Vous êtes sur la page 1sur 36

CARLO BO, AGONISTA

di
Vincenzo Gueglio

1. Un solo libro
Carlo Bo, non c'è forse nome più pronunciato del suo, nel mondo delle nostre lettere; con reverenza;
anche; persino con affetto; ma che all’ossequio e alla notorietà del nome corrisponda una conoscenza viva
dell'opera, temo di non poterlo affermare. Che il suo insegnamento circoli col sangue nelle nostre vene,
ovvero che la nostra esistenza, la nostra opera più o meno ambiziosa si svolga nel dialogo, nel teso confronto
con le sue pagine; che la sua temibile grandezza costituisca l'orizzonte dei nostri sguardi, della nostra
angoscia, non mi pare proprio. E questa noncuranza è uno degli aspetti del male imperdonabile che sta
terminando di distruggere gli uomini che abitarono questa frontiera estrema dei tempi.
È anche vero che la stessa distrazione nostra ci rende ancora sostanzialmente estranea l'opera di
Renato Serra, così fisicamente ancora poco presente nelle antologie e nei libri di scuola; o - ma questo è un
paradosso, o uno scandalo, di diversa natura - dello stesso santificato Leopardi: e mi limito a due casi che
parranno estremi, a due nomi comunque che mi sono cari, e ai quali chiederò la grazia di aiutarmi a costruire
un'idea di Carlo Bo meno vaga di quella che volonterose enciclopedie e le migliori storie della letteratura e
della critica del Novecento possono restituirci. Ma ho la sensazione che nel caso di Bo la nostra insipienza, la
nostra cecità siano particolarmente intense; e che specialmente maliziosa sia la sodddisfazione con la quale
sostituiamo al bisogno di conoscenza il pregiudizio della notorietà, un mazzo di vecchie cartoline.
In realtà, se siamo sinceri con noi stessi, saremo costretti ad ammettere che il libro delle nostre
immagini interiori, alla voce «Carlo Bo» è singolarmente povero e inespressivo; e che, forse, tra le figure di
lui che abbiamo potuto collezionare, tracciate e diffuse in prevalenza ormai dalla stampa quotidiana e dalla
televisione, la più autentica e probabile è la caricatura che lo dipinge nelle vesti del Duca di Urbino.
Superare interamente la palude dell'ignoranza e dunque l'arrogante sicurezza del giudizio già pronto;
evitare la sapienza tranquillizzante del catalogo o il rifugio nella deformazione della caricatura; misurare la
grandezza ancora inesplorata e incompresa di quest'uomo; è l'ideale che non potremo conseguire. Ma anche
l'impegno al quale ci costringe la pur minima nozione di dignità che ci muove.
La debolezza e l'angustia della nostra intelligenza ci sono ben note; e non hanno altro soccorso che il
gesto antico, semplice e avventuroso di chi apre il libro e si concede al rischio della lettura.
Lasciamo pure che il caso ci guidi nella scelta della pagina: Bo non ha scritto, nella sua lunga
operosità - oltre sessant'anni ormai di lavoro e creazione - che un unico libro, l'unico volume variamente
articolato in capitoli della sua ricerca inesausta e vitale, del suo dialogo ininterrotto con quella parte di sé
costituita dalla letteratura senza tempo e paese; della sua lotta con la materia sorda e ribelle del tempo
minore.
Lo sorprendiamo a un testo giovanile, ancora intento alla costruzione di sé, piegato sulle sorgenti
dell'anima.
[...] Conviene una volta per sempre rifarsi a questo problema della nostra anima, all'immagine che dev'essere perfetta del
nostro spirito cosciente. [...] Letteratura come vita non cade in noi se non come memoria del nostro spirito, come indicazione di una
cosa indispensabile: la coscienza di noi stessi ripresa a ogni momento [...]. Una letteratura cosciente ammira il bello ma non lo lascia
scomparire nella pagina e d'altronde il bello è per lei qualcosa che non si distingue perfettamente, entra in noi come un suggerimento,
un senso di verità che passa nell'esaurimento del movimento vitale. E' davvero lo schaudern [brivido] goethiano ma a cui conviene
aggiungere la totale assistenza della nostra anima. [...] La letteratura collabora alla creazione di una realtà, che è il contrario della
realtà comune, all'incarnazione di un simbolo [...]. Noi non aspiriamo che alla vita dello spirito. [...] Ma qui è un vero amore della
vita che non ci lascia mai dimentichi di noi stessi e non permette una vacanza e il divertimento. E parlo del divertissement su cui
insisteva Pascal.1

Un vero amore della vita, dice; e sarà bene non dimenticarlo.


Il poeta, osserva altrove,

1 «Letteratura come vita» (1938), in Otto studi, Vallecchi, Firenze, 1939, pagg. 9 segg.
non è chi sa, il poeta è uno che tende a sapere: nel suo verbo di un inalterabile presente c'è l'intensità, la forza,
l'irriducibilità del suo mestiere. Fra noi e la poesia, le uniche relazioni possibili avvengono in una maggiore e assoluta realtà, al di
fuori di ogni avvilimento, d'ogni consolazione di storia: non è una cosa che noi si possa riferire, no, è soltanto una verità continua che
si può avvicinare e dopo uno sforzo senza tempo, dedicato, si può a volte raggiungere.[... La poesia] finisce per essere un'altra natura
di vita, [...] si distende al di fuori dei calcoli, non subisce storia: è una verità, è una teologia. La poesia non ha sede, né in noi, né fuori
di noi, ma in questa relazione d'attesa, di ansia che stabiliamo al tempo della prima decisione. Vive in un dialogo, nella forma del
dialogo, dove cioè non hanno ultima importanza le risposte, dove forse non c'è possibilità per una voce che s'annulli in messaggio.2

La poesia infine è il primo soccorso dell'idea immobile di Dio [...]. Non è neppure come s'ingannava Bremond una
disposizione, lo stato prossimo alla preghiera: non si conoscono e hanno forse la stessa altezza, ma la poesia non ha una funzione:
una è attesa, l'altra non lo è più, è una sollecitazione invocata. La poesia è la voce che non riconosce: è quello che non sappiamo, il
nostro più vero presente. [...] Nell'agonia raggiunta completamente della realtà è la materia intatta della poesia: le assenze vicine
dell'uomo e del suo cielo intatto. La verità vive nella sua sola natura.3

Quello che non sappiamo; l'attesa; l'agonia della realtà sperimentata in sé; siamo avvertiti: il lettore
che voglia sapere la strada della poesia

non potrà rifiutare a principio l'assenza assoluta d'un personale recupero e uno smarrimento che ci uguaglia all'immagine
del testo. Di qui partirà sul movimento stesso della creazione [...]. Il lettore senza rinunciare a un gusto illogico d'una propria idea
non supporrà mai la natura della poesia, si condannerà a una chiarezza che è la custodita consolazione degli incapaci, di quelli che
ignoreranno.4

L'idea immobile di Dio; l'ignoto; il dialogo; l'assenza, l'attesa, lo sgomento; la vita dello spirito; il
dolore, l'angoscia; la disperazione. La voce di Bo ci introduce subito, e profondamente, in un clima spirituale
di rara intensità. Disegna subito i contorni di un'anima tesa, impegnata a una lotta decisiva, su temi essenziali
alla sua vita. E voce che subito ci avvolge di un suo fascino terribile; non con l'incanto che ci può dare
poniamo la cristallina levità di un Serra, con la sua malinconia un poco irrisa, la sua inquietudine intrisa
nell'ironia e nel disincanto; ma con il tono grave di chi impegna la vita intera e ci richiama alla nostra
dimenticata responsabilità. Una voce tra le più difficili; scomode alla nostra pigrizia. Ma se una vita
interiore; se il contatto con l'arte e la poesia sono ancora per noi una necessità, non potremo fare a meno di
domandare il soccorso di Bo; né evitare il rischio d'immergerci nelle sue acque spesso gelide.

2. La sconfitta
Bo non ci ha insegnato il segreto della serietà; nemmeno lui c’è riuscito. Ha fatto tutto quello che
poteva, ce l'ha mostrata operante in sé. Ci ha sollecitato a un'imitazione che era troppo al di là delle nostre
forze; e il nostro fallimento - fallimento tanto più grave perché senza vero dolore, appena tinto di delusione -
è anche il suo: come ogni vero Maestro egli è accusato dalla povertà irrimediabile dei suoi discepoli, dalla
nostra tranquilla pigrizia: che in qualche modo diventa specchio della sua sconfitta.
Sconfitta senza colpa, fatale; eppure anzi proprio per questo ferocemente sentita nella carne e
nell’anima; tanto più sconfortante e tormentosa: perché il fallimento che deriva dall'insipienza o pochezza
può conoscere il proprio rimedio: la mia incapacità può alludere al successo di uno migliore di me; mentre il
disastro che non ha origine in me, che non ha per causa una mia insufficienza o un errore riconoscibile ha
qualcosa di terribile in sé, allude a un male irrimediabile in eterno. Bo lo comprende bene, questo: e la sua
opera è un continuo atto d'accusa contro se stesso; continua ricerca del proprio errore, del limite della propria
ricerca: e lo scandalo della speranza è la speranza di avere molto sbagliato; paradosso alto e disperatissimo,
nel quale le esigenze dell’umiltà e dell’altre virtù cristiane seppur sentite fortemente sono sbaragliate e
sommerse da bisogni più vitali e urgenti: primari per così dire: Bo cerca di cogliersi in fallo per concedere a
noi - e a se stesso: a se stesso! - una speranza: la speranza che un altro, migliore di lui, possa compiere quello
che lui non ha saputo; poiché senza questa speranza il sentimento del male necessario non si limita a dilagare
come un dolore insoffribile nel fragile tessuto della carne: rischia di ergersi insormontabile come una
bestemmia sul cammino dell’anima.
Bo è troppo intelligente, e soprattutto troppo onesto, per mentire a se stesso. Egli vede troppo chiaro.
Lo scandalo della speranza non può reggere a lungo su questa terra riguardo alle cose di questa terra senza
diventare illusione, o menzogna. Qui, nient'altro che una disperazione piena può cadere nell'intelligenza: la

2 «Nozione nella poesia» (1940), in: Carlo Bo, L'assenza, la poesia, Edizioni di Uomo, Milano, 1945, pagg. 71-74.
3 «L'assenza, la poesia» (1940), in: Carlo Bo, op. cit., pagg. 99-105.
4 «Natura della poesia», in op. cit. pagg. 77-79.
consapevolezza che lo scacco è inevitabile sempre e per chiunque; Bo è costretto alla coscienza tragica che
di questo migliore non c'è traccia e che comunque sarebbe un'impossibile viltà assegnargli una parte del
proprio lavoro: e allora accetta il tormento di cercare egli stesso d'essere migliore di se stesso. E affronta con
la parziale serenità che la sua fede angosciosa può concedergli l'avventura crudele d'una ricerca di
purificazione interiore e di verità così rigorosa, così intransigente e feroce quale non avevamo mai visto dopo
Leopardi.

3. Leopardi
Ho pronunciato il gran nome; l'isola forse più bella della nostra letteratura, sulle cui rive si calcinano
le migliori intenzioni di tanti poeti, sui cui scogli si disfano i relitti di tante orgogliose imbarcazioni; tutte le
reti si strappano. Qui, un poco, potremo forse conoscere Bo, misurarlo all’incontro con la decisiva altitudo
leopardiana. Guardiamolo, dunque, quando crede «di dover denunciare il pericoloso senso della nostra
passione per lui», come si alza serio, come esordisce dolente: «e forse non l'abbiamo mai amato tanto»; e
come, poiché pensa d'avere individuato in Leopardi una parte di viltà, si leva deciso in faccia a lui
soppesando l'arpione delle sua accuse, come infine lo scaglia intrepido mirando al cuore della colpa che
intravede:

[...] è debole, vuole rivolgersi anche a coloro di cui conosce perfettamente la nullità e l'incapacità. Si è sempre immaginato
uno spettacolo, cioè non ha mai avuto la forza di arrivare al dialogo puro: ha preferito un modo costruito di confessione e ha cercato
fin troppo di difendere il valore inestimabile della sua parola. [...] La sua straordinaria intelligenza gl'insegnò subito - e come presto -
a scoprire la vanità d'ogni cosa ma non gli concesse mai la forza di rinunciare alle loro illusioni: conosceva questo niente ma
l'avrebbe accettato, piuttosto che doversi trovare di fronte a un altro niente da risolvere, a una assenza gonfia di verità, che a un certo
punto preferì annebbiare e crederlo un nulla non passibile d'illusioni.
Così il futuro rimaneva costretto e condannato da un'immagine del passato e il passato, giocato in tal modo nell'ambito
della sua intelligenza poetica, l'unica misura di felicità: riduceva la realtà a una immagine, la sua condizione d'uomo al desiderio di
un'altra condizione, preferiva alla verità un sopportabile accomodamento. E un dolore che non si chiuda in un atto d'umana
disperazione o con altri soccorsi non si risolva in una domanda d'ordine superiore, corre il pericolo di definirsi in una posa (e certi
suoi movimenti poetici chiedono l'inutile fermezza della statua) e in una ripetizione prevista e di cui si sanno i rimedi.
[...] Fu un'anima senza avventura: il grido, la ribellione e magari la bestemmia finivano, si esaurivano in una falsa pace, e a
volte purtroppo in un accomodamento. [...] La sua vita stessa, i libri e l'eterno giuoco degli studi, servirono ad addormentare delle
domande che sarebbero state la risposta che anelava e la sua consolazione. [...] Fu vittima del peggiore egoismo, di quell'egoismo che
riduce il mondo a teatro delle proprie intenzioni. Che era alla fine l'unica maniera di annebbiare le sue grandi qualità: la possibilità
dei sentimenti e l'eterna presenza del suo cuore. Invece le buttava ai primi venuti e nel primo avvenimento che si presentasse [...]:
piange di esser solo nonostante il teatro che l'intelligenza gli crea ogni giorno.5

A Bo non si potrà certo rivolgere a cuor leggero l'accusa che Serra mosse a Croce, di intendere senza
partecipazione. Bo e Croce, difficile pensare a spiriti più diversi e lontani; ma siamo tentati lo stesso di
mettere in parallelo il saggio leopardiano di Croce e questo giovanile studio di Bo: accomunati, ci pare, dallo
stesso eccesso di intelligenza: entrambi colgono molte verità, l'acutezza dello sguardo non manca a nessuno;
ma a entrambi sfugge il totale del vero. Croce allontanato e inacidito dalla freddezza e dalla differenza delle
sensibilità e assordato da un pregiudizio che potremmo chiamare ideologico, finisce per confondere Giacomo
e Monaldo; Bo tradito per una volta dalla passione e insolitamente ipnotizzato da un'interpretazione altrui,
può rimproverare a Leopardi la stonatura che sente facendolo risonare sulla pietra di paragone delle proprie
attese.
Molti dei rimproveri ch'egli muove a Leopardi sono precisi sino all'accanimento; e in questo eccesso
di precisione che chiamiamo accanimento troviamo l'errore e la spiegazione dell'errore: c'è qui un dolore
troppo personale, una delusione bruciante ma che non giunge sino a Leopardi: se non nella veste
dell'equivoco, o dell'ingiustizia: Bo accusa Leopardi di non essere Pascal, o almeno lo accusa - stranamente,
ambiguamente, perché con quegli stessi argomenti avrebbe potuto assolverlo e poi si vedrà infatti costretto
ad assolverlo; ma con una contorsione illogica che sembra un cedimento a una ragione involontaria e appena
percepita, un cedimento che soltanto l'onestà sua invincibile sembra imporgli - con gli argomenti di Pascal, e
di una parte soltanto di Bo: e questo è per me il segno sicuro dell'errore; un errore che non posso chiamare
col nome dell'incomprensione, ma di equivoco sì: che se non impedisce del tutto l'accesso al mondo del
poeta ne limita però la visione a una zona troppo ristretta, e investita da luci troppo potenti, che ne bruciano
la verità più intima e delicata: Bo è interprete troppo acuto e sensibile e onesto per non avvertire l'odore di
bruciato, lettore troppo fine e gentile per non intuire la verità dell'ombra; ma non sa, per ora, che intuirla, non

5 «Povertà di Leopardi», un saggio del 1937 poi raccolto in: Carlo Bo, Aspettando il vento, con introduzione di Mario
Luzi, Edizioni L'Astrogallo, Ancona 1976, pagg. 17-30.
sa che alludervi ripetutamente; senza riuscire ad afferrarla. E forse è proprio il senso di questa esclusione che
lo irrita e l'addolora e lo costringe all'ingiustizia; alla quale sembra in fine voler porre una sorta di rimedio o
almeno di limitazione con una frettolosa e ormai inattesa assoluzione del poeta.

ma è segno della sua dignità - e consolazione per i nostri dolori in quel senso - il non aver accettato una qualunque
tranquillità e la pace di una posa. [...] lo salva - e ci salva - l'aver sofferto fino alla fine, seppure erano sofferenze inutili e diverse.
questo male - «in un perenne ragionar sepolto» - l'ha ascoltato da uomo e non l'ha mai rinnegato. non ha barato: l'onestà lo ha
posseduto interamente.6

È qui, in questa conclusione che continua a parerci non del tutto autorizzata dalle premesse e dal
tono del discorso precedente, che vediamo il segno dell'inquietudine di Bo, la sua intuizione della verità. E ci
torna a mente il parallelo che abbiamo azzardato fra Bo e Croce; e annotiamo una differenza decisiva fra i
due: e non facciamo questione di intelligenza o di risultati, ma di impostazione, di atteggiamento: sul volto di
Bo è assolutamente impossibile trovare mai traccia di quel sorriso soddisfatto che non di rado si allarga
serenamente sul volto del filosofo napoletano acquietandolo nell'espressione appagata di colui che sa; di
colui per il quale, e prendiamo a prestito una formula di Serra, i problemi non esistono che per essere risolti.
Da lui. Come un gioco.
Bo non conosce l'appagamento nella scoperta definitiva; lo stesso rapporto con Dio cade più sotto il
segno della domanda e della lotta che della pace ottenuta; si tesse nell’azzardo della ricerca e dell’avventura
piuttosto che nella consolazione delle risposte. In Bo rimane sempre l’inquietudine di un colloquio mai
chiuso, l'ansia della verità che sfugge; il sospetto della propria inadeguatezza umana; la percezione della
necessità di sempre nuove e ulteriori domande, la consapevolezza che il mistero non si esaurisce mai nella
ricchezza delle acquisizioni; anzi non fa che crescere e impreziosirsi di oscurità e complessità, d'altre
domande all'infinito.
E questo tormento e quest'ansia, quest'onestà operante sul filo sempre teso dell'angoscia, conducono,
venticinque anni dopo quel severo saggio, a quelle che per me restano alcune delle pagine più belle, e
intendo dire più cariche di verità, che siano state scritte sul poeta di Recanati: e sono scritte a partire dalle
ultime righe del saggio precedente, a partire da quell'ultima affermazione («l'onestà lo ha posseduto
integralmente. [...] Così anche da questo punto di vista la sua povertà, il dolore della sua anima derelitta,
diventa un esempio: per noi che sembriamo fatti apposta per tradirci ad ogni passo»), che allora ci parve
sorprendente, fulminante come una contraddizione nel cuore di un altro discorso: anche se non del tutto
inattesa, anche se preparata da accenti che avevamo pur colto; e ben s’intende che l'errore che vogliamo
rimproverare a Bo non ha niente a che fare con la sua contraddizione, essa era la parte viva del discorso,
quella ricca di sviluppi di verità; e dunque l’accuseremo semmai di avere chiuso gli occhi su questa
possibilità e insomma di non aver voluto cogliere la corrispondenza profonda tra la propria contraddizione e
quella che stava, come verità e non come errore, in Leopardi; la contraddizione che perennemente oppone la
parte di noi che vogliamo destinare all'eternità e quella che ci lega alla sabbia arida del nostro tempo: e
questa contraddizione Bo la conosceva molto bene sin da allora, per questo lo accusiamo con più forza
d'averla trascurata, sottovalutata e spregiata anzi al punto da ridurla a casuale lievito di poesia: scaturigine
fortuita e anzi miracolosa: perché sarebbe nella sua natura invece d'essere inciampo all'arte.7
Nel nuovo saggio8 le cose sono messe nella giusta luce sin dall'inizio. Bo non ha bisogno di un
grande volume; bastano poche pagine, lo spazio di un breve discorso per portare a piena maturazione il lungo
dialogo che negli anni ha intessuto coi testi: nel silenzio profondo dell'anima, nell'attesa, per usare un termine
che è suo; e la coscienza conseguita discende naturalmente in sentenze scolpite, fulminate nella sostanza
stessa della verità.

Fare o soltanto immaginare un bilancio dell'eredità del Leopardi, di quello che Leopardi ha lasciato agli italiani e agli
uomini equivale un po' a tentare un altro genere di storia, vedere cioè fino a che punto la nostra capacità media è stata in grado di
accogliere tutte le suggestioni lasciate dal grande poeta. Anche perché Leopardi - almeno nell'ambito della nostra letteratura - è stato

6 «Povertà di Leopardi», op. cit.


7 «[...] il cosiddetto pessimismo ha sempre preceduto la fiducia. Sembra che abbia giuocato ogni volta tutto per tutto, ma
a ben guardare si scoprono delle riserve, delle misure, insomma quelle preoccupazioni che sono la grande pietra di inciampo
dell’arte. Il miracolo della sua poesia sta precisamente qui ed è che nonostante tutto ci ha portato in là come pochi altri e in tal modo
da lasciarci interi, intatti: uomini. Il migliore non fa a meno di risollevare alla nostra memoria certe cose di Mozart brevi e compiute,
perfette». Povertà di Leopardi, cit., pag. 22.
8 «L'eredità di Leopardi» è un discorso tenuto a Recanati nel giugno del 1962 e poi raccolto nel volume: Carlo Bo,
L'eredità di Leopardi e altri saggi, Vallecchi, Firenza 1964, pagg. 7-31.
molte volte riconosciuto come modello: ciò vuol dire che non sempre è mancata la buona volontà, piuttosto sono state insufficienti le
forze [...]. Ce ne convince - se ne avessimo bisogno - la storia dei ritorni più conclamati a Leopardi, ritorni che hanno messo in luce
una parte dell'opera, un'immagine fra le cento altre del poeta e, per il resto, hanno fuso in un unico gesto l'oblio e il disprezzo per
quello che a nostro avviso resta il punto più alto del tentativo leopardiano: l'interrogazione costante, in profondità, l'interrogazione
disperata sulla presenza dell'uomo in terra, nella natura, nel mondo che rifiuta la regola, la definizione, insomma la composizione
della ragione. [...]
In altre parole, si cercava di contrapporre la parte della forma, quel tanto di perfetto che Leopardi ha lasciato come lezione
detta e aperta, alla parte dello scandaglio, dell'inquietudine, al Leopardi che lotta contro l'assuefazione [...] eliminando tutto quello
che nella desolazione del poeta c'era di vitale, di spinta, di rivoluzione in atto. [...] Leopardi poteva anche dare quest'illusione di
essere nella tradizione e se oggi noi facciamo la storia della critica leopardiana vediamo che i maggiori sforzi sono stati fatti per
legarlo in quel cerchio e leggerlo a quella luce. Che non sarebbe poi un errore, a patto che si trattasse di lettura completa e ognuno
non cercasse di adattarlo all'immagine che gl'interessa di più. D'altra parte, una lettura chiusa nella tradizione evita proprio il
Leopardi che ci tocca di più e che ha posto la nostra letteratura all'avanguardia, ai limiti estremi dell'interrogazione. [...]
Che cosa c'impediva dunque di leggere il Leopardi per intero, oltre il senso della tradizione, che cosa ci ha fatto sempre
anteporre il lirico all'uomo delle domande, non dico al filosofo, perché in tal caso sarebbe come ricondurre Leopardi in un cerchio
chiuso di leggi, di abitudini, di norme. Se noi leggiamo infatti gli studi che sono dedicati alla filosofia del Leopardi, non tardiamo a
riconoscere che si compie al proposito un'altra operazione di sistemazione e di adeguamento: si cerca cioè di spiegare Leopardi con
gli elementi che ci mette a disposizione la cultura del suo tempo e non si vuole invece vedere che il suo atto di negazione investe
anche quelle categorie, anzi proprio quelle categorie prima di tutte le altre. Ora se teniamo presenti queste due strade, quella
dell'invenzione lirica e quella della ricerca filosofica, non possiamo non ammettere che a un certo punto tutt'e due ricevono una
solenne smentita dal Leopardi: c'è sempre un momento che la bellezza e la ricerca hanno un attimo di sospensione, per cui non resiste
più nulla e il giuoco si traferisce su un altro terreno. Noi troppo spesso dimentichiamo, leggendo Leopardi, questa rottura di
equilibrio, questo precipitare nel nulla che non è una categoria letteraria o filosofica, non è materia di sollecitazione ma uno stato, una
condizione, una seconda realtà. [...] L'interrogazione leopardiana non per nulla rovescia la norma dell'assuefazione e non prelude
all'abbandono, alla stanchezza: al contrario l'arco dell'interrogazione coincide con quello della speranza. [...] ma purtroppo la
tendenza comune dei lettori che si sono seguiti in un secolo d'amore e di esaltazione porta a ridurre il senso e il peso
dell'interrogazione, facendone una figura rettorica. [...] I grandi poeti che hanno scelto Leopardi contro tutto il resto del libro della
nostra poesia - da Pascoli ad Ungaretti - hanno fatto una scelta salutare ma di ordine limitato, hanno preso Leopardi come una
medicina e non come sarebbe stato più giusto come una malattia [...].9

Ora sappiamo, dopo la lettura di queste poche righe, che cosa è la perfezione, una parola definitiva.
Bo la pronuncia con naturalezza e come senza accorgersene: egli non sa compiacersi del lavoro compiuto,
della verità acquisita; e meno che meno dell'eleganza in cui l'ha espressa; e questo non per modestia, ma
perché non ha modo, semplicemente, di soffermarsi a contemplare i risultati raggiunti: egli è eternamente in
cammino su un sentiero ripido e stretto, la verità che conquista non è che un gradino su una scala infinita,
malcerto appoggio per il passo successivo, sul quale già si concentra tutta l’attenzione e la cura. E la vetta
sembra sempre alla medesima distanza, irraggiungibile come l’orizzonte. Lo sguardo di Bo, la sua
preoccupazione non si rivolgono alla pagina; ma a un compito più alto, infinitamente, disperatamente più
alto; cui l’autore studiato, la pagina spremuta sino all'ultima goccia di sangue, la parola pronunciata,
l'affanno sofferto e le conquiste compiute servono come preparazione, introibo o esercizio spirituale.
La risposta fornita assume il tono di un'interrogazione; si leva verso di noi come rimprovero e
soccorso; per qualche istante illumina il tragico deserto delle nostre povere anime di sale e con il tiepido
sentimento della vergogna di noi stessi, ci suscita una debole tentazione di dignità e di vita, l’esile desiderio
di muoverci e andare avanti. E avanti, s'intende, ci saremo ancora noi, con le nostre fangose resistenze, e il
pauroso carico della nostra disponibilità alla fuga nella dimenticanza e nella menzogna.
Lì, nello specchio della sua pagina, ci siamo intravisti per un attimo quali siamo: l'accusa contro di
noi ha i nostri stessi volti, l'espressione della nostra stolidità e miseria. Sì, siamo stati tutti pronti ad assumere
Leopardi come medicina; e il nostro compito era di prenderlo come malattia; forse conoscevamo il nostro
dovere; o forse no; comunque non ne siamo stati capaci; troppi antidoti ci vaccinano contro l'autenticità, ci
escludono dalla verità. Lo sapevamo; e ce ne siamo dimenticati. Siamo abili noi, a giocare di omissioni e
dimenticanze; è la nostra maggiore e più coltivata virtù quella di imbrogliare le carte e divagarci fuori di noi
stessi; ma la nostra menzogna adesso è lì tutta intera, illuminata da una luce che non amette vaghezze o
fraintendimenti.
Anche questa visione, anche questa luce dimenticheremo; ma intanto è entrata in noi; e con essa è
entrata in noi la visione nuova e nitida di Leopardi: e lo vediamo stagliarsi netto in ogni particolare nel cielo
stesso della sua verità, autentico e vivo come nessuno aveva saputo restituircelo: vivo, e pronto a operare in
noi; se avremo il coraggio...
Voglio ripeterlo; poiché mi pare una caratteristica importante: questa verità su Leopardi non ce l'ha
consegnata uno studio più o meno ponderoso d'esibita dottrina; non, dico, uno di quegli studi specialistici di

9 L'eredità di Leopardi, cit., pagg. 7-10.


critica critica che finiscono in genere per distruggere il testo e soprattutto ogni speranza di collaborazione
alla poesia nello scempio della notomizzazione: qui la verità di Leopardi distilla con stupefacente, classica
naturalezza e quasi distrattamente dall'opera stessa, nella quale Bo ha lasciato macerare per venticinque anni
la propria anima onesta; e giunge a noi pacificata nella forma d'una conoscenza tranquilla. Anzi, come un
dato. La verità di Leopardi non ci viene offerta nelle vetrine del gioielliere, esibita nella lucentezza inutile del
diamante; la intravediamo nelle mani dell'operaio intento al lavoro, strumento già dimentico di se stesso e
della fatica ch'è costato, unicamente dedicato al proprio uso, a un altro scopo; alla costruzione di un'altra
verità; di un altro strumento di lavoro; di un'altra domanda...
Questo è Bo. Un uomo intento al proprio lavoro; e il suo lavoro è porre domande. E cercare
onestamente, cioè ferocemente, le risposte possibili.
Non conosciamo nessun contemporaneo, nessuno dopo Pascal, Montaigne, Leopardi, Kierkegaard,
Dostoevskij, Nietszche, che si sia spellato le mani con altrettanta ostinazione sulle difficoltà del vivere e del
sapere; in una lotta quotidiana con Dio e col mondo, e con se stesso: in una dedizione assoluta alla serietà
che non supera l'angoscia ma in qualche modo la trascende affrontandola nell'assorta solennità del lavoro
onesto, in questa sorta di tragico artigianato dell'anima, della vita.
Potremmo fare i nomi di Unamuno, di Jaspers... ma sentiamo che qualcosa non ci soddisfa appieno.
E del resto non si tratta, naturalmente, di assegnare primogeniture o stilare classifiche; ma di segnalare un
territorio, un modo di sentire e vivere.
Bo è stato certo uno dei pochi che ha sentito se non altro il bisogno di sollevarsi all'altezza delle
interrogazioni leopardiane. E mi pare un fatto. Ma non facciamogli dire più di quanto possa. L'ansia
condivisa, l'inquietudine che sempre guarda oltre i risultati; e soprattutto significativa direi la caparbia fedeltà
a se stessi che assorbe in una maestosa coerenza tutte le possibili contraddizioni, instaurano fra Leopardi e
Bo una somiglianza, un'aria di famiglia che può trarre in inganno. Bo ha frequentato a lungo, s'intende, casa
Leopardi; e non conosco nessuno che sia penetrato così a fondo nei segreti di quel palazzo; ma ha sempre
abitato altrove. Per conto suo.
La tentazione del leopardismo - e Leopardi poteva a buon diritto rappresentare un punto di
riferimento per il movimento che fu detto ermetico - non lo sfiorò. O meglio; Bo sentì il fascino di Leopardi;
naturalmente; e ad esso, sentendolo come un pericolo, reagì nel modo che sappiamo; contro i rischi del
leopardismo levò la sua voce così precocemente da stupire; nel saggio del '37: nel solco emozionante d'una
lettura desanctisiana; e disse la parola definitiva nel discorso del '62.
Leopardi è unico e irripetibile per sempre; e le varie specie di leopardiani, al di là di tutte le buone
intenzioni, finiscono non solo per essere di gran buffi e sconclusionati animali, per usare l'espressione
carducciana, ma per offendere il modello.
Parrà strano che ci troviamo ad affiancare Carducci e Bo in una guerra comune contro i leopardisti;
ma è soprattutto per verificare ancora una volta, se è possibile, come non conti, in sostanza, la somiglianza
esteriore dei risultati quanto piuttosto il senso del movimento interiore: che illumina diversamente la scena.
Per Carducci Leopardi era certo un gran poeta; ma in fondo per lui il leopardismo nasceva dallo
stesso Leopardi, sviluppava difetti ch'erano pure nella sorgente, magari tenuti a bada dalla superiore energia,
intelligenza e insomma virtù poetica irripetibile del genio; per lui Leopardi è insomma il germe stesso del
morbo da cui bisogna guarire; il romanticismo insomma; e l'appaia in questo al Manzoni, o pressappoco. E
recuperare la sanità vuol dire allontanarsi da quella fonte di contagio.
Bo, non si può dire rovesci esattamente la prospettiva; ma va più a fondo; è più attento e preciso; più
sensibile. Identifica più chiaramente il male: lo riscontra nella superficialità degl'imitatori prudenti, che
restano alla forma - peraltro inimitabile anch'essa, forgiata com'è nella sofferenza dell'anima che osa
stringere insieme musica e pensiero, immagine e concetto, illusione e verità, sentimento e filosofia - perché
non sanno vedere altro modello, perché si fermano alla letteratura e non osano rischiare se stessi
nell'avventura della vita, non osano seguire Leopardi nelle profondità vertiginose della propria ricerca, del
proprio intimo.
Il male dunque per Bo non è l'imitazione ma il tradimento, il rifiuto per viltà della lezione di
Leopardi; della dignità suprema che in lui si costruisce e si manifesta nella tensione impietosa e inesausta al
vero.
Bo osa scendere negli abissi di Leopardi; non esita a prenderlo come malattia; e - proprio perciò -
non diventa leopardiano. Proprio perciò, dico; e questo vale certo per chiunque volesse affrontare una prova
simile; che peraltro non è consigliabile a chiunque. Ma Bo disponeva di un antidoto interiore che gl'impediva
di diventare scolaro; sin dall'inizio egli è Bo così irrevocabilmente, così saldamente da non poter far altro che
assorbire in sé ogni influsso, ogni insegnamento e digerirlo e trasformarlo in un sé più marcato, più robusto,
più certo. Almeno questa è l'impressione che ne abbiamo, e tutti quelli che lo hanno conosciuto da giovane
hanno avuto la medesima sensazione, di uno che aveva già portato al tetto la costruzione di sé; di uno che
aveva un insegnamento proprio da impartire.
Così abbiamo visto con quanta decisione - e non era l'avventatezza della gioventù; era precoce
serietà - abbia mostrato i denti a Leopardi quando credé di riscontrare in lui un cedimento; e così lo vedremo,
in queste pagine, volgersi contro Serra, che pure era stato un suo charme.

4. Serra, con amore e dolore


Con amore e dolore, dal remoto 1937 in cui fu scritto il primo dei saggi che abbiamo raccolto in
questo volume, Bo non ha cessato di aggirarsi attorno all'asse sghimbescio di Renato Serra; non tanto in
cerca di una compiuta definizione dello scrittore; che non trova; che probabilmente non è possibile; ma in
cerca di una maggiore chiarezza di visione; in cerca di quella verità intima che non è né in noi né fuori di noi,
ma che in noi può costruirsi: e dagli scrittori che studiamo, e nello studio, attende il soccorso contro la
dimenticanza e il fango del tempo.
Serra, o meglio il lungo dialogo di Bo con Serra è forse l'esempio più opportuno che potremmo
allegare al nostro discorso. Così calzante che forse può sostituirlo con vantaggio. L'illustrazione più
convincente; l'immagine più somigliante e fedele di Bo è qui, nitida, in questi studi che tornano nel tempo;
nelle sue e non nelle mie povere parole che s'accumulano invano.
Questi saggi offerti così rappresentano, è chiaro, una mia sconfitta e una mia gioia: incapace di
ricostruire un ritratto attendibile di Bo, accetto volentieri di sostituirlo con la sua parola; allo scacco penoso
che attenderebbe il mio tentativo, al naufragio inevitabile nella falsificazione più o meno involontaria o
peggio nell'adesione a un pregiudizio mio o altrui, non so opporre altro rimedio che la rinuncia, questa vile
onestà di mettere il lettore direttamente di fronte al lungo dialogo di Bo con Serra, ove ogni parola sembra
mirare disperatamente alla casa, sempre evitata, della verità totale.
So che in questo modo rovescio sul lettore una responsabilità e un lavoro che riguardano solo me;
che lo costringo a risalire in vece mia dal minimo dettaglio che posso offrire come simbolo e allusione al
ritratto intero che non sono in grado di compiere; ma non saprei fare meglio.
Ma poi no; non ho ancora conquistato il diritto del silenzio; e allora, Bo, «a noi due, adesso».

5. A noi due
«A noi due, adesso». Sono le parole che Bernanos in punto di morte rivolge a Dio: con impazienza
ma anche come una sorta di sfida. La conoscenza, l'incontro, sono sempre un rischio; una lotta; i contendenti
combattono abbracciati. Le prime figure di questa lotta con Dio sono antiche; Israele, Giobbe, Qohelet.
Contrariamente a quanto si potrebbe credere, il vincitore non è noto in anticipo.
Bo, agonista, ripete ogni giorno della sua vita questa sfida; senza paura. Ha in mente la domanda di
Manzoni, che lo rassicura e fortifica: «paura di che?». Egli aspetta di essere vinto definitivamente da Dio; ma
non gli si arrende; sul filo della bestemmia corre spesso la sua fede; e della ribellione.
La malattia di Leopardi non gli basta; non gli basta quella specie di santità laica che il Leopardi
conseguì nella tensione impietosa e quasi feroce al vero, nella poesia e nella forza del pensiero, nella
devastante capacità di conoscenza e purificazione del dolore; il vero terrestre non gli basta. Non ha realtà.
Nemmeno la poesia, infine, che pure conosce come realtà, gli basta. Bo è uomo, e non può dimenticare
nemmeno per un istante la sua prigione. Il sentimento tragico della vita carica la sua coscienza di un dolore
eterno, e il dolore più grande è per le dimenticanze, le omissioni, per la propria insufficienza, per la propria
incapacità di toccare il fondo della sofferenza in una compiuta e assoluta disperazione.
Non abbiamo conosciuto nessuno così pronto ad accusarsi; e a pagare con tutta la persona, per
adoperare l'espressione che gli dedicò Vittorini. Si rimprovera la debolezza; ma la sua debolezza umana, egli
lo sa, gli sarà perdonata. Egli è di quelli che hanno molto amato. Sa che nessun peccato potrà scalfire la
superficie di questo amore, sminuirne la forza.
Ma noi... noi poveri esseri perduti nella massa indifferente dalla quale non ci distingue lo scatto
dell'anima, noi individui falsi, smarriti, assorbiti nella confusione del tempo minore, catturati dalla rete dei
giorni e della dimenticanza, disfatti nella miseria di un'esistenza sprecata senza dignità, senza la coscienza di
noi stessi, noi che non sappiamo soffrire... non saremo forse capaci di annientare l'opera stessa di Cristo, di
vanificare e sconfiggere il disegno stesso di Dio? Che cosa potrà mai Dio di fronte alla nostra miseria, di
fronte alla desolazione delle nostre anime, di fronte alla prepotenza invincibile della nostra distrazione, di
fronte alla nostra decisa consacrazione al nulla?
La stessa speranza vacilla; per l'intelligenza che sa, la speranza è mera ostinazione a non piegarsi
all'evidenza: teologicamente sarà anche una virtù, umanamente è un vizio inaccettabile.
La voce di Carlo Bo, che ci si è spesso offerta con accorata urgenza, che qualche volta si è levata in
un grido, a poco a poco, di fronte al costante oltraggio delle nostre schiene voltate, delle nostre orecchie
tappate, dei nostri occhi chiusi, si fa più riluttante e fioca, più amara, più consapevole in anticipo della vanità
del proprio sforzo; percepiamo nettamente il dolore in questo affievolirsi; la tentazione del silenzio; che però
viene sempre respinta.
Non che Bo creda alla possibilità d'una nostra salvezza; egli sa, forse, dentro di sé, che non ci sarà
salvezza per questa specie; che Dio dovrà un'altra volta annunciare a se stesso il proprio errore, la propria
sconfitta; ma non importa; la parola può forse raggiungere un uomo; fino a quando un uomo resterà sulla
terra, la speranza avrà una sua giustificazione; la parola un proprio senso. Del resto, c'è qualcosa di più
importante della parola che si trasmette, più importante della speranza, è l'obbedienza alla vocazione, la
costruzione della propria salvezza. Il colloquio con se stesso; con la poesia; con Dio. L'indagine inesausta.

6. La parte del mistero


Forse anche Bo, come molti di noi, sente il silenzio come conquista e suprema dignità; ma sa che
non sarà cedendo all'amarezza che otterrà questa vittoria; cedere alla tentazione del silenzio per sfiducia è
qualcosa di peggio di una pura sconfitta, è debolezza, resa, tradimento. Bo sa che rinunziare all'inquietudine,
alla ribellione, all'ostinazione del continuo interrogarsi, alla virtù della parola insomma, è non solo un volto
della morte, è la morte stessa dell'anima. Perché la vita è la parola.
Parola di Dio, certo; ma anche parola dell'uomo che cerca; dell'uomo che non può vivere fuori delle
proprie domande.10

In fondo, tutta la nostra fatica, la nostra angoscia consiste in questo: nel vivere con delle armi imperfette, il che equivale poi
a dover continuamente fare i conti con quello che non sappiamo, con la parte del mistero.11

Quello che non sappiamo. La parte del mistero. Ecco la necessità della poesia; e l'identità di
letteratura e vita. Necessità della ricerca, della domanda. Necessità della vita. Necessità di fare i conti con
l'imperfezione dei nostri strumenti di conoscenza, a causa dei quali la conoscenza delle cose diventa
problema sempre irrisolto, sofferenza e avventura.
La parte del mistero. Il mistero da visitare, esplorare, esprimere; e rispettare; perché anche la parte
del mistero è parte della verità. E qui ci soccorre il dono della poesia; l'unica fra le nostre armi che ci
consente il viaggio nel mistero; l'avventura nel cielo disperato di noi stessi che l'onestà, la sincerità e la
purezza del cuore, l'attesa insomma propizierà.
Il fallimento non importa. Lo sappiamo già che cos'è la poesia; da un punto di vista puramente
contabile il suo fallimento è già scontato; essa cerca il mistero, ciò che consegue è mistero che s'aggiunge a
mistero. Chi non osi contemplare questo enigma irriducibile; chi pretenda di tradurre altrimenti, magari nella
famosa chiarezza, l’irrazionale e l’assurdo, falsifica, tradisce; si pone dalla parte della menzogna, della non
poesia. Mentre nell'atto enigmatico della domanda, nell'esplorazione dell'ignoto è il volto della verità, la
nostra sola possibile dignità.
Il successo, non è previsto; l'unico successo possibile, «l'unico riscatto sta nella coscienza, nel tenere
gli occhi aperti mentre coliamo a picco, mentre la vita in noi e intorno a noi si trasforma in morte».12
Nessun successo è previsto; mai. Cresce in Bo la disperazione; parlare di pessimismo sarebbe
riduttivo e banale. Sentiamolo mentre ripete fra sé le parole di Bernanos, come le commenta e conclude.

«Non si può capire niente della civiltà moderna, se prima di tutto non si riconosce che essa è una cospirazione universale
contro qualsiasi forma di vita interiore». Bernanos è stato profeta mentre, per conto nostro, continuavamo a pensare che la salvezza
stesse nel cuore degli uomini e respirasse nella religione della vita interiore. La cospirazione, di cui parlava Bernanos e di cui negli
ultimi vent'anni abbiamo registrato gli spaventosi progressi da per tutto, senza esclusioni di patrie spirituali, ha vinto. [...] Si può

10 «Da questo punto di vista la nostra quotidiana, monotona e disperata domanda potrebbe avere il valore di un ultimo
soprassalto di vita. Quasi che l'ultimo modo di essere cristiani combaciasse con la nostra desolata interrogazione. Il cristiano che si
interroga è - oggi - il cristiano che conosce l'ultimo bastione di difesa, contro l'abbandono, lo sgomento e le scelte d'interesse
immediato». Carlo Bo, Siamo ancora cristiani? Vallecchi, Firenze 1964, pag. XII.
11 «Perché soffre l'innocente?» (1962), in: Carlo Bo, Siamo ancora cristiani? Vallecchi, Firenze 1964, pag. 322.
12 «L'amore non esiste» (1961), in: op. cit. pag. 311.
combattere una idea, si può lottare contro un ideale di vita, ma che cosa fare quando di fronte non si ha nulla, se non uno stato
diffuso, una condizione universale di dimissione e di rifiuto?13

Siamo giunti a una riva, come si vede, di assoluta desolazione. Ma anche, forse, a una nuova
coscienza: l'idea di trovare in sé soli la salvezza, era stata un'illusione; un errore; forse un'illusione obbligata,
discesa dalle crudeli condizioni in cui la dittatura restringeva la vita; comunque un errore.

Mounier e i suoi amici hanno visto giusto. Hanno allargato l'orizzonte delle nostre coscienze, ci hanno insegnato a
riconoscere il mondo com'è, a superare le barriere e i pregiudizi del mondo come lo si sogna, portando in primo piano problemi vitali
che sfuggivano alla nostra presunzione di privilegiati. Sono stati loro a riportare davanti ai nostri occhi l'uomo, l'uomo quotidiano,
l'uomo che soffre dell'ingiustizia, che ha fame, che è costantemente avvilito da chi è sopra. [...] In un mondo che si affannava a
chiudere gli occhi, a divertirsi sull'orlo dell'abisso, sono stati infatti gli uomini di Mounier a parlare chiaro, mettendo a nudo i pericoli
e le trappole della nostra struttura interiore. La loro lotta era condotta nel nome del cristianesimo. Non un cristianesimo formale,
tradizionale o estetizzante (alla Barrès) ma un cristianesimo umile e cosciente. Venne la guerra con tutti gli orrori e questi orrori
erano le conseguenze di errori puntualmente denunciati là e sottovalutati dal cattolicesimo di destra. [...] Finita la guerra, Mounier e
tanti altri come lui, ripresero a parlare ad alta voce, fuori della clandestinità e delle prigioni: si sarebbe detto che la loro lezione
avrebbe raccolto finalmente frutti di luce con la riconoscenza di chi - come noi - aveva sbagliato o aveva tardato a vedere e col
pentimento di chi si era ostinato su strade opposte. [... Ma ...] gli oppositori erano troppo scaltri per lasciare definitivamente il campo.
Così dalle prime e tortuose riserve si passò alla lotta aperta. [...] Si trovò un'etichetta per mettere in sospetto quel cattolicesimo che da
solo - al momento del pericolo e delle generali dimissioni - aveva tenuto alta la bandiera: si parlò di cattolicesimo progressista e,
sempre giocando con le formule, si scese al «cattolicesimo di sinistra» e infine si gettò tutta la luce sull'aggettivo. [...] Il cattolicesimo
venne ripreso come una bandiera, per quello che l'obbedienza alla «lettera» (dice ancora Mauriac, «la lettera che uccide») offre di più
povero e, diciamo pure la parola, di più contrario allo spirito della verità. Per i più, per i più forti materialmente, il cattolicesimo fu
identificato in una politica, in una concezione della vita che è palesemente anticristiana. La lettera diventò un mezzo, tutto il resto fu
lasciato al gioco del sospetto e del calcolo. [...]
Come è possibile che i responsabili non si accorgano del trucco e non sappiano riconoscere dove respira la verità, dove vive
lo spirito del cristianesimo? Cedere a strattagemmi del genere significa compromettere per molto tempo le ragioni stesse della
speranza, significa umiliare la verità, il terreno primo d'ogni cuore cristiano.14

La Chiesa ha qualcosa da guadagnare nel non voler sentire, nel mettere la sordina a certi obblighi, a certi doveri verso la
massa degli uomini, per difendere un patrimonio congelato, fatto esclusivamente di ragioni dettate dal passato? O piuttosto non
avrebbe tutto da guadagnare cominciando dall'hic et nunc, anche sul piano pratico, collaborando a quella riunificazione degli spiriti,
sollecitando finalmente quella uguaglianza fra gli uomini che è rimasta soltanto una legge di aspirazione, un termine rettorico? [...]
Proprio perché animato da una volontà di rivoluzione completa, il cattolico dovrebbe essere lo spirito più aperto, più disposto ad
accettare la voce stessa della liberazione dell'uomo dalla schiavitù dell'interesse e dell'egoismo. [...]
Ammettiamo che nessuno di noi riuscirà mai a vedere il risultato finale, ciò non toglie che si debba lottare [...].
Oggi siamo arrivati a fare una stupefacente divisione dell'anima. Ammettendo che tale divisione sia possibile, quanto
cerchiamo di essere osservanti per ciò che riguarda e tocca la vita privata dell'anima, altrettanto o forse più siamo spregiudicati e
distratti per quello che tocca la vita pubblica. Eppure, così come l'immagine dell'uomo è fatta di corpo e di spirito, anche l'immagine
del cristiano si nutre di questo doppio respiro dell'anima. Ma chi lo ricorda, quante volte ne teniamo conto? Tutto sembra potersi
svolgere in un dialogo diretto fra noi e Dio mentre il più delle volte il colloquio si riduce a una finzione, a un modo di respingere e di
assopire dentro di noi le voci di chi ci sta vicino, di chi aspetta di essere riconosciuto. Ora per l'appunto il cristianesimo dei Mounier
ha cercato di rimediare questo clamoroso stato di generale dimissione, questa scelta che tutti più o meno coscientemente abbiamo
fatto, chiudendoci fra le mura delle comodità e delle convenienze. Non ci toccherà un giorno pagare - e in che modo - la gravità di un
errore del genere e sentire che per voler salvare la nostra anima abbiamo fatalmente compromessa quella degli altri, il cuore stesso
dell'uomo? Ecco dove si apre un'altra strada per la difesa della libertà; non è più il fatto del singolo, non è più il giardino di Candido
dove coltivare e lasciare colare il tempo. La libertà, proprio perché di tutti, deve essere il linguaggio comune, di comunione, deve
essere ricerca di collaborazione.15

E qui comincia, naturalmente, la difficoltà pratica: bisogna scontrarsi col «regime che si è sostituito
all'altro», con la fragilità nostra, con la mancanza di collaborazione degli altri, o comunque con la difficoltà
reale di parlarsi:

Il più delle volte - e penso a noi che parliamo e scriviamo di fronte agli altri - ci illudiamo di essere liberi e di esprimere
liberamente le nostre opinioni. Ma è un'illusione di cui in realtà siamo vittime fino a un certo punto. Chi di noi sa di dire la verità?
Chi di noi ha il coraggio di affrontare a viso aperto le conseguenze del suo più vero e sincero atteggiamento? Il nostro linguaggio
stesso nasce su una forte spinta di convenzionalità, con il soccorso di correzioni, di riduzioni che sono nell'aria e di cui teniamo
conto. C'è libertà di stampa o c'è soltanto libertà nell'applicazione di quel dato grado di libertà consentita dal padrone del giornale
(che sia un privato o un partito non conta)? Capita che perfino certi accenti di sincerità, certi sfoghi siano nel momento in cui
vengono pubblicati (quindi acquistati) travisati o per lo meno forzati in un dato senso. Ma c'è di più, perché esiste nel cuore di chi

13 «Una cospirazione universale» (1959), in op. cit., pagg. 188-189.


14 «La lettera che uccide» (1959), in op. cit. pagg. 201-203.
15 «L'idea di libertà» (1960), op. cit., pagg. 39-55.
legge un tale grado di sospetto da correggere la parola detta, la frase che gli capita sotto gli occhi. Alla fine quello che noi crediamo
un dialogo non è che una recitazione più o meno ben fatta [...].16

La soluzione forse non c'è; ma quello che bisogna fare, si sa, è sempre lo stesso compito umile
modesto e quasi impossibile: abitare il mondo da uomini smettendola di farne il pretesto per una fede o una
politica.

Lavorare insieme, cercare una base d'intesa, accostarsi al colloquio, non ci stancheremo mai di sostenere la necessità di
questa condotta. Ognuno deve assumere le proprie responsabilità, comportandosi da uomo, come chi sta in mezzo alla lotta e non già
come qualcuno che si elegge come giudice, al di sopra dei possibili scacchi. [...] E' un progetto estremamente semplice e da cui non
vale aspettarsi rimedi miracolosi, trasformazioni da cima a fondo. Chi conosce il proprio cuore sa misurare le difficoltà e la durezza
dell'impresa e soprattutto sa vedere che cosa lo aspetta, la somma delle omissioni e dei tradimenti che fatalmente sarà portato a
prendere su di sé. [...]
La libertà, prima che dagli altri, è sempre sacrificata e soffocata da noi stessi: ripensiamo per un momento ancora al
fascismo, al suo trionfo, al trionfo che non avrebbe mai avuto se il dissidio fra gli uomini e il ricorso all'abbandono non lo avessero a
tal punto favorito. Altrettanto infinita - proprio come la libertà - è la strada della schiavitù e della viltà, non si finisce di percorrerla
come non si finisce di bere il vaso della vergogna.
Mi ritornano alla mente gli uomini che hanno conosciuto la libertà prima del fascismo e la serie degli anni neri che hanno
poi dovuto subire, mi ritorna come un ammonimento perché non si commetta più lo stesso errore di dimissione, perché non si
confonda più la dignità con l'orgoglio e l'amore dell'uomo con la superbia. [...] Non c'è dubbio che Cristo si è nascosto fra di noi e
proprio nel cuore di chi non lo riconosce più, di chi non lo nomina invano, di chi non ne fa una speculazione o un'arma. [...]
Sono forse i diseredati gli unici a vivere nell'ambito della libertà, per lo meno sono quelli che non ne hanno fatto strame,
non l'hanno avvilita o prostituita. [...] E' su di essi che dobbiamo confrontarci, imparando la fatica e la dignità del lavoro e,
sepossibile, è da loro che dobbiamo nuovamente imparare a servirci della parola.
In qualsiasi altro modo Cristo sembra difficile da frequentare, irraggiungibile, qualcuno che non può sentire le nostre
richieste perché è stato messo fuori, trasformato in materia di storia.
[...] In fondo vivere da uomini non è altro che questo, mettere in pratica ciò che si sente di dover fare e non già quello che
conviene o sembra opportuno credere di far vedere agli altri.17

Ho creduto di poter cedere al piacere di questa citazione - troppo lunga e troppo breve insieme -
perché il lettore non ha più molte possibilità di immergersi nella parola di Bo; e io volevo offrirgliene,
seppure limitata e parziale e diminuita dalle mie parole, un'occasione. La fortuna di un incontro che può
essere, a un animo schietto, decisivo, di quelli, rari, che possono cambiare il paesaggio interiore di un uomo,
e il modo stesso della vita.
Non dubito che il lettore, indipendentemente dal modo in cui accoglierà queste parole nella sua
coscienza, indipendentemente voglio dire dalla approvazione o dal disaccordo, indipendentemente da ogni
possibile distinzione, riconoscerà la voce inconfondibile del maestro e direi l'accento del profeta se non
temessi con questa espressione d'essere frainteso e in qualche modo di sminuire il carico di ricchezza
interiore e dignità pratica che il tocco della parola di Bo può cedere al nostro intero organismo.
Un maestro di verità, direi, della razza di quelli che al tempo antico scommettevano la propria vita
sul senso e la virtù della parola.

7. Maestro di verità
«Veniamo prima del romanticismo», grida Bo contro chi pretende di ordinare il movimento di cui si
è fatto coscienza nella triste anagrafe delle storie letterarie.
Bo vuole mettersi fuori del tempo, e forse non immagina lui stesso il carico di verità di questa sua
rivendicazione. Lui pensa a Cristo; e solo a Cristo. Io penso a Cristo; e non solo a Cristo; penso alla molte
figure, alle molte tracce che la fatica compiuta dall'uomo nel lento districarsi dal caos ha lasciato in noi, nella
vaghezza atemporale del mito e della letteratura.
Penso a un passo di Esiodo:

L'Onda generò Nereo, apseudes e alethes, il maggiore dei suoi figli. Lo chiamano il Vecchio perché è nemertes e benigno,
non dimentica mai l'equità e conosce giusti e buoni pensieri.18

16 Ibid.
17 Ibid.
18 Esiodo, Teogonia, vv. 235-236.
Un brano che disegna l'immagine ideale, eterna del maestro di verità, l'uomo completo che pratica la
sapienza; che conosce i rapporti tra la verità e la parola, l'arte della mantica che dice e fonda la verità e il
mondo insieme.
Apseudes, è l'uomo, l'atto che non cerca di ingannare, la parola che si compie, che ha efficacia e
realizzazione.
Alethes, è colui che ha in sé la forza dell'Aletheia; la più giusta di tutte le cose; la verità che non ha
tempo e non dimentica, la capacità di vedere giusto oltre le barriere delle cose e del tempo.
Nemertes, è attributo dell'oracolo che non falla; è colui che non mente, che non ha colpa.
Spero di non essere troppo frainteso; non sto cercando di spingere Bo nel mito; né tantomeno nella
perfezione dell'assoluto; sto solo cercando di precisare ciò che intendo e sento chiamando in soccorso un
archetipo; una categoria dello spirito; un'idea; come la vorrete chiamare. Un'immagine; e l'immagine del
maestro di verità resta per me la più persuasiva; quella che meglio può aiutarmi, anche con l'apporto della
sua sacralità, a descrivere la figura complessa e maestosa di Carlo Bo, alethes.
Si capisce che facendo ricorso a questa figura di sapiente arcaico finirò per relegare Bo in un limbo
equivoco di anacronismo e di inattualità. Non è un rischio; è un'onesta descrizione della realtà.
Bo è da molto tempo la voce che grida o mormora nel deserto. E il deserto siamo noi; noi il terreno
di sabbia e di pietre, d'indifferenza e di fastidio o di rifiuto aperto su cui cade la sua parola inutilmente ricca;
noi il mondo remoto, distratto, estraneo, diminuito, incapace d'attenzione e d'ascolto; Bo lo sa pur troppo
bene; ma sa anche che tanto più il mondo s'allontana dal senso, dall'impegno e dalla poesia - dalla verità -,
tanto più ha bisogno della parola del poeta e della collaborazione alla poesia; e sa che se un uomo fosse
sopravvissuto con tutta la sua anima ancora intatta, isola d'ansia e d'intelligenza, dimenticata nell'oceano
senza più rive della stupidità e dell'insulto, la sua sete di verità e di poesia, la sua fame di parola sarù
disperata e inestinguibile; e per questa figura della speranza parla.
Lo sappiamo, lo sappiamo tutti; la speranza è futile; nessuno potrà salvare l'uomo dall'ultima rovina;
ma è così facile fare quello che bisogna: si fa; e chi pensa al successo?
Questa rovina, che noi oggi sentiamo più urgente, gli uomini se la sono sempre sentita nelle ossa;
non è una colpa esclusivamente addebitabile a questo secolo tremendo; ma qui, in fondo alla lunga discesa
del tempo, si accumulano gli effetti di un disastro cominciato con l'uomo.
Ogni società e ogni tempo ha scelto i modi e le forme dell'atrocità; ma c'è stato sempre pieno accordo
su una regola universale: i maestri di verità devono essere ridotti al silenzio.
Oggi il sistema generalmente adottato, la morte sbrigativa e sicura, muove la nostra sensibile
indignazione occidentale quasi senza passare per l'ipocrisia; soprattutto, credo, ci stupisce. Il fatto è che non
riusciamo più a concepire una parola di tale intensità e potenza che per essere annullata e ridotta al silenzio
richieda rimedi così radicali e definitivi - esagerati - come la morte, l'esilio, la prigione. No, non riusciamo
più a concepire che la parola possa avere un significato, ed essere ascoltata; che in qualche luogo del mondo
ancor oggi si possa credere a una funzione della parola, dell'intelligenza, ci sembra indizio d'una
straordinaria ingenuità e primitività.
Da noi, oggi, nelle società sofisticate che abbiamo saputo creare, non c'è alcun bisogno di prigioni o
soluzioni brutali. Noi abbiamo saputo eliminare le fondamente stesse del problema. Oggi, da noi, la morte
dell'intellettuale, del singolo, è già scontata prima, le nostre parole sono raffinati esercizi di silenzio, svuotate
in anticipo d'ogni significato, oppure cadono nel nulla.
C'è un nome che meglio di ogni altro forse può servire a mostrare la meravigliosa, terrificante
capacità di depurazione della nostra società.
Dico Jonathan Swift, il più feroce impietoso osservatore del male che è in noi e nelle società che
abbiamo costruito e che ci costruiscono: che ha potuto essere relegato, ed è un meccanismo di rimozione
collettiva così stupefacente da suscitare una sorta di inorridita ammirazione, negli scaffali della letteratura
per l'infanzia.
Una volta depurati, svuotati della carica violenta e forse distruttiva della verità di cui possono essere
portatori (la follia di Swift, la malattia di Leopardi, e ricordiamo la parola di Unamuno: se tutti dicessero la
verità il mondo diventerebbe inabitabile19), gl'intellettuali possono anche servire da soprammobili; non
perché nessuno desideri seriamente compiacersi della loro intelligenza come si compiace delle qualità di un
campione sportivo, ma perché la nostra disperata resistenza alla verità si nutre di maschere, ha bisogno di
ninnoli.

19 «per un po'», aggiungeva il filosofo spagnolo aprendo il paradosso alla speranza, «ma poi si finirebbe per stare
meglio».
E questo di ninnoli, a guardare le cose con crudezza, sembra essere diventato il ruolo
degl'intellettuali nella nostra società: degl'intellettuali, dico, e parlo di coloro che non hanno scelto di servire
direttamente la menzogna e la stupidità, la distrazione o l'ottundimento, vengono esposti nelle vetrinette delle
curiosità. Esibiti persino con orgoglio; con la vanteria sordida sino all'innocenza dell'avaro che calcola il
pauroso valore delle ricchezze che non adopererà; o con la soddisfazione brutale del cacciatore che mostra,
impagliate, le sue prede. Meravigliosa, meravigliosa potenza dell'ipocrisia collettiva. Sappiamo onorarli, noi,
i nostri uomini grandi. Inutile allargare il discorso; inutile far nomi; i nomi, almeno da Anassagora in poi, li
conosciamo tutti; e anche i modi in cui tributiamo gli onori conosciamo bene.
Bo, la cui parola se fosse stata ascoltata gli avrebbe meritato lo scudiscio e la tortura, è posto fra le
gioie di famiglia, la patria se ne gloria. Dovremmo esserne felici. E lo saremmo, se la sua parola terribile non
fosse sepolta nei fiori che gli gettano; se non lo vedessimo innalzato su un altare di silenzio.
Sarebbe già una consolazione poterlo pensare nelle vesti antiche e solenni della vittima sacrificale:
perché in questo caso la sua uccisione rituale sarebbe praticata dai suoi carnefici non come eliminazione di
uno specchio scomodo, parola importuna, pietra di paragone imbarazzante, ma come offerta di un bene,
come speranza di grazia. Intendiamoci: anche il sacrificio antico è una maniera contorta di sbarazzarsi di un
bene; e nell’offerta sono profondamente impresse le impronte degli eterni vizi dell’uomo, le caratteristiche
meschine del mercato, l’opportunismo, la meschina furbizia e anche il tentativo di raggirare gli dèi, il dito
sulla bilancia; ma almeno il bene da offrire, sia pure per disfarsene, è nitidamente individuato; e qualcosa di
quel bene finisce pure per rimanere attaccato alle coscienze frettolose, alle dita dell’officiante; e nel nostro
caso non è così; ammaestrati dall’esperienza abbiamo imparato a riconoscere da lontano la luce imbarazzante
del vero, e ad eluderla dunque: il tono, il calore della voce bastano ad avvertirci del rischio: nient’altro forse
avremo imparato, ma questo lo abbiamo imparato perfettamente: siamo diventati abilissimi a rifiutare ed
eludere il bene della parola; il più stupido come il più intelligente di noi sono egualmente virtuosi nell’arte di
ascoltare il suono delle parole senza farsi turbare e confondere dal senso; individuato a colpo sicuro il
maestro, non abbiamo alcun bisogno di ucciderlo: né per evitare la contaminazione della verità dovremo
sigillarci le orecchie con la venerabile cera, le nostre anime sono chiuse in maniera assai più raffinata e
sicura; sicché non ci mancano i motivi di sorridere e sorridere mentre depositiamo i nostri omaggi ai piedi
del parlante. Qui non il drammatico apparato del sacrificio, non il sinistro balenare del coltello e l’impudico
scorrere del sangue grosso; qui nient’altro che la compiacenza dei sorrisi e delle feste sgargianti; i vignaioli
hanno imparato che per la loro sordida contabilità è assai più vantaggioso non uccidere gl'inviati del padrone
della vigna ma sconcertare e confondere essi e chi li manda moltiplicando gl’inchini e le riverenze. È così
confortevole, e costa così poco, sentirsi amici del padrone, leviamo il calice e festeggiamoci, eternamente. E
gl’inviati del padrone della vigna, per quanto strani e importuni siano, egualmente li tratteremo col rispetto
dovuto al loro rango; poiché siamo persone civili e conosciamo le forme del nostro dovere; se non capiamo
ciò che dicono, non sarà forse colpa loro, certo nemmeno nostra però, e comunque, se vogliono continuare a
parlare, che parlino, che parlino pure, e perché mai dovremmo impedirglielo?

In una società sempre più disposta al facile oppio dei persuasori occulti e palesi, qual è il posto riservato all'individuo che
non abbia rinunciato a pensare, a giudicare e a interpretare le cose? La lotta iniziata ormai da molti anni fra individuo e società, fra
uomo libero e società guidata e regolata, sembra destinata a risolversi a favore della seconda [...]. L'attacco all'individuo, all'uomo
che crede di poter intervenire nel discorso generale del mondo, è stato un attacco globale: è stata presa di mira la parte più alta, la
zona dell'intelligenza ma non si è dimenticato di portare la stessa costante rovina sul territorio del quotidiano, della realtà pratica. [...]
Esiste un fronte unico che va al di là degli schieramenti ideologici delle parti in lotta, delle famiglie politiche che
promettono la felicità a breve scadenza ed è proprio il fronte contro l'inquietudine, lo spirito critico, contro tutto ciò che nutre il cuore
dell'individuo. Stando così le cose, la vittoria è decisa in partenza [...]. La famosa sentenza gidiana, alla fine della seconda guerra
mondiale, «Il mondo sarà salvato da pochi», ci appare piuttosto come una confessione di sconforto e di amarezza contro l'invadenza
della folla anonima: doveva essere un invito, nessuno lo ha accolto. Neppure in letteratura, in arte, siamo indenni da questo sospetto:
la tendenza è di correre alla ripetizione, alla morfinizzazione degli spiriti. Le sollecitazioni di rinnovamento vero mancano e quelle
poche che ci sono, non ci vuol molto perché siano subito spente e soffocate. [...]
Nessun posto per il dubbio, per l'inquietudine, per tutto ciò che una volta costituiva il tessuto stesso della vita spirituale e
intellettuale: pensate per un momento alla via crucis degli uomini liberi, che a un certo momento hanno scelto una bandiera politica,
disposti a servire una causa. [...] Che cosa dicono? Dicono tutti la stessa cosa: denunziano la vittoria del più stupido conformismo
contro i diritti della libertà intellettuale, la mancanza di ogni reale interesse per l'uomo.
[...] Ma che cosa possono questi individui che hanno preferito gridare la verità? Non vale illudersi, la loro influenza è
minima. Chi sta attualmente vincendo al gioco non vede neppure queste vittime della violenza, dello spirito settario e del
conformismo; non li vede, non vuole vederli. Gli basta vincere.20

20 «La bandiera e il cuore» (1959), op. cit. pagg. 174-176.


Gli basta vincere. Già, è la vigna tutto ciò che vogliono; il modo di acquistarla non conta.
Se pensiamo a questo punto cruciale, il successo a ogni costo, ci renderemo subito conto che c'è qui
un problema che va oltre la lotta fra l'uomo libero e la società organizzata; qualcosa che allude a un quadro di
insensatezza dilagante. Qualcosa che riguarda ognuno personalmente. Parlare di valori perduti è ancora
qualcosa di troppo vago e persino equivoco; si allude sempre a una contabilità.
Il problema è quello della nostra lingua tagliata; delle nostre anime sigillate. Della nostra rinunzia a
parlare e soprattutto ad ascoltare. O forse ormai della nostra impossibilità.

8. Anacronismo
Il parlante, in questo teatro, è un anacronismo, un paradosso; una figura tragica e ridicola insieme:
che nel carico di questo ridicolo trova, come nelle più alte figure di Dostoevskij, il massimo di dignità.
Bo accetta con dolore il proprio anacronismo perché sa che le parole si scioglieranno nel nulla d'una
irrealtà desolata e terribile; ma l'accetta: come l'unico elemento in cui possa sciogliersi la materia del dialogo
e il colloquio; in questo senso direi addirittura che lo rivendica con una sorta di orgoglio.
Il paradosso della parola non è una novità dei nostri tempi. Lasciamo stare la vicenda di Cristo, che
non possiamo permetterci di calare interamente nella storia; ma non è stato ucciso anche Socrate? Agli
uomini piace uccidere i propri dèi. Nella migliore e più generosa delle ipotesi per un bisogno di sacrificio,
per nutrirsi della carne e delle virtù preziose delle vittime...
In ogni caso, si sa da sempre, tutta la poesia, tutta la saggezza sono eternamente inattuali; è un
peccato; forse; un peccato comunque inevitabile, a quanto pare; ebbene, vorrà dire che il colloquio avverrà,
se avverrà, fra spiriti che s'incontreranno oltre il tempo, nello spazio privilegiato del libro che si scava il suo
piccolo nido nell'eterno.

Un maestro di verità. Insisto.


Il lettore che la rete delle citazioni ha ormai posto di fronte alla parola di Bo; il lettore che sappia
rompere in sé la crosta dei pregiudizi e porsi, semplicemente, in ascolto, non potrà non esserne persuaso
quanto me. Non è necessaria, a maturare questa consapevolezza, l'immersione nella gran massa dell'opera
completa; questa sarà certo salutare e salvifica; ma per conoscere il buon vino basta un piccolo sorso; il resto
è piacere e nutrimento; Bo è scrittore e uomo che si rivela in un frammento; tale è in lui la maturazione della
verità, la compattezza e la fedeltà a se stesso e la forza della personalità; e ogni parola scende nel discorso
con tale straordinaria intensità e vitalità; e tale è la sua capacità di alludere all'infinito della verità e della
poesia e di stendervisi concretamente che davvero si può dire delle sue pagine ciò che si dice dell'infinito,
ove ogni parte è non solo rappresentativa del tutto, ma è già tutto essa stessa.
Il nostro secolo efferato è stato ricco pressappoco quanto ogni altro d'ingegni e di talenti; di maestri,
anche; d'uomini generosi; anche se tutti quelli che ci vengono in mente hanno tutti, in un modo o nell'altro,
un piede nel secolo precedente; che comincia a sembrare un altro mondo, un mondo d'utopia o dignità
perduta; penso, per rimanere sulla nostra piccola terra, ai Gobetti, ai Gramsci, ai La Pira, ai Dossetti; ai
Garin, ai De Robertis; a Croce e Gentile; a uomini dimenticati e violentemente oltraggiati come Murri,
Mazzolari, Milani; Ernesto Rossi; Rensi; penso a una figura straordinaria come quella di Carlo Dionisotti;
che lavora in silenzio, e assume tinte involontariamente foscoliane; alle prediche inutili di un Einaudi; a
Vittorini e Pasolini; accumulo nomi anche molto diversi, come si vede, ma che possono stare insieme in noi
perché tutti hanno avuto una parola per noi, qualcosa insegnarci; se noi avessimo avuto la pazienza e l'umiltà
di metterci in ascolto; molti altri che pure ho in mente trascuro, con un'ombra di rimorso in me, per non
allungare con un'inutile pedanteria un elenco che ha già così il suo senso; e si noterà pure che trascuro l'alta
somma dei poeti, i cui nomi ognuno porta come un segreto nel cuore, perché altra è la loro maniera
d'insegnare.
Ebbene, non voglio allargare il discorso, né deviare in suggestioni laterali che potrebbero alla fine
risultare rivelarsi insignificanti; ma soltanto al nome di Pasolini il mio cuore si scalda e può accettare di
sopportarlo accanto a quello di Bo. E il lettore che non conosce tutte le mie riserve sullo scrittore friulano
non può sapere quanto sia sorprendente anche per me e quasi fastidiosa la forza con la quale questo
accostamento mi si impone: nella luce della libertà dell'intelligenza viva e indomita, nella luce della verità
come unica preoccupazione; nella luce della parola come giustizia prima che come bellezza. Nella luce sacra
e tragica del maestro di verità.
Pasolini; Bo: erano fatti per intendersi; e non si sono intesi; come non erano riusciti a incontrarsi Bo
e Vittorini; che almeno però s'erano sfiorati; ma Vittorini, che pure Bo chiamò «natura religiosa», e quanto
più religiosa era la natura di Pasolini!, aveva preoccupazioni di natura troppo terrestre, seppure nel campo
della cultura; voleva che Cristo stesso entrasse in campo accanto a lui per rinnovare e fortificare la cultura
del suo tempo, ch'egli accusava, e non senza forti argomenti, di non aver saputo impedire l'orrore che cadde
sulla terra in mezzo al nostro secolo; non so se Bo ebbe ragione a rispondergli «Cristo non è cultura»,
probabilmente penso che abbia avuto torto, ma lo capisco. Capisco così a fondo le ragioni del suo rifuto che
non so spiegarmi perché dentro di me possa rimproverarlo. Forse l'eccesso di ragione m'infastidisce; forse
avrei preferito che si gettasse con più generosità in quell'errore; forse gli rimprovero d'essersi troppo chiuso
nella sua ragione; d'aver rifiutato il rischio del dialogo. Era il 1945.
E parlando del mancato incontro di Bo e Vittorini non posso fare a meno di alludere a un’altra
privata e assurda delusione. Che l’itinerario del dolce Pasolini, il suo discorso audace e sensibilissimo non
abbia potuto legarsi a quello di Bo21 è, e mi accorgo che forse farnetico mentre lo dico, il grande vuoto, la
grande debolezza della nostra cultura. La tragedia che ci portiamo, sconosciuta, nel cuore; la nostra fetta di
morte; la nostra parte di colpa. E quanta parte di noi, della nostra possibilità di capire e di vivere, è stata
distrutta nella desolazione di quella notte del 1975; e quanta parte di noi era nelle mani e nella mente del
disgraziato che l'ha ucciso, non lo sapremo mai se non come parte di un dolore, di un rimorso che non deve
abbandonarci.
Sto rimproverando Bo? Sinceramente, non lo so; parlo di un mio cruccio personale, di una mia
privata sofferenza; di un vaneggiamento che potrebbe anche non significare nulla; ma senza il quale la mia
anima sarebbe anche più desolata e fredda.

9. Letteratura come vita


Voglio rimanere legato all'immagine del maestro di verità e di vita. Nella luce anacronistica e
oracolare di questa suggestione voglio leggere Bo, il mistico Bo, come lo chiamava Galvano della Volpe,
assegnandogli quel «mistico» più come una sorta di attributo omerico che come aggettivo.22
E forse è il caso di non dimenticarlo. Perché nel misticismo di Bo c'è una parte importante del suo
segreto; che riverbera la sua luce sulla figura del maestro di verità. E di vita.
Nessuno dei nostri critici, nessuno dei nostri poeti, nessuno dei nostri moralisti sa stringere in
un'unità così stretta, essenziale e convincente l'intreccio di vita e letteratura; nessuno sente così necessaria e
naturale quest'unità.

Perché non si vuol dire altro, quando si parla di letteratura come vita, non si chiede che un lavoro continuo e il più possibile
assoluto in noi stessi, una coscienza interpretata quotidianamente nel giuoco delle nostre aspirazioni, dei sentimenti e delle
sensazioni. L'identità che proclamiamo è il bisogno di un'integrità dell'uomo, che va difesa senza riguardi, senza nessuna
concessione. [...] Se c'è un lavoro degno dell'uomo, se c'è un riscatto è questa condizione di attenzione, di contemplazione, di
riguardo amoroso e cosciente a se stesso. Sarà il segno della sua vita la possibilità di un'eterna discriminazione appoggiata su un'ansia
di approfondimento.23

Integrità dell'uomo. Riguardo amoroso e cosciente a se stesso. Parla di questo.


Quando Bo, poneva in margine al suo saggio una nota quasi ansiosa, presaga, per invitare
gl'inevitabili interpreti - i suoi interlocutori precisi, i destinatari delle sue parole - a non intendere il suo
discorso «nella suggestione di un manifesto» perché «niente sarebbe più contrario al nostro spirito e al nostro
bisogno di discorso: ai movimenti vitali della coscienza», la sua avvertenza fu probabilmente letta come
segno di umiltà se non proprio come un vezzo; ma rispondeva invece a una necessità profonda, la stessa che
aveva dettato il suo discorso. La raccomandazione non fu naturalmente ascoltata; e forse era impossibile
rispettarne i termini rigorosi: troppa era la forza del discorso per impedirgli di sviluppare la funzione del
manifesto; addirittura d'imporsi nella forma nucleare di una nuova estetica: ed è il massimo del tradimento,
tradimento fertile del resto, e in qualche modo necessario; ma non voglio addentarrmi in una discussione di
questo genere; quello che mi preme rilevare è l'esistenza intanto e il senso di quell'avvertimento: letteratura
come vita esclude per sua natura, o dovrebbe escludere, qualsiasi formulazione estetica, qualsiasi regola o

21 Bo ha seguito con la consueta attenzione Pasolini sin dagli esordi: con equanimità; forse anche con una simpatia che
andava al di là delle riserve; ha testimoniato in suo favore contro gli attacchi della stupidità violenta (si veda ad es. l'articolo del '59:
«La fanga di Pasolini», in La religione di Serra, Vallecchi, Firenze 1967, pagg. 458-462); ma l'incontro, mi sembra di poterlo
osservare come un fatto, non c'è stato.
22 Galvano della Volpe, il più radicalmente marxista dei nostri studiosi di estetica; che per scansare ogni sospetto di
idealismo dalle proprie ascendenze culturali bandiva Hegel e Platone in pro di Kant e Aristotele, dedicò alle prime prove di Bo una
non distratta attenzione nel saggio Crisi dell'estetica romantica, del 1941, ripubblicato poi nel volume Crisi dell'estetica romantica e
altri saggi, Samonà e Savelli, Roma, 19632. Il capitolo dedicato a Bo è alle pagg. 35 - 40.
23 «Letteratura come vita» (1938), in: Carlo Bo, Otto studi, Vallecchi, Firenze 1939, pagg. 25-26.
cristallizzazione in norme: letteratura come vita è un modo di esistenza, come il respiro, come il battito del
cuore, come il pensiero, che può essere universale ma resta geloso e individuale e intraducibile da uomo a
uomo e si brucia e si esaurisce in una esperienza rigorosamente personale.
La letteratura cade nell'orizzonte di Bo - e così fosse per tutti noi - con la semplicità e la necessità e
l'urgenza della vita stessa. Egli non deve fare troppi sforzi per cogliere da Du Bos o magari da Novalis
questo suggerimento: la letteratura e in modo speciale la poesia è per lui la dimensione stessa della vita, la
dimensione dello spirito, della ricerca, della verità possibile; in una parola la misura dell'uomo. Ricerca,
esercizio, sviluppo della spiritualità, dell'inquietudine, della libertà dell'intelligenza; modo di esprimersi,
modo di essere, in tutte le sue sfumature, di quella sostanza interiore senza la quale l'uomo non è.
Non formula dunque, né estetica, né manifesto scolastico; tutto al contrario, letteratura come vita è
un semplice richiamo: richiamo al nostro dovere di occupare con piena consapevolezza il nostro impegno nel
mondo, invito ad attuare la nostra potenzialità umana sviluppandola in tutto l'arco della propria estensione.
Questo dovere, questo impegno, questo culto della ricerca interiore e della poesia, questo legame così stretto
fra parola, vita, verità, salvezza assume in Bo - e qui torna a proposito, sempre più a proposito l'immagine del
maestro di verità - il senso di una necessità assoluta: una Necessità così prepotente e totale da assumere
addirittura (e siamo certo ai limiti dell'eresia, limiti che la ricerca spirituale di Bo non riconosce o almeno
non accetta volentieri) molti dei caratteri di Dio; di una religione che se proprio non si sostituisce a quella
cattolica vi si sovrappone - in questo primo tempo d'entusiasmo sacro, a me sembra - ambiguamente;
prepotentemente.

Di questa sostanza, di questa terribile tensione è fatto, per quanto a me sembra di capire, il
misticismo di Bo: sofferenza per la propria inadeguatezza; tensione verso un fine continuamente sfuggente;
interrogazione inesausta di sé e di questo Altro, ch'è assoluto e trascendente eppure anche sta in noi e
partecipa della nostra natura e informa noi della propria; ch'è mistero e verità e ha il volto stesso della parola,
della poesia, e della nostra vita.
Questo Altro a poco a poco perde la propria ambiguità; sempre più decisamente assume la
fisionomia del Cristo Dio; nel 1945, al tempo della lunga, lucida e sofferta Introduzione alla raccolta
L'Assenza, la poesia, questa nitidezza d'immagine sembra pienamente raggiunta nella coscienza di Bo; o
almeno egli ha maturato la consapevolezza della necessità di sbrogliare l'originaria confusione. Il caos
mistico iniziale viene rasserenato in una più composta e ordinata religiosità. E non so se è un bene.
Ancora una volta, capisco le sue motivazioni; o almeno mi sembra di capirle; ma non sono sicuro
che questa chiarificazione faccia avanzare la ricerca. Mi sembra al contrario che la radicalità
dell'identificazione iniziale di vita e letteratura abbia a soffrire della limitazione di significato del termine
«vita», che sembra sempre più apertamente volersi ridurre alla sola accezione, peraltro ben presente sin
dapprincipio, di «vita interiore».
E sarà certo una limitazione in vista di un approfondimento, di una precisazione. Vedo. Ma dentro di
me l'accento cade pur sempre sulla limitazione del panorama. E mi rammarico della perdita - se non di un
orizzonte più ampio e complesso; ché forse non è così - di una dimensione del mondo.
Ma non è ancora il momento di alzare l'indice dei rimproveri contro Bo.
In fondo, seppure assistiamo a uno spostamento d'accenti significativo, la buona sostanza delle cose
resta sempre la stessa: immutata rimane l'urgenza e la forza del richiamo a noi tutti per la costruzione d'una
piena dignità umana. Appello lanciato dalle rive d'una inquieta religiosità; ma indirizzato a tutti e al quale
tutti, credenti o non credenti interpretandolo pure diversamente a seconda dei loro angoli di visuale, sono
tenuti in eguale misura a rispondere.
Ricerca, difesa, espressione della verità. Questo il compito che Bo assegna a tutti noi col nome di
letteratura: la costruzione dell'uomo. Uomo come poesia.
Dobbiamo testimoniare qui una delle nostre sconfitte più brucianti. La letteratura sembra morente;
l'uomo non è mai stato così distante dalla poesia; così prossimo alla dannazione totale. La letteratura non ha
potuto insegnare all'uomo la via e la vita; non ha saputo insegnargli a distinguersi dalle cose e dalle merci
che ingoia e che produce; dagli idoli che insegue e che lo schiacciano e distruggono; è anzi diventata essa
stessa cosa e merce. Povera cosa e povera merce.
Mai sconfitta è stata più sgomentevole; perché mai sconfitta si era così a fondo installata nel cuore
stesso dell'uomo; distrutto così a fondo i possibili rimedi d'una eventuale rinascita; l'intelligenza, la libertà
interiore, la vita. Nondimeno, abbiamo ancora chi ci stimola e invita a organizzare una resistenza; non siamo
poi soli; abbiamo i nostri maestri, alleati terribili. Il nemico può contare sulla nostra inettitudine, sulla nostra
infinita capacità di errore; non sulla nostra resa. Non ci sarà possibile dimenticare ciò che Serra ci ha detto e
mostrato con tanta disarmante semplicità: è così facile fare quello che bisogna. E quello che bisogna fare, lo
sappiamo. O lo sapremmo se fossimo capaci di imparare. Costruirci uomini, dobbiamo. Mobilitare tutta la
nostra capacità di sofferenza, d'intelligenza, liberarci dai vincoli insidiosi della viltà. Non disarmeremo.
Proveremo a resistere. Nell'angoscia, ch'è poi la forma e la sorgente più sicura della dignità. Cioè della nostra
integrità d'uomini.

La stessa pagina di letteratura come vita nasce dalla disperazione e dall'angoscia; individua una via
d'uscita da un dilemma esistenziale tragico del quale a un certo punto l'unica soluzione era apparsa la morte:
la morte come «il senso esatto della vita immediata e chiusa, l'unica ragione apparente [...], l'unico frutto
reale di tante altre ricerche e il solo punto di riferimento: un atto che recideva la speculazione della speranza
e la serie dei paradisi terrestri a buon mercato».

L'angoscia, la morte, e infine il bisogno di Dio: se dovessimo rifarci a una strada interpretata su punti riconoscibili
saremmo portati a fermarci su queste tre zone di reazione spirituale. Come si vede sono legati da una precisa condizione intima e
danno i tempi di una leggenda consumata oltre l'abito del silenzio tradito e delle convenienze. Soltanto è sul terzo punto che la
soluzione ha offerto i maggiori contrasti e come era evidente non poteva conseguire nessuna frazione aperta di verità. [...] In un
primo tempo si è trattato invece di resistere a questo bisogno che si nascondeva ancora sotto altri nomi e altre strade [...]. Dio
rimaneva l'argine non raggiunto dalla nostra pronuncia e non importa se tutte le parole [...] finivano per approdare a quella
condizione insostituibile: a noi mancava la forza di potere convertire tutti questi simboli soddisfatti nell'angoscia in un senso unico,
nella «parola» che fosse la stessa verità. Se riprendiamo oggi gli scritti di quel tempo non tarderemo a riconoscere come le nostre
operazioni si svolgessero di solito entro dei limiti ben ristretti e con l'aiuto di pochissime parole [...].
Vuol dire che per noi non c'erano delle preoccupazioni marginali e i nostri problemi non si denunciavano in un ordine di
sfumature e di convenienze esterne: accusati di leggerezza e di letteratura siamo stati invece fra i pochi - e a dirittura i soli - offerti su
delle domande enormi e presi in una corrente che superava continuamente il dominio della tranquillità e dell'inerzia. Sapere, sapere a
tutti i costi era la consegna che adesso riassumeva i tre tempi di prima: l'angoscia, la morte, il nome di Dio avevano un tempo di
arresto e di particolare conclusione in questa sola domanda: e la domanda investiva la nostra figura, il senso del tempo, la condizione
umana.24

La domanda umana di sapere, la letteratura; l'unica domanda umana che è nel contempo risposta a se
stessa; la letteratura come vita.
Ora possiamo misurare esattamente la distanza fra la provocazione di Bo, oggi più vitale che mai, e
un'estetica fra le altre. Tra questo imperativo cruciale e una formula scolastica.
Sempre il contrario dell'accademia, Bo. Sempre rivolto alla vita; o all'anima se si vuole; diciamo
all'uomo nella sua interezza, e saremo sufficientemente precisi.
Letteratura come vita; ripetiamo continuamente fra noi questa equazione per cercare di spremerne
tutta la ricchezza; e ogni volta ci appare felicemente inesauribile: ambiziosa e perfino gonfia di superbia,
orgogliosamente votata alla sconfitta; la guardiamo in trasparenza, e controluce leggiamo come una filigrana
la nozione evangelica: la «vita» è il vertice, la somma, della triplice identificazione giovannea di Cristo: la
via, la verità e la vita.
La letteratura si propone così, nella maniera più ardita, come «operatività della speranza»; azzardo
una fomula, e dico «speranza» proprio nel senso della virtù teologale; e in questa direzione potrei osare di
più e alludere alla possibile fusione - nel mistero della poesia, nel miracolo necessario di letteratura come
vita - di tutte e tre le virtù teologali, fede speranza carità. Quella carità che deve pure incarnarsi umanamente
nella parola, spesso vibrata nel registro dell'indignazione e della rivolta; e nel gesto.
Siamo, è pur giusto ricordarlo ogni tanto a noi stessi, sul terreno bruciante e inquieto di un
misticismo perpetuamente scontento di sé; che vorrebbe forse negarsi e non può che rafforzarsi sempre; sul
terreno di una fede e potrei dire di un amore che non vuole scegliere tra Dio e la poesia; un amore che stringe
nell'unità della propria carne umana poesia e teologia: più o meno consapevolmente ripetendo l'antica
equazione del Boccaccio; accettando magari la correzione di Maurras e Maritain, che preferiscono parlare di
poesia come ontologia: coincidenza che avrebbe conosciuto l'approvazione di Heidegger: secondo il quale,
se non erro, la poesia è il nominare che fonda l'essere e l'essenza di tutte le cose. Ma lasciamo stare
Heidegger, che ci porterebbe a discutere troppo lontano dal nostro oggetto. E restiamo a Bo.

10. L'angoscia, la morte e infine il bisogno di Dio


Non troppi anni dopo il primo annuncio della solenne identità di letteratura e vita, trascorso l'esatto
spazio della guerra, Bo potrà muoversi forti rimproveri; accusarsi di molte colpe, esporsi al fuoco della

24 Introduzione a L'assenza la poesia, Edizioni di Uomo, Milano 1945, pagg. 27-28. Questa Introduzione è stata poi
ristampata, col titolo «Che cos'era l'assenza», in: Carlo Bo, Scandalo della speranza, Vallecchi, Firenze 1957, pagg. 35-84.
propria ironia; ma non oserà «rinnegare neppure una riga di queste pagine»;25 anche se si sentirà obbligato a
superarle; se indicherà come proprio dovere quello di «avere il coraggio di trovare un punto a questo giuoco
che credevamo infinito e invece è uguale, eterno e fisso».26
L'angoscia, la morte e infine il bisogno di Dio. «Queste tre zone di reazione spirituale» che Bo pone
in successione rappresentano in verità probabilmente meno un itinerario che una rete di interferenze; una
costante dell'anima; un cortocircuito, una spirale eterna.
Al momento dell'equazione famosa la risultante delle forze in gioco è spostata forse più verso le
prime due zone dello spirito; e la parte del bisogno di Dio è disordinatamente assolta da un rovente
misticismo; ma quando la logica stessa dell'abbrivio conduce il giovane studioso a contemplare più
davvicino e più intensamente la parte del bisogno di Dio - la parte sospesa e non priva d'ambiguità
dell'assenza insomma - allora l'equilibrio difficile che era stato raggiunto dalla formula ardita ma
prevalentemente terrena della letteratura come vita si rompe, e si libera la sconfitta che sin dall'inizio era
chiusa nell'equazione ambiziosa e solenne: preventivata, conosciuta come inevitabile; perché il tentativo
mirava all'assoluto sapendo che l'assoluto sarebbe stato impossibile; ma lasciava intanto il varco alla dignità
del lavoro, apriva la strada, offriva una direzione; impegnava alla ricerca e alla verità; e in questo trovava il
proprio senso; e intanto attuava, o poteva attuare, il miracolo richiesto dall'equazione. Restava, infido, lo
scoglio del tempo: il tempo fuori del lavoro: là fuori, fuori della letteratura, restava «il tempo minore», lo
spazio terribile della mancanza di vita, dell'insensatezza, il tempo desolante dei giorni smarriti, gonfi di
omissioni e di abitudini.
Forse è intervenuta una maturazione religiosa; forse possono aver pesato certe accuse di Maritain;
contro il misticismo in particolare ma non solo; accuse roventi, di assoluta severità;27 forse la prospettiva
troppo umana della letteratura come vita, con certi aspetti eccessivamente disinvolti dal punto di vista della
dottrina, per esempio rispetto alla capacità salvifica della poesia; e qualche altra ambiguità anche più
pericolosa riguardante una autentica confusione fra Dio e il poeta, fra religione e letteratura, fra salvezza
terrena e celeste, dovettero convincere Bo ch'era necessario correggere la rotta; ma la crisi autentica, a mio
modo di vedere, della prospettiva della letteratura come vita sta nel tempo, nell'impossibilità di assorbire
tutto il tempo nell'equazione.
Raramente abbiamo visto negli occhi di un uomo un più sincero orrore del tempo della vita
quotidiana; orrore certo non ingiustificato; e al quale non manca il conforto della parola di Cristo contro il
«mondo» il cui principe è Satana. Ma questa parola è solo una parte della verità; perché poi Cristo non si
limita a mostrarci la via per uscire dal mondo, ma ci insegna a vivere nel mondo; ci insegna la distinzione fra
essere nel mondo ed essere del mondo.
Quest'altra parte di Cristo, se non erro, non veniva considerata a dovere; si sceglieva un Cristo
diminuito, in fondo, un Cristo dal volto ancora troppo vago, troppo vicino a confondersi con una delle molte
figure di santi e asceti e maestri di verità; esseni o magari taoisti. Il rischio era ancora quello di una
religiosità indeterminata, paganeggiante; che se non era in conflitto con la funzione di maestro di verità, era

25 Introduzione a L'assenza la poesia, cit., pag. 10.


26 Ibid.
27 Credo valga la pena di riportare largamente le parole di Maritain: «[...] si vedranno degli uomini, che possiedono il
senso della poesia, caricarla di pesi che ripugnano alla sua natura, onera importabilia; esigere da una tela, da una scultura o da un
poema che facciano "compiere un passo alla nostra conoscenza astratta propriamente detta" (André Breton, Les Pas perdus, Paris,
1924), rivelino al cuore una metafisica, ci mostrino la santità. Ma la poesia può dare tutto ciò soltanto come miraggio. Ecco di nuovo
i miraggi: intimidazioni, effetti accecanti, dovuti all'invasione di grandezze estranee. Lo sforzo più violento di affrancamento da ogni
letteratura sfocerà così, per la forza delle cose, ancora nella letteratura. Quando ci se ne renderà conto, si sconvolgerà il proprio
essere. Ma, ancora una volta, si rimarrà delusi. Quanto all'ordine dell'azione e del destino umani: che cosa può introdurvi la poesia
come regolatrice della vita morale e spirituale, la poesia da realizzare come condotta di vita, se non la contraffazione? Contraffazione
del soprannaturale e del miracolo, della grazia e delle virtù eroiche. mascherata da angelo del consiglio, fuorvierà l'anima umana su
false strade mistiche, [I demonologi sanno che ogni stato passivo in cui l’uomo si mette da se stesso è una porta aperta al diavolo
(nota di Maritain)] la sua spiritualità, distolta dal proprio significato e dal suo luogo proprio, non farà che prolungare, sotto l'aspetto
di un dramma interiore tutto profano, le vecchie eresie degli alumbrados. Purezza! la purezza non si dà là dove la carne non è
crocifissa, né la libertà dove non c'è l'amore. L'uomo è chiamato alla contemplazione soprannaturale, proporgli una notte diversa è un
rapirgli il suo bene proprio. Una rivoluzione che non cambia il cuore non fa altro che rovesciare dei seplocri imbiancati. // La poesia
è il cielo della ragione operaia. Rifutare di riconoscere i diritti dello spirito della Poesia nella linea dell''arte, con il pretesto dei suoi
misfatti, pretendere di ricondurre l'arte alla sola tecnica o alla distrazione, oppure al piacere, sarebbe un errore imperdonabile, e per di
più del tutto inutile. [...] A dimenticare la trascendenza metafisica della poesia e il fatto che, se nell'opera della creazione il Verbo è
stato l'arte, lo Spirito è stato la poesia, si viene sempre castigati. "Poiché la poesia, mio Dio, sei tu" (Jean Cocteau, Orphée, Paris,
1934)». Jacques Maritain, Frontiere della poesia e altri saggi, trad. it. Morcelliana, Brescia, 1981, pagg. 24-25.
ormai nettamente rifiutata, e sentita anzi come un pericolo dalla sempre più precisa connotazione in senso
cristiano e cattolico della religione di Bo.
Le sfumature affascinanti di taoismo che credo di riscontrare nella concezione di quella magica
assenza che doveva introdurre alla conoscenza e diciamo pure alla esperienza della poesia e rischiava però di
assumere le tinte dell'inerzia; lo stesso vigore ed entusiasmo che possono scaldare il cuore del mistico nella
ripetizione di una figura troppo antica, diventano omai scorie inaccettabili per Bo, che ha scelto il
cristianesimo come misura classica e insomma eterna e limpida dell'uomo, immensamente lontana da
suggestioni orfiche o dionisiache.
Ora vediamo che la figura del maestro di verità, che sino a questo momento ci aveva accompagnato e
parlato, non basta più, diventa inadeguata e muta. Bo punta a un paradosso più alto e terribilmente
ambizioso, l'uomo e la comunione dei santi.
Il cristianesimo diventa la misura dell'integrità dell'uomo; all'uomo non basta più sviluppare tutta la
sua spiritualità; deve trascendersi; l'uomo è integro, si ha l'impressione d'intendere, quando ha raggiunto Dio.
E in questa necessità di raggiungere Dio si apre una nuova fonte d'angoscia e di sofferenza quotidiana; il
cristianesimo impegna a una tensione dolorosa, a una lotta per la verità che non si combatte nei limiti del
proprio essere ma va portata nel cuore stesso della società. Ancora una volta, il cristianesimo avviene come
agonia; agonia con la cristianità.

11. La conversione
So bene che in un percorso di così rigorosa fedeltà a se stesso e così intensamente raccolto attorno
alla preoccupazione di Dio pretendere di individuare brusche svolte è un azzardo che può anche avere tutte le
caratteristiche del fraintendimento o della falsificazione; non importa; io penso lo stesso di dover parlare di
una conversione di Bo.
Mi sembra di intravedere un movimento del cuore, in lui, che senza l'ingrandimento d'una parola
eccessiva potrebbe rimanere nascosto nel bosco fitto della fedeltà: e alludere a un panorama troppo uguale,
calcinato, abolito dalla troppa luce.
E non è così. La coerenza di Bo non ha nulla a vedere con le molte forme dell'immobilità; Bo è
sempre in cammino; la sua fedeltà è fedeltà non a un percorso - ché infatti egli è esploratore instancabile e
imprevedibile, tutto ciò che è nel mondo lo interessa e incuriosisce - ma alla meta, alla lotta del cuore per
conseguirla.
In questo cammino avviene un'accelerazione; o cade un'illuminazione; il movimento interiore che ho
proposto di classificare sotto la parola più impegnativa che conosca; e che va situato, se non erro, attorno al
1945, al momento delle Retractationes poste in apertura alla raccolta di saggi L'assenza, la poesia.
«Scrittore cattolico» Bo era nato e come tale era conosciuto; anche se lui si protestava piuttosto
«cattolico che scrive»: con uno spostamento del termine cattolico da aggettivo a sostantivo assai
significativo dell'atteggiamento di Bo: che diffida degli aggettivi, nei quali vede una funzione servile; una
possibile prigione ideologica; mentre rivendica il sostantivo come un modo di essere. Non, dunque, uno
scrittore che si chiude nel cattolicesimo; ma un cattolico che si apre all'esperienza della scrittura. Della vita.
E queste sono caratteristiche del Bo eterno; che non cambia.
Nonostante, io sono tentato di parlare di conversione.
L'equazione letteratura come vita, troppo umana per quanto profondamente intrisa dal significato
evangelico della parola vita, dovette denunciare presto alla coscienza assetata d'assoluto di Bo il proprio
limite.
Lo spazio dell'angoscia e della morte, nella figura del tempo minore che non cede, dovette sembrare
a Bo non scalfito, o troppo poco ridotto dall'equazione terrena: il bisogno di Dio cresce; si precisa; ed è nel
suo nome che Bo accusa e condanna il proprio tentativo. Mai del tutto esplicitamente; forse mai del tutto
sinceramente; e voglio dire mai interamente; perché dentro di sé la letteratura, questo fatto umano, continua
ad avere connotati di divini; o almeno di ponte verso il mistero; comunque resta sempre «lo strumento più
alto» di cui l'uomo possa disporre per sé. È questione di sfumature; di accenti; tuttavia qualcosa di decisivo e
drammatico accade fra il 1939 e il 1945.
La parte diciamo così orfica, oracolare della religiosità di Bo, il suo vitalismo mistico, se posso
permettermi di chiudere in una formula sbrigativa e in un modello meccanico un'esperienza tanto complessa
e ricca, si riduce, si stempera, si organizza e parzialmente si rasserena nell'ordine deciso della scelta cristiana;
il volto confuso di Dio assume le fattezze sempre più limpide di Cristo; e se dapprincipio questo Cristo
sembra abitare in una dimensione eccessivamente privata e denunciare insomma in qualche modo ancora i
caratteri del misticismo, e mostrare troppo marcatamente i lineamenti dello stesso Bo, a poco a poco si cala
sempre più arditamente nelle carni dolenti dell'uomo, scende nel fango tante volte maledetto del tempo
minore; affronta finalmente il nodo cruciale dell'esistenza, la guerra dello spirito nel corpo del mondo.
Cristo aveva già segnato questa strada; nella luce del paradosso; lui, Dio; ma indicando nella maniera
più chiara il percorso della salvezza: il medesimo che lui aveva percorso: io sono la via, la verità, la vita.
Bo ha compreso questo messaggio in tutte le sue implicazioni come pochi; e come pochi s'è
ripromesso di asservirvisi, e votarsi alla imitazione di Cristo. E seppure nello sgomento che gli viene dalla
contemplazione del divario pauroso fra la sua condizione umana e il compito sovrumano che si sente
imporre, sembra trovare nella quotidiana agonia di questa difficile obbedienza nell'indipendenza la soluzione
così affannosamente cercata.
Bo si accusa ora di superbia e orgoglio, d'insensatezza forse, per avere preteso di sostituire le
preghiere con la letteratura; o per aver potuto pensare che la poesia potesse rappresentare un'altra maniera di
pregare; per avere potuto pensare di conseguire sulla terra una salvezza che qui non può avere che le proprie
premesse. O che forse è già decisa altrove da sempre.
La poesia era stata concretamente e veramente «l'unico modo sensibile d'essere, il modo della nostra
presenza».28 Ma le cose non sono poi troppo cambiate; Bo deve pure accorgersi, mentre si accusa, che la
poesia resta per lui sempre «il termine più prossimo a una conclusione eterna, al modo più puro di
partecipazione celeste».29
C'è in Bo, e resta, una contraddizione felicemente irrisolta fra la tentazione del silenzio, la
disperzione, la condizione - scelta o necessità - dell'assenza e il bisogno vitale di parola, di partecipazione, di
presenza e di vita.
Nella conquista d'un più fermo ordine religioso viene distrutto il fascino tentatore della morte; la
morte stessa, anzi, viene sconfitta; annullata; ma non l'angoscia: e si vede che niente potrà attenuare la
tensione fra angoscia e bisogno di Dio. E grazie a questa angoscia per noi feconda, motore costante
d'inquietudine e ricerca; e grazie alla contraddizione che abbiamo creduto di poter rilevare fra le esigenze di
spiritualità terrena e celeste in Bo - che si pongono in una spirale d'ansia e domande che continua a governare
la sua creatività e sprona continuamente la sua intelligenza -; e grazie in fondo, diciamo la parola, alla sua
insopprimibile vocazione letteraria che travolge alla fine ogni preoccupazione diversa, noi freniamo l'indice
del nostro rimprovero; che abbiamo sentito impaziente di levarsi contro di lui.

12. Accusa a Bo
L'accusa che siamo tentati di muovergli è di non aver tenuto la trincea avanzata della letteratura
come vita. Di averla se non rinnegata svilita; e, in fine, perché; con quali saldi vantaggi? Perché poi il nome
stesso di Dio si scioglieva e in qualche modo si arrendeva alla sete umana di sapere, alla risacca della
disperazione umana; e solo restava distrutta, con la sconfitta definitiva della morte in quel Nome, la
possibilità stessa della vita e della parola, accomunate nella coscienza della medesima immedicabile vanità.
Di fronte alla vita umana, ridotta tutta o quasi a tempo minore, non è possibile altra parola, altro intervento se
non divino; e nella parte di vita che non è avvelenata dal tempo minore, la letteratura, privata o sminuita del
suo valore d'assoluto, impallidisce; al suo posto, nella funzione di colloquio, costruzione o ricerca di Dio,
cresce sempre più risolutamente la preghiera.
Questa l'accusa che vogliamo gettargli contro: d'averci privati del concetto di vita umana più alto che
mai avessimo potuto intravedere; e del più alto concetto di letteratura.
S'intende che il meccanismo di riduzione di vita e letteratura non funziona perfettamente; che subisce
il benedetto inciampo della materia umana, della miracolosa sete umana di sapere; e la resistenza ostinata e
meravigliosamente irragionevole e santa della vocazione letteraria. L'equazione di letteratura come vita trova
ampi spazi, ben fortificati e difesi, in cui resistere.
Bo capisce, sente dolorosamente che spingere a fondo la nuova equazione che lo tenta di vita come
vanità e nulla condurrebbe di nuovo non solo al misticismo ma a un'inerzia assai simile alla bestemmia
contro Cristo: e che egli rischia di perdere Cristo nel momento in cui crede d'averlo trovato.
Difende, dunque, gli spazi della vita; e della letteratura; la possibilità della parola. Ma sembra
difenderli più con la forza della disperazione che con l'energia della speranza. La fiducia nella possibile
espressione di senso è spenta, spenta è la speranza di poter trovare un interlocutore; spenta è la speranza
stessa, forse, che esista un senso umano da esprimere.

28 Carlo Bo, Introduzione a L'assenza, la poesia, cit., pag. 30.


29 Op. cit. pag. 31.
[...] il conformismo ha un dominio assoluto su tutto, su uomini, su idee, su parole. E nessuna reazione seria, nessuna
reazione capace: direi nessuna speranza. Nessuna speranza, ecco il dato dell'ultima stagione.30

Troppo a fondo lo intride la visione della tragedia del vivere. La tentazione del silenzio cresce:
un'amarezza intima sembra spogliare ogni cosa di significato. Una volta, al tempo del primo tormentato
misticismo, le cose erano tutto sommato chiare: il tempo minore, tutto ciò che non era la poesia era una pura
figura del nulla; unica realtà era la poesia. Era un errore, un'illusione, era forse il peccato di angelismo? Non
importa: nel mondo c'era almeno questa realtà, questa possibilità pratica, questa salvezza: letteratura come
vita.
Ora, anche la poesia perde significato. No, non c'importa niente che questa perdita di significato
della poesia - oh, perdita di significato inconfessata, mai apertamente denunciata; ma sensibile - nell'anima di
Bo corrisponda a una diminuzione oggettiva della poesia nel panorama interiore dell'uomo e delle nostre
società: sì, lo vediamo anche noi questo pauroso ritrarsi del significato dalle parole; questo svanire delle
possibilità di comunicazione; il medesimo scomparire dell'uomo come soggetto; il vero e proprio
azzeramento della funzione ontologica della parola creativa nella città dei nostri giorni, elevata, assistita e
distrutta dalla doppia violenza della tecnologia stupida e del denaro cieco. Lo vediamo. Le cose stanno così;
e sappiamo che non è visibile un rimedio. Ma sappiamo anche che di questo rimedio - dell’impossibile,
dell’assurdo, della poesia, del senso, della parola - abbiamo disperato, vitale bisogno.
Forse è questo scacco, che ci sentiamo nella carne definitivo e totale, a renderci isterici; ad aizzare il
botolo rabbioso della nostra disperata impotenza contro il maestro: che vogliamo accusare di non aver fatto
abbastanza, lui che poteva, per impedire questo collasso universale del senso.
Ma le nostre accuse, lo vediamo con dispetto, ci si sgonfiano fra le mani.
Non ci frena il timore d'essere ingiusti; e quando mai! Ma la nostra stizza non basta, purtroppo, a
farci formulare il sospetto, che invece ci piacerebbe tanto potergli scagliare contro, d'avere accondisceso o
almeno di non aver fatto abbastanza per contrastare con tutto il suo corpo questa tendenza della nostra
società; questa tendenza nostra.
Non possiamo farci niente; dobbiamo per forza ricordare che le parole più dure che abbiamo
ascoltato contro la moderna barbarie che ci offende così a fondo sono state le sue; e che forse dobbiamo
proprio a lui se siamo capaci di soffrire così tanto quest'offesa.
Soffrire; l'ambiguità di questa parola ci strappa un sogghigno: forse abbiamo trovato la strada, il
varco per accusarlo, dopotutto! Soffrire; e sia. Ma senza accettare. Non vorremmo mai e poi mai essere
messi in grado di «saper inghiottire».
Ma non c'è niente da fare: la sua voce alimenta quel poco di dignità che riusciamo ancora a spremere
dalla nostra povera pietra. Sentiamo troppo vera la sua accusa contro di noi, per poterla ribattere con un'altra,
sia pure ingiusta, contro di lui.

[...] se non ci fa velo la nebbia del conformismo, bisogna ammettere che dentro di noi c'è qualcosa di peggio dello spirito e
dell'aria della dittatura, c'è il senso che tutto sia inutile, che non valga combattere le cose e che i fatti commerciali e speculati
prendono il posto della dolorosa realtà. [...] Sarà sterile da parte nostra continuare il lamento e la deprecazione ma sarebbe assai più
grave lasciare che tutto si piegasse alla volontà delle cose, tutto, dico lo spirito, dico la fantasia e il gusto dell'invenzione. Perché da
questo punto di vista anche i fatti possono diventare chimere, possono essere adattati facilmente alle nostre simpatie, ai nostri umori,
alla nostra verità del momento [...]. Quando noi diciamo «senza speranza» non ipotechiamo il futuro, e sarebbe un errore grossolano:
ci limitiamo ad osservare quello che succede sotto i nostri occhi,31 registriamo il comportamento della maggior parte di noi [...]. Noi
diciamo «senza speranza» perché tale è la conclusione di tanti anni di agitazione, di speculazioni e di piccole bugie. [...] Non più
uomini, soltanto immagini occasionali di partito, fragili fantasmi dell'attualità. Non sembri una cosa da poco, questa impossibilità di
identificazione spirituale, questa mancanza di rispondenza delle cose esteriori dentro di noi e allora perché non dover dire quello che
sentiamo (contro di noi e con dolore), perché non ammettere che viviamo in un mondo senza speranze?

30 «Il colore della stagione» (1952), in: Carlo Bo, Scandalo della speranza, Vallecchi, Firenze 1957, pag. 331.
31 Ricordiamo le parole, così simili, e certo non meno dolenti, del Serra dell'Esame di coscienza: «Io non faccio il
profeta. Guardo le cose come sono». E la stessa prospettiva desolata: «Non si vedono gli uomini e non si sente il loro formicolare:
sono piccoli perduti nello squallore della terra: è tanto tempo che ci sono, che oramai son tutt'una cosa con la terra»; lo stesso
sentimento dell'inutilità e vanità d''ogni gesto possibile, dello stesso bene possibile: «non cè bene che paghi la lacrima pianta invano,
il lamento del ferito che è rimasto solo, il dolore del tormentato di cui nessuno ha avuto notizia, il sangue e lo strazio umano che non
ha servito a niente. Il bene degli altri, di quelli che restano, non compensa il male, abbandonato senza rimedio all''eternità. E poi, di
qual bene si tratta? Anche gli esuli che aspettano la fine come il compimento della profezia e l''avvento del cielo sulla terra, sanno
che il sogno è vano»; e infine - e ammettiamo che vedere le cose così davvicino, e sia pure un po'' meccanicamente, ci disegna una
somiglianza di panorami interiori assolutamente inattesa, e sorprendente - anche la stessa conclusione operativa: bisogna «fare quello
che bisogna»: il beneficio è qui: «un sacrificio che si fa, un dovere che si adempie. Si impara a [...] vivere più degnamente».
[...] Si pensi che nel '39 potevamo dire «senza pietà a preghiera», che significava denunciare uno stato intimo di
disperazione (e la disperazione può diventare attiva fino a ritrovare l'equilibrio) e oggi non possiamo che dire «senza speranza», che
equivale a una misura di ripercussione, a un semplice atto di registrazione: atto passivo, non passibile di metamorfosi. Una
constatazione, e nient'altro, ma di ordine spirituale: per il resto nessun dubbio che i furbi continuino a fare il solito mestiere, fedeli
esecutori degli ordini dei vari conformismi. Ma che cosa può nascere da una lezione di non-speranza se non una politica, una
letteratura, un'arte adeguate, frutti di quel clima di passività? Dire «senza speranza» non significa credere per forza in una rinuncia
dei nostri atti, in una generale dimissione dei nostri fatti, vuol dire soltanto che alla base c'è questo stato d'animo, questa crisi che
investe gli stati iniziali, la fonte di noi stessi. Qui sta la grave differenza e qui la nostra condanna. Non bastano i fatti o meglio la
lezione dei fatti conta se noi siamo in grado di coglierla e di valutarla con intelligenza. Ora è proprio quello che ci sta succedendo: i
fatti vanno per conto loro e le nostre parole, la nostra accettazione sono del tutto inadeguate. [...] Non politici, non ingenui, dunque,
per superare questo allarmante stato di crisi ci vorrebbe uno spirito o una famiglia di inventori e non ci sono e li aspettiamo. Léon
Bloy parlava drammaticamente dell'arrivo, del prossimo arrivo dei Cosacchi, da allora sono passati tanti anni e bisognerebbe avere
imparato che i peggiori Cosacchi sono dentro di noi, di qui l'opportunità di strappare - se fosse possibile - la lezione dei fatti a quegli
spiriti che ne diventano succubi con l'illusione di dominarli. Ma una cosa simile è mai possibile? Dico, oggi, dove tutto sembra votato
alla regola del compromesso? E se è così, come non essere schiacciati e legati al silenzio dai fatti e dall'aria di morte che li determina
e nutre? Se non parliamo più, se quell'opera d'interpretazione che ci aveva chiamato dopo il '45 è finita, forse è perché anche noi
crediamo troppo ai fatti e siamo stati tentati e travolti dalla più disperata illusione: gettare i dadi e lasciare la vittoria al caso, cioè alla
fortuna delle cose.32

Quest'uomo che prevede e previene la nostra accusa, e la spinge più a fondo di quanto noi oseremmo,
ci sconcerta.

[...] sotto la pressione dei fatti e di fronte a un mondo che sembrava disposto a mutare direzione e abitudini, anche noi
abbiamo sacrificato una parte dell'antico patrimonio e abbiamo cercato di allargare il discorso nell'ambito del dialogo e di fare
partecipare le cose alla lezione della nostra vita: e valga il fatto che fino a quando ci fu consentito abbiamo tentato di intervenire
direttamente e di fare sentire la nostra voce, fino al punto di predicare una intera partecipazione.33 Se serve una confessione, dirò che
per un certo periodo ho creduto all'utilità e alla possibilità di questo dialogo, poi il sopravvento delle cose provvide meccanicamente
a spegnere il desiderio stesso della parola e a lasciare l'iniziativa agli interessi immediati, alle preoccupazioni del momento.

Sotto la pressione dei fatti... E se l'accusassimo d'avere rinunciato alla sua posizione di lotta, «d'avere
ceduto le armi ai primi momenti di cedimento»; se lo rimproverassimo di non avere insistito abbastanza
«nella posizione di chi parla nel deserto»? No, non è su questa strada che troverà soddisfazione il nostro
desiderio di accusarlo. Ci sentiremmo ridicoli; in primo luogo non faremmo che ripetere accuse e rimproveri
ch'egli stesso si è già mosso; ma soprattutto basterebbe una riga qualsiasi d'uno qualsiasi dei suoi libri, o un
qualsiasi articolo di giornale a sbugiardarci e confonderci. No. E poi ha ragione lui:

[...] chi crede ai fatti intanto potrebbe accusarci di non essere andati oltre un certo limite di prudenza e di convenienza, di
non avere risposto ai fatti coi fatti e forse questa sarebbe stata l'unica soluzione da un punto di vista pratico ma non si può domandare
a chiunque di mutare vita o soltanto di fare una strada secondaria, nascosta e dura per potere trovarsi nuovi al punto di partenza.

Una volta, prima che la sua lezione agisse in noi per quel poco che il nostro terreno duro ha potuto
concederle di sé, anche noi avremmo potuto fargli, e con violenza, questa accusa. Ora sappiamo che

Sono stati proprio gli spiriti che credevano nei fatti, nella realtà a farne un uso così disgraziato e vergognoso da portarci a
poco a poco al disgusto e all'abbandono. [...] nell'intera classe degli uomini che hanno scelto l'azione e la lezione dei fatti non c'è mai
stato un momento di riguardo e di rispetto per le idee e le ragioni dello spirito. per tutto questo che cosa significa voler postulare
ancora oggi la validità del fatto, della realtà? soprattutto quando la richiesta vuole apparire come un rimedio all'inerzia, al silenzio,
all'assenza forzata della speranza? Il silenzio degli ultimi tempi non è stato una scelta gratuita, un modo come un altro per sfuggire a
un dovere ma è una condanna che quotidianamente scontiamo dentro di noi mentre si accumulano i veleni portati dall'inganno
sempre più acceso, dal senso sempre più vivo in profondità di sentirsi isolati, inutili; strumenti di comodo, nel migliore dei casi. E'
inutile continuare a parlare di libertà dello scrittore dal momento che tutti sono convinti - e dalle cose stesse - che questa libertà si è
ridotta ad essere soltanto un'illusione, uno schermo, un simbolo che nasconde il più geloso e meschino degli interessi. E' proprio
soltanto colpa nostra se siamo stati ricacciati in un angolo, se allo scrittore è richiesto o di servire o di divertire (che è poi sempre
unicamente servire[...])?

No. Su questa strada siamo perduti. Troviamo sempre e soltanto che ha saputo comprendere le cose
con troppa chiarezza. Si può rimproverare uno spirito di chiaroveggenza? Si può rimproverare l'intelligenza?
Ma la letteratura... In questa generale desolazione del quadro della vita, non è forse scivolata anche
la letteratura? E che importa che la letteratura contemporanea sia, com'è quasi inevitabile, debole e

32 «Quando diciamo "senza speranza"» (1954), in: Scandalo della speranza, cit., pagg. 143-152.
33 Si veda ad es. «Necessità e senso di una partecipazione» (1947), in Scandalo della speranza, cit., pagg. 97-122.
inadeguata all'immagine alta di se stessa: non era quest'immagine - letteratura come vita - da alzare come
un'ossessione davanti ai nostri occhi miopi?
Con questa immagine, con questo ideale egli doveva inseguire la nostra pigrizia, perseguitarci.
Sappiamo bene ch'egli non ha mai smesso di amare e praticare lo studio, la poesia; sappiamo che la
letteratura resta per lui la cosa terrena più amata, fra le produzioni dell'uomo la più degna; il «più alto
strumento che ancora oggi conosciamo». Ancora oggi; strumento; di elevazione umana se non più di
salvezza. Strumento, dice. E' questo che gli rimproveriamo? Che la letteratura non sia più un fine; che non
sia più la vita intera? Sì, questo, forse. Sì, lo sappiamo che la letteratura l'ama ancora; e profondamente; e
come non amarla? In fondo essa resta, in lui, la vita. In fondo quella vecchia equazione non ha mai cessato di
funzionare. In lui. Ma, sono tentato di dire, quasi di nascosto, nel segreto più profondo dell'anima, ormai non
più con la potenza irresistibile della vita intera, ma con l'ostinazione di un vecchio difetto, che non sapremmo
neppur desiderare di abolire perché ci rappresenta meglio di una virtù.
A volte Bo sembra amarla, la letteratura, di un amore involontario; e alla vita sembra semplicemente
rassegnarsi. Allora mi viene in mente - e nessuno più di me può sentire il paradosso di questa suggestione -
l'immagine di Renato Serra.

Del resto, viviamo, poiché non se ne può fare a meno, e la vita è così.
E facciamo magari della letteratura. Perché no? Questa letteratura, che io ho sempre amato con tutta la trascuranza e l'ironia
che è propria del mio amore, che mi son vergognato di prendere sul serio fino al punto di apsettarne o cavarne qualche bene, è forse,
fra tante altre, una delle cose più degne.

Povero Serra; quanto abbiamo potuto essere ingiusti con lui; del resto...
Ora accostarne le parole, sempre così dolenti e intense e sempre mascherate dal pudore e dal
disincanto, all'immensa e drammatica dedizione di Bo, ci pare un modo di rendergli omaggio; e di capirlo
meglio. Si dirà che in questo modo illuminiamo Serra con Bo più che Bo con Serra; e sarà certo vero. Ma
poi, chissà. La magia dei nomi, delle immagini che ad essi sono legate; e la virtù insidiosa del paradosso;
agiscono, tessono un discorso in noi che non è subito intellegibile. Lo sapremo domani, fino a che punto
abbiamo sbagliato.
Del resto, non è questione di immagini e atmosfere; né di succedanei: anche evocare la grande ombra
di Montaigne sarebbe in fondo fuori luogo; ed equivoco; e così far ricorso a figure più sicure, a punti di
riferimento più certi, diciamo l'ovvio Sainte-Beuve, l’irrinunciabile Rivière; il cardinale Mallarmé.
Conosciamo la luce delle stelle che palpitano nel cielo di Bo, e benché non rifiutiamo di contemplarle e
all’occorrenza di ricorrere a qualcuna di esse per orientarci nella nostra notte, non è questa la luce che potrà
contentarci. Il cibo di cui si è nutrito lo conosciamo; almeno grosso modo; e non c’interessa davvero fare
ricorso a pese e bilancini, alle esasperanti raffinatezze della chimica e alle discutibili virtù dell’anatomista;
quello che c’interessa è la sostanza nuova dell’uomo e l’individualità irriducibile della sua parola; il miracolo
del nuovo organismo e non la meticolosa analisi dei suoi componenti. Un’altra volta sfoglieremo l’album di
famiglia; adesso dobbiamo seguire le tracce della nostra ossessione; e in questo momento ci sembra che
niente come l'ansia del nostro rimprovero possa aiutarci a restituirci l'immagine che cerchiamo di Bo; il suo
segreto; l'insegnamento che ancora cerchiamo di spremergli indagandolo.

13. Pis-aller
Lui, proprio lui che ci ha strappato alla stagione delle esitazioni, all'amore clandestino per la
letteratura, alle ambigue dilettazioni, alla pratica senza rischi del pis-aller; proprio lui che ci ha mostrato in
piena luce l'ampia dignità della letteratura come vita; proprio lui siamo costretti ora ad accusare di tiepidezza
e quasi di tradimento.
La vecchia forma dell'angoscia, quella che conduceva sull'orlo delle molte forme di suicidio,
sfociava poi nell'inquietudine della parola, e la parola bruciava, ansia di costruzione di sé e di creatività
totale; era la vita.
I pericoli di teatro e di compiacenza; tutti pericoli dell'attesa; non solo l'inerzia; né solo i pericoli per
la letteratura, li vediamo; ma non bastano a convincerci che bisognasse fuggirne. E in nome di che?
La soluzione adottata - nata dalla delusione e dalla sconfitta; e dalla paura forse; o da un senso di
sgomento che si è creduto di poter ordinare classicamente - ha dato origine a una nuova forma dell'angoscia,
un'angoscia che s'avvicina a quella che Bo chiama «pazienza e altri pena di vivere» e che si manifesta in un
«senso fisso di decadenza e di inutilità»; «tende a diventare zona assoluta di silenzio»; e nella difficile
conquista della preghiera e della pietà, un tempo evitate come pericoli di consolazione, conferisce all'uomo
una «certezza interiore» che non libera dalla «condizione del dovere» ma vince «l'orrore e lo schifo del
tempo stupido» e introduce a «un'altra nozione completamente liberata dalla servitù umana e perfetta
nell'idea della verità».34
Un'altra nozione; perfetta; e allude all'idea di Dio; ma nozione che ammutolisce e sgomenta: e in noi
sorge la tentazione della bestemmia, perché ci sentiamo spinti a rimpiangere la nozione rinnegata o almeno
negletta, quella carica di servitù umana e assolutamente imperfetta, ma della quale una volta aveva pure
sentito, e ci aveva insegnato a percepire, e amare, «il sapore d'incorruttibile».
La condizione del dovere, dice pure; ed è un dolore sentire ridotta in questi termini la letteratura
come vita.
Sarà stata esagerata quella pretesa, troppo carica di responsabilità, onera importabilia?
La preferivamo esagerata; preferivamo quell'errore alla sua correzione.
Ora sì alziamo il dito contro di lui; contro la correzione di questo errore che forse era invece l'unica
possibilità di verità. Così l'abbiamo già alzato, il nostro dito indignato, contro Tolstoi; contro Manzoni;
contro tutti coloro che in un modo o nell'altro, per una ragione o per l'altra a partire dal vecchio Platone
hanno potuto rinnegare la verità della poesia nel nome di un'altra verità; che non esiste sulla terra.
E si vede che parlo di gente alla quale la nostra riconoscenza va intera e piena per ciò che hanno fatto
per noi; in nome nostro; mentre non tengo in nessun conto coloro che hanno pensato di poter avvilire la
poesia sino a pretendere di farla servire a una verità preordinata e sin troppo terrestre. Questi sono una
volgarità; quelli un peccato: il volto di una sconfitta; di un fraintendimento o di una resa. E se la volgarità
può essere appena, nella sua rozzezza, un'insidia, un insulto violento che può appena turbarci; la tristezza per
la vera sconfitta patita dalla letteratura è immensa.
Non può consolarci che parzialmente la luce di onestà in cui la sconfitta avviene: perché quegli
uomini seri che a seguito di un doloroso travaglio interiore hanno creduto di trovare un fine più degno della
poesia cui dedicare vita e pensiero, hanno abbandonato, da Platone a Tolstoi, la loro attività poetica e si sono
dedicati al loro fine senza le confusioni gradite invece a tutte le estetiche di massa; abbiano o no riferimenti
politici.
Scarna consolazione; e tristezza così grande, invece, da riempirci interamente; tristezza così grande -
e pericolosa: sentiamo bene il rischio del compiacimento, e dunque la rovina dell'atteggiamento decadente,
crepuscolare o magari dell'estetismo addirittura - da costringerci non solo a non vedere altro, ma a sentire
come unica nostra ricchezza proprio questa sconfitta, questa tristezza. Il senso della tragedia che viviamo,
che siamo.
E di nuovo ci torna in mente la parola straordinaria di Serra:

il nostro cristianesimo, che ha perduto tutto il Dio e tutta la speranza, non ha perduto la tristezza e il gusto dell'eternità.

La tristezza, sì; la desolazione dello sguardo che contempla la sconfitta irrimediabile. E' anche vero
che il nostro pericolo più grande s'annida nelle vittorie; e che nelle sconfitte si rifugia spesso la nostra
dignità. E a questa sconfitta in particolare siamo legati. Perché senza rimedi e senza alternative.
E va bene; letteratura come vita sarà stato un progetto troppo ambizioso. E va bene; sostituiamo pure
cristianesimo a letteratura. Vedremo che nessuna delle nostre difficoltà si risolve davvero; qui sulla terra; nel
lavoro d'ogni giorno; nell'angoscia del tempo e del nostro dovere disperato di vivere da uomini. Se prima gli
onera importabilia erano per la letteratura, adesso gravano sulla vita. E, se siamo letterati, niente in fondo
cambia; o poco. Tutto, in fondo, si riprende: su un piano diverso, forse; ma forse non troppo diverso. La
necessità è la vita degna; essere uomini; interi.
Per vincere l'involucro della materia e delle abitudini, la grossolana trama di sangue e di tempo
minore bisognava e bisogna stringere in una collaborazione le parti dell'uomo (il corpo che serve la propria
corruzione e l'anima da costruire) la cui separatezza segna la nostra morte; tutte le forme della nostra morte.
L'anima da costruire. Perché l'anima non cade in noi perfetta e decisa una volta per tutte: non è un dono
celeste gratuito; l'anima è il nostro essere, fine e non principio: va conquistata nel lavoro della formulazione
di se stessi. Ed ecco; si recupera così, un poco ridotto, il senso del lavoro letterario come lavoro spirituale.
Un poco ridotto. La poesia non può più essere quello ch'era pur stata, l'unica realtà. Il punto è qui. Decisivo.
L'assoluto che Bo ha cercato assume sempre più chiaramente i connotati, che solo una bestemmia
violenta potrebbe togliergli, di Dio; e il modo di avvicinarlo è la preghiera. Una preghiera difficile; che va
conquistata anch'essa; che non ha nulla di consolatorio ma è essa stessa un modo di partecipazione; che
somiglia, un poco, alla poesia; ma non vi si apparenta; non ha con essa alcun rapporto e vive «oltre tutti i

34 Carlo Bo, Introduzione a L'assenza, la poesia, cit., pag. 29.


segni della poesia». Completamente spodestata, la poesia: né assoluto o sogno d'assoluto, né ponte verso
l'assoluto. Solo una cosa tutta umana.
E a questo punto vediamo interamente la nostra cecità; e la profonda ragione di Bo; la nostra accusa
non era che gelosia; rimprovero per averci spiazzato con la sua ricerca. Per averci umiliati con la sua
intelligenza, accecati con la sua verità.
In fondo, non lo abbiamo sempre rimproverato, dentro di noi, di fare confusione fra il livello della
religione e quello delle cose umane? E allora, perché lo rimproveriamo anche e anzi con particolare asprezza
quando fa chiarezza e separa nettamente, come a noi è sempre apparso necessario, i due livelli?
Il cerchio del discorso di Bo si chiude su se stesso, in verità, con perfetta coerenza: a un livello più
alto del punto di partenza e dunque in una chiusura solo apparente che rivela non la forma statica e
soddisfatta del cerchio immobile ma la forma dinamica, inquieta, inarrestabile dell'elica, della spirale: che dà
il senso del movimento nella fedeltà a se stesso, al proprio asse.
La poesia, ch'era stata l'ambigua divinità dell'uomo, viene ora da un certo punto di vista ridotta non
dirò a pis-aller né a pura vanità ma a occupazione interamente umana e seppure altissima, la più alta in
questi limiti, incapace di uscirne; averla considerata la via la verità la vita è stata una bestemmia. Forse una
bestemmia generosa; ma che poteva condurre alla perdita dell'anima. Perché l'uomo non ha altra verità, altra
via, altra vita che Cristo.
Da un altro punto di vista, però, la poesia viene elevata vertiginosamente a «termine segreto di ogni
creatore», quasi modello di Dio; e in verità, nel cuore segreto di Bo, al di là delle elaborazioni concettuali,
non saprei quanta distanza sia stata messa realmente fra la vecchia e la nuova concezione di poesia; non
saprei insomma se alla posizione imposta dalla ragione abbia mai aderito pienamente il cuore.
Capisco che questa distinzione di cuore e ragione apparirà goffa e forse illecita; ma la azzardo lo
stesso; perchè non saprei esprimere altrimenti il dissidio, il dialogo interiore che intuisco irrisolto in Bo. Il
dialogo interiore. L'intima maieutica nella quale si fonda l'unità dell'uomo.

14. Letteratura come eresia. Un discorso che non crede alle proprie parole
Bo può alludere al proprio lavoro come a «un discorso che non crede alle proprie parole»; definirlo
insomma un discorso immerso nella perplessità, nel dubbio; nel disincanto magari o più precisamente nella
disperazione. «Un discorso che non crede alle proprie parole»: sembra un'ironica presa di distanza; ed è; ma
soprattutto è il movimento di chi cerca la distanza giusta per mettere a fuoco le cose, la verità: Bo deve e
vuole tuttavia rivendicare al proprio discorso, con onesta lucidità e si direbbe persino con sorpresa
(«nonostante», dice), due meriti; che potrebbero sembrare contraddittori; e scaturiscono da movimenti dello
spirito che rispondono a esigenze diverse. Almeno così pare a me.
Il primo merito che Bo si riconosce riguarda una vittoria del pensiero puro - sia o no esercitato nella
sfera della teologia -: consiste nel superamento di una posizione concettuale che se non poteva dirsi sbagliata
in sé s'apriva all'errore, la concezione orgogliosa ed eretica insomma della letteratura come vita.
Il secondo merito che Bo rivendica alla propria azione mi sembra invece testimoniare il rispetto delle
ragioni del cuore, o dell'istinto se si vuole, ovvero il permanere dell'esigenza profonda che s'era espressa in
quella cara e necessaria eresia: sta nell'avere «illuminato anche dei temi eterni che costituiscono l'unica
sostanza della nostra carne quotidiana». E fra questi temi eterni, - altrove aveva detto «le nostre domande più
gelose» - a me sembra d'intravedere, accanto alle figure più solenni, fosse pure soltanto come nostalgia o
rimpianto, l'avventura ardita e generosa della letteratura come vita; la letteratura come ansia, via, presagio
almeno d'assoluto.
E può darsi che mi sbagli. E mi rincrescerebbe. Ma se anche fra questi temi eterni non dovessimo
annoverare, come a me piace credere, la letteratura come vita, questo non toglierebbe che un piccolo
frammento al dialogo continuo e serrato che in Bo avviene fra le esigenze portate dal cuore e quelle
rappresentate dalla ragione.
Sì, mi accanisco attorno a questi temi come attorno a un punto cruciale; e forse è soltanto
un'ossessione; o più semplicemente ancora vana pedanteria. Non è difficile pensare che ciò che conta di Bo
non si troverà qui, in questi calcoli un po' maniacali; e cerchiamolo altrove, allora. In quello che avrà potuto
insegnarci; o in quello che avrebbe potuto insegnarci se noi fossimo disposti a imparare qualcosa.

15. Il vero e il bello


La prima cosa che Bo ci insegna è (paradossalmente?) la diffidenza verso la letteratura; per la
letteratura, s'intende, che non è vita; per la letteratura che non è interrogazione, ricerca di verità, che non
discende e non risponde a una necessità dello spirito. E poi poco importano le soluzioni particolari. Nessuno
come lui ci ha parlato, quanto a questo, così chiaro; e ci ha fornito esempi così precisi e convincenti; pagine
così brucianti.
Straordinaria e unica l'intensità della sua lezione di letteratura come vita, cioè come fatto religioso; e
lasciamo perdere i dettagli e i sottili distinguo, le ritrattazioni e le complicazioni, le modifiche o
eventualmente le contraddizioni che in fondo non fanno che rendere più ricco e felicemente complesso e
inesauribile il fatto della sua presenza, e dell'insegnamento che in essa si attua.
Egli ha provato ad attrezzarci contro i pericoli sempre facili e sempre mortali del teatro,
dell'estetismo e del sentimentalismo; della calligrafia e del compiacimento intellettuale, insomma contro tutte
le forme, più o meno raffinate che può assumere la nostra insincerità; la bella pagina, il bel capitolo sono
vanità, giochi che non riguardano la letteratura che ci propone; e se pensiamo a letteratura come vita ci
accorgeremo anche noi della distanza tra la serietà dell'assunto e la futilità di certe realizzazioni.
Nessuno come lui ci ha mostrato l'anima nuda della poesia; la straordinaria dignità della letteratura,
l'elemento di rischio e di salvezza; la sua profonda ragione.
I valori formali sono autentici quando collaborano alla ricerca, all'espressione della verità. Il bello è
il vero, si potrebbe dire forzando la mano a Bo, che da uomo serio rifugge dalle formulazioni troppo facili; e
a ragione. Così come a ragione rifugge dalla formulazione di un'estetica dogmatica e costringe alla lettura, e
vedremo in uno dei saggi che abbiamo raccolto qui, quanto seria e impegnativa.
Lui ha ragione, lui crea il suo mondo; ma per noi che lo dobbiamo esplorare la semplificazione di un
simbolo diventa inevitabile; e siamo costretti a cercare modelli e meccanismi come strumenti per orientarci;
nessuna carta geografica ripete il mondo; ma nessuna esplorazione del mondo è poi possibile senza una carta
geografica; e si potrebbe pur dire che le esplorazioni si fanno proprio per disegnare le carte.
E dunque semplifichiamo, semplifichiamo, faremo poi i conti coi nostri modellini.
E' una frase suggestiva e forse con qualche speranza di verità quella con la quale proviamo a definire
il bello come il volto della verità. Ma potrebbe essere solo una frase, e il suo contenuto di verità soltanto una
speranza; o peggio una finzione. Diremo allora con Bo, più cautamente, che il bello c'interesserà sempre
meno del vero; o che insomma l'unica bellezza che ci commuove è il senso della verità scoperta e posseduta.
Ma su questa strada non si potrà fare a meno d’incontrare infine in qualche forma, esplicita o implicita, la
conclusione che l’unico bello è il vero.
Certo, riconoscere il vero non sarà più facile che riconoscere il bello; al contrario; per il bello
disponiamo di un codice di illusioni venerabile; e possiamo pur sempre affidarci all'esperienza dei sensi; per
riconoscere il vero non abbiamo niente; niente altro che noi stessi, con la nostra spaventosa disponibilità alla
falsificazione; nemmeno l'ombra di un criterio che ci rassicuri. Le stesse illusioni che siamo pur sempre
pronti a farci, prive della collaborazione compiacente dei sensi, sono facilmente messe in discussione dal
dubbio, l'unico nostro strumento autentico e serio.
Sì, forse non saremo mai certi dei risultati; saremo largamente esposti alla disperazione e alla
sfiducia: e qui saremo misurati: a seconda dei nostri cedimenti; falliremo; e questa è l'unica, crudele certezza
che possiamo avere in partenza; non ci resterà da scoprire altro, forse, che l'entità del nostro fallimento; e
forse nemmeno questo, perché non esiste una pietra di paragone della verità; ma non è ciò che importa; ciò
che importa è la ricerca; e in questa avremo il vantaggio d'essere liberi, radicalmente svincolati da ogni
rettorica, da ogni regola scolastica e insomma saremo meglio difesi dall'insidia mortale del pregiudizio che
spesso lega le estetiche e acceca, come ogni sistema e ideologia, gli uomini che vi si accomodano.
Il vero richiede la collaborazione della nostra anima più limpida, della nostra assoluta libertà e onestà
interiore. Unico imperativo: feroce: non mentirci. Poveri noi. Che la menzogna è la nostra aria e il nostro
sangue, e la nostra stessa lingua. Poveri noi.
Vorremmo, di fronte a Bo, di fronte al suo incessante rovello, esercitare quello che abbiamo
imparato a considerare il nostro diritto di spettatori: stare ad osservare; e applaudire alla fine dello spettacolo.
E non possiamo. Qui non c'è spettacolo. Non c'è una sala dalla quale uscire, svagati, in una bella sera. Qui
non c'è, ferocemente, che una sola vita. Quella di tutti, che Bo, impietosamente, illumina con tutto se stesso,
con tutta la sua luce interiore, con la sua parte di verità raggiunta, con la sua angoscia, con la sua inesausta
capacità di affrontarsi e ferirsi. Oh, non c'è dubbio, riusciremo pure, un dato momento, a trovare il varco
della distrazione e della dimenticanza; ma intanto non possiamo: quell'ansia di verità, quella sofferenza, noi
siamo costretti, orribilmente, a condividerle. Costretti a rabbrividire nella tremenda semplicità delle sue
accuse; a seguire il maestro di verità nella vertigine delle sue domande; a gemere nella moltitudine di specchi
ch'egli alza contro di noi; severo e soccorrevole.
Nessuna voce, da molto tempo, avevamo sentito così carica di dolore; così priva di consolazione;
così compiutamente disperata; così viva. E così limpida. Possiamo persino credere, a volte, che riusciremo a
sederci sulle rive della sua intelligenza.
Sappiamo, naturalmente, che non saremo capaci di sciogliere in noi tutte le implicazioni del suo
insegnamento; che lo fraintenderemo; e qualche volta lo tradiremo volontariamente; sappiamo troppo bene
quanto poco riusciremo a trattenere in noi, anime piccole e bucate, del flusso di vita che ci proviene dalle sue
parole; quanto lievemente le sue sollecitazioni scalfiranno la superficie della nostra inalterabile durezza; ma
sappiamo che se una forza potrà incrinare e forse smuovere il rozzo macigno della nostra indifferenza; se una
parola potrà almeno bagnare le labbra della nostra sete sarà la sua parola, la sua forza.
E ora finalmente, sì, proprio soltanto adesso, ci sembra finalmente ci comprendere il senso di quello
spostamento d'accenti e sfumature al quale ho alluso qualche pagina addietro.

16. Letteratura come rischio


Sì, letteratura come vita non ha mai cessato di agire in lui, dal primo giorno; ma in un primo
momento l'accento - l'accento, cioè la forma dell'errore crudele e inevitabile - cadeva su letteratura; poi - Bo
è l'uomo più disposto al mondo ad abbandonare le proprie conquiste e a mettersi in discussione intero - lo
spirito dell'inquietudine, l'ansia della ricerca, la sete di verità agirono: e venne quella modifica di
illuminazione che ho potuto rimproverargli e che portò alla prima ribalta la vita.
Non capire è la cosa più facile. Ho potuto rimproverargli di avere tolto dignità alla letteratura; e non
mi sono accorto fino a che punto invece la nuova luce gliene conferiva: occorreva uscire dalle secche delle
storie letterarie; rompere le cristallizzazioni di polemiche, equivoci, odi e amicizie che il successo stesso del
movimento ermetico, di cui Bo come si sa fu guida e coscienza, tesseva attorno al nucleo spirituale che
conferiva senso e verità a quella letteratura; letteratura come vita, sì; ma la letteratura stava diventando una
terribile prigione; il pericolo più grande. E non solo per l'anima, come ho potuto credere, sviato da alcune
parole di Maritain che m'era sembrato di leggere in filigrana sotto certe preoccupazioni di Bo; ma per la
stessa verità della letteratura come vita.
Sì, ora comprendiamo pienamente questa necessità di distruggere alla radice la causa dell'equivoco,
togliersi dalle mani dei professori, sfuggire alla dimensione soffocante e mortale delle lotte fra scuole, fra
estetiche; che ripiombava tutto nell'orrore del tempo stupido e toglieva dunque ogni ossigeno alla letteratura
come vita.
E dobbiamo nuova ammirazione a Bo: per non aver esitato un istante ad affondare la barca che
rischiava di portarlo fuori rotta.
In verità era così semplice in lui e naturale quest'atto di coraggio che sono tentato di assolvere me
stesso per non averlo visto subito; così scontato nel panorama interiore dell'uomo ch'era persino lecito non
rilevarlo, e andare oltre; ma non rilevarlo conduceva a uno sfocamento d'immagine che, se anche non muti
troppo le condizioni della visione, deve pure essere denunciato.
Non posso evitare le accuse che il lettore mi muoverà; riconosco l’errore cui la miopia dei miei
sguardi ha condotto e me ne faccio carico senza dissimularlo; tuttavia non farò nulla per tentare di
correggerlo. E non solo, credo, per pigrizia e debolezza dell’intelligenza. Il fatto è che non voglio.
Tentare di depurare questo testo - ch'è nato e cresciuto su se stesso nella perplessa atmosfera del
dialogo - delle sue incertezze e delle sue ombre condurrebbe a una falsificazione che non saprei accettare; la
difficoltà di comprendere, che si traduce in una approssimazione insufficiente al vero che possiamo chiamare
confusione o schiettamente errore, costituisce una verità che non va nascosta: è il modo in cui s'è attuato il
nostro avvicinamento a Bo; senza le pieghe di questi errori la mia lettura, già povera, sarebbe
intollerabilmente semplificata; in ogni caso sarebbe meno mia.
E insomma, non si tratta poi solo di questo; quei nostri rilievi, per quanto eccessivi e ingiusti e viziati
dalla luce polarizzata della nostra ottusità, contenevano pure una parte di vero; che abbandoniamo ai calcoli
del lettore.

17. La parte dell'ingratitudine


Del resto, una parte di ingratitudine e magari di ingiustizia ci è necessaria per non appiattirci troppo
sulla figura di Carlo Bo. Al quale riconosciamo d'essere legati da un affetto speciale; affetto cui peraltro ci ha
obbligati, noi riluttanti, con lo scialo generoso delle sue molte virtù.
Anche Serra, al quale lo lego nell'omaggio dovuto di questo volume, mi ha estorto affetto e
ammirazione. Ma c'è affetto e affetto. Ammirazione e ammirazione. A Serra, infine, come non volere bene?
E come non inchinarsi alla limpidezza quasi sfrontata del suo genio? Ma il nostro rapporto con lui è pur
sempre quello, intriso d'una qualche robusta diffidenza, che possiamo intrattenere con un amico pericoloso.
Mentre non conosciamo figura d'amico più sicura di quella di Bo, alle cui mani affideremmo volentieri, se si
potesse, la nostra anima, la nostra vita intera.
Non si può; la nostra dignità di uomini dobbiamo costruirla, disperatamente, in noi; nell'assoluta
solitudine della nostra desolazione. Ma, grazie a lui e a una dozzina d'amici come lui, non del tutto privi
d'assistenza e d'orizzonte.
Sì, i grandi nomi li conosciamo tutti; inutile ripeterli; ci hanno assistito sin dalle prime esperienze,
affannose e inebrianti, di lettura. Ci hanno seguito e sorretto negli anni della disordinata formazione; e poi
per sempre; ma nessuno si era mai chinato verso di noi con tanta premura; nessuno aveva mai compreso tutta
la nostra feroce debolezza; nessuno ci aveva mai parlato con una voce così severa e preoccupata. Sì, maestri
ne abbiamo avuti tanti; e straordinari; le povere risorse del nostro amore non basteranno certo a colmare il
debito che sentiamo di avere con coloro che hanno accettato di seminare se stessi sulla dura pietra della
nostra ostinazione; ma non ricordiamo uno che al pari di Bo si sia spellato con tanto accanimento le mani sul
nostro stesso tempo, nell'assalto quotidiano alle nostre viltà; nessuno che come lui abbia saputo affrontare il
problema all'ordine del giorno con l'accento dell'eterno. Bo non ha mai tentato di convincerci: ci ha offerto la
sua vita - la sua parola - come testimonianza e soccorso nella lotta, alla quale ci impegnava, contro lo
squallore della condiscendenza e dell'abitudine: e ha tentato di insegnarci quello che ancora non abbiamo
potuto imparare: come vincere la tentazione del teatro nel magico e sofferto maturarsi di un solo verbo.

18. L'oggetto
Il nostro compito, oggi, è più difficile che mai. Oggi l'uomo deve non solo combattere l'oggetto fuori
di lui, l'oggetto che c'è sempre stato, che l'affascina con le lusinghe del nulla. Oggi, se ancora ce ne resta la
possibilità e la forza, se ancora rimane uno spazio ove lottare, dobbiamo impegnare noi stessi nella lotta più
difficile, quella contro l'oggetto che stiamo diventando. Nelle fessure che ancora restano di libertà e di vita
nell'involucro di dimenticanze che sta trasformando in duro sasso la nostra carne più tenera dobbiamo
cercare di colare la nozione della poesia; che fermi e faccia regredire, se ancora potrà agire, la morte
definitiva dell'intelligenza e della spiritualità; della dignità umana; la totale confusione dell'uomo nella merce
o la dissoluzione pura e semplice del suo essere.
Parlo della poesia. E sfido il rischio della bestemmia. Affermo che Dio non basta. A salvare l'uomo
occorre la collaborazione dell'uomo. Il Singolo invocato da Kiekegaard.
Il Singolo contro la Folla; e sono due dimensioni dell'uomo, non tanto facilmente staccabili in
numeri; perché il singolo ha dentro di sé la Folla. E in questa lotta contro la Folla, figura della morte, il
Singolo non ha alleati, nemmeno Dio; è in questa paurosa e solenne solitudine che si decide la vittoria o la
sconfitta, la dignità o la volgarità. E in questa solitudine tutta terrena - assistita o no dalla grazia di Dio è
quanto si saprà dopo la morte - l'uomo per costruire se stesso non può contare che su attrezzi umani;
l'intelligenza; la volontà; la sensibilità del cuore; la fatica dell'onestà. L'arte; la poesia.
La preghiera non basta.
Dico dei credenti, s'intende, agli altri questo soccorso, o questo peso in più, non è concesso. Ma
anche per i credenti la preghiera non è che un soccorso - o appunto, un handicap. Essa sarebbe sufficiente
soltanto se la salvezza si decidesse nel chiuso di un cuore; ma la salvezza avviene nell'agonia, passa
attraverso lo scandalo, il rischio di perdere l'anima. Nella lotta insomma del singolo contro il mondo.
Nell'indipendenza. Nella vita.
Cristianesimo come vita.
Poiché non altrimenti che nella vita l'uomo può dare testimonianza di sé; quella testimonianza che gli
è richiesta; non altrimenti che nella polemica; e s'intende che parliamo di polemica nel senso più ampio e
degno, della guerra contro l'oggetto, contro il nulla. Polemica della parola, del verbo, del senso contro il
deserto del tempo stupido che avanza, che stende il manto dell'insensatezza sugli atti degli uomini, sulle
parole degli uomini che hanno accettato di farsi inghiottire dall'oggetto, dalla Folla.
Polemica del cuore contro la ragionevolezza. E polemica dell'intelligenza contro la ragionevolezza.
Polemica della poesia contro la non-poesia.
Se questo è il quadro delle nostre esigenze; del nostro dovere; se la poesia è il nostro bisogno vitale e
decisivo, non potremmo desiderare preparazione alla poesia, collaborazione alla poesia più intensa ed
efficace della parola di Bo, così attenta al mondo e al cielo, così ricca di segreto e di allusioni: poesia essa
stessa, profondamente radicata nell'essere, nel mistero, sospesa nella fatica della costruzione di senso,
formata nello sforzo di sciogliersi dalle catene dei comuni vocabolari, talvolta fulminata dalla grazia
dell'illuminazione.
19. Professori e no. Chiaro e oscuro
Oh, le conosco, fanno parte delle mie amarezze le ironie che i professori, coloro che sanno già tutto
in anticipo, si sono permesse sul linguaggio ermetico. Sì, è stato un dolore o almeno una scorante delusione
lo spettacolo dei Flora, dei Russo e di tanti o pochi altri che ci erano sembrati degne persone e che abbiamo
visto con sgomento avvilirsi nell'esercizio meschino del sarcasmo contro ciò che non riuscivano a capire.
E già prima, Croce che arrancava orgogliosamente attorno a Mallarmé senza riuscire a salirne le
prime balze, era stato una pena del cuore; perché le chiusure dell'intelligenza sollevano tutta la polvere della
mia malinconia; e lo spettacolo di chi, rinserrato nella stanza gelosa delle proprie certezze, s'avventa al
mondo battendo il capo nel vetro che non vede, non riesce a strapparmi l'ombra di un sorriso.
Il linguaggio dell'ermetismo ha subìto tutte le accuse. Dalla più banale, d'essere uno scherzo, alla più
insidiosa, d'essere la divisa d'una scuola. E non si è mai trattato che di uno strumento. «Uno strumento di
scoperte - un operatore, come l'algebra - o piuttosto uno strumento di esposizione e deduzione di scoperte e
osservazioni rigorose.»35
Del resto, s'intende, se si storicizza il movimento, se si guarda alla scuola che finì pure per essere, a
suo dispetto e contro tutte le proteste di un Bo, ci sarà pure stato chi abbia ceduto al fascino molle della
moda; e abbia trovato comodo indossare i panni della divisa e cercare di ereditare le ricchezze conquistate
dagli altri, piuttosto che condividerne gli sforzi; e chi abbia inteso il rischio connaturato alla ricerca nel senso
economico di investimento del proprio capitale anziché in quello tragico di avventura autentica dell'anima
partita in un viaggio senza orizzonti.
È anzi probabile che, come accade, gli orecchianti abbiano finito per essere maggioranza; anche se
l'ermetismo non s'è mai offerto ai palcoscenici, come altre rivoluzioni; non ha mai cercato un pubblico: come
poniamo il futurismo; o il surrealismo, che fu pure un fenomeno assai serio; e nemmeno, in fondo, come il
simbolismo, dalle cui costole gli storici della letteratura lo fanno discendere.
Contrapporre o vantare in faccia a coloro che non lo capirono il patrimonio di risultati che
l'ermetismo poté offrire alla nostra letteratura - il più ricco e autentico, se andiamo a leggerci i testi poetici,
del nostro secolo - sarebbe inutile e insensato; gesto troppo somigliante a quello del contabile o del
mercenario che vanta il bottino conquistato per essere significativo su un terreno spirituale; in ogni caso
gesto non autorizzato in questa sede, ove non avrei voluto nemmeno pronunciare la parola ermetismo; non
per posa snobistica, almeno così mi lusingo di credere, ma perché il livello della storia della cultura,
rispettabilissimo del resto, non mi riguarda; il Carlo Bo che m'interessa non è quello volgarizzato o
volgarizzabile in manuali o enciclopedie; non il caposcuola, ma il maestro di verità, il Carlo Bo lettore di
anime.
Del resto, non si tratta solo di questo; per rifiutarsi al gioco equivoco della tassonomia vi sono
ragioni più profonde del capriccio o del gusto o magari d’una personale insofferenza; v’è intanto il desiderio
di sottrarsi a un’operazione magica che denuncerebbe intera la nostra stupidità assieme alla nostra colpa; il
desiderio di allontanarsi e distinguersi il più nettamente e radicalmente possibile dall’equivoca ingenuità - o
dalla schietta volontà di confortevole imbroglio - di chi vorrebbe abolire il rischio dell’avventura, la fatica
del confronto e della lotta con la realtà del pensiero e dell’opera viva e ribollente, con la vita insomma,
sostituendo l’esperienza della verità, il pericolo dell’errore con l’elegante asetticità di un nome ben scelto e
accuratamente appiccicato.
Ma c’è di più. Se considero con dispetto e diffidenza ogni nomenclatura, non è solo perché non credo
alle virtù magiche del nome, ma anche - e diciamo al contrario - perché ne conosco tutta la potenza
illusionistica: perché conosco sino in fondo la nostra disponibilità ad abbandonarci a una pigra superstizione,
ad accettare - con tutta la naturalezza della buona fede - di identificare il nome con il vero, il catalogo con la
conoscenza, l’etichetta col contenuto del barattolo.
Ma c’è di più ancora; e peggio. Io pretendo di sottrarmi a ogni discussione circa il contenuto del
barattolo; e non solo perché in ogni disaccordo di classificazione subodoro la riproposizione dell’eterna
questione nominalistica. Vedo con malumore e sdegno alzare attorno a Bo i recinti dell'ermetismo perché
sospetto lo si voglia imbalsamare nella gloria d'una stagione letteraria, rinchiuderlo fra le pagine d'una storia
letteraria come una pensée.
E invece io voglio che Bo continui ad aggirarsi come un toro nella luccicante cristalleria della nostra
anima: e mandi in frantumi i ninnoli delle nostre compiacenze; voglio che intorpidi le acque troppo nitide
della nostra distrazione; che alzi verso di noi i suoi occhi, ove possiamo leggere, come negli specchi

35 Paul Valery, Quaderni, vol. II, ed it. Adelphi, 1986, pag. 11.
impietosi che abbiamo cercato di eliminare dalle nostre stanze, la nostra vergogna; voglio che Bo cammini
libero perché a ognuno possa toccare la rischiosa fortuna d'incontrarlo.
Il suo linguaggio, lamentano, è difficile. Oscuro. O almeno spesso lo è stato. Sì. Ma tentiamo di
liberare una domanda; proviamo a chiederci per esempio se siamo proprio certi di sapere che cosa
significhino i termini «chiaro», «oscuro», «facile», «difficile», che adoperiamo con leggerezza non
autorizzata.
Poveri noi, se non ci ha mai morso il cuore il sospetto che il massimo di oscurità - ovvero il massimo
di insignificanza, il massimo vuoto di comunicazione e di espressività - non risieda proprio nel vocabolario
quotidiano, col quale fingiamo soltanto d'intenderci e di parlarci. E non ci sfioriamo nemmeno; e tantomeno
sfioriamo una verità. Sì, poveri noi, se per questo non abbiamo mai sentito il bisogno di vivificarci con le
parole di un poeta.
E questo famoso linguaggio oscuro, e certo tessuto più per via d'allusioni che di logica, più mirato
alla verità che alla grammatica; questo linguaggio che può sconcertare e turbare se lo si affronta da pedanti;
questo linguaggio oscuro, se accetteremo di lasciarcene invadere e guidare, scopriremo presto come sarà con
noi prodigo di illuminazioni e di dolori; come riuscirà a parlarci; a entrare in comunicazione con il segreto
che è in noi, e a risvegliarlo; come saprà far dolere e ruggire l'ignoto che può avvelenarci o nutrirci.
È qui sospeso il nome di Mallarmé, meravigliosa avventura, la più limpida e feroce forse di tutta la
storia della letteratura. Non potevamo infine non pronunciarlo; e lo facciamo più per riconoscenza o in
qualche modo se si vuole in obbedienza a un obbligo che per la speranza di poter trarre dal nome e dall'opera
di Mallarmé un contributo alla conoscenza di Bo. Il suo rapporto con l'uomo di Valvins è noto. Ma forse
qualcosa può dirci lo stesso.
Mallarmé è certo uno dei numi eterni di Bo; costante orizzonte; ma se stiamo attenti vedremo, forse,
che al momento del crocevia, al momento che abbiamo potuto dire, certo forzando un po' le cose, della
conversione di Bo, troviamo sì ancora e sempre Mallarmé, ma contemplato da un punto di vista diverso;
sempre la stessa pagina, ma letta con altri occhi.

[...] la lezione che non smette di darci consiste proprio nelle indicazioni che ci dà delle parti morte di noi stessi,
della non-necessità di certe soluzioni spirituali e soprattutto noi leggiamo questa lezione nel rapporto dell'angoscia e del
silenzio, del nome rifiutato e dell'ultima rovina. Il Mallarmé più importante è in un certo senso quello evitato o almeno
non tentato: il silenzio con cui copre tutto il tempo dei suoi tormenti e delle delusioni va molto in là nei nostri cuori,
vuole dire che la strada buona è un'altra, che non ci si può sostituire a Dio. [...] In questo senso l'ermetismo godeva di
una maggiore esperienza dal momento che nelle sue conoscenze c'erano illustrate le voci di certi errori, la delusione di
certe strade e insomma tutta l'esperienza che si può trarre dalla guerra perduta degli altri. Se non che non basta neppure
questa dottrina indiretta e in qualche modo inventata per conquistare di colpo la verità e allora anche l'ermetismo
scontava nella sua prima pronuncia l'intero capitale ereditato e si ritrovava da solo di fronte alle stesse difficoltà, forse
più accorto dei pericoli a cui andava incontro, delle rinuncie che faceva per la tranquillità della vita dello spirito.36

Che non ci si può sostituire a Dio, questo l'avevano imparato subito; fu certo uno dei loro punti di
partenza; nessuno di quei giovani volle essere Dio; si limitavano a cercarlo. Ma lo cercavano nella poesia;
con la poesia; e qui incide la crisi. E qui forse - ricordiamo le parole severe, terribili di Maritain - soccorre
l'esempio di Mallarmé, ripensato nella luce drammatica del suo fallimento; il fallimento della poesia più alta
aiuta a ridimensionare l'eccesso di carico ch'era stato fatto sulla letteratura; aiuta a prendere le distanze dalla
poesia o almeno a resistere meglio a una tentazione d'abbandono alla poesia. Mallarmé combattuto con
Mallarmé. Mallarmé riletto attraverso le preoccupazioni di Maritain.
E non ci siamo ancora; bisognerà allora dirlo più chiaramente: Mallarmé riletto attraverso il prisma
di Cristo. Questo nome, questo grumo di difficoltà, ho cercato sinora di evitarlo; o di sfiorarlo appena; e non
era possibile. Perché si tratta infine del centro autentico delle preoccupazioni di Bo, non una distrazione o
una consolazione dell'anima ma un orizzonte e la ragione rovente della vita. La propria identità. Un nome
difficile da pronunciare, il più difficile. Perché non si lega all'ordine del discorso che ci occupa, quello della
letteratura; e insieme però lo determina nella maniera più decisiva.
«Cristo non è cultura» ci ricorda Bo; è vita. E per questo anche l'equazione letteratura come vita
diventava terribilmente difficile da sostenere; e tuttavia sempre necessaria; sempre il nodo che non si può né
sciogliere né tagliare; e se diciamo l'attesa, la poesia, inutile farci illusioni, non cambia niente, si tratta
sempre di mettere insieme ciò che è cultura con ciò che non lo è; si tratta sempre di caricare la letteratura di
onera importabilia, cercare di scavare la nostra vita nella carne di Dio. Perché tu, Dio, sei la poesia. Di qui

36Carlo Bo, Introduzione, op. cit., pagg. 22-24.


discende la scelta segreta, decisa ma mai proclamata nella bestemmia di una formula, di cristianesimo come
vita.

20. Problemi di estetica e di vita


Una formula, cristianesimo come vita, della quale mi servo non senza esitazione ma anche, credo,
non senza una qualche giustificazione. per alludere a una scelta impegnativa di tutto l'essere: scelta
orgogliosa e umile insieme: scelta che è sin dall'inizio nella carne di Bo ma che si vuole anche come
soluzione di un groviglio di problemi difficili e decisivi; problemi che, al solito, non riguardano né una
filosofia né una letteratura; né la scelta d’una dottrina né quella d’una scuola, ma s’impongono come
necessità bruciante sul terreno delle scelte di vita. Urgono nel bisogno di stringere a unità nella carne
pensante dell’uomo integro la dimensione religiosa dell’essere (e anzi più precisamente il rispetto della
parola di Dio) e una speranza di sacralità tutta umana (e diciamo pure l'amore per la parola profana della
poesia); e poi la disperata necessità, la sfida drammatica e terribile: mantenere questa difficile conquista,
questa incerta unità eventualmente raggiunta, far coesistere entrambe queste forme pur diverse di spiritualità
e di vita col tempo minore, il tempo della storia e degli eventi; il tempo in cui pure vivono e soffrono gli
uomini.
Impegno necessario e tremendo; e unica scelta degna dell’uomo: quella che sposta radicalmente sul
terreno dell'esistenza tutti i problemi e lì, nella rete del sangue e dei giorni, li affronta. Non so, non saprei
dire se anche pretenda di scioglierli; ma certo lì, nella vita e non nello studio dell'artista o nelle pagine del
filosofo, vuole affrontarli: con tutta la persona. E' l'agonia del cristianesimo di cui parla Unamuno;
l'angoscia, il timore e tremore di Kierkegaard. E dietro ancora c'è l'esempio di Pascal.
Scelta difficile; votata al continuo confronto col proprio scacco: e al fallimento se non come esito
necessario certo come rischio immanente in ogni gesto; nondimeno scelta obbligata obbligata per chiunque
non voglia negare la propria complessità umana riducendosi alla sola vaga componente intellettuale; per
chiunque non voglia limitare la propria religiosità a mera osservanza cultuale e cioè a esteriorità; o a puro
dialogo con se stesso cioè misticismo.
Scelta obbligata; intima necessità; ma soluzione impossibile: perché ogni passo nella conoscenza,
ogni conquista di verità apre nel tessuto dei nostri poveri giorni più problemi di quanti non possa risolverne e
spalanca l’uomo alla piena esperienza del tragico. Esperienza che è peraltro forse la forma concreta del vero
raggiungibile: cognizione del dolore, per rubare la parola di Gadda.
Parlare di un esistenzialismo di Bo è insieme necessario e fuorviante. Necessario. Perché è la vita per
lui il luogo in cui si decide la verità. La vita: carne, Verbo, Spirito. Una piccola immagine di Cristo. La più
alta ottenibile qui. La vita; e nient'altro; perché non c'è altro luogo possibile in cui possa specchiarsi, qui, la
nostra immagine, la nostra verità. E insieme la verità eterna, il volto di Dio.
Se siamo in grado di contemplare la paurosa complessità di questo concetto (di questa realtà), ci
avvicineremo a comprendere il senso vertiginoso di letteratura come vita. E se siamo in grado di fare questo
comprenderemo anche come sia pericolosamente fuorviante parlare di un esistenzialismo di Bo: non solo a
causa delle volgarizzazioni post-sartriane; ma ancor prima e assai più radicalmente, proprio a causa della
formulazione filosofica dell'esigenza esistenziale: quand'anche sia operata dai filosofi più onesti e animati
dalle migliori intenzioni; e pronunciamo i nomi di Marcel, Berdiaiev, Jaspers; o magari Heidegger; o lo
stesso Maritain che parla di Tommaso.
Ma se passiamo su un altro terreno; e accenniamo all'opera di Pascal, di Dostoevskij, di Unamuno, di
Mounier; anche di un Guardini forse; se rompiamo cioè i connotati scolastici, gli schemi dottrinari e
torniamo al contenuto di lotta per la verità; all'orizzonte cristiano; se dall'aggettivo insomma passiamo al
sostantivo, allora parlare di esistenzialismo e cioè meglio di impegno esistenziale, di dialogo e agonismo, di
rischi assunti nel vivo della carne e dell'anima, ridiventa non solo lecito ma specchio di una verità essenziale.
Letteratura come vita è già espressione di questa scelta esistenzialista, allude al libro fatto di carne;
al libro scavato nella verità, conquistato nella verità; che è angoscia e dubbio e sofferenza scontata nei propri
giorni, giorni della vita e della creazione poetica.
Se abbiamo capito questo, se abbiamo capito fino in fondo questa totale unità fra l'uomo e la sua
opera, potremo finalmente comprendere quello che ci ha sempre lasciati un po' perplessi, in lui come nel suo
maestro Sainte-Beuve, contro il quale qualche volta ci siamo permessi di sottoscrivere le osservazioni di
Proust: perché non ci sembrava lecito mescolare l'uomo e l'opera. L'opera, abbiamo sempre detto, è tutto ciò
che può interessarci dell'autore; comunque tutto quello che egli può dirci è lì e non altrove; e solo con ciò che
un uomo ha espresso - in arte o filosofia - è lecito colloquiare.
Ma Bo va oltre. E ha ragione lui. Che osa rischiare; che non teme di esplorare anche lo spazio
enigmatico del silenzio. E proprio nei saggi su Serra che presentiamo, avremo la possibilità di seguirlo in
questa avventura; di spiarlo mentre rovista non nel cassetto degl'inediti - ch'è questa è un'operazione che Bo
non compie mai, egli è tutto ciò che un filologo non è; un lettore d'anime - ma nel sacco delle parole non
pronunciate, nel baule delle cose taciute.
Noi non oseremmo farlo. Esploratori d'anime, non possiamo essere. Non possediamo la sua forza, il
suo coraggio, l'estensione e la capacità di penetrazione della sua intelligenza. Ma sappiamo, infine, che ha
ragione lui. E per saperlo ci sarebbe bastato capire meglio Mallarmé; o Montaigne; o il vecchio Bayle; o...
Ma non è davvero una questione d'erudizione, ci sarebbe bastato capire il segreto dell'ultimo capitolo del
Don Chisciotte, quel sonno rigeneratore dell'eroe che a molti è parso così banale, un mezzuccio indegno del
genio di Cervantes; ed era invece uno scrigno di senso.
Non diciamo l'ovvio, che senza lo spazio bianco del silenzio non sarebbe possibile il discorso; ma
pensiamo al silenzio in sé, alla sua potenza espressiva. Terribile potenza, terribile espressività. Espressività
del mistero. Verità di ciò che non si è osato o non è stato possibile dire. Ha ragione lui; e i suoi maestri. Che
sono forse più Kierkegaard e Pascal e Dostoevskij e Cervantes - avanzo consapevolmente una provocazione -
che Du Bos, Sainte-Beuve, Rivière, Gide.
Bo ha capito subito, ha capito nell'angoscia, la gravità dei problemi che gli stavano davanti: gli stessi
che si sono trovati ad affrontare in ogni tempo gli uomini che hanno preteso di vivere con l'intensità e il
rischio della serietà la scelta cristiana: coloro che vollero fare di quella che si potrebbe chiamare la
dimensione cristiana dell'esistenza il loro totale: conseguire qui, subito, sulla terra, l'assoluto.
Con questi problemi, con l'agonia del cristianesimo, con l'angoscia e il sentimento tragico
dell'esistenza, Bo fa i propri conti meticolosamente. Comprende subito che le difficoltà non si scioglieranno
in una qualunque soluzione di razionalità; né tantomeno nell'invenzione di un'estetica ulteriore:
semplicemente, si tratta di problemi che vanno affrontati sull'unico terreno che loro è proprio, quello
dell'esistenza, della vita. Eppure, naturalmente, affrontarli su questo terreno non si potrà senza il soccorso
d'una stremata riflessione sulla poesia, sulla sua natura e sui rapporti che la legano alla nostra carne e al
nostro spirito; sui rapporti che può consentire o forse impedire con la figura di Dio; con la verità e la vita.
Bo si inoltra nel mare di questi problemi con angoscia e inquieta lucidità; con ansia, passione,
coraggio; non si tratta per lui di problemi di estetica, o di filosofia; Bo parla e soffre di problemi essenziali
alla vita; allo spirito; e nondimeno, poiché il cuore che batte al centro di ogni argomento è sempre la poesia,
ecco che fatalmente il discorso, benché lanciato verso un'altra riva, viene a cadere suo malgrado nel territorio
banale e ineludibile che abbiamo imparato a chiamare estetica.
È così che negli anni fra il 1938 e il 1945 Bo si trova, quasi senza accorgersene, oltre ogni
intenzione, ad avere scritto il suo libro di estetica, L'assenza, la poesia; certo non un libro ordinato in un
sistema, gabbia dalla quale Bo rifugge come dalla forma stessa della menzogna; nondimeno un libro che
difficilmente - e deprechiamo e demoliamo pure quant'è necessario e possibile ogni classificazione - potrà
sfuggire alla ostinata categoria dell'estetica. E' il suo libro più compatto, il più dedicato al genere; ed è quindi
opportuno marcare una distinzione fra questa raccolta di saggi e quelle che seguiranno; che saranno sempre
meno classificabili in un settore del pensiero; ma insistere troppo su questa distinzione sarebbe poi inutile.
Ciò che conta è che questi saggi, brevi, tormentati, inquieti come in genere tutti i suoi, come ogni sua parola,
ci hanno arricchito di alcune delle nostre più preziose domande.
E l'estetica che in essi si configura - continuiamo pure a pronunciare la parola indebita, perché non
ne conosciamo una più adeguata alla reale complessità del vero - è, tra le meditazioni sulla poesia e sul bello
e sull'arte in genere che conosciamo, una delle più profonde e sofferte; e una delle più persuasive; una di
quelle che personalmente più ci scaldano il cuore. D'altrettanto preziose e alte (e altrettanto improprie e
informali, spesso insospettate) non sapremmo citare se non quelle degli scrittori che hanno meditato sugli
strumenti della loro arte; penso a Novalis, a Holderlin; a Dostoevkij; a Mallarmé e Valery; a Celan; a
Goethe; a Leopardi; a Boccaccio; a Manzoni; al povero Tasso; e penso all'eterno Platone; ed è inutile
affastellare altri nomi, perché l'area è sufficientemente allusa: e sarà chiaro che non faccio una questione di
risultati, neanche qui; accumulo alla rinfusa nomi e soluzioni diversissime; e non importa; perché nessuno
darà mai la formula della poesia. Per questo non è possibile parlare seriamente di nessuna delle ricette
infallibili ed eterne che sono state fornite dai filosofi; perché la poesia avviene nella carne dell'uomo; e non
c'è sistema che possa comprenderla; e l'unico discorso possibile su essa è quello che compie in se stesso
l'uomo che la soffre come un'angoscia interiore, come un personale dolore.
Di questo genere è il discorso di Bo, e l'estetica cui esso finisce per alludere è un'estetica che
contempla e studia la poesia al lavoro; e a questo lavoro collabora col gesto che impegna tutto l’uomo; e
questo lavoro non è la costruzione della bellezza, la vaga forma bella; ma la fatica della ricerca; il rischio
della verità; lo spavento del mistero; la dignità dell’uomo integro; l’angoscia della domanda e dell'avventura;
e in fine direi la conturbante sacralità del silenzio.

21. Il volto del simulacro e la parola magica


Che avrei saputo rendere un ritratto perfetto di Bo non l'ho mai detto; né pensato. Ho affrontato
questo tentativo per amore, solo per amore. Anzi per un'intima necessità. Spero la sentano allo stesso modo
altri, molto migliori di me. Della mia insufficienza nessuno potrà essere più consapevole, e più dispiaciuto di
me. A questo ritratto evanescente, e mancato, vorrei aggiungere dettagli e dettagli sino a compierlo; o
almeno provare a definirlo un po' meglio. Ma so che sarebbe inutile.
Avrei voluto prestare al simulacro cui non sono capace di dare la vita l'indignazione di Giobbe, la
voce ferma nel disincanto e nella saggezza di Qohelet; gli occhi di Leopardi; il cuore di Manzoni; l'ardimento
di Mallarmé; ma conosco in anticipo il fallimento dell'impresa. Soprattutto avrei voluto disegnare sul suo
volto le labbra di Swift. Certo non per assegnargli la smorfia del sarcasmo, che a Bo è assolutamente
estraneo, ma per attribuirgli la bocca meno soddisfatta che conosca; la meno propensa all'indulgenza; meno
incline all'evasione nella dimenticanza di un sorriso; la più vicina forse alla sua nell'adesione sofferta alla
disperazione del vero; la più chiusa alla vanità della parola; la più disposta all'amarezza suprema della
rinunzia, rinunzia alla stessa consolazione della bellezza, alla consolazione medesima di Dio; ma dovrei
pronunciare un nome che Bo forse non ha mai pronunciato, e giustificare la voluttà d'una divagazione a così
remote latitudini. E sarebbe inutile.
E poi c'è Serra, naturalmente. Che in fondo non è che un esempio particolare del modo di lavorare di
Bo, del suo continuo rifare conti che non tornano mai, ed è poi chiaro che sono conti con se stesso; del suo
inseguire la risultante di un grumo di forze che si fa sempre più complesso e inquieto; del suo cercare la
verità dell'uomo intero più che dell'opera, la limpidezza d'una nozione di letteratura che si precisa e si
modifica a ogni nuovo sguardo.
Serra, e proprio da lui vorremmo aspettare la definizione del nostro ritratto? La parola magica che
faccia vivere il nostro golem?
Ma ciò che ci serve, ciò che ci manca, non è la parola magica; le parole magiche, le conosciamo
tutte: il nostro problema è che abbiamo costruito un golem di sabbia, un golem senza volto e senza forma,
che ci si dissolve tra le dita nel vento dei sospiri.
No, non abbiamo nulla da offrire al lettore. Il ritratto che volevamo consegnargli è rimasto tutto
dentro di noi; sulla tela non resta che il segno delle molte cancellature, un intrico di allusioni; poco più di una
cornice vuota. Tutto quello che possiamo fare, oltre che ammettere la nostra insufficienza, è prendere questo
groviglio di segni come simbolo di qualcosa di profondo ed essenziale che definitivamente, e felicemente,
trascende noi e la nostra schietta inettitudine: l'inafferrabilità del vero Bo; il silenzio ultimo dell'uomo di
Valvins; il mistero che cresce nelle nostre indagini; meravigliosamente; il segreto che l'intelligenza ci rivela
in fondo a tutte le scoperte autentiche.
Quanto alla parola magica che avremmo voluto scrivere sul cuore del nostro golem, se ci fosse stato
concesso di conferirgli una forma, la metteremo a epigrafe dei saggi su Serra - esercizio ininterrotto di
inquietudine critica, di curiosità, di amore e delusione; pulsazione continua di un cuore che non riposa in se
stesso - che ora consegniamo, senz'altra illustrazione possibile, alla trepida pace del lettore.
NE DEMEURE PAS

E' una parola che Bo conosce bene, che ha onorato come nessun altro e che lo descrive in fondo,
nella semplice ferocia dell'imperativo, meglio di quanto la somma di parole che abbiamo accumulato e
disperso sinora non sappia fare. Meglio del silenzio al quale abbiamo finto di arrenderci.
Parola magica, dunque, davvero. O chissà.
OPERE DI CARLO BO*

1. Saggi e interventi critici in volume

Jacques Rivière, Brescia, Morcelliana, 1935, 16° pp. 275.


Delle immagini giovanili di Sainte-Beuve, Firenze, Parenti, 1938, 8° pp. 513.
Otto studi, Firenze, Vallecchi, 1939, 16°, pp. 231.
Saggi di letteratura francese, Brescia, Morcelliana, 1940, 16°, pp. 257.
La poesia con Juan Ramon, Firenze, Edizioni Rivoluzione, 1941, 16°, pp. 106.
Bontempelli, Padova, Cedam, 1943, 16°, pp. 58.
Bilancio del surrealismo, Padova, Cedam, 16°, 1944, pp. 140.
L'assenza, la poesia, Milano, Edizioni di Uomo, 1945, 16°, pp. 125.
Diario aperto e chiuso: 1932-1944, Milano Edizioni di Uomo, 1945, pp. 348.
Mallarmé, Milano, Edizioni Rosa e Ballo, 1945, 16°, pp. 258.
In margine a un vecchio libro, Milano, Bompiani, 1945, pp. 124.
Saggi per una letteratura, con una lunga appendice, Brescia, Morcelliana, 19462, pp. 343.
Nuovi studi. Prima serie. Firenze, Vallecchi, 1946, 16°, pp. 250.
Carte spagnole, Firenze, Ed. Marzocco, 1948, 16°, pp. 159
Madame Bovary, Firenze, F. Fussi, 1948, 16°, pp. 93.
Inchiesta sul neorealismo, Torino, Ed. Radio Italiana, 1951, pp. 118.
Riflessioni critiche, Firenze, Sansoni 1953, pp. 503.
Della lettura e altri saggi, Firenze, Vallecchi, 1953, pp. 495
Il surrealismo, Torino, Ed. Radio Italiana, 1953, 8°, pp. 123.
Scandalo della speranza, Firenze, Vallecchi, 1957, 16°, pp. 334.
Realtà e poesia di Corrado Alvaro, Roma, Centro democratico di cultura e documentazione, 1958, pp. 45.
Saggi e note di una letteratura, Milano, La goliardica, 1963, pp. 263.
L'eredità di Leopardi e altri saggi, Firenze, Vallecchi 1964, pp. 488.
Siamo ancora cristiani? Firenze, Vallecchi, 1964, pp. XII-385.
Da Voltaire a Drieu La Rochelle, Milano, La goliardica, 1966, pp. 319.
La religione di Serra, Saggi e note di letteratura, Firenze, Vallecchi 1967, pp. 557.
Voltaire e dopo Voltaire, Milano, La goliardica, 1968, pp. 202.
Altre riflessioni critiche, Urbino, Ist. Stat. d'Arte, 1973, pp. 52.
Don Mazzolari e altri preti (a cura di Rienzo Colla e Gastone Mosci), Vicenza, La Locusta, 1973, pp. 284.
Aspettando il vento, con introduzione di Mario Luzi e sei disegni di Leonardo Castellani, con 4 acqueforti di L. Castellani
in cartella - Ancona, L'Astrogallo, 1976, pp. 330.
Interventi sulla narrativa italiana contemporanea 1973-1975, Treviso, Matteo, 1976, pp. 121 (raccoglie articoli già
pubblicati su Il Corriere della Sera e L'Europeo).
Lo stile di Maritain (a cura di Giancarlo Galeazzi), Vicenza, La Locusta, 1981.
Sulle tracce del Dio nascosto [scritti già pubblicati sul Corriere della Sera 1970-1983] (a cura di Marco Beck), Milano,
Mondadori, 1984 pp. XIX-194.
Solitudine e carità, (a cura di Gastone Mosci), Brescia, Camunia 1985
Letteratura come vita. Antologia critica (a cura di Sergio Pautasso), Prefazione di Jean Starobinski, con una Testimonianza
di Giacarlo Vigorelli, Milano, Rizzoli 1994, pagg. 1670

2. Antologie e altre opere a cura di Carlo Bo.

Federico-Garcia Lorca, Poesie, Modena, Guanda, 1940 [con molte edizioni successive, ampliate]
Lirici del Cinquecento, Milano, Garzanti 1941, 16°, pp. 498.
Charles-Augustin Sainte-Beuve, Volupté (passi scelti da C. Bo), Urbino 1941.
Niccolò Tommaseo, Due baci e altri racconti, Milano 1943.
Narratori spagnoli. Raccolta di romanzi e racconti delle origini ai nostri giorni. [con traduzione di C. Bo], Milano,
Bompiani, 1943, 8°, pp. XVI-958.
Antologia del surrealismo, Milano, Edizioni di Uomo, 1944, 8°, pp. XIV-322.
Miguel de Unamuno, Essenza della Spagna, Milano, 1945.
Antologia della poesia francese (da Baudelaire a Valéry), Urbino, Argalia, 1946, 8°, pp. 165.
Antologia di scrittori stranieri ad uso dei Licei [in collaborazione con Tommaso Landolfi e Leone Traverso], Firenze,
Marzocco, 1946, 8°, pp. 461.
Angel Ganivet, Idearium spagnolo, Milano 1946.

* Siamo ben lontani dal poter proporre una bibliografia completa degli scritti di Carlo Bo. Una schedatura esaustiva dei
suoi scritti, molti dei quali dispersi in giornali, riviste e pubblicazioni d'occasione, richiederebbe uno studio lungo e approfondito, e
un volume apposito. Si tratta, com'è evidente, di un compito che esorbita dai nostri scopi e dalle nostre poche forze. Uno studioso di
buona volontà di una prossima generazione se ne incaricherà, forse; riscuotendo certamente il nostro plauso, e i più fervidi auguri di
successo. Noi per ora, qui, non abbiamo altra pretesa, con queste disordinate note, di fornire al lettore una sommaria testimonianza
della molteplicità d'interessi di Bo e nello stesso tempo della sua grande concentrazione e coerenza.
Charles-Augustin Sainte-Beuve, Teoria e critica, Bompiani, Milano 1947
Miguel De Unamuno, Antologia poetica, Firenze 1949.
Federico-Garcia Lorca, Prose, Firenze, 1954.
Nuova poesia francese, Parma 1952 (2a ed. accresciuta, id. 1955).
Antologia di poeti negri, Firenze, Parenti, 1954, pp. XIII-327.
Cosmopoli. Antologia di scrittori stranieri [in collaborazione con Tommaso Landolfi e Leone Traverso], 4a ediz. con
aggiunte, Firenze, Marzocco, 1954, pp. 487.
Luigi Gualdo, Romanzi e novelle, Firenze, Sansoni, 1959, pp. XXXII - 1233 (2 voll.).
Racconti del Risorgimento, Roma, Edindustria, 1961.
André Gide, L'immoralista. La porta stretta, Milano, Mursia, 1966.
Gustave Flaubert, I capolavori. Milano, Mursia 1966, pp. XX-845.
Poesia francese del Novecento da Apollinaire a Char, Milano, La goliardica, 1966, pp. XCIV-939.
La crisi del romanzo francese nel '900, Milano, La goliardica, 1967, pp. 249.
Io, Papini. Antologia, Firenze Vallecchi, 1967, pp. 625
Federico-Garcia Lorca, Romancero gitano, Parma, Guanda, 1968, pp. 154.
Jean Pierre Richard, La creazione della forma, Milano, Rizzoli, 1969, pp. 465.
Echi di Genova negli scritti di autori stranieri, Torino, ERI, 1966, pp. 213.
Invito alla lettura di Carlo Lisi, Firenze, Vallecchi, 1976 (2 voll.)
Carlo Betocchi, Poesie scelte, Milano, Mondadori 1978.
Tommaso Landolfi, Camposampiero, Edizioni del Noce, 1983, pp. 102.
Giovanni Papini, Lettere domestiche agli amici della Valtiberina, 1909-1951 (con prefazione di Giuseppe Prezzolini),
Sansepolcro, Cooperativa culturale Giorgio La Pira, 1983 (?).

3. Traduzioni

Jacques Maritain, S. Tomaso d'Aquino, Siena, 1937.


Ricardo Guiraldes, Don Segundo Sombra, Modena 1940.
Lirici spagnoli, Milano, Edizioni di Corrente, 1941, 16°, pp. 371.
Calderon de la Barca, Pedro. Il mago dei prodigi. In Teatro spagnolo, Milano, 1941.
Juan Ramòn Jimenez, Platero, Firenze 1943.
Angel Ganivet, Le fatiche del Pio Cid, (con introduzione), Milano, Rosa e ballo, 1944.
José Ortega y Gasset, Azorin, Padova, Cedam, 1944.
Romulo Gallegos, Donna Barbara, romanzo, Milano, 1946.
Jorge Icaza, I meticci, Torino 1949 (unica autorizzata dallo spagnolo).
José Ortega y Gasset, Lo spettatore, Milano, Bompiani, 1949.
Georges Bernanos, Il signor Quine, romanzo, Milano 1949 (unica traduz. autorizzata dal francese).
Thomas B. Costain, Il tesoriere del re, Milano 1949 (unica traduz. autorizzata dall'inglese).
Federico Garcia Lorca, Lamento per Ignazio. Divan del Tamarit e altre poesie, Parma, Guanda, 1968, pp. 144.
Federico Garcia Lorca, Poeta a New York, Parma, Guanda, 1968, pp. 115
Federico Garcia Lorca, Antologia poetica, Milano, Club Italiano dei Lettori, 1978, pp. 299.
Federico Garcia Lorca, Tutte le poesie, (con introduzione), Milano, Garzanti, 1980, 3. ed. accresciuta, 2 voll. pp. XLIV-
1076

4. Alcuni scritti sparsi e d'occasione

Letteratura. In: Settantacinque anni di vita italiana, Milano, 1936, pp. 61-94.
De la Foi (1834). A proposito del pensiero religioso di Sainte-Beuve, Domodossola, Antonioli, 1937, pp. 14 [estratto da
«Rivista rosminiana», fasc. III, a. 1937].
Malebranche e Pascal [in: Malebranche nel terzo centenario della nascita], Milano 1938.
Appunti per una bibliografia Hauysmansiana, [ da «Aevum», rassegna di scienze storiche linguistiche e filologiche. Anno
XII, fasc. 1, gennaio-marzo 1978, pagg. 79-124], Milano, Società editrice «Vita e Pensiero», 1938.
Anni d'educazione del critico Sainte-Beuve, Urbino, STEU, 1938, pp. 18.
Nota su Jammes. In «Letteratura», a. III, n° 1, 1939.
Una replica a Unamuno[in: Miguel de Unamuno, L'agonia del cristianesimo] Milano 1946.
Necessità di una partecipazione [In: Il Simbolo, vol. V: ...e s'incarnò da Maria Vergine], Assisi, 1948.
Poesia narrativa nel 1951 [in: Panorama dell'arte italiana (1951) a cura di M. Valsecchi e U. Apollonio; pagg. 425-430],
Torino 1952.
L'uva e la croce [è un estratto da «La Fiera Letteraria»; sta in : Soffici, scritti di Orio Vergani, Carlo Bo, Carlo Carrà],
Firenze, 1952
Il surrealismo [sta con: Emilio Servadio, La psicoanalisi], Torino, 1953.
Clima polemico e clima narrativo[in: la narrativa meridionale, pagg. 29-32], Roma, 1956.
Dieci anni di romanzo italiano, 1945-1955, [in : Quaderni Associazione Culturale Italiana, n. 24, pagg. 23-43], Torino,
1957.
Papini e le riviste, dal «Leonardo» a «Lacerba», e Postille a Papini [in: Libera cattedra di storia della civiltà fiorentina.
Unione Fiorentina, L'Otto-Novecento, pagg. 227-253], Firenze, 1957.
Contemporaneità nell'eterno [in: Omaggio a Corrado Alvaro, a cura di Carlo Bernari, pagg. 92-103] Roma, 1957.
Poesia [in: Libri d'oggi, testi di G. Devoto, E. Falqui, C. Bo, G. Ravegnani, C.V. Lodovici, G. C. Argan, G. Ferrata
(conversazioni tenute per i «Lunedì del Viesseux» a Firenze nell'a. a. 1954-1955)], Firenze, Vallecchi, 1958.
La stampa periodica e la cultura, [in: Comune di Milano, Contributi culturali ed educativi pagg. 9-23], Milano, 1959.
Quale fede? [in: Prospettive di cultura 1959, pagg. 39-64], Brescia, 1960 (?).
Una cospirazione universale. In: Saggi italiani 1959 scelti da Moravia e Zolla, MIlano 1960.
Rievocazione di Rebora. In: Quaderno reboriano 1960, Milano 1960, pp. 58-78.
Due scrittori in cattedra [in: Studi in onore di Vittorio Lugli e Diego Valeri, pagg. 107-109], Venezia 1961.
La libertà nella cultura, nell'arte e nella morale. In: La censura cinematografica... Roma, 1961, pp. 64-74.
Cento anni di vita dell'Istituto d'arte di Urbino [in: Convegno per il I Centenario della fondazione dell'Istituto d'Arte,
Urbino, 1961, pagg. 8-25], Urbino, Ist. stat. belle arti, 1962.
L'ideologia del regime [in: Fascismo e antifasismo. Lezioni e testimonianze, vol. I, pagg. 305-322], Milano 1962.
Il Metaponto e la pazienza. In Cassa per il Mezzogiorno ... 1950-1962, Bari, 1962, vol. VI, pp. 123-132.
La donna nella letteratura italiana, [in: L'emancipazione femminile in Italia, Torino, 1961, pagg. 285-300], Firenze 1963.
La battaglia del romanzo italiano nel secondo dopoguerra, In: Arte e cultura contemporanea, Firenze, 1964.
La letteratura di domani. In: Il mondo di domani, Roma, 1964, pp. 381-398.
Letteratura e società. In: Arte e cultura contemporanee, Firenze, 1964, pp. 109-132.
Giovanni Comisso scrittore trevigiano. Treviso, Editrice trevigiana 1971, pp. 25.
Discorsi rettorali, Urbino, Argalia, 1973, pp. 176.
Manzoni e il romanzo europeo. In: «Italianistica», a. II, n° 1, gennaio-aprile 1973, pp. 43-55.
Nel nome di Campana. In: Gabinetto ... Viesseux, Dino Campana oggi. Atti del convegno, Firenza 18-19 marzo 1973,
Firenze 1973, pp. 7-26.
Com’ era Sbarbaro, In: Atti del Convegno Nazionale di Studi su Camillo Sbarbaro, Spotorno, 1974.
Agonie del cristianesimo [scritti di Carlo Bo e altri, a cura di Gastone Mosci], Brescia, Morcelliana, 1977.
Atti del Convegno Internazionale di Studi su Giuseppe Ungaretti. Urbino, 3-6 ottobre 1979, Urbino, 4 venti, 1981 (2 voll.
pp. 1442).
Immagine e ricordo di Giovanni Descalzo, in Atti del convegno di studi su Giovanni Descalzo, Sestri Levante 25-26-27
settembre 1981, Bastogi, Foggia, 1982.
Colloqui su Arte e psicologia [in: Arte e psicologia, a cura di Loredano matteo Lorenzetti] Milano, Franco Angeli, 1982.

5. Alcune introduzioni, prefazioni, ecc.

RAFFAELE CARRIERI, Lamento del gabelliere, Milano 1945.


MIGUEL DE UNAMUNO , L'agonia del cristianesimo, Milano, Academia, 1946.
SALVATORE QUASIMODO, Giorno dopo giorno, Milano, 1947.
UGO FASOLO, Poesie, Firenze, 1948.
PAOLO VOLPONI, Il rimorso, Urbino, 1948.
ROGER MARTIN DU GARD, I Thibault [trad. di Camillo Sbarbaro], Milano, Mondadori, 1951.
OTTONE ROSAI, Vecchio autoritratto, Firenze, 1951.
MIGUEL DE UNAMUNO, Pace nella guerra (romanzo), Firenze, 1952.
GIOVANNI DESCALZO, Le Braie. Il sapore del mare [con altri saggi critici di: V.G. Rossi, U.V. Cavassa, G. Bitelli, P.
Operti], Milano 1953.
JEAN COCTEAU, L'impostore, Milano, 1955.
LALLA ROMANO, L'autunno (Versi), Milano, 1955.
Antologia del «Leonardo», a cura di C. Ballerini, Galatina, 1957.
ALBERT BEGUIN, Profilo della Francia, Torino, 1957.
GIGI CAVALLI, Ungaretti, Milano, 1958.
Il meglio di Anatole France, Milano, Longanesi, 1959.
Il meglio di Sainte-Beuve, Milano, Longanesi, 1960.
ERCOLE BELLUCCI, L'affronto della voce, Urbino, 1960.
ALEJO CARPENTIER, I passi perduti, romanzo, Milano, Longanesi, 1960.
SALVATORE QUASIMODO, Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1960.
MASSIMO BONTEMPELLI, Racconti e romanzi, a cura di Paola Masino, Milano, Mondadori, 1961.
DIEGO VALERI, La sera, Milano, All'insegna del pesce d'oro, 1963
PAUL VALÉRY, Charmes, Milano, Nuova Accademia, 1963.
FRANÇOIS MAURIAC, Diario, Dio e Mammona, Milano, Mondadori, 1963.
H. A. MURENA, La colpa [Las leyes de la noche], Milano, Longanesi, 1963.
Le grandi religioni, Milano, Rizzoli, 1964.
FRANÇOIS MAURIAC, Opere, Torino, UTET, 1964.
La Nouvelle Revue Française, scelta e note a cura di Marco Fini e Mario Fusco, Milano, Lerici, 1965.
GIORGIO SOAVI, Bravi in guerra, Milano, LOnganesi, 1965.
Urbino crolla, Urbino, 1965.
ALFRED JARRY, Il dottor Faustroll, Milano, Guanda, 1966.
ROMAIN ROLLAND, Jean-Christophe, Roma, Ed. Riuniti, 1966.
GUY DE MAUPASSANT, Racconti, (1875-1881) Novara, 1966.
ANTONIO BANFI, La crisi, Milano, All'insegna del pesce d'oro, 1967.
MARCEL PROUST, I piaceri e i giorni, Milano, Sugar, 1968.
Scrittori triestini del Novecento, Trieste, LINT, 1968, pp. 1701.
MAURILIO ADRIANI, Italia mistica, Roma, 1968.
SALVATORE QUASIMODO, Leonida di Taranto [Epigrammi di Leonida, tradotti da Quasimodo], Manduria, Lacaita, 1969.
SALVATORE QUASIMODO, Poesie e discorsi sulla poesia, Milano, Mondadori 1971.
JORIS-KARL HUYSMANS, Controcorrente, Milano, Rusconi, 1972.
RENATO SERRA, Esame di coscienza di un letterato e Ultime lettere dal campo. Roma, Newtin Compton Italiana, 1973.
ACHILLE CAMPANILE, Manuale di conversazione, Milano, Rizzoli, 1973.
CARLO BETOCCHI, Prime e ultimissime 1930-1954 - 1963-1973, Milano, Mondadori, 1974.
GIUSEPPE UNGARETTI, Vita d'un uomo, Milano, MOndadori, 1974.
I Papi, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1974.
JABRAN KHALIL JABRAN, Il profeta, Milano, Guanda, 1977.
TERESIO BOSCO, Il progetto cristiano [Antologia di documenti del Concilio vaticano II], Torino, SEI, 1978.
ALESSANDRO BONACOSSI CONTINI, Le poesie (vecchi e nuove), Milano, All'insegna del pesce d'oro, 1978.
LOUIS -FERDINAND CÉLINE, Morte a credito, Milano, 1981.

6. Principali collaborazioni di Carlo Bo a riviste, giornali, periodici:

Il Lunario - Il Frontespizio - L'Orto - Letteratura - Il Bargello - Corrente - Campo di marte - Circoli - Prospettive -
Incontro - La Ruota - Rivoluzione - Domani,Il ventuno - Italia - Aevum - Convivium - Rosminiana

La Nazione - Il Corriere della Sera - La Stampa


L'Europeo - Gente