maggior parte delle terre emerse, tranne
alcune isole sperdute e l'Antartide; oggi, invece, all'uomo resta ben poco da
esplorare e tutte le terre, tranne forse quelle più inaccessibili e desolate, sono ormai
state colonizzate. La popolazione mondiale nel 1995 era di 5,7 miliardi (1995)
circa.
Una volta stabiliti nelle rispettive sedi ed essendo geograficamente isolati gli uni
dagli altri, i vari gruppi umani svilupparono caratteristiche fisiche diverse, che la
scienza considera il risultato dell'adattamento a condizioni ambientali quali
temperatura, altitudine, malattie e disponibilità delle risorse alimentari. Gli
appartenenti a una determinata razza generalmente hanno in comune il gruppo
sanguigno, le proteine del sangue, la costituzione fisica, la dentatura, l'aspetto e
53
l'attaccatura dei capelli, i tratti del viso e il colore della pelle, dei capelli e degli
occhi. Oggi, tuttavia, il moderno stile di vita, il progresso tecnologico e l'aumentata
mobilità di cui tutti godiamo rendono tutti questi tratti distintivi, emersi nel corso
di decine di migliaia di anni di relativo isolamento, non più determinanti per la
sopravvivenza della nostra specie.
Anche oggi sussistono importanti differenze tra i gruppi umani che popolano le
diverse aree geografiche; questi, tuttavia, non si distinguono più in base alle
condizioni ambientali in cui vivono, ma secondo la lingua, la cultura, la religione e
il modello economico adottato. Anche dal punto di vista della posizione geografica
l'umanità può essere suddivisa in gruppi a diversi livelli. Per convenzione, in
geografia si ricorre comunemente a raggruppamenti piuttosto vasti, quali gli Stati e
le regioni. È assai facile definire gli Stati poiché ci si basa sui loro confini politici.
Alcuni Stati, inoltre, hanno una forte identità geografica, essendo abitati da persone
con un'origine razziale e linguistica comune e appartenenti allo stesso sistema
economico e culturale. Altri Stati comprendono invece gruppi con radici
estremamente diverse, che agiscono in contesti sociali ed economici isolati. Le
suddivisioni regionali, al contrario, risultano spesso difficili da riportare
esattamente sulle carte geografiche, perché possono basarsi di volta in volta sulla
posizione fisica, sul clima o la morfologia del territorio, sulla storia culturale o il
tipo di attività economiche. Esistono infatti diversi criteri in base ai quali definire
una regione: la natura del suo paesaggio (desertico, montagnoso, o altro), la
religione e la lingua degli abitanti, o la coltura prevalente nel suo territorio. Inoltre,
molte regioni oltrepassano i confini nazionali, mentre altre sono comprese
all'interno di un solo Stato. Definire con precisione le regioni, per quanto difficile,
è tuttavia indispensabile per i geografi, perché sono proprio i fattori sociali,
culturali ed economici che ne determinano l'identità geografica.
La Terra è ricca di risorse, alcune, come l'acqua e i vegetali, indispensabili alla vita
umana, altre, come ferro e carbone, particolarmente utili. Data la loro scarsità, o la
difficoltà con cui sono reperibili, alcune risorse naturali, quali l'oro e l'uranio,
hanno un valore di scambio di gran lunga maggiore di altre più largamente
disponibili. Il valore relativo di un prodotto è determinato infatti da quella che in
economia si definisce legge della domanda e dell'offerta, che dipende
principalmente da due fattori: la quantità del prodotto e la richiesta. I prodotti sono
generalmente acquistati in luoghi in cui sono presenti in grandi quantità, e quindi a
basso costo, e trasportati in altri in cui sono invece scarsi e costosi per essere
scambiati con altri beni o con servizi. Oggi il mondo è una vasta rete in cui gli
esseri umani producono, trasportano, scambiano e consumano risorse, prodotti e
persino idee. Alcune regioni producono grano, altre petrolio, altre ancora
macchinari industriali e le une dipendono dalle altre. Ogni regione cerca di
aumentare al massimo il valore dei propri prodotti e di acquistare le risorse di cui è
priva al prezzo più basso possibile. Alcune regioni partecipano attivamente a
questo sistema mondiale, mantenendo stretti rapporti economici con ogni altra
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regione, altre invece ne restano escluse e riescono a intrattenere relazioni
economiche soltanto con poche regioni circostanti.
Dalla sua creazione, il mondo si è via via sviluppato in un sistema sempre più
complesso, di cui fanno parte tutte le forme di vita del pianeta, che consumano e
producono risorse in modi diversi; l'umanità, in particolare, ha assunto un ruolo
determinante grazie allo sviluppo di un'avanzata tecnologia e, unica fra tutte le
specie del pianeta, è divenuta consapevole dell'ambiente in cui vive. Aumentando
la comprensione del mondo da parte dell'uomo, migliora anche la sua capacità di
seguire i modelli e le tendenze e di prevedere gli sviluppi futuri. In questo modo,
diversamente dalle altre specie, è possibile basare le scelte dell'umanità non solo
sui suoi bisogni immediati, ma anche sui possibili risvolti futuri delle sue azioni. È
importante, al fine di prendere sempre le migliori decisioni, imparare quanto più è
possibile sul mondo e sugli uomini che lo popolano.

Dalla fine degli anni’80 - gli atti del primo storico convegno internazionale, a cura
di Charles G. Langton, Artificial Life, Reading (Mass.), Addison-Wesley, sono del
1989 - l’apporto della vita artificiale è stato importante dal punto di vista teorico.
Ha messo in discussione l’idea dominante che la vita risieda nella sostanza di ciò
che consideriamo “vivo”, nella costituzione fisica degli organismi, estendendo il
concetto di “vita”.

Prima della vita artificiale, dato che non si conoscevano altre forme di vita che
quelle presenti sul nostro Pianeta e dato che tutte queste sono di tipo organico (cioè
basate su composti del carbonio), si riteneva che la vita potesse essere fondata solo
sulla presenza del carbonio, cioè sulla costituzione fisica degli esseri definiti
“viventi” (detto in termini bruti: sull’hardware). Era la materia di cui erano fatti gli
organismi che definiva la vita. Gli studi sulla vita artificiale e le applicazioni che
ne sono derivate hanno invece generato nei computer creature che soddisfano i
principi fondamentali della vita (nascere, crescere, riprodursi, morire...) ma che
non sono di tipo organico, che sono fondate su algoritmi (in termini altrettanto
bruti: sul software).

La vita non è dunque basata sulla composizione fisica, sulla materia degli
organismi viventi (l’hardware) bensì, a livello più generale, sulle istruzioni che li
governano (il software), sul programma biologico/genetico che ne regola la
costituzione fisica e, conseguentemente, ne fonda l’esistenza e il comportamento.
La vita non risiede nei materiali ma sono i meccanismi e i processi a determinare il
discrimine tra la vita e gli altri fenomeni naturali.

Ma anche varie altre discipline, come la robotica, le nanotecnologie, l’intelligenza


artificiale, sono andate in questa direzione, e, oltre a eliminare vecchi pregiudizi
sulla natura della vita, hanno enfatizzato negli artefatti la capacità di adeguarsi al
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contesto, di rispondere a determinate occorrenze: hanno teso a riprodurre, in
definitiva, la dimensione della vita, dell’essere.

Si pensi alle capacità di autoregolazione e di autoprogrammazione di oggetti e


dispositivi di uso comune come computer, elettrodomestici, automobili, a
giocattoli complessi capaci di simulare alcuni semplici comportamenti degli esseri
viventi.

Vi è dunque, in definitiva, una convergenza verso la riproduzione della vita: nelle


macchine, negli artefatti, nei processi, noi cerchiamo di riprodurre la vita. Tale
convergenza può essere diretta oppure derivata. È diretta quando si interviene
attivamente sui meccanismi e sulle modalità del vivente oppure quando,
recependone la primità e l’efficacia, se ne tenta la simulazione o l’emulazione. È
derivata quando é la complessità stessa dei processi e degli artefatti tecnologici a
condurre nel campo del vivente, a conseguire proprietà analoghe a quelle del
vivente. È importante notare, ripercorrendo la mitologia e la storia, come questa
ricerca della vita, della creazione della vita, non sia un’esclusiva della nostra
contemporaneità bensì sia fra i desiderata più remoti e persistenti dell’umanità.

Il mito del golem ha radici profonde nella storia del pensiero e dei manufatti
dell'umanità.
Il nome GOLEM appare una sola volta nella Bibbia al verso 16 del salmo 138: " I
Tuoi occhi videro il mio golem..." dove il termine sta a indicare l'embrione umano,
l'esistenza imperfetta prima della creazione . Dal XII secolo i testi cabbalistici
alludono alla possibilità di scimmiottare l'opera divina simulando la creazione di
Adamo dal fango con un fantoccio d'argilla che, attraverso riti magici, poteva
animarsi ad una vita fittizia e robotica. Solo un secolo dopo i cabbalisti tedeschi
parlano di due mistici che hanno creato un uomo sulla cui fronte era scritta la
parola verità emet che lo animava . Cancellando la prima lettera restava met, cioè
morto, e l'automa crollava a terra inanimato. Nel Rinascimento si trova cenno del
golem in testi alchemici, in questo caso si parla di un piccolo uomo creato in una
storta o in un vaso. Il riferimento più noto è quello dell'Humunculus di Paracelso,
di cui farà menzione Goethe in una versione del suo Faust. Sul finire del XVII
secolo in Germania si diffonde la GOLEMLEGENDE che ha per protagonisti
quasi sempre rabbini e cabbalisti capaci di creare degli automi per essere aiutati nei
lavori domestici. Tale impresa venne pure attribuita a Sant'Alberto Magno. Nel
1808 Jacob Grimm elabora in forma romanzesca la leggenda ormai popolare del
golem costruito dal cabbalista e mago rabbi Loew (1515-1609) nella Praga di
Rodolfo II d'Asburgo, imperatore appassionato d'esoterismo e d'astrologia. In
questa versione il fantoccio d'argilla cresce a dismisura fino a minacciare chi lo
aveva creato. Il golem diviene quindi il punto di partenza per una variante del mito
antichissimo dell'apprendista stregone che già Luciano di Samosata riprese da fonti
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egizie nel Philopseudes. Sotto questo aspetto il golem diviene simbolo della
tecnica moderna e viene sfruttato da Achim von Arnim e da Hoffmann. La
filiazione più nota del golem in questo filone del romanzo gotico è senza dubbio il
Frankenstein di Mary Shelley pubblicato nel 1818. Una versione più moderna del
golem lo vede addirittura costruito come una specie di androide. Per l'esattezza si
sta parlando della novella di U.D. Horn (Der Rabby von Prag, 1842) e del libretto
di F.Hebbel per il dramma musicale di Rubinstein Ein Steinwurf (1858). In questo
caso il golem viene rappresentato come un uomo-macchina di legno con un
meccanismo ad orologeria all'interno della testa. Il rabbino lo ricarica tutte le
domeniche e l'automa si mette a vivere. Il venerdì preme su una molla e lo ferma.
Chiaramente un giorno la molla si guasterà e il golem, secondo la sua tradizionale
vocazione, si rivolterà al suo creatore. Solo nel 1915 esce Der Golem, il romanzo
dello scrittore e occultista praghese Gustav Meyrink .Recentemente ripubblicato,
ebbe una fortuna tale da rendere internazionale l'antico mito. La lettura che
Meyrink fa del golem rivela una sicura conoscenza, oltre che della mistica e
dell'esoterismo, del lavoro di Freud e Jung. Le allusioni costanti al sogno, alla
follia, all'allucinazione rinviano molto chiaramente alle teorie psicoanalitiche. La
figura stessa del Golem è nel romanzo di Meyrink una proiezione dell'inconscio
collettivo degli abitanti del ghetto. Pensieri, sentimenti, stati alterati della coscienza
che prendono forma e si animano in un'ambigua e sinistra creatura.

Nell'era moderna il mito del golem si incarna nel robot, nell'androide, costruzioni
dell'uomo che cercano di carpire il segreto della vita.
In molti film di fantascienza i robot si ribellano al loro creatore e cercano di
soppiantare l'uomo nel proseguo dell'evoluzione della vita sul pianeta Terra.
Un futuro inquietante in cui le macchine diventano coscienti di sé e competono con
l'uomo per i dominio del pianeta, e, ovviamente, sono dotate di potenzialità
immensamente superiori a quelle della debole natura umana.
Le macchine non mangiano, non dormono e sono dotate di una logica ferrea. Il
loro corpo è costituito di ferro e silicio e i loro muscoli sono di acciaio, non hanno
bisogno dell'ossigeno, di acqua, delle piante, degli animali; il loro potere sembra
smisurato, possono viaggiare nello spazio siderale.
Ma un robot può avere una coscienza?
Se anche, un giorno, un robot prendesse coscienza di sé, noi, solo osservandolo,
non potremmo mai sapere se è cosciente oppure no.
Potrebbe dirci: "Cogito ergo sum" ma questo non sarebbe sufficiente, noi non
potremmo mai sperimentare i suoi stati mentali così come non possiamo entrare
nella testa di nessuno, e non essendo, il robot, biologicamente simile a noi non
potremmo nemmeno ipotizzare che esso possegga stati mentali simili ai nostri.
E siccome nella costruzione di un robot non utilizziamo alcun principio che possa
portare alla coscienza, così sembra inverosimile che tale proprietà possa emergere
spontaneamente nel robot.
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La coscienza è un mistero non investigabile dalla scienza galileiana.
Si possono fare solo delle ipotesi più o meno verosimili.

Esistono dei confini che imbrigliano le leggi della natura inanimata.


Se tutti gli uomini fossero sterminati, questo non influenzerebbe le leggi della
natura inanimata. Ma la produzione di macchine cesserebbe, e finché non siano
rinati degli uomini, non potrebbero essere più formate macchine.[...]
Alcuni animali possono produrre strumenti, ma solo gli uomini possono costruire
macchine; le macchine sono artefatti umani, fatti di materia inanimata.
L’«Oxford Dictionary» descrive una macchina come «un apparato per applicare
potenza meccanica, costituito da un certo numero di parti interrelate, ciascuna con
una funzione definita». Potrebbe essere, per esempio, una macchina per cucire o
stampare. Assumiamo che la potenza che fa funzionare la macchina sia incorporata
in essa e trascuriamo il fatto che debba essere rinnovata di tanto in tanto. Possiamo
dire, allora, che la manifattura di una macchina consiste nel tagliare parti
opportunamente formate e adattarle insieme cosicché la loro azione meccanica
congiunta serva ad un possibile scopo umano.
La struttura delle macchine e il funzionamento della loro struttura sono così
modellati dall’uomo, anche se il loro materiale e le forze che le fanno funzionare
obbediscono alle leggi della natura inanimata. Costruendo una macchina e
fornendole potenza, imbrigliamo le leggi della natura all’opera nella sua materia e
nella sua potenza motrice e facciamo sì che esse servano al nostro corpo.
Questo imbrigliamento non è indistruttibile; la struttura della macchina e con essa
il suo funzionamento possono distruggersi. Ma questo non influenzerà le forze
della natura inanimata su cui si basava il funzionamento delle macchine;
semplicemente le libera dalle restrizioni che la macchina ha imposto loro prima di
distruggersi.
Così la macchina nel suo insieme opera sotto il controllo di due principi distinti.
Quello superiore è il principio del progetto della macchina e questo imbriglia
quello inferiore, che consiste nei processi fisico-chimici su cui la macchina si basa.
Noi formiamo comunemente tale struttura a due livelli nel condurre un
esperimento; ma vi è una differenza fra costruire una macchina e mettere su un
esperimento. Lo sperimentatore impone restrizioni alla natura al fine di osservare il
suo comportamento sotto queste restrizioni, mentre la costruzione di una macchina
restringe la natura al fine di imbrigliarne le operazioni. Ma possiamo prendere a
prestito un termine dalla fisica e descrivere ambedue queste utili restrizioni della
natura come l’imposizione di condizioni al contorno alle leggi della fisica e della
chimica.
Ho esemplificato due tipi di confini. Nella macchina il nostro interesse principale
risiedeva negli effetti delle condizioni al contorno, mentre in un dispositivo
sperimentale siamo interessati ai processi naturali controllati dai confini. Vi sono
molti esempi comuni di ambedue i tipi di confini. Quando un tegame contiene una
58
zuppa che stiamo cucinando, siamo interessati alla zuppa; e, parimenti, quando
osserviamo una reazione in una provetta, studiamo la reazione, non la provetta.
L’inverso è vero per una partita di scacchi. La strategia del giocatore impone
condizioni alle diverse mosse, che seguono le leggi degli scacchi, ma il nostro
interesse risiede nelle condizioni – cioè nella strategia, non nelle diverse mosse
come esemplificazioni delle leggi. E similmente, quando uno scultore modella una
pietra o un pittore compone un dipinto, il nostro interesse risiede nelle condizioni
imposte al materiale e non nel materiale in se stesso.
Possiamo distinguere questi due tipi di confini dicendo che il primo rappresenta un
confine del tipo provetta mentre il secondo è del tipo macchina. Spostando la
nostra attenzione, possiamo talvolta cambiare un confine da un tipo all’altro.
Tutte le comunicazioni formano un confine del tipo macchina, e questi confini
formano un’intera gerarchia di livelli consecutivi di azione. Un vocabolario pone
condizioni al contorno all’espressione della voce; una grammatica imbriglia le
parole a formare frasi; e le frasi sono modellate in un testo che veicola una
comunicazione. In tutti questi stadi siamo interessati alle condizioni imposte da un
potere comprensivo di restrizione, piuttosto che ai principi imbrigliati da esse.
I meccanismi viventi sono classificati come macchine.
Dalle macchine passiamo agli esseri viventi, ricordando che gli animali si
muovono meccanicamente e che hanno organi interni che svolgono funzioni come
fanno le parti di una macchina – funzioni che sostengono la vita dell’organismo
proprio come le macchine servono agli interessi dei loro utenti. Per secoli nel
passato le funzioni della vita sono state paragonate alle funzioni della macchina, e
la fisiologia ha tentato di interpretare l’organismo come una rete complessa di
meccanismi. Gli organi sono definiti di conseguenza dalle loro funzioni di
preservazione della vita.
Qualsiasi parte coerente dell’organismo è in effetti sconcertante per la fisiologia,
ed anche insignificante per la patologia, finché non si scopre il modo in cui essa
benefica l’organismo. E posso aggiungere che qualsiasi descrizione di tale sistema
in termini della sua topografia fisico chimica è priva di senso se non fosse che la
descrizione può richiamare nascostamente l’interpretazione fisiologica del sistema
– proprio come la topografia di una macchina è priva di senso finché non
ipotizziamo come funziona il dispositivo, e per quale scopo.
In questa luce l’organismo sembra essere, come una macchina, un sistema che
funziona secondo due principi differenti: la sua struttura serve come condizione al
contorno che imbriglia i processi fisico-chimici mediante cui i suoi organi
svolgono le loro funzioni. Così, può essere chiamato un sistema sotto controllo
duale. La morfogenesi, il processo attraverso il quale si sviluppa la struttura degli
esseri viventi, può essere quindi paragonato alla formazione di una macchina che
agirà come confine per le leggi della natura inanimata. Infatti, proprio come queste
leggi servono alla macchina, così esse servono anche all’organismo sviluppato.
Una condizione al contorno è sempre estranea al processo che essa delimita.
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Negli esperimenti di Galileo sulle palle che rotolano lungo un piano inclinato,
l’angolo d’inclinazione del piano non era derivato dalle leggi della meccanica, ma
fu scelto da Galileo. E come questa scelta dell’inclinazione era estranea alle leggi
della meccanica, così la forma e la confezione delle provette sono estranee alle
leggi della chimica. Lo stesso vale per confini del tipo macchina; la loro struttura
non può essere definita in termini delle leggi che essi imbrigliano. Né può un
vocabolario determinare il contenuto di un testo, e così via. Perciò, se la struttura
degli esseri viventi è un insieme di condizioni al contorno, questa struttura è
estranea alle leggi della fisica e della chimica, che l’organismo sta imbrigliando.
Così la morfologia degli esseri viventi trascende le leggi della fisica e della
chimica.
L’informazione del DNA genera meccanismi.
Ma l’analogia fra componenti di una macchina e funzioni vitali è indebolita dal
fatto che gli organi non sono formati artificialmente come le parti di una macchina.
È quindi un vantaggio trovare che il processo morfogenetico è spiegato in linea di
principio attraverso la trasmissione di informazione immagazzinata nel DNA,
interpretata in tal senso da Watson e Crick.
Si dice che un molecola di DNA rappresenta il codice – cioè una sequenza lineare
di elementi, la cui combinazione è l’informazione veicolata dal codice. Nel caso
del DNA, ciascuno degli elementi della serie consiste di una di quattro basi
organiche alternative (più precisamente: quattro alternative che consistono in due
posizioni di due differenti basi organiche composte). Tale codice veicolerà
l’ammontare massimo di informazione se le quattro basi organiche avranno eguale
probabilità di formare qualsiasi elemento particolare della serie. Qualsiasi
differenza nel legame delle quattro basi alternative, o nello stesso punto della serie
o tra due punti della serie, causerà il fatto che l’informazione veicolata dalla serie
cadrà al disotto del massimo ideale. Il contenuto di informazione del DNA è di
fatto noto per essere alquanto ridotto da tale ridondanza, ma io accetto qui
l’assunzione di Watson e Crick secondo cui questa ridondanza non impedisce al
DNA di funzionare efficacemente come un codice. Di conseguenza trascurerò per
brevità la ridondanza nel codice del DNA e parlerò di esso come se funzionasse in
modo ottimale, con la stessa probabilità che abbiano luogo tutti i suoi legami basici
alternativi.
Chiariamo cosa avverrebbe nel caso opposto. Supponiamo che la struttura effettiva
di una molecola di DNA fosse dovuta al fatto che il legami delle sue basi fossero
molto più forti di quanto i legami sarebbero per qualsiasi altra distribuzione delle
basi, quindi tale molecola di DNA non avrebbe alcun contenuto di informazione. Il
suo carattere di codice sarebbe cancellato da una ridondanza schiacciante.
Possiamo notare che questo è effettivamente il caso per una molecola chimica
ordinaria. Poiché la sua struttura regolare è dovuta ad un massimo di stabilità, che
corrisponde ad un minimo di energia potenziale, il suo carattere regolare manca
della capacità di funzionare come codice. La configurazione degli atomi che
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formano un cristallo è un altro caso di ordine complesso senza contenuto
informativo apprezzabile.
Vi è un tipo di stabilità che spesso si oppone alla forza stabilizzatrice di un’energia
potenziale. Quando un liquido evapora, ciò può essere inteso come un aumento di
entropia che accompagna la dispersione delle sue particelle. Si prende in
considerazione la tendenza dispersiva aggiungendo i suoi poteri a quelli
dell’energia potenziale, ma la correzione è trascurabile per casi di forti cadute di
energia potenziale o per basse temperature, o per ambedue. Possiamo trascurarla,
per semplificare le cose, e dire che le strutture chimiche stabilite dai poteri
stabilizzatori del legame chimico non hanno contenuto informativo apprezzabile.
Alla luce della teoria corrente dell’evoluzione, si deve assumere che la struttura di
codice del DNA sia sorta per una serie di variazioni causali stabilite per selezione
naturale. Ma questo aspetto evoluzionistico è qui irrilevante; qualunque possa
essere l’origine di una configurazione di DNA, essa può funzionare come codice
solo se il suo ordine non è dovuto alle forze dell’energia potenziale. Deve essere
fisicamente indeterminata come lo è la sequenza di parole su di una pagina
stampata. Come la disposizione di una pagina stampata è estranea alla chimica
della pagina stampata, così la sequenza di basi in una molecola di DNA è estranea
alla forza chimica all’opera nella molecola di DNA. È questa indeterminazione
fisica della sequenza che produce l’improbabilità del presentarsi di qualsiasi
frequenza particolare e perciò la mette in grado di avere un significato – un
significato che ha un contenuto di informazione matematicamente determinato
come eguale all’improbabilità numerica della combinazione.
Il DNA funziona come un programma.
Ma resta un punto fondamentale da considerare. Una pagina stampata può essere
un semplice miscuglio di parole e quindi non ha alcun contenuto di informazione.
Così il calcolo di improbabilità dà il possibile, piuttosto che l’effettivo contenuto di
informazione di una pagina. E questo si applica anche al contenuto di informazione
attribuito ad una molecola di DNA; la sequenza delle basi è ritenuta significativa
solo perché assumiamo con Watson e Crick che questa disposizione genera le
strutture della discendenza dotandola del proprio contenuto d’informazione.
Questo ci porta alla fine al punto cui miravo quando ho intrapreso ad analizzare il
contenuto di informazione del DNA: si può paragonare il controllo della
morfogenesi da parte del DNA alla progettazione e formazione di una macchina da
parte dell’ingegnere? Abbiamo visto che la fisiologia interpreta l’organismo come
una rete complessa di meccanismi, e che un organismo è – come una macchina –
un sistema sotto controllo duale. La sua struttura è quella di una condizione al
contorno che imbriglia le sostanze fisiche e chimiche dentro l’organismo al
servizio di funzioni fisiologiche. Così, generando un organismo, il DNA inizia e
controlla la crescita di un meccanismo che funzionerà come una condizione al
contorno all’interno di un sistema sotto controllo duale. E possiamo aggiungere
che lo stesso DNA è un sistema del genere, poiché ogni sistema che veicola
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informazione è sotto controllo duale, dato che ogni sistema del genere restringe ed
ordina, in funzione del veicolare, la sua informazione, vaste risorse di particolari
che sarebbero altrimenti lasciati al caso, ed agisce quindi come una condizione al
contorno. Nel caso del DNA questa condizione al contorno è un programma
dell’organismo in crescita.
Possiamo concludere che in ciascuna cellula dell’embrione è presente il duplicato
di una molecola di DNA che ha una disposizione lineare delle sue basi – una
disposizione che, essendo indipendente dalle forze chimiche all’interno delle
molecole di DNA, convoglia un ricco ammontare di informazione significativa. E
vediamo che quando quest’informazione modella l’embrione in crescita, essa
produce in esso condizioni al contorno che, essendo esse stesse indipendenti dalle
forze fisico-chimiche in cui sono radicate, controllano il meccanismo della vita
nell’organismo sviluppato.
Delucidare questa trasmissione è un compito principale dei biologi oggi.
Sorgono qui alcuni problemi accessori.
Abbiamo visto condizioni al contorno che introducono principi non suscettibili di
formulazione in termini di fisica o chimica in artefatti inanimati e in esseri viventi;
le abbiamo viste necessarie al contenuto di informazione in una pagina stampata o
nel DNA, ed introdurre principi meccanici in macchine così come nei meccanismi
della vita.
Vorrei aggiungere ora che condizioni al contorno di sistemi inanimati stabilite
dalla storia dell’universo si trovano nei domini della geologia, geografia ed
astronomia, ma che queste non formano sistemi di controllo duale.
Esse assomigliano sotto questo aspetto al tipo provetta dei confini di cui ho parlato
sopra. Quindi l’esistenza del controllo duale nelle macchine e nei meccanismi
viventi rappresenta una discontinuità fra macchine ed esseri viventi da un lato e
natura inanimata dall’altro lato, cosicché sia le macchine sia gli esseri viventi sono
irriducibili alle leggi della fisica e della chimica.
L’irriducibilità non deve essere identificata con il semplice fatto che l’unione delle
parti può produrre aspetti che non sono osservati nelle parti separate. Il sole è una
sfera e le sue parti non sono sfere, né la legge di gravitazione parla di sfere; ma la
mutua interazione gravitazionale fa sì che le parti del sole formino una sfera. Tali
casi di olismo sono comuni in fisica e in chimica. Si dice spesso che essi
rappresentino una transizione agli esseri viventi, ma non è così, poiché essi sono
riducibili alle leggi della materia inanimata, mentre gli esseri viventi non lo sono.
Ma esiste una continuità piuttosto differente fra la vita e la natura inanimata. Infatti
le origini della vita non differiscono nettamente dai loro antecedenti puramente
fisico-chimici. Si può riconciliare questa continuità con l’irriducibilità degli esseri
viventi richiamando il caso analogo di artefatti inanimati. Si consideri
l’irriducibilità delle macchine; nessun animale può produrre una macchina, ma
alcuni animali possono fare strumenti primitivi, ed il loro uso di questi strumenti
può essere difficilmente distinguibile dal semplice uso degli arti dell’animale. O si
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consideri un insieme di suoni che convogliano informazione; l’insieme di suoni
può essere tanto disturbato dal rumore che la sua presenza non è più chiaramente
identificabile. Possiamo dire quindi che il controllo esercitato dalle condizioni al
contorno di un sistema può essere ridotto gradualmente fino a svanire.
Il fatto che l’effetto di un principio superiore su di un sistema sotto controllo duale
possa avere qualsiasi valore fino a zero ci può permettere anche di concepire
l’emergenza continua di principi irriducibili con l’origine della vita.
Possiamo ora riconoscere principi addizionali irriducibili.
L’irriducibilità delle macchine e delle comunicazioni stampate ci insegna anche
che il controllo di un sistema da parte di condizioni al contrario irriducibili non
interferisce con le leggi della fisica e della chimica. Un sistema sotto controllo
duale si basa in effetti per le operazioni del suo principio superiore all’attività di
principi di livello inferiore, come le leggi della fisica e della chimica. I principi
superiori irriducibili sono addizionali alle leggi della fisica e della chimica. I
principi dell’ingegneria meccanica e della comunicazione delle informazioni, ed i
principi biologici equivalenti, sono tutti addizionali alle leggi della fisica e della
chimica.
Ma attribuisce la nascita di tali principi addizionali di controllo ad un processo
selettivo di evoluzione solleva serie difficoltà. La produzione di condizioni al
contorno nel feto in formazione attraverso la trasmissione ad esso
dell’informazione contenuta nel DNA presenta un problema. Lo sviluppo di un
programma nel meccanismo complesso che esso descrive sembra richiedere un
sistema di cause non specificabili in termini di fisica e chimica, essendo tali cause
addizionali sia alle condizioni al contorno del DNA sia alla struttura morfologica
determinata dal DNA.
Il principio mancante per costruire una struttura corporea sulla linea di
un’istruzione data dal DNA può essere esemplificato dai poteri rigenerativi di vasta
portata del riccio di mare in embrione, scoperti da Driesch, e dalla scoperta di Paul
Weiss che cellule embrionali completamente disperse si svilupperanno,
ammucchiate insieme, in un frammento dell’organo da cui essere erano state
isolate. Vediamo qui all’opera un potere integrativo, caratterizzato da Spemann e
da Paul Weiss come un «campo», che guida la crescita dei frammenti embrionali
fino alla formazione degli aspetti morfologici cui essi appartengono
embrionalmente. A queste guide morfogenetiche è data espressione formale nei
«paesaggi epigenetici» di Waddington. Essi mostrano graficamente che lo sviluppo
dell’embrione è controllato dal gradiente di forme potenziali, proprio come il moto
di un grave è controllato dal gradiente di energia potenziale.
Ricordate come Driesch ed i suoi sostenitori lottarono per far riconoscere che la
vita trascende la fisica e la chimica, argomentando che i poteri di rigenerazione
nell’embrione di riccio di mare non erano esplicabili con una struttura del tipo
macchina, e come la controversia è stata continuata, lungo linee simili, da parte di
coloro che insistevano che l’integrazione regolativa («equipotenziale» o
63
«organismica») era irriducibile a qualsiasi meccanismo del tipo macchina ed era
perciò irriducibile anche alle leggi della natura inanimata. Ora se macchine e
processi meccanici in esseri viventi sono in sé irriducibili alla fisica e alla chimica,
la situazione è mutata. Se le spiegazioni meccanicistiche ed organismiche sono
ambedue egualmente irriducibili alla fisica ed alla chimica, il riconoscimento di
processi organismici non porta più l’onere di essere la sola evidenza a favore
dell’irriducibilità degli esseri viventi. Una volta che possono essere riconosciute
capacità di campo di guidare la rigenerazione e la morfogenesi senza scomodare
questa questione principale, penso che l’evidenza in loro favore si troverà
convincente.
Vi è evidenza di principi irriducibili, addizionali a quelli dei meccanismi
morfologici, nella sensibilità che noi stessi sperimentiamo ed osserviamo
indirettamente negli animali superiori. La maggior parte dei biologi hanno messo
da parte questi fatti come considerazioni improduttive. Ma di nuovo, una volta che
si è riconosciuto, su altre basi, che la vita trascende la fisica e la chimica, non vi è
ragione per sospendere il riconoscimento del fatto ovvio che la coscienza è un
principio che fondamentalmente trascende non solo la fisica e la chimica ma anche
i principi meccanicistici degli esseri viventi.
Le gerarchie biologiche consistono in una serie di condizioni al contorno.
La teoria delle condizioni al contorno riconosce i livelli superiori della vita come
formanti una gerarchia, ogni livello della quale si basa per le sue operazioni sui
principi dei livelli inferiori, anche se è esso stesso irriducibile a questi principi
inferiori. Illustrerò la struttura di questa gerarchia mostrando il modo in cui cinque
livelli formano una composizione letteraria espressa a parole.
Il livello più basso è la produzione di una voce; il secondo, l’espressione di parole;
il terzo, l’unione delle parole a formare frasi; quarto, la funzione delle frasi in uno
stile; il quinto, ed il più alto, la composizione del testo.
I principi di ciascun livello operano sotto il controllo dei livelli superiori
successivi. La voce che producete è modellata in parole da un vocabolario; un dato
vocabolario è modellato in frasi in accordo con una grammatica; e le frasi sono
adattate ad uno stile, che a sua volta è fatto per esprimere le idee della
composizione. Così ciascun livello è soggetto a controllo duale:
1. controllo in accordo con le leggi che si applicano ai suoi elementi in se stessi, e
2. controllo in accordo con le leggi dei poteri che controllano l’entità comprensiva
formata da questi elementi.
Tale controllo multiplo è reso possibile dal fatto che i principi che governano i
particolari isolati di un livello inferiore lasciano indeterminate condizioni che
devono essere controllate da un principio superiore. La produzione di voce lascia
largamente aperta la combinazione di suoni in parole, che è controllata da un
vocabolario. Quindi, un vocabolario lascia largamente aperta la combinazione di
parole a formare frasi, che è controllata dalla grammatica, e così via. Di
conseguenza, le operazioni di un livello superiore non possono essere spiegate
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dalle leggi che governano i suoi particolari al livello immediatamente inferiore.
Non si può derivare un vocabolario dalla fonetica; non si può derivare la
grammatica da un vocabolario; un uso corretto della grammatica non spiega il
buono stile; e un buono stile non fornisce il contenuto di un pezzo di prosa.
Gli esseri viventi comprendono un’intera sequenza di livelli che formano una
gerarchia del genere. I processi al livello più basso sono causati dalle forze della
natura inanimata, ed i livelli superiori controllano completamente le condizioni al
contorno lasciate aperte dalle leggi della natura inanimata. Le funzioni inferiori
della vita sono quelle chiamate vegetative; queste funzioni vegetative, che
sostengono la vita al suo livello più basso, lasciano aperte – sia nelle piante che
negli animali – le funzioni superiori della crescita e negli animali lasciano aperte
anche le operazioni della azioni muscolari; quindi, a loro volta, i principi che
governano le azioni muscolari negli animali lasciano aperta l’integrazione di tali
azioni in modelli innati di comportamento; e, di nuovo, tali modelli sono aperti a
loro volta ad essere modellati dall’intelligenza, mentre l’attività della stessa
intelligenza può essere messa nell’uomo in condizione di servire ai principi ancora
più elevati della scelta responsabile.
Ciascun livello si basa per le sue operazioni su tutti i livelli soggiacenti. Ciascuno
riduce la portata di quello immediatamente inferiore imponendo ad esso un confine
che lo imbriglia al servizio del livello immediatamente superiore, e questo
controllo è trasmesso per stadi giù giù fino al livello inanimato di base.
I principi addizionali al dominio della natura inanimata sono il prodotto di
un’evoluzione, i cui stadi più primitivi mostrano solo funzioni vegetative.
Questa progressione evolutiva è descritta di solito come una complessità crescente
ed una crescente capacità di mantenere lo stato del corpo indipendente
dall’ambiente. Ma se noi accettiamo l’opinione che gli esseri viventi formano una
gerarchia in cui ogni livello superiore rappresenta un principio distintivo che
imbriglia il livello sottostante (essendo esso stesso irriducibile ai suoi principi
inferiori), quindi la sequenza evolutiva acquista un significato nuovo e più
profondo. Possiamo riconoscere allora una progressione strettamente definita, che
parte dal livello inanimato verso sempre più alti principi addizionali della vita.
Questo non significa dire che i livelli della vita sono del tutto assenti in stadi
precedenti dell’evoluzione. Essi possono essere in tracce assai prima di diventare
prominenti. L’evoluzione può esser vista allora come una progressiva
intensificazione dei principi superiori della vita. Questo è ciò di cui siamo
testimoni nello sviluppo dell’embrione e del bambino che cresce, processi affini
all’evoluzione.
Ma questa gerarchia di principi solleva ancora una volta una difficoltà seria.
Sembra impossibile immaginare la sequenza dei principi superiori, che
trascendono ulteriormente ad ogni stadio le leggi della natura inanimata, sono
presenti in forma incipiente nel DNA e sono pronti ad essere trasmessi alla
discendenza. Il concetto di programma non riesce a spiegare la trasmissione di
65
facoltà, come la coscienza, che nessun dispositivo meccanico può possedere. È
come se la facoltà della visione dovesse essere resa intelligibile ad una persona
nata cieca da un capitolo sulla fisiologia dei sensi.
Appare allora che il DNA evoca l’ontogenesi dei livelli superiori, piuttosto che
determinare questi livelli. E ne seguirebbe che l’emergenza del tipo di gerarchia
che io ho qui definito può essere solo evocata, ma non determinata da eventi
atomici o molecolari.
Comprendere una gerarchia necessita concezioni «da-a».
Ho detto prima che la trascendenza dell’atomismo da parte del meccanicismo si
riflette nel fatto che la presenza di un meccanismo non è rivelata dalla sua
topografia chimico-fisica.
Possiamo dire la stessa cosa di tutti i livelli superiori: la loro descrizione in termini
di qualsiasi livello inferiore non ci parla della loro presenza. In genere possiamo
discendere ai componenti di un livello inferiore analizzando un livello superiore,
ma il processo inverso implica un’integrazione dei principi del livello inferiore, e
quest’integrazione può andare oltre le nostre possibilità.
In pratica questa difficoltà può essere evitata da un’importante qualificazione. Per
prendere un esempio comune, supponiamo che abbiamo ripetuto una parola
particolare, facendo grande attenzione al suono che stiamo facendo, finché questi
suoni hanno perso il loro significato per noi; possiamo recuperare questo
significato prontamente evocando il contesto in cui la parola è comunemente usata.
Atti successivi di analisi e di integrazione sono di fatto in genere usati per
approfondire la nostra comprensione di entità complesse che comprendono due o
più livelli.
Tuttavia la differenza strettamente logica tra due livelli successivi resta. Si può
guardare ad un testo scritto in un linguaggio che non si comprende e vedere le
lettere che lo formano senza essere coscienti del loro significato, ma non si può
leggere un testo senza vedere le lettere che ne veicolano il significato. Questo ci
mostra due maniere differenti e mutuamente esclusive di essere coscienti del testo.
Quando guardiamo alle parole senza comprenderle, focalizziamo su di esse la
nostra attenzione, mentre, quando leggiamo le parole, la nostra attenzione è diretta
al loro significato, come parte di un linguaggio.
Siamo coscienti quindi della parole solo in modo sussidiario, in quanto prestiamo
attenzione al loro significato. Così nel primo caso guardiamo alle parole, mentre
nel secondo, guardiamo a partire da esse al loro significato; il lettore di un testo ha
una conoscenza da-a del significato delle parole, mentre ha solo una
consapevolezza a partire da delle parole che sta leggendo; se egli potesse spostare
interamente la sua attenzione verso le parole, queste perderebbero per lui il loro
significato linguistico.
Così una condizione al contorno che imbriglia i principi di un livello inferiore al
servizio di un nuovo, superiore livello, stabilisce una reazione semantica fra i due
livelli. Quello superiore comprende le operazioni dell’inferiore e così forma il
66
significato dell’inferiore. E come noi saliamo lungo una gerarchia di confini,
raggiungiamo sempre più elevati livelli di significato.
La nostra comprensione dell’intero edificio gerarchico si approfondisce via via che
ci muoviamo di passo in passo sempre più in alto.
La successione dei confini influenza la nostra visione scientifica.
Il riconoscimento di un’intera sequenza di principi irriducibili trasforma i passi
logici per la comprensione dell’universo degli esseri viventi. L’idea che ci viene da
Galileo e Gassendi, che ogni tipo di cose debba esser compreso in ultima istanza in
termini di materia in moto, è confutata. Lo spettacolo della materia fisica che
forma la base fondamentale tangibile dell’universo appare quasi vuoto di
significato. La topografia universale delle particelle atomiche (con le loro velocità
e forze) che, secondo Laplace, ci offre una conoscenza universale di tutte le cose
sembra contenere a mala pena qualche conoscenza interessante. Le affermazioni,
successive alla scoperta del DNA, secondo cui tutto lo studio della vita potrebbe
ridursi alla fine alla biologia molecolare, hanno mostrato ancora una volta che
l’idea laplaciana di conoscenza universale è ancora l’ideale teorico delle scienze
naturali; l’opposizione corrente a queste dichiarazioni ha spesso confermato questo
ideale, difendendo lo studio dell’organismo nel suo insieme solo come un
approccio temporaneo. Ma l’analisi della gerarchia degli esseri viventi mostra che
ridurre questa gerarchia a particolari ultimi significa cancellare la nostra stessa
visione di essa. Tale analisi prova che questo ideale è sia falso sia distruttivo.
Ciascun livello separato di esistenza è ovviamente interessante in se stesso e può
essere studiato in se stesso. La fenomenologia ha insegnato ciò mostrando come
salvare i livelli più alti, meno tangibili di esperienza non tentando di interpretarli in
termini delle cose più tangibili in cui è radicata la loro esistenza. Questo metodo
era inteso a prevenire la riduzione dell’esistenza mentale dell’uomo a strutture
meccaniche. I risultati del metodo sono stati abbondanti ed ancora lo sono, ma la
fenomenologia ha lasciato intatto l’ideale della scienza esatta e così non è riuscita
ad assicurare l’esclusione delle sue tesi. Così gli studi fenomenologici sono
riamasti sospesi sopra un abisso di riduzionismo. Inoltre, la relazione dei principi
superiori con le operazioni dei livelli in cui essi sono radicati fu persa del tutto di
vista.
Ho menzionato come debba essere studiata una gerarchia controllata da una serie
di principi di confine. Quando esaminiamo qualsiasi livello superiore, dobbiamo
rimanere consapevoli in modo sussidiario dei suoi fondamenti nei livelli inferiori e,
volgendo la nostra attenzione a questi, dobbiamo continuare a vederli come
influenti sui livelli al disopra di essi. Questa alternanza di dettaglio e di
integrazione certo lascia aperti molti rischi. Il dettaglio può portare ad eccessi di
pedanteria, mentre integrazioni troppo ampie possono offrirci un vago
impressionismo. Ma il principio delle relazioni stratificate offre almeno un quadro
razionale per una ricerca sugli esseri viventi ed i prodotti del pensiero umano.

67
Ho detto che la discesa analitica dai livelli superiori ai loro sussidiari di solito è
fattibile in qualche misura, mentre l’integrazione di elementi di un livello inferiore
tanto da predire il loro possibile significato in un contesto superiore può andare
oltre l’ambito delle nostre capacità di integrazione. Posso ora aggiungere che le
stesse cose possono apparire dotate di un significato congiunto se viste da un certo
punto di vista, ma prive invece di questa connessione se viste da un altro punto di
vista. Da un aeroplano possiamo vedere le tracce di siti preistorici che, lungo i
secoli, sono passate inosservate da parte delle persone che ci passavano sopra; in
effetti, una volta atterrato, lo stesso pilota può non vedere più queste tracce.
La relazione della mente con il corpo ha una struttura simile. Il problema mente-
corpo nasce dalla disparità fra l’esperienza di una persona che osserva un oggetto
esterno, per esempio un gatto, ed un neurofisiologo che osserva il meccanismo
corporeo mediante il quale la persona vede il gatto.
La differenza nasce dal fatto che una persona posta all’interno del suo corpo ha una
conoscenza a partire da delle risposte corporee evocate dalla luce nei suoi organi di
senso, e questa conoscenza a partire da integra il significato congiunto di queste
risposte a formare la visione del gatto; mentre il neurofisiologo che guarda a queste
risposte dall’esterno ha solo una conoscenza a di esse che, come tale, non è
integrata nella visione del gatto.
Questa è la stessa dualità che esiste fra l’aviatore e il pedone nell’interpretare le
stesse tracce; ed è anche la stessa che esiste fra una persona che, quando legge una
frase scritta, vede il suo significato ed un’altra persona che, essendo ignorante del
linguaggio, vede solo lo scritto. La mente è il significato di certi meccanismi
corporei; essa è persa di vista quando guardiamo ad essi in modo focale.
La consapevolezza della mente e del corpo ci pone quindi di fronte due cose
differenti. Grazie all’esistenza di due tipi di consapevolezza – la focale e la
sussidiaria – possiamo distinguere nettamente fra la mente come un’esperienza da-
a ed i sussidiari di quest’esperienza quando sono visti in modo focale, come un
meccanismo corporeo. Possiamo allora vedere che, sebbene radicata nel corpo, la
mente è libera nelle sue azioni – esattamente come il nostro senso comune sa che
essa è libera. La mente imbriglia meccanismi neuro-fisiologici; sebbene essa
dipenda da essi, non è determinata da essi.
Inoltre, la stessa mente include una sequenza ascendente di principi. Le sue
funzioni appetitive ed intellettuali sono trascese da principi di responsabilità. Così
lo sviluppo dell’uomo fino ai suoi livelli più elevati appare avere luogo lungo una
sequenza di principi crescenti. E vediamo questa gerarchia evolutiva costruita
come una successione di confini, ciascuno rivolto verso realizzazioni superiori
imbrigliando gli strati al disotto di esso, cui essi stessi non sono riducibili. Questi
confini controllano una serie crescente di relazioni che possiamo comprendere solo
essendo coscienti delle loro parti costitutive in modo sussidiario, riferendole al
livello superiore al cui servizio esse sono.

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Il riconoscimento di certe impossibilità di base ha posto i fondamenti di alcuni
principi fondamentali della fisica e della chimica; in modo simile, il
riconoscimento dell’impossibilità di comprendere gli esseri viventi in termini di
fisica e di chimica, lungi dal porre limiti alla nostra comprensione della vita, la
guiderà nella direzione giusta. Ed anche se la dimostrazione di questa impossibilità
dovesse risultare di non grande vantaggio per lo sviluppo della ricerca, essa
aiuterebbe a disegnare un’immagine della vita e dell’uomo più vera di quella che
presentano le attuali concezioni di base della biologia.

Se diamo per scontato che ogni cosa che ha avuto un'origine è destinata ad avere
anche una fine, dobbiamo dedurre che la morte è parte costitutiva della vita
dell'universo.
In che modo però si può trarre la conclusione che, siccome anche l'universo ha
avuto un'origine, anch'esso è destinato a finire? E' possibile cioè credere che la
morte sia una legge dell'universo che non minaccia la sopravvivenza dell'universo
stesso?
Oppure dovremmo essere portati ad affermare il contrario, e cioè che l'attuale
configurazione dell'universo è strettamente correlata alla conformazione della terra,
per cui il destino dell'universo e della terra è analogo?
E' cioè possibile ipotizzare l'idea che, essendo la terra un prodotto "finale"
dell'universo, la sua evoluzione è interdipendente, strettamente interconnessa, con
quella dell'universo? E che pertanto la morte dell'attuale conformazione del nostro
pianeta coinciderà con la morte dell'attuale configurazione dell'universo?
In una parola: la morte inevitabile che attende l'intero universo comporterà la fine
di ogni cosa o soltanto la sua trasformazione?
Se si ponessero l'essere e il nulla sullo stesso piano, non si avrebbe alcun vero
inizio, a meno che non si volesse considerare il nulla come parte dell'essere: ma
allora i due principi non sarebbero equivalenti.
Che il nulla sia parte dell'essere è una legge dell'universo; non c'è "essere puro" che
non conosca la legge della trasformazione della materia. Cionondimeno bisogna
affermare che l'essere ha una priorità ontologica sul nulla, nel senso che non c'è
"nulla" in grado di distruggere l'essere. L'essere ha un primato che impedisce alla
morte di essere la fine della vita.
Se essere e nulla coincidessero o si equivalessero, non si spiegherebbe l'origine
dell'universo, poiché non vi sarebbe una ragione sufficiente (necessaria, non la
"migliore possibile", come diceva Leibniz) che ne spieghi la nascita. Se invece il
nulla è parte dell'essere, lo è solo nel senso che la morte è finalizzata alla
conservazione o comunque alla trasformazione dell'essere.
Ma se la morte ha questo scopo, essa non può avere la caratteristica della
permanenza eterna (invarianza). La morte va considerata come un processo
transitorio, un fenomeno temporale, interno a una dimensione, i cui confini, per il

69
momento, ci sfuggono (ancora infatti non conosciamo il momento esatto in cui
l'attuale configurazione dell'universo è nata, né possiamo prevederne la fine).
Praticamente l'attuale esistenza in vita del pianeta terra rende irrilevante la morte
dei singoli individui che fino ad oggi l'hanno abitato. Finché sussiste la condizione
formale, estrinseca, che permette all'uomo di riprodursi o comunque di evolvere, la
morte del singolo non ha un valore assoluto, nemmeno per chi l'ha vissuta, poiché
fino a quando la terra sarà in vita, il significato della morte del singolo non potrà
essere disgiunto dal significato del nostro pianeta o comunque dell'intero genere
umano. La morte dei singoli non intacca l'evoluzione del genere umano.
Una morte potrebbe essere considerata assoluta, da tutti i punti di vista, se si
distruggessero definitivamente le condizioni formali della sopravvivenza, cioè
della riproduzione. L'uomo è in grado di fare questo nell'ambito della terra? Le
leggi dell'universo glielo permetterebbero? E' forse possibile dimostrare la propria
indipendenza da tali leggi, autodistruggendosi? Non è forse questa una
contraddizione in termini?
In ogni caso, finché le condizioni della sopravvivenza restano inalterate, la morte
di ogni singolo essere umano non può essere considerata che come una
prefigurazione della futura morte e del pianeta terra e dell'universo attuale. La
differenza sostanziale sta nel fatto che la morte del singolo essere umano non può
mai avere quel carattere di assolutezza che può avere la morte del nostro pianeta e
dell'attuale universo.
Finché moriranno solo i singoli noi saremo costretti a pensare che il significato
della loro vita (e quindi della loro morte) rientra nel più generale significato
dell'universo e del suo prodotto finale: la terra. Nel senso che la morte del singolo
essere umano rientra nel destino complessivo, globale della terra e, di
conseguenza, in quello dell'attuale universo.
L'universo pare abbia un progetto sulla terra, quello di portarla a distruzione (il che
implica una trasformazione e non un annullamento). La realizzazione di questo
progetto comporta però una retroazione sulla stessa attuale configurazione
dell'universo, nel senso che anche l'universo subirà una corrispondente
trasformazione.
La morte del nostro pianeta rientra dunque in un progetto che è sostanzialmente di
vita. La morte, in senso stretto, non è che un passaggio, una transizione da una
forma di vita a un'altra, in cui nulla del passato viene perduto. L'identità infatti sta
nella memoria, oltre che nel desiderio.
Questo significa che all'origine dell'universo c'è l'essere, cioè la vita, non la morte.
La morte è un processo della vita, che aiuta la vita a perfezionarsi. La morte è una
sorta di trasformazione della materia che rende la materia più complessa, più
perfetta.
Oggi riusciamo ad avere coscienza di una grande complessità delle cose. Ciò sta a
significare che l'esperienza della morte dei singoli individui non c'impedisce di
comprendere sempre meglio la complessità o comunque la vera essenza delle cose.
70
Praticamente il genere umano non muore mai come genere. Progredisce all'infinito,
in forme e modi che per il momento non possiamo sapere. Il genere umano
potrebbe progredire così tanto, potrebbe maturare una coscienza così grande da
avvertire come troppo stretti, troppo angusti, i confini dell'attuale universo.
E' probabile, sotto questo aspetto, che lo scopo dell'universo sia quello di far
prendere coscienza all'uomo della propria infinità. C'è dunque nell'universo un
finalismo che solo dal punto di vista dell'uomo possiamo comprendere.
Microcosmo e macrocosmo si equivalgono.
Non dobbiamo quindi dimenticarci che quanto più ci avviciniamo alla
comprensione di tale finalismo, tanto più avvertiamo l'universo come troppo
piccolo per la nostra coscienza. Esiste quindi una responsabilità cui non possiamo
sottrarci: l'umanità ha il compito di evolvere verso l'autocoscienza. Qui forse sta il
senso della irreversibilità del tempo.

Ma se dobbiamo imparare qualcosa dall'evoluzione avvenuta sulla Terra dobbiamo


convenire che non v'è stata specie che non si sia estinta.
La grande lezione dei dinosauri ci insegna che la vita è precaria nell'universo.
Che l'uomo possa essere una eccezione è difficile crederlo.
Prima i rettili, poi i mammiferi, poi l'uomo, e dopo le macchine o forse gli insetti.

Alle soglie del XXI secolo gli scienziati si pongono come oggetto di studio un
fenomeno che prima avevano cercato di evitare con cura: il fenomeno della
coscienza.
Voglio qui riportare l'ipotesi di Montecucco sul tema della coscienza.

Ipotesi coscienza: la coscienza del sé come 'cuore' degli esseri viventi


di Nitamo Federico Montecucco
Non solo Dian Fossey con i suoi gorilla di montagna o i coniugi Lilly con i delfini
o Donald Griffin con le sue ricerche sulla coscienza animale, ma anche tutti gli
esseri umani che sono entrati in profondo amore ed empatia con gli animali sono
stati affascinati della loro sensibilità e della loro intelligenza. Non solo San
Francesco ma i mistici di ogni tempo hanno espresso con convinzione anche
maggiore questa esperienza di comunione con i nostri fratelli più primitivi: per loro
anche gli animali hanno coscienza! Ora anche il mondo scientifico sta riscoprendo
l'affascinante e ineffabile dimensione della coscienza animale.
Fino a pochi anni fa la linea scientifica ufficiale, sviluppatasi dall'impostazione
cartesiana, sentenziava che gli animali sono delle macchine biologiche, mosse da
puri istinti e quindi senza nessuna libertà di decisione ne tantomeno coscienza di
se. Ora questa linea di tendenza cozza contro i dati e le osservazioni dei biologi,
degli etologi e dei neuropsicologi più avanzati, come Lorenz, Bateson, Lilly,
Bonner e altri di cui potrete leggere negli articoli di questo dossier. A questa nuova
tendenza, che considera gli animali come esseri dotati di una loro mente, sensibilità
71
e intelligenza, si sono anche affiancati fisici, cibernetici, psicanalisti e filosofi che
sono giunti a queste considerazioni partendo da altre esperienze.
Vorrei contribuire a questa profonda rivalutazione dell'aspetto psichico intrinseco
in ogni essere vivente con una proposta teorica particolarmente provocatoria che
potenzialmente potrebbe permettere un alto grado di unificazione tra le differenti
aree culturali coinvolte su questi temi.
La mia ipotesi di lavoro è che la coscienza sia il vero 'nucleo originario' di ogni
forma di vita, inclusa quella atomica.
La 'coscienza', definita come 'la capacità di percepire il significato di una
informazione', è presente in ogni essere vivente, anzi ne rappresenta il 'cuore',
l'essenza.
Benché questo sia per me e molti altri amici e collaboratori un fatto ormai ben
compreso e documentato, ritengo, dati i condizionamenti culturali, scientifici e
religiosi che ancora ostacolano la visione del singolo scienziato, che sia necessario
presentare questa nuova visione dei fenomeni come se fosse ancora tutta da
dimostrare, proponendola come 'ipotesi coscienza'.
Sotto il termine coscienza, dizionario alla mano, si celano in realtà innumerevoli
concetti: la definizione che ho proposto permette di ribaltare completamente tutte
le definizioni fino ad ora utilizzate e permettere di interpretare su base informatico-
cibernetica i fenomeni mentali presenti nelle unità biologiche e il loro sviluppo
cronologico.
Nella capacità di autodeterminazione o 'volontà' che i batteri hanno dimostrato di
avere sui processi di mutazione del loro codice genetico, è racchiusa la logica
stessa del vivente.
Prendiamo una cellula, essa è un 'mondo vivente', una sfera composta da miliardi
di atomi in continuo e incessante scambio di informazioni; la cellula vive proprio
grazie a questa continua comunicazione interna in cui ogni elemento dell'insieme
'informa' e viene informato dall'insieme stesso. Su questa 'rete unitaria di
informazioni', sono veicolati i dati sullo stato fisico, sui bisogni biochimici, e sulle
necessità dell'intero sistema. Gli esseri viventi sono dal punto di vista della
termodinamica di Prigogine dei 'sistemi lontani dall'equilibrio' ossia dei sistemi
instabili che, per esistere, devono continuamente scambiare materia e informazioni
con l'esterno e che necessitano di un continuo lavoro per mantenere il proprio
equilibrio vitale; questo equilibrio instabile è mantenuto grazie ad una ininterrotta
comunicazione, elaborazione e gestione delle informazioni. È necessario chiederci:
qual è la base dell'unitarietà di questa gestione di informazioni?
Non potrebbe esserci vita senza questa continua comunicazione in rete ed è
implicito che la cellula, nel suo insieme, deve essere in grado di percepire il
significato di queste informazioni.
L'unità cellula, matrice di tutte le più complesse forma di vita, esiste in quanto è
cosciente del significato di tutti gli elementi di cui è composta e quindi, in ultima
analisi, è cosciente della sua globalità. Considero questa coscienza unitaria delle
72
informazioni presenti nella propria struttura come la matrice del fenomeno
dell'individualità biologica, dell'identità o self cellulare.
La coscienza delle informazioni dell'intera rete costituisce la base delle coscienza
di sé.
Cyber (dal greco Kubernetes: colui che governa, che dirige) è il termine che ho
scelto per designare questa coscienza unitaria globale che 'governa' le attività di
ogni organismo vivente.
Ritorniamo alla biologia, questo concetto di coscienza, in realtà, è usato
costantemente anche se non viene mai definito.
Quando parliamo di un cane facciamo riferimento a quella unità in quanto sistema
vivente e non al fatto che sia un agglomerato di alcuni miliardi di atomi. I1
concetto di identità, di sé, fino ad ora è stato usato in modo scontato proprio come,
prima di Newton, era scontato considerare l'esistenza della forza di gravità benché
non esistesse il concetto scientifico. Quando cerchiamo di uccidere una zanzara
non abbiamo dubbi che lei sa di esistere e che, per vivere, deve sfuggirci. Ogni
essere vivente sa di esistere e la sua stessa vita è strettamente legata alla sua
coscienza di sé stesso, dell'ambiente e delle strategie per sopravvivere.
Ogni essere vivente è quindi una unità di coscienza, un cyber.
Tutto ciò è assolutamente logico e autoevidente, che cambia è solo la nuova
prospettiva introdotta con questa ipotesi di coscienza.
Oltre all'analogia della rete di informazioni è possibile e interessante studiare ogni
essere vivente come un 'campo di coscienza' ossia un'area di spazio in cui le
informazioni sono percepite ed elaborate in modo unitario e finalizzato.
I1 processo di evoluzione sarebbe quindi studiato come lo svilupparsi nello spazio,
nel tempo e nella complessità delle unità di coscienza. Dai pochi micron del campo
di coscienza di un batterio, ai millimetri dei più semplici multicellulari ai metri e ai
chilometri del vertebrati, l'ampiezza del campo di informazione gestito dall'unità di
coscienza diventa sempre più espanso, efficiente e complesso, fino all'essere
umano in grado di espandere il suo campo di coscienza dai livelli subatomici fino
agli spazi extragalattici.
Ad ogni salto o espansione evolutiva alla base delle conoscenze acquisite si
aggiunge un ulteriore livello di organizzazione e di capacità di gestire
informazioni. Ad ogni salto evolutivo aumenta il grado di libertà del sistema
vivente che, ora, trova il suo massimo nella libertà dell'uomo. Ma è solo una
differenza, una lunga scala di innumerevoli gradini, e questo non consente certo di
sentenziare che l'uomo è l'unico essere cosciente o dotato di libero arbitrio: ancora
breve è la differenza che ci separa dagli altri animali'.
La struttura di ogni essere vivente parte da un identico schema per poi evolversi
nello spazio, nel tempo e nella complessità.
Analizzando in dettagli le attività biologiche e informatiche della cellula risulta
evidente che non solo la cellula nella sua totalità è in grado di percepire il
significato delle informazioni presenti al suo interno e che le giungono dall'esterno
73
ma è anche in grado di decodificarle e integrare questo nuovo significato con quelli
delle informazioni presenti nel suo codice genetico fino ad elaborare una risposta
da utilizzare operativamente per la sua stessa sopravvivenza. Ogni cellula, in altri
termini ha coscienza delle informazioni che percepisce, le memorizza, le integra
con quelle che ha già ricevuto ed elabora strategie di intelligenza e finalità.
In altri termini la cellula è già in grado, seppure su una scala di differente
complessità, di fare le stesse operazioni mentali che sono state reputate proprie
dell'uomo.
Appare evidente che utilizzando questa definizione cibernetica di coscienza ogni
aspetto della vita diventa un fenomeno di coscienza in quanto in ogni fenomeno
biologico sono necessariamente implicati processi di percezione di
informazioni e della loro elaborazione, memorizzazione e utilizzo finalizzato.
Oltre le concezioni dicotomiche
Con questa concezione non è più necessario quindi ricorrere alla dicotomia classica
che vede coloro che sentono l'incredibile bellezza e intelligenza del creato e
postulano l'esistenza di un Dio, di un'entità esterna che ha creato il tutto,
contrapposti a quelli che, infastiditi dalle proposte fideiste, dogmatiche non
verificabili delle religioni, sostengono invece una visione meccanistica per cui la
materia è tutto e ogni fenomeno trova spiegazione nelle sue stesse leggi fisiche
naturali e che quindi non è necessario concepire alcuna coscienza o entità
soprannaturale.
La mia ipotesi è una sintesi delle due: nelle stessi leggi della fisica e della materia
sono impliciti i segni della coscienza, ed è questa che continuamente crea,
mantiene ed evolve la vita. Non una coscienza antropomorfizzata ed esterna che
esiste in una dimensione diversa dalla mostra mia, al contrario, una coscienza
'interna', 'implicata' (come usa dire Bohm) in ogni singolo atomo di ogni vivente.
L'ipotesi di una coscienza implicata nei fenomeni biologici equivale a dire che la
natura stessa della vita è coscienza di sé e dell'ambiente esterno.
E tutta quanta l'esistenza diventa viva, pulsante, intelligente; dal sasso, alle balene,
alle foreste tutto è compreso in una visione unitaria: si apre uno scenario vasto e
misterioso dove, finalmente, anche lo scienziato è chiamato a comprendere
l'aspetto più inafferrabile e magico della vita dentro e fuori di lui: la coscienza
stessa.( Nitamo Federico Montecucco)

Questa ipotesi di Montecucco è estremamente affascinante.


Ma la nostra esperienza cosciente è un po’ diversa.
In particolare noi siamo consci solo di una piccola parte della nostra vita psichica,
esiste l'inconscio che partecipa attivamente al nostro essere.
Se ci ammaliamo poi guariamo indipendentemente dalla nostra consapevolezza.
Il cuore pulsa, lo stomaco digerisce e il cervello pensa.
La coscienza, per come la conosciamo, non è sufficiente a spiegare la vita.

74
Cos'è la coscienza? L’essere coscienti? Cosa costituisce il cuore pulsante di ogni
essere vivente? Cos'è realmente il Sé o self o identità, e dov’è la sua sede nel
corpo? Cos'è la soggettività che si esprime in ogni uomo e in ogni animale? Esiste
un centro di coscienza dentro di me e dentro di voi? Cosa significa realmente
cogito ergo sum: ho coscienza quindi esisto? Qual è la natura dell'osservatore che,
in me, percepisce l'esistenza come informazioni e significati? Chi sono "io"? Che
cos'è ciò che chiamo "io"? Dov'è? Qual è la "sostanza" del pensiero? Come
possiamo quantificarla?

La scienza costituisce il grande potere della nostra epoca, nel bene e nel male,
nell'avanzamento tecnologico e nella distruzione ambientale; essa ha sostituito in
qualche modo la religione assumendosi l'incarico di esprimere la verità, e la verità
scientifica è di fatto l’unica universalmente riconosciuta su questo pianeta diviso
da mille ideologie, poteri, culture e teologie. Il metodo sperimentale ha di certo
contribuito a creare le basi per una visione e una cultura trasversale tra i popoli e le
visioni del mondo, ma si è fermato per colpa dei suoi limiti interni e della sua
mancanza di globalità di fronte alla comprensione degli aspetti più sottili e
profondi del vivente, uomo, animale o natura che sia.
Il problema della coscienza, da sempre evitato dalla scienza, sta diventando un
tema centrale nel proseguo della ricerca scientifica, da più parti diventa sempre più
importante comprendere la natura della coscienza.
Nell'interpretazione della meccanica quantistica l'osservatore diventa parte
integrante del sistema di misurazione da cui non si può più prescindere.
Le filosofie orientali da sempre hanno posto la coscienza come centro della propria
ricerca, la coscienza è ovunque ed è parte integrante della realtà.
Ma nella nostra esperienza noi abbiamo a che fare solo con la nostra privata e
personale coscienza, e ci appare molto difficile attribuire ad un sasso la pur che
minima coscienza. La coscienza scompare quando cerchiamo di descriverla a
parole o quando cerchiamo di definirla tramite comportamenti.
Il nostro centro, il nostro punto di vista, fagocita tutti gli stimoli percettivi e li
riporta ad un unico principio interpretativo: non possiamo prescindere dai nostri
processi cognitivi. I nostri stati mentali si realizzano nel nostro cervello e sono
processi che avvengono in una modalità unica e contingente in ogni atto di
percezione o pensiero. Sembra inevitabile un dualismo semantico tra mondo
esteriore e mondo interiore, una complementarietà da cui non possiamo sfuggire.

Una scienza senza coscienza è un enorme pericolo, è un potere senza cuore, una
forza senza sensibilità. La scienza, che di fatto significa conoscenza, ha indagato la
realtà esteriore ma non ha mai indagato la natura del conoscitore stesso, la
dimensione essenziale e interiore della coscienza che anima lo scienziato come
ogni altro essere vivente. La scienza dimentica che tutte le sue scoperte sulla realtà
materiale del mondo sono dovute alla coscienza e alla mente intelligente degli
75
scienziati e dei ricercatori che hanno intuito, compreso e conosciuto l'esistenza. Ma
quali sono state le cause di questa divisione mentale tra materia e coscienza? Le
ragioni e i limiti di questo atteggiamento riduzionista si possono rintracciare nella
storia della scienza. La scienza per progredire è stata costretta a separare lo spirito,
su cui nulla era possibile dire, dalla materia che invece diventava l'oggetto primario
della ricerca scientifica.
Cartesio separa il corpo dall'anima
È l'inizio del XVII secolo, con la figura di Galileo la religione cattolica prende atto
della sua debolezza teorica e metodologica. Il metodo sperimentale iniziato da
Galileo e le scoperte da esso derivate crearono una forte reazione da parte della
Chiesa. Il sapere scientifico andava a demolire antichi dogmi teologici e filosofici,
mettendo in pericolo la validità globale della struttura di fede, non più sostenuta da
un'esperienza spirituale collettiva.
Uno dei punti fondamentali della nascita della dicotomia tra materia e spirito spetta
a Cartesio. Cartesio, essendo sia scienziato che religioso, nel suo libro Il Mondo,
pubblicato postumo, evidenziò la sua propensione ad una visione abbastanza aperta
del mondo in grado di includere negli aspetti materiali anche quelli spirituali.
Venuto a conoscenza delle repressioni subite da Galileo, Cartesio decise di
bloccare il suo libro prima che venisse pubblicato e, al posto di questa visione
unitaria, da consumato diplomatico conscio della grave situazione, propose una
netta separazione di campi e ambiti di competenza. La Chiesa aveva come
pertinenza la Res Cogitans (sostanza cosciente) ossia l’anima e lo spirito, che è
immateriale, mentre la scienza doveva occuparsi esclusivamente della Res Extensa
(sostanza materiale): la materia vile e grezza. Questa proposta di separazione di
domini funzionò perfettamente. Sulla questione dell’unità di mente e corpo
Cartesio rispose che il corpo umano è solo una macchina, guidata dall'anima
attraverso un piccolo punto: la ghiandola pineale. La separazione era possibile; la
Chiesa non perdeva il suo potere e la scienza iniziava la sua clamorosa e
inarrestabile espansione.
Nella seconda metà del 1600 nascono le correnti filosofiche del materialismo e del
meccanicismo, che riconoscono solo l'esistenza della sostanza fisica e che negano
l'esistenza dell'anima e di ogni sostanza spirituale. Sottomettendosi ai voleri della
Chiesa e seguendo la direzione indicata da Cartesio, la scienza si appropria così
della realtà materiale studiandola con attitudine razionale e riduttiva, rimuovendo
la coscienza da ogni suo studio e interpretazione. Questo orientamento filosofico
era ovviamente causato anche dalla generale mancanza di autentiche esperienze
spirituali tra gli scienziati e da una concezione di un Dio avulso dalla realtà, che
crea dall’alto.
Il diciottesimo secolo vede lo svilupparsi dell'Illuminismo e, nella prima metà del
diciannovesimo secolo, in Francia, dalla radice illuminista, nasce il Positivismo,
quasi un parallelo filosofico dello sviluppo tecnologico industriale ottocentesco,
che si sviluppa rapidamente in tutta Europa. Il Positivismo, secondo Comte, vuole
76
designare il raggiungimento di un livello "scientifico" del sapere umano, in
contrapposizione agli stadi precedenti: quello "teologico" e "metafisico". E non a
torto! Dopo secoli di oscurantismo medioevale, di superstizioni irrazionali, di
religioni che imponevano dogmaticamente l'andamento e la posizione delle stelle,
era infatti utile e necessaria una buona dose di illuministica razionalità e logica
scientifica per aprire un nuovo capitolo della conoscenza. Ma così facendo si butta
il bambino con l'acqua sporca. La negazione dell'anima sancisce la decadenza della
logica imposta dalla religione ufficiale ma impoverisce la comprensione della
scienza stessa. Scienza senza coscienza che studia la materia vivente senza
comprendere la vita, e che studia l’essere umano senza percepirne la psiche e le
emozioni.

Gli scienziati nella loro ricerca di certezze e prove tendono a rigettare il


meraviglioso. Jacques Cousteau

Questo background filosofico si sviluppa in realtà per uno stato di povertà


spirituale di fondo che, fatta eccezione per un ristretto numero di mistici, da
millenni caratterizza la nostra cultura occidentale, tanto da far assumere che la
grande maggioranza della società, nonostante si dichiari religiosa o credente, è di
fatto priva di un'esperienza spirituale diretta della propria coscienza, per cui la
"coscienza" non viene insegnata, stimolata e riconosciuta. Solo una trascurabile
parte della nostra società si pone reali domande sulla propria natura interiore;
nessuno, statisticamente parlando, cerca una reale esperienza del Sé, nessuno
percepisce la sacralità dell’esistenza, vivente e intelligente, che lo circonda e di cui
egli stesso è parte inscindibile. Questo si riflette anche sugli scienziati e sulla loro
interpretazione dei fenomeni che diventa riduttiva e materialista. L'esperienza
dell'essere, della "chiara luce" della coscienza, è ritenuta non necessaria, anzi
spesso antitetica, alla forma mentis dello scienziato tradizionale. E, a maggior
ragione, nessun ricercatore scientifico ufficiale, si è mai chiesto: "Chi sono io?
Qual è la natura della mia stessa coscienza? Come posso conoscere e indagare
questa dimensione soggettiva con un metodo scientifico sperimentale, in modo da
ottenere informazioni e conoscenze universali?"
Fino a pochi anni fa nessuna di queste domande era stata seriamente formulata e
quindi nessuna risposta ne era scaturita, nessuna ricerca, nessuna esperienza,
nessun metodo scientifico era stato sviluppato a questo proposito, nessun modello.
Sulla consapevolezza di questa profonda dicotomia tra scienza e spiritualità, la
tendenza filosofica e scientifica più avanzata degli ultimi decenni è stata quella di
riformulare i termini della ricerca e, in alcuni limitati casi, del metodo sperimentale
secondo una concezione scientifica olistica, in modo tale che il campo di
conoscenza scientifica potesse abbracciare e comprendere ogni fenomeno
dell’esistenza in modo unitario, ricucendo la frattura tra scienze fisiche e scienze
umane e psicologiche, e, più in generale, tra scienza e natura, frattura che sta alla
77
base della gravissima crisi ecosistemica globale. Riunire queste due dimensioni
(che di fatto non sono mai state separate se non nella nostra mente) dovrebbe
diventare nell'immediato futuro l'impegno primario dell’intelligenza
internazionale.

La vita e la coscienza possono essere interpretati come processi informatici.


Osservando e descrivendo il mondo in termini di informazioni diventiamo
consapevoli, come già accadde a Gregory Bateson, che praticamente tutto può
essere spiegato con questo codice, e in particolare i fenomeni più affascinanti: la
comunicazione tra delfini, le incredibili architetture dei cristalli, dei termitai o dei
cervelli, le capacità di apprendimento, di riconoscimento, di memoria e di
comunicazione dei globuli bianchi, le complesse strutture unicellulari, la vita delle
api, fino all'intera organica rete di relazioni che è l'intelligenza inesplicabile del
nostro pianeta: la Terra Gaia.
Utilizzando i codici dell’informazione, Manfred Eigen ha dato una nuova,
affascinante luce al fenomeno dell’origine della vita sulla Terra e all’intero
processo dell’evoluzione. Secondo Eigen l’informazione rappresenta l’essenza
stessa della vita e, pur essendo sempre coerente alle leggi di natura, costituisce un
codice d'interpretazione che apre una dimensione evolutiva totalmente nuova.
Siamo alle soglie di una possibile rivoluzione scientifica globale: la coscienza e i
fenomeni dell'intelligenza naturale, fino ad ora non considerati dalla scienza,
iniziano ora ad essere misurati in termini di informazione e, quindi, analizzati e
compresi come processi reali.

E’ necessario rifondare la scienza, cercando di percepire in ogni essere e fenomeno


l'unità tra materia e coscienza, tra energia e informazione, ossia tra la forma
oggettiva del corpo e il contenuto soggettivo di informazioni della psiche.
Come propone Francis Crick, una scienza olistica può esistere solo accettando che
la dimensione della coscienza, e i fenomeni ad essa connessi, siano un legittimo e
essenziale campo di ricerca e conoscenza scientifica. La cibernetica rappresenta lo
strumento tecnico e cognitivo per comprendere i processi di coscienza, e l'unità in
essi "implicata", quantificandoli, analizzandoli e studiandoli come informazioni.
Ma la scienza galileiana non ha gli strumenti per indagare sulla coscienza, occorre
a questo proposito una apertura a nuovi paradigmi.
Una esperienza unica ed irripetibile può essere fondante per la nostra coscienza.
Non a caso alla fine si torna sempre ad un atto di fede.
La riproducibilità dell'esperimento è un aspetto di cui non si può fare a meno
affinché un fatto possa essere ritenuto scientifico. L'esperienza estatica di un
mistico sfugge ad un qualsiasi approccio scientifico.
Siamo di fronte ad un mare e non possiamo svuotarlo con il semplice secchio della
nostra mente.

78
Immaginiamo di essere alle prese con un’equazione matematica estremamente
complessa, un’equazione differenziale a n variabili. Immaginiamo di avere
esplorato tutte le soluzioni analitiche convenzionali senza cavarne un ragno dal
buco. Immaginiamo anche di avere trasferito la nostra sfida matematica nella
potente memoria di un computer, il quale ci abbia risposto, con nostro sommo
sconforto, che non esistono soluzioni definite. Non traspare una configurazione
“normale” di valori che dia soddisfazione alla nostra equazione. Cosa facciamo,
gettiamo la spugna?

No, è ancora presto per arrendersi. Proviamo, innanzitutto, ad osservare il sistema


fisico da cui abbiamo estratto la nostra difficilissima equazione: potrebbe trattarsi,
per esempio, della descrizione delle condizioni meteorologiche di una certa regione
del globo. Abbandoniamo per un momento l’equazione e limitiamoci ad osservare
il sistema fisico di riferimento: non notiamo nulla di strano. I valori (pressione,
umidità, temperatura, e così via) mutano ed evolvono in continuazione, ma nessuna
legge fisica sembra essere intaccata. Non succede nulla di miracoloso nella
dinamica atmosferica: ogni tanto si scatena un temporale, talvolta piove, talvolta è
sereno. Perché allora la nostra equazione è così misteriosa?
Ma soprattutto, perché siamo portati a pensare che un’equazione priva di soluzioni
definite una volta per tutte sia “misteriosa” o problematica? Non sarà che abbiamo
applicato la metafora sbagliata al contesto sbagliato? Torniamo alla nostra
equazione e tentiamo un’altra strada. Anziché cercare la pietra angolare su cui
dovrebbe reggersi l’equazione in via definitiva, cambiamo approccio
epistemologico. Rinunciamo per qualche istante all’ambizione di trovare la
“legge”, elegante e universale, che regola il sistema e limitiamoci ad osservare il
comportamento dell’equazione. Ogni volta che questa ci darà un set di soluzioni, le
fisseremo su un diagramma di funzione. L’utilizzo di un buon computer ci
permetterà di visualizzarne rapidamente il tracciato.
Nella nostra mente, adesso, stiamo privilegiando non la “forma” ma la “storia” del
sistema rappresentato matematicamente. Come davanti ad un film, facciamo
“girare” la nostra equazione e stiamo a vedere cosa succede. In una prima fase i
risultati dell’equazione ci daranno una serie di punti disseminati a caso nel
diagramma: il comportamento ci apparirà dunque caotico e privo di significato
apparente. Mano a mano che i punti si infittiscono l’apparenza di tale disordine
senza senso si acuirà e ci sembrerà di essere dinanzi ad un groviglio assurdo di
punti sconnessi l’uno dall’altro. Poi, d’incanto, come quando osserviamo il disegno
a matita di una giovane donna e ci accorgiamo all’improvviso che dietro quella
fisionomia si nasconde il profilo di una vecchia, superata una certa soglia emergerà
una forma, una configurazione, una struttura globale che non avevamo notato
prima. Grazie a questo gestalt switch abbiamo scoperto che quell’equazione e il
sistema da essa descritto non hanno un set di soluzioni prefissate e ciò nonostante
presentano una loro regolarità, una loro peculiare fedeltà ad una forma dinamica.
79
In termini tecnici, diciamo che hanno un loro “attrattore”, cioè un bacino che attrae
le traiettorie del sistema allorché siano rappresentate in un diagramma di funzione.

Ogni sistema fisico complesso possiede un attrattore “strano”, cioè un attrattore


che non si limita a far collassare il sistema sempre nello stesso punto (come una
pallina in un imbuto) né lo condanna ad una perenne oscillazione fra due punti
definiti (come un pendolo ideale), ma che abbraccia tutte le infinite traiettorie
possibili del sistema in una forma, spesso sinuosa e involuta come un’opera d’arte
barocca. La stranezza (e la magia) di un attrattore strano consiste nella sua capacità
unica di tenere insieme due concetti filosofici antitetici: l’imprevedibilità e
l’ordine.
Sistemi come quelli meteorologici godono infatti della perturbante proprietà di
essere estremamente sensibili alle condizioni iniziali, una piccola variazione in una
qualsiasi delle variabili di partenza può spostare il sistema su una traiettoria
completamente diversa. Ciò significa che modificando, anche impercettibilmente,
le condizioni iniziali nessuno (nemmeno il supercomputer più potente che
possiamo costruire in linea teorica) è in grado di prevedere dove esattamente il
sistema andrà a finire di lì a poco tempo. Benché immersi nella più assoluta
imprevedibilità, esiste per tali sistemi una forma, un’obbedienza, una struttura, data
da un attrattore specifico. Noi non sappiamo esattamente dove si troverà il sistema
fra una settimana (e quindi che tempo farà), ma possiamo scommettere con
certezza che si troverà sempre all’interno del suo attrattore, della sua struttura
evolutiva. Fuori da quel bacino di attrazione le sue traiettorie non si spingeranno
mai.
Detto in altri termini, il sistema gode di una sua precipua “regolarità”, di un suo
ordine sottostante, pur restando intrinsecamente imprevedibile. Ma per scoprire
questa “stranezza” abbiamo dovuto rinunciare ad una concezione deterministica di
legge universale, cioè ad una relazione stabile fra variabili che ci permetta (date
certe condizioni iniziali) di prevedere l’andamento del sistema da qui all’infinito, e
abbiamo dovuto appellarci ad un ordine emergente dal comportamento dinamico
del sistema. Siamo passati, in altri termini, da una matematica quantitativa ad una
matematica qualitativa (se non fosse un ossimoro, si potrebbe dire una
“matematica soft”), una matematica di forme, di strutture e di topologie, l’unica in
grado di maneggiare sistemi esposti ad un alto grado di imprevedibilità, giacché
qualsiasi perturbazione può essere cruciale e spostare la traiettoria in un’altra
regione dell’attrattore. Il fisico Stephen Wolfram, in un voluminoso compendio
sulla modellizzazione dei sistemi complessi, si è spinto fino a parlare di un “nuovo
tipo di scienza” (Wolfram, 2002).
È come se esistesse un ordine nascosto che non possiamo afferrare tutto insieme:
dobbiamo inseguirlo, di volta in volta, attraverso i suoi pattern emergenti (Ward,
2001). Tutti i sistemi biologici, per la loro natura reticolare, hanno sempre goduto
di questa “stranezza”, di questa alchimia fra ordine e imprevedibilità, fra forme e
80
processi, in cui consiste forse il segreto della “complessità biologica”. Una volta
tanto, la fisica ha imparato la lezione dalla biologia.

In effetti, la svolta epistemologica si è consumata quando anche le scienze fisiche


hanno appreso l’arte di raccontare storie. Una dimensione comune sembra infatti
avvicinare da alcuni anni discipline scientifiche molto diverse fra loro,
tradizionalmente separate dalla demarcazione fra scienze hard e scienze soft: la
dimensione intrinsecamente evolutiva e storica dei sistemi fatti oggetto di studio,
siano essi sistemi fisici, sistemi biologici, sistemi culturali. Oggi la cosmologia è
una scienza evolutiva, ma lo sono sempre più anche la fisica delle particelle e la
chimica. La geologia, grazie alla teoria della tettonica a placche, è diventata da
alcuni decenni un’importante disciplina evoluzionistica e si affianca alla biologia e
all’ecologia nella ricostruzione della storia naturale della vita sul pianeta.
Insomma, la natura, animata e inanimata, ha conquistato finalmente lo statuto di
storicità che le spetta.

Ma questa svolta ne porta con sé un’altra, ancor più importante. Proprio come nella
matematica qualitativa a caccia di strutture che concilino ordine e imprevedibilità,
nelle più diverse discipline impegnate nello studio della storia naturale sta
emergendo una comune sensibilità per pattern esplicativi di tipo evolutivo, cioè per
l’emergenza di strutture, di configurazioni ordinate, di schemi di regolarità “simili
a leggi” (lawlike) a partire dai quali l’evoluzione traccia poi i suoi percorsi
contingenti e unici, esattamente come gli attrattori. Il gioco di rimandi fra strutture
emergenti ed eventi contingenti sembra essere dunque un terreno comune a tutte
queste ricerche.
La transizione non è da poco. Alcuni schemi evolutivi, come quello della deriva
dei continenti di Alfred Wegener, furono a lungo misconosciuti e rifiutati
nonostante l’accumulo di evidenze empiriche. Eppure, i fisici rintracciano oggi
questi schemi profondi addirittura nell’evoluzione subatomica, alla ricerca delle
connessioni fondamentali che hanno dato origine alla trama di forze e di materia da
cui è scaturito l’universo. I cosmologi scovano strutture ricorrenti nelle tappe della
formazione dell’universo e nel ciclo di vita delle stelle. I geologi li ritrovano nei
movimenti della crosta terrestre che alterano le correnti oceaniche e modificano il
clima, gli ecologi teorici negli schemi di coevoluzione fra le specie e le loro
nicchie ambientali, i biologi li scoprono costantemente nelle dinamiche di
speciazione e di estinzione, gli studiosi di sistemi caotici vedono emergere strutture
ordinate da interazioni apparentemente casuali.
Come suggeriscono i più recenti risultati nello studio e nella simulazione dei
sistemi complessi, alcune strutture profonde del cambiamento sembrano emergere
da campi di ricerca estremamente diversificati. Molti scienziati, come il
paleontologo Niles Eldredge, sono favorevoli a questa generalizzazione della teoria
evoluzionistica all’ambito dell’evoluzione culturale e tecnologica, purché si
81
intendano tali strutture ricorrenti come vincoli che aprono possibilità sempre
nuove, e non come leggi prescrittive e universali. Altri autori ipotizzano, invece,
l’esistenza di vere e proprie “leggi universali della complessità” che attraversano
trasversalmente i tradizionali ambiti disciplinari svelando l’ordine nascosto che
accomuna tutti i sistemi complessi, una sorta di “algoritmo universale”
dell’evoluzione in tutte le sue salse (Kauffman, 2000; per una disamina critica
Greco, 1999).

È bene ricordare che nelle teorie dell’evoluzione contemporanee questa


consapevolezza dell’importanza di individuare i pattern emergenti, intesi come
“sequenze di eventi ricorrenti”, nasce dal rifiuto di concezioni deterministe e
riduzioniste dei processi di sviluppo. È proprio l’allargamento della visione
evoluzionistica ad una molteplicità di fattori, di ritmi e di livelli sovrapposti ad
indurre alcuni biologi evolutivi, dai primi anni settanta, a rinunciare ad una
concezione omnipervasiva di “legge evolutiva”, come possono essere la selezione
naturale e la selezione sessuale operanti direttamente sul corredo genetico.
Nel suo ultimo lavoro, “Le trame dell’evoluzione”, Niles Eldredge ha esplorato,
per esempio, le connessioni tra le modalità di funzionamento e di evoluzione dei
sistemi biologici e quelle dei sistemi fisici. La natura di questi legami è a suo
avviso così forte e radicata nel tempo da modificare profondamente la nostra
immagine dell’evoluzione della vita sul pianeta. L’ipotesi di Eldredge si regge
sulla constatazione che la distinzione fra la dimensione economica, materiale,
fisica ed ecologica dei processi evolutivi (la storia della “materia in movimento” e
del trasferimento di energia) e la dimensione genetico-molecolare della
trasmissione di informazione biologica di generazione in generazione sbiadisce
sempre più: emerge piuttosto un tessuto ad altissima interconnessione fra tutte le
dimensioni, fisiche, ecologiche e biologiche, dell’evoluzione della vita e del
pianeta. Senza perturbazioni e risonanze a largo raggio fra le varie “gerarchie di
livelli” dell’evoluzione non è possibile alcuna trasformazione.
La gerarchia “economica” dell’evoluzione viene estesa a tutti i processi geologici e
fisici del pianeta, ma anche ai processi cosmologici che ne hanno influenzato
talvolta il corso a causa dell’impatto sulla Terra di asteroidi o di frammenti di
cometa. L’ipotesi ardita è che sia possibile delineare una “meta-teoria” che mostri
come l’evoluzione biologica su media e piccola scala sia mossa dalle stesse forze,
dagli stessi pattern, cioè dagli stessi schemi storici ripetuti, che hanno plasmato la
geologia e l’ecologia del nostro pianeta su larga scala. La stabilità e le omeostasi,
gli equilibri punteggiati e le discontinuità, la successione di specie in una nicchia
ambientale, l’habitat tracking delle specie, l’alternanza fra periodi di estinzione di
massa e periodi di esplosione della biodiversità, le radiazioni adattive... sarebbero
tutti “modelli” di processi evolutivi ricorrenti, riscontrati in ambiti diversi, a volte
addirittura nelle scienze sociali. Ben lungi dall’essere determinata soltanto dai
“geni egoisti” e dall’elaborazione dell’informazione in essi contenuta, l’evoluzione
82
naturale sarebbe dunque guidata da pattern ricorrenti, frutto dell’interazione fra
molteplici livelli di cambiamento, dal microlivello genetico fino al macrolivello
geologico.
Ripercorrendo alcuni episodi cruciali della storia della biologia evoluzionistica
moderna letti attraverso il susseguirsi dei loro pattern comuni, Eldredge sta
esplorando in questi anni i meccanismi dell’evoluzione su grande scala del pianeta
confrontandoli con i meccanismi dell’evoluzione su scala ecologica e biologica,
completando così la costruzione della sua teoria naturalistica e pluralistica
dell’evoluzione cominciata nel 1972 con la teoria degli equilibri punteggiati,
proposta insieme a Steve J. Gould. I processi evolutivi avvengono sempre
all’interno di un contesto ecologico e fisico, sono processi intrinsecamente co-
evolutivi e costruttivi. La vita emerge da una complessa architettura di gerarchie
incrociate di livelli: la gerarchia genealogica della riproduzione; la gerarchia
economica di sopravvivenza e di reperimento delle risorse; la gerarchia delle
strutture fisiche della crosta terrestre. Ciò significa che l’evoluzione degli
organismi che si riproducono, l’evoluzione degli ecosistemi e l’evoluzione del
pianeta sono inestricabilmente intrecciate e interdipendenti: le fluttuazioni dell’una
si ripercuotono proporzionalmente sull’altra, come l’acqua che oscilla in un
secchio quando lo trasportiamo a mano (secondo il modello dello “sloshing
bucket”). Esse costituiscono una rete funzionale integrata i cui pattern profondi
attendono ancora di essere scoperti.
In realtà, la biologia evolutiva “post-darwiniana” e le teorie dei sistemi complessi
non lineari ricorrono incessantemente all’idea di pattern, in una molteplicità di
accezioni diverse che possiamo qui brevemente richiamare. I pattern proposti da
Niles Eldredge sono in un certo senso di tipo macroscopico: noi osserviamo una
sequenza di accadimenti storici che caratterizzano un sistema biologico
(direttamente, nel caso di ecosistemi attuali; indirettamente, attraverso i fossili, nel
caso di specie e di ambienti estinti) e, come abbiamo fatto con le soluzioni della
nostra “strana” equazione di partenza, mettiamo i puntini al loro posto. In molti
casi dovremo semplicemente raccontare storie locali, singolari e sconnesse, come
dettagli minori innescati dai meccanismi di base dell’evoluzione naturale. In altri
casi, però, dal caleidoscopio della complessa fenomenologia naturale emergeranno
alcuni “schemi”, alcuni comportamenti ripetuti, alcuni modelli di sviluppo
ricorrenti, per esempio lunghi periodi di stabilità solcati da brevi periodi di
transizione verso nuove specie, oppure periodi di estinzione di massa seguiti da
periodi di radiazione adattativa di forme, o altri ancora nel caso di grandi
ecosistemi.
Avremo così individuato gli “attrattori” dell’evoluzione, i pattern ricorrenti. Essi
non escludono in alcun modo che ciascuna storia evolutiva sia unica e irripetibile:
non si tratta di “leggi” inflessibili, valide una volta per tutte. All’interno di ciascun
pattern le soluzioni alternative sono potenzialmente infinite e la sensibilità alle
singole perturbazioni è altissima. Come amava ripetere Gould, ripetendo due volte
83
il film della vita, o anche singoli spezzoni di questo film ininterrotto e
meraviglioso, non otterremmo mai lo stesso finale due volte. La sceneggiatura
cambierà ogni volta, pur rispettando la trama dei pattern profondi della storia. Le
dinamiche e le connessioni fra le specie in un ecosistema obbediscono ad una serie
di modelli comuni (le successioni di specie, le competizioni, le colonizzazioni e
così via), ma è impossibile per definizione costruire lo stesso ecosistema due volte
di fila. Ogni sistema complesso, pur vincolato ai suoi canali di sviluppo, è
portatore di infinite storie possibili.

Qui entriamo allora in una seconda accezione del termine “pattern”, che rimanda a
sua volta ad una terza. Gli organismi devono infatti fare i conti anche con un tipo
differente di struttura, che non riguarda questa volta le sequenze ripetute di eventi
storici in una dimensione macroevolutiva, bensì quell’insieme di vincoli interni, di
costrizioni fisiche, di regole di costruzione, di limiti “architettonici” (e di
conseguenti spazi di risulta) che ogni essere vivente eredita dalla propria storia.
Nel suo voluminoso testamento scientifico, pubblicato pochi giorni prima di morire
nel maggio dello scorso anno, dal titolo non casuale “The Structure of
Evolutionary Theory”, Steve J. Gould sottolinea con grande forza e freschezza
argomentativa questo aspetto cruciale (Gould, 2002). A suo avviso, due sono gli
assi fondamentali su cui dovranno lavorare gli scienziati dell’evoluzione nei
prossimi anni: 1) la molteplicità dei livelli sovrapposti e interdipendenti,
microevolutivi e macroevolutivi, che costituiscono il processo evolutivo e
generano i pattern ricorrenti che abbiamo introdotto poco sopra; 2) l’importanza
dei vincoli strutturali interni degli organismi nella definizione dei loro percorsi di
sviluppo filogenetici.
Questo secondo aspetto merita particolare riguardo. Gli esseri viventi (ma
possiamo estendere il principio a tutti i sistemi complessi e non lineari) non sono
plasmabili a piacimento dall’esterno, non sono come palle da biliardo inerti gettate
nel campo da gioco della selezione naturale, non si limitano a recepire istruzioni
dall’ambiente né a trasmettere ossessivamente il massimo di informazione genetica
alla discendenza, come automi deterministici veicolatori di geni. Gli organismi,
immersi nella geometria variabile di un’evoluzione e di una selezione naturale “a
molti livelli”, fanno molto di più: si adattano a contesti locali mutevoli, spesso
contribuendo a trasformarli in un rapporto strettamente coevolutivo, e lo fanno non
soltanto producendo comportamenti e organi ad hoc per ciascuna funzione
sollecitata dall’esterno ma anche (e soprattutto, secondo Gould) “rimaneggiando” i
vincoli interni e le strutture che hanno già a disposizione e che si portano dietro da
tempi passati, quando probabilmente avevano tutt’altra funzione o nessuna
funzione del tutto.
Il grado di “evolvibilità” (termine che Gould propone nella sua ultima opera al
posto di “adattabilità”) di una specie si misura dunque nella capacità di mantenere
sufficientemente plastici e flessibili i propri vincoli interni e la propria struttura
84
organica. I margini di ridondanza diventano allora decisivi per generare
quell’eterogeneo “pool exattativo” da cui deriverebbe gran parte del cambiamento
nell’evoluzione: strutture sviluppate per una certa funzione possono essere
cooptate per un’altra; strutture utilizzate per un certo scopo rivelano potenziali
nascosti e vengono riconvertite ad una molteplicità d’uso; conseguenze
“architettoniche” ridondanti sfuggite alla selezione naturale vengono ingaggiate
per usi inediti; effetti collaterali introdotti a causa di derive genetiche o di altri
meccanismi casuali si rivelano utili in contesti diversi; organi o parti inutilizzate
(atavismi o vestigia abbandonate di altre epoche) possono essere riabilitati e
riattivati per nuove funzioni.
Ne deriva una tassonomia estesa dei fenomeni di “evolvibilità” degli organismi,
nella quale ai normali processi di adattamento tramite selezione naturale di un
carattere per la sua utilità attuale si aggiungono tutti questi processi “exattativi”
frutto di riorganizzazioni, di riadattamenti e di cooptazioni funzionali (talvolta
assai creative) a partire da un materiale ridondante, di scarto o di risulta che la
selezione naturale non “vede” e non elimina (ex-aptations). L’evolvibilità è dunque
direttamente proporzionale a due fattori: la plasticità nel riutilizzo di strutture
adibite ad altre funzioni in passato; la presenza di caratteri ridondanti, neutrali
rispetto alla selezione naturale, sviluppatisi senza nessuna funzione specifica
originaria (non-aptations). Non tutto serve necessariamente a qualcosa in natura,
anzi, la presenza di strutture che non servono a nulla è proprio una delle condizioni
fondamentali perché l’evoluzione sia efficace e creativa.
Il termine ex-aptation significa appunto essere “atti” a qualcosa in virtù della
propria forma pregressa (ex). Ecco che torna dunque al centro della riflessione
sulla complessità biologica il concetto di forma, di struttura, di vincoli interni che
canalizzano (senza imbrigliarlo mai) lo sviluppo. Ritroviamo, ad un livello diverso,
la stessa idea di un ordine interno che influenza l’evoluzione senza precluderne la
libertà e l’imprevedibilità. In questo caso, è proprio il fatto che queste strutture
abbiano un ampio margine di flessibilità a permettere l’evoluzione. I pattern
organici “fanno gioco”, come gli ingranaggi di una macchina consumati o allentati,
e in questi interstizi di possibilità si creano le condizioni per le più ingegnose e
promettenti “invenzioni” della natura.
Vi è una sostanziale differenza, tuttavia, fra i due tipi di pattern. Il primo, quello
che emerge osservando gli episodi cruciali della storia della vita, è descrivibile
soltanto a posteriori: è una configurazione di eventi che si può ricostruire solo alla
fine del processo e che ci offre semmai qualche possibilità di comprensione per il
futuro. Il secondo, il pattern organico a cui attingono gli organismi per aumentare il
loro grado di evolvibilità, è una precondizione per il cambiamento. Il concetto di
exaptation riassume in sé entrambe le accezioni: se inteso come ipotesi scientifica
è un altro pattern dell’evoluzione che si aggiunge agli altri (potremo così studiare
un catalogo di eventi exattativi simili e verificarne la frequenza in percentuale
rispetto al normale adattamento); se inteso come processo evolutivo in sé diventa
85
l’emblema della centralità dei pattern organici come fonte del cambiamento.
In questo senso, notiamo che esiste anche una terza dimensione “strutturale”
dell’evoluzione in sistemi complessi, nella quale i pattern scaturiscono in modo
discontinuo dalle dinamiche di interconnessione reticolare che animano il sistema
al suo interno.

Le strutture ricorrenti a cui si fa riferimento in questa terza accezione vengono


solitamente chiamate “proprietà emergenti” e rappresentano a tutt’oggi una sfida
aperta per la biologia della complessità. Le simulazioni di reti autopoietiche e i
modelli di “vita artificiale” sono da questo punto di vista un buon banco di prova.
Si tratta, in questo caso, di pattern che in un certo senso “trascendono” se stessi,
poiché la trama di relazioni di primo livello che attraversano un sistema, superata
una determinata soglia di diversità e di interconnessione interna, si autorganizza
producendo una configurazione di secondo livello, una nuova trama irriducibile
alla prima. Il giornalista scientifico Steven Johnson, in un libro avvincente che sta
spopolando negli Stati Uniti, ha di recente proposto un’interessante estensione del
concetto di proprietà emergente dal dominio classico della biologia (le colonie di
insetti “sociali”) all’evoluzione delle città, dei software e delle simulazioni di
“artificial emergence” (S. Johnson, 2001).
Il biologo teorico Stuart Kauffman ha proposto (Kauffman, 1995; 2000) di
considerare tre grandi domini per la comprensione della complessità biologica: il
dominio delle proprietà di autorganizzazione dei sistemi non in equilibrio
(decisamente dominante nella sua trattazione); il dominio della selezione naturale
del più adatto (vicario); e il dominio della contingenza evolutiva. Come si può
facilmente notare, la frontiera più avanzata della ricerca sui sistemi complessi
autorganizzati è ancora una volta collocata nel punto di intersezione fra i pattern
interni dei sistemi (elemento strutturale) e le loro dinamiche evolutive irreversibili
(elemento storico), tra forme emergenti e processi contingenti. Il problema sta
nell’individuare il confine (se ne esiste uno) che separa tali domini.
Dalle simulazioni si evince chiaramente questa natura paradossale dei sistemi
complessi: essi appaiono in un certo senso come “forme processuali” o, viceversa,
come reti di processi “carichi di forme”. La costruzione di semplici modelli di reti
casuali (siano esse reti genetiche, reti neurali, reti di reazioni chimiche o reti
ecologiche) ha permesso a Kauffman di mostrare come tre soli parametri, cioè il
numero di nodi della rete, il grado di interconnessione media fra i nodi e le regole
di connessione step by step, definissero una gamma molto ampia di reti possibili.
All’interno di questa gamma, modulando i tre parametri nelle simulazioni a
computer, gli scienziati possono creare reti altamente stabili (che in brevissimo
tempo si fermano in una configurazione ordinata), reti totalmente caotiche (che
oscillano a caso fra infinite configurazioni diverse, senza ripetere mai la stessa
configurazione) e reti, particolarmente interessanti, nelle quali emergono
spontaneamente alcune “isole” di ordine ricorrente.
86
L’idea centrale è che, in qualsiasi tipo di rete, quando un gruppo di elementi
(molecole, geni, organismi, e così via) raggiunge una soglia critica di diversità e di
interconnessione si formi spontaneamente una “rete autocatalitica” o autopoietica,
cioè una matassa di elementi connessi circolarmente attraverso cicli di retroazione
positivi e negativi, una rete nella quale tutti gli elementi concorrono alla
formazione di altri elementi della rete producendo configurazioni ordinate in
evoluzione: la rete prende “vita”, metabolizza elementi esterni, si regola e si
sostiene da sola, si moltiplica per autoduplicazione e prima o poi produrrà una
nuova “proprietà emergente”.
Dato un livello di complessità minimo nel “brodo primordiale”, la vita sarebbe
allora emersa spontaneamente senza alcun bisogno né dell’azione della selezione
naturale (che subentra soltanto dopo) né di un preesistente meccanismo genetico di
trasmissione dell’informazione biologica. Il sorgere della vita sarebbe una
conseguenza prevedibile delle leggi di emergenza spontanea dell’ordine (order for
free) all’interno di reti complesse di interagenti chimici. Queste stesse leggi
governerebbero l’evoluzione di tutti i sistemi complessi, cioè di tutti i sistemi in
grado di auto-produrre ordine.
La vita, dunque, non sarebbe un miracolo rarissimo di combinazioni chimiche,
bensì l’esito “necessario” delle dinamiche di autorganizzazione valide per tutti i
sistemi complessi. Date alcune condizioni minimali di diversità e di
interconnessione fra gli elementi primari, al superamento di una soglia di
complessità minima la vita “si autoproduce” senza bisogno né di un substrato
preesistente di trasmissione genetica né di un principio preesistente di selezione
naturale. La rete metabolica non si costruisce per aggregazione graduale di nuovi
componenti: si cristallizza rapidamente come una totalità integrata, come un
“gruppo autocatalitico”. Date queste condizioni e data la potenza
dell’autorganizzazione spontanea, l’emergenza della vita non è affatto improbabile,
è una certezza, è una transizione di fase inevitabile.
Le straordinarie proprietà evolutive delle reti “viventi” sono ricondotte alla
capacità di calibrare flessibilità e stabilità: esse non devono essere né troppo
ordinate (cioè con un solo attrattore che le porti rapidamente all’equilibrio e quindi
alla morte) né troppo caotiche (cioè con infiniti attrattori instabili attraverso i quali
il sistema vaga senza sosta, sensibile alle più piccole perturbazioni). Le reti più
efficienti tendono ad avvicinarsi a una condizione definita “ai margini del caos”:
hanno cioè parametri che le avvicinano moltissimo alla soglia del caos senza
tuttavia superarla mai. La vita emerge e si evolve ai margini del caos, in quella
zona fluida di transizione dall’ordine al caos in cui il sistema si mantiene
sufficientemente stabile pur all’interno di forti dinamiche perturbative che lo
trasformano imprevedibilmente.
La selezione naturale avrebbe dunque il compito limitato di favorire i sistemi ai
margini del Caos: sarebbe cioè una forza secondaria di “mantenimento” della
capacità evolutiva media, e non più una forza primaria di modellamento.
87
L’evoluzione tenderebbe a mantenere i sistemi viventi nella condizione di fluidità
necessaria affinché siano sufficientemente creativi: né troppo sub-critici (cioè
tendenti alla stabilità), né troppo sovra-critici (cioè tendenti all’esplosione di
forme). Una legge generale della complessità biologica sarebbe dunque quella che
prevede che tutti i sistemi complessi adattativi evolvano spontaneamente verso la
condizione ai margini del caos.
In tal senso esisterebbe una condizione “al limite” molto favorevole alla vita,
definita da Per Bak, Chao Tang e Kurt Wiesenfeld “criticità auto-organizzata”
(Bak, 1996), valida per tutti i sistemi complessi (un esempio di pattern del primo
tipo): come una pila di sabbia alimentata da granelli che cadono sul tavolo, le
perturbazioni esterne e le dinamiche di autorganizzazione interne producono nei
sistemi complessi una varietà di cambiamenti che possono andare dalla valanga
catastrofica (la pila crolla e si riforma di nuovo), alla piccola valanga (piccoli
smottamenti sui pendii della pila), al nulla di fatto. La varietà delle forme di vita
nella biosfera si autoalimenta, in effetti, obbedendo ad una legge di distribuzione di
questo tipo. Il dato interessante è che la legge di distribuzione di tali cambiamenti
(poche valanghe catastrofiche e molte valanghe piccole) è esattamente la stessa per
sistemi anche diversissimi fra loro, come se fosse una cadenza naturale, un respiro
della vita, appunto un pattern ricorrente. Essa è identica, per esempio, alla
distribuzione degli eventi di estinzione realmente avvenuti nella storia naturale.
Con una postilla da non tralasciare: non è mai possibile prevedere che tipo di
valanga si produca a partire da un determinato granello…

Come sottolineano a proposito delle dinamiche neurali Brian Goodwin e Ricard


Solé nel loro ultimo libro Signs of Life (Solé, Goodwin, 2000), una pregevole e
aggiornata sintesi delle teorie dei sistemi autorganizzati, se noi studiamo i sistemi
secondo il punto di vista della loro autonomia, scopriamo sistematicamente
principi di autorganizzazione e proprietà emergenti, cioè stati globali del sistema
che derivano dall’interdipendenza intrinseca di tutte le componenti del sistema
stesso e che possono essere utilmente descritti attraverso la matematica dei sistemi
non lineari. Il riconoscimento di pattern emergenti (“pattern recognition”, secondo
la definizione di Steven Johnson) diventa dunque lo strumento principale per
studiare la dinamica dei sistemi complessi in biologia e in altre discipline. Un caso
particolarmente felice di applicazione di questo metodo di riconoscimento di
“dynamic patterns” riguarda in questi ultimi anni l’evoluzione neurale, a partire
dall’ipotesi (fatta propria da biologi come Francisco Varela e da neurologi come
Scott Kelso della Florida Atlantic University) che il cervello sia un sistema
autorganizzato con capacità di sintonizzazioni reticolari estremamente sofisticate
(Kelso, 1999).
Rispetto alle prime due, questa terza accezione di pattern si colloca in una fascia
intermedia. Se la prima (pattern macroevolutivi) traspare dal processo storico a
posteriori e sul lungo periodo mentre la seconda (pattern organici) è la sorgente del
88
cambiamento in sistemi ridondanti ed exattativi, la terza è in qualche misura il
mezzo di transizione, lo strumento attraverso il quale, di proprietà emergente in
proprietà emergente, i sistemi “ai margini del caos” producono novità evolutive.
Come ha scritto il filosofo americano Mark Taylor, forse con un pizzico di
ottimismo in eccesso, stiamo vivendo il “momento della complessità”, l’epoca
nella quale sta emergendo una “network culture” planetaria presente non soltanto
nel pensiero scientifico e nelle trasformazioni tecnologiche ma anche sottilmente
infiltrato nell’arte, nell’architettura, nella filosofia e nell’educazione (Taylor,
2001).

Alla luce delle tre tipologie di strutture emergenti che gli scienziati hanno
individuato, l’evoluzione della complessità biologica appare in tutta la sua
multiforme eterogeneità di fattori e di strategie. Secondo tale prospettiva, la storia
degli esseri viventi non è mai del tutto casuale né frutto di mere coincidenze: vi
sono regolarità e strutture ricorrenti nei meccanismi di trasformazione degli
organismi e delle specie, compreso il normale adattamento per selezione naturale.
Non si rinuncia a nulla di ciò che prevedeva l’originaria teoria darwiniana, ma il
campo delle possibilità si è esteso. La fenomenologia dell’evoluzione biologica è
oggi più intricata e richiede nuovi strumenti interpretativi: primo fra tutti il
principio secondo cui l’evoluzione predilige alcuni pattern ricorrenti, ma i suoi
sentieri sono ogni volta imprevedibili e unici.
Aumentando ulteriormente il grado di complessità, dobbiamo aggiungere che
anche le teorie evoluzionistiche sono mosse da pattern profondi che selezionano i
dati pertinenti e influenzano le comunità scientifiche, talvolta ibridandosi o
mescolandosi di epoca in epoca: questa volta “pattern epistemologici”. In un certo
senso, la stessa ossessione per i pattern è un pattern! Non dimentichiamo che già
nel 1972, all’epoca della prima formulazione della teoria degli equilibri
punteggiati, Eldredge e Gould si muovevano su questo doppio crinale: un versante
“ontologico” riguardante la reale natura (discontinua, punteggiata e ramificante)
delle serie fossili rappresentative della vita delle specie sul lungo periodo; un
versante epistemologico riguardante la critica al pattern influente del gradualismo
filetico. Il nucleo di quel primo lavoro seminale ruotava proprio attorno
all’incongruenza fra un pattern epistemologico forte e dominante, una metafora
influente, un paradigma, un’ideologia scientifica come il gradualismo, da una
parte, e un pattern emergente (che poi gli autori chiameranno “puntuazionista”) che
si era manifestato ai loro occhi nella documentazione fossile, dall’altra.
Secondo Eldredge, che ha ripreso questo tema proprio nell’opera citata del 1999, il
lavoro dei paleontologi e degli evoluzionisti assomiglia sempre più a uno
stereotipo “da detective”: essi cercano alcuni pattern ricorrenti all’interno di una
molteplicità di sentieri evolutivi interconnessi le cui traiettorie appaiono fortemente
imprevedibili, facendosi guidare a loro volta da pattern epistemologici che filtrano
i dati come occhiali deformanti. Tuttavia, il mestiere del paleontologo non è più
89
quello di forzare i sempre più recalcitranti dati empirici in una mappa concettuale
precostituita, sia essa il gradualismo progressionista o il riduzionismo genetico.
Non ha più il compito di colonizzare la fragile disciplina paleontologica con i
paradigmi forti della biologia molecolare. Di fronte all’esplosione incontrollata di
evidenze empiriche incoerenti, non tenta una nuova sintesi, ma va a caccia di
connessioni, di metafore nuove, di strutture che permettano, grazie ad una pluralità
di pattern esplicativi, una comprensione più realistica delle trasformazioni
evolutive che hanno condotto fino a noi. La scoperta scaturisce da questa
modulazione fra una molteplicità di pattern epistemologici (mutevoli) e una
molteplicità di pattern ontologici (altrettanto mutevoli). Il lavoro dello scienziato,
alla luce di questa svolta epistemologica che sposta l’attenzione dalle leggi
deterministiche ai pattern, ha assunto un carattere indiziario, esplorativo, nomade.
La vita, scriveva già nel 1942 il fisico Erwin Shrodinger, è un tentativo disperato di
sottrarsi alla seconda legge della termodinamica, che prevede l’aumento
irreversibile dell’entropia globale. Se tutto prima o poi va a finire nel disordine, la
vita rappresenta un’oasi provvisoria di stabilità, un timido tentativo di resistenza.
La conoscenza, tutto sommato, è anch’essa un tentativo disperato di sottrarsi al
disordine e all’oblio. Gli strumenti magici per intraprendere entrambe le avventure,
vita e conoscenza, sono le strutture autorganizzate che sottraggono disordine al
cosmo per trasformarlo in architetture viventi. I pattern, distillati dalla vita,
organizzano sia le nostre domande rivolte alla natura sia le sue contraddittorie
risposte. Quando i due piani occasionalmente si intersecano, in un dominio terzo
che non è oggettivamente reale ma neppure meramente fittizio, un nuovo mondo
possibile si apre al ricercatore.

La pista, lo spiraglio che molti scienziati interessati alla complessità del vivente
stanno inseguendo, pur con diverse tonalità e accenti, è connesso alla duplice
natura, strutturale e contingente, del processo evolutivo: al gioco fra strutture della
contingenza e contingenza delle strutture. In ciascuna delle quattro accezioni di
“pattern” qui presentate, il singolo evento storico ha un potere causale
potenzialmente determinante, può diventare una biforcazione catastrofica o essere
fagocitato dalle forze omeostatiche del sistema. Fra gli studiosi lo scontro su quale
sia la reale portata di tali biforcazioni è sempre stato molto acceso: chi sostiene
l’esistenza di un algoritmo universale della complessità e di un codice nascosto
dell’evoluzione (come Leo Buss del Santa Fe Institute) non esita a limitarne
l’influenza, pensando che esista una sorta di “tendenza intrinseca verso la
complessità”, una specie di seconda legge della termodinamica alla rovescia (G.
Johnson 1995); chi invece, come Gould, privilegia il carattere contingente
dell’evoluzione, dando ad essa ampi margini di manovra a partire da vincoli
comuni, si spinge ad affermare che tutte le strutture consolidate del vivente
potrebbero essere radicalmente diverse se le condizioni storiche fossero state
leggermente modificate in un punto qualsiasi della storia naturale.
90
Indipendentemente da dove collochiamo il confine fra contingenza e necessità per
spiegare la complessità, il fatto paradossale è che il potere causale del singolo
evento, pur non obbligandoci a rinunciare ad alcuna delle regolarità sottese al
funzionamento normale del sistema, introduce in esso un elemento di irriducibile e
radicale imprevedibilità. Anche immaginando un ferreo algoritmo universale
dell’evoluzione, non possiamo prescindere da questa possibilità radicale, eversiva.
Tuttavia, ha scritto recentemente Niles Eldredge, non dobbiamo disperare: “Vi è un
ordine reale in tutto questo apparente Caos. La vita ha avuto una lunga e
complessa, ma alla fine comprensibile, storia. Ci sono pattern ripetuti infinite volte
quando le specie vanno e vengono, quando gli ecosistemi nascono e muoiono.
Questi principi di organizzazione della storia della vita sono i processi
dell’evoluzione. Noi li applichiamo ai fossili per restituire loro un ordine”
(Eldredge, in Solé, Goodwin, 2000, p. 243).
Se rifiutiamo le scorciatoie riduzioniste e accettiamo una visione pluralistica
dell’evoluzione ci troviamo così di fronte allo spinoso ma seducente problema
della congiunzione fra ordine e contingenza, e dei pattern che da questa unione
discendono. È come un nodo invincibile, da affrontare a mani nude dopo aver
abbandonato la spada riduzionista. Esso appare irresolubile perché si annida
proprio dentro la circolarità infinita fra sistemi che osservano e sistemi osservati,
cioè fra forme in evoluzione che cercano di compenetrarsi e si rimandano l’un
l’altra vicendevolmente. Forse la complessità non è ancora lo zeitgeist del nuovo
secolo, come annuncia Taylor, ma la sfida epistemologica è aperta e consiste nel
saper contemperare la radicalità dell’evento irreversibile con il succedersi di
configurazioni comunque coerenti. È un eterno gioco di volubilità e di fedeltà, una
danza della permanenza e del suo contrario.

Le macromolecole, le cellule e gli organismi viventi sono entità fisiche costituite


da altre entità fisiche interagenti fra di loro secondo le leggi della fisica e della
chimica. La biologia appartiene, di conseguenza, al dominio delle scienze fisiche e
le sue regolarità e i suoi principi dovrebbero essere in ultima analisi ricondotti, se
non ridotti, alle leggi generali della fisica. Nessuno oggi dubita più della validità di
questa affermazione e l’utilizzazione consapevole di questi concetti ha
enormemente facilitato l’ascesa e l’affermazione della moderna biologia
molecolare. Ciononostante è chiaro a chiunque si accosti a queste discipline che vi
sono un certo numero di differenze rilevanti fra le scienze fisiche - fisica, chimica e
chimica-fisica - da una parte e le scienze biologiche dall’altra. Alcune di queste
sembrano di natura contingente e dovute essenzialmente al fatto che la biologia è
una scienza relativamente giovane e certamente molto più giovane della fisica. Tali
differenze stanno divenendo ogni giorno meno rilevanti e si ha l’impressione che
col tempo finiranno per scomparire.
Ma possiamo concludere che tutte le differenze esistenti fra i due gruppi di
discipline sono di questo tipo oppure ne esistono altre di natura più consistente e
91
duratura? In altre parole, è ragionevole supporre che tra queste discipline esistano
anche differenze intrinseche inerenti ai loro rispettivi campi di studio? Mi limiterò
qui ad alcune considerazioni di carattere generale partendo da un punto di vista
strettamente fisicalista.

Per risolvere un determinato problema di fisica, che si tratti di meccanica, di


elettromagnetismo o di fisica atomica, è necessario prendere in considerazione
innanzitutto le leggi fisiche che regolano quella classe di problemi e
secondariamente le condizioni iniziali specifiche di quel dato problema. Le leggi
fisiche sono valide in ogni circostanza, mentre le condizioni iniziali individuano la
situazione specifica fra tutti i possibili eventi fisici. Per esempio ogni solido
obbedirà alle leggi della meccanica e alla forza di gravitazione, ma per risolvere un
qualsiasi problema di balistica è necessario conoscere dove era localizzato quel
proiettile ad un certo istante e con che velocità si stava muovendo. È chiaro che la
parola "iniziale" non si riferisce qui semplicemente ad un evento iniziale ma a un
qualsiasi tempo arbitrario t. Le condizioni iniziali possono anche essere considerate
come appartenenti alla classe più ampia delle condizioni al contorno, che
identificano in maniera non ambigua l’esempio in oggetto.
Se le entità biologiche non differiscono intrinsecamente da ogni altro oggetto
fisico, devono poter essere trattate sullo stesso piano e secondo gli stessi criteri.
L’unica differenza sta nel fatto che l’enfasi della fisica è prevalentemente posta
sulle leggi, mentre in biologia le condizioni iniziali appaiono svolgere un ruolo
predominante. In realtà può essere necessaria una grande quantità di tempo e di
energia per specificare tutte le condizioni iniziali di una determinata situazione
biologica e senza questa specificazione nessun problema può essere risolto,
nemmeno in linea di principio.
In alcuni casi le condizioni iniziali includono la presenza di uno specifico genoma
e di tutte le strutture biologiche di una cellula, ad esempio una cellula-uovo matura.
Non c’è dubbio che condizioni iniziali del genere sono tutt’affatto peculiari,
difficili da esplicitare in dettaglio e almeno altrettanto complesse degli eventi ai
quali daranno origine. Parte di questa complessità è dovuta a sua volta al fatto che
la maggior parte delle molecole biologiche di qualche interesse sono
macromolecole.
Naturalmente ciò non significa che le entità biologiche siano regolate da leggi
diverse da quelle fisiche. Significa piuttosto che pur nell’ambito della validità di
queste leggi le entità biologiche sono primariamente dipendenti dalle condizioni
iniziali e dal tempo. In biologia spesso ciò che è vero al tempo t2 può non essere
vero al tempo t3 e/o non essere stato vero al tempo t1, dal momento che ogni
organismo è soggetto a continui cambiamenti mentre si sviluppa, matura e
invecchia come individuo e allo stesso tempo evolve come membro di una specie
biologica. Questo concetto è spesso espresso dicendo che la biologia è una scienza
storica. Dal punto di vista della ricerca, questa è probabilmente la differenza più
92
importante fra gli oggetti della fisica e quelli della biologia: gli eventi biologici
sono dominati da un insieme particolarmente complesso di condizioni iniziali che
giocano un ruolo critico. Può essere interessante notare in questo rispetto che
Ernest Mayr ha recentemente affermato che la biologia lavora più per "concetti"
che per "leggi" come invece fanno le scienze fisiche. Possiamo infatti considerare i
concetti biologici come descrizioni astratte di insiemi particolari di condizioni
iniziali.
Tutto ciò che abbiamo detto fino a questo punto si applica altrettanto bene ai
sistemi fisici inanimati particolarmente complessi e internamente eterogenei come
una cascata, un uragano o le condizioni meteorologiche di una determinata località.
La dipendenza critica dalle condizioni iniziali esibita da tali sistemi complessi è già
stata sottolineata e discussa e da questo punto di vista non esiste un motivo
stringente per escludere che i sistemi fisici complessi e i sistemi viventi debbano
essere studiati con metodi molto simili. Ma in aggiunta a questo i sistemi viventi
mostrano una forma particolare di dipendenza dal fattore tempo, vale a dire la
continuità obbligata di alcuni sottoinsiemi delle loro condizioni iniziali.
La vita è dominata dalla continuità, sia al livello della biomassa totale che al livello
delle singole specie. La vita stessa consiste di questa continuità. Interrompere il
filo di questa continuità, cioè sopprimere alcune di queste condizioni iniziali così
speciali, vorrebbe dire sopprimere la vita stessa. Il corpo di un organismo
pluricellulare per esempio deriva da un embrione che deriva a sua volta da un paio
di gameti che derivano a loro volta da altri due corpi che derivano da altri embrioni
e così via. Ovviamente la continuità di alcune condizioni iniziali all’interno di una
data specie è garantita dalla presenza da un insieme molto particolare di condizioni
iniziali rappresentato dal suo genoma e dai programmi genetici che questo
codifica. Si può parlare in effetti di una continuità per discendenza e in questa luce
la genetica può essere vista come lo studio dell’ereditarietà di condizioni iniziali
particolari e biologicamente rilevanti.
Una conseguenza non secondaria di questa continuità per discendenza è la
presenza in ogni specie di una varietà di meccanismi e parametri accidentali fissati
nella biologia degli individui attraverso le generazioni. Almeno in linea di
principio, ogni fenomeno che sia compatibile con le leggi universali delle scienze
fisiche può essere osservato una volta o l’altra in qualche organismo vivente e in
realtà abbiamo sotto gli occhi un’impressionante varietà di soluzioni fisico-
chimiche e biologiche per raggiungere risultati comparabili. Ma la scelta effettiva
di soluzioni e di parametri specifici è spesso tutta una questione di accidenti
evolutivi. Per esempio noi abbiamo alcune strutture anatomiche adulte che
derivano da un certo numero di strutture branchiali perché discendiamo da
vertebrati acquatici e abbiamo sette vertebre cervicali perché questa è stata la
soluzione numerica scelta e fissata fin dall’inizio della radiazione dei mammiferi.
Questi eventi accidentali sono stati chiamati incidenti congelati. Probabilmente il
più famoso di questi è l’universalità del codice genetico. Al meglio delle nostre
93
conoscenze attuali, non c’è nessun motivo per cui nel DNA della stragrande
maggioranza degli organismi viventi la tripletta AGG debba codificare
l’aminoacido arginina e la tripletta CCA debba codificare la prolina. Ma questo è
ciò che osserviamo.
L’intepretazione corrente di questo fenomeno è che questa particolare scelta è stata
fatta, probabilmente a seguito di eventi casuali, più di tre miliari di anni fa ed è
rimasta fissata da allora in poi. Altri esempi di incidenti congelati sono la struttura
della membrana cellulare e l’apparato cellulare per la sintesi proteica in tutti gli
organismi o la struttura fine delle ciglia negli organismi superiori. Nello studio
degli organismi viventi ci si trova di fronte ad una mescolanza di elementi
necessari, e quindi validi essenzialmente in ogni mondo possibile, e di elementi
intrinsecamente contingenti cioè validi per questo particolare pianeta e per la storia
evolutiva del tipo di vita al quale siamo abituati. È chiaro che la presenza di un
certo numero di incidenti congelati in ogni specie vivente rende lo studio delle
entità viventi più semplice per la comprensione immediata di fenomeni biologici
specifici, ma più difficile da inscrivere nel capitolo generale delle scienze fisiche.
L’esistenza di incidenti congelati nella vita terrestre rappresenta un chiaro esempio
di irreversibilità e si situa al cuore di questo fenomeno. È noto che le leggi della
natura sono simmetriche per l’inversione del tempo mentre la vita di tutti i giorni ci
offre una varietà enorme di esempi di processi irreversibili. In sostanza le leggi
sono simmetriche riguardo al tempo ma gli eventi no. Questo fatto nasce dalla
forma di alcune condizioni iniziali che derivano a loro volta da eventi che hanno
infranto una simmetria originaria in quanto risultati di scelte fra possibili
alternative. Come inevitabile conseguenza, quei fenomeni nei quali le condizioni
iniziali hanno un’importanza maggiore, come quelli studiati dalla biologia,
mostrano un altissimo grado di irreversibilità. Secondo questa logica, gli
esperimenti in vitro, condotti cioè con cellule in coltura o molecole in provetta,
presentano la particolarità che in essi le conseguenze di alcuni di questi accidenti
storici sono assenti o neutralizzate.
In verità in questo secolo abbiamo appreso che anche l’universo fisico ha avuto
un’origine e ha una storia. Noi stiamo vivendo in un periodo particolare della storia
dell’universo e ci sono stati periodi nei quali la vita non c’era e non era neppure
concepibile. È possibile che anche la cosmologia sia una scienza storica ma la
scala dei tempi è completamente diversa.

La fisica studia entità che possono esistere ad ogni temperatura. La chimica


classica necessita di atomi stabili e questi possono esistere solamente al di sotto di
una certa temperatura. La biologia richiede cellule viventi e per quanto ne
sappiamo queste possono esistere soltanto a temperature appartenenti ad un
intervallo piuttosto ristretto e molto spostato verso i valori bassi. Le neuroscienze e
la psicologia richiedono a loro volta un ambito di temperature ancora più ristretto
poiché hanno bisogno di cellule nervose connesse fra di loro in circuiti nervosi e
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ciò può avvenire solo in presenza di un minimo di stabilità. La fisica ci insegna che
studiare e comprendere il comportamento di oggetti ad alta temperatura è più
semplice che studiare oggetti a bassa temperatura. È chiaro ad esempio che
studiare l’interno di una stella è molto più semplice che studiare l’interno di un
pianeta come la nostra Terra. Ciò è dovuto al fatto che alle alte temperature
l’universo è altamente simmetrico da ogni punto di vista, mentre l’abbassamento
progressivo della temperatura, come è avvenuto nel passato nell’universo fisico,
introduce sempre più scelte accidentali che infrangono altrettante simmetrie.
Consideriamo ad esempio le forze fondamentali della natura. Nel mondo d’oggi
queste sono quattro: la forza gravitazionale, quella elettromagnetica, la nucleare
debole e la nucleare forte. Sono diverse, hanno proprietà molto diverse e
controllano fenomeni naturali diversi. Oggi si sa che al di sopra di una data
temperatura la forza elettromagnetica e quella nucleare debole si fondono in
un’unica forza detta elettrodebole. Si crede che al di sopra di una temperatura
ancora più elevata la forza elettrodebole si fonda con quella nucleare forte per dare
una forza unificata e che ad una temperatura ancora più alta anche la gravitazione
si possa fondere con questa forza unificata per dare una singola superforza della
natura. L’energie richieste per produrre queste temperature sono enormi e
attualmente al di là delle nostre possibilità, ma si ritiene che ci sia stato un
momento nella storia dell’universo in cui la sua temperatura era così alta da aversi
solo una singola forza fondamentale invece di quattro. Dopo un po’, in realtà una
frazione di secondo, la temperatura non è stata più sufficiente a mantenere questa
situazione e la forza gravitazionale si è separata dal complesso delle altre tre. Un
istante dopo la forza nucleare forte si è separata dalla elettrodebole e
successivamente il raffreddamento dell’universo ha comportato la separazione
della forza nucleare debole da quella elettromagnetica fino a comporre il quadro
che osserviamo oggi. Si può fare uso del concetto di simmetria e dire che alcune
simmetrie sono andate progressivamente infrante e che questi processi di rottura di
simmetria hanno portato il mondo ad essere quello che è a partire dalla prima
separazione delle quattro forze fondamentali. Successivamente un numero sempre
maggiore di simmetrie sono andate infrante, conducendo alla formazione prima di
nuclei stabili, poi di atomi, di molecole e infine di stati di aggregazione che hanno
un grado di simmetria via via sempre più basso. Anche nel nostro mondo alle alte
temperature le molecole quasi si ignorano a vicenda ed è relativamente facile
studiare il loro comportamento, mentre a temperature più basse le interazioni
molecolari vengono alla ribalta e tendono a confondere il quadro generale.
Almeno sul nostro freddo pianeta, tutto ciò ha condotto alla formazione di
molecole, macromolecole, aggregati molecolari, micelle e così via. Si è assistito ad
uno spostamento progressivo verso l’aggregazione delle entità primitive per dar
luogo a domini di coerenza sempre più ampi che mostrano un grado crescente di
stabilità e di complessità strutturale. Ad un dato momento è comparsa la vita.
Parlando in termini astratti possiamo dire che in quel momento si è rotta un’altra
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simmetria, quella fra oggetti viventi e non viventi. Prima di un certo istante quella
asimmetria era priva di senso, dopo di questo sono comparse nel mondo le due
classi separate di entità. Con la comparsa degli organismi viventi, la materia
aggregata ha cominciato ad esibire un altro tipo di coerenza, la coerenza nel tempo,
cioè la persistenza e la continuità per discendenza. Gli oggetti viventi sono domini
di coerenza relativamente estesi sia nello spazio che nel tempo. Da questo punto di
vista è stato proposto che abbiamo a che fare con una scala di complessità
crescente estendentesi dalla cellule (ordine di grandezza dei mm) agli organi (mm),
organismi (cm), popolazioni (m) e comunità culturali che possono estendersi pure
nel tempo. Tutto ciò sarebbe probabilmente spazzato via da un improvviso
significativo aumento della temperatura locale e certamente da un aumento della
temperatura globale dell’universo.
Ci troviamo qui al cospetto del problema delle cosiddette proprietà emergenti,
quelle proprietà degli oggetti ordinari che non sono comparse e non hanno avuto
senso finché la materia non è riuscita a organizzarsi in sistemi di sufficiente
complessità. Esempi di proprietà emergenti sono la proprietà di essere solidi o di
essere colorati o di essere vivi o anche intelligenti. È interessante notare che anche
il possesso di un’individualità può essere considerata una proprietà emergente. Le
particelle elementari infatti non presentano questa proprietà mentre le strutture di
complessità strutturale crescente acquistano progressivamente questa proprietà in
un processo che culmina con gli animali superiori e l’uomo.
I fisici, e più in generale gli scienziati che adottano un atteggiamento riduzionista,
vedono con sospetto il concetto di proprietà emergenti e le sue implicazioni.
L’argomento delle proprietà emergenti può in effetti essere fuorviante, se non
molto pericoloso, se usato per invocare, più o meno esplicitamente, l’intervento
dall’alto di entità metafisiche quali la Vita, la Mente o la Coscienza. Nondimeno la
contemplazione dell’esistenza di proprietà emergenti e il riduzionismo sono due
facce della stessa medaglia, due modi divergenti di guardare alla realtà che di
necessità si implicano a vicenda. Se guardiamo all’evolversi del mondo presente a
partire dalle sue origini, osserviamo un progressivo emergere di nuove proprietà.
Se invece guardiamo indietro nel tempo o tentiamo di ridurre i livelli di
aggregazione più alti a quelli inferiori, abbiamo il riduzionismo. La questione
fondamentale in questo contesto è quanto potente e promettente può rivelarsi un
approccio riduzionistico nella biologia di oggi e di domani. La mia risposta è che
questo approccio è di importanza fondamentale per lo studio dettagliato di ogni
tipo di processo biologico ma la sua utilità è tanto maggiore quanto più si ha
coscienza dell’importanza degli accidenti storici che rendono le entità biologiche
così irreversibili e sostanzialmente uniche. In altre parole, le entità biologiche
possono essere o non essere ridotte a livelli inferiori di organizzazione, ma ogni
volta che ci si accinge a questa impresa è opportuno ricordare che moltissime delle
loro proprietà non si sono consolidate tutte in una volta ma sono il risultato di un
processo storico lungo e laborioso.
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La fisica e la chimica trattano essenzialmente la conservazione e le trasformazioni
di tre entità: la materia, l’energia e l’informazione, che può anche essere vista
come correlata all’entropia. La biologia pone un’enfasi particolare
sull’informazione e sugli strumenti concettuali ad essa correlati. Infatti la biologia,
e più precisamente la biologia molecolare, è stata la prima disciplina sperimentale
che ha fatto un uso deliberato di questo apparato concettuale. Questa può risultare
da una contingenza storica dovuta al fatto che la biologia molecolare si è
sviluppata proprio nel periodo immediatamente successivo alla nascita della teoria
dell’informazione, ma sembra più probabile che la biologia non possa
assolutamente fare a meno di utilizzare questi concetti. La ragione è probabilmente
da ricercarsi nel fatto che il programma genetico che assicura la temporanea
stabilità dei singoli organismi e la continuità delle varie specie attraverso le
generazioni è intrinsecamente un messaggio ordinato o una collezione di messaggi
ordinati materializzati in particolari macromolecole, anch’esse relativamente stabili
nel tempo.
Un messaggio è costituito da una sequenza di simboli. In termini astratti, i simboli
sono entità alternative estratte da un inventario chiuso che può anche essere
considerato un alfabeto. Questi simboli sono posti in una sequenza nella quale
l’ordine conta, poiché AB è generalmente diverso da BA. L’esistenza di simboli
implica a sua volta l’esistenza di un codice inteso come una corrispondenza,
possibilmente non ambigua, tra membri dei due inventari. Questa corrispondenza è
fissa ma generalmente arbitraria. I simboli possono a loro volta esistere a vari
livelli della codificazione. Per le lingue naturali si parla di articolazione del
linguaggio, che si presenta almeno duplice: al livello dei suoni (fonemi) e a quello
delle parole (morfemi).
Consideriamo un tratto di DNA che rappresenti un frammento genico. Sappiamo
che questo consiste di una sequenza di nucleotidi presi da un repertorio molto
ristretto di quattro lettere: A, G, C e T. Il messaggio è notoriamente letto in
triplette. Ognuna di queste triplette codifica uno specifico ammino acido: CCA ad
esempio codifica un residuo di prolina. Il nucleotide C che si trova al centro di
questa tripletta può cambiare per un errore biologico, spontaneo o indotto, che
rappresenta in definitiva il risultato di fluttuazioni statistiche, ma può solo
cambiare in direzione di tre possibili alternative. Può divenire cioè una G, una A o
una T. Non può divenire nient’altro e soprattutto non può divenire niente come 2/3
di una C e 1/3 di una G or 2.546 C. La scelta è fra alternative discrete. Questo fatto
previene una larga porzione di errori derivanti da fluttuazioni casuali. Dal punto di
vista della biochimica non è impossibile che un dato nucleotide partecipi della
natura di una C e di una T allo stesso tempo. Il punto è che al momento della
sintesi della corrispondente proteina il nucleotide stesso verrà interpretato o come
una C o come una T ma non come un misto delle due. Non è quindi la natura

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intrinseca dei nucleotidi che previene alcuni effetti delle fluttuazioni casuali del
messaggio genetico ma la loro condizione di entità codificanti.
Tutto ciò è cruciale per la persistenza di una cellula o di un organismo. In fisica e
in chimica si ha generalmente a che fare con miliardi e miliardi di molecole e se
anche ciascuna di loro è soggetta a fluttuazioni stocastiche le loro proprietà
statistiche sono relativamente stabili e predicibili. In biologia al contrario si è
spesso in presenza di un numero molto ridotto di molecole di una data specie
presenti in ogni singola cellula ma queste si comportano in una maniera predicibile
e quasi determinata. Questo è particolarmente notevole se si considera che alcune
proteine e alcuni RNA messaggeri possono essere presenti in poche centinaia di
copie e che il DNA stesso è presente in una o due copie per cellula.
La vita sembra risolvere molti dei problemi posti dal secondo principio della
termodinamica attraverso un uso oculato dell’energia libera. Questo risultato è
possibile per il concorso di varie condizioni, fra le quali la temperatura
relativamente bassa, la presenza di molecole di notevoli dimensioni come le
macromolecole e l’uso di una varietà di processi di codificazione a diversi livelli.
La codificazione è a sua volta una forma di scelta da un inventario discreto di
alternative possibili. Così un gene può essere attivo o quiescente e ogni stato
cellulare è determinato dall’insieme degli stati di accensione o di quiescenza dei
suoi singoli geni. Ogni cellula può trovarsi in un dato stato caratterizzato da quali
dei suoi geni sono accesi e quali quiescenti in una schema concettuale che è stato
chiamato combinatorio.
Questo è altrettanto vero al livello dei tessuti o delle regioni corporee.
L’epidermide primitiva può trasformarsi in epidermide matura o in neuroepitelio.
Un segmento del corpo di un insetto che si sta sviluppando può trasformarsi in uno
dei circa 15 segmenti corporei previsti, ma molto raramente in una combinazione
di due di questi. Un altro esempio è dato dall’accensione dei neuroni. È noto che
questi possono inviare un segnale nervoso o non inviarlo secondo uno schema
tutto-o-nulla. Infine le neuroscienze e le scienze cognitive ci dicono che anche al
livello delle attività mentali superiori esistono degli schemi predeterminati -
percettivi, rappresentazionali e comportamentali - e che noi apprendiamo, facciamo
valutazioni e ci comportiamo sulla base di questi schemi. In ognuna di queste
circostanze la vita implica una scelta all’interno di un insieme discreto di
alternative possibili, la maggior parte delle quali determiante dal progetto
generativo codificato nel patrimonio genetico presente in ogni cellula.

I processi biologici sono chiaramente influenzati dagli eventi esterni. Possiamo


chiamare esperienza in senso lato l’insieme di queste interazioni. Il concetto di
esperienza così definito si può applicare a tutte le entità biologiche, dalle più
elementari come i geni o le cellule su su fino all’apprendimento e al
comportamento. Sulla base di ciò che abbiamo detto fin qui l’esperienza può essere
vista come una selezione, operata sotto l’influenza di eventi esterni, di stati interni
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specifici a partire da un inventario chiuso di stati interni alternativi. In conseguenza
di una qualsiasi di queste scelte il repertorio di stati interni che un gene, una
cellula, un organo o un sistema possono assumere è momentaneamente ristretto,
magari a un solo elemento. Se questo nuovo repertorio resterà ristretto, evolverà
verso una nuova configurazione implicante scelte alternative diverse o ritornerà
alla condizione originaria dipenderà dagli eventi successivi che possono andare
nella direzione degli eventi esterni precedenti, e quindi confermare le scelte fatte,
oppure no. È ovvio che gli inventari biologici stessi possono cambiare con il
procedere dell’evoluzione - quest’ultima non è infatti altro che l’evoluzione di tali
inventari nel tempo - ma la scala temporale che vi è implicata è radicalmente
diversa.

La vita dunque sembrerebbe essere una proprietà emergente scaturita


dall'evoluzione di sistemi complessi lontani dall'equilibrio.
Ma la vita che noi sperimentiamo non si esaurisce nelle spiegazioni che si possono
avere utilizzando gli occhiali della scienza.
La nostra vita, la vita di ciascuno, è estremamente ricca e varia e piena di
meraviglie che non trovano una spiegazione esauriente nel riduzionismo della
scienza. Le eterne domande da dove veniamo e soprattutto dove andiamo
rimangono senza risposta e ognuno trova la risposta che meglio gli si confà.
La filosofia orientale vede la coscienza ovunque e pone l'origine del creato nella
concezione di una coscienza che tutto pervade.
Ma noi siamo limitati, abbiamo percezione solo della nostra realtà e non possiamo
nemmeno immaginare la totalità dell'universo di ciò che è stato pensato dall'uomo
dall'origine dei tempi. Ogni volta ricostruiamo nella nostra testa il pensiero
originario sulla base di frammenti che arrivano alla nostra coscienza.
I libri riportano solo una piccola parte dell'effettiva esperienza dell'autore e
possono essere facilmente fraintesi.

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