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I

Oggi

VIDEOINTERVISTA

SUL COMODINO

MEMORIA

tuttoLIBRI
1771

Manfredi, da Alessandro al Piave 15-18

Carandini, un archeologo da Voltaire

Renzo De Felice lultimo atto del Fascismo

iPad Edition

Con le recensioni e le classifiche dei bestseller

NUMERO ANNO XXXV SABATO 25 GIUGNO 2011

tuttoLIBRI
Anniversari
Mezzo secolo fa, l1 e il 2 luglio, morivano a distanza di poche ore il maledetto francese ancora lordo della duplice infamia di antisemitismo e collusione coi nazisti e lo scrittore americano circonfuso di gloria e gonfio di rum
P. II

GROSSMAN

In Armenia vita e destino


Un testamentario viaggio di libert
CARAMORE

VELTRONI

LItalia innocente
Alfredino e laltro Peci, 30 anni fa
GRAMELLINI P. V

DISCORSI

Le parole al potere
Oratori da Cavour a Berlusconi
PICCIOLI P. VI

Cline, la musica infernale del secolo breve


MASSIMO RAFFAELI

Hemingway, pi del personaggio conta lo stile


GIUSEPPE CULICCHIA

DIARIO DI LETTURA

La Camilleri della Mancia


Gimnez-Bartlett e il bandito ribelle
SERRI P. XI

TUTTOLIBRI
A cura di: LUCIANO GENTA con BRUNO QUARANTA tuttolibri@lastampa.it www.lastampa.it/tuttolibri/

LA STAMPA

Due scrittori che non potrebbero essere pi opposti e complementari, Ernest Hemingway e Louis-Ferdinand Cline, muoiono a distanza di poche ore, il 1 e il 2 luglio del 1961: luno, circonfuso di gloria e gonfio di rhum, si suicida nel suo buen retiro di Ketchum, Idaho, mentre laltro, ancora lordo della duplice infamia di antisemitismo e collusione coi nazisti, si spegne per un aneurisma nel villino-catapecchia di Meudon, a Ovest di Parigi, dove ritornato nel 52 in semiclandestinit, dopo anni di prigione e di esilio in Danimarca. I giornali sparano su nove colonne il suicidio di colui che traduceva lesistenza in velocit dattilografica incarnando la via americana alla letteratura, come ne fosse il mito temerariamente hard boiled; al recluso di Meudon, viceversa, riservano scarne notizie di agenzia e qualche imbarazzato necrologio in cui si riferisce la scomparsa di una belva collaborazionista. A cinquantanni esatti di distanza, il rapporto pu dirsi invertito: il nome di Hemingway chiuso in una cifra stilistica che retrospettivamente sembra simulare la velocit della radio e del cinema nello stesso momento in cui la subisce e vi soggiace, mentre la petite musique del narratore francese, la musica infera che risuona nel Viaggio al termine della notte o in Morte a credito, con lo spartito che registra il delirio emotivo dellindividuo solo nella massa (e nellepoca delle guerre mondiali, del colonialismo e del fordismo), sembra oggi lunica tonalit allaltezza degli orrori del Secolo Breve.

Il libro-intervista di Robert Poulet Il mio amico Cline (ora riproposto da Elliot) esce in Francia nel 1958, tre anni prima della morte dello scrittore, per annuncia uninversione di tendenza. Poulet (Liegi 1893 - Marly-le-Roi 1989) uno sparring ideale, anzi un sosia cliniano in quanto pure lui risulta essere un ex collaborazionista, un ex condannato a morte e un ex amnistiato; scrittore poligrafo, di ascendenza reazionaria, rivivr trasfigurato, tra Occupazione e Resistenza, nel romanzo-epopea di Hugo Claus che si intitola La sofferenza del Belgio.

Ritorna un libro-intervista del 1958: lautore del Voyage si rivela a Robert Poulet, quasi un suo sosia, e inscena il teatro della sua decadenza
Per parte sua, Cline lo accoglie volentieri nellarca di Meudon (tra i cani molossi e lineffabile Coco, il pappagallo), gli d corda, parla e come di consueto straparla, inscena il teatro della propria decadenza e tuttavia non smette mai di raccontarsi e di tornare sui frangenti di unautobiografia ossessiva, mentre la sua voce gi scrittura in atto, prosodia in forma di jazz, quella stessa che abita la cosiddetta Trilogia del Nord, il ciclo di romanzi che equivale al suo testamento dautore.

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Molti anni fa a Parigi entrai alla Closerie des Lilas per chiedere dovera solito sedere Ernest Hemingway. Ma non appena messo piede nel locale sul Boulevard Montparnasse scoprii che la direzione aveva pensato bene di prevenire questo genere di domande: decine di targhette di ottone indicavano ai vari tavoli i posti prediletti dai Mostri Sacri dei Roaring Twenties e seguenti. Qua Pablo Picasso, l James Joyce, e accanto a loro tutti gli altri, Scott Fitzgerald e Dos Passos, Gertrude Stein e Crystal Tzara. Quanto a lui, Hemingway, malgrado le pagine di Festa Mobile in cui aveva raccontato come per trovare la concentrazione necessaria a scrivere dopo la nascita del primogenito Bumby avesse scelto di lavorare a un tavolo dangolo accanto alle vetrine da cui si intravedeva la statua del Maresciallo Ney, la targhetta con il suo nome era stata applicata al bancone del bar. Questa scelta ai miei occhi ingenerosa costituiva una somma di tutti gli stereotipi della mitologia hemingwayana. Hemingway il beone, lo spaccone, il macho. Hemingway e le corride, le battute di pesca, i safari. Hemingway sempre pronto a tirare di box, inventarsi un cocktail, sparare a unanatra. Hemingway lo specialista in guerre, tra cui la greco-turca, le due mondiali e la civile spagnola. Hemingway che amava vivere pericolosamente e aveva liberato da solo lhotel Ritz e si era sposato quattro mogli e concesso svariati flirt, da Marlene

Dietrich a Jane Mason, giovane e bionda miliardaria incontrata in Africa, alla nobildonna veneziana che gli aveva ispirato Di qua dal fiume e tra gli alberi. Poi cerano lHemingway antitedesco e quello che faceva battute sugli ebrei. E lomofobo. E il filocastrista, o forse lanti. E quello che sosteneva di aver dato la caccia agli u-boot a bordo della sua Pilar. E il paranoico convinto di essere spiato dallFbi (era vero, tra laltro). Una folla di Hemingway, insomma, dal diciannovenne in uniforme militare fotografato in un ospedale di Milano al vecchio con la barba bianca e il maglione da pescato-

Uomo e scrittore complesso ridotto a stereotipo, ora narrato in una nuova biografia di Linda Wagner-Martin con gli occhi delle sue donne
re immortalato dalle parti di Key West. E lHemingway scrittore? Quello che alla Finca Vigia si ostinava a battere a macchina in piedi e che alla Closerie e altrove si era sforzato di scolpire sulla carta una prosa spesso straordinaria e dialoghi ineguagliabili, vedi gemme quali Un posto pulito, illuminato bene o Colline come elefanti bianchi o Le nevi del Kilimangiaro, o ancora Breve la vita felice di Francis Macomber, per tacere naturalmente di Fiesta o di Morte nel pomeriggio, un romanzo

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II

Scrittori stranieri
LE MEMORIE DI EVGENIJA GINZBURG

La voragine del Gulag


= Evgenija Ginzburg aveva scelto per il suo Viaggio
nella vertigine unepigrafe tratta da Aleksandr Blok: Ventesimo secolo. Ancor pi desolate, ancor pi terribili sono le tenebre della vita. Nella sua vita le tenebre calano un mattino di febbraio del 1937, quando viene inspiegabilmente arrestata dalla polizia segreta di Stalin. Docente di storia allUniversit di Kazan, fedele comunista, membro della segreteria regionale del partito, dopo un processo sommario viene condannata a dieci anni di reclusione in isolamento per attivit trotzkista contro-rivoluzionaria, commutati in seguito in lavori

Evgenija Ginzburg

forzati. Inviata al Gulag, sar liberata nel 1947: in Viaggio nella vertigine, scritto ventanni dopo e ora riproposto da Dalai (trad. di Duccio Ferri, pp. 703, 19,90), rivive lesperienza dei suoi anni di prigionia. Il Gulag al centro di un importante filone della letteratura russa. Insieme con gli scritti di Aleksandr Solenicyn e di Varlam alamov, le memorie di Evgenija Ginzburg appartengono a quella letteratura del disumano le cui origini vanno ricercate in epoca anteriore alla nascita del Gulag, nelle Memorie da una casa di morti di Dostoevskij, scritte dopo quattro anni di lavori forzati nella colonia penale di Omsk. Gi a quei tempi il narratore, alter ego dellautore, ricorda lodio dei carcerati comuni per il nobile che condivideva la loro sorte, la parte di boia che vive in

ogni uomo, la sottomissione ai crudeli capricci dei capi. Anche Tolstoj con Resurrezione e Cechov con Lisola di Sachalin, inchiesta sociologica sulle condizioni delle galere, hanno trasmesso importanti testimonianze sui lavori forzati, pur non avendoli sperimentati in prima persona. La narrazione di Evgenija Ginzburg sulla voragine della disumanit caratterizzata da accenti spesso ispirati da uno sguardo che cerca il cielo. Proprio come Dostoevskij e Solenicyn, si domanda cosa sarebbe accaduto se la sua vita si fosse svolta in modo diverso: non sarebbe forse diventata anche lei uno dei carnefici? Per entrare nellarmata dei giusti bisogna prima di tutto vincere se stessi. Nadia Caprioglio

Otto De Kat La storia di una tentata


indipendenza, destinata alla sconfitta
MARTA MORAZZONI

GABRIELLA CARAMORE

Inquietudine il primo romanzo di Otto De Kat tradotto in Italia; non un libro facile o immediato, quasi un lavoro sabbioso, se posso usare una metafora cos distante dalla letteratura. E' la storia di una tentata indipendenza, costruita sulla circolarit del tempo e destinata fin dalle battute iniziali a involversi nel segno della sconfitta. La prima inquadratura una nave che salpa dal porto di Rotterdam, nel gennaio 1935, diretta a Citt del Capo: a bordo un giovane, Rob, che lascia la famiglia e la sicurezza di un ceto sociale solido per andare verso l'ignoto. Nel suo congedo di ribelle, nel gesto di buttare in mare le lettere di raccomandazione che il padre gli ha consegnato, scritta la sua sconfitta. A partire da qui, infatti, si dipana una storia di tanti avvenimenti, di tanti difficili paesaggi, dal lavoro nelle miniere di Johannesburg alla prigionia

C un ribelle sulla nave verso lignoto


ce del dottor Schweitzer, il medico, teologo e organista tedesco che si consacr all'Africa e che, incontrato da Rob in un ricevimento nella casa di suo padre, una imponente casa olandese, suggestiona il ragazzo e lo porta, involontariamente, verso la deriva della sua inquietudine. Le tinte della storia sono per lo pi velate, l'appannamento della fatica e della disillusione rappresentato in uno stile asciutto, consegnato a frasi spezzate, a riflessioni amare su un mondo visto da occhi disillusi e provati. Una storia al negativo, dunque, ambientata in un momento drammatico del mondo e composta come una linea continuamente spezzata tra le illusioni e gli affetti del protagonista, destinati a smarrirsi nella sua insoddisfazione e nelloggettiva perdita, soprattutto quella di Guss e della madre, i due assenti cui consegnata la fine davvero struggente del romanzo. Lo stile di De Kat, olandese nato nel 1947, si impone in questo tragitto come un segno energico e lucido, si destreggia nelle giustapposizioni temporali, tra fatti e ricordi, con l'abilit di chi padroneggia nel profondo la materia narrativa. La sua prosa secca riesce a governare l'emozione e lo struggimento del protagonista, e coinvolge il lettore nel labirinto della memoria, lo conduce in un viaggio a volte disorientato, senza per perdere il ritmo, la logica intrinseca che danno al racconto della vita di Rob la sua ragione d'essere.

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Otto de Kat INQUIETUDINE trad. di Franco Paris Cargo, pp. 137, 17,50

Inquietudine: un tormentato tragitto tra Olanda e Africa, il protagonista ispirato dal dottor Schweitzer
giapponese negli anni della Seconda guerra mondiale, al ritorno definitivo in Africa dopo un intenso passaggio in Olanda. Tanti avvenimenti che De Kat sceglie di raccontare dall'interno, quasi che il tempo della realt e quello della memoria siano fusi in un puzzle di episodi, facce, situazioni, affetti e legami che intrecciano la rete dentro cui Rob si dibatte. Alcune figure emergono prepotenti, una su tutte quella dellamico Guss: compagno nellumiliante prigionia giapponese durante la Seconda guerra mondiale, una personalit affascinante, enigmatica anche

Quando scrive Il bene sia con voi!, appunti di un viaggio in Armenia, tra il 1962 e il 1963, Vasilij Grossman gi malato. Manca poco pi di un anno alla sua morte, che sopraggiunger il 14 settembre 1964. Quasi tutto era gi accaduto nella sua vita. Da scrittore amato e onorato nel suo Paese, coraggioso inviato di guerra sul fronte di Stalingrado, tra i primi a testimoniare degli inferni dei lager nazisti, poco alla volta era caduto in disgrazia, man mano che gli si aprivano gli occhi sulla realt del terrore sovietico, sul tradimento e la menzogna che facevano da collanti alla societ staliniana, sulle responsabilit del regime nello sterminio degli ebrei in Unione Sovietica, e man mano che la sua coscienza gli imponeva di dire la verit, a qualunque costo. Fu censurato, gli fu impedito di scrivere, il manoscritto del suo capolavoro Vita e destino gli fu sequestrato, cancellandone anche le minute e i fogli copiativi. Stroncata la sua vita di scrittore, sepolto vivo nella prigione del silenzio, abbandonato da quasi tutti, scrive anche una lettera a Krusciov, chie-

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Vasilij Grossman IL BENE SIA CON VOI! trad. di Claudia Zonghetti Adelphi, pp. 254, 19

Grossman Un viaggio testamentario


dellautore russo di Vita e destino

In mezzo a un popolo che come gli ebrei ha conosciuto sangue e sofferenza, per guardarsi dentro
dendogli di rispettare il disgelo da lui stesso clamorosamente inaugurato al XX Congresso del Pcus. Non avr risposta, se non una convocazione di Suslov, in cui viene ribadita la censura nei suoi confronti. Tutto sembra finito, dunque. La sua voce strangolata nel silenzio. La sua vita in attesa della morte. Ma ecco che, proprio allora, nasce in lui un nuovo soffio di libert. Consapevole che i suoi scritti non saranno pi pubblicati, finalmente si sente libero di narra-

In Armenia, tra chi odia e chi esalta Stalin


re il mondo attraverso lo sguardo della sua coscienza e del suo amore, e di raccontarlo cos come lo incontra. Per quanto grandi siano i grattacieli, per quanto potenti siano i cannoni, per quanto illimitato sia il potere dello Stato e per quanto forti siano gli imperi, tutto ci non che fumo, nebbia, e come tale sparir. Non c che una forza che persiste, che si sviluppa e che vive, e questa forza risiede nella libert. Cos si conclude Tutto scorre che, non a caso, porta a termine proprio in quellultimo scorcio di vita. E un vento di libert percorre anche questo resoconto di un viaggio compiuto in Armenia nel 1961, che esce ora in italiano, nella magnifica traduzione di Claudia Zonghetti, assieme ad altri struggenti racconti, tra cui lindimenticabile Madonna di Treblinka, e la dolente epopea di un asino

per Rob, che gli si lega in un rapporto di solidariet, di affetto e di ammirazione tormentosi; la sua sparizione in mare nello stretto di Formosa durante un attacco alle navi giapponesi occupa la mente dellamico, lo impegna in una ricerca ostinata: stato un punto di riferimento e di ispirazione, e ora un vuoto che il tempo e la distanza non colmano. Nel romanzo compare, quasi vista di scorcio, la figura ispiratri-

Cline, nellinferno del 900


MASSIMO RAFFAELI

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una lingua del risentimento e del rancore, la sua, che ritrova la propria scaturigine nella coscienza del dolore quale atto primordiale dellessere nel mondo: essa, in altri termini, la lingua del male che cerca ogni momento di combatterlo prodigando il ricordo del male medesimo. Senza affatto prevederlo, il libro di Poulet anticipa un processo di canonizzazione letteraria che in Francia si avvia poco dopo con luscita di un primo volume cliniano nella collana della Pliade, lequivalente di uno scranno fra gli immortali: perci allavaro stillicidio della bibliografia presto suben-

trer il tornado editoriale (tra riedizioni, inediti, carteggi, studi biografici e critici) che trova un suo corrispettivo, dallaltra parte dellimmaginario secolare, solamente in Marcel Proust. Qualcosa di simile gli accade in Italia se vero che, quando nel novembre del 93 esce per la prima volta da un piccolo editore marchigiano Il mio amico Cline, il terreno della sua ricezione da tempo predisposto dove nessuno se lo aspetterebbe, vale a dire con il marchio della sinistra intellettuale. In maniera rigorosamente ufficiosa, Italo Calvino a propiziare lingresso di Cline nel catalogo di Einaudi con la traduzione vivacissima de Il Ponte di Londra Guignols Band I (1971) a cura di due giovani promesse, il francesista Lino Gabellone e lo scrittore Gianni Celati, ed ancora Italo Calvino a vole-

re il doppiaggio di Nord (75), lepicentro della Trilogia, a firma del poeta Giuseppe Guglielmi, che diviene la sua voce consanguinea nel doppiaggio che sa commemorarne la violenza inventiva come il ritmo travolgen-

L eremita di Meudon parla e straparla, una lingua del rancore che ha la propria origine nella coscienza del dolore
te e sincopato della partitura: nemmeno un caso che nel novembre del 92, gi in vista del centenario della nascita, sia un altro einaudiano di lungo periodo, Ernesto Ferrero, a pubblicare la bella e in tutto rinnovata traduzione del Voyage. Cos come accade in Fran-

cia, dopo una messe di pubblicazioni e riconoscimenti, anche in Italia la comunit dei lettori sa distinguere oramai Cline da Cline, cio lambiguo amico della Kommandantur parigina, il pornografo razzista di Bagatelle per un massacro dal grande narratore (martire, per etimologia) che guarda alle vicende del secolo dai bassi di unumanit assoggettata, derelitta, priva di qualunque speranza. In questottica, anche Il mio amico Cline, un libro concepito da Poulet come una vera e propria apologia, riguadagna la funzione originaria che lo fa essere tanto un referto in presa diretta quanto unautobiografia scritta per procura. Alluscita del volume un altro cliniano accanito, il poeta Giovanni Raboni, ne coglie il senso e la necessit alludendo a un Cline al quadrato,

parlato e al tempo stesso scritto, un Cline dal vivo che tuttavia anche un Cline ricostruito, un personaggio da Museo Grvin. Insomma un autore finalmente approdato alla perfetta solitudine e insieme alla paradossale condizione di ogni classico, la cui attualit garantita dal fatto che la pagina, gi declinata al passato remoto, brucia nel tempo presente solo per ritrovarsi intatta al futuro anteriore. Pure alleremita di Meudon dunque capitato, per esclusivo amore della verit, di venire trascinato pi avanti di dove si pu andare, fin dove nessuno poteva aiutarlo: anche se gli si attaglia maledettamente, non una frase che si debba attribuire a lui, perch a pronunciarla fu invece Ernest Hemingway, un fratello che la morte gli imped di riconoscere.

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Robert Poulet IL MIO AMICO CLINE a cura di Massimo Raffaeli Elliot, pp. 128, 14 Il testo che qui anticipiamo la nuova introduzione di Massimo Raffaeli al libro-intervista di Poulet, uscito nel 1958 p Il capolavoro di Cline Viaggio al termine della notte riesce ora dal Corbaccio nella traduzione di Ernesto Ferrero (pp. 576, 18,60) p Tra le numerose iniziative editoriali francesi si segnala da Gallimard il Cline di Henri Godard, editor delle sue opere nella Pliade: une biographie qui fera date, scrive il Nouvel Observateur

Tuttolibri
SABATO 25 GIUGNO 2011 LA STAMPA

III

LE STRADE NOTTURNE DEL RUSSO GAZDANOV

Un taxista a Parigi
= Nato a Pietroburgo nel 1903 e morto di cancro ai
polmoni a Monaco di Baviera nel 1971, Gajto Gazdanov appartiene alla generazione degli migr come Vladimir Nabokov e Nina Berberova, e la sua opera verr pubblicata in patria solo ventanni dopo la morte. Appena sedicenne, partecipa alla rivoluzione russa arruolandosi tra i Bianchi di Vrangel, nel 1923 si trasferisce a Parigi e si adatta ai mestieri pi umili: scaricatore di porto, lavaggista di locomotive, operaio alla Citron, lavapiatti, clochard tra il 25 e il 26, dormendo sui marciapiedi e nelle stazioni della metropolitana. Si iscrive alla Sorbona senza portare a

termine gli studi e alla fine degli Anni 20 pubblica diversi racconti su riviste russe dellemigrazione. Dei nove romanzi che ha scritto i migliori sono lopera desordio, Una serata da Claire (1929), tradotto da Ibis nel 1996, ritratto autobiografico della sua infanzia e adolescenza sino allesperienza della guerra civile, tramato di incontri folgoranti e fatali, eventi impressionistici e frammentari, amori, sentimenti, sensazioni, profumi, legati dal filo della memoria e intrisi del simbolismo di Rilke; Il fantasma di Alexander Wolf (1948), tradotto da Mondadori nel 1952 col titolo Contro il destino, e da Voland nel 2002, dove tutti i personaggi sono creature scisse, sdoppiate, pedine nelle mani del caso; e Strade di notte (1939-41), ora tradotto da

Claudia Zonghetti con una prefazione di Dragan Veliki? (Zandonai, pp. 201, 20), che narra la sua esperienza di tassista notturno nella Parigi dei primi Anni 30. E una sorta di Taxi driver in anticipo sul film, dove lautore, come un viaggiatore in terra straniera, spinto dal desiderio di scoprire e comprendere le vite degli altri cercando di non finire avviluppato dalla bassezza umana infinita e desolante che vedevo ogni giorno. Davanti agli occhi del lettore scorre un quadro allucinato di disgusto e orrore: principi decaduti, notai gaudenti, camerieri filosofi, prostitute alla deriva, generali russi declassati a operai, emigrati che tormentati dai propri demoni si suicidano nella Senna. Massimo Romano

Gajto Gazdanov

Francis Brooks-Zarian, Genocidio

dallAppennino italiano ai deserti dellAbissinia, al gelo della steppa russa (La strada). Convinto che il sangue e la sofferenza hanno unito gli armeni e gli ebrei nella storia, questo resoconto del viaggio in Armenia unoccasione per fare chiarezza anche dentro se stesso, per guardare finalmente anche dentro le proprie ombre, per scoprire il suo amore sconfinato per la vita, per chiarire le menzogne a cui talvolta si era piegato. Ma soprattutto d voce alle pietre erose dal tempo e a quelle cesellate dagli uomini, ai colori tenui dellaria di primavera e a quelli sporchi della miseria. D voce alla bellezza di uomini e donne che incrocia e alle loro nascoste bassezze. A chi ha imparato a odiare Stalin, e a chi lo esalta perch ha sconfitto i tedeschi alleati dei turchi nello sterminio degli armeni. Allo sguardo delle pecore condotte al macello e agli assassini dal volto buono e onesto che le sgozzano. Al tepore diffuso da quellopera darte misconosciuta che la stufa dentro le case dei contadini, e alla squisitezza del-

le trote del lago Sevan che fanno impallidire la maestosit del paesaggio. Alla elegante e rassicurante banalit dellalto prelato e alla sconfinata umanit del vecchio contadino, che si rattrista fino alle lacrime perch il mondo non riesce a vivere secondo bont, giustizia e senza conflitti, e la cui fede non esiste al di fuori della vita, ed tuttuno con il borc da cucinare, il bucato da lavare, e le fascine di legna raccolte nel bosco. Risuona qui, come anche negli altri racconti, e in pagine mirabili di Vita e destino e di Tutto scorre, ma forse con ritmo pi quieto, dolente e profondo, lalternanza che vibra nel cuore delluomo tra la menzogna e il dono, tra lindifferenza e la compassione. Ma non la lotta tra il Bene e il Male a scuotere i pensieri di Grossman. Gli tremendamente chiaro quanta violenza sia stata compiuta in nome del Bene. E sa quanto Male si annida nelle viscere pi segrete delle persone oneste. Piuttosto, lo stupisce e commuove e lo apre a una illogica fiducia la certezza che vi sem-

Laurent Binet Dopo Littel e Haenel, anche lo scrittore


francese si cala nel buco nero del nazismo e della Shoah
GIOVANNI BOGLIOLO

Il reportage del 1962 Il bene sia con voi! e altri struggenti racconti in cui vibra lamore dei giusti
pre, da qualche parte, una bont insensata, senza ragione, ma forte pi di qualunque menzogna che arriva a lacerare la crosta dura della sopraffazione e dellottusit umana. Nel mare dellindifferenza universale sempre si former una piccola fenditura, una piccola crepa attraverso la quale respira ancora lamore. E, in fondo, attraverso quella piccola crepa che alcuni giusti, in spregio alle minacce di una dittatura cieca e a rischio della propria vita, hanno voluto a tutti i costi salvare le opere di Vasilij Grossman portandole fino a noi, strappandolo cos al silenzio e restituendogli la sua libert.

Dopo Jonathan Littel (Le benevole) e Yannick Haenel (Il testimone inascoltato), anche Laurent Binet si lascia attrarre da quel buco nero che, col nazismo e la Shoah, la generazione dei loro nonni ha creato nella storia del mondo. Ma, diversamente dai suoi predecessori, senza subirne la fascinazione e senza farvi affiorare ombre e ambiguit. In HHhH - questo il curioso titolo del romanzo di Binet, acronimo di una frase tedesca che significa Il cervello di Himmler si chiama Heydrich - male e bene sono nettamente separati. Da una parte, quella soccombente, il bene, rappresentato dalla folla sterminata delle vittime, ebree e non, della ferocia nazista e in particolare incarnato nel ceco Jan Kubis e nello slovacco Jozef Gabcik, gli autori dellattentato a Heydrich che lo scrittore considera uno dei pi grandi atti di resistenza della storia umana. Dall'altra il male imperante, che ha, s, i suoi inarrivabili campioni negli alti gerarchi nazisti e soprattutto nel misconosciuto braccio destro di Himmler, la bestia bionda Reynard Heydrich, ma comprende anche i fiancheggiatori, i collaborazionisti imbelli come monsignor Tiso e il presidente ceco Hacha, i testimoni ottusi o pavidi come Chamberlain e Daladier e perfino quella famiglia di scrittori-diplomatici come Claudel, Giraudoux e soprattutto Saint-John Perse, per i quali Binet confessa di provare unistintiva ripugnanza. C dunque quanto basta per creare una forte drammatizzazione e susci-

Il bene pi forte della bestia bionda


Reynard Heydrich (a destra) con il suo capo Himmler: il titolo del romanzo di Binet HHhH l acronimo di una frase tedesca che significa Il cervello di Himmler si chiama Heydrich

zione romanzesca che egli considera, senza mezzi termini, puerile e ridicola. Cos, impastoiato nella fondamentale ambiguit del romanzo storico e incapace di trovare una giustificabile fusione tra il contenuto dei fatti reali e una forma narrativa che li vivifichi, nella ricostruzione della personalit e delle gesta del perfido gerarca e di quelle dei due eroi che ne hanno liberato il mondo introduce un altro, improvvido personaggio: se stesso, lo scrittore che si dibatte tra i problemi grandi e piccoli della redazione del suo libro, si domanda se e come pu dire una certa cosa, corregge o giustifica un dettaglio che gli sembra abusivo, ci confida i continui sforzi, non sempre fruttuosi, che fa per evitare che la verit si colori d'invenzione e la storia fatalmente assuma l'aspetto di un romanzo. Con due conseguenze, entrambe negative: che la vicenda, frantumata in 257 paragrafi di dimensioni e toni

HHhH: ovvero Heydrich, il cervello e braccio destro di Himmler, e i suoi due eroici giustizieri
tare nel lettore tutta la gamma di emozioni che vanno dal terrore, o meglio dallorrore, alla piet. Ma Binet ha un altro assillo. Teme che le trappole della narrazione affossino la verit della storia su cui si documentato con maniacale passione, che i dettagli anche marginali che l'atto del raccontare rende indispensabili - un gesto, un' espressione del viso, uno scambio di battute verosimile ma non documentato - inquinino la realt dei fatti con tutti gli orpelli di quellinvenmolto disuguali, alterna vicende drammatiche a confidenze autobiografiche del tutto incongrue e lascia il romanzo in uno stato rapsodico, in un certo senso predefinitivo; e che, inserendoli in un contesto di cos drammatica tensione, fa apparire futili gli affanni e i dubbi della scrittura narrativa, gli stessi che, dalla Ricerca del tempo perduto a I falsari, hanno dato vita un secolo fa a quella grande stagione in cui i romanzi raccontavano, anche e soprattutto, il loro farsi.

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Laurent Binet HHhH trad. di Margherita Botto Einaudi, pp. 344, 20

Hemingway, luomo e lo stile


GIUSEPPE CULICCHIA

Segue da pag. I

che allepoca venne stroncato dalla critica marxista perch il futuro Nobel si opponeva alla letteratura come presa di posizione politica? Sparito, inghiottito dal personaggio e dalle sue innumerevoli sfaccettature. Un personaggio che egli stesso daltronde si era premurato di costruire in vita, facilitando lopera di tanti biografi a cominciare da Scott Donaldson, Carlos Baker e dallamico Aaron E. Hotchner, e agevolando il sarcasmo spesso feroce e non solo postumo di innumerevoli, volenterosi e non di rado interessati denigratori. Cos, a 50 anni esatti dal suicidio

di quello che al di l di tutto (e dunque anche delle mode e delle invidie letterarie e dei mutamenti del costume e dei costumi, tra cui lavvento in epoca recente del politicamente corretto: secondo nuove ricerche nellottica dei gender studies, Hemingway era semplicemente un giovane disturbato) resta con buona pace di tanti snob il maggior scrittore americano del Novecento, con interesse che si legge la nuova biografia di Linda Wagner-Martin ora tradotta da Castelvecchi. E linteresse deriva in primo luogo dal fatto che lautrice muove a partire da un elemento che pochi associano allautore di Il vecchio e il mare, ovvero dallironia: quella insita nel fatto che un uomo tanto complesso sia stato ridotto a un personaggio cos stereotipato. Una delle

creazioni pi riuscite di Ernest Hemingway, ci dice la WagnerMartin, fu proprio Ernest Hemingway, inteso sia come persona vivente sia come personaggio di finzione. Lex ragazzino cresciuto allaria aperta in Mi-

Una miniera di notizie (e di gossip) attingendo alla corrispondenza con consorti e fidanzate, amici, editori, colleghi
chigan sapeva fin troppo bene di essere diventato, oltre che uno scrittore, una celebrit. Laltra scelta di questa biografia quella di raccontare Hemingway innanzitutto attraverso i suoi rapporti con luniverso femminile, dalla madre Grace Hall (una di quelle donne

che ritengono che i figli debbano diventare immagini speculari dei genitori) alle mogli (che lui voleva sportive e forti, anche se Pauline, la seconda, detestava la pesca e non poteva fare a meno di tate e servit), passando per le sorelle e per figure rivelatesi fondamentali durante gli anni del suo apprendistato parigino, quali Sylvia Beach e Gertrude Stein. In quella vera e propria miniera che la corrispondenza dello scrittore con consorti e fidanzate, ma anche con amici, editori, colleghi, la Wagner-Martin ha rintracciato svariate vene aurifere e inevitabilmente anche non poca di quella materia che oggi va sotto il nome di gossip. Ma lHemingway che ritroviamo in queste pagine, ora vitale e felice grazie alla scrittura di un nuovo libro o alla prati-

ca dei suoi sport preferiti o alla frequentazione di una delle sue donne, ora ferito e irascibile perch alle prese con la propria fragilit e aggredito dalle paure economiche e dalla depressione (di cui aveva sofferto il padre Clarence, a sua volta suicida come poi altri discendenti della famiglia Hemingway, tra cui lattrice Margaux), ci appare credibile a cominciare dalla sua imprevedibilit e dal suo non facile carattere, sperimentato tra gli altri anche da Scott Fitzgerald. La biografa ha poi lumilt di ammettere che la grandezza dellHemingway scrittore rimane la sua pi autentica biografia. E con questo rende giustizia a un uomo convinto che per uno scrittore la cosa fondamentale fosse lo stile, uno stile capace di durare nel tempo.

p Linda Wagner-Martin p ERNEST HEMINGWAY


Una vita da romanzo

p trad. di Lorenzo Bartolucci p Castelvecchi, pp. 320, 18,50 p Esce da Neri Pozza Una moglie a
Parigi di Paula McLain (trad. di Simona Fef, pp. 368, 17) la storia romanzata del matrimonio di Hemingway con Hadley Richardson: si conobbero a Chicago nel 1920, lui aveva ventanni, lei 28, si amarono a Parigi, ebbero un figlio. Finch nel 1925 Ernest non incontr Pauline Pfeiffer... p Uscir il 7 luglio da Tropea Il Samurai dellOceano di Jay Nussbaum, romanzo che fa rivivere Il vecchio e il mare di Hemingway.

II

Scrittori stranieri
LE MEMORIE DI EVGENIJA GINZBURG

La voragine del Gulag


= Evgenija Ginzburg aveva scelto per il suo Viaggio
nella vertigine unepigrafe tratta da Aleksandr Blok: Ventesimo secolo. Ancor pi desolate, ancor pi terribili sono le tenebre della vita. Nella sua vita le tenebre calano un mattino di febbraio del 1937, quando viene inspiegabilmente arrestata dalla polizia segreta di Stalin. Docente di storia allUniversit di Kazan, fedele comunista, membro della segreteria regionale del partito, dopo un processo sommario viene condannata a dieci anni di reclusione in isolamento per attivit trotzkista contro-rivoluzionaria, commutati in seguito in lavori

Evgenija Ginzburg

forzati. Inviata al Gulag, sar liberata nel 1947: in Viaggio nella vertigine, scritto ventanni dopo e ora riproposto da Dalai (trad. di Duccio Ferri, pp. 703, 19,90), rivive lesperienza dei suoi anni di prigionia. Il Gulag al centro di un importante filone della letteratura russa. Insieme con gli scritti di Aleksandr Solenicyn e di Varlam alamov, le memorie di Evgenija Ginzburg appartengono a quella letteratura del disumano le cui origini vanno ricercate in epoca anteriore alla nascita del Gulag, nelle Memorie da una casa di morti di Dostoevskij, scritte dopo quattro anni di lavori forzati nella colonia penale di Omsk. Gi a quei tempi il narratore, alter ego dellautore, ricorda lodio dei carcerati comuni per il nobile che condivideva la loro sorte, la parte di boia che vive in

ogni uomo, la sottomissione ai crudeli capricci dei capi. Anche Tolstoj con Resurrezione e Cechov con Lisola di Sachalin, inchiesta sociologica sulle condizioni delle galere, hanno trasmesso importanti testimonianze sui lavori forzati, pur non avendoli sperimentati in prima persona. La narrazione di Evgenija Ginzburg sulla voragine della disumanit caratterizzata da accenti spesso ispirati da uno sguardo che cerca il cielo. Proprio come Dostoevskij e Solenicyn, si domanda cosa sarebbe accaduto se la sua vita si fosse svolta in modo diverso: non sarebbe forse diventata anche lei uno dei carnefici? Per entrare nellarmata dei giusti bisogna prima di tutto vincere se stessi. Nadia Caprioglio

Otto De Kat La storia di una tentata


indipendenza, destinata alla sconfitta
MARTA MORAZZONI

GABRIELLA CARAMORE

Inquietudine il primo romanzo di Otto De Kat tradotto in Italia; non un libro facile o immediato, quasi un lavoro sabbioso, se posso usare una metafora cos distante dalla letteratura. E' la storia di una tentata indipendenza, costruita sulla circolarit del tempo e destinata fin dalle battute iniziali a involversi nel segno della sconfitta. La prima inquadratura una nave che salpa dal porto di Rotterdam, nel gennaio 1935, diretta a Citt del Capo: a bordo un giovane, Rob, che lascia la famiglia e la sicurezza di un ceto sociale solido per andare verso l'ignoto. Nel suo congedo di ribelle, nel gesto di buttare in mare le lettere di raccomandazione che il padre gli ha consegnato, scritta la sua sconfitta. A partire da qui, infatti, si dipana una storia di tanti avvenimenti, di tanti difficili paesaggi, dal lavoro nelle miniere di Johannesburg alla prigionia

C un ribelle sulla nave verso lignoto


ce del dottor Schweitzer, il medico, teologo e organista tedesco che si consacr all'Africa e che, incontrato da Rob in un ricevimento nella casa di suo padre, una imponente casa olandese, suggestiona il ragazzo e lo porta, involontariamente, verso la deriva della sua inquietudine. Le tinte della storia sono per lo pi velate, l'appannamento della fatica e della disillusione rappresentato in uno stile asciutto, consegnato a frasi spezzate, a riflessioni amare su un mondo visto da occhi disillusi e provati. Una storia al negativo, dunque, ambientata in un momento drammatico del mondo e composta come una linea continuamente spezzata tra le illusioni e gli affetti del protagonista, destinati a smarrirsi nella sua insoddisfazione e nelloggettiva perdita, soprattutto quella di Guss e della madre, i due assenti cui consegnata la fine davvero struggente del romanzo. Lo stile di De Kat, olandese nato nel 1947, si impone in questo tragitto come un segno energico e lucido, si destreggia nelle giustapposizioni temporali, tra fatti e ricordi, con l'abilit di chi padroneggia nel profondo la materia narrativa. La sua prosa secca riesce a governare l'emozione e lo struggimento del protagonista, e coinvolge il lettore nel labirinto della memoria, lo conduce in un viaggio a volte disorientato, senza per perdere il ritmo, la logica intrinseca che danno al racconto della vita di Rob la sua ragione d'essere.

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Otto de Kat INQUIETUDINE trad. di Franco Paris Cargo, pp. 137, 17,50

Inquietudine: un tormentato tragitto tra Olanda e Africa, il protagonista ispirato dal dottor Schweitzer
giapponese negli anni della Seconda guerra mondiale, al ritorno definitivo in Africa dopo un intenso passaggio in Olanda. Tanti avvenimenti che De Kat sceglie di raccontare dall'interno, quasi che il tempo della realt e quello della memoria siano fusi in un puzzle di episodi, facce, situazioni, affetti e legami che intrecciano la rete dentro cui Rob si dibatte. Alcune figure emergono prepotenti, una su tutte quella dellamico Guss: compagno nellumiliante prigionia giapponese durante la Seconda guerra mondiale, una personalit affascinante, enigmatica anche

Quando scrive Il bene sia con voi!, appunti di un viaggio in Armenia, tra il 1962 e il 1963, Vasilij Grossman gi malato. Manca poco pi di un anno alla sua morte, che sopraggiunger il 14 settembre 1964. Quasi tutto era gi accaduto nella sua vita. Da scrittore amato e onorato nel suo Paese, coraggioso inviato di guerra sul fronte di Stalingrado, tra i primi a testimoniare degli inferni dei lager nazisti, poco alla volta era caduto in disgrazia, man mano che gli si aprivano gli occhi sulla realt del terrore sovietico, sul tradimento e la menzogna che facevano da collanti alla societ staliniana, sulle responsabilit del regime nello sterminio degli ebrei in Unione Sovietica, e man mano che la sua coscienza gli imponeva di dire la verit, a qualunque costo. Fu censurato, gli fu impedito di scrivere, il manoscritto del suo capolavoro Vita e destino gli fu sequestrato, cancellandone anche le minute e i fogli copiativi. Stroncata la sua vita di scrittore, sepolto vivo nella prigione del silenzio, abbandonato da quasi tutti, scrive anche una lettera a Krusciov, chie-

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Vasilij Grossman IL BENE SIA CON VOI! trad. di Claudia Zonghetti Adelphi, pp. 254, 19

Grossman Un viaggio testamentario


dellautore russo di Vita e destino

In mezzo a un popolo che come gli ebrei ha conosciuto sangue e sofferenza, per guardarsi dentro
dendogli di rispettare il disgelo da lui stesso clamorosamente inaugurato al XX Congresso del Pcus. Non avr risposta, se non una convocazione di Suslov, in cui viene ribadita la censura nei suoi confronti. Tutto sembra finito, dunque. La sua voce strangolata nel silenzio. La sua vita in attesa della morte. Ma ecco che, proprio allora, nasce in lui un nuovo soffio di libert. Consapevole che i suoi scritti non saranno pi pubblicati, finalmente si sente libero di narra-

In Armenia, tra chi odia e chi esalta Stalin


re il mondo attraverso lo sguardo della sua coscienza e del suo amore, e di raccontarlo cos come lo incontra. Per quanto grandi siano i grattacieli, per quanto potenti siano i cannoni, per quanto illimitato sia il potere dello Stato e per quanto forti siano gli imperi, tutto ci non che fumo, nebbia, e come tale sparir. Non c che una forza che persiste, che si sviluppa e che vive, e questa forza risiede nella libert. Cos si conclude Tutto scorre che, non a caso, porta a termine proprio in quellultimo scorcio di vita. E un vento di libert percorre anche questo resoconto di un viaggio compiuto in Armenia nel 1961, che esce ora in italiano, nella magnifica traduzione di Claudia Zonghetti, assieme ad altri struggenti racconti, tra cui lindimenticabile Madonna di Treblinka, e la dolente epopea di un asino

per Rob, che gli si lega in un rapporto di solidariet, di affetto e di ammirazione tormentosi; la sua sparizione in mare nello stretto di Formosa durante un attacco alle navi giapponesi occupa la mente dellamico, lo impegna in una ricerca ostinata: stato un punto di riferimento e di ispirazione, e ora un vuoto che il tempo e la distanza non colmano. Nel romanzo compare, quasi vista di scorcio, la figura ispiratri-

Cline, nellinferno del 900


MASSIMO RAFFAELI

Segue da pag. I

una lingua del risentimento e del rancore, la sua, che ritrova la propria scaturigine nella coscienza del dolore quale atto primordiale dellessere nel mondo: essa, in altri termini, la lingua del male che cerca ogni momento di combatterlo prodigando il ricordo del male medesimo. Senza affatto prevederlo, il libro di Poulet anticipa un processo di canonizzazione letteraria che in Francia si avvia poco dopo con luscita di un primo volume cliniano nella collana della Pliade, lequivalente di uno scranno fra gli immortali: perci allavaro stillicidio della bibliografia presto suben-

trer il tornado editoriale (tra riedizioni, inediti, carteggi, studi biografici e critici) che trova un suo corrispettivo, dallaltra parte dellimmaginario secolare, solamente in Marcel Proust. Qualcosa di simile gli accade in Italia se vero che, quando nel novembre del 93 esce per la prima volta da un piccolo editore marchigiano Il mio amico Cline, il terreno della sua ricezione da tempo predisposto dove nessuno se lo aspetterebbe, vale a dire con il marchio della sinistra intellettuale. In maniera rigorosamente ufficiosa, Italo Calvino a propiziare lingresso di Cline nel catalogo di Einaudi con la traduzione vivacissima de Il Ponte di Londra Guignols Band I (1971) a cura di due giovani promesse, il francesista Lino Gabellone e lo scrittore Gianni Celati, ed ancora Italo Calvino a vole-

re il doppiaggio di Nord (75), lepicentro della Trilogia, a firma del poeta Giuseppe Guglielmi, che diviene la sua voce consanguinea nel doppiaggio che sa commemorarne la violenza inventiva come il ritmo travolgen-

L eremita di Meudon parla e straparla, una lingua del rancore che ha la propria origine nella coscienza del dolore
te e sincopato della partitura: nemmeno un caso che nel novembre del 92, gi in vista del centenario della nascita, sia un altro einaudiano di lungo periodo, Ernesto Ferrero, a pubblicare la bella e in tutto rinnovata traduzione del Voyage. Cos come accade in Fran-

cia, dopo una messe di pubblicazioni e riconoscimenti, anche in Italia la comunit dei lettori sa distinguere oramai Cline da Cline, cio lambiguo amico della Kommandantur parigina, il pornografo razzista di Bagatelle per un massacro dal grande narratore (martire, per etimologia) che guarda alle vicende del secolo dai bassi di unumanit assoggettata, derelitta, priva di qualunque speranza. In questottica, anche Il mio amico Cline, un libro concepito da Poulet come una vera e propria apologia, riguadagna la funzione originaria che lo fa essere tanto un referto in presa diretta quanto unautobiografia scritta per procura. Alluscita del volume un altro cliniano accanito, il poeta Giovanni Raboni, ne coglie il senso e la necessit alludendo a un Cline al quadrato,

parlato e al tempo stesso scritto, un Cline dal vivo che tuttavia anche un Cline ricostruito, un personaggio da Museo Grvin. Insomma un autore finalmente approdato alla perfetta solitudine e insieme alla paradossale condizione di ogni classico, la cui attualit garantita dal fatto che la pagina, gi declinata al passato remoto, brucia nel tempo presente solo per ritrovarsi intatta al futuro anteriore. Pure alleremita di Meudon dunque capitato, per esclusivo amore della verit, di venire trascinato pi avanti di dove si pu andare, fin dove nessuno poteva aiutarlo: anche se gli si attaglia maledettamente, non una frase che si debba attribuire a lui, perch a pronunciarla fu invece Ernest Hemingway, un fratello che la morte gli imped di riconoscere.

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Robert Poulet IL MIO AMICO CLINE a cura di Massimo Raffaeli Elliot, pp. 128, 14 Il testo che qui anticipiamo la nuova introduzione di Massimo Raffaeli al libro-intervista di Poulet, uscito nel 1958 p Il capolavoro di Cline Viaggio al termine della notte riesce ora dal Corbaccio nella traduzione di Ernesto Ferrero (pp. 576, 18,60) p Tra le numerose iniziative editoriali francesi si segnala da Gallimard il Cline di Henri Godard, editor delle sue opere nella Pliade: une biographie qui fera date, scrive il Nouvel Observateur

Tuttolibri
SABATO 25 GIUGNO 2011 LA STAMPA

III

LE STRADE NOTTURNE DEL RUSSO GAZDANOV

Un taxista a Parigi
= Nato a Pietroburgo nel 1903 e morto di cancro ai
polmoni a Monaco di Baviera nel 1971, Gajto Gazdanov appartiene alla generazione degli migr come Vladimir Nabokov e Nina Berberova, e la sua opera verr pubblicata in patria solo ventanni dopo la morte. Appena sedicenne, partecipa alla rivoluzione russa arruolandosi tra i Bianchi di Vrangel, nel 1923 si trasferisce a Parigi e si adatta ai mestieri pi umili: scaricatore di porto, lavaggista di locomotive, operaio alla Citron, lavapiatti, clochard tra il 25 e il 26, dormendo sui marciapiedi e nelle stazioni della metropolitana. Si iscrive alla Sorbona senza portare a

termine gli studi e alla fine degli Anni 20 pubblica diversi racconti su riviste russe dellemigrazione. Dei nove romanzi che ha scritto i migliori sono lopera desordio, Una serata da Claire (1929), tradotto da Ibis nel 1996, ritratto autobiografico della sua infanzia e adolescenza sino allesperienza della guerra civile, tramato di incontri folgoranti e fatali, eventi impressionistici e frammentari, amori, sentimenti, sensazioni, profumi, legati dal filo della memoria e intrisi del simbolismo di Rilke; Il fantasma di Alexander Wolf (1948), tradotto da Mondadori nel 1952 col titolo Contro il destino, e da Voland nel 2002, dove tutti i personaggi sono creature scisse, sdoppiate, pedine nelle mani del caso; e Strade di notte (1939-41), ora tradotto da

Claudia Zonghetti con una prefazione di Dragan Veliki? (Zandonai, pp. 201, 20), che narra la sua esperienza di tassista notturno nella Parigi dei primi Anni 30. E una sorta di Taxi driver in anticipo sul film, dove lautore, come un viaggiatore in terra straniera, spinto dal desiderio di scoprire e comprendere le vite degli altri cercando di non finire avviluppato dalla bassezza umana infinita e desolante che vedevo ogni giorno. Davanti agli occhi del lettore scorre un quadro allucinato di disgusto e orrore: principi decaduti, notai gaudenti, camerieri filosofi, prostitute alla deriva, generali russi declassati a operai, emigrati che tormentati dai propri demoni si suicidano nella Senna. Massimo Romano

Gajto Gazdanov

Francis Brooks-Zarian, Genocidio

dallAppennino italiano ai deserti dellAbissinia, al gelo della steppa russa (La strada). Convinto che il sangue e la sofferenza hanno unito gli armeni e gli ebrei nella storia, questo resoconto del viaggio in Armenia unoccasione per fare chiarezza anche dentro se stesso, per guardare finalmente anche dentro le proprie ombre, per scoprire il suo amore sconfinato per la vita, per chiarire le menzogne a cui talvolta si era piegato. Ma soprattutto d voce alle pietre erose dal tempo e a quelle cesellate dagli uomini, ai colori tenui dellaria di primavera e a quelli sporchi della miseria. D voce alla bellezza di uomini e donne che incrocia e alle loro nascoste bassezze. A chi ha imparato a odiare Stalin, e a chi lo esalta perch ha sconfitto i tedeschi alleati dei turchi nello sterminio degli armeni. Allo sguardo delle pecore condotte al macello e agli assassini dal volto buono e onesto che le sgozzano. Al tepore diffuso da quellopera darte misconosciuta che la stufa dentro le case dei contadini, e alla squisitezza del-

le trote del lago Sevan che fanno impallidire la maestosit del paesaggio. Alla elegante e rassicurante banalit dellalto prelato e alla sconfinata umanit del vecchio contadino, che si rattrista fino alle lacrime perch il mondo non riesce a vivere secondo bont, giustizia e senza conflitti, e la cui fede non esiste al di fuori della vita, ed tuttuno con il borc da cucinare, il bucato da lavare, e le fascine di legna raccolte nel bosco. Risuona qui, come anche negli altri racconti, e in pagine mirabili di Vita e destino e di Tutto scorre, ma forse con ritmo pi quieto, dolente e profondo, lalternanza che vibra nel cuore delluomo tra la menzogna e il dono, tra lindifferenza e la compassione. Ma non la lotta tra il Bene e il Male a scuotere i pensieri di Grossman. Gli tremendamente chiaro quanta violenza sia stata compiuta in nome del Bene. E sa quanto Male si annida nelle viscere pi segrete delle persone oneste. Piuttosto, lo stupisce e commuove e lo apre a una illogica fiducia la certezza che vi sem-

Laurent Binet Dopo Littel e Haenel, anche lo scrittore


francese si cala nel buco nero del nazismo e della Shoah
GIOVANNI BOGLIOLO

Il reportage del 1962 Il bene sia con voi! e altri struggenti racconti in cui vibra lamore dei giusti
pre, da qualche parte, una bont insensata, senza ragione, ma forte pi di qualunque menzogna che arriva a lacerare la crosta dura della sopraffazione e dellottusit umana. Nel mare dellindifferenza universale sempre si former una piccola fenditura, una piccola crepa attraverso la quale respira ancora lamore. E, in fondo, attraverso quella piccola crepa che alcuni giusti, in spregio alle minacce di una dittatura cieca e a rischio della propria vita, hanno voluto a tutti i costi salvare le opere di Vasilij Grossman portandole fino a noi, strappandolo cos al silenzio e restituendogli la sua libert.

Dopo Jonathan Littel (Le benevole) e Yannick Haenel (Il testimone inascoltato), anche Laurent Binet si lascia attrarre da quel buco nero che, col nazismo e la Shoah, la generazione dei loro nonni ha creato nella storia del mondo. Ma, diversamente dai suoi predecessori, senza subirne la fascinazione e senza farvi affiorare ombre e ambiguit. In HHhH - questo il curioso titolo del romanzo di Binet, acronimo di una frase tedesca che significa Il cervello di Himmler si chiama Heydrich - male e bene sono nettamente separati. Da una parte, quella soccombente, il bene, rappresentato dalla folla sterminata delle vittime, ebree e non, della ferocia nazista e in particolare incarnato nel ceco Jan Kubis e nello slovacco Jozef Gabcik, gli autori dellattentato a Heydrich che lo scrittore considera uno dei pi grandi atti di resistenza della storia umana. Dall'altra il male imperante, che ha, s, i suoi inarrivabili campioni negli alti gerarchi nazisti e soprattutto nel misconosciuto braccio destro di Himmler, la bestia bionda Reynard Heydrich, ma comprende anche i fiancheggiatori, i collaborazionisti imbelli come monsignor Tiso e il presidente ceco Hacha, i testimoni ottusi o pavidi come Chamberlain e Daladier e perfino quella famiglia di scrittori-diplomatici come Claudel, Giraudoux e soprattutto Saint-John Perse, per i quali Binet confessa di provare unistintiva ripugnanza. C dunque quanto basta per creare una forte drammatizzazione e susci-

Il bene pi forte della bestia bionda


Reynard Heydrich (a destra) con il suo capo Himmler: il titolo del romanzo di Binet HHhH l acronimo di una frase tedesca che significa Il cervello di Himmler si chiama Heydrich

zione romanzesca che egli considera, senza mezzi termini, puerile e ridicola. Cos, impastoiato nella fondamentale ambiguit del romanzo storico e incapace di trovare una giustificabile fusione tra il contenuto dei fatti reali e una forma narrativa che li vivifichi, nella ricostruzione della personalit e delle gesta del perfido gerarca e di quelle dei due eroi che ne hanno liberato il mondo introduce un altro, improvvido personaggio: se stesso, lo scrittore che si dibatte tra i problemi grandi e piccoli della redazione del suo libro, si domanda se e come pu dire una certa cosa, corregge o giustifica un dettaglio che gli sembra abusivo, ci confida i continui sforzi, non sempre fruttuosi, che fa per evitare che la verit si colori d'invenzione e la storia fatalmente assuma l'aspetto di un romanzo. Con due conseguenze, entrambe negative: che la vicenda, frantumata in 257 paragrafi di dimensioni e toni

HHhH: ovvero Heydrich, il cervello e braccio destro di Himmler, e i suoi due eroici giustizieri
tare nel lettore tutta la gamma di emozioni che vanno dal terrore, o meglio dallorrore, alla piet. Ma Binet ha un altro assillo. Teme che le trappole della narrazione affossino la verit della storia su cui si documentato con maniacale passione, che i dettagli anche marginali che l'atto del raccontare rende indispensabili - un gesto, un' espressione del viso, uno scambio di battute verosimile ma non documentato - inquinino la realt dei fatti con tutti gli orpelli di quellinvenmolto disuguali, alterna vicende drammatiche a confidenze autobiografiche del tutto incongrue e lascia il romanzo in uno stato rapsodico, in un certo senso predefinitivo; e che, inserendoli in un contesto di cos drammatica tensione, fa apparire futili gli affanni e i dubbi della scrittura narrativa, gli stessi che, dalla Ricerca del tempo perduto a I falsari, hanno dato vita un secolo fa a quella grande stagione in cui i romanzi raccontavano, anche e soprattutto, il loro farsi.

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Laurent Binet HHhH trad. di Margherita Botto Einaudi, pp. 344, 20

Hemingway, luomo e lo stile


GIUSEPPE CULICCHIA

Segue da pag. I

che allepoca venne stroncato dalla critica marxista perch il futuro Nobel si opponeva alla letteratura come presa di posizione politica? Sparito, inghiottito dal personaggio e dalle sue innumerevoli sfaccettature. Un personaggio che egli stesso daltronde si era premurato di costruire in vita, facilitando lopera di tanti biografi a cominciare da Scott Donaldson, Carlos Baker e dallamico Aaron E. Hotchner, e agevolando il sarcasmo spesso feroce e non solo postumo di innumerevoli, volenterosi e non di rado interessati denigratori. Cos, a 50 anni esatti dal suicidio

di quello che al di l di tutto (e dunque anche delle mode e delle invidie letterarie e dei mutamenti del costume e dei costumi, tra cui lavvento in epoca recente del politicamente corretto: secondo nuove ricerche nellottica dei gender studies, Hemingway era semplicemente un giovane disturbato) resta con buona pace di tanti snob il maggior scrittore americano del Novecento, con interesse che si legge la nuova biografia di Linda Wagner-Martin ora tradotta da Castelvecchi. E linteresse deriva in primo luogo dal fatto che lautrice muove a partire da un elemento che pochi associano allautore di Il vecchio e il mare, ovvero dallironia: quella insita nel fatto che un uomo tanto complesso sia stato ridotto a un personaggio cos stereotipato. Una delle

creazioni pi riuscite di Ernest Hemingway, ci dice la WagnerMartin, fu proprio Ernest Hemingway, inteso sia come persona vivente sia come personaggio di finzione. Lex ragazzino cresciuto allaria aperta in Mi-

Una miniera di notizie (e di gossip) attingendo alla corrispondenza con consorti e fidanzate, amici, editori, colleghi
chigan sapeva fin troppo bene di essere diventato, oltre che uno scrittore, una celebrit. Laltra scelta di questa biografia quella di raccontare Hemingway innanzitutto attraverso i suoi rapporti con luniverso femminile, dalla madre Grace Hall (una di quelle donne

che ritengono che i figli debbano diventare immagini speculari dei genitori) alle mogli (che lui voleva sportive e forti, anche se Pauline, la seconda, detestava la pesca e non poteva fare a meno di tate e servit), passando per le sorelle e per figure rivelatesi fondamentali durante gli anni del suo apprendistato parigino, quali Sylvia Beach e Gertrude Stein. In quella vera e propria miniera che la corrispondenza dello scrittore con consorti e fidanzate, ma anche con amici, editori, colleghi, la Wagner-Martin ha rintracciato svariate vene aurifere e inevitabilmente anche non poca di quella materia che oggi va sotto il nome di gossip. Ma lHemingway che ritroviamo in queste pagine, ora vitale e felice grazie alla scrittura di un nuovo libro o alla prati-

ca dei suoi sport preferiti o alla frequentazione di una delle sue donne, ora ferito e irascibile perch alle prese con la propria fragilit e aggredito dalle paure economiche e dalla depressione (di cui aveva sofferto il padre Clarence, a sua volta suicida come poi altri discendenti della famiglia Hemingway, tra cui lattrice Margaux), ci appare credibile a cominciare dalla sua imprevedibilit e dal suo non facile carattere, sperimentato tra gli altri anche da Scott Fitzgerald. La biografa ha poi lumilt di ammettere che la grandezza dellHemingway scrittore rimane la sua pi autentica biografia. E con questo rende giustizia a un uomo convinto che per uno scrittore la cosa fondamentale fosse lo stile, uno stile capace di durare nel tempo.

p Linda Wagner-Martin p ERNEST HEMINGWAY


Una vita da romanzo

p trad. di Lorenzo Bartolucci p Castelvecchi, pp. 320, 18,50 p Esce da Neri Pozza Una moglie a
Parigi di Paula McLain (trad. di Simona Fef, pp. 368, 17) la storia romanzata del matrimonio di Hemingway con Hadley Richardson: si conobbero a Chicago nel 1920, lui aveva ventanni, lei 28, si amarono a Parigi, ebbero un figlio. Finch nel 1925 Ernest non incontr Pauline Pfeiffer... p Uscir il 7 luglio da Tropea Il Samurai dellOceano di Jay Nussbaum, romanzo che fa rivivere Il vecchio e il mare di Hemingway.

IV

Scrittori italiani
LESORDIO DI TEO LORINI

Addio alla giovent


= Il fascino delle avventure di un provinciale nella grande
citt? Lo sguardo ironico e la perplessa distanza che mantiene da persone e cose... Perlomeno se il provinciale del caso nato bene e bene ha studiato. Bene studiano e nascono i giovanotti provinciali di questa manciata di racconti dellesordiente Teo Lorini - Amori al singolare (effigie ed., pp.102, 12) - che, in un evidente parallelo col dato biografico dellautore (Lorini, 39 anni, veneto, ha studiato a Milano, ora vive e lavora a Lugano), calano dal Nord-Est oppure dal Canton Ticino, abitano in piccoli appartamenti a Milano, frequentano la Cattolica, e s'aiutano con impieghi

Teo Lorini

provvisori e marginali. Nei racconti, tutti in prima persona salvo l'ultima, sinfonica celebrazione delladdio alla giovent in una decadente festa in villa - gli occhi ironici di questi ragazzi si posano pi di ogni cosa su ragazze complicate e relazioni fallite. Si sorride nel leggere il catalogo di disavventure erotico-sentimentali in cui incorrono, e si prova empatia, o una specie di cameratesca compassione (soprattutto se si maschi...), in virt del fair play con cui vengono vissute e grazie al sorriso amaro con cui vengono sopportate le ridicole eccentricit delle proprie innamorate. Appartamentini, localini, parchetti, festicciole: tutto al diminutivo, tutto al vezzeggiativo, questi gli ambienti, questa la cartografia in cui si muovono i protagonisti di Teo Lorini. Ne esce un bel quadro di sapore vagamente arbasiniano (guarda

caso...) che raffigura il demi-monde degli studenti fuori sede dei nostri anni, chi pi chi meno figlio di pap, in transizione tra gli ultimi studi e i primi impieghi, tra relazioni trascurabili e matrimoni, tra robusti bombardoni al cannabinolo e asettici pacchetti di Marlboro. E se un messaggio devesserci, non lo si cerchi nelle trame o nei personaggi, ma nello stile. Che quello d'un io che narra con nitore, con un vocabolario ampio, elegante, con un tono affabile e un respiro fresco. Il messaggio? Sono i provinciali ad avere le armi che permettono di respirar bene in questo mondo confuso, grazie al distacco e all'ironia. E quali armi? Ma una buona cultura, i piedi saldamente piantati per terra, e la cara, vecchia, sorpassata buona educazione. Piersandro Pallavicini

RITRATTI
ALBERTO SINIGAGLIA

ANGELO GUGLIELMI

Una voce con labbra sincere


Memorie di Angela Bianchini, tra esuli, affetti, radio e letteratura

era una volta alla Rai una radio che faceva cultura. Non soltanto sul Terzo programma, che oggi si chiama Radiotre e resiste allassedio, ma anche sul Primo e sul Secondo. Tra gli Anni 50 e 60, a ore certe, si ascoltava il meglio che offriva il mercato: Eco, Manganelli, Ceronetti, Calvino, Camilleri nelle Interviste impossibili; Jemolo al Convegno dei cinque; buoni accademici a Classe unica. LApprodo si precisava radiofonico per distinguersi dalla rivista, ma ne condivideva le firme: Betocchi, Anna Banti, Luzi, Bigongiari, Bonsanti, Longhi, Bilenchi, Bo. Perch quei savi accoglievano tra loro la giovane Angela Bianchini, spianandole una carriera letteraria, radiofonica e televisiva? Lei stessa, scrittrice, ispanista, da sempre collaboratrice di Tuttolibri, lo racconta, appena compiuti i novanta, ne I luoghi della memoria: tre interviste di Angela M. Jeannet, Simona Wright e Enza Biagini, che ha curato il libro (Bulzoni, pp. 157, 15). Le prime memorie sono di paura. A nulla le valse lessere nipote di Marco Levi Bianchini, pioniere della psicoanalisi freudiana. N lessere figlia del capitano Angelo Levi Bianchini, assassinato durante una missione a

Deraa in Siria nel 1920 mentre Angela stava per nascere. Anzi, il problema era proprio quel Levi. Fugg a Lisbona poi a Baltimora. Ventenne, fu ammessa alla John Hopkins University. Leo Spitzer, Pedro Salinas, Jorge Guilln e altri grandi esuli coltivarono la sua vocazione linguistica, filologica, narrativa. Tornata a Roma, Angela pubblica Romanzi medievali damore e davventura, La luce

Angela Bianchini

a gas e il feuilleton, Voce donna, Tempo daffetti e di mercanti. Scrive radiodrammi e romanzi dappendice per la tv. Affronta il racconto: Le nostre distanze, Capo dEuropa, Nevada, La ragazza in nero, Le labbra tue sincere, Un amore sconveniente. Da se stessa e da chiunque si dica scrittore si ostina a pretendere qualit di linguaggio, autenticit. Almeno quella che ancora risuona nelle caverne dellanima.

La cospirazione delle colombe di Vincenzo Latronico un romanzo davvero interessante. Intanto perch lo leggi con partecipazione sentendo di appartenere al mondo che l'autore descrive, poi perch Latronico lo scrive senza porsi il problema di cosa pu essere il romanzo oggi (di fatto lo risolve scrivendolo), infine perch a scriverlo un giovane non ancora trentenne. Il problema se il romanzo debba raccontare la realt o affidarsi all'invenzione stilistica non da Latronico sottovalutato o disconosciuto, ma come accaduto per Saviano l'autore della Cospirazione travolto dall'urgenza di fare i conti e chiarire anche a se stesso unattualit di comportamenti e di modalit di vita che come la camorra stanno infestando non solo il nostro Paese ma l'intero mondo. Questo pi recente cancro si chiama: democrazia finanziaria e speculativa. La sua vitalit (del nuovo cancro) nella democrazia, la quale democrazia consente al cittadino democratico non solo di essere valoroso in guerra e caldo amante di figli e famiglia ma anche di onestamente delinquere. Certo la truffa di Madoff non ha nulla di onesto e nemmeno quella del giovane albanese Donka, il deuteragonista del romanzo di Latronico, che a un certo punto, dopo alcuni altri negozi falliti, apre una agenzia finanziaria lanciando un allettante progetto creditizio. Consiste nel garantire il 10% al mese di interesse a chiunque (in realt i propri infelici compatrioti e emigranti) depositi all'agenzia i propri disgraziati guadagni, mettendo a frutto quel poco che resta. E le illuse badanti e stremati camerieri e lavapiatti di Milano accorrono e versano a Donka i loro sudati soldi certo percependo per le prime settimane gli interessi promessi, fino a quando quegli euro diventano tanti da permettere a Donka di schiacciarli in due grandi valigie e fuggire.

Vincenzo Latronico nel romanzo La cospirazione delle colombe mette in scena laudace truffa del giovane albanese Donka, laurea ad Harvard e alla Bocconi, agente finanziario che raccoglie risparmi promettendo allettanti interessi e poi se ne scappa con il malloppo: una Gomorra dei colletti bianchi

Latronico Un enfant prodige della finanza


speculativa deruba i suoi compatrioti albanesi

La stangata made in Harvard


Non vi dubbio che siamo di fronte a una colossale truffa: ma siamo sicuri che giudicandola per tale quale in realt abbiamo concluso la giusta reazione (opposto una risposta sufficiente) pur sapendo che Donka stato uno dei migliori allievi di Harvard e poi di l per un incidente espulso, della Bocconi diventando, dopo una brillantissima laurea, l'assistente del pi famoso e autorevole professore di quella Universit? Che Donka alle volte sostituiva il professore nelle lezioni e scriveva per lui gli articoli sul Corriere della Sera? Che il suo destino sarebbe stato di sostituire il professore nell'ambitissima cattedra se questi non fosse morto anzitempo scatenando una serie di gelosie ambizioni e vendette
p Vincenzo Latronico p LA COSPIRAZIONE
DELLE COLOMBE

p Bompiani, pp.387, 15 p Vincenzo Latronico, nato a Roma


nel 1984, ha pubblicato Ginnastica e rivoluzione (Premio Berto) e il testo teatrale Linee guida sulla ferocia, entrambi per Bompiani. www.vincenzolatronico.it

che Donka, vittima destinata, avrebbe pagato con l'espulsione e il non riconoscimento dei suoi diritti? Che questo il potere dei baroni delle nostre Universit in cui non certo il merito a essere premiato?. E come Donka molti altri soggetti tutt'altro che albanesi anchessi allievi di Harvard o della Bocconi ma altrimenti titolati e posizionati, stanchi e demotivati del benessere gi raggiunto e sul punto di ritirarsi a goderselo in pace poi, gi sfiniti della pace temuta, decidono, anche con l'aiuto di una brillante consulente motivazionale, che per loro pi coraggioso rilanciare, impegnandosi in imprese sempre pi ardite. Il nuovo exploit cui si dedicano d loro non solo l'orgoglio di un

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SABATO 25 GIUGNO 2011 LA STAMPA

I RACCONTI DI ARMANINO

Le vie di un missionario
= La storia si fa, ma soprattutto la si racconta, con i piedi.
Questo ci dicono i brevi racconti, scritti quasi in forma di poesia, di Mauro Armanino (La storia si fa con i piedi, Emi, pp. 110, 10). Con buona pace dei sostenitori delle radici, gli umani camminano e si spostano e forse si complicano la vita. Forse aveva ragione Pascal a dire che l'infelicit degli uomini viene da una sola cosa, non sapersene stare in pace in una camera, ma a volte stare nella propria casa non si pu. Non te lo lasciano fare la fame, la guerra, le calamit naturali. E allora si parte. Con un camion, un treno, una nave e i piedi. Per fare la storia, una storia con tanti piccoli fili che

si intrecciano, come i vicoli della Genova vecchia, quasi volessero confondere il mare. In quella penombra che confonde, in quella luce che non ha mezze misure, che taglia uomini e cose in due - bianche o nere, buie o illuminate - Mauro Armanino ha camminato. Molto ha camminato, arrivandoci dalle umidit soffocanti della Costa d'Avorio e dalle urla strozzate di guerra della Liberia, dove ha fatto il missionario per anni. Poi ha spostato il suo sguardo su queste vite contromano, finite in Italia da chiss dove e per chiss cosa. Le ha accompagnate, a piedi, nei loro giorni pi duri, nel carcere e fuori. Si messo al fianco di quelle persone, le ha ascoltate, nonostante il rumore di fondo dellindifferenza e della fretta. Migrante anchio come loro, da ventanni. Ho imparato a

sentirmi con loro indifeso nella lingua e tradito dal colore, dalla pelle e dagli occhi..., come loro ho sofferto l'impressione di trovarmi fuori posto. Dai suoi racconti traspare spesso un disagio, trattenuto, non ostentato con quel tipico pudore da ligure, che mugugna un po', ma non ammette che sta soffrendo. Un disagio per essere sempre fuori posto, eppure un missionario tra la gente che dovrebbe trovare il suo posto. Forse, qui che sta il problema, Armanino si sente spiazzato non quando tra gli ultimi, ma quando deve fare i conti con noi, i locali, quelli di qui, con le nostre vite compresse, impermeabili, coibentate contro il dolore degli altri. qui, tra noi, che gli manca un terreno solido su cui costruire una solida convivenza. Marco Aime

Mauro Armanino

potere all'uomo fino a oggi sconosciuto, ma anche la coscienza di avere interpretato al meglio il loro ruolo di imprenditori, ai quali la societ in cui vivono, stupidamente convinta che il godimento di uno la felicit di tutti (pensate all'Italia di Berlusconi - almeno fino a ieri), chiede azzardo e spericolatezza. E quando si rendono conto dei danni che hanno causato, dell'infelicit e disperazione che hanno diffuso, arrivando a mettere in crisi la sopravvivenza non solo di una infinit di soggetti singoli ma di intere nazioni, si chiedono se avevano altre scelte o se loro stessi non sono stati vittime di un meccanismo cui era impossibile sottrarsi. E in chiusura di romanzo la brillante consulente motivazionale, che da oltre dieci anni viaggia

MASSIMO GRAMELLINI

Veltroni Due storie di 30 anni fa: Alfredino


nel pozzo e il sequestro del fratello di Peci
LA MILANESIANA

La cospirazione delle colombe, ovvero come nella democrazia dellazzardo possibile onestamente delinquere
tra Francoforte, Parigi, Londra, Roma e New York per far visita da loro chiamata ai tanti imprenditori delusi, raccogliere le loro confessioni e soprattutto restituire loro fiducia e coraggio, finalmente stanca di vivere tra un aereo e l'altro, e anche un po' pentita, si ripromette, almeno per un certo tempo, di ritirarsi a scrivere il libro che da tempo occupa la sua testa. Nel libro rifletter sul concetto di responsabilit dei singoli in una societ in cui, se tu proprietario di una azienda in difficolt ti astieni dal dislocare per non infelicitare chi sta lavorando per te, pur ci sono tanti altri che non esitano a farlo, e se tu ti rifiuti di sparare contro il nemico, alle tue spalle c' un secondo, terzo te stesso che spara per te. Se Wittgenstein dimostrava che il dolore non esiste, la nostra presuntuosa consulente si propone di riformulare il concetto di responsabilit allargandolo a motivazioni che non sempre facile trascurare. E si ritorna all'idea di Sistema nel cui cuore forse il momento di guardare con pi attenzione.

Con i libri di Walter Veltroni succede sempre questo, di strano: che non si recensisce lo scrittore ma il politico. Gli amici scomodano Dostoevskij, i nemici spernacchiano gli amici e, fra un'adulazione e una stroncatura, entrambe preconfezionate, diventa difficile capire cosa diavolo abbia davvero scritto Veltroni. Pare che un modo esista: leggerlo. L'inizio del buio il suo libro pi riuscito. Dopo essersi messo alla prova con tutti i generi letterari, Veltroni ha finalmente trovato la scarpa adatta al suo piede. E' nel punto in cui si intersecano giornalismo di inchiesta, partecipazione emotiva, Anni Ottanta e televisione che il suo punto di vista si fa autorevole e la scrittura allergica ai luoghi comuni. In fondo questo che si chiede a uno scrittore: che sia il signore della sua storia, dominandone i personaggi e gli ambienti. L'idea originale del libro la narrazione in parallelo di due occultamenti, avvenuti la stessa

In breve Bugie e verit


= Letteratura, musica,
cinema, scienza, arte, filosofia e videogiochi si intrecciano nella dodicesima edizione della Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, quale tema conduttore Bugie e verit. Da domani al 12 luglio, in vari luoghi di Milano, tra gli ospiti Wole Soyinka, Franco Loi, Ettore Scola, Rosa Matteucci, Mario Martonw, Umberto Eco, Franco Battiato. Con un a latere torinese (il 27, nel cortile di Palazzo Carignano, incontro con il Nobel cinese Gao Xingjian).
A TAORMINA

LItalia innocente senza il lieto fine


vittima. Gli originali, si sa, sono meglio delle repliche. E la dignit di quei giornalisti, di quei parenti, dei tanti piccoli eroi che cercano invano di riportare in superficie il bambino - persino il narcisismo naf del presenzialista Pertini - fanno sembrare ancora pi finto e sguaiato il circo del dolore nel quale sguazza la tv dei giorni nostri. Invece il Cattivo c', eccome, nella storia di Peci. Si chiama Giovanni Senzani ed l'ambiguo capo delle Br che struscia con la camorra e i servizi deviati dello Stato, ma diventa inflessibile con un povero antennista che abita in un garage e ha l'unica colpa di essere parente di un pentito. La pagina pi dura di tutto il libro quella in cui Veltroni ricostruisce l'irruzione sulla scena del sequestro di una protagonista inedita: la telecamera. Per la prima volta, infatti, i terroristi non si limitano a scattare le foto classiche del rapito col giornale sul petto e la stella a cinque punte sullo sfondo. Decidono di diffondere un video, concluso dalla lettura della sentenza di morte del traditore. Peci ascolta il verdetto coprendosi il volto con le mani. Ma uno dei terroristi presenti alla registrazione ha raccontato all'autore cosa successe un attimo dopo. Peci si tolse le mani dalla faccia, guard il regista e gli chiese: Sono andato bene?. Senzani gli aveva fatto credere che la sentenza di condanna era una finta per impietosire la pubblica opinione e accelerare la trattativa che gli avrebbe restituito la libert. Peci morto cos, pensando di essere su Scherzi a parte. E' stato proprio l'inizio del buio.

TaoBuk
= A Taormina, dal 1al 15
luglio, Taobuk, primo festival internazionale del libro, ideato da Antonella Ferrara. Risorgimento, Mediterraneo, mafia, guerra, gusto sono fra i temi in programma. Tra gli ospiti: Massimo Nava, Isabella Bossi Fedrigotti, Silivia Ballestra, Giuseppina Torregrossa. www.taobuk.it
SAN BENEDETTO DEL TRONTO

L inizio del buio: la narrazione di due occultamenti che fanno sembrare pi sguaiato lodierno circo del dolore
sera di giugno di trent'anni fa, quando un bambino cadeva in un pozzo abusivo nella campagna di Frascati e il fratello di un terrorista pentito veniva sequestrato a San Benedetto del Tronto dalle Brigate Rosse, ormai simili a una cosca mafiosa. Veltroni si immedesima nei due innocenti, prigionieri del buio. Spera e si dispera con loro. Il lettore conosce gi l'epilogo funebre delle storie di Alfredo Rampi e Roberto Peci. Eppure, ed la magia dei buoni libri, gira in fretta le pagine all'inseguimento del colpo di scena impossibile, ritrovandosi (se ha pi di 40 anni) a rivivere le stesse illusioni di allora. Quando nel lieto fine

Walter Veltroni: L'inizio del buio il suo libro pi riuscito

Poeti polacchi
= Il 2 e 3 luglio, festival
internazionale della poesia a San Benedetto del Tronto. Ne saranno protagonisti gli autori polacchi, scelti dal direttore artistico Maurizio Cucchi: Rysard Krynicki, Marzanna B. Kielar. Tra gli italiani: Risset, Recalcati, Oldani, Rossani, Balestrini, Mattio.
A PARALOUP

p p p p

Walter Veltroni LINIZIO DEL BUIO Rizzoli, pp. 266, 18 Il libro di Walter Veltroni sar presentato a Torino luned 27 giugno, alla Feltrinelli di piazza Cln, h. 18. Con lautore interverranno Gian Carlo Caselli e Massimo Gramellini.

ci avevamo creduto un po' tutti. Insieme con Alfredo, scrive Veltroni, nel pozzo di Vermicino morta la nostra fede acritica nel progresso. Il pozzo si contrappone alla luna, che in un'altra notte televisiva di dieci anni prima ci aveva convinti della nostra onnipotenza. Invece l'uomo pu conquistare il cielo, ma smarrire la terra. Per insipienza, presunzione, superficialit. Nel dramma di Alfredino non esiste la figura del Cattivo. Non lo il capo dei pompieri Pastorelli, che colleziona errori in buona fede. E non lo la televisione, che pure da quel momento cambia per sempre, dando inizio allo spettacolo della realt che sfrutta l'immedesimazionedello spettatore nella

Luoghi ritrovati
= Ritorno a Paraloup, la
borgata alpina cuneese che ospit nel settembre 43 la prima banda partigiana di Duccio Galimberti, Bianco, Revelli, Bocca. Dal 6 al 10 luglio festival di film, incon tri, musica, mostre. www. paraloup.it

VI

Idee e storie
BILANCI
GIOVANNI DE LUNA

Discorsi politici Una ricca antologia


da Cavour a Mussolini, da De Gasperi e Togliatti a Moro, Craxi, Berlusconi
GIANANDREA PICCIOLI

Pi forte fu il Tricolore
Le sconfitte del centrodestra si spiegano anche con la sottovalutazione del 150

n un bilancio delle celebrazioni di questo 150 anniversario dell'unit d'Italia, da registrare c' la scontata impennata dell'interesse del mercato editoriale per i temi risorgimentali. Oltre a film (lo straordinario Noi credevamo di Mario Martone) e a romanzi (tra tutti, Traditori di De Cataldo, Il cimitero di Praga di Eco e Troppo umana speranza di Mari) emerso anche un rilevante filone saggistico, in una stagione di studi che si appena chiusa con titoli significativi come l'antologia di Carlo Cattaneo curata da Walter Barberis (Una teoria della libert. Scritti politici e federalisti,

Da un lato la ricerca di un nuovo sguardo, dal film di Martone ai romanzi di Eco, De Cataldo e Mari
Einaudi) e il volume collettivo pubblicato da Passato e Presente (L'Italia alla prova dell'unit, a cura di Simonetta Soldati, Franco Angeli). A differenza di quelle del 1961 per il centenario (quando ci fu una vivace polemica culturale e storiografica senza che la politica fosse sostanzialmente coinvolta), le celebrazioni di quest'anno resteranno, per, soprattutto per le loro conseguenze pi direttamente politiche. A determinare le reiterate sconfitte elettorali subite dal centrodestra in questa lunga primavera ha contribuito infatti anche il modo reticente e contraddittorio con cui Berlusconi e la Lega hanno gestito gli eventi legati al 2011. Ci sono troppe cose che non hanno capito: i tricolori apparsi sui balconi delle case; il successo personale e istituzionale riscosso da Giorgio Napolitano nelle sue visite, a Torino, ma anche a Varese e Bergamo; la partecipazione popolare ad alcune iniziative (dal raduno degli alpini alla sfilata del 2 giugno). Non hanno capito che per tenere insieme questo Paese ci vuole qualcosa di pi che sollecitare gli italiani a sentirsi tutti figli dello stesso benessere, a condividere un orizzonte comune fatto solo di interessi economici. E' stato esemplare, in questo senso, il modo in cui la Lega di Bossi si confrontata a suo tempo con la scelta di proclamare festa nazionale il 17 marzo 2011. A chi ne sosteneva le ragioni fortemente simboliche, si replicato con un calcolo di ore di lavoro perse, di mancate entrate, quantificandone minuziosamente il danno economico. E' affiorata allora una concezione lucrativa della cittadinanza che si rivelata in netta contraddizione con un sentimento di appartenenza manifestatosi prepotentemente insieme alla voglia di contare e di allargare lo spazio pubblico della partecipazione politica. C' stato da parte del centrodestra un clamoroso abba-

glio politico, ma c' stato anche un pauroso ritardo culturale. Il percorso delle celebrazioni fu avviato nel 2007, quando ancora era in carica il governo Prodi. La vittoria del centrodestra alle elezioni politiche del 2008 e l'avvicendamento tra Rutelli e Bondi al vertice del ministero dei Beni Culturali ebbero subito effetto. La nuova linea fu dettata da Sandro Bondi: bisognava affrancarsi dai rituali di una generica commemorazione, o di unenfatica attualizzazione del patriottismo risorgimentale, mito certamente fondativo, ma snaturato prima dalla retorica sabauda, poi da quella fascista e resistenziale; l'alternativa veniva indicata in un'interpretazione storiografica tesa non solo a riconsiderare e rivalutare in modo significativo il ruolo della monarchia e del papato, troppo a lungo trascurato da una lettura ideologica della storia patria, schiacciata sulla scorta di unidea classista del Novecento, ma soprattutto a sottolineare l'importanza dell' Italia liberale, costruendo un pantheon di glorie patrie in cui avrebbero dovuto confluire Giovanni Giolitti, Quintino Sella, Marco Minghetti, ma anche meno noti fautori dell'industrializzazione, per esempio quell'Enrico Dell'Acqua eletto da Einaudi principe mercante.

Dallaltro le reticenze e le contraddizioni dei politici al governo: solo Napolitano ha colto il sentimento nazionale
Era un elenco bizzarro, ma ancora riconoscibile nei suoi contorni politici e culturali. Poi le cose cambiarono pi radicalmente con la riscoperta da parte di Berlusconi e del suo governo non pi dell'Italia liberale, ma di quella cattolica, rurale e sanfedista esaltata nei libri della professoressa Angela Pellicciari, sostenitrice di una tesi che guardava al Risorgimento come a una sorta di gigantesca impostura, con ununit nazionale realizzata da una minoranza (esterofila, massonica, non italiana) inferiore al due per cento, che si sarebbe imposta con intenti persecutori nei confronti della parte sana e maggioritaria del Paese. Nel frattempo la Lega si avvitava in contraddizioni dai risvolti quasi umoristici, esaltando insieme Cattaneo, che aveva animato le barricate delle cinque giornate milanesi, e Radetzky, che le aveva represse nella violenza. Questo groviglio di panzane e di luoghi comuni ha trasformato le celebrazioni del 2011 nella sanzione di un fallimento. Il berlusconismo ha modificato profondamente le caratteristiche del nostro sistema politico, accentuandone i tratti populistici ed enfatizzando il ruolo carismatico del leader. Ma non stato in grado di proporre dei valori su cui costruire una nuova religione civile degli italiani. E oggi ne paga il prezzo anche in termini elettorali.

Nella marea di pubblicazioni spacciate per imperdibili da una pubblicit camuffata da informazione culturale, fa paradossalmente piacere imbattersi in un testo che promette molto meno di quanto offre. Mi riferisco a un libro dal titolo coerentemente dimesso e referenziale: Parole al potere. Discorsi politici italiani, uscito ora in prima edizione nella BUR, davvero imprescindibile per comprendere la recente storia italiana, nell'intreccio di politica e cultura, e non solo, curato da Gabriele Pedull, uno dei critici e degli storici letterari pi brillanti e affidabili della generazione nata fra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta insieme con Andrea Cortellessa, Domenico Scarpa, Andrea Porcheddu (per il teatro) e pochi altri, come il poco pi anziano Massimo Raffaeli. Sono 870 pagine, pi altre 222 di saggio introduttivo del curatore, che offrono un'antologia di 60 discorsi e interventi politici dal 1861 al 1994, dal Cavour su Chiesa e Stato al discorso della discesa in campo di Berlusconi, passando attraverso Garibaldi, De Sanctis, Crispi, Sturzo, Matteotti, Mussolini, Carlo Rosselli, De Gasperi, Moro, Fanfani, Dossetti, Togliatti, Pasolini, Craxi e molti altri. Nell'introduzione Pedull ripercorre le vicende del rapporto politica-cultura, seguendo prima una precisa scansione cronologica soprattutto italiana (Politica come letteratura, 1861-1945 e Politica senza letteratura, 1945-1994) poi secondo una pi generale mutazione europea e infine planetaria (La letteratura contro la politica e La tecnologia). Da un'oratoria politica considerata ancora un gene-

Il potere dal palco al dvd


re letterario, nella grande tradizione classicheggiante inaugurata dall'Umanesimo fiorentino, e perci con l'ambizione di imitare Cicerone o Demostene e con una sostanziale affinit tra parola letteraria e parola politica si passa al progressivo distacco critico dei letterati che da maestri di eloquenza tendono, da noi soprattutto nel

Loratore di Ferdinand Hodler, 1912

Nellanalisi di Pedull la decadenza delloratoria, il divorzio tra parola letteraria e parola politica
secondo Novecento altrove gi molto prima, ad assumere il ruolo di demistificatori dei luoghi comuni e delle menzogne che spesso accompagnano la lotta per il consenso. Cos dalla focosa oratoria di Crispi alla concretezza e al rigore logico di Giovanni Giolitti, dall'eleganza di Minghetti allo stile mussoliniano, troppo frettolosamente ridicolizzato nel dopoguerra e qui attentamente esegizzato, dal sobrio grigiore quasi piccoloborghese di De Gasperi all'equilibrismo del gergo

moroteo fino alla totale emancipazione dall' eloquenza politica si analizzano caratteristiche oratorie e lessico dei differenti politici o letterati-politici, come D'Annunzio, o prestati alla politica, come Carducci, Pascoli, Croce, Carlo Levi. Parallelamente Pedull, che si occupato anche di nuovi media e dell'uscita del cinema dalle sale (In piena luce. I nuovi spettatori e il sistema delle arti, Bompiani 2008), chiarisce bene, con suggestioni che vanno al di l del tema specifico, come le innovazioni tecnologiche abbiano trasformato anche la comunicazione politica. Microfoni e altoparlanti, radio, cinema, televisione, Internet hanno via via potenziato e insieme impoverito il discorso politico: si raggiunge una platea vastissima ma con messaggi sempre pi poveri di contenuto proprio perch i ritmi dei nuovi mezzi non consentono alcun approfondimento. Nell'illusione che non ci sia pi distanza tra noi e i nostri governanti, nel prevalere del mezzo sul messaggio si apre la via al populismo della democrazia contemporanea. E un po' sconsolato Pedull conclude: Ci sono fondati mo-

Fatti e percezioni Un viaggio di Isnenghi nella memoria


nazionale, dal Risorgimento alla societ dello spettacolo
GIORGIO BOATTI

Ci sono libri che si trovano a godere del favore dei lettori, e dunque hanno immediatamente successo, perch hanno la prontezza, o la fortuna, di correre nel vento che sta soffiando. Fanno risuonare la melodia nella quale i pi si riconoscono. Storia ditalia. I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla societ dello spettacolo, il lavoro pi recente di Mario Isnenghi, storico italiano tra i pi autorevoli, non tra questo tipo di testi. Non rincorre il soffiare del vento. Questo libro va in unaltra direzione: di capitolo in capitolo si pone come un osservatorio attento, una ricognizione avanzata dentro la memoria nazionale, cos da trarne implicazioni profonde sul chi siamo, qui ed ora. E se qualche recente apertura di cielo parrebbe contraddire la dura invettiva finale di Isnenghi su unItalia pi che mai da palcoscenico, irriducibile mondo di guardati e guardoni, le ferme e documentate notazioni sparse in tutta lopera dovrebbero essere affrontate e meditate per non sprecare occasioni. Certo, bisognerebbe studiarlo e dibatterlo davvero questo libro che va percorso in tutta la sua complessa architettura. Anche dove Isnenghi sceglie di mutare il passo, di di-

Siam diventati un Paese di guardoni e guardati


versificare la maglia della rete con cui afferra gli eventi. Cos, accanto al fluire sontuoso della narrazione principale - quella che fa i conti con le grandi dinamiche politiche e sociali, culturali e antropologiche di un secolo e mezzo della nostra storia prendono forma, per gli immemori o gli svogliati, sintesi puntuali e ordinate sistematizzazioni. Il tutto con una grazia esposipresso la pi ristretta comunit degli studiosi e degli intellettuali, con leccezione di un paio di significative reazioni - lattenzione che meriterebbe. Quasi nessuno ne ha evidenziato la diversa caratura rispetto allaffollato ma presto svaporato pattuglione di saggi, interventi, opere e operine grandinate in libreria in occasione delle celebrazioni dellunificazione italiana. Ci sono due ragioni - una figlia dellaltra - che possono forse spiegare questa singolare distonia, questa sottovalutazione operata verso il libro di Isnenghi. La prima ragione data dal fatto che questa Storia dItalia, che gi nel sottotitolo evidenzia di voler intrecciare fatti e percezioni, un ibrido. E una messa a punto di idee, nodi problematici, modalit di sguardo che vanno oltre la mera ricostruzione storica, pur avendo lautore cantieri di formidabile ricerca storiografica alle spalle e su temi centrali quali la grande guerra, il Risorgimento, il fascismo, la cultura e la comunicazione giornalistica, i luoghi della memoria nazionale.

La nostra identit come prodotto ibrido di cultura alta e bassa: unanalisi che rompe steccati e getta ponti
tiva che frutto di mezzo secolo di appassionata didattica. Questo libro - esigente col lettore ma mai elitario, borioso, noioso, mai accademico insomma - difficilmente scaler la lista dei best seller, raggiungendo il pi vasto pubblico. N questo lavoro, pur affrontando con inattaccabile autorevolezza un secolo e mezzo di vicende italiane pare aver destato - anche

p Mario Isnenghi p STORIA D'ITALIA. I fatti e


le percezioni dal Risorgimento alla societ dello spettacolo p Laterza, pp. 673, 30 p Scrive Isnenghi nel preambolo all opera: Riscoprire una storia grande e terribile, senza reticenze sulle divisioni che la fondano

Daltra parte in questopera matura di un autore persuaso di s e del proprio cammino, non c neppure traccia del narcisismo di chi, giunto in vetta, si guarda indietro ed esibisce le tappe della propria biografia intellettuale. Questo libro un ibrido perch fa delle percezioni, e dunque della sovrapposizione e

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SABATO 25 GIUGNO 2011 LA STAMPA

VII

p p p p p p

PAROLE AL POTERE a cura di Gabriele Pedull Rizzoli, pp. CCXXII- 870, 16,90 Gian Luigi Beccaria MIA LINGUA ITALIANA Einaudi, pp. 87, 10

LEADER E MESSAGGI
Quali sono le tecniche di comunicazione della politica oggi in Italia? Le esamina e interpreta Gianluca Giansante nel saggio Le parole sono importanti (Carocci, pp. 172, 15): la forma e lo stile, i discorsi e i messaggi, anche visivi, da Berlusconi a Bossi, da Prodi a Bersani, da Fini a Casini, da Di Pietro a Vendola e Beppe Grillo.

per vari motivi. Innanzi tutto perch in meno di 90 pagine, nello stile chiaro e affabile che i lettori di questo giornale ben conoscono, fa una sintesi formidabile della complicata questione della lingua nella storia d'Italia. Poi perch chiarisce alcuni nodi problematici della nostra storia culturale: il rapporto tra lingua (e letteratura) e nazione italiana (Non stata una nazione a produrre una letteratura, ma una letteratura a prefigurare il progetto di una nazione); l'idea di patria, sempre risorgente e sempre periclitante; la lingua letteraria come fedelt alla tradizione e come garante della continuit ma anche come diaframma tra i ceti sociali e le parlate delle varie municipalit e quindi la divaricazione tra scritto e parlato; le polemiche ottocentesche sulla lingua media come strumento comune

Librai 150 Arriva a Genova la nostra


serie delle botteghe che fecero lUnit
TONINO BOZZI

tivi per credere che l'ideale continuazione di questa antologia, dopo il 1994, potrebbe essere fatta soltanto con un dvd. Probabilmente ottimista. Parrebbe consono piuttosto alle latrine delle stazioni ferroviarie il regesto del nuovo lessico politico stilato da Fabrizio d'Esposito (pezzo di merda, troia, vajassa, ricchione, frocio, stronzo, pedofilo, culattone, cornuto, palle di velluto e no, handicappata di merda, vaffanculo, orco dio, che le venga un cancro, bocchinari, negro con variante bingo-bongo, la Lega ce l'ha sempre duro, munnezza, pirla, coglioni...), cui si possono aggiungere alcune uscite elettorali del presidente del Consiglio, sobrie ed eleganti come le sue cene (una per tutte quella sulla sinistra sporca e cogliona, che puzza, si lava poco ed sempre incazzata). Affatto diverso per tema, ma per ispirazione civile ricollegabile all'antologia di Pedull, il libretto di Gian Luigi Beccaria, Mia lingua italiana, prezioso

Nel saggio di Beccaria il rapporto tra lingua e nazione, tra scritto e parlato, tra dialetti e unit della patria
di conversazione e la conseguente difficolt di esprimere il quotidiano anche nella scrittura. Inoltre perch ricco di citazioni sempre pertinenti e chiarificatrici. E perch tra le righe sempre presente la preoccupazione per quella che Ascoli aveva definito la scarsa densit culturale del nostro paese. Non a caso Beccaria conclude il suo saggio polemizzando con le battaglie della Lega, cui spesso si affianca l'ineffabile signora Gelmini, per il riconoscimento di lingua a molti dialetti e per l' uso del dialetto in scuole, insegne, matrimoni, giornali, telegiornali Sono pagine piene di passione autentica per il dialetto (Per me []il dialetto ancora la radice, la casa, l'infanzia, ricordo del familiare e dell'affettivo, il nativo, heimlich, come dicono i tedeschi). Ma proprio per questo anche di sarcasmo per le mistificazioni tessute dalla malafede politica.

Nel 1861 a Genova operavano sedici librerie, oggi scomparse tutte tranne la nostra che, peraltro, allora aveva gi compiuto cinquanta anni. Il panorama delle librerie dell'Italia unita risentiva ancora della prevalenza che la cultura francese, a partire dall'Illuminismo, aveva conquistato in Europa. Nella nostra citt, che era stata governata dalla Francia, essa era quasi egemone: basta pensare che delle 22 edizioni delle Guide della Citt pubblicate tra il 1768 e il 1867 ben 21 furono scritte in francese e l'unica in italiano non fu affatto l'ultima, ma una edita nel 1780. L'annessione alla Francia del 1805 rese addirittura ufficiale questa realt, tanto che dal 1812 l'Organo Ufficiale della Liguria venne pubblicato solo in francese. Questa prevalenza era ulteriormente accentuata nelle numerose librerie italiane che, co-

C Stendhal che domanda del sig. Beuf...

Il fondatore (nel 1810) dellunica libreria oggi superstite fra le sedici che operavano nel 1861
me noi e Gravier a Genova e Le Monnier a Firenze, erano state fondate da immigrati francesi. Di questa invadenza esistono tracce nella memoria di chi scrive e che ricorda bene che ancora alla fine degli Anni 40 in libreria avevamo una prenotazione fissa (un office) di cento copie del vincitore del Prix Goncourt e un buon terzo dell'assortimento era costituito da volumi in francese. Tracce pi concrete sono costituite da una residua giacenza di Manuels Roret che abbiamo trovato in un sottoscala. Si tratta dei predecessori ottocenteschi dei Manuali Hoepli e oggi ovviamente fanno parte del mercato antiquario. Purtroppo nel corso dell'ultima guerra, la nostra libreria fu parzialmente incendiata e distrutta dai bombardamenti e la perdita pi dolorosa fu quella dell'archivio. Le fatture, la corrispondenza, gli appunti che testimoniavano i contatti con i clienti e il passaggio dei molti illustrissimi visitatori: tutto andato perduto nell'incendio e ormai solo la memoria trasmessa di generazione in generazione pu evocare questi aspetti dei primi 130 anni di vita della libreria. Ci pu forse dare un'idea di che tipo di libreria fosse la nostra a met dell'Ottocento un annuncio pubblicitario sulla Gazzetta di Genova del 1853 nel quale si legge: Gli amatori delle scienze e della letteratura vi troveranno un assortimento di libri matematici, legali, di letteratura e libri ascetici, tanto francesi che inglesi ed italiani, come pure libri di divozione legati elegantemente, globi terracqui e sfere di diverse grandezze. Il sig. Beuf ugualmente determinato a stabilirvi un Gabinetto di Lettura ove si trovano libri, giornali francesi, italiani e inglesi come anche giornali di letteratura e di scienze. Le condizioni di questo abbonamento sono visibili nello stesso negozio. La formula della libreria, come recita il suo motto Aut prodesse aut delectare, dava dunque uguale attenzione alla cultura delle lettere e alla nascente editoria tecnica. Il sig. Beuf citato dall'annuncio era Luigi, il figlio primogenito di Antonio, un rescap della Rivoluzione
Giuseppe Mazzini in un ritratto di Zuccoli

150

Librai dItalia
Per il 201 1
Francese che giunse a Genova da Brianon nel 1807 e nel 1810 apr in via Novissima, allora main road della citt, nei locali che essa occupa ancora, la libreria che oggi porta il nostro nome a causa di una complicata storia di successioni indirette e delle leggi razziali degli Anni 30. Come scrive Giovanni Ansaldo, Luigi Beuf era pi amante della buona vita, e della buona societ. Allarg la clientela della libreria, che divent la prima di Genova; e in cui si adunavano molti belli e forti spiriti del tempo, per discorrere di politica e letteratura. Essa era, ed , contigua a quella meravigliosa lottizzazione cinquecentesca, interamente costituita da palazzi patrizi, che

Possiamo persino, plausibilmente, immaginare Manzoni che viene a Genova nel 1827 e entra per controllare se il suo vient de paratre ha il posto che merita in vetrina. E' curioso ripensare a quanti libri, che oggi nella nostra libreria sono nello scaffale dei classici, sono arrivati con i pacchi delle novit: parliamo, appunto, di I promessi sposi, ma anche, delle Operette morali, di Madame Bovary, di Tonio Kroger, di Ulysses e di Ossi di seppia.

del 1905, per afferrare - da storico - le anime diverse e tuttavia pervasivamente presenti ancora oggi dentro il cattolicesimo italiano, anzi dentro unItalia sede di due intrecciate potest, temporale e spirituale, tra i punti pi alti di questa Storia. Ma anche le incursioni nella cultura bassa - dai classici per ragazzi allArtusi a Guareschi alla propaganda fascista - o nellesperienza della grande guerra, nel conformismo dellItalia fascista piuttosto che negli anni dellanticomunismo viscerale e del comunismo settario e obbediente agli apparati, danno corpo alle tappe di un tour strepitoso nel corso del quale Isnenghi ci

Oltre allo scrittore francese, la visit Melville nel 1857 e Mazzini abitava a cento metri di distanza
Purtroppo non abbiamo memoria n documentazione di nostri rapporti diretti con i protagonisti del Risorgimento. Ma Giuseppe Mazzini abitava in via Lomellini, a non pi di cento metri dalla libreria ed ben plausibile pensare che l'abbia frequentata. Inoltre, in un locale della libreria nel 1866 fu fondata (ed ebbe anche sede per qualche anno) la Societ di Letture e Conversazioni Scientifiche alla quale ancor oggi la nostra famiglia molto legata. Essa ebbe molto rilievo nella vita intellettuale e politica della Genova ottocentesca e nei suoi archivi custodito l'originale di un curioso piano di rifacimento del porto che Giuseppe Garibaldi elabor nel 1880. E' naturalmente motivo di orgoglio per noi che la storia della nostra libreria si intrecci cos strettamente con la vita culturale ottocentesca di Genova e dei suoi illustri visitatori e siamo particolarmente orgogliosi del fatto che dal 1810 questa storia si sia svolta ininterrottamente negli stessi locali che occupiamo oggi. Essi sono stati ricostruiti parzialmente nel 1948, ma, per il solo fatto di esistere e di essere ancora la sede della stessa libreria, conservano per il futuro la memoria di quanti li frequentarono. Ci pare doveroso auspicare che tale memoria non corra il pericolo di dissolversi. E questo un augurio che rivolgiamo anzitutto a noi stessi.

Da Manzoni, Nievo e Fogazzaro a Artusi e Guareschi, dai classici ai giornali e alla tv, dalllite al popolo
Il Risorgimento a Torino Rifatto per la quarta volta: Il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino il cui nuovo allestimento ripercorso sala per sala nel volume a cura di Umberto Levra ( Skira, pp. 270, 24): la mappa di un patrimonio unico, 53.011 oggetti di cui 2579 esposti. del conflitto fra elementi discordanti, la sua cifra espositiva. E questo spiega la presa di distanza degli addetti ai lavori. Non conta che ogni capitolo attinga con totale solidit a una delle tante tappe che hanno scandito la feconda parabola dello studioso veneto. Librido esige nel lettore mente veloce, saettante e dunque sconcerta. Soprattutto confonde chi vuole mantenere steccati mentre Isnenghi, giunto alla storiografia dalla ricerca su grandi filoni della nostra letteratura nazionale, da quella alta, del Manzoni, del Nievo e del Fogazzaro a quella popolare, un pontiere attento a collegare mondi diversi. Lanalisi che fa dei romanzi del Fogazzaro, mancato Nobel invita a riconoscere gli occhiali che ci hanno infilato sul naso per farci vedere, o deformare, determinate visioni del nostro passato. Oltre ad essere un ibrido questa Storia, ampia e dettagliata, sconcerta perch ha un procedere tattile. Non saccontenta delle ampie visioni. Spesso e volentieri entra nei particolari. Aderisce ai dettagli. Mette ruvidamente in luce i frattali di una storia che pur diversa ama ripetere gli stessi errori e condurre alle stesse biforcazioni. A quei vicoli ciechi che Isnenghi ci fa toccare con mano. gboatti@venus.it

Tra i clienti Dickens, Nietzsche, James e Manzoni che controlla se I Promessi Sposi sono esposti in vetrina
portava il nome di strada Nuova e che quasi tutti i viaggiatori ottocenteschi hanno visitato. Cos, anche in mancanza di documenti, si pu ben immaginare che Dickens, Melville, Valry, James, Nietzsche, per non citare che alcuni dei visitatori illustri della citt, si fermassero volentieri a scorrere i giornali francesi e inglesi che Antonio Beuf metteva a loro disposizione a pochi metri da strada Nuova. E infatti Stendhal nei Mmoires d'un touriste racconta proprio la sua visita al nostro Gabinetto di lettura. E Melville, nel suo diario, lascia intendere che lo visit il 12 aprile del 1857.

VIII

La critica
RITRATTI
ERNESTO FERRERO

Tuttolibri
SABATO 25 GIUGNO 2011 LA STAMPA

Opere scelte La straordinaria versatilit di un autore


che, alla fine, ha sempre obbedito a ci che aveva da dire
MASSIMO ONOFRI

La zattera di Lucentini
Il compagno di Fruttero da single: una lettura che commuove e sorprende

rima di far coppia con Carlo Fruttero nella premiata ditta F. & L., il romano-parigino-torinese Franco Lucentini, l'uomo in grado di tradurre da diciassette lingue che dava del tu ai presocratici, stato - letterariamente parlando - un single, e che single. Il suo percorso intellettuale, la sua cifra stilistica rappresentano un caso unico, non apparentabile a nessun altro, nel panorama del dopoguerra, e ulteriormente complicato dal sodalizio con il diversissimo Fruttero. Ci voleva un critico dell'intelligenza di Domenico Scarpa,

Franco Lucentini

Lo scrittore (e luomo) svelati da Domenico Scarpa: larte di volare alto fingendo di stare rasoterra
meticoloso e rabdomantico esploratore di archivi, dunque capace di documentare in ogni dettaglio le ipotesi pi penetranti, per fissarne in Uno (:duepunti edizioni,pp. 142, 18) un doppio ritratto, ritratto che sorprende e commuove anche chi Lucentini crede di conoscerlo abbastanza bene. Tre sono i racconti che Lucentini ha firmato con il suo solo nome: La porta (uscito su Nuovi Argomenti nel 1953), I compagni sconosciuti, primo numero (1951) dei Gettoni di Vittorini, prontissimo a coglierne le qualit (insieme alla Ginzburg, a Pavese e a Bruno Fonzi: una scommessa d'esemplare coraggio) e infine Notizie degli

scavi (Feltrinelli 1964). Racconti tragicamente comici, in fondo non troppo lontani da Kafka o da Beckett, non fosse che la negativit di partenza finisce per aprirsi a un umile ricupero di oggetti, parole, sentimenti, a un barlume di umanit ritrovata in mezzo alla macerie del vivere. Nella sua visione cosmologica, il mondo infatti un panorama di rovine, nato per errore o per caso dalla disattenzione di un manovratore. Ma la sopravvivenza di rapporti umani decenti affidata proprio ai personaggi che stanno peggio, i marginali, gli esclusi, i dubitosi di s, gli inadatti a vivere, che per tutto equipaggiamento hanno un vocabolario di trenta parole. E' il depresso che conosce davvero il mondo, che sa introdurre nel caos una scintilla d'ordine, un senso possibile. Incarnazione perfetta dell' idea platonica di traduttore, Lucentini idolatra Ariosto e Flaubert, affronta Mallarm in versioni sempre pi rastremate, cita a memoria interi brani di D'Annunzio, traduce Borges rivaleggiando in bravura con l'originale, ma sceglie per s, come ha notato Fruttero, una prosa povera, quattro assi, una dozzina di chiodi, da prigioniero, da recluso, da naufrago, da eremita, tesa verso un'essenzialit sempre pi scarna. In lui, allergico al romanzo realista e impegnato, la povert dei mezzi si accompagna a un' ambizione illimitata, ma dissimulata dall'autoironia: arrivare alla metafisica attraverso una realt degradata. La sua strategia stava gi tutta nel sorriso che aveva colpito Fruttero quando lo aveva conosciuto a Parigi, poi descritta in una pagina magistrale: in superficie confusione e impaccio, un' ammissione di completa vulnerabilit, e al fondo una sconfinata, disastrosa tenerezza verso le cose minime del creato, di comprensione per ogni concepibile debolezza, follia, bassezza e contraddizione umana. Quel sorriso disarmante di Uomo Buono il sorriso della letteratura quando vola alto fingendo di stare rasoterra.

Raffaele Manica, il curatore del Meridiano ora dedicato a Enzo Siciliano, rivolgendosi a La Capria nel 1991, in una bella pagina inclusa in Confidenziale. Lettere dagli amici (Il notes magico), lo definiva uno scrittore che invece di scrivere romanzi scrive ci che ha da dire. Con parole simili si potrebbe notare che Siciliano sia uno scrittore che, anche nei romanzi - non meno che nei saggi -, continua a dire ci che ha da dire, ma in un altro modo, ubbidendo a un urgenza, appena dissimulata, di confessione e autobiografia. Sarebbe, questa, una risposta implicita a quei detrattori che, per deprimere il romanziere, si sono rassegnati ad ammettere limportanza del critico. La partita aperta, e ognuno la pensi come vuole: purch argomenti. Limpressione, infatti, che si sia respinto il romanziere senza quasi averlo letto: magari per colpire, con intenzioni che travalicavano la letteratura, il giovane bello e brillante, e subito protetto da Moravia e Pasolini, attribuendogli in seguito chiss quale oscuro potere, di consorteria, in una Roma

p p p p

Enzo Siciliano OPERE SCELTE a cura di Raffaele Manica Mondadori, pp. CLI-1574, 60

UNA VITA IN DVD


Esce da Fandango Enzo Siciliano. Quel giorno di indimenticabile bellezza, un cofanetto con un un film di Catherine Mc Gilvray e un saggio di Arnaldo Colasanti (Dvd di 50 m. + libro di pp.287, 22). La regista McGilvray ripercorre la la vita di Siciliano intellettuale, critico, scrittore e raccoglie i suoi giudizi sui rapporti tra cultura, societ, politica. Il critico Colasanti descrive ed esamina la sua officina e il suo percorso di narratore.

Enzo Siciliano (1934 -2006): esce un suo Meridiano a cura di Raffaele Manica

Per lo scrittore romano, pi di Moravia e Pasolini, decisivi furono Bassani e Bertolucci


su cui incombeva gi il barbarico epiteto di ladrona. Gli simput pure la grande generosit verso i giovani: che se fu - qualche volta malriposta, rest sempre disinteressata, ricevendone lui persino ingratitudine. Se facciamo lappello di tanti scrittori oggi meritatamente alla ribalta, sono molti quelli scoperti da Siciliano. Ma torniamo al principio che ho provato a enucleare: che Siciliano, in ogni sua pagina, al di l dellestetismo e dei limiti di estenuazione che gli sono stati talvolta rimproverati, sia uno scrittore che, fino alla fine, ha obbedito a ci che aveva da dire, nei modi duna procrastinata autobiografia dellombra. Principio fatto proprio da Manica, il quale, con intelligenza e grande equilibrio, stato attento al merito, in modo da restituirci un campione, il pi rappresentati-

Siciliano, lautobiografia dellombra


vo possibile, che testimoniasse, insieme alla straordinaria versatilit, anche la sua fedelt. E cos, se non troveremo la fondamentale Vita di Pasolini (1978), che da sola avrebbe occupato met volume, ecco per il consentaneo e pasoliniano Campo de fiori (1993), mentre saggi come Mittente Amad Mozart e Recondita armonia stanno qui, per temperatura e disposizione, anche in sostituzione del romanzo mozartiano I bei momenti (1997) e della monografia Puccini (1976). Manica, che ha scritto leccellente introduzione (Interpretazione dellombra) e unimprescindibile Cronologia (di Simone Casini sono Notizie sui testi e Bibliografia), raduna qui tre racconti -uno da Racconti ambigui (1963), due da Dietro di me (1971) - e quattro romanzi - Rosa (pazza e disperata) (1973), La notte matrigna (1975), La principessa e lantiquario (1980), Carta blu (1992) -, nonch, per il teatro, Morte di Galeazzo Ciano (1998). La scelta dei romanzi fu di Siciliano: e Manica si rammarica che sia assente lultima stagione narrativa. Anche a me sarebbe piaciuto vedere, per esempio, Il risveglio della bionda sirena (2004), su Antoinette Raphal e

Tra romanzi e saggi, sensibilit narrativa e intelligenza critica, dalla musica allarte, dalla politica al cinema
Mario Mafai, rubricato, chiss perch, nella Saggistica, e misteriosamente rendicontato, nella bibliografia critica, con due soli contributi, ma non dellanno di stampa. Tuttavia, il critico colma la lacuna nella ricca sezione Saggi, memorie, interventi, dove spicca il capitolo Ultimi scritti, la sezione in cui abbiamo

modo di ricordare - ce ne fossimo dimenticati - di quante frecce disponesse la faretra di Siciliano: dalla letteratura alla musica e allarte, dalla filosofia e la politica al cinema. Manica ci ha messo ha disposizione, con la solita bravura, tutti gli strumenti e le informazioni necessarie per rileggere la vicenda di Siciliano: a cominciare dallimportanza avuta - ben pi che quella di Moravia e Pasolini - da Bassani e Attilio Bertolucci. Senza dire delle note sulla lingua, con definitivi chiarimenti sulle sue presunte ipoteche primonovecentesche. E allora: quale Siciliano? Bench mi riesca difficile non sottoscrivere quel che in morte scrisse Bernardo Bertolucci non mi sembra ancora venuto il momento di rimpiangere un amico che continua a vivere cos intensamente dentro di me -, non mi sottrarr alla responsabilit di fare la mia scelta, puntando tutte le fiches su Campo de Fiori, tra memoria, ritratto, racconto, perspezione, lirismo, denuncia: l dove sensibilit narrativa e intelligenza critica si fanno una stessa onda, mentre cultura e dottrina diventano, nel racconto, seconda natura. In pagine come queste Siciliano scriveva in stato di grazia. Autobiografia dellombra, ho detto: leggetevi il postremo La "Vita" di Vittorio Alfieri, e capirete cosa voglio dire.

La poesia
SCHEDE A CURA DI GIOVANNI TESIO

Tuttolibri
SABATO 25 GIUGNO 2011 LA STAMPA

IX

Carlo Porta

Antonio Bodrero

Eugenio De Signoribus

Miracol, funeral e desgrazzi del gran lombardo

Carlo Porta

Una occitana voce religiosa e sperimentale

Antonio Bodrero

Linfanzia, fortino e rifugio dei nostri sogni

E. De Signoribus

arlo Porta un classico della poesia in dialetto (della poesia tout court), uno dei due pi importanti che con itinerario esemplare abbiano attraversato il nostro Romanticismo nella ben ricca variante milanese. Un'ennesima occasione di verifica viene ora dalle Poesie edite negli Oscar Mondadori a cura di Pietro Gibellini. Dal realismo parodico delle prove di traduzione dell'Inferno dantesco (Leggevem on bell d per noster spass/ i avventur amoros de Lanzellott; / no gh'eva terz incomod che seccass,/ sto per d s'avarav poduu st biott;/ e rivand in del legg a certi pass/ ne vegneva la faccia de pancott/ e i nost oeucc se incontraven, come a d/ perch no pomm f istess anca m e t?) al catechismo da operetta di On miracol, alla satira anticlericale (da Fraa Zenever e Fraa Diodt a On funeral), ai desgrazzi del Bongee, alla bestemmia della damazza Donna Fabia Fabron de Fabrian, alla dolente indecenza della Ninetta, la tosa de casin. Un mondo che passa all'enorme opus dei sonetti belliani scritti in una favella tutta guasta e corrotta: monumento della (non alla) plebe trasteverina e romana, come ha avvisato a pi riprese lo stesso Gibellini. Il quale sottolinea qui - nella sua Introduzione - tutta la grandezza europea e la forza d'annuncio del grande Lombardo.
Carlo Porta POESIE a cura di Pietro Gibellini, Oscar Mondadori, pp.460, 11

uesta volta una sorpresa fuori dai recinti consueti. Accade con l'Opera poetica occitana di un nome ignorato come quello di Antonio Bodrero (1921-1999) conosciuto dai cultori della poesia che si esprime in dialetto, ma poco o niente dagli altri. Il grosso volume - edito a cura di Diego Anghilante da Bompiani in una collana solo apparentemente impropria come Il pensiero occidentale - raccoglie una delle due anime di Bodrero l'anima occitana - legata alla Valle cuneese (la Varaita) in cui il poeta per lo pi vissuto, ma esclude l'anima piemontese che senza dubbio la pi cospicua e su cui molto ha fatto di suo il Centro Studi Piemontesi- Ca d Studi Piemontis. Anghilante si dedica dunque alla parte occitana soprattutto con l'infaticabile commento, ma sa far giustizia della parte piemontese nella lunga introduzione, in cui d conto della vita, del pensiero, della poetica, della poesia di un uomo contraddittorio e non facilmente definibile. A farsi strada un intero universo che si rivela in testi di iridescente tessitura: la poesia di un poeta attento alle linee plurime di un ricco pensiero religioso (naturale e teologale insieme) che s'incatena a un linguaggio di profonda e persino prodigiosa ricchezza sperimentale.

i un poeta retrattile come Eugenio De Signoribus, sempre pi riconoscibile e riconosciuto nella sua pronuncia tutta netta e discreta, le edizioni Tallone raccolgono le prose in parte inedite, in parte sparsamente pubblicate nellarco del trentennio che va dai primissimi Anni Ottanta al 2010. Il libro - di consueto splendore tipografico - sintitola Nessun luogo elementare e mette insieme non solo prose, ma anche altri testi: o pi prossimi alla forma poetica o versi veri e propri. Pagine molto utili a meglio intendere (o scandagliare) lintero itinerario di una poesia di complessa trama e di severa esattezza, da Case perdute a Trinit dellesodo. Ma soprattutto pagine che valgono a definire una visione del mondo innervata in quel fortino e rifugio dinfanzia da cui procedono i sogni e le illusioni, le brecce e le aperture, del cuore e della mente. Non cedimenti sentimentali, ma sonde di profondit dove il pi vero a riuscire pi oscuro. Un inventario di luoghi e situazioni, di sogni ed escursioni, di metamorfosi e smarrimenti, di vite e di viste, di insistenze e di congedi. Una scrittura in cui si segnalano alcune spie lessicali di estrazione locale (da smicciare a scucchio) da leggere come le macule di un italiano puntuale, vibrante di mitezza ma anche di denuncia.
Eugenio De Signoribus NESSUN LUOGO ELEMENTARE Edizioni Tallone,pp. 148, s.i.p.

Antonio Bodrero OPERA POETICA OCCITANA a cura di Diego Anghilante, Bompiani, pp. 1072, 30

Tommaso Landolfi

i potuto parlare delluomo come di essere per la morte. Ma la poesia continua a generare quello che Leopardi chiamava aumento di vitalit. Sfolgorante la conferma che viene da Tommaso Landolfi, uno degli scrittori pi appartati (e dei poeti pi eccentrici) del nostro Novecento, di cui Adelphi ha appena rimesso in circolo (ma per molti sar una sorpresa) Viola di morte. Titolo-ossimoro perch stringe una contraddizione che fa coincidere langoscia del nulla e il vizio osceno dei versi pi musicali: la morte che saccampa vittoriosa, ma il canto che laccompagna incessante. Un diario poetico senza le date, ma anche un canzoniere damore distante, latro e luminoso commentario di una riflessione accanita: la continuata denuncia di uno stato sgomentevole, insieme con le risorse infinite della pi indissolubile musicalit. Critici e interpreti avveduti possono ben parlare della quantit di linee che convergono in Landolfi: dal romanzo nero a quello davventura, dalla letteratura russa dellOttocento (di cui, specie Gogol, fu assiduo traduttore) ai filoni poliziesco e magico o fantascientifico, dal Simbolismo al Surrealismo (anche con precisi riferimento allautomatismo di Roussel). Ma a contare non di meno la profonda adesione alla tradizione italiana pi alta, da Dante a Leopardi, non escludendo certi umori bizzarri di un Berni. Altrettanto opportuno sar parlare della rete delle reminiscenze e delle vere e proprie citazioni (a volte ironiche, altre volte congeniali: le pi frequenti da Dante, Foscolo, Leopardi, DAnnunzio). Ma non meno necessario insistere sulle parole rare (da margo a crambe) e su quelle pi comuni (Antiche e semplici parole), sugli enjambements frequenti, sui sabiani troncamenti, e soprattutto sul sottilissimo gioco

Una sola libert concessa al figlio delluomo

SOLO, AMORE MIO Solo, amore mio, solo Come neppure l'usignuolo, Io questa solitudine fo pegno Di segreta delizia Ed essa eleggo a mio splendente regno. Amare note canta la Pizia, Ben so che andranno tutte vuote Queste ultime speranze Eppure, amore, Io mi scavo una nicchia dentro l'ora Fuggevole e alterna, E piango e soffro e tremo ancora.
Tommaso Landolfi
Tommaso Landolfi VIOLA DI MORTE Adelphi, pp. 318, 22

delle rime condotto con pedali sapienti, dissonanti, assonanti, consonanti, collimanti. Rime strette come giri di morsa. Rime dissimulate. Rime brucianti. Rime baciate. Rime estrose. Rime difficili. Rime fulminanti (uno studio sulla rima novecentesca non potrebbe che lungamente sostare sullofficina di Landolfi). Sono le risonanze di un testo tutto intessuto di pensiero e risolto in canto (il canto della poesia come tale e il canto della musica che viene dallascolto di Haydn e Mozart: Il dio di Salisburgo o quel da Rohrau). Temi vertiginosi, la vita e la morte (il supremo oltraggio), il tempo (il gran divoratore), il mondo, lio, la mente e il cuore, il bene

Viola di morte: un canzoniere damore distante, un testo tutto intessuto di pensiero e prodigiosamente risolto in canto
e il male, il Dio bestemmiato e persino un residuale desiderio di gloria. Tutto negato, tutto messo in luce dallapparir del vero. Ma tutto anche contraddetto da unostinata ragione della memoria, dellinfanzia, di un aurorale tremito, di una speranza carsica (Oh suprema speranza nostra), di un battere dali e danima (Questo infinito anelito) che si oppongono alla desolazione e alla coscienza dellultimit. Poesia anche erotica (Vola la freccia dellaccorto iddio). Poesia anche senile se la raccolta fu conclusa nel 70 e Landolfi muore nel 79 a 71 anni. Ma soprattutto poesia che non smette di parlarci, di precipitarci nelle amare note del nostro unico - impossibile riscatto. Poesia come sola Libert che concessa al figlio delluomo.

Tommaso Landolfi (1908 - 1979): tra i suoi titoli pi noti Rien va e A caso

CAMILLE NOE PAGN

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le imprevedibili coincidenze dei ricordi


Un romanzo di rara forza su quel sentimento speciale che lamicizia femminile.
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